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	<description>Un blog curato da Adriano Maini</description>
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		<title>La contestazione del sessantotto causa diversi contraccolpi anche nell’ambito della magistratura</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 10:27:20 +0000</pubDate>
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<p>Nel mese di settembre del 1965 si tiene a Gardone quello che viene considerato uno tra i congressi più importanti nella storia dell’Anm. Animato dal leader di Terzo potere, Salvatore Giallombardo e con una partecipazione di primo piano da parte di Giuseppe Maranini &lt;38, studioso ed esperto di ordinamento giudiziario del Corriere della Sera (che in passato aveva dato un significativo contributo al rinnovamento, ad esempio criticando la legge istitutiva del Csm del 1958), esso segna un punto di svolta nel superamento del tradizionale positivismo giuridico che aveva contrassegnato l’ideologia dei giudici e nell’indicare la Costituzione repubblicana quale riferimento interpretativo nell’applicazione della norma. Viene infatti approvata da tutte le correnti una mozione che nega la «concezione che pretende di ridurre l’interpretazione ad un’attività puramente formalistica indifferente al contenuto ad all’incidenza concreta della norma nella vita del paese […] Il giudice all’opposto deve essere consapevole della portata politico-costituzionale della propria funzione […] così da assicurare, pur negli invalicabili confini della sua subordinazione alla legge, un’applicazione della norma conforme alle finalità fondamentali volute dalla costituzione» &lt;39. Il congresso di Gardone costituisce una tappa fondamentale anche per l’abbandono della “separatezza”, «il dibattito associativo si misura ormai con la dimensione politica dell’attività giudiziaria, i magistrati si confrontano con i grandi problemi del paese e ridiscutono il ruolo del giudice in una società che si sta vorticosamente trasformando: l’ideologia della separatezza del corpo viene messa in crisi» &lt;40. Le conclusioni di Gardone vengono sottoposte a diverse critiche da parte delle forze politiche: per la Dc, Giovanni Leone condanna la possibilità che un giudice possa dimostrare la minima discrezione nell’applicazione della legge, dal momento che non è responsabile di fronte a nessuno. Ma le perplessità arrivano anche da sinistra, in particolare dal Pci, che vi vede una pericolosa innovazione e condanna la mancanza, nel dibattito, del problema relativo alla partecipazione popolare all’amministrazione della giustizia &lt;41.<br>L’anno successivo il Parlamento licenzia un’importante legge riguardante l’indipendenza interna del magistrato, la cosiddetta legge “Breganze” &lt;42 (luglio 1966), la quale attribuisce al Csm il potere di nomina al grado di magistrato di corte d’appello, in seguito ad un giudizio da parte del consiglio giudiziario, cosa che limita l’influenza da parte dei giudici di Cassazione &lt;43. Mentre un anno più tardi una nuova legge, che tiene conto di almeno alcune delle richieste dell’Anm, determina le modalità d’elezione dei membri “togati” del Csm, segnando un’importante tappa per l’indipendenza della giurisdizione. L’iter della legge aveva visto la contrapposizione dell’Umi e di elementi della destra democristiana &lt;44, mentre alla sua approvazione giova senza dubbio il nuovo indirizzo politico conosciuto dal paese con il varo del centro-sinistra organico, ma probabilmente anche la sostituzione del ministro Giacinto Bosco, appartenente alla corrente di Fanfani, con il repubblicano Oronzo Reale. La nuova legge prevede una designazione preventiva di candidati fatta da ciascuna categoria (cassazione, appello e tribunale) ed una successiva elezione a cui partecipano tutti i magistrati per tutti i candidati, non, come in precedenza, solo per quelli della propria categoria (meccanismo che permetteva una ben maggior rappresentatività dell’alta magistratura). Le elezioni del 1968 vedono la vittoria di Terzo potere che, insieme a Magistratura democratica si vede attribuiti 8 consiglieri (4 vengono assegnati all’Umi e 2 a Magistratura indipendente) &lt;45. Le elezioni dell’anno precedente per il direttivo dell’Anm avevano però mostrato un incremento dei consensi di Mi, che aveva raggiunto il 42 per cento, contro il 29 per cento di Tp ed il 25 di Md &lt;46.<br>La contestazione del sessantotto causa diversi contraccolpi anche nell’ambito della magistratura. Il Csm viene duramente attaccato da Mi quando approva l’iniziativa del pretore dirigente di Roma, il quale aveva istituito una commissione elettiva (formata dai circa 150 pretori del suo ufficio) per ricevere proposte e consigli, iniziativa considerata rivoluzionaria dai magistrati più moderati, che assimilano la commissione ad un “soviet”. Ciononostante la forma assembleare di partecipazione alle decisioni riguardante l’ordine giudiziario diviene una delle richieste da parte delle correnti meno conservatrici, soprattutto in coincidenza con l’estendersi della contestazione nella società italiana.<br>Una delle forme che essa assume nell’ambito della magistratura è l’ostilità di una parte significativa dei gradi inferiori nei confronti delle cerimonie di inaugurazione degli anni giudiziari, tradizionalmente tenuta nei primi giorni di gennaio e caratterizzate dai discorsi dei procuratori generali presso le corti di appello; tali discorsi, di norma, escludono qualsiasi partecipazione attiva da parte degli altri magistrati e ancor più da parte di esponenti della società civile locale. In occasione della cerimonia di inizio 1969 presso la Cassazione a Roma, per la prima volta non partecipa il presidente dell’Anm (suscitando aspre proteste da parte di Mi47), allo stesso modo si astengono molti magistrati nelle sedi di Corte d’appello. Si tengono anzi in diverse sedi (ad esempio Roma, Milano, Bologna e Bari) delle manifestazioni collaterali organizzate da magistrati aderenti alle correnti progressiste e da gruppi di avvocati, note come “contro inaugurazioni”, al fine di fornire un quadro della situazione della giustizia alternativo rispetto a quello descritto dai procuratori generali.<br>L’esperienza si ripete anche l’anno successivo ed ottiene una sorta di riconoscimento da parte del Csm, il quale, mentre raccomanda ai procuratori generali la «massima sobrietà» &lt;48 nei loro discorsi e di limitarsi all’esposizione di fatti, statistiche e alla menzione degli episodi più significativi &lt;49, segnala anche l’opportunità che i magistrati partecipino a manifestazioni “collaterali”.<br>[NOTE]<br>38 Sul ruolo di Maranini vedere, ad esempio, V. Zagrebelsky,” La magistratura ordinaria dalla Costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 769.<br>39 Vedi Associazione Nazionale Magistrati, “XII congresso nazionale Brescia-Gardone, 25-28 settembre 1965, Atti e commenti, 1966, Roma.<br>40 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della costituzione agli anni Novanta”. Cit.<br>41 R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit. Pag.295 Alcuni anni più tardi, nel 1973, la pubblicazione del libro di Paolo Gambescia, allora cronista giudiziario del &#8216;l’Unità&#8217;, riserva allo svolgimento del congresso di Gardone, ed al ruolo e alla figura di Salvatore Giallombardo, toni entusiastici. P. Gambescia, Magistratura, un mito in controluce, Napoleone, Roma, 1973. Pag 67.<br>42 Già tre anni prima una legge aveva abolito i concorsi interni per titoli (basati essenzialmente sulle sentenze) sostituendoli con concorsi per esami.<br>43 Vladimiro Zagrebelsky insiste sull’importanza di questo tipo di misure volte ad eliminare, sostanzialmente, la carriera in termini economici e giuridici: «Se tutto ciò non fosse avvenuto, se la magistratura avesse continuato ad essere quella degli anni Cinquanta, la sostituzione del Consiglio superiore al ministro per quanto riguarda i provvedimenti sullo status dei magistrati avrebbe favorito l’autonomia dell’ordine giudiziario rispetto all’esecutivo, ma certo non avrebbe consentito il grado altissimo di indipendenza raggiunto dai magistrati italiani. Sarebbe mutato il vertice da cui “speranze e timori” dei magistrati dipendevano, ma “speranze e timori” in una certa misura, avrebbero continuato a condizionare l’attività dei magistrati». V. Zagrebelsky, “La magistratura italiana dalla Costituzione a oggi”. Cit. Pag. 744.<br>44 Vedere R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit. Pag. 352-353<br>45 Ibid. Pag. 352<br>46 C. Guarnieri, Magistratura e politica. Cit. Pag. 101<br>47 Vedere R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 367<br>48 Per una rassegna circa i discorsi d’inaugurazione degli anni giudiziari da parte dei Procuratori generali presso le Corti d’appello ed il loro contenuto politico (che risulta essere quasi sempre di stampo conservatore, con l’eccezione di quelli pronunciati da Bianchi d’Espinosa) negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta vedere A. Santoni Rugiu e M. Mostardini, I P.G. Linguaggio, politica, educazione nei discorsi dei Procuratori generali, Guaraldi Editore, Rimini, 1973.<br>49 Tali raccomandazioni da parte del Csm, d’altra parte, non incontreranno la collaborazione da parte della maggior parte dei Procuratori generali, vedere E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni Novanta”. Cit. Pag. 174.<br><strong>Edoardo M. Fracanzani</strong>, <em>Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983)</em>, Tesi di dottorato, Sapienza &#8211; Università di Roma, 2013</p>
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		<title>Ai primi del 1944 in provincia di Como vennero impediti gli arrivi di altri sfollati</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 08:55:12 +0000</pubDate>
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<p>Si sono già poste in evidenza le difficoltà che le fabbriche avevano a rifornire le mense aziendali e a questo proposito, il 5 dicembre 1944, il dirigente della “Metallurgica Meroni”, dr. Artioli, scrisse una lettera al Comitato Comunale Approvvigionamenti generi alimentari di Erba, per una richiesta di riso da distribuire ai dipendenti per le feste natalizie e per il miglioramento della mensa aziendale. La richiesta venne respinta con una lettera del Vice Podestà di Erba, in data 20 dicembre 1944 &lt;15. Gli “Stabilimenti di Pontelambro” o come erano da tutti chiamati “Cotonificio”, furono l’industria tessile più importante della zona, con circa 2.000 dipendenti, provenienti anche dai paesi limitrofi (Albavilla, Alzate, Caslino, Castelmarte, Erba, Lambrugo, Proserpio, Pusiano). Dal 1941 divenne “Stabilimento Ausiliario”, cioè necessario alla produzione bellica e questo fece sì che il licenziamento degli operai, per la crisi dell’economia di guerra, fosse limitato. Il “Cotonificio”, fu nella zona l’istituzione che più si adoperava in campo sociale, elargendo viveri e somme di denaro ai lavoratori e agli sfollati. Un esempio è la somma di 5.000 Lire donata al Comune di Castelmarte il 18 agosto 1943. &lt;16 Probabilmente fu anche in parte per usufruire della buona organizzazione sociale degli “Stabilimenti di Pontelambro”, che il Commissario Prefettizio Airoldi cercò di attuare il progetto della “Grande Erba”, cioè l’unione dei Comuni di Ponte Lambro e Longone al Segrino con Erba, ma il progetto incontrò l’opposizione del parroco di Ponte Lambro Don Giovanni Strada, che in una lettera all’Airoldi del 26 aprile 1944, dichiarava: “[…] la contrarietà la più decisa e assoluta che unanime pervade l’animo di tutta la popolazione […]” &lt;17.<br>La vita quotidiana era in una forzata ristrettezza per la disoccupazione e per l’insufficienza dei salari e delle razioni delle tessere annonarie. Essendo la Brianza e la Vallassina zone a prevalente economia contadina, la popolazione se la cavava meglio che in città dove vi erano forme di gravissima denutrizione. I contadini stavano meglio degli altri perché riuscivano a sottrarre parte del loro raccolto all’ammasso e alimentare un piccolo commercio di sopravvivenza, facendo anche baratti tra prodotti della campagna e prodotti di contrabbando: in Vallassina un quintale di legna valeva un kg. di sale &lt;18. Dopo l’8 settembre infatti la maggioranza delle saline italiane fu sotto il controllo americano e quindi nella R.S.I. vi era un rigido razionamento del sale. La siccità, che si protraeva dal 1943, fece sì che i raccolti del 1944 fossero pessimi e a ciò si aggiunse il freddissimo inverno del 1944-1945. La gente soffriva il freddo per la mancanza di legna e carbone. Mancavano anche manufatti di abbigliamento ed oggetti necessari alla vita quotidiana (una delle carenze più sentite era quella delle gomme di bicicletta, il mezzo più usato anche per raggiungere il posto di lavoro). La difficoltà e la miseria del vivere quotidiano erano gli argomenti principali delle lettere che partivano per l’interno o per l’estero come pose in evidenza la “Relazione settimanale” dell’1-7 gennaio 1945, a cura del servizio di censura inviata al Capo della Provincia, Celio, e al Comando Militare Germanico: “[…] Posta in partenza. Le solite lagnanze sia nella posta per l’interno che in quella per l’estero per le penose difficoltà alimentari aggravate dalla mancata distribuzione di generi tesserati, per i prezzi che non hanno limite, per la borsa nera divenuta piaga che sembra insopprimibile, per l’impossibilità di procurare combustibile da riscaldamento tanto più necessario in questo periodo di eccessivo rigore invernale. Si accusa specialmente la mancanza del sale e si temono le possibili deleterie conseguenze sulla salute fisica” &lt;19.<br>La situazione dell’approvvigionamento alimentare fu aggravata dall’arrivo nella Provincia di Como degli sfollati e dei sinistrati, vittime dei bombardamenti alleati che nei giorni 8, 13, 15 e 16 agosto 1943, oltre a provocare un imprecisato numero di vittime, distrussero migliaia di abitazioni. Uomini, donne e bambini furono costretti ad abbandonare Milano in cerca di una sistemazione più sicura, in attesa della fine del conflitto. Il 9 gennaio 1944 “La Provincia” pubblicò un decreto di Scassellati, diretto a disciplinare l’enorme afflusso di sfollati, considerata la scarsa disponibilità di case e l’eccessivo numero di bocche da sfamare: “[…] è fatto divieto ai comuni della provincia di Como di aderire a nuove richieste di iscrizioni anagrafiche in tutti quei casi in cui il trasferimento della persona non sia giustificato da validi e comprovati motivi […]. E’ parimenti fatto divieto di rilasciare nuovi permessi di soggiorno a persone sfollate o che intendono comunque prendervi temporanea dimora, eccezion fatta per coloro che dimostrino di essere parenti od affini in linea diretta oppure in linea collaterale limitatamente al 2° grado […] dal 15 gennaio 1944-XII cessano di avere comunque vigore in tutti i comuni della provincia di Como le carte annonarie emesse da altre provincie […]” &lt;20.<br>“La Provincia” del 23 gennaio 1944 informò i lettori sul lavoro svolto dal Comitato pro-sinistrati e sfollati dal giorno della sua istituzione: circa 1 milione e 290 mila Lire, spese in cinque mesi, oltre 18 mila capi di vestiario distribuiti, 200 presenze giornaliere in media alla mensa sfollati di Como &lt;21. Alla fine di aprile il Capo della Provincia Scassellati emise un comunicato che dimostrò l’insostenibilità della situazione per l’afflusso incontrollato degli sfollati: “La provincia di Como ha esaurita ogni capacità ricettiva per cui è vietata l’immigrazione nella provincia stessa. I podestà ed i commissari prefettizi non potranno accordare nuovi permessi di soggiorni salvo in casi specialissimi e previa autorizzazione della Prefettura. Le persone che contravvenissero al divieto e che, per quanto diffidate, non abbandonassero subito il territorio della provincia di Como, saranno segnalate alla questura od al competente comando di stazione della G.N.R. per essere senz’altro allontanate” &lt;22.<br>[NOTE]<br>15 ASCE, aa. 1944-1945, cat. XI, cart. 366. Agricoltura, industria, commercio, fogli s.n.;<br>16 ASCCm, a. 1943, cat. XI, Agricoltura, industria, commercio. Lettera degli SPL, 18.08.1943, foglio s.n.;<br>17 ASCE, a. 1944, cart. 16. Lettera di Don Giovanni Strada, 26.04.1944, foglio s.n.;<br>18 Cfr. AA.VV., ISCPAPC, Taccuino, op. cit., p.80;<br>19 Cfr. ASC, Fondo Prefettura, Carte di Gabinetto, II versamento, Carte riservate Celio cart.2, Relazione settimanale dal 1 al 7 gennaio 1945 XXIII°, dal comando militare di guerra poste e telegrafo, Como del 08.01.1945, foglio s.n.; Vedi Appendice: Doc. (27);<br>20 Cfr. “La Provincia di Como”, 9 gennaio 1944, foglio s.n.;<br>21 Cfr. “La Provincia di Como”, 23 gennaio 1944, foglio s.n.;<br>22 Cfr. “La Provincia di Como”, 28 aprile 1944, foglio s.n..<br><strong>Laura Bosisio</strong>, <em>Guerra e Resistenza in Alta Brianza e Vallassina</em>, Tesi di laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore &#8211; Milano, Anno Accademico 2008-2009</p>
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		<title>La battaglia di Firenze si risolse grazie alla collaborazione degli Alleati dopo quattro giorni di combattimento</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 08:06:31 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/cf.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="442" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/cf.jpg" alt="" class="wp-image-12923" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/cf.jpg 442w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/cf-320x463.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 442px) 100vw, 442px" /></a></figure>



<p>Con l’avanzata degli Alleati e la ritirata dei tedeschi, all’indomani della liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, la Toscana diviene terra di prima linea. &lt;206 Infatti, passi appenninici e coste venivano a rivestire grande rilevanza strategica per le sorti della guerra. Per questo motivo le forze armate tedesche assunsero direttamente il controllo della regione esautorandone di fatto gli organi della Repubblica Sociale Italiana.<br>Osserva Gianni Perona come &#8220;… Il processo per il quale, in questo periodo, la Toscana andò assumendo sempre più le funzioni di retrovia degli eserciti combattenti, funzioni che ebbero peso determinante nelle valutazioni dei comandi delle due parti riguardo alle sue strutture, deve essere tenuto sempre presente, perché a causa delle esigenze strategiche ogni altra considerazione sempre più venne a dipendere dalle istanze ondamentali comuni alle due armate contrapposte: in positivo, ciascuno voleva controllare il territorio e garantirsi la praticabilità delle vie di comunicazione, in negativo impedire all’avversario, al di là del fronte, tanto la sicurezza quanto i movimenti. Considerate dal punto di vista della popolazione civile, queste finalità, immediatamente connesse con le necessità operative, convergevano nel determinare azioni pesantemente distruttive, soprattutto sulle coste, e l’allontanamento degli abitanti dalle zone giudicate critiche per i combattenti&#8221;. &lt;207<br>Nel clima di crescente sfiducia nei confronti del governo Badoglio, fra la popolazione sempre più fiaccata dalla mancanza di generi alimentari e beni di prima necessità, ricominciò l’attività di propaganda dei ricostituiti partiti antifascisti. I detenuti politici erano ritornati in libertà e potevano mettere a disposizione delle organizzazioni clandestine &lt;208 conoscenze e riflessioni maturate nelle carceri fasciste. Le zone più attive furono quelle fra Firenze e Livorno, lungo il corso dell’Arno. Di fronte all’immobilismo del governo italiano e all’aggressività della Wehrmacht, i principali partiti politici antifascisti di sinistra, PCI, PSI e Partito d’Azione, erano propensi ad uno scontro armato con le forze naziste e cercavano di coinvolgere la popolazione con un’intensa propaganda. Le misure prese, dopo l’occupazione, dai tedeschi contribuivano a render loro ostile la popolazione che, dove non partecipasse a sabotaggi e attacchi diretti, manteneva comunque nella maggior parte dei casi una certa omertà, non denunciando le formazioni clandestine locali.<br>[…] Anche a Firenze, come si faceva altrove, si cercava dunque di evitare l’insurrezione, favorendo un trasferimento di poteri senza l’uso delle armi. Ma il Comitato militare, non volendo ripetere i fatti di Roma, ma anzi ben comprendendo il valore politico di rifiutare qualunque trattativa, decide di deliberare all’unanimità l’ordine insurrezionale (29 luglio) cercando di liberare Firenze prima che gli Alleati arrivino. In realtà ciò non si verificò, perché la battaglia di Firenze si risolse grazie alla collaborazione degli Alleati dopo quattro giorni di combattimento, ma il risultato politico fu ottenuto. Il CLN, infatti, ne uscì legittimato ad assumere ed esercitare tutti i poteri provvisori, scegliendo i propri rappresentanti anche contro la volontà espressa dagli alleati.<br>Il 3 agosto gli alleati giungono all’Arno, dove i tedeschi stanno distruggendo tutti i ponti. Resta in piedi solo il Ponte Vecchio. L’11 agosto i tedeschi arretrano oltre il Mugnone, distruggendo anche qui tutti i ponti. Dal 18 agosto 1944, mentre ancora si cercano alcuni franchi tiratori rimasti nelle retrovie, i tedeschi sono arretrati ancora più a nord, a ridosso di Montughi e Careggi. L’ospedale viene conquistato fra il 30 e il 31 agosto e Fiesole il 1 settembre. &lt;220<br>[NOTE]<br>206 Cfr. NICOLA LABANCA, Toscana, in Dizionario della Resitenza, a cura di ENZO COLLOTTI, RENATO SANDRI e FREDIANO SESSI, vol. I &#8211; Storia e geografia della Liberazione, Parte Seconda, cit., pp. 457 e sgg.<br>207 GIANNI PERONA, La Toscana nella guerra e la Resistenza: una prospettiva generale, in Storia della Resistenza in Toscana, a cura di MARCO PALLA, Roma, Carocci, 2009, volume secondo, pp. 67-108.<br>208 GIOVANNI VERNI, La resistenza armata in Toscana, in Storia della Resistenza in Toscana, cit., volume primo, pp. 189-287.<br>220 Si veda, sulla Liberazione di Firenze “Il Ponte”, anno X, n. 9, set. 1954: articoli di PIERO CALAMANDREI, ENZO ENRIQUES AGNOLETTI, CARLO LEVI, CECIL SPRIGGE, M. L. GUAITA, HUBERT HOWARD, ELSA DE’ GIORGI, GIOVANNI FAVILLI, ARTURO LORIA, GIORGIO QUERCI.<br><strong>Eleonora Giaquinto</strong>, <em>L’Archivio di Nello Traquandi (1926-1968). Inventario</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno accademico 2009-2010</p>



<p>A fine luglio [1944] , la città [Firenze] era presidiata da un migliaio di paracadutisti tedeschi e guastatori della 1^ divisione, alcune autoblinde e i famigerati carri armati &#8220;Tigre&#8221;. Al loro fianco i franchi tiratori fascisti, che dalle loro postazioni potevano colpire e seminare il terrore. Ad esse si aggiunsero le unità di combattimento della Wehrmacht stanziate nei dintorni della città. Il Comando militare unico, o Comando Marte, con a capo il col. Niccoli suddivise la città in più zone, esattamente quattro zone: Oltrarno; Cascine-Porta al Prato e Rifredi; Centro (comprendente la zona delimitata dai viali) e Via Bolognese-Via Faentina-Campo di Marte. Queste erano a loro volta suddivise in settori d&#8217;azione di cui avevano il comando i singoli partiti, vennero organizzati dei posti di pronto soccorso e depositi di viveri. Il comando poteva inoltre avvalersi della Collaborazione delle bande partigiane nei dintorni della città, come la Divisione &#8220;Arno&#8221; (che riuniva le brigate comuniste) e la 2^, la 3^ e la 4^ brigata Rosselli (legate al PdA). A queste forze, si debbono aggiungere i civili che, in risposta alla chiamata del CTLN, vollero partecipare all&#8217;azione. &lt;56<br>L&#8217;approssimarsi delle truppe dell&#8217;VIII Armata britannica indusse il comando tedesco a pubblicare, dopo avere adottato ogni possibile misura difensiva e repressiva, un&#8217;ordinanza che imponeva alla popolazione lo sgombero di due vasti settori sulle rive dell&#8217;Arno; il provvedimento, emanato il 29 luglio, confermava l&#8217;intenzione dei tedeschi di far saltare i ponti sull&#8217;Arno, e fu eseguito con la forza dopo il rifiuto degli abitanti in quei quartieri ad abbandonare le loro case. L&#8217;ordine, oltretutto, comportava la divisione della città in due parti non più collegabili; perciò il CTLN dispose immediatamente la costituzione di una propria «Delegazione d&#8217;Oltrarno». Il collegamento tra quest&#8217;ultimo e il Comando Marte avvenne attraverso un filo telefonico fatto passare attraverso Ponte Vecchio, l&#8217;unico ponte rimasto in piedi dopo la notte del 3 agosto, quando gli altri ponti della città, minati, precedentemente dai tedeschi, erano andati distrutti. Il CTLN intanto mantenne i contatti con il governo alleato, trasmettendo poi le disposizioni al Comando Marte.<br>Le truppe raggiunsero Firenze il 4 agosto e, al fianco del corpo militare del CTLN, continuarono il rastrellamento dei fascisti in Oltrarno. Nella parte centrale della città fu disposto un punto di osservazione sulla cupola del Duomo per poter osservare i movimenti di sganciamento delle truppe tedesche. Il 6 agosto il col. Niccoli, servendosi del passaggio di Ponte Vecchio raggiunse il comando alleato e lo ragguagliò della situazione. L&#8217;8 agosto fu erroneamente comunicato lo sganciamento tedesco, che avvenne però nella notte del 10 agosto. Nel rispetto degli accordi il segnale di insurrezione fu dato l&#8217;11 agosto dal suono della campana di Palazzo Vecchio, dove nel frattempo si era spostato il punto di osservazione, i partigiani attraversarono l&#8217;Arno e le squadre armate scesero nelle strade. &lt;57<br>Nello stesso giorno, i membri del CTLN raggiunsero Palazzo Riccardi e lì si insediò il governo provvisorio della Firenze liberata. Il sindaco della città era già stato designato nel socialista Gaetano Pieraccini, i vicesindaci il comunista Mario Fabiani e il democristiano Adone Zoli. Il 15 agosto l&#8217;Allied Military Government accettò di riconoscere il CTLN come governo provvisorio e di collaborare con esso, facendo sì che il Comitato fosse considerato un organo rappresentativo e consultivo fino alle libere elezioni.<br>[NOTE]<br>56 Cfr. FRANCOVICH C., La Resistenza a Firenze, cit., p. 229.<br>57 Cfr. BARBIERI O., I ponti sull&#8217;Arno, cit., p. 302-303.<br><strong>Francesca Cosseddu</strong>, <em>L&#8217;archivio di Carlo Campolmi. Inventario (1939-1964)</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Anno Accademico 2015-2016</p>
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		<title>Confindustria si trovò in un imbarazzante isolamento</title>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/yv.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="442" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/yv.jpg" alt="" class="wp-image-12919" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/yv.jpg 442w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/yv-320x463.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 442px) 100vw, 442px" /></a></figure>



<p><em>La Santa Sede.</em><br>Come per la Democrazia Cristiana, anche per la Santa Sede il momento storico in questione, la fine degli anni Cinquanta, non fu scevro da fibrillazioni e grandi cambiamenti. Tutto il pontificato di Eugenio Pacelli, Pio XII, iniziato nel 1939, fu contrassegnato da un’intransigenza dottrinaria che, alla fine del secondo conflitto mondiale, sconfitto il nazismo, lo portò a contrapporsi duramente contro quella che dal mondo cattolico era vissuta come la nuova minaccia alla fede: il comunismo. Coerente con questa linea, nel 1949, emanò una scomunica verso tutti gli elettori e appartenenti al Partito Comunista &lt;28 e, come già riportato in precedenza, non lesinò critiche neppure alla Democrazia Cristiana ogni qualvolta ritenesse che il partito cattolico non stesse tenendo in conto la posizione dei fedeli. L’interpretazione dell’episcopato da parte di Pio XII del resto non poteva essere caso isolato nella curia romana, tutt’altro: egli rappresentava appieno l’orientamento delle gerarchie ecclesiastiche, ferme nella condanna del comunismo come elemento di negazione non solo della fede cristiana, ma di ogni forma di spiritualità alla base della vita dell’uomo &lt;29. E la condanna si estendeva non solo ai comunisti in senso stretto, ma anche ai loro &#8220;compagni di viaggio&#8221;. Ancora nel 1957 l’Osservatore Romano richiamava all’ordine i politici cattolici con parole di fuoco: &#8220;La politica è dominata dalla morale e la morale è insegnata dalla Chiesa&#8221;. In tali condizioni di aperta interferenza nelle vicende politiche si riesce a cogliere il senso profondo della strategia di Fanfani basata sull’autonomia politica della Dc e il perché delle difficoltà incontrate nell’apertura a sinistra, anche dopo la morte di Pacelli nel 1958 e l’elezione di Angelo Roncalli alla cattedra di Pietro: il risultato momentaneamente non cambiò, nonostante da Patriarca di Venezia il futuro Giovanni XXIII, di umili origini, non fosse stato del tutto ortodosso (durante il congresso di Psi a Venezia nel 1957 indirizzò un messaggio pubblico di saluto ai dirigenti del partito riuniti in assemblea). Tuttavia, il suo iniziale disinteresse per le vicende della cosa pubblica italiana, coniugato con gerarchie ancora legate al periodo pacelliano, resero la svolta impervia almeno fino al 1960, quando &#8211; complice anche la distensione internazionale &#8211; l’ecumenismo giovanneo, con tutto quello che esso comportava, poté esprimersi nella maniera più compiuta tramite documenti ed encicliche di forte impatto e, ancora di più, all’atto pratico, ossia quando fu annunciata la convocazione del Concilio Vaticano II, con cui il Papa intendeva discutere coi vescovi provenienti da ogni parte del mondo riguardo importanti questioni dottrinarie legate alla presenza della Chiesa nella modernità &lt;30.<br><em>La Confindustria.</em><br>Per una Chiesa ancora nelle prime fasi di timida apertura, ci fu invece una Confindustria nient’affatto disposta a rivedere le sue perplessità nei confronti del partito cattolico e delle politiche che stava perseguendo. L’elezione di Alighiero De Micheli nel 1955 chiudeva la stagione dell’intesa tra Dc e imprenditori italiani coincisa con la presidenza decennale di Angelo Costa &lt;31. De Micheli peraltro proveniva dall’Assolombarda, il più importante nucleo della confederazione, quello proveniente dal cuore produttivo del Paese, la Lombardia. Proprio Milano era la roccaforte del sindacalismo cattolico e della sinistra democristiana, nonché laboratorio politico per la formazione di nuove intese nell’immediato futuro, e la stessa Assolombarda invocò sempre un atteggiamento più fermo da parte della Confindustria. Già dal discorso d’insediamento De Micheli si scagliò contro il tentativo di trascinare le libere istituzioni dello stato repubblicano lungo una deriva burocratica che avrebbe, a suo giudizio, oppresso produzione e lavoro. In ciò le imprese dovevano stringersi tra di loro e creare un legame più solido con il vertice dell’associazione &lt;32.<br>L’obiettivo era quello di radicalizzare la polemica con la Democrazia Cristiana. E però fu un tentativo che trovò nella sua applicazione pratica grossi limiti, consistenti nell’impossibilità di condizionare seriamente la politica della Dc senza appoggiare la Dc stessa. Per questo De Micheli puntò alla creazione di Confintesa, un comitato permanente in cui, oltre all’associazione degli imprenditori, figuravano i rappresentanti della Confagricoltura e della Confcommercio, tramite il quale appoggiare, a cominciare dalla tornata elettorale amministrativa in poi, tutti quei candidati di centro e destra ritenuti affidabili, assertori del libero mercato e sostenitori di misure che puntassero all’alleviamento della pressione fiscale, degli oneri sociali e dei vincoli amministrativi &lt;33. Nonostante la campagna di stampa a favore, i risultati ottenuti furono esigui. Confindustria si trovò in un imbarazzante isolamento, che solo il risultato del Partito Liberale al Nord e il Partito Nazionale Monarchico al Sud alle elezioni del 1958 potevano rompere. Anche in quel caso nulla di fatto, a causa del lusinghiero risultato ottenuto da Fanfani a scapito dei piccoli partiti. In più quest’ultimo, da Presidente del Consiglio, indispettì Confindustria impedendo alle aziende pubbliche a partecipazione statale di far parte del consesso presieduto da De Micheli. A tal proposito si verificò anche il primo di una lunga serie di strappi sull’indirizzo strategico all’interno dell’organizzazione ad opera di Vittorio Valletta, dettosi non contrario al rafforzamento delle partecipazioni statali e della loro indipendenza dalle aziende private prima e incoraggiando il governo Fanfani verso la strada del centrosinistra e del dialogo con Nenni dopo. Era il segno tangibile della mancanza di compattezza del fronte del capitale &lt;34. Ma quel periodo non ebbe solo risvolti fallimentari: Confindustria &#8211; soprattutto reclamando verso il governo misure per la riduzione dei costi extra-aziendali delle imprese e per l’ammodernamento delle strutture e dei servizi pubblici &#8211; incoraggiò le imprese italiane, invero molto intimorite, a migliorare e a rendersi concorrenziali per esporsi sul mercato estero ed in particolare in quello europeo, guardando con favore ai primi passi compiuti dall’Europa a sei verso un’area di commercio interno, senza preclusione verso altri paesi non inclusi nel blocco occidentale, con speciale preferenza verso le nazioni ex-coloniali &lt;35.<br><em>I sindacati.</em><br>Sul versante del lavoro, la rottura dell’unità antifascista nel 1947 si rifletté non poco sull’unità sindacale: se nell’immediato dopoguerra l’unico sindacato era la Confederazione generale del lavoro, dal 1948 in poi si formarono altre due organizzazioni: la Cisl, di ispirazione cattolico-sociale, e la Uil, che comprendeva le componenti repubblicane e socialdemocratiche. Proprio per questo, nel periodo in esame andò crescendo all’interno delle organizzazioni del lavoro l’insofferenza al loro legame con i partiti politici e maturò una nuova sensibilità per una prospettiva unitaria di rivendicazioni, che mantenne bassa la conflittualità tra i sindacati. Il problema, però, che derivava da tale importante scenario era la questione sull’incompatibilità tra le cariche politiche e quelle sindacali, in virtù del fatto che gli stessi dirigenti in vario modo erano coinvolti nella vita chi del Pci (Di Vittorio e Novella), chi della Dc (Pastore). L’incompatibilità fu discussa per tutto il decennio successivo e arrivò ad affermarsi e trovare riscontro solo sulla spinta delle proteste dell’autunno caldo del 1969. Assumeva significati diversi a seconda dei soggetti che la reclamavano: se per la Cisl era il modo per sancire la sua indipendenza dal governo e ritrovare spazio per la propria azione, per la Cgil la richiesta rispondeva all’esigenza di prevenire strappi all’interno di un sindacato in cui dovevano convivere la componente comunista e quella socialista proprio nel momento in cui i due partiti in questione dividevano le loro strade e in cui una lacerazione della compattezza interna sarebbe stata vissuta come un indebolimento non accettabile. L’Uil invece guardava con favore all’ipotesi di una scissione e il suo segretario Viglianesi a lungo si adoperò affinché i socialisti della Cgil rompessero con la confederazione d’origine per confluire nella sua organizzazione &lt;36.<br><em>La Banca d’Italia.</em><br>Chiamato a ricoprire la carica di Governatore dell’istituto di via Nazionale dopo le dimissioni di Einaudi, in partenza verso il Quirinale, Donato Menichella, dirigente pubblico proveniente dall’IRI degli anni del fascismo, fu l’uomo a cui può essere addebitabile in maniera maggiore la ripresa dell’economia italiana. In primis perché il Paese nell’immediato dopoguerra fu vittima di una forte inflazione a cui invece il Governatore contrappose una gestione della banca centrale improntata innanzitutto alla stabilità della moneta. In secondo luogo, Menichella capì che il volano dell’economia in quel frangente storico erano gli investimenti e li favorì vigorosamente attraverso numerose manovre monetarie, esortando il governo a usare i suoi mezzi per riconvertire le attività produttive diversificandole dall’agricoltura, allora predominante &lt;37. Se il Nord però colse tempestivamente le opportunità presentatesi, riprendendosi in rapido tempo dalle macerie, il Sud rimase penalizzato. Così Menichella propose di dirottare i fondi del FMI, il Piano Marshall, per le aree depresse proprio verso il Meridione e in un secondo momento spinse per la nascita di un istituto apposito, la Cassa del Mezzogiorno, che avrebbe dovuto agire su due fronti: riequilibrare i disavanzo di servizi pubblici e di infrastrutture da un lato e dall’altro avviare un efficace processo di industrializzazione. Gli investimenti impiegati furono enormi, si stima che solo nel periodo 1951-1957 il flusso di denaro usato per l’operazione ammontasse al 25.5% della spesa pubblica &lt;38. Il Governatore concluse il suo ufficio presso la banca centrale all’indomani del 1960, subito dopo che una giuria di specialisti messa insieme dal Financial Times simbolicamente assegnò alla lira l’Oscar della moneta per la sua rinata affidabilità monetaria.<br>[NOTE]<br>28 P. Neglie, La stagione del disgelo. Il Vaticano, l’Unione Sovietica e la politica del centrosinistra in Italia (1958-1963), Edizioni Cantagalli, Siena, 2009, p.74.<br>29 P. Neglie, op.cit., pp.75-76-77.<br>30 P. Neglie, op. cit., pp.81-82.<br>31 V. Castronovo, Cento anni di imprese. Storia di Confindustria 1910-2010, Laterza, Bari, 2010, pp.355-356.<br>32 V. Castronovo, op. cit., pp.356-357.<br>33 V. Castronovo, op. cit., pp.366-367-368.<br>34 V. Castronovo, op. cit., pp.387-388-389.<br>35 V. Castronovo, op. cit., pp.375-376 e ss.<br>36 S. Rogari, Sindacati e imprenditori. Le relazioni industriali dalla caduta del fascismo ad oggi, Mondadori, Milano, 2000, pp.123-124 e ss.<br>37 P.Bini, Le grandi scelte di politica economica dell’Italia repubblicana in Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra (1953-1968), P. L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Carocci, Roma, 2006, p.39.<br>38 Y. Voulgaris, L’Italia del centro-sinistra (1960-1968), Carocci, Roma, 1998, pp.58-59.<br><strong>Francesco Corbisiero</strong>, <em>La stagione del centrosinistra in Italia. (1956-1969)</em>, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2013-2014</p>
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		<title>Sospetti, rancori, vendette avevano insomma lasciato prostrato il fronte comunista a Trieste</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 10:18:29 +0000</pubDate>
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<p>Com’è stato accertato con abbondanza di documenti, fino al 1954 il PcTlt [il Partito comunista di Trieste e del territorio libero] diretto da Vidali svolse, per modo di dire, la funzione di una ‘cassetta di sicurezza’ a uso e servizio del Partito comunista italiano. Infatti, per suo tramite giunsero con regolarità in via delle Botteghe Oscure ingenti finanziamenti che il partito sovietico provvedeva a depositare a Trieste, anello di mezzo di una catena che si snodava da Mosca a Roma sotto la supervisione di Vidali stesso &lt;3. Ma il legame di tipo finanziario era attivo anche in direzione inversa. Uno dei punti sui quali Vidali insisteva più spesso nei rapporti mandati al Pci subito dopo la risoluzione del giugno 1948 era proprio la vitale urgenza del PcTlt di ricevere dai compagni italiani un sostegno economico. Il partito di Trieste era stato finanziato fino a quel momento da Belgrado in maniera continuata e corposa (si trattava, stando a Vidali, di 50-60 milioni di lire dell’epoca al mese). Non solo questo foraggiamento era ovviamente venuto meno dopo che la sua direzione fuoriuscì dall’orbita jugoslava, ma in aggiunta i vecchi dirigenti fedeli a Tito erano stati pronti a fuggire con le casse del partito &lt;4. Come vedremo, all’efficienza di questo collegamento finanziario tra i due partiti non corrisposero, fino al 1950 inoltrato, relazioni politiche altrettanto efficaci e lineari. I problemi economici, progressivamente sanati anche grazie a un ridimensionamento drastico dell’apparato organizzativo (quantificato al settanta per cento da Vidali, in termini di funzionari di partito attivi &lt;5), rendevano ancora più contrastato il processo di vera e propria rifondazione politico-ideologica che il PcTlt, sotto impulso della segreteria romana, si trovò obbligato a imboccare dopo la svolta del giugno 1948. Innanzitutto bisognava reintegrare nel partito i membri espulsi dai vertici filojugoslavi, per conferire a esso una nuova massa critica in sostituzione degli elementi legati a doppio filo alla vecchia dirigenza, subito sottoposti a loro volta a una robusta ondata di espulsioni. Così, da giugno a ottobre 1948 la segreteria comandata da Vidali procedette all’allontanamento o alla radiazione di poco meno di un quarto degli iscritti (settecento su tremiladuecento componenti totali) &lt;6. Ma ancora più urgentemente, quello che Vidali doveva operare era (nelle sue parole) un “lungo lavoro di rieducazione” tra le file del partito, dato che fino a quel momento esso era stato retto “con criteri più militari che politici” e ciò aveva provocato “passività e stanchezza in tutti gli strati popolari” &lt;7. Tanto più che, ancora una volta, i nuovi avvenimenti venivano interpretati da una grossa parte della base come una legittimazione a rivendicare un cambiamento di linea che coinvolgesse la questione dell’appartenenza statale. Ovvero, come spiegava Vidali in termini che non potrebbero essere più chiari, erano parecchi quelli che volevano sfruttare la situazione per imporre la “rivincita di vecchie posizioni condannate dal partito”, come se “aderire al Kominform significa[sse] aderire alla revisione del trattato di pace ed alla annessione [di Trieste] all’Italia” &lt;8. Era riferendosi a questa circostanza che la segreteria del Pci raccomandava al partito triestino di “evitare di cadere nel nazionalismo e sciovinismo italiano” &lt;9. Richiedere la costituzione del Tlt implicava una presa di distanza speculare nei confronti delle aspirazioni territoriali tanto italiane quanto jugoslave. Del resto, l’imperativo di “lottare contro il nazionalismo italiano e neotitino” costituiva il nocciolo della “piattaforma triestina” elaborata dal Pci e sulla quale erano state tracciate le coordinate fondanti dell’azione politica a Trieste &lt;10. Di fatto, i comunisti continuavano così a comprendere sotto il largo (e spesso fittizio) ombrello del nazionalismo ogni posizione che non coincidesse con la loro, procurando equivoci politico-culturali destinati a durare fino ai giorni nostri.<br>La pressione, tesa a rinsaldare il movimento comunista triestino sulla questione nazionale, era diretta a parare anche alcune eterodossie, ora larvate ora politicamente salienti, le quali apparvero interessare subito non solo la base ma la stessa direzione del PcTlt. Dall’inizio Vidali apparve consapevole che la richiesta del Tlt avrebbe proseguito nell’allargare la frattura tra il grosso della società triestina e i comunisti, spalancatasi sul problema nazionale dal 1944 in poi, e che difficilmente si sarebbe rimediato così all’isolamento politico del partito. Come recitava un documento di carattere interno, riservato e destinato alla segreteria del Pci, Vidali pensava già nell’estate 1948 che “dobbiamo evitare di dire che siamo contrari alla sovranità italiana su Trieste. Dobbiamo parlare del rispetto dei trattati di pace soltanto se tirati per i capelli” &lt;11. Questa intuizione, che Vidali man mano cercò di concretizzare in programma politico, provocò più di un momento di urto con Togliatti e il resto della dirigenza del Pci, per nulla propensi a mettere in discussione la linea ufficiale sovietica. Per il segretario triestino era necessario trovare un modo per spezzare l’assedio stretto intorno al suo partito, impegnato a farsi largo in una lotta contro tutti: contro i “partiti sciovinisti italiani” e il “gruppo nazionalista di Tito”, che usufruivano del “massimo appoggio economico e politico” da parte dei governi di Roma e Belgrado, ma anche contro il “falso indipendentismo” dei movimenti sorti nel dopoguerra, volti a intercettare la diffusa nostalgia popolare per il passato imperiale di Trieste e viziati (secondo i comunisti) di municipalismo piccolo-borghese &lt;12. Con un quadro simile davanti, non c’era altra strada politicamente produttiva che non fosse quella di forzare le strozzature della linea sovietica, sintonizzando la politica del partito con il vasto umore cittadino di appartenenza all’Italia; la sola via, peraltro, che si ponesse in coerenza con il progetto originario di costruire a Trieste un solido e valido partito comunista di massa.<br>Un primo screzio su questo punto decisivo si creò in occasione delle elezioni amministrative indette nella zona A nel giugno 1949 &lt;13. Per la campagna elettorale del PcTlt, Vidali chiese a Togliatti di firmare un comunicato di saluto alla cittadinanza triestina, che lui stesso aveva preparato precedentemente. Se Vidali si premurò di edulcorare la realtà scrivendo che il Pci “ha sempre considerato come un obiettivo della sua politica la difesa dell’italianità di Trieste e il ritorno di Trieste entro i confini dell’Italia”, Togliatti cancellò dal testo proprio quest’ultimo passaggio riferito al ritorno di Trieste in Italia; e ancora, corresse l’auspicio di Vidali che Trieste fosse “italiana e libera” con un significativo e più neutro “sia liberamente governata dai suoi cittadini” &lt;14. Ricevuto indietro il comunicato così manipolato da Togliatti, il segretario del PcTlt si affrettò a spedire a Roma un precipitoso telegramma che recitava: “Non pubblichiamo messaggio &#8211; vi preghiamo di non pubblicarlo neanche voi &#8211; seguono spiegazioni” (di cui però non è stata trovata traccia negli archivi) &lt;15. Alla fine, i risultati delle elezioni (che videro i comunisti raggiungere il 23%, di fronte alla netta affermazione della Dc con il 37%) vennero accolti con ostentata insoddisfazione dalla segreteria del Pci. Togliatti criticò la campagna elettorale e sottolineò la “necessità di un esame della situazione e azione del partito”, davanti a Vidali costretto per il momento a prendere atto delle “riserve e critiche che gli sono state esposte” &lt;16. Ma tornato a Trieste, egli affidò la sua autodifesa a un Promemoria redatto poco tempo dopo, rivolto in buona parte a illuminare meglio agli occhi dei dirigenti del Pci le fondamentali difficoltà in cui si dibatteva il suo partito. Difficoltà originate innanzitutto dal fatto che il movimento comunista giuliano, fino alla risoluzione del Kominform del giugno 1948, “dipendeva, sia politicamente che organizzativamente, dal Cc del Pcj [Kpj] ed ancor più direttamente dal Cc del Pc della Slovenia”. Rispetto al partito jugoslavo, diceva Vidali, “per anni siamo stati delle vittime” e la risoluzione “confermò delle verità che conoscevamo da molto tempo”, come per esempio lo “sfacciato nazionalismo borghese” e l’“avventurismo” che avrebbero ispirato l’azione di Tito sin dalla guerra di liberazione. Per convincersene, bastava “dare uno sguardo alla voluminosa documentazione esistente negli archivi del Partito comunista italiano […] sarebbe sufficiente riassumere l’azione di denigrazione condotta dalla cricca di Tito, anche pubblicamente, nei riguardi del Pci e particolarmente dei compagni Togliatti e Longo”. In particolare, proseguiva Vidali, “noi abbiamo il diritto di credere che la cricca non sia stata completamente estranea alla liquidazione fisica (dal giugno al settembre 1944) della maggioranza della vecchia direzione italoslava del movimento comunista triestino (Frausin, Colarich, Gigante […])”: &#8220;Noi dobbiamo rispondere&#8221; &#8211; concludeva Vidali &#8211; &#8220;ad una domanda che ci si fa spesso. Molti ci chiedono: perché, malgrado le vostre esperienze, non avete scoperto che costoro erano dei traditori già nel 1943? Anche allora si poteva comprendere che quando una vecchia volpe conservatrice come Churchill appoggia un Tito contro l’ex re, ciò significa che Tito ha concesso o promesso qualcosa. […] La politica titista verso Trieste ed in Trieste è stata ispirata dal più volgare nazionalismo borghese. Eppure tutto ciò che oggi citiamo per dimostrare che le deviazioni non risalgono a sei mesi prima della pubblicazione della risoluzione, ma agli anni della guerra di liberazione, noi lo documentiamo con fatti che erano chiari già allora&#8221;.<br>Sospetti, rancori, vendette avevano insomma lasciato prostrato il fronte comunista a Trieste, rendendolo assolutamente bisognoso di una “linea ben precisa, con delle chiare prospettive” &lt;17. Durante il secondo congresso del PcTlt in settembre, Vidali riprese queste tesi nella sua relazione (“Il nostro partito era dal punto di vista ideologico, politico ed organizzativo una creatura del Pcj [Kpj] ed alle dipendenze dirette della sua succursale di Lubiana […] un movimento estenuato dalla politica avventuristica della banda, viziato profondamente da nazionalismo borghese” &lt;18) e che ciò fosse la spia di un malessere potenzialmente pericoloso per l’affidabilità politica del partito fu evidenziato da Giacomo Pellegrini, inviato dal Pci a Trieste per l’occasione. Da un lato egli non mancò di rimarcare come “molto vi [fosse] ancora da fare per superare le vecchie posizioni organizzative legate al concetto di un ‘partito di quadri’”; dall’altro definì “per lo meno insufficiente […] l’orientamento di tutto il partito sulla questione nazionale e su quella dell’appartenenza statale”. È vero che in merito non erano state ancora “enunciate delle posizioni contrastanti” con la linea sovietica e del Pci, ma secondo Pellegrini erano comunque riscontrabili una certa “indeterminazione” e la tendenza “a sfuggire a un esame approfondito” del problema &lt;19. Annotazioni che spinsero Pietro Secchia a manifestare il suo fastidio e le sue preoccupazioni in un biglietto destinato a Togliatti: “Io credo che dovremmo vedere prossimamente la questione del PcTlt. Così non possiamo andare avanti. I ns [nostri] rapporti con questo partito ritengo siano politicamente inefficienti per cui quei comp[agni] si considerano un partito da noi completamente indipendente […] senza peraltro avere la forza di sviluppare una linea politica conseguente” &lt;20.<br>A sentire Vidali, però, la faccenda si presentava in maniera del tutto opposta. Non era il suo partito a essere affetto da megalomania, ma semmai il Pci a mostrare disinteresse verso i problemi dei comunisti a Trieste. In una lettera ai compagni della segreteria romana, Vidali scrisse che “parecchie volte desideriamo avervi più vicini”, mentre “i titini […] ogni giorno ricevono istruzioni, consigli, orientamenti da Lubiana e Belgrado”. La lotta contro di essi era sempre più dura, e “personalmente io comincio ad essere stanco, anche fisicamente”. La conclusione della lettera, dietro a una facciata di modestia, poteva apparire modulata più sui toni della minaccia: “Se non siamo aiutati da voi, più spesso ed efficacemente, noi commetteremo errori” &lt;21. Malgrado la segreteria del Pci si risolvesse a “porre la questione di più stretti rapporti tra i due partiti” &lt;22, e nonostante la persistente adesione alla richiesta sovietica di applicazione del trattato (ripetuta dall’Urss nella nota del 20 aprile 1950) fosse confermata poco tempo dopo sia dal Pci che dal PcTlt &lt;23, i calcolati “errori” di Vidali irruppero sulla scena alla fine del 1950. Il contesto era quello della progressiva ‘bilateralizzazione’ tra Italia e Jugoslavia della vertenza su Trieste, ricercata da Usa e Gran Bretagna soprattutto per appianare il percorso di integrazione del regime di Tito nei dispositivi di sicurezza militare dell’Alleanza atlantica &lt;24. Vidali informava la segreteria del Pci che in quella fase “nei partiti avversari di Trieste domina la confusione e la paura per l’attuale prospettiva sempre più concreta degli accordi diretti fra De Gasperi e Tito”. Per le forze che fino ad allora avevano rivendicato all’Italia tutto il Tlt, tenendo fede alla dichiarazione tripartita del marzo 1948, la possibile spartizione del territorio avrebbe rappresentato un esito politico-diplomatico negativo e difficile da presentare all’opinione pubblica. Secondo Vidali, anche in vista dell’imminente terzo congresso del PcTlt, per i comunisti si trattava del momento opportuno per uscire allo scoperto e dare corpo a quella svolta di linea meditata da tempo: &#8220;Complessivamente noi riteniamo che se oggi noi ponessimo la proposta del plebiscito, non in via subordinata come già abbiamo fatto, ma come proposta di primo piano, noi avremmo la possibilità di raccogliere intorno a noi non soltanto numerosi senza partito, ma anche elementi e forse qualche dirigente dei partiti avversari. […] Intendiamo con ciò porre il quesito se una nostra richiesta di plebiscito costituirebbe una contraddizione col principio della difesa dei trattati di pace e allo stesso tempo se tale richiesta potrebbe avere un effetto positivo o negativo per la politica del Pci, specialmente in riferimento alle prossime elezioni amministrative italiane&#8221; &lt;25. Un rapporto di Andrea Cicalini scritto da Trieste per la segreteria del Pci sviscerava il fondo della proposta vidaliana. Egli mise in chiaro che l’intenzione dei comunisti triestini, in realtà, era quella di &#8220;tenere il congresso per cambiare sostanzialmente la linea politica seguita fino ad oggi e di prendere una iniziativa politica nuova che si proponga, da una parte, di ridare slancio alla classe operaia ed al movimento democratico triestino e, dall’altra, di dare un contributo politico più concreto ed efficiente alla lotta che conduce la classe operaia italiana, anche in vista ed in rapporto a particolari avvenimenti nazionali (elezioni amministrative della prossima primavera) […] cioè: si dovrebbe abbandonare la linea dell’applicazione del trattato di pace, seguita fino ad oggi, e prendere quella del plebiscito e dell’adesione del Tlt all’Italia&#8221; &lt;26. Le reazioni suscitate da questa improvvisa mossa di Vidali nella segreteria del Pci riassumono, per più punti di vista, la natura contraddittoria dei rapporti intercorsi tra i Partiti comunisti italiano e triestino dal 1948: tra interdipendenza, politica ed economica, e indisponibilità del centro a farsi carico e ad adeguarsi alle esigenze della subalterna periferia. Già Cicalini faceva presente che il problema sollevato era “di carattere internazionale”. Da parte sua, Secchia rilevò che “prima di convocare il congresso per porre tale questione Vidali avrebbe potuto parlarci e non farci trovare di fronte al fatto compiuto”, per proporre subito dopo di “rinviare il congresso [del PcTlt] di un paio di mesi” &lt;27. Era lo spazio di tempo giudicato necessario per ottemperare al rispetto delle gerarchie obbligatorio nei casi “di carattere internazionale”, quando cioè l’appello a Mosca veniva considerato inevitabile. Infatti, su mandato della segreteria Longo replicava a Vidali in modo perentorio che “non possiamo ancora rispondere alla questione che ci hai posta”; nel frattempo &#8220;non dovete proporre nessuna cosa che significhi mutamento della posizione fondamentale finora da voi sostenuta. Su questioni di tanta importanza dovete evitare di prendere decisioni senza averci prima consultati. Per evitare di prendere posizioni affrettate, non sufficientemente elaborate e non autorizzate, noi crediamo che voi dovete esaminare, fin d’ora l’eventualità, che forse si renderà necessaria, di rinviare di alcune settimane il vostro congresso&#8221; &lt;28.<br>La successiva riunione della segreteria del Pci disponeva il rinvio del congresso del partito triestino al 10-11 febbraio.&lt;29<br>[NOTE]<br>3 Questa realtà è stata illuminata da Riva, Oro da Mosca cit., passim.<br>4 Oltre ai rapporti di Vidali del 16 agosto e del 27 settembre 1948, pubblicati in Gori, Pons (a c. di), Dagli archivi di Mosca cit., rispettivamente pp. 330-31 e 332-33, si veda anche quello di metà luglio 1948 in Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 7 luglio 1948, b. 447, mf. 278, allegati.<br>5 “Il numero dei funzionari del partito, della stampa e delle organizzazioni di massa è stato ridotto del 70% a causa delle difficoltà economiche e anche perché gli organici erano eccessivi”: rapporto del 27 settembre 1948, cit.<br>6 Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Rapporto sulla situazione del Pc del Territorio di Trieste, 19 ottobre 1948, mf. 135, b. 217. Attira l’attenzione su questo aspetto A. Verrocchio, Verso il ‘partito nuovo’. Il PcTlt dopo la scomunica di Tito (1948-1951) in Aa. Vv., Dopoguerra di confine &#8211; Povojni čas ob mej, Irsml-Fvg, Dipartimento di Scienze geografiche e storiche dell’Università di Trieste, Trieste 2007, pp. 57-59.<br>7 Rapporto sulla situazione del Pc del Territorio di Trieste cit. E inoltre: Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Cronaca avvenimenti nel Pc Trieste 29 giugno-14 luglio 1948, mf. 99, b. 180.<br>8 Rapporto di Vidali, metà luglio 1948, cit.<br>9 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 7 luglio 1948, cit.<br>10 Nota di Baranov su un’informazione di Pajetta, ottobre 1948: Gori, Pons (a c. di), Dagli archivi di Mosca cit., pp. 348-49. L’autore dell’informativa riportava la notizia di un’apposita riunione della segreteria del Pci tenuta il 27 settembre 1948.<br>11 Cronaca avvenimenti nel Pc Trieste 29 giugno-14 luglio 1948 cit.<br>12 Apc, Fondo M, Lettera di Vidali alla segreteria del Pci, 14 febbraio 1949, b. 181, mf. 100. Per il giudizio del PcTlt sul movimento indipendentista triestino cfr. la Risoluzione del Cc del PcTlt (15-15-17 luglio 1949) in Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, b. 180, mf. 99.<br>13 R. Pupo, Tempi nuovi, uomini nuovi. La classe dirigente amministrativa a Trieste 1945-1956, ‘Italia contemporanea’, 2003, n. 231; F. Stacul, La classe politico-amministrativa a Trieste nel secondo dopoguerra (1945-1956), ‘Quaderni del centro studi economico-politici Ezio Vanoni’, 2000, nn. 1-2.<br>14 Le carte che attestano questa vicenda in Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 10 giugno 1949, allegati, b. 181, mf. 100.<br>15 Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Telegramma di Vidali alla segreteria del Pci, b. 180, mf. 99.<br>16 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 27 giugno 1949, b. 181, mf. 100.<br>17 Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Promemoria (Contributo alla organizzazione della lotta contro il titismo), 30 agosto 1949, b. 180, mf. 99 (s.to nel testo).<br>18 Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Relazione politica di Vittorio Vidali al II congresso del PcTlt, b. 179, mf. 98.<br>19 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 4 ottobre 1949, Rapporto di Giacomo Pellegrini alla segreteria del Pci sul II congresso del PcTlt, 18 settembre 1949, allegati, b. 181, mf. 100.<br>20 Ivi: Biglietto manoscritto di P. Secchia a Togliatti.<br>21 Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Lettera di Vidali alla segreteria del Pci, 3 novembre 1949, b. 180, mf. 99.<br>22 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 21 marzo 1950, b. 430, mf. 264.<br>23 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 20 aprile 1950, b. 430, mf. 264. La risoluzione della direzione del Pci che seguiva a ruota quella sovietica per l’applicazione del trattato di pace è pubblicata su ‘l’Unità’ del 21 aprile 1950.<br>24 Pupo, Guerra e dopoguerra cit., pp. 169-70; Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale cit., pp. 314-15; M. de Leonardis, La ‘diplomazia atlantica’ e la soluzione del problema di Trieste (1952-1954), Esi, Napoli 1992, pp. 505 ss.<br>25 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 12 dicembre 1950, Lettera di Vidali alla segreteria del Pci, 7 novembre 1950, allegati, b. 431, mf. 265.<br>26 Ivi: Rapporto di Cicalini sul congresso del PcTlt (s.to nel testo).<br>27 Ivi: Appunto manoscritto di Secchia.<br>28 Apc, Fondo M, ‘Jugoslavia e Venezia Giulia’, Risposta di Longo a Vidali, 14 dicembre 1950, b. 180, mf. 99.<br>29 Apc, Fondo M, ‘Verbali della segreteria’, riunione del 4 gennaio 1951, b. 432, mf. 266.<br><strong>Patrick Karlsen</strong>, <em>Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale (1941-1955)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2007-2008</p>
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		<title>Da Recanati inizierà la terza ed ultima fase della Banda Patrioti Maiella</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 08:26:23 +0000</pubDate>
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<p>Leggendaria fu l’impresa di Domenico Troilo a Fallascoso, frazione di Torricella Peligna, nel febbraio del 1944. Accompagnato da un gruppo di soli 20 uomini, affrontò per una notte intera la divisione tedesca Jager, senza perdere neanche un uomo. Il 28 febbraio, dinanzi a tutti i successi e alle dimostrazioni di lealtà e valore, il capo di stato maggiore Giovanni Messe inquadrò la formazione nella 209^ divisione dell’esercito italiano con il nome di “Banda Patrioti della Maiella”, unità militare riconosciuta che però manteneva la propria autonomia e rispondeva agli ordini del comando alleato.<br>Nella primavera del 1944 riprese con più forze e vigore l’azione di liberazione, che vedeva combattere fianco a fianco alleati e patrioti; furono liberate diverse città tra cui Sulmona, dove i patrioti della Maiella entrarono per primi.<br>Dall’8 giugno vari gruppi si riversarono nella Valle Peligna con un duplice obiettivo: &#8220;Sgombrare paesi e villaggi dalle residue sacche germaniche e neofasciste, ma al tempo stesso soffocare sul nascere vendette e disordini incontrollati da parte della popolazione&#8221;. &lt;105 Il 9 giugno furono liberati Chieti e vari comuni dell’Adriatico, il 10 toccò a Pescara.<br>Il 15 giugno gran parte dell’Abruzzo era ormai stata liberata; teoricamente l’azione della Brigata Maiella poteva dichiararsi conclusa, in realtà era appena iniziata. Dalla fine della lotta per la libertà in Abruzzo si aprì una nuova fase, totalmente nuova anche dal punto di vista della struttura della banda. Questa passò alle dipendenze del 2° corpo polacco e del maggiore Wilhelm Lewicki, già nominato in precedenza. I maiellini non furono inizialmente accolti positivamente dai polacchi, come ci spiega Costantino Felice, per due motivi fondamentali. Vi era il timore che i patrioti, lontani dalla loro terra ormai liberata, potessero perdere forza ed entusiasmo risultando scarsamente efficaci; essi inoltre erano privi di risorse locali, dunque si doveva provvedere al loro sostentamento. &lt;106 Inizialmente dunque l’accoglienza loro riservata non fu delle migliori, tanto da suscitare le stesse rimostranze del comandante Troilo e malcontento e frustrazione nei patrioti. Un’interpretazione diversa dei polacchi, che dal canto loro sottolinearono spesso la comunanza d’intenti e di ideali con gli italiani, la troveremo in Nicola Troilo. Egli avrà una maggiore indulgenza, sostenendo che Lewicki &#8220;aveva un temperamento esuberante e impulsivo che poteva presentare degli spigoli, ma non era difficile andare al fondo della sua generosità e della sua comprensione. Furono piuttosto i suoi subalterni non troppo camerateschi con la Maiella, ma sotto la loro apparente durezza spesso inaspettatamente si scopriva con stupore che non c’era che una sorta di commovente invidia: la Maiella liberava la sua Patria mentre i polacchi, che amavano la loro appassionatamente, erano senza patria, erano i soldati di ventura della libertà&#8221;. &lt;107<br>In territorio marchigiano non era raro incontrare formazioni partigiane dai precisi orientamenti politici. I polacchi, come anche i britannici, temevano le bande che legavano la loro lotta a un diverso ordine economico-sociale; &lt;108 i maiellini dunque furono usati anche per mantenere l’ordine e disarmare le formazioni eccessivamente politicizzate ed agguerrite. Da Recanati inizierà la terza ed ultima fase della Banda, che verrà ad assumere la denominazione di “Gruppo Patrioti della Maiella” o “Brigata Maiella”: una differenza non soltanto nominativa ma sostanziale, con un aumento di organico e una trasformazione nell’organizzazione stessa. Sempre Felice ci spiega che dai plotoni si passò alle compagnie, aumentando di grado i vertici e orientando la Brigata verso un processo di militarizzazione.<br>Dopo aver liberato numerosi centri tra l’Emilia Romagna, le Marche e il Veneto, entrarono a Bologna il 21 aprile del 1945. Sulla liberazione di Bologna a lungo si è creduto che fossero stati proprio i maiellini a entrare per primi; solo dopo molti anni si è appurato che i primi a entrare in realtà furono i polacchi. L’avanzata proseguì verso Asiago. Qui, dopo esser venuti a conoscenza della fine delle ostilità naziste, si fermarono il 1 maggio, portando il loro saluto ai resistenti del luogo: fu questa l’ultima azione della Brigata Maiella. Ad ostilità cessate la Maiella rimase &#8220;acquartierata a Castel San Pietro, provvedendo all’ordine pubblico e alla bonifica dei campi minati: opere meritorie che ancora costano la vita ad alcuni suoi uomini&#8221;. &lt;109<br>Lo scioglimento ufficiale avvenne a Brisighella (in provincia di Ravenna), la cui liberazione era stata gloria esclusiva del gruppo (dal Diario di Nicola Troilo), il 15 luglio del 1945 in un clima di gioia ed entusiasmo. Lo stesso Nicola lo descrisse: &#8220;La piazza e le vie adiacenti erano stracolme di gente, dai balconi, dalle terrazze, perfino dai tetti si affacciavano ad applaudire i cittadini di Brisighella con un entusiasmo e una devozione che commovevano tutti i patrioti&#8221;. &lt;110 I patrioti ricevettero parole di elogio e ringraziamento dai Comandanti della VIII Armata Britannica, del II Corpo Polacco e dal Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, di cui viene letto un messaggio.<br><strong>Caratteristiche della Brigata Maiella rispetto ad altre formazioni</strong><br>La Brigata Maiella può esser considerata un unicum nella storia resistenziale abruzzese e nazionale. In Abruzzo la Maiella fu l’unico gruppo ad esser riconosciuto e legittimato dagli Alleati e dall’esercito italiano in via di ricostituzione. Il merito di tutto ciò deve essere attribuito al suo fondatore, l’avvocato Ettore Troilo, che affrontò innumerevoli difficoltà pur di ottenere il riconoscimento della sua formazione. Dopo un iniziale moto di diffidenza e sospetto, le forze di liberazione ne riconobbero il valore, al punto che fu una delle pochissime ad aver avuto la possibilità di combattere a fianco dell’esercito alleato (onore condiviso con la 28^ Brigata Garibaldi Mario Gordini e la Divisione Modena &#8211; Armando).<br>[NOTE]<br>105 C. Felice, Dalla Maiella alle Alpi, cit., p. 360<br>106 Ibidem, p. 363<br>107 N. Troilo, Storia, cit., p. 130<br>108 C. Felice, Dalla Maiella alle Alpi, cit., p. 365<br>109 Ibidem, p. 382<br>110 N. Troilo, Storia, cit., p. 192<br><strong>Maria Carla Di Giovacchino</strong>, <em>La Banda Palombaro nella Resistenza abruzzese</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi &#8220;G. D&#8217;Annunzio&#8221; &#8211; Chieti &#8211; Pescara, Anno Accademico 2015-2016</p>
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		<title>Il Movimento Rivoluzionario Popolare realizzò due campagne di attentati</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 08:34:07 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/ff.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="405" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/ff.jpg" alt="" class="wp-image-12907" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/ff.jpg 405w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/ff-304x480.jpg 304w" sizes="auto, (max-width: 405px) 100vw, 405px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v62), quality = 65</figcaption></figure>



<p>Il Movimento Sociale Italiano era ormai stato additato dai giovani estremisti di destra come un partito di “pavidi e corrotti”, la cui colpa fondamentale era stata quella di aver disilluso le speranze dei rivoluzionari, sprecando le loro energie. «Almirante e i suoi accoliti vengono al vostro funerale, al capezzale del vostro letto all’ospedale perché hanno bisogno di martiri da pubblicizzare, al fine di alimentare l’immagine del “partito vittima”, ma vi vendono per trenta denari ogni volta che il sistema esige un paio di teste calde.» &lt;95<br>Anche i gruppi storici erano soggetti ad aspre critiche, accusati di aver sfruttato i militanti, inseriti in una stretta gerarchia che impediva “l’autodeterminazione responsabile della base”. Da qui derivava la caduta dell’immagine e del mito dei leader storici, biasimati per aver collaborato con diversi settori dell’apparato. In questo contesto si inseriva anche un convinto rifiuto dell’ideologia, vista come mezzo di manipolazione e di dominio, alla quale si sostituiva un nuovo strumento privilegiato di pratica politica: l’azione.<br>L’azione però rischiava di essere fine a se stessa se non si fosse riferita a valori più alti, si scelse quindi di elevare il concetto di combattimento a virtù esistenziale. Il combattimento doveva essere ispirato da alcuni principi fondamentali, come l’onore, il coraggio, la fedeltà e il cameratismo. Su uno dei tanti periodici di estrema destra, &#8216;Azione Legionaria&#8217;, si legge: «Finché un solo camerata sarà rimasto invendicato, nessuno avrà diritto di rinunciare.» 96 La decisione di combattere era ormai considerata una scelta totale di vita, un atto eroico che derivava da pulsioni esistenziali e che rifiutava ogni calcolo politico e utilitaristico: «Non è verso il potere che noi tendiamo, né, necessariamente, verso la creazione di un ordine nuovo. È la lotta che ci interessa, è l’azione in sé, il battersi quotidiano per l’affermazione della propria natura» &lt;97.<br>ll risultato di questa filosofia fu lo spontaneismo armato, ossia la creazione, e la conseguente rapida scomparsa, di piccoli gruppi autonomi ma collegati tra loro da un unico intento politico, che addirittura rischiavano spesso di mischiarsi e sovrapporsi nelle stesse azioni. Questo muoversi in un ambiente omogeneo, indipendenti ma sempre connessi, è stato definito come “strategia dell’arcipelago” &lt;98. Lo spontaneismo, per definizione, non ammetteva rigidità strutturali, tuttavia, in un primo periodo, operarono indipendentemente alcuni gruppi distinti, tra cui si ricordano «Costruiamo l’Azione» e Terza Posizione.<br>«Costruiamo l’Azione» era formalmente un giornale autofinanziato con diffusione militante. In realtà era un movimento gestito dai veterani di Ordine Nuovo insieme ad alcuni membri della nuova generazione. Proprio seguendo le tendenze di questi ultimi, il gruppo rifiutò la soluzione organizzativa optando invece per una collaborazione basata sulla scelta di azioni in cui diversi gruppi avrebbero potuto identificarsi, in linea con la “strategia dell’arcipelago”. La strategia comprendeva un attacco diffuso, con il proposito di formare un fronte unico contro il sistema, a fianco delle organizzazioni più radicali di sinistra, ossia i gruppi di Autonomia Operaia.<br>Sergio Calore, uno dei leader del movimento disse in tribunale: «Si era venuto a creare un punto di incontro teorico tra chi come noi proveniva da una esperienza politica motivata quasi esclusivamente sul piano esistenziale e chi proveniva da un’esperienza propriamente marxista-leninista ma che la rifiutava nella sua formulazione ortodossa» &lt;99.<br>La proposta del fronte unico derivava dal tentativo, inedito nella storia della destra radicale, di trovare una sorta di “radicamento sociale”. Il giornale di “Costruiamo l’Azione”, infatti, era attivo su temi generalmente poco considerati dall’estrema destra come la questione meridionale e il degrado nelle carceri. Nonostante questo particolare sforzo, però, la “strategia dell’arcipelago” coinvolse esclusivamente la destra. Moltissimi gruppi, in sintonia con il programma del giornale, si unirono e realizzarono, tra il 1978 e il 1979, un importante numero di azioni che si estendevano dalla semplice propaganda a veri e propri atti terroristici.<br>Il movimento fu innovativo anche per la risonanza che decise di dare alle proprie azioni, da qui nasce l’importanza della propaganda armata per la quale, all’interno dell’ambiente, non doveva essere chiara la responsabilità di ogni singolo episodio, ma non dovevano esserci dubbi sulla provenienza politica.<br>Il braccio armato di «Costruiamo l’Azione», il Movimento Rivoluzionario Popolare, dette concreta traduzione a questo principio: realizzò due campagne di attentati, nel 1978 e nel 1979. La prima ebbe un carattere preparatorio, volto a testare la reattività dell’ambiente, e puntò ai simboli del potere dello Stato. Gli attentati di questa prima campagna non dovevano essere rivendicati, con lo scopo di diffondere le idee del movimento il più possibile, anche in ambienti notoriamente ostili. La seconda ondata di colpi, invece, ebbe come bersagli più importanti il Campidoglio, il Ministero degli Esteri, il carcere di Regina Coeli e il Consiglio Superiore della Magistratura. Questi attentati furono rivendicati tramite l’utilizzo di volantini che usavano termini simili a quelli della sinistra. Proprio per questo rischio di sovrapposizione molti altri militanti di destra, come Giusva Fioravanti, si distaccarono con fermezza da questa linea.<br>«Costruiamo l’Azione» si sciolse alla fine del 1979 a causa dell’arresto di alcuni suoi leader, tra cui Calore, per ricostituzione del partito fascista. Alla dissoluzione del gruppo contribuì fortemente la forte tensione nata tra i vecchi e i nuovi aderenti al movimento, che esplose fino a provocare un episodio paradossale in cui uno dei militanti di nuova generazione fu rapito e minacciato di morte da altri membri del suo stesso gruppo.<br>È molto probabile che il repentino processo d’innovazione proposto da «Costruiamo l’Azione», soprattutto con l’ultima campagna di attentati, sia stato troppo traumatico per la maggioranza dei militanti dell’ambiente, che decisero di prendere le distanze da un’idea di azione così lontana dalla tradizione neofascista. &lt;100<br>[NOTE]<br>95 In Quex, 4 marzo 1980, (pp.8).<br>96 Azione Legionaria, n.VI, in F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano, 1995.<br>97 Ibidem.<br>98 G. Capaldo, L. D’ambrosio, P. Giordano, M. Guardata, A. Macchia, L’eversione di destra a Roma dal 1977 al 1983: spunti per una ricostruzione del fenomeno, in V. Borraccetti (a cura di), Eversione di destra, terrorismo, stragi. I fatti e l’intervento giudiziario, Angeli, Milano, 1986.<br>99 G. Buso in F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano, 1995.<br>100 F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano, 1995.<br><strong>Marzia Minnucci</strong>, <em>A destra del MSI. Evoluzione armata della destra radicale</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno Accademico 2014-2015</p>
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		<title>Il primo processo a Udine per epurazione</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 08:32:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il caso ValentinisIl procedimento contro l’ex direttore de «Il Popolo del Friuli» Federico Valentinis fu il primo caso istruito e portato a giudizio davanti al neo-costituito TDP [Tribunale del Popolo di Udine, il primo organo giudiziario messo in funzione dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) provinciale dopo la liberazione del capoluogo friulano]. A Valentinis spetta [&#8230;]]]></description>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/cpf.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="474" height="640" src="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/cpf.jpg" alt="" class="wp-image-12904" srcset="http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/cpf.jpg 474w, http://storiaminuta.altervista.org/wp-content/uploads/2026/03/cpf-320x432.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 474px) 100vw, 474px" /></a></figure>



<p><em>Il caso Valentinis</em><br>Il procedimento contro l’ex direttore de «Il Popolo del Friuli» Federico Valentinis fu il primo caso istruito e portato a giudizio davanti al neo-costituito TDP [Tribunale del Popolo di Udine, il primo organo giudiziario messo in funzione dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) provinciale dopo la liberazione del capoluogo friulano]. A Valentinis spetta non solo il poco invidiabile primato di essere il primo imputato giudicato a Udine dopo la fine della guerra, ma anche di essere il primo condannato dalla CAS del capoluogo friulano &lt;446.<br>Il caso Valentinis presenta peculiarità che consentono di gettare nuova luce sulla costituzione e il funzionamento del TDP. Questo caso rappresenta un tassello inedito nella storia di questa istituzione e la prima attestazione dell’attività propriamente giudiziaria; se sinora si riteneva che il TDP si fosse riunito sono per il processo contro Odorico Borsatti, la documentazione ha fatto emergere che nelle udienze del dibattimento contro Valentinis si realizzarono le operazioni costitutive e alcune procedure fondamentali assenti nelle carte del procedimento contro Borsatti. Nella stessa occasione vennero adottati provvedimenti determinanti per l’esistenza dell’organo giudiziario e furono fatti importanti riferimenti al sistema normativo. In secondo luogo l’istruzione del procedimento contro Valentinis, che fu rapidissima e condotta in modo sbrigativo, testimonia il modo di procedere e gli intenti dell’azione giudiziaria messa in atto dal CLN nei giorni successivi alla liberazione. Infine il procedimento presenta elementi inediti sulle procedure e il rito con il quale venne celebrato il processo. Anche l’esito del procedimento assunse caratteristiche peculiari: il dibattimento produsse un’ordinanza che non venne allegata a nessun volume di sentenze del Tribunale di Udine e che, anche per l’esito interlocutorio, venne inglobata nel fascicolo dell’imputato diventando parte dell’incartamento del successivo processo presso la CAS &lt;447.<br>Prima di procedere all’analisi della documentazione del fascicolo processuale è opportuno fornire alcuni dati sulla biografia dell’imputato. Nato a Udine il 12 settembre 1900, Federico Valentinis era residente nel capoluogo friulano. Giovanissimo prese parte come legionario all’impresa di Fiume e nel 1930 si iscrisse al Partito nazionale fascista; per tali motivi e per aver preso parte alla fondazione del Fascio gli venne riconosciuta la qualifica di squadrista &lt;448. Dal giugno 1939 al 25 luglio 1943 fu direttore de «Il Popolo del Friuli», il quotidiano del PNF in Friuli il cui motto era «Col Duce per il Duce». Valentinis fu rimosso dopo la caduta del fascismo, ma venne ricollocato alla direzione del giornale quando i tedeschi occuparono la regione. Rimase al capo della redazione sino agli ultimi giorni dell’aprile 1945. Arrestato dai partigiani, fu tra i primi a essere interrogato e fu portato a giudizio per l’impegno profuso a favore della causa fascista e per l’appoggio dato ai tedeschi con il suo giornale nel periodo di occupazione; l’ampia visibilità che il suo ruolo gli garantiva fece in modo che il suo caso fosse percepito come esemplare per dare inizio al nuovo corso della giustizia.<br><em>L’istruttoria</em><br>Federico Valentinis fu arrestato durante l’insurrezione che portò i partigiani a liberare Udine e venne tradotto nelle carceri di via Spalato il 1° maggio 1945. Nei giorni successivi furono svolte le indagini per accertare le sue responsabilità e per istruire il fascicolo necessario per condurlo a giudizio. Più che a una vera e propria fase istruttoria pare di trovarsi di fronte a una semplice e breve raccolta di testimonianze. La documentazione del fascicolo processuale che si può far risalire senza margine di dubbio alla fase compresa fra l’arresto e la convocazione a giudizio dinnanzi al TDP consta di pochi documenti e comprende essenzialmente l’interrogatorio dell’imputato, che risulta fra tutti il documento più rilevante. Se all’interno del fascicolo vi sono altre prove sull’attività di Valentinis come direttore del quotidiano &#8211; una decina di ritagli di giornale e altri documenti &#8211; non vi è modo di sapere con certezza se esse furono acquisite dal TDP o se furono assunte nelle indagini condotte dal pubblico ministero presso la CAS. Pur dovendo registrare la presenza di alcuni articoli contestati a Valentinis nell’interrogatorio condotto dal procuratore di Stato presso il TDP il 3 maggio 1945, nel verbale di dibattimento non si fece riferimento al materiale probatorio. Questo poté dipendere da due ordini di fattori che possono sussistere contemporaneamente: si può ritenere che nel brevissimo tempo intercorso fra l’arresto e la prima udienza non fu possibile raccogliere prove o testimonianze mentre si può ritenere che nel verbale di dibattimento non fu fatto cenno alle prove raccolte perché la discussione si orientò sugli aspetti formali della procedura. L’interrogatorio all’ex direttore de «Il Popolo del Friuli» si svolse il 3 maggio 1945 presso le carceri giudiziarie di Udine e fu coordinato dall’avvocato Carlo Bertodo, «Membro del Comitato di Giustizia» con l’aiuto del segretario Mario Frongia &lt;449. L’esame dell’imputato si svolse nel corso della mattina; nelle prime ore del pomeriggio dello stesso giorno fu aperto il dibattimento del TDP nel quale Valentinis compariva come imputato e l’avvocato Bertodo quale rappresentante della «Pubblica Accusa» &lt;450. Dopo aver dichiarato le proprie generalità, Valentinis espresse l’intendimento di nominare suo difensore l’avvocato Tiziano Tessitori, ma, come si legge nelle battute conclusive del verbale, cambiò rapidamente idea. Invece di Tessitori, noto avvocato ed esponente del Partito popolare, del quale Valentinis disse di sapere che non fosse mai stato fascista &lt;451, nominò l’avvocato Mario Pettoello che lo assistette in tutte le fasi successive e anche nel processo celebrato in CAS. È quindi opportuno rilevare quali accuse gli vennero contestate poiché gli addebiti mossi in questa fase rappresentano la base sulla quale vennero formulate le imputazioni per rinviarlo a giudizio. Anche nella composizione terminologica, le accuse attestano espliciti riferimenti agli articoli del Codice penale richiamati per inquadrare i reati contestati &lt;452. Evidente è il riferimento all’azione di propaganda a favore del nazi-fascismo; a Valentinis fu contestato &#8220;[…] di avere, nella sua qualità di direttore del “Popolo del Friuli”, dall’8.9.1943 al 28.4.1945, a mezzo di articoli da lui redatti e pubblicati, oppure dai quali aveva permesso la pubblicazione nella sua qualità di direttore responsabile, favorito la propaganda del nemico occupante, collaborato alla diffusione delle dottrine e dei principi del nazifascismo, nonché commesso, a mezzo della Stampa, fatti di propaganda per favorire le operazioni militari del nemico a danno dello Stato Italiano e dei suoi cobelligeranti, nonché, infine, di avere tentato di deprimere lo spirito pubblico e della popolazione nel territorio occupato&#8221; &lt;453. Le risposte di Valentinis alle accuse del procuratore di Stato Bertodo forniscono elementi per comprendere la psicologia dell’imputato e il suo reale impegno quale direttore dell’organo ufficiale del Partito fascista nel Friuli occupato. Valentinis confessò di essere stato direttore e responsabile del quotidiano e di essere iscritto al PNF dal 1° aprile 1930; ma precisò: &#8220;Non sono stato squadrista. Mi fu riconosciuta la qualifica di squadrista con retrodatazione della anzianità di fascista dal 12.9.1919 avendo io partecipato alla impresa di Fiume e alla fondazione del Fascio. Assunsi la prima volta la direzione responsabile del giornale il 1.6.1939 e la tenni fino al luglio 1943, quando poi ne fui dimesso d’autorità. Dopo l’invasione germanica ricevetti l’ordine dall’Ente Stampa di riassumere la direzione del giornale. Accettai, tanto più che mi ero già iscritto al P.F.R.&#8221; &lt;454.<br>In questo quadro è interessante citare la precisazione sulle motivazioni di adesione al fascismo repubblicano e dell’impegno nella direzione del quotidiano: &#8220;Aderii al P.F.R. perché i miei sentimenti erano rimasti immutati e le mie convinzioni politiche altrettanto, dopo tutti gli eventi svoltisi in Italia nel 1943&#8221; &lt;455. Si attestano ulteriori ammissioni riferite all’attività di direttore, ai rapporti con i Comandi tedeschi e ancora alle convinzioni etiche e politiche. Questa volta le dichiarazioni furono accompagnate dal tentativo di ridurre le proprie responsabilità, di smarcarsi dalle direttive e dagli ordini superiori e di relativizzare l’apporto della propria collaborazione coi tedeschi: &#8220;Confesso di avere approvato la pubblicazione di tutti gli articoli comparsi sul giornale, siano quelli che venivano dall’Ente Stampa del Ministero della Cultura popolare, siano quelli della federazione fascista. Qualche articolo è stato scritto da me personalmente. Invece dichiaro di non aver approvato né condivido le idee espresse in qualche articolo che ho dovuto pubblicare per imposizione dell’ufficio stampa del Deutche Berater. Dichiaro formalmente di essere stato di idee e convinzioni fasciste, ma dichiaro altresì di non essere mai stato filotedesco. Perciò ammetto di avere diffuso le dottrine e i principi del nazifascismo, ma nego di aver favorito la propaganda del nemico occupante per il motivo sopra detto. Credevo, quando assunsi la direzione del giornale, che si trattasse di una occupazione militare germanica ai fini della prosecuzione della guerra in comune fra la Germania e l’Italia. Non supponevo allora che la costituzione di un Litorale adriatico avulso dalla madre patria. Perciò ritenevo in buona fede che si potesse essere fascisti ma non collaborazionisti di un esercito invasore. Quindi pensavo che la pubblicazione del giornale da me diretto non costituisse un mezzo diretto a favorire con la propaganda le operazioni del nemico a danno dello Stato Italiano e dei suoi cobelligeranti e nemmeno costituisse mezzo per deprimere lo spirito pubblico nei territori occupati&#8221; &lt;456. L’ultima affermazione &#8211; nella quale spicca una formula che si ritrova spesso nelle giustificazioni dei collaborazionisti: «ritenevo in buona fede che si potesse essere fascisti ma non collaborazionisti di un esercito invasore» &#8211; risulta importante alla luce dei crimini contestati: il reato di Disfattismo politico previsto dall’articolo 265 del Codice penale sul quale presero forma le accuse prevedeva maggiore severità della pena se il fatto era commesso con propaganda o comunicazioni dirette a militari o se il colpevole aveva agito in seguito a intelligenza con il nemico &lt;457.<br>Per fare emergere altre circostanze attenuanti, Valentinis citò un argomento che fu un’altra costante delle memorie difensive degli imputati accusati di collaborazionismo: la collaborazione per motivi di necessità e per impedire che personalità estremiste occupassero ruoli chiave. &#8220;È vero che quando fu costituito il Litorale adriatico io rimasi al mio posto e non sentii la necessità di dimettermi. Premetto che sono povero e vivevo soltanto del mio stipendio di giornalista. Non potevo perciò abbandonare la professione, per necessità avevo chiesto all’Ente Stampa il trasferimento ad altro quotidiano nel territorio della repubblica. Il trasferimento mi fu negato, facendomi presente che dovevo restare al mio posto per impedire che fossi sostituito da un direttore di nomina germanica&#8221; &lt;458. Come ultimo atto, l’imputato indicò due testimoni a conferma di quanto aveva dichiarato: Pietro Fortuna e Libero Bidischini.<br>Molte delle dichiarazioni dell’interrogatorio inchiodarono Valentinis alle proprie responsabilità e fecero emergere il ruolo giocato nel periodo di occupazione. Si ha ragione di credere che le dichiarazioni rese furono veritiere; le ammissioni che confermarono le accuse contestate furono circostanziate e vennero confermate integralmente dall’imputato anche nel processo celebrato dalla CAS &lt;459. Va infine tenuto conto che, nonostante le risultanze emerse, dal punto di vista procedurale si registrarono diverse anomalie. All’esame dell’imputato non seguì un atto formale di accusa con la citazione a giudizio per direttissima; nella documentazione non vi è traccia di citazioni emanate entro il 3 maggio 1945, data in cui l’imputato comparve davanti al TDP &lt;460. Ciò fu dovuto alla brevità delle fasi preparatorie al giudizio e forse anche a causa della confessione resa che non lasciava adito a sospetti. Non si trova traccia neppure delle citazioni a giudizio dei testimoni chiamati a discarico. In pochissime ore Valentinis fu convocato dinnanzi al TDP appena costituito e fu dato inizio al dibattimento.<br><em>Il dibattimento</em><br>La prima udienza del TDP nel processo contro Federico Valentinis fu convocata il 3 maggio 1945 alle ore 14.30; secondo il verbale redatto il «Tribunale del Popolo sito nei locali della Corte di Assise» fu retto dal magistrato Mario Boschian, che assunse la funzione di presidente. Erano presenti il «rappresentante la Pubblica Accusa nella persona del dott. Carlo Bertodo, Membro della Commissione di Giustizia» e il segretario Mario Frongia &lt;461. Il capo d’imputazione fu formulato con riferimenti molto approssimativi; nel verbale del dibattimento si richiamarono gli «atti» del procedimento, senza recare ulteriori specificazioni e senza fare cenno agli articoli del Codice penale sulla base dei quali era stata codificata l’accusa &lt;462. Ciò nonostante si può ricavare un’ipotesi sulla formulazione e sui riferimenti normativi delle imputazioni dalle accuse contestate nell’interrogatorio, gli unici «atti» sicuramente riconducibili all’attività svolta entro le prime ore del pomeriggio del 3 maggio 1945, e, in modo parziale, dall’atto di citazione per direttissima compilato dal procuratore di Stato Bertodo il giorno successivo al dibattimento sulla base delle risultanze dell’interrogatorio &lt;463. Dal confronto fra questi documenti si può ritenere che Valentinis venne accusato di aver fatto opera di propaganda a favore del nazifascismo contribuendo al deperimento dello spirito pubblico, di aver aderito al fascismo repubblicano e alla guerra al fianco della Germania, di aver vilipeso le formazioni partigiane attraverso le pubblicazioni del suo giornale e di aver commesso atti diretti a menomare la fedeltà dei cittadini verso lo Stato; tali reati si riferiscono agli articoli 265 e 272 del Codice penale, rispettivamente &#8220;Disfattismo politico&#8221; e &#8220;Propaganda e apologia sovversiva o antinazionale&#8221;, e all’articolo 58 del CPMG sulla collaborazione politica con il nemico; le pene previste arrivavano ai 15 anni di reclusione e all’ergastolo nel caso in cui il colpevole avesse agito in seguito a «intelligenza con il nemico» &lt;464.<br>Valentinis non fu presente alla prima udienza; si trovava detenuto nelle carceri di Udine e non fu possibile organizzare il suo trasferimento per ragioni logistiche. Quando l’ufficiale giudiziario dichiarò aperta la seduta, nel verbale fu annoto: «[l’imputato] non è comparso» &lt;465. Dopo aver preso atto dell’assenza, si procedette alla formazione del collegio dei giurati con le modalità riportare più sopra. Conclusa questa la fase e dopo che i giurati ebbero prestato giuramento, venne verbalizzato: &#8220;Indi il Presidente, non essendo stato ancora possibile far tradurre in udienza l’imputato che dovrà essere giudicato in stato d’arresto, avverte i Giurati che l’udienza sarà ripresa oggi alle ore 16 e li invita a ricomparire in tale ora&#8221; &lt;466. La seduta venne tolta e aggiornata. La seconda udienza si aprì alle 16.30 nei locali della Corte d’Assise. Il TDP fu presieduto da Mario Boschian e fu composto dagli stessi giurati che erano stati nominati in precedenza. La pubblica accusa venne rappresentata da Carlo Bertodo, assistito dal segretario Mario Frongia &lt;467. A differenza di quanto accadde per l’udienza precedente, nel verbale del dibattimento fu attestata la partecipazione di Mario Pettoello quale avvocato difensore d’ufficio. Il legale non fu indicato come avvocato di fiducia come espresso dall’imputato nell’interrogatorio; Pettoello rimase il difensore designato d’ufficio anche dall’atto di citazione per direttissima redatto dal procuratore di Stato il giorno successivo &lt;468. Oltre alla definizione del suo ruolo, resta da chiedersi quale funzione potesse esercitare un avvocato nominato tanto velocemente, al quale si concedevano poche ore per esaminare il caso portato in giudizio. Appare evidente che il margine di manovra che poteva realisticamente gestire per difendere il proprio assistito fosse molto limitato. Le imputazioni per le quali Valentinis venne rinviato a giudizio non vennero riportate neppure nel verbale della seconda udienza che riporta: «Imputato come in atti» &lt;469.<br>[…] Infine fu riportato l’ordine di citare i testimoni Bidischini e Fortuna e di dare comunicazione dell’atto al difensore d’ufficio, l’avvocato Pettoello &lt;487. Lo stesso giorno, verosimilmente poche ore dopo la stesura del documento, l’ufficiale giudiziario notificò a Valentinis in carcere l’atto di citazione &lt;488. Il documento non ebbe conseguenze sul piano pratico. Se la logica suggerisce che il dibattimento non venne celebrato per il protrarsi del procedimento contro Borsatti tenutosi nello stesso giorno e conclusosi a tarda sera e per il fatto che il giorno seguente gli Alleati posero termine all’esperienza del TDP, altri elementi suggeriscono che Valentinis non sarebbe comunque stato processato. In calce al verbale del dibattimento del 3 maggio 1945 si legge una frase singolare che testimonia quanto fosse influente l’azione dagli Alleati negli organi giudiziari messi in funzione dopo la liberazione; a fronte dei provvedimenti già adottati, fu annotato che Valentinis andava &#8220;Rinviato a nuovo ruolo a seguito di disposizioni del Comando Militare Alleato, date verbalmente al Presidente. Udine 4/5/1945&#8221; &lt;489. Questa attestazione, singolare e posta in atto con forzature formali evidenti, suggerisce che nella gestione del procedimento si seguì il principio di opportunità. Pur se l’imputato rimase in stato di arresto e poche settimane dopo comparve dinnanzi alla CAS che lo condannò a una non lieve pena detentiva, rimangono aperte diverse questioni sulle quali allo stato attuale delle ricerche non si posseggono elementi sufficienti: perché l’interessamento degli Alleati fu così marcato nel caso Valentinis? Perché essi non seguirono la stessa politica il giorno successivo, al momento del processo contro Borsatti?<br>[NOTE]<br>446 L’iter giudiziario fu lungo e complesso; il 7 giugno 1945 Valentinis venne condannato dalla CAS a 6 anni e 8 mesi di reclusione alla libertà vigilata dopo scontata la pena, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, al pagamento delle spese processuali e della tassa di sentenza. Con sentenza del 17 aprile 1946 la Corte di Cassazione dichiarò inammissibili i ricorsi dell’imputato e del pubblico ministero. Il 22 luglio 1946 la Sezione speciale della Corte d’Assise di Udine dichiarò estinto il reato per il quale era stato condannato per amnistia. ASUD, CAS, busta E. c. 1, Registro delle sentenze 1945, sentenza n. 2 contro Federico Valentinis.<br>447 ASUD, CAS, busta E.d. 1, fasc. 2/45 «Federico Valentinis».<br>448 Ivi, Interrogatorio dell’imputato, 3 maggio 1945.<br>449 Ivi.<br>450 La prima udienza del TDP fu convocata alle 14.30 del 3 maggio 1945 presso il Tribunale di Udine. Ivi, doc. 6, Processo verbale di dibattimento, 3 maggio 1945.<br>451 Ivi, Interrogatorio dell’imputato, 3 maggio 1945.<br>452 Come si vedrà a breve compaiono i richiami agli articoli 265 (Disfattismo politico) e 272 (Propaganda e apologia sovversiva o antinazionale) del CP del 1930.<br>453 ASUD, CAS, busta E.d. 1, fasc. 2/45 «Federico Valentinis», Interrogatorio dell’imputato, 3 maggio 1945.<br>454 Ivi.<br>455 Ivi.<br>456 Ivi.<br>457 Art. 265 del Codice penale.<br>458 ASUD, CAS, busta E.d. 1, fasc. 2/45 «Federico Valentinis», Interrogatorio dell’imputato, 3 maggio 1945.<br>459 Nell’interrogatorio del dibattimento celebrato dalla CAS Valentinis dichiarò: «Confermo l’interrogatorio reso al procuratore di Stato della Commissione di Giustizia il 3 maggio u.s.». Ivi, Processo verbale di dibattimento, 7 giugno 1945.<br>460 L’unico atto di citazione direttissima presente e riferito all’attività del TDP fu stilato il 4 maggio 1945, dopo le udienze tenute il giorno precedente. Ivi, Atto di accusa per citazione direttissima, 4 maggio 1945.<br>461 Ivi, doc. 6, Processo verbale di dibattimento, 3 maggio 1945.<br>462 Ivi.<br>463 Il documento è ampio e articolato e sarà analizzato nel dettaglio a breve; il testo della citazione a giudizio fu corretto e tagliato per adattarlo alle disposizioni attuate il 3 maggio 1945 dal TDP, ma più probabilmente la revisione fu compiuta nel periodo successivo dai magistrati della CAS per uniformarlo ai parametri dei DLL.<br>464 Art. 265 del Codice penale.<br>465 ASUD, CAS, busta E.d. 1, fasc. 2/45 «Federico Valentinis», doc. 6, Processo verbale di dibattimento, 3 maggio 1945.<br>466 Ivi.<br>467 Ivi, doc. 8, Processo verbale di dibattimento, 3 maggio 1945.<br>468 Ivi, doc. 4, Atto di accusa per citazione direttissima, 4 maggio 1945.<br>469 Ivi, doc. 9, Processo verbale di dibattimento, 3 maggio 1945.<br>487 ASUD, CAS, busta E. d. 1, fasc. 2/45 «Federico Valentinis», doc. 4, Atto di accusa per citazione direttissima, 4 maggio 1945.<br>488 In calce al documento fu scritto: «Dichiaro io sott. Ufficiale Giud. del Tribunale di Udine di aver notificato copia del su esteso atto a Valentinis Federico detenuto nelle locali Carceri, citandolo a comparire nel luogo giorno e ora sopra indicati mediante consegna fatta nelle mani proprie del medesimo. Udine, lì 4 maggio 1945. L’Ufficiale Giudiziario». Ivi.<br>489 ASUD, CAS, busta E.d. 1, fasc. 2/45 «Federico Valentinis», doc. 9, Processo verbale di dibattimento, 3 maggio 1945.<br><strong>Fabio Verardo</strong>, <em>La Corte d&#8217;Assise Straordinaria di Udine e i processi per collaborazionismo in Friuli 1945-1947</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trento, Anno accademico 2015-2016</p>
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<p>I Programmi di educazione civica vigenti nella scuola italiana rappresentano il risultato di un lungo processo di elaborazione progressiva, che trova i suoi principali momenti di sintesi legislativa nei tre decreti del 1958, anno in cui fu introdotta la disciplina (Programmi di educazione civica per la scuola secondaria), del 1963 (Programmi per la scuola media inferiore unificata) e del 1979 (Nuovi Programmi per la scuola media). Attraverso gli anni il concetto stesso di educazione civica e le finalità ad esso connesse si sono gradualmente modificati, riflettendo di volta in volta il dibattito politico-culturale del momento &lt;102.<br>Nel 1958 la disciplina fu introdotta affinché “tra la scuola e la vita si creino rapporti di mutua collaborazione”, come dice la Premessa ai Programmi. Come documentano cronisti e commentatori politici sulla stampa dell’epoca, l’Italia era l’unico Paese democratico in cui la trattazione dei fondamentali principi costituzionali e dei diritti e doveri dei cittadini, e l’acquisizione delle correlate competenze, non costituissero un obiettivo primario dell’istruzione pubblica. Infatti questi mancano ancora del tutto nei programmi del ’58, in cui i temi che vengono individuati come privilegiati sono essenzialmente quelli della famiglia, delle persone (senza indicazioni più precise), del lavoro, del comportamento, dell’ambiente, delle tradizioni, dell’educazione stradale e dell’educazione igienico-sanitaria. Viene esplicitamente bandita la trattazione di tali tematiche in chiave politica e a tal proposito Lastrucci osserva come venga pertanto preclusa alla scuola la possibilità di formare i futuri cittadini al senso di responsabilità e di partecipazione democratica, promuovendo di fatto valori che inducono al conformismo e al disimpegno &lt;103.<br>Con l’istituzione della Scuola Media Unica nel 1963 i Programmi di educazione civica vengono mantenuti immutati, ma nella nuova Premessa si sottolinea la relazione esistente tra l’insegnamento dell’educazione civica e quello della storia: per entrambe le discipline l’obiettivo fondamentale è il responsabile inserimento dell’alunno nella vita civile. Si raccomanda infine uno studio più organico delle nozioni costituzionali e viene riconosciuta nella Costituzione l’espressione più alta della civile convivenza.<br>Una svolta arriva con i Nuovi Programmi del 1979, che vedono un ampliamento degli obiettivi dell’educazione civica, il cui studio deve aiutare lo sviluppo della capacità critica e della volontà di partecipazione. Permangono gli obiettivi precedenti connessi allo sviluppo di valori morali, in una costante interazione tra educazione civica e civico-politica, che porti al consolidamento dello spirito democratico nella società. Nell’ambito del progetto di riforma della scuola secondaria superiore, che prevede l’elevamento del ciclo obbligatorio con il completamento del biennio di questa, vengono elaborati (1988-1990) dalla Commissione Brocca nuovi programmi per il biennio stesso che contengono un’importante novità: l’introduzione nel biennio degli istituti tecnici della materia “diritto ed economia”, cui è anche assegnato il compito di un’educazione civica, pur mantenendo il principio per cui quest’ultima riguarda trasversalmente tutte le discipline. L’attenzione si concentra per la prima volta sull’obiettivo dell’alfabetizzazione civica, che ponga i discenti a confronto con il linguaggio specifico, che il futuro cittadino deve far proprio, assieme ad un bagaglio di competenze giuridiche ed economiche. A tal proposito precisa Lastrucci: &#8220;Si configurano le premesse per predisporre un itinerario didattico-formativo che realizzi una più efficace continuità fra scuola secondaria inferiore e superiore. Alla prima spetta di favorire il processo di acquisizione della consapevolezza delle strutture e delle relazioni che regolano, nel proprio contesto storico-culturale, la convivenza sociale e civile, tramite un primo approccio ai principi ideali e alle forme giuridiche che sono a fondamento delle società a carattere democratico e una prima familiarizzazione con i concetti che permettono di riconoscerli e interpretarli; alla seconda quella di completare tale processo mirando al conseguimento della competenza attiva delle relazioni giuridiche ed economiche esperite nel convivere sociale, tramite la padronanza dell’essenziale impianto terminologico e concettuale di discipline specifiche&#8221; &lt;104.<br>Come già visto sopra, nei primi anni ’70 l’Italia partecipa assieme ad altri nove Paesi all’indagine sull’educazione civica degli studenti promossa dall’IEA. Questa è stata una delle prime ricerche IEA ad attribuire rilevanza non soltanto ai risultati cognitivi degli studenti, ma anche alla componente affettiva dell’apprendimento e agli atteggiamenti, e questa sua impostazione è rimasta un punto di riferimento, per gli strumenti e i metodi d’indagine, anche per successive ricerche condotte in Italia nel campo dell’educazione civica. Quando vent’anni più tardi, nel 1994, come si è visto, si è deciso di dar vita ad una seconda indagine IEA, si è pensato di farla precedere da una fase di studi di caso nazionali, ed è ai risultati di questa indagine, pubblicata a più riprese dal CEDE, Centro Europeo dell’Educazione, che si intende qui fare riferimento &lt;105.<br>Lo studio di caso nazionale per l’Italia ha messo in evidenza alcuni dati già rilevati in precedenti ricerche: lo scarto tra curricolo formale e curricolo reale, che emerge nella quasi totalità delle ricerche, sia per quanto riguarda i contenuti dell’insegnamento, sia per quanto riguarda l’effettiva possibilità di conseguire gli obiettivi indicati nei programmi, sia &#8211; ancora &#8211; per quanto riguarda i libri di testo adottati e il modo in cui vengono affrontati i temi relativi alla disciplina in questione; l’inadeguata formazione degli insegnanti; lo scarso peso dato all’educazione civica in senso stretto al di là delle indicazioni dei documenti ufficiali, lo scarso spazio dato ad attività che consentano effettivamente il libero esercizio di forme di discussione e partecipazione degli studenti all’interno della vita di scuola (più in generale è emersa un’incongruenza tra il proposito di “educare alla democrazia” e l’effettiva pratica di forme di vita democratica all’interno della scuola); pur essendo la materia presente nei programmi della scuola media inferiore e superiore (di solito abbinata alla storia), manca di uno spazio orario specifico e di una valutazione autonoma, fatto che ne riduce fortemente l’importanza, sia gli occhi degli studenti che degli insegnanti.<br>Quello dunque che emerge è la sostanziale non efficacia della scuola nel formare le competenze e gli atteggiamenti necessari per un esercizio responsabile e consapevole della democrazia: su questo sono unanimi gli esperti coinvolti come viene evidenziato nella suddetta pubblicazione del CEDE.<br>Nel convegno “Educazione alla Cittadinanza Europea e a i Diritti Umani” che si è tenuto a Lamezia Terme nel novembre del 2008, Corradini ha evidenziato una grave situazione dell’educazione civica in Italia, sottolineando in particolare la mancanza di un congruo budget, necessario a garantire un minimo di tutela della disciplina e ha espresso rammarico su come ad un’intera generazione di italiani sia mancata, a partire soprattutto dalla scuola, un’educazione in questo senso. &lt;106 Wolf &lt;107 ritiene che il contributo degli studi condotti in Italia, specialmente negli anni sessanta e al giorno d’oggi, abbiano portato a interessanti riflessioni, che restano tuttavia limitate al piano teorico, mancando di un’adeguata applicazione nella pratica scolastica; si trova quindi una conferma all’esito dell’indagine di cui sopra che evidenziava appunto uno scarto tra il curricolo formale e la realtà. Wolf comunque apprezza la chiarezza con cui si raccomanda di evitare, nell’insegnamento dell’educazione civica, ogni forma di discriminazione di qualsiasi orientamento politico.<br>[NOTE]<br>102 Cfr. Salerni 2001, pag. 108 e segg.<br>103 Cfr. Lastrucci 1997, pag. 11<br>104 Lastrucci 1997, pag. 19.<br>105 Per una visione generale su questa indagine IEA cfr. Losito 2001.<br>106 Cfr. Corradini 2008.<br>107 Cfr. Wolf 1998, pag. 145.<br><strong>Manuela Fabbro</strong>, <em>I concetti fondamentali della cultura di pace. Una ricerca terminologica</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno accademico 2011-2012</p>
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		<title>Ai tedeschi piombati in casa fu facile sequestrare il documento</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 11:00:03 +0000</pubDate>
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<p>L’eroe di Romagna Tonino <a href="http://storiaminuta.altervista.org/radio-zella-i-fratelli-spazzoli-la-banda-corbari/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Spazzoli </a>(1899-1944) anche nei suoi anni giovanili era stato uno degli uomini di maggior spicco della nostra terra; volontario nella guerra 1915-18, combattente valoroso negli Arditi, decorato, in prima fila nelle lotte di piazza nel dopoguerra. Repubblicano ardente nelle lotte contro ì socialisti e nelle battaglie per la libertà in opposizione ai fascisti, subiva da costoro soprusi e arbitrii poi il confino di Stato; uscitone, ostentava ancora fermamente la sua fede mazziniana. 25 luglio &#8211; 8 settembre 1943: due date fondamentali per Spazzoli, certamente la figura di maggior rilievo della Resistenza romagnola. Ideatore ed esecutore di imprese temerarie che portarono a salvamento molti ex prigionieri di guerra alleati, ed ancora protagonista di altre imprese di non minore impegno e audacia, Tonino Spazzoli aveva dovuto subire un primo arresto nel maggio di quell’infuocato e tragico 1944 con accuse risultate poi infondate e di cui ci parla abbastanza diffusamente Antonio Mambelli nell’inedito «Diario degli avvenimenti di Forlì e in parte di Romagna dal 1939 al 1945» di cui una copia è conservata nella Biblioteca comunale «A. Saffi» di Forlì. Scriveva dunque lo storico forlivese in data 6 maggio: «Aldo Zambelli (detto Palazéna) e Tonino Spazzoli, commercianti di Forlì ed entrambi repubblicani, sono arrestati in Faenza: e ciò è messo in relazione all’omicidio colà avvenuto dì Armando Briganti da Villa Ronco, detto ‘Manden’; si teme assai per la loro sorte». Il 10 maggio, non il 12 come erroneamente scrive Mambelli, «da Faenza ove si trovavano imprigionati dal 6 corr. a seguito dell’uccisione del milite Briganti, sono trasferiti a queste carceri i commercianti Aldo Zambelli e Tonino Spazzoli; questi nostri concittadini hanno corso il pericolo di essere fucilati la notte stessa del loro arresto da parte della Guardia Nazionale Repubblicana, quali presunti autori dell’omicidio avvenuto ad opera di ignoti a Porta Pia in Faenza, circa alle 23. L’accusa era sottoscritta da quattro militi che affermavano d’averla raccolta dalle labbra del morente, mentre lo Spazzoli alla stessa ora si trovava in Forlì e lo Zambelli all’Albergo Vittoria colà. La fucilazione doveva avvenire la mattina seguente ma poi i due erano consegnati ai tedeschi che debbono avere capito che erano innocenti». Infine il 2 giugno, Mambelli indica erroneamente il 6, «rilascio dei repubblicani forlivesi Aldo Zambelli e Tonino Spazzoli; i tedeschi hanno riconosciute infondate le accuse mosse loro dai militi per l’omicidio di Armando Briganti, probabilmente ucciso dai suoi stessi camerati in circostanza di un tentativo di furto».<br>Uscito dal carcere Spazzoli continuava a svolgere nella clandestinità la sua missione patriottica in collegamento anche con le Radio della Resistenza, che inviavano messaggi e informazioni preziose agli Alleati e predisponevano azioni per inviare aiuti e armi ai partigiani combattenti. Purtroppo l’arresto del radiotelegrafista Alberto Grimaldi (detto Andrea Zanco), avvenuto negli ultimi di luglio 1944 a Pieve di Cesato, sconvolgeva inevitabilmente l’organizzazione e l’opera specialmente dell’efficacissimo Gruppo O.R.I. (Organizzazione Resistenza Italiana) di cui appunto il Grimaldi era l’operatore attraverso <a href="http://storiaminuta.altervista.org/radio-zella-i-fratelli-spazzoli-la-banda-corbari/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Radio Zella</a>. Operatore radio voleva anche dire conoscere nomi e segreti della Resistenza, per cui la situazione poteva divenire drammatica se il radio telegrafista avesse parlato: e Grimaldi parlò. Spazzoli frattanto si era dato alla campagna tacendo quanto era umanamente possibile per avvertire coloro i quali potevano essere in imminente pericolo; ai primi di agosto portava in salvo, con gravissimo rischio, nella Repubblica di San Marino, Bruno Angeletti presidente del Comitato di Liberazione di Forlì e il repubblicano Antonio Argenti; Angeletti pregò vivamente Spazzoli di rimanere a San Marino, ma egli rispose che aveva ancora alcune cose da sistemare prima di potersi permettere il disimpegno dall’azione. Il 4 agosto era in casa di Augusto Varoli, il notissimo repubblicano forlivese e vi pernottava; all’alba del 5 agosto era già in piedi pronto per altre iniziative. Il 6 egli incontrava in Piazza Morgagni a Forlì Lara Tartagni, staffetta partigiana e figlia di Secondo Tartagni, eroica figura di comandante nella Resistenza forlivese. Ebbene la signora Lara ci diceva della sua sorpresa nel vedere in pieno centro Spazzoli, perchè ella sapeva che era ricercato, braccato da tedeschi e fascisti; la Tartagni tuttavia lo vide apparentemente sereno e tranquillo, ma non potè fare a meno di avvertirlo piuttosto preoccupata: «Ma cosa fa lei qui? Guardi Spazzoli che i fascisti e i tedeschi la stanno cercando, lo so di sicuro perché me lo ha detto Pino Morgagni». (Il Morgagni, socialista ebbe funzioni di Presidente del C.L.N. di Forlì).<br>Spazzoli comunque sembrava non dare molto peso all’avvertimento &#8211; ce lo sottolineava ancora la signora Tartagni &#8211; e rispose che possedeva salvacondotti tali da non avere timore di alcuno. Il 7 mattina aveva incontrato il dirigente repubblicano Giovanni Querzoli e altre persone. Ci si permetta ora una riflessione rifacendoci ad osservazioni tratte dal libro di Luigi Martini «Dalla bici al sommergibile». Scriveva dunque Martini che Spazzoli, dopo l’arresto del radiotelegrafista Grimaldi non aveva rispettato la decisione «di stare alla macchia e tornò a casa per prendere abiti e valigia». Affermazione quanto mai errata nei particolari e priva di fondamento, perché Spazzoli non era rientrato nella sua abitazione per recuperare valigia e vestiti, ma per altri e più seri motivi; egli era reduce intanto da giorni tormentati e durissimi per salvare il salvabile, dopo le delazioni del radiotelegrafista arrestato che aveva anche fatto (lo si seppe dopo) il nome e cognome dello stesso Spazzoli. Tonino ha ancora da fare in città ed è allora che manda a chiamare da Voltana di Ravenna, ove era rifugiato, il figlio Aroldo: questi sull’argomento aggiunge ora altre dichiarazioni (dopo quelle che riportammo su «Il Pensiero Romagnolo» del 29 settembre 1984) e che qui trascriviamo: «Circa le osservazioni di Martini non mi piace la frase ‘Non rispettò le decisioni prese….’ che fra l’altro suona un po’ come accusa. Mio padre poi non ha confessato niente anche sotto tortura (nè nomi di amici nè programmi di lotta). Certo rischiava sempre ed i fatti lo hanno dimostrato».<br>Poi Aroldo prosegue: «Mio padre mi convocò a Forlì &#8211; ero nella Bassa ravennate a Voltana &#8211; e ci incontrammo circa alle 9 del lunedì 7 agosto ‘44 di fronte all’allora Bar Impero, poi Bar Godoli (ove attualmente è la Cassa Rurale e Artigiana in Corso della Repubblica). Ci spostammo all’inizio di via Archimede Mellini per 10 minuti in attesa di Urbano Casali, che con un carretto era andato a ritirare dal calzaturificio Zanotti 50 paia di scarponi, che credo dovessero andare alla Banda <a href="http://storiaminuta.altervista.org/radio-zella-i-fratelli-spazzoli-la-banda-corbari/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Corbari</a> o ad altre formazioni partigiane. Io feci un primo giro e percorsi via Mellini fino in fondo ritornando da via Zanchini. Tutto pareva tranquillo &#8211; in seguito ho saputo che la Gestapo era nascosta nelle case vicine e gli abitanti non potevano uscire o comunicare con alcuno. Con mio padre e il mio cugino Gino Casali, figlio di Urbano, che era venuto appositamente a Voltana su ordine sempre di mio padre affinché mi recassi all’appuntamento di Forlì, andammo a casa; dopo pochi minuti entrarono i tedeschi e ci costrinsero con le spalle al muro e le mani alzate. Mio padre aveva necessità di andare in casa. Qualcosa era stato costretto a lasciare quando non aveva potuto abitarla più. Forse armi (ne avevamo sotterrate in giardino), senza dubbio un biglietto o un elenco che poi di fronte ai tedeschi ingoiò. Precedentemente mio padre era entrato nello studio e aveva iniziato a scrivere una lettera indirizzata all’avv. Bruno Angeletti; ai tedeschi piombati in casa, fu facile sequestrare il documento. Io avrei dovuto recapitare lo scritto ad Angeletti rifugiato a San Marino. Mio padre, conclude Aroldo, fu certamente interrogato sul contenuto del biglietto di difficile interpretazione per chi non era al corrente dei linguaggi convenzionali fra iniziati, ma non parlò; anch’io fui interrogato: all’oscuro di tutto me la cavai negando di conoscere la chiave di lettura che avrebbe dovuto svelare il contenuto. Mio padre, io e Gino venimmo poi condotti alle carceri di Forlì». Per Tonino Spazzoli fu la fine e, dopo il lungo martirio sotto le torture, il piombo nemico lo coglieva inesorabile a Coccolia di Ravenna nella notte fra il 18 e il 19 agosto 1944.<br>(<em>di Elio Santarelli, estratto da “Il Pensiero Romagnolo” N. 31 e 32, 7 e 14 Settembre 1974)</em><br><strong>Redazione</strong>, <em>L’ultimo arresto di Tonino</em>, <a href="https://fratellispazzoli.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fratellispazzoli</a>, 6 novembre 2017</p>
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