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		<title>“Re Giorgio”</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 11:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;omaggio del New York Times a Napolitano. Il quotidiano dedica il profilo del sabato al presidente: «Ha saputo incarnare un&#8217;Italia diversa da Berlusconi» Fino ad oggi non era stato molto considerato dalla stampa internazionale: ma il ruolo chiave avuto da Giorgio Napolitano, nei giorni della crisi del Berlusconi Ter, lo ha posizionato al centro dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;omaggio del New York Times a Napolitano. </p>
<p>Il quotidiano dedica il profilo del sabato al presidente: «Ha saputo incarnare un&#8217;Italia diversa da Berlusconi»</p>
<p>Fino ad oggi non era stato molto considerato dalla stampa internazionale: ma il ruolo chiave avuto da Giorgio Napolitano, nei giorni della crisi del Berlusconi Ter, lo ha posizionato al centro dei riflettori dell&#8217;opinione pubblica mondiale. Una (nuova) notorietà consacrata dal New York Times. Che ha dedicato il suo prestigioso ritratto del sabato al nostro presidente della Repubblica.</p>
<p>RE GIORGIO &#8211; «Re Giorgio»: così il quotidiano incorona l&#8217;86enne ex P.c.i.: secondo il Nyt, il mese scorso «ha orchestrato uno dei più complessi trasferimenti politici dell&#8217;Italia del dopoguerra» diventando «un garante chiave della stabilità politica» in tempi instabili. «Una performance tanto più impressionante &#8211; prosegue il quotidiano- dato che la presidenza italiana è largamente simbolica, senza poteri esecutivi», ma Napolitano «ha spinto questo ruolo fino ai limiti diventando un power broker». Il giornale racconta come Napolitano abbia «impiegato mesi nel preparare il terreno alla transizione», aiutato dalla sua forte popolarità. Napolitano «è emerso come l&#8217;anti Berlusconi», e accanto alla moglie Clio ha «incarnato un&#8217;Italia diversa, un&#8217;Italia di virtù civiche», scrive il New York Times.</p>
<p>IL COMUNISTA PREFERITO DI KISSINGER &#8211; Che racconta la sua biografia di ex alto dirigente di Botteghe Oscure, un politico che l&#8217;allora segretario di Stato americano Henry Kissinger chiamava il suo «comunista preferito». E nota come «un tempo, l&#8217;idea di un presidente americano che ringrazia Napolitano, che era essenzialmente il ministro degli Esteri del partito comunista-o anche soltanto che lo chiamasse al telefono, era impensabile». E conclude così il suo ritratto a «Re Giorgio» il New York Times: «Ora gli italiani guardano a Napolitano perchè guidi la nave dello Stato con la sua tranquilla abilità, mentre Monti e la sua squadra di tecnocrati si assumono la difficile sfida di modernizzare la scricchiolante economia italiana». </p>
<p>Corriere.it &#8211; 3/12/2011</p>
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		<title>Dopo diciassette anni sipario sulla videocrazia</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 10:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La staffetta del potere tra due stili agli antipodi: dal Cavaliere imperial-trash al professore con il trolley. E in mezzo un lascito pesante, non solo di crisi economica ma anche di degenerazione culturale di FILIPPO CECCARELLI IN FONDO è tutto un problema di forme e quindi, al giorno d&#8217;oggi, di sostanza. Per cui nel pomeriggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La staffetta del potere tra due stili agli antipodi: dal Cavaliere imperial-trash al professore con il trolley. E in mezzo un lascito pesante, non solo di crisi economica ma anche di degenerazione culturale<br />
di FILIPPO CECCARELLI</p>
<p>IN FONDO è tutto un problema di forme e quindi, al giorno d&#8217;oggi, di sostanza. Per cui nel pomeriggio fatale dell&#8217;addio di Berlusconi, sic transit gloria mundi, il pensiero va al piccolo trolley del professor Monti, che l&#8217;altro giorno è arrivato a Roma con l&#8217;aereo di linea e poi è andato a prendere la moglie alla stazione Termini; e c&#8217;è una foto di loro due al binario, gente nei pressi, ma per gli affari suoi, e si capisce che nessuno o quasi l&#8217;ha riconosciuto; e viene anche da chiedersi se l&#8217;Italia non abbia bisogno di semplicità.</p>
<p>Quando si muoveva il presidente Berlusconi era come la partenza di un circo: macchine blu e macchinette argento, camioncini neri dai vetri oscurati, e registi, producer, sirene e sirenette, guardie di ogni ordine e tipo che giravano con una sorta di borsa antiproiettile con la quale schermavano il corpo del Capo eseguendo una bizzarra e silenziosa coreografia.</p>
<p>E colpisce che ieri il Cavaliere abbia ricevuto il professor Monti a Palazzo Chigi, sede ufficiale della presidenza del Consiglio, e non a Palazzo Grazioli, vero cuore del tardo-berlusconismo in uscita. Questi oltretutto è ubicato a un indirizzo piuttosto impegnativo: via del Plebiscito. Prima Berlusconi abitava a via dell&#8217;Anima e all&#8217;ora di pranzo gli alleati si presentavano per sperimentare la cucina del cuoco Michele; il padrone di casa era prodigo di cioccolatini, &#8220;Prendetene, prendetene &#8211; incoraggiava gli ospiti &#8211; anche per dopo!&#8221;. C&#8217;era lì anche un magnifico bagno con un oblò che si affacciava su piazza Navona e così i maggiorenti del centrodestra, con i relativi imbucati, non mancavano di fare una passatina anche lì dentro per poterlo poi raccontare in famiglia.<br />
Ma sotto la strada era davvero stretta, mentre da anni la spazio antistante Palazzo Grazioli, oggi transennato e militarizzato, ospita spesso manifestanti e volentieri una specie di corte dei miracoli con personaggi eccentrici in vena autopromozionale, uno pure vestito da Superman. Però i giornalisti non si possono più sedere sulle fioriere sul retro e sul davanti hanno tolto anche la fermata dei bus (si spera da domani ripristinata). Lì dentro, come noto, è accaduto di tutto: il lettone, le trattative, le farfalline, il gatto Miele, le coppe del Milan, la redazione del Mattinale, il &#8220;parlamentino&#8221;, il va e vieni di notturne Smart, Mini e tante altre simpatiche usanze.<br />
Monti invece a Roma scende in albergo che come assicurano i depliant ha una magnifica vista sui fori, ed è vero. Ma è pure vero, da altro più metaforico punto di vista, e specialmente adatto all&#8217;attuale passaggio, che quei fori sono in realtà muri sgretolati, colonne a terra, frantumi, rovine, macerie.</p>
<p>Dopo &#8220;anni di regno&#8221; ha scritto ieri Le Monde Berlusconi &#8220;lascia l&#8217;Italia come l&#8217;ha trovata&#8221;, e la sintesi suona brillante, ma il sospetto è che l&#8217;Italia sia molto peggio, dopo di lui, e soprattutto che stia ancora peggio che nel 1994. Oltre che nei numeri della crisi la degenerazione si rispecchia nelle forme espressive e perfino smaglianti di un potere configuratosi al tempo stesso evoluto e arcaico, non solo perché esercitato da un magnate dei media con tecniche avanzatissime, ma come sospeso nel tempo dei regimi pre-democratici, indifferente alle altrui opinioni, prossimo a un astuto e morbido assolutismo. Condizione inedita e complicata.</p>
<p>Nel 1994 Berlusconi si affermò come il messia del dominio spettacolare che da allora ha cominciato a cambiare l&#8217;arte di governo in Italia. Fin dal primo comizio, sulla spinta dell&#8217;ideologia pubblicitaria e del marketing introdusse il calore delle emozioni a scapito del ragionamento e l&#8217;energia della seduzione contro i motivi e i tempi della persuasione; passeggiava su e giù per i palchi, faceva lo spiritoso, strizzava l&#8217;occhietto alle signore come da giovane sulle navi. Ricevuto l&#8217;incarico, ritornando dal Quirinale raccolse i baci della folla e promise di fare &#8220;cose buone&#8221;. E a chiunque, sotto le feste, augurava &#8220;un mare di coccole&#8221;.</p>
<p>Un tecnocrate come il rettore della Bocconi può capire fino a un certo punto l&#8217;odierna dittatura dell&#8217;intimità. Ma Berlusconi ha sempre improvvisato, per lo più colpi di genio, aiutato dalla più incredibile faccia di bronzo. Gli tolsero l&#8217;Italia, e se la riprese nel 2001. E qui la faccenda dello stile di comando cominciò a farsi insieme delicata e complicata. Il presidente governava dai suoi palazzi e dalle sue ville. C&#8217;era una autentica famiglia reale, e al posto del partito una corte con i dovuti cortigiani, cappellani, maggiordomi, scalchi, giardinieri, guardie, servi, in seguito anche ruffiani e prostitute. Nella cornice tecnologica dei media, che meglio di chiunque lui sapeva controllare, con il pretesto del carisma, presero a riemergere troni, corone, investiture, ordalie, messianismi (Baget Bozzo e la Provvidenza), miracolismi (un milione di posti), culto della personalità (il sole, la luce). Il sovrano intratteneva il pubblico sul suo prezioso corpo, l&#8217;ennesima prova che si trattava, come scrisse Franco Cordero, di una &#8220;Signoria fiorita fuori stagione&#8221;. A un dato momento riscappò fuori dal medioevo televisivo addirittura la taumaturgia: a Porta a porta, per risvegliarlo dal coma, Vespa fece ascoltare a un ragazzo, tifoso del Milan, un nastro con la voce del Cavaliere che lo incoraggiava a uscire dalla sua condizione.</p>
<p>Jean Baudrillard fece in tempo a designare tutto questo: &#8220;Una specie di pornografia accelerata&#8221;. In quegli anni il professor Monti tornava in Italia da Bruxelles, s&#8217;immagina perplesso. Quando il Cavaliere riguadagnò l&#8217;Italia per la terza volta, quello che appariva come paternalismo &#8211; soldi brevi manu, assunzioni in diretta, donazioni di massa, opuscoli recapitati a casa &#8211; acquistò le tinte cupe di un ostentato populismo con tratti narcisisti e di megalomania. E insieme a un&#8217;etica e a un&#8217;estetica che Dagospia fa coincidere con il &#8220;barocco brianzolo&#8221; (però a occhio corretta da un certo gusto imperial-trash), si fissarono nell&#8217;immaginario i nuovi tele-rituali del potere: il bagno di folla, lo shopping, la telefonata in diretta, la barzelletta volgare, l&#8217;incontro con la scolaresca.<br />
Il bunga bunga, liturgia esclusiva, sarebbe emerso di lì a poco. Un giorno il Cavaliere ordinò di ricostruire il pene che mancava a una statua di Marte presa in prestito dal museo delle Terme. Era un altro segno che il regime personale virava verso la satrapia. A quel punto Tarantini, Lele, Fede, la Minetti e l&#8217;Ape Regina erano insostituibili nel suo cuore triste. Impressiona che proprio oggi l&#8217;amico Putin, per difenderlo, abbia detto che Berlusconi &#8220;ha fatto quelle cose solo per attrarre l&#8217;attenzione&#8221;. In qualche modo può anche essere così. Però, viene da pensare: eh, Dio ci protegga quel trolley e l&#8217;anonima compostezza del professore che va a prendere la moglie alla stazione Termini.  </p>
<p>Repubblica.it &#8211; 13.11.11</p>
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		<title>Retenergie, le rinnovabili si fanno in cooperativa.</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 14:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nato nel 2008 a Cuneo un progetto di «energia democratica». conta 400 soci e impianti fotovoltaici per 170 kW e mini-idro per 75 kW in tre regioni. MILANO &#8211; Produrre energia pulita, investendo in una filiera ad azione popolare, per riuscire a venderla liberalmente sul mercato. È questo lo scopo di Retenergie, una cooperativa nata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nato nel 2008 a Cuneo un progetto di «energia democratica».<br />
conta 400 soci e impianti fotovoltaici per 170 kW e mini-idro per 75 kW in tre regioni.</p>
<p>MILANO &#8211; Produrre energia pulita, investendo in una filiera ad azione popolare, per riuscire a venderla liberalmente sul mercato. È questo lo scopo di Retenergie, una cooperativa nata a Cuneo nel 2008 e che oggi conta quasi 400 soci, a seguito dell’appello lanciato su internet da Marco Mariano, ai tempi proprietario di un&#8217;azienda agricola produttrice di fagioli, per trovare persone da coinvolgere nella costruzione del primo impianto fotovoltaico ad azione popolare. Un’iniziativa chiamata «Adotta un kilowatt di energia pulita» che in breve tempo ha raccolto un consenso così ampio da riuscire a realizzare a Mondovì un impianto fotovoltaico sopra il tetto di un’impresa di rifiuti e gestione del verde pubblico, e scatenato una vera e propria azione energetica collettiva. </p>
<p>IN TRE REGIONI &#8211; Infatti la cooperativa di Mariano in soli tre anni ha raggiunto un capitale sociale di 450 mila euro e conta già tra le sue proprietà cinque impianti fotovoltaici allacciati alla rete di Piemonte, Emilia Romagna e Lombardia per un totale di un centinaio di kW di potenza installata. Senza contare il mini-idroelettrico: 170 mila kwh che si andranno a sommare tra sei mesi quando gli impianti entreranno in attività. «Il nostro obiettivo», afferma il presidente di Retenergie Marco Mariano, «è quello di riuscire a produrre, entro la fine del 2012, almeno 500 mila kwh. E, per rendere più appetibile a livello economico l’investimento nella cooperativa, quello di riuscire a diventare, nel giro di quattro anni, anche fornitori dell’energia che produciamo. Senza essere costretti, come dobbiamo fare adesso, a venderla allo Stato e appoggiarci ad aziende esterne per la fornitura domestica. E, per riuscire a chiudere il circuito dell&#8217;energia pulita, abbiamo bisogno di trovare almeno 6 mila potenziali clienti e di costruire, in questi quattro anni, un numero adeguato di impianti, tra elettrico e foltovoltaico, per soddisfarli». </p>
<p>ENERGIA DEMOCRATICA – A formare il circolo virtuoso, nei tre anni di vita della cooperativa, quasi 400 soci, secondo i dati riportati sul sito. Organizzati a livello locale in gruppi regionali che ogni sei mesi si riuniscono in una grande assemblea popolare, distribuiti in tutto lo Stivale per individuare i siti dove sviluppare gli impianti energetici, e localizzati soprattutto nel nord e centro Italia, e soci all’estero come un italiano trapiantato in Svizzera e due simpatizzanti francesi. Tutti riuniti in una società eterogenea in cui sono presenti studenti, liberi professionisti, impiegati e professori universitari. Tra cui, anche il docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici del Politecnico di Milano Stefano Caserini. «Il sistema cooperativo», afferma Caserini, «è una formula valida per mobilitare il necessario cambiamento energetico, imposto dalla limitatezza di quello attuale che si basa sui sistemi fossili come gas, carbonio e petrolio. Risorse», spiega il professore, «non solo altamente inquinanti, ma anche destinate a esaurirsi nel corso del tempo. Per questa ragione, mi sembrava un buon investimento affidarsi a una cooperativa seria e trasparente come quella messa in piedi da Mariano, perfettamente in linea con lo spirito sul risparmio energetico delle macropolitiche economiche». </p>
<p>ECONOMIA ALTERNATIVA &#8211; Diversi i modi per entrare a far parte di Retenergie. Le sottoscrizioni si possono fare direttamente sul sito e si entra a far parte dell’azionariato popolare proposto dalla cooperativa. Dalla partecipazione diretta, con una quota sociale minima per i sovventori di 550 euro intoccabile per almeno dieci anni, che permette a chi non ha le possibilità di costruirsi un impianto proprio di diventare comproprietario di quelli della cooperativa e di dividersi gli utili a fine anno. «Da gennaio 2012», svela Mariano, «apriremo anche la strada dei prestiti sociali, rivalutando il denaro che ci verrà messo a disposizione con interessi fissi del 3%». Oppure, con un’adesione da 50 euro, che mette a disposizione per questa tipologia di soci diversi servizi energetici tra cui la consulenza per le certificazioni energetiche e la riqualificazione degli edifici. </p>
<p>DEONTOLOGIA DELL&#8217;ENERGIA PULITA – Per realizzare la filiera dell’energia pulita, tuttavia, la cooperativa si è anche data delle regole contenute in un codice etico redatto dagli stessi soci, che forniscono tutte le direttive su come gli impianti debbano essere realizzati. Indicazioni precise, non solo per la produzione energetica ma anche per la salvaguardia del pianeta. «Ad esempio», spiega Mariano, «per quello che riguarda il fotovoltaico noi siamo assolutamente contrari agli impianti a terra perché riteniamo che il terreno debba essere utilizzato per altri scopi e non per produrre energia. Del resto, ci sono tanti tetti a disposizione e quindi noi lavoriamo su quelli, cercando di affittarli per vent&#8217;anni. A volte, riuscendo persino a pagare il diritto di superficie, in cambio degli interventi energetici che ci facciamo sopra. Oppure», conclude Mariano, «per il settore idroelettrico abbiamo intenzione di mettere impianti solo su siti già antropizzati, senza nessun tipo d’intervento sui corsi d’acqua che preveda nuove tubazioni. Per questo motivo lavoriamo solo su canali irrigui, acquedotti e manufatti preesistenti dove noi andiamo soltanto ad appoggiarci per applicare i nostri impianti di produzione».</p>
<p>Carlotta Clerici &#8211; Corriere.it &#8211; 11/11/11</p>
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		<title>Italia 2020, un Paese senza mestieri.</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 16:02:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A rischio 385 mila posti di lavoro Cgia di Mestre: allarme estinzione per sarti e falegnami. Mancato turn over di saperi e competenze MILANO – Trovare un falegname tra dieci anni? Per chi vive in città sarà come cercare un ago in un pagliaio. Andrà meglio con gli elettricisti? Macché. Soprattutto ristrutturare casa diventerà una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A rischio 385 mila posti di lavoro<br />
Cgia di Mestre: allarme estinzione per sarti e falegnami. Mancato turn over di saperi e competenze</p>
<p>MILANO – Trovare un falegname tra dieci anni? Per chi vive in città sarà come cercare un ago in un pagliaio. Andrà meglio con gli elettricisti? Macché. Soprattutto ristrutturare casa diventerà una corsa a ostacoli. Pochi piastrellisti e stuccatori. Rifare la facciata del palazzo? Bisognerà per forza di cose affidarsi alla manodopera immigrata che almeno mitiga questa fuga dai mestieri. Mancheranno i ponteggiatori. Manovali e carpentieri saranno merce rara. Ma almeno avremo a disposizione chi ci dà una mano con le faccende domestiche? Tutt&#8217;altro. Addetti alle pulizie con il contagocce, colf e badanti per i più anziani avranno maggiore potere contrattuale in un mercato in cui la domanda crescerà esponenzialmente (per via dell&#8217;invecchiamento della popolazione) e l&#8217;offerta comincerà a latitare, se non adeguatamente compensata da una massiccia immigrazione. </p>
<p> Il RAPPORTO – Scrive la Cgia di Mestre che nell&#8217;Italia del 2020 c&#8217;è il rischio di un mancato ricambio per oltre 385mila posti di lavoro. Una città di piccole-medie dimensioni a rischio estinzione. I saperi e le competenze manuali – tradizionalmente trasmesse per via ereditaria – dilapidate in poco più di una generazione. Dai baby-boomers ai Millennials, da una società che da agricola diventava industriale (e manifatturiera) a una post-terziaria il conto alla cassa sembra poter dare ragione ai detrattori della cosiddetta economia dei servizi. «Tornare alla terra!», il grido che da più parti comincia a sollevarsi per riappropriarsi di uno stile di vita, per così dire, più bucolico, sembra riverberarsi anche sulle dinamiche occupazionali. Mancheranno gli allevatori di bestiame nel settore zootecnico e anche i braccianti agricoli. </p>
<p>FUGA DALL&#8217;ARTIGIANATO – Ma sono soprattutto i mestieri manuali dell&#8217;artigianato a determinare questo «smottamento» di competenze. Nell&#8217;Italia che sul tessile e sul manifatturiero ha costruito la sua crescita economica il risultato è che si troverà sempre più con il lanternino sarti, pellettieri, valigiai, borsettieri. Con inevitabili ricadute sulla produttività e sull&#8217;export. Dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, che il problema è culturale: «Bisogna rivalutare il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità. Per molti genitori – prosegue – far intraprendere un mestiere al proprio figlio in un&#8217;azienda artigiana è l&#8217;ultimo dei pensieri. Si arriva a questa decisione solo se il giovane è reduce da un fallimento scolastico». In attesa di una rivoluzione culturale qualcosa si muove in termini legislativi. Il Testo Unico per l&#8217;apprendistato – diventato operativo alla fine di ottobre anche se in attesa di tutti i decreti attuativi – incentiva le aziende assumere giovani con questo particolare contratto di inserimento, consentendo particolari vantaggi fiscali e contributivi. Ancora poco, se mancano i giovani potenzialmente interessati</p>
<p>Fabio Savelli<br />
CORRIERE.IT &#8211; 05 novembre 2011</p>
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		<title>Esplode la bici-mania, l’Italia riscopre le due ruote.</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 13:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Erika Tomasicchio Nell’ultimo decennio l’uso della bicicletta nella penisola è triplicato. Si pedala anche 3-4 volte la settimana, per fare un po’ di moto e battere il caro-benzina. Nelle città decolla il bike sharing e crescono le iniziative per i ciclisti. Tutti pazzi per la bici. Leggera, dinamica e poco ingombrante, la bicicletta è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Erika Tomasicchio<br />
Nell’ultimo decennio l’uso della bicicletta nella penisola è triplicato. Si pedala anche 3-4 volte la settimana, per fare un po’ di moto e battere il caro-benzina. Nelle città decolla il bike sharing e crescono le iniziative per i ciclisti.</p>
<p>Tutti pazzi per la bici. Leggera, dinamica e poco ingombrante, la bicicletta è l’alleata ideale per sconfiggere il traffico cittadino. Gli italiani dimostrano di apprezzarla sempre di più: negli ultimi dieci anni il suo utilizzo nei giorni feriali è più che triplicato. Se nel 2001 il club degli amanti delle due ruote contava il 2,9% della popolazione, in base alle stime Istat, oggi circa il 9% di chi si sposta per le vie della città lo fa pedalando, in barba alle lunghe code d’auto e allo stress da parcheggio. A rivelarlo è un sondaggio svolto da IRP Marketing per Legambiente, su un campione di circa mille persone. </p>
<p>Come i cinesi. Gli appassionati della bici si dividono in due categorie. C’è chi la usa abitualmente come mezzo di trasporto, muovendosi in sella almeno 3 o 4 volte la settimana: i cosiddetti ‘frequent biker’ che costituiscono il 9% della popolazione, pari a 5 milioni di italiani. Accanto a loro troviamo i ciclisti saltuari. Forse più pigri. Di certo più restii a rinunciare all’auto, o alla comodità di salire su un mezzo pubblico, come bus e metro, e giungere senza sforzo a destinazione. Usano la bici non più di una o due volte ogni sette giorni, magari per fare la spesa o andare a prendere i bimbi a scuola. Si tratta del 14% degli intervistati, che insieme ai ‘frequent biker’ raggiungono circa un quarto degli abitanti del Belpaese.  Un esercito silenzioso, composto soprattutto di uomini, di tutte le età. Quasi tutti settentrionali che vivono in comuni di media grandezza, lontani dal caos delle metropoli. Solo l’1% dei ‘pedalatori abituali’, infatti, risiede al Sud e nelle isole. Diversa la situazione al Centro: qui, se da un lato è quasi impossibile usare spesso la bici nei giorni feriali (il sondaggio riporta lo 0% di ‘frequent biker’), dall’altro comunque non si rinuncia a montare in sella, quando se ne ha la possibilità: i ciclisti occasionali si attestano al 23%, molto più del resto d’Italia. </p>
<p>Una sana abitudine. Ma per quale motivo si sceglie di muoversi in bici? La ragione principale è «perché fa bene alla salute» (secondo il 35% di chi ha risposto alle domande).</p>
<p>Se è vero che un giro in sella tiene alla larga dagli acciacchi e riattiva il metabolismo, in alcuni casi però, la necessità si fa virtù, e pedalare in giro per la città si riscopre «il miglior mezzo per trascorrere il tempo libero» (25%). Al successo delle due ruote, tuttavia, contribuisce anche la crisi. Un giro in mountain bike costa molto meno di un tratto percorso in auto, e aiuta a sconfiggere il caro-benzina (17%). Non ultimo, tra gli stimoli a tornare a pedalare, c’è il rispetto per l’ambiente. La bici è il mezzo eco-friendly per antonomasia, privo di emissioni e a impatto zero. Senza considerare poi, che è perfetto per dribblare il traffico, più agile rispetto agli scooter. Anche se in realtà, proprio nei grandi centri dove ce ne sarebbe più bisogno, sono in pochi a crederci, con l’86% degli intervistati che sottolinea di utilizzare la bici solo in rare occasioni, o di non usarla affatto. </p>
<p>A scoraggiare è soprattutto la mancanza di sicurezza: la stragrande maggioranza del campione sostiene che si muoverebbe in bicicletta se ci fosse una rete di itinerari protetti nella propria città (43%). In molti (42%) si sentirebbero più invogliati se ci fosse meno traffico per le strade, e tratti più brevi da percorrere. Ma c’è anche chi lamenta la mancanza di strutture dedicate in cui depositare la bici (19%); chi vorrebbe portarla con sé sul treno o sul bus (13%); e infine chi lascia perdere per evitare di respirare smog e polveri sottili lungo il tragitto (11%). </p>
<p>Città a misura di bici. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare, le città si stanno attrezzando già da alcuni anni per far fronte alla nuova tendenza. Secondo ‘Good Bikes’, un’altra inchiesta di Legambiente, in un centinaio di comuni della penisola è attivo un servizio di bike sharing (noleggio di bici pubbliche), con circa 4mila biciclette a disposizione e 40mila utenti abituali. Si moltiplicano inoltre in tutta Italia, le misure a favore della mobilità ecologica. A Ferrara è stata introdotta la ‘Carta ciclabile’, uno stradario delle piste ciclabili presenti sul territorio. A Torino e Reggio Emilia c’è &#8216;Zona 30&#8242;: una serie di aree con un limite di velocità ridotto, per consentire alle biciclette di circolare più facilmente. A Modena si possono trovare diversi depositi protetti gratuiti. Cresce inoltre il fenomeno del cicloturismo. Sul sito della Fiab, la Federazione italiana amici della bicicletta, sono consultabili i percorsi delle grandi reti cicloturistiche europee, nazionali e regionali, oltre ad alcuni consigli pratici per chi abbia voglia di girare il mondo in sella alle due ruote. </p>
<p>Repubblica.it &#8211; Erika Tomasicchio &#8211; 26 ottobre 2011</p>
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		<title>Foreste sostenibili e boschi certificati</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 09:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia gli alberi potrebbero essere un patrimonio immenso, ma in troppe Regioni non c&#8217;è pianificazione Anche un concorso per valorizzare il settore MILANO &#8211; Un patrimonio immenso. Ma, salvo eccezioni, trascurato. I boschi italiani, le foreste che ricoprono il nostro Paese, si estendono per una superficie di 10.467.533 ettari, un gigantesco polmone verde che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia gli alberi potrebbero essere un patrimonio immenso, ma in troppe Regioni non c&#8217;è pianificazione<br />
Anche un concorso per valorizzare il settore</p>
<p>MILANO &#8211; Un patrimonio immenso. Ma, salvo eccezioni, trascurato. I boschi italiani, le foreste che ricoprono il nostro Paese, si estendono per una superficie di 10.467.533 ettari, un gigantesco polmone verde che ricopre il 34,74% d’Italia. Abbiamo più boschi della Germania, coperta al 31% di alberi e della Francia, con un 28,6% di piante. Ma come per il patrimonio artistico, anche quello naturale in buona misura è abbandonato a se stesso. </p>
<p>FRAMMENTAZIONE &#8211; «In Italia c’è frammentazione: la superficie non è unitaria, ma costituita da tanti piccoli appezzamenti privati, alcuni curati e altri lasciati andare. E poi, strade, stradine e casette insediate nel bosco o ai suoi margini lo danneggiano irreparabilmente: andrebbero creati consorzi per gestire in maniera unitaria i boschi, organismi viventi che si proteggono permettendo loro di espandersi, muoversi, rinnovarsi, andare avanti e indietro. Invece, qui li blocchiamo costruendo. Il problema è politico», spiega il professor Bartolomeo Schirone, ordinario di selvicoltura e assestamento forestale all’Università della Tuscia. «Il nostro Paese potrebbe essere una potenza forestale di prima categoria, per posizione geomorfologica e ricchezza di specie potremmo produrre legnami che nessuno in Europa ha: le specie arboree native sono 85, ma non bastano, perché non abbiamo cultura», continua Schirone. «In molte regioni, e penso al Lazio, alla Basilicata, alla Calabria, i boschi e le foreste sono abbandonati al loro destino, in mano ai bracconieri, con animali allo stato brado, tagli abusivi, nessuna manutenzione. Gli incendi bruciano in media 40 mila ettari ogni anno. Ci sono anche esempi di regioni virtuose, come il Trentino, il Friuli, la Valle d’Aosta, una parte del Piemonte, dove è in atto un modello corretto di filiera bosco–legno: in queste zone le foreste sono gestite da comunità e consorzi montani che rispettano e conoscono il territorio e i suoi tempi. Perché un altro problema in selvicoltura è la pressione sulla foresta: come nelle monocolture si sono resi sterili i terreni con i concimi e i pesticidi, uccidendo ogni componente organica, lo stesso succede nelle foreste, dove la pressione sul suolo e sugli alberi per ottenere un guadagno immediato uccide l’ecosistema». </p>
<p>FORESTE SOSTENIBILI &#8211; In Italia sono sedici i corsi universitari in scienze forestali, alcuni di altissimo livello. Con un patrimonio boschivo in crescita del 19% in 25 anni e un abuso ambientale commesso da Nord a Sud d’Italia ogni 43 minuti (dato Wwf), un pensiero al futuro delle piante nell’Anno internazionale delle foreste che sta per concludersi va alle foreste sostenibili. Cosa sono? Sono quelle dove il legname tagliato non è mai superiore a quello che cresce e dove, dopo il taglio, gli alberi sono ripiantati o aiutati a rinnovarsi naturalmente, anche grazie alle piante morte nel bosco, che garantiscono la catena nutritiva. Sono foreste dove gli habitat degli animali selvatici sono rispettati e il sottobosco, gli arbusti e le piante minori svolgono una funzione protettiva del clima, del suolo e dell’acqua. Ma, la foresta certificata (Pefc, Programma internazionale di valutazione degli schemi di certificazione forestale), è molto di più. «Il Pefc Italia è l’organo nazionale del sistema internazionale di certificazione. Aderiscono proprietari forestali, consumatori, industriali e artigiani del legno. L’obiettivo è organizzare la filiera foresta–legno fornendo derivati da foreste e piantagioni gestite in modo sostenibile da un punto di vista economico, ambientale e sociale», spiega Antonio Brunori, segretario generale Pefc. «Attualmente risultano certificati secondo il sistema Pefc oltre 226 milioni di ettari tra Canada, Finlandia, Norvegia, Svezia, Germania, Francia e Austria. In Italia sono certificati 744.538 ettari, l’8% dei boschi: il Consorzio forestale dell’Amiata con 3 mila ettari di faggeta, 38 proprietari forestali in Friuli Venezia Giulia con una superficie di 67.348 ettari, altri 27 proprietari nel Veneto hanno certificato 35.195 ettari. L’Unione agricoltori–Bauer Bund, cioè 22.926 piccoli proprietari forestali della Provincia di Bolzano, ha certificato 250.643 ettari: si tratta della più grande superficie in Europa con queste caratteristiche. Il Consorzio dei Comuni trentini rappresenta altri 246.842 ettari di foresta produttiva distribuiti tra oltre 310 proprietari pubblici e privati». </p>
<p>BOSCO CERTIFICATO &#8211; Il legname proveniente da un bosco certificato, viene poi trasformato: le aziende possono richiedere la «Catena di custodia», una certificazione di tracciabilità del legno Pefc. In Italia sono 370 le aziende certificate, e vanno dal mobilio agli imballaggi, dai parquet alla carta, dall’edilizia alla carpenteria, dall’editoria ai giochi. Il marchio Pefc garantisce ai consumatori che l’origine del legno e della cellulosa, è legale e sostenibile. Così, comprando fazzoletti di carta, risme per la stampante, infissi per le finestre, mobili o pavimenti, si può scegliere che tipo di consumatore essere. </p>
<p>FOREST SKILL &#8211; E visto che dal rapporto uomo-bosco dipende la salvezza dell’ambiente e dunque la nostra -perché sono gli alberi che proteggono il territorio da disastri idrogeologici e filtrano l’aria migliorandone la qualità &#8211; alle foreste e alla loro conservazione è dedicato il concorso Forest Skill, che ha per scopo l’individuazione di idee innovative che valorizzino il patrimonio e vadano nella direzione di creare occupazione nell’ambito ambientale, che in quindici anni ha registrato un incremento nel comparto agro-forestale del 35,8 %, in quello turistico del 14% e nel segmento controllo e disinquinamento dell’8,4%. Organizzato dalla Fondazione italiana Accenture, dal Collegio delle Università milanesi e da IdeaTRE60, Forest Skill è aperto ai progetti più vari: dalla produzione di beni al recupero idrogeologico; dal miglioramento della qualità dell’aria alla valorizzazione della funzione rifugio per la fauna selvatica; dalla salvaguardia e conservazione di specie a rischio al recupero di frammenti di bosco. «Il concorso Forest Skill», conclude Bruno Ambrosini, segretario generale della Fondazione italiana Accenture, offre grandi opportunità ai giovani. Secondo l’Isfol (Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori) tra il 1993 e il 2008 gli occupati del settore ambientale sono passati da 263.900 a 372.100, e per i prossimi anni le stime parlano di un raddoppio. «L’ambiente è un ambito sul quale investire competenze, innovazione, risorse e talenti per creare nuove professioni e rivalutare quelle esistenti». </p>
<p>Anna Tagliacarne &#8211; Corriere.it<br />
26 ottobre 2011</p>
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		<title>Appunti di un giovane pessimista e “abbastanza felice”.</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 19:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi chiamo Gianluigi e ho 35 anni. Mi sono laureato in Scienze economiche e specializzato in Studi aziendali. In realtà, non sono mai riuscito a fare un lavoro affine ai miei studi. Per la precisione, non ho mai fatto un lavoro vero. Perlomeno, secondo l&#8217;idea che ne ha mio padre. Un lavoro stabile, da &#8220;laureato&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiamo Gianluigi e ho 35 anni. Mi sono laureato in Scienze economiche e specializzato in Studi aziendali. In realtà, non sono mai riuscito a fare un lavoro affine ai miei studi. Per la precisione, non ho mai fatto un lavoro vero. Perlomeno, secondo l&#8217;idea che ne ha mio padre. Un lavoro stabile, da &#8220;laureato&#8221;, come quand&#8217;era giovane lui. Ma ho fatto un po&#8217; di tutto, in modo rigorosamente temporaneo.  Sei mesi qui, un anno là, a progetto, a termine, part time. Come mia sorella Martina, d&#8217;altronde, che è un po&#8217; più giovane di me e si è messa in testa di fare la giornalista. Ha preso la laurea in Scienze della Comunicazione e poi ha fatto Corsi e Scuole  di Giornalismo &#8211; dovunque e di qualunque indirizzo. Per le aziende private, per la Pubblica Amministrazione, per i New Media. Mai più di due mesi nello stesso posto &#8211; di lavoro. Cioè: non riesce a trovare una soluzione stabile. Un giornale, un&#8217;azienda, un ente, un&#8217;agenzia che le dia un contratto per un periodo decente. Fortuna che abbiamo un tetto e un punto di riferimento. A casa dei nostri. Che non ce lo fanno pesare, perché, in realtà, a loro non dispiace averci vicino. Di tenerci, comunque, legati a loro. Per il resto, facciamo la nostra vita, abbiamo i nostri amici, le nostre relazioni. (Niente di troppo impegnativo, però. Non ce lo possiamo permettere e comunque non ci interessa.) Ci muoviamo spesso. Si viene e si va. Per motivi di aggiornamento, lavoro, amicizia ma anche per sfuggire al controllo domestico. </p>
<p>Insomma, la precarietà, per me, è la regola. Un po&#8217; faticosa, ma mi ci sono adattato. Non so cosa farò in futuro e in realtà non ricordo bene neppure cosa intendessi fare all&#8217;inizio. Sono passati troppi anni, troppi corsi, troppe occupazioni. Ma forse un&#8217;idea precisa non ce l&#8217;avevo neppure allora. Seguivo il vento di quegli anni, quando il mito del Nordest (dove abito) era in ascesa e c&#8217;era grande fiducia nel futuro delle imprese e dell&#8217;economia locale. </p>
<p>Ora, però, confesso che fatico a essere ottimista sul futuro professionale. Non solo il mio, personale. Anzi, se allargo lo sguardo, il pessimismo cresce. Quel che vedo non mi piace. La politica mi deprime. Uso un eufemismo, perché, per educazione, sono abituato a non esagerare neppure nel linguaggio. Però, il ceto politico, gli uomini di governo non mi ispirano nessuna fiducia. Li reputo incapaci e moralmente discutibili. Responsabili del disastro in cui siamo affondati. Da cui non riusciamo a uscire perché l&#8217;economia mondiale e quella del Paese sono in condizioni pessime. E non si vedono spiragli. La speranza è debole. La crisi, questa crisi, è destinata a durare ancora a lungo. Quanto? Chi lo sa. E chissà se il nostro sistema, la nostra economia, il nostro mercato riusciranno a resistere senza collassare. Ne dubito molto. Insomma, non mi attendo nulla di buono, sul piano personale e su quello pubblico. </p>
<p>Ne parlavo ieri sera con i miei amici, al bar. Mentre ci facevamo uno spritz. Come capita la sera. Quando ci ritroviamo insieme. E la tiriamo lunga. Per non rientrare a cena. Ieri, tutti, più o meno, raccontavano vicende e impressioni simili. Alle mie. Capita spesso che ci perdiamo in discorsi come questi Noi, giovani-adulti, d&#8217;altronde, abbiamo biografie e sentimenti che si rispecchiano. Poi, a un certo punto, qualcuno &#8211; non ricordo di preciso chi &#8211; si è detto e ci ha detto:  &#8220;Però, nonostante tutto, mi sento felice. Insomma: abbastanza felice. Almeno, nel mio piccolo&#8221;. E tutti gli altri, tutti noi, abbiamo annuito. Echeggiato. &#8220;Sì. È vero, siamo abbastanza felici. Nel nostro piccolo&#8221;. Anch&#8217;io: quando sono a casa mia, insieme a voi, nella mia vita quotidiana. Mi sento abbastanza felice. Tanto più se fuori piove e fa freddo. Il mio piccolo mondo privato mi fa sentire protetto. E se il domani è incerto, beh&#8230; meglio attendere. Domani è un altro giorno. Si vedrà.  </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
* Il 19% degli italiani intervistati nel corso di un recente sondaggio si dice &#8220;molto felice&#8221;, il 65% &#8220;abbastanza&#8221;. In totale, si tratta dell&#8217;84% della popolazione. Le maggiori percentuali riguardano: i più giovani, fra 15 e 24 anni: 98%; i &#8220;giovani-adulti&#8221;, fra 25 e 34 anni: 87%. Le persone con maggiore istruzione e gli studenti: oltre il 90%  (Demos &#038; PI., settembre 2011, campione nazionale di 1.326 casi).<br />
(06 ottobre 2011 &#8211; Ilvo Diamanti &#8211; Repubblica.it) </p>
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		<title>Quei film sugli immigrati nel paese di Terraferma</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 10:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;intento è di sfidare la paura dell&#8217;altro come tema per conquistare il consenso e l&#8217;audience televisiva. Ma il divario tra l&#8217;agenda mediatica e le preoccupazioni dei cittadini resta elevatissimo di ILVO DIAMANTI Al Festival di Venezia, quest&#8217;anno, il Cinema italiano, dopo tanti anni, è stato protagonista. Il Premio della Giuria, assegnato a &#8220;Terraferma&#8221; di Emanuele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;intento è di sfidare la paura dell&#8217;altro come tema per conquistare il consenso e l&#8217;audience televisiva. Ma il divario tra l&#8217;agenda mediatica e le preoccupazioni dei cittadini resta elevatissimo<br />
di ILVO DIAMANTI</p>
<p>Al Festival di Venezia, quest&#8217;anno, il Cinema italiano, dopo tanti anni, è stato protagonista. Il Premio della Giuria, assegnato a &#8220;Terraferma&#8221; di Emanuele Crialese. Migliore Opera prima: &#8220;Là-bas&#8221;, di Guido Lombardi. I due film hanno un soggetto comune: gli immigrati. Il film di Crialese: l&#8217;esodo dei disperati in fuga dal Nord Africa, visto con gli occhi dei pescatori siciliani.</p>
<p>Il film di Lombardi: le drammatiche storie degli immigrati in rivolta a Castelvolturno, nel 2008. Ma le opere presentate a Venezia da registi italiani, sull&#8217;argomento, sono molto numerose. In tutte le sezioni. Oltre una decina. Ne citiamo solo alcune. &#8220;Cose dell&#8217;altro mondo&#8221; di Francesco Patierno, che ipotizza la (disastrosa) scomparsa degli immigrati in una zona del Nordest. E ancora: &#8220;Storie di schiavitù&#8221; di Barbara Cupisti, &#8220;Io sono Li&#8221;, di Andrea Segre (fra gli interpreti: Marco Paolini), &#8220;Villaggio di Cartone&#8221;, scritto e diretto da un maestro: Ermanno Olmi. Fino a &#8220;L&#8217;ultimo terrestre&#8221;, di Gipi, che narra dell&#8217;arrivo degli alieni fra noi. Dove gli alieni sono &#8220;gli altri, che evidenziano la nostra vulnerabilità. Il nostro sentimento di perifericità&#8221;.</p>
<p>Gli inviati di Le Monde (Jacques Mandelbaun e Philippe Ridet), al proposito, hanno osservato che l&#8217;immigrazione, per il Cinema italiano, è divenuto &#8220;un genere in sé&#8221;. E hanno realizzato, al proposito, un commento molto ampio, dal titolo, assolutamente esplicito: &#8220;L&#8217;immigrato, vedette americana della Mostra di Venezia&#8221;. D&#8217;altronde, è difficile, impossibile, trovare, in Europa &#8211; e altrove  &#8211;  un&#8217;attenzione tanto acuta  &#8211;  quasi ossessiva  &#8211;  come quella espressa verso gli stranieri dal Cinema italiano. Per quanto animato da sentimenti &#8220;civili&#8221; e solidali, non riesce a dissimulare il disagio diffuso, in un Paese di emigranti dove l&#8217;immigrazione è giunta all&#8217;improvviso. Ed è cresciuta, in poco più di dieci anni, del 1000%. Oggi si aggira, infatti, intorno al 7% (in valori assoluti: circa 5 milioni, secondo Caritas-Migrantes), ma tocca anche il 20% nelle zone più industrializzate del Centro e del Nord (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Nordest). Eppure le &#8220;misure&#8221; reali del fenomeno non bastano a spiegare tanta sensibilità da parte dei registi e degli autori del cinema. Intellettuali e specialisti  &#8211;  talora artisti &#8211; della comunicazione. La cui attenzione è dettata, sicuramente, dal &#8220;materiale&#8221; offerto dal problema. Le biografie e le &#8220;storie&#8221; degli immigrati, l&#8217;incontro con le comunità locali, con gli &#8220;italiani&#8221;.</p>
<p>Ma conta, altrettanto e forse di più, l&#8217;intento di &#8220;sfidare&#8221; il Pensiero Unico veicolato dai media e propagandato dal populismo di destra &#8211; influente nella maggioranza di governo. La Paura dell&#8217;Altro come tema per conquistare il consenso  &#8211;  e l&#8217;audience. Basta scorrere i dati dell&#8217;Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (curato da Demos, l&#8217;Osservatorio di Pavia e la Fondazione Unipolis). Nei telegiornali pubblici di prima serata di alcuni importanti Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna), nel corso dei primi quattro mesi del 2011, le notizie relative all&#8217;immigrazione hanno occupato il 3% del totale. Più in particolare: su France 2 hanno rappresentato l&#8217;1,6%, su ARD (rete pubblica tedesca) lo 0,6%, sulle altre perfino di meno. Nel Tg1, invece, il 13,9%. (La stessa percentuale si ottiene, peraltro, considerando anche gli altri principali tg italiani, pubblici e privati). Naturalmente, l&#8217;Italia è il Paese dove le &#8220;rivoluzioni&#8221; nordafricane e, soprattutto, l&#8217;intervento in Libia hanno avuto maggiore impatto. Con la differenza che altrove, in Europa, questi avvenimenti sono stati trattati come fatti ed episodi di guerra. Mentre in Italia sono stati affrontati, in modo specifico, dal punto di vista dell&#8217;immigrazione. O meglio (forse: peggio), dell&#8217;invasione. Il primo e principale argomento utilizzato dalla Lega a sostegno della propria opposizione all&#8217;intervento in Libia. </p>
<p>Tuttavia, nonostante gli sbarchi e le guerre sull&#8217;altra sponda mediterranea, il divario fra l&#8217;agenda mediatica e le preoccupazione dei cittadini, infatti, resta elevatissimo. Basta consultare, di nuovo, i dati dell&#8217;Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, concentrandoci, in questo caso, sulla percezione sociale. L&#8217;immigrazione, infatti, è indicata come la preoccupazione principale dal 6% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nel giugno 2011). Le cui angosce sono, invece, attratte, in larghissima misura, dai temi legati all&#8217;economia, l&#8217;occupazione, il costo della vita (55%). Lo sguardo mediale sugli immigrati appare, dunque, asimmetrico rispetto a quello della popolazione. Lo stesso avviene riguardo alla criminalità, che resta al centro dell&#8217;informazione televisiva (55% delle informazioni di prima serata), mentre preoccupa una quota molto più ridotta della popolazione (10%). Si tratta di una conferma della &#8220;costruzione&#8221; politica e mediale dell&#8217;insicurezza, che induce a enfatizzare la &#8220;paura degli altri&#8221; e a ridimensionare l&#8217;incertezza per motivi economici e (dis)occupazionali. (D&#8217;altronde, il pessimismo economico è comunista e anti-italiano, ha ripetuto il Presidente del Consiglio, anche di recente).</p>
<p>Ma in questa fase mi pare che &#8220;gli altri&#8221; non si risolvano negli immigrati che giungono in Italia, spinti dalla necessità o dall&#8217;emergenza. In condizioni difficili, talora drammatiche. Oggi, in Italia, si sta diffondendo una sindrome dell&#8217;accerchiamento più estesa e indefinita. Ci sentiamo minacciati dall&#8217;esterno, da ogni fronte e da ogni direzione. Dalle rivolte e dalle guerre che avvampano nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Ma anche dall&#8217;Europa e, soprattutto, dalla Germania. Che non credono nella nostra economia, ma soprattutto, nel nostro sistema politico. E minacciano di non coprire il nostro debito pubblico, di non acquistare i nostri titoli di Stato. Ci sentiamo minacciati dalle Borse e dai Mercati, dallo Spread e da S&#038;P. Noi, che abbiamo coltivato, a lungo, un&#8217;identità nazionale fondata sull&#8217;arte di arrangiarsi, sulla capacità di adattarsi e di reagire. Noi che ci siamo considerati una società &#8220;vitale&#8221; &#8211; nonostante il governo, nonostante lo Stato. Oggi ci scopriamo spaesati. Orfani di un governo che sappia governare e di uno Stato in cui aver fiducia. Così ci sentiamo stranieri a casa nostra. Da ciò la ragione, almeno: una ragione importante, di tanti film italiani sugli immigrati quest&#8217;anno, a Venezia.<br />
In realtà, parlano di noi. Sperduti e spaesati nel Paese di Terraferma. </p>
<p>Ilvo Diamanti &#8211; La Repubblica.it </p>
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		<title>Calcio pulito.</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 09:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spal prima squadra al mondo a finanziarsi con lo stadio fotovoltaico. 60mila pannelli solari su 292mila metri quadrati di terreno per produrre 14 megawatt. La squadre estense che milita in Prima divisione della Lega Pro non si perde in scioperi come i colleghi di serie A. Il presidente Butelli: &#8220;detratti i costi di realizzazione in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spal prima squadra al mondo a finanziarsi con lo stadio fotovoltaico. </p>
<p>60mila pannelli solari su 292mila metri quadrati di terreno per produrre 14 megawatt. La squadre estense che milita in Prima divisione della Lega Pro non si perde in scioperi come i colleghi di serie A. Il presidente Butelli: &#8220;detratti i costi di realizzazione in un anno guadagneremo quasi un milione di euro&#8221; </p>
<p>Calciatori viziati e società virtuose. È il clamoroso ossimoro scritto nei giorni scorsi dalla Spal 1907. La storica Società Polisportiva Ars et Labor, che negli anni ’60 riusciva a indispettire le grandi nei suoi sedici anni consecutivi in serie A, oggi milita mestamente in Prima Divisione di Lega Pro. Il suo campionato è appena iniziato, ma il suo piccolo scudetto può dire di averlo già vinto realizzando un’iniziativa unica tra le società professionistiche.</p>
<p>A Cassana, nell’immediata periferia nord di Ferrara, la società ha inaugurato ufficialmente il suo nuovo parco. Non il parco giocatori, già formato in sede di mercato, ma quello fotovoltaico. Una distesa di pannelli solari, ben 60mila, che occupano una superficie di 292mila metri quadrati. L’impianto, già attivo con la connessione alla rete avvenuta in agosto, sorge al di sopra dell’ex discarica di Hera (e quindi senza sottrarre neanche un briciolo di terreno all’agricoltura). Su questa superficie sono stati installati i 60mila pannelli inseguitori, montati su rotor meccanici capaci di seguire il movimento del sole per massimizzare l’acquisizione della luce.</p>
<p>Questo immenso campo dove si gioca la scommessa dell’energia rinnovabile è stato concepito per produrre 14 megawatt, pari al fabbisogno energetico di 7.000 famiglie. Detratti i costi di realizzazione, il presidente Cesare Butelli si attende un ritorno economico quantificabile in oltre il milione di euro a stagione.</p>
<p>Non male per un’idea “nata dalla forza della disperazione”, come confida il presidente Butelli: “eravamo alla ricerca di una opportunità per autofinanziarci e abbiamo intavolato un discorso con un imprenditore che verteva sulla costruzione di un nuovo stadio”. Dallo stadio di cemento ed erba si è passati quindi a immaginare uno stadio di vetro e fotocellule. “Era il gennaio 2010 – ricorda Butelli -; l’ipotesi ci piacque immediatamente e ora, dopo due anni di burocrazia, eccoci qua”.</p>
<p>Un progetto che per la sua portata innovativa farebbe impallidire anche le squadre della Premier League, capofila nelle strategie di marketing legate al mondo del pallone. Eppure la stessa Lega aveva arricciato il naso al pensiero di una attività così estranea all’ambito calcistico. “Per avere bilanci sani e non farsi tentare dal calcio scommesse – è la sferzata del presidente – servono sistemi virtuosi e noi, nonostante fino alla vigilia ci venisse rimproverato di fare solo propaganda, ci stiamo provando”.</p>
<p>Sistemi virtuosi per società virtuose… Questo mentre dall’altra parte del firmamento calcistico si assiste alle stelle dello sport nazionale pronte a incrociare le scarpette pur di non pagare l’ipotizzata tassa di solidarietà. E se i giocatori della Spal facessero sciopero? “È un’ipotesi alla quale non voglio nemmeno pensare, per quanto in serie C, campionato tanto più povero di quelli superiori, qualche motivo potrebbe anche esserci. Ma, se proprio devo scegliere, preferisco gli scioperi seri”.</p>
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		<title>Acqua, rifiuti, autobus in città: alti costi, scarsi servizi.</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 07:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le municipalizzate, La gestione degli enti locali, Gli investimenti e gli sprechi I tagli agli enti locali e il capitalismo municipale ROMA &#8211; A Napoli si paga una tariffa sui rifiuti superiore del 48,4 per cento alla media nazionale. E quasi due volte e mezzo più cara rispetto a Firenze. Lì, per un appartamento di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le municipalizzate, La gestione degli enti locali, Gli investimenti e gli sprechi<br />
I tagli agli enti locali e il capitalismo municipale </p>
<p>ROMA &#8211; A Napoli si paga una tariffa sui rifiuti superiore del 48,4 per cento alla media nazionale. E quasi due volte e mezzo più cara rispetto a Firenze. Lì, per un appartamento di 80 metri quadrati, 135 euro l&#8217;anno. Nel capoluogo campano, 331. </p>
<p>Difficile da credere che la città italiana dove la tassa sulla spazzatura è la più alta in assoluto sia proprio quella che ha più problemi con l&#8217;immondizia. Ma nel Paese dove il «capitalismo» municipale ha pian piano soppiantato il capitalismo di Stato, il sistema funziona così. </p>
<p>Palermo, per esempio. Secondo le elaborazioni dell&#8217;ufficio studi della Confartigianato, effettuate sulla base dei dati del ministero dello Sviluppo economico e dell&#8217;Unioncamere, è la città dove il trasporto pubblico, pur non rappresentando sicuramente il massimo nazionale dell&#8217;efficienza, è invece mediamente più costoso: 515 euro per dieci abbonamenti mensili e 48 biglietti orari. Non c&#8217;è confronto con Genova (398), al secondo posto, ma nemmeno con Napoli (396), al terzo. Senza parlare di Milano: 338 euro, il 52,3% in meno.</p>
<p>La scarsa concorrenza &#8211; Del resto, prendendo in esame un pacchetto di servizi pubblici locali (oltre al trasporto anche i rifiuti, l&#8217;acqua e l&#8217;energia) proprio Palermo è la città più cara d&#8217;Italia con l&#8217;unica eccezione di Cagliari (3.108 euro l&#8217;anno pro capite), che deve però fare i conti con l&#8217;estrema onerosità della distribuzione del gas. Nel capoluogo siciliano ogni cittadino sostiene mediamente, dicono i dati del 2009, un costo di 2.633 euro l&#8217;anno, contro 2.559 di Genova e 2.537 di Napoli. A Milano si spende il 42,6% meno che a Cagliari e il 20,8% meno che a Palermo. Ancora più impressionante, tuttavia, è il peso della spesa pro capite sul Pil «individuale». Il costo dei servizi pubblici locali si «mangia» a Napoli il 16,1% del Prodotto interno lordo pro capite, contro il 6% a Milano, l&#8217;8,3% di Firenze, il 7,1% a Bologna, il 7,6% a Roma, che certo non è fra le città meno care (2.461 euro).</p>
<p>Come si spiega tutto ciò? Che ci sia un rapporto fra questa situazione e le mancate liberalizzazioni, come sostengono da tempo autorevoli istituzioni, è assodato. L&#8217;Ocse sottolinea, per esempio, come il costo dei servizi pubblici cresca nettamente più del costo della vita. A giugno si è registrato per questi un rincaro del 4,8%, oltre due punti sopra l&#8217;inflazione. Fra il 2000 e il 2010 le tariffe dei servizi pubblici locali, escludendo quelli energetici, sono salite del 54,2% a fronte di una crescita dei prezzi pari al 23,9%. Ed è stato un aumento astronomico anche rispetto alla media di Eurolandia, dove l&#8217;incremento delle tariffe si è attestato invece al 30,3%.</p>
<p>La Banca d&#8217;Italia dice che nel nostro Paese i principali servizi hanno un cosiddetto «mark up», cioè la differenza fra il prezzo della prestazione erogata e il suo costo, superiore del 19,2% alla media dell&#8217;area euro. È ancora via Nazionale ad affermare in un proprio studio che riportando quel dato al livello europeo si potrebbe ottenere nei primi tre anni una crescita del Prodotto interno lordo pari al 5,4%. Stima che porta la Confartigianato a calcolare un Pil aggiuntivo di 36,7 miliardi per il solo primo anno seguente a quello nel quale fosse applicata una vera liberalizzazione di questo mercato.</p>
<p>Il caro bolletta &#8211; I dati della Banca d&#8217;Italia sul «mark up» sono eloquenti. Le aziende che erogano servizi pubblici hanno sulla carta profitti ben più elevati della media europea, sebbene parametri di efficienza e conto economico non siano certo migliori. Con tutta evidenza la causa va ricercata in un costo della politica indiretto che fa leva proprio sulla mancanza di concorrenza. La prova? Fra il 2003 e l&#8217;anno che ha preceduto la nuova Grande Depressione, le aziende pubbliche locali hanno letteralmente allagato l&#8217;Italia. Nel 2007 l&#8217;Unioncamere ne ha censite 5.152, numero superiore dell&#8217;11,9% a quello di quattro anni prima. In dieci anni, dal 1999 al 2009, le imprese controllate dagli enti locali, ricorda la Confartigianato, hanno raddoppiato il loro peso sull&#8217;economia, dal 2,3% al 4,6% del Prodotto interno lordo. Tutto questo mentre la spesa delle amministrazioni scendeva dal 5,8% al 5,6% del Pil. </p>
<p>La crescita si è rivelata particolarmente impetuosa al Nord e nelle Regioni autonome. Nella provincia di Trento le aziende pubbliche locali rappresentano ormai il 13,3% al Prodotto interno lordo, avendo aumentato in un decennio il proprio peso di ben 8,6 punti. In Valle D&#8217;Aosta il loro contributo all&#8217;economia ha raggiunto l&#8217;11,3% (+8,3 punti), in Liguria l&#8217;8,2%, nel Friuli-Venezia Giulia l&#8217;8,2%, nella Provincia di Bolzano il 7,2%, in Emilia-Romagna il 6,9% e in Lombardia il 6,1%. </p>
<p>Un monitoraggio compiuto dall&#8217;Unioncamere su 4.018 di queste aziende, escludendo quelle finanziarie e in liquidazione, ha dimostrato che nel Centro Nord ognuna di esse ha chiuso il bilancio con un utile medio di 368.746 euro, contro un buco medio di 251.424 euro al Sud. E se nel Centro Nord gli utili per addetto sono cresciuti, nel quadriennio preso in esame, di ben tre volte, passando da 2.147 a 6.500 euro, nelle Regioni meridionali il deficit pro capite si è ampliato del 14,7%, da 2.822 a 3.239 euro. Il fatto è che mentre le aziende pubbliche locali del Sud aumentavano del 14,6% il costo del personale anche a causa di tre assunzioni in media per impresa, le loro consorelle centrosettentrionali lo diminuivano del 5,8%, grazie pure all&#8217;esodo medio di 9 addetti. Il clientelismo c&#8217;entra forse qualcosa? </p>
<p>Giudicate voi &#8211; E l&#8217;efficienza? Lo studio della Confartigianato segnala il caso del trasporto pubblico locale, dove il costo medio per un chilometro di percorso urbano raggiunge in Campania 7,14 euro, 2 euro e 39 centesimi più della Lombardia, 3 euro e 8 centesimi più del Veneto e quasi il quadruplo rispetto all&#8217;Umbria. Numeri con un chiaro riscontro nel chilometraggio medio di ogni autista: 19.086 in Campania, 25.032 in Lombardia, 27.278 in Veneto, 43.255 in Umbria. Caso particolare, il Lazio, dove il costo per chilometro è appena inferiore a quello campano (6 euro e 68 centesimi) pur con un chilometraggio pro capite (26.513) superiore alla media nazionale. Cifre riferite al 2009, che evidentemente fotografano lo stato della gestione dell&#8217;Atac: al 31 dicembre di quell&#8217;anno l&#8217;azienda romana aveva accumulato un buco di circa 700 milioni di euro.</p>
<p>Dal 2004 al 2009 alla crescita dei fatturati dei servizi pubblici locali non ha poi fatto riscontro un incremento degli investimenti. Diminuiti, anzi, dal 20,3% al 18,1% del giro d&#8217;affari. Un quarto circa degli stanziamenti viene assorbito proprio dal settore dei trasporti, che è al secondo posto. La maggior parte dei fondi, poco meno del 33%, è infatti destinato al servizio di distribuzione dell&#8217;acqua, bandiera dell&#8217;ultimo referendum sui servizi pubblici locali che ha registrato una schiacciante maggioranza di no alla privatizzazione.</p>
<p>Lo spreco di risorse idriche &#8211; Ma per quanto siano percentualmente rilevanti, come stanno a dimostrare i dati pubblicati dalla Confartigianato, gli investimenti non riescono a modificare sostanzialmente una situazione davvero disastrosa: combinato disposto di una rete colabrodo e un&#8217;evasione tariffaria in alcuni casi allucinante. Almeno se è vero che nel 2008 a fronte di oltre 8,1 miliardi di metri cubi immessi nella rete di distribuzione, quelli fatturati sono stati poco più di 5 miliardi e mezzo. Il 32% dell&#8217;acqua potabile, quantità che il rapporto dell&#8217;organizzazione degli artigiani paragona alla portata annuale del fiume Brenta, si volatilizza letteralmente. </p>
<p>L&#8217;elaborazione contenuta in quello studio, fatta sulla base dei dati Istat, mostra come ancora tre anni fa in Puglia per ogni 100 litri di acqua «erogata», se ne immettessero nella rete ben 87 di più. Non molto meglio andava in Sardegna, con 85 litri, in Molise (78), Abruzzo (77) e Friuli-Venezia Giulia. Nel 2009 questo andazzo è costato alle aziende locali che gestiscono il servizio idrico 2 miliardi e 947 milioni. Più dei soldi cui i Comuni hanno dovuto rinunciare a causa dell&#8217;abolizione dell&#8217;Ici sulla prima casa decisa dal governo di Silvio Berlusconi subito dopo le elezioni del 2008, più del giro di vite di 2 miliardi e mezzo imposto ai municipi dalla manovra dello scorso anno, più dei tagli lineari ai ministeri&#8230;.</p>
<p>I «black out» senza preavviso &#8211; Che l&#8217;efficienza dei servizi pubblici locali non sia al top lo affermano poi gli stessi utenti. La percentuale di famiglie «molto o abbastanza soddisfatte» della loro qualità, sulla base delle statistiche ufficiali dell&#8217;Istat, è scesa fra il 2001 e il 2010 di 5,1 punti per l&#8217;energia elettrica, del 3,5% per il gas. Letteralmente precipitato l&#8217;indice che segnala la soddisfazione per la «comprensibilità» della bolletta, calato del 12,9% relativamente al gas e del 10,3% alla luce. Non bastasse, le rilevazioni dell&#8217;Autorità per l&#8217;energia informano che per 18 aziende su 32, ovvero il 56,3% del totale, l&#8217;indice di «qualità totale» rilevato presso i call center nel 2010 ha registrato un peggioramento.</p>
<p>Per non citare la vicenda mai risolta delle interruzioni «senza preavviso» di energia elettrica, il cui livello medio ha raggiunto, sempre nel 2010, ben 89 minuti l&#8217;anno, dei quali 44 per responsabilità delle imprese distributrici. E va detto che al Sud i 44 minuti diventano ben 63, contro i 29 del Nord. Per le piccole imprese fino a 20 dipendenti è un inconveniente costato lo scorso anno, secondo la Confartigianato, un miliardo e 56 milioni di euro.</p>
<p>Sergio Rizzo<br />
Corriere.it &#8211; 29 agosto 2011</p>
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