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	<description>Salute e Benessere : SaniOggi è il portale incentrato sul mondo della salute e del benessere che aiuta a vivere meglio e a stare in forma.</description>
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		<title>Dieta iperproteica: cos&#8217;è e come funziona</title>
		<link>https://sanioggi.it/dieta-iperproteica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Bello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[calorie]]></category>
		<category><![CDATA[dieta iperproteica]]></category>
		<category><![CDATA[proteine]]></category>
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					<description><![CDATA[Cos'è la dieta iperproteica, quali sono le caratteristiche del regime alimentare e quali sono i vantaggi e i rischi di questo percorso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>dieta iperproteica </strong>si concentra sull&rsquo;aumento dell&rsquo;assunzione di proteine e sulla riduzione dei carboidrati e dei grassi nella dieta quotidiana. Si definisce infatti iperproteica <strong>una dieta dove almeno il 35% delle calorie totali provengano dalle proteine</strong>, ovvero almeno 0,8 grammi di proteine per kg di peso corporeo.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Le proteine sono fondamentali per la costruzione e il ripristino dei tessuti muscolari e un&rsquo;assunzione adeguata pu&ograve; sostenere la crescita muscolare, il recupero e la perdita di peso.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">Benefici della dieta iperproteica</h2>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I benefici della dieta iperproteica sono davvero notevoli:</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:list -->
<ul class="wp-block-list"><!-- wp:list-item -->
<li><strong>Aumento della massa muscolare</strong>: le proteine forniscono gli amminoacidi necessari per la sintesi proteica muscolare, promuovendo la crescita e il ripristino muscolare dopo l&rsquo;allenamento.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Saziante</strong>: le proteine possono contribuire a una maggiore sensazione di saziet&agrave;, riducendo la fame e aiutando a controllare l&rsquo;appetito.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Aumento del metabolismo</strong>: il processo di digestione delle proteine richiede pi&ugrave; energia rispetto ai carboidrati o ai grassi, il che pu&ograve; sostenere un metabolismo pi&ugrave; elevato.</li>
<!-- /wp:list-item --></ul>
<!-- /wp:list -->

<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">Rischi della dieta iperproteica</h2>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:list -->
<ul class="wp-block-list"><!-- wp:list-item -->
<li>Naturalmente, anche la dieta iperproteica espone il nostro organismo a qualche rischio, soprattutto se non viene correttamente gestita:</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li>Stress renale: un&rsquo;eccessiva assunzione di proteine potrebbe mettere stress sui reni, soprattutto per coloro che hanno gi&agrave; problemi renali preesistenti.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li>Carenze nutrizionali: ridurre l&rsquo;assunzione di carboidrati e grassi pu&ograve; portare a carenze di fibre, vitamine e minerali essenziali se non si fa attenzione a una dieta bilanciata.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li>Rischi sulla salute a lungo termine: alcuni studi suggeriscono che le diete iperproteiche possono aumentare il rischio di malattie croniche come le malattie cardiovascolari e il cancro.</li>
<!-- /wp:list-item --></ul>
<!-- /wp:list -->

<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">Dieta iperproteica in sicurezza</h2>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Per contenere i rischi della dieta iperproteica, ci sono alcuni accorgimenti che vi consiglio di seguire:</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:list -->
<ul class="wp-block-list"><!-- wp:list-item -->
<li><strong>Scegliere fonti proteiche magre</strong>: optare per proteine magre come pollo, pesce, tofu e latticini a basso contenuto di grassi.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Bilanciare con carboidrati e grassi:</strong> assicurarsi di includere una variet&agrave; di carboidrati complessi e grassi sani nella dieta per garantire un apporto nutrizionale completo.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Monitorare l&rsquo;assunzione proteica</strong>: evitare l&rsquo;eccesso e assicurarsi di mantenere un consumo proteico moderato e sostenibile.</li>
<!-- /wp:list-item --></ul>
<!-- /wp:list -->

<!-- wp:heading -->
<h2 class="wp-block-heading">Dieta iperproteica si o no?</h2>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>A questo punto possiamo condividere qualche riflessione sulla domanda centrale: <strong>la dieta proteica conviene o no? </strong>La risposta &egrave;: dipende. La dieta iperproteica pu&ograve; essere una strategia efficace per coloro che cercano di migliorare la composizione corporea o raggiungere determinati obiettivi di fitness. Tuttavia, &egrave; importante seguire questa dieta in modo equilibrato e sotto la supervisione di un professionista della salute per garantire la sicurezza e il successo a lungo termine. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Da non abusarne per lunghi periodi e sempre in un regime bilanciato ed in un contesto di vita sana ed attiva!</p>
<!-- /wp:paragraph -->
]]></content:encoded>
					
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		<title>Farmaci per diabete e obesità: l&#8217;AIFA mette in guardia sull&#8217;uso improprio</title>
		<link>https://sanioggi.it/farmaci-per-diabete-e-obesita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 08:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sanioggi.it/?p=37607</guid>

					<description><![CDATA[L&#8217;Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato una guida dedicata ai nuovi farmaci per il trattamento del diabete di tipo 2...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato una guida dedicata ai nuovi farmaci per il trattamento del diabete di tipo 2 e dell&#8217;obesit&agrave;, con l&#8217;obiettivo di promuovere un utilizzo consapevole e sicuro di molecole sempre pi&ugrave; diffuse ma spesso mal comprese. Il documento &mdash; disponibile anche in versione di opuscolo divulgativo sul portale istituzionale AIFA &mdash; affronta in modo sistematico indicazioni terapeutiche, profilo di sicurezza, andamento dei consumi e rischi legati all&#8217;uso improprio.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il messaggio di fondo &egrave; chiaro: <strong>questi farmaci sono strumenti preziosi, ma non sono scorciatoie</strong> prive di rischi. Devono essere prescritti da un medico, utilizzati nel contesto di una strategia terapeutica pi&ugrave; ampia e monitorati con continuit&agrave;.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Come funzionano gli analoghi del GLP-1</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Al centro della guida ci sono i cosiddetti analoghi del GLP-1 e i doppi agonisti GIP/GLP-1: molecole che imitano l&#8217;azione di ormoni naturali prodotti dall&#8217;intestino. In pratica, <strong>stimolano il pancreas a produrre insulina in risposta ai pasti, rallentano lo svuotamento dello stomaco e riducono il senso di fame</strong> agendo sul sistema nervoso centrale. Il risultato &egrave; un migliore controllo della glicemia e, in molti casi, una significativa perdita di peso.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Tra i farmaci pi&ugrave; noti rientrano semaglutide (Ozempic, Wegovy, Rybelsus), tirzepatide (Mounjaro), liraglutide (Victoza, Saxenda) e dulaglutide (Trulicity). Non tutti, per&ograve;, hanno le stesse indicazioni: alcuni sono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale per il diabete di tipo 2, mentre quelli indicati specificamente per la gestione del peso sono a carico del paziente.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Il boom dei consumi: i numeri che preoccupano</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I dati raccolti da AIFA tra il 2020 e il 2024 fotografano una crescita esplosiva di questi farmaci. Per la sola semaglutide, <strong>le confezioni rimborsate dal SSN sono passate da circa 322.000 nel 2020 a oltre 4 milioni nel 2024</strong>, con un incremento del 48,9% in un solo anno. Anche gli acquisti privati sono aumentati in modo significativo, con le confezioni di semaglutide salite da circa 29.700 a oltre 326.000 nello stesso periodo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Un dato in parte rassicurante riguarda la destinazione d&#8217;uso: nel 2024 gli acquisti privati di farmaci autorizzati per la gestione del peso sono cresciuti molto di pi&ugrave; rispetto a quelli privi di tale indicazione, il che potrebbe indicare un utilizzo sempre pi&ugrave; aderente alle prescrizioni ufficiali.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Effetti collaterali e interazioni da conoscere</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Come ogni medicinale, anche questi presentano effetti indesiderati da non sottovalutare. I pi&ugrave; comuni riguardano l&#8217;apparato gastrointestinale &mdash; nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, stipsi &mdash; soprattutto nelle fasi iniziali della terapia. Possono comparire anche cefalea, capogiri e affaticamento.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Tra gli effetti meno frequenti ma clinicamente rilevanti, la guida segnala il rischio di <strong>pancreatite acuta e patologie della colecisti</strong>, inclusi i calcoli. Per il semaglutide in particolare, alcuni studi epidemiologici hanno evidenziato un possibile aumento del rischio di neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (NAION), una condizione che pu&ograve; compromettere la vista.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Attenzione anche alle interazioni: l&#8217;uso combinato con insulina o altri antidiabetici pu&ograve; aumentare il rischio di ipoglicemia. Questi farmaci non sono inoltre raccomandati in gravidanza.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Il rischio dell&#8217;effetto yo-yo e del fai da te</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Uno degli aspetti pi&ugrave; delicati riguarda l&#8217;interruzione della terapia. Studi recenti mostrano che <strong>smettere di assumere questi farmaci senza aver consolidato un cambiamento duraturo dello stile di vita porta spesso a recuperare rapidamente il peso perso</strong>, il cosiddetto effetto rebound o yo-yo. Questo conferma che il farmaco non pu&ograve; sostituire una dieta equilibrata e l&#8217;attivit&agrave; fisica regolare, ma deve affiancarle.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>L&#8217;AIFA mette inoltre in guardia contro l&#8217;acquisto online e l&#8217;uso senza prescrizione medica. Trattandosi di farmaci soggetti a ricetta, non possono essere venduti legalmente su internet. In Europa sono gi&agrave; stati sequestrati prodotti contraffatti &mdash; tra cui penne pre-riempite di Ozempic falso circolate sui social network &mdash; <strong>estremamente pericolosi per la salute</strong>. La filiera legale italiana dispone di sistemi di controllo consolidati: acquistare in farmacia con regolare prescrizione resta l&#8217;unica scelta sicura.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), comunicato stampa e guida &#8220;Nuovi farmaci per il diabete e l&#8217;obesit&agrave;: cosa sapere per un uso consapevole&#8221; &mdash; pubblicata il 18 maggio 2026.</em></p>
<!-- /wp:paragraph -->
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		<item>
		<title>Il fumo irrigidisce i polmoni e ne modifica la struttura</title>
		<link>https://sanioggi.it/fumo-irrigidisce-polmoni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 06:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sanioggi.it/?p=37598</guid>

					<description><![CDATA[Quando si parla di danni da fumo, si pensa subito a tumori, bronchiti croniche e infiammazioni. Ma c&#8217;&#232; un effetto...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di danni da fumo, si pensa subito a tumori, bronchiti croniche e infiammazioni. Ma c&#8217;&egrave; un effetto finora poco indagato che una ricerca americana ha portato alla luce: <strong>le sigarette modificano fisicamente la struttura meccanica del tessuto polmonare</strong>, rendendolo molto pi&ugrave; rigido del normale. Lo studio &egrave; stato condotto presso la University of California e i risultati sono stati pubblicati sul <em>Journal of the Royal Society Interface</em>.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">La rigidit&agrave; triplicata: cosa dicono i numeri</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Le ricercatrici Talyah M. Nelson e Mona Eskandari del Dipartimento di Ingegneria Meccanica hanno analizzato otto polmoni umani donati alla scienza: quattro di fumatori e quattro di non fumatori. Da ciascun organo sono stati ricavati campioni di tessuto sottoposti a test biomeccanici avanzati, simulando le trazioni multidirezionali tipiche della respirazione naturale.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I dati ottenuti sono eloquenti: <strong>nei fumatori la rigidit&agrave; media del parenchima polmonare era di circa 238,6 kPa, contro gli 86,5 kPa dei non fumatori</strong>. In pratica, il tessuto dei fumatori opponeva quasi tre volte pi&ugrave; resistenza all&#8217;espansione. Un divario enorme, che si traduce in una respirazione pi&ugrave; faticosa e in un rischio crescente di compromissione funzionale.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Polmoni come pietra: il paragone con la fibrosi</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il parenchima polmonare &mdash; il tessuto spugnoso che consente gli scambi di ossigeno e anidride carbonica &mdash; &egrave; in condizioni normali morbido ed elastico. Questa propriet&agrave; &egrave; indispensabile: permette ai polmoni di gonfiarsi e sgonfiarsi a ogni respiro senza sforzo eccessivo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il fumo altera questo equilibrio in modo profondo. <strong>Il tessuto si irrigidisce, dissipa pi&ugrave; energia a ogni ciclo respiratorio e diventa pi&ugrave; vulnerabile alle lesioni</strong>. Il comportamento osservato dai ricercatori ricorda da vicino quello della fibrosi polmonare, una malattia caratterizzata proprio dall&#8217;indurimento progressivo del tessuto. Con il passare degli anni, respirare richiede uno sforzo sempre maggiore, con potenziali ricadute sulla funzionalit&agrave; respiratoria complessiva.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Le zone superiori: le pi&ugrave; colpite</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Lo studio ha messo in luce anche una distribuzione non uniforme del danno all&#8217;interno dello stesso polmone. <strong>Le regioni superiori risultano pi&ugrave; rigide rispetto a quelle inferiori</strong>, probabilmente a causa della gravit&agrave; e delle tensioni accumulate nel tempo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Questa scoperta potrebbe avere implicazioni pratiche anche in ambito clinico, ad esempio nella gestione della ventilazione meccanica. Se alcune aree polmonari sono strutturalmente pi&ugrave; deboli o meno elastiche, il rischio di danni causati dai ventilatori potrebbe concentrarsi in modo non omogeneo, rendendo necessari aggiustamenti nei protocolli di assistenza respiratoria.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Modelli animali messi in discussione</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Un altro contributo rilevante della ricerca riguarda i limiti dei modelli sperimentali tradizionali. I test hanno dimostrato che <strong>il tessuto polmonare umano &egrave; significativamente pi&ugrave; morbido rispetto a quello dei topi</strong>, gli animali pi&ugrave; utilizzati negli studi respiratori. Questo suggerisce che molte simulazioni condotte finora potrebbero non rispecchiare fedelmente la fisiologia umana.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I dati raccolti potrebbero quindi diventare un punto di riferimento nello sviluppo dei cosiddetti &#8220;gemelli digitali&#8221; del polmone: modelli computazionali sofisticati usati per simulare malattie respiratorie, pianificare interventi chirurgici e ottimizzare i sistemi di ventilazione assistita.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Limiti dello studio e prospettive future</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Gli stessi autori riconoscono i limiti del lavoro: reperire polmoni umani per la ricerca &egrave; estremamente complesso, e il numero ridotto di campioni non consente ancora di isolare con precisione tutte le variabili in gioco &mdash; come l&#8217;et&agrave;, la quantit&agrave; di fumo accumulata nel tempo o la storia clinica dei donatori. <strong>Nonostante ci&ograve;, lo studio aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione dei danni da tabagismo</strong>: non si tratta solo di molecole tossiche o infiammazione, ma di un&#8217;alterazione fisica, strutturale, del modo stesso in cui respiriamo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: Talyah M. Nelson, Mona Eskandari, &#8220;Human lung parenchyma: tensile mechanics and the effects of smoking&#8221;, Journal of the Royal Society Interface &mdash; ripreso da TGcom24, 19 maggio 2026.</em></p>
<!-- /wp:paragraph -->
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			</item>
		<item>
		<title>Alzheimer e mitocondri: la perdita di memoria potrebbe dipendere dall&#8217;energia delle cellule</title>
		<link>https://sanioggi.it/alzheimer-mitocondri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 09:35:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sanioggi.it/?p=37580</guid>

					<description><![CDATA[I mitocondri sono spesso descritti come le centrali elettriche della cellula, ma nel cervello il loro ruolo &#232; ancora pi&#249;...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I mitocondri sono spesso descritti come le centrali elettriche della cellula, ma nel cervello il loro ruolo &egrave; ancora pi&ugrave; critico di quanto si pensasse. Queste piccole strutture forniscono l&#8217;energia di cui i neuroni hanno bisogno per comunicare tra loro, formare ricordi e mantenere il cervello in funzione. </p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>Uno studio pubblicato su Nature Neuroscience</strong> da ricercatori dell&#8217;Inserm, dell&#8217;Universit&agrave; di Bordeaux e dell&#8217;Universit&agrave; di Moncton in Canada ha dimostrato per la prima volta un legame diretto di causa-effetto tra il malfunzionamento mitocondriale e i sintomi cognitivi delle malattie neurodegenerative.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Un nuovo strumento per riattivare i mitocondri</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Per esplorare questo legame, il team di ricerca ha sviluppato uno strumento innovativo capace di stimolare temporaneamente l&#8217;attivit&agrave; mitocondriale in modo altamente specifico. Lo strumento, denominato <strong>mitoDreadd-Gs</strong>, &egrave; un recettore artificiale progettato per attivare le proteine G direttamente all&#8217;interno dei mitocondri, stimolando cos&igrave; la loro attivit&agrave;. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Quando questo recettore veniva attivato nel cervello di topi con caratteristiche simili alla demenza, l&#8217;attivit&agrave; mitocondriale tornava a livelli normali &mdash; e, con essa, miglioravano anche le prestazioni di memoria degli animali.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">La causa viene prima della morte neuronale</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Questo &egrave; il punto pi&ugrave; rivoluzionario della scoperta. Fino ad oggi, era difficile stabilire se il declino mitocondriale fosse una causa o una conseguenza della neurodegenerazione. <strong>I nuovi risultati suggeriscono che il deficit energetico nei neuroni possa precedere la loro morte</strong>, contribuendo attivamente alla comparsa dei sintomi cognitivi. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Questo cambia prospettiva: non si tratterebbe solo di neuroni che muoiono e smettono di funzionare, ma anche di neuroni ancora vivi che per&ograve; sono a corto di energia e non riescono pi&ugrave; a svolgere il loro lavoro.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Nuovi orizzonti per la ricerca sull&#8217;Alzheimer</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La scoperta si inserisce in un cambiamento pi&ugrave; ampio nel modo in cui la comunit&agrave; scientifica guarda all&#8217;Alzheimer. Accanto ai classici marcatori della malattia &mdash; placche amiloidi e grovigli di tau &mdash; <strong>l&#8217;attenzione si sta spostando verso il metabolismo energetico cellulare</strong>, l&#8217;infiammazione e lo stress ossidativo come possibili protagonisti nelle fasi pi&ugrave; precoci della malattia. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Studi recenti della Mayo Clinic hanno collegato alterazioni del complesso mitocondriale I alla progressione dell&#8217;Alzheimer, rafforzando l&#8217;ipotesi che il fallimento energetico sia un evento precoce e centrale nella biologia della malattia.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Cosa succeder&agrave; ora</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I risultati sono ancora preliminari e ottenuti su modelli animali: sar&agrave; necessaria molta pi&ugrave; ricerca prima di poter pensare a trattamenti per l&#8217;essere umano. Il prossimo passo &egrave; capire se una stimolazione prolungata dell&#8217;attivit&agrave; mitocondriale possa non solo migliorare i sintomi cognitivi, ma anche rallentare la perdita di neuroni o addirittura prevenire i danni se l&#8217;intervento avviene abbastanza precocemente. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>Lo strumento sviluppato potrebbe rivelarsi prezioso per identificare i meccanismi molecolari e cellulari alla base della demenza</strong> e per individuare nuovi bersagli terapeutici. La scoperta offre un messaggio potente: la perdita di memoria potrebbe non dipendere solo dai neuroni che muoiono, ma anche da quelli che sono ancora vivi, ma esauriti.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: Nature Neuroscience &ndash; Inserm / Universit&agrave; di Bordeaux / Universit&eacute; de Moncton, maggio 2026</em></p>
<!-- /wp:paragraph -->
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			</item>
		<item>
		<title>Colesterolo: non è solo una questione di valori alti</title>
		<link>https://sanioggi.it/colesterolo-non-e-solo-una-questione-di-valori-alti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sanioggi.it/?p=37592</guid>

					<description><![CDATA[Quando si parla di colesterolo, l&#8217;attenzione si concentra quasi sempre sul numero: abbassare l&#8217;LDL, il cosiddetto colesterolo &#8220;cattivo&#8221;, &#232; da...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di <a href="https://sanioggi.it/steroli-vegetali-lintegrazione-naturale-combatte-colesterolo/" type="post" id="8939">colesterolo</a>, l&#8217;attenzione si concentra quasi sempre sul numero: abbassare l&#8217;LDL, il cosiddetto colesterolo &#8220;cattivo&#8221;, &egrave; da anni l&#8217;obiettivo principale della terapia cardiologica. Ma un nuovo studio suggerisce che <strong>non basti ridurre i livelli</strong>, se questi poi oscillano nel tempo. La variabilit&agrave; del colesterolo, indipendentemente dai valori medi raggiunti, rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare autonomo e diretto.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Lo studio V-Difference: i dati che cambiano la prospettiva</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>A fare luce su questo aspetto &egrave; lo studio osservazionale V-Difference, promosso da Novartis e pubblicato sull&#8217;<em>European Heart Journal</em>. La ricerca ha analizzato su larga scala l&#8217;andamento dei livelli lipidici nel tempo, confrontando pazienti con valori stabili e pazienti soggetti a frequenti fluttuazioni.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I risultati sono chiari: chi presenta le <strong>maggiori oscillazioni nei livelli di colesterolo LDL</strong> &mdash; pur a parit&agrave; di valori medi &mdash; mostra un rischio di mortalit&agrave; totale superiore del 26%, un rischio di infarto miocardico aumentato dell&#8217;8% e un rischio di ictus pi&ugrave; elevato dell&#8217;11%, rispetto a chi mantiene livelli costanti nel tempo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Perch&eacute; le fluttuazioni fanno male alle arterie</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>A spiegare il meccanismo biologico alla base di questi dati &egrave; Stefano Carugo, direttore della Cardiologia del Policlinico di Milano e presidente della Fondazione della Societ&agrave; Italiana di Cardiologia. Le oscillazioni lipidiche, secondo l&#8217;esperto, <strong>accelerano la progressione dell&#8217;aterosclerosi</strong> attraverso diversi processi: favoriscono l&#8217;ossidazione dei lipidi all&#8217;interno delle placche arteriose, ne aumentano il volume e innescano meccanismi infiammatori. In altre parole, un colesterolo che sale e scende continuamente &egrave; pi&ugrave; dannoso di un colesterolo stabilmente elevato, perch&eacute; stessa destabilizza le placche e aumenta il rischio di eventi acuti.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>L&#8217;obiettivo terapeutico, quindi, si aggiorna: non si tratta pi&ugrave; soltanto di <strong>abbassare il colesterolo LDL</strong>, ma di mantenerlo basso in modo stabile e prolungato nel tempo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Le nuove linee guida internazionali 2026</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il tema &egrave; stato al centro del convegno <em>Harmony of Silencing</em>, svoltosi a Milano, dedicato alla gestione dell&#8217;ipercolesterolemia alla luce delle nuove Linee guida ACC/AHA/Multisociety 2026. Pubblicate a marzo di quest&#8217;anno, queste linee guida reintroducono con forza l&#8217;utilizzo di <strong>obiettivi assoluti di LDL-C</strong> come riferimento clinico, raccomandando per la maggior parte dei pazienti in prevenzione secondaria ad altissimo rischio un valore target inferiore a 55 mg/dL.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il principio guida che emerge &egrave; sintetizzabile in una formula: <em>colesterolo basso, con tempestivit&agrave; e continuit&agrave; nel tempo</em>.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Inclisiran: risultati promettenti nella pratica clinica</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Tra le strategie terapeutiche oggetto di discussione spicca l&#8217;inclisiran, un farmaco a base di molecola siRNA che agisce riducendo la produzione epatica di LDL. I dati dello studio V-Difference mostrano che <strong>l&#8217;85% dei pazienti trattati</strong> con inclisiran in aggiunta alla terapia ipolipemizzante ha raggiunto i livelli raccomandati di colesterolo LDL entro tre mesi dall&#8217;inizio della terapia, con benefici gi&agrave; evidenti dopo il primo mese.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Dopo un anno di trattamento, si registra una riduzione media del 59% del colesterolo LDL, mantenuta in modo costante nel tempo. Al giorno 330 di osservazione, quasi il 93% dei pazienti nel gruppo trattato con inclisiran aveva raggiunto i propri target secondo le linee guida internazionali.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Un cambio di paradigma nella prevenzione cardiovascolare</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Questi dati segnano un <strong>cambio di prospettiva importante</strong> per la cardiologia preventiva: la stabilit&agrave; del controllo lipidico nel tempo non &egrave; un dettaglio accessorio, ma un elemento centrale per ridurre concretamente la mortalit&agrave; cardiovascolare nei pazienti ad alto rischio. Monitorare non solo i valori puntuali del colesterolo, ma anche la loro variabilit&agrave; nel corso dei mesi, potrebbe diventare parte integrante della gestione clinica quotidiana.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: Studio osservazionale V-Difference, pubblicato su</em> European Heart Journal*; Adnkronos Salute, 18 maggio 2026. Convegno &#8220;Harmony of Silencing&#8221;, Milano.*</p>
<!-- /wp:paragraph -->
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>L&#8217;invecchiamento non è graduale: arriva a scatti</title>
		<link>https://sanioggi.it/linvecchiamento-non-e-graduale-arriva-a-scatti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Invecchiare non &#232; un processo lento e uniforme come si &#232; sempre pensato. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://sanioggi.it/integratori-anti-invecchiamento-funzionano-a-cosa-servono/" type="post" id="11183">Invecchiare</a> non &egrave; un processo lento e uniforme come si &egrave; sempre pensato. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica <em>Nature Aging</em>, il corpo umano attraverserebbe <strong>due fasi di accelerazione biologica</strong> particolarmente marcate nel corso della vita: una intorno ai 44 anni e una seconda intorno ai 60. Lo studio, condotto da ricercatori della Stanford University, ribalta in parte la visione tradizionale dell&#8217;invecchiamento come declino progressivo e costante, suggerendo invece l&#8217;esistenza di veri e propri &#8220;salti&#8221; fisiologici.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Una ricerca su scala molecolare senza precedenti</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno monitorato per anni un gruppo di 108 volontari di et&agrave; compresa tra i 25 e i 75 anni. Da ciascun partecipante sono stati raccolti periodicamente campioni biologici, analizzando <strong>RNA, proteine, lipidi e microbioma</strong> intestinale, orale e cutaneo. In totale sono stati elaborati oltre 246 miliardi di dati biologici e analizzati pi&ugrave; di 135.000 biomarcatori.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I risultati mostrano che circa l&#8217;81% delle molecole osservate subisce cambiamenti significativi proprio in corrispondenza dei due intervalli d&#8217;et&agrave; individuati. Un dato che, secondo gli autori, suggerisce come alcune malattie tipicamente associate all&#8217;invecchiamento &mdash; tra cui l&#8217;Alzheimer e le patologie cardiovascolari &mdash; <strong>non aumentino in modo progressivo</strong>, ma registrino improvvise impennate di rischio dopo determinate soglie anagrafiche.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Il primo scatto: cosa cambia intorno ai 44 anni</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il primo grande cambiamento biologico si manifesta nella fascia dei 44 anni. In questa fase si osservano alterazioni nelle molecole coinvolte nel <strong>metabolismo di alcol, caffeina e lipidi</strong>, oltre a variazioni legate alla salute cardiovascolare, all&#8217;elasticit&agrave; cutanea e alla massa muscolare.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Inizialmente i ricercatori avevano ipotizzato un collegamento con la menopausa e la perimenopausa femminile. Tuttavia, gli stessi cambiamenti sono stati rilevati anche negli uomini, portando gli autori a concludere che questi processi siano riconducibili a <strong>fattori biologici pi&ugrave; ampi e trasversali</strong>, indipendenti dal sesso.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Il secondo scatto: cosa cambia intorno ai 60 anni</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La seconda accelerazione biologica emerge intorno ai 60 anni e interessa sistemi corporei diversi rispetto alla prima. In questa fase risultano particolarmente coinvolti <strong>il sistema immunitario, la funzione renale e il metabolismo degli zuccheri</strong>. Anche i biomarcatori associati alle malattie cardiovascolari mostrano variazioni marcate in questo periodo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Comprendere questi &#8220;punti di svolta&#8221; potrebbe avere implicazioni pratiche rilevanti: intervenire con strategie preventive mirate prima che tali trasformazioni si consolidino potrebbe ridurre significativamente il rischio di sviluppare patologie croniche legate all&#8217;et&agrave;.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Cosa significa per la prevenzione</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I risultati di questo studio aprono nuove prospettive nel campo della medicina preventiva e della longevit&agrave;. Se l&#8217;invecchiamento procede per soglie critiche piuttosto che in modo lineare, potrebbe avere senso <strong>intensificare i controlli clinici proprio in prossimit&agrave; dei 44 e dei 60 anni</strong>, monitorando con maggiore attenzione i parametri metabolici, cardiovascolari e immunitari.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Non si tratta di allarmarsi, ma di essere consapevoli che il corpo attraversa fasi di trasformazione pi&ugrave; intense di altre &mdash; e che in quei momenti <strong>la prevenzione pu&ograve; fare la differenza</strong>.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: studio pubblicato su</em> Nature Aging*, ripreso da* Science Alert*; articolo de Il Messaggero, 18 maggio 2026.*</p>
<!-- /wp:paragraph -->
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ipertensione in Italia: un problema di salute sottovalutato</title>
		<link>https://sanioggi.it/ipertensione-in-italia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sanioggi.it/?p=37586</guid>

					<description><![CDATA[La pressione alta resta una delle condizioni pi&#249; diffuse tra gli italiani in et&#224; adulta, eppure spesso passa inosservata. &#200;...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="https://sanioggi.it/come-abbassare-la-pressione-alta-con-metodi-naturali/" type="post" id="27596">pressione alta</a> resta una delle condizioni pi&ugrave; diffuse tra gli italiani in et&agrave; adulta, eppure spesso passa inosservata. &Egrave; quanto emerge dai dati preliminari del Progetto CUORE dell&#8217;Istituto Superiore di Sanit&agrave;, diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell&#8217;Ipertensione. I numeri sono significativi: <strong>il 37% degli uomini e il 23% delle donne</strong> presenta valori superiori a 140 mmHg di pressione sistolica e 90 mmHg di diastolica, le soglie oltre le quali si parla clinicamente di ipertensione.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Cosa dicono i dati del Progetto CUORE</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>L&#8217;indagine nazionale periodica &mdash; denominata Italian Health Examination Survey nell&#8217;ambito del Progetto CUORE &mdash; monitora la pressione arteriosa della popolazione attraverso misurazioni effettuate su campioni casuali di persone tra i 35 e i 74 anni residenti in Italia. I risultati, che coprono <strong>17 regioni del territorio nazionale</strong>, mostrano valori medi di pressione massima pari a 134 mmHg negli uomini e 126 mmHg nelle donne, mentre per quella minima si registrano rispettivamente 79 e 75 mmHg.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Allargando la prospettiva, la situazione appare ancora pi&ugrave; rilevante: considerando anche chi &egrave; gi&agrave; in trattamento farmacologico, si stima che <strong>circa la met&agrave; degli uomini e due donne su cinque</strong> nella fascia d&#8217;et&agrave; compresa tra 35 e 74 anni abbia valori elevati di pressione arteriosa o stia seguendo una terapia antipertensiva.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Il problema della scarsa consapevolezza</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Uno degli aspetti pi&ugrave; preoccupanti riguarda la mancanza di consapevolezza da parte delle persone colpite. Come sottolinea Chiara Donfrancesco, ricercatrice del Dipartimento di Malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e dell&#8217;invecchiamento dell&#8217;ISS e responsabile dell&#8217;indagine, <strong>&#8220;una quota consistente della popolazione adulta convive con valori elevati spesso senza saperlo&#8221;</strong>.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I dati confermano questa tendenza: tra le persone con ipertensione accertata, il 53% degli uomini e il 46% delle donne non segue alcuna terapia. E anche tra chi &egrave; gi&agrave; in cura, i risultati non sono sempre soddisfacenti: <strong>solo la met&agrave; degli uomini in trattamento</strong> raggiunge livelli di pressione ottimali, mentre tra le donne la percentuale scende a poco pi&ugrave; di un terzo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Perch&eacute; &egrave; importante tenere la pressione sotto controllo</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>L&#8217;ipertensione arteriosa non trattata o mal controllata &egrave; uno dei principali fattori di rischio per malattie cardiovascolari gravi, tra cui infarto del miocardio, ictus cerebrale e insufficienza renale. Spesso definita &#8220;il killer silenzioso&#8221;, non provoca sintomi evidenti nelle fasi iniziali, il che la rende particolarmente insidiosa.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Per questo motivo, <strong>misurare regolarmente la pressione arteriosa</strong> &mdash; anche in assenza di disturbi &mdash; &egrave; considerato un gesto di prevenzione fondamentale. Farlo &egrave; semplice: si pu&ograve; ricorrere a farmacie, ambulatori medici o dispositivi domestici validati clinicamente.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Stili di vita e terapia: le indicazioni degli esperti</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La ricercatrice dell&#8217;ISS invita a non sottovalutare il ruolo degli stili di vita nella gestione dell&#8217;ipertensione. Ridurre il consumo di sale, mantenere un peso corporeo sano, praticare attivit&agrave; fisica regolare, limitare l&#8217;alcol e smettere di fumare sono interventi che, da soli o in combinazione con la terapia farmacologica, possono contribuire significativamente ad abbassare i valori pressori.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>Seguire con costanza le indicazioni del medico</strong> &mdash; sia in termini di comportamenti quotidiani che di aderenza alla terapia &mdash; rimane la strategia pi&ugrave; efficace per prevenire le complicanze a lungo termine. Come conclude la ricercatrice Donfrancesco, promuovere il monitoraggio periodico e sensibilizzare la popolazione sono passi imprescindibili per affrontare questo problema di salute pubblica.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: Istituto Superiore di Sanit&agrave; &mdash; Progetto CUORE, Italian Health Examination Survey. Dati diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell&#8217;Ipertensione.</em></p>
<!-- /wp:paragraph -->
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>La depressione altera il senso del tempo</title>
		<link>https://sanioggi.it/la-depressione-altera-il-senso-del-tempo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi soffre di depressione sa bene che le ore sembrano non passare mai. Questa sensazione, nota come &#8220;dilatazione temporale depressiva&#8221;,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi soffre di depressione sa bene che le ore sembrano non passare mai. Questa sensazione, nota come &#8220;dilatazione temporale depressiva&#8221;, &egrave; da tempo riconosciuta dai clinici, ma i suoi meccanismi biologici erano rimasti a lungo poco compresi. Un nuovo studio internazionale, guidato dall&#8217;Universit&agrave; di Padova con la collaborazione dell&#8217;Universit&agrave; di Pisa, <strong>fa luce per la prima volta su cosa accade nel cervello</strong> durante questa alterazione della percezione temporale. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista <em>Biological Psychiatry Global Open Science</em>.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Come &egrave; stato condotto lo studio</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I ricercatori hanno reclutato 120 studenti universitari, la met&agrave; dei quali presentava sintomi depressivi. A ciascun partecipante &egrave; stato chiesto di guardare un video dal contenuto emotivamente negativo oppure neutro, mentre <strong>l&#8217;attivit&agrave; cerebrale veniva monitorata tramite elettroencefalogramma</strong>. Al termine del video, compariva sullo schermo un segnale visivo; dopo un intervallo variabile, veniva chiesto ai partecipanti di stimare quanto tempo fosse trascorso dalla comparsa di quel segnale.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Un metodo semplice ma rivelatore, che ha permesso di confrontare direttamente la risposta emotiva e temporale tra soggetti sani e soggetti con sintomi depressivi.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">La scoperta: emozioni e tempo, un legame che si spezza</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I risultati hanno evidenziato una differenza netta tra i due gruppi. Nelle persone senza depressione, le emozioni negative influenzano attivamente la percezione del tempo: chi &egrave; esposto a contenuti tristi tende a <strong>sottostimare la durata dell&#8217;intervallo</strong>, come se il tempo sembrasse passare pi&ugrave; in fretta sotto la spinta dell&#8217;intensit&agrave; emotiva.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Nelle persone con depressione, questo meccanismo non si attiva. Le emozioni, pur percepite, non riescono a modificare la stima temporale. &Egrave; come se il canale di comunicazione tra stato emotivo e orologio interno si fosse interrotto.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Cosa ci dice la neurosciienza</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>A commentare i risultati &egrave; Gaetano Valenza, dell&#8217;Universit&agrave; di Pisa e tra gli autori dello studio: questo dato, spiega, <strong>&#8220;supporta la teoria che la depressione comprometta il legame funzionale tra percezione emotiva e percezione del tempo&#8221;</strong>. Non si tratta quindi soltanto di una sensazione soggettiva dei pazienti, ma di un meccanismo misurabile e oggettivabile attraverso l&#8217;attivit&agrave; cerebrale.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La depressione, in altre parole, non si limita ad alterare l&#8217;umore: interviene nei processi cognitivi pi&ugrave; profondi, modificando il modo in cui il cervello elabora la realt&agrave; e la collocazione degli eventi nel flusso del tempo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Nuove prospettive terapeutiche</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La scoperta apre scenari interessanti anche sul piano clinico. Claudio Gentili, dell&#8217;Universit&agrave; di Padova e co-autore della ricerca, suggerisce che <strong>intervenire direttamente sulla percezione del tempo</strong> potrebbe diventare un nuovo approccio terapeutico per la depressione. Se il senso del tempo &egrave; profondamente intrecciato con l&#8217;esperienza depressiva, aiutare i pazienti a rivalutare la durata soggettiva degli intervalli potrebbe alleviare alcuni dei sintomi pi&ugrave; invalidanti del disturbo.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Si tratta ancora di una direzione di ricerca, non di una terapia consolidata. Ma identificare un meccanismo misurabile e specifico &egrave; sempre il primo passo per sviluppare interventi mirati &mdash; e questo studio offre una base scientifica solida su cui costruire.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Perch&eacute; questa ricerca &egrave; importante</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La depressione &egrave; uno dei disturbi psichiatrici pi&ugrave; diffusi al mondo, spesso sottovalutata e difficile da trattare efficacemente con le sole terapie disponibili. Studi come questo contribuiscono a <strong>comprendere la depressione non come un semplice abbassamento del tono dell&#8217;umore</strong>, ma come una condizione che modifica in profondit&agrave; il funzionamento cognitivo, la relazione con le emozioni e persino con la dimensione temporale dell&#8217;esperienza vissuta.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonte: studio guidato da Francesca Mura (Universit&agrave; di Padova) con Gaetano Valenza (Universit&agrave; di Pisa) e Claudio Gentili, pubblicato su</em> Biological Psychiatry Global Open Science*, 18 maggio 2026.*</p>
<!-- /wp:paragraph -->
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		<item>
		<title>Quando serve il gastroprotettore?</title>
		<link>https://sanioggi.it/quando-serve-gastroprotettore/</link>
					<comments>https://sanioggi.it/quando-serve-gastroprotettore/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 08:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://sanioggi.it/?p=37634</guid>

					<description><![CDATA[Chi ha ricevuto una prescrizione medica contenente un gastroprotettore &#8212; solitamente un inibitore della pompa protonica come omeprazolo o pantoprazolo...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha ricevuto una prescrizione medica contenente un gastroprotettore &mdash; solitamente un inibitore della pompa protonica come omeprazolo o pantoprazolo &mdash; accanto a un altro farmaco, si &egrave; probabilmente chiesto il motivo. <strong>Il gastroprotettore non cura una malattia specifica, ma protegge lo stomaco dagli effetti aggressivi di altre terapie o di condizioni patologiche</strong> che aumentano il rischio di danni alla mucosa gastrica. Non &egrave; un farmaco da assumere sempre e comunque, n&eacute; da evitare per principio: la sua utilit&agrave; dipende dal contesto clinico del singolo paziente, e capire quando &egrave; davvero necessario aiuta a usarlo in modo appropriato, evitando sia l&#8217;eccesso che la carenza di protezione.</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Come funziona la mucosa gastrica e perch&eacute; si danneggia</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Lo stomaco produce acido cloridrico in quantit&agrave; considerevoli per digerire il cibo e difendersi dai batteri ingeriti. Per non autodistruggersi, &egrave; rivestito da una <strong>mucosa protettiva composta da cellule specializzate che producono muco e bicarbonato</strong>, creando una barriera tra il tessuto e l&#8217;ambiente acido.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Quando questa barriera si indebolisce &mdash; per effetto di farmaci, infezioni batteriche, stress fisiologico intenso o abitudini scorrette &mdash; l&#8217;acido pu&ograve; raggiungere gli strati pi&ugrave; profondi della parete gastrica, causando irritazione, gastrite, erosioni e, nei casi pi&ugrave; gravi, ulcere. Il gastroprotettore interviene riducendo la produzione di acido, abbassando cos&igrave; il potenziale lesivo sull&#8217;intera parete gastrica.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">L&#8217;associazione con i FANS: il caso pi&ugrave; frequente</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La situazione clinica in cui il gastroprotettore &egrave; pi&ugrave; frequentemente indicato &mdash; e spesso indispensabile &mdash; &egrave; l&#8217;<strong>assunzione prolungata di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS)</strong>: ibuprofene, diclofenac, naprossene, ketoprofene e simili. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Come gi&agrave; accennato in un precedente articolo dedicato ai FANS, questi farmaci inibiscono la produzione di prostaglandine, sostanze che tra le varie funzioni svolgono anche un ruolo protettivo sulla mucosa gastrica. La loro inibizione lascia lo stomaco esposto all&#8217;azione dell&#8217;acido, aumentando significativamente il rischio di gastrite, erosioni e ulcere. In questo contesto, <strong>l&#8217;associazione di un gastroprotettore &egrave; raccomandata dalle linee guida</strong> in tutti i pazienti che assumono FANS per periodi superiori a pochi giorni, e in modo ancora pi&ugrave; deciso in presenza di fattori di rischio aggiuntivi.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Chi ha maggiore necessit&agrave; di protezione gastrica</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Non tutti i pazienti in terapia con FANS o altri farmaci gastrolesivi hanno lo stesso livello di rischio. Esistono categorie per cui la gastroprotezione non &egrave; facoltativa, ma clinicamente necessaria:</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:list -->
<ul class="wp-block-list"><!-- wp:list-item -->
<li><strong>Pazienti over 65</strong>: con l&#8217;et&agrave; la mucosa gastrica si assottiglia e la capacit&agrave; rigenerativa si riduce, aumentando la vulnerabilit&agrave; alle lesioni.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Chi ha avuto in passato ulcere gastriche o duodenali</strong>: il rischio di recidiva in presenza di FANS o altri fattori irritanti &egrave; molto elevato.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Pazienti in terapia con anticoagulanti o antiaggreganti</strong>: l&#8217;associazione con FANS aumenta esponenzialmente il rischio di emorragie digestive.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Chi assume corticosteroidi</strong>: anch&#8217;essi aumentano il rischio di lesioni gastriche, soprattutto in combinazione con i FANS.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Pazienti con infezione da Helicobacter pylori non eradicata</strong>: il batterio indebolisce la barriera mucosale, rendendo lo stomaco pi&ugrave; vulnerabile.</li>
<!-- /wp:list-item -->

<!-- wp:list-item -->
<li><strong>Chi consuma regolarmente alcol o fuma</strong>: entrambi i fattori compromettono l&#8217;integrit&agrave; della mucosa gastrica.</li>
<!-- /wp:list-item --></ul>
<!-- /wp:list -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>In presenza di <strong>due o pi&ugrave; di questi fattori</strong>, la gastroprotezione &egrave; considerata praticamente obbligatoria dalle principali linee guida internazionali.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Altre situazioni cliniche in cui il gastroprotettore &egrave; indicato</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Al di l&agrave; dell&#8217;associazione con i FANS, esistono altre condizioni in cui la protezione gastrica &egrave; appropriata. La <strong>malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE)</strong> &egrave; una delle indicazioni principali degli inibitori della pompa protonica: in questi pazienti l&#8217;acido risale nell&#8217;esofago causando bruciore, rigurgito e, nel tempo, danni alla mucosa esofagea. L&#8217;<strong>ulcera peptica attiva</strong> &mdash; sia gastrica che duodenale &mdash; richiede un ciclo di terapia con IPP per consentire la guarigione della lesione. Anche i pazienti ricoverati in terapia intensiva o sottoposti a interventi chirurgici maggiori ricevono spesso gastroprotettori in via preventiva, poich&eacute; lo stress fisiologico grave aumenta il rischio di ulcere da stress, una complicanza seria in contesti di fragilit&agrave; clinica.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Quando il gastroprotettore non serve: il problema della sovraprescrizione</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Un tema rilevante e spesso trascurato &egrave; quello della <strong>sovraprescrizione dei gastroprotettori</strong>. Studi condotti in diversi paesi europei, Italia inclusa, hanno evidenziato che una quota significativa di pazienti assume inibitori della pompa protonica senza una reale indicazione clinica: per abitudine, per precauzione eccessiva o perch&eacute; la prescrizione non &egrave; mai stata rivalutata nel tempo. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Come discusso nell&#8217;articolo dedicato ai rischi degli antiacidi a lungo termine, l&#8217;uso cronico e non necessario di IPP non &egrave; privo di conseguenze: carenza di vitamina B12, ridotto assorbimento di magnesio e calcio, alterazioni del microbioma intestinale. <strong>Assumere un gastroprotettore senza una reale necessit&agrave; non &egrave; una scelta neutra</strong>, e periodicamente &mdash; almeno una volta l&#8217;anno &mdash; &egrave; opportuno rivalutare con il proprio medico se la terapia sia ancora giustificata.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">La durata ottimale della terapia gastroprotettiva</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La durata del trattamento con gastroprotettori dipende strettamente dall&#8217;indicazione per cui vengono prescritti. In caso di terapia breve con FANS &mdash; qualche giorno per un dolore acuto &mdash; spesso non &egrave; nemmeno necessario associare un gastroprotettore nei soggetti giovani e senza fattori di rischio. </p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Per terapie antinfiammatorie prolungate, la protezione gastrica dovrebbe essere mantenuta per tutta la durata del trattamento. Nelle patologie croniche come il reflusso gastroesofageo, <strong>la terapia viene individualizzata dal medico</strong> con dosi di mantenimento il pi&ugrave; basse possibili. La regola generale &egrave; sempre la stessa: dose minima efficace, per il tempo strettamente necessario, con rivalutazioni periodiche.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity">
<!-- /wp:separator -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonti: Agenzia Italiana del Farmaco &ndash; AIFA (aifa.gov.it), Istituto Superiore di Sanit&agrave; &ndash; ISS (iss.it), Societ&agrave; Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva &ndash; SIGE (sigeitalia.it), American College of Gastroenterology &ndash; ACG (gi.org), The BMJ &ndash; British Medical Journal (bmj.com).</em></p>
<!-- /wp:paragraph -->
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			</item>
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		<title>Dipendenza da lassativi: cos&#8217;è e come affrontarla</title>
		<link>https://sanioggi.it/lassativi-dipendenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
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					<description><![CDATA[La stitichezza &#232; uno dei disturbi pi&#249; diffusi nella popolazione adulta: si stima che interessi tra il 10% e il...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La stitichezza &egrave; uno dei disturbi pi&ugrave; diffusi nella popolazione adulta: si stima che interessi tra il 10% e il 20% degli italiani, con una prevalenza maggiore nelle donne e negli anziani. La risposta pi&ugrave; istintiva e immediata &egrave; spesso quella di ricorrere a un lassativo, prodotto facilmente reperibile in farmacia senza ricetta e percepito dalla maggior parte delle persone come assolutamente innocuo. </p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><strong>Eppure, l&#8217;uso prolungato e non supervisionato dei lassativi nasconde rischi concreti</strong>, tra cui una forma di dipendenza fisica che pu&ograve; peggiorare proprio il problema che si cercava di risolvere. Capire come funzionano questi farmaci &egrave; il primo passo per usarli in modo consapevole.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Le principali categorie di lassativi</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Non tutti i lassativi funzionano allo stesso modo e, soprattutto, non tutti comportano gli stessi rischi. Conoscere le differenze &egrave; fondamentale per valutare correttamente il profilo di sicurezza di ciascuno.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I <strong>lassativi di massa o formanti volume</strong> &mdash; a base di psyllium, metilcellulosa o crusca &mdash; assorbono acqua nell&#8217;intestino, aumentando il volume delle feci e stimolando la peristalsi in modo fisiologico. Sono considerati i pi&ugrave; sicuri anche a lungo termine.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I <strong>lassativi osmotici</strong> &mdash; lattulosio, macrogol, sali di magnesio &mdash; richiamano acqua nel lume intestinale per osmosi, ammorbidendo le feci. Anch&#8217;essi hanno un profilo di sicurezza generalmente favorevole.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I <strong>lassativi stimolanti o di contatto</strong> &mdash; bisacodile, senna, cascara, picosolfato di sodio &mdash; agiscono stimolando direttamente le contrazioni della parete intestinale. <strong>Sono i pi&ugrave; efficaci a breve termine, ma anche i pi&ugrave; rischiosi se usati cronicamente.</strong></p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>I <strong>lassativi lubrificanti</strong> &mdash; come la paraffina liquida &mdash; ammorbidiscono le feci riducendo l&#8217;attrito. Usati raramente come prima scelta.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">I lassativi stimolanti e la dipendenza intestinale</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Il rischio di dipendenza riguarda principalmente i <strong>lassativi stimolanti</strong>, quelli che agiscono irritando la mucosa intestinale per provocare contrazioni. Il meccanismo &egrave; simile a quello gi&agrave; visto con i decongestionanti nasali: l&#8217;intestino, stimolato artificialmente e ripetutamente, tende ad adattarsi riducendo progressivamente la propria capacit&agrave; di contrarsi autonomamente. Con il tempo, la muscolatura intestinale diventa sempre meno reattiva agli stimoli naturali, rendendo necessaria una dose sempre maggiore di lassativo per ottenere lo stesso effetto. Si instaura cos&igrave; il cosiddetto <strong>&#8220;intestino pigro da lassativi&#8221;</strong>, una condizione in cui l&#8217;intestino ha perso in parte la capacit&agrave; di funzionare senza stimolazione farmacologica esterna.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Alterazioni elettrolitiche: un rischio sottovalutato</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Uno degli effetti pi&ugrave; insidiosi dell&#8217;abuso di lassativi &mdash; in particolare di quelli stimolanti e osmotici &mdash; &egrave; la <strong>perdita eccessiva di elettroliti</strong>, soprattutto potassio, sodio e magnesio. Questi minerali sono essenziali per il corretto funzionamento di cuore, muscoli e sistema nervoso. Una carenza cronica di potassio, chiamata ipokaliemia, pu&ograve; manifestarsi con debolezza muscolare, crampi, affaticamento e, nei casi pi&ugrave; gravi, aritmie cardiache potenzialmente pericolose. Non &egrave; un rischio teorico: l&#8217;abuso di lassativi &egrave; una delle cause pi&ugrave; comuni di squilibri elettrolitici nei soggetti che ne fanno uso improprio, incluse le persone con disturbi del comportamento alimentare che usano i lassativi come strumento per controllare il peso.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:separator -->
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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Lassativi e disturbi del comportamento alimentare</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Un capitolo a parte merita il legame tra <strong>abuso di lassativi e disturbi alimentari</strong> come la bulimia nervosa e i disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati. In questi contesti, i lassativi vengono assunti non per trattare la stitichezza, ma con l&#8217;errata convinzione di ridurre l&#8217;assorbimento calorico degli alimenti. &Egrave; una credenza priva di fondamento scientifico: i lassativi agiscono sul colon, dove l&#8217;assorbimento calorico &egrave; gi&agrave; quasi completamente avvenuto nell&#8217;intestino tenue. Il risultato &egrave; che non si perde peso in modo significativo, ma si espone l&#8217;organismo a tutti i rischi dell&#8217;abuso cronico. Se si sospetta un uso di lassativi legato a questi dinamiche, &egrave; fondamentale rivolgersi a uno specialista.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Danni alla mucosa intestinale: la melanosi coli</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>L&#8217;uso prolungato di lassativi contenenti antrachinoni &mdash; come senna e cascara &mdash; pu&ograve; causare una condizione chiamata <strong>melanosi coli</strong>, ovvero una pigmentazione scura della mucosa del colon visibile durante la colonscopia. Si tratta di una modificazione strutturale della parete intestinale legata all&#8217;accumulo di pigmenti derivati dalla degradazione delle cellule della mucosa danneggiate dal contatto ripetuto con queste sostanze. La melanosi coli &egrave; generalmente considerata reversibile dopo la sospensione del lassativo, ma rappresenta un segnale inequivocabile di danno da uso cronico e un campanello d&#8217;allarme che non dovrebbe essere ignorato.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading">Come ritrovare la regolarit&agrave; senza lassativi</h3>
<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>La buona notizia &egrave; che nella grande maggioranza dei casi la stitichezza cronica risponde efficacemente a <strong>modifiche dello stile di vita</strong>, senza necessit&agrave; di ricorrere a farmaci a lungo termine. Un&#8217;alimentazione ricca di fibre &mdash; frutta, verdura, legumi, cereali integrali &mdash; abbinata a una buona idratazione quotidiana e a una regolare attivit&agrave; fisica rappresenta la base di ogni approccio terapeutico corretto. Stabilire orari regolari per l&#8217;evacuazione, non ignorare lo stimolo quando si presenta e dedicare tempo adeguato senza fretta sono abitudini semplici ma spesso decisive. Nei casi in cui la stitichezza persiste nonostante questi accorgimenti, &egrave; importante rivolgersi al proprio medico per escludere cause organiche &mdash; come ipotiroidismo, sindrome dell&#8217;intestino irritabile o effetti collaterali di altri farmaci &mdash; prima di impostare qualsiasi terapia.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

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<!-- wp:paragraph -->
<p><em>Fonti: Agenzia Italiana del Farmaco &ndash; AIFA (aifa.gov.it), Istituto Superiore di Sanit&agrave; &ndash; ISS (iss.it), Societ&agrave; Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva &ndash; SIGE (sigeitalia.it), World Gastroenterology Organisation &ndash; WGO (worldgastroenterology.org).</em></p>
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