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		<title>Monti scrive a #Salvaiciclisti</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 14:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presidente del Consiglio Mario Monti supporta il movimento #Salvaiciclisti: &#8220;Vi incoraggio ad andare avanti, bisogna migliorare le condizioni di mobilità di chi usa la bicicletta per muoversi in città&#8221;. Questo un passaggio dell&#8217;email che oggi il premier ha inviato al coordinamento di #Salvaiciclisti, in risposta alla richiesta di adesione alle battaglie del movimento spontaneo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente del Consiglio Mario Monti supporta il movimento #Salvaiciclisti: &#8220;Vi incoraggio ad andare avanti, bisogna migliorare le condizioni di mobilità di chi usa la bicicletta per muoversi in città&#8221;. Questo un passaggio dell&#8217;email che oggi il premier ha inviato al coordinamento di #Salvaiciclisti, in risposta alla richiesta di adesione alle battaglie del movimento spontaneo nato sul web che &#8211; in appena cento giorni &#8211; è riuscito a catalizzare l&#8217;attenzione della politica locale e nazionale sul tema della mobilità urbana, chiedendo di ripensarla radicalmente per far &#8220;cambiare strada&#8221; all&#8217;Italia.</p>
<p>Nel testo del messaggio di posta elettronica, anticipato in tarda mattinata dall&#8217;Adnkronos, il presidente Monti si schiera a favore della mobilità dolce: &#8220;Come già fatto in Europa, finanziando diversi progetti legati alle piste ciclabili, anche in Italia è necessario riservare maggiore attenzione alla &#8216;mobilità leggera&#8217;. In questo senso il governo è impegnato a favorire politiche di mobilità sostenibile, anche con l&#8217;obiettivo di ridurre il tasso di incidenti stradali che coinvolgono i ciclisti. Mi rendo tuttavia conto che molto resta ancora da fare&#8221;.</p>
<p>Il premier sottolinea, poi, le molte virtù delle due ruote ecologiche rispetto ai mezzi a motore: &#8220;La bicicletta è un mezzo di trasporto &#8216;intelligente&#8217;, sia dal punto di vista dell&#8217;impatto ambientale, sia a livello economico, dato che riduce sensibilmente i costi legati alla mobilità urbana, sia, aspetto non meno rilevante, per la salute degli individui&#8221;. L&#8217;intervento di Mario Monti arriva a un mese dal primo appuntamento &#8220;istituzionale&#8221; del movimento #Salvaiciclisti, che il 16 giugno &#8211; insieme con Anci, Legambiente e Fiab &#8211; ha convocato a Reggio Emilia la prima parte degli &#8220;Stati generali della ciclabilità&#8221;, da cui dovrebbe scaturire un Piano quadro per la ciclabilità italiana.</p>
<p>La lettera del presidente Monti si conclude con un auspicio e un incoraggiamento: &#8220;Prima che presidente del Consiglio sono stato un appassionato di ciclismo e un cicloamatore io stesso. Anche se non ho più, come un tempo, l&#8217;opportunità di muovermi in bicicletta come vorrei, conosco le problematiche che devono affrontare coloro che utilizzano la bicicletta per muoversi, soprattutto nelle grandi città. Vi incoraggio dunque ad andare avanti, oserei dire a &#8216;pedalare&#8217;, per attirare l&#8217;attenzione su quanto si può fare a tutti i livelli per migliorare le condizioni di mobilità di chi usa la bicicletta per muoversi in città&#8221;. </p>
<p>Manuel Massimo &#8211; Repubblica.it &#8211; 14.5.2012</p>
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		<title>C’era una volta il Paese dei sindaci.</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 11:08:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi sono chiamati a votare oltre 9 milioni di elettori, intorno al 20% del totale. Per eleggere i sindaci di quasi mille comuni, di cui 157 sopra i 15 mila abitanti, compresi 26 capoluoghi di provincia. Potrebbe apparire una consultazione minore. Ma in Italia nessuna elezione lo è. Perché tutte le elezioni &#8211; e soprattutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi sono chiamati a votare oltre 9 milioni di elettori, intorno al 20% del totale. Per eleggere i sindaci di quasi mille comuni, di cui 157 sopra i 15 mila abitanti, compresi 26 capoluoghi di provincia. Potrebbe apparire una consultazione minore. Ma in Italia nessuna elezione lo è. </p>
<p>Perché tutte le elezioni &#8211; e soprattutto quelle comunali &#8211; servono a cogliere e a dare segnali circa il cambiamento sociale e politico. Una considerazione tanto più vera per questa scadenza. La prima consultazione dopo vent&#8217;anni di berlusconismo. Mentre il sistema partitico e il rapporto tra politica e società appaiono logori. Marcati da fratture molteplici. </p>
<p>Da questo appuntamento elettorale ci attendiamo indicazioni su quattro diverse questioni. </p>
<p>1. La prima fa riferimento alla tradizionale divisione tra partiti e schieramenti, emersa nella Seconda Repubblica. Centrodestra e centrosinistra, con il Centro, a sua volta, oscillante fra i due poli. All&#8217;elezione del 2007, quando vennero eletti gran parte dei sindaci e dei consigli oggi in scadenza, il centrosinistra subì un pesante arretramento. Nei comuni (superiori a 15 mila abitanti) dove si votava allora, governava in 80 comuni, venti più del centrodestra. Oggi, nell&#8217;Italia al voto, il rapporto è rovesciato. Il centrodestra amministra 95 comuni (di cui 12 leghisti), il centrosinistra 53. Da qui in poi, faccio riferimento ai dati dell&#8217;Osservatorio Elettorale LaPolis-Demos. ll risultato del 2007 annunciò &#8211; e accelerò &#8211; il profondo mutamento del clima d&#8217;opinione, che avrebbe condotto al governo Berlusconi e la Lega, un anno dopo. Non a caso, dopo quelle amministrative, sorge il Pd di Veltroni. Il progetto del partito unico o, comunque, dominante, del centrosinistra. Imitato dal Pdl di Berlusconi, a centrodestra.</p>
<p>Quella stagione è finita. Da un lato, il centrodestra non è più maggioranza. Lo dicono i sondaggi. Ma, soprattutto, lo hanno dimostrato le elezioni amministrative di un anno fa. Quando il centrosinistra ha vinto nelle principali città dove si è votato. Fra le altre: Milano, Napoli e Cagliari. Dove sono stati eletti sindaci espressi da forze diverse dal Pd. Da ciò la spinta, moltiplicata dai referendum, che ha contribuito alla crisi della maggioranza di centrodestra e alla caduta del governo Berlusconi. Alla fine del berlusconismo, in altri termini. E alla conseguente debolezza del Pdl ma anche del Pd. Incapaci di imporsi come soggetti dominanti dei due schieramenti. </p>
<p>2. Oggi, peraltro, insieme ai principali partiti, anche le alleanze di prima sono divenute fragili. Scardinate dal &#8220;montismo&#8221;, che ha gestito il post-berlusconismo. Sostenuto da una maggioranza di governo che associa i tradizionali oppositori, Pd e Pdl, insieme al Terzo polo. Mentre gli alleati di prima oggi stanno all&#8217;opposizione. Ciò si riflette sulle coalizioni che si presentano nei comuni. Ma solo in parte. La Lega, coerentemente con l&#8217;attuale (op)posizione, si presenta da sola quasi dovunque. Ma gli esempi di &#8220;Grande coalizione&#8221; sono solo un paio. Mentre il Pdl appare disorientato. Si presenta da solo, talora insieme all&#8217;Udc. Spesso diviso in diverse liste. L&#8217;Udc stessa, peraltro, si presenta autonomamente in circa 70 Comuni, mentre nei rimanenti si divide equamente fra il Pd o il Pdl. Il Pd, in circa 90 Comuni, riunisce tutte le forze di centrosinistra nella stessa coalizione &#8211; allargata in 20 casi all&#8217;Udc. Ma in molti Comuni si presenta diviso da almeno uno degli altri partiti di sinistra. Come a Palermo. Ma in altri 20 Comuni è alleato all&#8217;Udc, in competizione con Sel e/o l&#8217;Idv. Questa consultazione diventa, quindi, un&#8217;occasione per testare la tenuta dei partiti, ma anche delle coalizioni prevalenti. O, forse, per avere conferma della frammentazione partitica e della scomposizione delle alleanze, in atto. </p>
<p>3. La terza questione riguarda la frattura fra partiti e società, riassunta, un po&#8217; semplicisticamente, nella formula dell&#8217;antipolitica. È sottolineata dal moltiplicarsi delle &#8220;liste civiche&#8221;, utilizzate, spesso, per mascherare i partiti, oltre che per proporre formazioni effettivamente autonome e locali. Non-partitiche. Nei Comuni con oltre 15 mila abitanti al voto, infatti, si presentano 2.636 liste &#8211; in media, quasi 17 per Comune &#8211; e 991 candidati sindaci &#8211; oltre sei per Comune. In queste elezioni amministrative scende in campo anche il Movimento 5 Stelle, di Beppe Grillo. Soggetto politico che ha coltivato la protesta antipartitica. Accreditato, dai sondaggi, di un grande risultato, si presenta in poco meno della metà dei Comuni maggiori e in 20 dei 26 capoluoghi. Quasi dovunque corre da solo. Contro tutti.</p>
<p>Ma questa consultazione costituisce una verifica particolarmente importante anche per la Lega. Esprime i sindaci di 12 Comuni con oltre 15 mila abitanti &#8211; di molti altri più piccoli &#8211; tra quelli dove si vota. Era il principale imprenditore politico del malessere contro lo Stato centrale e contro il sistema dei partiti. Fino a ieri. Occorrerà verificare se gli scandali e le divisioni interne degli ultimi mesi ne abbiano intaccato la credibilità e il radicamento.</p>
<p>4. L&#8217;ultima questione riguarda i protagonisti della consultazione. I sindaci. Quasi vent&#8217;anni fa, nel 1993, la legge sull&#8217;elezione diretta li rese artefici della stagione seguente alla caduta della Prima Repubblica. Interpreti della domanda di autonomia del territorio e della società. Capaci di compensare il crollo di legittimità dello Stato e del sistema politica presso i cittadini. Vent&#8217;anni dopo, però, essi si ritrovano soli. Perlopiù sopportati &#8211; quanto poco &#8220;supportati&#8221; &#8211; dai partiti. Che li hanno sempre considerati un ostacolo alle proprie logiche oligarchiche e centraliste. I sindaci. Dagli anni Novanta in poi, hanno rivendicato e ottenuto competenze e responsabilità. Ma dispongono di risorse scarse e di poteri inadeguati. Oltre che in costante declino. Berlusconi e la Lega, negli ultimi dieci anni, hanno esibito un &#8220;federalismo a parole&#8221;. Il governo tecnico, legittimato &#8211; e spinto &#8211; dall&#8217;emergenza e dai mercati, non finge neppure di valorizzare il ruolo delle autonomie locali e dei sindaci. Ai quali viene, invece, chiesto di trasformarsi da &#8220;attori&#8221; a &#8220;esattori&#8221;. Ammortizzatori del dissenso. Addetti a riscuotere tasse impopolari &#8211; e a ricucire il rapporto con la società &#8211; per conto terzi. Con l&#8217;esito di vedersi delegittimati: dallo Stato e dai cittadini.</p>
<p>Da ciò il duplice rischio. Che questa elezione non indichi solo una svolta politica o antipolitica. Ma segni &#8211; anche e soprattutto &#8211; la fine della &#8220;Repubblica dei Sindaci&#8221;. </p>
<p>Ilvo Diamanti &#8211; Repubblica.it</p>
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		<title>18 IUS SOLI</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 15:27:30 +0000</pubDate>
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		<title>Bici contromano</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 08:32:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;OK del Comune di Milano. Il ministero ha autorizzato le zone miste. MILANO &#8211; «Ci metteremo subito al lavoro per scovare quali vie di Milano abbiano le caratteristiche richieste dalla normativa». Non è stato preso in contropiede perché da tempo chiedeva di dare strada alle biciclette contromano. Il Comune aveva sollecitato un parere ufficiale da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;OK del Comune di Milano. Il ministero ha autorizzato le zone miste.</p>
<p>MILANO &#8211; «Ci metteremo subito al lavoro per scovare quali vie di Milano abbiano le caratteristiche richieste dalla normativa». Non è stato preso in contropiede perché da tempo chiedeva di dare strada alle biciclette contromano. Il Comune aveva sollecitato un parere ufficiale da Roma: «È possibile tracciare corsie ciclabili nei sensi unici per far viaggiare le due ruote in direzione opposta al senso di marcia per le auto?». L&#8217;autorizzazione arrivata dal ministero dei Trasporti consente di più: circolazione libera alle bici nelle strade larghe 4,25 metri almeno, dentro Ztl vietate ai camion e con limite di velocità a 30 chilometri orari. «È un segno della crescente attenzione nei confronti dei ciclisti», commenta soddisfatto l&#8217;assessore alla Mobilità, Pierfrancesco Maran: «Ora studieremo le strade da riadattare, modificare e segnalare». Servono suggerimenti? Quelli di Ciclobby: «Via Enrico Nöe e via Borsieri, per partire». E questi sono gli indirizzi utili proposti dai corrieri a pedali di Urban Bike Messengers (Ubm): via Solferino, via Moscova, corso Europa, via Montenapoleone e corso Monforte. Ce n&#8217;è per riempire un dossier. Che l&#8217;Aci critica fin dalle bozze: «Troppi rischi».</p>
<p>Non è una liberalizzazione selvaggia. Il decreto indica una riforma viabilistica graduale, cauta e circoscritta. «L&#8217;ideale &#8211; riflette Maran &#8211; sarebbe riuscire a tracciare &#8220;corridoi&#8221; riservati ai ciclisti tra i marciapiedi e le file di auto in sosta, ma non è chiaro se il parere del ministero ne concede la possibilità». Servirà tempo. Per censire i quartieri, scremare le ipotesi, individuare le soluzioni: «Il parere del ministero &#8211; conclude Maran &#8211; potrà essere utilizzato come strumento di pianificazione urbanistica nei futuri interventi sulla viabilità». Tradotto: avanti, ma con giudizio. «Lo spirito è quello giusto», riflette il presidente di Fiab-Ciclobby, Eugenio Galli: «Questi provvedimenti hanno una duplice valenza. Accorciano i percorsi per le bici, favorendo la ciclabilità. </p>
<p>E aumentano la sicurezza stradale grazie alla reciproca visibilità: l&#8217;automobilista è preavvertito e si preoccupa del ciclista; il ciclista sa di risalire il flusso d&#8217;auto, e fa attenzione». Ovviamente, sottolinea Galli, la segnaletica dev&#8217;essere chiara, visibile e fatta rispettare: «Guardiamo alle poche esperienze italiane e ai fortunati modelli europei, dall&#8217;Inghilterra all&#8217;Olanda: dove è stato consentito l&#8217;ingresso delle bici nei sensi unici sono diminuiti gli incidenti». Perché? Matteo Castronuovo, 34 anni, corriere Ubm, sintetizza così l&#8217;effetto «benefico» del senso unico ibrido: «È un naturale dissuasore di velocità». Per spartirsi la strada bisogna frenare.</p>
<p>La «scorciatoia» per le due ruote ha un valore economico e un pregio architettonico: è una misura a basso costo e consente di completare la rete delle piste ciclabili nei punti in cui oggi s&#8217;interrompe. Per dirla con i tecnici: può rappresentare un «elemento di sutura» nella slabbrata mappa delle piste milanesi. «Una maggiore flessibilità normativa &#8211; conferma il capogruppo pdl Carlo Masseroli &#8211; consente di rendere più capillari i percorsi ciclabili. Milano è una città rigida, molto costruita: imboccare i sensi unici è una soluzione adatta e percorribile». Concorda Edoardo Croci, ex assessore morattiano ai Trasporti e presidente del comitato referendario Milanosìmuove: «Il via libera alle bici non può essere indiscriminato. Si può intervenire, e si deve farlo, ma solo nei quartieri residenziali, a traffico leggero e lento, su strade adeguate per segnaletica e materiali». Perplesso, per non dire contrario, è il vicepresidente di Aci Milano Geronimo La Russa: «I ciclisti devono potersi spostare su itinerari riservati e protetti. Lo &#8220;sblocco&#8221; dei sensi unici potrebbe rivelarsi doppiamente pericoloso».</p>
<p>Il Comune, intanto, realizzerà entro aprile quattro nuove corsie ciclabili a raso, delimitate solo da una striscia sull&#8217;asfalto, in via delle Forze Armate (zona Perrucchetti), sul cavalcavia don Milani (Giambellino), in viale Turchia (al confine con Segrate) e in piazza 8 Novembre 1917. Sarà approvato solo tra fine mese e inizio maggio, invece, il finanziamento da 22 milioni di euro per le piste ciclabili «pesanti», protette con elementi di arredo urbano, su nove direttrici del centro e della periferia. Totale: 31 nuovi chilometri.</p>
<p>Armando Stella &#8211; Corriere.it 7.4.2012</p>
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		<title>LA GRANDE SIMULAZIONE</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 08:42:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di MICHELE SERRA Più che alla disonestà vera e propria, gli scandali della Lega fanno pensare alla disperata precarietà strutturale di un partito inventato da un fanfarone di paese, finto medico, cantante fallito, che per oltre vent´anni è riuscito ad abbindolare un popolo evidentemente abbindolabile. Tutto, nella storia leghista, è improvvisato e cialtrone, a partire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di MICHELE SERRA<br />
Più che alla disonestà vera e propria, gli scandali della Lega fanno pensare alla disperata precarietà strutturale di un partito inventato da un fanfarone di paese, finto medico, cantante fallito, che per oltre vent´anni è riuscito ad abbindolare un popolo evidentemente abbindolabile. Tutto, nella storia leghista, è improvvisato e cialtrone, a partire da quel logo fantasma, &#8220;Padania&#8221;, che non ha alcuna attinenza con storia e geografia e pare sortito da un partita notturna a Risiko annaffiata da troppo alcol.</p>
<p>Proseguendo con il ridicolo crak del credito padano, l´inverosimile carriera politica del povero Trota, il cerchio magico con le fattucchiere e le badanti, l´università dell´Insubria, gli amiconi illetterati messi alla Rai per puro sfregio, i finti ministeri a Monza, gli elmi cornuti, gli affaroni in Tanzania&#8230;</p>
<p>È quasi prodigioso che con ingredienti così poveri la grande simulazione di Bossi abbia potuto reggere così a lungo. È come se un &#8220;Amici miei&#8221; di basso rango fosse arrivato a governare un Paese. Poi i giudici, non per colpa loro, arrivano sempre dopo. Dopo che milioni di italiani l´hanno bevuta, ci hanno creduto, si sono tappati occhi e orecchie per non sentire e non vedere.</p>
<p>Repubblica.it &#8211; 4 aprile 2012</p>
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		<title>Il mito infranto del cerchio magico</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 08:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mito infranto del cerchio magico ecco il familismo tribale del leader di FILIPPO CECCARELLI &#8220;Denaro pubblico alla famiglia Bossi&#8221;. Non doveva essere poi così magico, questo cerchio, se per rompersi basta un pacchettino di assegni versati &#8220;per sostenere i costi della famiglia Bossi&#8221;. Pranzi, cene, viaggi, alberghi, ristrutturazioni di ville, lungo l&#8217;asse gloriosa che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mito infranto del cerchio magico<br />
ecco il familismo tribale del leader<br />
di FILIPPO CECCARELLI </p>
<p>&#8220;Denaro pubblico alla famiglia Bossi&#8221;.<br />
Non doveva essere poi così magico, questo cerchio, se per rompersi basta un pacchettino di assegni versati &#8220;per sostenere i costi della famiglia Bossi&#8221;. Pranzi, cene, viaggi, alberghi, ristrutturazioni di ville, lungo l&#8217;asse gloriosa che unisce Montecarlo ai Castelli romani e i futuristi a Luigi Lusi passando per Scajola. &#8220;Difendiamo, proteggiamo e promuoviamo la famiglia&#8221; sparò a tutta pagina la Padania nel dicembre scorso. Il quotidiano invitava i leghisti a inviare &#8220;le foto più belle dei vostri figli e del nucleo famigliare in cui vivete&#8221;. In foto si vedeva un giovane Bossi in bicicletta con un Trota piccolissimo, riccioluto e un po&#8217; sgomento sul seggiolino davanti. Pochissime foto arrivarono in realtà al giornale, tanto che presto la trepida campagna fu sospesa: segno che già allora la famiglia del Capo era vista con qualche sospetto.</p>
<p>Pure comprensibile: la stentata maturità, l&#8217;elezione facile, e magari la successione del Trota, che &#8220;ha il nostro progetto di libertà nel sangue&#8221; l&#8217;aveva presentato il suo amico e capogruppo Reguzzoni, tra l&#8217;altro genero dell&#8217;intramontabile Speroni, che a suo tempo aveva assunto l&#8217;altro figlio di Bossi a Strasburgo. Il maggiore: Riccardone, celebrato corridore di rally sul quotidiano padano, comparso in foto con le modelle alle Maldive nei giorni degli sbarchi a Lampedusa, che a un certo punto s&#8217;era messo in testa di andare all&#8217;Isola dei famosi. E infine &#8211; che però non è la fine, dovendosi qui ricordare che anche un fratello di Bossi, grande appassionato di ciclismo, ebbe sia pure per poco il beneficio di un posto d&#8217;assistente a Strasburgo&#8230; E comunque per ora ci sarebbe ancora un altro figlio, Roberto Libertà, quello della candeggina, pure lui in odore di politica.</p>
<p>E allora viene in testa quella fatale noticina sul diario di Leo Longanesi (Parliamo dell&#8217;Elefante, Longanesi, 1983), in data 26 novembre 1945: &#8220;La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia&#8221;. Sì, certo, vale anche per il drappo con la ruota solare o sole delle Alpi che dir si voglia. E pensare che quando Umberto e la Manuela vollero finalmente regolarizzare la loro unione davanti al sindaco di Milano Formentini, la cerimonia fu messa in vendita su videocassetta per la gioia dei militanti. </p>
<p>Che di lì a poco, in un congresso videro dei bambini giocare sul palco, ed erano sempre Renzo e Roberto: incarnazioni profetiche di un familismo che innestatosi sul ceppo pseudo-etnico e carismatico della Lega non poteva che degenerare in logiche tribali e ora, come si scopre, anche pidocchiose e patrimoniali. &#8220;Figli certi! Certi!&#8221; ringhiava il Senatùr nel 2001 contro i candidati del centrosinistra che avevano figli adottivi. Ah, la sacra famiglia! </p>
<p>Famiglia allargata, oltretutto, fino a comprendere nella sua cerchia figure come Rosi Mauro, sindacalista brindisina e lungochiomata, detta &#8220;la badante&#8221; per l&#8217;occhiuta passione con cui accudisce il leader malato &#8211; indimenticabile l&#8217;espressione atterrita dinanzi al rigatone che la Polverini gli infilava in bocca &#8211; e si è addirittura trasferita a vivere a Gemonio. Più altri intermittenti privilegiati: oltre al suddetto Reguzzoni, davvero molto rigido nel pensiero e nella parola, va menzionato il senatore Bricolo, molto attento ai Valori cristiani; e poi anche questo Belsito, che francamente lo risulta un po&#8217; meno. Fino ad arrivare all&#8217;assessore lombarda Monica Rizzi, &#8220;Monica della Valcamonica&#8221;, che ha ceduto il posto al Trota e gli ha fatto largo con sistemi non proprio ortodossi nella giungla leghista di Brescia e della bassa.</p>
<p>Questa bionda Monica, di cui sono stati messi in forse gli studi in psicologia, reca se non altro il merito di riportare a una qualche forma di magia un cerchio invero risultato piuttosto materialistico. È infatti legata a una vera maga, a sua volta in rapporti con gli extraterrestri, il che non le ha impedito di aprire un&#8217;agenzia investigativa intitolata al conte Cagliostro. E anche questi particolari sono forse da intendersi come la conferma che quando i poteri stanno per crollare, ecco che occultismi, spiritismi e altre diavolerie si prenotano un posto in prima fila.</p>
<p>Su di un piano più razionale il cerchio magico (l&#8217;espressione è di Bossi, 1995, però l&#8217;attribui al &#8220;mago&#8221; allora malefico Berlusconi) si spiega forse con il pessimismo, prima di tutto della Manuela, sul futuro della Lega e la salute del suo fondatore. In altre parole: il meglio è passato, occorre pensare al domani. Ieri il senatore Torri ha detto, e anche giustamente dal suo punto di vista, che Bossi &#8220;ha dato la vita in senso fisico, materiale e morale per la libertà del Nord&#8221;. Ciò che sta accadendo da qualche tempo ha tutta l&#8217;aria di una specie di risarcimento, o auto-risarcimento. Come sempre succede in questi casi, il confine tra le due entità è sfuggente, ma decisivo. E ancora di più quando a stabilirlo sono i carabinieri, la Guardia di Finanza e la magistratura. </p>
<p>Repubblica.it &#8211; 4 aprile 2012</p>
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		<title>Mare chiuso</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 18:12:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un video con il telefonino i migranti portati a Gheddafi. Girato su un barcone, accusa l&#8217;Italia. Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro. &#8220;Ci state gettando nelle mani degli assassini&#8230; Dei mangiatori di uomini&#8230;». Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/xuJM8KoTHmU?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>In un video con il telefonino i migranti portati a Gheddafi.<br />
Girato su un barcone, accusa l&#8217;Italia.<br />
Nel film documentario «Mare chiuso» ecco le storie dei profughi fatti tornare indietro.</p>
<p>&#8220;Ci state gettando nelle mani degli assassini&#8230; Dei mangiatori di uomini&#8230;». Così gli eritrei fermati su un barcone supplicarono i militari italiani che li stavano riconsegnando ai soldati di Gheddafi. Avevano diritto all&#8217;asilo, quegli eritrei: furono respinti prima di poterlo dimostrare. C&#8217;è un video, di quell&#8217;operazione. Girato con un telefonino. Un video che conferma le accuse che due settimane fa hanno portato la Corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare l&#8217;Italia. </p>
<p>Quel video, miracolosamente sottratto alle perquisizioni dei gendarmi italiani e libici, messo in salvo e gelosamente custodito per due anni nella speranza che un giorno potesse servire, è oggi il cuore di un film documentario che uscirà domani. Si intitola «Mare chiuso», è stato girato da Stefano Liberti e Andrea Segre e racconta la storia di un gruppo di profughi, in gran parte eritrei e cristiani, in fuga dalla guerra che da troppo tempo si quieta e riesplode sconvolgendo la regione.<br />
«Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia», raccontano gli autori. Lo scoppio della rivolta contro il tiranno libico, nel marzo 2011, cambiò tutto. Migliaia di poveretti rinchiusi nei famigerati campi di detenzione di Zliten o Tweisha o nella galera di Khasr El Bashir riuscirono a scappare. E tra questi «anche profughi etiopi, eritrei e somali vittime dei respingimenti italiani che raggiunsero in qualche modo il campo Unhcr delle Nazioni Unite per i rifugiati a Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati». </p>
<p>L&#8217;atto di accusa contro l&#8217;Italia per avere violato le regole del diritto d&#8217;asilo è una conferma della sentenza della Corte di Strasburgo. Il processo, come noto, aveva un punto di partenza preciso: il 6 maggio 2009 a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le nostre autorità intercettarono una nave con circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea tra cui bambini e donne incinte. Tutti caricati su navi italiane e riaccompagnati a Tripoli «senza essere prima identificati, ascoltati né informati preventivamente sulla loro effettiva destinazione».<br />
Le regole, come inutilmente tentarono allora di ricordare l&#8217;alto commissariato Onu per i rifugiati, le organizzazioni umanitarie, molti uomini di chiesa e diversi giornali tra i quali Avvenire e il Corriere , erano infatti chiarissime. La Convenzione di Ginevra del 1951 dice che ha diritto all&#8217;asilo chi scappa per il «giustificato timore d&#8217;essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». E l&#8217;articolo 10 della Costituzione conferma: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l&#8217;effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d&#8217;asilo».</p>
<p>Non bastasse, il direttore del Sisde Mario Mori, al comitato parlamentare di controllo, aveva chiarito com&#8217;erano trattati i profughi in Libia: «I clandestini vengono accalappiati come cani, messi su furgoncini pick-up e liberati in centri di accoglienza dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi&#8230;». Oppure, stando alla denuncia dell&#8217;Osservatorio sulle vittime delle migrazioni «Fortress europe», venivano abbandonati a migliaia in mezzo al deserto del Sahara. Per non dire della sorte riservata alle prigioniere. Spiegò un comunicato del servizio informazione della Chiesa: «Non possiamo tollerare che le persone rischino la vita, siano torturate e che l&#8217;85% delle donne che arrivano a Lampedusa siano state violentate». L&#8217;Osservatore Romano ribadì: «Preoccupa il fatto che fra i migranti possa esserci chi è nelle condizioni di poter chiedere asilo politico. E si ricorda anzitutto la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno».</p>
<p>Il film documentario di Liberti e Segre, attraverso testimonianze da far accapponare la pelle, ricostruisce appunto come il destino di tanti uomini, donne, bambini fu segnato dalla violazione di tutti i diritti di cui dovevano godere. Basta mettere a confronto le parole di tre protagonisti di questa storia.<br />
Muammar Gheddafi: «Gli africani non hanno diritto all&#8217;asilo politico. Dicono solo bugie e menzogne. Questa gente vive nelle foreste, o nel deserto, e non hanno problemi politici». Silvio Berlusconi: «Abbiamo consegnato delle imbarcazioni al fine di riportare i migranti in territorio libico, dove possano facilmente adire l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per mostrare le loro situazioni personali e chiedere quindi il diritto di asilo in Italia». Un anziano somalo filmato in un campo profughi: «Era domenica quando ci hanno riportato a Tripoli. I libici ci hanno portati via con dei camion container e poi nel carcere di Khasr El Bashir. Ci hanno bastonato. Ci hanno picchiati. Ci hanno rinchiusi».<br />
Una testimonianza confermata da Omer Ibrahim e Shishay Tesfay e Abdirahman e tanti altri. Del resto Laura Boldrini, la portavoce, ricorda che l&#8217;Alto commissariato Onu per i Rifugiati aveva denunciato l&#8217;impossibilità di svolgere laggiù, in Libia, sotto il tallone di un tiranno come Gheddafi che non riconosceva la convenzione di Ginevra, quell&#8217;attività prevista dagli accordi: «Non avevamo neppure accesso ai campi di detenzione. A un certo punto ci chiusero, dicendo che non avevamo le carte in regola. Per poi riaprire col permesso di trattare solo le pratiche vecchie».</p>
<p>Ma è la storia di Semere Kahsay, uno dei giovani che stava su uno di quei barconi, il filo conduttore del film. Eritreo, cristiano, in fuga dalla guerra, con tutte le carte in regola per godere del diritto d&#8217;asilo, nell&#8217;aprile 2009 riuscì a caricare la moglie incinta, un paio di settimane prima del parto, su un barcone per Lampedusa. Poi, messi insieme ancora un po&#8217; di soldi lavorando in Libia, si imbarcò per raggiungere la moglie e la figlioletta nata in Italia. Un viaggio infernale. Il barcone troppo carico. L&#8217;avaria. La fine della scorta di acqua. La paura. L&#8217;arrivo di un elicottero italiano. L&#8217;apparizione di una motovedetta: «Eravamo felici. Felici». Poi la delusione. L&#8217;irrigidimento dei militari. Il ritorno a Tripoli. Il sequestro di documenti. La riconsegna ai libici. Il tentativo disperato e inutile di spiegare il suo diritto all&#8217;asilo. La prigionia. La guerra. La fuga verso la Tunisia. I nuovi tentativi per ottenere lo status di rifugiato.<br />
Semere l&#8217;ha avuto infine, quell&#8217;asilo che gli spettava e che secondo il Cavaliere avrebbe potuto «facilmente» avere in Libia andando all&#8217;apposito ufficio. Dopo due anni e mezzo d&#8217;inferno. E solo grazie alla guerra civile libica, alla fine di Gheddafi e all&#8217;aiuto per sbrigare le pratiche che gli hanno dato gli autori di Mare chiuso . Che l&#8217;hanno seguito passo passo fino al suo arrivo, agognato, in Italia. Dove ha potuto infine ritrovare la moglie, vedere quella figlioletta mai conosciuta e regalarle, in lacrime, un chupa-chups.</p>
<p>Gian Antonio Stella<br />
14 marzo 2012 &#8211; Corriere.it</p>
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		<title>Province tra abolizione e salvataggio</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 14:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presidente della Repubblica ha intimato un intervento: occorre prendere una decisione. Da settimane se ne discute a Montecitorio ma l&#8217;accordo è lontano. In otto scadono a maggio: saranno commissariate. ADDIO Province. Ma forse no. Il governo Monti le smantella col decreto Salva-Italia, in Parlamento si lavora per tenerle in qualche modo in vita. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente della Repubblica ha intimato un intervento: occorre prendere una decisione. Da settimane se ne discute a Montecitorio ma l&#8217;accordo è lontano. In otto scadono a maggio: saranno commissariate.</p>
<p>ADDIO Province. Ma forse no. Il governo Monti le smantella col decreto Salva-Italia, in Parlamento si lavora per tenerle in qualche modo in vita. E intanto, in primavera, per le prime otto in scadenza anziché il voto arriva il commissario prefettizio, tra proteste e ricorsi alla Consulta. Sugli enti intermedi è il caos. Normativo, organizzativo, finanziario. Non a caso il presidente della Repubblica Napolitano ha intimato l&#8217;aut-aut: &#8220;Occorre fare un punto e scegliere una strada e risolvere il problema con razionalità&#8221;. In commissione Affari istituzionali di Montecitorio si discute da settimane, ancora senza una soluzione, e Pd e Pdl concordano sulla necessità di una nuova disciplina che non preveda però la loro cancellazione. Il governo cerca di dare una scossa. Lunedì il ministro dell&#8217;Interno Cancellieri ha già convocato un vertice coi responsabili enti locali dei partiti. Le Province rilanciano con un loro piano per ridurre il numero da 108 a 60 e le spese per 5 miliardi. Ma la pressione dell&#8217;opinione pubblica è alta. Anche perché sullo sfondo resta appunto il capitolo costi: quello che ha acceso il caso e non da ora. Perché è vero, come emerge dai tabulati dell&#8217;Unione delle Province, che nel 2011 le spese sono state &#8220;solo&#8221; di 11 miliardi 618 milioni, con una riduzione del 14% rispetto al 2008, e che presidenti, assessori e consiglieri sono ora ridotti a 1.174 con un costo di 111 milioni l&#8217;anno. Ma è anche vero che l&#8217;ultimo conto economico pubblicato dall&#8217;Istat dimostra come dal 1990 al 2010 la spesa pubblica per le Province è passata da 4,6 a 12,5 miliardi.</p>
<p>PARTITI DIVISI<br />
In ordine sparso in Parlamento. La commissione Affari costituzionali è al lavoro alla Camera, deve produrre un testo entro il 31 marzo 2013, ma non c&#8217;è alcuna intesa tra i partiti. &#8220;Una follia prevedere la trasformazione di questi enti in organo di secondo livello, rendendolo di nomina politica&#8221; spiega il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti (Pd): &#8220;La vera riforma deve puntare alle competenze, con la riduzione del numero e il mantenimento delle funzioni di coordinamento&#8221;. La proposta Pdl alla quale lavora Donato Bruno, non è molto differente: accorpamento e riduzione del numero, almeno 20-24 consiglieri da eleggere come avvenuto finora. La Lega punta al mantenimento dello status quo. Mentre l&#8217;Udc sposa la riforma appena varata da Monti. L&#8217;Idv, tranchant, è per la cancellazione proposta in una legge di iniziativa popolare già sottoscritta da 400 mila elettori. &#8220;Un peso morto, vanno abolite&#8221; sentenzia il deputato Antonio Borghesi. </p>
<p>IL DECRETO SALVA-ITALIA<br />
Mai più elezioni provinciali. Sono otto le Province che vanno in scadenza tra aprile e maggio ma saranno le prime cavie a finire sotto la tagliola della cura Monti. Niente rinnovo per i consigli, nessuna elezione diretta del presidente per le amministrazioni di Genova, La Spezia, Como, Ancona, Cagliari, Ragusa, Vicenza e Belluno. È una delle ricadute più immediate dell&#8217;articolo 23 del decreto Salva-Italia. In quelle aree le Province resteranno in vita, ma le competenze di presidente e giunta saranno acquisiti da un unico commissario prefettizio o comunque governativo. L&#8217;Unione delle Province si prepara a impugnare la norma dinanzi alla Corte Costituzionale (l&#8217;organo è previsto dalla Carta e non può essere soppresso così, è la tesi). In ogni caso, entro il marzo 2013 una legge dovrà definire i destini delle altre 99 Province, per le quali comunque la norma vigente non prevede nuove elezioni.</p>
<p>LA CONTRO-PROPOSTA<br />
È stato il decreto Salva-Italia dello scorso dicembre a imprimere la svolta. Cancellate le giunta, ridotti i consiglieri, abolite le elezioni per le Province, funzioni trasferite. È l&#8217;articolo 23 a dettare le nuove regole. L&#8217;ente mantiene &#8220;esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni&#8221;. Resta la figura del presidente, ma eletto dal consiglio provinciale. Quest&#8217;ultimo, a sua volta non sarà eletto con le consuete elezioni provinciali ogni cinque anni, ma composto da non più di dieci componenti (oggi sono stati già ridotti a 18) selezionati dai consigli comunali del territorio di riferimento. Le funzioni verranno trasferite ai comuni o acquisite dalle regioni con le modalità definite da una futura legge dello Stato. E con i compiti vengono trasferiti anche i circa 60 mila dipendenti.</p>
<p>LE CIFRE<br />
Spese triplicate. È il quadro a tinte fosche che sembra abbia spinto il premier Monti a intervenire già a dicembre senza indugiare oltre. Si tratta del conto economico delle amministrazioni provinciali per gli anni 1990-2010 elaborato dall&#8217;Istat. Non tiene conto dei &#8220;risparmi&#8221; fatti registrare dagli enti (e rivendicati dall&#8217;Upi) alla chiusura dello scorso anno. Ma è comunque significativo. Cosa emerge dalla complessa tabella? Per esempio che le spese correnti che ammontavano a 3,6 miliardi nel 1990, sono lievitate fino a 9,9 miliardi nel 2010. Sono cioè triplicate. Quelle per investimenti erano un miliardo e 40 milioni nel &#8217;90 e sono più che raddoppiate due anni fa: 2,6 miliardi. E risulta triplicato il totale complessivo delle uscite: da 4,6 a 12,5 miliardi. Un capitolo che resta aperto è cosa ne sarà &#8211; ora che lo smantellamento è avviato &#8211; dei 13 miliardi di mutui che in questi anni le Province hanno acceso con la Cassa depositi e prestiti.</p>
<p>I PRIMI PROVVEDIMENTI<br />
LE 107 province italiane (molte nate negli ultimi cinque anni) sono costate ai contribuenti 11 miliardi di euro, stando al dossier Upi pubblicato nel gennaio 2012. &#8220;A regime&#8221;, gli assessori delle 107 giunte sono 395, i consiglieri oggi in carica 1.272 e in totale i 1774 amministratori comportano una spesa per indennità e gettoni per 111 milioni. Ma, fanno notare i presidenti, il personale politico era di 4 mila unità nel 2010. E le spese che ammontavano a 13 miliardi nel 2008 hanno subito una riduzione del 14 per cento nel 2011: 11,6 miliardi. Ma ci sono anche le entrate tributarie percepite dalle Province, che a fine 2011 erano pari a 3,8 miliardi. Che ne sarà di quei tributi? C&#8217;è poi il capitolo personale. Le 61 mila unità, tra impiegati e dirigenti, comportano uscite per 2 miliardi e 300 milioni. Ma gli enti intermedi &#8211; dalle società degli enti locali ai consorzi, agli enti porto e turistici &#8211; costano da soli quasi quanto le Province, fa notare l&#8217;Upi: 7 miliardi 26 milioni.</p>
<p>MAI PIU&#8217; ELEZIONI<br />
L&#8217;Unione delle Province non si è limitata a schierarsi contro la riforma Monti, ma ha presentato due giorni fa la sua controproposta. Riduzione del numero delle province, dalle attuali 107 a 60, istituzione di aree metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria), accorpamento degli enti territoriali dello Stato, ma soprattutto cancellazione di enti, agenzie, consorzi e la ridefinizione delle loro funzioni evitando sovrapposizioni. Nella piattaforma illustrata assieme a cinque colleghi dal presidente dell&#8217;Upi Giuseppe Castiglione (Pdl, a capo della Provincia di Catania) un risparmio stimato in 5 miliardi di euro, &#8220;a fronte dei 65 previsti dal decreto Salva Italia&#8221;. La bozza sarà sottoposto alla commissione paritetica Stato-Enti locali, ma dopo la mobilitazione di fine gennaio, ora l&#8217;Unione si prepara al ricorso costituzionale in difesa dell&#8217;ente &#8220;che è costituzionale e non può essere cancellato con una norma ordinaria&#8221;.<br />
(11 febbraio 2012 &#8211; Repubblica.it &#8211; Carmelo Lopapa)</p>
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		<title>Dal Times il manifesto per salvare i ciclisti</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 08:25:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il decalogo per aumentare la sicurezza di chi usa le due ruote impazza in rete. L&#8217;appello anche ai media italiani MILANO &#8211; In pochi giorni ha raggiunto 20 mila adesioni. È la campagna &#8220;Cities fit for cycling&#8221; del Times a sostegno della sicurezza dei ciclisti. Il noto quotidiano di Londra, il 2 febbraio scorso, dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il decalogo per aumentare la sicurezza di chi usa le due ruote impazza in rete. L&#8217;appello anche ai media italiani</p>
<p>MILANO &#8211; In pochi giorni ha raggiunto 20 mila adesioni. È la campagna &#8220;Cities fit for cycling&#8221; del Times a sostegno della sicurezza dei ciclisti. Il noto quotidiano di Londra, il 2 febbraio scorso, dopo un grave incidente subito in novembre da una sua giornalista ora in coma, aveva aperto la sua homepage con un appello, chiedendo al governo inglese una serie di azioni da porre immediatamente in campo per tentare di fermare una strage che ha contato, in 10 anni, ben 1.275 ciclisti uccisi.</p>
<p>GLI OTTO PUNTI &#8211; Nel decalogo stilato si legge:<br />
1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.<br />
2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.<br />
3. Dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta nel Regno Unito e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.<br />
4. Il 2% del budget della società che controlla le autostrade dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.<br />
5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.<br />
6. I 30 km/h devono essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.<br />
7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays. 8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.</p>
<p>L&#8217;HASHTAG &#8211; Immediatamente la campagna si è estesa in tutta Europa e ha conquistato il Web, compresi i numerosi blog e i siti delle associazioni di settore che hanno pubblicato banner e riadattato i suggerimenti alla situazione nostrana. Oggi in Italia circolano infatti oltre 11 milioni di biciclette. A livello europeo, nel 2010, il nostro Paese si colloca al terzo posto per la mortalità stradale dei ciclisti, preceduto solo dalla Germania (462 morti) e dalla Polonia (280). Così a partire dall&#8217;iniziativa del Times, l&#8217;hashtag #salvaiciclisti, equivalente del britannico #cyclesafe, è balzato ai primi posti della classifica dei Trend Topic. Ma non solo. Il popolo della rete ha aperto una pagina Facebook per chiedere alle principali testate di copiare l&#8217;iniziativa del quotidiano britannico e aprire le rispettive home page dei rispettivi con un identico appello al governo italiano per l&#8217;adozione delle 8 misure elencate.</p>
<p>Marta Serafini &#8211; Corriere.it</p>
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		<title>“Re Giorgio”</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 11:22:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;omaggio del New York Times a Napolitano. Il quotidiano dedica il profilo del sabato al presidente: «Ha saputo incarnare un&#8217;Italia diversa da Berlusconi» Fino ad oggi non era stato molto considerato dalla stampa internazionale: ma il ruolo chiave avuto da Giorgio Napolitano, nei giorni della crisi del Berlusconi Ter, lo ha posizionato al centro dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;omaggio del New York Times a Napolitano. </p>
<p>Il quotidiano dedica il profilo del sabato al presidente: «Ha saputo incarnare un&#8217;Italia diversa da Berlusconi»</p>
<p>Fino ad oggi non era stato molto considerato dalla stampa internazionale: ma il ruolo chiave avuto da Giorgio Napolitano, nei giorni della crisi del Berlusconi Ter, lo ha posizionato al centro dei riflettori dell&#8217;opinione pubblica mondiale. Una (nuova) notorietà consacrata dal New York Times. Che ha dedicato il suo prestigioso ritratto del sabato al nostro presidente della Repubblica.</p>
<p>RE GIORGIO &#8211; «Re Giorgio»: così il quotidiano incorona l&#8217;86enne ex P.c.i.: secondo il Nyt, il mese scorso «ha orchestrato uno dei più complessi trasferimenti politici dell&#8217;Italia del dopoguerra» diventando «un garante chiave della stabilità politica» in tempi instabili. «Una performance tanto più impressionante &#8211; prosegue il quotidiano- dato che la presidenza italiana è largamente simbolica, senza poteri esecutivi», ma Napolitano «ha spinto questo ruolo fino ai limiti diventando un power broker». Il giornale racconta come Napolitano abbia «impiegato mesi nel preparare il terreno alla transizione», aiutato dalla sua forte popolarità. Napolitano «è emerso come l&#8217;anti Berlusconi», e accanto alla moglie Clio ha «incarnato un&#8217;Italia diversa, un&#8217;Italia di virtù civiche», scrive il New York Times.</p>
<p>IL COMUNISTA PREFERITO DI KISSINGER &#8211; Che racconta la sua biografia di ex alto dirigente di Botteghe Oscure, un politico che l&#8217;allora segretario di Stato americano Henry Kissinger chiamava il suo «comunista preferito». E nota come «un tempo, l&#8217;idea di un presidente americano che ringrazia Napolitano, che era essenzialmente il ministro degli Esteri del partito comunista-o anche soltanto che lo chiamasse al telefono, era impensabile». E conclude così il suo ritratto a «Re Giorgio» il New York Times: «Ora gli italiani guardano a Napolitano perchè guidi la nave dello Stato con la sua tranquilla abilità, mentre Monti e la sua squadra di tecnocrati si assumono la difficile sfida di modernizzare la scricchiolante economia italiana». </p>
<p>Corriere.it &#8211; 3/12/2011</p>
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