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	<description>Strategy, Brand &amp; Business Transformation</description>
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		<title>La Realtà immaginata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[robinik]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2016 18:34:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Branding]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Centomila anni fa il pianeta non era abitato da una sola specie umana. Ce n’erano sei. Umani diversi, con corpi, abitudini e destini differenti. Dal punto di vista dell’impatto sul pianeta erano animali come gli altri, né più né meno. Di tutte quelle specie, una sola è arrivata fino a oggi: la nostra. La domanda [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Centomila anni fa il pianeta non era abitato da una sola specie <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Homo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">umana</a>. Ce n’erano sei. <br>Umani diversi, con corpi, abitudini e destini differenti. Dal punto di vista dell’impatto sul pianeta erano animali come gli altri, né più né meno. Di tutte quelle specie, una sola è arrivata fino a oggi: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_sapiens" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la nostra</a>.<br><br>La domanda interessante non è come sia sopravvissuta, ma piuttosto come abbia finito per dominare il mondo.<br><br>La risposta non sta nella forza fisica, né nell’intelligenza individuale. Sta in qualcosa di molto più strano.<br>A un certo punto della nostra storia è successo qualcosa che gli antropologi chiamano <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Grande_balzo_in_avanti_(antropologia)">Rivoluzione Cognitiva</a> o, con un’espressione ancora più evocativa, il &#8220;Grande balzo in avanti&#8221;. Da quel momento l’Homo sapiens ha iniziato a fare una cosa che nessun altro animale sa fare davvero: <a href="https://www.lescienze.it/news/2003/12/16/news/la_nascita_del_pensiero_simbolico-587218/">immaginare insieme</a>.<br><br>Non solo pensiero e nemmeno solo linguaggio, ma molto di più: immaginare realtà che non esistono, e riuscire a crederci abbastanza da renderle reali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Un animale può comunicare: può avvisare, ad esempio, il branco della presenza di un predatore. Ma un uomo può fare di più: raccontare una storia, dire che quel segno nel cielo significa qualcosa, che esiste una legge, una tribù, un confine, un dio, un valore.<br>E la cosa straordinaria è che altri uomini, anche lontani, anche sconosciuti, possono far propria quella storia.<br><br>È così che gruppi di poche decine di individui sono diventati civiltà, imperi, mercati, culture.<br>Non grazie alla forza, ma grazie a <strong>storie abbastanza forti da tenere insieme persone che non si sarebbero mai incontrate</strong>.<br><br>Questa cosa mi affascina da sempre.<br>Perché è esattamente lo stesso meccanismo che oggi chiamiamo Narrazione. E, in fondo, Brand.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Se ci pensi, un brand non è un oggetto.<br>Non è un edificio, non è un prodotto, non è nemmeno un’azienda nel senso materiale del termine.<br>È una realtà che esiste perché abbastanza persone la tengono viva nella propria mente.<br>Se domani sparissero tutti i prodotti di Apple, Apple continuerebbe a esistere.<br>Se invece sparisse la fiducia, il significato, il racconto condiviso, rimarrebbero solo oggetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Un brand è questo: immaginazione condivisa che ha trovato una forma stabile nel tempo.<br>La rivoluzione cognitiva non ha soltanto cambiato la storia dell’uomo. Ha reso possibile tutto ciò che non esiste in natura ma regge il mondo: le leggi, il denaro, le nazioni, le imprese, i mercati. E anche le storie che scegliamo di raccontarci su noi stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una cosa che ogni tanto mi torna in mente quando leggo, quando scrivo, quando lavoro.<br>E ogni volta mi colpisce allo stesso modo: non siamo la specie più forte, né la più veloce. <br>Siamo quella che sa immaginare, ecredere insieme.<br>E forse, in fondo, tutto quello che facciamo nasce da lì.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Questo post è stato pubblicato per la prima volta su <a href="https://medium.com/@robinik" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Medium</a> nel settembre 2016. </p>
</blockquote>
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		<title>Internet Once Upon a Time</title>
		<link>https://robinik.net/2016/05/01/internet-once-upon-a-time/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[robinik]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 May 2016 18:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Pensieri e Parole]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono giorni che hanno fatto la storia senza che nessuno se ne accorgesse. Passi, parole, clic che hanno cambiato il mondo, scivolati via nel silenzio. Sembra un paradosso, ma non lo è. E’ che ci sono eventi dei quali solo a posteriori riesci a misurare la portata. Un po’ come nella vita delle persone. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ci sono giorni che hanno fatto la storia senza che nessuno se ne accorgesse. Passi, parole, clic che hanno cambiato il mondo, scivolati via nel silenzio. Sembra un paradosso, ma non lo è. E’ che ci sono eventi dei quali solo a posteriori riesci a misurare la portata. <br>Un po’ come nella vita delle persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trent’anni fa, il 30 di aprile 1986 per essere precisi, un CLIC connetteva l’Italia alla Rete delle reti. Meglio connetteva il Cnuce di Pisa a Roaring Creek in Pennsylvania. Toccò a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Blasco_Bonito" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Blasco Bonito</a>, il tecnico, digitare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ping" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PING</a> e aspettare la risposta. Un OK arrivato in meno di un secondo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capoprogetto Luciano Lenzini e il direttore del Centro, Stefano Trumpy , <a href="http://firenze.repubblica.it/cronaca/2011/04/30/news/25_anni_di_internet_ricordo_quel_primo_click-15550074/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">stavano facendo altro</a>. Nessuno riprese la notizia… Nemmeno una breve in cronaca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa è successo dopo è lì da vedere. Così per celebrare un evento del quale, diciamolo, quasi nessuno conservava il ricordo, lo scorso 30 Aprile si è festeggiato in Italia l’<a href="http://italianinternetday.it/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">Internet Day</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel clic apriva l’infrastruttura — la strada, poi autostrada — che avrebbe consentito la nascita dell’ecosistema. Nel 1986 l’Italia si connetteva a Internet, ma dovevano passare alcuni anni prima che dalla Rete nascesse il Web.<br><a href="http://www.superpartes.biz/single-news/you-havent-seen-nothing-yet/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Era il 1991</a> quando un informatico britannico, Tim Berners-Lee, pubblicò il primo sito dando origine al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/World_Wide_Web" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www</a>.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Mi sono affacciato a questo nuovo mondo quattro anni dopo. Le mie prime connessioni sono del 1995. Di quegli anni ricordo la fatica e l’entusiasmo nel riuscire a configurare i primi accessi alla Rete. Era il momento in cui, dalla riga di comando di DOS, si era passati all’interfaccia utente. <br>Tutto correva velocissimo e ci sembrava che il futuro avesse deciso di farci visita. Tuttavia riuscire a configurare un protocollo di rete e collegare la macchina a Internet era un’operazione difficile. Da veri Nerd. <br>Ed io ero e sono un Nerd dal momento che quando qualcosa mi appassiona fatico a rimanere alla superficie.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo le notti perse e tutte le volte che mi sono sentito dire “ma come puoi pensare che la gente creda a qualcosa che sta scritto su Internet?”. <br>Lo ripeto spesso perché oggi quella passione è il mio lavoro e ai ragazzi dico che per affrontare il futuro devono credere nelle loro passioni. Anche quando sembrano “perdite di tempo”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Utilizzai le prime connessioni inizialmente per ricercare delle persone e successivamente per aiutare un’amica che stava facendo una ricerca sulla cura dell’autismo attraverso l’utilizzo dei delfini. <br>In meno di due giorni avevo stampato l’equivalente di 10 enciclopedie sul tema. Grazie a quello che trovai lei si mise in contatto con una ricercatrice ed entrò in un programma di sperimentazione.<br>Il cervello andava alla velocità della luce e mi sembrava di essere ad un passo dalla pietra filosofale.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Il contatto con i modelli reticolari di comunicazione fu infatti una vera Epifania. <br>Ebbi la fortuna, o la felice intuizione, di innamorarmene perdutamente e di scommettere sul fatto che quel sistema avrebbe cambiato il mondo.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Poi nel 1999 uscì “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cluetrain_manifesto" rel="noreferrer noopener" target="_blank">The Cluetrain Manifesto</a>”. Ancora oggi quando lo rileggo non smetto di stupirmi nel vedere quanto visionari fossero i suoi autori. La loro prima Tesi (<em>I mercati sono Conversazioni</em>) è alla base di tutto quello che ho fatto poi e sta nel Manifesto di&nbsp;<a href="https://blab.studio/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">Blab</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giusto il tempo di passare dalle chat ai newsgroup e dai newsgroup ai forum e con <a href="http://robinik.net/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Robinik</a> mi trovavo nel pieno della Blog revolution. Ricordo ancora lo spirito da pionieri di quel mondo. I tempi in cui il blogroll era un modo per amplificare un mondo “diverso”, un link ad ogni parola era l’obbligo morale ed i blogger erano ancora “ragazzi in pigiama che volevano fare la rivoluzione” e non “Blogstar”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> E poi il <a href="http://robinik.net/robinik-rivoluzione-blog/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rathergate</a>, il primo caso nella storia in cui un modello di comunicazione reticolare ha avuto il sopravvento sui “Mass Media” e sui modelli verticali. Ricordo le notti a lavorare sul primo aggregatore di Blog in Italia (<em>forse tra i primi in assoluto</em>) e la prima redazione digitale. Per mettere in evidenza i vari post si doveva passare di Blog in Blog, leggerseli tutti ed aggregare “a mano”. Fino a quando fummo salvati dall’implementazione dei <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/RSS" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Feed</a> e da diverse righe di codice.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Quel momento fece emergere “The Power of the Tail”. Chris Anderson ne ricavò una <a href="http://www.wired.com/2004/10/tail/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">teoria</a> e generazioni di Blogger ne fecero la propria bandiera facendo comprendere quello che sarebbe accaduto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno molti anni dopo ha dato nomi alle cose di quel periodo, come ad esempio Inbound Marketing. Allora semplicemente si faceva comunicazione reticolare con la volontà di cambiare lo “status quo”.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Va detto che pensavamo di essere al centro di una vera rivoluzione ma, nella realtà, rappresentavamo una nicchia di Nerd in un mondo dominato ancora dal Mainstream.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, nel gennaio del 2007, Steve Jobs presentò iPhone, abbattendo tutte le possibili barriere di accesso alla Rete. Dalla “sessione online” si è passati ad un mondo in cui la Digital Experience si fonde con il mondo reale.<br><br><strong>Il resto è futuro, ancora tutto da scrivere. </strong><br><strong>E pensare che la cronaca si fece storia,</strong><br><strong> senza che nessuno se ne accorgesse.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Nota: questo post è stato pubblicato per la prima volta su <a href="https://medium.com/@robinik/internet-once-upon-a-time-76064dfb6220" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Medium</a>. Il primo maggio 2016.</p>
</blockquote>
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		<title>Cos’è il Personal Branding?</title>
		<link>https://robinik.net/2015/02/07/cose-il-personal-branding/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[robinik]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2015 19:52:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Branding]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per rispondere, forse conviene fare un passo indietro e chiedersi prima che cosa sia un Brand.È una parola usata continuamente, e quasi sempre con una certa leggerezza. C’è chi pensa che il brand sia un logo, una campagna pubblicitaria, un payoff, il nome di un’azienda. Tutte cose che gli stanno intorno, ma che non lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Per rispondere, forse conviene fare un passo indietro e chiedersi prima che cosa sia un <mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-primary-color">Brand</mark>.<br>È una parola usata continuamente, e quasi sempre con una certa leggerezza. C’è chi pensa che il brand sia un logo, una campagna pubblicitaria, un payoff, il nome di un’azienda. Tutte cose che gli stanno intorno, ma che non lo definiscono davvero.<br><br>Un brand, se ci pensi, non è un oggetto.<br>È un’esperienza.<br>È ciò che resta nella mente e nello stomaco delle persone dopo che ti hanno incontrato, dopo che hanno usato qualcosa che hai fatto, dopo che hanno avuto a che fare con te. Dentro un brand ci sono significati, sensazioni, aspettative, ricordi.<br><br>Non ci sono prodotti. Non davvero.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Products are made in the factory, but brands are created in the mind. <br>— Walter Landon</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Non è solo una frase felice, è una verità molto concreta. Perché alla fine il marketing non è quasi mai una battaglia di prodotti.<mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-primary-color"> È una battaglia di percezioni</mark>. E le percezioni non si progettano a colpi di slogan, ma attraverso coerenza, tempo, esperienza.<br>Il branding è esattamente questo: il processo con cui si prova a dare forma a ciò che le persone percepiranno, e a mantenerlo vivo nel tempo.<br>Non è una tecnica per vendere di più nel breve periodo.<br>E non è nemmeno un trucco per manipolare qualcuno, come a volte si sente dire.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>È, piuttosto, un lavoro di chiarezza. Prima di tutto verso se stessi. Poi verso gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Quando un’azienda, o anche un professionista, inizia a lavorare sul proprio brand, inizia in realtà a porsi domande molto semplici e molto difficili: che esperienza voglio far vivere? Che cosa voglio che resti, quando l’incontro è finito?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>E qui arriviamo al Personal Branding.<br>Il Personal Branding non è altro che questo stesso percorso applicato a una persona.<br>Non solo ai liberi professionisti o ai consulenti, ma a chiunque, in fondo. Perché tutti, volenti o nolenti, lasciamo un’impressione. Tutti generiamo un racconto intorno a noi, anche quando non ce ne occupiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>La vera domanda non è se abbiamo un personal brand.<br>La vera domanda è se ne siamo consapevoli.<br>Qual è l’idea che le persone si fanno di noi, quando non siamo nella stanza?<br>Che tipo di esperienza lasciamo?<br>Perché qualcuno dovrebbe scegliere di lavorare con noi, o semplicemente di fidarsi?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Un brand, personale o aziendale che sia, non è ciò che dici di essere. È ciò che le persone sentono quando pensano a te. Per questo alcuni brand vengono associati a parole che non si possono fabbricare. Harley-Davidson, per esempio, non produce libertà. Eppure, nella mente di molti, è esattamente questo che rappresenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Ed è in quello spazio invisibile, tra ciò che siamo e ciò che gli altri percepiscono, che il branding esiste davvero.<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Questo post è stato pubblicato per la pria volta su <a href="https://medium.com/@robinik" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Medium</a>, nel 2015.</p>
</blockquote>
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