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		<title>Già nell’ottobre 1942 i comunisti italiani presero contatto con i partigiani sloveni</title>
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<p><strong>Particolarità della Resistenza friulana</strong><br>La lotta armata nella Venezia Giulia e in Friuli ha caratteri specifici ed originali che la differenziano dalla Resistenza nel resto d’Italia. Questa originalità deriva, innanzitutto, dalla posizione geografica della regione, sita com’era a cavaliere tra Austria e Jugoslavia in un punto chiave per i tedeschi, crocevia logistico-operativo fra il fronte italiano, la Germania e i Balcani. A queste motivazioni d’ordine geografico-militare se ne accompagnano altre di tipo etnico: infatti abitavano la zona popolazioni slovene e croate che convivevano qui da secoli a fianco della componente italiana. L’oppressione scatenata dal fascismo contro sloveni e croati (allogeni e alloglotti) della Venezia Giulia e del Friuli, spinse costoro alla ribellione durante tutto il ventennio, coinvolgendo di conseguenza anche la popolazione italiana. Le radici della Resistenza friulana s’innestarono quindi nella forte tradizione dell’antifascismo clandestino regionale, uno dei più attivi e dei più perseguitati d’Italia &lt;50: questo è il motivo principale del perché scaturì in regione un così precoce spirito resistenziale. Alla luce di ciò si comprende meglio perché nella Venezia Giulia e in Friuli la Resistenza assunse subito un carattere plurinazionale, con la nascita e lo sviluppo, sin dalla tarda estate del 1941, di formazioni partigiane slovene nelle province di Gorizia e Trieste; queste formazioni penetrarono anche nelle Valli del Natisone (Slavia veneta, altrimenti detta Benecìa &lt;51). L’organizzata Resistenza slovena creò diversi punti di riferimento per l’antifascismo friulano e giuliano e costituì, agli inizi, uno stimolo ed un esempio per le sue iniziative. Questa vicinanza, in seguito, si ripercosse negativamente sulle vicende friulane: i fini ultimi della lotta dell’Esercito di Liberazione jugoslavo (lotta di liberazione nazionale e rivoluzione sociale) complicarono non poco i rapporti tra le formazioni e tra i partiti italiani; i rapporti da tenere con gli sloveni diventarono motivo di aspre discussioni e di paralisi per l’unificazione dei diversi comandi partigiani italiani, soprattutto nelle zone di confine. La prossimità con questo forte movimento di liberazione a direzione comunista fu la principale ragione del perché si formò proprio in Friuli la più robusta organizzazione partigiana non comunista, la Osoppo, che ha pochi eguali in Italia. Il dualismo fra i reparti diretti dai comunisti (Garibaldi) e quelli sostenuti da altri partiti (Osoppo) non fu connotato tipico friulano, ma in questa regione assunse un valore particolare. L’insorgere di una questione nazionale e di frontiera sollevata dal movimento jugoslavo è un altro degli aspetti caratterizzanti, dal punto di vista politico -militare, della Resistenza nel Friuli Venezia Giulia. La Resistenza friulana si segnala, inoltre, per una serie di “primati”: fu in regione, infatti, che nacque l’unico distaccamento italiano sorto prima dell’armistizio dell’8 settembre; per primi, in Friuli, i reparti garibaldini si organizzarono in battaglioni e brigate (nelle altre regioni si combatteva ancora per bande, per piccoli nuclei); qui si costituì la prima brigata italiana, la Garibaldi “Friuli”, e si assistette alla prima grande battaglia contro i tedeschi (Gorizia 12-19 settembre 1943: probabilmente l’unico esempio in Friuli di insurrezione armata spontanea). Non di minore rilevanza storico-politica sono i trattati stipulati dai garibaldini con il IX Korpus d’armata jugoslavo o la creazione di grandi zone libere, con il conseguente controllo di vasti territori (come la Zona Libera della Carnia) che videro il coinvolgimento diretto e l’intervento nella vita sociale e amministrativa delle popolazioni civili, con interessanti esperimenti di autogoverno e l’avvio di una Costituzione avanzata. Il Friuli, per di più, ha il “primato” (se così si può chiamare…) di aver goduto per ultimo dell’arrivo degli Alleati e della liberazione, che qui non avvenne prima della seconda settimana di maggio.<br><strong>Nascita delle formazioni combattenti friulane</strong><br>Già nell’ottobre 1942 i comunisti italiani presero contatto con le formazioni slovene per concordare alcune forme di collaborazione &lt;52. L’intesa (superando molte perplessità interne) fu raggiunta dalla federazione udinese: gli italiani s’impegnarono a passare informazioni sui movimenti tedeschi, a rifornire di armi, medicinali e viveri le formazioni slovene; gli sloveni, da parte loro, concessero la formazione di un reparto autonomo di partigiani italiani, con comando e simboli nazionali, riunendo quei combattenti che già stavano lottando disseminati nelle formazioni jugoslave. In seguito a tali accordi, nella primavera del 1943 nacque il primo nucleo partigiano: il Distaccamento “Garibaldi” &lt;53, composto da una quindicina di volontari italiani, e operante sui monti della Slavia veneta. Questo distaccamento porta il nome di Garibaldi non per un caso: Garibaldi, infatti, era un eroe popolare; “garibaldini” erano i combattenti di Spagna nelle Brigate Internazionali contro il fascismo franchista e, soprattutto, il nome di Garibaldi richiamava forte l’immagine che voleva la resistenza al fascismo e ai tedeschi come continuazione del Risorgimento italiano. Il Distaccamento, braccato di continuo dai nemici, si spostò continuamente e si sciolse. I superstiti, all’indomani dell’8 settembre, formarono sul Collio (in continuazione del vecchio distaccamento) il battaglione “Garibaldi”, costituito con l’apporto di antifascisti del cormonese, di partigiani italiani che militavano nelle file slovene, di soldati sbandati e di alcuni dispersi della brigata “Proletaria” dopo la sconfitta nella battaglia di Gorizia. Raggiunse in pochi giorni le 120 unità e, su pressante invito sloveno, si spostò nelle Valli del Natisone. In seguito al forte afflusso di giovani e volontari dopo l’8 settembre, nacquero nuovi battaglioni partigiani nella zona orientale del Friuli. Fra il 12 e il 20 settembre si costituì, sempre nelle valli del Natisone, il Battaglione “Friuli”, organizzato su tre compagnie, come il “Garibaldi”. Ai primi di Ottobre risale anche la formazione del Battaglione “Pisacane”, composto in parte da membri degli altri due battaglioni e forte già di 70 uomini. A questi si aggiunse il Battaglione “Mazzini”, costituitosi a fine ottobre sul Collio (l’unico reparto italiano accettato in zona dagli sloveni), e dal quale in futuro avrebbe avuto vita la Brigata “Natisone”. La storia di questo reparto è diversa dalle altre formazioni garibaldine: infatti, ebbe sempre una notevole autonomia decisionale conferitagli dal decentramento logistico cui fu costretto e dalla contiguità con i reparti sloveni. Con la nascita e lo sviluppo di questi primi battaglioni si posero i presupposti per la costituzione di una brigata partigiana. Furono i comandi garibaldini a caldeggiare la formazione della brigata, unico mezzo per affermare in maniera decisa l’esistenza di formazioni italiane autonome nelle Prealpi Giulie. Inoltre incominciava a farsi pressante la necessità della presenza di una adeguata e congrua formazione militare italiana dato che, con la caduta del fascismo e a causa di rivendicazioni territoriali sempre più ufficiali e dettagliate da parte slovena, il problema dei confini orientali andava facendosi sempre più attuale. Dall’unione di questi battaglioni (nati e operanti fra i fiumi Natisone, Judrio e Isonzo) nacque così alla fine del 1943, sulle Prealpi Giulie, la Brigata “Friuli”, la prima in Italia, composta da circa 450 uomini. Volontari friulani, operai isontini (molto forte fu il numero di iscritti e sostenitori del partito comunista ndi cantieri di Monfalcone) ed ex-militari, formarono il grosso di queste unità.<br>[…] <strong>L&#8217;Intendenza Montes</strong><br>Accanto alle formazioni partigiane, proprio per rifornirle del necessario, sorsero in pianura i reparti dell’Intendenza. Nell’ottobre 1943, nella Bassa friulana e nell’isontino, dove esisteva da tempo una tradizione di organizzazione e di lotta sociale, cominciò la sua opera assidua l’Intendenza “Montes”, la più grande organizzazione logistica garibaldina. Prese il nome di battaglia di Silvio Marcuzzi che s’ispirò per questo a Diego Montes, bandito popolare messicano, benefattore dei poveri. Marcuzzi, infatti, fu il fondatore e il comandante dell’Intendenza fino all’autunno del ’44 quando, catturato dai fascisti, subì una fine atroce (fu seviziato fino alla pazzia), morendo di sofferenze il 5 novembre nelle carceri di Palmanova &lt;55. Il Comando, da principio, fu dislocato nelle vicinanze di Redipuglia. L’Intendenza Montes rifornì i partigiani sloveni del IX Korpus (solo più tardi avrebbe rifornito anche i garibaldini della divisione “Friuli”) contribuendo così, in maniera fondamentale, a mantenere buoni i rapporti tra la Resistenza italiana e quella slovena: il IX Korpus jugoslavo, infatti, operava in una zona poverissima e viveva delle risorse che riceveva dalla pianura friulana, acq uistate proprio tramite l’intendenza italiana. L’Intendenza raccolse viveri, vestiario, medicinali, scarpe, denaro, bestiame, cereali, armi e munizioni, che inviò in montagna tramite i magazzini di Doberdò del Lago e Ranziano (magazzino 333). Funzionò anche come centro di reclutamento, servizio informazione, stampa e propaganda. Preziosa fu l’opera d’assistenza che svolse nei confronti di militari alleati dispersi (avviandoli verso i campi d’aviazione sloveni e croati per il rimpatrio), di rifugio e protezione delle Missioni angloamericane, di cura degli ammalati e dei feriti, talora ricoverati clandestinamente e salvati negli ospedali con la collaborazione di personale medico compiacente &lt;56. Per la difesa e il trasporto del materiale e per la salvaguardia dei componenti da spie e doppiogiochisti, Montes organizzò squadre di G.A.P. Le operazioni più frequenti compiute da queste squadre furono: atti di<br>sabotaggio alle vie di comunicazione, attacchi contro pattuglie isolate, recupero di armi e munizioni dai depositi nemici. Tutte queste azioni procurarono ai tedeschi parecchi morti e feriti, obbligandoli a presidiare costantemente ponti, viadotti e linee ferroviarie, a scortare tutti i treni e a viaggiare per le strade solo in convogli armati. Le operazioni di minore responsabilità (come i piccoli sabotaggi, lo spargimento di chiodi, la raccolta di viveri, la propaganda) furono affidate, invece, alle S.A.P. Queste importantissime operazioni, svolte in pianura, videro inevitabilmente i partigiani agire in condizioni di scarsa sicurezza, rendendoli facili prede dei delatori e dei collaborazionisti. Le spie, sempre ben pagate dal nemico, rappresentarono costantemente (soprattutto nei periodi più duri della lotta, come l’autunno-inverno 1944) un problema gravissimo per la sopravvivenza di questi reparti. L’Intendenza diventò in poco tempo un’organizzazione imponente, che non aveva eguali in Italia; assunse proporzioni tali (oltre 500 addetti) da essere considerata una vera e propria brigata combattente. Marcuzzi attivò molti C.L.N. di villaggio, coinvolgendo anche i gruppi di resistenza “passiva”. Impose che, per cooperare alla causa partigiana, fossero versati da tutti dei contributi: molti lo fecero volontariamente, per patriottismo o per convinzione politica, altri per paura, altri ancora per riscattare il proprio passato fascista. I prelievi, in seguito, vennero organizzati secondo i suggerimenti dei C.L.N. locali, compilando una lista di contribuenti dell’isontino e della Bassa friulana comprendente commercianti, industriali, proprietari di aziende agricole e professionisti. “Montes” tenne una minuziosa contabilità della sua attività, di cui rendeva conto al partito comunista e ai C.L.N. Normalmente l’Intendenza rilasciava, in cambio della merce prelevata, una regolare ricevuta in nome del Comitato di Liberazione (i cosiddetti “buoni di prelevamento”, rimborsati dallo Stato dopo la Liberazione); oppure, se aveva denaro, pagava la merce a prezzo di calmiere. Queste azioni comportavano un rischio elevatissimo a causa dei contatti con così tante persone, più d’una delle quali corse dai tedeschi a denunciare le requisizioni subite. Gli abusi che ci sono stati, anche numerosi, sono difficilmente imputabili all’organizzazione di “Montes”, che come abbiamo visto era minuziosa e rigorosa nel compiere i prelievi; sono attribuibili, più verosimilmente, all’operato di singoli partigiani o di qualche facinoroso che, col mitra in pugno, ha derubato la gente e, per convenienza, ha fatto ricadere la colpa sull’Intendenza &lt;57.<br>[…] Sempre nel settembre-ottobre 1943, nelle Prealpi Giulie (dintorni di Attimis), sorse una formazione giellista aderente al Partito d’Azione. Alcuni giovani appartenenti a questo partito, dopo aver recuperato armi e munizioni (sottraendole all’esercito), salirono sui mon ti circostanti; la banda che formarono prese il nome di “battaglione Rosselli” &lt;58 (in realtà un distaccamento) e si segnalò per l’efficienza dei suoi sabotatori. Con l’offensiva tedesca di novembre il reparto si sciolse e i superstiti contribuirono, confluendovi insieme ad altre forze politiche e partigiane, ad organizzare la Osoppo. Il Partito d’Azione non ebbe più, da quel momento, reparti propri in Friuli. Simile a quella del distaccamento giellista è la storia della “banda di Attimis” (il cui comandante era il capitano Manlio Cencig, “Mario”), l’unico distaccamento apartitico riconosciuto come reparto partigiano combattente nel 1943. Composto di 50 uomini ben armati (avendo recuperato le armi nella caserma alpina Val Natisone), aveva collegamenti con altri 100 rimasti a casa propria. Entrò in contatto con le formazioni G.L. e Garibaldi ma se ne tenne rigorosamente distinta. Anche questa banda, dopo i rastrellamenti autunnali, si sciolse e partecipò attivamente alla formazione della prima brigata Osoppo, vedendo diventare il suo “Mario” vice comandante.<br>[NOTE]<br>50 Centinaia furono gli arrestati e i condannati a pene detentive durissime, migliaia i confinati e gli internati (I. DOMENICALI, G. FOGAR, La Resistenza, in “Storia regionale contemporanea, guida alla ricerca”, edizioni Grillo, Udine, 1979, p. 48).<br>51 Per T. MANIACCO e F. MONTANARI (I Senza storia. Il Friuli dal 1866 al 25 Aprile 1945, Casamassima, 1978) è più corretto chiamare queste zone Slavia veneta piuttosto che friulana.<br>52 Si veda, per esempio, G. C. BERTUZZI, 1942-1943. “Esercito partigiano italiano” e “questione nazionale”: alle origini di una vicenda controversa in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XII, n.13, I.F.S.M.L., Udine, 1982.<br>53 Probabilmente la dicitura “Distaccamento Garibaldi” fu successiva alla creazione del nucleo.<br>54 A. C., in un’intervista orale, ricorda l’assalto al deposito militare di Percoto da parte della popolazione locale per rifornirsi di scatolette di cibo. La sua testimonianza è confermata da F. MAUTINO (Guerra di popolo, Feltrinelli, Padova, 1981, p. 56).<br>55 Per approfondimenti sull’Intendenza Montes si vedano: G. C. BERTUZZI (Intendenze partigiane e commissioni economiche militari della resistenza friulana, estratto da: Problemi di storia della Resistenza in Friuli – Atti del 1° Convegno di Studi, Del Bianco Editore) e B. DA COL (Intendenza Montes e i Gruppi d’Azione Patriottica nel Monfalconese e nella Bassa Friulana, I.F.S.M.L., Udine, 1994).<br>56 Per approfondire l’argomento si veda: L. ARGENTON, I medici durante la Resistenza nella<br>regione Friuli (1943-1945) in “Storia contemporanea in Friuli”, anno XX, I.F.S.M.L., Udine, 1990.<br>57 E’ stato più facile per alcuni, dopo la guerra, ricordare la requisizione poco ortodossa di una bicicletta da parte dei partigiani piuttosto che le volte in cui al prelievo è seguito il rilascio del buono.<br>58 Nome che si rifà ai fratelli Rosselli, fondatori del movimento Giustizia e Libertà.<br><strong>Alessio Di Dio</strong>, <em>Il Manzanese nella guerra di Liberazione. Partigiani, tedeschi, popolazione</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2002-2003</p>
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		<title>L&#8217;impostazione decisamente autoritaria delle vecchie colonie di vacanza</title>
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					<description><![CDATA[Nei primi anni del dopoguerra, il principale attore nell’organizzazione delle colonie di vacanza è la Chiesa, che esplica la propria attività attraverso la Pontificia Opera di Assistenza, la quale nel 1952 ottiene la gestione quinquennale delle strutture dell’ex Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.); accanto alle istanze a sfondo terapeutico, pur presenti, le sue iniziative della [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo.jpg"><img decoding="async" width="960" height="1410" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo-960x1410.jpg" alt="" class="wp-image-13033" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo-960x1410.jpg 960w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo-320x470.jpg 320w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo-768x1128.jpg 768w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo-1046x1536.jpg 1046w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo-1394x2048.jpg 1394w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/1cbo.jpg 1437w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Opuscolo della Pontificia opera di assistenza, Diocesi di Bologna, 1954 [Archivio storico della Regione Emilia-Romagna, Fondo Gioventù italiana, Assistenza estiva, b. 25]. Fonte: e-review.it</figcaption></figure>



<p>Nei primi anni del dopoguerra, il principale attore nell’organizzazione delle colonie di vacanza è la Chiesa, che esplica la propria attività attraverso la Pontificia Opera di Assistenza, la quale nel 1952 ottiene la gestione quinquennale delle strutture dell’ex Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.); accanto alle istanze a sfondo terapeutico, pur presenti, le sue iniziative della P.O.A. presentano una chiara intenzione educativa, che ha al centro la formazione religiosa. &lt;1<br>Come scrive Franco Frabboni nel suo &#8220;Tempo libero infantile e colonie di vacanza&#8221; del 1971, fino alla fine degli anni Sessanta, se si eccettuano alcune eccezioni, costituite soprattutto dalle colonie gestite dai Ceméa &lt;2 e da altre singole realtà, quale la colonia “Maria Luisa Berneri” realizzata da Giovanna Caleffi sulla quale torneremo tra poco, la colonia climatica si configura come un’esperienza che racchiude in sé notevoli elementi istituzionali propri della scuola, tra i quali la scissione tra i tempi destinati ai «riti etico &#8211; sociali della comunità» come l’alzabandiera e la ginnastica collettiva, e i tempi di «disintossicazione ludico-creativa», nei quali si può invece liberare la spontaneità dei bambini. La colonia di quest&#8217;epoca si caratterizza ancora, continua l’autore, come una «struttura asilare verticale e chiusa», nettamente separata rispetto al territorio circostante, con rigide gerarchie adulte che hanno il compito di definire a priori gli obiettivi e con suddivisioni della comunità dei bambini ospiti in porzioni «badate» da adulti. &lt;3<br>Particolarmente efficace dal punto di vista descrittivo è il ritratto che fa delle colonie dell&#8217;epoca un medico il quale, in occasione di un convegno tenutosi a Bologna nel 1970, narra del suo primo incontro professionale con queste realtà: &#8220;[…] padiglioni caratteristici e tra loro assomiglianti pur nella variazione, un mondo determinato dai cui confini è proibito uscire. Poi, le file ordinate di centinaia di bambini marcianti passivamente sulle note spente di canti senza interesse e l’attesa domenicale dei genitori con i loro fagottini dietro una rete di protezione al cortile antistante la colonia. […] le immense camerate con i loro letti nudi e precari allineati l’uno accanto all’altro; i grandi refettori e gli scarsi servizi igienici…&#8221; &lt;4.<br>Va notato a questo proposito che, negli anni Cinquanta, le colonie climatiche sono ancora ritenute dominio dell’ambito sanitario e assistenziale; nella relazione di Agostino Gemelli al Congresso nazionale medico &#8211; pedagogico del 1953 leggiamo infatti: &#8220;Il medico è la spina dorsale della colonia e perciò egli ha sulle sue spalle una grande responsabilità. Gli educatori e le assistenti debbono rivolgersi al medico per avere indicazioni o consigli forniti sulla base dei dati di fatto che essi debbono presentare al medico. Egli è poi la spina dorsale della colonia perché questa ha per fine precipuo e fondamentale di rimettere i suoi giovani ospiti in condizioni fisiologiche sufficienti per poter affrontare la vita; la Colonia deve mettere il ragazzo in condizioni di ritornare alla scuola in condizioni fisiche (sic.) tali da poter trarre profitto dall’insegnamento […]&#8221; &lt;5. Nel passo appena proposto, appare con evidenza un tratto sul quale torneremo in seguito: il ruolo, che potremmo definire ancillare delle colonie e del tempo libero nei confronti della scuola: le vacanze in colonia sono infatti viste come momento di preparazione &#8211; meramente fisica &#8211; del bambino e dell’adolescente, in vista di un proficuo rientro a scuola. In una monografia del 1959, Salvatore Collari, docente di clinica tisiologica all’Università di Roma, interamente dedicata alle colonie, scrive: &#8220;È, pertanto, necessario che le colonie estive, dalle varie Istituzioni e dagli Enti che le organizzano (e anche dalle famiglie), vengano considerate nel loro reale significato assistenziale, igienico e profilattico, medico e sociale, e cioè “colonie di salute” per coloro che maggiormente ne hanno bisogno, senza particolari finalità terapeutiche, ma anche senza allettanti esclusive prospettive di gratuita villeggiatura&#8221;. &lt;6 All’interno di questi caratteri generali delle colonie, Frabboni individua due tipologie distinte, che corrispondono a due fasi successive dello sviluppo di queste esperienze in Italia; sia l’una che l’altra, va precisato sin d’ora, mantengono una matrice comune&#8221;. &lt;7<br><strong>Il modello assistenziale</strong><br>Dalle origini sino agli anni Cinquanta del Novecento le colonie hanno finalità dichiaratamente «etico-curative»: come si è visto nel capitolo 3, in esse prevale l&#8217;accento sulla sfera fisica e sui suoi bisogni; il ruolo di guida è affidato al personale sanitario, che si prende cura di problemi quali la denutrizione e le difficoltà respiratorie; altre figure chiave sono quelle del direttore e del cappellano. L’avvento del fascismo non determina cambiamenti in questa impostazione, aggiungendo però alle funzioni già presenti quella di diffondere un’immagine positiva del regime e di formare i bambini a uno spirito di totale obbedienza allo stato totalitario. &lt;8<br><strong>Il modello “parascolastico”</strong><br>A partire dagli anni Cinquanta, continua Frabboni, nelle colonie si verifica un incremento di eterogeneità tra i bambini accolti, a causa dell&#8217;intensa immigrazione verso le città, dell’aumento dell’occupazione della donna e delle grandi chiusure aziendali per ferie durante il mese di agosto. &lt;9 Le colonie, spiega l’autore, non sono più rivolte esclusivamente ai meno abbienti e ai più gracili, ma si indirizzano progressivamente ad una popolazione eterogenea per livello economico e culturale; in quel periodo aumentano anche gli enti che si occupano della loro organizzazione, in particolare le grandi aziende. Per rispondere alle richieste di un’utenza più varia, in un’epoca in cui si è ormai attenuata l’emergenza sanitaria e nutrizionale, le colonie cercano di aprirsi verso le emergenti istanze di socializzazione, di crescita intellettiva e di fruizione estetica: rimane però, osserva l&#8217;autore, al pari che nelle colonie di tipo assistenziale, un’impostazione decisamente autoritaria, nella quale è costante la richiesta più o meno esplicita di conformarsi a modelli di comportamento ben definiti. Aumenta progressivamente il rilievo attribuito agli obiettivi di distensione e ricreazione, attraverso la proposta di una ricca trama di attività giornaliere per tenere in qualche modo “occupate” le squadre. Anche questo secondo modello, che pur in apparenza si presenta come più attento ai bisogni non solo fisici del bambino, ripropone in realtà secondo Frabboni delle «squallide sequenze di strutture inglobanti e isolanti», nelle quali la libertà e la democrazia si riducono alla mera fruizione di attività già decise in partenza, secondo uno schema tipico della scuola dell’epoca, definita come istituzione che porta all’«atrofizzazione dell’originalità del bambino». &lt;10<br>Nell’ambito delle colonie, il campo è conteso in quegli anni tra due grandi aree: quella delle colonie di ispirazione cattolica e quella delle organizzazioni laiche. Le prime, pur accogliendo un certo «puerocentrismo» di matrice deweyana, subordina le attività all’accettazione di una serie di norme, quali l’obbedienza, e valori, come l’esaltazione dell’integrità morale, la puntualità, il silenzio, l’ordine. &lt;11 Le gestioni laiche, pur essendo maggiormente orientate verso la dimensione soggettiva e spontanea del bambino, sono anch’esse soggette alla modalità asilare, con la rigida osservanza di norme e gerarchie (ad esempio, con una sorta di “culto” dell’orario).<br>Il modello parascolastico, conclude Frabboni, presenta dunque caratteri analoghi a quelle del modello assistenziale: si tratta sempre di esperienze rigidamente controllate dagli adulti, caratterizzate da una costante richiesta di adeguamento alla dimensione collettiva, da una netta separazione tra i sessi e dall&#8217;isolamento dal contesto esterno, con scarse uscite e assenza di informazioni sul territorio ospitante. Nelle iniziative di tipo parascolastico permane una decisa impronta custodialistica: i bambini non vengono mai lasciati soli, ma sono sempre seguiti dallo sguardo degli adulti, che si pongono nei confronti degli ospiti con un atteggiamento di indiscussa autorità; i gruppi di bambini &#8211; o meglio, le squadre &#8211; rappresentano nuclei a sé stanti, senza alcun dialogo o contaminazione con le altre micro-comunità della colonia.<br>[NOTE]<br>1 JOCTEAU, G.C., a cura, (1990). Ai monti e al mare. Cento anni di colonie per l’infanzia, cit.<br>2 Si veda a tale proposito il capitolo 5.<br>3 FRABBONI F. (1971). Tempo libero infantile e colonie di vacanza cit., pp. 97 e ss.<br>4 LOPERFIDO, E. (1970 ?). In Provincia di Bologna. Atti del convegno La funzione dell&#8217;Ente locale ed il servizio sociale ed educativo della casa di vacanza. Bologna, 28 Febbraio-1 Marzo 1970. Bologna: Provincia di Bologna.<br>5 GEMELLI, A. (1953). “Ciò che è necessario per la preparazione del personale delle colonie”, pp. 7-14. Atti del Congresso nazionale medico pedagogico. V congresso dei medici. I dei pedagogisti. Roma, 15-16-17 maggio 1953. Roma: Pontificia Opera di Assistenza in Italia.<br>6 COLLARI, S. (1959). Le colonie climatiche. L’assistenza climatica all’infanzia nel quadro della moderna medicina preventiva. Roma: Istituto di Medicina Sociale, p. 20.<br>7 FRABBONI F. (1971). Tempo libero infantile e colonie di vacanza cit., pp. 97 e ss.<br>8 Si veda il par. 2.6.<br>9 Per l&#8217;importanza, anche in epoche precedenti, dell&#8217;afflusso di popolazione verso i centri urbani si veda il par. 2.1.2.<br>10 FRABBONI F. (1971). Tempo libero infantile e colonie di vacanza cit., pp. 97 e ss.<br>11 Ivi, p. 134.<br><strong>Luca Andrea Alessandro Comerio</strong>, <em>Le colonie di vacanza italiane nel periodo 1968-1990: una pedagogia in transizione tra spinte attivistiche ed eredità del passato</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Anno Accademico 2018-2019</p>
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		<title>Dopo il patto di palazzo Giustiniani</title>
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		<pubDate>Sun, 10 May 2026 10:31:46 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/cr2.jpg"><img decoding="async" width="454" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/cr2.jpg" alt="" class="wp-image-13030" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/cr2.jpg 454w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/cr2-320x451.jpg 320w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a></figure>



<p>All’inizio del 1974 la situazione politica ed i rapporti tra i principali partiti politici appaiono ancora in lenta evoluzione nella ricerca di una soluzione al problema dell’equilibrio di governo, dopo la crisi della formula del centro-sinistra cominciata dopo le elezioni del 1968. Queste avevano segnato la tenuta della Democrazia cristiana ma un calo del Partito socialista unificato, cui aveva fatto riscontro un incremento dei comunisti ed un buon risultato del Psiup, e, come conseguenza, se non la sconfitta del centrosinistra, almeno il suo mancato successo; la delusione di alcuni settori della sinistra deriva anche dalle grandi aspettative che l’adesione del Psi al governo aveva suscitato negli anni precedenti. Aspettative cui del resto avevano corrisposto i timori di parte dell’elettorato moderato. Il biennio della contestazione, oltre a mostrare l’esigenza di rinnovamento della società aveva contribuito a radicalizzare la contrapposizione politica, la quale si era manifestata anche attraverso modalità estreme: alcune frange sovversive di destra si erano spinte sul terreno degli atti di terrorismo al fine di destabilizzare il sistema, mentre anche settori delle forze armate e dei servizi avevano dimostrato una notevole impazienza ed alcuni elementi non erano rimasti immuni dal desiderio di “fare come in Grecia”.<br>Le dinamiche interne della Dc avevano visto, nel corso del 1969, ridimensionarsi la forza della corrente dorotea; Aldo Moro ne aveva preso le distanze e, successivamente, l’emergere della “terza generazione” con la collaborazione tra De Mita e Forlani in occasione del convegno di San Ginesio (settembre 1969), aveva avuto l’effetto di rendere precaria la segreteria di Piccoli, vincitore del congresso di pochi mesi prima. A questi infatti era succeduto Forlani prima della fine dell’anno, con De Mita vice-segretario. Dopo il 1970 comunque l’elettorato nel suo complesso aveva manifestato uno spostamento verso destra dell’asse politico, una sorta di “riflusso” dopo il biennio della contestazione. Le elezioni amministrative del giugno 1971 avevano evidenziato una notevole affermazione del Msi, che l’anno precedente aveva cavalcato la protesta di Reggio Calabria, coincidente con un calo significativo dei consensi democristiani. Per recuperarli e prevenire una nuova sconfitta il partito aveva affrontato le elezioni politiche (anticipate al 1972 per evitare l’incombente referendum sul divorzio) da una posizione di “centralità”, ovvero mettendo da parte, almeno provvisoriamente, l’alleanza di governo con il Psi che aveva caratterizzato quasi tutto il decennio precedente. In questa maniera la Dc era riuscita a recuperare molti dei voti “In libera uscita” e a limitare le proprie perdite. Eppure i risultati delle elezioni avevano mostrato l’”onda lunga” del riflusso, confermando lo spostamento a destra nel Paese; si trattava di uno spostamento tutto sommato lieve, ma sufficiente a creare allarme sia nelle forze di sinistra, sia nella democrazia cristiana, che infatti si era decisa a varare un governo guidato da Giulio Andreotti senza i socialisti e dando molto risalto alla presenza del partito liberale, per recuperare consensi tra i conservatori. Esso però aveva dimostrato una capacità di realizzazione piuttosto scarsa &lt;61, probabilmente anche a causa della base parlamentare esigua e la sua durata non aveva superato l’anno. Dopodiché, per gestire una nuova stagione di centrosinistra, nella Dc si era provveduto ad un avvicendamento alla segreteria ed alla guida del governo, dove erano subentrati, rispettivamente, Fanfani e Rumor. L’avvicendamento era stato sancito dal patto di palazzo Giustiniani, stipulato tra le varie correnti poco prima del XII congresso del partito a Roma, nel giugno del 1973; frutto della mediazione, in primo luogo, tra Fanfani e Moro, all’accordo avevano aderito le principali correnti ed era stato sottoscritto da tutti i dirigenti più in vista.<br>Secondo Luciano Cafagna, dopo le elezioni politiche del 1968 che, almeno in parte, avevano sanzionato la bocciatura della formula del centrosinistra da parte dell’elettorato, la Democrazia cristiana avrebbe effettuato una «seconda svolta a sinistra», che, a differenza della prima (cioè quella verificatasi nella fase 1962-63) è «ambigua, confusa, non gestita… dà più l’impressione di una frana che di una consapevole innovazione di linea. Forlani e Fanfani, con la dottrina della “centralità democristiana” cercheranno di arginarla, Rumor vi galleggerà sopra, Moro e Andreotti cercheranno di cavalcarla» &lt;62. In realtà la politica della Dc dipende, in buona misura, dalle opzioni del momento ma anche dalle dinamiche interne e da quale delle sue componenti prevale in ogni circostanza; inoltre molti degli esponenti del partito (con l’eccezione forse delle correnti di sinistra) sembrano passare con notevole disinvoltura da un atteggiamento di attenzione nei confronti della sinistra al sostegno aperto ai settori più moderati della società, secondo la situazione strategica e le opportunità contingenti: così Fanfani non aveva dimostrato dubbi di sorta nel presentarsi come uomo di sinistra nel momento in cui aspirava ai voti (anche quelli comunisti) necessari per ottenere la presidenza della Repubblica nel 1971, mentre alla vigilia del congresso del 1973 era divenuto l’alfiere della “centralità democristiana”; un discorso analogo vale per Andreotti, il quale aveva interpretato la svolta a destra della Dc in seguito alle elezioni politiche del 1972, i cui risultati erano stati da molti osservatori interpretati come segnale di un riflusso da parte dell’elettorato italiano verso posizioni moderate &lt;63, ma poi non dimostrerà incertezze di sorta nel divenire l’uomo della collaborazione coi comunisti nel triennio 1976-79 guidando i governi della solidarietà nazionale e anche in seguito, fino al congresso del 1980. Non molto diversa sembra l’atteggiamento dei leader della corrente dorotea (o “Iniziativa popolare” come viene battezzata), sempre molto più sensibili alle sollecitazioni riguardanti l’esercizio del potere piuttosto che quelle strettamente ideologiche &lt;64. Forse coglie meglio l’essenza delle opzioni politiche della Dc dopo il 1968 Giorgio Galli, secondo il quale il partito dei cattolici alterna la speranza di una collaborazione da parte del Pci, a titolo però gratuito, con decise campagne anticomuniste &lt;65. Nel complesso comunque le dinamiche del partito dipendono dall’equilibrio delle correnti e dalla capacità di controllo delle stesse che dimostrano i leader, mentre si distinguono, nell’ambito del partito, i dirigenti che lavorano soprattutto per assicurare l’unità della Dc, in particolare Aldo Moro, che, dopo un periodo in posizione in qualche misura defilata, dopo le delusioni del centrosinistra e le elezioni del 1972, torna ad esercitare una grande influenza. Proprio a causa del suo riconosciuto impegno per l’unità dei cattolici, più che per la consistenza della propria corrente, Aldo Moro gioca un ruolo di primo piano nell’elaborazione del patto di palazzo Giustiniani &lt;66. Per quanto riguarda la formula di governo, la strategia che prevale è ancora quella di centro-sinistra &lt;67, formula che in realtà sembra una strada obbligata dopo l’esperienza neocentrista del governo Andreotti ed i suoi pochi risultati; ricomincia così quella collaborazione anche personale tra Rumor e De Martino che era nata dopo le elezioni politiche del 1968 &lt;68. Una strada obbligata quindi, almeno fino a quando diverrà attuale la proposta del compromesso storico da parte del Pci. Nel frattempo però alcuni dirigenti Dc avevano cominciato a guardare ai comunisti in maniera diversa dal passato: lo stesso Moro aveva parlato, già nel febbraio del 1969, di «strategia dell’attenzione» &lt;69 verso il grande partito della classe operaia e De Mita parlava con frequenza di un «nuovo patto costituzionale» &lt;70 che avrebbe avuto lo scopo di coinvolgere il Pci nelle decisioni circa il governo della società.<br>Se la strada del centro-sinistra per la formazione del governo era divenuta obbligata per la Dc, essa era divenuta anche possibile: i socialisti infatti erano tornati disponibili alla collaborazione di governo dalla fine del 1972. Dopo il risultato delle elezioni del 1968 ed il fallimento dell’unificazione con i socialdemocratici, essi avevano mostrato di attraversare una difficile «crisi di identità» &lt;71: la collaborazione al governo non aveva portato frutti, «i quattro anni di immobilismo moroteo […] erano serviti non ad accreditare i socialisti presso l’elettorato conservatore, ma a screditarlo verso quello progressista» &lt;72. Eppure dopo il 1969 vi erano state importanti realizzazioni: lo statuto dei lavoratori ispirato da Gino Giugni e portato in Parlamento da un ministro socialista, le regioni, la legge sul divorzio; con le elezioni del 1968 era caduto il leader della formula di governo, Moro, che era anche il fautore della tattica del «temporeggiamento assoluto, quindi si dischiudono provvedimenti che erano stati chiusi a chiave» &lt;73; anche se rimane da verificare se queste realizzazioni fossero da riferire alla potenzialità del centrosinistra o a quella «nuova maggioranza-ombra emendatrice, a cavallo tra maggioranza governativa e opposizione comunista, tra Parlamento e forze esterne di spinta» &lt;74. Col congresso del partito socialista di Genova, nel novembre del 1972, si era conclusa la segreteria di Mancini (appoggiato dalla corrente di sinistra di Lombardi) e si era avviata la gestione di De Martino, forte del sostegno da parte degli autonomisti di Nenni (i quali avevano certamente accolto con sfavore la gestione da parte della precedente segreteria delle elezioni presidenziali del 1971, quando la candidatura di Nenni non era stata sostenuta &lt;75). Il problema principale del Psi era quello di trovare una linea strategica diversa dal centrosinistra, che si era rivelata scarsamente remunerativa per il partito. Prima del congresso di Genova era stato introdotto il concetto degli “equilibri più avanzati” &lt;76, che presupponeva una stretta collaborazione con i comunisti &lt;77, eppure Nenni aveva reputato “suicida” un’alleanza con il Pci in questa fase &lt;78, mentre anche l’area del partito che si ispirava a Lombardi sembrava guardare molto più alla possibilità di una “ristrutturazione” della sinistra italiana grazie alla scissione di spezzoni della Dc ed anche del Pci &lt;79. Se i rapporti con il Pci sono senz’altro uno dei principali nodi da sciogliere nel Psi, un secondo dilemma, ricordato da Galli, sul terreno più strettamente ideologico, è quello del cammino concreto verso il socialismo: riforma nel sistema o riforma del sistema? Lombardi sembra propendere per la seconda soluzione, mentre da qualche anno diversi esponenti socialisti stavano tentando di accattivarsi le simpatia dei gruppi extraparlamentari di sinistra &lt;80.<br>Il Pci verso la fine del 1973 aveva introdotto un’elaborazione politica destinata ad avere grande rilievo per gli equilibri politici del paese: il lancio della proposta del “compromesso storico”, formulato attraverso i noti articoli pubblicati dal segretario Enrico Berlinguer sul settimanale Rinascita &lt;81. La strategia, che consisteva in qualche tipo di convergenza tra le forze popolari rappresentate dalla sinistra e quelle rappresentate dai cattolici, aveva, almeno inizialmente, dal punto di vista di Berlinguer, una funzione essenzialmente difensiva &lt;82 e traeva origine dagli eventi del settembre 1973 in Cile, dove, nel settembre del 1973, un colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di sinistra, stabilitosi tre anni prima in seguito ad una regolare vittoria elettorale. Tra le considerazioni principali del segretario del Pci, vi è quella per cui anche un esito elettorale favorevole, o almeno un esito che non sia largamente maggioritario, potrebbe non essere sufficiente per consentire alle sinistre di guidare il governo del paese al riparo dagli attacchi dei settori più conservatori.<br>[NOTE]<br>61 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino, 1995. Pag. 491<br>62 G. Amato e L. Cafagna, Duello a sinistra, Il Mulino, Bologna, 1982.<br>63 Le elezioni politiche del 1972 registrano un notevole successo del Movimento Sociale Italiano, che sembra aver sottratto voti soprattutto alla Dc. Ma probabilmente parlare di “riflusso” moderato non rispecchia l’atteggiamento reale dell’elettorato alla luce dei risultati complessivi; in fatti come fa notare S. Colarizi, Storia politica della Repubblica. 1943-2006, Laterza, Roma-Bari, 2007, la Dc appare recuperare al centro, a spese del Pli, o a sinistra, a spese del Psdi, i voti che ha perso a destra; nel complesso i quattro partiti del centrosinistra non perdono consensi nel 1972 (anzi guadagnano qualche decimo di punto percentuale) e quindi «la percezione di una svolta a destra del paese non è corretta».<br>64 Vedere P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992. Cit.<br>65 G. Galli, Mezzo secolo di DC, Rizzoli, Milano, 1993.<br>66 Lo statista democristiano diviene «l’ideologo» della Dc, secondo la Stampa del 11 giugno 1973 (“Voi non capite i miracoli, come capire il congresso?”), il «garante» secondo P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992. Cit. Pag.522.<br>67 Tra le correnti del partito prima del patto, quelle di sinistra erano per la collaborazione col Psi, quelle di Fanfani e Andreotti per la “centralità Dc” mentre i dorotei accettavano il centrosinistra con la condizione che i socialisti rinunciassero alle istanze maggiormente controverse. Ciascuna componente aveva quasi lo stesso peso, pari ad un terzo (considerando i morotei tra le sinistre), vedere G. Galli, Mezzo secolo di Dc. Cit.<br>68 Collaborazione sottolineata da G. Galli, ibid.<br>69 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992. Cit. Pag.419<br>70 P. Castellani, “La Democrazia Cristiana dal centro-sinistra al delitto Moro (1962-1978)”, in F. Malgeri (a cura di), Storia della Democrazia Cristiana. Dal centro-sinistra agli anni di piombo (1962-1978), Edizioni Cinque Lune, Roma, Pag. 61<br>71 Per usare l’espressione di S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006. Cit.. Pag. 99.<br>72 G. Amato e L. Cafagna, Duello a sinistra. Cit. Pag. 44.<br>73 Ibid. Pag. 41<br>74 Ibid. Pag. 30<br>75 Vedere il comunicato diffuso dalla corrente citato in G. Galli, Storia del socialismo italiano. Da Turati al dopo Craxi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2007. Pag. 385<br>76 Il giornalista Arturo Gismondi attribuisce la paternità dell’espressione a Enrico Manca. A. Gismondi, Alle soglie del potere. Storia e cronaca della solidarietà nazionale 1976-1979, Sugarco, Milano, 1986. Pag. 37<br>77 Una strategia definita «abdicatoria» in L. Cafagna e G. Amato, Duello a sinistra. Cit. Pag.36<br>78 Vedere G. Galli, Storia del socialismo. Cit. Pag. 394<br>79 G. Amato e L. Cafagna, Duello a sinistra. Cit. Pag. 37<br>80 Ibid. Pag. 37<br>81 E. Berlinguer, “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, in Rinascita del 28 settembre 1973 e del 5 ottobre 1973.<br>82 Questa, per esempio, l’opinione di Franco De Felice; vedere F. De Felice, L’Italia repubblicana. Nazione e sviluppo. Nazione e crisi, Einaudi, Torino, 2003. Pag. 198. Un punto di vista analogo quello espresso dagli autori di Duello a sinistra, in cui si spiega che il precipitare della situazione politica cilena aveva rafforzato timori già presenti tra i comunisti italiani: dopo il 1968-69 infatti si era aperto un triennio «aspro e complesso e il partito comunista interpretò questa fase in termini difensivi […] è questo il segno zodiacale sotto il quale nasce, a un certo punto, la strategia del compromesso storico», L. Cafagna e G. Amato, Duello a sinistra. Cit. Pag. 75<br><strong>Edoardo M. Fracanzani</strong>, <em>Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983)</em>, Tesi di dottorato, Sapienza &#8211; Università di Roma, 2013</p>



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		<title>Di alcune opere di storia sulla Repubblica Sociale</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 10:36:43 +0000</pubDate>
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<p>A quattordici anni di distanza dalla pubblicazione del saggio di Deakin, compare nel 1977 un&#8217;altra opera di sintesi generale sulla vicenda della RSI e cioè &#8220;La repubblica di Mussolini&#8221; di Giorgio Bocca, significativa non soltanto per l&#8217;ampiezza del suo respiro, ma anche perché l&#8217;autore, prima di diventare una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano, era stato nei suoi anni giovanili un partigiano. &lt;23 Bisogna però sottolineare come negli anni Settanta la contrapposizione ideologica fascismo-antifascismo e la recrudescenza dell&#8217;antifascismo militante, vissuto come reazione alla strategia della tensione in cui risultarono implicate molte organizzazioni dell&#8217;estrema destra neofascista, non favorirono l&#8217;approfondimento dell&#8217;interesse storiografico nei confronti della RSI, per cui bisogna aspettare la metà degli anni Ottanta perché si realizzi un profondo mutamento nell&#8217;approccio agli studi sulla repubblica di Salò. A sancire questa vera e propria svolta storiografica sono due convegni, di cui il primo organizzato dalla Fondazione Luigi Micheletti, che, già nel corso degli anni Settanta si era resa promotrice del recupero, della conservazione e quindi della pubblicazione di una parte dei notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). &lt;24 Il convegno organizzato a Brescia tra il 4 e il 5 ottobre 1985, nel quarantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, fin dal titolo &#8211; «La Repubblica sociale italiana 1943-1945» &#8211; si propone di restituire la dignità di oggetto di studio all&#8217;esperienza del fascismo di Salò, cercando di andare oltre gli stereotipi che consideravano la RSI come governo fantoccio &#8211; mera creazione degli occupanti tedeschi &#8211; o come ultimo colpo di coda di un fascismo ormai del tutto isolato e screditato a livello popolare e che, ciò nonostante, non si rassegnava all&#8217;accettazione della propria fine. &lt;25<br>L&#8217;obiettivo di fondo del convegno era quindi quello di studiare la RSI nella sua specificità, provando nel contempo ad indagare, da una parte, i rapporti tra l&#8217;ultimo fascismo, impegnato in un disperato tentativo di rinascita, e l&#8217;economia e la società italiane alle prese con la crisi degli anni 1943-1945 e, dall&#8217;altra, le relazioni, complesse e contraddittorie, stabilite con la potenza occupante tedesca, del cui sostegno non si poteva fare a meno, ma, nei confronti della quale, si provava a rivendicare, nei ristretti margini concessi dal regime di occupazione militare, una propria relativa autonomia in termini di esercizio della sovranità. Grande spazio fu concesso alle rappresentazioni dell&#8217;ultimo fascismo sul piano della propaganda anche grazie all&#8217;allestimento di una mostra &#8211; curata da Mario Isnenghi &#8211; sui materiali &#8211; cartoline, manifesti, opuscoli, ecc. &#8211; prodotti dalla RSI nei suoi venti mesi di vita. &lt;26<br>Il risultato più importante acquisito dopo il convegno di Brescia del 1985 è il riconoscimento della centralità del fascismo repubblicano quale protagonista, insieme al movimento partigiano, della guerra civile tra italiani. Non a caso è questo l&#8217;argomento specifico affrontato nel successivo convegno di studi, organizzato dall&#8217;INSMLI in collaborazione con l&#8217;Istituto storico bellunese della Resistenza e svoltosi a Belluno tra il 27 e il 29 ottobre 1988, sul tema «Resistenza: guerra, guerra di liberazione, guerra civile». &lt;27 Come si vede, nel titolo del convegno, compare una categoria &#8211; quella di guerra civile &#8211; che, a dire il vero, era già stata oggetto di una relazione presentata da Claudio Pavone nel precedente convegno di Brescia, &lt;28 ma che fino ad allora era stata boicottata ed osteggiata in modo compatto dalla storiografia antifascista, che, soprattutto dopo l&#8217;utilizzo strumentale fattone da Pisanò, temeva in questo modo di conferire una sorta di legittimità postuma alla RSI e ai suoi combattenti, inchiodati fino a quel momento allo status infamante di collaborazionisti e traditori della patria, servi del “tedesco invasore”. Spazzando via l&#8217;illusione che, anche nel caso del rapporto tra Resistenza e RSI, si potesse fare la storia dell&#8217;una senza fare contemporaneamente e contestualmente la storia dell&#8217;altra, la discussione svoltasi al convegno di Belluno rappresenta un passaggio fondamentale verso l&#8217;apertura di nuovi orizzonti e nuovi paradigmi, specialmente per quanto riguarda l&#8217;acquisizione della controversa categoria della guerra civile da parte della storiografia antifascista.<br>Infatti, a tre anni di distanza dal convegno di Belluno, nel 1991 compare la fondamentale opera di Claudio Pavone, &#8220;Una guerra civile&#8221;. &lt;29 Portando a compimento una riflessione pluriennale, Pavone offre un contributo profondamente innovativo alla storiografia resistenziale, cercando di analizzare, sulla base di una imponente mole di fonti, tra cui le memorie dei protagonisti, le motivazioni dei comportamenti di quegli italiani che si trovarono di fronte alla necessità di compiere una scelta impegnativa, in un paese distrutto dalla guerra e in preda ad una profonda crisi politico-istituzionale dovuta alla disfatta del regime fascista. Dal punto di vista di Pavone, la Resistenza italiana diventa la risultante di tre guerre distinte, ma tra loro strettamente intrecciate. In primo luogo, una guerra di liberazione nazionale, in quanto si trattava di liberare la penisola italiana dall&#8217;occupazione militare di una potenza straniera. In secondo luogo, una guerra di classe, nella misura in cui le componenti più radicali del movimento partigiano consideravano la Resistenza l&#8217;occasione più propizia per avviare un processo di trasformazione rivoluzionaria della società italiana, nella convinzione che la lotta di liberazione avrebbe portato all&#8217;eliminazione non soltanto del fascismo ma anche del capitalismo. Infine, in terzo luogo, una guerra civile, in quanto guerra fratricida che aveva visto gli italiani schierarsi su fronti contrapposti: gli antifascisti dalla parte degli alleati anglo-americani e i fascisti dalla parte della Germania nazista. Nella ricostruzione storiografica di Pavone, la sua chiave di lettura della Resistenza anche in termini di guerra civile non nasce da un intento di legittimazione della repubblica di Salò &#8211; come era stato, invece, fino ad allora per la storiografia neofascista &#8211; ma, piuttosto, privata di ogni connotazione ideologica, è funzionale a comprendere fino in fondo la realtà del biennio 1943-1945, che vide, innegabilmente, almeno una parte degli italiani fare scelte diversificate e combattere su fronti opposti, a sostegno di due progetti politici radicalmente alternativi e non equiparabili sotto il profilo etico.<br>Due anni più tardi, la stessa casa editrice pubblicava un altro testo destinato a diventare un punto fermo nell&#8217;ambito degli studi sull&#8217;Italia contemporanea e cioè il saggio di Lutz Klinkhammer sull&#8217;occupazione tedesca in Italia. &lt;30 Trent&#8217;anni dopo il pionieristico studio di Enzo Collotti, Klinkhammer tornava ad esaminare la complessa rete in cui si articolava il dominio che la Germania nazista aveva insediato in Italia dopo l&#8217;8 settembre 1943. A questo proposito Klinkhammer, correggendo il luogo comune di un potere esercitato in modo monolitico secondo gli ordini ricevuti direttamente da Berlino, introduce la categoria di policrazia per rendere ragione di una realtà caratterizzata dalla presenza di tanti apparati ed enti, nella maggior parte dei casi tra loro concorrenti e rivali, che si sovrappongono l&#8217;uno all&#8217;altro in modo confuso e talvolta conflittuale. Inoltre, Klinkhammer inaugura la formula, destinata ad avere grande successo, della RSI come “alleato-occupato” per indicare anche in questo caso la natura estremamente contraddittoria dei rapporti tra la potenza occupante e la repubblica di Salò, alle prese con una umiliante situazione di occupazione militare da parte di una nazione con la quale il regime di Mussolini era formalmente alleato su un piano fittizio di apparente parità.<br>I due convegni di studi del 1985 e del 1988, in aggiunta alle due opere di Pavone e Klinkhammer, uscite tra il 1991 e il 1993, segnano una svolta ed è possibile dire che da allora comincia una nuova stagione di studi, che ha fatto definitivamente uscire la RSI da quel limbo storiografico in cui era rimasta confinata fino alla metà degli anni Ottanta. Indicativo da questo punto di vista è l&#8217;inserimento dell&#8217;esperienza di Salò in due importanti volumi sulla storia dell&#8217;Italia post-unitaria. &lt;31 Il secondo dei due lavori, intitolato &#8220;I luoghi della memoria&#8221;, fu pubblicato nello stesso anno (1997) in cui esce postumo il volume conclusivo della monumentale biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice. In quello che è possibile definire il suo ultimo, e non a caso incompiuto, lavoro De Felice sembra indulgere a quelle posizioni largamente presenti nella pubblicistica neofascista, che considerano la RSI un elemento di mediazione &#8211; una sorta di stato-cuscinetto &#8211; destinato a svolgere una funzione protettiva per evitare all&#8217;Italia la terribile rappresaglia che la Führung nazista avrebbe deciso di scatenare per punire il popolo italiano del “tradimento” perpetrato ai danni dell&#8217;alleato tedesco nella giornata dell&#8217;8 settembre 1943. &lt;32 De Felice pone al centro della sua ricostruzione degli anni 1943-1945 il concetto di “zona grigia”. Parlando della guerra civile, De Felice ammette che «la responsabilità del suo scatenamento ricadeva sui fascisti per non essersi resi conto dell&#8217;abisso che si era frapposto tra loro e la gran maggioranza degli italiani e per essersi schierati con i tedeschi», ma, dal suo punto di vista, per quanto riguarda l&#8217;atteggiamento della maggioranza degli italiani, «la risposta a queste vicende non fu quella di unirsi a chi combatteva i fascisti e i tedeschi o, almeno, di identificarsi con essi e con la loro causa, ma quella di estraniarsi non solo materialmente ma anche moralmente dalla lotta, di non compromettersi né con i fascisti né con i partigiani e di pensare solo a se stessi, tutto riportando nell&#8217;ottica della propria sopravvivenza». &lt;33 La maggior parte del popolo italiano &#8211; la “zona grigia” per l&#8217;appunto &#8211; di fronte alla piega presa dagli avvenimenti avrebbe assunto una posizione attendista decidendo di rimanere spettatrice estranea e indifferente alla lotta che vide quindi protagoniste due minoranze (i fascisti repubblicani e i partigiani) che si fronteggiavano in una guerra civile combattuta senza esclusione di colpi, preoccupandosi soltanto di non farsi coinvolgere nelle violenze scatenate da entrambe le parti e puntando a sopravvivere, nella speranza che, a prescindere dall&#8217;esito finale, la guerra finisse il più rapidamente possibile. Infine, De Felice dell&#8217;ultimo Mussolini offre una rappresentazione crepuscolare, definendolo un «defunto» che torna sulla scena politica e presentandolo come un leader politico ormai incapace di iniziativa e rassegnato al suo destino, pronto a sacrificare se stesso nell&#8217;intento di risparmiare alla popolazione italiana sofferenze ancora maggiori, mediante una azione politica volta a mitigare l&#8217;inevitabile durezza del sistema tedesco di occupazione e la sete di vendetta del fascismo più estremista, smanioso di regolare i conti con i nemici e i “traditori”. Il revisionismo storico di De Felice, che già si era pubblicamente espresso nel libro-intervista scritto con Pasquale Chessa, &lt;34 non mancò di alimentare un acceso dibattito in cui provarono ad inserirsi anche le componenti più consapevoli e mature della destra neofascista. In particolare, la valorizzazione della tesi relativa alla “zona grigia” risulta finalizzata alla negazione della Resistenza come fenomeno di massa e quindi si presta perfettamente a quella strategia di denazionalizzazione della Resistenza che da sempre rappresenta una delle direttrici di marcia lungo cui si muovono la memorialistica e la storiografia di estrema destra.<br>A contestare l&#8217;immagine crepuscolare e debole dell&#8217;ultimo Mussolini fornita da De Felice intervengono soprattutto i due lavori di Dianella Gagliani e Luigi Ganapini, che, secondo il giudizio di Enzo Collotti, «hanno aperto prospettive inedite per l&#8217;approfondimento delle conoscenze sulla RSI».35 Entrambi pubblicati nel 1999, il primo mette in evidenza fin dal sottotitolo l&#8217;attivismo politico dell&#8217;ultimo Mussolini, tutt&#8217;altro che rassegnato ad un ruolo secondario da comprimario. &lt;36 Il saggio di Gagliani analizza il processo di militarizzazione del Partito Fascista Repubblicano (PFR) durante l&#8217;estate 1944 con la formazione delle brigate nere, iniziativa destinata ad aumentare la pluralità dei corpi armati alle dipendenze dello stato fascista, che, non a caso, l&#8217;autrice non esita a definire un «gigantesco coacervo di polizia». &lt;37 Nate come reparti a cui avrebbe dovuto spettare il ruolo di protagonisti nella lotta contro il nemico interno, le brigate nere servono a Mussolini non soltanto per inasprire sul piano militare la lotta contro un movimento partigiano in continua crescita, ma anche per continuare ad inquadrare tutti i fascisti fuggiti dalle regioni dell&#8217;Italia centrale in cui sono già arrivati gli anglo-americani e per esercitare il controllo sul ristretto nucleo degli squadristi più fanatici e fedeli, che reclamavano una radicalizzazione delle politiche di violenza come unica possibilità per uscire dalla profonda crisi in cui la RSI era precipitata nell&#8217;estate del 1944. Al di là del suo oggetto specifico, quello di Gagliani si configura come uno studio sulla vicenda più complessiva della RSI colta a partire da un momento cruciale della sua breve vita &#8211; i mesi dell&#8217;estate del 1944 &#8211; quando, di fronte alla rapida avanzata degli alleati anglo-americani nell&#8217;Italia centrale e allo sviluppo impetuoso del movimento resistenziale, a Salò si diffonde il terrore di un imminente crollo della repubblica di Mussolini. Uno dei pregi dell&#8217;opera è, infine, quello di indicare le differenti anime presenti all&#8217;interno del fascismo di Salò, che, secondo Gagliani, si possono individuare sostanzialmente in quattro &#8211; quella squadristica, quella nazionalistica, quella dei rinnovatori e quella dei sindacalisti-socializzatori &#8211; mettendole in relazione e in tensione tra loro.<br>Come Dianella Gagliani, anche Luigi Ganapini, in quella che ad oggi resta la più importante opera di sintesi sul periodo e sul tema, opta per una quadripartizione, ma di tipo funzionale, individuando nei combattenti, nei politici, negli amministratori e nei socializzatori le quattro componenti di fondo della repubblica di Salò. &lt;38 Oltre a ricostruire con un imponente scavo documentario lo specifico contributo offerto da ciascuna di queste quattro componenti al progetto politico messo in piedi dall&#8217;ultimo fascismo, il punto di forza della sintesi di Ganapini consiste nel tentativo di analizzare le motivazioni profonde degli uomini e delle donne che, «in bilico tra opportunismo e fanatismo», &lt;39<br>aderirono a questo progetto. Sulla falsariga di Deakin, anche Ganapini sottolinea la centralità della questione militare: «La presenza dell&#8217;alleato-occupante, visibilmente detentore del potere effettivo, poneva ai fascisti repubblicani il problema di acquisire autorità e presentarsi come alleati fedeli dei tedeschi ma autonomi da essi. Il primo problema, in ordine di importanza, fu perciò quello di ricostituire l&#8217;esercito». &lt;40 Nel capitolo che riguarda i combattenti, Ganapini descrive, anche se talvolta in modo impressionistico, la fisionomia dei numerosi organismi militari della repubblica di Mussolini: i reparti dell&#8217;esercito regolare di Graziani, la GNR, la Decima Mas, le brigate nere, la polizia repubblicana, nonché tutte quelle bande autonome e polizie speciali, i cui comportamenti non furono spesso esenti da venature di tipo criminale. Dalla ricostruzione di Ganapini emerge, quale elemento caratterizzante tutta la vicenda del fascismo repubblicano sul piano militare, la complessità dei rapporti di concorrenza e rivalità interna tra i molteplici corpi armati presenti nella RSI, che, nella maggior parte dei casi, spingono nella direzione di una radicalizzazione dei comportamenti, «esaltando quella mistica del coraggio e della morte che rischia talvolta di dare una patina estetizzante a una vicenda intrisa di tragedie e di fatti quanto mai lontani da ogni parvenza letteraria». &lt;41<br>Dieci anni dopo la pubblicazione dei lavori di Gagliani e di Ganapini, Monica Fioravanzo torna ad affrontare il problema delle prospettive politiche che indussero Mussolini a mettersi a capo del nuovo governo fascista, smentendo la tesi secondo cui la RSI avrebbe svolto un prezioso ruolo di scudo, se non di contrasto, nei confronti della Germania nazista, come vorrebbe una certa memorialistica fascista e anche, sulla falsariga dell&#8217;ultimo De Felice, il filone del revisionismo storiografico. &lt;42 Nonostante Mussolini perseguisse un autonomo progetto politico, i documenti prodotti da Fioravanzo mettono a nudo il quadro asimmetrico in cui si collocano le relazioni tra la repubblica di Salò e il suo potente alleato, esclusivamente interessato a subordinare il nuovo stato fascista ai disegni politici del Terzo Reich, come dimostra la drammatica vicenda dell&#8217;annessione de facto delle due zone di operazioni dell&#8217;Alpenvorland (OZAV) e dell&#8217;Adriatisches Küstenland (OZAK).<br>[NOTE]<br>23 G. Bocca, La repubblica di Mussolini, Laterza, Roma-Bari 1977.<br>24 L. Bonomini et alii (a cura di), Riservato a Mussolini: notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubblicana, novembre 1943-giugno 1944: documenti dell&#8217;archivio Luigi Micheletti, Feltrinelli, Milano 1974.<br>25 P. P. Poggio (a cura di), La Repubblica sociale italiana 1943-45 in «Annali della Fondazione Luigi Micheletti», 1986.<br>26 M. Isnenghi (a cura di), 1943-1945: l&#8217;immagine della RSI nella propaganda, Mazzotta, Milano 1985. Si tratta del catalogo della mostra organizzata a Brescia dal 3 al 24 ottobre 1985 dalla Fondazione Luigi Micheletti.<br>27 M. Legnani &#8211; F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, Franco Angeli, Milano 1990.<br>28 C. Pavone, La guerra civile in P. P. Poggio (a cura di), La Repubblica sociale italiana 1943-1945 cit. pp. 395-415.<br>29 C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.<br>30 L. Klinkhammer, L&#8217;occupazione tedesca in Italia 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino 1993.<br>31 B. Mantelli, Repubblica sociale italiana in B. Bongiovanni &#8211; N. Tranfaglia (a cura di), Dizionario storico dell&#8217;Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 756-759 e L. Ganapini, La repubblica sociale italiana in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell&#8217;Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 439-454.<br>32 Questa è la tesi esposta, per esempio, da Piero Pisenti, ex ministro della giustizia nella repubblica di Salò, nel suo libro di memorie. Cfr. P. Pisenti, Una repubblica necessaria (RSI), Giovanni Volpe, Roma 1977.<br>33 R. De Felice, Mussolini l&#8217;alleato. Vol. II. La guerra civile, Einaudi, Torino 1997, p. 300.<br>34 R. De Felice, Rosso e nero, a cura di P. Chessa, Baldini &amp; Castoldi, Milano 1995.<br>35 E. Collotti, La storiografia, p. 25 in S. Bugiardini (a cura di), Violenza, tragedia e memoria della Repubblica sociale italiana: atti del convegno nazionale di Fermo (3-5 marzo 2005), Carocci, Roma 2006, pp. 15-27.<br>36 D. Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati Boringhieri, Torino 1999. Sul ruolo politico dell&#8217;ultimo Mussolini della stessa autrice si veda anche Id. Il ruolo di Mussolini nella Repubblica sociale italiana e nella crisi del 1943-1945 in «Storia e problemi contemporanei», 2004, n° 37, pp. 155-168.<br>37 D. Gagliani, Brigate nere cit. p. 204.<br>38 L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori, Garzanti, Milano 1999.<br>39 N. Adduci, La storiografia sulla Repubblica sociale italiana: evoluzione e problemi aperti (1945-2008), p. 9, disponibile on line all&#8217;indirizzo www.istoreto.it/materiali/doc/164_La_storiografia_sulla_Rsi.<br>40 L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere cit. pp. 10-11.<br>41 E. Collotti, La storiografia cit. p. 24.<br>42 M. Fioravanzo, Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich, Donzelli, Roma 2009.<br><strong>Stefano Gallerini</strong>, <em>&#8220;Una lotta peggiore di una guerra&#8221;. Storia dell&#8217;esercito della Repubblica Sociale Italiana</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2021</p>
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		<title>A permettere una comunicazione fra i NAR e Concutelli fu la figura di Mauro Addis</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2026 10:32:05 +0000</pubDate>
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<p>Dopo i fatti di Bologna la situazione in Italia per i NAR iniziò ad essere ostica: un gruppo si distaccò dalla formazione originale, in cerca di avventura e di possibilità di fuggire dai mandati di cattura. Questi, ossia Alessandro Alibrandi, Walter Sordi, Pasquale Belsito. Stefano Procopio, Gabriele De Francisci e i fratelli Lai, si spostarono nella zona di Beirut e si unirono ai militanti anti-palestinesi della Falange Maronita: la scelta, contraddittoria rispetto alle idee del FUAN, fu dettata principalmente dalla maggiore fedeltà di una fazione rispetto all’altra nelle amicizie politiche. Considerando che prima dell’arrivo pochi dei partecipanti avevano abilità da guerriglieri, scelsero la strada che avrebbe concesso loro di ottenere un addestramento completo &lt;371. Dall’altro lato coloro che erano rimasti in Italia come latitanti erano preda di una caccia all’uomo. Fu così che a Roma, il 4 ottobre del 1980 venne arrestato Luigi Ciavardini in compagnia dell’amico Nanni De Angelis durante una passeggiata in Via Sistina, nei pressi di Piazza Barberini. Stando alle parole di un testimone all’interno della questura, De Angelis venne picchiato ferocemente dai poliziotti che lo scambiarono per Ciavardini, ritenuto colpevole dell’omicidio Evangelista. Nei giorni successivi De Angelis morirà in circostanze misteriose, mai chiarite: la versione ufficiale parla di un primo tentativo di suicidio sventato e poi una effettiva realizzazione dell’atto tramite impiccagione &lt;372. Per altri si tratta di un omicidio o quantomeno incuria nei confronti del giovane in stato confusionale, gravemente ferito al capo a seguito di un pestaggio avvenuto facendo sfilare il giovane in mezzo a due ali di militari &lt;373. Oltre alle accuse che pendevano sul capo dei due giovani uno attivista di TP, l’altro un fuoriuscito passato ai NAR, vi fu anche l’accusa di Angelo Izzo, il mostro del Circeo, che in numerose occasioni ha rilasciato testimonianze dal carcere a volte vere a volte false. A seguito della testimonianza di Raffaella Furiozzi, militante neofascista, che inquadrò come colpevoli due del trio dei Tori Torino, squadra romana di football americano, nello specifico De Angelis e Taddeini come responsabili di quanto accaduto a Bologna, Izzo dichiarò che se i responsabili erano De Angelis e Taddeini, doveva aver partecipato anche Luigi Ciavardini. Grazie a delle riprese televisive in seguito venne appurato che il giorno della strage De Angelis e Taddeini giocarono la finale del primo campionato di football italiano: dunque risultarono innocenti &lt;374. Questo alibi non valse per Ciavardini, al tempo latitante: quella di Izzo divenne la principale testimonianza che ha portato alla sua successiva condanna &lt;375.<br>Nel frattempo gli altri componenti dei NAR si erano occupati dell’omicidio di Ciccio Mangiameli, colpevole stando alle dichiarazioni di essere un traditore della causa accecato dall’avidità. Il ruolo di quest’ultimo dirigente di TP siciliano, all’interno del neofascismo romano non è mai stato chiarito appieno. Venne ucciso l’8 settembre 1980 da un commando composto dai fratelli Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio Vale e Dario Mariani, che a seguito del delitto occultarono il cadavere, zavorrandolo. Le motivazioni alla base di questo gesto sono numerose e si sono avvicendate nel corso delle dichiarazioni degli autori. Quella che sembra essere la più calzante è l’impedimento che Mangiameli stava arrecando all’evasione di Concutelli: la codardia nel ricercare gli armamenti necessari, il furto del denaro di TP, l’aver richiesto due volte il denaro necessario all’operazione prima alla coppia Fioravanti-Mambro in occasione della loro visita in Sicilia, poi a Giorgio Vale, verso il quale aveva più volte rivolto insulti in quanto mulatto, altra colpa per cui venne decretata la sua sentenza di morte. Nel corso del tempo è stata anche avanzata l’ipotesi che<br>questi abbia avuto un ruolo nell’omicidio di Piersanti Mattarella e che, avendo manifestato segni di cedimento, fosse da eliminare &lt;376.<br>L’attività dei NAR dalla seconda metà del 1980 fino allo scioglimento del gruppo mutò: il sogno spontaneista era tramontato a causa delle fughe, delle morti e degli arresti dei componenti. L’attacco nei confronti dei rossi andò man mano riducendosi, così come nel caso della lotta contro lo Stato. In quel momento il gruppo divenne il vendicatore del neofascismo, si distinse per l’omicidio di forze dell’ordine ree di aver perseguitato gli eversori neri come nel caso dell’omicidio Straullu. La stessa violenza, per la prima volta, colpì anche figure dell’ambiente nero ritenute colpevoli di delazione e tradimento come nel caso dell’omicidio Mangiameli. Il principale obiettivo prefissato in quegli anni non era però ancora stato portato a termine: il comandante [Pierluigi <a href="https://condamina.blogspot.com/2026/05/concutelli-torno-madrid-con-delle-chiaie.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Concutelli</a>] di Ordine Nero dal carcere chiedeva di essere liberato anche dopo l’omicidio Mangiameli. A permettere una comunicazione fra i NAR e <a href="https://bigarella.wordpress.com/2025/04/27/stefano-delle-chiaie-fu-uno-dei-primi-rappresentanti-delleversione-nera-a-rifugiarsi-a-madrid/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Concutelli</a> fu la figura di Mauro Addis, un criminale sardo che ebbe modo di conoscere gli ordinovisti neri durante la sua militanza nella banda Vallanzasca. Addis, appena uscito dal carcere, diede nuova vita al progetto di liberazione affittando l’appartamento, che sarebbe diventato la base operativa del progetto, nei pressi di Taranto &lt;377. Viene riportato di seguito il ricordo di Cavallini, riguardo la pianificazione dell’evasione: «A quel punto francamente non sapevamo che cosa fare, c’è chi pensò di espatriare per un certo periodo: perché, a quel punto non avendo una progettualità specifica, avevamo raccolto ormai abbastanza armi, ma non sapendo come e dove impiegarle, avevamo valutato che forse per un periodo sarebbe stato meglio espatriare. Quello che ribaltò questa possibilità fu l’uscita dal carcere di Mauro Addis, che sostanzialmente ci venne a dire che Pierluigi Concutelli insisteva perché lo liberassimo, dando come punto di appuntamento o posto attaccabile per la sua liberazione, il luogo dove sarebbe andato a celebrare un processo […] Sul momento non capivamo bene se fosse possibile un attacco durante il trasferimento al tribunale, ma ricordo che alla fine optammo di compiere un assalto al carcere. Assalto è una parola grossa: ricordo che avevamo programmato di scavalcare il muro di cinta con una scala snodabile e lì sequestrare le guardie sul muro, che dovevano essere una o due non di più, o forse addirittura eliminarle prima con un fucile di precisione silenziato, che avevo procurato io, entrare nel corpo di guardia, […] aprire la cella e portarselo via, questo era il piano in linea di massima. Divenne operativo nel momento in cui affittammo una casa vicino Taranto, per poter fare avanti e indietro e curare gli orari sul muro e tutte le questioni tecniche che potevano permetterci di realizzare il progetto. Solo che il giorno prescelto scendemmo con due macchine, mi pare da Padova perché nel frattempo io me ne ero andato da Treviso, […] dopo l’arresto di Luigi […] per andare a Taranto. Quando arrivammo sul posto io ero andato a fare un sopralluogo, girando intorno al carcere mi accorsi, perché non facevano niente per nascondersi, che era piuttosto presidiato da autocivette e persone in borghese e mi sembrava strano che dipendesse dalla sola presenza di Pierluigi Concutelli. […] Quindi decidemmo di abbandonare il progetto, appurammo che lui non era neanche stato portato lì, […] tutto quell’assembramento intorno al carcere, ci portò a capire che evidentemente c’era stata una fuga di notizie: qualcuno si era confidato con qualcuno che a lungo andare si era confidato con la polizia». Vi era effettivamente stata una fuga di notizie in quanto l’8 gennaio 1981, il procuratore Sisti aveva informato attraverso un fonogramma di un probabile attacco da parte dei NAR al carcere di Taranto &lt;378. Il colpo di coda derivante dall’impossibilità di attuare il piano pose un freno all’attività del gruppo, che tornò a compiere semplici azioni di autofinanziamento attraverso rapine come quella in casa dell’armiere Flavio Bucciano del 15 gennaio 1981 &lt;379.<br>[NOTE]<br>371 N. Rao, “Il piombo e la celtica”, Sperling Kupfer, Milano, 2014, pp.1119-1122<br>372 M. Caprara, G. Semprini, “Neri! La storia mai raccontata della destra radicale, eversiva e terrorista”, Newton Compton, Roma, 2012, pp.925-926<br>373 L. Telese, “Cuori Neri”, Sperling Paperback, Milano, 2010, p.695<br>374 M. De Angelis, “La storia di Nanni”, Il Tempo, 1 agosto 2014<br>375 R. Bocca, “Tutta un’altra strage”, Rizzoli, Milano, 2011 e S. Morisi, P. Rastelli, “Esordio del reato di depistaggio per i 36 anni della strage di Bologna”, Corriere della Sera, 2 agosto 2016<br>376 Sentenza N.12/86, R.G. 2/87, Prima Corte di Assise di Appello di Bologna, 16 maggio 1994<br>377 U. M. Tassinari, “Fascisteria”, Sperling Kupfer, Milano, 2008, p.198<br>378 S. Delle Chiaie, M. Griner, U. Berlenghini, “L’aquila e il condor”, Sperling Kupfer, 2012, p.275<br>379 C. Schaerg, G. De Lutiis, A. Silj, F. Carlucci, F. Bellucci, S. Argentini, “Venti anni di violenza politica in Italia 1969-1988”, Tomo II, Parte I, Università la Sapienza, 1992, p.976<br><strong>Enrico Forlino</strong>, <em>L&#8217;eversione nera negli anni di piombo: lo spontaneismo armato</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno accademico 2019-2020</p>
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		<title>Il ravennate e il forlivese furono liberati per la maggior parte entro la fine del 1944</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2026 10:22:16 +0000</pubDate>
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<p>Il 7 novembre 1944, mentre a Bologna scoppiava la battaglia di Porta Lame, il forlivese subiva per l’ultima volta i bombardamenti e i colpi dell’artiglieria britannica, agevolata nell’operazione dalle segnalazioni dell’VIII Brigata e dal locale comando di piazza partigiano. Nel giro di due giorni, gappisti e sappisti occuparono i principali centri di potere cittadini, compresi gli edifici della Questura e della Prefettura; quando il 9 novembre gli Alleati entrarono in città, Forlì era ormai libera. &lt;2 Il clima della città festante e «imbandierata» &lt;3, però, si giustapponeva all’evidente impossibilità di concludere la campagna d’Italia in tempi brevi. Come ha osservato Giuseppe Masetti, «il facile ingresso delle truppe polacche [a Forlì ndr] […] non fu che l’opportuna avanzata &#8211; senza colpo ferire &#8211; in una città lungo la via Emilia, già lasciata agli insorti dai tedeschi in ritirata ungo il fiume Montone» &lt;4; dunque, fu una vittoria parziale: la messa in opera di posizionamenti ormai già stabiliti e destinati a rimanere invariati per tutto l’inverno. Il 13, infatti, fu emanato il proclama Alexander, cui fecero seguito da un lato la delusione e l’angoscia dei partigiani dislocati a nord del fronte &#8211; cui si prospettavano mesi di isolamento e vulnerabilità &#8211; e dall’altro la frustrazione dei soldati alleati, specialmente di quelli americani, provati dalla guerra condotta in un continente straniero &lt;5.<br>Nell’ambito di questa cristallizzazione del Nord Italia, i partigiani ravennati continuarono però a discutere della liberazione di Ravenna &#8211; già città aperta &#8211; e del territorio circostante, esteso almeno fino al Reno e a S. Alberto. Il CLNP aveva già approvato in ottobre il piano insurrezionale definitivo, elaborato fin dal febbraio ’44 e infine concretizzatosi nella proposta del comandante Bulow (Arrigo Boldrini). Parallelamente, le necessità tecniche e materiali avevano trovato risposta nel rapporto sinergico instaurato dal movimento resistenziale locale con le forze alleate. Si erano rivelati particolarmente proficui i contatti tra le brigate e l’VIII Armata, tenuti fin dal 4 ottobre dai telegrafisti del Battaglione San Marco; “radio <a href="https://www.apassodiliberazione.it/evento/una-radio-alleata-fra-i-partigiani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bionda</a>” &#8211; così battezzata dal nome in codice del sergente maggiore Giuseppe Montanino &#8211; aveva infatti agevolato i rifornimenti di armi, indispensabili al movimento di liberazione. Inoltre, le relazioni personali intessute dai rappresentanti delle forze locali e angloamericane avevano alimentato la fiducia tra le parti, tanto da spingere gli Alleati a superare la diffidenza generalmente nutrita nei confronti dei corpi irregolari e soprattutto della componente comunista, maggioritaria nel ravennate, ed avallare la cosiddetta “operazione Teodora”. Dunque, al netto della linea imposta dal generale Alexander, l’unità di comando britannica aggregata all’VIII Armata, la cosiddetta “Popski’s Private Army” di Vladimir Peniakoff, e la 28^ Brigata GAP “Mario Gordini” del comandante Falco (Alberto Bardi) entrarono per prime a Ravenna il 4 dicembre, seguite a distanza di pochi giorni dalle truppe canadesi. &lt;6<br>Il ravennate e il forlivese furono liberati per la maggior parte entro la fine del 1944, pertanto i percorsi di pacificazione e normalizzazione iniziarono rispettivamente cinque e sei mesi in anticipo rispetto all’insurrezione nazionale proclamata dal CLNAI. A quell’altezza, il ripristino dell’ordine sociale e istituzionale si poneva come indispensabile. D’altro canto, con la fase più cruenta e incerta della guerra ancora aperta, gli equilibri politici e istituzionali tra le forze attive a sud del fronte si configuravano come cangianti e instabili. Gli Alleati, i partigiani e le istituzioni italiane sopravvissute al crollo del regime convivevano su uno stesso territorio continuando ad intrecciare relazioni complesse; le competenze delle autorità preposte &#8211; fossero queste formalmente riconosciute, derivate dalla convenzione militare o conquistate de facto durante la lotta antifascista &#8211; si sovrapponevano, ricalcando e talvolta ridisegnando i rapporti di potere, entro una sorta di braccio di ferro tra le parti. Ristabilire &#8211; e mantenere &#8211; l’ordine rappresentava il modo per affermare la propria autorità agli occhi della popolazione e dell’Europa tutta. E se la posizione degli angloamericani appariva, tra tutte, come la meno incerta, era invece evidente che la Monarchia stava tentando di riaccreditarsi e ristabilire la propria posizione, mentre i CLN operavano attivamente per legittimarsi ed essere riconosciuti quali interlocutori validi per le trattative di pace. Da un punto di vista metodologico, l’analisi della rete di relazioni &#8211; conflittuali, di potere, di governo &#8211; intessuta nelle province romagnole liberate tra la fine del ’44 e la primavera del ’45 richiama le citate categorie storiografiche di “frattura” e “continuità”, senza però risolversi totalmente in esse. Infatti la ricerca, nel corso del suo svolgimento, ha analizzato il rapporto tra la Repubblica e l’esperienza monarchica e fascista, evidenziando le ombre lunghe del regime e della RSI sulle istituzioni così come sul tessuto socio culturale e politico; allo stesso tempo, ha indagato l’eredità antifascista e resistenziale in una prospettiva di lungo periodo. Tuttavia, l’intento principale è stato soprattutto quello di porre l’accento sulle criticità del processo di ridefinizione dei poteri e dei ruoli individuali e collettivi: un iter che, pur essendo connaturato alla transizione, risulta particolarmente articolato nel contesto di una struttura geopolitica non ancora nettamente riconfigurata dai trattati di pace e dalle tappe istituzionali della transizione &#8211; politica e giudiziaria &#8211; proprie del lungo dopoguerra italiano. Questa specifica dimensione ha chiamato in causa diversi rapporti conflittuali, politicamente rilevanti, sia tra fazioni opposte, sia interni all’apparentemente coeso fronte antifascista e alle forze liberatrici, sia ascrivibili all’ambito sociale, comunitario e famigliare. Dunque, la presente ricerca non può avvalersi esclusivamente delle coordinate interpretative proprie del binomio “frattura continuità”, così come definito e indagato dalla storia politica e istituzionale. Ritengo funzionale integrare queste categorie storiografiche con quella di «rinegoziazione» &lt;7, nella misura in cui permette, pur partendo da un’analisi economica e non di genere, di superare la polarizzazione connaturata al dualismo strutturale, per focalizzare l’attenzione sul processo dinamico &#8211; talvolta dialettico &#8211; di ridefinizione dei soggetti &#8211; singoli e collettivi &#8211; e delle relative sfere di ingerenza, concentrando l’interesse sugli attriti e i cambiamenti in fieri. L’analisi si focalizza dunque sull’espressione delle dinamiche di potere in senso lato, e non solo su quelle che hanno dato esiti a livello strutturale e amministrativo, come i conflitti tra partiti e fazioni o tra il Governo italiano e le altre potenze europee e globali, o come l’epilogo delle tensioni tra la spinta epuratrice antifascista e la normalizzazione restauratrice. Pertanto, include nel quadro anche i rapporti non propriamente istituzionalizzati e le soggettività in via di ridefinizione, come le relazioni tra uomini e donne e la configurazione dei generi, culturalmente e socialmente costruiti.<br>[NOTE]<br>2 Roberta Mira, Simona Salustri, Partigiani, popolazione e guerra sull’Appennino: L’8^ brigata Garibaldi Romagna, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2011, p. 67; Sergio Flamigni, Luciano Marzocchi, Resistenza in Romagna: Antifascismo, partigiani e popolo in provincia di Forlì, Milano, La Pietra, 1969, pp. 244-246.<br>3 [s.a.], La città imbandierata, «Corriere Alleato», 12 novembre 1944.<br>4 Giuseppe Masetti, La Linea Gotica orientale, in Giuseppe Masetti, Antonio Panaino (a cura di), Parola d’ordine Teodora, Ravenna, Longo Editore, 2005, p. 29.<br>5 Sullo stato fisico e psicologico delle truppe americane e soprattutto canadesi durante lo sfondamento della linea Gotica si rinvia in particolare a: Luigi Bruti Liberati, I canadesi sulla Linea Gotica e la liberazione di Ravenna, in Giuseppe Masetti, Antonio Panaino (a cura di), Parola d’ordine Teodora, Ravenna, Longo Editore, 2005, pp. 37-44.<br>6 Cfr. Giuseppe Masetti, op. cit., pp. 29-36; Luigi Bruti Liberati, op. cit.<br>7 Mariuccia Salvati, Amministrazione pubblica e partiti di fronte alla politica industriale, in Francesco Barbagallo et al. (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana, vol. I: La costruzione della democrazia: Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Torino, Einaudi, 1995, p. 414.<br><strong>Lidia Celli</strong>,<em> Giudicare, punire, normalizzare: collaborazioniste e partigiane tra Bologna, Forlì e Ravenna (1944-1955)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino &#8220;Carlo Bo&#8221;, Anno Accademico 2021-2022</p>
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		<title>L’evoluzione dell’elettorato democristiano dal 1976 al 1992</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 15:58:10 +0000</pubDate>
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<p>L’analisi elettorale, a partire dalle tornate del 1976 fino ad arrivare a quelle del 1992, è necessaria per capire come gli elettorali hanno reagito, durante sedici anni, alle proposte portate avanti dalla Democrazia cristiana, che perderà via via il suo ruolo di centralità politica all’interno del panorama politico italiano. Per molti anni, a partire in particolare dal 1948, i risultati delle elezioni politiche in Italia hanno presentato una sostanziale continuità e armonia. I due grandi partiti di massa, Dc e Pci, hanno registrato per lungo tempo, circa quaranta anni, percentuali di voto costanti che hanno portato Giorgio Galli a definire il sistema italiano come un «bipartitismo imperfetto» &lt;84. La stabilità dei risultati elettorali è stata frutto anche degli adattamenti fatti da entrambi i partiti nel tempo, a seconda delle circostanze nelle quali si trovavano ad operare. Si può senz’altro affermare, ad esempio, che la Dc veneta era diversa dalla Dc meridionale, come anche il Pci siciliano era un partito diverso dal Pci delle zone rosse di Emilia e Toscana.<br>Alle elezioni politiche del 1979 tutti i partiti arrivano con un certo senso di incertezza: la stagione della solidarietà nazionale viene definitivamente messa da parte, e il verdetto che uscirà da queste nuove elezioni deciderà il da farsi sulle possibilità della nuova linea di governo. Come però avviene in altre tornate elettorali, il voto non sembra indicare con chiarezza la strada da seguire, perché si registra solo un calo del Partito comunista, mentre per la Democrazia cristiana si registra con un andamento pressappoco uguale, totalizzando un consenso del 38,3%. Ciò che si può evidenziare maggiormente in questa tornata elettorale è che il risultato consolida la certezza che si possa chiudere in definitiva la parentesi della solidarietà nazionale. Infatti, i rapporti di forza sono rimasti abbastanza invariati rispetto al 1976, nel momento in cui era apparso inattuabile la formazione di un governo senza il Pci.<br>Per quel che riguarda la Democrazia Cristiana, facendo un confronto con le elezioni del 1976, nelle quali totalizzò consensi per il 38,7%, si nota una lieve perdita di voti, effetto di un calo contenuto nel Nord e di una crescita più cospicua nel Sud. Nel Centro-Nord invece, la Dc retrocede quasi ovunque. Nel Friuli-Venezia Giulia si registra una perdita del 6%, frutto di un crollo nella circoscrizione di Trieste. Al contrario nel Centro-Sud la crescita coinvolge globalmente quasi tutte le regioni: l’avanzamento più rilevante si nota in Molise, Campania e Calabria. Di particolare rilevanza è la crescita che si registra nelle province di Reggio Calabria, che guadagnano circa il 7% dei voti. La Dc si conferma invece debole nelle zone rosse. Come si può evincere da questi dati, al tradizionale radicamento della Democrazia cristiana nelle “regioni bianche”, legato alla tradizione democristiana, si sta accostando pian piano il consolidamento nelle regioni del Meridione, che è più legato a interessi di carattere economico e clientelare.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="397" height="485" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi.png" alt="" class="wp-image-12967" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi.png 397w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi-320x391.png 320w" sizes="auto, (max-width: 397px) 100vw, 397px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Elezioni politiche 1983. Immagine presa da P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag. 160. Fonte: Carolina Polzella, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Il dato più clamoroso che emerge dalle urne del 12 giugno del 1983 è sicuramente il crollo democristiano, che è dimostrazione certa dello stato di crisi del partito cattolico che già è in atto da circa dieci anni, nonostante il fatto che nelle due precedenti consultazioni elettorali, del 1976 e del 1979, la situazione di allarme avesse comunque persuaso gli elettori a rimanere fedeli alla Dc. La Democrazia cristiana registra nel 1983 il 32,9%, un calo di 5,4 punti percentuali rispetto alle politiche del 1979 (38,3%). Il polo laico ne uscì decisamente rafforzato: i socialdemocratici e i liberali ottennero buoni risultati, ottimi erano quelli dei Repubblicani, che stavano beneficiando dell’&#8221;effetto Spadolini&#8221; &lt;85. La crescita dei socialisti fu allo stesso modo buona, anche se inferiore a quanto era stato previsto. Questi risultati provocarono molto stupore nelle file della Dc. Secondo il segretario De Mita, la ripartizione del voto sembrava del tutto “causale”. Da queste elezioni non emergeva in alcun modo né il trionfo di un partito, né l’emersione di una forza politica nello specifico, o la formazione di un nuovo equilibrio di governo. La crisi della centralità democristiana non appare superabile o rimediabile, ma come una specie di condanna da cui il sistema politico italiano non riesce a liberarsi. La Democrazia cristiana subisce un forte calo di consensi che si concretizza in un consistente arretramento in tutte le aree del paese senza differenziazioni. In particolare, i democristiani registrano il calo più consistente nel Veneto Bianco. A Verona-Padova-Vicenza-Rovigo la Dc perde circa il 12% rispetto alle elezioni del 1979 e più del 7% a Venezia-Treviso &lt;86. Queste circoscrizioni saranno per lo più attratte dalla Liga Veneta che otterrà il 4%. E’ solo l’inizio dell’emergere del nuovo fenomeno leghista, che nelle successive tornate elettorali inizierà a far sentire la sua forza e il suo radicamento territoriale. La Sicilia si vede dimezzata per fedeltà di voto alla Dc, in Sardegna e nella provincia di Bari si registra una perdita del 9%. E’ evidente che i crolli siano localizzati in tutte le aree geopolitiche. La distribuzione del voto della Dc però rimane abbastanza invariata: le roccaforti si trovano nella zona delle circoscrizioni di Brescia-Bergamo, Veneto orientale, Molise, ma la prevalenza del voto è acquisita solo in quest’ultima, dove è localizzato il 55% dei voti. Subiscono invece perdite più dignitose il Friuli e il Centro. Le regioni rosse e il Nord-Ovest si mantengono sempre alquanto sfavorevoli a votare per i democristiani.<br>De Mita, una volta osservati i risultati ottenuti a seguito della campagna elettorale, capì che sarebbe stato ancora più necessario continuare sulla strada del cambiamento, anche se appariva chiaro il fatto che l’elettorato non avesse apprezzato il rinnovamento del sistema politico che la Dc stava cercando di promuovere. Il segretario della Dc comprese che il crollo che si era appena verificato aveva cause molto più lontane, era già stato immaginato nel Sessantotto e durante tutte le agitazioni verificatesi nei primi anni Settanta. Quelle elezioni sembravano essere il prodotto anche di mutamenti più recenti, dalla tradizionale stabilità dell’elettorato si era passati ad una condizione di mobilità: emergeva fluidità nei modi di agire degli elettori. La Democrazia cristiana stava pagando il prezzo per aver tardato ad attuare una via di rinnovamento: il tentativo di De Mita non era compreso appieno e stava conducendo ad un graduale isolamento politico. Egli ribadì la prospettiva che si andava illustrando da tempo: crisi delle ideologie, necessità di spostare l’asse della politica italiana dai partiti alle istituzioni, costruzione di un’autentica alternativa di governo, approdo al bipolarismo &lt;87. Il risultato elettorale delle politiche del 1983 gli sembrò inoltre confermare che la rottura degli orientamenti politici e le contraddizioni di tutto il sistema, dovessero essere osteggiate sul piano istituzionale, attraverso una riforma del sistema elettorale, per poter correggere le anomalie del sistema proporzionale. Queste elezioni accrescevano la crisi della centralità della Dc, e sembravano essere un segnale premonitore del mutamento politico che stava avvenendo in Italia, a causa delle spinte violente collocate all’interno e all’esterno dello stesso sistema politico.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="387" height="462" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2.png" alt="" class="wp-image-12968" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2.png 387w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2-320x382.png 320w" sizes="auto, (max-width: 387px) 100vw, 387px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Elezioni politiche 1987. Immagine presa da P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag.166. Fonte: Carolina Polzella, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Dai risultati delle elezioni del 1987 potrebbe evincersi una lettura abbastanza positiva dello stato di salute delle famiglie partitiche. Il dato più drammatico è però il fatto che si registra sempre di più un voto di protesta verso i tradizionali canali politici, fatto che dimostra quanto gli elettori si sentano più distanti verso i partiti fondatori della prima Repubblica; è indice di una forte richiesta di rinnovamento che va a nuocere a tutta la partitocrazia. La campagna elettorale fatta prima delle elezioni del 1987 si fondava essenzialmente su una proposta, da parte di Ciriaco De Mita, di attuare una riforma del sistema elettorale, poiché era evidente il fatto che non rispondesse più alle esigenze del paese. Gli obiettivi principali furono quelli di voler assicurare stabilità, responsabilizzare i partiti, e soprattutto cercare di arrivare a raggiungere una maggioranza solida &lt;88. De Mita desiderò correggere il sistema proporzionale, sostituendolo ad un sistema maggioritario semplice, che secondo lui avrebbe eliminato la funzione dei partiti intermedi. Fu questo l&#8217;obiettivo principale su cui la Dc darà battaglia. Il cittadino potrebbe essere messo nella condizione di esprimere due voti: il primo per il partito di appartenenza, e il secondo per la coalizione che secondo lui merita di governare. Il doppio voto potrebbe essere pronunciato in uno solo o in due turni elettorali. Di conseguenza, per incoraggiare la formazione di coalizioni, sarebbe stata prevista anche una quota di seggi riservata allo schieramento che sarebbe risultato vincente. Questo fu il disegno di riforma elettorale promosso da De Mita prima delle elezioni del giugno 1987. La Dc in queste elezioni ottiene il 34,3% dei consensi, un avanzo di 1,4 punti rispetto al crollo che si è registrato nel 1983. La crescita si colloca per lo più nelle zone del Mezzogiorno: tutte le circoscrizioni che presentano un incremento positivo superiore a 1,5% sono meridionali, mentre le quattro che registrano un saldo negativo superiore ad un punto percentuale si trovano nella zona settentrionale. E’ il segno più evidente di un processo di meridionalizzazione del partito democristiano che stava già iniziando ad emergere nelle passate tornate elettorali. Delle sette circoscrizioni in cui la Dc ha ancora un consenso superiore al 40%, cinque si trovano al Sud. Le uniche province settentrionali sono Bergamo-Brescia e Verona-Padova-Vicenza-Rovigo. Il gradimento più alto si registra nel distretto di Campobasso-Isernia, dove si sfiora il 57,3%. La spirale in discesa delle sue roccaforti nella zona settentrionale si evince dal -1% nelle circoscrizioni di Como-Sondrio-Varese e a Trento-Bolzano, e dal -2% a Udine-Belluno-Gorizia-Pordenone. Il fenomeno della meridionalizzazione che sta affliggendo la Dc come anche il Psi, è un segno non positivo, ma piuttosto negativo, di un sistema partitocratico sempre più in crisi, la cui solidità poggia per lo più su uno strato della società composto da salariati, dalla grande e piccola impresa, dai gruppi della burocrazia pubblica e dai rentiers, tutti portatori di interessi molto contraddittori tra di loro, ma accomunati e tenuti insieme dalla politica del debito pubblico &lt;89. Emerge, nelle elezioni del 1987, oltre che ad un rafforzamento delle Leghe che ottengono l’1,8%, anche della Lista Verde, che a queste politiche ottiene quasi un milione di voti, totalizzando il 2,5%. Cresce l’attenzione per il tema ambientalista, già emerso come nuova tendenza europea. In aggiunta, la tragedia verificatasi a Cernobyl nel 1986, coinvolge e sensibilizza ancora di più tutta l’opinione pubblica su questo tematica.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="382" height="459" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3.png" alt="" class="wp-image-12969" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3.png 382w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3-320x385.png 320w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Elezioni politiche 1992. Immagine presa da P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag. 172. Fonte: Carolina Polzella, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Nel 1992 i risultati elettorali non mettono a fuoco la reale condizione dei partiti, che stanno vivono un periodo di cecità. A queste elezioni la Democrazia cristiana ottenne il 29,7%, un crollo di 4,6 punti percentuali rispetto al 1987. Per la prima volta registrò il suo minimo storico, non riuscendo a raggiungere nemmeno il 30% dei consensi. Questa volta la sconfitta si registra per lo più al Nord, nell’Italia subalpina e “bianca”. Le circoscrizioni che uscirono piegate da queste elezioni furono soprattutto: Verona-Padova-Vicenza-Rovigo, Brescia-Bergamo, Venezia-Treviso, Como-Sondrio-Varese, Cuneo-Asti-Alessandria. La Lega Nord infatti si stava facendo largo in queste zone, conquistando potenza sulla politica nazionale. Certamente è interessante notare come agli albori della storia elettorale repubblicana, le percentuali ottenute dalla Democrazia cristiana siano fortemente mutate nel tempo. Se compariamo la geografia elettorale della Dc del 1992 con quella del 1953, si possono scorgere circa 10,4 punti percentuali di differenza. Questi erano prevalentemente convogliati al Nord, infatti le 11 circoscrizioni del Nord che vanno dal Piemonte al Veneto si collocavano tutte ai primi 12 posti della graduatoria delle perdite della Dc &lt;90. Se ponessimo le due mappe a confronto, sarebbe evidente lo slittamento d’intensità del colore blu passare dal Nord verso il Sud.<br>[NOTE]<br>84 G. Galli, Il bipartitismo imperfetto, Il Mulino, Bologna, 1966.<br>85 C. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di), Gli anni ottanta come storia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pag. 89.<br>86 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 154.<br>87 C. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di), Gli anni ottanta come storia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pag. 90.<br>88 A. Stabile, De Mita presenta la grande riforma, “La Repubblica”, 16 maggio 1987.<br>89 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 167.<br>90 P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag. 172.<br><strong>Carolina Polzella</strong>, <em>Dc, Pci e Psi: la crisi delle grandi famiglie politiche nella “prima repubblica”</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno accademico 2018-2019</p>
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		<title>La scissione socialista determina le dimissioni del governo Rumor</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:45:51 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/mc.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="380" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/mc.jpg" alt="" class="wp-image-12964" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/mc.jpg 380w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/mc-285x480.jpg 285w" sizes="auto, (max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></figure>



<p>Le dimissioni del governo Leone, il 19 novembre 1968, conseguono alla raggiunta convergenza di Dc, Psi e Pri per la formazione di un governo di coalizione. In quest’ottica, già prima delle dimissioni, in data 12 novembre, si svolge un ciclo di pre-consultazioni volte a esaminare gli orientamenti delle forze politiche alla luce dei congressi socialisti e repubblicani. Le pre-consultazioni, ossia le consultazioni prima delle dimissioni del governo in carica, rappresentano una novità nella prassi costituzionale e sono possibili soltanto in quanto il governo Leone si è fin dall’inizio configurato per la sua natura transitoria e, quindi, di “attesa” di un accordo tra le forze politiche che consentisse la formazione di un governo dotato di una maggioranza precostituita. Nel corso delle consultazioni, come risulta dalla cronaca delle crisi di governo, vengono per la prima volta ascoltati non solo i capi gruppo ma anche i presidenti e segretari dei partiti, purché ricoprenti la qualifica di parlamentari. In realtà, come si è visto nel paragrafo precedente, non è la prima volta che i dirigenti di partito vengono sentiti: è, semmai, la prima volta che questi vengono convocati ufficialmente nel corso della prima tornata di consultazioni, venendo in tal modo inseriti a pieno titolo nell’insieme delle personalità politiche che la prassi suggerisce di sentire.<br>Il 24 novembre 1968 Saragat affida a Pertini, presidente della Camera, un mandato esplorativo per valutare “le concrete possibilità per la formazione del nuovo governo” &lt;193. Esaurito il mandato, il 26 novembre, Saragat affida l’incarico a Rumor, il quale accetta con riserva, ponendo l’accento sulla necessità di “formare un governo organico e stabile di coalizione fra i tre partiti di centro-sinistra”. Rumor, terminate le trattative con i partiti di centro-sinistra (Dc, Psi e Pri), il 12 dicembre accetta l’incarico &lt;194.<br>Il 4 luglio 1969, in una riunione del Comitato centrale, già percorso da malumori a causa dell’insuccesso della tornata elettorale, Nenni viene sconfitto in una votazione su un documento, mentre passa un ordine del giorno presentato dal gruppo di De Martino. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: Nenni si dimette dalla presidenza del Comitato centrale e il partito socialista unificato si scinde di nuovo, infrangendo il sogno di Saragat di assistere alla formazione di un unico grande partito socialdemocratico. I socialisti si riappropriano del nome originario (Psi), mentre i socialdemocratici prendono il nome di partito socialista unitario (Psu), salvo poi tornare al vecchio Psdi, nel febbraio del 1971 &lt;195. La scissione socialista determina le dimissioni del governo Rumor. Le consultazioni svolte dal Capo dello Stato sono difficili, perché effettuate nel tentativo di far convivere le due anime socialiste nella compagine governativa. Il 13 luglio Saragat affida a Rumor l’incarico di formare un governo “nell’ambito dei partiti di centro sinistra”, che tuttavia dopo aver preso i contatti opportuni con i partiti deve rinunciare all’incarico stante l’impossibilità di trovare una convergenza delle forze politiche. Viene quindi dato inizio a un nuovo ciclo di consultazioni, coinvolgenti soltanto i presidenti dei gruppi parlamentari. Il 2 agosto, al termine del secondo ciclo di consultazioni, viene affidato un mandato esplorativo a Fanfani, presidente del Senato, a conclusione del quale viene nuovamente incaricato Rumor. Il 5 agosto Rumor scioglie la riserva e forma il suo II governo, un monocolore Dc, che vede un ritorno di Moro al ministero degli Esteri &lt;196.<br>Dopo la strage di piazza Fontana, nel dicembre del 1969, i segretari del quadripartito sembrano raggiungere un nuovo accordo per la ripresa della coalizione di centro-sinistra. Le linee guida dell’accordo vengono redatte da Arnaldo Forlani, divenuto segretario della Dc il 29 settembre, in un documento che viene chiamato “preambolo” (di qui il nome della corrente guidata da Forlani, c.d. corrente “preambolista”). La nuova intesa dei quattro partiti sembra promettere una soluzione veloce della crisi ministeriale. Rumor, allo scopo di dare il via libera al quadripartito, si dimette il 7 febbraio 1970. Ma le trattative si rivelano presto più complicate del previsto: è solo il 19 marzo 1970 che si forma il nuovo governo. Infatti, dopo un primo tentativo fallito di Rumor, Saragat procede a un secondo ciclo di consultazioni (di capigruppo, segretari e presidenti di partito &#8211; parlamentari &#8211; e presidenti delle camere) e affida un pre-incarico a Moro &lt;197. Fallito questo tentativo, viene affidato un pre-incarico a Fanfani, presidente del Senato, che tuttavia non rientra nell’elenco dei possibili candidati alla presidenza del consiglio presentato dalla Dc &lt;198. Nonostante Saragat sia già pronto a rinviare il governo Rumor alle camere, dai contatti presi da Fanfani emerge la possibilità di costituire un nuovo governo guidato da Rumor, al quale viene affidato un pre-incarico (il terzo della crisi). Ottenuto il consenso dei partiti di centro-sinistra alla partecipazione al governo, Rumor, incaricato, scioglie positivamente la riserva e costituisce il suo terzo ministero (Dc-Psi-Psu-Pri) &lt;199.<br>Nelle trattative per la risoluzione della crisi riveste un ruolo importante anche la questione dell’introduzione del divorzio, il cui disegno di legge ottiene il varo della Camera dei deputati nel novembre del 1969. L’introduzione di casi di scioglimento del matrimonio civile, in particolare la disposizione riguardante lo scioglimento in seguito a separazione protrattasi per cinque anni, vede la democrazia cristiana divisa tra il timore di contraddire la Chiesa e la necessità di accontentare gli altri tre partiti della coalizione. La legge sul divorzio (c.d. Baslini-Fortuna) viene definitivamente approvata l’1 dicembre 1970 (legge n. 898 del 1970), anche grazie all’istituzione del referendum abrogativo (legge n. 352 del 1970), con cui la Dc spera di poter intervenire sulla disciplina legislativa &lt;200.<br>[NOTE]<br>193 Il mandato esplorativo viene affidato subito dopo il termine delle consultazioni, a differenza di quanto la prassi fino ad ora aveva registrato (il Capo dello Stato si è sempre preso una pausa di riflessione di almeno 24 ore). Questa impellenza sarebbe stata dovuta all’atteggiamento procrastinatore della Dc, che rinvia la riunione del Consiglio nazionale per ben sette volte in soli due giorni. In quest’ottica, la decisione di Saragat di procedere immediatamente avrebbe la funzione di imporre una svolta immediata alla risoluzione della crisi (cfr. La decisione di Saragat, in “Il Roma” del 25 novembre 1968, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 22). Come si vede, il termine “mandato esplorativo” viene utilizzato abbastanza indiscriminatamente. Al di là del criterio distintivo usato da parte della dottrina, che si basa su una valutazione ex post dell’effettivo conferimento dell’incarico, lo stesso contenuto dei mandati è di volta in volta diverso, come è stato peraltro già osservato. Ad esempio, nel caso del governo Moro, viene chiamato “mandato esplorativo” l’incarico di trovare una convergenza sulla formula e sul programma, posta che sulla personalità prescelta c’era già consenso delle forze politiche. Nel caso in esame, invece, viene chiamato “mandato esplorativo” un generico incarico di sondare la praticabilità della formazione di un governo, senza ulteriori specificazioni. A parere di chi scrive, volendo catalogare secondo categorie descrittive le differenti prassi sviluppatesi, si può parlare di pre-incarico laddove il Capo dello Stato affidi un mandato specifico, allo scopo di indurre la personalità prescelta a valutare la percorribilità di una specifica ipotesi di governo: è ciò che si verifica nel caso dell’incarico affidato da Einaudi a De Gasperi (1955), nonostante il sui generis di questo primo precedente; nel caso dell’incarico affidato da Gronchi a Segni (1953) allo scopo di trovare una convergenza programmatica nel quadripartito (Dc, Psdi, Pri e Pli) e nel caso dell’incarico affidato da Saragat a Moro (1966), seppur chiamato mandato esplorativo, volto a trovare una formula e un programma condivisi in seno al centro-sinistra. In tutti questi casi la personalità è già stata scelta dal Presidente e il mandato si connota quindi per la sua finalizzazione a trovare una convergenza delle forze politiche su un programma di governo che abbia a capo la personalità indicata. Diverso è, invece, il mandato esplorativo, che i propri precedenti nei compiti affidati da Gronchi a Merzagora (1957), da Gronchi a Leone (1960), e da Saragat a Pertini. In tutti questi casi, non solo, coerentemente con quanto osservato dalla dottrina, le personalità incaricate non sono state scelte per guidare il nuovo governo, ma lo stesso mandato assume connotati più generici. E’ questo il motivo per cui, tra l’altro, il mandato esplorativo viene affidato sempre a personalità che ricoprono il ruolo di presidente di Assemblea. Di conseguenza, la valutazione circa la configurabilità di un pre-incarico piuttosto che di un mandato esplorativo sembra potersi valutare non solo ex post, ma anche ex ante. In breve, si ha pre-incarico quando il Capo dello Stato ha già le idee chiare su chi formerà il nuovo governo e vuole solo una conferma della praticabilità dell’ipotesi in merito al programma e/o alla formula politica, mentre si ha mandato esplorativo quando il Presidente della Repubblica non ha ancora un’idea precisa in merito e ritiene necessario l’intervento di un’altra personalità nel dialogo con le forze politiche, che avviene per conto del Capo dello Stato.<br>194 Per la ricostruzione della crisi di governo, cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 22.<br>195 Cfr. G. Mammarella &#8211; P. Cacace, op.cit., p. 141; I. Montanelli &#8211; M. Cervi, L’Italia degli anni di Piombo, Milano, Rizzoli, 1991, pp. 111-112.<br>196 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 23.<br>197 Sulla natura del pre-incarico viene diffusa una “nota ufficiosa morotea”, che chiarisce che il mandato affidato a Moro non ha la funzione di sondare gli orientamenti delle forze politiche per conto del Capo dello Stato, bensì di assumere tutti gli elementi per valutare la concreta possibilità di formare un governo avente a capo Moro (cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 24).<br>198 Emerge quindi che più che di pre-incarico sarebbe opportuno parlare, in questo caso, di mandato esplorativo.<br>199 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 24; I. Montanelli &#8211; M. Cervi, op.cit., 1991, pp. 147-152.<br>200 Cfr. I. Montanelli &#8211; M. Cervi, op.cit., 1991, pp. 152-155.<br><strong>Elena Pattaro</strong>, <em>I &#8220;governi del Presidente&#8221;</em>, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum &#8211; Università di Bologna, 2015</p>
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		<title>Lo sciopero generale ebbe dunque il sostegno della Resistenza che in Val di Susa si era ricostruita da poco</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 10:54:38 +0000</pubDate>
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<p>Nonostante quelle minacce il 2 marzo [1944] l&#8217;esempio degli operai Fiat in sciopero veniva seguito dalla stragrande maggioranza delle fabbriche in attività e scioperarono in 70.000 &lt;193. Una cifra quest’ultima ridimensionata a 24.000 operai secondo il bollettino delle Gnr &lt;194. Ma, al di là delle cifre, il dato incontestabile, sul quale convergono le indicazioni delle fonti fasciste e antifasciste, era che tutte le industrie più importanti torinesi scioperarono. Lo sciopero quindi da un punto di vista politico fu un successo. Il proletariato con alla testa il Partito comunista e accanto la Resistenza armata (le azioni in appoggio condotte dai partigiani, anche se limitate, costituivano un salto qualitativo di notevoli proporzioni per il partito rispetto agli scioperi di novembre e di dicembre del 1943), dimostrava che le lotte sociali dei grandi centri industriali e delle campagne offrivano un contributo determinate all’espansione del movimento di liberazione; e che in quel ruolo il Partito comunista acquistava una posizione egemone, sia nel controllo e nella organizzazione delle brigate Garibaldi, sia grazie alla sua capacità di mobilitazione della classe operaia &lt;195. Quel successo ebbe un risvolto immediato all’interno del Cln dove solo il Partito d’Azione aveva appoggiato e fiancheggiato le posizioni dei comunisti. Da allora, sul piano degli equilibri interni, il Pci poteva ribaltare sul Cln il peso delle lotte operaie e, utilizzando la forza che gli derivava dal fatto di essere stato dentro lo sciopero e alla testa della lotta antifascista, ampliare considerevolmente l’influenza sulle decisioni prese dal Comitato. Intorno a Torino intervennero a sostegno degli scioperanti le formazioni partigiane. Quelle insediate ad ovest della città avevano l&#8217;obiettivo di interrompere i collegamenti tra Torino e le valli di Lanzo, la Val di Susa, la Val Sangone e la zona di Pinerolo. L’attività dei partigiani si estese fino a pochi chilometri dalla città di Torino. All’imbocco della Valle di Susa, territorio di competenza della 17a brigata Garibaldi “Felice Cima”, i partigiani intervennero a sostegno dello sciopero: “il primo corrente mese, in Condove, per imposizione dei ribelli, gli operai delle officine Moncenisio si astennero dal lavoro; il primo corrente mese, alle ore 7,30, in Sant’ Ambrogio, 53 operai (uomini e donne) delle S.A. Conceria Val di Susa non si sono presentati al lavoro; lo stesso giorno, in Sant’ Ambrogio, l’astensione si è verificata anche nello stabilimento S.A. Manifattura fornitura cotoni, ove delle 400 operaie occupate, si presentarono solamente 15 tutte residenti in Sant’ Ambrogio. Si ritiene che le strade conducenti agli stabilimenti siano state bloccate dai ribelli; i partigiani in Valle di Susa, nel Canavese e in Val Sangone bloccano i treni verso Torino impedendo così alle maestranze di raggiungere il lavoro” &lt;196. Quella situazione preoccupava non poco le forze dell’ordine fasciste che la definivano grave sia in città che in provincia essendo Torino “virtualmente circondata dalle bande ribelli bene armate e imbaldanzite per l’avvenuto sciopero generale”, non si escludeva “che gruppi di ribelli tentino azioni di disturbo nella stessa città di Torino” &lt;197. Per otto giorni gli operai paralizzarono completamente la produzione di guerra tedesca. Solo al “mattino dell’8 corrente mese, tutti gli stabilimenti di Torino e provincia, compresi quelli ai quali era stata ordinata la chiusura dal capo della provincia, hanno ripreso regolarmente la loro attività” &lt;198. La risposta degli occupanti fu puntuale; Rahn ricevette personalmente da Hitler l’ordine di far deportare il 20% degli scioperanti. L’ordine non fu eseguito nella misura indicata dal Führer per le difficoltà tecniche derivanti dal trasporto di un numero di deportati che lo stesso Rahn quantizzava in 70.000 &lt;199 uomini e per il danno che questo avrebbe arrecato alla produzione bellica italiana. Lo sciopero si tradusse comunque per molti operai nella deportazione e nella morte, tra 400 e 600 deportati solo alla Fiat &lt;200; ma per molti fu l’esperienza di aver partecipato alla più grande protesta di massa con la quale dovette confrontarsi la potenza occupante.<br>Lo sciopero generale ebbe dunque il sostegno della Resistenza che in Val di Susa si era ricostruita da poco, dopo la fine dello “squagliamento” invernale e l’eliminazione della “vecchia guardia” partigiana. L’attività dei partigiani in bassa valle si intensificò proprio a partire dal marzo del 1944. Stando alle relazioni della Gnr per il paese di Condove, situato alle pendici dell’area montana in cui la formazione partigiana comandato da Maffiodo era stanziata, tra la primavera e l’estate del 1944, i partigiani: “il 30 marzo verso le ore 17 in Condove elementi ribelli ferirono gravemente il legionario Firminio Pettigiani. Il 17 corrente alle ore 17.15 in Condove il tenente Fiorello Sander e il legionario Giacomo Barberi della Gnr vennero proditoriamente aggrediti da due sconosciuti, l’ufficiale colpito da arma da fuoco decedette subito, il milite riportò ferita al petto. Il 24 aprile alle ore 15 in Condove elementi ribelli asportarono dal Municipio una macchina da scrivere, dirigendosi poi verso le montagne di Rubiana. Il 23 aprile alle ore 17 quattro sconosciuti si presentarono alle officine Moncenisio di Condove dove asportarono, con minacce, 1.000 buste contenenti gli anticipi degli operai, ammontanti a 120.000 lire. Il 7 giugno alle ore 23, in Condove, un gruppo di 80 banditi armati ha affisso in parecchi punti della città manifestini incitanti la popolazione a eseguire gli ordini di radio Londra. Una pattuglia composta dai militi Alberto Giovio e Alfredo Tognetti non è rientrata al distaccamento. Si ritiene che predetti legionari siano stati catturati dai banditi” &lt;201. Azioni che dimostravano come la Resistenza valsusina, superata la crisi invernale, avesse ripreso l’iniziativa militare in grande stile e fosse in forte espansione.<br>[NOTE]<br>193 Battaglia, Storia della Resistenza italiana, p. 215; Cfr. Comitato torinese per le celebrazioni del 50.le della liberazione, Gli scioperi del marzo 1944, Stige, San Mauro 1994; Pietro Secchia, Lo sciopero generale del marzo 1944, in “La nostra lotta”, marzo 1944, n. 5-6, ripubblicato in Secchia, I comunisti e l’insurrezione, pp. 110-124<br>194 Verdina e Bonomini (a cura di), Riservato a Mussolini, p. 243; secondo una statistica riassuntiva della Gnr le giornate lavorative perdute in marzo sarebbero state 107.367; un altro documento fascista riduce a metà la cifra indicata: 32.600 operai in sciopero e 65.000 giornate lavorative perdute in, Dellavalle, Torino, p. 241<br>195 Peli, La Resistenza in Italia, p. 65<br>196 Archivio fondazione Micheletti di Brescia, bollettini della Gnr, ora presso l’Istituto storico della Resistenza di Torino<br>197 Ibidem<br>198 Ibidem<br>199 La cifra di 70.000 si spiega col fatto che Rahn nelle sue memorie parla di una cifra complessiva di operai che avevano aderito allo sciopero di 350.000 in Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, p. 222<br>200 Peli, La Resistenza in Italia, p. 63<br>201 Archivio fondazione Micheletti di Brescia, bollettini della Gnr, ora presso l’Istituto storico della Resistenza di Torino<br><strong>Marco Pollano</strong>, <em>La 17a Brigata Garibaldi &#8220;Felice Cima&#8221;. Storia di una formazione partigiana</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2006-2007</p>
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		<title>L&#8217;anticomunismo della Cisl in due film dei primi anni Cinquanta</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 15:16:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Più rari sono, invece, i documentari di propaganda anticomunista di produzione italiana, per quanto, in questo caso, vada notato che si tratta di filmati anch’essi dedicati al mondo del lavoro e sindacale, ma in cui la critica al modello comunista, o la promozione dei sindacati non comunisti sono espliciti e diretti. Il caso più eclatante [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="439" height="322" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1.png" alt="" class="wp-image-12956" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1.png 439w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1-320x235.png 320w" sizes="auto, (max-width: 439px) 100vw, 439px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Fig. 34 L’immagine è tratta dal filmato a disegni animati &#8220;Uomini e polli&#8221;. Fonte: Giulia Crisanti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="549" height="406" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2.png" alt="" class="wp-image-12957" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2.png 549w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2-320x237.png 320w" sizes="auto, (max-width: 549px) 100vw, 549px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Fig. 36 L’immagine è tratta dal servizio &#8220;Una scuola per dirigenti sindacali&#8221;, contenuto nel quinto numero del cinegiornale “Oggi e domani”, prodotto dalla Santa Monica e distribuito dall’USIS. Fonte: Giulia Crisanti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Più rari sono, invece, i documentari di propaganda anticomunista di produzione italiana, per quanto, in questo caso, vada notato che si tratta di filmati anch’essi dedicati al mondo del lavoro e sindacale, ma in cui la critica al modello comunista, o la promozione dei sindacati non comunisti sono espliciti e diretti. Il caso più eclatante e interessante, in tal senso, è costituito dal cartone animato a colori, prodotto dalla LavoroFilm negli anni Cinquanta e intitolato &#8220;Uomini e polli&#8221; &lt;418: una mordace satira contro il modello di sindacato comunista. Proposito del racconto infatti &#8211; come viene spiegato nell’introduzione &#8211; è di spiegare “la differenza tra uomini e polli”, cioè tra coloro che ragionano con la propria testa e coloro che &#8211; dice il commento &#8211; si lasciano scioccamente abbindolare dal “Sindacato della Colomba” &lt;419. Il cartone racconta, quindi, la vicenda di un “pollo” che, iscrittosi al sindacato di sinistra, viene istruito a puntino dal “compagno”-dirigente e sottoposto alla propaganda indottrinante delle forze comuniste. Così, con una vena ironica accentuata e parossistica, il dirigente sindacale gli spiega, attraverso una retorica volutamente ridicola, quale deve essere il suo compito come membro del sindacato: “userai la tua testa esclusivamente per ascoltare i tuoi capi; tu sei schiavo del regime «plutimperioclericalcapitalistico», ma ci siamo noi a proteggerti compagno”. Il giovane lavoratore viene, quindi, spennato dall’organizzazione sindacale, che sfrutta i suoi iscritti per organizzare feste e ottenere finanziamenti per il proprio paese guida, l’“Unione del paradiso dei popoli”, di cui si seguono servilmente le direttive, senza riflessioni, né discussioni in merito. Nessuno, infatti, pensa con la propria testa, o è libero di esprimersi nel “Sindacato della Colomba”, ma le elezioni sono controllate e tutte le decisioni vengono prese gerarchicamente e in modo eterodiretto, abbindolando i membri con false promosse. E, così, mentre lui viene picchiato per non aver voluto votare una mozione a favore della “guerra per la pace contro Verolandia”, l’altro sindacato, il “Sindacato del Tricolore”, ha intanto ottenuto migliori orari e un aumento delle paghe. È questo, dunque, il modello che &#8211; conclude il racconto &#8211; bisogna seguire per non essere dei polli; quello, cioè, di un sindacato che, costituito come “associazione di uomini liberi che pensano con il loro cervello”, agisce pensando ai lavoratori e alla difesa dei loro diritti e non a questioni politiche, che esulano dal mondo della fabbrica e dei suoi operai. Purtroppo né nella documentazione, né nella bibliografia &#8211; esistente o nota &#8211; sul tema sono riportate notizie sulla circolazione e recezione di questo breve filmato. È, tuttavia, verosimile che fosse utilizzato nel contesto di iniziative promosse dalla CISL (che spesso, infatti, ricorreva al materiale disponibile nelle cineteche dell’USIS), o da altre forze anticomuniste; mentre è improbabile una circolazione in contesti di fabbrica, dove avrebbe certo incontrato l’opposizione delle forze di sinistra.<br>Di taglio e natura completamente diversi e più simile (per impostazione, messaggio e contenuti) alla produzione di origine americana è, invece, un secondo filmato di produzione italiana, conservato nel fondo triestino e dedicato anch’esso al mondo sindacale italiano. Si tratta del primo servizio del quinto numero della serie di cinegiornali “Oggi e domani”, intitolato &#8220;Una scuola per dirigenti sindacali&#8221; &lt;420. Dedicato, infatti, alla scuola per operai organizzata presso il Centro studi della CISL a Firenze, il servizio ha un evidente taglio promozionale e può, quindi, essere fatto rientrare nella categoria della propaganda istituzionale governativa promossa dalle forze politiche democristiane, le quali, in larga misura, controllavano l’informazione ufficiale nel paese. La presentazione delle attività condotte per insegnare i principi e la pratica del sindacalismo ai “dirigenti di domani” fornisce, quindi, l’occasione per promuovere un certo modello sindacale, quello, ancora una volta, dei sindacati liberi, tali da non essere “uno strumento politico”, bensì “un mezzo per il benessere degli operai”. I temi, in generale, sono gli stessi emersi dall’analisi dei filmati prodotti negli Stati Uniti. Lo sciopero viene, infatti, accettato come un’arma da usare solo in casi estremi e non come fanno quei sindacati che, “proclamando continuamente scioperi per scopi politici”, finiscono per privarli di valore e danneggiare tanto i propri membri, quanto l’insieme di tutti i lavoratori. Ritornano anche i temi delle libere elezioni e della promozione di negoziati per raggiungere, in modo pacifico e attraverso il dialogo, l’obiettivo primario di migliori condizioni di lavoro e, in generale, di un più alto tenore di vita. La critica alla CGIL e al modello sindacale comunista, pur rimanendo sottesa, è dunque presente e pervade tutto il servizio, attraverso una serie di riferimenti complessivamente facili da cogliere e, quindi, non diversamente da quanto visto in &#8220;Con queste mani&#8221; e ne &#8220;Il nostro sindacato&#8221;. In tal senso, la produzione italiana dedicata al mondo del lavoro, seppur esigua, dà conferma di come l’intervento americano, pur incorrendo in una serie di limiti, e senza essere realmente in grado di ridurre il peso politico e il consenso della CGIL, abbia, comunque, saputo avviare, nel mondo sindacale italiano, un dibattito attorno a problemi e modelli nuovi, presto presi a riferimento dalle forze sindacali non comuniste della penisola.<br>[NOTE]<br>419 L’animale scelto non è casuale, la colomba, infatti, era stata adottata come simbolo del movimento comunista per la pace e ricorreva nella propaganda comunista. Il caso più famoso, in merito, è quello della famosa colomba di Pablo Picasso, usata in numerose manifestazioni comuniste, ma anche caricaturata in molta propaganda anticomunista.<br>420 Oggi e domani no. 5, pellicola, positivo, 16 mm, 0.11.00 min, b/n, sonoro, 1950-1954, Fondo USIS &#8211; Archivio Centrale dello Stato; disponibile online sul portale youtube dell’AAMOD: https://www.youtube.com/watch?v=-0Je0t1c2Ic&amp;list=PLr4dgCl4o5-xRcxwP-stiRUyXv-llts5c&amp;index=67 (consultato nella primavera del 2015).<br><strong>Giulia Crisanti</strong>, <em>Modernizzazione in celluloide. Le politiche d’informazione americane in Italia e il Fondo USIS di Trieste (1941-1966)</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2014-2015</p>
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