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	<title>Storia minuta</title>
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	<description>Un blog curato da Adriano Maini</description>
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		<title>Il ravennate e il forlivese furono liberati per la maggior parte entro la fine del 1944</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2026 10:22:16 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/fm.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="463" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/fm.jpg" alt="" class="wp-image-12973" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/fm.jpg 463w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/fm-320x442.jpg 320w" sizes="(max-width: 463px) 100vw, 463px" /></a></figure>



<p>Il 7 novembre 1944, mentre a Bologna scoppiava la battaglia di Porta Lame, il forlivese subiva per l’ultima volta i bombardamenti e i colpi dell’artiglieria britannica, agevolata nell’operazione dalle segnalazioni dell’VIII Brigata e dal locale comando di piazza partigiano. Nel giro di due giorni, gappisti e sappisti occuparono i principali centri di potere cittadini, compresi gli edifici della Questura e della Prefettura; quando il 9 novembre gli Alleati entrarono in città, Forlì era ormai libera. &lt;2 Il clima della città festante e «imbandierata» &lt;3, però, si giustapponeva all’evidente impossibilità di concludere la campagna d’Italia in tempi brevi. Come ha osservato Giuseppe Masetti, «il facile ingresso delle truppe polacche [a Forlì ndr] […] non fu che l’opportuna avanzata &#8211; senza colpo ferire &#8211; in una città lungo la via Emilia, già lasciata agli insorti dai tedeschi in ritirata ungo il fiume Montone» &lt;4; dunque, fu una vittoria parziale: la messa in opera di posizionamenti ormai già stabiliti e destinati a rimanere invariati per tutto l’inverno. Il 13, infatti, fu emanato il proclama Alexander, cui fecero seguito da un lato la delusione e l’angoscia dei partigiani dislocati a nord del fronte &#8211; cui si prospettavano mesi di isolamento e vulnerabilità &#8211; e dall’altro la frustrazione dei soldati alleati, specialmente di quelli americani, provati dalla guerra condotta in un continente straniero &lt;5.<br>Nell’ambito di questa cristallizzazione del Nord Italia, i partigiani ravennati continuarono però a discutere della liberazione di Ravenna &#8211; già città aperta &#8211; e del territorio circostante, esteso almeno fino al Reno e a S. Alberto. Il CLNP aveva già approvato in ottobre il piano insurrezionale definitivo, elaborato fin dal febbraio ’44 e infine concretizzatosi nella proposta del comandante Bulow (Arrigo Boldrini). Parallelamente, le necessità tecniche e materiali avevano trovato risposta nel rapporto sinergico instaurato dal movimento resistenziale locale con le forze alleate. Si erano rivelati particolarmente proficui i contatti tra le brigate e l’VIII Armata, tenuti fin dal 4 ottobre dai telegrafisti del Battaglione San Marco; “radio <a href="https://www.apassodiliberazione.it/evento/una-radio-alleata-fra-i-partigiani/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bionda</a>” &#8211; così battezzata dal nome in codice del sergente maggiore Giuseppe Montanino &#8211; aveva infatti agevolato i rifornimenti di armi, indispensabili al movimento di liberazione. Inoltre, le relazioni personali intessute dai rappresentanti delle forze locali e angloamericane avevano alimentato la fiducia tra le parti, tanto da spingere gli Alleati a superare la diffidenza generalmente nutrita nei confronti dei corpi irregolari e soprattutto della componente comunista, maggioritaria nel ravennate, ed avallare la cosiddetta “operazione Teodora”. Dunque, al netto della linea imposta dal generale Alexander, l’unità di comando britannica aggregata all’VIII Armata, la cosiddetta “Popski’s Private Army” di Vladimir Peniakoff, e la 28^ Brigata GAP “Mario Gordini” del comandante Falco (Alberto Bardi) entrarono per prime a Ravenna il 4 dicembre, seguite a distanza di pochi giorni dalle truppe canadesi. &lt;6<br>Il ravennate e il forlivese furono liberati per la maggior parte entro la fine del 1944, pertanto i percorsi di pacificazione e normalizzazione iniziarono rispettivamente cinque e sei mesi in anticipo rispetto all’insurrezione nazionale proclamata dal CLNAI. A quell’altezza, il ripristino dell’ordine sociale e istituzionale si poneva come indispensabile. D’altro canto, con la fase più cruenta e incerta della guerra ancora aperta, gli equilibri politici e istituzionali tra le forze attive a sud del fronte si configuravano come cangianti e instabili. Gli Alleati, i partigiani e le istituzioni italiane sopravvissute al crollo del regime convivevano su uno stesso territorio continuando ad intrecciare relazioni complesse; le competenze delle autorità preposte &#8211; fossero queste formalmente riconosciute, derivate dalla convenzione militare o conquistate de facto durante la lotta antifascista &#8211; si sovrapponevano, ricalcando e talvolta ridisegnando i rapporti di potere, entro una sorta di braccio di ferro tra le parti. Ristabilire &#8211; e mantenere &#8211; l’ordine rappresentava il modo per affermare la propria autorità agli occhi della popolazione e dell’Europa tutta. E se la posizione degli angloamericani appariva, tra tutte, come la meno incerta, era invece evidente che la Monarchia stava tentando di riaccreditarsi e ristabilire la propria posizione, mentre i CLN operavano attivamente per legittimarsi ed essere riconosciuti quali interlocutori validi per le trattative di pace. Da un punto di vista metodologico, l’analisi della rete di relazioni &#8211; conflittuali, di potere, di governo &#8211; intessuta nelle province romagnole liberate tra la fine del ’44 e la primavera del ’45 richiama le citate categorie storiografiche di “frattura” e “continuità”, senza però risolversi totalmente in esse. Infatti la ricerca, nel corso del suo svolgimento, ha analizzato il rapporto tra la Repubblica e l’esperienza monarchica e fascista, evidenziando le ombre lunghe del regime e della RSI sulle istituzioni così come sul tessuto socio culturale e politico; allo stesso tempo, ha indagato l’eredità antifascista e resistenziale in una prospettiva di lungo periodo. Tuttavia, l’intento principale è stato soprattutto quello di porre l’accento sulle criticità del processo di ridefinizione dei poteri e dei ruoli individuali e collettivi: un iter che, pur essendo connaturato alla transizione, risulta particolarmente articolato nel contesto di una struttura geopolitica non ancora nettamente riconfigurata dai trattati di pace e dalle tappe istituzionali della transizione &#8211; politica e giudiziaria &#8211; proprie del lungo dopoguerra italiano. Questa specifica dimensione ha chiamato in causa diversi rapporti conflittuali, politicamente rilevanti, sia tra fazioni opposte, sia interni all’apparentemente coeso fronte antifascista e alle forze liberatrici, sia ascrivibili all’ambito sociale, comunitario e famigliare. Dunque, la presente ricerca non può avvalersi esclusivamente delle coordinate interpretative proprie del binomio “frattura continuità”, così come definito e indagato dalla storia politica e istituzionale. Ritengo funzionale integrare queste categorie storiografiche con quella di «rinegoziazione» &lt;7, nella misura in cui permette, pur partendo da un’analisi economica e non di genere, di superare la polarizzazione connaturata al dualismo strutturale, per focalizzare l’attenzione sul processo dinamico &#8211; talvolta dialettico &#8211; di ridefinizione dei soggetti &#8211; singoli e collettivi &#8211; e delle relative sfere di ingerenza, concentrando l’interesse sugli attriti e i cambiamenti in fieri. L’analisi si focalizza dunque sull’espressione delle dinamiche di potere in senso lato, e non solo su quelle che hanno dato esiti a livello strutturale e amministrativo, come i conflitti tra partiti e fazioni o tra il Governo italiano e le altre potenze europee e globali, o come l’epilogo delle tensioni tra la spinta epuratrice antifascista e la normalizzazione restauratrice. Pertanto, include nel quadro anche i rapporti non propriamente istituzionalizzati e le soggettività in via di ridefinizione, come le relazioni tra uomini e donne e la configurazione dei generi, culturalmente e socialmente costruiti.<br>[NOTE]<br>2 Roberta Mira, Simona Salustri, Partigiani, popolazione e guerra sull’Appennino: L’8^ brigata Garibaldi Romagna, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2011, p. 67; Sergio Flamigni, Luciano Marzocchi, Resistenza in Romagna: Antifascismo, partigiani e popolo in provincia di Forlì, Milano, La Pietra, 1969, pp. 244-246.<br>3 [s.a.], La città imbandierata, «Corriere Alleato», 12 novembre 1944.<br>4 Giuseppe Masetti, La Linea Gotica orientale, in Giuseppe Masetti, Antonio Panaino (a cura di), Parola d’ordine Teodora, Ravenna, Longo Editore, 2005, p. 29.<br>5 Sullo stato fisico e psicologico delle truppe americane e soprattutto canadesi durante lo sfondamento della linea Gotica si rinvia in particolare a: Luigi Bruti Liberati, I canadesi sulla Linea Gotica e la liberazione di Ravenna, in Giuseppe Masetti, Antonio Panaino (a cura di), Parola d’ordine Teodora, Ravenna, Longo Editore, 2005, pp. 37-44.<br>6 Cfr. Giuseppe Masetti, op. cit., pp. 29-36; Luigi Bruti Liberati, op. cit.<br>7 Mariuccia Salvati, Amministrazione pubblica e partiti di fronte alla politica industriale, in Francesco Barbagallo et al. (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana, vol. I: La costruzione della democrazia: Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Torino, Einaudi, 1995, p. 414.<br><strong>Lidia Celli</strong>,<em> Giudicare, punire, normalizzare: collaborazioniste e partigiane tra Bologna, Forlì e Ravenna (1944-1955)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino &#8220;Carlo Bo&#8221;, Anno Accademico 2021-2022</p>
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		<title>L’evoluzione dell’elettorato democristiano dal 1976 al 1992</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 15:58:10 +0000</pubDate>
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<p>L’analisi elettorale, a partire dalle tornate del 1976 fino ad arrivare a quelle del 1992, è necessaria per capire come gli elettorali hanno reagito, durante sedici anni, alle proposte portate avanti dalla Democrazia cristiana, che perderà via via il suo ruolo di centralità politica all’interno del panorama politico italiano. Per molti anni, a partire in particolare dal 1948, i risultati delle elezioni politiche in Italia hanno presentato una sostanziale continuità e armonia. I due grandi partiti di massa, Dc e Pci, hanno registrato per lungo tempo, circa quaranta anni, percentuali di voto costanti che hanno portato Giorgio Galli a definire il sistema italiano come un «bipartitismo imperfetto» &lt;84. La stabilità dei risultati elettorali è stata frutto anche degli adattamenti fatti da entrambi i partiti nel tempo, a seconda delle circostanze nelle quali si trovavano ad operare. Si può senz’altro affermare, ad esempio, che la Dc veneta era diversa dalla Dc meridionale, come anche il Pci siciliano era un partito diverso dal Pci delle zone rosse di Emilia e Toscana.<br>Alle elezioni politiche del 1979 tutti i partiti arrivano con un certo senso di incertezza: la stagione della solidarietà nazionale viene definitivamente messa da parte, e il verdetto che uscirà da queste nuove elezioni deciderà il da farsi sulle possibilità della nuova linea di governo. Come però avviene in altre tornate elettorali, il voto non sembra indicare con chiarezza la strada da seguire, perché si registra solo un calo del Partito comunista, mentre per la Democrazia cristiana si registra con un andamento pressappoco uguale, totalizzando un consenso del 38,3%. Ciò che si può evidenziare maggiormente in questa tornata elettorale è che il risultato consolida la certezza che si possa chiudere in definitiva la parentesi della solidarietà nazionale. Infatti, i rapporti di forza sono rimasti abbastanza invariati rispetto al 1976, nel momento in cui era apparso inattuabile la formazione di un governo senza il Pci.<br>Per quel che riguarda la Democrazia Cristiana, facendo un confronto con le elezioni del 1976, nelle quali totalizzò consensi per il 38,7%, si nota una lieve perdita di voti, effetto di un calo contenuto nel Nord e di una crescita più cospicua nel Sud. Nel Centro-Nord invece, la Dc retrocede quasi ovunque. Nel Friuli-Venezia Giulia si registra una perdita del 6%, frutto di un crollo nella circoscrizione di Trieste. Al contrario nel Centro-Sud la crescita coinvolge globalmente quasi tutte le regioni: l’avanzamento più rilevante si nota in Molise, Campania e Calabria. Di particolare rilevanza è la crescita che si registra nelle province di Reggio Calabria, che guadagnano circa il 7% dei voti. La Dc si conferma invece debole nelle zone rosse. Come si può evincere da questi dati, al tradizionale radicamento della Democrazia cristiana nelle “regioni bianche”, legato alla tradizione democristiana, si sta accostando pian piano il consolidamento nelle regioni del Meridione, che è più legato a interessi di carattere economico e clientelare.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi.png"><img decoding="async" width="397" height="485" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi.png" alt="" class="wp-image-12967" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi.png 397w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi-320x391.png 320w" sizes="(max-width: 397px) 100vw, 397px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Elezioni politiche 1983. Immagine presa da P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag. 160. Fonte: Carolina Polzella, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Il dato più clamoroso che emerge dalle urne del 12 giugno del 1983 è sicuramente il crollo democristiano, che è dimostrazione certa dello stato di crisi del partito cattolico che già è in atto da circa dieci anni, nonostante il fatto che nelle due precedenti consultazioni elettorali, del 1976 e del 1979, la situazione di allarme avesse comunque persuaso gli elettori a rimanere fedeli alla Dc. La Democrazia cristiana registra nel 1983 il 32,9%, un calo di 5,4 punti percentuali rispetto alle politiche del 1979 (38,3%). Il polo laico ne uscì decisamente rafforzato: i socialdemocratici e i liberali ottennero buoni risultati, ottimi erano quelli dei Repubblicani, che stavano beneficiando dell’&#8221;effetto Spadolini&#8221; &lt;85. La crescita dei socialisti fu allo stesso modo buona, anche se inferiore a quanto era stato previsto. Questi risultati provocarono molto stupore nelle file della Dc. Secondo il segretario De Mita, la ripartizione del voto sembrava del tutto “causale”. Da queste elezioni non emergeva in alcun modo né il trionfo di un partito, né l’emersione di una forza politica nello specifico, o la formazione di un nuovo equilibrio di governo. La crisi della centralità democristiana non appare superabile o rimediabile, ma come una specie di condanna da cui il sistema politico italiano non riesce a liberarsi. La Democrazia cristiana subisce un forte calo di consensi che si concretizza in un consistente arretramento in tutte le aree del paese senza differenziazioni. In particolare, i democristiani registrano il calo più consistente nel Veneto Bianco. A Verona-Padova-Vicenza-Rovigo la Dc perde circa il 12% rispetto alle elezioni del 1979 e più del 7% a Venezia-Treviso &lt;86. Queste circoscrizioni saranno per lo più attratte dalla Liga Veneta che otterrà il 4%. E’ solo l’inizio dell’emergere del nuovo fenomeno leghista, che nelle successive tornate elettorali inizierà a far sentire la sua forza e il suo radicamento territoriale. La Sicilia si vede dimezzata per fedeltà di voto alla Dc, in Sardegna e nella provincia di Bari si registra una perdita del 9%. E’ evidente che i crolli siano localizzati in tutte le aree geopolitiche. La distribuzione del voto della Dc però rimane abbastanza invariata: le roccaforti si trovano nella zona delle circoscrizioni di Brescia-Bergamo, Veneto orientale, Molise, ma la prevalenza del voto è acquisita solo in quest’ultima, dove è localizzato il 55% dei voti. Subiscono invece perdite più dignitose il Friuli e il Centro. Le regioni rosse e il Nord-Ovest si mantengono sempre alquanto sfavorevoli a votare per i democristiani.<br>De Mita, una volta osservati i risultati ottenuti a seguito della campagna elettorale, capì che sarebbe stato ancora più necessario continuare sulla strada del cambiamento, anche se appariva chiaro il fatto che l’elettorato non avesse apprezzato il rinnovamento del sistema politico che la Dc stava cercando di promuovere. Il segretario della Dc comprese che il crollo che si era appena verificato aveva cause molto più lontane, era già stato immaginato nel Sessantotto e durante tutte le agitazioni verificatesi nei primi anni Settanta. Quelle elezioni sembravano essere il prodotto anche di mutamenti più recenti, dalla tradizionale stabilità dell’elettorato si era passati ad una condizione di mobilità: emergeva fluidità nei modi di agire degli elettori. La Democrazia cristiana stava pagando il prezzo per aver tardato ad attuare una via di rinnovamento: il tentativo di De Mita non era compreso appieno e stava conducendo ad un graduale isolamento politico. Egli ribadì la prospettiva che si andava illustrando da tempo: crisi delle ideologie, necessità di spostare l’asse della politica italiana dai partiti alle istituzioni, costruzione di un’autentica alternativa di governo, approdo al bipolarismo &lt;87. Il risultato elettorale delle politiche del 1983 gli sembrò inoltre confermare che la rottura degli orientamenti politici e le contraddizioni di tutto il sistema, dovessero essere osteggiate sul piano istituzionale, attraverso una riforma del sistema elettorale, per poter correggere le anomalie del sistema proporzionale. Queste elezioni accrescevano la crisi della centralità della Dc, e sembravano essere un segnale premonitore del mutamento politico che stava avvenendo in Italia, a causa delle spinte violente collocate all’interno e all’esterno dello stesso sistema politico.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="387" height="462" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2.png" alt="" class="wp-image-12968" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2.png 387w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi2-320x382.png 320w" sizes="auto, (max-width: 387px) 100vw, 387px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Elezioni politiche 1987. Immagine presa da P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag.166. Fonte: Carolina Polzella, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Dai risultati delle elezioni del 1987 potrebbe evincersi una lettura abbastanza positiva dello stato di salute delle famiglie partitiche. Il dato più drammatico è però il fatto che si registra sempre di più un voto di protesta verso i tradizionali canali politici, fatto che dimostra quanto gli elettori si sentano più distanti verso i partiti fondatori della prima Repubblica; è indice di una forte richiesta di rinnovamento che va a nuocere a tutta la partitocrazia. La campagna elettorale fatta prima delle elezioni del 1987 si fondava essenzialmente su una proposta, da parte di Ciriaco De Mita, di attuare una riforma del sistema elettorale, poiché era evidente il fatto che non rispondesse più alle esigenze del paese. Gli obiettivi principali furono quelli di voler assicurare stabilità, responsabilizzare i partiti, e soprattutto cercare di arrivare a raggiungere una maggioranza solida &lt;88. De Mita desiderò correggere il sistema proporzionale, sostituendolo ad un sistema maggioritario semplice, che secondo lui avrebbe eliminato la funzione dei partiti intermedi. Fu questo l&#8217;obiettivo principale su cui la Dc darà battaglia. Il cittadino potrebbe essere messo nella condizione di esprimere due voti: il primo per il partito di appartenenza, e il secondo per la coalizione che secondo lui merita di governare. Il doppio voto potrebbe essere pronunciato in uno solo o in due turni elettorali. Di conseguenza, per incoraggiare la formazione di coalizioni, sarebbe stata prevista anche una quota di seggi riservata allo schieramento che sarebbe risultato vincente. Questo fu il disegno di riforma elettorale promosso da De Mita prima delle elezioni del giugno 1987. La Dc in queste elezioni ottiene il 34,3% dei consensi, un avanzo di 1,4 punti rispetto al crollo che si è registrato nel 1983. La crescita si colloca per lo più nelle zone del Mezzogiorno: tutte le circoscrizioni che presentano un incremento positivo superiore a 1,5% sono meridionali, mentre le quattro che registrano un saldo negativo superiore ad un punto percentuale si trovano nella zona settentrionale. E’ il segno più evidente di un processo di meridionalizzazione del partito democristiano che stava già iniziando ad emergere nelle passate tornate elettorali. Delle sette circoscrizioni in cui la Dc ha ancora un consenso superiore al 40%, cinque si trovano al Sud. Le uniche province settentrionali sono Bergamo-Brescia e Verona-Padova-Vicenza-Rovigo. Il gradimento più alto si registra nel distretto di Campobasso-Isernia, dove si sfiora il 57,3%. La spirale in discesa delle sue roccaforti nella zona settentrionale si evince dal -1% nelle circoscrizioni di Como-Sondrio-Varese e a Trento-Bolzano, e dal -2% a Udine-Belluno-Gorizia-Pordenone. Il fenomeno della meridionalizzazione che sta affliggendo la Dc come anche il Psi, è un segno non positivo, ma piuttosto negativo, di un sistema partitocratico sempre più in crisi, la cui solidità poggia per lo più su uno strato della società composto da salariati, dalla grande e piccola impresa, dai gruppi della burocrazia pubblica e dai rentiers, tutti portatori di interessi molto contraddittori tra di loro, ma accomunati e tenuti insieme dalla politica del debito pubblico &lt;89. Emerge, nelle elezioni del 1987, oltre che ad un rafforzamento delle Leghe che ottengono l’1,8%, anche della Lista Verde, che a queste politiche ottiene quasi un milione di voti, totalizzando il 2,5%. Cresce l’attenzione per il tema ambientalista, già emerso come nuova tendenza europea. In aggiunta, la tragedia verificatasi a Cernobyl nel 1986, coinvolge e sensibilizza ancora di più tutta l’opinione pubblica su questo tematica.<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="382" height="459" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3.png" alt="" class="wp-image-12969" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3.png 382w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/pi3-320x385.png 320w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Elezioni politiche 1992. Immagine presa da P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag. 172. Fonte: Carolina Polzella, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Nel 1992 i risultati elettorali non mettono a fuoco la reale condizione dei partiti, che stanno vivono un periodo di cecità. A queste elezioni la Democrazia cristiana ottenne il 29,7%, un crollo di 4,6 punti percentuali rispetto al 1987. Per la prima volta registrò il suo minimo storico, non riuscendo a raggiungere nemmeno il 30% dei consensi. Questa volta la sconfitta si registra per lo più al Nord, nell’Italia subalpina e “bianca”. Le circoscrizioni che uscirono piegate da queste elezioni furono soprattutto: Verona-Padova-Vicenza-Rovigo, Brescia-Bergamo, Venezia-Treviso, Como-Sondrio-Varese, Cuneo-Asti-Alessandria. La Lega Nord infatti si stava facendo largo in queste zone, conquistando potenza sulla politica nazionale. Certamente è interessante notare come agli albori della storia elettorale repubblicana, le percentuali ottenute dalla Democrazia cristiana siano fortemente mutate nel tempo. Se compariamo la geografia elettorale della Dc del 1992 con quella del 1953, si possono scorgere circa 10,4 punti percentuali di differenza. Questi erano prevalentemente convogliati al Nord, infatti le 11 circoscrizioni del Nord che vanno dal Piemonte al Veneto si collocavano tutte ai primi 12 posti della graduatoria delle perdite della Dc &lt;90. Se ponessimo le due mappe a confronto, sarebbe evidente lo slittamento d’intensità del colore blu passare dal Nord verso il Sud.<br>[NOTE]<br>84 G. Galli, Il bipartitismo imperfetto, Il Mulino, Bologna, 1966.<br>85 C. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di), Gli anni ottanta come storia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pag. 89.<br>86 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 154.<br>87 C. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di), Gli anni ottanta come storia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pag. 90.<br>88 A. Stabile, De Mita presenta la grande riforma, “La Repubblica”, 16 maggio 1987.<br>89 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 167.<br>90 P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante Storico Elettorale d’Italia: 1861-2008, Zanichelli, Bologna, 2009, pag. 172.<br><strong>Carolina Polzella</strong>, <em>Dc, Pci e Psi: la crisi delle grandi famiglie politiche nella “prima repubblica”</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno accademico 2018-2019</p>
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		<title>La scissione socialista determina le dimissioni del governo Rumor</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:45:51 +0000</pubDate>
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<p>Le dimissioni del governo Leone, il 19 novembre 1968, conseguono alla raggiunta convergenza di Dc, Psi e Pri per la formazione di un governo di coalizione. In quest’ottica, già prima delle dimissioni, in data 12 novembre, si svolge un ciclo di pre-consultazioni volte a esaminare gli orientamenti delle forze politiche alla luce dei congressi socialisti e repubblicani. Le pre-consultazioni, ossia le consultazioni prima delle dimissioni del governo in carica, rappresentano una novità nella prassi costituzionale e sono possibili soltanto in quanto il governo Leone si è fin dall’inizio configurato per la sua natura transitoria e, quindi, di “attesa” di un accordo tra le forze politiche che consentisse la formazione di un governo dotato di una maggioranza precostituita. Nel corso delle consultazioni, come risulta dalla cronaca delle crisi di governo, vengono per la prima volta ascoltati non solo i capi gruppo ma anche i presidenti e segretari dei partiti, purché ricoprenti la qualifica di parlamentari. In realtà, come si è visto nel paragrafo precedente, non è la prima volta che i dirigenti di partito vengono sentiti: è, semmai, la prima volta che questi vengono convocati ufficialmente nel corso della prima tornata di consultazioni, venendo in tal modo inseriti a pieno titolo nell’insieme delle personalità politiche che la prassi suggerisce di sentire.<br>Il 24 novembre 1968 Saragat affida a Pertini, presidente della Camera, un mandato esplorativo per valutare “le concrete possibilità per la formazione del nuovo governo” &lt;193. Esaurito il mandato, il 26 novembre, Saragat affida l’incarico a Rumor, il quale accetta con riserva, ponendo l’accento sulla necessità di “formare un governo organico e stabile di coalizione fra i tre partiti di centro-sinistra”. Rumor, terminate le trattative con i partiti di centro-sinistra (Dc, Psi e Pri), il 12 dicembre accetta l’incarico &lt;194.<br>Il 4 luglio 1969, in una riunione del Comitato centrale, già percorso da malumori a causa dell’insuccesso della tornata elettorale, Nenni viene sconfitto in una votazione su un documento, mentre passa un ordine del giorno presentato dal gruppo di De Martino. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: Nenni si dimette dalla presidenza del Comitato centrale e il partito socialista unificato si scinde di nuovo, infrangendo il sogno di Saragat di assistere alla formazione di un unico grande partito socialdemocratico. I socialisti si riappropriano del nome originario (Psi), mentre i socialdemocratici prendono il nome di partito socialista unitario (Psu), salvo poi tornare al vecchio Psdi, nel febbraio del 1971 &lt;195. La scissione socialista determina le dimissioni del governo Rumor. Le consultazioni svolte dal Capo dello Stato sono difficili, perché effettuate nel tentativo di far convivere le due anime socialiste nella compagine governativa. Il 13 luglio Saragat affida a Rumor l’incarico di formare un governo “nell’ambito dei partiti di centro sinistra”, che tuttavia dopo aver preso i contatti opportuni con i partiti deve rinunciare all’incarico stante l’impossibilità di trovare una convergenza delle forze politiche. Viene quindi dato inizio a un nuovo ciclo di consultazioni, coinvolgenti soltanto i presidenti dei gruppi parlamentari. Il 2 agosto, al termine del secondo ciclo di consultazioni, viene affidato un mandato esplorativo a Fanfani, presidente del Senato, a conclusione del quale viene nuovamente incaricato Rumor. Il 5 agosto Rumor scioglie la riserva e forma il suo II governo, un monocolore Dc, che vede un ritorno di Moro al ministero degli Esteri &lt;196.<br>Dopo la strage di piazza Fontana, nel dicembre del 1969, i segretari del quadripartito sembrano raggiungere un nuovo accordo per la ripresa della coalizione di centro-sinistra. Le linee guida dell’accordo vengono redatte da Arnaldo Forlani, divenuto segretario della Dc il 29 settembre, in un documento che viene chiamato “preambolo” (di qui il nome della corrente guidata da Forlani, c.d. corrente “preambolista”). La nuova intesa dei quattro partiti sembra promettere una soluzione veloce della crisi ministeriale. Rumor, allo scopo di dare il via libera al quadripartito, si dimette il 7 febbraio 1970. Ma le trattative si rivelano presto più complicate del previsto: è solo il 19 marzo 1970 che si forma il nuovo governo. Infatti, dopo un primo tentativo fallito di Rumor, Saragat procede a un secondo ciclo di consultazioni (di capigruppo, segretari e presidenti di partito &#8211; parlamentari &#8211; e presidenti delle camere) e affida un pre-incarico a Moro &lt;197. Fallito questo tentativo, viene affidato un pre-incarico a Fanfani, presidente del Senato, che tuttavia non rientra nell’elenco dei possibili candidati alla presidenza del consiglio presentato dalla Dc &lt;198. Nonostante Saragat sia già pronto a rinviare il governo Rumor alle camere, dai contatti presi da Fanfani emerge la possibilità di costituire un nuovo governo guidato da Rumor, al quale viene affidato un pre-incarico (il terzo della crisi). Ottenuto il consenso dei partiti di centro-sinistra alla partecipazione al governo, Rumor, incaricato, scioglie positivamente la riserva e costituisce il suo terzo ministero (Dc-Psi-Psu-Pri) &lt;199.<br>Nelle trattative per la risoluzione della crisi riveste un ruolo importante anche la questione dell’introduzione del divorzio, il cui disegno di legge ottiene il varo della Camera dei deputati nel novembre del 1969. L’introduzione di casi di scioglimento del matrimonio civile, in particolare la disposizione riguardante lo scioglimento in seguito a separazione protrattasi per cinque anni, vede la democrazia cristiana divisa tra il timore di contraddire la Chiesa e la necessità di accontentare gli altri tre partiti della coalizione. La legge sul divorzio (c.d. Baslini-Fortuna) viene definitivamente approvata l’1 dicembre 1970 (legge n. 898 del 1970), anche grazie all’istituzione del referendum abrogativo (legge n. 352 del 1970), con cui la Dc spera di poter intervenire sulla disciplina legislativa &lt;200.<br>[NOTE]<br>193 Il mandato esplorativo viene affidato subito dopo il termine delle consultazioni, a differenza di quanto la prassi fino ad ora aveva registrato (il Capo dello Stato si è sempre preso una pausa di riflessione di almeno 24 ore). Questa impellenza sarebbe stata dovuta all’atteggiamento procrastinatore della Dc, che rinvia la riunione del Consiglio nazionale per ben sette volte in soli due giorni. In quest’ottica, la decisione di Saragat di procedere immediatamente avrebbe la funzione di imporre una svolta immediata alla risoluzione della crisi (cfr. La decisione di Saragat, in “Il Roma” del 25 novembre 1968, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 22). Come si vede, il termine “mandato esplorativo” viene utilizzato abbastanza indiscriminatamente. Al di là del criterio distintivo usato da parte della dottrina, che si basa su una valutazione ex post dell’effettivo conferimento dell’incarico, lo stesso contenuto dei mandati è di volta in volta diverso, come è stato peraltro già osservato. Ad esempio, nel caso del governo Moro, viene chiamato “mandato esplorativo” l’incarico di trovare una convergenza sulla formula e sul programma, posta che sulla personalità prescelta c’era già consenso delle forze politiche. Nel caso in esame, invece, viene chiamato “mandato esplorativo” un generico incarico di sondare la praticabilità della formazione di un governo, senza ulteriori specificazioni. A parere di chi scrive, volendo catalogare secondo categorie descrittive le differenti prassi sviluppatesi, si può parlare di pre-incarico laddove il Capo dello Stato affidi un mandato specifico, allo scopo di indurre la personalità prescelta a valutare la percorribilità di una specifica ipotesi di governo: è ciò che si verifica nel caso dell’incarico affidato da Einaudi a De Gasperi (1955), nonostante il sui generis di questo primo precedente; nel caso dell’incarico affidato da Gronchi a Segni (1953) allo scopo di trovare una convergenza programmatica nel quadripartito (Dc, Psdi, Pri e Pli) e nel caso dell’incarico affidato da Saragat a Moro (1966), seppur chiamato mandato esplorativo, volto a trovare una formula e un programma condivisi in seno al centro-sinistra. In tutti questi casi la personalità è già stata scelta dal Presidente e il mandato si connota quindi per la sua finalizzazione a trovare una convergenza delle forze politiche su un programma di governo che abbia a capo la personalità indicata. Diverso è, invece, il mandato esplorativo, che i propri precedenti nei compiti affidati da Gronchi a Merzagora (1957), da Gronchi a Leone (1960), e da Saragat a Pertini. In tutti questi casi, non solo, coerentemente con quanto osservato dalla dottrina, le personalità incaricate non sono state scelte per guidare il nuovo governo, ma lo stesso mandato assume connotati più generici. E’ questo il motivo per cui, tra l’altro, il mandato esplorativo viene affidato sempre a personalità che ricoprono il ruolo di presidente di Assemblea. Di conseguenza, la valutazione circa la configurabilità di un pre-incarico piuttosto che di un mandato esplorativo sembra potersi valutare non solo ex post, ma anche ex ante. In breve, si ha pre-incarico quando il Capo dello Stato ha già le idee chiare su chi formerà il nuovo governo e vuole solo una conferma della praticabilità dell’ipotesi in merito al programma e/o alla formula politica, mentre si ha mandato esplorativo quando il Presidente della Repubblica non ha ancora un’idea precisa in merito e ritiene necessario l’intervento di un’altra personalità nel dialogo con le forze politiche, che avviene per conto del Capo dello Stato.<br>194 Per la ricostruzione della crisi di governo, cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 22.<br>195 Cfr. G. Mammarella &#8211; P. Cacace, op.cit., p. 141; I. Montanelli &#8211; M. Cervi, L’Italia degli anni di Piombo, Milano, Rizzoli, 1991, pp. 111-112.<br>196 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 23.<br>197 Sulla natura del pre-incarico viene diffusa una “nota ufficiosa morotea”, che chiarisce che il mandato affidato a Moro non ha la funzione di sondare gli orientamenti delle forze politiche per conto del Capo dello Stato, bensì di assumere tutti gli elementi per valutare la concreta possibilità di formare un governo avente a capo Moro (cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 24).<br>198 Emerge quindi che più che di pre-incarico sarebbe opportuno parlare, in questo caso, di mandato esplorativo.<br>199 Per la ricostruzione della crisi cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 24; I. Montanelli &#8211; M. Cervi, op.cit., 1991, pp. 147-152.<br>200 Cfr. I. Montanelli &#8211; M. Cervi, op.cit., 1991, pp. 152-155.<br><strong>Elena Pattaro</strong>, <em>I &#8220;governi del Presidente&#8221;</em>, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum &#8211; Università di Bologna, 2015</p>
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		<title>Lo sciopero generale ebbe dunque il sostegno della Resistenza che in Val di Susa si era ricostruita da poco</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 10:54:38 +0000</pubDate>
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<p>Nonostante quelle minacce il 2 marzo [1944] l&#8217;esempio degli operai Fiat in sciopero veniva seguito dalla stragrande maggioranza delle fabbriche in attività e scioperarono in 70.000 &lt;193. Una cifra quest’ultima ridimensionata a 24.000 operai secondo il bollettino delle Gnr &lt;194. Ma, al di là delle cifre, il dato incontestabile, sul quale convergono le indicazioni delle fonti fasciste e antifasciste, era che tutte le industrie più importanti torinesi scioperarono. Lo sciopero quindi da un punto di vista politico fu un successo. Il proletariato con alla testa il Partito comunista e accanto la Resistenza armata (le azioni in appoggio condotte dai partigiani, anche se limitate, costituivano un salto qualitativo di notevoli proporzioni per il partito rispetto agli scioperi di novembre e di dicembre del 1943), dimostrava che le lotte sociali dei grandi centri industriali e delle campagne offrivano un contributo determinate all’espansione del movimento di liberazione; e che in quel ruolo il Partito comunista acquistava una posizione egemone, sia nel controllo e nella organizzazione delle brigate Garibaldi, sia grazie alla sua capacità di mobilitazione della classe operaia &lt;195. Quel successo ebbe un risvolto immediato all’interno del Cln dove solo il Partito d’Azione aveva appoggiato e fiancheggiato le posizioni dei comunisti. Da allora, sul piano degli equilibri interni, il Pci poteva ribaltare sul Cln il peso delle lotte operaie e, utilizzando la forza che gli derivava dal fatto di essere stato dentro lo sciopero e alla testa della lotta antifascista, ampliare considerevolmente l’influenza sulle decisioni prese dal Comitato. Intorno a Torino intervennero a sostegno degli scioperanti le formazioni partigiane. Quelle insediate ad ovest della città avevano l&#8217;obiettivo di interrompere i collegamenti tra Torino e le valli di Lanzo, la Val di Susa, la Val Sangone e la zona di Pinerolo. L’attività dei partigiani si estese fino a pochi chilometri dalla città di Torino. All’imbocco della Valle di Susa, territorio di competenza della 17a brigata Garibaldi “Felice Cima”, i partigiani intervennero a sostegno dello sciopero: “il primo corrente mese, in Condove, per imposizione dei ribelli, gli operai delle officine Moncenisio si astennero dal lavoro; il primo corrente mese, alle ore 7,30, in Sant’ Ambrogio, 53 operai (uomini e donne) delle S.A. Conceria Val di Susa non si sono presentati al lavoro; lo stesso giorno, in Sant’ Ambrogio, l’astensione si è verificata anche nello stabilimento S.A. Manifattura fornitura cotoni, ove delle 400 operaie occupate, si presentarono solamente 15 tutte residenti in Sant’ Ambrogio. Si ritiene che le strade conducenti agli stabilimenti siano state bloccate dai ribelli; i partigiani in Valle di Susa, nel Canavese e in Val Sangone bloccano i treni verso Torino impedendo così alle maestranze di raggiungere il lavoro” &lt;196. Quella situazione preoccupava non poco le forze dell’ordine fasciste che la definivano grave sia in città che in provincia essendo Torino “virtualmente circondata dalle bande ribelli bene armate e imbaldanzite per l’avvenuto sciopero generale”, non si escludeva “che gruppi di ribelli tentino azioni di disturbo nella stessa città di Torino” &lt;197. Per otto giorni gli operai paralizzarono completamente la produzione di guerra tedesca. Solo al “mattino dell’8 corrente mese, tutti gli stabilimenti di Torino e provincia, compresi quelli ai quali era stata ordinata la chiusura dal capo della provincia, hanno ripreso regolarmente la loro attività” &lt;198. La risposta degli occupanti fu puntuale; Rahn ricevette personalmente da Hitler l’ordine di far deportare il 20% degli scioperanti. L’ordine non fu eseguito nella misura indicata dal Führer per le difficoltà tecniche derivanti dal trasporto di un numero di deportati che lo stesso Rahn quantizzava in 70.000 &lt;199 uomini e per il danno che questo avrebbe arrecato alla produzione bellica italiana. Lo sciopero si tradusse comunque per molti operai nella deportazione e nella morte, tra 400 e 600 deportati solo alla Fiat &lt;200; ma per molti fu l’esperienza di aver partecipato alla più grande protesta di massa con la quale dovette confrontarsi la potenza occupante.<br>Lo sciopero generale ebbe dunque il sostegno della Resistenza che in Val di Susa si era ricostruita da poco, dopo la fine dello “squagliamento” invernale e l’eliminazione della “vecchia guardia” partigiana. L’attività dei partigiani in bassa valle si intensificò proprio a partire dal marzo del 1944. Stando alle relazioni della Gnr per il paese di Condove, situato alle pendici dell’area montana in cui la formazione partigiana comandato da Maffiodo era stanziata, tra la primavera e l’estate del 1944, i partigiani: “il 30 marzo verso le ore 17 in Condove elementi ribelli ferirono gravemente il legionario Firminio Pettigiani. Il 17 corrente alle ore 17.15 in Condove il tenente Fiorello Sander e il legionario Giacomo Barberi della Gnr vennero proditoriamente aggrediti da due sconosciuti, l’ufficiale colpito da arma da fuoco decedette subito, il milite riportò ferita al petto. Il 24 aprile alle ore 15 in Condove elementi ribelli asportarono dal Municipio una macchina da scrivere, dirigendosi poi verso le montagne di Rubiana. Il 23 aprile alle ore 17 quattro sconosciuti si presentarono alle officine Moncenisio di Condove dove asportarono, con minacce, 1.000 buste contenenti gli anticipi degli operai, ammontanti a 120.000 lire. Il 7 giugno alle ore 23, in Condove, un gruppo di 80 banditi armati ha affisso in parecchi punti della città manifestini incitanti la popolazione a eseguire gli ordini di radio Londra. Una pattuglia composta dai militi Alberto Giovio e Alfredo Tognetti non è rientrata al distaccamento. Si ritiene che predetti legionari siano stati catturati dai banditi” &lt;201. Azioni che dimostravano come la Resistenza valsusina, superata la crisi invernale, avesse ripreso l’iniziativa militare in grande stile e fosse in forte espansione.<br>[NOTE]<br>193 Battaglia, Storia della Resistenza italiana, p. 215; Cfr. Comitato torinese per le celebrazioni del 50.le della liberazione, Gli scioperi del marzo 1944, Stige, San Mauro 1994; Pietro Secchia, Lo sciopero generale del marzo 1944, in “La nostra lotta”, marzo 1944, n. 5-6, ripubblicato in Secchia, I comunisti e l’insurrezione, pp. 110-124<br>194 Verdina e Bonomini (a cura di), Riservato a Mussolini, p. 243; secondo una statistica riassuntiva della Gnr le giornate lavorative perdute in marzo sarebbero state 107.367; un altro documento fascista riduce a metà la cifra indicata: 32.600 operai in sciopero e 65.000 giornate lavorative perdute in, Dellavalle, Torino, p. 241<br>195 Peli, La Resistenza in Italia, p. 65<br>196 Archivio fondazione Micheletti di Brescia, bollettini della Gnr, ora presso l’Istituto storico della Resistenza di Torino<br>197 Ibidem<br>198 Ibidem<br>199 La cifra di 70.000 si spiega col fatto che Rahn nelle sue memorie parla di una cifra complessiva di operai che avevano aderito allo sciopero di 350.000 in Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, p. 222<br>200 Peli, La Resistenza in Italia, p. 63<br>201 Archivio fondazione Micheletti di Brescia, bollettini della Gnr, ora presso l’Istituto storico della Resistenza di Torino<br><strong>Marco Pollano</strong>, <em>La 17a Brigata Garibaldi &#8220;Felice Cima&#8221;. Storia di una formazione partigiana</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2006-2007</p>
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		<title>L&#8217;anticomunismo della Cisl in due film dei primi anni Cinquanta</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 15:16:28 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="439" height="322" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1.png" alt="" class="wp-image-12956" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1.png 439w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf1-320x235.png 320w" sizes="auto, (max-width: 439px) 100vw, 439px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Fig. 34 L’immagine è tratta dal filmato a disegni animati &#8220;Uomini e polli&#8221;. Fonte: Giulia Crisanti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="549" height="406" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2.png" alt="" class="wp-image-12957" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2.png 549w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/crf2-320x237.png 320w" sizes="auto, (max-width: 549px) 100vw, 549px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Fig. 36 L’immagine è tratta dal servizio &#8220;Una scuola per dirigenti sindacali&#8221;, contenuto nel quinto numero del cinegiornale “Oggi e domani”, prodotto dalla Santa Monica e distribuito dall’USIS. Fonte: Giulia Crisanti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Più rari sono, invece, i documentari di propaganda anticomunista di produzione italiana, per quanto, in questo caso, vada notato che si tratta di filmati anch’essi dedicati al mondo del lavoro e sindacale, ma in cui la critica al modello comunista, o la promozione dei sindacati non comunisti sono espliciti e diretti. Il caso più eclatante e interessante, in tal senso, è costituito dal cartone animato a colori, prodotto dalla LavoroFilm negli anni Cinquanta e intitolato &#8220;Uomini e polli&#8221; &lt;418: una mordace satira contro il modello di sindacato comunista. Proposito del racconto infatti &#8211; come viene spiegato nell’introduzione &#8211; è di spiegare “la differenza tra uomini e polli”, cioè tra coloro che ragionano con la propria testa e coloro che &#8211; dice il commento &#8211; si lasciano scioccamente abbindolare dal “Sindacato della Colomba” &lt;419. Il cartone racconta, quindi, la vicenda di un “pollo” che, iscrittosi al sindacato di sinistra, viene istruito a puntino dal “compagno”-dirigente e sottoposto alla propaganda indottrinante delle forze comuniste. Così, con una vena ironica accentuata e parossistica, il dirigente sindacale gli spiega, attraverso una retorica volutamente ridicola, quale deve essere il suo compito come membro del sindacato: “userai la tua testa esclusivamente per ascoltare i tuoi capi; tu sei schiavo del regime «plutimperioclericalcapitalistico», ma ci siamo noi a proteggerti compagno”. Il giovane lavoratore viene, quindi, spennato dall’organizzazione sindacale, che sfrutta i suoi iscritti per organizzare feste e ottenere finanziamenti per il proprio paese guida, l’“Unione del paradiso dei popoli”, di cui si seguono servilmente le direttive, senza riflessioni, né discussioni in merito. Nessuno, infatti, pensa con la propria testa, o è libero di esprimersi nel “Sindacato della Colomba”, ma le elezioni sono controllate e tutte le decisioni vengono prese gerarchicamente e in modo eterodiretto, abbindolando i membri con false promosse. E, così, mentre lui viene picchiato per non aver voluto votare una mozione a favore della “guerra per la pace contro Verolandia”, l’altro sindacato, il “Sindacato del Tricolore”, ha intanto ottenuto migliori orari e un aumento delle paghe. È questo, dunque, il modello che &#8211; conclude il racconto &#8211; bisogna seguire per non essere dei polli; quello, cioè, di un sindacato che, costituito come “associazione di uomini liberi che pensano con il loro cervello”, agisce pensando ai lavoratori e alla difesa dei loro diritti e non a questioni politiche, che esulano dal mondo della fabbrica e dei suoi operai. Purtroppo né nella documentazione, né nella bibliografia &#8211; esistente o nota &#8211; sul tema sono riportate notizie sulla circolazione e recezione di questo breve filmato. È, tuttavia, verosimile che fosse utilizzato nel contesto di iniziative promosse dalla CISL (che spesso, infatti, ricorreva al materiale disponibile nelle cineteche dell’USIS), o da altre forze anticomuniste; mentre è improbabile una circolazione in contesti di fabbrica, dove avrebbe certo incontrato l’opposizione delle forze di sinistra.<br>Di taglio e natura completamente diversi e più simile (per impostazione, messaggio e contenuti) alla produzione di origine americana è, invece, un secondo filmato di produzione italiana, conservato nel fondo triestino e dedicato anch’esso al mondo sindacale italiano. Si tratta del primo servizio del quinto numero della serie di cinegiornali “Oggi e domani”, intitolato &#8220;Una scuola per dirigenti sindacali&#8221; &lt;420. Dedicato, infatti, alla scuola per operai organizzata presso il Centro studi della CISL a Firenze, il servizio ha un evidente taglio promozionale e può, quindi, essere fatto rientrare nella categoria della propaganda istituzionale governativa promossa dalle forze politiche democristiane, le quali, in larga misura, controllavano l’informazione ufficiale nel paese. La presentazione delle attività condotte per insegnare i principi e la pratica del sindacalismo ai “dirigenti di domani” fornisce, quindi, l’occasione per promuovere un certo modello sindacale, quello, ancora una volta, dei sindacati liberi, tali da non essere “uno strumento politico”, bensì “un mezzo per il benessere degli operai”. I temi, in generale, sono gli stessi emersi dall’analisi dei filmati prodotti negli Stati Uniti. Lo sciopero viene, infatti, accettato come un’arma da usare solo in casi estremi e non come fanno quei sindacati che, “proclamando continuamente scioperi per scopi politici”, finiscono per privarli di valore e danneggiare tanto i propri membri, quanto l’insieme di tutti i lavoratori. Ritornano anche i temi delle libere elezioni e della promozione di negoziati per raggiungere, in modo pacifico e attraverso il dialogo, l’obiettivo primario di migliori condizioni di lavoro e, in generale, di un più alto tenore di vita. La critica alla CGIL e al modello sindacale comunista, pur rimanendo sottesa, è dunque presente e pervade tutto il servizio, attraverso una serie di riferimenti complessivamente facili da cogliere e, quindi, non diversamente da quanto visto in &#8220;Con queste mani&#8221; e ne &#8220;Il nostro sindacato&#8221;. In tal senso, la produzione italiana dedicata al mondo del lavoro, seppur esigua, dà conferma di come l’intervento americano, pur incorrendo in una serie di limiti, e senza essere realmente in grado di ridurre il peso politico e il consenso della CGIL, abbia, comunque, saputo avviare, nel mondo sindacale italiano, un dibattito attorno a problemi e modelli nuovi, presto presi a riferimento dalle forze sindacali non comuniste della penisola.<br>[NOTE]<br>419 L’animale scelto non è casuale, la colomba, infatti, era stata adottata come simbolo del movimento comunista per la pace e ricorreva nella propaganda comunista. Il caso più famoso, in merito, è quello della famosa colomba di Pablo Picasso, usata in numerose manifestazioni comuniste, ma anche caricaturata in molta propaganda anticomunista.<br>420 Oggi e domani no. 5, pellicola, positivo, 16 mm, 0.11.00 min, b/n, sonoro, 1950-1954, Fondo USIS &#8211; Archivio Centrale dello Stato; disponibile online sul portale youtube dell’AAMOD: https://www.youtube.com/watch?v=-0Je0t1c2Ic&amp;list=PLr4dgCl4o5-xRcxwP-stiRUyXv-llts5c&amp;index=67 (consultato nella primavera del 2015).<br><strong>Giulia Crisanti</strong>, <em>Modernizzazione in celluloide. Le politiche d’informazione americane in Italia e il Fondo USIS di Trieste (1941-1966)</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2014-2015</p>
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		<title>Il partigiano Antonio Manzi arrivava in Val Brembana sulla fine di settembre del 1943</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 10:35:27 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/gb.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="459" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/gb.jpg" alt="" class="wp-image-12953" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/gb.jpg 459w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/gb-320x446.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 459px) 100vw, 459px" /></a></figure>



<p>Per quanto riguarda l’area della bergamasca, c’è da dire poi che all’indomani dell’8 settembre le formazioni G.L. che avevano scelto la via della lotta armata erano ancora in fase di aggregazione. I loro promotori erano insomma impegnati a fare opera di proselitismo, non disdegnando di sottrarre adepti alle bande garibaldine, loro competitrici. Ancora a Milano, alla fine di settembre Antonio era stato così contattato da Mario Colombo, detto “Zani”, il “sarto di Zogno” &lt;105, località della bassa Val Brembana, il quale lo aveva invitato a partecipare a una prima riunione, da tenersi in casa sua &lt;106. Mario Colombo era l’insospettabile emissario usato dalla Giunta esecutiva del Cln milanese per l’introduzione di nuove leve nella zona. Più tardi l’episodio sarebbe stato così raccontato dallo stesso: &#8220;Visto come si mettevano le cose a Zogno non si perse tempo e in una riunione tenuta sulla fine di settembre in casa di Colombo Mario, presenti tra gli altri Fassio Mario, pretore di Zogno, il maggiore Pietro Carissimi, che divenne poi presidente del locale CVL, e successivamente sindaco della liberazione, Giovanni Belotto, l’“imbrattatore” Pesenti Lorenzo e Geneletti Camillo, e naturalmente il padrone di casa, vi fu un primo scambio di idee, e praticamente si diede il via ad una resistenza organizzata. Immediatamente si misero in contatto con il tenente Antonio Manzi (Vercesi[o]) da Milano, emissario delle formazioni G.L. (che fu arrestato a Lenna e fucilato a Fossoli il 19 [12 ndr] -7-1944) e col T. colonnello degli alpini Giulio Alonzi, comandante delle formazioni G.L. della Lombardia&#8221; &lt;107. L’ordine del giorno aveva uno scopo eminentemente organizzativo, dal momento che riguardava i modi ritenuti più opportuni per sostenere e foraggiare i gruppi che operavano sul territorio. Prima di dirigersi in loco, Manzi si procurò, come ci viene attestato, &#8220;due lettere di presentazione: una del suo parroco &lt;108 a don Bepo Vavassori, direttore del Patronato San Vincenzo, l’altra di Ferruccio Parri al dott. Bruno Quarti, a conferma delle intese in sede milanese&#8221; &lt;109.<br>Per quanto riguarda Giuseppe Vavassori, “don Bepo”, c’è da dire che questi &#8211; presidente della locale Croce Rossa &#8211; faceva parte di quel clero illuminato che, fedele al messaggio religioso, non disdegnava di impegnarsi politicamente, tenuto conto delle esigenze della storia. Egli, dopo l’8 settembre, aveva fatto della casa del Patronato San Vincenzo, ubicato presso il comune di Santa Brigida, un rifugio e un ricovero per tutti i maggiori esponenti dell’antifascismo, che vagavano dispersi nelle valli limitrofe &lt;110. In questa opera di aiuto e di soccorso si erano distinti anche Bortolo Belotti e Alfonso Vajana, direttore nei “45 giorni” del foglio «La voce di Bergamo». Quest’ultimo, proprio da Santa Brigida, si era messo in contatto con i membri del primo Comitato cittadino &lt;111. Ha ricordato Cella, figlia di Maria Regazzoni, abitante del paese e fedele collaboratrice del sacerdote: &#8220;Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944 la nostra casa fu sempre piena di rifugiati, persone di grande dignità e correttezza, che ci venivano mandate da don Bepo con ogni espediente: spesso erano vestiti da prete, come accadde all’avvocato Vajana&#8221; &lt;112.<br>Per quanto riguarda invece il citato Bruno Quarti, al quale Antonio era stato raccomandato, c’è da dire che egli era entrato a far parte giovanissimo degli ambienti antifascisti di Bergamo e di Milano. Tramite la sua insegnante di Liceo, Ada Rossi, aveva stabilito contatti con i maggiori esponenti del movimento Giustizia e Libertà &lt;113 di cui era divenuto sin dalla fine degli anni Trenta attivo corriere. Mantenutosi in stretto contatto con Parri, a lui erano state affidate responsabilità di comando e di collegamento delle formazioni G.L., insieme ai familiari e alla sorella Cornelia. Colpito, dopo l’armistizio, da mandato di cattura, per attività di propaganda antimonarchica e antibadogliana all’interno dell’esercito, si era rifiutato di rispondere alla chiamata alle armi. In coerenza con le sue scelte, si era pertanto gettato anima e corpo nell’organizzazione del movimento partigiano. Di lui avrebbe parlato Leo Valiani come di quell’“enfant gâté, che aveva sempre “decine di giovani da aiutare e da collocare in lavori utili” &lt;114.<br>Antonio, arrivato in Val Brembana “sulla fine di settembre del 1943” &lt;115 con le due lettere di presentazione, fu subito “accolto da don Bepo con la consueta effusione come ospite del Patronato e dai pionieri del Cln di Bergamo con aperta cordialità” &lt;116. Egli venne indirizzato da Maj, “quale incaricato dell’organizzazione dei reparti partigiani” &lt;117, a Giovanni Rinaldi, noto antifascista della zona e amico sia di Franco sia dell’onorevole Bortolo Belotti. Egli entrò così nella Brigata “Gabriele Camozzi” &lt;118, assumendo il nome di battaglia “Vercesio” &lt;119 (spesso anche trascritto nella documentazione nell’erronea forma di “Vercesi”). Sulle ragioni della scelta degli pseudonimi nel bergamasco abbiamo la seguente testimonianza di Natale Mazzolà: &#8220;Talvolta si cercava [sic!] che richiamassero alla memoria i nomi autentici. Venivano perciò composti con le iniziali o con le prime sillabe dei nomi veri: don Antonio Milesi, D.A.M.I; Armando Calzavara AR.CA; Malipiero, Ma.estri (quando abbandonò Tado). Alle volte il nome di battaglia corrispondeva a quello di battesimo: onde, Gianni, Mario, in luogo di Gonzaga, Invernicci; altre volte il [sic!] pseudonimo era il contrapposto del cognome autentico: Bruni, Bianchi. Ci fu pure chi al nome fittizio aggiunse una qualifica: lo studente Enzo Plazzotta divenne don Leonardi; e chi mutò addirittura sesso, come il dottor Domenico Venturini, divenuto Suor Venturina. I nomi venivano anche spesso mutati per prudenza. […] Altri di nomi clandestini ne aveva più d’uno e sotto questo o quello era conosciuto nei diversi ambienti […]&#8221; &lt;120. E ancora, a riguardo, si è espresso Bepi Lanfranchi: &#8220;Ognuno sceglieva il proprio…ognuno si chiamava come voleva…non è che imponessimo…alcune volte si portava dietro il soprannome, suo o della famiglia…[…] non è che ci fossero delle scelte del comando…Si faceva così, tanto per camuffare un po’…tanto per non dare indizi…per quanto ci conoscevan tutti lì nella valle…&#8221; &lt;121<br>La logica seguita da Antonio nel volersi ribattezzare “Vercesio” era stata invece di carattere affettivo e privato: il nome scelto era, secondo le memorie familiari, quello stesso di un caro amico morto in montagna. Circa la Brigata “Camozzi” &#8211; che faceva parte della “Divisione Orobica delle Formazioni G.L.” &lt;122, comandata in un primo periodo proprio da Franco Maj -, il nome va fatto invece risalire a motivazioni pubbliche. Gabriele Camozzi, uomo politico ottocentesco, era infatti il patriota che, l&#8217;8 giugno 1859, aveva preparato il terreno perché i garibaldini potessero entrare a Bergamo. Di qui l’ispirazione mazziniana dei suoi membri, determinati a battersi per quegli stessi ideali di libertà e di indipendenza che erano stati propri degli uomini del Risorgimento. Una frenetica serie di riunioni che coinvolse politici, militari, ex-militari dissidenti e civili sarebbe stata dunque propedeutica nel bergamasco, come in altre zone, alle prime forme di lotta. Tutti i componenti delle forze in campo, sia pure con varietà di modi e di tempi, provvidero a darsi un’organizzazione adeguata alla gravità della situazione. Si trattava infatti, in prima istanza, di &#8220;proteggere i dispersi dell’esercito e i soldati alleati già prigionieri, di riunire volontari e ufficiali, di raccogliere armi. Ma prima di tutto per un moto irresistibile dell’animo si doveva non cedere ai tedeschi&#8221; &lt;123.<br>[NOTE]<br>105 Isrec Bg., carte Mario Finazzi, fondo Alonzi, b. 6, f. 40, f. 2997.<br>106 Isrec Bg., Ricordi di Mario Colombo, fondo Colombo, b. 1, f .12, b.c.<br>107 Isrec Bg., Ricordi di Mario Colombo, fondo Colombo, b. 1, f .12, b.c.<br>108 La Parrocchia frequentata da Antonio era quella di S. Maria Segreta.<br>109 G. Belotti, I cattolici di Bergamo nella Resistenza, cit., vol. I, p. 278.<br>110 Si veda T. Bottani, G. Giupponi, F. Riceputi, La Resistenza in Valle Brembana e nelle zone limitrofe, Corponove, Bergamo 2010, p. 33.<br>111 Alfonso Vajana, individuato dai fascisti, era stato avvisato dal parroco di Santa Brigida (mesi settembre-dicembre) don Paolo Bosio e indotto da don Bepo Vavassori a scappare a Endine, da dove si trasferì poi a Milano. Nel capoluogo lombardo egli fu incaricato dai membri del Partito Repubblicano di dirigere il giornale clandestino la «Voce repubblicana» e tenne contatti strettissimi con vari membri della resistenza lombarda &#8211; Bepi Signorelli, Bruno Quarti, Cristoforo Pezzini e Ferruccio Parri &#8211; prestandosi a tutto ciò che veniva a lui richiesto, “soprattutto propaganda scritta: manifesti, giornali, opuscoli”. Si veda Isrec Bg., Alfonso Vajana, fondo Mazzolà, b. 2, f. 10.<br>112 T. Bottani, G. Giupponi, F. Riceputi, La Resistenza in Valle Brembana e nelle zone limitrofe, cit., p. 33.<br>113 G. Belotti, I cattolici di Bergamo nella Resistenza, cit., vol. I, p. 283.<br>114 L. Valiani, Tutte le strade conducono a Roma, cit., p. 165.<br>115 G. Rinaldi, Bortolo Belotti. Discorso commemorativo tenuto il 24 giugno 1945 nel teatro sociale di Zogno, Edizioni Orobiche, Bergamo 1945, p. 24.<br>116 G. Belotti, I cattolici di Bergamo nella Resistenza, cit., vol. I, p. 278.<br>117 G. Rinaldi, Bortolo Belotti. Discorso commemorativo tenuto il 24 giugno 1945 nel teatro sociale di Zogno, Edizioni Orobiche, Bergamo 1945, p. 24.<br>118 La Brigata Camozzi fu “organizzata fin dal settembre 1943 &#8211; Costituita nel maggio 1944. Forza iniziale: 50 &#8211; massima 400. Perdite: 24 caduti &#8211; 12 feriti”. Si veda Insmli, Ministero assitenza post-bellica. Commissione riconoscimento qualifiche partigiani Lombardia. 25 febbraio 1946. Delibera n.6, fondo Scalpelli, b. 1, f. 15.<br>119 Il nome di battaglia di Antonio ricorre in quasi tutti i documenti e nelle testimonianze dell’autunno-inverno 1943-1944.<br>120 N. Mazzolà, M. Mazzolà, Bruntino, cit., p. 24.<br>121 A. Bendotti, C. Chiodi, G. Bertacchi, Intervista a Bepi Lanfranchi, 28 gennaio 1978, fonoteca Isrec Bg., in trascrizione p. 13.<br>122 “La divisione Orobica delle Formazioni Giustizia e Libertà è stata costituita da formazioni sorte sotto gli auspici del Partito d’Azione: essa comprendeva in un primo tempo la Brigata Gabriele Camozzi, la Brigata XXIV Maggio e la Brigata Francesco Nullo; ultimamente essa veniva completata dalla Brigata Cacciatori delle delle Alpi II° Dio, sviluppatasi attorno a un nucleo sciatori già aggregato alla Brigata Gabriele Camozzi”. Si veda Isrec Bg., Relazione sulla Brigata G.I. “Gabriele Camozzi”, fondo Invernicci, b. 1, f. 3, f. 2651.<br>123 N. Mazzolà, M. Mazzolà, Bruntino, cit., p. 18.<br><strong>Francesca Baldini</strong>, <em>&#8220;La va a pochi!&#8221; Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi</em>, Tesi di dottorato, La Sapienza &#8211; Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023</p>
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		<title>Permanevano grandi divari nel sistema economico italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 10:40:33 +0000</pubDate>
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<p>Contrariamente a quanto si pensi, il quadro produttivo italiano alla fine del secondo conflitto mondiale, non era eccessivamente negativo: i danni derivati dalla guerra, stimati intorno all’8% del capitale investito nel 1938, solo in parte avevano intaccato la capacità produttiva del Paese, segnata dal ritmo imposto dalle politiche mussoliniane &lt;14. Il reale problema era nella struttura fortemente squilibrata del settore industriale, sostenuto dalle commesse belliche e proveniente da un periodo prolungato di scarsi investimenti. A ciò andava aggiunta la cronica carenza di materie prime, una caratteristica tipica della struttura produttiva italiana che, in questo modo, non riusciva a raggiungere un livello soddisfacente di utilizzo effettivo della capacità produttiva. Il vero obiettivo dell’Italia, quindi, non era di ricostruire bensì riprogettare una chiara strategia di sviluppo economico, alternativa a quella nazionalistica e protezionista che l’aveva caratterizzata durante gli anni del regime.<br>La volontà di perseguire le direttive del Fondo Monetario Internazionale e di entrare nell’orbita dell’economia europea, spinsero verso decisioni di politica monetaria chiare, riassunte nella “linea Enaudi” del 1947: aumento delle riserve bancarie, necessità di non disperdere liquidità, moneta quanto più stabile possibile (dopo una decisa manovra di svalutazione), inflazione sotto controllo; e in aggiunta, condizioni favorevoli per gli esportatori, blocco dei licenziamenti e in generale, una politica di grande sostegno all’industria. &lt;15 Si andò delineando così una politica economica definita da molti autori come “protezionismo liberale” o “liberismo temperato”, dove forti incentivi erano dati ai settori industriali ritenuti centrali, mentre allo stesso tempo, si sviluppò una grande industria pubblica, destinata perlopiù, dopo la fase di massima espansione, ad offrire posti di lavoro e una minima produzione, piuttosto che diventare un valido concorrente dell’imprenditoria privata. D’altro canto, fu proprio lo Stato a trovarsi, il più delle volte, coinvolto in operazioni di salvataggio di grandi realtà industriali sull’orlo della bancarotta, diventando, di fatto, proprietario di gruppi privati.<br>La realtà produttiva italiana era, quindi, un sistema misto, con una coabitazione di realtà pubbliche e private le quali, tuttavia, difficilmente entravano in conflitto. Da questo punto di vista, l’Italia tentò di trasformare la propria arretratezza in vantaggio competitivo: per rimanere ancorata al ritmo di crescita delle potenze internazionali, non poté fare altro che seguire l’orientamento impresso dalla domanda dei Paesi esteri, tecnologicamente più avanzati. Dalla sua, possedeva una presenza simultanea di più fattori favorevoli: ampie possibilità di finanziamento e autofinanziamento, sotto forma di risparmio anche privato, bassa conflittualità operaia e bassi salari, dal momento in cui i sindacati si erano trovati concordi nel non accendere rivendicazioni operaie al fine di favorire aumenti di produzione, ed infine un forte arretramento tecnologico, che consentiva, da un lato, una velocità maggiore di adeguamento alle nuove tecnologie, dall’altro lo sviluppo di produzioni labour-intensive, altamente remunerative per gli imprenditori. Così se nel 1949, la preoccupazione principale era di colmare il divario ingente esistente tra l’Italia e l’estero, cercando di raggiungere un equilibrio dei conti, la situazione migliorò già nel 1953, quando la ricostruzione italiana si considerò compiuta, dal momento in cui le risorse auree vennero ricostruite e si raggiunse il pareggio nella bilancia dei pagamenti con l’estero. &lt;16<br>Nonostante ciò, permanevano grandi divari nel sistema economico italiano: principalmente di tipo regionale, con il Nord proiettato verso benessere e sviluppo, grazie a precise politiche a sostegno dell’industria, e larghe fasce del Sud del Paese che vertevano in condizioni di estrema povertà, mentre lo Stato spingeva sul settore agricolo, ma esistevano divari anche nella distribuzione del reddito, per le disparità tra i livelli salariali dei grandi gruppi industriali e delle piccole imprese, e per l’espansione improvvisa e disordinata di alcuni settori in cui regnavano logiche di affarismo speculativo oppure di rendite di posizione. &lt;17 Altro grande dualismo riguardava il settore industriale, diviso internamente tra grande e piccola impresa, ma soprattutto tra industrie esportatrici ed industrie dedicate al mercato interno: la giustapposizione era stridente se si tiene conto che nelle prime, tra cui rientravano le industrie meccaniche, le industrie chimiche, ed in un secondo momento il settore abbigliamento e calzature, grande importanza era data alla competitività in ambito internazionale e alle innovazioni tecnologiche, finalizzate all’accrescimento della produttività; nelle industrie dedicate al mercato interno, invece, in cui rientravano le industrie tessili, quelle alimentari, le costruzioni ed il commercio al dettaglio, vi erano invece meno spinte alla competitività, e quindi più arretratezza, con una produttività dipendente in larga misura dalla percentuale di lavoratori assunti. &lt;18 Tale dualismo industriale, secondo Graziani, fu anche il motivo della grande stabilità monetaria &lt;19 che caratterizzò l’Italia fino ai primi anni Sessanta: nonostante la crescita produttiva, non si registrarono grandi aumenti salariali, che congelarono i consumi, soprattutto dei lavoratori, a favore di incrementi di profitti e investimenti da parte delle imprese. A questo aumento degli investimenti non fece seguito un aumento della domanda, a causa di una diseguale distribuzione del reddito, tale da provocare aumenti inflazionistici: con prezzi al consumo e all’ingrosso stabili, era logico che le esportazioni italiane si rivelassero altamente competitive. Si determinò così un meccanismo auto propulsivo di sviluppo trainato dalle esportazioni e dal dualismo industriale, destinato ad interrompersi nel 1962-1963, allorquando i sindacati si scrollarono di dosso l’atteggiamento collaborazionista e diedero vita ai primi conflitti sociali. Le rivendicazioni sindacali ebbero l’effetto di aumentare i salari, a cui la classe imprenditoriale reagì con l’aumento dei prezzi, o una brusca contrazione della forza lavoro impiegata, oppure ancora con modifiche sostanziali del comparto produttivo, tramite ristrutturazioni e modernizzazioni interne alle industrie, ma anche tramite manovre di decentramento produttivo: gli effetti non si notarono se non in seguito, dato il raggiungimento durante il periodo del livello di piena occupazione.<br>Nei vent’anni considerati, l’Italia registrò movimenti vivaci soprattutto negli investimenti, destinati a subire un arresto negli anni 1962-1963; in questo periodo, gli imprenditori operarono manovre di dislocazione territoriale degli investimenti, concentrandoli nel Sud del paese, seguendo la politica di incentivi patrocinata dal governo fin dal 1957 e finalizzata a sostenere l’imprenditoria del Mezzogiorno e ad attirare la produzione del Nord del paese nelle aree più depresse. &lt;20 Questa seconda fase di sviluppo industriale venne contraddistinta da una programmazione economica particolarmente insistente: posto come obiettivo principale una piena utilizzazione delle risorse, i governi che si succedettero lungo tutto il decennio si trovarono ad integrare i diversi piani di sviluppo elaborati negli anni fino a giungere ai programmi quinquennali per lo sviluppo economico negli anni 1965-1969 e 1973-1977. &lt;21 Gli obiettivi di fondo rimasero gli stessi: raggiungimento della piena occupazione, riduzione del divario Nord-Sud, spostamento delle risorse verso consumi collettivi e di pubblica utilità, slancio all’agricoltura; tuttavia, nonostante il tasso di crescita del PIL superò le aspettative del piano, tali obiettivi non furono raggiunti, mentre si registrò una flessione degli investimenti che, a fronte di una crescita della produzione, poteva solo significare una cosa: la fuga di capitali all’estero.<br>Il divario tra settore pubblico e privato, nel frattempo, era destinato ad aumentare sempre di più, con gli imprenditori impegnati nella costruzione di comparti produttivi moderni ed efficienti, ma anche nella formulazione di pressanti richieste di tutela e aiuto verso il governo, e l’amministrazione pubblica, sempre più inefficiente, burocratica e parassitaria. L’equilibrio precario del sistema era destinato a crollare con la seconda ondata di rivendicazioni salariali del 1969: molto più violenta della prima, provocò un grande aumento dei salari, a cui fecero seguito un aumento generale dei prezzi e del costo della vita. L’autunno caldo del 1969 determinò un primo freno alla crescita sostenuta, con cambio stabile e prezzi contenuti, che aveva caratterizzato l’Italia del boom: la fine del sistema dei tassi di cambio fissi, lo shock petrolifero del 1973, e la crisi energetica che ne scaturì, fecero il resto.<br>[NOTE]<br>14 Le stime sulle capacità produttive italiane vennero effettuate da uno studio condotto dalla Banca d’Italia nel 1947 e presentate alla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Scopo dell’indagine era di fornire un quadro quanto più veritiero della situazione italiana, al fine di ricevere fondi per la ricostruzione. I reali danni furono individuati nell’ambito delle costruzioni, domiciliari e non, e nelle infrastrutture. Crf: V. ZAMAGNI, Una scommessa sul futuro: l’industria italiana nella ricostruzione (1946-1952), in L’Italia e la politica di potenza in Europa, Marzorati, 1985, pag.473.<br>15 Cfr: A. GRAZIANI, Lo sviluppo dell’economia italiana, Torino, 2001, pag. 38.<br>16 Crf: A. CARDINI, Il miracolo economico italiano, Bologna, 2006, pag.124.<br>17 Crf: V. CASTRONOVO, Storia economica dell’Italia, Torino, 2006, pag.424.<br>18 Sinteticamente, Graziani divide il settore industriale italiano in grande impresa, esportatrice, basata su strategie produttive capital-intensive, contrapposta alla piccola impresa, dedicata al mercato interno, basata su una produzione labour-intensive, op. cit., pag.63.<br>19 Una stabilità tale da premiare nel 1958 la lira con l’Oscar della moneta, come la valuta più stabile: tale risultato fu possibile grazie ad una modesta inflazione dei prezzi al consumo, mentre i prezzi all’ingrosso restarono stabili nel decennio. La politica monetaria operata dalla Banca d’Italia privilegia obiettivi di stabilità di prezzi e cambio e di ricostruzione di riserve valutarie. Crf: J. MAZZINI, I dati della crescita, in A. CARDINI, op. cit., pag.39.<br>20 Addirittura le aziende a partecipazione statale erano obbligate a dislocare nel Sud il 40% dei loro investimenti, al fine di dare vita a poli di sviluppo: il risultato fu invece, di creare delle “cattedrali nel deserto”. Crf: V. CASTRONOVO, op. cit. pag 432.<br>21 La storia dello sviluppo economico italiano dagli anni Cinquanta agli anni Settanta è anche la storia dell’evoluzione della programmazione economica: dal Piano Vanoni (1955), alla nota aggiuntiva di La Malfa (1962) fino ai sopracitati documenti programmatici. In tutti i piani programmatici si evidenziano le problematiche principali del Paese, soprattutto si evidenziano gli squilibri regionali (Nord-Sud), settoriali (agricoltura-industria) e l’obiettivo di fondo del raggiungimento della piena occupazione.<br><strong>Laura Ibisco</strong>, <em>Le fluttuazioni economiche in Italia durante il miracolo economico (1950-1973)</em>, Tesi di dottorato, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, 2012</p>
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		<title>I corpi carbonizzati delle 33 vittime furono pietosamente raccolti</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 10:20:47 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/irp.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="460" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/irp.jpg" alt="" class="wp-image-12947" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/irp.jpg 460w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/irp-320x445.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px" /></a></figure>



<p>I tedeschi disseminarono il territorio di piccoli capisaldi. Torlano fu occupata dai cosacchi, circa 200 persone tra cui anche donne e bambini, domenica 20 agosto 1944. Il martedì successivo, 22 agosto, un esiguo numero di partigiani scesi dalle pendici del Monte Plaiu &lt;l99, dopo un violento combattimento durato due ore, riuscì a mettere in fuga il gruppo di cosacchi, che ripiegarono verso il presidio tedesco di Nimis &lt;100. I partigiani avevano liberato la piccola frazione dalle forze di occupazione, ma prevedendo una reazione da parte dei cosacchi e dei tedeschi, la maggior parte della popolazione decise di sgomberare il paese e di dirigersi verso Taipana, dove sarebbe stato più facile disperdersi in caso di arrivo di forze nemiche. Solo poche famiglie rimasero in paese e così facendo caddero vittime dei nazisti pagando per quanto fatto ai cosacchi. Perché queste famiglie decisero di rimanere e non fuggirono come le<br>altre? Tra le carte della Procura Militare si legge: &#8220;Sono rimasti nelle loro case perché sentivano di non essere in colpa e di conseguenza non temevano l’incontro con i tedeschi. E poi su ogni porta di casa era stato affisso uno stato di famiglia con l’età di ogni componente, così il capofamiglia poteva dimostrare ai tedeschi che i suoi famigliari erano tutti presenti e nessuno partigiano. Abbandonare la casa e cercare ospitalità in montagna con 5 o 6 bambini piccoli senza sapere quanto sarebbe durato l’esodo, diventava una grossa preoccupazione per quei genitori. Perciò sono rimasti nelle loro case&#8221; &lt;101. Giovanni Comelli, capo di una famiglia di nove persone completamente distrutta, era un «uomo esperto e parlava il tedesco»: era convinto che fosse meglio rimanere tutti assieme in casa e di «essere in grado di ragionare con i tedeschi» &lt;102. Ma questo modo di pensare risultò fatale.<br>Tre giorni dopo la «battaglia del Plaiul», nelle prime ore del 25 agosto, giunse a Torlano, proveniente da Nimis, un reparto tedesco delle SS con alcuni italiani &lt;103, protetto da mezzi corazzati, che si fermarono all’ingresso del paese a ridosso delle prime case. Una autoblindo si piazzò sulla strada che porta a Ramandolo, una seconda si posizionò sulla rotabile verso Torlano di Sopra, una terza autoblindo si nascose tra le case del borgo Vuanello, mentre «un’altra ancora, con radio trasmittente, al centro del quadrivio; da quest’ultima vennero impartiti gli ordini a tutta la colonna» &lt;104. Piccoli nuclei di partigiani, appostati sulle alture verso Vallemontana, e alcuni reparti della Garibaldi posizionati sul monte Bernardia, cercarono di ostacolare l’avanzata dei soldati tedeschi con il fuoco di mitragliatrice, ma questi riparati dalle case e appoggiati dalle autoblindo riuscirono a ricacciare ogni attacco delle esigue forze partigiane. Mentre dalle autoblindo riparate fra le case, si continuava a combattere, un gruppo di militari tedeschi iniziarono a rastrellare casa per casa tutto il paese. Il quarantunenne Luigi Saracco, nel tentativo di scappare dalla retata, venne visto da un soldato tedesco «che lo colpisce a morte da un centinaio di metri di distanza, con un colpo di fucile» &lt;105.<br>La popolazione, nel frattempo, atterrita dall’arrivo dei soldati tedeschi, cercò di nascondersi: «le famiglie Comelli, De Bortoli e Dri spaventate e presagendo che qualcosa di grave stava per accadere, si ritirarono tutte nella stalla del Dri, ritenendola più sicura in caso di combattimento» &lt;106. Ricorda Giovanni Dri scampato alla strage: &#8220;Alle sei e cinque ho udito automezzi che avanzavano verso Torlano con motori a basso regime. Mi sono subito affrettato a entrare nella corte della casa di mio fratello [Ruggero Dri] e ho osservato che una colonna di autoblindo era sulla strada a pochi metri di distanza. Una autoblinda si fermava nei pressi dell’abitato e un tedesco in motocicletta entrava nella corte della casa di mio fratello, scendeva e iniziava la ricerca di partigiani. Mi avvicinai a lui per chiedere che cosa cercasse e mi rispose altezzoso: partisan, partisan. Gli dissi che nelle nostre case non vi erano partigiani ma egli entrava in tutti i posti forzando anche le porte e facendo una perquisizione sommaria&#8221; &lt;107. Il tedesco, un maresciallo, giunse così nella stalla dove trovò il gruppo di persone che si erano nascoste, si trattava di uomini, donne e bambini, chiese il motivo perché tutte quelle persone stavano riunite in quel posto; gli fu risposto che «quelle persone erano impaurite per quanto accadeva» e si erano rifugiate nella stalla. &#8220;Il tedesco volle contare quante erano le persone riunite nella stalla. Erano infatti 28. Il tedesco disse a mio cugino [si tratta di Comelli Giovanni cugino di Dri Giovanni] perché ripetesse le sue parole di stare tranquilli perché in quel posto erano sicuri e poi se ne andò dirigendosi al crocevia della strada dove era la casa di rimpetto a quella nostra e dove erano state adunate altre persone&#8221; &lt;108. Infatti tutte le altre persone trovate dai tedeschi furono rinchiuse dentro una stanza della osteria di Giobatta Pomelli, dove un soldato delle SS era stato posto di guardia alla porta. Appena giunto dalla stalla del Dri, il maresciallo tedesco, si fermò nel cortile dell’osteria e ordinò al soldato di guardia, «di mandare fuori, uno alla volta, le sette persone rinchiuse nella stanza». Il loro destino era già stato deciso, così ricorda Albino Comelli, figlio di Giobatta Comelli, che assistette all’eccidio nascosto nella sua camera &lt;109: &#8220;Ho guardato da una finestra e dalla porta che dava sul cortile il movimento, e ho visto che venivano uno alla volta condotti fuori dalla casa le persone adunate e venivano uccise. Ho visto che dopo l’eccidio di tutte le persone i tedeschi hanno preso le fascine di legna, le hanno buttate sopra i cadaveri e hanno dato fuoco&#8221; &lt;110. Appena i tedeschi si allontanarono, il giovane fuggì dalla casa oramai invasa dalle fiamme, scappò attraverso i campi sino a raggiungere il vicino paese di Ramandolo.<br>In questa prima fase dell’eccidio furono massacrate 7 persone &lt;111, un’ottava, anch’essa rinchiusa nell’osteria con gli altri prigionieri, riuscì a sottrarsi all’esecuzione. Si tratta di Giuseppe Vuanello, 22 anni di Torlano: &#8220;Uno alla volta un tedesco freddava, con colpi di pistola sotto il mento, tutte le persone già riunite, dopo averle fatte uscire fuori dal cortile, accompagnate da un altro tedesco. Prima di venire il mio turno avevo visto il mio amico Sommero Gelindo che era stato pure ucciso con i colpi di pistola sotto il mento. Nell’attimo in cui due tedeschi che tenevano il mitra spianato si erano distratti per la esecuzione del mio compagno, mi sono deciso a prendere rapidamente la fuga, pure essendo sicuro di essere raggiunto dalle raffiche da parte dei tedeschi che mi sorvegliavano. Infatti sono stato raggiunto da un colpo di striscio al braccio destro, ma, nonostante ferito, ho potuto mettermi in salvo fuggendo per la campagna fino a raggiungere il paese di montagna di Chialminis&#8221; &lt;112. Il tedesco entrò quindi nella casa ove erano rinchiusi il proprietario dell’osteria, Comelli Giobatta, con la moglie e la figlia ventenne Rosa; tutti e tre furono uccisi sul posto &lt;113.<br>Terminata questa prima esecuzione presso l’osteria, sempre lo stesso maresciallo delle SS tedesco si diresse verso la stalla Dri, distante solo una sessantina di metri, dove si trovavano rinchiusi gli altri prigionieri. Dalla porta della stalla Dri Giovanni aveva assistito alla precedente esecuzione e ora temeva per sé e le altre persone con lui. &#8220;Mi sono subito ritirato nella stalla insieme agli altri. Erano tutti impauriti, feci loro coraggio, mentre continuavano a pregare. Attorno alla casa dove io mi trovavo erano state messe postazioni di mitragliatrici. Nel cortile erano due tedeschi armati di mitra per impedire la fuga delle persone. Tutte le persone andate nella stalla avevano udito le grida della famiglia Comelli Giobatta, nel momento in cui veniva tutta assassinata e compresero quanto accadeva. Compiuto il massacro nella corte di Comelli Giobatta, il boia tedesco venne dove eravamo noi, aprì con l’arma puntata uno spiraglio della porta della stalla, chiamò per primo mio cugino Comelli Giovanni […] e avutolo fuori gli sparava due colpi alla nuca […] così successivamente per tutti gli altri uomini che cadevano uno sull’altro davanti al muro a circa cinque metri vicino la tettoia, nel sottoportico accanto alla stalla. Io da un finestrino dalla stalla guardavo come il tedesco uccideva le persone&#8221; &lt;114. Giovanni a quel punto si nascose, assieme ad un bambino di 6 anni, Gianpaolo Bortoli, dentro la tromba del fieno, dopo aver nascosto la sorellina Gina &lt;115. Il tedesco dopo aver ucciso tutti gli uomini entrò nella stalla e con ripetute raffiche di mitra uccise tutte le donne e i bambini rinchiusi. Subito dopo gli furono portati altri due prigionieri, che vennero subito giustiziati davanti alla porta della stalla sempre dallo stesso maresciallo delle SS. A quel punto il tedesco si accorse che tra i corpi morti vi era un bambino ancora vivo, schiacciato dal corpo morto della madre che lo aveva salvato dalle prime raffiche di mitra; il tedesco ricominciò a sparare con il mitra su tutti i corpi per essere sicuro di aver completato il suo macabro compito. Poi diede fuoco alla stalla e si allontanò. Nella seconda casa furono uccise 22 persone, uomini, donne e bambini &lt;116. Sorte migliore ebbe invece Elisabetta De Bortoli, moglie di Virgilio De Bortoli, morto quel giorno: &#8220;all’arrivo dei tedeschi spaventata corse in camera per mettersi i vestiti della festa ed essere così pronta in caso la avessero a portar via in seguito a rastrellamento. Mentre si stava vestendo sente salire di corsa le scale e si vede comparire sulla porta della camera un soldato tedesco con il mitra spianato. […] Il soldato tedesco entrato in camera in modo garbato le ha fatto capire, come meglio poteva, di non avere paura, ma di nascondersi che nessuno sarebbe più tornato a cercarla&#8221; &lt;117. Di fatto fu così, nessuno tornò più a cercarla e fu salva.<br>Tre giorni dopo l’eccidio, il 28 agosto, i corpi carbonizzati delle 33 vittime furono pietosamente raccolti e dopo le benedizione impartita dal Parroco Don Marioni, sepolti in fretta in una fossa comune.<br>[NOTE]<br>98 Sull’episodio di Torlano, non esiste materiale documentale reperibile presso gli archivi pubblici, in quanto la sede municipale del Comune di Nimis, con tutto l’archivio, è andato distrutta a seguito dell’incendio, ad opera delle truppe tedesche, del 29 settembre 1944. La documentazione principale risultano così, oltre gli atti della Procura Militare, le fonti letterarie, cfr.: G. Comelli, Il martirio di Nimis, cit., pp. 37-43; M. Franzinelli, Stragi nascoste cit., pp. 178-182; F. Giustolisi, L’armadio della vergogna, Roma 2004, pp. 158-166; I. R. Pellegrini, L&#8217;eccidio di Torlano: una famiglia contadina nella storia rurale del veneto orientale tra le due guerre, Portogruaro, 1998; Promemoria che ogni anno viene letto dalle Autorità locali nella cerimonia civile-religiosa che si svolge nella frazione di Torlano in occasione della ricorrenza.<br>99 Questo scontro tra partigiani e forze di occupazione è meglio conosciuto come la «Battaglia del Plaiul».<br>100 L’unità partigiana attestata sul Monte Plaiul era il Btg. «Verucchi».<br>101 PM-PD, procedimento 215/96 abbinato, L’eccidio di Torlano, p. 3. Si tratta di una breve relazione dattiloscritta della fine anni cinquanta, non firmata. Alla fine ci sono una serie di osservazioni e considerazioni sui fatti accaduti.<br>102 Ivi.<br>103 Alcuni superstiti riconobbero alcuni di questi repubblicani: Giobatta Bignolini, di Tarcento, e Alfredo Patriarca: vedi testimonianze di Giovanni Dri e Albino Comelli. Patriarca rimase latitante, mentre Bigolini fu processato per collaborazionismo nel 1946 per i fatti di Torlano. Vedi paragrafo successivo.<br>104 G. Comelli, Il martirio di Nimis cit., p. 39.<br>105 PM-PD, Procedimento 215/96 abbinato, L’eccidio di Torlano cit.<br>106 Ibidem.<br>107 PM-PD, Interrogatotorio a Dri Giovanni, Udine, 13 maggio 1946, foglio I<br>108 Ivi.<br>109 Comelli Albino racconterà ai carabinieri nel 1946 le sue vicende: «Il 25 agosto 1944 verso le ore sei della mattina sono arrivati a Torlano repubblicani insieme alle SS tedesche. Hanno disposto che per le ore sette tutte le persone vicine alla mia casa si riunissero dentro la mia abitazione e io avendo compreso, essendo giovane, che correvo pericolo di essere prelevato mi sono nascosto nella mia camera», PM-PD, Interrogatorio di Comelli Albino, Udine, 9 maggio 1946.<br>110 Ivi, foglio I.<br>111 Si tratta di: Blasutto Francesco, 72 anni, la figlia Blasutto Romilda, di 37 anni, con il marito Pellegrini Giovanni, 39 anni; Pertossi Valentino, 34 anni; Sommaro Gelindo, 38 anni; Cussich Giuseppe, 27 anni; Bazzana Alfredo di anni 34.<br>112 PM-PD, Interrogatorio Vuanello Giuseppe di Angelo, Udine, 9 maggio 1946.<br>113 La scena viene descritta nella relazione iniziale degli atti: «Il “Boia” [il maresciallo tedesco delle SS] entra quindi nella casa dove sono rinchiusi il proprietario Comelli Giobatta con la moglie e la figlia ventenne Rosa. A nulla sono valse le loro suppliche perché un colpo di pistola le fa cadere uno sull’altro in una pozza di sangue. Il figlio Albino, nascosto nella cappa del focolare, riesce a scampare alla morte ma deve assistere atterrito al massacro dei suoi famigliari», in PM-PD, Procedimento 215/96 abbinato, L’eccidio di Torlano cit. Questo fatto non viene confermato dallo stesso Albino durante il suo interrogatorio. Secondo le sue parole egli non assistette alla strage dei suoi famigliari.<br>114 PM-PD, Interrogatorio Dri Giovanni cit., foglio I-II.<br>115 Secondo la testimonianza di Dri Giovanni, la bimba era vestita tutta di nero, così riuscì a nascondersi in un angolo buoi della stalla.<br>116 Le vittime furono: Comelli Giovanni, di 53 anni, con la moglie Vizzutti Anna, di 46 anni, con i figli Stefano-Luigi, 22 anni, Idelma, 22 anni, Rita, 19 anni, Vittorio, 17 anni, Luciano, 15 anni, Bruno, di anni 11 e Giovanna Maria, di anni 3; Dri Ruggero, 48 anni, con la moglie Vizzutti Lucia, 39 anni, e i figli Teresa, 13 annni, Ferruccio, 11 anni; De Bortoli Virginio, 64 anni, con i figli Silvano, 21 anni, Antonio, 19 anni, la nuora Perlin Santa (in De Bortoli) di 35 anni, con i figli De Bortoli Vilma, di 11 anni, Onelia, 9 anni, Bruna, 6 anni, Emma, 4 anni e Luciano di 2 anni.<br>117 PM-PD, Procedimento 215/96 abbinato, Relazione sull’eccidio di Torlano cit.<br><strong>Giorgio Liuzzi</strong>, <em>La politica di repressione tedesca nel Litorale Adriatico (1943-1945)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2004</p>
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		<title>La guerra di Spagna, tappa decisiva della Resistenza</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 08:46:16 +0000</pubDate>
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<p>Il fenomeno del volontariato internazionale è stato assimilato, in toto, alla leggenda nera delle Brigate Internazionali come esercito al soldo di Stalin: all’interno di quel mito franchista che vuole una progressiva deriva, prima e durante la guerra, della Seconda Repubblica verso il comunismo e l’orbita sovietica, s’inserisce perfettamente una lettura del genere. Un percorso per certi versi analogo è avvenuto, come dicevamo, anche per quanto riguarda la memoria del bando opposto, dove, non di rado, quei volontari furono quasi «trasfigurati in semidei». &lt;21 L’esempio forse più indicativo riguarda i paesi del blocco sovietico; qui, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, si è spesso assistito alla costruzione di una narrazione che voleva le Brigate Internazionali quali elemento centrale di, con le parole dello scrittore Ralph Giordano, un “antifascismo imposto”. &lt;22 Nella Repubblica Democratica Tedesca, ad esempio, si affermò un vero e proprio “culto interbrigatista”: il nuovo stato tedesco dell’est, che si definì in netta alternativa rispetto al Terzo Reich, aveva bisogno di nuovi “miti fondanti” ed uno di questi venne fornito dall’esempio dei volontari in Spagna. «Para la construcción de una legitimación antifascista», ha scritto Walther L. Bernecker, «el legado de las Brigadas Internacionales ofrecía múltiples recursos». &lt;23 Nonostante la creazione di queste “narrazioni forti”, molti ex-volontari sarebbero stati ugualmente vittime della repressione. Nel ’51 il presidente cecoslovacco, Clément Gottwald, accusò alcuni di loro di essere stati delle spie al soldo della Gestapo: venne arrestata perfino la dottoressa Dora Goldscheider-Lorska, medico delle BI e sopravvissuta ad Auschwitz. Nella DDR, alcuni reduci della Spagna furono espulsi dal Partito Comunista ed imprigionati nel giugno del ’53 con l’accusa di aver progettato una rivolta popolare a Berlino. &lt;24<br>Simili processi di costruzione di miti non si limitarono ai regimi comunisti: anche in molti paesi democratici dell’Europa occidentale si registrarono dei percorsi analoghi. Come ha ricordato Maurizio Ridolfi: «Pur nella diversità, in ogni realtà nazionale, della correlazione tra i nuovi assetti istituzionali e le interpretazioni culturali prevalenti, il discorso antifascista rappresentò un collante della memoria pubblica e delle identità nazionali, attraverso una complessa interazione fra luoghi (monumenti, musei, toponomastica), riti (commemorazioni, feste civili) e forme della comunicazione (discorsi, fotografie, pubblicistica, radio, televisione). &lt;25 Proprio all’interno di questi “discorsi antifascisti” trovò generalmente spazio la memoria della partecipazione al conflitto iberico. In Francia già nel ’37 fu fondata l’AVER (Amicale des Anciens Volontaires en Espagne Républicaine), che ebbe tra i suoi principali compiti quello di diffondere un’immagine “edulcorata” dei volontari francesi, presentandoli come “l’esempio vivente” dello spirito del Fronte Popolare e della lotta per la democrazia. &lt;26 In realtà i volontari francesi, soprattutto dopo la caduta in disgrazia di André Marty nel ’52, sarebbero rimasti a margine rispetto alla retorica del PCF (Parti Communiste Français): gli “eroi” del dopoguerra sarebbero stati i resistenti che, al contrario degli ex internazionalisti, avevano vinto la loro guerra. &lt;27 Negli Stati Uniti i veterani della Brigata Lincoln, sempre in virtù di una memoria “mitizzata”, furono prima dei campioni della lotta al nazi-fascismo per poi ritrovarsi, nel dopoguerra, quando il loro antifascismo venne rappresentato come il sostegno alla causa sovietica, tra le vittime del maccartismo. «We were not only premature anti-fascists», avrebbe ricordato Milton Wolff, ultimo comandante della brigata statunitense, «but we were the premature victims of McCarthyism». &lt;28 Bob Thompson, prima volontario in Spagna e poi eroe nazionale durante la seconda guerra mondiale, fu arrestato nel ’50 dopo aver passato alcuni mesi alla macchia sulle montagne californiane; come lui furono molti i veterani della Spagna ad essere vittime di persecuzioni giudiziarie. &lt;29<br>Ma fu in Italia dove, anche secondo Jaques Delperrié de Bayac, il mito delle Brigate Internazionali si conservò, e si tramandò, con più forza: «fue el país occidental donde mejor se trató a los veteranos de las brigadas». &lt;30 Qui, infatti, non successe come in Francia e la memoria dell’intervento antifascista in Spagna, invece di farsi alternativa rispetto a quella della resistenza, ne divenne parte integrante. In quel dopoguerra dove il rapporto tra antifascismo “storico” e resistenza vide un sostanziale appiattimento del primo sulla seconda, la memoria delle vicende di chi aveva combattuto per la Spagna repubblicana sembrò trovare una sua definitiva collocazione al lato della così detta “epopea resistenziale”: quello spagnolo venne così presentato come una sorta di “banco di prova” rispetto a quanto sarebbe poi successo a partire dalla seconda metà del ’43. &lt;31 Nell’immediato dopoguerra fu elaborato un vero e proprio “racconto egemonico”, basato su una diffusa serie di miti. «Non c’è dubbio», ha scritto Filippo Focardi, «che simile narrazione, pur dettata dai sentimenti più vivi del momento e originata da istanze politiche legittime, produsse però un racconto parziale e reticente della storia nazionale. Venivano infatti omessi aspetti fondamentali come l’esistenza di un consenso popolare al fascismo; il favore con cui molti italiani nella primavera del 1940 avevano accolto la guerra a fianco della Germania in previsione di una rapida vittoria; il carattere anche di guerra civile avuto dalla Resistenza» e, aggiungiamo noi, le peculiarità dell’intervento antifascista in Spagna. &lt;32 Nel ’53, Roberto Battaglia intitolò uno dei paragrafi introduttivi della sua &#8220;Storia della Resistenza Italiana (1943-45)&#8221; &#8220;La guerra di Spagna, tappa decisiva della Resistenza&#8221;; quella spagnola, secondo il Battaglia, sarebbe stata «la prima esperienza di lotta che vede combattere fianco a fianco comunisti, gielle, socialisti, repubblicani, anarchici»; in realtà, sappiamo quanto questa visione “fronte populista” fosse lontana dalla realtà. &lt;33 Possiamo dire che la monumetalizzazione dell’eroismo partigiano ha coinvolto anche chi aveva lottato in Spagna con un inevitabile appiattimento sulle vicende del Battaglione Garibaldi delle Brigate Internazionali. Se però gli studi sulla resistenza, dai primi anni ’50, hanno<br>progredito, altrettanto non si può dire per quelli sul volontariato antifascista in Spagna: da un lato l’imponente studio di Claudio Pavone, pubblicato per la prima volta nel ’91, è stato tanto un punto d’arrivo della ricerca quanto uno stimolo verso nuovi ed interessanti sviluppi, dall’altro nessun lavoro degno di nota è apparso negli ultimi anni e la memoria di coloro che lottarono in Spagna è rimasta inevitabilmente legata ai suoi stessi miti. &lt;34 Crediamo che quanto ha recentemente auspicato Alberto De Bernardi riguardo lo studio dell’antifascismo possa valere anche per le future ricerche sul volontariato italiano in Spagna: «Occorre raccogliere il pressante invito», ha dichiarato lo storico nel suo &#8220;Discorso sull’antifascismo&#8221;, «a guardare alla tradizione antifascista, non tanto con occhi disincantati, quanto piuttosto con la consapevolezza che essa presenta, oggi più di ieri, un campo di questioni aperte e di interrogativi irrisolti, piuttosto che un solido edificio di certezze e di risposte convincenti». &lt;35<br>In sintesi, nel corso dei decenni sopravvissero, e vennero alimentati, opposti miti, l’uno negativo e l’altro positivo; miti che generalmente cristallizzarono un’immagine stereotipata dei volontari ed ostacolarono lo sviluppo di nuove ricerche: con le parole di Marta Bizcarronodo e di Antonio Elorza, potremmo dire che la stessa storiografia è rimasta lungamente invischiata nelle «redes del mito». &lt;36 «Il fenomeno di quel volontarismo», ha brillantemente scritto Gabriele Ranzato, «si è offerto alla retorica e al mito forse più di ogni altro evento della storia contemporanea perché aveva comunque in sé un dato di realtà obiettivamente eroico. Non si era infatti mai vista nella storia del mondo occidentale, almeno dai tempi delle Crociate, una così straordinaria mobilitazione di uomini per andare a battersi in una guerra lontana, in cui non erano in gioco né la difesa, né gli interessi del loro paese, ma solo motivi ideali. […] Per dimensioni, sia per il numero dei volontari sia per l’ampiezza dell’area geografica da cui provenivano, ciò che avvenne in Spagna tra il 1936 e il 1939 fu assai superiore a qualsiasi precedente, né ha avuto uguali in seguito». &lt;37<br>Fortunatamente negli ultimi anni, in particolare dopo l’apertura degli archivi sovietici, si sono registrati dei lodevoli sforzi in direzione di una più esauriente ricostruzione che prescindesse il più possibile dai diversi “miti”.<br>[NOTE]<br>21 Piers Brendon. Gli anni trenta &#8211; Il decennio che sconvolse il mondo, Carocci, Roma 2005, p. 348 [ed. orig., The Dark Valley. A panorama of the 1930s, 2000].<br>22 Ralph Giordano. Die zweite Schuld oder von der Last, Deutscher zu sein, Rasch und Rhoring, Amburgo 1987, pp. 215-228.<br>23 Walther L. Bernecker. La memoria dictada. La guerra civil española y la República Democrática Alemana in: Aróstegui e Godicheau, op. cit., p. 304.<br>24 Rémi Skoutelsky. Novedad en el frente &#8211; Las Brigadas Internacionales en la Guerra Civil, Temas de Hoy, Madrid 2006, pp. 440-441.<br>25 Maurizio Ridolfi. Rituali della memoria e linguaggi dell’antifascismo, in: Alberto De Bernardi e Paolo Ferrari (a cura di). Antifascismo e identità europea, Carocci, Roma 2004, p. 36.<br>26 Rémi Skoutelsky. L’engagement des volontaires français en Espagne républicaine, in: “Le Mouvement Social”, n° 181, ottobre-dicembre 1997, p. 28.<br>27 Skoutelsky, Novedad en el frente… cit., p. 445.<br>28 Peter N. Carroll. The Odyssey of the Abraham Lincoln Brigade. Americans in the Spanish Civil War, Stanford University Press, Stanford 1994, p. 287.<br>29 Ivi, p. 292.<br>30 Skoutelsky, Novedad en el frente… cit., p. 444.<br>31 Ha scritto Alberto De Bernardi, riguardo l’antifascismo nel suo complesso, come si è stati spesso trascinati «a esaurire la storia dell’antifascismo nella Resistenza, non solo in senso proprio, cioè nel concreto svolgimento della lotta armata, ma anche nel ruolo che il suo mito ha giocato nello scontro politico del dopoguerra». (Alberto De Bernardi. Introduzione in: De Bernardi e Ferrari, op. cit., p. XIV).<br>32 Filippo Focardi. La guerra della memoria &#8211; La resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 ad oggi, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 11-12.<br>33 Roberto Battaglia. Storia della Resistenza Italiana (1943-45), Einaudi, Torino 1953, pp. 31-32. Si pensi anche al lavoro di Luigi Longo: Le Brigate Internazionali in Spagna, Editori Riuniti, Roma 1957.<br>34 Claudio Pavone. Una guerra civile &#8211; Saggio storico sulla moralità della resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.<br>35 Alberto De Bernardi. Discorso sull’antifascismo, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 83-84.<br>36 Marta Bizcarrondo e Antonio Elorza. Las Brigadas Internacionales. Imágenes desde la izquierda in: “Ayer””, n. 56, 2003, p.68.<br>37 Ranzato, L’eclissi della democrazia… cit., p. 7.<br><strong>Enrico Acciai</strong>, <em>Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia &#8211; Viterbo, 2010</p>
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		<title>I comunisti, al contrario, ritenevano che si dovesse dar vita a bande partigiane</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 08:35:34 +0000</pubDate>
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<p>Tali misure precauzionali si rendevano oltretutto necessarie non solo a tutela di sé stessi, ma anche delle proprie famiglie, usate dai nazifascisti come arma di ricatto. Lisli Carini, moglie di Lelio Basso &#8211; uno dei fondatori del Movimento di unità Proletaria (Mup), che si era fuso, nell’agosto 1943, con il Partito socialista -, ci ha lasciato un’eloquente testimonianza della dura prova a cui la sua famiglia, dalla prima decade del settembre 1943, venne sottoposta: &#8220;Intanto ci occupiamo delle nostre cose personali. ‘Via i bambini e le cose preziose’; questa è la parola d’ordine. Arrotolo tappeti, stacco dalle pareti i quadri migliori. Riempiamo alcune casse col fiore della biblioteca di Lelio, di cui una parte doveva andare perduta; le distribuiamo in case di amici. L’argenteria sotterrata in giardino, nottetempo. Le terranno compagnia per lunghi mesi le armi sottratte alla caserma di Malnate abbandonata dai nostri. Fu il 9 o il 10 settembre. […]. La notte ingrassammo le armi, le avvolgemmo in panni e, chiuse le munizioni in scatole di latta, seppellimmo tutto nell’orto. Ahimè, non dovevano servire a nessuno; ma rimasero sotterrate nella nostra casa occupata dai fascisti, ed essi, inconsci, vi coltivarono sopra l’insalata&#8221; &lt;190. La donna, recatasi a Milano alla metà del mese successivo per portare aiuto al coniuge &#8211; che vi si era recato nella convinzione che la città rappresentasse per lui un ideale “campo di battaglia” &lt;191 -, lo avrebbe a stento riconosciuto, tanto egli era mutato nella fisionomia. Lelio era infatti &#8220;[…] completamente raso, senza più barba né baffi. Ciò gli dava un’aria completamente nuova e un po’ curiale. Il suo mento, a tutti ignoto, fu una rivelazione. Grassoccio nel viso minuto, dava a tutta la sua faccia un’aria bonaria e tranquilla. Non più l’intellettuale russo, il piccolo Lenin, ma il bravo ragazzo di tutti i giorni. Risi. Era difficile riconoscere in lui il temuto rivoluzionario, press’a poco impossibile riconnettere quell’aspetto con la sua personalità. Le persone più intime non lo riconobbero, anche dopo averlo visto più volte, se non alla voce e al sorriso. Portava il cappello e anche questo contribuiva alla sua banalizzazione. Fu la nostra fortuna. Neanche ‘gli altri’ lo riconobbero&#8221; &lt;192.<br>Tali furono le privazioni cui molti uomini entrati nella Resistenza dovettero sottostare. Il movimento di Liberazione, nato dall’incontro “fra il vecchio e il nuovo antifascismo” &lt;193 si candidava a essere “nazionale” proprio in virtù di questa pluralità di appartenenze, radicato com’era &#8220;nelle fabbriche, nei campi, nelle università, nelle prigioni, tra fuoriusciti, dentro l’esercito fascista, dentro il fascismo, energie spesso ignote le une alle altre, ma complementari, figlie della stessa volontà di sopravvivere, di non cedere&#8221; &lt;194. Tanto più meritoria fu dunque la ricerca di intese che contraddistinse i partiti antifascisti, i quali, a onta delle differenze politiche e identitarie che pure li dividevano, operarono in spirito di unità. Per rimanere nell’ambito degli schieramenti della “sinistra”, all’interno della quale pur esisteva una certa “affinità” di indirizzo, c’è da dire che non mancavano elementi di attrito. Azionisti e comunisti, per fare solo un esempio, non avevano sempre facilità a collaborare. Essi non avevano infatti una visione comune in politica internazionale: mentre i primi avevano assunto come stella polare gli “Stati Uniti d’Europa”, i secondi, da sempre allineati sulle posizioni di Mosca, avevano come punto di riferimento la lotta di classe e la rivoluzione socialista. La guerra per bande era poi concepita da loro in modo diverso: &#8220;ovvio che se Parri era tratto dalle convinzioni maturate durante il ventennio fascista a rifarsi al modello della “guerra per bande” come teorizzata da Giuseppe Mazzini con tutte le inerenti implicazioni d’ordine etico e metodologico, per parte sua Longo non poteva prescindere dalle esperienze e dagli insegnamenti tramandatigli dalla Rivoluzione d’Ottobre e sperimentati in prima persona nel corso della campagna antifranchista del 1938&#8221; &lt;195. Lo stesso potrebbe dirsi per le modalità seguite dai due partiti nella ricerca del consenso: &#8220;gli azionisti operavano come i promotori e gli organizzatori, soprattutto a livello militare, del movimento di liberazione; i comunisti agivano all’esterno del Comitato, secondo un piano di organizzazione autonomo e nello stesso tempo, all’interno, si ponevano in funzione critica rispetto all’operato dell’organo collegiale&#8221; &lt;196.<br>Le diverse visioni politiche, del resto, come i fatti si incaricheranno di dimostrare, non potevano non avere delle ricadute sulle scelte tattico-strategiche da adottare per condurre la guerra. Parri, ad esempio, coordinatore delle bande combattenti prima in Lombardia, poi in tutto il Nord Italia, fu un convinto fautore, fino al 1944, di una “guerra grossa”, bisognosa del supporto di formazioni militarmente addestrate e pesantemente armate. A suo giudizio, l’“esercito partigiano” avrebbe dovuto essere “incentrato su ufficiali effettivi” &lt;197, in attesa che un più decisivo contributo venisse dagli Alleati. I comunisti, al contrario, ritenevano che si dovesse dar vita a bande e che esse, adottando la tecnica della guerriglia, si dovessero muovere sul terreno con rapidità ed efficacia, allo scopo di fiaccare il nemico, anche a prescindere dall’invio di aiuti da parte degli angloamericani.<br>Le frizioni tra azionisti e comunisti, relativamente alle scelte strategiche, avrebbero del resto avuto modo di palesarsi fin dalle prime prove, come dimostrano le manovre militari svoltesi, tra la fine di settembre e la prima metà di ottobre, a oriente di Lecco e in provincia di Varese, più precisamente in Erna e ai Pian dei Resinelli da un lato, sul monte San Martino dall’altro. Tali battaglie sarebbero state emblematiche dei disastri cui i partigiani sarebbero incorsi nel futuro qualora non fossero riusciti a smussare le asperità dei loro contrasti.<br>[NOTE]<br>190 L. Basso Carini, Cose mai dette…, cit., pp. 46-7.<br>191 ivi, p. 51.<br>192 ivi, p. 57.<br>193 G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, cit., p. 15.<br>194 ivi, p. 14.<br>195 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., pp. 214-5.<br>196 G. Grassi (a cura di), Verso il governo del popolo, cit., p. 14.<br>197 S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, cit., p. 29.<br><strong>Francesca Baldini</strong>, <em>&#8220;La va a pochi!&#8221; Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi</em>, Tesi di dottorato, La Sapienza &#8211; Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023</p>
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