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	<title>Sergio Maistrello</title>
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		<title>Sotto la punta dell&#8217;iceberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 21:35:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dico la mia]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si vede che è settimana, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo. Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due[...]</p>
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<p>Si vede che <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2026/03/25/il-senso-della-comunita-per-i-giovani/">è settimana</a>, ma credo valga la pena soffermarsi anche su questo.</p>



<p>Se hai letto gli estratti del “manifesto” del ragazzino tredicenne che ha accoltellato un’insegnante dalle parti di Bergamo, immagino tu abbia provato una di queste due reazioni.</p>



<p>La prima, che immagino largamente maggioritaria, appartiene all’universo dell’indignazione: la condanna senza attenuanti del ragazzo, della famiglia, delle istituzioni che non hanno visto o non hanno fatto abbastanza. Ed è una reazione legittima: un gesto così estremo non si giustifica in alcun modo.</p>



<p>La seconda reazione, che è anche la mia, è più scomoda. È fatta di sgomento e mortificazione, perché in quelle parole, in quel delirio lucido, in quella percezione di umiliazione e ostilità, a tratti ti pare di riconoscere qualcosa. Non lui, naturalmente. Ma il volto e la sofferenza di tanti ragazzi che hai incrociato nella scuola, nello sport, tra le amicizie dei tuoi figli. È la punta aguzza e mostruosa di un iceberg. Ma su quell’iceberg, in forme magari meno drammatiche, ti è capitato di camminare spesso. E sai che è grande. Molto più grande di quanto ci piaccia ammettere.</p>



<p>Lì sotto ci sono sofferenze spesso incomprese, rabbie mute, sensi di inadeguatezza enormi, solitudini che non sanno nemmeno dirsi tali. Ci sono ragazzi arguti, potenzialmente brillanti, che perdono anni, che deragliano, che finiscono su traiettorie molto più povere delle loro possibilità e delle loro aspirazioni, perché non riescono a riconoscere i propri talenti o perché sentono il mondo degli adulti non come un sostegno, ma come un dispositivo che insiste sulle loro debolezze. Ci sono atleti promettenti che non reggono i pungoli, anche quelli sinceri, e che invece di reagire si ritirano, rinunciano, vivono il gioco come una condanna. Ci sono giovani incapaci di dare parole al proprio disagio, che preferiscono sguazzare nell’umiliazione piuttosto che affidarsi alle mani aperte di adulti benintenzionati, e che si chiudono nel mutismo anche quando stai provando a salvarli da un torto evidente.</p>



<p>Per chi si riconosce in questa seconda reazione, la frustrazione è doppia.</p>



<p>Da un lato c’è quella di chi, nel suo piccolo, ha provato molte volte a fare la sua parte e sa bene che spesso non basta. Non basta l’intuizione, non basta la disponibilità, non basta la vicinanza, non basta nemmeno il tempo speso a cercare un varco. E questo è uno dei sentimenti più avvilenti: vedere una traiettoria che si deforma e non riuscire a incidere abbastanza. Sentire che il tuo interlocutore non riesce a reagire perché non desidera o non pensa di meritare di meglio, o anche che esista qualcosa di meglio.</p>



<p>Dall’altro lato c’è la frustrazione verso i propri pari, verso gli adulti con cui ogni volta provi a riaprire il discorso. A spiegare che quello che sta succedendo non è normale, o almeno non è più riducibile alle categorie con cui ci siamo raccontati fin qui l’adolescenza. Che forse l&#8217;adolescenza l&#8217;abbiamo sabotata noi. Che dobbiamo cambiare parole, metodi, attenzioni. Che dobbiamo spostare il baricentro: prima ancora dei risultati scolastici, dei gesti tecnici, delle convocazioni, delle performance, viene la necessità di fare breccia in quegli scudi, di accompagnare quei ragazzi un po’ più in là del punto in cui rischiano di arenarsi. E ogni volta sembra di ricominciare da capo, consumando capitale sociale, ruolo, credibilità, passione civile, per poi ritrovarti comunque a svuotare il mare con un cucchiaino.</p>



<p>Perché è più facile pensare che siano semplicemente fragili, smidollati, annoiati, guastati da una società decadente che li ipernutre e insieme li svuota. E certo c&#8217;è del vero, in questo. Ma è una verità insufficiente. Non basta a capire. E soprattutto non basta a intervenire.</p>



<p>Sono tanti. Stanno male. Alcuni stanno molto male, anche se non li vediamo perché finiscono lontano dalla nostra vista. Qualcuno lo perdiamo per sempre. Qualcuno si spegne in silenzio. Qualcuno, come nel caso che oggi fa da pretesto a questo ragionamento, si ribella nel modo più intollerabile e inconcepibile. E persino lì, dentro al dramma e dentro alle parole ripugnanti, ti sorprendi a intravedere una caricatura orribile di quella reazione che, con le migliori intenzioni, hai cercato tante volte di incoraggiare nei suoi coetanei: non subire tutto, non lasciarti schiacciare, prova a opporre qualcosa di tuo, fai emergere il tuo punto di vista, il tuo modo di essere.</p>



<p>Questa cosa non è normale. E credo che sbagliamo a trattarla come una semplice variante dell’adolescenza problematica. Così come temo sia riduttivo archiviarla come effetto collaterale della parentesi terribile del Covid. Anche lì: c’entra, certo. Ma non basta.</p>



<p>C’è qualcosa che sempre più spesso si inceppa nel progetto di vita che famiglie, scuole, sport e società offrono a questi ragazzi. Se devo basarmi sulla mia esperienza di genitore e di dirigente sportivo, il fenomeno cresce, si allarga, si complica di anno in anno.</p>



<p>Per questo non credo possiamo limitarci a infierire sul ribelle di turno. Né rifugiarci nel rassicurante talk show parapsicologico sulla gioventù perduta &#8211; categoria dentro cui, volendo, potrebbe ricadere anche questo post. Credo invece che dovremmo accettare di farci qualche domanda più scomoda e di mettere in discussione alcune certezze.</p>



<p>Non è il problema di un ragazzo. È un problema di relazione tra generazioni. E finché continuiamo a trattarle come eccezioni, continueremo a sorprenderci ogni volta che succede e a perdere l&#8217;occasione di influire sulla vita di tutti gli altri.</p>
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		<title>Il senso della comunità per i giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 14:07:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dico la mia]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[generazioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare»[...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mi ha incuriosito stamattina leggere sulle pagine cittadine del Gazzettino un’intervista al Vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, nella quale, rispondendo a una domanda su immigrazione e violenza, egli afferma che i giovani «hanno perso i valori», «non sanno cosa fare» e che «spetta a noi adulti prendere in mano la situazione e dare loro un senso». La sua è una lettura della realtà che rispetto e che so molto diffusa e condivisa. Eppure – a mio modo di vedere, senz’altro minoritario – rischia di allontanarci dalla soluzione.</p>



<p>Perché mette a fuoco i ragazzi, ma lascia sullo sfondo le condizioni che abbiamo costruito attorno a loro. Negli ultimi decenni, per ragioni spesso comprensibili e intenzioni al limite nobili, abbiamo decimato gli spazi di esperienza, aumentato il controllo, sterilizzato il rischio. Abbiamo chiesto prudenza e obbedienza molto più di quanto abbiamo offerto occasioni reali di crescita.</p>



<p>Qui la responsabilità adulta è difficile da eludere, a partire dai luoghi che erano palestre privilegiate di autonomia e responsabilità: la scuola (di cui qui abbiamo discusso <a href="https://www.sergiomaistrello.it/tag/scuola/">spesso</a> in passato) e le parrocchie. Gli oratori sono stati per decenni luoghi aperti, in cui si imparava facendo. Quelli che ho conosciuto io in giovinezza (il San Giorgio di don Bozzet, il Don Bosco dei Salesiani, la Casa dello Studente di don Padovese, il Cristo Re di don Zovatto, il San Giuseppe di don Pandin) erano spazi protetti ma veri, dove sperimentare libertà, relazione, errore.</p>



<p>Oggi, nella maggior parte dei casi, quei contenitori &#8211; così come la gran parte degli spazi pubblici e di aggregazione non commerciali &#8211; si sono ridotti, svuotati, quando non del tutto estinti. Non soltanto per ragioni organizzative o demografiche, ma anche per una crescente difficoltà ad accettare il disordine inevitabile di ogni esperienza viva e a sostenerne le responsabilità. Ci siamo trincerati dietro norme e vincoli che proteggono gli adulti più di quanto abilitino i ragazzi.</p>



<p>Poi osserviamo il risultato e lo chiamiamo “mancanza di valori”. Ma i valori non si consegnano: si praticano. Non si iniettano: permeano. Non si dichiarano: si rendono credibili. Se togli i luoghi e le esperienze, restano le prediche. E le prediche, da sole, non costruiscono senso.</p>



<p>Dire che “tocca agli adulti dare un senso” dunque è vero solo a metà. Agli adulti tocca creare le condizioni perché quel senso possa emergere ed essere messo alla prova. Spazi, tempo, fiducia. E disponibilità ad assumersi il rischio che questo comporta. Ovvero tutto quello che, anno dopo anno, per ragioni legali, fiscali, economiche, politiche, filosofiche, abbiamo sottratto al nostro progetto di comunità. Possiamo ritenere queste scelte giustificate e prioritarie, naturalmente, ma allora dobbiamo farci carico anche delle loro conseguenze meno grate.</p>



<p>Sobillo da anni una riflessione ampia su questo tema, che pure sembra sfuggire con ostinazione all’agenda pubblica.</p>



<p>§</p>



<p>Ne ho discusso, in precedenza, qui:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><a href="https://www.sergiomaistrello.it/2022/12/21/salutando-luciano-padovese/">Gli avanzi, le briciole e i talenti dei giovani</a></li>



<li><a href="https://www.sergiomaistrello.it/2020/11/20/giovani-in-ostaggio/">Abbiamo preso i giovani in ostaggio</a></li>



<li><a href="https://www.sergiomaistrello.it/2016/01/19/responsabilita-autonomia-figli/">La responsabilità dei padri e l’autonomia dei figli</a></li>
</ul>
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		<title>Giuseppe che abitava gli interstizi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 18:57:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe granieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, al Polo bibliotecario di Potenza è stato organizzato un incontro per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il[...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Nel secondo anniversario della morte di Giuseppe Granieri, <em>al Polo bibliotecario di Potenza</em></em> <em>è stato organizzato <a href="https://www.polobibliotecariopotenza.it/appuntamenti/unidea-di-scaffale-per-la-cultura-digitale">un incontro</a> per raccogliere spunti sulla cultura digitale e dedicare idealmente a questo dibattito uno scaffale in suo nome. Quello che segue è il testo del mio contributo, che in questa occasione non ho potuto portare di persona. Mi rendo conto una volta di più che l&#8217;assenza di g.g. resta per me un concetto ancora molto astratto. </em></p>



<p>§</p>



<p>Dedicate a Giuseppe Granieri gli scaffali di libri, ma non cercatelo nei libri.&nbsp;</p>



<p>Non lo troverete nelle copertine allineate, nei titoli evocativi, nelle sottolineature. Giuseppe non era i suoi libri. Non era la sua biblioteca. Non era i suoi post, le sue piattaforme, le sue conversazioni infinite.</p>



<p>Era tutte queste cose, certo. Ma era soprattutto ciò che accadeva tra una cosa e l&#8217;altra. Era il movimento che passava tra una mente e un&#8217;altra, tra un testo e le sue conseguenze, tra un&#8217;idea e la sua trasformazione. Era la tensione che rende i nodi di una rete più intelligenti.</p>



<p>Se la cultura digitale ci ha insegnato qualcosa, al netto delle mode, delle piattaforme e delle metriche, è che il valore non risiede nel nodo ma nella relazione. Un nodo isolato è un archivio. Una relazione è una trasformazione.</p>



<p>Per lui la rete non era un&#8217;infrastruttura. Era una postura. Non un insieme di cavi e protocolli, né una macchina per vendere o persuadere, ma un modo di stare al mondo: conversazione, responsabilità, cura del legame. In un tempo che misura in visibilità, lavorava sull&#8217;invisibile. In un tempo che premia l&#8217;ego – e avendone uno che certo non si poteva dire contenuto – Giuseppe moltiplicava gli altri.</p>



<p>Questa postura Giuseppe la praticava prima ancora di formularla. Non era un esperto che spiegava: era un connettore che attivava. Era competenza, molta. Ma era soprattutto un attivatore di competenze altrui. La sua vita è stata un grande sistema operativo relazionale.</p>



<p>Giuseppe abitava le soglie: tra online e offline, tra accademia e rete, tra teoria e pratica, tra umanesimo e tecnologia, tra ironia e profondità. Era una soglia vivente. E le soglie non si possiedono: si attraversano, e segnano una cesura tra un prima e un dopo.</p>



<p>Sapeva interloquire con tutti: non per diplomazia, ma per curiosità. Teneva nello stesso spazio l&#8217;accademico e l&#8217;hacker, il manager e l&#8217;attivista, il teorico e il pratico, senza ridurre nessuno alla caricatura dell&#8217;altro. Faceva sedere allo stesso tavolo persone che non avrebbero mai pensato di avere qualcosa da dirsi. E spesso scoprivano di avere più domande in comune che risposte divergenti.</p>



<p>Non era soltanto il mediatore: era, a suo modo, entrambe le cose. L&#8217;accademico e l&#8217;hacker. Il manager e l&#8217;attivista. Il teorico e il pratico. Non come contraddizione da risolvere, ma come complessità da sostenere. Forse è anche per questo che sapeva comporre gli altri: perché dentro di sé aveva imparato a far convivere differenze che si pensano separate. Nelle connessioni che attivava si rifletteva, in controluce, la sua personalità plurale.</p>



<p>Uscivi dalle conversazioni con lui leggermente spostato. Non convertito, non convinto: spostato. Aveva la capacità di non chiudere mai un discorso nel punto in cui sembrava concluso. Lo riapriva, lo inclinava, lo rendeva poroso.</p>



<p>Ha ispirato una generazione non perché offrisse risposte – anche se poi amava avere l&#8217;ultima parola – ma perché legittimava le domande. Ci ha dimostrato che l&#8217;universo delle idee non è mai chiuso, e che chiunque può contribuire a reinterpretarlo, in modo più facile, più diffuso e più corale che mai nella storia.</p>



<p>Con lui le idee non erano mai proprietà privata: erano ambienti condivisi. Non ti consegnava una tesi, pur avendone formulate in abbondanza: ti metteva in una condizione. I post, gli articoli, i libri che restano di lui sono soltanto le briciole di un percorso fatto insieme a tante persone, persone che spesso oggi si ritrovano amiche grazie a un suo innesco.</p>



<p>Molti dei concetti che oggi utilizziamo con naturalezza – comunità, conversazione, identità distribuita, responsabilità connettiva – li abbiamo attraversati insieme a lui, spesso senza nemmeno accorgerci che stavamo costruendo un lessico comune.</p>



<p>La sua eredità più radicale non è in ciò che ha scritto, ma nel metodo che ha incarnato: l&#8217;idea che la cultura digitale non sia una specializzazione, ma una forma di cittadinanza. Che abitare la rete significhi assumersi la responsabilità delle proprie connessioni. Che partecipare non sia consumare contenuti, ma contribuire alla forma della conversazione.</p>



<p>Mi riesce ancora straordinariamente difficile, anche a due anni di distanza, rappresentare ciò che Giuseppe Granieri è stato. Le persone che abitano gli interstizi sfuggono alle definizioni. Non coincidono con le opere, con i ruoli, con il curriculum.</p>



<p>Possiamo però riconoscere ciò che continua ad accadere grazie a lui. Nelle connessioni che diamo per scontate. Nella cura con cui scegliamo una parola. Nel modo in cui teniamo aperto uno spazio di confronto. Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.</p>



<p>E ciò che conta, quasi sempre, non è ciò che si vede. Ma ciò che continua ad accadere. Anche tra noi. Anche qui. Proprio qui. Oggi, anche se lui non è più.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2026/03/11/giuseppe-che-abitava-gli-interstizi/">Giuseppe che abitava gli interstizi</a> proviene da <a href="https://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a>.</p>
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		<title>Le parole che non ti ho scritto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 20:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[luca conti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Luca,abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto. Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro[...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Caro <a href="https://www.lucaconti.it">Luca</a>,<br>abbiamo condiviso lo stesso asse del tempo, ma quasi mai lo stesso punto.</p>



<p>Potrei dire che eri avanti. Ma forse non è esatto. Non correvi necessariamente più veloce degli altri: stavi su un altro battito. Eri dentro il nostro tempo, ma seguivi un ritmo tuo, una traiettoria personale. A volte in anticipo, a volte fuori sincrono; negli ultimi anni in un altrove che ti ha permesso di scrivere pagine potenti, non facili, preziose.</p>



<p>Se ripenso alle nostre traiettorie, mi colpisce questo scarto costante. Ci siamo sfiorati molte volte. Stessi temi, stessi mondi, stessi incroci. Sempre con rispetto. Sempre con una distanza riconosciuta. Non siamo stati intimi, e dirlo non è una diminuzione: è una forma dell’onestà che ci siamo riconosciuti. Abbiamo abitato le stesse stagioni in modi diversi, o in momenti diversi. Ci osservavamo, credo, con curiosità vigile.</p>



<p>Sei stato ambientalista quando l’ambiente era ancora materia per pochi ostinati, non certo un capitolo dell’agenda pubblica. Ti sei impegnato nella tua comunità all&#8217;età in cui di solito si comincia a pensare a se stessi. Sei stato blogger quando i blog erano una stanza stretta e febbrile, abitata da una minoranza che si riconosceva a vista. Quando quella stanza è diventata piazza, città, mondo, tu hai inseguito la dimensione imprenditoriale: la possibilità di farne lavoro, struttura, progetto. </p>



<p>Poi sono esplosi i social network, e per te sono diventati identità, posizionamento, competenza, progetto editoriale. Senza clamore, senza pose. Con metodo e serietà.</p>



<p>Hai esplorato il mondo dei personal open data e del quantified self quando in Italia erano ancora parole esotiche. Ti interessava misurare, capire, correlare. Cercare senso nei numeri prima che i numeri diventassero slogan. L’emergere dell&#8217;intelligenza artificiale ti ha fatto compiere un ulteriore salto in questa esplorazione di te in relazione al mondo, al senso delle cose, all’evoluzione del tuo ruolo in una realtà sempre più confusa e complessa.</p>



<p>Quando infine la rete è diventata totale, onnipresente, inevitabile, tu hai cominciato a sottrarre. A togliere. A cercare l’essenza, invece dell’ennesima estensione.</p>



<p>Ecco la tua sincronia: non con la moda del momento, ma con una traiettoria interna. Non con il rumore, ma con una domanda. Con serietà. Con decisione. Con umiltà. E con rispetto, di te stesso e degli altri.</p>



<p>Il tuo ultimo progetto è stato il più radicale. Condividere il percorso verso la fine, riflettere pubblicamente sul tumore, sul tempo che si restringe, sul senso delle cose quando la prospettiva cambia, sulla chiusura consapevole del proprio cerchio. Lo hai fatto con una lucidità spietata, senza retorica, senza autoassoluzioni. Ancora una volta fuori sincrono rispetto al rumore: mentre il mondo correva, tu fermavi il tempo e lo guardavi negli occhi.</p>



<p>Ho cercato per settimane le parole per riconoscerti tutto questo, prima che fosse troppo tardi. Non ne sono stato capace, e ti chiedo scusa. Magari è codardo farlo oggi. Ma almeno grazie ci tenevo a scriverlo.</p>



<p>Ora puoi declinare il tempo all’infinito.</p>
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		<title>Il tempo prima</title>
		<link>https://www.sergiomaistrello.it/2025/02/23/covid-il-tempo-prima/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=covid-il-tempo-prima</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Feb 2025 14:54:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vivo]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Credo di non aver mai fatto del tutto pace con i primi giorni del Covid. A distanza di cinque anni, mi rendo conto che molti di noi hanno semplicemente chiuso quella primavera fuori dall’ordinario in un cassetto. I fatti da[...]</p>
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<p>Credo di non aver mai fatto del tutto pace con i primi giorni del Covid. A distanza di cinque anni, mi rendo conto che molti di noi hanno semplicemente chiuso quella primavera fuori dall’ordinario in un cassetto. I fatti da una parte, le emozioni dall’altra. Funziona, in apparenza. Ma non è elaborazione, è più una presa di distanza.</p>



<p>Spesso mi vengono in mente le immagini dello tsunami nell&#8217;Oceano Indiano del Natale 2004: la marea che si ritira, la curiosità inevitabile, le persone che si spingono sempre più avanti, dentro quella stranezza che sembra innocua, sotto un sole generoso. Solo dopo capiscono. Quando l’onda è già in movimento. È facile, col senno di poi, chiamarli sciocchi o irresponsabili. Facile pensare che noi avremmo capito prima, che avremmo invertito la rotta. Non è così. Non sai mai quando ti capita davvero l’esame di maturità dello stare al mondo. E io, quando è stato il mio turno, quel passaggio in fondo so di averlo fallito.</p>



<p>Degli ultimi giorni di febbraio 2020 ricordo soprattutto il fastidio diffuso. L’impressione che si stesse costruendo un caso mediatico intorno a un’influenza. La sensazione che, nella confusione, ognuno stesse dando il peggio: opinioni nette, comportamenti contraddittori, scarsa fiducia reciproca. Non avevo timore. Ero scettico, perplesso, arrabbiato. L’allarme mi sembrava esagerato e controproducente. Anche chi aveva intuito prima degli altri comunicava spesso con toni aggressivi, frustrati. Magari comprensibili, oggi. Ma allora poco efficaci: generavano distanza, resistenza, non consapevolezza. Sono dettagli che mi hanno insegnato molto sul tono di voce in comunicazione d&#8217;emergenza.</p>



<p>Seguivo le notizie con una curiosità normale. Lavoravo allora in un ospedale, avevo accesso a informazioni di prima mano e l&#8217;atteggiamento stesso dei dirigenti sanitari era in fondo rassicurante. Ero vigile, ma non turbato. La situazione cresceva di giorno in giorno, ma restava qualcosa che semplicemente osservavi. Come quella marea anomala: la guardi, al massimo ti chiedi se ti bagnerà i piedi.</p>



<p>Erano i giorni del ponte di Carnevale. Noi eravamo in montagna. I ragazzi sciavano, la gente era tanta, file ovunque. Se ne parlava, certo, ma come si parla di qualsiasi fatto di attualità. Qualcuno, da lontano, biasimava chi non rinunciava a quello svago. C’erano già alcune limitazioni preventive, ma semplicemente venivano ignorate: sembravano sproporzionate, quasi assurde. La domenica mattina arrivarono i Carabinieri a farle rispettare. Con fermezza e pazienza, in mezzo al fastidio generale di chi voleva lavorare e di chi voleva divertirsi.</p>



<p>Poi, all’improvviso, qualcosa si è rotto. Non un grande evento, ma una serie di dettagli minori, che oggi nemmeno ricordo. È stato lì che ho riconosciuto l’onda. Non più una possibilità astratta, ma qualcosa che stava già arrivando. E insieme è arrivata una sensazione netta, spaventosa, difficile da scrollarsi: essere arrivato tardi. Aver visto ma non aver capito, pur avendo a disposizione tutti gli elementi. Non aver fatto abbastanza per proteggere i miei figli, la mia famiglia e, indirettamente, l&#8217;intera comunità.</p>



<p>Quella domenica, prima di pranzo, ho forzato la mano. Ho richiamato i ragazzi dalle piste, ho fatto preparare tutto in fretta, ho anticipato la partenza, ho tagliato corto sulle esitazioni. I ragazzi si sono adeguati non senza perplessità, com&#8217;è giusto che sia: li aspettavano almeno altri due giorni di sci, attività che stava passando proprio in quei mesi da imposizione degli adulti a desiderio coltivato. La narrazione, per quanto rassicurante, non reggeva la loro esperienza del mondo. Nemmeno la nostra, a ben vedere, ma non era già più tempo di scrupoli e riguardi.</p>



<p>Siamo tornati a casa, e da lì è cominciato un mondo diverso.</p>



<p>Quello che mi è rimasto addosso non è tanto quella congiuntura famigliare, ma il tempo prima. I giorni in cui l’onda era già partita e io la guardavo ancora come una possibilità tra le altre. Non è stato un errore clamoroso, né in fondo una colpa da espiare. È qualcosa di più banale e ordinario, ma anche per questo più inquietante: la difficoltà di riconoscere ciò che esce dal perimetro dell&#8217;atteso. Credo che quella sia stata, per molti di noi, la vera esperienza del Covid. Non soltanto quello che è successo dopo, ma quel breve tratto iniziale in cui tutto era già in movimento e noi ancora no.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2025/02/23/covid-il-tempo-prima/">Il tempo prima</a> proviene da <a href="https://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a>.</p>
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		<title>Imprinting</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 17:24:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[furio colombo]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2025/01/14/imprinting/">Imprinting</a> proviene da <a href="https://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a>.</p>
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<p>Mi sono sempre chiesto se uno il suo destino se lo porti dentro oppure se gli venga in qualche modo istillato. Se le passioni preesistano e siano attivate da congiunture esterne oppure se siano il frutto di un percorso imprevedibile di addizioni e casualità. Comunque sia, ho sempre attribuito con chiarezza il mio precoce interesse per il dietro le quinte (dei media soprattutto, ma non solo) e uno certo sguardo trasversale su media, umanità e comunità a Furio Colombo.</p>



<p>Nella nebbia indistinta delle età dello sviluppo sociale e culturale, da qualche parte tra il primo Goldrake e gli studi superiori, ricordo con insolita precisione l’interesse istintivo e vorace per le analisi di Colombo sulle dinamiche della comunicazione di massa e il fascino ostinato per l’eleganza, la chiarezza e la sobrietà delle sue sintesi.</p>



<p>Divulgatore raffinato e colto, Colombo prendeva gli strumenti della comunicazione che già veneravo e me ne faceva percepire la terza, la quarta e la quinta dimensione, la complessità dietro alle confezioni patinate, le incongruenze e le negoziazioni irrisolte di quel motore potentissimo e al tempo stesso fragilissimo della nostra vita condivisa. Ci fosse o meno qualcosa di tutto questo già dentro di me, e chi può dirlo, lui inconsapevolmente lo nutrì a steroidi. </p>



<p> Era l’era di massima influenza della carta, l’era del progressivo affollamento dell’etere, l’era delle commistioni emergenti e deflagranti tra media e potere e Colombo in quell’epoca godeva di collocazioni invidiabili e irripetibili: uomo di frontiera tra stampa e tv, uomo di sperimentazione tra media e accademia, uomo di azienda e di relazioni privilegiate tra Italia e Stati Uniti, uomo di cerniera tra le culture protagoniste del Dopoguerra. Un uomo privilegiato che abitava un’epoca straordinaria e che tuttavia sapeva condividere con generosità il suo sguardo.</p>



<p>Quella stessa posizione privilegiata gli permise di vedere arrivare per tempo lo tsunami di internet nella sua dimensione umana e culturale, prima che tecnologica, che fu infatti tra i primissimi a raccontare in Italia. In Colombo ammiravo, a differenza di tanti esperti settoriali, l’intuito per le connessioni, la capacità di riconoscere i fili rossi passando sul filo delle storie di persone e di comunità dalla tecnologia (<em>Confucio nel computer</em>) alla forma dei luoghi (<em>La città profonda</em>), dalle forme dell’esistenza post-industriale (<em>La vita imperfetta</em>) alle nuove tensioni della convivenza (<em>Gli altri, che farne</em>).</p>



<p>Vi fu poi molto altro nella vita di Furio Colombo, tra cui una svolta assai più civica, politica e passionale, di cui però non ho titolo sufficiente per dire. Meriterà tuttavia un giorno ricostruirne a pieno la dimensione pubblica e professionale, così intrecciata in ogni fase a momenti chiave della storia recente del nostro Paese.</p>



<p>Qui oggi vorrei testimoniare semplicemente l’ammirazione e la gratitudine per quel suo passaggio, travolgente e indelebile, nel mio immaginario adolescente e per la cortesia con cui un giorno se lo fece raccontare.</p>
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		<title>Ehi tu, figlio maggiorenne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Aug 2024 14:41:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vivo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ehi tu, figlio maggiorenne. Figlio ormai da guardare con gli occhi all’insù. Per cui dissimuliamo orgoglio, mentre festeggi lavorando lontano da casa la conquista della capacità di agire e del dovere di risponderne in prima persona. Ehi tu, che vivi[...]</p>
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<p>Ehi tu, figlio maggiorenne.</p>



<p>Figlio ormai da guardare con gli occhi all’insù. Per cui dissimuliamo orgoglio, mentre festeggi lavorando lontano da casa la conquista della capacità di agire e del dovere di risponderne in prima persona.</p>



<p>Ehi tu, che vivi con le orecchie costantemente immerse nella musica di un&#8217;epoca ruggente che forse non è mai esistita, ma in cui ti piacerebbe vivere. Che ti credevamo umanista e invece lungo la strada ti sei rivelato scienziato, e forse sei <a></a>entrambi oppure nessuno dei due, e magari non ti basterà una vita per capirlo. Tu, che sei testa fina e mani d&#8217;oro, e le usi per prenderti cura delle persone care. Tu, che riempi gli ambienti in cui vivi di creazioni bi- e tridimensionali e in ogni casa di famiglia troviamo sedimentazioni di materiali, disegni e costruzioni che testimoniano il tuo ondeggiare negli anni tra fantasia e concretezza.</p>



<p>Tu, che sei Tagliamento: rivolo, per lunghi tratti in secca, per poi prorompere impetuoso a torrente minacciando gli argini se innaffiato a dovere. E Monte Cavallo: l’altura dietro casa che spesso vorresti conquistare in bicicletta, ma poi vabbè anche per oggi no. Tu, che vivi una passione per volta, ma in modo totalizzante, cambiando di tanto in tanto il corredo della tua vita come quinte in teatro. Che nell&#8217;inseguire i tuoi interessi coniughi in modo audace, eppure ai tuoi occhi coerente, costruzione e distruzione, artigianato e armamenti, vigore e pantofole, ragionamento e disimpegno.</p>



<p>Ehi tu, che appari impassibile e inscalfibile, immune all&#8217;esigenza di raccontarsi, riluttante esploratore delle profondità delle emozioni. Tu, che dissimuli gioia e sofferenza dentro allo stesso sorriso e preferisci lasciar pensare che sia acqua quieta quella che magari mulinella sul fondo. Tu, che elargisci a tutti la possibilità di pensare di piacerti e a nessuno la certezza che sia vero. Tu, che cedi spesso agli altri la scrittura del tuo destino e paghi caro il prezzo dei tuoi slanci ideali, senza che questo scalfisca le tue convinzioni. Tu, che ottenere meno di quel che meriti ti pare una circostanza noiosa, ma in fondo trascurabile, come se contemplassi un spazio molto più vasto e scandissi un tempo più generoso e placido.</p>



<p>Tu, che sei cresciuto senza tribù né feudo e ti ritrovi ora in mano la responsabilità di scoprire il tuo ovest da conquistare e i pellegrini, i cercatori d’oro e gli avventurieri che ti accompagneranno nell’impresa. Tu, che frequenti gli stessi amici con cui hai stretto patto di fratellanza all&#8217;asilo e serve la testardaggine del destino o la sfacciataggine altrui per trascinarti dentro storie nuove e nuovi mondi. Tu, che hai un istinto fuori dall’ordinario per i più piccoli, e sai insegnare con naturalezza e rispetto, perché ci metti la cura e la sincerità che spesso non hai incontrato nel tuo percorso. Tu, che a tre anni ha sospeso la manina nell&#8217;aria per difendere la tua sorellina appena nata dall’invadenza del sole, e in fondo da allora non l&#8217;hai mai tolta.</p>



<p>Ehi tu figlio diciottenne, figlio che oggi consegniamo a un’età quasi adulta, sedendoci appena un po’ più in là per goderci meglio lo spettacolo. Ehi, proprio tu: tanti auguri dal tuo papà.</p>
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		<title>Che cosa ce ne facciamo ora di tutto questo progresso?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2024 06:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Parlo]]></category>
		<category><![CDATA[culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[friuli venezia giulia]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe granieri]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una rete di 55 scuole del Friuli Venezia Giulia coordinata dal Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine ha studiato per alcuni mesi le implicazioni e le possibili applicazioni dell&#8217;intelligenza artificiale generativa nella scuola, con lo scopo di arrivare ad alcune[...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2024/05/21/che-cosa-ce-ne-facciamo-ora-di-tutto-questo-progresso/">Che cosa ce ne facciamo ora di tutto questo progresso?</a> proviene da <a href="https://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Una rete di 55 scuole del Friuli Venezia Giulia coordinata dal Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine ha <a href="https://stelliniudine.edu.it/costruire-il-futuro-lia-entra-a-scuola/">studiato</a> per alcuni mesi le implicazioni e le possibili applicazioni dell&#8217;intelligenza artificiale generativa nella scuola, con lo scopo di arrivare ad alcune <a href="https://stelliniudine.edu.it/wp-content/uploads/sites/724/E-Book-Costruire-il-futuro-maggio-24_def.pdf?x19470">linee guida di indirizzo</a> (davvero interessanti!). Al convegno finale del ciclo di incontri mi è stato chiesto di portare una relazione. Quella che segue è la traccia del mio intervento. </em></p>



<p>§</p>



<p>Io sono un giornalista, anziano abbastanza da aver scritto i primi articoli su una macchina per scrivere e fortunato abbastanza da aver vissuto la (da essere&nbsp;<em>sopravvissuto</em> alla) trasformazione non soltanto tecnologica della mia professione negli ultimi trenta o quarant’anni. Ho visto <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2019/03/13/30-anni-web/">nascere il web</a> e ho contribuito alla sua <a href="https://www.sergiomaistrello.it/libri/">divulgazione</a> e sperimentazione, con un occhio di riguardo per le intersezioni tra internet, informazione e dinamiche di comunità. Fin dalla fine degli anni ’90 ho studiato e sperimentato <a href="https://www.sergiomaistrello.it/esperimenti/">forme e formati</a> per l’informazione online, vivendo contemporaneamente la stagione del grande entusiasmo per le potenzialità che vedevo aprirsi e della grande delusione per l’altrettanto ostinata (e a conti fatti suicida) guerra di retroguardia portata avanti da editori e ordini professionali, in modo particolarmente sconsiderato in Italia.</p>



<p>Oggi lavoro a <a href="https://www.goodmorningitalia.it">Good Morning Italia</a>, una startup giornalistica (non più startup in senso stretto, avendo festeggiato quest’anno i 10 anni di attività e superato i 50 collaboratori) che produce briefing informativi. Ve ne accenno perché ritengo che possa essere un caso di studio rilevante per il tema di oggi. Ogni mattina alle 6:30 Good Morning Italia pubblica una <a href="https://app.goodmorningitalia.it/briefing/2024-05-21">sintesi in circa 1.000 parole</a> delle notizie e delle questioni fondamentali da conoscere prima di iniziare la giornata. Il Briefing si rifà idealmente, fin dal nome, al rapporto di intelligence che il Presidente degli Stati Uniti riceve ogni mattina appena sveglio, con gli aggiornamenti rilevanti delle situazioni critiche in tutto il mondo.</p>



<p>Come funziona: la redazione di Good Morning Italia digerisce ogni giorno notizie e approfondimenti dalla stampa di tutto il mondo, seleziona le fonti più interessanti e riassume in poche parole le novità più rilevanti, rimandando per approfondimenti alle fonti selezionate. Una rassegna stampa, se vogliamo semplificare, ma con alle spalle un progetto editoriale che prova ogni giorno a unire i puntini con uno sguardo globale, guidando il lettore a capire che cosa sta succedendo, perché sta succedendo e che cosa potrebbe succedere. Ogni edizione è prodotta da due giornalisti: il primo lavora fino a notte fonda per produrre la bozza dell’edizione del mattino, mentre all’alba un suo collega verifica gli ultimi aggiornamenti, integra gli articoli più interessanti usciti sui giornali del giorno e confeziona il prodotto finito. Durante il giorno, poi, una squadra di collaboratori produce un’ulteriore ventina di edizioni derivate dalla principale e personalizzate su misura per clienti aziendali o per mercati specifici.</p>



<p>Ora, se mi avete seguito fin qui, forse avrete colto alcune parole chiave: selezione, sintesi, unire i puntini. Che cosa vi fa pensare? Esatto: noi con l’intelligenza artificiale andiamo a nozze. Da alcuni mesi stiamo sperimentando e gradualmente inserendo nel nostro sistema editoriale applicazioni per supportare il lavoro dei giornalisti, ridurre i tempi di lavorazione e proporre nuove declinazioni e nuovi formati per i nostri prodotti giornalistici. Benché il controllo finale sia e dovrà sempre essere quello di un redattore esperto, già oggi l’intelligenza artificiale ci può dare un grande supporto nel trovare le fonti più interessanti e selezionare gli articoli che garantiscono un certo livello di approfondimento e di qualità oggettiva. Con l’intelligenza artificiale possiamo produrre bozze prelavorate delle unità di contenuto, unendo i dettagli più rilevanti raccolti tra diverse fonti.</p>



<p>Good Morning Italia ha uno stile peculiare: asciutto e puntuale, ma con concessioni all’ironia e alla leggerezza, in particolare nei titoli. Opportunamente istruita, l’intelligenza artificiale ha già dimostrato di equivalere la creatività di un essere umano. Con il prossimo aggiornamento della nostra piattaforma editoriale introdurremo inoltre il supporto alle traduzioni dei contenuti, per ridurre in modo significativo i tempi richiesti per la trasformazione delle notizie che alimentano le edizioni internazionali. Come potete immaginare, il tempo, per un’azienda che concentra la distribuzione della gran parte dei suoi prodotti in due ore al mattino, è chiaramente un fattore competitivo.</p>



<p>Su un fronte di ricerca e sviluppo più avanzato, grazie alla collaborazione con Activate Intelligence, che è il nostro partner tecnologico e che sta istruendo per noi alcuni agenti specializzati, stiamo sperimentando due prodotti nuovi totalmente costruiti su applicazioni di intelligenza artificiale. Il <a href="https://activateintelligence.co.uk/2024/05/02/enhancing-hospitality-through-ai-multilingual-content-delivery-for-improved-guest-experience/">primo</a> è una versione del Briefing pensata per essere stampata su carta. Questa è una richiesta che ci è arrivata dal mercato, in particolare dal settore della ricettività, dagli hotel: abbiamo scoperto che più di qualcuno era interessato a stampare le notizie e offrirle ai propri clienti al posto del giornale in sala colazioni. Così abbiamo messo loro a disposizione una piattaforma dedicata. Con una routine quotidiana e totalmente automatizzata, ogni mattina i contenuti del Briefing vengono presi dall’intelligenza artificiale appena sfornati, impaginati in modo da riempire comodamente un foglio A4 fronte e retro, tradotti in tre lingue, brandizzati col logo dell’hotel, salvati in formato pdf e spediti via email agli alberghi abbonati, che già alle 7 possono stamparne alcune copie e metterle a disposizione dei propri clienti. Inoltre, ogni edizione riporta un QR code per l’accesso all’edizione online, per permettere agli interessati di accedere alle fonti linkate e comunque di continuare a leggere i contenuti anche in un momento successivo.</p>



<p>Il <a href="https://activateintelligence.co.uk/2024/02/22/orchestrating-efficiency-leveraging-agent-to-agent-collaboration-in-the-spritz-platform-for-streamlined-processes/">secondo</a> fronte di sperimentazione su cui stiamo lavorando riguarda invece la versione audio. Questo non è ancora un prodotto disponibile, stiamo lavorando ad alcuni prototipi interni. La versione podcast del Briefing è in effetti una delle richieste che ci arrivano più di frequente dai lettori e che per il momento non siamo stati in grado di offrire. Oggi stiamo studiando, avendo i primi riscontri positivi, il modo per produrlo utilizzando l’intelligenza artificiale. Ovviamente non basta far leggere il testo a una sintesi vocale: è necessario prima rielaborare il testo, renderlo più naturale per una lettura a voce, legare i vari passaggi, montare e sonorizzare il tutto. I primi test che abbiamo condotto utilizzando voci umane clonate, di cui oggi si trova in commercio già un’ampia biblioteca, cominciano a essere piuttosto soddisfacenti.</p>



<p>§</p>



<p>Condivido due piccole epifanie che mi porto dietro da questi primi mesi di sperimentazione sull’intelligenza artificiale. La prima: addestrare l’intelligenza artificiale a supportare la produzione di contenuti giornalistici è di gran lunga una delle attività giornalistiche più stimolanti che mi sia capitato di osservare negli ultimi anni. Costringe a ripensare nel dettaglio al metodo, a tornare alle basi, a esplicitare che cosa discrimina il giornalismo dai riempitivi di bassa qualità. Quando produci contenuti molto sintetici, come nel caso di Good Morning Italia, ogni parola è decisiva: devi produrre la miglior sintesi nel minor spazio possibile, mettendo a fuoco i concetti essenziali. Il metodo giornalistico è a modo suo un algoritmo e per insegnarlo all’intelligenza artificiale dobbiamo definirlo con precisione, scrostarlo da decenni di appesantimenti stilistici, dalle scorciatoie dettate dalla fretta, dalle furbizie commerciali, dalle deviazioni dallo scopo. Ed è un esercizio molto salutare.</p>



<p>La seconda epifania è una similitudine. Vengo da una città che si è sviluppata soprattutto grazie al settore manifatturiero, a cominciare dal tessile. La chiave è stata la ricchezza di rogge e di corsi d’acqua, che col loro scorrere fornivano la forza che muoveva i primi telai meccanici e in un secondo tempo l’elettricità per alimentarli. La capacità dell’uomo, la portata della capacità dell’uomo, è stata espansa in modo decisivo dall’innovazione tecnologica. È cambiato il mondo, con quella tecnologia, e oggi la ricordiamo giustamente come una rivoluzione industriale. Quello che è accaduto in passato per le abilità fisiche e artigianali dell’uomo sta ora avvenendo con il suo pensiero, che viene espanso da una tecnologia in grado di accelerare e replicare a dismisura le sue capacità elaborazione e di produzione cognitiva. Chiamiamola quinta o sesta rivoluzione industriale o forse prima rivoluzione industriale del pensiero non so, ma questo è in sostanza. Il cambiamento di scala che ci attende all’orizzonte è paragonabile almeno al cambiamento di scala che passa tra la bottega del piccolo sarto e la fiorente industria tessile di fine Ottocento. In realtà diversi ordini di magnitudine superiore, perché nel mondo del digitale, tutte le piccole o grandi rivoluzioni dei contenuti, dei dati, delle relazioni, della conoscenza che si sono succedute, lavorando per così dire entro un sistema operativo comune, si contagiano e si potenziano vicendevolmente.&nbsp;</p>



<p>§</p>



<p>Ora, il grande problema quando parliamo delle innovazioni sostanziali che promettono di rivoluzionare il nostro rapporto con la conoscenza e con le interazioni fondamentali delle nostre comunità è che la società contemporanea, forse per difesa, forse per difesa delle rendite di posizione delle sue leadership, tende a non farsi troppe domande sul futuro, a ignorare le sfide, a non guardare al di là delle ricadute immediate, il più delle volte osservandole in negativo, come una minaccia. Siamo ancora, e in Italia molto più che altrove, figli della società delle mediazioni di massa, rifiutiamo istintivamente tutto ciò che nega le dinamiche di cui siamo ancora espressione. Alla complessità esplosiva di questi anni, che richiederebbe strutture leggere e flessibili, rispondiamo con organizzazioni ancora bizantine, elefantiache, pesantissime da riconvertire. Conservare, per contro, è sempre meno sinonimo di&nbsp;<em>far funzionare</em>, come dimostra la fatica di dare risposte che caratterizza un po’ tutti gli ambiti dell’apparato che chiamiamo “Stato”.</p>



<p>Anche nei casi in cui proviamo a cogliere le opportunità offerte degli strumenti contemporanei, forse più per moda o per pressione sociale che per reale convinzione, finiamo per dar vita realtà parallele in cui il burocrate che non è messo nelle condizioni di prendersi responsabilità incontra l’informatico che esegue acriticamente e insieme producono una versione digitale più complicata di processi ottocenteschi, facendo perdere una volta di più alla società l’enorme occasione di ripensarsi e di semplificare il proprio funzionamento alla radice. Penso alla digitalizzazione dei servizi del fisco o della previdenza, alla maggior parte dei servizi remoti dei comuni, in cui è ancora l’utente, il cittadino, a doversi adeguare a classificazioni, nomenclature, percorsi del tutto innaturali, specchio unicamente del linguaggio burocratico dell’ente e della sue sovrastrutture interne.</p>



<p>Mi viene sempre in mente, in questi casi, il sistema di pagamento digitale della pubblica amministrazione, PagoPA, nato con buone intenzioni durante la felice esperienza di Diego Piacentini come Commissario straordinario per l&#8217;attuazione della transizione digitale e subito dopo la sua partenza stravolto. Doveva essere una piattaforma unica per i pagamenti: immediata, semplice, universale. Appena se n’è andato Piacentini è stata spacchettata in venti circuiti regionali e numerose sottoclassificazioni, aumentando a dismisura i costi e complicando enormemente un servizio che aveva senso proprio in quanto unico, basilare, centralizzato ed economico. Il futuro ci piomba addosso come una slavina, e noi indifesi e arroganti fischiettiamo a fondo valle.&nbsp;</p>



<p>Uso ancora come esempio il settore che conosco meglio, quello del giornalismo. L’economia dell’informazione è stata a lungo l’economia delle tipografie, dei trasporti, delle edicole, degli impianti di emissione. La remunerazione del lavoro giornalistico, peraltro in passato uno dei mestieri meglio pagati in assoluto, era trainata dai margini del prodotto cartaceo nel caso del giornale e da quelli del mercato pubblicitario nel caso della televisione. Da anni i giornali stanno perdendo in media il 10% di diffusione all’anno. I grandi giornali, che negli anni ’80 superavano il milione di copie e che alla fine del secolo avevano quasi dimezzato le copie vendute, oggi sono scesi spesso sotto le 100.000 copie. Con 100.000 copie non si può più parlare nemmeno di copertura nazionale. La tv, per contro, si è autosabotata con il passaggio al digitale terrestre, ha frammentato l’audience in centinaia di nicchie spesso nella pratica non sostenibili e oggi festeggia campioni d’ascolto che nella migliore delle ipotesi raccolgono una frazione dei programmi di punta degli anni ’80.</p>



<p>A fronte di questo fallimento imminente e annunciato, che mette seriamente a rischio la sopravvivenza di una funzione essenziale per la democrazia come il giornalismo, non sembra corrispondere uno sforzo adeguato a comprendere come trasferire l’informazione online sfruttando le peculiarità dell’ecosistema digitale e reinventando il proprio ruolo. La Rete non è mai entrata seriamente nei piani dei grandi editori italiani e anche laddove vi siano stati esperimenti concreti,  giornalisti ed editori hanno continuato a cercare di fare i <em>gatekeeper</em>, i depositari di un processo che non è più loro esclusiva da almeno due o tre decenni. Senza contare l’aggravante oggettiva, per il nostro Paese, di un mercato – il mercato in lingua italiana – che in partenza troppo piccolo per pensare di costruire le economie di scala necessarie.</p>



<p>Cresce soltanto chi tenta la via della qualità, della relazione fiduciaria con chi legge, del servizio al lettore. Uno dei casi più interessanti è quello del <a href="https://www.ilpost.it">Post</a>, giornale online sostenuto da decine di migliaia di abbonati e che partendo quattordici anni fa da una nicchia di attenzione rigorosa per la semplificazione, il processo, il linguaggio e per la precisione, il tutto senza imporre nessuno sbarramento alle notizie per i non abbonati, oggi sta estendendo considerevolmente il raggio d’azione e insidiando lo stanco e caotico primato dei siti dei maggiori quotidiani nazionali. Sempre ammesso poi, naturalmente, che i numeri assoluti siano ancora una misura utile a valutare il valore distillato dalle relazioni che possono essere attivate da un sito giornalistico.</p>



<p>Stenta chi cerca soltanto di confezionare un prodotto al costo minore possibile e piazzarlo sul mercato al costo più alto possibile. Cresce chi serve una relazione con le persone e diventa hub della propria comunità di riferimento. Una storia significativa in questo senso arriva da Varese. <a href="https://www.varesenews.it">Varesenews</a> è una testata storica, esiste dal 2000 ed è sostenuto da un consorzio territoriale trasversale che unisce enti locali e partner industriali. Varesenews sta <a href="https://www.varesenews.it/2024/04/il-sogno-si-fa-materia/1889046/">trasferendo</a> la propria sede in una scuola abbandonata nella frazione di Sant’Alessandro: la vecchia scuola, reinventata, ospiterà la redazione, ma anche eventi, formazione, confronti di comunità. Si chiamerà <a href="https://santalessandro.varesenews.it">Materia</a> e il fatto che fosse una scuola e che le si voglia ridare vita come luogo di comunità mi pare particolarmente affascinante.</p>



<p>Mi ricorda tra l’altro quello che accadde a Pordenone ormai più di un decennio fa, quando una precoce webtv cittadina, <a href="https://www.youtube.com/@PnboxRedazione">Pnbox</a>, prese in gestione la bastia del castello di Torre, impiantandoci dentro gli uffici, la redazione, gli studi televisivi e in mezzo a questi un ristorante e un palco per eventi. Finì, per dire ancora della lungimiranza delle classi dirigenti, con una <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2012/07/23/pnbox-e-ordine-non-abbiamo-concluso-granche/">denuncia</a> dell’Ordine dei giornalisti, poi archiviata. Ma per qualche anno fu centro di raccolta e acceleratore di relazioni per nerd e pensatori laterali della zona, un volano di progetti e sodalizi culturali e civici di cui si è poi sentita la mancanza.&nbsp;</p>



<p>In ambito più internazionale vi segnalo anche la <a href="https://www.civichall.org">Civic Hall</a> di New York, uno spazio civico residenziale in Union Square, creato sulla scia dei <a href="http://live-personaldemocracy.pantheonsite.io/conferences">Personal Democracy Forum</a>, una serie di conferenze annuali internazionali organizzate negli Stati Uniti e in Europa per approfondire l’impatto della rete sulla politica e sulle dinamiche civiche.</p>



<p>Ecco, abbiamo più che mai bisogno di luoghi aperti al confronto, accoglienti, riservati a pensieri lunghi e non immediatamente convertibili in dinamiche di mercato. Abbiamo bisogno di pensare insieme che cosa fare di questo progresso esponenziale che rischia di travolgerci, se non gli troviamo un capo e una coda, e un modo per cavalcarlo insieme. Abbiamo bisogno di tempo, spazio ed esperienze per cominciare a fare e a farci le domande. Le domande giuste, come ci richiede l’intelligenza artificiale.&nbsp;&nbsp;Voi qui oggi, mentre celebrate il traguardo di un progetto di studio importante, collettivo e collaborativo, siete un meraviglioso esempio proprio di questo.</p>



<p>§</p>



<p>A volte mi chiedo se non sia già troppo tardi. Nel senso che anche le applicazioni sociali online su cui si potrebbero basare molti processi civici di rinascita sono molto cambiate in questi anni. L’ecosistema dei blog, degli hub, dei filtri distribuiti e condivisi, della spontaneità e della condivisione dell’esperienza e della conoscenza, tutto questo fermento è stato prima fagocitato dalle grandi piattaforme di social networking, che hanno ottimizzato, potenziato e portato alle masse il processo (e questo è stato a prescindere un bene) e poi cercato di spremerlo a scopi commerciali (e qui forse qualcosa per strada ce lo siamo persi).</p>



<p>Poi però è intervenuta la degenerazione di queste piattaforme in strumenti cinici per lo sfruttamento dell’attenzione e delle debolezze delle persone. Sono stati disincentivati i contenuti più impegnati, le fonti di qualità che cercavano una remunerazione, le notizie (ditemi se nella vostra bacheca di Facebook compaiono ancora le notizie). È stato invece lasciato spazio ai produttori seriali di infotainment (quel miscuglio posticcio di notizie di seconda mano, clickbait e facile presa sui pregiudizi della gente), all’autoreferenzialità, ai fenomeni mordi e fuggi. Drogati di serendipity, impigriti dall’interminabile sequenza passiva di foto e video, rimpinzati di infinite varianti di qualunque dettaglio su cui il nostro sguardo dia anche solo l’impressione di posarsi per un istante, stiamo trasformando una straordinaria macchina per la costruzione di senso sociale, per la costruzione di comunità, in una tv più sciatta e cinica di quella pur mediocre che ha plasmato la nostra società negli anni ‘80. “Frenetica e superficiale, finta e scintillante. Sempre molto snack, anche quando contenga informazioni, utile per suscitare curiosità ma non per approfondire”, <a href="https://vincos.it/2024/05/18/tiktok-la-nuova-tv-italiana-intervista-su-il-foglio/">diceva</a> l’altro giorno sul Foglio Vincenzo Cosenza.</p>



<p>E se l’assenza di una visione di comunità nella conquista di massa degli spazi digitali ha senz’altro contribuito a svilire le potenzialità e a lasciare la strada a squali e avventurieri degli spazi digitali, l’anello debole di tutta la vicenda e dal mio punto di vista l’aspetto più allarmante, a me sembra l’atrofizzazione della domanda (di nuovo il concetto di domanda che torna, chissà se è un caso, anche se in questo caso intendo la domanda in termini economici). Ci lamentiamo costantemente del livello dell’offerta: la mediocrità dei media, l’incapacità della classe dirigente, la sciatteria dei contenuti, le bassezze del marketing. Ma quello che a prescindere sembra mancare alla base è una domanda consapevole, una domanda formata, una domanda di comunità, una domanda di condivisione, una domanda di responsabilità, una domanda di partecipazione. Il problema, in altre parole, non è tanto quello che ci viene dato, ma quello che chiediamo. Il problema siamo noi, ciascuno di noi come individuo, il senso che diamo all’essere azionisti in milionesimi di questo caos informe.&nbsp;</p>



<p>Attribuiamo ai social media la colpa di averci reso peggiori, di aver stimolato il nostro lato più litigioso e truffaldino. E può anche essere che i social media abbiano peggiorato o più probabilmente reso visibile qualcosa che già c’era, ma che era soffocato dai palcoscenici della società delle élite. Ma questa non può diventare una ragione per arrendersi. Qualche settimana fa è mancato improvvisamente e prematuramente uno dei pochi veri teorici della società digitale e dell’umanità accresciuta che abbiamo avuto in Italia, <a href="https://www.ilpost.it/2024/03/11/e-morto-giuseppe-granieri-tra-i-primi-esperti-di-culture-digitali-in-italia/">Giuseppe Granieri</a>. Lo abbiamo salutato in rete con una <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2024/03/13/ne-e-valsa-la-pena/">discussione</a> che, come ai vecchi tempi, è rimbalzata di bacheca in bacheca, di blog in blog, ricordando che cosa sono stati i primi anni del Duemila. In tutto il mondo, certo; ma per una volta in modo quasi autonomo in Italia. Le sperimentazioni, le condivisioni, il germe di una comunità che aveva voglia di sperimentare e reinventare i legami e i ruoli. Piccola comunità, troppo piccola, ha detto qualcuno. Devastata dall’arrivo delle masse, ha detto qualcun altro. Ma è proprio ora che le intuizioni di allora vanno agite e sostenute, quel modo di stare in rete propositivo e costruttivo opposto alle inevitabili degenerazioni di ordini di grandezza superiori. È stato un momento commovente, bellissimo e al tempo stesso frustrante, perché anche chi l’ha vissuto allora sembrava essersi <em>tiktokizzato</em> nelle aspirazioni, nel senso di possibilità.</p>



<p>È evidente che, al crescere della dimensione, le sfide esplodono, la complessità esplode, le tensioni esplodono. Come accadrà, del resto, intorno all’intelligenza artificiale, quando da oggetto di ricerca di pochi, terreno di sperimentazione di pionieri e da vantaggio competitivo per le aziende più reattive, diventerà una tecnologia popolare e pervasiva. Sarà allora meno potente e meno affascinante perché accelererà non solo le virtù e le buone intenzioni? O forse già adesso, come in parte sta già cominciando ad accadere, dovremmo porci il problema di quando Gpt e Claude assimileranno pattern e tic appartenenti non soltanto al nostro lato migliore, ma anche a quello peggiore? </p>



<p>Qualche settimana fa è uscita una <a href="https://www.lescienze.it/news/2024/04/05/news/tossicita_piattaforme_online-15545462/?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR2cf8GjwGb2uytFc42kcvjdicqFkVRQzRuJQfws7tAXnfNlg7fjm66a-zc_aem_AasHp2rIjtIYawD0tLWquIwosFB23Ddkzr4IHDj_d5GKK2z0C-wsAD9O8tAmPz2PPPvgZn90E7_9RhgOxp9MEiaQ">ricerca</a> molto interessante di un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma che fa riferimento a Walter Quattrociocchi, uno dei maggiori studiosi di comportamenti online. Sono i risultati di un’analisi durata due anni su 500 milioni di commenti pubblicati negli ultimi 35 anni su 8 piattaforme di primo piano, da Usenet (i vecchi forum dell’era pre-web) a Facebook e Reddit. I risultati sono per certi versi illuminanti, anche se non consolanti: non sono i social media a renderci peggiori, ma – e cito –&nbsp;&nbsp;“la tossicità [delle relazioni] è una costante intrinseca al comportamento umano, resistente nel tempo e alla variazioni delle dinamiche di conversazione e degli algoritmi [delle piattaforme]”. Anche “la semplice rimozione di singoli utenti o commenti tossici”, notano i ricercatori, “potrebbe risultare inefficace di fronte a un fenomeno così pervasivo e sistemico”. Houston, direi che qui abbiamo un problema. Anzi: mondo della scuola, abbiamo un problema. Ma non è un problema di internet, dei social media o dell’intelligenza artificiale. È un problema di materia prima, per così dire. È un problema di disegno sull’umanità che vogliamo, sul modo in cui la formiamo e sulle prospettive di vita che vogliamo darle.</p>



<p>Non tocco nemmeno, perché sarebbe un altro capitolo gigantesco che non abbiamo tempo di approfondire oggi, il tema del rapporto tra i giovani e le nuove tecnologie, su cui come società stiamo costruendo <a href="https://www.psychologytoday.com/intl/blog/freedom-to-learn/202303/what-has-caused-the-long-decline-in-kids-mental-health?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR2cGz57ZGhr6yi64cMjUXYYkqvJMWhX-be67YyduY3UB4F0ZSo-GXnrXl8_aem_AW1tZB1FKo6FQED0FBAIifzbxYWbKf_aCIvamHQr3nfrhAK1W1rNPXiMUEDya-NBhQgWrnh_2esh3bew2I_CqJxm">uno dei nostri più sciagurati errori</a>, scambiando completamente cause ed effetti, attribuendo alla tecnologia (che certo ha un ruolo) i danni che invece stiamo facendo noi adulti, noi genitori, noi insegnanti per il nostro modo di essere comunità, una comunità paranoica, spaventata, al servizio di interessi opachi, inconsapevole e impreparata, più incline a raccontarsi storie che a prendersi le responsabilità del presente.</p>



<p>§</p>



<p>Insomma, tante parole per lasciarvi in realtà una morale e una conclusione abbastanza semplice, perfino banale, e non a caso di fronte a una platea prevalentemente scolastica, perché io sono ancora convinto del fatto che è nella scuola che viene custodito il germe della società. Dobbiamo, con una certa decisione, con una certa urgenza, ricominciare dalle basi, dalla formazione dei cittadini, dalla preparazione alla complessità, da un progetto di vita e di comunità pienamente contemporaneo, pensato insieme, costruito insieme, portato avanti insieme. Da troppi anni teniamo i piedi in troppe staffe, a tutti i livelli, dalla scuola, al lavoro, alla politica, alla cultura, cercando di tenere insieme allo stesso tempo Ottocento, Novecento e Duemila senza mai scegliere, senza fare scelte definite, subendo il succedersi delle tensioni epocali e perdendo di vista la possibilità se non di controllarli, ormai forse impossibile, almeno di indirizzare questi processi. O quanto meno di scegliere come affrontarli.</p>



<p>Dobbiamo ricominciare a chiederci se stiamo formando cittadini consapevoli dell’epoca in cui vivranno, in grado di difendersi dalle sfide che affronteranno. Dobbiamo chiederci se vogliamo una società inclusiva, che promuova gli sforzi di tutti, ma non perché la democrazia sia bella (la democrazia è lacrime e sangue): perché nell’era delle piattaforme e delle intelligenze artificiali l’alternativa alla democrazia esercitata è molto più facilmente che in passato la dittatura. La società delle mediazioni di massa poteva ancora riuscire a tenere in equilibrio democrazia e tendenze oligarchiche delle élite, nascondendo sotto il tappeto a monte e a valle parte del processo. Ora stiamo uscendo da un’era straordinaria di equilibri prolungati, mentre di fronte a quel che resta delle nostre vite ma soprattutto a quella dei nostri figli c’è un’epoca di stabilità e prosperità che è tutta appena da guadagnarsi. Non credo onestamente che continuare a temporeggiare sia, se mai è stata, un’opzione.</p>



<p>Grazie a voi qui oggi perché il vostro impegno di questi mesi è un inizio, è un tentativo, è un esercizio di buona volontà. E so bene quanto poco sia scontato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2024/05/21/che-cosa-ce-ne-facciamo-ora-di-tutto-questo-progresso/">Che cosa ce ne facciamo ora di tutto questo progresso?</a> proviene da <a href="https://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a>.</p>
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		<title>Ehi tu, figlia quattordicenne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 21:53:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ehi tu. Guarda che ti ho visto, piccoletta. Che ti aggiri per casa rubando ogni residuo di infanzia con la determinazione bonaria di chi pensa fosse anche ora, e ricevi lettere dal distretto sanitario per ricordarti che mica hai più[...]</p>
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<p>Ehi tu. Guarda che ti ho visto, piccoletta. Che ti aggiri per casa rubando ogni residuo di infanzia con la determinazione bonaria di chi pensa fosse anche ora, e ricevi lettere dal distretto sanitario per ricordarti che mica hai più diritto alla pediatra. Ma come ti permetti, dico io?</p>



<p>Lo riconosci anche tu il confine intorno a cui saltelli, ora di qua ora di là, un po’ piccola e un po’ grande, un po’ ingenua e un po’ scaltra, un po&#8217; incerta e un po&#8217; indipendente, un po’ <a></a>spensierata e un po’ persa nei primi pensieri lunghi? Ti capita ancora di irrigidirti per la frustrazione, come quand’eri bambina, ma sempre più spesso te ne accorgi da sola e finisce che ti scappa da ridere anche al colmo della disperazione. E io sorrido con te, perché penso che forse sarà proprio l’ironia, che pure non ami perché la riconosci arma, a salvarti dai giorni bui.</p>



<p>Conosciamo ogni tuo muscolo, osso, legamento, perché la lotteria quotidiana dei crampi, dei risentimenti e delle contusioni è un rito che precede perfino il saluto, essendosi ormai evidentemente e irrimediabilmente compromessa la perfezione del giorno. E mentre te ne facciamo parodia, mi chiedo se in fondo questa esasperata propensione alla rilevazione e all&#8217;analisi magari un giorno non ti sarà alleata nel leggere le pieghe del mondo che attraverserai.</p>



<p>Intanto badi ai tuoi interessi con la sagacia del venditore di almanacchi, e l’almanacco alla fine a noi lo rifili quasi sempre. Non concepisci l’ingiustizia, a meno che non avvantaggi un pochettino anche te. E hai capito che per ricevere si deve prima dare, così sei sempre molto attenta ai desideri degli altri, coltivando la speranza che poi anche gli altri facciano altrettanto. E siccome l’esercizio del dono rende migliori, stai diventando una persona attenta e generosa, capace di celebrare i legami con spontaneità e creatività. Per cui è sempre più bello provare orgoglio.</p>



<p>Chiaramente ti piace ancora molto il gelato al cioccolato, intorno al quale ruotano una fitta rete di complicità familiari, itinerari indotti, uscite strategiche, amicizie solidali, mentre hai sempre più curiosità per il modo in cui si preparano le cose che mangi, a cui ora mancherebbe soltanto il coraggio di scoprire gusti nuovi (anche per dare un po&#8217; di tregua alla noia &#8211; o all&#8217;ansia &#8211; di chi ti prepara i pasti).</p>



<p>Ehi tu, ladruncola di infanzia che insegui i pezzettini della tua identità in giro per luoghi e persone della tua quotidianità e poi ti rifugi nella tua camera per provare a metterli insieme come un puzzle rompicapo (o, più probabilmente, per vedere una serie da adolescenti sul telefonino): buon compleanno dal tuo papà.</p>
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		<title>Ne è valsa la pena, sì (o del testimone che abbiamo in mano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Maistrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Mar 2024 22:15:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dico la mia]]></category>
		<category><![CDATA[culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe granieri]]></category>
		<category><![CDATA[la parte abitata della rete]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stato bellissimo, abbiamo combattuto battaglie, eravamo invasi di speranza. Ma ne è poi valsa la pena, mi chiedeva tra le righe stamattina un vecchio amico, gran compagno di precoci avventure digitali, mentre riguardavamo foto di Giuseppe Granieri &#8211; che[...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2024/03/13/ne-e-valsa-la-pena/">Ne è valsa la pena, sì (o del testimone che abbiamo in mano)</a> proviene da <a href="https://www.sergiomaistrello.it">Sergio Maistrello</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È stato bellissimo, abbiamo combattuto battaglie, eravamo invasi di speranza. Ma ne è poi valsa la pena, mi chiedeva tra le righe stamattina un vecchio amico, gran compagno di precoci avventure digitali, mentre riguardavamo foto di <a href="https://www.sergiomaistrello.it/2024/03/11/addio-giuseppe-granieri/">Giuseppe Granieri</a> &#8211; che dolorosamente stiamo salutando questa settimana &#8211; e degli anni in cui tanti di noi si sono conosciuti e hanno intrecciato progetti di ricerca, di lavoro, a volte di vita.</p>



<p>La domanda è rimasta tra le righe della chat, ma mi ha lasciato stordito a lungo, anche perché risuona col senso di resa che confesso mi ha impressionato ritrovare in tante pur commoventi e affettuose dediche a Giuseppe, un senso di resa manifestato spesso proprio da chi più si è speso e ci ha creduto. È stato bello. Meraviglioso. Abbiamo dato forma insieme a questi spazi sociali. Abbiamo goduto della prossimità con menti purissime e beneficiato della spinta di talenti straordinari. Ma oggi è tutta un’altra cosa, questi spazi non ci somigliano più, non c’entriamo più nulla, se l&#8217;è presi il diavolo. Quasi un rimorso d&#8217;aver tifato il futuro sbagliato.</p>



<p>La verità, quanto meno la mia, è che abbiamo combattuto la battaglia culturale del secolo e l’abbiamo sostanzialmente perduta, con vittime. Ma i presupposti e gli esiti sono ancora tutti là. Al contrario, crescenti evidenze suggeriscono che molte delle opportunità per cui ci siamo spesi sono infine state colte. Magari con un ritardo ingiustificabile, magari incompiute o difettose, magari inserite nella cornice inadeguata, magari fraintese, però sempre più spesso colte. Non era finita, la battaglia: siamo noi che abbiamo abbandonato il campo. Che non abbiamo saputo adattarci al cambiamento di scala su cui noi stessi mettevamo in guardia gli altri. Che siamo scappati inorriditi quando le masse che sognavamo hanno cominciato a invadere sul serio gli spazi residenziali della rete. Come se avessero dovuto riconoscerci qualche rendita di potere, baciare le mani ai fondatori, chiedere permesso.</p>



<p>Eravamo di nuovo niente e piuttosto che rimboccarci le maniche da capo e provare a indirizzare quel movimento caotico e improvvisamente gigantesco, abbiamo preferito ignorare o peggio deridere i nuovi arrivati. Comunque mollare. Quando il gioco si è fatto vero, quando c’era da tenere la posizione (culturale, molto prima che politica o tecnologica) ce la siamo dati a gambe. Quando il diavolo ha bussato, gli abbiamo aperto e gli abbiamo detto beh, vedi tu se riesci a cavare qualcosa di buono da questo casino. Auguri.</p>



<p>Certo s’era fatta una certa età e dovevamo cominciare a pensare a mantenere noi stessi e le nostre nuove famiglie. L’ebbrezza del progresso nel suo avanzare e la gloria effimera condita di pacche sulle spalle e free drink al barcamp non potevano bastare più, serviva cominciare a remunerare seriamente le nostre competenze, quali che fossero. E su questo piano non abbiamo mai saputo proporre un modello alternativo convincente, c’è poco da fare.   Chi è rimasto spesso spesso ha accusato le ingiurie degli anni, perché le espressioni di sé di uno sconfitto che abita gli spazi digitali mentre attraversa le crisi della mezza età forse sono ancor più impietose delle rughe sul volto.<br><br>Inoltre papà non ha certo giocato pulito con noi. Ricordo sempre quel tale, che considero paradigma della classe dirigente di fine millennio, vantarsi di aver conquistato la propria posizione ammazzando &#8211; simbolicamente, s’intende &#8211; i suoi padri. E di guardarsi bene dal farsi da parte, finché qualche giovane abbastanza capace e temerario non fosse riuscito nell’impresa di ammazzare lui, sempre simbolicamente. Settantenni e ottantenni ancora sulla cresta dell&#8217;onda, abbarbicati con ogni mezzo alla propria posizione di influenza, sostenuti da una rete pavida di convenienze e di interesse, pronti a stroncare sul nascere e a delegittimare ogni idea che possa mettere a repentaglio la conservazione del ruolo. Ho pensato a lungo a quelle parole. È una visione della comunità che sta alla mia come l’acido muriatico sta all’aceto balsamico, ma contiene almeno una verità.</p>



<p>Non siamo stati abbastanza bravi. Avevamo ragione, avevamo gioia, avevamo idee, avevamo spirito civico e senso del nostro tempo, ma non bastava, non basta mai: dovevamo anche dimostrarlo e renderlo talmente evidente e sostenibile da imporlo e travolgere tutti i giochetti più o meno puliti con cui i nostri padri culturali, economici, professionali e politici ci hanno deliberatamente sabotato, rallentato, depistato, sminuendo noi e la portata della visione che offrivamo. Non c’è nulla di biasimevole o ignobile nella sconfitta. Al contrario, la gran parte degli eroi nel mio pantheon personale sono straordinari sconfitti. Ma la sconfitta va riconosciuta e metabolizzata. Noi in fondo non l’abbiamo fatto, ancora. Altrove hanno saputo inseguire compromessi realistici che, un passo alla volta, avvicinassero la società alle opportunità del presente. Altrove sono diventati adulti. Qui in fondo siamo rimasti spesso ragazzini rancorosi, illusi o disillusi a seconda del percorso individuale che ne è seguito.&nbsp;</p>



<p>Dunque possiamo concludere che non ne è valsa la pena? Io non credo. A pensarci bene è una valutazione che manca di rispetto alla nostra storia, alla sincerità delle nostre intenzioni, alle nostre esplorazioni coraggiose in un mondo ignoto e creativo. Ne è valsa eccome la pena. Ha forgiato la maggior parte di noi, ha forgiato una generazione, ha forgiato un’ideologia, molto più umanistica che tecnologica, che certo ora andrebbe evoluta e messa a punto, ma che avrebbe potuto contribuire a correggere le esasperazioni dell’unica idea occidentale di società ancora in circolazione, con l&#8217;eccezione forse dei movimenti neo-ambientalisti, ovvero la società dei processi di massa e del consumismo. Per di più nel suo momento più pericoloso: il declino. Non ne abbiamo giovato? Siamo rimasti precari irrisolti senza certezza del futuro? Può essere, ma è il destino che a un certo punto ci siamo scelti, e io anche nei giorni di maggior sconforto non riesco proprio a rinnegarlo.</p>



<p>È importante che cominciamo a dirci queste cose sia per fare i conti col nostro passato sia perché un nuovo salto di paradigma, ancor più gigantesco, ci sta investendo. L’intelligenza artificiale promette di fare al sistema operativo della società quello che già gli ha fatto internet, solo in un ordine di magnitudine superiore. Auspicabilmente porterà con sé anche una nuova generazione di pionieri ed entusiasti sperimentatori, che mi aspetto stavolta possa trovare alleati nella nostra. Ma se neghiamo perfino di essere stati quello che siamo stati, se rinneghiamo le nostre origini, se non viviamo l&#8217;orgoglio del testimone da passare avanti a qualcuno che magari avrà più chance di noi di riuscire nell&#8217;impresa di risolvere i grandi problemi delle nostre comunità, finiremo per diventare anche noi padri rancorosi e ostili. Senza nemmeno le rendite di potere a giustificazione.  </p>
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