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	<title>Storia minuta</title>
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	<description>Un blog curato da Adriano Maini</description>
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		<title>La Resistenza a Firenze in un articolo di &#8220;Rinascita&#8221; del 1954</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 08:14:12 +0000</pubDate>
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<p>Importante è anche un articolo [su &#8220;Rinascita&#8221;, rivista del Partito comunista] sulla liberazione di Firenze &lt;218, che nell’intenzione dell’autore, Orazio Barbieri, protagonista dell’evento, va a colmare una lacuna: nelle scuole non sarebbe, infatti, affrontato quello che viene ritenuto «uno dei più belli episodi vittoriosi di lotta armata popolare contro i tedeschi» &lt;219. A tale proposito viene in rilievo una differenza che affonda le sue radici nelle origini del PCI, facendo riferimento a quel cambiamento del paradigma rivoluzionario che impose un ripensamento delle classiche categorie del marxismo-leninismo, a cui si è fatto riferimento nel primo capitolo. La differenza in questione è fra “simbolo” e “modello”, di Georges Haupt, che si ritrova quando Gramsci formula le strategie per l’elaborazione di una cultura operaia. Ci si riferisce, cioè, a come un certo evento storico entri a fare parte dell’immaginario comunista. Se vi entra come “simbolo” vi entra come «bandiera […] un oggetto di professione di fede» in vista dell’inevitabile rivoluzione finale; ci si limita, cioè, a ricordare. Se vi entra come “modello” vi entra invece come qualcosa di più ricco e sfumato, come un esempio &lt;220; non vi è dunque solo il ricordo agiografico, ma anche il ragionamento attorno a quell’evento. Nell’articolo viene descritto che a Firenze, come a Roma, si partiva da una condizione di isolamento del PCI e di privazione, per le masse popolari, di una guida che portasse all’insurrezione. Si parla di un comunista, Giuseppe Rossi, che offrì le coordinate d’azione: egli fu in grado di guidare i comunisti del CTLN [CLN della Toscana], fu in grado «di comprendere gli alleati politici, seppe proporre e fare accettare la linea politica giusta per lo sviluppo della lotta in Toscana» &lt;221. Dopo l’8 settembre l’adesione dei fiorentini e dei toscani in genere fu vasta, e i primi a mobilitarsi furono i comunisti, seguiti da soldati, operai, artigiani e contadini, che cominciarono a lottare a prescindere dalla fede politica. Tuttavia, la mobilitazione non fu appunto semplice, e anche qui a Firenze un’azione iniziale di scossa la ebbero i GAP. Le rappresaglie dei fascisti furono dure: ad esempio, seguendo un metodo che sarà prassi per i nazi-fascisti, fucilarono alle Cascine, all’alba del 2 dicembre, cinque antifascisti, già detenuti al carcere delle Murate. Anche gli scioperi organizzati in tutta la Toscana portarono a dure risposte, ma quei massacri vengono descritti come inefficaci e, anzi, come la ragione di una lotta ancora più serrata da parte del popolo. Fu a Firenze che vi fu l’esecuzione di una delle figure più importanti del regime, il filosofo Giovanni Gentile, e sui monti dell’appennino tosco-emiliano le formazioni partigiane combattevano degli scontri sanguinosi. «Oramai tutto il popolo, tutti gli operai entravano nella lotta, incitati all’unità anche dalle proposte di Togliatti per un governo nazionale» &lt;222 scrive Barbieri. E con l’attività dei GAP nella città, e il successo delle brigate partigiane si facevano sempre più crudeli le rappresaglie. Viene riportato un appello dell’Azione comunista al popolo fiorentino a non credere alle dichiarazioni dei tedeschi su una Firenze città aperta, e di lottare senza compromessi con coloro che vengono definiti «le iene tedesche» &lt;223 dallo stesso Barbieri successivamente nell’articolo. Con il volgere della situazione a sfavore dell’Asse, le misure di sicurezza dei nazifascisti si fanno più stringenti: il 29 luglio con un’ordinanza obbligano i cittadini ad abbandonare le proprie case nella riva destra dell’Arno; successivamente si ritirarono in quella parte, minando i ponti e portando ad ingenti danni; il 3 agosto viene proclamato lo stato d’assedio e viene impedito ai cittadini di uscire di casa, «neanche per seppellire i morti» &lt;224. Come già detto fu lo stesso Orazio Barbieri ad essere testimone di questo clima che descrive come apocalittico, mettendo in risalto tutta la distruzione che i nazi-fascisti avevano portato a Firenze e al suo patrimonio storico, e fu testimone della liberazione: conosceva Luigi Potente, comandante garibaldino, che viene descritto «nella sua camicia rossa e in pantaloni corti» &lt;225, che elaborò e sottopose agli Alleati (che gli avevano ordinato di smobilitare la formazione) un piano per liberare Firenze. Lo stesso Potente morì a causa dei colpi tedeschi l’8 agosto. Barbieri scrive, richiamando ancora gli abiti garibaldini, che «sulla sua camicia rossa, sgorgavano fiotti di sangue […] Il comandante dei partigiani fiorentini era caduto» &lt;226. La divisione venne chiamata “Potente” in suo onore, e fu questa, assieme alle brigate “Matteotti” e “Giustizia e Libertà” a respingere i tedeschi oltre il Mugnone e a liberare Firenze. La storia della liberazione di Firenze ha una portata nazional-popolare, ed è “modello”, esempio virtuoso che dovrebbe essere tramandato ed insegnato per Barbieri. Queste osservazioni vengono alla luce in un momento in cui le conquiste della Resistenza sembravano non essere al sicuro, come lo stesso ruolo dei comunisti nella società italiana, con un sistema internazionale ormai rigidamente diviso in due blocchi e i primi, impensabili nel partito del centralismo democratico, contrasti alla linea di Togliatti.<br>[NOTE]<br>218 Orazio Barbieri, La leggendaria liberazione di Firenze ad opera del popolo fiorentino, in «Rinascita», anno XI, n. 7<br>219 Ivi, p. 457<br>220 Alessio Gagliardi, “Nella crisi dei vent’anni, Analisi del tempo presente e cultura politica tra le due guerre”, in Il comunismo italiano nella storia del Novecento, a cura di Silvio Pons, Viella, 2021, p. 59<br>221 Orazio Barbieri, La leggendaria liberazione di Firenze ad opera del popolo fiorentino, p. 457<br>222 Ivi, p. 458<br>223 Ivi, p. 459<br>224 Ibidem<br>225 Ivi, p. 460<br>226 Ibidem<br><strong>Jacopo Cascia</strong>, <em>L&#8217;egemonia culturale del PCI, Resistenza e Risorgimento nella stampa comunista degli anni cinquanta</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024</p>
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		<title>Il CLN della Toscana preparava l&#8217;insurrezione</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Feb 2026 10:03:34 +0000</pubDate>
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<p>Mentre i fascisti cercavano di consolidare il proprio potere nell&#8217;amministrazione e nella via pubblica, il CTLN [il CLN della Toscana] proseguiva nella sua opera. Nei mesi precedenti al gennaio del 1944, il CTLN lavorò per stabilire le direttive principali che avrebbe assunto in caso di necessità di un&#8217;insurrezione popolare. Si decise che il governo provvisorio del quale il CTLN sarebbe stato il garante sarebbe stato costituito da tre rappresentanti per ognuno dei partiti suoi membri, che avrebbe assunto tutti i poteri civili e militari e che, da quel momento, nessuna altra autorità al di fuori di quelle poste alle sue dipendenze sarebbe stata riconosciuta. Tali iniziative sarebbero state poi sottoposte alla Costituente italiana e solo essa avrebbe poi potuto decidere se adottarle o rattificarle. IL CTLN sottoscrisse una serie di provvedimenti programmatici. Il primo sosteneva la necessità di dare alla popolazione italiana gli strumenti per formare un&#8217;Assemblea Costituente per poter poi, attraverso essa, decidere la forma istituzionale da assumere. Il secondo provvedimento puntava alla proclamazione dell&#8217;uguaglianza e il ripristino delle libertà di stampa, di associazione, di culto, di riunione e altre, considerate basilari e fondanti; mentre il terzo indicava l&#8217;impegno di stabilire i modi e le forme da tenersi nei confronti dell&#8217;epurazione degli elementi fascisti. Il quarto ed ultimo consisteva nella dichiarazione di solidarietà e di contributo nella lotta con il resto dell&#8217;Italia ancora occupata. &lt;52 L&#8217;attuazione di tali provvedimenti dovette però essere rimandata di qualche mese in relazione all’andamento della situazione bellica.<br>Grazie all&#8217;impegno di alcuni azionisti e liberali, nel febbraio &#8217;44 iniziarono delle riunioni per la ricostituzione del Comando Militare Unico, a cui però i comunisti, che tendevano a lavorare in autonomia, non volevano aderire. In realtà anche gli altri partiti svolgevano azioni militari autonomamente secondo la direzione dei loro rispettivi Comandi, sebbene esse fossero in linea secondo le direttive politiche del CTLN e informandone quest&#8217;ultimo. Nel marzo si costituì almeno nominalmente il Comando Unico, di cui erano membri: il ten. col. di complemento Nello Niccoli (PdA); un ufficiale effettivo di aereonautica, Nereo Tommasi (DC); il mag. Effettivo dell&#8217;esercito, Achille Mazzi (PLI); Gino Menconi (PCI, verrà sostituito successivamente da Luigi Gaiani). Nel maggio vi entrarono a far parte anche i socialisti, rappresentati dal cap. di complemento Dino Del Poggetto. Questo organismo entrò in piena operatività nel giugno del 1944, dopo la creazione del Corpo Volontari della Libertà (CVL) e l&#8217;uniformazione dei comunisti al rispetto delle decisioni prese in sede nazionale. &lt;53<br>Le azioni militari si basavano sulle informazioni raccolte dai vari partiti e trasmesse al CTLN. Molte di queste vennero trasmesse agli Alleati da radio clandestine, come la radio Co.Ra (Commissione Radio) costituita da Partito d&#8217;Azione, attiva dal febbraio-marzo del 1944. Tra il gennaio e il giugno del 1944, vi furono inoltre molti attentati ad opera sopratutto dei gappisti comunisti. Ad essi seguivano spesso le risposte di rappresaglie fasciste. Tra gli obiettivi vi era anche Mario Carità, trasferitosi col suo RSS in via Bolognese a Firenze, resosi tristemente famoso per la ferocia degli interrogatori che si svolgevano all&#8217;interno della cosiddetta &#8220;Villa Triste&#8221;. Ma tale attentato non riuscì mai: egli era molto prudente e era sempre accompagnato da due militi armati. Tra i gappisti più famosi ricordiamo Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci. A quest&#8217;ultimo venne attribuita la guida dell&#8217;azione del gruppo di gappisti che portò alla morte di Giovanni Gentile, il 15 aprile. L&#8217;evento per l&#8217;importanza della vittima ebbe un notevole impatto sulla stampa e sugli stessi fascisti. Tra i sospetti vi era anche lo stesso Carità, che avrebbe potuto avere come movente il timore che il filosofo ne denunciasse i metodi violenti a Mussolini. &lt;54 In aprile, oltre che sull’omicidio Gentile, le forze del CTLN si divisero sul riconoscimento del terzo governo Badoglio, successivo alla svolta di Salerno compiuta da Togliatti. Azioni e socialisti furono contrari, democristiani e comunisti favorevoli. Ma le diverse forze mantennero al tempo stesso l’unità nella lotta. Gli arresti e le uccisioni dei membri principali della Resistenza si resero via via sempre più frequenti. Ricordiamo l&#8217;arresto di Bruno Fanciullacci, piantonato dai fascisti nell&#8217;ospedale in via Giusti, ma che riuscì a fuggire grazie a un&#8217;azione rocambolesca dei compagni: arrestato nuovamente nel mese di luglio, fu condotto a Villa Triste dove trovò la morte lanciandosi da una finestra durante l&#8217;interrogatorio. Altro duro colpo fu l&#8217;arresto nel maggio 1944 di Anna Maria Enriques Agnoletti, facente parte del Movimento cristiano sociale. Anche lei sarà condotta a Villa Triste e fucilata a Cercina il 12 giugno 1944. &lt;55<br>Dopo la liberazione di Roma e la conseguente rapida avanzata Alleata in Toscana, crebbe nei nazifascisti la rabbia per la consapevolezza della prossima sconfitta. Essi intensificarono la repressione di qualsiasi nucleo partigiano, le distruzioni e le razzie. Iniziarono anche le fughe verso Nord, come quella del magg. Carità o dello stesso Manganiello. Contemporaneamente, il CTLN rese operative quelle iniziative che aveva elaborato già precedentemente per porsi al governo di Firenze e, soprattutto, della direzione dell&#8217;insurrezione popolare per la liberazione della città prima dell&#8217;arrivo degli Alleati. Così, dopo il riconoscimento del CVL e la piena operatività del Comando militare unico, la Resistenza toscana si preparò strategicamente.<br>[NOTE]<br>52 Cfr. AGNOLETTI E. ENRIQUES, La politica del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, in «Il Ponte», n.5, agosto 1945, pp. 414-429, p. 420.<br>53 Cfr. FRANCOVICH C., La Resistenza a Firenze, cit., pp. 152-153.<br>54 Cfr. BARBIERI O., I ponti sull&#8217;Arno, cit., pp. 147-152 e FRANCOVICH C., La Resistenza a Firenze, cit., pp.184-188.<br>55 Cfr. BARBIERI O., I ponti sull&#8217;Arno, cit., p. 157.<br><strong>Francesca Cosseddu</strong>, <em>L&#8217;archivio di Carlo Campolmi. Inventario (1939-1964)</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2015-2016</p>
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		<title>Nel 1963 il giornale &#8220;L&#8217;Ora&#8221; preparava un&#8217;altra inchiesta sulla mafia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 08:27:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«L’Ora» accolse calorosamente la mozione con cui il 30 marzo 1962 l’Assemblea regionale chiese al Parlamento l’istituzione di una Commissione d’inchiesta. «Col solenne voto di ieri» &#8211; scrisse Nisticò [Vittorio Nisticò, direttore del giornale] &#8211; «[…] si suggella una lotta lunga e aspra alla quale siamo fieri di aver dato un concreto contributo e che [&#8230;]]]></description>
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<p>«L’Ora» accolse calorosamente la mozione con cui il 30 marzo 1962 l’Assemblea regionale chiese al Parlamento l’istituzione di una Commissione d’inchiesta. «Col solenne voto di ieri» &#8211; scrisse Nisticò [Vittorio Nisticò, direttore del giornale] &#8211; «[…] si suggella una lotta lunga e aspra alla quale siamo fieri di aver dato un concreto contributo e che per molti anni ha visto impegnate, spesso in una solitudine quasi eroica, le organizzazioni sindacali, i partiti popolari, le forze migliori del popolo siciliano» &lt;436. Il giornale recepì giustamente l’unanime invocazione dei deputati siciliani come un successo: d’altronde la grande inchiesta del ’58 costituì il punto di partenza per tutto il dibattito sviluppatosi successivamente, in sede politica e nella stampa, sulla mafia.<br>Perché si arrivasse alla richiesta ufficiale ci volle l’iniziativa di Giuseppe D’Angelo, presidente del primo esecutivo regionale di centro-sinistra, leader dei settori Dc più decisi a liberarsi dalle ipoteche mafiose e a muoversi in senso riformistico. A Palermo nella battaglia antimafia un ruolo importante ebbe «Sicilia Domani», periodico d’ispirazione cattolica prossimo a D’Angelo, impegnato dal dicembre 1961 in un’opera di moralizzazione della vita pubblica &lt;437. Insomma, il mutamento del sistema politico, sancito dall’ingresso dei socialisti nell’area di governo, nutrì crescenti aspettative di rinnovamento, facendo preconizzare un cambio di passo nell’approccio all’argomento. La Commissione, dopo un iter piuttosto travagliato, venne effettivamente istituita alla fine del 1962. Prima ancora che ciò avvenisse, «L’Ora» si risolse a tenere alta la tensione con una nuova inchiesta a vasto raggio. Il 23 settembre 1962 Nisticò scrisse al suo maggiore esperto in materia, Felice Chilanti:<br>&#8220;Caro Felice, ai primi di ottobre inizieremo la pubblicazione dell’inchiesta sulla mafia. La ripresa dei delitti mafiosi in Sicilia e la conclusione ormai imminente della discussione parlamentare sulla commissione d’inchiesta costituiscono due circostanze molto favorevoli ai fini del nostro lavoro […] Personalmente continuo a condividere la tua opinione che l’esigenza preminente sia oggi quella di tenere l’indagine a un livello politico e di fornire, nei limiti delle nostre possibilità, un contributo serio alla commissione parlamentare […] A mio parere si tratta solo di approfondire ulteriormente un punto nevralgico e cioè quello dei rapporti fra pubblici poteri e fenomeno mafioso […] L’approfondimento di questo punto mi sembra indispensabile per varie ragioni. Significa assicurare mordente; tanto più che la trattazione in chiave solo di cronaca nera interessa ormai poco o nulla il nostro pubblico […] Che questa denuncia debba esser il punto di partenza del nostro “rapporto sulla mafia” è una conclusione alla quale mi richiamano anche le mie amare esperienze di ogni giorno della vita siciliana. Gli aspetti coloniali sembrano continuamente accentuarsi, il processo d’impoverimento continuo e la stessa crisi politica e morale che dura da un pezzo tende ad assumere proporzioni assai pericolose. È un’ora delicata e decisiva: il disorientamento è pressoché generale, e in giro c’è una grande sacca di scetticismo. In questi ultimi mesi ho pensato molto su queste cose, e credo di essermi schiarito abbastanza le idee, pervenendo comunque alla conclusione che s’impone un impegno di lotta molto maggiore che nel passato, anche perché le difficoltà di ogni genere sono aumentate […] Sarà una fortuna se tornerai a darmi una mano. Personalmente ciò che ti posso assicurare è che sono deciso a compiere nel modo migliore il mio dovere, impegnando tutto ciò che rimane delle mie forze e delle mie possibilità. Oltretutto non credo che ci sia altra alternativa in Sicilia per un giornalista democratico che pensi di fare onorevolmente il suo mestiere&#8221; &lt;438.<br>Al centro delle indagini bisognava dunque porre il rapporto mafia-politica. Rispondendo all’appello del direttore, Chilanti impostava questa serie di reportage insieme a Mauro De Mauro, suo antico avversario politico, schierato vent’anni prima coi reparti di Salò. Ad inizio capitolo si è detto della considerazione di Nisticò per il giornalista pugliese: qui appare utile soffermarsi su questa importante figura, non di rado letta dalla pubblicistica all’indietro, unicamente in funzione della sua misteriosa scomparsa per mano mafiosa del 1970. Niente affatto marginale fu, invece, la sua opera di cronista di mafia. Giunto da poco a «L’Ora», egli visse in redazione i fatti del luglio ’60 (apertura del governo Dc di Tambroni al Msi, proteste di piazza represse dalla polizia, quattro morti a Palermo) &lt;439, che lo spinsero a rivedere le posizioni sul fascismo e a maturare un sincero sentimento democratico. Tuttavia non si integrò mai del tutto in un ambiente, quello del suo giornale, per tradizione molto compatto: i suoi trascorsi politici e i rapporti con influenti personaggi democristiani suscitavano diffidenza in alcuni colleghi, specie i più giovani. La fonte che meglio illumina il lato professionale di De Mauro resta un intervento pubblicato da Nisticò sul giornale, intitolato &#8220;I mille più giorni del caso De Mauro&#8221;, a tre anni sua scomparsa. &#8220;[Questi personaggi]&#8221; &#8211; scriveva il direttore &#8211; &#8220;li riteneva suoi sinceri amici: motivo per cui non gli riusciva di darne sempre una valutazione obiettiva, sebbene fossero personaggi chiave di quel sistema clientelare impastato di mafia e politica, contro il quale anche lui era ormai impegnato. Io che sapevo&#8221; &#8211; ammetteva Nisticò &#8211; &#8220;di queste sue attenzioni non cercai mai di forzarlo in direzioni imbarazzanti: ma esse finivano inevitabilmente per limitare sotto qualche aspetto l’area dei suoi interventi giornalistici. Il modo stesso con cui trattava l’argomento mafia sembrò influire su di lui, se è esatto che l’interesse preminente delle sue inchieste preferiva rivolgersi all’aspetto più propriamente gangsteristico delle cronache mafiose, con una sottovalutazione della componente politica […] In realtà, De Mauro conosceva altrettanto bene i retroscena politici, né mancava di una corretta visione dei meccanismi attraverso cui il potere alimentava la mafia e la mafia il potere. In un’inchiesta pubblicata nel ’69 sulla rivista «Men» se ne occupò eccellentemente, denunciando le collusioni democristiane. Solo che &#8211; e ciò è significativo &#8211; non ritenne di firmarla. Noi stessi in redazione ne venimmo a conoscenza dopo la sua scomparsa&#8221; &lt;440.<br>A spiegare l’isolamento di De Mauro era anche il suo metodo di lavoro, non assimilabile a quello dei suoi colleghi. &#8220;Lo scambio delle informazioni, l’abitudine a riferire le fonti, la più completa franchezza su ogni rapporto esterno in relazione al comune lavoro, sono stati sempre una norma di vita, liberamente scelta e praticata, dalla redazione dell’Ora. Già la prima grossa inchiesta sulla mafia, quella appunto del ’58 che ci avrebbe procurato l’attentato alla tipografia, fu preparata e portata avanti con questi metodi collegiali di lavoro. Felice Chilanti, che in quell’occasione venne a capo di gravi e pericolosi segreti, non mancò mai di riferire sui suoi colloqui più riservati, di tenerci informati su ogni sua fonte di notizie. Era oltretutto una saggia misura di sicurezza. Soprattutto perché ossessionato dalla cosiddetta gelosia del mestiere, De Mauro non si è mai attenuto a questi metodi. Inoltre, aveva una visione un po’ romantica e integralistica del mestiere di giornalista che lo portava a sopravvalutarne l’autorità e il prestigio: a dilatarne il ruolo&#8221; &lt;441.<br>Lasciando tutto ciò ad un momento successivo, si noti per ora la complementarità degli approcci di Chilanti e De Mauro: il primo esplorò i rapporti del fenomeno con l’establishment, in continuità col filone aperto dal giornale nel ’58; il contributo più interessante, però, venne proprio dal secondo e in ragione della sua preferenza per l’aspetto “gangsteristico” registrata da Nisticò un decennio dopo. Indagando il versante palermitano, il sottomondo delle borgate e dei quartieri urbani, De Mauro fornì elementi di valutazione di estremo interesse. Diversamente dal racconto di Pantaleone, pubblicato in forma di libro nel ’62, i suoi reportage collocarono il nucleo del problema non in Villalba o nell’entroterra siciliano, ma appunto in Palermo: credo sia significativo che in questa direzione si muovesse un giornalista non riconducibile per storia personale alla sinistra isolana e dunque meno dipendente dai suoi schemi interpretativi.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/02/lopptc.jpg"><img decoding="async" width="270" height="379" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/02/lopptc.jpg" alt="" class="wp-image-12829"/></a><figcaption class="wp-element-caption">Figura 14. La prima pagina del Rapporto sulla mafia (9.4.1963). Fonte: Ciro Dovizio, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>A ogni modo la campagna stampa iniziò il 9 aprile 1963, con un’intestazione generale ad effetto (e a caratteri cubitali): Rapporto sulla mafia. In prima pagina (cfr. Fig. 13) una mappa della Sicilia indicava la posizione dei centri mafiosi e i loro settori d’interesse (estorsioni, contrabbando, appalti, elezioni, narcotici, acqua, mercati, abigeato).<br>[NOTE]<br>436 V. Nisticò, È anche una vittoria de «L’Ora», 31 marzo 1962.<br>437 R. Menighetti, Un giornale contro la mafia. Analisi del periodico palermitano Sicilia Domani. 1962-65, Ila palma, Palermo 1984.<br>438 Lettera di Vittorio Nisticò a Felice Chilanti del 23 settembre 1962, in F. Chilanti, Carteggi, cit., pp. 44-45.<br>439 Per aver denunciato le violenze delle forze dell’ordine sui manifestanti «L’Ora» fu portato in<br>tribunale per vilipendio al Governo e alle Forze armate dello Stato.<br>440 V. Nisticò, I mille e più giorni del caso De Mauro, in «L’Ora», 20 settembre 1973.<br>441 Ibid.<br><strong>Ciro Dovizio</strong>, <em>Scrivere di mafia. «L&#8217;Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019</p>
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		<title>Richert divenne il principale distributore di fondi segreti francesi agli agitatori bavaresi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 06:50:10 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2025/10/drfg_fb2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="427" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2025/10/drfg_fb2.jpg" alt="" class="wp-image-11486" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2025/10/drfg_fb2.jpg 427w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2025/10/drfg_fb2-320x480.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 427px) 100vw, 427px" /></a></figure>



<p>Quattro anni fa, nel 2021, una casa editrice parigina, Talent Editions, ha pubblicato un libro del giornalista François Bayle, <em>Histoires secrètes du couple franco-allemand</em>, che ripercorre un secolo di tumultuose e complicate relazioni tra Francia e Germania.<br>L&#8217;obiettivo dell&#8217;autore era quello di aiutarci a capire come funziona questa partnership, spesso definita &#8220;il motore franco-tedesco dell&#8217;Europa&#8221;. Un motore i cui problemi di carburazione sembrano essere molto frequenti.<br>Sebbene questo libro contenga molte rivelazioni sulla diplomazia di questi due paesi, un capitolo in particolare interesserà tutti gli appassionati di guerra segreta: quello in cui l&#8217;autore rivela, con documenti segreti a supporto, che il giovane Adolf Hitler fu effettivamente aiutato dai servizi segreti francesi!<br>Sia chiaro: l&#8217;azione si svolge tra il 1922 e il 1923 nella Baviera cattolica e monarchica, agitata da un centinaio di gruppi di estrema destra che sognano tutti colpi di stato per separarsi dalla Prussia protestante e repubblicana. Se ciò accadesse, la Germania sarebbe definitivamente indebolita e non rappresenterebbe più un pericolo per la Francia. È qui che i servizi segreti francesi decidono di aiutare il giovane estremista nazista.<br><strong>Nota del redattore</strong></p>



<p><strong>Prima puntata</strong></p>



<p>La Germania, che si svegliò il 12 novembre 1918, il giorno dopo la firma dell&#8217;armistizio nella foresta di Compiègne, a Rethondes, era un paese generalmente immerso in uno stato di quasi stordimento, che si sarebbe rapidamente trasformato in negazione e violento risentimento non solo verso i vincitori di questa Grande Guerra, ma anche, e soprattutto, verso le proprie élite politiche e militari, colpevoli di non essere riuscite a condurla alla vittoria.<br>Certamente, il territorio tedesco non subì danni, né distruzioni, né bombardamenti. I tedeschi non dovettero mai provare il panico dei proiettili indiscriminati sparati dai cannoni a lunghissima gittata, i Parizer Kanonen, chiamati anche &#8220;Grande Berta&#8221;, che causarono, per puro caso, più di 250 morti nella capitale francese. Non videro mai le loro città e i loro villaggi, le loro cattedrali e i loro monumenti storici, interi quartieri scomparire tra le fiamme, a volte senza che ci fosse il tempo di evacuare la popolazione.<br>Sì, i Tedeschi videro la lunga fila di soldati feriti, mutilati, sfigurati o gassati tornare dal fronte, trascinando con sé le loro invalidità come simboli di sconfitta. Videro anche che così tanti uomini non tornarono dalla guerra, quasi due milioni di morti, ma così poche bare, perché i loro corpi spesso rimanevano sepolti nelle trincee, a volte dopo combattimenti corpo a corpo, i morti tedeschi, francesi e alleati che si ritrovavano uniti e intrecciati sotto la stessa terra.<br>Ma non videro l&#8217;orrore assoluto. Non percepirono la devastazione, la disperazione che attanagliò le popolazioni francesi o belghe quando, alla fine del conflitto, tornarono alle loro case, sulla Marna, in Piccardia o nella regione di Liegi, e scoprirono solo case in rovina e campi punteggiati di buchi di granata. Non videro tutto questo e ne furono accecati, incapaci di comprendere appieno la portata di quella guerra. Non dovettero chiedersi dove trovare l&#8217;energia e il denaro per ricostruire e permettere alla vita di riprendere il suo corso normale.<br>Quanto ai loro soldati e ufficiali, molti dei quali tornarono a casa dopo la sconfitta (quasi 200 divisioni), non furono accolti e trattati meglio di tutti i veterani che tornano sconfitti da guerre lontane: in Vietnam, Algeria, Afghanistan. Disprezzati per aver perso la guerra, emarginati da una società civile che non aveva alcuna intenzione di offrire loro un posto nel mercato del lavoro, esclusi dai dibattiti e dalle battaglie di idee che attraversavano tutte le regioni e le classi sociali del paese, fecero quello che fanno tutti i veterani: si riunirono per &#8220;rigiocare la partita&#8221;. Analizzare, cercare di capire e infine identificare i responsabili. I colpevoli. I traditori. Perché una simile sconfitta non può che essere opera di codardia, stupidità e tradimento.<br>Si incontrarono prima all&#8217;angolo di una strada, poi in una brasserie, e si organizzarono rapidamente in associazioni di veterani. Dal 1919 in poi, la Germania pullulava di questi gruppi di ex soldati amareggiati e arrabbiati: per area geografica, per reggimento, per campo di battaglia. Tessevano una rete in tutto il paese, la cui estensione loro stessi non compresero immediatamente. Fu su questo terreno fertile che Adolf Hitler si innestò per intraprendere la sua carriera politica, il suo &#8220;destino&#8221;, che affermò di aver &#8220;rivelato&#8221; il 10 novembre 1918, dopo aver appreso dell&#8217;istituzione di una repubblica in Germania e dell&#8217;armistizio firmato il giorno successivo.<br>Non è questa la sede per rivisitare i primi passi politici di Hitler, su cui storici di fama hanno ampiamente pubblicato. Ma in un&#8217;opera che tenta di mettere in prospettiva le relazioni franco-tedesche, è impensabile ignorare questo personaggio molto particolare, questo agente segreto che agiva sotto copertura, che la Repubblica francese inviò in Baviera per seminare disordini e alimentare una possibile frattura tra quello stato e la Prussia, finanziando pesantemente ogni movimento e gruppo di estrema destra che riuscì a trovare. Inclusi, in particolare, i nazionalsocialisti di Hitler.<br>Innanzitutto, è necessario ricordare gli elementi principali di questo periodo. In primo luogo, come abbiamo visto, l&#8217;incomprensione della popolazione civile tedesca per la propria sconfitta. In secondo luogo, la sua incapacità di comprendere l&#8217;entità del danno subito da Francia e Belgio. Infine, la complessità delle conseguenze finanziarie del conflitto, che ha permesso a tutti gli estremisti di distorcere la verità in in un modo che era favorevole alla loro retorica. La propaganda tedesca, a partire dal giugno 1919 e dalla firma del Trattato di Versailles, che stabiliva il futuro della Germania e le riparazioni che doveva pagare, si sforzò di far credere che la Francia l&#8217;avesse costretta a pagamenti eccessivi e abusivi, meramente indicativi di un presunto &#8220;spirito di vendetta&#8221; da parte francese.<br>Questo per dimenticare che, mentre la Francia sperava di recuperare queste somme dalla Germania sconfitta, si era contemporaneamente indebitata pesantemente con gli Stati Uniti, che le avevano fornito aiuti materiali cruciali dal 1914 e rinforzi di truppe dal 1917. E l&#8217;America non aveva alcuna intenzione di cancellare il debito. Inoltre, come sottolineano molti storici, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, le nazioni rivali della Francia in tutto il mondo, erano piuttosto soddisfatti di vedere il nostro paese, vittorioso ma devastato, lottare per recuperare i danni di guerra assegnati dal Trattato di Pace e riconquistare il suo pieno potere.<br>Politicamente, la situazione tedesca è quasi una caricatura: da una parte l&#8217;estremismo di destra, dall&#8217;altra l&#8217;estremismo di sinistra, e nel mezzo una piccola parte della popolazione che non esita più a schierarsi. Vediamo la borghesia unirsi a partiti di sinistra, anche se allineati con la rivoluzione bolscevica, e dall&#8217;altra parte i lavoratori unirsi a partiti nazionalisti apertamente finanziati dalle grandi imprese più reazionarie, e gli elettori passare dal voto per i comunisti a quello per il nazismo. La confusione è totale e l&#8217;escalation è costante. All&#8217;estrema destra, possiamo contare i fascisti bavaresi a Monaco e i loro omologhi prussiani a Berlino, i monarchici, i nostalgici dell&#8217;Impero, i cattolici papisti, i protestanti psicorigidi, gli ultranazionalisti anticristiani, gli antisemiti, i militaristi e coloro che non si fidano più dell&#8217;esercito e sognano di crearne uno nuovo, i feroci anticomunisti che pensano che la Germania dovrebbe allearsi con la Francia per combattere il bolscevismo, insomma, una tale profusione di &#8220;cappelle&#8221; di estrema destra che il dibattito ormai ruota solo attorno alle loro idee e ai loro progetti.<br>Certo, per attrarre gli attivisti del gruppo vicino, basta amalgamare i programmi di tutti e di ciascuno, e posizionarsi ad esempio come antisemiti-militaristi-imperiali per attrarre nuovi adepti. Soprattutto perché i partiti politici di estrema destra, non privi di risorse finanziarie provenienti dalle grandi aziende e dai ricchi dell&#8217;epoca, ebbero l&#8217;eccellente idea di offrire vari benefit ai propri iscritti (uniformi, scarpe, cibo, ecc.). Quando la disoccupazione raggiunse livelli senza precedenti in seguito alla crisi economica del 1929, il Partito Nazista arrivò persino a pagare i propri attivisti integrandoli in gruppi paramilitari che preparavano il riarmo tedesco.<br>Nel 1919, la Francia ottenne una sorta di protettorato sulla Saar, una regione confinante con la Mosella e relativamente autonoma dal resto della Germania, al fine di recuperare la sua produzione di carbone come risarcimento di guerra. Tra i soldati e i funzionari francesi che vi si stabilirono, un ufficiale travestito da funzionario minerario fu incaricato di incoraggiare gli abitanti, già geograficamente e culturalmente vicini alla Francia, a rivolgere la loro attenzione a Parigi piuttosto che a Berlino. Il suo nome è Xavier Augustin Richert. Ha appena 40 anni e ha già una vita alle spalle che farebbe invidia agli sceneggiatori di Hollywood.<br>Nato nel 1879 a Saint-Ulrich, in Alsazia, quando la regione era stata annessa alla Germania in seguito alla sconfitta francese del 1870, i suoi genitori lo mandarono a studiare in Francia, prima presso i Benedettini di Delle e poi al liceo di Besançon. Sua madre avrebbe voluto che diventasse prete, suo padre un imprenditore, ma lui scelse di fare il soldato. Si arruolò a Saint-Cyr, si diplomò con un discreto grado e fu assegnato al 106° Reggimento di Fanteria di Châlons-sur-Marne, un&#8217;unità molto antica spesso impegnata nell&#8217;impero coloniale francese.<br>Impedito di rimanere con la famiglia in Alsazia perché i tedeschi lo consideravano un traditore, troppo irrequieto per sopportare la vita di guarnigione, gli fu permesso di arruolarsi nella Legione Straniera e fu inviato in Algeria, a Sidi-Bel-Abbès. In Algeria, la Legione all&#8217;epoca era composta in gran parte da alsaziani, che apprezzavano questo giovane tenente che parlava la loro lingua e li capiva. Per diversi anni, sia in Algeria che in Marocco, alla testa dei suoi legionari di lingua tedesca, partecipò a varie battaglie, &#8220;pacificazioni&#8221;, scorte di convogli in regioni desertiche, diede la caccia a bande armate che tentavano di saccheggiare le carovane, si inebriò di avventure e audacia.<br>Nel 1910 lasciò il Maghreb, fu nominato professore di tedesco alla scuola militare di Saint-Maixant, fu ammesso lui stesso alla Scuola di Guerra e divenne ufficiale di stato maggiore fin dall&#8217;inizio.<br>Fino al 1918, condusse una carriera straordinaria. Fu ferito e colpito da gas, ma si riprese sempre rapidamente, ricevendo una raffica di encomi, decorazioni e promozioni. Concluse il conflitto come ufficiale di collegamento con l&#8217;esercito americano, dove gli fu affidato un compito piuttosto insolito: l&#8217;addestramento dei soldati afroamericani. Questa sarebbe una missione perfettamente normale se fosse stata puramente militare. Ma, come vedremo più avanti, fu in realtà al centro di un conflitto tra Francia, Germania e Stati Uniti, che oggi non è del tutto scomparso. L&#8217;esperienza di Richert come &#8220;pacificatore&#8221; in Nord Africa ebbe indubbiamente un ruolo: sebbene questi soldati afroamericani fossero americani, erano considerati dal loro stesso Stato Maggiore di gran lunga inferiori ai loro commilitoni bianchi. La segregazione razziale era in vigore nell&#8217;esercito americano, come in tutta la società americana.<br>Già nel 1921, convinto che la Francia avesse tutto da guadagnare sostenendo questo nuovo partito &#8220;nazionalsocialista&#8221;, favorevole all&#8217;indipendenza della Baviera dalla Prussia &#8220;bolscevica&#8221;, perché una Germania frammentata e indebolita sarebbe stata meno pericolosa per il nostro Paese, Richert divenne il principale distributore di fondi segreti francesi agli agitatori bavaresi.<br>Il lettore troverà nelle pagine seguenti un dossier completo su questa &#8220;super-spia&#8221; francese inviata in Baviera per contribuire a disgregare i tedeschi. La sua lettura non crea alcun collegamento con i 16 anni di Angela Merkel come Cancelliere Federale. Come abbiamo detto, l&#8217;obiettivo è continuare a rendere sistematicamente pubblici tutti gli archivi quando è probabile che soddisfino non solo gli amanti della storia, ma anche, e soprattutto, coloro che sanno quanto la politica internazionale sia ricca di sporchi trucchi, manipolazioni e false verità. Pubblicando questi documenti, che attestano eventi vecchi di un secolo, non intendiamo &#8220;incolpare&#8221; la Francia di una colpa grave. Come è stato anche affermato, e come attestano numerose opere sul nazismo e la sua ascesa al potere nel 1933, l'&#8221;Affare Richert&#8221; rimane un fattore marginale nell&#8217;ascesa di Hitler, incommensurabile all&#8217;assistenza fornitagli dal &#8220;grande capitale&#8221; tedesco o anglosassone, dagli ambienti di estrema destra di tutto il mondo, o persino dal Vaticano. Ma questo non sminuisce in alcun modo il ruolo del nostro Paese in questa sorprendente storia.<br><strong>François Bayle</strong>, <em>Un secolo di diaboliche relazioni tra Francia e Germania</em>, da François Bayle, <em>Histoires secrètes du couple franco-allemand. L&#8217;explosif dossier Richert &#8211; Les défis de l&#8217;après Merkeld</em>, Talent Editions &#8211; Paris, 2021</p>



<p><strong><em>segue con una prossima puntata</em></strong></p>
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		<title>L&#8217;abitato del Comune di Pitigliano è stato preso d’assalto da un centinaio di armati</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Aug 2025 09:33:09 +0000</pubDate>
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<p>La presenza stessa di queste prime bande [partigiane], numericamente esigua ma fattasi ben presto evidente e rumorosa, contribuiva infatti a evidenziare la palpabile incapacità delle autorità fasciste «a farsi obbedire», favorendo l’innescarsi di un circolo vizioso difficile da spezzare. Fenomeni quali la diffusa renitenza alla leva o la diserzione dai raccogliticci reparti dell’esercito saloino, erano &#8220;destinat[i] a dilagare con il passare dei mesi, […] grandemente favorit[i] dalla scarsa autorevolezza delle istituzioni statali, e dall’avere punti di riferimento nelle aggregazioni di ribelli già passati alla macchia. Sono i primi nuclei delle bande partigiane, esempio eponimo di ribellione, a evidenziare e amplificare la scarsa autorevolezza dello Stato&#8221; &lt;206.<br>Un aspetto ben colto &#8211; per le sue ricadute sulla tenuta del nuovo ordinamento, ancora prima che militari &#8211; in una lunga relazione fatta pervenite al duce già sul finire di ottobre 1943.<br>[…] Ancora sul finire del gennaio successivo, era invece il capo della provincia di Arezzo a rilanciare, in un’allarmata missiva rivolta al ministro dell’Interno Buffarini Guidi, una simile interpretazione:<br>&#8220;Le recenti azioni compiute dagli sbandati (uccisione di un Segretario Politico; ferimento di un altro; aggressione ad una Casa del Fascio; perquisizioni in case di contadini e ai magazzini degli ammassi) sono rimaste impunite ed hanno scosso fraternamente l’animo dei fascisti che sono quasi tutti disarmati. […] L’azione dei ribelli […] ha pure scosso il rispetto verso l’autorità con conseguente danno palese ed immediato nella presentazione alle armi e nei conferimenti all’ammasso&#8221; &lt;208.<br>Travagliata e non certo priva di esitazioni, «la scelta di passare all’uso della violenza» avrebbe infatti rappresentato, per l’emergente movimento resistenziale, «una vincente strategia di propaganda»209, attraverso la quale contendere alle autorità fasciste e alle forze occupanti il controllo del territorio toscano: in positivo, marcando la propria presenza con attacchi via via più audaci, e in negativo, impedendo con una serrata attività di disturbo la praticabilità e la sicurezza di aree via via più ampie &lt;210.<br>Tra le prime azioni offensive condotte dai partigiani, le stazioni dei carabinieri avrebbero ad esempio rappresentato un obiettivo particolarmente sensibile &lt;211. Lo scopo di questi attacchi, ricorda Antonio Pietra, «è duplice: incrementare gli esigui arsenali [delle formazioni] e affermare il proprio controllo sul territorio su cui si intende agire», eliminando gli unici presidi armati della repubblica fascista nelle aree più decentrate &lt;212. Non ultimo, ai presidi dell’Arma &#8211; poi confluiti nell’organizzazione territoriale della GNR e rinforzati da militi provenienti dalla MVSN &#8211; era demandata la repressione della renitenza, così che la loro eliminazione garantiva un indubbio ritorno propagandistico alle formazioni operanti nell’area &lt;213. Decisi attacchi quale quello sferrato il 16 gennaio 1944 contro la caserma dei carabinieri di Pitigliano &#8211; per citare un caso ben documentato e che, nelle parole del questore di Grosseto, avrebbe «fatto molto parlare di sé» &lt;214 &#8211; si sarebbero ripetuti con sempre maggior frequenza, ingigantendo tra la popolazione le «voci messe in giro sul movimento partigiano» e parimenti innescando, nella compagine fascista, una vera e propria «psicosi del ribelle» &lt;215, certamente non dissimile a quella sperimentata dai molti reduci dei fronte russo e balcanico &lt;216. Secondo l’accalorata ricostruzione fornita dal capo della provincia Ercolani:<br>&#8220;Alle ore 19, l’abitato del Comune di Pitigliano è stato preso d’assalto da un centinaio di armati che, entrati nel centro, hanno fatto un’azione dimostrativa di fuoco. Quindi hanno assaltato la caserma dei carabinieri ingaggiando poi battaglia con un nucleo di carabinieri che rientrava dal servizio. Gli elementi delle bande sono stati respinti e messi in fuga con due feriti: nelle file dei carabinieri due feriti gravi [poi deceduti]. L’ordine [della provincia] è perfetto. Ma è ovvio che, continuando nel sistematico sistema dell’impunità, i ribelli aumentano la loro tracotanza e si rendono sempre più pericolosi&#8221; &lt;217.<br>Un’azione che acquisiva, agli occhi della comunità locale, un più evidente significato politico e simbolico, stante il contegno avuto anche dopo il 25 luglio 1943 dal comandante della tenenza dei carabinieri, che «ha continuato a tenere […] nella schiavitù fascista quella laboriosa popolazione», arrivando a proibire «in modo assoluto, che la popolazione esultasse per la riacquisita libertà […], impedendo anche di issare il tricolore, simbolo della Patria nostra!» &lt;218.<br>Con la fine della stagione invernale, la crescente attività resistenziale avrebbe altresì palesato le sempre maggiori difficoltà del regime saloino nel garantire la sicurezza dei propri uomini e delle stesse istituzioni fasciste, ora apertamente minacciate, costringendo ad allentare il controllo su aree sempre più estese della regione. Episodi eclatanti quali la temporanea occupazione partigiana di Vicchio o di Montieri, per limitarsi a due tra i casi più noti situatisi nel marzo 1944, pur certamente azzardati e non privi di pesanti ripercussioni per la popolazione locale &#8211; è il caso in particolare del comune del Mugello, immediatamente investito dalla dura reazione fascista &#8211; avrebbero dimostrato l’accresciuta capacità militare e organizzativa delle formazioni alla macchia, capaci di coordinare operazioni ora più complesse e articolate &lt;219.<br>Tali prove di forza si situavano peraltro all’indomani di vivaci dimostrazioni di popolo, represse a Montieri con particolare durezza, configurandosi almeno nelle intenzioni quali azioni volte a cementare ulteriormente la saldatura con le comunità locali, punendo al contempo le intemperanze di quei fascisti ora chiaramente identificati quali «nemic[i] della comunità» &lt;220.<br>&#8220;Le ragioni per le quali si scelse di attaccare il paese di Montieri &#8211; ricorda il partigiano Alfredo Merlo &#8211; furono queste: diversamente agli altri paesi, c’era in quella località un consistente gruppo di fascisti abbastanza decisi a non mollare il potere che esercitavano. Poco tempo prima [20 gennaio 1944], infatti, c’era stata una grande manifestazione di donne che rivendicavano la fine della guerra e il ritorno a casa dei loro uomini dal fronte e che volevano impedire la partenza dei giovani richiamati. In risposta a quella manifestazione ci una reazione abbastanza violenta da parte dei fascisti. Furono uccise due persone e vi furono ferite gravemente alcune donne che protestavano. C’era, perciò, la necessità di passare urgentemente all’azione, per far capire ai fascisti che non sarebbero più rimasti impuniti&#8221; &lt;221.<br>Dimostratasi particolarmente violenta per la strenua resistenza opposta dal presidio della GNR, l’azione su Montieri, scattata nella notte tra il 21 e il 22 marzo, era quindi seguita dalla cattura e successiva fucilazione di un fascista repubblicano e di un milite forestale, presente durante gli scontri del gennaio precedente. Lo stesso segretario del fascio repubblicano locale, tra coloro che avevano aperto il fuoco sulla folla, riusciva invece a dileguarsi seppur gravemente ferito. Commentandone a caldo i risultati, Gino Tagliaferri (Salvio) &#8211; ispettore militare del Partito comunista e tra i massimi dirigenti della Spartaco Lavagnini, una delle formazioni impegnate su Montieri &#8211; poteva quindi non senza enfasi presentare l’operazione come «di massimo godimento, non solo per Montieri, ma per tutti i paesi vicini e lontani, perché i [fascisti] colpiti erano molto conosciuti per loro infami gesta, e la voce di tutti è questa: bisognerebbe fare anche qui come a Montieri!» &lt;222.<br>La volontà di «creare un’atmosfera di guerra», particolarmente sentita nella dirigenza comunista, non si sarebbe comunque limitata alla sola lotta per bande, per sua natura sviluppatasi principalmente in aree impervie o comunque periferiche. Sin dalla fine del 1943, l’intensa attività dei Gruppi di azione patriottica (GAP) &#8211; organizzata e coordinata dal Partito comunista pur con il supporto, non solo morale, di azionisti e socialisti &lt;223 &#8211; avrebbe contraddistinto il panorama resistenziale dei maggiori centri urbani, svolgendo una decisiva «propaganda delle armi» per la causa antifascista. Sono proprio i primi, inaspettati attacchi dei GAP «a fornire l’esempio che il dominio nazifascista sulle città non è affatto incontrastato» &lt;224: colpendo al cuore delle istituzioni saloine, il «terrore patriottico» scatenato dei gappisti sarebbe infatti riuscito a porre inderogabilmente all’attenzione della popolazione &#8211; non solo cittadina, dato l’alto profilo di alcuni degli obiettivi colpiti &#8211; l’esistenza di un’agguerrita opposizione armata, fiaccando al tempo stesso il morale del nemico &lt;225.<br>[NOTE]<br>206 S. PELI, La Resistenza in Italia, cit., p. 227.<br>208 ACS, MI, Gabinetto, RSI, b. 4, fasc. 4, Lettera di Bruno Rao Torres a Guido Buffarini Guidi, Arezzo, 25 gennaio 1944. Rao Torres si riferiva in particolar modo all’uccisione, il 3 gennaio 1944, del segretario del fascio repubblicano di Castiglion Fibocchi e il ferimento, il giorno successivo, del segretario del fascio di Civitella in Val di Chiana, in ACS, RSI-Partito fascista repubblicano, b. 1, fasc. 2, Appunto di Bruno Rao Torres ad Alessandro Pavolini, Arezzo, 11 aprile 1944.<br>209 Sulle «difficoltà della violenza partigiana» si richiama in particolare a S. PELI, La Resistenza difficile, cit., pp. 54-56, 104-120.<br>210 G. PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, cit., p. 67.<br>211 Secondo i dati forniti da Giovanni Verni, già nell’ottobre 1943 «furono almeno nove le stazioni dei carabinieri o i distaccamenti della […] milizia contraerea […] disarmate &#8211; o che si lasciarono disarmare &#8211; dai partigiani nelle province di Firenze, Arezzo e, soprattutto, Grosseto, in VERNI, La resistenza armata in Toscana, cit., pp. 217-218.<br>212 A. PIETRA, Guerriglia e controguerriglia. Un bilancio militare della Resistenza 1943-1945, Rossato, Valdagno (Vi) 1997, p. 138.<br>213 In tal senso vedi M. FIORILLO, Uomini alla macchia, cit., p. 67.<br>214 ACS, MI, DGPS, AAGGRR, RSI, b. 4, fasc. 31, Questura di Grosseto, Relazione settimana sulla situazione politico-economica della provincia di Grosseto, Scansano (Gr), 22 gennaio 1944.<br>215 Le citazioni sono rispettivamente tratte da G. VERNI, La Resistenza in Toscana, cit., p. 131 e ID., Appunti per una storia della Resistenza nell’aretino, cit., p. 127.<br>216 Si vedano in tal senso D. RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo: le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa, 1940-1943, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 214-221 e G. MANCA, Lettere dal fronte: i soldati italiani nella Jugoslavia occupata (aprile 1941 &#8211; luglio 1943), «Passato e Presente», XXIV (2006), n. 68, pp. 115-133.<br>217 ACS, MI, Gabinetto, RSI, b. 10, fasc. 13, Prefettura di Grosseto, Bande armate, Paganico (Gr), 17 gennaio 1944.<br>218 ACS, MI, DGPS, AAGGRR, cat. A5G (2GM), b. 143, fasc. 214, s. fasc. 2, ins. 35, Esposto anonimo al Comando Generale dei Carabinieri Reali, Roma, 30 agosto 1943.<br>219 Tra gli obiettivi alla base dell’operazione su Vicchio, fondamentale si dimostrava l’azione di appoggio e alleggerimento verso il concomitante sciopero generale organizzato nel fiorentino, in S. BIANCHI &#8211; A. DEL CONTE, Come pesci nell’acqua. Mondo rurale, Resistenza e primo dopoguerra nella vallata del Mugello 1943-1946, Arti grafiche Giorgi &amp; Gambi [stampa], Firenze 1985, pp. 109-112.<br>220 S. PELI, La Resistenza difficile, cit., p. 124.<br>221 A. MERLO &#8211; A. CHIODI, Avevo diciotto anni e mezza lira di speranza, Il leccio, Monteriggioni (Si) 2003, p. 79. Come riportato nella dettagliata relazione del comandante la locale stazione dei carabinieri, «un centinaio e più di donne disarmate» avrebbero inscenato una «dimostrazione ostile» contro il segretario del fascio repubblicano locale Engels Lombardi, chiedendo con insistenza la liberazione di alcuni «capi famiglia» fermati nei giorni precedenti in quanto genitori di renitenti alla leva. Nel convulso parapiglia seguito all’aggressione di due militi della GNR, questi aprivano il fuoco sulla folla, seguiti dallo stesso Lombardi, uccidendo un ragazzo appena tredicenne e ferendo mortalmente un minatore, in ASPG, Corte di Assise di Perugia, Processi penali (ultimo versamento), b. 79 quater, fasc. LXXVI, GNR &#8211; Comando 98ª legione, Dimostrazione ostile avvenuta a Montieri (Grosseto) il giorno 18 gennaio 1944 [recte: 20 gennaio 1944], Grosseto, 28 gennaio 1944. Sull’episodio si veda inoltre M. GRILLI, Montieri, 20 gennaio 1944, in Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia, scheda disponibile all’indirizzo: www.straginazifasciste.it/?page_id=38&amp;id_strage=22 [consultato 9 settembre 2020].<br>222 AISRSEC, Istituto storico della Resistenza senese, b. III, fasc. 4, Relazione di Salvio [Gino Tagliaferri] al Comitato federale di Siena, s.l., 28 marzo 1944.<br>223 S. PELI, Storie di Gap, cit., pp. 32-36.<br>224 Ibid., p. 31.<br>225 L’espressione, rintracciabile in numerosi manifestini partigiani, è riportata in C. PAVONE, Una guerra civile, cit., p. 496.<br><strong>Lorenzo Pera</strong>, <em>La lunga RSI: violenza e repressione antipartigiana del fascismo repubblicano toscano</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze &#8211; Università di Siena, 2022</p>
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		<title>Sostanzialmente la Resistenza savonese resse bene alla dura prova dell&#8217;inverno &#8217;44-&#8217;45</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:06:25 +0000</pubDate>
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<p>Mentre il CLN provinciale [di Savona] veniva duramente colpito e soffriva per la carenza di fondi e le diffidenze tra i partiti &lt;13, reggeva validamente l&#8217;offensiva poliziesca l&#8217;organizzazione cittadina della Resistenza, che poteva contare su centinaia di uomini e donne delle SAP, del Fronte della Gioventù, dei Gruppi di Difesa della Donna, del Comando di Sottozona, del Comitato Militare Provinciale. In verità le difficoltà non mancavano nemmeno per loro: le SAP del Finale e di Calice Ligure (distaccamenti &#8220;Simini&#8221;, &#8220;Cambiaso&#8221; e &#8220;Piombo&#8221; della brigata &#8220;Perotti&#8221;) furono duramente colpite dalla repressione attuata dalla Controbanda, che aveva estorto confessioni con i noti metodi in uso e aveva infiltrato delle spie nelle file sapiste. In tal modo l&#8217;8 dicembre e il 26 gennaio furono arrestati diversi sapisti, alcuni dei quali riuscirono poi a fuggire dai treni destinati ai lager.<br>Ciò comportò un rimescolamento degli organici, giacché molti sapisti &#8220;bruciati&#8221; dalle indagini di polizia raggiunsero i compagni della Quarta Brigata &#8220;Manin&#8221;, i quali, a loro volta, inviarono alle SAP alcuni uomini, in particolari del disciolto distaccamento &#8220;Guazzotti&#8221;, per ricostituirne le fila &lt;14.<br>Ma sostanzialmente la Resistenza cittadina resse bene alla dura prova dell&#8217;inverno &#8217;44-&#8217;45, mostrando anzi un attivismo che contrastava con la contemporanea debolezza di gran parte dei reparti di montagna. Basti pensare che alla fine del 1944 le brigate SAP &#8220;Falco&#8221; e &#8220;Colombo&#8221;, attive nell&#8217;ambiente dei quartieri operai del capoluogo, contavano rispettivamente 102 e 150 elementi &lt;15, numeri questi che consentivano di tenere in piedi un&#8217;organizzazione articolata in grado di resistere alle vaste operazioni di repressione (talora autentici rastrellamenti casa per casa) e ai frequenti arresti operati dalle polizie nazifasciste.<br>Dapprima fu organizzata, subito dopo i rastrellamenti, la &#8220;Settimana del partigiano&#8221;, durante la quale si raccolsero 180000 lire più altre 60000 versate dalle SAP, denaro che servì a ricostituire le misere riserve di munizioni ed equipaggiamento rimaste ai volontari alla macchia &lt;16.<br>In dicembre &#8220;Noi Donne&#8221;, organo di stampa dei Gruppi di Difesa della Donna, si appellò ancora una volta alla generosità dei lavoratori lanciando una campagna per il &#8220;Natale del partigiano&#8221; che fruttò nuovi fondi, abiti, scarpe, viveri. &#8220;Natale è alle porte&#8221;, scriveva &#8220;Noi donne&#8221;, &#8220;In tante, troppe case purtroppo, nelle quali il piombo assassino nazifascista ha seminato la morte e la desolazione, questo giorno di serena festa familiare sarà un giorno di immenso dolore (…). Un Partigiano, forse un amico di chi vi era caro, lassù sui monti bianchi di neve, pensa di vendicarlo. Pensate anche voi a lui, siategli madre, sposa, sorella spirituale in questo giorno (…). Fategli sentire che le sue pene, i suoi sacrifici non sono vani. Fategli sentire che il terrorismo e la ferocia non uccidono la volontà di resistere (…)&#8221; &lt;17.<br>L'&#8221;Unità&#8221; clandestina del 9 aprile riassumerà le attività del Comitato Provinciale di Solidarietà Nazionale nei mesi più duri: 527 familiari di antifascisti aiutati in dicembre per complessive 612840 lire, 576 assistiti in gennaio per un totale di 681600 lire, e ancora pacchi per un valore di 6200 lire inviati ai deportati in Germania e viveri per 7000 lire assegnati a 51 bisognosi &lt;18. Certamente una piccola parte di queste cifre fu ottenuta grazie ai versamenti forzosi dei beneficiati dal regime, ma ciò non deve far dimenticare la sincera solidarietà mostrata nei fatti da una popolazione sofferente e semiaffamata. Se il pane, rigidamente razionato, era ancora reperibile (con file &#8220;sovietiche&#8221; davanti ai forni) al prezzo politico di 2,80 lire al chilo, le castagne secche, cibo non certo di lusso, raggiungevano il prezzo folle di 45 lire al chilo, e la carne, quasi introvabile, valeva ben 90 lire &lt;19. In un anno il costo della vita era pressoché raddoppiato mentre i salari reali dei lavoratori dipendenti erano diminuiti.<br>A questa grave situazione si aggiungevano le condizioni disastrate di molte delle principali fabbriche della zona &lt;20, costrette a frequenti fermi della produzione a causa della carenza di combustibili, dei danni provocati dai bombardamenti (ormai sporadici), dell&#8217;asportazione di macchinari da parte dei tedeschi o degli stessi proprietari, legati agli operai da un&#8217;anomala alleanza volta ad impedire il trasferimento degli stabilimenti in Germania.<br>Nel pieno del periodo più duro per la Resistenza savonese, i lavoratori dell&#8217;industria, esasperati, diedero vita ad una serie di agitazioni che, come sempre, partendo da richieste economiche, assunsero un preciso significato politico. Gli operai contestarono a gran voce la decisione del governo di abolire l&#8217;indennità di guerra di 25 lire al giorno, rivendicando il blocco dei licenziamenti, l&#8217;anticipo di tre stipendi mensili e la cassa integrazione al 75% dello stipendio per chi era rimasto senza lavoro, oltre a chiarimenti vari circa la distribuzione dei viveri &lt;21. In 13 delle 15 fabbriche interessate dalle agitazioni le richieste operaie furono in gran parte accolte, con la promessa di nuove assegnazioni di generi alimentari per i familiari a carico; tuttavia l&#8217;indennità di guerra fu ridotta a 20 lire e per i soli capifamiglia &lt;22. All&#8217;Ilva e alla Servettaz-Basevi le commissioni interne di nomina fascista dovettero dimettersi di fronte all&#8217;irriducibile ostilità dei lavoratori.<br>Il 19 dicembre [1944], alle ore 10, si ebbe una fermata generale del lavoro di un quarto d&#8217;ora in memoria di Gin Bevilacqua e Libero Briganti. La commemorazione, indetta dalla Federazione savonese del PCI e propagandata da volantini e scritte murali ad opera delle SAP, vide la partecipazione, in alcune fabbriche, anche di impiegati, tecnici e dirigenti &lt;23 (mi si permetta tuttavia di dubitare della totale sincerità d&#8217;intenti di questi ultimi).<br>Per far fronte alla difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena, gli operai della Scarpa &amp; Magnano, che in gran parte si erano rifiutati di trasferirsi oltre il Po dove erano stati trasportati i macchinari principali, si organizzarono, sfruttando le facilitazioni offerte da un decreto governativo, in una cooperativa per la fabbricazione del sale. Il prezioso minerale, ottenuto facendo evaporare acqua di mare su lamiere ondulate, veniva poi scambiato in proficui baratti con i contadini langaroli, a corto di sale ma ben forniti di farina, grano, mais, legumi &lt;24. Tale attività, del resto praticata da molti già in precedenza, contribuì alla crescita di quell&#8217;economia informale (legale e non) che costituiva uno dei segni distintivi della condizione bellica.<br>[NOTE]<br>13 Resistenza e ricostruzione in Liguria…cit., p. 188 e 207. Una seria crisi interna al CLN savonese era stata provocata dall&#8217;uccisione da parte di partigiani del fratello di uno dei componenti del Comitato stesso. A seguito del tragico episodio, il rappresentante socialista si era ritirato dal CLN, salvo poi rientrarvi su pressione del partito una volta appurata la dinamica dei fatti.<br>14 M. Calvo, op. cit., p. 264.<br>15 R. Badarello &#8211; E. De Vincenzi, op. cit., p. 157.<br>16 Ibidem, p. 210.<br>17 Ibidem, p. 210.<br>18 Cfr. Ibidem, pp. 210-211 e G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 216.<br>19 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 216.<br>20 R. Badarello &#8211; E. De Vincenzi, op. cit., p. 211.<br>21 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 216.<br>22 Cfr. R. Badarello &#8211; E. De Vincenzi, op. cit., p. 212 e G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 216.<br>23 G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 217.<br>24 Cfr. R. Badarello &#8211; E. De Vincenzi, op. cit., p. 213 e G. Gimelli, op. cit., ed. 1985, vol. II, p. 332.<br><strong>Stefano d&#8217;Adamo</strong>, <em>Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure (&#8217;43-&#8217;45)</em>, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000</p>
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		<title>La mossa di Togliatti denotò uno spiccato pragmatismo politico</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 18:14:36 +0000</pubDate>
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<p>All’indomani del 25 luglio i partiti antifascisti ricomparvero sulla scena politica, pur non essendogli stata riconosciuta legalmente la facoltà di costituirsi (come peraltro era volontà del re che, spaventato dall’atteggiamento apertamente filo-repubblicano assunto da molti partiti, in una missiva a Badoglio scriveva “L’attuale governo deve conservare e mantenere in ogni sua manifestazione il proprio carattere di governo militare come annunciato nel proclama del 26 luglio […], a nessun partito deve essere concesso né permesso l’organizzarsi palesemente […]” &lt;98). Il pomeriggio del 9 settembre, mentre infuriava nei pressi del ponte della Magliana la battaglia per la difesa della Capitale dalla Wehrmacht, al primo piano di via Carlo Poma (casa del banchiere sardo Stefano Siglienti, esponente di punta dell’antifascismo romano) veniva fondato il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), organismo che si proponeva di riunire tutti i partiti antifascisti con il fine di coordinare al meglio la lotta all’occupante. I partiti riuniti sotto l’egida del CLN erano il Partito Socialista Italiano d’unità proletaria (PSIUP) rappresentato alla riunione da Pietro Nenni e Giuseppe Romita, il Partito Comunista (PCI) rappresentato da Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola, la Democrazia del Lavoro (DL) rappresentata da Ivanoe Bonomi (Presidente del Comitato e figura più importante dell’antifascismo italiano dal punto di vista istituzionale data la sua passata esperienza di Presidente del Consiglio prima del fascismo) e Meuccio Ruini, il Partito Liberale Italiano (PLI) rappresentato da Alessandro Casati, e infine due partiti praticamente appena costituitisi; la Democrazia Cristiana &#8211; che raccolse l’eredità politica del Partito Popolare di don Sturzo e la tradizione ideologica della Dottrina sociale della Chiesa e la cui nascita si fa risalire al marzo 1943 &#8211; rappresentata da Alcide De Gasperi e il Partito d’Azione che &#8211; nato in clandestinità nel 1942 e irrobustitosi per via della confluenza al suo interno dei principali esponenti di “Giustizia e Libertà” come Bauer e Lussu &#8211; era rappresentato da Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea. Non aderirono al CLN il Partito Repubblicano, che per sua vocazione ideologica poneva una pregiudiziale sulla questione istituzionale e non poteva partecipare a un organo in qualche misura legato alla monarchia sabauda (la responsabilità della linea dell’intransigenza repubblicana si dice fosse dovuta a Giovanni Conti, leader del PRI che provava una inscalfibile avversione nei confronti della casata Savoia &lt;99) e gli ambienti militari-monarchici che per l’altro verso non avevano intenzione di prendere parte a un organismo in cui (come si vedrà) era pressoché unanime la condanna della monarchia e il proposito di cambiare la forma istituzionale; tuttavia entrambi queste formazioni politiche prenderanno parte attivamente alla lotta ai nazifascisti, i primi attraverso formazioni partigiane note come Brigate Mazzini e i secondi attraverso le formazioni partigiane autonome guidate da militari e si dicevano i rappresentanti di Badoglio e del Regno del Sud nella lotta partigiana.<br>Il Comitato di Liberazione Nazionale era strutturato a livello locale in diversi comitati regionali, di cui i più importanti erano quelli operanti in Toscana, in Liguria, in Veneto e in Piemonte che, unendosi a quello lombardo, si costituirono nel febbraio ‘44 nel CLNAI, Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia; questo divenne la costola del Comitato Centrale di stanza a Roma nell’Italia settentrionale, dove la RSI aveva la sua sede &#8211; più precisamente a Salò, sulle sponde del lago di Garda &#8211; e dove i tedeschi, sentendosi sempre più minacciati dall’avanzata alleata che pian piano sottraeva loro il controllo di territori, instaurarono un regime di occupazione sempre più violento e repressivo, esasperando il contegno e provocando l’aperta ostilità della popolazione nei loro confronti. Bisogna inoltre considerare che differentemente da Roma, dove la lotta ai nazisti fu condotta soprattutto dagli esponenti del movimento intellettuale antifascista con la sostanziale indifferenza della popolazione- “abituata” ai fascisti per via del capillare insediamento in essa di quasi tutte le istituzioni del regime (ministeri, sedi del PNF, sedi delle associazioni fasciste ecc.) -, al centro-nord la partecipazione popolare alla Resistenza fu assai più significativa; ciò era dovuto al fatto che in queste regioni vi era un forte radicamento operaio e proletario, e cioè di quelle classi sociali che costituivano la base elettorale del PCI e del PSI e che non di rado erano state oggetto di persecuzioni da parte dei fascisti durante il ventennio. Gli operai delle fabbriche della FIAT di Torino, della Romeo a Milano, i braccianti delle campagne nei pressi della Pianura Padana non disdegnarono perciò di imbracciare le armi contro i fascisti e di unirsi alla lotta orchestrata dagli intellettuali; anche coloro che non presero parte attivamente alla lotta manifestarono apertamente la loro ostilità ai tedeschi come testimonia l’ondata di scioperi che scosse la Lombardia, il Piemonte e la Liguria nel novembre-dicembre ’43 &lt;100.<br>Il Comitato Nazionale aveva al suo interno una Giunta militare composta su base paritetica da tutti i partiti e un Comitato deputato a prendere decisioni più strettamente di natura politica, anch’essa composto su base paritetica. Se da un punto di vista militare i partiti non riuscirono perfettamente a coordinare le azioni di guerriglia e di sabotaggio al nemico, poiché le formazioni militari partigiane rispondevano direttamente agli ordini dei propri partiti, da un punto di vista politico il CLN fu in grado di esprimersi come una voce unica; ciò però non significava che non esistessero divergenze politiche al suo interno. Innanzitutto è necessario specificare come il Comitato fosse attraversato, sin dalla sua prima riunione, da una frattura tra i partiti dell’ala rivoluzionaria del CLN &#8211; quali il PCI, il PSIUP e il Partito d’Azione &#8211; e quelli dell’ala moderata &#8211; ovvero il Partito Liberale, la Democrazia Cristiana e la DL. Il primo argomento intorno al quale emerse lo scontro tra i partiti era la questione istituzionale; se unanime era il proposito di affidare la scelta della forma istituzionale dello Stato, e quindi la scelta tra Monarchia e Repubblica, al voto del popolo sovrano attraverso un referendum da svolgersi a guerra finita &lt;101, i contrasti sorgevano nel momento in cui si doveva stabilire la posizione da assumere nei confronti del governo Badoglio, espressione della volontà sovrana. I socialisti e gli azionisti erano fermi nel dichiarare la loro incompatibilità con il re e il maresciallo, considerati troppo compromessi con il fascismo e quindi non in grado di rappresentare l’unità nazionale, e chiedevano un governo che fosse espressione delle forze antifasciste &lt;102, i comunisti oscillavano tra la richiesta di un governo espressione delle forze antifasciste (ma in maniera meno intransigente rispetto agli altri due partiti di sinistra) e l’appoggio al governo Badoglio come mezzo per fare uscire l’Italia dalla guerra &lt;103, mentre i democristiani, i demolaburisti e i liberali erano disposti ad appoggiare il governo monarchico-badogliano per tutto il tempo che fosse necessario a uscire dalla guerra. Evidentemente però le ragioni del primo gruppo erano più forti di quelle del secondo se si considera che al primo congresso dei Comitati di liberazione nazionale svoltosi a Bari il 28-29 gennaio ’44 emerse chiara e condivisa da tutti i partiti la richiesta di abdicazione del re; non si vedeva alcuna possibilità di dialogo tra il CLN e il governo Badoglio, che d’altra parte non aveva compiuto alcun passo nella direzione dei partiti. Tale impasse venne sbloccato dall’Unione Sovietica che il 14 marzo diede il proprio inaspettato appoggio al governo monarchico, con una mossa volta a sottrarre alle due potenze alleate (Gran Bretagna e USA) il controllo esclusivo sulla politica del Regno del Sud &lt;104; pochi giorni dopo il leader in pectore del PCI Palmiro Togliatti tornò in Italia dal quasi ventennale esilio in Russia e, sbarcato a Napoli il 27 marzo, pronunciò un discorso dinnanzi ai comunisti napoletani in cui sostanzialmente sosteneva la necessità di una collaborazione delle forze resistenziali con Badoglio, considerata come la migliore soluzione per portare a termine la comune lotta contro il nazifascismo. Era questa la famosa “svolta di Salerno” che inserì definitivamente il PC al centro dell’universo politico italiano del dopoguerra. La mossa di Togliatti &#8211; che era assai lungimirante non solo perché assicurava al Partito Comunista il ruolo di forza leader all’interno del CLN ma anche e soprattutto perché gli consentiva di entrare direttamente nel governo &lt;105 &#8211; denotò uno spiccato pragmatismo politico, sorprendente per il leader di una forza che negli anni ’30, nel pieno della dittatura fascista, ancora si ostinava a ritenere possibile ed attuale la prospettiva rivoluzionaria e denunciava tutti gli altri partiti come “una catena di forze reazionarie, che partendo dal fascismo comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi basi di massa (liberali), quelli che hanno una base nei contadini e nella piccola borghesia (democratici, popolari, repubblicani) e in parte anche negli operai (partito socialista riformista) e quelli che avendo una base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una condizione di passività (partito massimalista)” &lt;106. A Salerno Togliatti delinea una svolta delle forze comuniste sintetizzabile con il passaggio dalla prospettiva della rivoluzione, della dittatura del proletariato alla prospettiva della più realistica creazione di una democrazia pluralista e progressista.<br>Le resistenze socialiste ed azioniste alla svolta di Salerno e alla proposta togliattiana furono vinte dalla soluzione di compromesso trovata il 12 aprile da Enrico de Nicola, in collaborazione con Croce e Carlo Sforza, consistente nel formale mantenimento della carica di sovrano da parte di Vittorio Emanuele III e nel sostanziale trasferimento di poteri al figlio Umberto I in qualità di Luogotenente del regno. Tale trasferimento si sarebbe verificato a decorrere dall’atto di liberazione di Roma. Il 22 aprile si ebbe la formazione del nuovo ministero Badoglio con la partecipazione di diverse personalità dei partiti antifascisti, quali Togliatti e Fausto Gullo per i comunisti, Pietro Mancini per i socialisti, Croce e Arangio Ruiz per i liberali, l’indipendente Sforza e gli azionisti Alberto Tarchiani e Adolfo Omodeo &lt;107.<br>Altra questione su cui sorgevano i contrasti tra i partiti del CLN era quella dell’assetto politico e sociale che si sarebbe voluto dare all’Italia del dopoguerra; queste divergenze diventeranno palesi a partire dalla fine del ’45 e saranno al centro del dibattito portato avanti all’interno di quell’Assemblea Costituente deputata alla stesura della Costituzione repubblicana. Generale era il plauso alla democrazia mentre differenti erano le accezioni che se ne avevano; i due gruppi politici di sinistra radicale, i comunisti e i socialisti, erano intenzionati a impedire la restaurazione dello Stato liberale, le cui istituzioni cardine (monarchia, esercito, grande industria, agrari) avevano contribuito fortemente all’avvento del fascismo, e avevano come fine ultimo l’instaurazione di una società socialista fondata sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione. Gli azionisti, pur condividendo l’obiettivo di esautorare le forze complici del fascismo, avevano come stella polare il proposito sia di ristabilire le libertà politiche e civili nel quadro di una democrazia profondamente rinnovata sia di adottare un riformismo economico-sociale che fosse in grado di coniugare la proprietà pubblica con quella privata &lt;108; un classico programma di centro-sinistra lontano dalle stravaganze rivoluzionarie del comunismo sovietico. Al centro dello schieramento vi erano i democristiani che da un punto di vista istituzionale erano perlopiù favorevoli all’instaurazione della repubblica (tranne una stretta minoranza monarchica) e da un punto di vista economico-sociale, pur convinti della necessità di una profonda opera di riforma della società che appianasse determinate disuguaglianze (giova in tal senso ricordare che i democristiani riprendevano l’eredità dei popolari, i quali nello stato liberale si erano battuti in difesa dei contadini poveri soprattutto meridionali inserendo nel loro programma istanze come la redistribuzione della proprietà terriera per favorire l’emergere di una piccola e media proprietà contadina), intendevano dare un segno moderato all’impulso di rinnovamento sociale. A destra vi erano i liberali, i quali intendevano mantenere sul trono la dinastia sabauda e concepivano lo stato post-fascista essenzialmente in termini di continuità con lo Stato liberale &lt;109.<br>[NOTE]<br>98 P.MONELLI, Roma 1943, cit., pp.177-178<br>99 ALESSANDRO SPINELLI, I repubblicani del secondo dopoguerra (1943-1953), Longo, Ravenna 1998, pp.3-13<br>100 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.308<br>101 IVANOE BONOMI, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1944), Garzanti, Milano 1947<br>102 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.302<br>103 Ivi pp.288-289<br>104 Ivi p.302<br>105 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.303<br>106 A. GRAMSCI e P.TOGLIATTI, Tesi di Lione, 1926 in ANTONIO GRAMSCI, La costruzione del Partito Comunista 1923-1926, Einaudi, Torino 1975, pp.488-513<br>107 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.304<br>108 Ivi, p.298<br>109 Ibidem<br><strong>Guglielmo Salimei</strong>,<em> Roma negli anni della liberazione: occupazione nazista e lotta partigiana</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno accademico 2020-2021</p>
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		<title>Iniziava l&#8217;occupazione tedesca di Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Feb 2025 17:07:40 +0000</pubDate>
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<p>Come detto in precedenza, nel pomeriggio del 10 settembre, più precisamente alle 16:30, a Frascati (dove vi era il comando militare germanico in Italia) il generale Giaccone e il generale Sigfried Wespahl &#8211; capo di Stato Maggiore tedesco al servizio di Kesselring &#8211; avevano proceduto alla firma del documento di resa della Capitale. Guardando con attenzione le condizioni poste dal Comando Tedesco si rimane sorpresi da quanto queste fossero stranamente morbide per essere delle condizioni di resa a una potenza occupante &lt;82, specie se famosa per la violenza e l’efferatezza delle sue azioni repressive come quella nazista; in base agli accordi le truppe tedesche si impegnavano a rimanere ai margini della città, all’interno della quale il controllo dell’ordine pubblico sarebbe stato affidato a un “Comando della Città Aperta” con a capo il generale Calvi di Bergolo, a cui venne anche promessa un’intera divisione di fanteria. L’accordo prevedeva inoltre il disarmo di tutti gli altri corpi dell’esercito italiano ma i tedeschi acconsentirono a che le armi sequestrate venissero poste sotto una “comune amministrazione italo-tedesca” &lt;83. Se però ufficiosamente il documento lasciava intendere un rapporto di collaborazione tra forze militari italiane, rappresentanti della tradizione monarchica sabauda, e quelle tedesche, di fatto il documento sanciva l’instaurazione del regime di occupazione nazista nella città; sin da subito infatti i tedeschi non rispettarono affatto gli accordi presi; la comune amministrazione italo-tedesca dell’arsenale sequestrato non venne mai istituita e le armi requisite alle divisioni militari italiane restarono esclusivamente in possesso tedesco. A disposizione di Calvi vennero messi, anziché un’intera divisione come promesso, solo 3 reggimenti della Piave, dotati soltanto di armi leggere, ed egli fu immediatamente affiancato dal generale Stahel nel comando della città &lt;84, il cui libero esercizio era come detto una delle prerogative dell’accordo. A concorrere alla realizzazione del piano tedesco di “tradire i traditori” e di instaurare il pieno dominio germanico sulla Capitale per 9 mesi fu sicuramente la liberazione il 12 settembre di Mussolini a Campo Imperatore, sulle montagne del Gran Sasso in Abruzzo, dove era stato segretamente nascosto da Badoglio, e il conseguente annuncio via radio da Monaco di Baviera della nascita della RSI (18 settembre); per i tedeschi da quel giorno era venuta meno la necessità, anche solo formale, di mantenere a Roma un comandante militare italiano, per di più legato da vincoli parentali al re traditore. Per mettere in atto il loro piano i tedeschi utilizzarono un furbo espediente: sfruttando come pretesto l’uccisione di 6 militari tedeschi da parte di militari italiani, il 23 settembre disposero come rappresaglia il disarmo e la deportazione in Germania di 1000 soldati della Piave per ciascuno dei loro uccisi. &lt;85 Sebbene poi ne abbiano effettivamente deportati “solo” 1600, ciò causò comunque l’indignazione di Calvi la cui inevitabile protesta portò alla sua destituzione, all’arresto e alla sua deportazione in Germania assieme al generale Riccardo Maraffa, comandante nel Lazio della PAI, Carmine Senise, capo della polizia, il generale Ugo Tabellini e altri esponenti di primo piano delle forze armate italiane. &lt;86 A questo punto, fatti fuori i vertici del Comando della Città Aperta, i nazisti poterono liberamente esercitare un dominio incontrastato sulla città. Dal 23 settembre ’43 essi procedettero a un rimpasto/cambio dei vertici delle istituzioni cittadine; il generale Menotti Chieli, vicino ai tedeschi, e il generale Domenico Chirieleison furono nominati capi del “Comando della Città Aperta”, il generale Presti assunse la carica di capo della polizia della “Città Aperta”, alla cui dipendenze furono poste la Guardia di finanza e la PAI. Venne stabilito che questi due corpi di polizia avessero il compito di fornire i plotoni destinati a eseguire le sentenze di condanna a morte per fucilazione emesse dai tribunali tedeschi e fascisti &lt;87. Per imprimere un capillare controllo sulla città i tedeschi dovevano insediarsi all’interno di essa; a tal proposito il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler decise di adibire uno stabile in via Tasso, già sede dell’ufficio culturale dell’ambasciata tedesca, a sede romana della Gestapo e delle SS &lt;88. Questo stabile &#8211; che nell’immaginario collettivo verrà da lì in poi sempre associato dai romani a luogo di torture e morte &#8211; era composto di due ali; l’ala sinistra, al civico 155, costituì la caserma della polizia nazista, mentre l’ala destra, al civico 145, la prigione dove oltre 2000 antifascisti romani vennero interrogati, torturati e imprigionati in attesa che il tribunale emettesse la condanna a morte. Tribunale che invece venne insediato in via Lucullo 6 &lt;89. Le condanne a morte venivano invece materialmente eseguite nel Forte Bravetta, uno dei 15 forti siti nella città di Roma, che già durante il fascismo era stato utilizzato come luogo di esecuzione delle condanne a morte degli oppositori politici più accaniti.<br>Per quanto i nazisti a Roma abbiano instaurato un regime di occupazione duro a tal punto da far sviluppare nella popolazione un sentimento di diffusa ostilità nei confronti dell’occupante e si siano resi protagonisti di diversi crimini contro l’umanità, imprigionando, torturando e fucilando partigiani, ebrei, antifascisti o supposti tali, essi non riuscirono a dispiegare appieno il loro apparato repressivo; riscontrarono grandi difficoltà nelle ricerche degli oppositori politici e dei partigiani, che per un buon numero vivevano in clandestinità, e nello scovare i nascondigli degli ebrei che erano sfuggiti al rastrellamento del 16 ottobre. Ciò era dovuto alle sterminate dimensioni di una città come Roma, per controllare la quale erano necessarie forze di polizia che conoscessero bene il territorio, cosa ovviamente impossibile per gli agenti della Gestapo, i quali però non vollero servirsi degli agenti della polizia italiana nei confronti della quale i tedeschi nutrivano una profonda sfiducia.<br>[NOTE]<br>82 G.RANZATO, La liberazione, cit., p.89<br>83 Ibidem<br>84 Ibidem<br>85 Ivi, pp.89-90<br>86 ALDO PAVIA, Resistenza a Roma; una cronologia, p.18<br>87 Ivi, p.19<br>88 Ivi, p.15<br>89 Ivi, p.17<br><strong>Guglielmo Salimei</strong>, <em>Roma negli anni della liberazione: occupazione nazista e lotta partigiana</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno accademico 2020-2021</p>
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		<title>La pregressa emergenza abitativa a Torino e Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Feb 2025 12:00:18 +0000</pubDate>
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<p>Nel ventennio compreso tra i censimenti del 1951 e del 1971, all’interno del più generale processo di spopolamento dei piccoli comuni, di polarizzazione dei processi produttivi e di inurbamento nei grandi centri, la popolazione delle due città [n.d.r.: Torino e Roma] crebbe a ritmi vertiginosi.<br>Il capoluogo piemontese, che nel 1951 contava circa 720.000 abitanti, dieci anni dopo superò il milione di residenti, per arrivare nel 1974 a toccare il numero massimo di 1.200.000. Un incremento che non riguardava solo la città “in senso stretto”, ma che, soprattutto nel secondo decennio, coinvolse le aree circostanti. Complessivamente dal 1951 al 1971 la popolazione di Torino e delle due cinture (per un totale di 52 comuni) aumentò dell&#8217;82,7%, per un totale di 1.808.160 abitanti &lt;373. Il fenomeno migratorio fu particolarmente intenso tra il 1959 e il 1962, anni in cui si registrarono i tassi di crescita più alti: nel 1960 arrivarono 64.745 persone, 84.426 nel 1961, 79.742 nel 1962. &lt;374<br>I nuovi arrivati a Torino furono, nel secondo dei due decenni presi in esame, in gran parte meridionali, tanto che la quota degli abitanti nati al Sud e nelle isole crebbe notevolmente, dal 18,2% del 1961 al 27,1% del 1971. Come afferma Stefano Musso «nel 1971, su 1.168.750 residenti, i nati nel comune erano 397.356, pari al 34%; molti di essi erano figli di immigrati, di vecchia e recente data. Negli altri comuni della provincia di Torino erano nati 82.053, pari al 7%. Del resto del Piemonte erano originarie 160.651 persone (13,7%) […] I nati in Piemonte erano poco più della metà, il 54,7%. Nelle restanti regioni del Settentrione era nato il 10,1% degli abitanti, l’1% nel Centro, il 27,1% nel Mezzogiorno e nelle isole, il 2,9% era nato all’estero». &lt;375<br>I continui aumenti di produzione perseguiti da Valletta, attiravano in città migliaia di persone: il fabbisogno di manodopera richiedeva dalle 40 alle 50.000 unità l&#8217;anno, di questi circa 12.000 posti erano coperti dai giovani torinesi, agli altri provvedeva l’arrivo di nuovi operai &lt;376. Il Sud, privo di investimenti adeguati ad assorbire la forza lavoro locale, diventava così serbatoio di manodopera e Torino aveva ormai assunto i tratti della company town, legata alla monocoltura dell&#8217;automobile, con la continua apertura di nuovi stabilimenti: dal raddoppio di Mirafiori tra il 1961 e il 1963, alla nascita dello stabilimento Fiat di Rivalta &lt;377, fino alla miriade di piccole imprese fornitrici e sub-fornitrici. La Fiat puntava apertamente sulla &#8220;carta dell&#8217;immigrazione&#8221;, sull&#8217;arrivo di nuova manovalanza, dequalificata e potenzialmente più duttile della vecchia classe operaia torinese, per consolidare la propria posizione egemonica nel settore e ampliare le proprie capacità produttive.<br>Furono le aree più periferiche a registrare una vera e propria esplosione e ad assorbire gran parte della popolazione immigrata. Nella zona nord, tra Lucento, Madonna di Campagna e Regio Parco, dove si trovavano gli stabilimenti della Fiat Grandi Motori, delle Ferrerie piemontesi, della Michelin, della Nebiolo e della Manifattura Tabacchi, la popolazione crebbe da 108.500 abitanti del 1951, a 188.000 del 1961, fino a 254.000 nel 1971. A ovest, l&#8217;area di Pozzo Strada vide quadruplicare la popolazione che passò da 22.000 a 93.600 abitanti. Lo stesso aumento avvenne a Santa Rita, mentre a Mirafiori si verificò in pratica la nascita di una nuova città, poiché gli abitanti passarono da 18.700 a 141.000 abitanti &lt;378. Fenomeni simili si verificarono nella prima cintura. Per fare solo alcuni esempi: la popolazione di Grugliasco crebbe del 105,4% tra il 1951 e il 1961 e del 121,6% tra il 1961 e il 1971, passando da 6.900 abitanti, a 13.700, a 30.289. A Nichelino gli abitanti triplicarono: il censimento del 1961 parla di 14.900 abitanti, quello successivo di 44.500. &lt;379<br>Anche la città capitolina assistette ad analoghi movimenti di popolazione. La fase di più intensa immigrazione si estese dalla metà del decennio Cinquanta agli ultimi anni Sessanta: se tra il 1948 e il 1954 raggiunsero Roma in media 40.000 persone l’anno, questo valore salì a 62.600 tra il 1955 e il 1961, ed a 78.000 tra il 1962 e il 1968, per poi scendere a 52.500 nel settennio 1969-75 &lt;380. Il flusso toccò la punta massima nel 1961, l’anno dell’abrogazione della legge fascista contro l’urbanesimo, in cui fu registrato il numero maggiore di iscrizioni con 133.775 unità provenienti dalle sole regioni italiane. La popolazione residente passò dal 1951 al 1971 da 1.651.754 a 2.781.993, oltre 1.130.000 abitanti in più, il 68% di incremento &lt;381. Quasi un quarto dei nuovi abitanti proveniva dallo stesso Lazio e vi era una forte preponderanza di arrivi dalle regioni più vicine, come Abruzzo, Molise e Campania. Secondo Giulia Zitelli Conti, autrice di una ricerca sul quartiere della Magliana, furono di particolare spinta e stimolo le chiamate occupazionali del settore edile e l’industrializzazione nella zona settentrionale dell’Agro Pontino &lt;382.<br>A tale intenso incremento demografico non corrispose un equilibrato inserimento nelle diverse aree urbane, che possiamo distinguere tra rioni del centro storico (che anzi in venti anni persero metà della loro popolazione e finirono per avere una popolazione inferiore a quella della città del 1871), quartieri dell’immediata periferia, suburbio e Agro romano. Guardando i dati della popolazione residente nei censimenti del 1951, 1961 e 1971 secondo le suddivisioni territoriali, il fenomeno emerge in maniera macroscopica. La città all’interno della cinta aureliana nel 1961 incideva per il 26% nel comune, nel 1971 solo nella misura del 7%. All’opposto l’Agro romano, compreso il quartiere di Ostia, assunse un peso sempre più determinante: i suoi abitanti quadruplicarono e nel 1971 rappresentavano il 13% dell’intera popolazione. Per fare un esempio, tra i molti possibili, la zona di Val Melaina (dove si trovava il già citato borghetto di Prato Rotondo) passò da 2.840 abitanti nel 1951, a 5.170 nel 1961, fino a toccare dieci anni dopo i 29.350. Una crescita esponenziale, rispetto alla quale bisogna però sempre tenere bene in conto la formalità dei dati, che nascondono il sommerso e gli effetti dell’abrogazione della legge sull’urbanesimo, che porta a registrare nel periodo successivo al 1961 spostamenti già avvenuti in precedenza. Contestualmente, rione Monti dimezzò la sua popolazione, passando da 46.430 abitanti nel 1951 ai 22.424 di vent’anni dopo &lt;383. Spopolamento del centro e crescita esponenziale delle periferie furono gli effetti più macroscopici di una politica di espulsione dei vecchi abitanti e di trasformazione dei quartieri da affittarsi a nuovi gruppi sociali.<br>Furono così le aree del suburbio e dell’Agro romano, su cui “insistevano” contemporaneamente i nuovi arrivati e i già cittadini che non riuscivano a sostenere le spese per vivere nei loro vecchi quartieri, ad assorbire la maggior parte dell’incremento demografico romano.<br>In base ai dati forniti dalla ricerca, già citata, realizzata nel 1968 dal Centro Cittadino delle Consulte popolari, 600.000 persone trovarono casa nelle borgate spontanee e abusive &lt;384, 100.000 risiedevano nelle borgate ufficiali e 65.000 nelle nuove periferie edificate in base alla legge 167. Questi dati esprimono la realtà di una città che cresceva disordinatamente, fuori da qualsiasi piano regolatore, e a dismisura. Nacquero rapidamente quartieri molto differenti tra loro, alcuni razionalmente localizzati nel tessuto rubano, ben serviti dei trasporti e dotati dei servizi necessari, altri in estrema periferia, realizzati con tipologie «intensive e/o smaccatamente economiche», e, come scrive Bonomo, «insufficientemente dotati degli elementi che rendono un agglomerato di costruzioni un quartiere vivibile: strade, fognature e altre opere di urbanizzazione primaria, strutture scolastiche, culturali e sanitarie, verde attrezzato» &lt;385. Particolarmente critica era invece, come si è vista la realtà di borghetti e baraccamenti. In esse risiedevano secondo l’indagine 62.531 persone, un numero in crescita visto che nel 1957 ne risultavano 54.576. Entrambi questi dati sarebbero, secondo Insolera, fortemente sottostimati: appare più verosimile, afferma l’urbanista, la cifra di 70.000 fornita dal «Times» del 17 ottobre 1969, che considerava che le baracche non rilevate fossero certamente più di un decimo del totale. &lt;386<br>Furono anni, quelli del decennio 1951-1971, di forte disagio abitativo ma anche di intensa produzione edilizia. In una prima fase si registrò una forte e generale carenza di abitazioni. Il censimento del 1951 mostra che sul territorio romano il numero di famiglie residenti era superiore di più di 106.000 unità rispetto a quello delle abitazioni disponibili. Solo il 38,1% delle abitazioni occupate risultavano essere non affollate, mentre ben 600.000 persone vivevano in alloggi affollati e più di 520.000 in alloggi sovraffollati &lt;387. Meno della metà delle abitazioni occupate disponevano di cucina, acqua potabile, latrina, bagno, elettricità e gas.<br>Nei decenni seguenti, grazie alle consistenti costruzioni di edilizia residenziale &lt;388, il divario tra il numero delle famiglie e quello degli alloggi andò progressivamente assottigliandosi: al censimento del 1971 gli alloggi erano 46.812 unità in più delle famiglie presenti sul territorio. Tali dati però non implicarono, come si potrebbe suppore, il superamento delle condizioni di affollamento e l’eliminazione delle abitazioni degradate; questo per la mancata rispondenza tra una produzione edilizia orientata alla costruzione di abitazioni per famiglie medie o abbienti e l’estesa domanda proveniente invece dai ceti popolari urbani, che si delineava già nel capitolo precedente. Nonostante lo stock di abitazioni fosse cresciuto, i casi di coabitazione e le baracche abusive perdurarono ancora a lungo. Una ricerca condotta sui dati censuari &#8211; ma con criteri diversi da quelli utilizzati dall’Istat – segnala che nel 1971 il 29,1% delle famiglie romane viveva ancora in condizioni di “affollamento accentuato” ed il 21,3% di “affollamento critico” &lt;389; le ultime baracche, come si anticipava nelle pagine precedenti, furono distrutte alla metà degli anni Ottanta. Allo stesso tempo i dati censuari mostrano il continuo incremento delle abitazioni non occupate che a Roma passarono dalle 10.248 (41.051 stanze) del 1951 alle 113.468 (404.522 stanze) del 1981 &lt;390. Nel 1971 a fronte di 15.000 persone che ancora abitavano nelle baracche e 70.000 in coabitazione, erano, secondo il censimento, quasi 80.000 le abitazioni non occupate.<br>A Torino nel 1961 quasi un quarto delle abitazioni (23,1 per cento) aveva ancora la latrina esterna, e solo il 56,4 per cento disponeva di un bagno con vasca o doccia; poco meno del 20 per cento non aveva l’impianto fisso del gas e il 30 per cento non aveva un impianto di riscaldamento centrale o autonomo. Altri, e analoghi, dati emergono da un’indagine sulle condizioni abitative a Torino e nella cintura, pubblicata dall’Ires nel 1965, che sottolineava come il 33% degli alloggi risultasse assolutamente insoddisfacente, il 50% degli immigrati risiedesse in appartamenti in pessime condizioni igieniche, il 25% della popolazione di origine locale e il 57% della popolazione immigrata vivesse in case con indici di affollamento superiori a uno &lt;391. Secondo una ricerca realizzata nell’aprile 1961 sulla popolazione immigrata, il 60,2% degli immigrati viveva in alloggi di 1 o 2 vani utili con un grado di affollamento pari a 2,57. &lt;392<br>Tra il 1961 e il 1971, mentre la popolazione cresceva di 150.000 abitanti, le camere costruite furono 4 volte tante. Nonostante ciò, meno di 100.000 persone uscirono dallo stato di sovraffollamento (più di due persone per vano) in cui vivevano. Come spiegano Bedrone e Roscelli, analizzando la produzione edilizia a Torino e in Italia tra il 1969 e il 1971, e come già riportato per il caso romano, «esiste una sproporzione tra costruito e immesso nel mercato, tra produzione e fabbisogno, tra occupato e inoccupato, tra prodotto offerto in proprietà e in affitto, tra solvibilità della domanda e prezzi di mercato» &lt;393.<br>In entrambe le città quindi l’offerta era prevalentemente destinata ai ceti più abbienti, nel presupposto che esistesse un meccanismo di filtering, auto-regolativo, per cui le nuove case avrebbero dovuto essere la destinazione di famiglie con discreta disponibilità economica che avrebbero così lasciato libere le vecchie abitazioni per le fasce più povere della popolazione. Questo però non avvenne: il ricambio, malgrado l&#8217;alta mobilità residenziale, tendenzialmente si arenò alle classi medie, in più la forte domanda e l&#8217;altissimo valore d&#8217;uso del bene-casa permisero il continuo impennarsi del valore di scambio, lasciando mano libera alla speculazione edilizia privata.<br>Il costo dei fitti in entrambe le città subì un incremento continuo, cui si è già accennato nel capitolo precedente, su cui poco incideva la periodica proroga del blocco dei fitti. Analogamente alte erano per alcune fasce di inquilinato i canoni delle stesse case popolari, soprattutto per le spese di manutenzione e di gestione dell’Istituto. Per quanto riguarda l’edilizia pubblica, inoltre, si sviluppò in entrambe le città un vasto “mercato” fatto di cessioni abusive, occupazioni individuali, scambi consensuali, raccomandazioni, rivendicazione di un diritto di precedenza sulle assegnazioni delle case nel proprio quartiere, individuazione da parte degli assegnatari di alloggi liberi dove sistemare parenti e coabitanti, con la frequente complicità degli stessi portieri degli enti. Usanze, strategie e comportamenti che raccontano bene l’emergenza abitativa e la difficile ricerca di soluzioni.<br>Il problema della casa rimase per molto tempo cruciale per le amministrazioni che si susseguirono in entrambe le città, rappresentò a lungo il nodo indistricabile o, meglio, non districato, della politica cittadina. «Intorno alla sua soluzione», scrive Vittorio Vidotto, «si giocarono le fortune politiche dei partiti e si misurarono le capacità progettuali dell’amministrazione» &lt;394. Come ben riassume Stefano Musso: «preoccupati di inseguire la crescita produttiva, di favorire l’espansione industriale attraverso l’adeguamento delle infrastrutture di trasporto più che di intervenire sulle condizioni di vita e di inserimento di coloro che, arrivando per ultimi, andavano a occupare in massa i gradini più bassi di una struttura sociale ancora fortemente piramidale, i gruppi dirigenti politici ed economici credettero che gli squilibri fossero un prezzo inevitabile da pagare allo sviluppo, e che, con il tempo, la crescita del reddito prodotto avrebbe da sé sanato mali e contraddizioni attraverso una lenta ma pervasiva diffusione del benessere: i sacrifici della ferrea disciplina produttiva imposta negli stabilimenti, i disagi del sovraffollamento abitativo e della carenza dei servizi sarebbero stati ripagati, le tensioni sociali sarebbero state controllate dal progressivo miglioramento del tenore di vita. Non andò così» &lt;395. E a partire dalla fine degli anni Sessanta ad intervenire con forza nelle vicende, a fare pressione su Amministrazioni e Governo, furono anche gli stessi senza-casa, gli abitanti delle soffitte e delle baracche, gli inquilini che non riuscivano a pagare l’affitto. Soggetti già protagonisti di proteste spontanee, ma che in quegli anni svilupparono estese forme di conflittualità sociale: mobilitazioni diffuse nei quartieri, occupazioni di stabili di edilizia pubblica e privata, scioperi, autoriduzioni dei fitti, cui si aggiungevano le crescenti pressioni sindacali.<br>[NOTE]<br>373 S. Musso, Il lungo miracolo economico. Industria, economia e società (1950-1970), in N. Tranfaglia (a cura di), Gli anni della Repubblica, vol. 9, Storia di Torino, Einaudi, Torino, 1999, pp. 55,56. Per un quadro complessivo si veda, oltre al saggio già citato, Id., Lo sviluppo e le sue immagini. Un&#8217;analisi quantitativa. Torno 1945-1970, in F. Levi, B. Maida (a cura di), La città e lo sviluppo. Crescita e disordine a Torino 1945-1970, FrancoAngeli, Milano, 2002.<br>374 M. Olagnero, La gente di Torino, in E. Marra (a cura di), Progetto Torino 3. Per un atlante sociale della città, a cura di Ezio Marra, FrancoAngeli, Milano 1985. Una discussione dei modelli interpretativi e dei problemi dell’integrazione socioculturale degli immigrati si trova in F. Barbano, F. Garelli, Struttura e cultura nell’immigrazione. Il caso di Torino, in Barbano et al. (a cura di), Strutture della trasformazione. Torino 1945- 1975, Cassa di Risparmio di Torino, Torino, 1980.<br>375 S. Musso, Lo sviluppo e le sue immagini. Un&#8217;analisi quantitativa. Torino 1945-1970, in F. Levi, B. Maida (a cura di), La città e lo sviluppo. Crescita e disordine a Torino 1945- 1970, FrancoAngeli, Milano, 2002, pp. 50,51.<br>376 Ciò che però aspetta l&#8217;immigrato appena giunto in città non è la grande fabbrica ma un primo periodo di “apprendistato” tra cooperative edili, lavoro a chiamata, boite e piccole officine, in cui inizia a conoscere la disciplina, l&#8217;uso delle macchine, i ritmi della fabbrica e della città. Tali realtà permettevano agli immigrati di trovare un&#8217;immediata fonte di reddito e di sostentamento dopo l&#8217;arrivo in città. Si veda: Fofi, L&#8217;immigrazione meridionale a Torino, cit.; Centro di Ricerche Industriali e Sociali di Torino, Immigrazione e industria, Edizioni di Comunità, Milano, 1962; Musso, Il lungo miracolo economico. Industria, economia e società (1950-1970) in N. Tranfaglia (a cura di) Storia di Torino, vol. 9, Gli anni della Repubblica, Einaudi, Torino, 1999.<br>377 «Mentre Torino diventava la capitale industriale del paese, i confini del suo sistema produttivo tendevano sempre più a coincidere con l’universo Fiat. I dipendenti dell’intero gruppo passarono da 72.000 nel 1951 a 182.000 nel 1971. I soli operai degli stabilimenti di Torino e provincia aumentarono da 47.700 nel 1953 a 115.000 nel 1971; a quest’ultima data andavano aggiunti 30.000 impiegati e dirigenti, nonché i 7.500 dipendenti degli stabilimenti di Torino e Chivasso della Lancia, il prestigioso marchio torinese acquisito nel 1969. La Fiat, pertanto, dava direttamente lavoro a un terzo dell’intera manodopera manifatturiera della provincia». Musso, Il lungo miracolo economico, cit., p.77<br>378 Ivi, p. 62.<br>379 M. Ceppi, B. Garzena, I caratteri dello sviluppo metropolitano a Torino, in P. Ceri (a cura di), Casa, città e struttura sociale, Editori Riuniti, Roma, 1975, p. 94, tabella 3.<br>380 Seronde Babonaux, Roma. Dalla città alla metropoli, cit., pp. 239-241.<br>381 Va però sottolineata anche la presenza di ampli flussi in uscita che, a partire dal 1970, iniziarono a superare quelli in entrata, un esodo che va letto (anche, ma non solo) alla luce delle condizioni di vita che la città offriva.<br>382 Zitelli Conti, Magliana Nuova, cit., p. 27.<br>383 Dati tratti da I censimenti del 1971 nel Comune di Roma, raccolta dei fascicoli contenenti i risultati dei censimenti del 1971 a cura dell’ufficio comunale di statistica e censimento, consultabile anche online sul sito del Comune stesso (https://www.comune.roma.it/web-resources/cms/documents/Censimento_di_Roma_1971_Parte_I.pdf).<br>384 Analoghi dati vengono forniti da Italo Insolera che ha ricostruito l’evoluzione del fenomeno: le aree costruite abusivamente passarono dai 1300 ettari del 1951 agli 8500 del 1981, gli abitanti accolti erano circa 150.000 nel 1951, il quadruplo nel 1961, per crescere fino a 800.000 nel 1981, nel 1951 le aree costruite abusivamente occupavano 1.300 ettari ed accoglievano 150.000 persone; nel 1961 la superficie era passata a 3.500 ettari e gli abitanti a 400.000; nel 1971 si raggiunsero i 5.900 ettari per 600.000 abitanti, e nel 1981 (I. Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica, 1870-1970, Einaudi, Torino, 1993, p. 318).<br>385 B. Bonomo, Il quartiere delle Valli. Una iniziativa della Società Generale Immobiliare nella Roma del secondo dopoguerra, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia, a.a. 2006, tutor prof. M. Sanfilippo, p. 19.<br>386 Insolera, Roma moderna, cit., pp. 282-283.<br>387 Sono considerate non affollate le abitazioni occupate in media da non più di una persona per stanza; affollate quelle occupate da più di una e fino a due persone per stanza; sovraffollate quelle occupate da più di due persone per stanza.<br>388 Tra il 1951 e il 1961 si costruirono infatti 253.016 abitazioni per 920.649 vani, «pari all’equivalente abitativo di una città più grande di Genova», mentre nel decennio seguente gli alloggi realizzati furono 301.556 per 1.047.444 vani. Nel complesso, dunque, nel ventennio 1951-1971 il patrimonio residenziale passò da 319.230 a 873.802 abitazioni, e da 1.118.560 a 3.086.653 vani (Bonomo, Il quartiere delle Valli, cit., p. 16).<br>389 De Grassi, Le condizioni abitative e la struttura dei redditi a Roma, in Id. (a cura di), La situazione abitativa a Roma, Dei, Roma, 1979, p. 81.<br>390 Insolera, Roma moderna cit., 1993, p. 61.<br>391 Fofi, L&#8217;immigrazione meridionale a Torino, cit., p. 68.<br>392 M. Talamo, L’inserimento socio-urbanistico degli immigrati meridionali a Torino, in CRIS, Immigrazione e industria, cit., p. 191.<br>393 R. Bedrone, R. Roscelli, Ciclo edilizio e ciclo produttivo, in R. Roscelli (a cura di), Edili senza lavoro, operai senza casa, Einaudi, Torino, 1975, p. 33.<br>394 Vidotto, Roma contemporanea, cit., p. 280.<br>395 Musso, Il lungo miracolo economico, cit., p. 99.<br><strong>Giulia Novaro</strong>, <em>Marisa e le altre. Storie di vita, soggettività e politicizzazione nelle lotte per la casa: Torino e Roma, 1969-1976</em>, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Firenze &#8211; Università di Siena 1240, 2023</p>
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		<title>I giovani neofascisti si sentivano liberi di saggiare nuove forme di militanza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Feb 2025 08:06:51 +0000</pubDate>
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<p>Diversamente dal &#8217;68, il “movimento del &#8217;77” fu un fenomeno esclusivamente italiano e rappresentò la conclusione del ciclo di mobilitazioni del 1968-1969. Le cause della nascita di questo movimento vanno ricercate all&#8217;interno del contesto socio-politico in cui si sarebbero sviluppate. L&#8217;intensa stagione di turbolenze cui si è già fatto riferimento, infatti, contrastava in maniera netta con l&#8217;immobilismo del mondo istituzionale. Sul piano propriamente politico, i partiti erano rimasti racchiusi in un intreccio inestricabile di giochi verticistici: nel 1971, ad esempio, in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, furono necessarie venti votazioni per eleggere Giovanni Leone.<br>Anche dal punto di vista economico l&#8217;Italia avrebbe vissuto una profonda fase di recessione, segnata dalle pesanti ripercussioni della crisi petrolifera che, dal 1973, avrebbe interessato, con intensità diverse, tutta l&#8217;Europa. La crisi avrebbe provocato un altissimo tasso di inflazione, il regresso della produzione industriale e un sempre più crescente deficit nel settore pubblico. &lt;88<br>Nel 1973 Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista, prese l&#8217;iniziativa di elaborare una nuova proposta politica, il “compromesso storico”, basata su un preciso disegno politico: in un periodo storico segnato dall&#8217;aggravarsi della minaccia terrorista e dalla forza crescente delle violenze extraparlamentari, l&#8217;unica possibilità per arginare derive autoritarie consisteva nell&#8217;impegno ad uscire da una posizione minoritaria nel sistema e conquistare uno spazio nuovo nel quadro politico e istituzionale. In questa prospettiva, i fatti del Cile &lt;89 rappresentavano un monito da cui prendere spunto per elaborare una proposta politica alternativa rispetto ad un centro-sinistra logoro e, ormai, inefficace. Le lunghe trattative, interne alla sinistra e esterne, rispetto agli altri interlocutori politici, portarono alla formazione, nel 1976, del cosiddetto governo della “non-sfiducia”, guidato da Giulio Andreotti: i socialisti e i comunisti, nonostante non partecipassero direttamente al governo, si impegnarono a non votare contro. Il successivo governo Andreotti avrebbe poi ricalcato la stessa formula &lt;90. Queste esperienze, riunite nella evocativa formula della “solidarietà nazionale”, si sarebbero rivelate molto deboli, non soltanto per la difficoltà a tradursi in scelte concrete, ma per il forte condizionamento che su di esse avrebbe esercitato la radicalizzazione del fenomeno terroristico.<br>A partire dal 1976, dunque, gli equilibri parlamentari poggiavano su una sorta di grande coalizione che includeva tutti i partiti dell&#8217;arco costituzionale dal quale, come noto, sarebbe rimasto escluso solo il MSI. Le ali estreme dello schieramento politico interpretarono questa alleanza come la nascita di un potenziale regime dominato dalla DC e dal PCI e, temendo che questo avrebbe appiattito ogni forma di opposizione, reagirono con violenza.<br>Una prima manifestazione di questo scollamento si sarebbe avuta nel febbraio 1977: l&#8217;Università “La Sapienza” di Roma era in quei giorni occupata in segno di protesta contro una recente proposta di riforma dell&#8217;ordinamento; quando Luciano Lama, segretario della CGIL, tentò di tenere un discorso nell&#8217;ateneo, fu accolto da una pioggia di insulti e fu costretto a fuggire mentre già erano scoppiati violenti scontri tra gli studenti e il servizio d&#8217;ordine del sindacato.<br>Sebbene questo episodio riguardi prevalentemente gli studenti e i manifestanti di sinistra, lo stesso sentimento di protesta avrebbe coinvolto profondamente anche, e soprattutto, la destra. Quel mondo politico e culturale, infatti, sarebbe stato caratterizzato in quel torno di tempo da un sostanziale ricambio generazionale come conseguenza dell&#8217;entrata in politica di una nuova schiera di militanti, quella dei nati dopo il 1955. Questi giovani militanti erano molto lontani dalla memoria storica del fascismo e, in una certa misura, provavano insofferenza verso la ritrita retorica nostalgica.<br>L&#8217;avvento di forze nuove aveva portato con sé anche una sorta di rimozione di quel timore reverenziale nei confronti dei gruppi storici: piuttosto che dalla tradizione dell&#8217;estrema destra, questi giovani della nuova generazione si sentivano più coinvolti dalla foga antisistemica dei loro coetanei. Inoltre, la dissoluzione di ON e di AN aveva fatto sì che i nuovi militanti rimanessero senza una guida che impartisse ordini in merito alla definizione dei rapporti gerarchici, all&#8217;organizzazione e all&#8217;ideologia. In questo modo i giovani neofascisti si sentivano liberi di saggiare nuove forme di militanza.<br>La sperimentazione di nuove forme di partecipazione e di mobilitazione, però, si sarebbe inevitabilmente accompagnata alla crescita esponenziale della violenza e dello scontro sociale e politico che, non di rado, avrebbe causato scontri con esiti spesso nefasti. In questo senso, un particolare significato, simbolico oltre che storico, avrebbe acquisito la strage Acca Larentia che avrebbe finito per segnare il confine tra un periodo di potenziale trasformazione della nuova destra radicale, che avrebbe richiesto molto più tempo, e il ritorno alla politica della “guerra tra bande”.<br>Il 7 gennaio 1978, a Roma, furono uccisi due giovani militanti del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI, mentre lasciavano la sezione di Via Acca Larentia. L&#8217;agguato fu eseguito da un gruppo di cinque o sei persone armate di pistole automatiche: Franco Bigonzetti, studente di medicina di diciannove anni, rimase ucciso sul colpo; Francesco Ciavatta, diciotto anni, nonostante fosse ferito tentò di fuggire salendo sulla scalinata esterna a lato della sezione, ma fu inseguito dagli aggressori e colpito di nuovo alla schiena. L&#8217;ultimo colpo gli fu fatale. Altri tre ragazzi erano stati coinvolti nell&#8217;attentato, ma riuscirono a rientrare nella sede del partito abbastanza in fretta da poter chiudere alle loro spalle la porta blindata dell&#8217;ingresso, scampando alla sparatoria &lt;91.<br>Non appena si diffuse la notizia, i camerati dei ragazzi uccisi cominciarono a raggrupparsi in massa davanti al luogo dell&#8217;attentato, organizzando una dura manifestazione fronteggiata dai Carabinieri. In seguito, probabilmente a causa del gesto di un giornalista che gettò una sigaretta a terra nel sangue rappreso di uno dei ragazzi uccisi, scoppiarono violenti scontri. Le forze dell&#8217;ordine spararono allora alcuni colpi in aria, ma uno di loro, il capitano Edoardo Sivori, sparò ad altezza d&#8217;uomo colpendo in piena fronte un altro militante di estrema destra, Stefano Recchioni, di appena diciannove anni &lt;92. I suoi camerati tentarono di raccogliere delle firme per denunciare l&#8217;ufficiale, ma i dirigenti del MSI, temendo di compromettere i buoni rapporti con l&#8217;Arma, rifiutarono di testimoniare. I giovani militanti interpretarono quella posizione come un segno dell&#8217;abbandono e del tradimento da parte del partito e reagirono con un&#8217;incontrollabile rabbia, scatenando tre giorni di cieche violenze che si estesero in tutti i quartieri “neri” di Roma &lt;93.<br>Per molti giovani della destra estrema questo fu il punto di non ritorno. La lotta armata divenne una reale alternativa, quasi una naturale evoluzione. I tradizionali modelli “battaglieri” della destra, si fusero con il clima ad elevato tasso di violenza del post &#8217;77 e da qui nacque un sentimento di impulsività e di rifiuto della razionalità che favoriva le percezioni istintuali e che avrebbe caratterizzato gli anni successivi. Per moltissimi militanti, la scelta della lotta armata a tutto campo fu l&#8217;espressione di una pulsione esistenziale elevata a forma di lotta contro il sistema.<br>Francesca Mambro, protagonista degli anni successivi dello spontaneismo armato, così parlava di Acca Larentia e delle sue conseguenze: «Ad Acca Larentia, per la prima volta e per tre giorni, i fascisti spararono contro la polizia. E questo segnò ovviamente un punto di non ritorno […] rapinare le armi ai poliziotti o ai carabinieri avrà un grande significato. Che lo facessero altre organizzazioni era normale, il fatto che lo facessero i fascisti cambiava le cose di molto, perché fino ad allora erano stati considerati il braccio armato del potere. E poi diventava anche un momento di prestigio.» &lt;94<br>[NOTE]<br>88 F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano, 1995.<br>89 L&#8217;11 settembre 1973 fu destituito, tramite colpo di stato, il governo di Salvador Allende. Augusto Pinochet, comandante dell&#8217;esercito e capo congiurati golpisti, instaurò una dittatura che durò fino all&#8217;11 marzo 1990.<br>90 P. Ginsborg, Storia dell&#8217;Italia contemporanea, società e politica, 1943-1988, Einaudi, Torino, 1990.<br>91 N. Rao, Il piombo e la celtica, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2009.<br>92 Ibidem.<br>93 F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano, 1995.<br>94 G. Bianconi, A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti, Baldini &amp; Castoldi, 1992.<br><strong>Marzia Minnucci</strong>, <em>A destra del MSI. Evoluzione armata della destra radicale</em>, Tesi di Laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno Accademico 2014-2015</p>
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