<?xml version="1.0" encoding="ISO-8859-1"?>
<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><!-- generator="FeedCreator 1.7.2-ppt (info@mypapit.net)" --><rss version="2.0">
    <channel>
        <title>Silenzio in Sala</title>
        <description><![CDATA[SilenzioInSala e' il cinema che parla]]></description>
        <link>http://www.silenzio-in-sala.com/</link>
        <lastBuildDate>Tue, 29 May 2012 00:10:17 +0200</lastBuildDate>
        <generator>FeedCreator 1.7.2-ppt (info@mypapit.net)</generator>
        <image>
            <url>http://www.silenzio-in-sala.com/sis_images/logo.gif</url>
            <title>Silenzio in Sala</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/</link>
            <description>SilenzioInSala e' il cinema che parla</description>
        </image>
        <atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/SilenzioInSala" /><feedburner:info xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" uri="silenzioinsala" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><item>
            <title>Lorax - Il guardiano della foresta</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-lorax-il-guardiano-della-foresta.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-lorax-il-guardiano-della-foresta.jpg><br><br>«<i>Era bassotto, anzianotto, brunetto e muschiosetto. E parlava con voce prepotente e pungente</i>». Con queste parole il prolifico autore per bambini <b>Dr. Seuss</b> dipingeva Lorax, un coloratissimo guardiano della foresta, protettore degli alberi di Truffola. Un giorno, l’ambizioso Onceler arriva nel bosco pieno di animali e colori con un unico sogno: creare il Thneed, tessuto multiuso ricavato dai ciuffi di Truffola. Il successo della sua invenzione porta all'abbattimento della foresta e all’estinzione degli alberi. Passano gli anni e l’antico sogno di Onceler si è tramutato in realtà: la città di Thneedville si erge al di là della terra arida dove un tempo c’era la foresta. Nell’agglomerato cittadino tutto è artificiale, gli alberi sono di plastica e l’aria è un bene di consumo messo in vendita dal crudele O’Hare. Ted, un ragazzino coraggioso nato e cresciuto in questa realtà artificiale, per amore di Audrey intraprende un viaggio illegale fuori dalla città per incontrare Onceler e cercare di riportare in vita gli alberi.<br />
<br />
Se esistesse una formula collaudata per ottenere l’ottimismo bisognerebbe ammettere che <i>Lorax – il guardiano della foresta</i> la possiede. Favola ecologista che rimarca la necessità di un mondo più verde e meno votato al consumo a tutti i costi, il film di <b>Chris Renaud</b> (co-diretto da <b>Kyle Balda</b>) è una girandola cromatica divertente e affascinante che, nella sua chiara intenzione di rivolgersi ad un pubblico infantile e ingenuo non manca di irretire anche gli adulti proprio grazie a quell’aura di fantastico che fa leva sul bambino che ognuno porta dentro di sé. L'immediatezza con cui gli sceneggiatori <b>Cinco Paul</b> e <b>Ken Daurio</b> riescono a trattare il tema, senza forzarlo con elementi di furbesca attualità, riesce facilmente ad incastrarsi con lo stile proprio del Dr. Seuss, capace di trattare temi profondi e importanti senza rinunciare alla magia e al divertimento.<br />
<br />
Sebbene in alcuni punti <i>Lorax</i> rischi di scivolare nel retorico o in qualche (evitabile) caduta di ritmo, il risultato finale è un piccolo gioiello d’animazione, capace di miscelare le atmosfere magiche della Disney (con tanto di sequenze interamente cantate) con una drammaturgia contenente al suo interno influssi provenienti dalle più disparate fonti. Se gli energumeni che fanno da guardia del corpo al villain sono un chiaro omaggio al Pinco Panco e Panco Pinco di Carroll, è pressochè impossibile non riconoscere in alcune sequenze dei rimandi all’universo iconografico creato da <b>Tim Burton</b>, non a caso uno dei più grandi estimatori della produzione del Dr. Seuss. Allo stesso tempo Renaud decide di rimanere ancorato alla tradizione estetica dello scrittore, ricreando ambienti innevati che ricordano l’habitat del <i>Grinch</i> e un protagonista a metà strada tra il Willy Wonka di <b>Johnny Depp</b> e <i>Il gatto col cappello</i>. Forte di una morale chiara e semplice, che non si perde in rimandi caotici, <i>Lorax</i> ha il difetto di perdere molta della sua bellezza nella versione italiana. I più piccoli – cui il film è rivolto – si lasceranno irretire dall’universo colorato e sopra le righe portato in scena, ma i più grandi probabilmente storceranno il naso nell’ascoltare la storia di Onceler dalla bocca (e dalla voce) di un <b>Marco Mengoni</b> sovraccarico, incapace di tenere un timbro vocale definitivo per tutta la durata. A parte questo e alcuni scivoloni ritmici, la pellicola prodotta dalla Illumination Entertainment di <i>Cattivissimo me</i> rimane un buon film di intrattenimento, a cui il 3D aggiunge un’ulteriore dimensione ludica. Vi sfidiamo a non lasciarvi affascinare dai tre pesci canterini (una versione subacquea dei Chipmunk di <i>Alvin Superstar</i>)  e soprattutto a non parteggiare per la divertente e coraggiosa Nonna Nora (<b>Betty White</b>), di certo il personaggio più riuscito di tutta la diegesi.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Mon, 28 May 2012 07:53:03 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Instinct - Istinto primordiale</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-instinct-istinto-primordiale.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-instinct-istinto-primordiale.jpg><br><br><b>Jon Turteltaub</b> non è certo tra i cineasti che si fanno notare per un approccio intimista governato da pathos e credibilità, a partire da <i>Phenomenon</i> sino alla dilogia de <i>Il mistero dei templari</i>. Nel 1999 riscatta la sua integrità intellettuale portando sul grande schermo <i>Instinct - Istinto primordiale</i>, con il premio Oscar <b>Anthony Hopkins</b> accompagnato dagli incisivi <b>Donald Sutherland</b> e <b>Georde Dzundza</b>, registrando tuttavia gli incassi meno soddisfacenti della sua, altresì ricca di successi commerciali, filmografia.<br />
<br />
Ethan Powell (Anthony Hopkins), dottore e ricercatore naturalistico, viene rinchiuso in un ospedale psichiatrico con l'accusa di omicidio. Nella solitudine e nel silenzio di un mondo che non gli appartiene, incontra lo psichiatra Theo Caulder (<b>Cuba Gooding Jr.</b>) che farà da sfondo e da oggetto dei suoi fini: far conoscere al mondo la realtà imprigionata dietro le sbarre delle costruzioni sociali e culturali.<br />
<br />
Ispirato al romanzo filosofico <i>Ishmael</i> di <b>Daniel Quinn</b>, <i>Instinct</i> affronta una tematica antropologica forte, sconosciuta e scomoda. Sottovalutato dal pubblico e dalla critica, si impregna nelle menti libere disposte ad osservare oltre quella patina consolatoria e sdolcinata consumistica, ma che avvicina comunque l'opera di Turteltaub ad una concezione mainstream della stessa e di rimando meno autoriale. Dalle generazioni più antiche a quelle odierne, alle domande che l'uomo si pone non vi è risposta ma è necessario provarci. Tornare allo stato brado, scavare tra le macerie del nostro tempo, abbattere muri, pregiudizi, premesse e obblighi. Sino ad arrivare a rispondere e a risponderci: chi siamo? E ancora, raggiungere l'essenza per liberarci dal controllo, liberarci dal controllo per arrivare all'essenza; e scoprire che ciò che blocca i nostri passi verso la realtà non sono altro che barriere illusorie della mente. Troppo scettici per crederci o affaticati per liberarcene. Il film porta alla luce la realtà del mondo tornando allo stato primordiale dell'essere umano, sbiadito e dimenticato; addestrato alla paura, alle rinunce, perennemente sottomesso. Se un giorno ci svegliassimo e scoprissimo che tutto ciò che abbiamo vissuto finora - la distinzione tra giusto e sbagliato o più in generale la conoscenza - è stato solo frutto di indotte illusioni? <i>Instinct</i> è un lungometraggio che incute timore, imperfetto eppure pronto a spianare la strada alla percezione di noi stessi.]]></description>
            <author>maila miotto</author>
            <pubDate>Sun, 27 May 2012 12:22:30 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Cosmopolis</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-cosmopolis.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-cosmopolis.jpg><br><br>È mattina a Wall Street. Eric Packer (<b>Robert Pattinson</b>), un giovanissimo magnate della Finanza, entra nella sua limousine privata con un unico obiettivo: lasciare Manhattan e attraversare tutta New York per andare a farsi sistemare il taglio di capelli. Ma non è una giornata come le altre: una visita del Presidente degli Stati Uniti sta paralizzando la città e le prime avvisaglie di una crisi finanziaria stanno riversando nelle strade fiumi di persone pronte a contestare con violenza i burattinai dell’economia. Incurante di tutto, Eric inizia il suo viaggio.<br />
<br />
Cronenberg reinterpreta il romanzo <i>Cosmopolis</i> di <b>Don DeLillo</b> che a sua volta si era ispirato all’<i>Ulisse</i> di Joyce: il viaggio reale che Eric intraprende si sovrappone al viaggio metaforico nei meandri della sua mente. La limousine, palcoscenico che ospita quasi per intero il film, è un involucro, il bozzolo che circonda Eric: blindata per difendersi dagli attacchi esterni, proustianamente rivestita di sughero per essere insonorizzata (“ma i rumori riescono sempre a entrare”). In quel guscio lussuoso ricoperto di marmo di Carrara risiede il pensiero e lo spirito di Mr. Packer: nel corso del viaggio la sua limousine incrocerà la strada di diversi personaggi, dalla giovane e alienata moglie Elise (<b>Sarah Gadon</b>), all’amante Didi (<b>Juliette Binoche</b>), fino all’addetto alla sicurezza Shiner (<b>Jay Bauchel</b>). Per tutti questi personaggi varcare la portiera dell'auto vorrà dire connettersi con il mondo di Eric, un mondo che sta rapidamente andando in frantumi: non ha saputo analizzare con precisione la vorticosa crescita dello Yuan cinese e le sue scelte sbagliate lo stanno portando alla rovina. L’incipiente fallimento lo conduce a una progressiva presa di coscienza dell’effettivo valore della propria vita, mentre la limousine attraversa la città e viene aggredita, sporcata, graffiata, insudiciata dai manifestanti a cui Eric guarda con indifferenza. Ma più la limousine viene danneggiata più la sua parte oscura viene a galla.<br />
<br />
Pulsioni sessuali, paura della morte (la visita medica quotidiana) e allo stesso tempo spregio della vita, l’ossessione tecnologica a coprire una sostanziale mancanza di umanità: le psicosi e le paranoie di Eric sono quelle che hanno reso grande la filmografia di Cronenberg. Il regista canadese azzera l’azione e realizza un film quasi esclusivamente parlato, focalizzandosi sulla grande forza dei dialoghi, quasi tutti mutuati integralmente dall’opera di DeLillo, che trovano il loro apice nel lunghissimo e strepitoso duetto/duello finale (quasi 20 minuti) con Benno Levin (<b>Paul Giamatti</b>). Pattinson, volto scavato e sguardo assente, regge egregiamente una prova ad alto coefficiente di difficoltà che lo vede in scena dal primo all’ultimo minuto della pellicola. Ossessivo, disturbante, straniante, <i>Cosmopolis</i> è un attacco frontale a un mondo che vive e prospera solo attraverso freddi calcoli e che ha smarrito ciò che ci rende più umani: l’imperfezione, l’imprevisto, l’eccezione.]]></description>
            <author>Marco D'Amato</author>
            <pubDate>Fri, 25 May 2012 15:14:07 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Seafood - Un pesce fuor d'acqua</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-seafood-un-pesce-fuor-d-acqua.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-seafood-un-pesce-fuor-d-acqua.jpg><br><br><b>Aun Hoe Goh</b>, regista d’animazione malese, fonda la Silver Ant, un’azienda specializzata in cortometraggi, spot televisivi e videogiochi, che, insieme a Jazeera Children Channel, approda al cinema con questo <i>Seafood - Un pesce fuor d’acqua</i>, storia di amicizia e coraggio nelle profondità degli abissi marini.<br />
<br />
Due bracconieri scendono nell’oceano per rubare delle uova di squalo e il piccolo Pup non riesce a fermarli. Disposto a tutto pur di salvare i suoi fratelli, chiede aiuto al polipo Otto per raggiungere la Terra e riportare in acqua i cuccioli. Preoccupato per la sorte dell’amico, lo squalo martello Julius utilizza un robot progettato dal polpo per raggiungere Pup ed aiutarlo nella sua missione. Nel frattempo, la perfida Murena degli abissi e un vasto esercito di granchi, approfittando dell’assenza degli squali, progettano il modo per impadronirsi della barriera corallina.<br />
<br />
Il mondo marino, popolato da creature colorate e variopinte, ha sempre affascinato l’immaginario collettivo, fornendogli l’opportunità di entrare in contatto con un universo tanto differente quanto affascinante. Nel lontano 2004, la Pixar vinse l’Oscar come miglior film d’animazione per <i>Alla ricerca di Nemo</i>, dando spago a pellicole sottomarine ed ecologiste come <i>Shark Tale</i> e <i>Le avventure di Sammy</i>. Lo sceneggiatore <b>Jeffrey Chiang</b>, sicuro del fascino che le avventure sottomarine hanno sul pubblico, confeziona una storia votata sia al rispetto dell’ambiente che alla salvaguardia dell’antico valore dell’amicizia. Complotti, trappole e salvataggi in extremis sono alla base della pellicola, tutta giocata sull’alternanza di bene e male, di legale e illegale, di giusto e sbagliato. I personaggi realizzati in computer grafica sono colorati con delle texture talmente elementari da non permettere sfumature, riflessi o ombre. Anche le scenografie, sia marine che terrestri, sebbene abbiano colori sgargianti, risultano uniformi. Il pubblico dei più piccoli, comunque, non se ne accorgerà nemmeno troppo preso dalle gag e da un doppiaggio dall’impronta dichiaratamente infantile. Mirato, invece, il colpo assestato allo spettatore più maturo, in grado di capire che il percorso ad ostacoli causato dai detriti umani e dagli scarti industriali è tutt’altro che un’occasione per creare un parco giochi.<br />
<br />
Tra Pup che si difende a colpi di karate e Julius che assiste inorridito alle pinne degli squali esposte come trofei, il mondo terrestre è messo al bando, a meno che non contribuisca davvero a difendere le proprie riserve naturali. <i>Seafood</i>, citando apertamente i film acquatici, primo su tutti <i>La Sirenetta</i> disneyana, fa il verso anche a <i>Madagascar</i> e <i>Galline in fuga</i>, introducendo quattro bulletti gallinacei che comandano sulla terraferma, come dei veri e propri boss di quartiere. In uno scontro tra pinne, penne e (batti)becchi, Aun Hoe Gohy dimostra che la convivenza tra specie differenti è possibile se, senza alcun pregiudizio, si ha voglia di esplorare l’inesplorato e di conoscere tutto ciò che è - ancora - ignoto o ignorato.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Fri, 25 May 2012 09:35:20 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Nightmare Before Christmas</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-nightmare-before-christmas.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-nightmare-before-christmas.jpg><br><br>Nella sala di un vecchio cinema, l'Avalon, nei pressi di Burbank, il giovane <b>Tim Burton</b> trascorreva i pomeriggi perdendosi lungo migliaia di racconti di celluloide. Uno di questi, <i>Gli Argonauti</i>, permise al regista di <i>Beetlejuice</i> di familiarizzare con lo stop motion, tecnica fotografica basata sull’illusione ottica del movimento. Già con il corto <i>Vincent</i>, il regista aveva potuto cimentarsi con questo linguaggio, ma è solo nel 1993 con <i>The Nightmare Before Christmas</i> che lo stop motion diventa uno stilema burtoniano.<br />
<br />
Nella città di Halloween, Jack Skeletron è il Re incontrastato dei festeggiamenti. Ogni 31 Ottobre lo scheletro mette in scena uno spettacolo terribile e spaventoso. Idolatrato dai concittadini, Jack sente di aver perso il gusto per lo spavento. Durante una passeggiata notturna, colmo di nostalgia e di noia, Skeletron si imbatte in un albero che lo trasporta nella Città del Natale, una dimensione diametralmente opposta a quella da cui proviene. Il viaggio, comunque, è un’illuminazione: Jack è ben deciso ad appropriarsi della festività natalizia, trasformando la sua città in una sorta di versione più cupa di quella di Babbo Rachele. Mentre i preparativi si fanno febbrili, sarà la bambola Sally – creatura innamorata di Jack – ad avvertire il pericolo imminente, rappresentato non solo dal temibile Bau Bau, ma soprattutto dall’ignoranza del mondo esterno.<br />
<br />
Il regista californiano recupera le passioni e le ossessioni d’infanzia, mescolandole in un mondo diviso tra due poli, e crea una pellicola intrisa di nostalgia e, al tempo stesso, di speranza. Jack Skellington è, senza dubbio, uno degli eroi più positivi di tutta la produzione burtoniana. Come i suoi predecessori (e come faranno anche molti che lo seguiranno), lo scheletrico protagonista si scopre diverso da tutti coloro che lo circondano, estraneo ad un mondo che aveva sempre dominato; un outsider, assetato di conoscenza e di esperienza. L’universo nel quale è stato plasmato e che l’ha incoronato, con il lento dispiegarsi di giornate tutte simili e inutili, rischiano di consumarne l'estro creativo. Appena la routine si spezza, grazie ai colori giocosi della Città del Natale, Jack trova un’altra via per esprimere se stesso e grazie alla quale ricostruire una nuova versione di sé. Uno dei rarissimi personaggi nella galleria gotica costruita da Burton a non essere sconfitto dalle proprie aspirazioni, in grado di accettare la propria natura extra-ordinaria. La sua avventura prende il via dalla necessità di colmare un vuoto - espressa al meglio nella scena musicale <i>Re del Blu, Re del Mai</i> - e che potrà essere sconfitto non solo attraverso un’avventura eccezionale, ma anche grazie all’amore incondizionato della dolcissima Sally.<br />
<br />
Il film è un ricettacolo di citazioni care al regista: dal personaggio di Frankenstein - di cui Sally ne rappresenta la versione femminile - al Grinch del <b>Dottor Seuss</b>, passando per gli spettacoli televisivi <i>How the Grinch stole Christmas</i> e <i>Rudolph the Red-Nosed Reinder</i>, entrambi degli anni ’60. Liberamente ispirato a <i>The Night Before Christmas</i> di <b>Clement Clarke Moore</b>, <i>The Nightmare Before Christmas</i> è così palesemente burtoniano che risulta difficile credere che alla regia ci fosse qualcun altro. <b>Henry Selick</b>, che Burton aveva conosciuto durante il suo lavoro alla Disney, eredita il mondo creato dall’amico - costretto ad allentare la presa sul progetto per via delle riprese del secondo <i>Batman</i> - e segue dettagliatamente ogni tipo di suggerimento e suggestione, tanto che ad oggi, la pellicola da lui diretta è uno dei massimi esempi della poetica burtoniana. Un ultimo e importante cenno va fatto all’ennesimo lavoro eccezionale svolto da <b>Danny Elfman</b>, capace di creare un universo musicale nostalgico e cupo, che ben si amalgama alle personalità ideate dal visionario regista di Burbank.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Thu, 24 May 2012 10:53:31 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Tarzan</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-tarzan.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-tarzan.jpg><br><br>Dopo un naufragio, una coppia con neonato trova rifugio sulla costa africana. Quando i due genitori vengono uccisi dal feroce leopardo Sabor, il piccolo, salvato da una femmina di Gorilla di nome Kala, crescerà con le scimmie imparando a diventare uno di loro, tra la rivalità con il maschio Kerchak e l’amicizia con gli altri cuccioli. La vita dell’uomo-gorilla proseguirà serenamente fino a che non giungeranno nella foresta il professor Porter e sua figlia Jane, due scienziati accompagnati dal malvagio cacciatore Clayton. Tarzan capirà così di appartenere ad una specie diversa e dovrà decidere se ricongiungersi alla sua gente, tra l’innamoramento per la bella Jane e l’affetto per i gorilla, unica famiglia mai avuta.<br />
<br />
37° classico Disney, l’ultimo negli anni del "rinascimento” che si oppone al successo Pixar: <i>Tarzan</i>, favola moderna di integrazione e scoperta tra mondi diversi, adatta per il pubblico del XX secolo il romanzo di <b>Edgar Rice Burroughs</b> che narra le incredibili avventure dell’uomo allevato dalle scimmie. I creativi Disney smussano quanto basta gli angoli spigolosi del romanzo del 1912 – come avevano già fatto, del resto, anche con <i>Il libro della giungla</i> nel 1967 - trasformando il duello uomo-gorilla tra Tarzan e Kerchak in una rivalità padre-figlio. Tutta la vicenda si regge sul contrasto fra la motivata aggressività animale e l’insensata ferocia umana: nel film, nemico unico non è infatti il leopardo Sabor, pur avendo ucciso sia il piccolo di Kala sia i genitori di Tarzan, ma anche Clayton, il cacciatore di gorilla. Eppure quest'ultimo - da stessa dichiarazione degli sceneggiatori - è un “cattivo leggero”, pensato per non distogliere l’attenzione dalla vicenda del protagonista, unico nodo della trama. <br />
<br />
Non c’è spazio nella favola di animazione per riflessioni etologiche – molto sensate invece ad inizio secolo, all’epoca del romanzo di Rice Borroughs – e <i>Tarzan</i> diviene una metafora della convivenza e della reciproca accettazione fra esseri diversi. Il resto è la migliore tecnica Disney, con disegnatori ed animatori che per i movimenti di Tarzan fra i rami e le liane si sono ispirati agli snowboarder e ai surfisti, con il risultato di un uomo scimmia dalle capacità di un atleta. Ad offrire le voci ai personaggi del film sono star del calibro di <b>Glenn Close</b> (Kala), <b>Rosie O’Donnell</b> (Terk), <b>Minnie Driver</b> (Jane), mentre l’eccezionale colonna sonora è di <b>Phil Collins</b>, Golden Globe e premio Oscar per la Migliore Canzone nel 2000 con il pezzo <i>You'll Be in My Heart</i>.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Wed, 23 May 2012 09:14:37 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Viaggio in paradiso </title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-viaggio-in-paradiso.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-viaggio-in-paradiso.jpg><br><br>Driver (Mel Gibson) per sopravvivere al Pueblito stringe un rapporto di mutuo soccorso con un ragazzino (<b>Kevin Hernandez</b>) che Javi (<b>Daniel Gimenez Cacho</b>) protegge in quanto il suo particolare tipo di sangue lo rende perfetto per un trapianto di fegato che salverà la vita al boss. Driver dovrà cercare di evadere dal Pueblito salvando il ragazzino e sua madre (<b>Dolores Heredia</b>), recuperando i suoi soldi prima che a metterci le mani sia il boss a cui li ha rubati, Frank (<b>Peter Stormare</b>).<br />
<br />
<b>Mel Gibson</b> torna sugli schermi per risanare il suo divismo con un film d’azione old-school, diretto da <b>Adrian Grunberg</b> che di Gibson era stato assistente alla regia in <i>Apocalypto</i>. La trama concede all'attore l'opportunità di interagire in un nuovo contesto sociale (e bidimensionale), con brutalità ed eroismo in pieno stile anni settanta: in fuga alla guida di una macchina assieme al suo complice moribondo dopo un colpo multimilionario, la polizia lo bracca e lui per sfuggire alla cattura sfonda il muro che separa il confine USA da quello messicano. La polizia locale, corrotta, si prende i soldi e con una falsa accusa lo spedisce nel carcere di Tijuana noto come El Pueblito. Il complesso di detenzione, frutto di un esperimento governativo, è un’immensa cittadella nella quale i detenuti convivono con le proprie famiglie sfruttando una notevole libertà. La situazione è rapidamente degenerata ed El Pueblito è diventato un coacervo di corruzione, spaccio, prostituzione, violenza, sopraffazione e denaro governato dal boss locale Javi. <br />
<br />
Ritmi vorticosi e azione senza soluzione di continuità sono la ricetta vincente di questo b-movie al piombo. Se si riesce a chiudere un occhio sulle esagerazione in sede di script e sviluppo stereotipato dei personaggi, <i>Viaggio in Paradiso</i> intrattiene e coinvolge con uno stile che ammicca volutamente ai lavori di <b>Robert Rodriguez</b>, <b>Quentin Tarantino</b> e <b>Sam Peckinpah</b>. Un punto importante a favore della pellicola lo segna l’ottima ambientazione: l’infernale carcere in cui tutto è lecito (the world shittiest mall lo definisce Gibson) è ricostruito alla perfezione e regala agli attori un palcoscenico sterminato eppure soffocante in cui muoversi.]]></description>
            <author>Marco D'Amato</author>
            <pubDate>Wed, 23 May 2012 07:39:08 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Men in Black II</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-men-in-black-ii.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-men-in-black-ii.jpg><br><br>Nessuno avrebbe mai immaginato che un film fantascientifico tanto irriverente come <i>Men In Black</i> avrebbe avuto un successo mondiale di tale portata. E invece, gli uomini in nero dal look alla Blues Brothers, dal neuralizzatore facile e dal leitmotiv fischiettabile e accattivante, sono entrati subito a far parte dell’immaginario collettivo. E così, a cinque anni di distanza, Sonnenfield torna dietro la macchina da presa per realizzare l'atteso sequel.<br />
<br />
Dopo che l’agente J ha neuralizzato la memoria di K per concedergli la possibilità di vivere una vita “normale”, il corpo dei MIB, “legione segreta di angeli custodi”, ha nuovamente bisogno di lui. Seerlena, un alieno mutaforma kilotyano è approdato sulla Terra per impossessarsi della "luce di Zartha", un gioiello dall’incredibile bellezza e dall'elevato potere distruttivo. L’extraterresrtre, 25 anni prima, con l'intento di conquistare il Pianeta Zahrta, aveva costretto gli zahartiani a fuggire dalla loro galassia e affidare il prezioso manufatto ad una specie aliena, gli umani. Adesso, dopo 12 anni, l’alieno è tornato sulla Terra deciso a recuperare il gioiello per distruggere la razza umana e vendicarsi, così, dell’affronto subito anni prima.<br />
<br />
Confermando l’affiatata coppia <b>Will Smith</b>/<b>Tommy Lee Jones</b>, Sonnenfield gioca la partita in casa. Forte del successo del primo capitolo e dell’ascendente che i due attori hanno sul pubblico, il regista ha esclusivamente il compito di realizzare una nuova pellicola che, mantenendo gli standard contenustici e visivi della precedente, sappia distanziarsene per ottenere la giusta autonomia. Gli effetti speciali che caratterizzavano <i>Men in Black</i> vengono abbondantemente surclassati dagli alieni mucosi del sequel, più simili alle grottesche creature di <i>Mars Attack!</i>. Il make up e l’animatronica di <b>Rick Baker</b> (<i>Un lupo mannaro americano a Londra</i> e <i>Il pianeta delle scimmie</i>) affiancano le artificiose lavorazioni digitali della Industrial light & Magic di <b>George Lucas</b>, rendendo il film colmo di effetti speciali e di voluminose creature dalle molteplici teste e i denti aguzzi. Ispirato all’omonimo romanzo grafico di <b>Lowell Cunningham</b> e scritto da <b>Robert Gordon</b>, <i>Men in Black II</i> rende inoltre più piccante la vicenda plasmando un cattivo ad hoc brutto dentro ma bello fuori. Seerlena è un alieno orrendo e viscido arrivato sulla Terra sotto le meravigliose sembianze di una modella di Victoria’s Secret. La pellicola, appoggiandosi sulla cresta dell’onda creata dal film originale, si limita ad esasperarne gli effetti visivi e ad arricchire i dialoghi con doppi sensi e battute grossolane. Ma in fondo, l’obiettivo del mix di fantascienza, sci-fi, commedia e azione è solo quello di intrattenere il pubblico, ridere della paradossalità delle situazioni proposte e, al contempo, far sentire lo spettatore perfettamente “normale” in un mondo in cui “le modelle e i modelli sono, semplicemente, tutti alieni”.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Wed, 23 May 2012 06:55:46 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Men in Black</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-men-in-black.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-men-in-black.jpg><br><br>Gli uomini in nero sono agenti senza identità, esseri viventi che non lasciano alcuna traccia sulla Terra. Il loro compito è quello di difendere il Pianeta dall’immigrazione clandestina degli alieni i quali assumono sembianzeterrestri per vivere indisturbati tra gli umani. Questo è lo scenario di <i>Men in Black</i>, trasposizione cinematografica dell’omonimo fumetto di <b>Lowell Cunningham</b>, diretta dal visionario <b>Barry Sonnenfeld</b>, regista dell’irriverente dittico de <i>La famiglia Addams</i>.<br />
<br />
È giunto il momento di trovare un degno sostituto dell’agente K, membro di un’agenzia segreta del governo americano, che seleziona i migliori uomini della nazione per sottoporli a complicati test intellettivi. La scelta ricade su James Edwards, un poliziotto impulsivo e indisciplinato che, inconsapevolmente, è riuscito a catturare un alieno semplicemente con le sue forze. Quando una pericolosa piattola approda sulla Terra per distruggerla, gli agenti K e J sono costretti ad entrare in azione.<br />
<br />
Armi ipertecnologiche, alieni mimetizzati, piattole viscide generatrici di scarafaggi e neuralizzatori capaci di cancellare parzialmente la memoria, sono i veri protagonisti di <i>MIB</i>. L’ambiziosa sceneggiatura di <b>Ed Solomon</b> (<i>Charlie’s Angels</i>) unisce generi diversi, compiacendo gli amanti della fantascienza, i sostenitori degli effetti speciali e i fautori della commedia. Sonnenfeld gonfia miti e personaggi fino al paradosso più estremo, attraverso una coppia bizzarra, opposta e complementare: <b>Tommy Lee Jones</b>, uomo tutto di un pezzo, e l’irriverente e camaleontico <b>Will Smith</b>, punto focale di tutta la narrazione. Quest'ultimo rappresenta il personaggio chiave con cui lo spettatore si identifica: impossibile non ridere della sua ingenuità e spontaneità, non simpatizzare con il personaggio più “umano” di tutti. J non abbandona i suoi difetti, non rinuncia alla propria impulsività, non modifica la propria condotta per diventare un gelido (e poco seduttivo) “James Bond sotto copertura”. Sprezzante del pericolo e atletico fino al midollo, il neo-agente troverà il modo di liberare K dagli schematismi di cui era schiavo, rendendolo un uomo migliore. Infine la colonna sonora di <b>Danny Elfman</b> fà il resto, introducendo, con il suo stile disarmonico ed eccentrico, vertiginoso e stravagante, lo spettatore in un universo allucinato. Le note del compositore burtoniano accompagnano l’entrata in scena degli extraterrestri sin dal momento in cui entrano in contatto per la prima volta con gli umani. E loro, creature interspaziali dall’aspetto orripilante e multiforme, creati da <b>Eric Brevig</b>, sono degne rivali dei protagonisti lucasiani di <i>Guerre Stellari</i>. Attraverso il loro maestoso aspetto rivelano, ben presto, la morale del film riducendo i protagonisti ad una semplice, minuscola, parte di un universo infinito. Tra scazzottate, battute impertinenti e creature intergalattiche, Sonnenfeld riempie di azione, alieni e divertimento una pellicola che catapulta lo spettatore in un mondo dove alieni e umani convivono alla - non sempre rivelatrice - luce del sole.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Tue, 22 May 2012 08:39:19 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Men in Black III</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-men-in-black-iii.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-men-in-black-iii.jpg><br><br>Occhiali scuri, vestiti eleganti, armi stratosferiche, senso dell’humor e grinta da vendere: gli uomini in nero sono tornati. Sono passati quindici anni dall’ultima (dis)avventura degli agenti K e J, eppure la loro vita non è cambiata di una virgola. Sempre impegnati a monitorare le mosse aliene, i Men in Black vigilano per salvaguardare la Terra da eventuali attacchi. A neutralizzatori e pistole disintegranti si aggiungono subito espedienti di difesa piuttosto semplici: padelle, salse speziate e bottiglie di vetro. Una sorta di piccolo avvertimento che, sin dai primi minuti, cerca di disabituare lo spettatore ad una New York ipertecnologica. Le luccicanti e rumorose scenografie di una della metropoli lasciano il posto a quelle di una tranquilla cittadina americana che, tra alieni in borghese e moto d’epoca, vive in diretta il primo sbarco sulla Luna.<br />
<br />
La monotona routine degli agenti in nero viene spezzata dalla fuga del perfido Boris l’animale, un criminale baglodita che K, quarant'anni prima, era riuscito a rinchiudere in una blindata prigione lunare. L’extraterrestre decide di ripresentarsi sulla Terra e di tornare indietro nel tempo per riprendersi la vita che K gli ha strappato. L’agente J, allora, vittima della frattura temporale causata dall’alieno, viene spedito nel 1969 per salvare l’amico e per evitare che la vittoria di Boris comporti un tragico cambiamento della storia e del destino del mondo.<br />
<br />
Dopo quattro anni di assenza dal grande schermo, <b>Will Smith</b> torna al cinema al fianco di <b>Tommy Lee Jones</b>, rinforzati dalla presenza di <b>Josh Brolin</b>, interprete, in questo terzo capitolo, di un giovane e affascinante K dai capelli gelatinati, il sorriso smagliante e un’abile capacità nel flirtare con le donne. L’alchimia tra i protagonisti funziona alla perfezione tanto che la componente comica e action finisce per avere la meglio su quella sci–fi. Le creature di <b>Rick Baker</b>, uno dei più grandi maestri nella realizzazione di mostri cinematografici, vincitore di ben 7 premi Oscar, diventano sempre più ricche e voluminose. Sebbene la sceneggiatura di <i>Men in Black III</i> sia passata per molte mani, transitando soprattutto tra quelle di <b>David Koepp</b> e dell’<b>Ethan Cohen</b> di <i>Tropic Thunder</i>, alla fine ne è derivata una pellicola divertente e spensierata che fà dei continui battibecchi tra i protagonisti e delle citazioni a <i>Ritorno al Futuro</i> la dominante cromatica. La vicenda, leggera, vivace e spumeggiante, riesce ad ironizzare sia sui diritti civili e sulla segregazione razziale, che su <b>Andy Warhol</b> (come <b>Michael Jackson</b> prima di lui) e la sua Factory. <b>Barry Sonnenfield</b> si dedica anima e corpo a dirigere attori talentuosi alle prese con una storia familiare e innovativa al tempo stesso. Alle musiche del compositore <b>Danny Elfman</b> si affiancano quelle del rapper <b>Pitbull</b> che donano un tocco di maggiore “coattaggine” al film. E proprio il mondo della musica ha un ruolo essenziale nella saga, tanto che nel terzo capitolo troviamo sia un cammeo di <b>Lady Gaga</b> che di <b>Nicole Scherzinger</b>, ex cantante delle <b>Pussycat Dolls</b>, nonché l’esordio cinematografico di <b>Jermaine Clement</b>, musicista del gruppo neozelandese <b>Fight of the Conchords</b>. Non a caso, il perfido villain, un accanito rockettaro con un braccio solo e occhi letali, finisce presto per diventare il miglior cattivo che i gli agenti abbiano mai dovuto affrontare. Ad eccezione di un 3D che poco aggiunge alla spettacolarità scenica della pellicola, <i>Men in Black III</i> è un degno erede della saga inaugurata nel 1997 e conclusasi tra salti spazio temporali, musica country e rap, creature aliene ed un tripudio di effetti speciali rigorosamente all’avanguardia.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Mon, 21 May 2012 05:13:48 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Ip Man 2</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-ip-man-2.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-ip-man-2.jpg><br><br>Hong Kong, anni ’50. Il maestro Ip Man (<b>Donnie Yen</b>) e la sua famiglia si sono trasferiti nella metropoli cinese per aprire una scuola di arti marziali e diffondere la sua tecnica del wing chun fuori Foshan. La strada però è da subito seminata di ostacoli ed il maestro deve affrontare non solo i rivali cinesi del kung fu, ma anche la curiosità e l’astio del mondo della boxe occidentale. A fare seguire Ip Man sarà un nuovo alleato, il maestro Hung Gar (<b>Sammo Hung Kam-Bo</b>), nella lotta senza pietà contro il leggendario pugile noto come The Twister (<b>Darren Shahlavi</b>).<br />
<br />
In principio fu <i>Ip Man</i>. Miracolo di azione e arti marziali, combattimenti studiati come danze e l’affascinante ambientazione durante la resistenza cinese al Giappone della Seconda Guerra Mondiale. Il ritorno dei tempi d’oro del genere delle arti marziali. Due anni dopo, nel 2010, <b>Wilson Yip</b> torna a farsi cantore delle imprese dell’eroe nazionale delle arti marziali cinesi, passando dalla biografia all’agiografia con una disinvoltura tale da riuscire a smarrire, già nei primi minuti, tutta la potenza evocativa ed il tono epico della prima pellicola. Stavolta il teatro delle vicende è Hong Kong ed i nemici sono gli inglesi e la white boxe. Il tentativo è sempre quello di intavolare lo scontro fra due nazioni a partire dalla loro tecnica di combattimento più nota. Il risultato però, stavolta non convince fino in fondo. Mentre infatti continua ad incantare la costruzione perfetta dei duelli tra Ip Man e i maestri rivali, perplimono invece quelli sul ring tra il maestro e il pugile. <br />
<br />
E nonostante il monologo finale di Ip Man sulla necessità di usare uguale dignità ad oriente ed occidente, in quanto entrambi maestri nella loro arte, il concetto del film finisce per non riflettere le parole del lottatore. Persa qualsiasi vocazione epica, lo scontro si riduce in una banalizzazione della contrapposizione tra il “raffinato” oriente ed il rozzo occidente. Arti marziali contro cazzotti, il combattimento occidentale ne esce ridicolizzato al punto da perdersi qualsiasi parvenza di onore dei vinti. Si aggiunge in questa seconda pellicola anche una vocazione sentimentale, con sequenze come quella del combattimento finale, che si svolge in contemporanea alla nascita del figlio di Ip Man nella continua evocazione della morte del rispettato amico-rivale Hung Gar, ucciso in precedenza dal pugile inglese. Rimane intatta la bravura del protagonista Donnie Yen e la spettacolarizzazione dei duelli, ma si perde nel giro di dieci anni cinematografici - o di due anni della realtà - la poesia del racconto mitico del maestro che diventa qui una sua sterile celebrazione. Una chicca, in chiusa: la presentazione al maestro di un giovane ed arrogante Bruce Lee, finale che lascia aperta la porta al terzo film e firma il sigillo di appartenenza della pellicola al genere del più famoso attore-lottatore cinese.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Sun, 20 May 2012 11:47:42 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>La liceale nella classe dei ripetenti</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-la-liceale-nella-classe-dei-ripetenti.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-la-liceale-nella-classe-dei-ripetenti.jpg><br><br>Il professor Pinzarrone (<b>Gianfranco D’Angelo</b>), nostalgico fascista, è il padre severo di Tonino (<b>Sylvain Green</b>), giovanotto timido e indeciso innamorato della bella Angela (<b>Gloria Guida</b>), seducente liceale che a scuola attira le attenzioni di alunni e docenti, tra cui il professore di musica Modesti (<b>Alvaro Vitali</b>). Il padre di Angela, Zenobio (<b>Lino Banfi</b>), preoccupato per l’avvenenza della figlia e geloso di qualsiasi attenzione maschile, si oppone alla relazione della ragazza con Tonino. Tra Pinzarrone e Zenobio nascerà dunque una rivalità che porterà Angela a disinteressarsi del pavido fidanzato e a cercare altrove nuovi divertimenti.<br />
<br />
Gag triviali, gestacci e scurrilità di ogni genere costellano questa seconda pellicola del ciclo della "liceale", diretta dal maestro del trash all’italiana <b>Mariano Laurenti</b> ed interpretato da Gloria Guida, “la bionda” della commedia sexy degli anni ’70. Se anche dovesse essercene stato bisogno, <i>La liceale nella classe dei ripetenti</i> è il film che ha definitivamente consacrato la Guida come una delle icone, insieme alla francese <b>Edwige Fenech</b>, di un cinema fatto di poche idee, qualche trovata divertente e una riserva infinita di situazioni grottesche e demenziali. Il cast vanta tutta la crème del pecoreccio made in Italy, da Lino Banfi, a Gianfranco D’Angelo, fino all'immancabile Alvaro Vitali, ognuno protagonista nel suo ruolo solito.<br />
<br />
L’intero film è basato, come sempre, su alcune maschere fisse (il fascista, il cornuto, il furbo, lo scemo) e sull’intreccio elementare della rivalità fra i due protagonisti: Pinzarrone, professore fascista padre di  Tonino, e Zenobio Cantalupo, padre zoticone di Angela, la procace liceale. In mezzo ci sono i personaggi del professore di musica Modesti e del bidello Anacleto, interpretato da <b>Jimmy il Fenomeno</b> (al secolo <b>Luigi Origene Soffrano</b>), caratterista ultranoto tra anni ’70 e ’80. Battibecchi, ruzzoloni, sberle e l’intero pacchetto di allusioni e volgarità a sfondo sessuale costituiscono l’azione del film, mentre non può mancare l’”innocente” triangolo amoroso tra la liceale e i maschietti di turno, un pretesto come un altro per concedere alla Guida di spogliarsi e mostrarsi in tutto il suo splendore di ventitreenne.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Sat, 19 May 2012 06:29:51 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Roman Polanski: A Film Memoir</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-roman-polanski-a-film-memoir.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-roman-polanski-a-film-memoir.jpg><br><br>Presentato al Festival di Cannes, <i>Roman Polanski: A Film Memoir</i> è un viaggio appassionante ed estremamente coinvolgente nella vita del regista polacco; un concentrato di successi, scandali e tragedie che basterebbe a rendere indimenticabili dieci esistenze. Il regista francese <b>Laurent Bouzerau</b>, pluripremiato documentarista, ha filmato gli incontri informali che Polanski ebbe con il suo amico di vecchia data e produttore <b>Andrew Braunsberg</b> nella casa svizzera del regista a Gstaad nel 2009. Lì Polanski trascorreva interamente le sue giornate agli arresti domiciliari per aver fatto sesso con una minorenne.<br />
<br />
Con l’aiuto di filmati e foto d’epoca, guidati dalla calma voce di Polanski ci immergiamo nel profondo oceano di ricordi del regista che occupano un arco di quasi ottant’anni, diverse epoche storiche, svariati paesi e due continenti. Dai primissimi anni di vita a Parigi al trasferimento con la famiglia in Polonia proprio alla vigilia dell’occupazione nazista, dai ricordi del ghetto di Varsavia alla fine della guerra per arrivare all’inizio della sua carriera artistica e ai primi successi. Poi l’approdo a Hollywood e la notorietà mondiale, la tragedia dell’omicidio della moglie Sharon Tate e lo shock delle indagini che ne seguirono. Infine il ritorno sulle scene, la causa per lo stupro di una minorenne e il matrimonio con Emmanuelle Seigner, per giungere ai giorni nostri.<br />
<br />
Non si può rimanere indifferenti davanti alla commozione con cui Polanski parla delle retate naziste nel ghetto che gli portarono via prima la madre e poi il padre, o alla lucidità con cui ricorda gli episodi di un'intera esistenza sul baratro, poi omaggiati e inseriti nei suoi film (uno su tutti, il pranzo con la scatoletta di cetrioli sottolio successivamente utilizzato ne <i>Il Pianista</i>). Per chi ama il cinema è una manna sentirlo parlare dei primi ostacoli superati per intraprendere la carriera di regista e l’ostracismo incontrato in patria per il suo primo lungometraggio, <i>Il coltello nell’acqua</i>, il cui successo nell’Europa occidentale portò in alto le sue quotazioni fino all’approdo tra le stelle americane con <i>Rosemary’s Baby</i>. Inutile dire come a calamitare fortemente l’attenzione ci sia il racconto che Polanski fa delle vicende immediatamente precedenti e successive alla morte di <b>Sharon Tate</b> e al processo-Manson: particolarmente vivido è il ricordo delle folli attenzioni giornalistiche che si scatenarono e che tornarono vergognosamente in auge nel processo per lo stupro alla minorenne. Con la rilassatezza di una chiacchierata tra amici di vecchia data, il film si rivela un imperdibile dietro le quinte della vita e della carriera di uno dei mostri sacri del cinema mondiale capace di superare incolume, grazie all'immenso genio del quale è portatore, i durissimi colpi infertigli dalla vita.]]></description>
            <author>Marco D'Amato</author>
            <pubDate>Fri, 18 May 2012 14:30:51 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>La fuga di Martha</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-la-fuga-di-martha.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-la-fuga-di-martha.jpg><br><br>Può un meraviglioso sogno bucolico, un dolce miraggio di convivenza e condivisione umana trasformarsi in incubo? Siamo nell’America dei giorni nostri, nel paese che da Woodstock alla beat generation, passando per i mormoni e gli hamish, ha dato modo al desiderio dell’uomo di una vita autentica e naturale di prendere forma e corpo. Tutte queste correnti ideologiche e religiose si fondono insieme nella filosofia della comunità in cui la giovane Martha finisce - non per caso - a seguito di un’amica.<br />
<br />
Martha vive per due anni nei dintorni di New York in una piccola comunità pacifica votata al comunismo familiare, con orto, fattoria, e capofamiglia putativo. Poi qualcosa in lei si spezza e decide di fuggire dalla sorella, che l’accoglie nella sua borghese casa sul lago. Eppure il suo passato da selvaggia contadina, non solo le rende difficile inserirsi in questa nuova comunità, ma ritorna continuamente a tormentare la sua fragile psicologia, provata da segreti oscuri e distruttivi. Con una struttura sociale rurale gestita dal padre padrone e ruoli nettamente separati per uomini e donne, la nuova famiglia della ragazza si rivela essere un nucleo di eccentrici e parassiti in cui sottomissione e violenza psicologica vengono riconosciute come leggi non scritte. I "fratelli" e "sorelle" rubano quando ne hanno bisogno, chiedono soldi ai genitori dei nuovi giovani adepti con millantate nobili motivazioni, e soprattutto costituiscono merce fresca da offrire al padre-leader per i propri scopi. La luminosa casa della sorella Lucy, diviene per Martha, il luogo in cui ricordare la violenza, le umiliazioni e le angosce provate, mentre la comune guidata da Patrick, con i suoi recinti e i suoi sbarramenti, perde la patina di libertà che tanto proclama, per diventare luogo di solitudine e soprusi.<br />
<br />
Nonostante il soggetto non nasconda una certa originalità e la tensione sia ben costruita con sequenze di flashback e visioni paranoiche, l'esordio alla regia di <b>Sean Durkin</b> scorre via sincopata e lenta, con lacune narrative che lasciano lo spettatore - soprattutto nello spiazzante finale - frastornato ed incredulo. La telecamera di Durkin si muove su due piani paralleli, lungo il viaggio psichico interiore dei protagonisti. Il primo corrisponde alla natura dai toni freddi in cui agisce la famiglia/setta, l’altro alla compostezza della casa di Lucy, che si contrappone disarmonicamente allo sconvolgimento di Martha. Buona la prova degli attori che tentano di dar vita ad una piece quanto più verosimile possibile, ma che risentono del difficile coinvolgimento. L’esordiente <b>Elizabeth Olsen</b> presta volto e cuore alla protagonista, ma rimane smarrita nella ricerca della psicologia femminile e femminista che Martha dovrebbe avere. Gli unici che riescono a convincere davvero sono <b>Sarah Paulson</b> (<i>What Women Want</i>, <i>Abbasso l'amore</i>) che dà vita ad una Lucy incredula di fronte ai bizzarri atteggiamenti - apparentemente - senza motivo della sorella, e <b>John Hawkes</b> (<i>Un gelido inverno</i>) come capo della setta: carismatico, filosofo anticonsumista e demagogo, lega a sé i figli trattandoli come il gregge di pecore smarrite da portare in salvo, ma sottomettendoli ad un’intimità forzata e manipolando leggi e regole etiche per conseguire i propri interessi. Nonostante voglia essere un film sulle "reazioni umane autentiche, sulla vita autentica", questa storia dai moventi fin troppo paradossali e nessi logici poco comprensibili, non convince fino in fondo nè riesce a far tremare le barriere emotive e morali dello spettatore.]]></description>
            <author>Angela De Angelis</author>
            <pubDate>Fri, 18 May 2012 07:27:49 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Robots</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-robots.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-robots.jpg><br><br><i>Robots</i> è il secondo film dello studio Blue Sky, la casa di produzione fondata da <b>Chris Wedge</b> nel 1987 e resa famosa dalla serie de <i>L'era glaciale</i>. Il regista, insieme a <b>Carlos Saldanha</b> (<i>Rio 3D</i>), torna a dirigere un lungometraggio d'animazione che catapulta lo spettatore in una scintillante città robotica ben diversa dai preistorici paesaggi delle avventure del bradipo Sid e compagni.<br />
<br />
Rodney Copperbottom è un giovane robot inventore che decide di tentare la fortuna nella grande città, sperando di lavorare per le famose industrie Bigweld. Giunto a Robot City però si renderà conto che il mondo che sognava è ben diverso dalla realtà e sarà catapultato, suo malgrado, in una serie di rocambolesche avventure, al fianco di sgangherati amici meccanici, nel disperato tentativo di salvarli da un'infausto destino.<br />
<br />
Scritto da <b>David Lindsay-Abaire</b> (<i>Rabbit hole</i>),<i> Robots</i> è un film espressamente pensato per i gusti del pubblico più giovane, che osa poco e punta su una struttura semplice ed ampiamente consolidata. Le trovate e le gag si appoggiano su un collaudato repertorio slapstick che diverte solo a tratti e scivola spesso nel già visto. La comicità, immediata ed estremamente digeribile, risulta quindi altrettanto stucchevole sulla lunga distanza. I personaggi - ampiamente caratterizzati dal punto di vista grafico - risentono di un forte macchiettismo di fondo che li priva di un'originale connotazione caratteriale, relegando molti comprimari a semplici immagini di sfondo. Una forte, e gradevole, carica di umanità conferisce ai luccicanti robot, un aspetto decisamente familiare, contribuendo ad accentuare il gradimento visivo da parte del pubblico e a sopperire alle lacune. Le buone idee non mancano: interessante la critica al consumismo forzato e alla corsa agli aggiornamenti, che però resta priva di un buon approfondimento apparendo pretestuosa ai fini della vicenda. Poche sono le sequenze memorabili: l'ingresso nell'infernale fabbrica di Madame Gasket e il bizzarro mezzo di trasporto con cui Rodney arriva a Robot City rimangono impresse, ma non riescono tuttavia a far decollare il film, ancorato al suolo da un'eccessivo tripudio di buoni sentimenti e forzature più o meno evidenti, che contribuiscono ad intiepidire ulteriormente una minestra poco saporita. Il doppiaggio italiano non equilibra tale impoverimento: la voce di <b>Francesco Facchinetti</b>, che sostituisce quella di <b>Ewan McGregor</b>, è una scelta azzardata che non regala il successo sperato. Nonostante un substrato particolarmente fertile, <i>Robots</i> non supera gli stereotipi del cinema di genere, rimanendo legato ad una forte tradizione e privando i contenuti dello spessore necessario ad accattivare il grande pubblico. Molti elementi rimangono abbozzati e non permettono a questo cartoon, tutto sommato gradevole, di raggiungere le vette toccate altrove dallo studio.]]></description>
            <author>Leonardo Ligustri</author>
            <pubDate>Thu, 17 May 2012 08:58:34 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Molto forte, incredibilmente vicino</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-molto-forte-incredibilmente-vicino.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-molto-forte-incredibilmente-vicino.jpg><br><br>Sebbene siano passati più di dieci anni dal dramma dell'11 settembre, il crollo delle Torri Gemelle rimane una scena indelebile nella memoria collettiva. Il mezzo cinematografico ha cercato in molti modi di affrontare quella tragedia, di esorcizzarne la paura e superarne il trauma. Dopo <i>Fahrenheit 9/11</i>, <i>Remember Me</i> e <i>World Trade Center</i>, Hollywood torna a parlare dello spettro americano che si aggira ancora per le strade, negli edifici, nelle case. <b>Stephen Daldry</b>, nuovamente dietro la macchina da presa dopo il premiato <i>The Reader</i>, realizza l'adattamento cinematografico del romanzo di <b>Jonathan Safran Foer</b>.<br />
<br />
Oskar Schell è un bambino di nove anni talmente intelligente che, involontariamente, finisce per assumere comportamenti eccentrici ed ossessivi. Il padre Thomas è un marito fedele, un genitore affettuoso e premuroso che instaura un rapporto speciale con il figlio. Valorizzando al meglio le doti intellettuali di Oskar, l’uomo organizza delle “spedizioni esplorative”, delle vere e proprie cacce al tesoro che portano il ragazzo a scoprire il mondo, pur rapportandovisi da lontano. Il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle, Thomas si trova in uno degli edifici e rimane vittima dell'eccidio. Oskar non riesce a darsi pace per la perdita del padre, cerca un modo per sentirsi vivo e, conseguentemente, di trasformare la sofferenza interiore in un dolore fisicamente reprimibile. Quando rompe un vaso del padre e vi scopre una chiave misteriosa, il bambino inizia a cercare la porta che questa può aprire. L’unico indizio di cui dispone è la scritta “Black” sulla busta che la contiene e, così, a piedi, parte alla ricerca dei 472 Mr. e Mrs. Black che abitano a New York. Una spedizione lunga e complicata che, tra successi e delusioni, lo porterà a scoprire il vero senso della vita.<br />
<br />
Non era facile trovare il giusto equilibrio tra dramma e melodramma e bilanciare, senza eccedere, un'irrefrenabile vena emotiva e il disperato tentativo di lottare per un mondo (e contro un destino) iniquo. Eppure <b>Eric Roth</b>, sceneggiatore di <i>Forrest Gump</i>, è riuscito a costruire una storia che, pur rimanendo fedele al romanzo originale, evita eccessi di pathos. Il personaggio di Oskar viene privato di tutte quelle sfaccettature ironiche e vivaci che, originariamente, lo caratterizzavano a favore della sua indole malinconica, sofferente e disperata. Il piccolo <b>Thomas Horn</b> porta sulle sue esili spalle il peso di un segreto tanto amaro quanto imbarazzante che lo rende, fotogramma dopo fotogramma, più maturo. Punto focale dell’intera narrazione, Oskar utilizza gli occhi per assistere alla tragedia, le orecchie per ascoltare le urla di dolore, le gambe per correre lontano. Le numerose soggettive acustiche e visive, le lunghe inquadrature sfocate, silenziose e appannate, contraddistinguono gli eventi più importanti della pellicola, quelli del “giorno più brutto”. <b>Tom Hanks</b> e <b>Sandra Bullock</b> tentano di affiancarlo con interpretazioni intense e commoventi, sebbene la storia, tra flashback, ricordi e visioni, cerchi di mantenere l’attenzione del pubblico ben salda sul piccolo protagonista. Un bambino in costante ricerca d’amore che, perdendo il suo affetto più grande, cerca un amico nell’enigmatico vicino di casa, un <b>Max Von Sydow</b> privato della parola ma in grado di colpire anima e cuore dei personaggi, e degli spettatori. Stephen Daldry, regista di <i>Billy Elliot</i> e <i>The Hours</i>, confeziona un’opera drammatica, coinvolgente ed emozionante, in bilico perenne tra amore e odio, gioie e dolori, vita e morte, ricordando che “<i>se le cose si trovassero facilmente, non varrebbe la pena di cercarle</i>”.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Thu, 17 May 2012 05:14:06 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Killer Elite</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-killer-elite.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-killer-elite.jpg><br><br>Danny Brice (<b>Jason Statham</b>) e Hunter (<b>Robert De Niro</b>), sono due spie internazionali ai quali vengono affidati casi di massima delicatezza. Da quando però una tragedia ha offuscato una loro missione, Danny si è ritirato nella natia Australia in cerca di tranquillità. Sarà il rapimento del compagno e maestro di sempre, Hunter, a costringerlo a tornare in prima linea, tra intrighi internazionali e politica, nelle terre degli sceicchi e in occidente. Nella lotta contro il tempo per liberare il suo mentore, Danny dovrà vedersela, nella sua nuova missione speciale, con un avversario di prima classe: Spike Logan (<b>Clive Owen</b>), capo del gruppo di spie dei SAS.<br />
<br />
Ha il titolo di un cult ed un cast stellare: ma di stratosferico, <i>Killer Elite</i>, il primo lungometraggio di <b>Gary McKendry</b>, ha ben poco. Questa storia di inseguimenti, sparatorie e assassini di mestiere lascia lo spettatore medio con più di un dubbio sulle scelte del regista. A partire proprio dall’ambientazione, negli anni ’80, tra l’Australia e l’Oman, in mezzo alle guerricciole dinastiche degli sceicchi spietati e vendicativi. La vicenda, inutilmente intricata, racconta di spie che vogliono e devono uccidere altre spie, con il patetico prologo dell’uccisione di un bambino innocente. Infine ci sono i personaggi, il cliché del protagonista redento costretto a tornare a lavoro, la spia anziana che fa da filosofo e maestro alle altre, il giovane e rampante assassino al soldo dei potenti.<br />
<br />
L’intera narrazione mantiene un tono irreale che poco si sposa ad un thriller con vocazione commerciale e ritmo forsennato. Praticamente impossibile per lo spettatore ricordare la quantità di nomi e personaggi che fanno da corona alla trama, oltre ai vari filoni, fra cui quello dello scrittore ex-SAS che sta per pubblicare un libro, riferimento al romanzo <i>The Feather Men</i>, di <b>Ranulph Fiennes</b>, da cui il film è tratto. La delusione più cocente risiede senz’altro negli attori che la locandina annuncia con fierezza. De Niro, stanco e invecchiato, pur spacciato da protagonista, recita poco più che un cammeo. E va poco meglio per Clive Owen, di solito di grande presenza scenica, qui relegato ad un ruolo da comprimario, neanche troppo originale. Molto ritmo, poca verve e contenuti minimi per l'ennesima pellicola di un genere, l’action-thriller, che, anche quando arricchito dalla presenza di attori validi, inizia a stancare per mancanza di idee, intenti e originalità.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Wed, 16 May 2012 09:17:41 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Pee Wee's Big Adventure</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-pee-wee-s-big-adventure.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-pee-wee-s-big-adventure.jpg><br><br>Quando il nome di <b>Tim Burton</b> non era ancora associabile a incassi sicuri al botteghino o ad una fetta piuttosto sostanziosa di fedeli spettatori, c’erano poche referenze che il regista di Burbank potesse presentare alle grandi major. Una di queste, il cortometraggio <i>Frankenweenie</i>, venne suggerito dallo scrittore <b>Stephen King</b> a <b>Paul Reubens</b>, attore comico che interpretava in tv il famoso Pee Wee Herman, vero e proprio idolo dei bambini americani. Fu lo stesso attore, allora, a spingere la Warner Bros. ad assumere Burton per dirigere un film per le famiglie avventuroso e divertente. Il disegnatore di casa Disney, con la fissazione per i mostri e i cimiteri, si apprestava a fare il grande salto, iniziando una lunga carriera coronata da molteplici successi.<br />
<br />
La storia inizia in una eccentrica casa piena di strani meccanismi, dove Pee Wee fa colazione prima di uscire con la sua amata bicicletta. Il velocipede, colorato e particolare quanto il suo stesso padrone, diventa oggetto dei desideri del viziato vicino di casa, tanto da spingersi a rubare la bici prima e a metterla in vendita poi. Inizierà così per Pee Wee un’esilarante avventura attraverso gli Stati Uniti d’America, dove entrerà in contatto con personalità forti e uniche, proprio come la sua.<br />
<br />
Pur essendo un film su commissione, <i>Pee Wee’s Big Adventure</i> può senz’altro essere considerato il primo manifesto dell’ars cinematografica burtoniana. Nella pellicola si trovano in nuce tutti gli elementi del suo stile: primo tra tutti, il recupero e l’utilizzo della tecnica dello stop motion, utilizzata quando il protagonista sogna un tirannosauro (simile a quello che Edward mani di forbice scolpirà in una siepe) e quando il personaggio di Large Marge mostrerà la sua vera natura. Ma il vero punto di forza della pellicola è il protagonista, così vivace ed eccentrico da inserirsi facilmente nella galleria di personaggi bizzarri che il regista spia con occhio affettuoso: esseri che non si curano dell'immagine che rimandano al mondo, ancorati alla propria eccezionale unicità. Pee Wee Herman si muove in un mondo dai contorni sgargianti, pieno di mistero e di avventura, che in qualche modo rispecchia la diversità del personaggio. Il viaggio che il protagonista intraprende lungo gli Stati Uniti per recuperare la preziosa bicicletta diventa l’escamotage per entrare a far parte della società, pur rimanendone distaccato. Burton non si preoccupa di presentare all’America un ritratto fedele di se stessa, ma piuttosto una visione più pura, quella del bambino mai cresciuto che ricorrerà nella maggior parte della sua produzione e che ritorna nel viaggio avventuroso di <i>Big Fish</i>. <br />
<br />
Ma più di ogni altra cosa, <i>Pee Wee’s Big Adventure</i> è un inno sincero al cinema in toto. Durante il suo peregrinare, Pee Wee se la vede con tutti gli archetipi che hanno reso grande Hollywood: un vecchio vagabondo che viaggia sul treno merci, il delinquente affascinante scappato di prigione, una banda di motociclisti, una cameriera che sogna di cambiare il proprio destino. E ancora, in alcune scelte registiche, il regista eredita stilemi da correnti specifiche della cinematografia. Dai chiari rimandi al cinema espressionista tedesco (che rimarrà sempre una fonte d’ispirazione), fino agli omaggi al cinema muto, con il trucco e l’espressione facciale del protagonista che, in alcune scene, richiama la mimica di <b>Charlie Chaplin</b>. Tim Burton allenta le cinghie della propria immaginazione e della propria passione arrivando, nella lunga e spassosa sequenza dell’inseguimento all’interno degli studi Warner Bros., a dipingere non solo il cinema che ha avuto successo nel mondo ma anche, e soprattutto, quello che l’ha toccato più in profondità e che aveva i propri capisaldi in mostri orribili ma equivocati, come Godzilla e Frankenstein. Etichettato da molti critici come film per bambini, il primo lungometraggio di Burton è in realtà un grandioso e personale affresco surreale sul cinema, attraverso una già spiccata poetica visionaria.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Wed, 16 May 2012 06:20:36 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Arthur e la guerra dei due mondi</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-arthur-e-la-guerra-dei-due-mondi.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-arthur-e-la-guerra-dei-due-mondi.jpg><br><br>Dal romanzo fantastico scritto in collaborazione con <b>Cèline Garcia</b> nel 2005, <i>Arthur e la guerra dei due mondi</i> è il capitolo finale della trilogia cinematografica che <b>Luc Besson</b> decise di portare al cinema a partire dal 2006, trasformandola in immagini piene di quella capacità visionaria e poetica che ha consacrato  il regista francese a Hollywood.<br />
<br />
Il crudele Maltazard è lungi dall’essere sconfitto. Dopo essersi impadronito del potere del Raggio di Luna e aver aperto un portale nel nostro mondo, si è tramutato in un essere mostruoso invulnerabile. Cosa possono fare contro di lui Arthur e gli amici Sélénia e Bétamèche, intrappolati nei corpicini di Minimei? I tre iniziano un viaggio alla ricerca della pozione capace di far crescere chiunque la beva. Ma la ricerca di Arthur viene rallentata dai piani di Maltazard, sempre più proiettato verso la conquista dell’interno universo. Come se non bastasse, Darkos è ancora vivo e sembra ben intenzionato a mettere i bastoni tra le ruote ai tre Minimei, almeno finché qualcosa di imprevedibile lo costringerà a fare i conti con la propria malvagità.<br />
<br />
Uscito nelle sale francesi nell’ottobre del 2010 e arrivato poi in quasi tutta Europa, il capitolo conclusivo della saga del padre di <i>Lèon</i> e <i>Nikita</i> ha dovuto aspettare quattordici mesi prima di vedere la luce. Dopo un secondo episodio sottotono, in cui l’azione sembrava utile solo a scuotere lo spettatore annoiato, il regista francese punta su una pellicola che, se da una parte mostra ancora di prediligere un pubblico infantile, dall’altra si preoccupa di soddisfare anche il pubblico più navigato. Luc Besson gioca con citazioni e rimandi cinematografici che spaziano da Hitchcock a Spielberg, raggiungendo il culmine con un finale curioso che ammicca alla saga di <i>Guerre Stellari</i>. D’altra parte il citazionismo di Besson non è una novità: basti pensare all’alias con cui è conosciuto Maltazard: M il malvagio è un chiaro richiamo a <i>M, il mostro di Dusseldorf</i>. E proprio in Maltazard l'autore francese ha trovato il punto di svolta, creando un personaggio che, insieme al figlio Darkos, rappresenta l’elemento più riuscito della diegesi. Mentre i buoni Arthur, Sélénia e Bétamèche cercano di risollevare i destini del mondo, la macchina da presa si perde dietro i sogni di dominio di Maltazard. Un personaggio a tutto tondo con proprie specifiche e dinamiche psicologiche che non solo lo rendono credibile, ma addirittura affascinante anche per coloro che, dopo i primi due episodi, potevano sentirsi esclusi dalla fruizione filmica.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Mon, 14 May 2012 22:45:51 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Isole</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-isole.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-isole.jpg><br><br><b>Asia Argento</b> torna a sorprendere con un ruolo di primo piano nel nuovo film di <b>Stefano Chiantini</b>, un’opera fuori dal comune che, con estrema delicatezza, affronta il tema della solitudine dell’uomo raccontandola attraverso gli occhi di tre personaggi, tre fragili esistenze ai margini della società. Al centro del racconto, il pregiudizio. Il regista ne indaga gli oscuri meccanismi, arrivando a toccare nel profondo la sensibilità dello spettatore lasciandolo letteralmente senza fiato. Dopo <i>Forse si… forse no…</i> e <i>L’Amore non basta</i>, <i>Isole</i> rappresenta un’altra tappa fondamentale nella carriera del giovane regista.<br />
<br />
Il ventoso paesaggio delle Isole Tremiti fà da sfondo all’incontro tra Ivan (<b>Ivan Franek</b>), un immigrato clandestino, Martina (<b>Asia Argento</b>), una ragazza che ha misteriosamente smesso di parlare, e don Enzo (<b>Giorgio Colangeli</b>), l’anziano tutore di Martina. Una serie di coincidenze li porta a vivere sotto lo stesso tetto, a condividere assordanti silenzi, circondati dall’immotivata malignità della gente dell’isola ostile al rapporto di amicizia nato tra Ivan e Martina. Presto l’affetto che i due provano reciprocamente si trasforma in qualcosa di più importante facendo precipitare gli eventi. L’amore senza voce di Martina trova in don Enzo un inaspettato rifugio. Egli sembra essere l’unico sull’isola ad aver compreso le buone intenzioni di Ivan, ma forse è troppo tardi.<br />
<br />
Onde che si infrangono sugli scogli, pioggia e mare uniti in un malinconico abbraccio all’orizzonte. Nessun rumore tranne quello del vento. È difficile evadere dall’isola, dalla solitudine che essa rappresenta. Questo è ciò che accomuna i tre protagonisti della storia, anche loro isole circondate da un mare di cieca ignoranza, che insieme trovano una nuova ragione per continuare a vivere. Asia Argento dimostra ancora una volta di saper lavorare sul personaggio. Martina racchiude in sé un universo fatto di timidi sguardi, ricordi e soprattutto silenzi. È impenetrabile come la roccia delle Tremiti e diffidente come le api da cui prende il miele senza alcuna paura. Eccelse anche le interpretazioni di Colangeli e Franek, un improbabile duo che regala momenti di pura poesia. Chiantini riduce al minimo i dialoghi concentrandosi sulle espressioni degli attori e sui loro movimenti, segue i personaggi lungo i loro percorsi quotidiani descrivendone nel dettaglio i comportamenti. La verità che ne scaturisce è quasi documentaristica, mai un’inquadratura in eccesso, nessun virtuosismo fuori luogo. Il regista crede per primo alla realtà che sta filmando e lascia che si esprima da sola. Il pubblico si immedesima in ciò che vede e si affeziona ai personaggi, elemento, questo, che contribuisce all’ottima riuscita dell’opera. I comprimari, su tutti <b>Anna Ferruzzo</b>, <b>Paolo Briguglia</b> e <b>Alessandro Tiberi</b>, danno una marcia in più alla pellicola donandole ulteriore fascino con delle interpretazioni sempre puntuali. <i>Isole</i> è un film introspettivo che, anche grazie ad un tocco di intelligente ironia, riesce a infondere serenità in chi lo guarda. Un piccolo miracolo della nostra cinematografia che non deve assolutamente essere perduto.]]></description>
            <author>Gabriele di Grazia</author>
            <pubDate>Mon, 14 May 2012 12:17:32 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Marilyn</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-marilyn.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-marilyn.jpg><br><br>Nell’estate del 1956, Marilyn Monroe (<b>Michelle Williams</b>) arriva a Londra con il marito Arthur Miller (<b>Dougray Scott</b>) per le riprese de "Il principe e la ballerina", in cui recita a fianco di Laurence Olivier (<b>Kenneth Branagh</b>). Partito Miller, a farle da cicerone durante la visita britannica è Colin Clark (<b>Eddie Redmayne</b>) , giovane assistente di Sir Laurence. Durante la settimana che i due trascorreranno insieme, Clark avrà modo di conoscere l’affascinante diva e la fragile donna che vi si nasconde dietro.<br />
<br />
Tratto da <i>The Prince, The Showgirl and Me</i> e <i>My Week with Marilyn</i>, i diari scritti da <b>Colin Clark</b> dopo il folgorante incontro con <b>Marylin Monroe</b> sul set del romantico <i>Il principe e la ballerina</i>, il primo film di <b>Simon Curtis</b> traccia un delicato ritratto dell’attrice negli anni del successo. Facendo proprio il punto di vista del giovane Clark, assistente di Olivier, travolto dal fascino della più grande delle dive, Curtis dirige una pellicola elegante ed onesta, che schiva l’agiografia riuscendo a raffigurare, ancor prima del mito, la donna, Norma Jeane. Lo diceva <b>Rita Hayworth</b>, ma lo pensava anche Marylin: "<i>gli uomini vanno a letto con Gilda e si svegliano con me</i>". Ed ecco allora il racconto, intimo, diaristico per l’appunto, dell’incontro fra un giovane scrittore e il simbolo della sensualità degli anni ’50 e '60, la donna a cui i giornalisti chiedevano se andasse a dormire nuda o vestita, che ogni uomo desiderava e che, periodicamente e ripetutamente, i partner abbandonavano.<br />
<br />
La sceneggiatura di <b>Adrian Hodges</b> non esclude nessuno dei volti di Marilyn: il rapporto con Miller, il matrimonio e la solitudine, le attrici amiche, le rivali, e soprattutto Hollywood, un amore-odio, come tutti quelli che la diva ebbe. Nel film di Curtis c’è tutto questo, e altro. La fragilità, gli sbalzi d’umore, i capricci, la depressione, ma anche l’artista, l’attrice all’apice del successo, la donna giovane, ricca e spiritosa di cui tutti si innamoravano. Ma ad accattivare le luci della ribalta è la superba interpretazione di Michelle Williams, talento statunitense rivelatasi pienamente in <i>Brokeback Mountain</i>, qui alla sua definitiva consacrazione, con un Golden Globe vinto e una nomination all’Oscar come miglior attrice. La Marilyn - già interpretata da <b>Poppy Montgomery</b> nella pellicola di <b>Joyce Chopra</b> del 2001 - della Williams è, diversamente dal solito, una diva che sorride, che seduce non solo con la sua bellezza ma anche con la civetteria e il senso dell’umorismo. Intorno a lei, glorie del cinema internazionale interpretano i più grandi attori di tutti i tempi: l’irlandese Kenneth Branagh, <b>Judi Dench</b> nei panni di Sybil Thorndike e <b>Julia Ormond</b> in quelli della splendida Vivien Leigh. Nominato a due premi Oscar, a sei BAFTA e a tre Golden Globe - di cui uno vinto per la migliore attrice protagonista – <i>My Week with Marilyn</i> è un film che lascia il segno nel cuore di tutti coloro che hanno amato e amano Marilyn Monroe e attendevano da tanto un ritratto completo della donna, diva e icona di un'epoca.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Mon, 14 May 2012 07:25:20 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Margin Call</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-margin-call.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-margin-call.jpg><br><br>Distribuito da 01 Distribution, arriva in Italia <i>Margin Call</i>, descritto dal prestigioso The New Yorker come “<i>il più bel film su Wall Street mai girato</i>”. Si tratta di un thriller ambientato ai piani più alti (fisicamente e simbolicamente) della finanza americana e mondiale, nelle 36 ore che precedono il terribile crac finanziario del 2008.<br />
<br />
Una grande azienda di servizi finanziari subisce la consueta serie di tagli tra i dipendenti: tra questi, il capo del Settore Analisi di Rischio Eric Dale (<b>Stanley Tucci</b>), prima di liberare l’ufficio, lascia una pendrive con alcuni dati da completare al giovane analista Peter Sullivan (<b>Zachary Quinto</b>). Il risultato del lavoro di Peter è sconcertante: se la società non venderà a prezzi stracciati la maggior parte dei suoi assets nel giro di 24 ore, le perdite saranno superiori all’intera quotazione di mercato della società, ma se lo faranno innescheranno un meccanismo perverso che farà crollare lentamente l’economia mondiale distruggendo la vita di migliaia di persone. Assieme al collega Seth Bregman (<b>Penn Badgley</b>) e al loro caporeparto Will Emerson (<b>Paul Bettany</b>), Peter mette in moto il piano di emergenza contattando uno ad uno i boss della compagnia. La decisione finale si abbatterà come uno tsunami sull’economia e sulla Società, ma salverà posto e conto in banca dei pezzi grossi.<br />
<br />
Per il suo esordio cinematografico <b>J.C. Chandor</b> sceglie un tema complesso ed estremamente delicato: affidandosi ad ex operatori del settore e ai quarant'anni di lavoro del padre alla Merrill Lynch, Chandor ricostruisce scrupolosamente il mondo dei colossi della finanza basandosi, pur senza citarla, sulla Lehman Brothers. Il risultato è sconcertante: analisti giovanissimi senza alcuna esperienza di vita che si trovano a gestire all’improvviso stipendi esagerati ma con l’incubo del licenziamento che li segue come un’ombra, glabri manager ultramilionari che operano come squali ma con le spalle perennemente coperte, altri totalmente privi di competenze specifiche. L’unico ideale è il profitto, gli scrupoli indeboliscono, l’esitazione uccide: è come se il potenziale deflagrante in questione non venga mai compreso fino in fondo. Per tutto l’arco della pellicola si ha la sgradevole sensazione che il destino del mondo sia in mano a un’oligarchia che vive a migliaia di chilometri di distanza dalle persone normali, in una torre d’avorio perfettamente rappresentata dall’enorme grattacielo che ospita la Compagnia. In questo palcoscenico si muove un cast, nonostante il basso budget, davvero stellare e che, con una prestazione di altissimo livello, rappresenta uno dei punti di forza del film. Candor scommette deciso sugli attori, puntando la lente d’ingrandimento sulle diverse personalità, gli scrupoli, i timori, le ansie, le certezze e le paure dei protagonisti, la componente umana che si cela dietro la colossale piovra di Wall Street. Il risultato è un graffiante ritratto del capitalismo sfrenato che parte dai grattacieli della Grande Mela per arrivare a ogni singolo abitante del pianeta, fino ai più piccoli, instabili residui della società civile.]]></description>
            <author>Marco D'Amato</author>
            <pubDate>Sun, 13 May 2012 13:19:00 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Il pescatore di sogni</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-il-pescatore-di-sogni.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-il-pescatore-di-sogni.jpg><br><br>Sentimenti tersi, ottimi attori, scenografie da cartolina e una fotografia limpida e luminosa sono, da sempre, gli assi nella manica di <b>Lasse Hallström</b>. <i>Chocolat</i>, <i>Hachiko – Il tuo migliore amico</i> e <i>Casanova</i> sono soltanto tre dei grandi lavori del regista svedese, arrivato al successo con l’irriverente commedia <i>La mia vita a quattro zampe</i>. Idealista, sognatore, un uomo innamorato della propria arte, Hallström torna dietro la macchina da presa per realizzare una commedia drammatica che celebra il valore della vita e dell’amore.<br />
<br />
Alfred Jones è uno scienziato introverso e solitario che lavora per il Ministero britannico della Pesca e dell’Agricoltura. La sua vita privata, monotona quanto le sue strambe e ripetitive abitudini, viene sconvolta dall’obbligo di accettare un lavoro bizzarro per un importante sceicco. Il governo, desideroso di coprire un’inefficienza mediatica, sposa l’improbabile progetto dello sceicco, spostando così l’attenzione del popolo dalla distruttiva campagna militare in Afghanistan allo stravagante progetto di introdurre la pesca al salmone negli aridi altipiani dello Yemen. Jones, abituato ad azioni razionali e scientificamente attestate, inizia a dedicarsi svogliatamente al progetto, infastidito dallo straordinario ottimismo della bella assistente Harriet Chetwode Talbot.<br />
<br />
Ispirandosi all’omonimo romanzo di <b>Paul Torday</b>, lo sceneggiatore <b>Simon Beaufoy</b>, premio Oscar per <i>The Millionaire</i>, servendosi di una narrazione classica rende le avventure dei protagonisti perfettamente funzionali allo sviluppo della storia, supportata anche da ottime interpretazioni del cast. <b>Ewan McGregor</b> veste i panni di Alfred Jones, un uomo saccente e presuntuoso che maschera la propria (estrema) sensibilità per apparire forte e risoluto. Possessore di quell’ironia britannica elegante e raffinata, il protagonista di <i>Big Fish</i> regala allo spettatore una performance signorile e delicata. Harriet Chetwode Talbot ha il volto di <b>Emily Blunt</b>, protagonista dell’acclamato <i>I guardiani del destino</i>, che si rivela ben presto la partner ideale per seguire il cambiamento interiore del solitario Dottor Jones. <b>Kristin Scott Thomas</b>, impertinente e sfacciata, infine, dona quel tocco di comica ironia utile a stemperare un'atmosfera altrimenti melensa. L'elegante fotografia di <b>Terry Stacey</b> predilige i colori caldi dei paesaggi, veri e propri specchi dell’anima dei protagonisti. Dalle fredde atmosfere londinesi i personaggi vengono lentamente introdotti nelle riserve naturali scelte diligentemente dallo sceicco, un uomo mistico e profondo. Le sue parole indirizzano lo spettatore verso la vera essenza delle cose, ovvero tutto ciò che lo porta a riflettere sull’importanza del progresso come accettazione (e assimilazione) del nuovo e del diverso, e che infine lo convince a credere con il cuore a cause apparentemente impossibili. Sostenuta da una regia solida e poetica, <i>Il pescatore di sogni</i> è una pellicola che ricorda l’importanza delle cose semplici, quelle che, inconsapevolmente, regalano sprazzi di felicità grazie alla loro genuina ed autentica essenza.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Sun, 13 May 2012 12:58:25 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Arthur e la vendetta di Maltazard</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-arthur-e-la-vendetta-di-maltazard.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-arthur-e-la-vendetta-di-maltazard.jpg><br><br>Dieci lune separano il coraggioso Arthur (<b>Freddie Highmore</b>) dall’amata Selenia (<b>Mylène Farmer</b>), principessa del piccolo popolo dei Minimei. Nell’attesa, il bambino decide di approfondire il suo rapporto con la natura, grazie all’aiuto della tribù di uomini che vive nel suo giardino, i Bogo Matassalai. La sua attesa si fa ancora più frenetica quando un ragno gli consegna una richiesta d’aiuto scritta su un chicco di riso. Il messaggio arriva dal mondo dei Minimei, e Arthur teme che la sua compagna alta pochi millimetri sia in serio pericolo. Quando ormai manca poco alla decima luna che permetterà al ragazzo di usare il potere del raggio per aprire un varco nel mondo dei Minimei, il papà di Arthur (<b>Robert Stanton</b>), stanco della vita campestre, decide di tornare in città. Servirà tutto l’ingegno di Arthur per rimanere nella casa di campagna dei nonni (<b>Mia Farrow</b> e <b>Ron Crawford</b>) e avere così l’opportunità di salvare i suoi amici dall’avanzante minaccia rappresentata dal crudele Maltazard (<b>Alain Bashung</b>).<br />
<br />
Secondo episodio della saga cinematografica di <b>Luc Besson</b>, <i>Arthur e la vendetta di Maltazard</i> non fa nulla per nascondere la sua natura di film di transito, elemento necessario per mandare avanti la narrazione cominciata egregiamente con <i>Arthur e il popolo dei Minimei</i>. Il secondo film del franchise non si sforza di presentare elementi innovativi in una diegesi che, pur con l’ottima realizzazione digitale, attrae lo spauracchio del già visto. Il regista fa leva su meccanismi oliati, ricalcando situazioni e schema narrativo del prequel: il racconto dentro il racconto, dove il live action diventa il leitmotiv della narrazione e lasciando all'animazione il dovere di affascinare lo spettatore. La stessa contrapposizione tra i due mondi – quello reale e quello dei Miminei – resta invariata, con l’ago della bilancia che oscilla sempre più verso il mondo in miniatura di Selenia e del tenero Bétamèche (<b>Cartman</b>). Nessun nuovo punto di vista irrompe in una storia che appare evidentemente destinata ad un pubblico infantile, nonostante alcuni richiami che cercano di strizzare l’occhio a spettatori adulti.<br />
<br />
Dopotutto, l’azione - che dovrebbe apparire fondamentale in un capitolo in cui il villain della situazione arriva a chiedere la sua vendetta - è ridotta all’osso e il più delle volte annoia proprio per quella stretta parentela visiva con il primo capitolo. Sembra quasi che Besson abbia dato fondo a tutta la propria capacità immaginativa per il capitolo di lancio della saga, senza avere ulteriori strumenti per sancire la buona riuscita di questa seconda pellicola. Lo stesso Maltazard appare piatto, senza quegli slanci ironici e iconici che rendono un villain degno di essere tramandato alle generazioni future di spettatori. La scritta finale “to be continued”, ereditata dal mondo della serializzazione televisiva, lascia sperare che questo <i>Arthur e la vendetta si Maltazard</i> sia un incidente di percorso, utile solo ad aprire le porte all’episodio conclusivo.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Sat, 12 May 2012 04:28:37 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Dark Shadows</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-dark-shadows.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-dark-shadows.jpg><br><br>Sono gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta: <b>Christopher Lee</b> torna sul grande schermo ad impersonare Dracula ne <i>Le amanti di Dracula</i>, mentre <b>Anne Rice</b> pone le basi per <i>Intervista col Vampiro</i>, primo romanzo dell’acclamata saga <i>Cronache dei Vampiri</i>. La televisione americana trasmette una serie dark destinata a diventare un cult: <i>Dark Shadows</i>. Ancora adolescente, il giovane <b>Tim Burton</b> non perde un episodio della serie che vede come protagonisti vampiri e licantropi. Anni più tardi, l'imberbe <b>Johnny Depp</b> vedrà il telefilm, innamorandosi a sua volta. Da queste premesse nasce l'ennesima collaborazione tra il regista di Burbank e il suo attore feticcio.<br />
<br />
Dopo aver abbandonato l’Inghilterra con la speranza di maggior fortuna in territorio americano, Joshua e Naomi Collins riescono a mettere su un grande impero da trasmettere poi al figlioletto Barnabas (<b>Johnny Depp</b>) sulle coste del Maine. Divenuto adulto e rimasto orfano di entrambi i genitori, Barnabas si lascia sopraffare dal fascino della serva Angelique (<b>Eva Green</b>), con la quale si lancia in una lussuriosa avventura. Tutto cambia quando il ragazzo conosce Josette (<b>Bella Heathcote</b>), della quale si innamora perdutamente. La folle gelosia spinge Angelique ad uccidere Josette e a maledire il suo amante tramutandolo in vampiro. Chiuso in una cassa per 196 anni, Barnabas verrà riesumato accidentalmente. Il mondo che lo aspetta è completamente diverso da quello che conosceva, con nuove regole e nuovi costumi. È il 1972, e l’ultimo atto della lotta tra Barnabas e Angelique sta per avere inizio.<br />
<br />
Allo sguardo puro e ingenuo del ragazzo dalle mani di forbici che per la prima volta entra in contatto con un mondo ignoto e oscuro, Tim Burton sostituisce la visione cinica di un uomo erede di antichi valori, costretto da una maledizione ad essere crudele sebbene nell’anima rimanga un gentiluomo. Anche se i poteri e il suo fascino lo rendono desiderabile agli occhi di chiunque, Barnabas è uno di quei borderline tanto cari alla produzione burtoniana. Figli di epoche diverse rispetto a quella in cui si muovono, Barnabas e Angelique non sono più le vittime di una società votata al consumismo, possessori - come sono - dei mezzi per piegare quest'ultima ai propri desideri, ma risultano sottomessi pur sempre alla solitudine e all’esclusione. E nelle interpretazioni dei due protagonisti la pellicola trova il suo punto di maggior forza. Se Johnny Depp (anche produttore della pellicola) riesce facilmente a scivolare nei panni del vampiro, omaggiando non solo il personaggio originale della serie, ma anche il vampiro di Murnau, dal quale eredita le profonde occhiaie e le dita artigliate, la vera sorpresa è Eva Green, personaggio positivo nella sua totale negatività. Angelique è crudele, ossessionata, incapace di provare pietà. Eppure è anche un’anima afflitta da un forte sentimento: tra Heathcliff e Otello, massima espressione di quella femminilità dolce ma tradita, che Burton aveva già trovato ne <i>La sposa cadavere</i>.<br />
<br />
Burton riesce ad altalenare toni e generi (si passa con fluidità da atmosfere horror alla più palese parodia), divertendo lo spettatore e trasportandolo in una dimensione che fa dello steampunk il proprio marchio di fabbrica. Da una parte è facilmente riscontrabile il tocco personale del regista: lungo tutta la narrazione vi sono non solo elementi ricorrenti della sua poetica, ma una vera e propria galleria autoreferenziale. L’albero che fa da testimone al tragico destino di Josette è un omaggio a <i>Il mistero di Sleepy Hollow</i>, e l’incipit nella Liverpool fredda e nebbiosa è un chiaro rimando a <i>Sweeney Todd</i>. Il personaggio di David (<b>Gully McGrath</b>) è di certo imparentato con il protagonista de <i>La fabbrica di cioccolato</i> e così via. Dall’altro lato, Tim Burton modifica se stesso, creando un universo pop e postmoderno, dove trovano spazio citazioni e rimandi ad altri tasselli della cultura mainstream. Dalla caccia al mostro, che omaggia sia <i>Frankenstein</i> sia <i>Intervista col Vampiro</i> di <b>Neil Jordan</b>, ai rimandi a <i>La Bella e la Bestia</i>, che Burton aveva già ereditato nel capolavoro <i>Edward mani di forbice</i>. Aiutato dalla strepitosa colonna sonora di <b>Danny Elfman</b>, il protagonista di <i>Dark Shadows</i> è un vampiro che, finalmente, torna alla sua natura originale: non più creatura incapace di nutrirsi di sangue umano come quello dettato dall’ondata <i>Twilight</i>, ma un gentiluomo, senza remore ad uccidere per nutrirsi. E sebbene qualche volta un’ombra di rammarico deturpi i lineamenti di Depp, la natura mostruosa del personaggio persiste in un labile equilibrio perfettamente calibrato - aiutato dalla sceneggiatura di <b>Seth Grahame Smith</b> e soprattutto dal materiale alla fonte. Probabilmente i puristi storceranno il naso, non riconoscendo del tutto, in questa pellicola, il telefilm cult: d’altra parte Burton si è sempre distinto per la capacità di riadattare grandi classici ammantandoli della propria personalissima chiave visionaria. <i>Dark Shadows</i> è un omaggio sentito e autentico - come fu <i>Ed Wood</i> a suo tempo - che rimanda agli spettatori gli stessi sentimenti entusiastici del Burton adolescente, sempre intatto, mai sopito nè deteriorato. In questo senso, ancora una volta, il regista di Burbank ha colto nel segno.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Fri, 11 May 2012 06:50:26 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>100 metri dal Paradiso</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-100-metri-dal-paradiso.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-100-metri-dal-paradiso.jpg><br><br>Angelo (<b>Domenico Fortunato</b>) è un monsignore che tenta in ogni modo di ringiovanire l’aspetto della Chiesa cattolica, spesso attraverso scelte e idee alquanto discutibili. È anche il padrino di Tommaso (<b>Lorenzo Richelmy</b>), giovane appena maggiorenne con un grande talento per la corsa dei 100 metri, disciplina nella quale eccelle al punto da essere scelto dalla nazionale italiana per i giochi olimpici londinesi del 2012. La cosa reca grande orgoglio al padre Mario (<b>Jordi Mollà</b>), amico d’infanzia di Angelo ed ex campione a cui la medaglia delle Olimpiadi è sempre sfuggita. Tommaso, però, rivela al padre un particolare che spegne ogni entusiasmo: il ragazzo non parteciperà ai giochi perché vuole farsi frate. Sarà compito di Angelo trovare una soluzione capace di accontentare tutti: mette su una squadra olimpionica che gareggerà per il Vaticano, di modo che Tommaso e Mario non debbano rinunciare ai propri sogni. Ad aiutarlo ci sarà la sorella Marcella (<b>Giulia Bevilacqua</b>) e il preparatore atletico Ottavio (<b>Giorgio Colangeli</b>).<br />
<br />
<b>Raffele Verzillo</b> - conosciuto ai più per aver diretto fiction di grande respiro come <i>Un Medico in famiglia</i> e <i>Incantesimo</i> – arriva al cinema con il suo secondo lungometraggio, dopo il drammatico e apprezzato <i>Animanera</i>. Per l'occasione cambia decisamente tono, dando vita ad un film scanzonato e divertente. <i>100 metri dal paradiso</i> è, in effetti, la dimostrazione che in Italia si possono fare commedie piene di brio, capaci di uscire dagli schemi produttivi e di contenuto fossilizzati dalla produzione nostrana. La commedia di Verzillo riesce a non prendersi troppo sul serio, capace di mantenere un buon equilibrio tra il buonismo e la ancor più facile critica al mondo ecclesiastico. Visto il momento storico che l’Italia sta attraversando, dove la Chiesa – i suoi dogmi e la sua teorica incapacità di aggiornare se stessa rispetto ad un mondo in costante divenire – è bersaglio di semplicistici attacchi, Verzillo non si schiera dalla congrua parte dei detrattori religiosi e, allo stesso tempo, non rischia mai di tratteggiare un ritratto eccessivamente edulcorato dell’universo ecclesiastico.<br />
<br />
Il risultato è un film delizioso, pieno di speranza e di buone intenzioni, trainato da ottime prove istrioniche: va detto che la mancanza di grandi nomi ad esornare la pellicola non fa testo per un Giorgio Colangeli in grande spolvero, capace, da solo, di sorreggere la parte più comica (e convincente) della narrazione. La miscela di attori italiani con attori stranieri, dà un più ampio respiro ad un film che riesce a parlare a chiunque sia pronto ad ascoltare. Il tutto anche grazie alla sceneggiatura che presenta un buon ritmo, perfetti tempi comici e una discreta analisi – per quanto lo permetta il genere - dei personaggi principali, tanto che i titoli di coda non annullano nello spettatore l'entusiastico tifo per la sgangherata squadra olimpica. Le uniche pecche si devono ricercare nella liason amorosa con protagonista Giulia Bevilacqua, che, più che portare alla luce nuovi elementi diegetici, in alcuni casi risulta un ostacolo al dispiegarsi degli obiettivi dei personaggi.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Thu, 10 May 2012 18:54:48 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Workers - Pronti a tutto</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-workers-pronti-a-tutto.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-workers-pronti-a-tutto.jpg><br><br>Il regista ligure <b>Lorenzo Vignolo</b>, con una lunghissima esperienza nella direzione di videoclip, presenta il suo secondo lungometraggio a sette anni di distanza da <i>Tutti all’attacco</i> con <b>Massimo Ceccherini</b>. Con <i>Workers - Pronti a tutto</i> Vignolo tenta la strada della commedia traendo spunto dal sociale, in particolare dalla crisi economica del mondo occidentale: una via battuta già da <b>Paolo Virzì</b> con <i>Tutta la vita davanti</i> e con minor arguzia e successo da <b>Massimo Venier</b> con <i>Generazione 1000 euro</i>.<br />
<br />
Sandro (<b>Michelangelo Pulci</b>) e Filippo (<b>Alessandro Bianchi</b>) gestiscono un’agenzia interinale. Ne hanno viste di tutti i colori e tra le tante vicende delle quali sono stati testimoni decidono di raccontarne tre. Nella prima, Giacomo Bosco (<b>Alessandro Tiberi</b>), con la minaccia di un imminente sfratto, decide di accettare il ruolo di badante per il tetraplegico Mario Spada (<b>Francesco Pannofino</b>). Quest'ultimo però - volgare, ubriacone, incivile, puttaniere e drogato - gli renderà la vita un vero inferno. La seconda vicenda vede Italo (<b>Dario Bandiera</b>) fingersi medico per conquistare Tania (<b>Daniela Virgilio</b>), una commessa in visibilio per chiunque porti un camice addosso. Italo in realtà è un prelevatore di sperma di tori da accoppiamento e il suo segreto è destinato ad essere scoperto. Nell’ultimo episodio, la truccatrice Alice (<b>Nicole Grimaudo</b>) accetta il ruolo di tanatoesteta presso l’agenzia funebre di Leopoldo Miletto (<b>Luis Molteni</b>). La sua incredibile somiglianza con la defunta moglie di Saro (<b>Paolo Briguglia</b>) la porterà, per arrotondare, a sostituirla nelle occasioni di famiglia per compiacere il padre di Saro, il boss della mafia Don Ciccio Tartanna (<b>Nino Frassica</b>).<br />
<br />
<i>Workers</i> è una commedia ad episodi divertente (soprattutto il primo e l’ultimo), ben scritta e che si lascia seguire con piacere, anche grazie all’ottima prestazione degli attori (Pannofino, Tiberi, Frassica e la Grimaudo su tutti). La forte attualità dell'idea iniziale e la trovata dei diversi capitoli - con tempi comici sostenuti e sketch che ammiccano alla tradizione e alle mode televisive del momento - permettono allo spettatore di non avere cali di attenzione. Quando però Vignolo potrebbe affondare il colpo avanzando una decisiva critica sociale, la scelta di non insistere e di rimanere in superficie sgonfia tutte le potenzialità del film fino a quel momento espresse. Così <i>Workers</i>, non superando il limite di una discreta commedia popolare, regala sì qualche risata ma difficilmente lascerà tracce concrete a fine visione.]]></description>
            <author>Marco D'Amato</author>
            <pubDate>Thu, 10 May 2012 18:05:47 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Arthur e il popolo dei minimei</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-arthur-e-il-popolo-dei-minimei.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-arthur-e-il-popolo-dei-minimei.jpg><br><br>Quando si pensa a <b>Luc Besson</b> la prima cosa che viene in mente è una filmografia piena d’azione, dove piccoli capolavori come <i>Léon</i> e <i>Nikita</i> la fanno da padroni. Si tratta, il più delle volte, di storie in cui personaggi ingenui e fondamentalmente positivi si muovono in un mondo corrotto e violento, fatto di sangue e morte. Seguendo questo filo logico, pare quasi incredibile pensare che il regista francese sia anche il co-autore (insieme a <b>Céline Garcia</b>) di una saga dedicata principalmente ai bambini. <i>Arthur et les minimoys</i> viene dato alle stampe nel 2002, diventando in brevissimo tempo un best seller della letteratura per ragazzi. Edito, per l’Italia, da Mondadori, <i>Arthur e il popolo dei minimei</i> diventa nel 2006 un film scritto e diretto dallo stesso Besson, con <b>Freddie Highmore</b> (<i>Neverland</i>, <i>La fabbrica di cioccolato</i>) nei panni del piccolo ed eroico Arthur.<br />
<br />
Anni ’60. Arthur (Freddie Highmore) passa l’estate nella fattoria della nonna (<b>Mia Farrow</b>), creando piccole invenzioni per tentare di emulare il genio del nonno Archibald (<b>Ron Crawford</b>), scomparso tre anni prima. Mentre i genitori (i divertenti <b>Penny Balfour</b> e <b>Doug Rand</b>) sono troppo indaffarati anche solo per essere presenti al compleanno del ragazzo, Arthur scopre che la casa dei nonni sarà venduta entro 48 ore ad un uomo senza scrupoli. Desideroso di aiutare la nonna a mantenere la casa e tutti i ricordi che essa contiene, Arthur decide di andare alla ricerca del tesoro dei Minimei, un popolo di creature alte solo due millimetri, che rappresentavano una vera e propria ossessione del nonno. Grazie al potere del raggio di luna, Arthur riesce ad aprire il passaggio e a trasformarsi a sua volta in un Minimeo. Arrivato alla corte del re dei Minimei, Arhur incontra la principessa Selenia (<b>Mylène Farmer</b>) e suo fratello Bétamèche (<b>Cartman</b>) e insieme a loro partirà per un periglioso viaggio, dove la strada dei tre piccoli eroi si incrocerà con quella del malvagio Maltazard (<b>Alain Bashung</b>), teso alla conquista della minuscola popolazione.<br />
<br />
Perdersi non è mai stato così piacevole: a differenza del mondo reale - quello in cui viene costantemente ignorato da due genitori distratti - Arthur trova tra i Minimei una sua collocazione. Come nella migliore tradizione favolistica, il protagonista della fiaba di Besson è un personaggio diviso tra due mondi: quello reale, dove le sue potenzialità rimangono inespresse e quello dell’immaginazione, dove può esprimersi al massimo delle sue possibilità. Vero e proprio racconto di formazione, <i>Arthur e il popolo dei Minimei</i> permette a Luc Besson di attingere alla cinematografia per ragazzi, rielaborandola grazie al proprio stile drammaturgico e alla sua sensibilità fanciullesca. Per provare la fedeltà e la purezza del suo cuore ai nuovi amici, Arthur non deve fare altro che estrarre una spada magica da una roccia, proprio come (il quasi omonimo) Artù che, nel film <i>La spada della roccia</i>, si trasforma da piccolo garzone a futuro re. Una volta dimostrate le sue capacità, Arthur intraprenderà un meraviglioso viaggio on the road nella natura selvaggia del giardino di casa, ripercorrendo il cammino dei protagonisti del film cult <i>Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi</i>. Questi omaggi (tra cui anche <i>Pulp Fiction</i>, <i>La febbre del sabato sera</i>), lungi dall’essere dei semplici rimandi, ricollegano <i>Arthur</i> ad un filone cinematografico ben noto, con una diegesi che, seppur destinata evidentemente ai più piccoli, non mancherà di irretire spettatori più scafati.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Thu, 10 May 2012 06:17:06 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Ip Man</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-ip-man.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-ip-man.jpg><br><br>Foshan, 1938. Ip Man (<b>Donnie Yen</b>) è il più grande maestro di wing chun della città. Forte di una vita isolata e tranquilla, i suoi combattimenti si limitano a gare amichevoli e a qualche competizione con gli arroganti maestri del Nord. Sarà solo con l’invasione giapponese che Ip Man si renderà conto dell’importanza di partecipare alla vita della nazione, che rischia di perdere la propria indipendenza e le proprie radici. Il maestro di arti marziali cinesi dovrà confrontarsi non solo con la violenza dell’esercito del generale Miura (<b>Hiroyuki Ikeuchi</b>), ma anche con il kung fu, di cui l'ufficiale giapponese è un esperto combattente.<br />
<br />
Tratto dalla storia vera del maestro Ip Man, mentore di Bruce Lee, e ambientata nella Cina ferita dall’invasione giapponese, <i>Ip Man</i> è una pellicola difficile da relegare sotto la categoria di arti marziali. Dietro agli spettacolari incontri e alle acrobazie c’è un sottotesto di rivalsa storica e di esaltazione del valore cinese, che a tratti assume toni decisamente epici. Primo tra i valorosi è il protagonista, il maestro Ip Man – che Donnie Yen, veterano del genere, interpreta splendidamente - personaggio inusuale per il cinema orientale. Almeno per la prima metà del film, la sua indole mite e il suo stile di vita appartato, arriva a stonare con quanto si è abituati a vedere in un film di arti marziali, con protagonisti dotati certo della celebre pacatezza orientale ma combattivi e orgogliosi. <br />
<br />
Il metro di paragone più celebre è, ovviamente, Bruce Lee. Ma per avere questo tipo di personaggio, in <i>Ip Man</i>, occorre aspettare l’invasione giapponese; e anche allora, resta sempre presente nello sguardo del protagonista la paura di essere sottomessi, di vedere spazzate via tutte le tradizioni e le radici del proprio paese. Questo terrore si traduce per il maestro cinese nella difesa strenue del wing chun, l’arte marziale del suo Sud, che il crudele generale Miura studia attentamente, tentando di imporre il kung fu a stile di lotta nazionale anche in Cina. Lo spettatore segue gli appassionanti duelli del protagonista, coreografie simili a una danza, mai eccessive, mai fuori luogo, simbolo della rivalsa di un’intera tradizione di combattimento su una più famosa e storicamente prepotente. Così attraverso lo scontro fra due arti marziali, fra un uomo, Ip Man, e un intero esercito di combattenti, la pellicola di <b>Wilson Yip</b> restituisce alla Cina la dignità che il conflitto mondiale, con l’aggressione giapponese, le violenze e le prevaricazioni, le ha tolto.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Wed, 09 May 2012 16:34:55 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Il richiamo</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-il-richiamo.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-il-richiamo.jpg><br><br>Dopo essere stato selezionato in alcune importanti vetrine internazionali (come Toronto e Nantes), arriva anche nelle sale italiane <i>Il richiamo</i> di <b>Stefano Pasetto</b>, regista al suo secondo lungometraggio dopo <i>Tartarughe sul dorso</i> - presentato al festival di Venezia nel 2005 - e una lunga esperienza in campo documentaristico. Scritto a quattro mani dallo stesso regista e da <b>Veronica Cascelli</b>, il film tenta un ritratto della forza femminile, capace di combattere contro tutte le avversità.<br />
<br />
Lea (<b>Francesca Inaudi</b>) è una giovane insoddisfatta, che vive divisa tra la sua relazione con Marco (<b>Guillermo Pfening</b>) e le telefonate di un padre sempre fuori dal quadro familiare. Lucia (<b>Sandra Ceccarelli</b>) è una hostess alle prese con un matrimonio freddo e minato dai continui aborti. Come se non bastasse, suo marito Bruno (<b>César Bordòn</b>) è sempre più distante, mentre un male oscuro comincia ad aleggiare sulla testa di Lucia. I destini di queste due donne, dopo aver viaggiato su binari paralleli per anni, a Buenos Aires, finiranno per incrociarsi indissolubilmente quando Lea deciderà di prendere lezioni di piano.<br />
<br />
«<i>Non sei confusa?</i>», chiede una quasi afona Ceccarelli a Francesca Inaudi, sullo sfondo della Patagonia, dove natura e civiltà vanno di pari passo. La stessa domanda si potrebbe fare al regista della pellicola. Nelle intenzioni, Pasetto tenta di descrivere l’arco di trasformazione di un universo quasi completamente al femminile, soffermandosi sui corpi sfatti delle donne – le cicatrici di Lea, la malattia e gli aborti di Lucia -, lasciando gli uomini (fidanzati, mariti, padri) al limite dello schermo, sfocati in un mondo che li vuole solo elementi di tappezzeria. Purtroppo Pasetto non tiene il passo di tutti gli elementi che vorrebbe mettere in gioco, lasciandosi sopraffare da un tono esageratamente melodrammatico, che finisce con l’essere involontariamente caricaturale. Tuttavia l’anello debole della diegesi si deve ricercare maggiormente nella sceneggiatura lacunosa e affrettata, che non solo non riesce ad approfondire la vita e la storia delle due protagoniste, ma si contenta di mettere qua e là spunti potenzialmente interessanti abbandonati a se stessi, risucchiati dalla spirale dell’oblio, senza che ad essi siano date motivazioni o spiegazioni anche lontanamente razionali. A partire dalla cicatrice sulla mano di Lea, fino ai flashback che irrompono nella mente di Lucia togliendole il sonno, allo spettatore non è permesso conoscerne la provenienza. La fruizione diventa allora caotica e insofferente, lenta e ridondante. Delle intenzioni del regista restano flebili segnali, poco aiutato purtroppo dalle interpretazioni delle protagoniste. Francesca Inaudi porta sul grande schermo – per l’ennesima volta – il ritratto di una donna eccentrica, dai modi eccessivi (e altamente disturbanti); di quello che ha alle spalle e che, si presume, l’abbia fatta diventare quello che è non rimane traccia che non sia lo reiterato squillo di un cellulare. A farle da spalla c’è una Sandra Ceccarelli nel ruolo di una borghese inacidita dalla vita, che tenta un ultimo disperato tentativo di emanciparsi. Il film di Pasetto svolge lo stesso ruolo di quello del richiamo delle omeriche sirene: è in realtà un inganno perpetuato ai danni dello spettatore che, suo malgrado, si trova immerso in una diegesi povera dal punto di vista emotivo, che spazientisce laddove dovrebbe commuovere, incapace com’è di trattare temi forti quali la malattia e la sessualità.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Wed, 09 May 2012 14:32:59 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie - Il manuale del sesso</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie-il-manuale-del-sesso.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie-il-manuale-del-sesso.jpg><br><br>Quarto spin off della fortunata saga di <i>American Pie</i>, <i>Il manuale del sesso</i> prende il via dieci anni dopo che gli eroi della East Great Falls inaugurarono il franchise da milioni di dollari. Al centro della vicenda stavolta c’è Rob (<b>Bug Hall</b>), adolescente alle prese con le prime tempeste ormonali. Insieme agli amici Nathan (<b>Kevin M. Horton</b>) e Lube (<b>Brandon Hardesty</b>) – anche loro irrimediabilmente vergini – il ragazzo si imbatte nel famoso Manuale del Sesso, una sorta di Bibbia capace di svelare ogni segreto per far impazzire una ragazza e condurla ad un orgasmo indimenticabile. Purtroppo per loro, il tempo e l’umidità del nascondiglio (un sottoscaffale della vecchia biblioteca) hanno rovinato il libro, rendendo alcune pagine totalmente inintelligibili. Rob, allora, decide di mettersi in contatto con coloro che hanno redatto il manuale, primo tra tutti l’immancabile Noah (<b>Eugene Levy</b>). Con i consigli dell’uomo e il manuale sotto gli occhi, Rob riuscirà infine a confessare i suoi sentimenti all’amica Heidi (<b>Beth Behrs</b>), non prima di aver dato il via ad una girandola di situazioni imbarazzanti ed equivoci divertenti.<br />
<br />
Passano gli anni, ma gli ormoni restano invariati. Il quarto spin-off - distribuito esclusivamente per il mercato home video - arriva sugli scaffali dei fan, per inserire un ulteriore tassello nell’apparentemente infinito universo di <i>American Pie</i>. Proprio come i film che l’hanno preceduto, <i>The Book of Love</i> tenta, senza molto successo, di ricreare l’atmosfera goliardica esplosa con il primo capitolo, diventando una sorta di copia conforme che, proprio come gli altri spin-off, presenta uno schema che si basa su alcuni elementi ricorrenti. Primo tra tutti la presenza di un incipit in cui la goffaggine e l’inesperienza del protagonista vengono svelati attraverso la celeberrima scena di masturbazione scoperta (molto spesso dai genitori) in maniera imbarazzante. Il secondo elemento è la presenza, irrinunciabile,  di un componente della famiglia Stifler, che tenda in alto lo stendardo della casa. In questo caso si tratta di Scott che, nonostante tutto, ha toni e colori troppo normali per essere anche solo lontanamente imparentato con l’originale Steve. Infine, Eugene Levy rappresenta il vero trait d’union dell’intera costola degli spin off, ricorrendo in modo costante e prestandosi ad essere un mentore per le giovani menti in subbuglio. <br />
<br />
Con queste premesse non si può certo parlare di un film riuscito. Probabilmente il peggiore della saga, non tanto per via dei gravi deficit a livello registico e tecnico, quanto piuttosto per un esaurimento palese delle trovate comiche e narrative. Questo porta ad un’ulteriore esclusione di fette di pubblico. Se la trilogia originale si riferiva ad un chiaro target, gli spin-off restringono ancora di più la porzione: da una parte l’uscita in home video fa sì che il film si rivolga solo ad un pubblico realmente interessato (gli affezionati al marchio e adolescenti dalle inesistenti pretese fruitive), dall’altro la ripetizione di stilemi e contenuti impedisce ad altri spettatori di avvicinarvisi.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Tue, 08 May 2012 03:01:55 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Il bisbetico domato</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-il-bisbetico-domato.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-il-bisbetico-domato.jpg><br><br><b>Adriano Celentano</b> interpreta Elia, un ricco agricoltore che non riesce in alcun modo ad interagire con il mondo circostante, a meno di non ricorrere ai modi bruschi e maleducati che lo caratterizzano e che gli causano l’etichetta di misantropo. <b>Ornella Muti</b> è Lisa, una bella ragazza con l’auto in panne che, per scommessa, decide di provare a sedurre il misogino, dimostrando così che anche il più rude degli uomini può cambiare. I piani della ragazza, tuttavia, subiscono una svolta quando capisce che la scommessa si è trasformata in un vero e proprio corteggiamento. Suo malgrado Lisa si scopre innamorata di Elia, del quale scopre lati nascosti e la seduzione, allora, diventa solo uno stratagemma per arrivare al cuore del bisbetico di Rovignano.<br />
<br />
Quelli che si aspettavano una rivisitazione in chiave moderna de <i>La bisbetica domata</i> di <b>William Shakespeare</b> probabilmente rimarranno delusi dalla pellicola di <b>Franco Castellano</b> e <b>Giuseppe Moccia</b>, che in realtà creano ad hoc un film in cui inserire Adriano Celentano di modo che possa recitare, ballare e dare fondo a tutte le doti di showman. Di ciò che il bardo inglese aveva posto sulla pagina rimane ben poco: solo l’ombra smorzata di un personaggio scorbutico, chiuso in se stesso e nelle proprie (discutibili) convinzioni; a metà strada tra un uomo infantile e un inconsapevole seduttore, capace di far cadere le donne ai propri piedi senza il minimo sforzo. Nessuno spunto originale né inaspettato arriva a smorzare la sensazione dello spettatore di ritrovarsi dentro uno scenario che conosce molto bene. Detto questo, va riconosciuta al film una certa fluidità che fa scorrere agevolmente la narrazione: alcune gag, più riuscite di altre, fanno effettivamente divertire sebbene a volte i due registi tendano ad esagerare con i paradossi.<br />
<br />
Buone le interpretazioni degli attori: Celentano non trova difficoltà ad interpretare l’ennesima versione di uno dei tanti personaggi che hanno fatto la sua fortuna cinematografica. Il feeling con Ornella Muti è evidente: di certo i loro duetti – si pensi, ad esempio, a tutta la lunga sequenza delle comiche televisive – sono le parti più riuscite, alternate con quelle più rigide prima dell’arrivo di Lisa che spingono troppo sui pessimi modi di Elia. Con ottimi incassi negli anni ’80 <i>Il bisbetico domato</i> è riuscito, negli anni, a ritagliarsi una nicchia di culto: condivisibile o meno che sia questa scelta, il film di Castellano e Pipolo resta una commedia poco originale ma con qualche illuminazione comica da non trascurare.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Mon, 07 May 2012 15:54:40 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Special Forces - Liberate l'ostaggio</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-special-forces-liberate-l-ostaggio.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-special-forces-liberate-l-ostaggio.jpg><br><br>In tempo di dibattito sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan e  di attentati giornalieri, arriva il cinema a raccontare la storia del coraggio di una giornalista sequestrata e del valore dei soldati inviati a salvarla. L’ennesima epica militare hollywoodiana? Non esattamente. A raccontarci la differenza tra buoni e cattivi stavolta è un regista francese, <b>Stéphane Rybojad</b>, un passato come autore di documentari sulle forze armate di casa e questa pellicola, per esordire sul grande schermo.<br />
<br />
Elsa Casanova (<b>Diane Kruger</b>) è una giornalista francese, giunta in Afghanistan per un’inchiesta sulla condizione delle donne nel regime talebano. Un giorno il gruppo di ribelli di Ahmed Zaief (<b>Raz Degan</b>) la rapisce, insieme alla sua guida afghana. Per liberare la giornalista vengono inviati in Afghanistan gli uomini delle forze speciali, che riusciranno a trarre in salvo Elsa, pur perdendo i contatti con la base. Da qui i soldati e la giornalista inizieranno il viaggio alla ricerca di un rifugio attraverso il paese, sempre inseguiti dagli uomini di Zaief.<br />
<br />
<i>Special Forces - Liberate l'ostaggio</i> trae senz’altro beneficio dalla conoscenza del regista dell’apparato militare e delle tecniche di combattimento dei corpi speciali dell’esercito francese. Le sequenze di battaglia sono maestose, quasi da kolossal, e non può non essere citato lo splendido uso della fotografia con il quale è immortalato il rude ma meraviglioso paesaggio afghano. Ma fin dalla prima scena - il prologo con la missione di cattura di un criminale jugoslavo - il film di Rybojad mostra l’ingenuità e l’inadeguatezza delle scelte registiche. Il fulcro dell’intera vicenda è la giornalista Elsa, stereotipata donna coraggio che per tutto il film sopporta non solo il sequestro ma anche il duro recupero da parte dei militari e la lunga fuga attraverso l’Afghanistan. Una donna – Diane Kruger, bellissima anche sfinita e in mezzo alle intemperie - in confronto alla quale i militari sfigurano per coraggio e doti fisiche. Dall'altra parte i talebani, con il capo dei sequestratori interpretato da Raz Degan, protagonisti di pochi, lentissimi dialoghi. Tuttavia, se si fosse limitato a dirigere la schematica trama di un film di guerra, senz’altro Rybojad, nonostante le inesattezze e la sbrigatività di certe sequenze, avrebbe soddisfatto ogni aspettativa degli amanti del genere. Invece il regista, trovandosi a girare per la prima volta un lungometraggio di finzione, non racconta soltanto le operazioni di recupero di un ostaggio in zona di conflitto, ma esplora tutte le possibilità di una narrazione bellica. Ed ecco che la storia assume un insopportabile sottotesto sociale: la denuncia (femminile) della condizione delle donne in Afghanistan, la difficoltà di fare informazione, la povertà della gente afghana, il cuore d’oro dei soldati e il valore militare. Ma allora che genere di film è <i>Special Forces</i>? Una pellicola d’azione, un dramma di guerra, la storia di una giornalista coraggiosa o l’elogio psicologizzato delle forze speciali francesi? L’ipotesi più verosimile è che si tratti dell’opera prima di un regista/reporter, dotato dei mezzi e degli attori giusti, ma di poche e confuse idee sul cinema, a anche sulla guerra.]]></description>
            <author>Aurora Tamigio</author>
            <pubDate>Mon, 07 May 2012 13:17:27 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Tutti i nostri desideri</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-tutti-i-nostri-desideri.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-tutti-i-nostri-desideri.jpg><br><br>Claire (<b>Marie Gillain</b>) è un magistrato che deve fronteggiare la situazione di Céline (<b>Amandine Dewasmses</b>), madre della migliore amica di sua figlia e donna schiacciata dal peso di molteplici debiti che non è in grado di pagare. Per tentare di aiutarla, Claire finirà per chiedere aiuto a Stephane (<b>Vincent Lindon</b>), giudice esperto, che dopo un tentennamento iniziale accetterà di soccorrere la donna indebitata e i suoi figli. Mentre il rapporto tra Claire e Stephane si fa sempre più stretto, la donna scopre di non aver più molto tempo per emettere la sentenza atta a scagionare Céline. Un male oscuro e imbattibile, infatti, grava sulla sua testa e su quella della sua famiglia.<br />
<br />
Il regista <b>Philippe Lioret</b>, supportato dallo sceneggiatore <b>Emmanuel Courcol</b>, scrive un film che trae liberamente spunto dal romanzo autobiografico di <b>Emmanuel Carrère</b> <i>Vite che non sono la mia</i> (edito in Italia da Einaudi). «<i>Non un adattamento</i>» ha dichiarato il regista «<i>ma una libera ispirazione</i>». Il risultato è una pellicola che, pur partendo da una situazione specifica (quella dell’indebitamento di Céline), arriva in realtà a parlare dei rapporti umani e, in particolar modo, delle modalità in cui le persone interagiscono tra di loro, dando vita a diversi modi di concepire l’amore. In effetti l’elemento più pregnante di tutta la narrazione è il rapporto tra Claire e Stephane. Lei è un magistrato con una storia difficile alle spalle che le permette di identificarsi in Céline; ma è anche – e soprattutto – una madre e una moglie che, suo malgrado, deve organizzare l’esistenza di coloro che ha intorno, con una spada di Damocle che minaccia la sua vita. Dall’altra parte c’è Stephane, un giudice cinico e stanco, che tuttavia prende a cuore il problema di Claire e se ne fa carico, e che rinuncia alla propria soddisfazione personale per permettere alla donna di avere ancora fiducia in se stessa. Questi due personaggi così simili e così distanti entreranno in contatto per necessità professionali, riuscendo tuttavia a sviluppare una storia d’amore che si fa forte di molteplici cose non dette. <br />
<br />
L’empatia che lo spettatore prova per questa storia non convenzionale è possibile grazie soprattutto alla meravigliosa interpretazione di Vincent Lindon, adorabile allenatore di rugby dal cuore d’oro. A fargli da contraltare c’è Marie Gillain che, tuttavia, non riesce a tenere il ritmo del collega, risultando a volte eccessiva per l'espressività che enfatizza un personaggio già impregnato di problematiche. Proprio nel sovraccarico di tematiche si deve ricercare il punto debole della pellicola: <i>Tutti i nostri desideri</i> è un film che tenta di soffermarsi maggiormente su quegli aspetti che rendono difficoltoso il cammino dell’esistenza, come la consapevolezza di avere i minuti contati, mai sufficienti a sistemare tutto ciò che si è lasciato in sospeso. L’insistenza di toni melodrammatici su questo aspetto rischia di far perdere di vista il vero fulcro della diegesi, rendendo la fruizione spettatoriale caotica, anche per via di un ritmo altalenante e discontinuo.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Mon, 07 May 2012 13:16:01 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie - Beta House</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie-beta-house.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie-beta-house.jpg><br><br>Dello storico marchio lanciato da <b>Paul Weitz</b> e <b>Adam Herz</b> è rimasto solo il nome e qualche riferimento. Per il resto con <i>American Pie – Beta House</i> sembra di entrare in un nuovo franchise, una nuova saga con regole proprie. Dopo aver assistito ai suoi tentativi di sfuggire all’etichetta di vergine nel precedente <i>Nudi alla Meta</i>, ritroviamo Erik (<b>John White</b>), cugino del leggendario Stifler (interpretato nella prima trilogia da <b>Seann William Scott</b>), dimenarsi al college, sempre assistito dalla complicità dell’amico Cooze (<b>Jake Siegel</b>) e del cugino Dwight (<b>Steve Talley</b>). Lasciato dalla fidanzata, Erik ha come unico scopo quello di riuscire ad entrare nella famosa Beta House, la confraternita di Dwight, acerrima nemica della Greek House. La secolare lotta tra secchioni e perdigiorno viene messa in scena attraverso la lotta di queste due confraternite: sarà compito degli Stilfer ribaltare la gerarchia universitaria e portare la Beta House alla vittoria, durante le sfrenate Olimpiadi del sesso e della pazzia, arbitrate da Noah Levenstein (<b>Eugene Levy</b>).<br />
<br />
A distanza di quattro anni Adam Herz torna a scrivere una commedia demenziale che pone al proprio centro narrativo la parabola di un gruppo di giovani alle prese con le ossessioni sessuali. <i>Beta House</i> è soprattutto una giostra visiva di ragazze in abiti succinti e di giovani disposti a tutto pur di raggiungere non solo il potere all’interno del college, ma anche – e soprattutto – ciò che la "american pie" rappresenta. C’è poco da aggiungere per un film che si presenta senza alcune pretese di sorta, nato per il mercato home video e che, per questo, giustifica una natura tecnica scialba e del tutto anonima. La banalità dell’intreccio e di alcune situazioni è ormai routine, prova che il pubblico di riferimento non sente il bisogno di cercare nulla di diverso, adagiato com’è su una tradizione demenziale lanciata nel 1999 dal primo <i>American Pie</i>. Proprio come il film di Weitz, anche questo di <b>Andrew Waller</b> è una pellicola che non cerca in alcun modo di diventare intrattenimento per famiglie né di abbracciare una fetta di pubblico che vada al di là di adolescenti affezionati alle atmosfere goliardiche di scalmanati campioni di seduzione. Non c’è dubbio che una nuova generazione di giovani si lascerà trascinare dal tormentone <i>American Pie</i>, riuscendo ad apprezzare anche un prodotto anonimo come <i>Beta House</i> che, pur con tutti i suoi difetti, accetta di essere amato - o mal sopportato - per quello che è. Di sicuro, comunque, è il migliore episodio degli spin-off, pur con il riesumato Eugene Levy che, film dopo film, diventa sempre più la caricatura di se stesso.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Mon, 07 May 2012 02:39:05 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie – Nudi alla meta</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie-nudi-alla-meta.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie-nudi-alla-meta.jpg><br><br>Il sesso è un affare di famiglia: basterebbe questa frase per riassumere il nuovo spin off della saga di <i>American Pie</i>. Dopo la digressione su Matt Stifler in <i>American Pie - Band Camp</i>, ecco arrivare Eric (<b>John White</b>), cugino dei due precedenti protagonisti di casa Stifler. Tuttavia Eric sembra somigliare più al Jim interpretato da <b>Jason Biggs</b> che ai propri familiari. Giunto all’ultimo anno di liceo il ragazzo è ancora vergine, questo perché da molto tempo è impegnato in una relazione seria con Tracy (<b>Jessy Schram</b>) che sembra ben intenzionata a preservare la propria castità. Per evitare le pressioni del ragazzo, che sente su di sé la responsabilità di essere uno Stifler, Tracy accetta di concedergli un weekend di totale libertà che Eric sfrutta per andare a visitare il campus universitario di suo cugino Dwight (<b>Steve Talley</b>). Insieme agli amici Ryan (<b>Ross Thomas</b>) e Cooze (<b>Jake Siegel</b>), Eric parte alla volta del campus, dove Dwight tiene alto il nome degli Stilfer, comportandosi esattamente come faceva Steven. Ad attendere i tre amici c’è un mondo universitario stravolto da continue feste che trova il suo culmine nel famoso Miglio Nudo, una corsa dove gli universitari mostrano la loro completa nudità. Sarà l’occasione, per Eric, di entrare in contatto con il mondo del sesso e di capire quali sono i suoi veri sentimenti e ciò che veramente desidera.<br />
<br />
È difficile tentare di mantenere alto il livello di una saga che già da anni mostra segnali di cedimento. I difetti che rendevano <i>Band Camp</i> nettamente inferiore alla trilogia originale vengono riesumati anche per <i>Nudi alla meta</i>. La pellicola diretta da <b>Joe Nussbaum</b> si dimostra incredibilmente priva di idee e dalla morale facile, trascinata solo dalla potenza iconografica del nudo femminile che svela senza quanto il film sia destinato quasi esclusivamente ad un pubblico maschile, capace di ridere per la goliardia spenta di un Biggs di nuova generazione. Ciò che rendeva sopportabile la trilogia originale era la consapevolezza di assistere a pellicole senza la benché minima pretesa moralistica, presentandosi come commedie demenziali per lo più maschiliste, con l'obiettivo di intrattenere un pubblico specifico. <i>Nudi alla meta</i>, dopo la necessaria dose di scene volgari e ridondanti, alla fine cade nel trabocchetto contenutistico: come se il regista non volesse “abbassarsi” a dirigere un film che fosse solamente una commedia scolastica sul piacere del sesso. Ma in una saga che ha fatto della demenzialità goliardica il proprio marchio di fabbrica, la lenta ed estenuante ricerca di contenuti alti smorza un qualsivoglia residuo di divertente intrattenimento.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Sun, 06 May 2012 13:57:31 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie - Band Camp</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie-band-camp.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie-band-camp.jpg><br><br>Conclusa la trilogia originale di <i>American Pie</i> scritta da <b>Adam Herz</b>, ecco arrivare per i nostalgici uno <i>spinoff</i> che, pur non presentando gli storici protagonisti che hanno fatto della saga demenziale un successo planetario, accontenteranno i fan più accaniti, non solo con toni e atmosfere tipicamente goliardiche, ma anche con richiami più o meno espliciti a personaggi e ambientazioni dei primi tre capitoli. A dirigere il film c’è <b>Steve Rush</b>, regista che sembra essersi specializzato in sequel e spinoff (tra gli altri ha diretto anche il seguito di <i>Ragazze nel pallone</i>, teen movie sul cheerleading con <b>Kirsten Dunst</b>).<br />
<br />
Protagonista della vicenda è Matt Stifler (<b>Tad Hilgenbrink</b>), fratello minore dello scapestrato Steven. Durante l’estate il ragazzo è costretto a passare il suo tempo al campo Tall Oaks, dove Michelle (<b>Alyson Hannigan</b>) era solita passare la stagione estiva. Senza lasciarsi vincere dal cattivo umore, il ragazzo accetta la sua condanna con stoicità, anche perché è sua ferma intenzione portare scompiglio con scherzi a non finire. Il più fruttuoso dei quali consiste nel posizionare telecamere in ogni angolo libero del campo, filmando e spiando le ragazze. L’idea è quella di mandare poi il contenuto dei video al fratello maggiore, diventato, nel frattempo, il leader di una casa di produzione cinematografica. I piani del ragazzo vengono messi a dura prova dal direttore del campo (<b>Eugene Levy</b>) e dall’arrivo di Elyse Houston (<b>Arielle Kebbel</b>), sua amica d’infanzia e storica vittima dei suoi scherzi. Ma con la pubertà in arrivo e gli ormoni a mille, Matt comincia a provare qualcosa per Elyse che va al di là della sadica goliardia. Il ragazzo, così, tenta in ogni modo di evitare i suoi atteggiamenti naturali (ereditati in gran parte dal fratello) con risultati imbarazzanti e divertenti.<br />
<br />
Se con <i>Il matrimonio</i> sembrava che il franchise fosse arrivato ad una conclusione, c’è da chiedersi se si sentisse veramente il bisogno di uno spinoff gemello destinato direttamente all’home video. A dispetto dei gusti personali, è palpabile la sensazione che <i>Band Camp</i> sia solo un debole tentativo di continuare a cavalcare l’onda creata dal tifone <i>American Pie</i>. Situazioni e personaggi sono così stereotipati e attaccati ai precedenti che sembra di assistere ad una brutta copia del primo capitolo del 1999, anche a causa di giovani attori tutt’altro che talentuosi, che si sforzano di rimandare smorfie e manie dei predecessori. Persino la miscela di sessualità esplicita e romanticismo incallito, nella sua totale inefficienza ricalca molte delle scelte già sperimentate da Adam Herz nella trilogia originale. Pellicola senza pretese e senza grossi sforzi creativi, <i>Band Camp</i> non è altro che un film per gli affezionati del marchio, da aggiungere alla loro collezione personale. Dimenticabile.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Sat, 05 May 2012 12:05:43 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Gli Infedeli</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-gli-infedeli.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-gli-infedeli.jpg><br><br>Prendete un regista - <b>Michel Hazanavicious</b> - e il suo attore feticcio - <b>Jean Dujardin</b> - vincitori entrambi dell'Academy Award con <i>The Artist</i>; aggiungete una locandina che già da sola era riuscita a fare scalpore - tanto da mettere in dubbio la vittoria dei premi di cui sopra. Contornate il tutto con un sostanzioso numero di registi di talento e un coprotagonista - <b>Gilles Lellouche</b>, anche in veste di regista - che aveva già conquistato molte platee con l'interpretazione in <i>Piccole Bugie tra amici</i>, film di <b>Guillaume Canet</b>, inserito anche lui nella colorata galleria di personaggi adulteri. Miscelate il tutto ed ecco arrivare <i>Gli Infedeli</i>, film a episodi che tratta il tema reiterato ma sempre accattivante dell'indefeltà maschile.<br />
<br />
Diviso in cinque episodi più un prologo, <i>Gli Infedeli</i> non presenta una vera e propria trama, offrendo al pubblico gag quasi sempre divertenti che hanno come trait d'union il tema del tradimento maschile e, soprattutto, il rincorrerersi di interpretazioni smaliziate da parte dei due protagonisti, Dujardin e Lellouche, anche registi dell'episodio ambientato a Las Vegas. Tra un episodio e l'altro, poi, trovano spazio dei brevi e brillanti sketch (diretti da <b>Alexandre Courtes</b>) che hanno non solo la funzione di <i>entr'acte</i> tra una vicenda e l'altra, ma anche quella di presentare due dei personaggi più riusciti dell'intera pellicola: Thibault (Guillaume Canet) e Simon (<b>Manu Payet</b>). <br />
<br />
In una stagione cinematografica popolata da grandi successi francesi – <i>Piccole Bugie tra amici</i>, il campione d’incassi <i>Quasi Amici</i>, <i>Il mio incubo peggiore</i>, <i>The Artist</i> - <i>Gli Infedeli</i> riesce facilmente a ritagliarsi un proprio spazio, presentando un altro aspetto della produzione francofona, che non si fonda solo su commedie autoriali o film impegnati, ma capace di creare anche una commedia palesemente goliardica che non si assume nessuna responsabilità di stampo morale. Perciò tutti gli spettatori che, leggendo i nomi di Dujardin e Hazanavicious, si aspettavano un altro saggio iconografico sul cinema e sull’amore per esso, probabilmente rimarranno delusi da una pellicola che somiglia molto più alle vecchie commedie ad episodi. Va detto, tuttavia, che nonostante la tematica e i richiami piuttosto espliciti alla sessualità fedifraga, qualche gag comica e il reiterarsi di vecchi cliché fondati sulla nudità, tutti i registi riescono a cavarsela con un’eleganza innata, aiutati senz’altro dalle meravigliose doti istrioniche del cast, composto dai migliori attori francesi di nuova generazione. Dujardin torna alla commedia e ai toni ironici che hanno caratterizzato la sua carriera e che lo hanno reso un divo in terra natia; al suo fianco, lo splendido Gilles Lellouche riesce facilmente a duettare con il collega/amico, senza mai rischiare di esserne adombrato. Tra di loro trova spazio il geniale Guillaume Canet, che non solo restituisce il personaggio più divertente (Thibault), ma soprattutto traina il miglior episodio della pellicola, <i>Gli Infedeli Anonimi</i>, diretto da Courtès.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Sat, 05 May 2012 08:29:41 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Chronicle</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-chronicle.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-chronicle.jpg><br><br>Realizzato da due figli d’arte che rispondo ai nomi di <b>Josh Trank</b> e <b>Max Landis</b>, <i>Chronicle</i> è un’interessante opera prima, che mescola e gioca con diversi generi e forme del cinema, richiamando fortemente film come <i>Cloverfield</i> e <i>District 9</i>.<br />
<br />
Andrew è il classico liceale timido e impacciato, con il quale il destino sembra essersi accanito: sua madre è gravemente malata, suo padre è un alcolizzato violento e fuori di casa il ragazzo è vittima degli scherzi dei compagni di classe e delle angherie e della gentaglia del quartiere. Un giorno Andrew decide di comprare una videocamera e riprendere costantemente quello che gli accade: una sorta di cronaca della sua vita, uno schermo attraverso il quale filtrare una realtà alla quale non si sente capace di adeguarsi. La decisione non è priva di contro-indicazioni: molti sono quelli che non apprezzano un comportamento giudicato strano e molesto, in primis suo padre. Cionondimeno, quest’abitudine gli consente di costruire una testimonianza forte dell’esperienza fuori dal comune che farà in compagnia di suo cugino Matt e dell’amico Steve. Insieme ai due compagni, Andrew entrerà in contatto con un’entità apparentemente aliena, che doterà i tre di straordinari poteri telecinetici. Il dono però dovrà essere usato con attenzione, per evitare che diventi una pesante condanna…<br />
<br />
Il racconto portato avanti da <i>Chronicle</i>, sebbene non rappresenti niente di nuovo, si lascia seguire e coinvolge quel tanto che basta da arrivare alla fine del film senza eccessiva fatica. A dispetto di quanto si possa ipotizzare e nonostante le premesse della descrizione del personaggio, Andrew non è un protagonista con il quale si riesca ad empatizzare più di quanto non accada nel film alle persone che lo incontrano, ma il modo in cui lui, Matt e Steve scoprono i propri poteri, e imparano ad utilizzarli, rende avvincente il seguirne le vicissitudini. Lo stile da docu-fiction adottato da Trank non è più una novità, sdoganata dai vari <i>Paranormal Activity</i> e i sopracitati <i>Cloverfield</i> e <i>District 9</i>, ma si rivela sicuramente un buon espediente per ridurre i costi di produzione di un film che presenta un necessario utilizzo degli effetti speciali. L’effetto di realtà ottenuto mediante l’utilizzo della macchina a mano viene portato avanti nel corso della storia affidandosi ad espedienti non pienamente giustificati dalle premesse, ma utili a mantenere la coerenza di stile: alcune sequenze vengono riprese da altre videocamere oltre quella del protagonista, ma sempre con una pretesa documentaristica, sia quella della blogger che riprende tutto per i suoi follower o le riprese d’ufficio della polizia. Nel complesso si tratta di una pellicola lontana dall’interpretazione supereroistica classica e improntato su una drammaticità da violenza domestica e sociale che, anche per lo stile, in certi frangenti ricorda <i>Elephant</i> di <b>Gus Van Sant</b>. Questo implica naturalmente un impatto poco immediato del film, che tuttavia può rappresentare uno stimolante spunto di riflessione.]]></description>
            <author>Roberto Semprebene</author>
            <pubDate>Fri, 04 May 2012 15:19:01 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Sister</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-sister.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-sister.jpg><br><br>Un vuoto sguardo malinconico caratterizza i protagonisti di <i>Sister</i>, il nuovo lavoro di <b>Ursula Meier</b>, talentuosa regista di <i>Home</i>. Esperta nella narrazione di storie di vita complicate e bizzarre, l’autrice realizza un’opera drammatica e disillusa che racconta la vicenda di due solitudini destinate, probabilmente, a non incontrarsi mai.<br />
<br />
In una sperduta stazione sciistica sulle Alpi, il piccolo Simon, un orfano di dodici anni, deruba i ricchi turisti del posto, rivendendo subito la refurtiva, per sfamare se stesso e la sorella Louise. La ragazza è un’affascinante sbandata che, senza un lavoro, passa da un amante all’altro e non riesce a prendersi cura di suo fratello. Il legame tra i due, instabile e volubile, però, nasconde un misterioso segreto…<br />
<br />
Premiato con l’Orso d’argento speciale al Festival di Berlino 2012, <i>Sister</i> è una pellicola intensa e appassionante che, guardando allo stile naturalistico dei fratelli Dardenne, permette allo spettatore di sentirsi parte integrante della vicenda. La storia è scandita dai piccoli, pericolosi, ripetitivi gesti di Simon e guardata attraverso gli occhi di un bambino alla costante ricerca dell’approvazione della persona con cui vive. Una sorella che ama a tal punto da sacrificare tutto ciò che possiede per regalarle un misero miraggio di felicità. Ursula Meier e <b>Antoine Jaccoud</b>, collaborando con <b>Gilles Taurand</b>, costruiscono un racconto costantemente in bilico tra due dimensioni opposte e complementari: il mondo dei ricchi e quello dei poveri, il lavoro e la disoccupazione, la disperazione e la felicità, la repulsione e l’accettazione, l’amore e l’odio. Dimensioni assolutamente inconciliabili in un mondo che non permette vie di mezzo ma esclude a priori il “diverso”, colui che, volente o nolente, si differenzia dalla massa. Se crescere vuol dire rinunciare alla purezza e all’autenticità, forse è meglio fuggire lontano e cercare un posto in cui i destini possano ricongiungersi serenamente. Anche a costo di chiudersi ermeticamente in un mondo puramente immaginario. Attraverso una fotografia poco contrastata, scenografie naturalistiche, una musica soffusa e due protagonisti fragili e insicuri, <i>Sister</i> diventa uno spaccato di vita comune, una proiezione del totale rifiuto della solitudine e della mancanza di affetto, attraverso cui Ursula Meier riesce a valorizzare il talento di <b>Léa Seydoux</b> e del piccolo <b>Kacey Mottet Klein</b> con il tocco sensibile e delicato di una donna che, sulla porta, guarda riposare i propri piccoli.]]></description>
            <author>Martina Calcabrini</author>
            <pubDate>Fri, 04 May 2012 15:18:10 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Viaggio in Italia</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-viaggio-in-italia.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-viaggio-in-italia.jpg><br><br>Alexander (<b>George Sanders</b>) e Katherine (<b>Ingrid Bergman</b>) sono una coppia di coniugi inglesi che vive il proprio rapporto più per abitudine che per effettivo sentimento. Di indole opposta – lui è così sicuro di sé da apparire arrogante, tutto preso dal proprio lavoro, lei è perbenista al punto da apparire snob, ferita dalla continua indifferenza del marito – i due dovranno confrontarsi con il proprio matrimonio grazie ad un improvviso viaggio nell’Italia meridionale. I signori Joyce, infatti, si trasferiscono a Napoli per ereditare la vecchia casa di un altrettanto vecchio zio. Proprio per la fragilità del rapporto, la vacanza italiana comincia con soggiorni separati: mentre Alexander passa il suo tempo a Capri in compagnia di alcuni suoi amici, Katherine veste i panni della turista, visitando quello che la città offre. Tutto procede bene finchè una furiosa lite porta i due ad un passo dal divorzio, costringendoli ad affrontare tutti i loro problemi.<br />
<br />
Se si volesse descrivere veramente <i>Viaggio in Italia</i> non bisognerebbe escludere il termine solitudine unito a crisi (di coppia). Temi non del tutto nuovi nella filmografia di Rossellini, che con questo film descrive il senso di solipsismo che ammanta l’essere umano di fronte alla società e al proprio partner. Una sorta di senso di vuoto, di alienazione, che appartiene ad ogni uomo e che comporta la nascita di continui problemi: Alexander e Katherine sono sposati, compagni di vita, e nonostante questo separati l'uno dall’altra, come se fosse impossibile creare un qualsivoglia legame in un mondo in distruzione. Emblematica la meravigliosa scena dello scavo a Pompei, quando i due coniugi scoprono gli scheletri di due amanti abbracciati (scena, questa, che sembra richiamare il finale del capolavoro di Hugo <i>Notre Dame de Paris</i>): la macchina da presa di Rossellini spia questo scavo e le reazioni dei due protagonisti, come un mondo in cui l’amore e la coppia non esiste più, nascosto sotto le macerie di una nuova società sovrastata da incomunicabilità e incomprensione.<br />
<br />
Realizzato in pieno neorealismo, la pellicola si discosta dai dogmi del movimento di cui lo stesso Rossellini fu pioniere, per la scelta di affidare il ruolo dei protagonisti non più ad attori presi dalla strada, ma a due grandi volti del cinema hollywoodiano; ma non per questo Rossellini rinuncia all’improvvisazione. Come nella maggior parte dei suoi film, la sceneggiatura è solo una traccia, uno spunto da arricchire man mano che la storia avanza. È come se il regista si divertisse a gettare i due grandi interpreti nella realtà seguendone reazioni e sensazioni. Come un amorevole padre, Rossellini dà alcuni consigli da seguire, ma poi lascia che siano i suoi attori a trovare la strada da seguire. Questa libertà – di sceneggiatura, più che di interpretazione – tuttavia ha un effetto negativo sull’opera, che rallenta nella descrizione dei personaggi (soprattutto quello di Katherine) poveri di un chiaro spessore psicologico o di un’analisi più approfondita che permetta allo spettatore di provare una maggior empatia.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Fri, 04 May 2012 11:35:38 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie - Il matrimonio</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie-il-matrimonio.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie-il-matrimonio.jpg><br><br>Squadra che vince non si cambia: Jim (<b>Jason Biggs</b>) e gli altri scalmanati ex alunni del liceo East Great Falls tornano con il capitolo conclusivo della trilogia dedicata ai pruriti sessuali e goliardici di <i>American Pie</i>. Questa volta l’assunto di partenza è che tutti, prima o poi, dovrebbero lasciarsi alle spalle le disavventure adolescenziali e mettere finalmente la testa a posto. È quello che prova a fare Jim quando chiede alla fidanzata Michelle (<b>Alyson Hannigan</b>) di sposarlo; ma a fare da cornice (e non solo) al matrimonio dei due ci sarà la solita giostra di amici che forse di crescere non ne vuole proprio sentir parlare.<br />
<br />
<b>Adam Herz</b>, ripropone per la terza volta uno script fotocopia: la sfrenata sessualità dei protagonisti – che se la vedono con cameriere dell’est senza pudori, nonne piene di entusiasmo carnale, madri lussuriose – viene ancora una volta miscelata senza cognizione di causa con un romanticismo di fondo che, in questo episodio più che negli altri, appare fuori tema e disturbante. Non lasciatevi ingannare dalla locandina del film o dal titolo stesso. Il matrimonio diventa solo il pretesto per far riunire gli storici protagonisti e ricreare le medesime situazioni di un tempo. Ma soprattutto al centro della narrazione non c’è più l’ingenuo e sfortunato Jim, ormai felicemente impegnato con Michelle, ma il roboante e volgare Stifler (<b>Seann William Scott</b>): sulle sue spalle poggia tutta la forza e la relativa debolezza della pellicola. Gli altri personaggi, che nei primi due episodi giustificavano la loro natura di coprotagonisti, qui vengono lasciati a marcire nella scomoda posizione di spalla durante escatologici siparietti che Stifler propina allo spettatore ormai avvezzo a qualsiasi tipo di nefandezza: dalla scena di sesso orale canino, passando per i vari tentativi di imbucarsi al matrimonio dell’amico. L’unico elemento nuovo di <i>American Wedding</i> è l’arrivo della sorellina di Michelle, Cadence (<b>January Jones</b>) per cui sia Finch (<b>Eddie Kaye Thomas</b>) che lo stesso Stifler perderanno la testa, sfidandosi e scambiandosi di ruolo: Finch diverrà il maniaco ossessionato dal sesso, mentre Stifler si trasforma in Steven, ragazzo educato con il pull-over sulle spalle in una sorta di effigie made in ’50s. <br />
<br />
Bisogna comunque ammettere che tra tutte le volgarità e le banalità che il film rifila al pubblico, alcune scene divertono anche gli spettatori che non rientrano nel target di riferimento della pellicola. Su tutte la sequenza di Stifler all’interno del locale gay, dove tra un revival degli anni ’80 (si sentono le hit <i>She’s a maniac</i> e <i>Venus </i>) e mosse tutt’altro che aggraziate, sfida un energumeno in una gag dall’alto contenuto umoristico: di certo la migliore di tutta la trilogia. Il resto è fin troppo noto, anche per via di una regia – quella di <b>Jesse Dylan</b> – tutt’altro che incisiva, ferma com’è a registrare i tentati exploit di una sceneggiatura stanca e sfiduciata, che preferisce andare sul sicuro, piuttosto che tentare una sferzata finale.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Wed, 02 May 2012 23:56:51 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>I tre moschettieri</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-i-tre-moschettieri.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-i-tre-moschettieri.jpg><br><br>La Parigi del XVII secolo è la protagonista assoluta di quest’ ultima, aggiornata, versione de <i>I tre moschettieri</i> diretta dal regista inglese <b>Paul W. S. Anderson </b>(<i>Resident Evil</i>, <i>Alien vs. Predator</i>),  pellicola vagamente ispirata al celebre racconto di <b>Alexandre Dumas</b>, che unisce una buona dose d’azione ad effetti speciali incredibilmente convincenti. In tempo di reboot cinematografici anche per D’Artagnan e compagni era arrivato il momento di vivere nuove avventure, e Anderson, da sempre un amante del libro, ha deciso, insieme al produttore <b>Jeremy Bolt</b>, di fare un film totalmente diverso da quelli precedenti, un prodotto che mostrasse, grazie all’ausilio della computer grafica, per la prima volta l’universo in cui si muovevano il giovane Re Luigi XIII ed il cardinale Richelieu. Il risultato, davvero ammirevole, è una Parigi restituita fedelmente nei suoni e nelle atmosfere dell’epoca, una fantastica immersione in una realtà fuori dal tempo.  <br />
<br />
La storia è quella di D’Artagnan (<b>Logan Lerman</b>), un giovane cresciuto in campagna che sogna di avere successo in città diventando un moschettiere. Arrivato a Parigi si imbatte fortunosamente in Athos (<b>Matthew Macfadyen</b>), Porthos (<b>Ray Stevenson</b>) e Aramis (<b>Luke Evans</b>), tre moschettieri ormai disillusi ed annoiati che non hanno più nessuno scopo nella vita. Dopo averli aiutati in un duello mirabolante con le guardie del cardinale Richelieu (<b>Christoph Waltz</b>), durante il quale fa la conoscenza della bella Costance (<b>Gabriella Wilde</b>), si conquista la loro fiducia e fa tornare nuovamente in loro la voglia di avventura. Alla corte del re Luigi XIII (<b>Freddie Fox</b>) i nostri vengono a conoscenza di un complotto che minaccia la Corona ed in cui sono coinvolti lo stesso cardinale e Milady De Winter (<b>Milla Jovovich</b>), passato amore di Athos che anni prima lo aveva tradito in favore del Duca di Buckingham (<b>Orlando Bloom</b>). Per evitare che si scateni una guerra sanguinosa tra le due nazioni i quattro dovranno giungere in Inghilterra, affrontando un viaggio pericoloso che potrebbe essere per loro senza ritorno.<br />
<br />
Nonostante il film risulti nell’insieme pieno di ritmo e molto gradevole, non si può fare a meno di pensare che il regista abbia puntato tutto sulla spettacolarità delle immagini tralasciando di dare il giusto spessore ai personaggi, che appaiono, purtroppo, privi di mordente. Ciò va a scapito della buona prova recitativa degli attori (uno su tutti Orlando Bloom per la prima volta nelle vesti di un cattivo cool tutto orecchini e merletti) che, travolti dalla velocità con cui si susseguono i fatti, non hanno il tempo di rimanere impressi nella mente e nel cuore dello spettatore, sempre più assuefatto alla computer grafica di cui la pellicola abbonda. Non mancano nemmeno i richiami ad altri film da cui il regista attinge a piene mani. Vediamo, ad esempio, una poco credibile <b>Milla Jovovich</b> schivare pallottole a rallentatore come Neo in <i>Matrix</i>, o i moschettieri sguainare le sciabole in corsa seguiti da un carrello laterale come Leonida in <i>300</i>. A metà pellicola si sconfina addirittura nella pura fantascienza con l’inserimento di vascelli volanti simili a dirigibili che si combattono l’un l’altro in una lunga sequenza che, in modo palese, cita lavori come <i>Guerre Stellari</i>, <i>Master and Commander - Sfida ai confini del mare</i> e <i>Pirati dei Caraibi</i>. Sicuramente si poteva fare meglio, rimanendo un po’ più con i “piedi per terra” e seguendo meglio l’evoluzione di ciascun personaggio, ma questo restyling dell’epopea di Richelieu, anche se riuscito a metà, coi suoi fuochi d’artificio e i suoi colori sfavillanti, piacerà molto a un target giovane, a cui la pellicola è palesemente rivolta. Da evitare il solito, inutile, 3D che non aggiunge nulla alla narrazione e anzi scurisce di molto l’immagine su schermo.]]></description>
            <author>Gabriele di Grazia</author>
            <pubDate>Wed, 02 May 2012 10:30:52 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie 2</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie-2.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie-2.jpg><br><br>È difficile, se sei un produttore, resistere all’impulso di cavalcare l’onda di un successo planetario, rinunciando a finanziare sequel tutt’altro che fondamentali dal punto di vista narratologico, ma estremamente remunerativi in termini di incassi. Ecco allora che a due anni di distanza dalla commedia <i>American Pie</i> arriva nelle sale di tutto il mondo <i>American Pie 2</i>, che vede un cambio al timone: i fratelli Weiz lasciano il posto a <b>James B. Rogers</b>, regista meno esperto e capace, ma che sembra non avere alcun tipo di freni inibitori. Caratteristica, questa, che appare quanto mai indovinata per il secondo episodio di un franchise che fa del sesso e della mancanza di pudori la via privilegiata per irretire un determinato target spettatoriale, già pronto a farsi guidare, di nuovo, nelle improbabili avventure sessuali di un gruppo di ragazzi.<br />
<br />
La prima volta ormai è un ricordo lontano: superate le crisi e le problematiche legate all’etichetta di “vergini”, Jim, Oz e Kevin sono reduci dall'esperienza del college. L’estate è alle porte e, concluso il primo anno di corsi universitari senza troppi problemi, i ragazzi non vedono l’ora di sbizzarrirsi e riprendere la stagione dell caccia.<br />
<br />
Se il primo <i>American Pie</i> trovava la sua ragione d’essere nel ritratto schizofrenico di adolescenti alle prese con i primi rapporti sessuali, questa seconda puntata appare immediatamente come puro prodotto commerciale, capace di far entrare nelle casse della Universal incassi da capogiro. Il film, che ritrova <b>Adam Herz</b> alla sceneggiatura, non tenta in alcun modo di celare questa sua natura parassita, tanto da riproporre situazioni e inquadrature del tutto complementari a quelle del primo episodio. Se quest'ultimo si apriva con la scena in cui Jim veniva colto dai genitori mentre si masturbava, nel sequel lo sfortunato ragazzo viene interrotto mentre cerca di portare a termine il secondo, faticosissimo rapporto sessuale con una collega universitaria. Il problema del film di Rogers, in effetti, sta proprio in questo continuo senso di deja-vu e in una totale mancanza di ricerca che possa diversificare il film dal predecessore. Anche perché se nel primo film il macguffin per far evolvere la vicenda era la famosa “prima volta”, adesso questo sacro traguardo esistenziale decade, lasciando solo il ritratto sconclusionato e volgare di un gruppo di ragazzini che tentano convulsamente di fare sesso. Sentimento tutt’altro che innaturale, ma che in questo secondo episodio viene spinto oltre i limiti del demenziale. Accompagnato da una colonna sonora di tutto rispetto, e reso divertente da alcune situazioni riuscite (i tentativi di sesso telefonico tra Oz e Heather, ad esempio), <i>American Pie 2</i> è – ancora più del primo episodio – una pellicola destinata ad un pubblico specifico che tende ad escludere tutti gli altri. Con gli incassi del primo <i>American Pie</i> alla mano, tuttavia, questa scelta non si dimostra affatto sbagliata. Ma di certo nemmeno coraggiosa.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Tue, 01 May 2012 12:19:05 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Vacanze di Natale a Cortina </title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-vacanze-di-natale-a-cortina.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-vacanze-di-natale-a-cortina.jpg><br><br>È arrivato il Natale e le categorie più disparate degli italiani di oggi si apprestano a trascorrere le vacanze a Cortina: c'è Lando (<b>Dario Bandiera</b>), un giovane siciliano assunto come autista dall'ingegnere Brigatti (<b>Ivano Marescotti</b>), manager a caccia costante di affari; ci sono le due coppie  di innamorati Massimo (<b>Ricky Memphis</b>) e Brunella (<b>Valeria Graci</b>) in lotta con Andrea (<b>Giuseppe Giacobazzi</b>) e Wanda (<b>Katia Follesa</b>), divorate dalla gelosia nonostante siano unite da parentela; c'è l'avvocato Roberto Covelli (<b>Christian De Sica</b>), con la moglie Elena (<b>Sabrina Ferilli</b>) e le figlie, che appende al chiodo il suo passato da "farfallone" per dedicarsi una volta per tutte alla famiglia. Ma come da tradizione natalizia, le intenzioni dei protagonisti devono fare i conti con le sorprese che la casualità riserverà loro...<br />
<br />
Il film prodotto e distribuito da <b>Aurelio</b> e <b>Luigi De Laurentiis</b> pesca dalle esperienze passate per tentare una riconciliazione col pubblico, dopo la paura al box office di <i>Natale in Sudafrica</i>, i cui incassi hanno lanciato il primo significativo allarme di stanchezza. <i>Vacanze di Natale a Cortina</i> saluta – che sia un addio o un arrivederci, tocca ancora capirlo – il clima esotico e degenerato dei precedenti episodi, i bikini, i primi piani abbondanti, l'ossessiva volgarità (verbale e sessista) per lasciare spazio ad una commedia degli equivoci tradizionale, slapstick e romanaccia, ambientata sulle vette innevate delle Dolomiti. La pellicola di <b>Neri Parenti</b> rinuncia al consumismo vistoso e incontrollato, dimostrando di essere vicino alle difficoltà economiche e sociali del Belpaese più di quanto non lo sia stato in passato. Un ricongiugimento dovuto al rientro in fase di sceneggiatura dei fratelli Vanzina, che hanno proposto un revival di quel <i>Vacanze di Natale</i> del 1983 che fece da spartiacque tra la vecchia e la nuova scuola della commedia all'italiana. Il cast, azzeccato e pieno zeppo di comparsate televisive, si rende ancora una volta protagonista di episodi grossolani, ripetitivi, parodistici. A dimostrazione che, per quanto un aggiornamento delle interazioni personali all'epoca di Facebook abbia rinnovato i contenuti, il film non abbandona la struttura narrativa appartenente al «<i>discount del cinema</i>» - sinonimo di cinepanettone suggerito da <b>Christian De Sica</b> nella sua biografia.]]></description>
            <author>Vito Sugameli</author>
            <pubDate>Mon, 30 Apr 2012 10:57:44 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>American Pie</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-american-pie.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-american-pie.jpg><br><br>Negli anni ’80 il cult era <i>Porky’s – questi pazzi pazzi porcellini</i>, commedia scolastica che usciva sulla scia goliardica lasciata da <i>Animal House</i> e che focalizzava il punto della narrazione sulle tempeste ormonali degli adolescenti americani, desiderosi solo di fare sesso prima di passare al college. Gli anni Novanta rispondono a questa eredità con <i>American Pie</i> di <b>Paul Weitz</b>, che ripropone gli schemi dei film precedenti, mettendo un gruppo di teenager al centro di una narrazione che ruota intorno al sesso e alla voglia di liberarsi della scomoda, virginale etichetta.<br />
<br />
Jim (<b>Jason Biggs</b>), Chris (<b>Chris Klein</b>) e Kevin (<b>Thomas Ian Nicholas</b>) sono all’ultimo anno di liceo. I tre amici, insieme a Paul (<b>Eddie Kaye Thomas</b>), non vedono l’ora di fare sesso per la prima volta: Jim è ossessionato da una studentessa cecoslovacca (<b>Shannon Elizabeth</b>); Kevin è fidanzato da molto tempo con Vicky (<b>Tara Reid</b>) che, alla fine dell’anno, si trasferirà per andare al college; Chris, infine, è un bel ragazzo dal fisico atletico che riesce a rimorchiare grazie al suo aspetto, senza mai arrivare al dunque per i suoi modi da cavernicolo. All’ennesima festa andata a vuoto, i tre decidono di aiutarsi l’un l’altro per riuscire a valicare quell'ardua tappa della vita prima della fine dell’anno, evitando di diventare così gli zimbelli di tutta la scuola. In una continua giostra di equivoci e situazioni imbarazzanti il trio di amici cercherà il sostegno del famoso Stifler (<b>Sean William Scott</b>), mentre Jim stringerà una strana amicizia con la flautista Michelle (<b>Alyson Hannigan</b>) e Chris si innamorerà di Heather (<b>Mena Suvari</b>).<br />
<br />
Basta guardare pochi minuti dell’incipit per capire i toni della pellicola: Jim è seduto in camera sua mentre si masturba, quando i genitori irrompono nella stanza costringendo il ragazzo a spericolati e infruttuosi salti mortali per evitare di farsi scoprire in una situazione estremamente imbarazzante. Il film che ci si appresta a vedere è svelato: un continuo riferimento a rapporti sessuali, strategie tutt’altro che utili, tentativi scomodi di rendere memorabile l’ultimo anno di liceo. Feste e gag adolescenziali è tutto quello che il film ha da offrire. Con il termine "american pie" si intende la classica torta made in U.S.A, il più delle volte farcita con marmellata di mele. Nel film diventa la metafora della vagina, ossessione - dei protagonisti maschili - che il film non si preoccupa di celare. In questo senso <i>American Pie</i> si dimostra un po’ più coraggioso delle pellicole che lo hanno preceduto, sebbene sia stato aiutato da un diverso contesto culturale, in cui il sesso ha abbattuto gli ultimi residui di qualsivoglia barriera. In più Weitz cerca di distinguersi ancora di più, introducendo nella narrazione l’elemento sentimentale, portato avanti dalla storia d’amore pudica tra Chris Klein e Mena Suvari, che tuttavia stona in maniera grossolana, risaltando la forzatura della sceneggiatura. Giocando sul cliché “l’amore cambia ogni cosa”, lo sceneggiatore <b>Adam Herz</b> fa cambiare proprio il personaggio più scalmanato di tutti, rendendolo non solo irriconoscibile, ma anche talmente incoerente da risultare inopportuno. Specie perché il tono del film è così chiaro, che cercare di smorzarlo appare solo una mossa vile, peggiorando una diegesi che fa della volgarità la via per strappare qualche risata. Va detto che se non si è giovani pubescenti – il vero target di riferimento della pellicola - i momenti di ilarità saranno piuttosto sporadici, sovrastati da un’insofferenza di fondo acuita dalla totale mancanza di un senso narrativo che vada al di là dei doppi sensi linguistici. A onor del vero, il regista non cela mai la vera natura del film: una commedia scolastica demenziale che cerca di far leva sulle pulsioni di un giovane pubblico e, in maggioranza, maschile. Chi ama il genere, probabilmente amerà anche questo ennesimo fenomeno generazionale dagli ottimi incassi, interpretato da un cast di tutto rispetto, su cui spicca la <b>Alyson Hannigan</b> di <i>Buffy</i> e <i>How i met your mother</i>.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Sun, 29 Apr 2012 10:37:53 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Silent Souls</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-silent-souls.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-silent-souls.jpg><br><br>Presentato in anteprima al Festival di Venezia del 2010, esce in Italia, a quasi due anni di distanza, <i>Ovsyanki</i> del regista russo <b>Aleksei Fedorchenko</b>, distribuito in Europa con il titolo <i>Silent Souls</i>. La vicenda prende le mosse da Neya, una piccola città della Russia centro-occidentale. Miron (<b>Yuri Tsurilo</b>) perde l’amata consorte Tanya (<b>Yuliya Aug</b>) e chiede all’amico Aist (<b>Igor Sergeyev</b>) di accompagnarlo in un lungo viaggio per cremare il cadavere della moglie nel luogo della loro luna di miele, seguendo i riti tradizionali dell’antico popolo Merja, originario della loro terra. Con loro, una coppia di zigoli ("ovsyanki" in russo) tenuti da Aist in una gabbietta.<br />
<br />
Il lungo viaggio dei due protagonisti è una metafora dell’elaborazione del lutto di Miron ma anche di Aist, che troverà un senso alla morte del padre, ben chiara sin dalle prime scene, in cui il cambio di inquadratura - prima frontale e poi di spalle - della bicicletta e della macchina, mostra la strada che si stanno lasciando definitivamente alle spalle. Il dolore di Miron è enorme ma composto e dignitoso e trova conforto nel complice silenzio dell’amico durante tutto il viaggio. L’intero film ruota intorno alla concezione Merja della vita: totalmente atei, ritengono che il solo senso dell’esistenza sia nell’acqua (le ceneri dei morti vengono sparse nei loro fiumi) e nell’amore eterno, in un insieme di riti e simbologie profondamente significanti (i fili intrecciati agli alberi, l’immersione dei beni più cari). Fedorchenko intona un’apologia del folclore e dei costumi di una Russia pre-Cristiana e pagana ormai scomparsa ma che proprio grazie a queste ritualità mantiene intatto il proprio spirito. Se uno spettatore occidentale può trovare difficoltà nel trovare intelligibili tradizioni come il “fumo” (il vedovo rivela dettagli decisamente intimi della propria moglie) o la legittimità del desiderio sessuale anche in occasioni così tristi, non può non apprezzare le cadenze quasi ieratiche e la tenerezza di fondo che permea l'intera pellicola. Finale chiamato già a inizio film, a perfetta chiusura del cerchio della storia. Menzione speciale per la fotografia, incorniciata dalla meravigliosa decadenza delle immense foreste russe.]]></description>
            <author>Marco D'Amato</author>
            <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 10:14:13 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Hunger Games</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-hunger-games.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-hunger-games.jpg><br><br>Apprezzato dalla critica d’oltreoceano, dove ha stravolto il box office con incassi da capogiro, arriva in Italia <i>The Hunger Games</i>, ritratto distopico (ma non per questo eccessivamente lontano) di un Nord America spazzato via da guerre intestine, trasformatosi nel paese di Panem, dove la ricca ed eccentrica Capitol City tiranneggia su dodici distretti. Qui, ogni frazione, ogni anno, è obbligata a scegliere un ragazzo e una ragazza, di età compresa tra i 12 e i 18 anni, da offrire come tributi nel reality show intitolato "The Hunger Games", i giochi della fame.<br />
<br />
Katniss Everdeen (<b>Jennifer Lawrence</b>) vive nel Distretto 12, nella povera zona del Giacimento. Dopo la morte del padre, la giovane è costretta ad andare a caccia nei boschi adiacenti alla sua casa, per sfamare la madre e, soprattutto, la sorellina Prim (<b>Willow Shields</b>). Le dà una mano Gale (<b>Liam Hemsworth</b>), amico d'infanzia altrettanto povero e determinato a sostenere la propria famiglia. La vita dei due ragazzi muta irrimediabilmente quando alla mietitura per i 74° Hunger Games, la presentatrice Effi (<b>Elizabeth Banks</b>) tira fuori dall’ampolla il nome di Primrose Everdeen. Katniss, che ha passato la vita a proteggere la sorella, decide di offrirsi come volontaria allo spettacolo mediatico che Capitol City mette in scena ogni anno, dove 24 persone si uccideranno in una gara per la sopravvivenza. Insieme alla giovane impavida, il destino chiama sul palco Peeta Mellark (<b>Josh Hutcherson</b>, che accompagnerà Katniss nell’arena. Ad affiancare i giovani adolescenti in questo lungo e periglioso cammino ci sarà l’ubriacone Haymitch (<b>Woody Harrelson</b>), un ex vincitore degli Hunger Games, e Cinna (<b>Lenny Kravitz</b>), lo stilista in cui Katniss troverà un insperato conforto e che le permetterà di catturare l’attenzione di due personaggi illustri: lo stratega Seneca Crane (<b>Wes Bentley</b>) e il presidente Snow (<b>Donald Sutherland</b>).<br />
<br />
Tratto dal bestseller di <b>Suzanne Collins</b> e diretto da <b>Gary Ross</b> (<i>Pleasantville</i> e <i>Seabiscuit</i>), <i>Hunger Games</i> è un film che, pur riferendosi ad un pubblico giovanile, non rinuncia ad uno stile ben preciso e tutt’altro che patinato. L'immersione iniziale all'interno della storia è affidata all’uso spasmodico della camera a mano - traslazione della prima persona narrativa cartacea - che segue da vicino la protagonista per restituire allo spettatore l’intimità e la soggettività del personaggio. Appena la scelta registica di Ross rischia di scadere nell’ostentazione di un mero esercizio di stile - con passaggi di inquadrature traballanti e un montaggio serrato e quasi caotico - la tensione degli Hunger Games si condensa, e la macchina da presa si stabilizza nel momento in cui è la personalità di Katniss a muoversi nei meandri dell’esperienza umana. Spaventata dai rapporti intimi, costretta sin dall’infanzia a far affidamento solo su di sé, Katniss scopre nuovi lati del proprio carattere, che emergono proprio grazie alle brutalità del reality show che tutta Panem segue. Mentre la linearità del racconto si sgretola, i ricordi della protagonista si confondono ai suoi incubi e alle sue più infime paure. Gary Ross è senz’altro aiutato non solo dalla bella fotografia di <b>Tom Stern</b>, ma soprattutto dall’impianto diegetico costruito a monte da Suzanne Collins, collaboratrice anche alla stesura della sceneggiatura. La scrittrice statunitense miscela i giochi nell’arena dell’epoca romana e il mito greco del Minotauro, dove ogni anno 14 tra ragazze e ragazzi venivano mandati come tributi a morire tra le fauci della creatura mitologica. Una calibrata fusione di onore e coraggio, dove a farla da padrone sono i sentimenti messi in gioco: quelli legati alla famiglia rimasta a casa, a un amico che assiste alla messa in scena del tradimento, a un compagno di squadra leale e innamorato. Soprattutto, <i>Hunger Games</i> è una - non tanto celata - critica allo showbiz che si fa forte di scene dall’alto contenuto perturbante e fa della prostituzione del dolore il proprio profitto.<br />
<br />
Ma la vera forza del film risiede nell’interpretazione di Jennifer Lawrence. Vista recentemente in <i>X Men: l’inizio</i>, l'attrice aveva già conquistato la critica di tutto il mondo in <i>Winter’s Bone</i>, che le valse la prima nomination agli Oscar. Anche allora, vestiva i panni di una giovane abbandonata a se stessa, costretta a grandi sforzi e umiliazioni per tentare di salvare quello che restava della sua famiglia. La giovane interprete tiene alto il livello del film, sorreggendolo tutto sulle proprie spalle. La lunga lista di egregi comprimari fa il resto, a partire dal coprotagonista Josh Hutcherson che restituisce l’immagine di un ragazzo ingenuo e sincero, perdutamente innamorato e ostinatamente determinato a rimanere se stesso, senza che la crudeltà del gioco possa cambiare la sua anima. Un encomio va indirizzato anche a <b>Stanley Tucci</b>, eccentrico e adorabile presentatore tv, personaggio metalinguistico che, mentre fa la cronaca dei giochi, si rivolge allo spettatore finzionale di Panem e a quello reale del cinema, guidando entrambi lungo le regole e le particolarità dello show. L’unica nota stonata è il personaggio interpretato da Woody Harrelson: sebbene l’attore risulti irriverente e spiritoso, la sua costruzione psicologica è la più affrettata e, per questo, la meno riuscita. Disattenzioni che non intaccano un film d’intrattenimento in grado di sondare le profondità dei rapporti e delle psicologie umane. In attesa di un seguito altrettanto entusiasmante consigliamo di leggere, prima della visione, il romanzo da cui è tratto il film e di vedere la pellicola nella versione originale: il doppiaggio di Katniss non si può dire totalmente appagante.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 10:05:59 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Quella casa nel bosco</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-quella-casa-nel-bosco.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-quella-casa-nel-bosco.jpg><br><br>Per i più il nome di <b>Drew Goddard</b> è riconducibile alla produzione di grandi prodotti seriali come <i>Alias</i> e <i>Lost</i>. Ora lo sceneggiatore di <i>Cloverfield</i> passa dietro la macchina da presa per dirigere <i>Quella casa nel bosco</i>, pellicola che rivisita l'horror, trasportandolo in una dimensione inedita sia dal punto di vista stilistico che strutturale. Scritto dal creatore di <i>Buffy, the vampire slayer</i> e regista di <i>The Avengers</i> <b>Joss Whedon</b>, <i>Quella casa nel bosco</i> è uno dei migliori fanta-horror degli ultimi anni.<br />
<br />
Dana (<b>Kristen Connolly</b>) viene convinta dall’amica Jules (<b>Anna Hutchinson</b>) a passare il fine settimana a casa del cugino del suo fidanzato Curt (<b>Chris Hemsworth</b>), nella speranza che riesca a combinare qualcosa con Holden (<b>Jesse Williams</b>). Alle due coppie si aggiunge anche lo sballato Marty (<b>Fran Kranz</b>). I cinque ragazzi partono alla volta di un cottage immerso nella natura. Da qualche altra parte, in un’azienda non meglio identificata, due uomini (<b>Richard Jenkins</b> e <b>Bradley Whitford</b>), coadiuvati da un team eccezionale, maneggiano telecamere e macchinari. Questi due gruppi di persone distinti e apparentemente lontani anni luce si ritroveranno, consapevoli o meno, a combattere per un fine comune: la vita.<br />
<br />
Casa dolce casa. Le quattro mura domestiche rappresentano nell'immaginario congenito dell'essere umano un porto sicuro cui fare ritorno, un rifugio capace di proteggerlo dalle intemperie del mondo esterno. Il cinema horror ha distorto questa percezione introducendo proprio all'interno di quelle pareti qualcosa di oscuro e minaccioso. Basti pensare a tutta la saga di <i>Paranormal Activity</i> o al più recente <i>Insidious</i>; persino la serializzazione a stelle e strisce ha seguito quest’onda, producendo telefilm come <i>American Horror Story</i>, incentrata su una vera e propria casa degli orrori. Ecco allora che cinque ragazzi, ognuno dei quali rispondente ad uno stereotipo ben preciso, si trovano in un cottage solitario ed isolato, che sembra sputato direttamente dal set di <i>The Strangers</i>. Ed è in questo momento che lo spettatore viene invaso dalla sensazione del già visto, prontamente allontanata quando l’impianto diegetico costruito da Whedon e Goddard dimostra di possedere originalità fuori dal comune. Dagli zombie, ai licantropi, passando per personaggi solo abbozzati, la galleria di mostri che la pellicola presenta fa prendere alla storia svolte inaspettate. Anche la stilizzazione dei personaggi, volutamente standardizzata, diventa necessaria a qualcosa di più grande, di studiato, di assolutamente inaspettato. In virtù dello slogan promozionale («<i>Se credi di conoscere già la storia, ripensaci!</i>») il film di Goddard mantiene le promesse. Oltretutto è difficile cercare di inserirlo in una griglia di genere, contaminato com’è non solo da omaggi al cinema orrorifico ma anche da toni ironici e scanzonati. In questa ibridazione linguistica, formale e contenutistica, <i>The cabin in the wood</i> si differenzia da tutti i film di genere che l’hanno preceduto, risultando non solo uno spettacolo entusiasmante, ma meritevole di essere introdotto tra quelli da vedere almeno una volta nella vita.]]></description>
            <author>Erika Pomella</author>
            <pubDate>Fri, 27 Apr 2012 07:59:28 +0200</pubDate>
        </item>
        <item>
            <title>Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma</title>
            <link>http://www.silenzio-in-sala.com/recensione-detective-dee-e-il-mistero-della-fiamma-fantasma.html</link>
            <description><![CDATA[<img src=http://www.silenzio-in-sala.com/locandina-tn-detective-dee-e-il-mistero-della-fiamma-fantasma.jpg><br><br><b>Tsui Hark</b> e il fantasy: un connubio che esiste sin dagli albori della carriera cinematografica del regista che, insieme a <b>John Woo</b> (suo storico amico e partner, prima del litigio professionale), ha cambiato per sempre la scena cinematografica di Hong Kong. Presentato al festival di Venezia, <i>Detective Dee and the mystery of the Phantom Flame</i> è l'ennesima indagine nel campo del wuxia di matrice fantastica; un'altra avventura classica ancorata ai miti e alle leggende del passato che da sempre caratterizzano la cinematografia orientale. Hark si è basato sui capisaldi del genere, ampliando però il racconto con una sorta di visionarietà oscura che ha giovato alla storia e ai suoi protagonisti, primo tra tutti il Detective Dee interpretato da un <b>Andy Lau</b> che sembra davvero aver fatto un patto col diavolo, giovanile e carico di appeal. Al suo fianco, l'affascinante presenza femminile di <b>Carina Lau</b> (consorte di <b>Leung Chiu Wai</b>) nei panni dell'Imperatrice Wu Zetian, nonché l'altrettanto famoso <b>Tony Leung Ka Fai</b> in un ruolo all'apparenza minore, fondamentale al fine degli eventi. <br />
<br />
Il Detective Dee (Andy Lau), dopo anni di prigionia ai lavori forzati, viene richiamato dalla regina, cui doveva proprio la carcerazione, per indagare sulla maledizione di una fiamma fantasma che uccide inspiegabilmente degli uomini a lei vicini, in prossimità dell'incoronazione che la consacrerà regnante dinanzi agli occhi di tutto il Paese. Tra misteri e doppi giochi, Dee si troverà a lottare più volte per la sua vita e per quella dei sue due nuovi compagni di viaggio, agli ordini della futura regina, la giovane e bella Shangguan Wan'er (<b>Bingbing Li</b>) e l'oscuro Pei Donglai (<b>Chao Deng</b>). E dal passato ritorna anche una vecchia conoscenza di Dee, l'amico di un tempo Shatuo (<b>Tony Leung Ka Fai</b>). <br />
<br />
Con <i>Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma</i> Tsui Hark crea spettacolo, lo plasma a suo piacimento e realizza un'avventura divertente e avvincente, che intrattiene senza tempi morti. Merito anche di una splendida fotografia, che migliora le suggestive scenografie - colorate e sgargianti - anche nei momenti notturni, con un uso forse eccessivo ma mai fuori luogo degli effetti speciali (unica critica forse va fatta all'attacco dei cervi, in cui il digitale non sembra integrarsi appieno con gli ambienti). Il resto lo fanno gli interpreti, che confermano ulteriormente la florida scena attoriale orientale, e che ricevono il giusto equilibrio di partecipazione alla vicenda, affrontando anche più di un momento drammatico. Non manca al contempo l'ironia, sempre velata di una qualche amarezza che riesce a infondere la giusta dose di emozione e umanità ai suoi protagonisti. La storia del Detective Dee, come spesso accade nella cinematografia orientale di genere, è ispirata a un personaggio storico di grande importanza e già raccontato in diverse produzioni nazionali, e permette in questo caso al regista di proporre un'altra pagina imperdibile per gli amanti del wuxia, avendo le carte in regola per attirare nuovi fan a questo filone che, in occidente, sembra aver perso un pò di seguito dopo l'exploit avvenuto anni or sono con l'immortale <i>Hero</i> di <b>Zhang Yimou</b>. ]]></description>
            <author>Maurizio Encari</author>
            <pubDate>Thu, 26 Apr 2012 09:37:48 +0200</pubDate>
        </item>
    </channel>
</rss>

