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	<title>Stefano Giantin</title>
	
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		<title>Matvejevic: «Non so se oseranno arrestarmi»</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 20:09:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_640" class="wp-caption alignnone" style="width: 273px"><a href="http://ilpiccolo.gelocal.it/dettaglio/matvejevic-confinato-in-croazia-ma-non-oseranno-arrestarmi/2112121"><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2010/06/matvejevic.jpeg" alt="Predrag Matvejevic (foto: Il Piccolo)" title="matvejevic" width="263" height="300" class="size-full wp-image-640" /></a><p class="wp-caption-text">Predrag Matvejevic (foto: Il Piccolo)</p></div>
<p>ZAGABRIA Otto anni fa aveva definito “talebani cristiani” alcuni intellettuali nazionalisti croati e serbi. Li accusava di aver contribuito con la loro prosa ad accendere la miccia della violenza e a far implodere la ex Jugoslavia. Per quella definizione lo scrittore Predrag Matvejevic, con doppia cittadinanza croata e italiana, è stato condannato a cinque mesi di carcere dalla Corte Suprema di Zagabria. Le autorità gli hanno “consigliato” di non lasciare la Croazia alla volta di Ancona, dove avrebbe dovuto partecipare a un convegno dell’Associazione nazionale partigiani. La condanna dell’autore di “Breviario Mediterraneo”, tradotto in più di venti lingue, nasce dalla querela di uno degli scrittori da lui definiti “talebani” in un saggio che stigmatizzava le responsabilità degli intellettuali nazionalisti nelle guerre balcaniche. </p>
<p><strong>Professore, un commento sulla sua condanna.</strong><br />
Malgrado tutto, alcuni intellettuali mi hanno difeso, anche pubblicamente. Questa è una novità. Il nuovo presidente della repubblica, Ivo Josipovic, mi ha promesso che lavorerà per un’amnistia, dato che non può annullare la condanna. È una persona per bene. In un Paese dove il clericalismo è fortissimo si è definito agnostico e figlio dei partigiani che hanno lottato contro gli ustascia. Per miracolo è stato eletto con il sessanta per cento di voti. Per quanto mi riguarda, aspetto. Non so se oserebbero arrestarmi. Vedremo.</p>
<p><strong>Che reazione ha avuto dopo la decisione della Corte Suprema?</strong><br />
Mi sono sentito offeso. Non credo di averla meritato anche perché, durante il regime jugoslavo, ho sempre sostenuto il socialismo dal volto umano, quello di Havel, della Primavera di Praga e di Sacharov. Questo tipo di socialismo non punisce un reato d’opinione e per questa ragione ho difeso tanti intellettuali nazionalisti croati, serbi e bosniaci, anche se non ero d’accordo con loro, anzi ero contrario. Se s’incarcera qualcuno per punirlo delle proprie idee, si rischia anche di trasformare persone mediocri in martiri. È il caso di Tudjman, ad esempio.   </p>
<p><strong>Come ha risposto invece l’opinione pubblica croata?</strong><br />
I giornali ultra-nazionalisti hanno alluso alla mia doppia origine, padre russo, madre croata. Per loro ero uno “jugoslavo” che difendeva e difende ancora la ex Jugoslavia, ma queste offese non mi toccano. Sono solo dei rigurgiti nazionalistici di giornali poco seri. Quello che mi rende felice è vedere tanta gente per strada che mi esprime la propria vicinanza. </p>
<p><strong>Tornando alla condanna, cosa si aspetta nelle prossime settimane?</strong><br />
Sono in attesa, ma continuo a ribadire che rimango fedele a tutto quello che ho scritto. Ripeto le parole che ho pronunciato e che hanno causato la condanna. </p>
<p><strong>Lei aveva definito “talebani” sia intellettuali nazionalisti croati, sia serbi.</strong><br />
Oggi si cerca di manipolare quello che ho detto, affermando che ho citato solo autori cattolici croati. Non è vero. Tra questi intellettuali che ho attaccato ci sono tre croati e cinque serbi. </p>
<p><strong>In che modo hanno fomentato il conflitto?</strong><br />
Con i loro scritti, con i discorsi, soprattutto con le loro apparizioni in televisione, alla radio, nei giornali. Hanno stimolato il nazionalismo, non solo in Croazia, ma anche in Serbia. Il quotidiano serbo Politika, una voce libera prima della guerra, aveva trasfigurato nel giro di un anno le sue colonne in una voce del nazionalismo. Lo stesso è accaduto a Zagabria. Una buona parte della stampa è stata marchiata dall’esaltazione della memoria e dei simboli usati nel Paese durante la Seconda guerra mondiale. </p>
<p><strong>Simboli, memoria non condivisa. Che peso hanno avuto nei conflitti degli anni Novanta?</strong><br />
Oltre centomila serbi sono stati eliminati durante la Seconda guerra mondiale dagli ustascia, gettati nelle foibe, uccisi a Jasenovac, un campo simile a Dachau. Dopo la guerra, tanti croati innocenti, che nulla avevano a che fare con il regime di Ante Pavelic, sono stati oggetto di vendette. Lo stesso vale per gli italiani d’Istria. Io ho avuto il coraggio di parlare di tutto questo anche sotto la Jugoslavia, di raccontare dell’Esodo e degli “esodati”, ma anche delle stragi delle camicie nere in Dalmazia. Pochi italiani sanno che quel mostro di Pavelic, un piccolo Hitler, aveva fatto addestrare i suoi peggiori ustascia sull’isola di Lipari. Erano così crudeli da far impallidire perfino gli ufficiali nazisti.</p>
<p><strong>Che reazioni hanno provocato le sue accuse in Serbia, patria di altri “talebani”?</strong><br />
Non ci sono state reazioni forti, anche se il primo serbo della lista era il nazionalista Dobrica Cosic, un vero culto nazionale nel Paese. Solo il settimanale Nin ha risposto, anche in modo abbastanza arguto. Hanno sottolineato che lo scrittore Matvejevic, mezzo russo, mezzo croato, ha un problema d’identità. Non è certo così, per me è un problema morale.</p>
<p><strong>E i talebani croati? Che fine hanno fatto?</strong><br />
Uno lavora come redattore per il giornale ultranazionalista Lettera Croata, uno è tornato in Bosnia, un terzo è romanziere, sempre di estrema-destra. Hanno fatto carriera.</p>
<p><strong>La sua condanna preoccupa e fa nutrire dubbi sulla reale democraticità dei Paesi balcanici, su quanto siano pronti a entrare nell’Unione Europea.</strong><br />
Innanzitutto una guerra non è più possibile, i vari Paesi sono economicamente indeboliti, la gente è esausta. E sono osservati dall’Europa e dal mondo intero, che non permetterà più quello che è successo in passato. I croati stanno facendo di tutto per entrare in Europa. Belgrado invece è divisa, da una parte i nazionalisti che dicono di non aver bisogno dell’Europa, dall’altra una parte colta ed europeista. Come si diceva una volta, è “l’altra Serbia”.</p>
<p><strong>Che farà ora?</strong><br />
Rimarrò in Croazia. Qui sono venuto a finire il mio prossimo libro, Pane nostro, un saggio poetico, teologico, antropologico e sociale, in uscita per Garzanti il primo settembre. Ma sono tornato anche per essere un testimone, per il tempo che mi rimane, di quello che succede nell’Europa dell’Est. Non si tratta di un compito, ma di un destino.</p>


«<a href='http://www.stefanogiantin.net/balkans/se-il-fondo-monetario-abbandona-la-serbia/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Se il Fondo monetario abbandona la Serbia'>Se il Fondo monetario abbandona la Serbia</a><a href='http://www.stefanogiantin.net/interviste/lambasciatore-giffoni-e-il-momento-buono-di-investire/' rel='bookmark' title='Permanent Link: L&#8217;ambasciatore Giffoni: &#8220;E&#8217; il momento buono di investire&#8221;'>L&#8217;ambasciatore Giffoni: &#8220;E&#8217; il momento buono di investire&#8221;</a><a href='http://www.stefanogiantin.net/interviste/intervista-al-generale-castagnotto-eufor/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Intervista al Generale Castagnotto (EUFOR)'>Intervista al Generale Castagnotto (EUFOR)</a></br><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/StefanoGiantin/~4/wU-a3rUDM_w" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>L’Ungheria riparte dal fisco: tre sole aliquote sui redditi</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 20:24:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_645" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2010/06/budapest-metro.jpeg" alt="Budapest, metro (foto: Glideric)" title="budapest-metro" width="500" height="333" class="size-full wp-image-645" /><p class="wp-caption-text">Budapest, metro (foto: Glideric)</p></div>
<p>BELGRADO Un nuovo piano anti-crisi è stato presentato in tutta fretta ieri a Budapest. Obiettivo, riguadagnare la fiducia degli investitori persa dopo il tracollo di venerdì scorso del fiorino e l’effetto-domino sulle Borse europee scatenato da alcune avventate dichiarazioni del governo ungherese. </p>
<p>Gli uomini di Viktor Orban, il neo-insediato premier di centro-destra, avevano impiegato poche ore a riportare il Paese sotto la lente degli speculatori. «La situazione economica è grave, un default non va escluso», aveva dichiarato il portavoce del premier, Peter Szijjarto. «È possibile una crisi di stampo greco», aveva rincarato Lajos Kosa, sindaco di Debrecen e numero due della Fidesz, il partito di maggioranza. Subito dopo, l’immediato crac in Borsa, il crollo del fiorino e le prime smentite. I commenti del governo erano «fuorvianti» per il commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, «sfortunate» per l’economista e segretario di Stato, Mihaly Varga. Troppo tardi. La tempesta sui mercati ancora ieri non si è calmata e la fiducia verso il paziente ungherese ha raggiunto i livelli più bassi dall’inizio della crisi.</p>
<p>Difficile oggi decidere chi abbia ragione, se UE e Fmi o gli uomini della Fidesz. Quello che è certo è che la situazione economica ungherese appare meno allarmante di quanto lo stesso governo di Budapest voglia far credere. «Non sono preoccupato, il governo continuerà nella sua rigida politica fiscale», spiega a Il Piccolo il professor Julius Horváth, decano della facoltà di economia della Central European University. Le imprudenti dichiarazioni di venerdì si devono forse alla «scarsa attenzione verso gli investitori e la stampa internazionale di alcuni membri poco influenti del partito di governo. Pensavano di parlare solo all’opinione pubblica ungherese», spiega Horváth. «La situazione macroeconomica è stabile Non abbiamo alcuna ragione per essere pessimisti», conclude il professore. </p>
<p>I numeri confortano l’opinione di Horvath e fanno pensare che il gabinetto Orban abbia cercato – in maniera maldestra e pericolosa &#8211;  di preparare il terreno a nuovi tagli alla spesa sociale e alle pensioni, senza giocarsi la fiducia di un elettorato forse non del tutto sopraffatto dal virus del populismo. Secondo il governo, il deficit potrebbe toccare il 7,5% del Pil alla fine dell’anno, contro il 3,8% concordato con l’Fmi al momento dello stanziamento dei 20 miliardi di euro che, alla fine del 2008, avevano messo al riparo Budapest da un possibile default. Molto più realistica è la previsione della Banca Nazionale che prevede un meno cupo 4,5% di deficit/Pil. Intanto però gli investimenti (-6,4% nel primo trimestre 2010) e le vendite al dettaglio calano (-4%), mentre risale la disoccupazione. Il numero dei senza lavoro ha toccato l’11,8% ad aprile (+0,4%). Il debito pubblico al 79% del Pil rimane invece ancora sotto la media europea, mentre il prodotto interno lordo tornerà in positivo nel 2011, quando si attende una crescita del 2,8%.</p>
<p>Il piano anti-crisi presentato ieri va in ogni caso nella direzione richiesta dagli investitori internazionali. Il ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsi, ha assicurato un’ulteriore stretta alla spesa pubblica dell&#8217;1-1,5% del Pil per tornare a un rapporto deficit/Pil del 3,8% a fine 2010 e promesso basse aliquote sui redditi per rilanciare i consumi. Secondo Eszter Gargyan, economista di Citi a Budapest, «anche se mancano ancora i dettagli, il governo ha sottolineato oggi l’impegno a mantenere il deficit sotto controllo. Questa è la direzione giusta». E gli investitori, secondo Gargyan, possono stare tranquilli, «le dichiarazioni della settimana scorsa erano dirette all’elettorato interno che nutre molte aspettative verso il nuovo premier. Il governo stava cercando di allontanarsi dalle promesse elettorali populiste e di testare la flessibilità dell’Fmi e dei mercati in relazione al deficit. In ogni caso, Budapest ha già rimesso in sesto il bilancio fiscale e il rapporto debito/Pil si è stabilizzato. Ogni paragone tra Ungheria e Grecia è del tutto esagerato». </p>


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		<title>Lettonia, la “tigre” è sull’orlo del crack</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 10:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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Crolla il Pil
Il Pil di Riga registrerà un -19% nel 2009. Gli ordinativi dell’industria sono scesi anche a luglio: -3,6% [...]

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_635" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.flickr.com/photos/65754265@N00/2360049016/"><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2009/10/2360049016_1582ccf57b-300x264.jpg" alt="La città vecchia di Riga (foto: Desmond Kavanagh)" title="2360049016_1582ccf57b" width="300" height="264" class="size-medium wp-image-635" /></a><p class="wp-caption-text">La città vecchia di Riga (foto: Desmond Kavanagh)</p></div>
<p>Da «tigre economica» a Paese sull’orlo del crack. È bastato un anno di crisi per far perdere gli artigli alla Lettonia e trasformarla, secondo il Nobel per l’economia, Paul Krugman, in una possibile «altra Argentina». </p>
<p><strong>Crolla il Pil</strong><br />
Il Pil di Riga registrerà un -19% nel 2009. Gli ordinativi dell’industria sono scesi anche a luglio: -3,6% rispetto a giugno, uno dei cali più marcati dell’Ue. I consumi finali hanno segnato un -23% su base annua, l’export di beni un -19%, le importazioni -40%. I numeri indicano una «contrazione molto più profonda di quella attesa», come ha dichiarato Dominique Strauss-Kahn, direttore dell’Fmi che, con Bruxelles, ha salvato la Lettonia dalla rovina con un prestito di 7,5 miliardi di euro.</p>
<p>Le cose sono andate storte perché a Riga, fin dall’indipendenza, si è stati costretti a importare dall’estero per far fronte alla domanda di beni e capitali, pagando il disavanzo anche con i proventi della bolla edilizia mondiale, oggi sgonfiata.  Il Paese ha avuto poi «il più rapido boom del credito di tutta l’Europa orientale, il vero traino dell’economia. Oggi questo si è completamente prosciugato», spiega il professor Morten Hansen, capo del dipartimento economico della Stockholm School of Economics di Riga. I problemi maggiori sono ora «la disoccupazione in aumento &#8211; oggi al 17% e la seconda in Europa &#8211; e una politica fiscale che costringe il Paese a tagliare le spese, esacerbando la crisi. Non vedo la luce alla fine del tunnel», afferma Hansen. </p>
<p>«In passato le spese del governo si sono espanse rapidamente e la crisi e i problemi delle banche le hanno rese insostenibili. Adesso l’economia si sta adattando, in modo molto duro, alle nuove condizioni», aggiunge Andrejs Jakobsons, ricercatore alla Riga Business School ed ex economista alla Banca mondiale. Per il 2010, «sarebbe già positivo se il Paese tornasse a una crescita zero», conferma l’economista. </p>
<p><strong>Esplosione baltica</strong><br />
Quello che è certo è che, malgrado le dimensioni, Lettonia, Estonia e Lituania possono provocare, secondo le previsioni del Financial Times, «un’esplosione baltica» e minacciare la ripresa in Europa. «Le banche presenti a Riga sono state aggressive sul fronte del credito. Gran parte dei mutui sono denominati in euro, ma la gente guadagna in valuta locale. Finché il cambio è stabile, nessun problema», spiega Jakobsons, ma se la Lettonia dovesse svalutare la moneta per far ripartire l’export o subisse attacchi speculativi, sarebbero innumerevoli i casi di bad loans pronti a detonare nei bilanci delle banche, in particolare quelle scandinave. «Una svalutazione quasi sicuramente non è vicina, anche perché l’Fmi non lo permette e perché sarebbero enormi i costi sociali per aiutare chi non riesce a ripagare i mutui», auspica Jakobsons.</p>
<p>«Circa il 60% delle banche è di proprietà straniera – in Estonia si arriva al 98% &#8211; e queste erano più che felici di erogare mutui facili», spiega Hansen. Troppo facili? «Hanno prestato troppo, ma ci sono sempre due soggetti a firmare un accordo ed entrambi vanno biasimati. E non dimentichiamo il governo, che ha agito tardi, sebbene fosse stato allertato dall’Fmi, dalla Banca centrale e dagli economisti, tra cui il sottoscritto».</p>
<p><strong>Costi sociali elevati</strong><br />
L’ostacolo maggiore, dopo il prestito dell’Fmi-Ue, è lo scarso margine di manovra che ha «il governo per far ripartire l’economia e contenere la disoccupazione. Hanno speso troppo negli anni di grassa, ora devono solo seguire le istruzioni del Fondo e dell’Ue», afferma Jakobsons, riferendosi al rigido limite al deficit di bilancio, ai pesanti tagli della spesa pubblica, degli stipendi statali e delle pensioni e alla riforma del settore pubblico che, per Hansen, «è triste non si sia fatta prima». </p>
<p>«Il pericolo più insidioso ora è l’instabilità del governo in vista delle elezioni del prossimo anno. Nessuno vuole assumersi la responsabilità di prendere nuove decisioni impopolari, anche se concordate con l’Fmi. Se le tensioni sui tagli al budget continuassero, potrebbero essere a rischio i prestiti internazionali», chiarisce Nils Muiznieks, ex ministro per l’Integrazione sociale e direttore dell’Istituto per la ricerca sociale e politica dell’università di Riga. </p>
<p>«Siamo entrati in un territorio sconosciuto, con riduzioni al bilancio mai viste prima e tagli dei salari fino al 25%, ma senza grandi scioperi perché la gente capisce che non c’è altra scelta. Gli ultratrentenni pensano che, dopo essere sopravvissuti al comunismo e all’iperinflazione dei primi anni Novanta, se la caveranno anche in questa crisi», aggiunge l’ex ministro. Che però fa balenare il rischio «emigrazione dei disoccupati lettoni verso l’Europa», se la ripresa tardasse.</p>
<p><strong>Manodopera specializzata</strong><br />
Potrebbe esserci tuttavia anche una migrazione in senso opposto, quella di imprese straniere allettate dal surplus di manodopera specializzata. Ma difficilmente saranno numerose quelle italiane, già oggi quasi assenti perché «non hanno capito il potenziale della Lettonia, un Paese con competenze specifiche nell’abbigliamento, nella macellazione della carne e nella health technology. Ci sono aziende private che hanno tecnologia e conoscenze per collaborare agevolmente con le nostre imprese, specie con quelle del Nordest», spiega Danilo Loforte, consulente aziendale con una grande esperienza in Lettonia. Anche il commercio di prodotti Made in Italy potrebbe avere successo, ma solo «se fatto bene. I prodotti alimentari italiani in vendita oggi nei supermercati arrivano infatti vecchi dalla Polonia, non direttamente dall’Italia», continua l’analista. Che suggerisce la Lettonia come «scelta strategica in questo momento di crisi. Il Paese è la «spiaggia» della confinante Russia, tutti i prodotti che vi arrivano raggiungono anche Estonia e Lituania. E ha una scolarità superiore alla nostra. Quell’area non a caso era uno dei motori dell’economia sovietica». La speranza è che il motore non si sia inceppato del tutto. «Il Paese uscirà con molta fatica da questa crisi. I soldi della Ue non hanno contribuito allo sviluppo dell’economia di base, non sono finiti alle piccole imprese lettoni. Noi ora abbiamo il credit crunch, la Lettonia ce l’ha sempre avuto».</p>


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		<title>Brice Taton</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 12:34:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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B92 &#8211; Gallery: &#8221;
BELGRADE, 29. 09. 2009.
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«Fotografije starog Beograda: HD edicija «  UnkoolDottor Dabic e mister Karadzic

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BELGRADE, 29. 09. 2009.<br />
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		<title>Rallenta la caduta del Pil in Croazia</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 10:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_629" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.flickr.com/photos/25767209@N02/2935505958/"><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2009/09/318777815_43633e8acc1-300x199.jpg" alt="Zagabria (foto: marin.tomic)" title="318777815_43633e8acc" width="300" height="199" class="size-medium wp-image-629" /></a><p class="wp-caption-text">Zagabria (foto: marin.tomic)</p></div>
<p>ZAGABRIA Migliora lo stato dell’economia croata, almeno secondo le stime ufficiali. Secondo un rapporto pubblicato dal ministero delle Finanze di Zagabria, il Pil scenderà quest’anno del 5%, ma nel 2010 la crescita sarà dello 0,5% e del 3% nel 2011. Al tre per cento è prevista anche l’inflazione, mentre il rapporto deficit statale/Pil – requisito importante per l’avvicinamento della Croazia agli standard dell’Ue – scenderà al 2,3% nel 2010 dal 2,9 di quest’anno. Per il dicastero delle Finanze, la ripresa nel 2010 e la stabilità dei conti va attribuita anche alle nuove politiche fiscali del governo, i cui effetti, secondo il premier Jadranka Kosor, «saranno evidenti solo l’anno prossimo».</p>
<p>Ma sono in molti a non fidarsi troppo delle valutazioni dell’esecutivo, «opportunistiche, perché cercano di creare un clima d’ottimismo, non so quanto fondato», spiega Hrvoje Stojic, capo analista alla banca Hypo Alpe-Adria, che prevede invece un Pil al -2% nel 2010 e un +1,8 nel 2011. Per Stojic, il possibile segno meno dipende «dal calo continuo dei consumi, degli investimenti pubblici e privati, dal processo di deleverage, dall’incertezza dei mercati globali sui tassi di interesse a lungo termine e anche dalla sostenibilità della ripresa nei maggiori partner commerciali croati», in primis Italia e Germania.</p>
<p>«Non sono per nulla ottimista. Più che una crescita dell’economia, ci aspetta una stagnazione», gli fa eco Bruno Coric, macroeconomista all’Università di Spalato. La crisi economica «ci ha colpiti così duramente per colpa di problemi strutturali interni. Il settore finanziario ha tenuto bene, anche grazie agli sforzi della Banca centrale, ma non possiamo dire lo stesso delle finanze pubbliche e dell’economia reale», puntualizza Coric. Più ottimista Radmila Jovancevic, professoressa di macroeconomia all’università di Zagabria: «la caduta del Pil sta rallentando e spero che dalla prima metà del 2010 arrivi la ripresa».</p>
<p>I dati macroeconomici non fanno però ben sperare. Il Pil nel secondo trimestre si è contratto del 6,3% rispetto allo stesso periodo del 2008, in miglioramento rispetto al -6,7% del primo trimestre. Gli Ide sono in calo già da due anni: nel 2008 si era registrato un -10% su base annua e nei primi sei mesi del 2009 sono arrivati solo 900 milioni di euro rispetto ai 3,3 miliardi dell’intero 2008. Il debito estero ha intanto raggiunto l’87% del Pil¬. La produzione industriale cala costantemente da dieci mesi: -9% a luglio su base annua. In rosso anche il turismo: -6% gli arrivi nel 2009 e le valutazioni parlano di un -10% d’entrate, un fattore penalizzante per un’economia che basa un quinto del suo Pil sulle attività turistiche. Precipitano anche esportazioni e importazioni: rispettivamente -18% e -26% nel primo semestre. E scendono i consumi: -17% da gennaio e tra 20 e 50% in meno per i bar, colpiti anche dalla legge anti-fumo, ora in via di drastico ridimensionamento su pressione dei gestori dei locali. </p>
<p>Nel frattempo aumenta la disoccupazione (14,2%), in particolare quella giovanile – al 26,4% &#8211; dato inferiore solo a quello spagnolo e lituano e in crescita. Dopo la terza revisione del budget, voluta dal premier Kosor, sono stati tagliati, tra le altre voci, anche i finanziamenti per l’assunzione di giovani fino a 25 anni con bassa professionalità. </p>
<p>Le revisioni del bilancio – in parte «inefficaci» secondo Standard &#038; Poor’s – e le recenti imposte «anti-crisi» potrebbero comunque non bastare a riportare in carreggiata Zagabria. «Il governo non può risolvere tutti i problemi in questo modo, deve riformare l’intero sistema tributario e combattere la corruzione e l’evasione fiscale», auspica Jovancevic. «Più che revisioni di budget, abbiamo avuto delle riduzioni delle spese. Ma in recessione, quando tagli la spesa, rendi più severa la crisi. La Croazia non ha avuto scelta per colpa del forte indebitamento, ma tagliare il budget tre volte in un anno dice molto sulla qualità dell’amministrazione pubblica e sulla serietà delle politiche del governo», sottolinea Coric.</p>
<p>Per il macroeconomista, il Paese ha bisogno di riforme strutturali e di ridurre «l’eccessivo peso dello Stato nell’economia – non solo per l’elevata pressione fiscale, ma anche per le interferenze nelle decisioni del settore privato e per i limitati controlli sul budget delle imprese a controllo pubblico. Ma il governo si augura solo che sia la ripresa in Europa e nel mondo a far ripartire l’economia. L’unica cosa positiva rimane la risoluzione della questione confinaria con la Slovenia». Che &#8211; si spera – restituirà ottimismo e favorirà l’afflusso di più robusti investimenti esteri.</p>


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		<title>Russia fuori del tunnel ma resta l’incognita petrolio</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2009 10:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rallenta il crollo del Pil russo – ma è comunque un -10,9% su base annua nel secondo trimestre 2009 &#8211; e insieme migliorano le previsioni del governo per il 2010. Per il premier Putin i segnali di una ripresa sono però «molto timidi» e appesi al valore del petrolio, il pilastro della ricchezza di Mosca.
Pil [...]

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_616" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://www.flickr.com/photos/70561184@N00/1455640589/"><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2009/09/St.-Basils-stripes1.jpg" alt="Mosca (foto: Andrei Z)" title="St. Basil&#039;s stripes" width="500" height="468" class="size-full wp-image-616" /></a><p class="wp-caption-text">Mosca (foto: Andrei Z)</p></div>
<p>Rallenta il crollo del Pil russo – ma è comunque un -10,9% su base annua nel secondo trimestre 2009 &#8211; e insieme migliorano le previsioni del governo per il 2010. Per il premier Putin i segnali di una ripresa sono però «molto timidi» e appesi al valore del petrolio, il pilastro della ricchezza di Mosca.</p>
<p><strong>Pil -8,5%</strong><br />
Il Pil nel 2010 crescerà di un +1,6% secondo le ultime previsioni del Ministero per lo Sviluppo economico, che però non corregge il drammatico dato di un -8,5% alla fine del 2009. La recessione si spiega con «il prosciugamento del credito e con la caduta dei prezzi del petrolio, un fattore molto penalizzante per l’economia russa, per gli investimenti e le entrate dello Stato. L’effetto domino positivo degli ultimi otto anni – dall’estrazione al manifatturiero &#8211; si è rovesciato», spiega Natalya Volchkova, economista al Centro per la ricerca economica e finanziaria (CEFIR), riferendosi alla fine dell’epoca d’oro degli alti prezzi delle materie prime e del credito facile.</p>
<p>«La dipendenza dagli idrocarburi è la ragione principale della debolezza economica e politica del Paese», puntualizza Volchkova: «la volatilità dei prezzi del greggio rende instabile l’economia e rischiosi gli investimenti. Il governo dovrebbe diversificare la struttura produttiva per rendere più fluido lo sviluppo economico e riprendere le riforme», accantonate negli anni del boom.<br />
Anche senza un intervento coordinato del tandem Medvedev-Putin – il primo a favore del risanamento del bilancio, il secondo pro-stimoli fiscali, molto criticati dall’Fmi, ed entrambi possibili futuri avversari alle presidenziali del 2012 &#8211; la Russia sembra essere uscita dal periodo più buio della crisi. La produzione industriale ha registrato un -10,8% a luglio su base annua, con un +5% rispetto a giugno. Aumentano anche i volumi dei trasporti su ferro, mentre gli ammortizzatori sociali hanno frenato la flessione delle vendite al dettaglio: -3,8% da gennaio. Il rublo ha perso circa il 25% del suo valore in un anno, «ma un altro crollo non è imminente», spiega Oleg Zamulin, professore alla New Economic School. Le cose potrebbero però cambiare «se i prezzi del petrolio scendessero nei mesi prossimi e se ci dovesse essere una forte espansione della liquidità del sistema e un aumento dell’inflazione per le forti somme investite dal governo nelle misure anticrisi e per la spesa sociale».</p>
<p>Il problema del deficit di bilancio, dovuto alle robuste iniezioni di denaro nel sistema economico – al 9,4% quest’anno e al 7,5% nel 2010 &#8211; «sarà ampio nei prossimi anni, ma non causerà seri problemi macroeconomici», continua Zamulin. «Ci aspettano in ogni caso diversi anni di stagnazione o una crescita molto lenta verso i livelli del 2008», prevede l’economista. «Il governo sta passando da una «gestione manuale» della crisi a un approccio più strutturale, ma la recessione non ha ancora ripulito l’economia dalle industrie meno efficienti e migliorato la competitività del sistema. E molto, come già detto, dipenderà dai prezzi del petrolio», conclude Volchkova.</p>
<p><strong>Un Paese su cui scommettere</strong><br />
Malgrado la crisi rimanga acuta, per l’imprenditoria straniera «le prospettive sono molto buone. Nell’ultimo decennio, la Russia è stato il mercato più dinamico per l’export italiano, il cui volume è aumentato di sei volte, fino a 10,5 miliardi di euro e che vale il totale di quelle verso la Cina e il Giappone messi assieme. E il 90% del nostro export è fatturato da Pmi», spiega Roberto Pelo, direttore dell’ufficio Ice di Mosca, che rileva come «interi comparti produttivi italiani &#8211; calzature, arredo-legno, abbigliamento, ma anche meccanica &#8211; hanno trovato in Russia un mercato che ne ha garantito sopravvivenza e sviluppo».</p>
<p>Un mercato «ancora importante e attivo. La Russia si riprenderà molto prima di altri Paesi, grazie agli elevati prezzi delle materie prime esportate. La tassazione sull&#8217;utile e sulle persone fisiche rimane tra le più basse e questo, per un imprenditore, è un vantaggio», sottolinea Antonio Piccoli, direttore di GIM-Unimpresa e capo rappresentanza della veneta Pavan S.p.A, leader negli impianti per l&#8217; industria alimentare, dal 1990 in Russia. «Da giugno l’economia è ripartita, seppure lentamente, con modesti ma positivi incrementi del Pil. Il prossimo anno si prevede una crescita minima del 3%. Sulla Russia si può ancora scommettere», gli fa eco Pelo.<br />
Ma oggi il panorama non è del tutto roseo. Gli alti dazi doganali mirati a ridurre le importazioni, ma anche «la distribuzione e certificazione dei prodotti e macchinari importati sono in cima alla lista dei problemi degli esportatori italiani», spiega Piccoli. «E altri fattori possono incidere negativamente sull&#8217;attività: i permessi di lavoro e i visti, la scarsa conoscenza di lingue straniere, la burocrazia, la corruzione ancora abbastanza diffusa – ma il governo sta lavorando per migliorare la situazione», chiarisce Piccoli.</p>
<p>E la Russia, rispetto ad altri in declino, ha ancora un buon bilanciamento fra problemi e «molteplici vantaggi. Il Paese ha un mercato assolutamente non saturo per la domanda di beni di consumo e strumentali, è lo Stato più esteso al mondo, con una popolazione in decrescita, ma con un potere d’acquisto in aumento, malgrado la crisi», afferma Luisella Lovecchio, membro del direttivo di IC&#038;Partners e una ventennale esperienza nel Paese. Esportare il Made in Italy è un business da non sottovalutare, anche per le aziende del Triveneto, «che hanno compreso la strategicità e il potenziale della Russia», mentre «la produzione in loco è per le aziende più strutturate, perché lo sforzo organizzativo per entrare sul mercato russo non è semplice, soprattutto per le Pmi». Per il futuro, «c’è stato e ci sarà un ridimensionamento dell’economia e di un sistema bancario polverizzato e poco capitalizzato, ma anche dei patrimoni di alcuni magnati e speculatori locali. La bolla immobiliare si è in parte sgonfiata. Sarei tentata di dire che, per certi aspetti, va bene così: è stata fatta un po’ di pulizia».</p>


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		<title>Recession Job Losses: 3 Views | The Big Picture</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 14:04:22 +0000</pubDate>
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		<title>Bulgaria:crolla il Pil, investitori in ritirata</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 10:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_609" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2009/09/old-plovdiv-300x207.jpg" alt="Plovdiv (foto: Emilofero)" title="old plovdiv" width="300" height="207" class="size-medium wp-image-609" /><p class="wp-caption-text">Plovdiv (foto: Emilofero)</p></div>
<p>Crollo del Pil, investitori in ritirata e un nuovo esecutivo di centrodestra al potere. È al populista Boyko Borissov, in carica da luglio, che la Bulgaria si affida per uscire dalla crisi. In precedenza sindaco di Sofia, guardia del corpo dell’autocrate comunista Zhivkov e dell’ex re e premier Simeone – che lo promuoverà a segretario agli Interni, lanciandone la carriera politica &#8211; Borissov promette lotta serrata alla corruzione e agli sprechi dell’apparato statale.</p>
<p><strong>Pil in calo</strong><br />
Mentre Sofia attende il repulisti promesso dal premier, il Pil bulgaro non si risolleva: -6,3% nel 2009 e nessuna ripresa nel 2010, dopo «una recrudescenza della crisi quest’autunno e un miglioramento tra la prossima primavera e l’estate», secondo il ministro delle Finanze, Simeon Djankov, ex capo economista alla Banca Mondiale e superesperto di programmi anticrisi.<br />
La recessione ha colpito Sofia per colpa del calo dell’export verso l’Europa, ma anche perché la Bulgaria «non è riuscita a creare un ambiente ideale per attirare gli investitori, un problema a lungo termine e uno dei motivi per cui il Paese è il più povero dell’Ue», spiega Georgi Angelov, autorevole economista all’Open Society Institute. «Gli investitori non si lamentano dei profitti o delle tasse – le più basse in Europa &#8211; ma dell’affidabilità del sistema giudiziario e specialmente della corruzione», aggiunge Velin Peev, economista all’Institute for Market Economics. Gli investimenti esteri registreranno un -50% nel 2009 &#8211; da 6,2 a 3 miliardi di euro &#8211; innanzitutto a causa del crollo del mattone. L’edilizia è al palo e tedeschi, scandinavi e inglesi &#8211; che avevano favorito l’esplosione della bolla immobiliare nel 2005-2007 – stanno ora svendendo le loro proprietà. </p>
<p>Ma oggi a Sofia il timore maggiore è il deficit di bilancio: +30% rispetto al 2008 la spesa pubblica. La colpa, secondo Borissov, è dell’ex premier socialista Stanishev. «Dopo anni di ottime politiche fiscali e di bilancio, a cavallo delle elezioni è esploso il disavanzo», spiega Angelov. «Solo a luglio, il deficit è stato di 250 milioni di euro, il più alto di sempre. Immaginate cosa può accadere se si va avanti così per mesi e mesi. Faremo bancarotta prima della fine dell’anno», conclude l’economista. </p>
<p>«Il primo mese di governo è però incoraggiante: tagli alle spese per 600 milioni di euro e totale sostegno popolare», aggiunge Angelov. L’esecutivo tenta di «ridurre la spesa pubblica e di migliorare la raccolta delle tasse. Non ci saranno problemi sociali perché non dovrebbero essere toccate le pensioni e perché la deflazione in atto ha fatto aumentare il potere d’acquisto dei pensionati», prevede Peev.</p>
<p>Rimane da vedere per quanto tempo la pace sociale sarà garantita. Le vendite al dettaglio sono crollate del 10,5% da gennaio, un segnale di sofferenza dei bilanci familiari. E anche il sistema ospedaliero è in profondo rosso: secondo il quotidiano Dnevnik, ha un buco di 200 milioni di euro, con un milione di bulgari che non riesce a pagare l’assicurazione sanitaria.</p>
<p><strong>Italia in prima fila</strong><br />
Sul fronte dell’imprenditoria nostrana, «oltre a Sofia e Plovdiv, molte aree del Paese sono costellate di stabilimenti produttivi di società italiane e italo-bulgare», spiega Paolo Castagna, vice direttore dell’ufficio ICE di Sofia. Malgrado la crisi, «nella prima metà del 2009, abbiamo riscontrato un accresciuto interesse verso il Paese, in parte attribuibile alla ricerca di nuove prospettive di sviluppo da parte delle aziende italiane in un momento di stagnazione dei mercati», sottolinea Castagna. Ma già in passato le imprese italiane «avevano colto le occasioni che il Paese offre, come gli incentivi a favore degli investimenti e dell&#8217;attività economica, le agevolazioni in materia d’acquisto del diritto di proprietà, i sostegni finanziari per le infrastrutture e per la qualificazione professionale degli occupati e un&#8217;imposta sulle società al 10%, azzerata &#8211; a determinate condizioni &#8211; nelle regioni ad alto tasso di disoccupazione», puntualizza Castagna. </p>
<p>La Bulgaria offre anche una «manodopera ai prezzi più bassi dell’area, un fattore che in passato ha favorito una forte delocalizzazione», aggiunge Roberto Corciulo, presidente di IC&#038;Partners &#8211; consorzio di studi professionali che aiutano le imprese a internazionalizzarsi verso l’Est. Ma non è solo il taglio dei costi ad attrarre gli imprenditori. Negli ultimi anni, afferma Corciulo, «si sono sviluppate delle attività importanti sul territorio, sia di servizi – come Amga e Acegas – sia di produzione, come la Rigoni di Asiago, che ha fondato la sua rinascita proprio in Bulgaria dopo il crollo del Muro e oggi controlla e coltiva 300 ettari di terreni biologici». Per il futuro, Corciulo suggerisce a chi vuole investire nel Paese «di ragionare sulle proprie finalità. Se un’azienda ha problemi a trovare personale in Italia, la Bulgaria può offrire ancora delle buone opportunità, soprattutto fuori Sofia, dove lo stipendio è sui 120-150 euro al mese. Ma la manodopera specializzata è rara e i costi non sono più competitivi rispetto ad esempio alla Cina, anche nel settore meccanico, quello forse al momento più interessante».</p>
<p>Chi invece già opera in Bulgaria «ha certamente risentito della drastica riduzione della domanda nell’Europa Occidentale. L’impatto maggiore si è avuto nell’industria, mentre chi ha investito nei servizi ha tenuto, se non incrementato il giro d’affari», spiega Massimo Bartocci, presidente del Comitato Consultivo dell’Imprenditoria Italiana in Bulgaria (CCIIB), oltre 200 associati attivi e osservatorio privilegiato sull’economia bulgara. Sul futuro, Bartocci è ottimista. La Bulgaria è «un Paese sano, ha adeguati fondamentali economici, un sistema bancario solido ed è un ponte verso l’intera regione balcanica. La crisi potrebbe perfino avere un aspetto positivo, consentendo alla Bulgaria di maturare ed elaborare nuove strategie di crescita». </p>


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		<title>Vewd, a documentary photography magazine</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 18:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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&#8220;Vewd is a documentary photography magazine that aims to continue the tradition of storytelling through an ever evolving visual medium. Launched in early 2008, Vewd is committed to bringing to the forefront versatile essays from up and coming but largely unknown photographers throughout the world. The photographs on Vewd and their accompanying stories show the [...]

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<p>&#8220;<strong><a href="http://vewd.org/">Vewd</a></strong> is a <strong><a href="http://vewd.org/index.php/photo/about">documentary photography magazine</a></strong> that aims to continue the tradition of storytelling through an ever evolving visual medium. Launched in early 2008, <strong>Vewd</strong> is committed to bringing to the forefront versatile essays from up and coming but largely <strong>unknown photographers</strong> throughout the world. The <a href="http://vewd.org/index.php/photo">photographs</a> on <strong>Vewd</strong> and their accompanying stories show the complexity of this world we live in today in a way that main- stream media fails to&#8221;.</p>


«<a href='http://www.stefanogiantin.net/blog/youtube-home-english-with-subtitles/' rel='bookmark' title='Permanent Link: YouTube &#8211; HOME (English with subtitles)'>YouTube &#8211; HOME (English with subtitles)</a></br><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/StefanoGiantin/~4/SM882dWp_yk" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Measuring economic growth from outer space | vox</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 07:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Giantin</dc:creator>
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Measuring economic growth from outer space &#124; vox &#8211; Research-based policy analysis and commentary from leading economists: &#8220;GDP data is often poorly measured, especially for sub-Saharan Africa. This column shows that satellite data on lights at night can be used to enhance the quality of GDP growth measures. Using rainfall and satellite data, it also [...]

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2009/09/eastern_europe1992-2002_colorfig11.jpg" alt="eastern_europe1992-2002_colorfig1.jpg" border="0" width="300" height="178" /></p>
<p><a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/3929">Measuring economic growth from outer space | vox &#8211; Research-based policy analysis and commentary from leading economists</a>: &#8220;<strong>GDP data</strong> is often poorly measured, especially for sub-Saharan Africa. This column shows that <strong>satellite data on lights at night can be used to enhance the quality of GDP growth measures</strong>. Using rainfall and satellite data, it also shows that growth of immediate agricultural hinterland of a sub-Saharan city spurs growth of the city.&#8221;</p>


«<a href='http://www.stefanogiantin.net/unpublished/an-economic-tsunami-in-eastern-europe/' rel='bookmark' title='Permanent Link: An economic tsunami in Eastern Europe'>An economic tsunami in Eastern Europe</a></br><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/StefanoGiantin/~4/cZ8wuUr1ljg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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