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	<title>Equilibrismi</title>
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		<title>Folli, diversi, malati e criminali. Chi decide cosa è la &#8220;normalità&#8221;?</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jul 2012 14:13:30 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/07/nicholson.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1762" title="jack nicholson - qualcuno volò sul nido del cuculo" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/07/nicholson-300x216.jpg" alt="jack nicholson - qualcuno volò sul nido del cuculo" width="300" height="216" /></a>«Ma non ce l’avete il coraggio di andarvene via da qua dentro? Ma cosa vi credete di essere, vacca troia, pazzi? Davvero? Invece no! Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che girano per strada, ve lo dico io». Così un superbo <strong>Jack Nicholson</strong>, nei panni del pregiudicato <em>Randy P. McMurphy</em>, arringava il gruppo di degenti all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Stato di Salem, nel capolavoro cinematografico di <strong>Milos Forman</strong>, <em>Qualcuno volò sul nido del cuculo</em>. Una frase che è non solo chiave di lettura del film, ma anche e soprattutto centro focale per la comprensione di una visione del mondo e della società che perdura nel tempo, e che sembra impossibile riuscire a scalfire. Non c’è riuscita neanche la<strong> legge Basaglia</strong>, nonostante abbia avuto l’evidente merito (a tre anni di distanza dall’uscita del film nelle sale cinematografiche) di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera in Italia, superando (sulla carta) la logica della reclusione manicomiale.<span id="more-1760"></span></p>
<p>La logica che una legge come quella promulgata il <strong>13 maggio 1978</strong> (peraltro mai completamente applicata) non è riuscita a superare, infatti, è più sottile. Ed è la logica della divisione tra ciò che è considerato “normale” all’interno di una comunità e ciò che invece sfora dai ranghi, entrando immediatamente a far parte dell’universo che racchiude tutto ciò che è sbagliato, anormale, diverso. Malato. Una logica che nasce discriminatoria, e sulla quale l’intera nostra società ha posto le basi e messo radici, riuscendo pian piano nello scopo di sostituire nell’immaginario collettivo il concetto di “normalità” a quello di “naturalità”: se, infatti, la condizione dell’essere umano attiene per sua stessa qualità alla natura, lo stesso non si può dire per l’adesione ad una regola, scritta e imposta dall’uomo “civilizzato”. Proprio lì nasce il discrimine, dalla divisione tra civiltà e inciviltà, tra conformità e difformità, tra normalità – appunto – e anormalità.</p>
<div id="attachment_1764" class="wp-caption alignright" style="width: 180px"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/07/franco-basaglia.jpg"><img class=" wp-image-1764   " title="franco basaglia" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/07/franco-basaglia.jpg" alt="franco basaglia" width="170" height="170" /></a><p class="wp-caption-text">Franco Basaglia</p></div>
<p>Che questa divisione, poi, si declini nella follia o nel crimine, poco importa. La risposta della società è sempre la stessa: la ghettizzazione, l’isolamento, e nei casi più eclatanti ancora la reclusione. E se la <strong>chiusura dei manicomi</strong> voleva nelle intenzioni dimostrare, per bocca dello stesso Basaglia, che esiste «un altro modo di affrontare la questione», non coercitivo, è certamente vero che, come scrive Pietro Barbetta sulla rivista online<em> DoppioZero</em>, esistono ancora «cliniche private altolocate per famiglie altolocate che nascondono i figli tossici altolocati imbottendoli di vecchi neurolettici, o cliniche convenzionate, che fanno affari d’oro». Per tacere del famigerato <em>TSO</em>, mai pienamente regolamentato, che di fatto trasferisce la logica della reclusione manicomiale all’interno dei reparti ospedalieri di psichiatria.</p>
<p>Ma, come si diceva, è una questione di mentalità e di cultura. Giusto per fare un esempio, solo pochi giorni fa è venuto dal <strong>ministro Profumo</strong> l’ennesimo attacco agli studenti fuori corso, definiti «costi che il Paese non può sostenere». Le sue parole, lapidarie, evidenziano come sempre più all’interno della nostra comunità le sacche di discriminazione vadano allargandosi, e come siano sempre meno le persone che possano oggigiorno fregiarsi di essere “nella norma”: «Credo che sia un problema culturale – ha detto durante un intervento a Palermo -. Non penso ci vogliano leggi per avviare verso la <strong>normalizzazione</strong> il Paese, all’Italia manca il rispetto delle regole e dei tempi».</p>
<div id="attachment_1770" class="wp-caption alignleft" style="width: 128px"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/07/TSO.jpg"><img class=" wp-image-1770  " title="TSO" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/07/TSO-169x300.jpg" alt="TSO" width="118" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">Magda Guia Cervesato, TSO</p></div>
<p>Ad evidenziare la pericolosità di tale ragionamento, interviene la proposta di legge presentata nel 2009 su iniziativa dell’<strong>onorevole Ciccioli</strong>, insieme ad un gruppo di deputati del Pdl, che oggi si trova in esame alla Camera. Una proposta di legge che, se dovesse essere approvata, ci riporterebbe indietro di trent’anni, andando a minare l’essenza stessa della riforma Basaglia, allargando il bacino di utenza del TSO e istituendo il<strong> TSOP</strong>, un trattamento sanitario obbligatorio prolungato, che non necessita del consenso del paziente: un intervento – così si legge nel testo della proposta di legge &#8211; «finalizzato al ricovero di pazienti che necessitano di cure obbligatorie per tempi prolungati [si parla di un tempo minimo di sei mesi, <em>ndr</em>] in strutture diverse da quelle previste per i pazienti che versano in fase di acuzie, nonché ad avviare gli stessi pazienti a un percorso terapeutico-riabilitativo di tipo prolungato». In pratica, si giustifica il <strong>ricovero coatto</strong>, non più relegato a semplice “eccezione”, ma adeguato perfettamente alla “norma”.</p>
<p>E se è vero, come scrive <strong>Magda Guia Cervesato</strong> nel suo ultimo romanzo, “TSO”, che «più che pazienti di un Trattamento Sanitario, sembriamo cosmonauti in debito d’ossigeno sperduti intorno all’orbita di una Terra Sospesa», è vero allo stesso modo che «tra i Sospesi, ci saranno anche i nostri diritti. Rimandati, come noi, a data da destinarsi».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Pubblicato sull'edizione cartacea de Gli Altri del 27/7/2012, pag.18]</p>
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		<title>Se il cancro al seno diventa un business: #occupythecure</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2012 09:40:01 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/06/pink+ribbon+07.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1749" title="Cosmetici Estee lauder" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/06/pink+ribbon+07-300x297.jpg" alt="Cosmetici Estee lauder (pink ribbon)" width="237" height="234" /></a>È brutto vivere nella paura. Nella paura di morire. Nella paura di ammalarsi. Nella paura di vivere. Eppure siamo quotidianamente circondati da veri e propri generatori di paura, in un mercato senza scrupoli il cui unico scopo è quello di realizzare profitti sulle sventure umane. In particolare, oggigiorno, nel mondo del terrorismo istituzionalizzato, commercializzato e venduto in confezioni dall&#8217;aspetto invitante, si distingue il <strong>business della ricerca sul cancro al seno</strong>. Un mercato che si sostiene sulla pelle di donne ignare, pronte a comprare prodotti colorati di rosa (spesso e volentieri tossici e contenenti sostanze potenzialmente cancerogene) perché sinceramente convinte di fare qualcosa di utile per la salute propria e di tutte le altre.</p>
<p align="JUSTIFY"> Ma com&#8217;è stato possibile arrivare a tanto? Siamo stati abituati, nel tempo, a considerare il cancro come un <strong>tabù</strong>. Non una malattia come tutte le altre &#8211; con una causa, una evoluzione e una possibile fine &#8211; ma una metafora della morte stessa. Una malattia che arriva senza alcuna ragione, imprevedibilmente, e ti porta via in poco tempo. Abbiamo imparato a non parlarne, e se proprio costretti, a usare ridicole circonlocuzioni: come se quella parola malvagia, &#8220;tumore&#8221;, avesse in qualche modo il potere di richiamare la sventura addosso al povero malcapitato (o, nel caso del <strong>cancro al seno</strong>, alla povera malcapitata) tanto incauto da essersi azzardato a pronunciarla.<span id="more-1745"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Non è certo un caso se il concetto stesso di &#8220;prevenzione&#8221; sia ormai stato sostituito universalmente da quello di &#8220;<strong>diagnosi precoce</strong>&#8220;. Infatti, sembra non esista un modo reale di prevenire il cancro al seno, e che l&#8217;unica e sola possibilità di salvezza per una donna sia quella di prenderlo in tempo una volta individuato. E non è certo un caso, a fronte di ciò, che non esista una reale ricerca delle cause della malattia: la ricerca, infatti, viene condotta su topi cui il cancro viene indotto artificialmente, vanificando qualunque possibilità di studiarne le cause naturali. In tutto questo, come ben fa notare <strong>Elisabeth Dale</strong> &#8211; autrice del sito <a href="http://www.thebreastlife.com/" target="_blank">thebreastlife.com</a>, che dal suo twitter ha fatto partire l&#8217;hashtag <a href="https://twitter.com/search/realtime/%23occupythecure" target="_blank">#occupythecure</a> &#8211; quando si parla delle industrie che lucrano sponsorizzando la ricerca sul cancro al seno, si parla di «gente che non ha nessun incentivo a trovare una cura e a trovarsi quindi fuori dal business», perché è proprio in questo modo che il business si sostiene: «vendendo <strong>prodotti rosa</strong>, inventando apparecchiature per la diagnosi della malattia e mettendo a punto farmaci per curarmi solo dopo che mi sia stata data la brutta notizia».</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/06/pink-ribbons-inc.2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1751" title="Pink Ribbons inc." src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/06/pink-ribbons-inc.2-300x257.jpg" alt="Pink Ribbons inc." width="225" height="192" /></a>A raccontare la genesi del fenomeno del cosiddetto <strong>pinkwashing</strong> (dall’inglese “to whitewash”: coprire, mascherare) &#8211; un fenomeno che ormai non investe solo l&#8217;industria del cancro al seno, ma che si è esteso alla politica e alle relazioni tra gli Stati, e con il quale si fa principalmente riferimento all&#8217;utilizzo retorico dell&#8217;<strong>immagine della donna</strong> (o di una politica a favore delle donne) per giustificare scopi differenti da quelli propagandati &#8211; pensa un documentario uscito da poco in Canada e negli Stati Uniti, “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=3QPZfcYTUaA" target="_blank"><em>Pink Ribbons Inc.</em></a>”, che attualmente cerca un distributore in Italia. Il documentario, promosso da <strong>Breast Cancer Action</strong> (<a href="http://bcaction.org/" target="_blank">http://bcaction.org</a>/), un&#8217;organizzazione che da anni si occupa della diffusione di un approccio più umano all&#8217;epidemia del cancro al seno (e il cui colore simbolo, in segno di ribellione nei confronti dell&#8217;abuso del rosa, è il <strong>rosso</strong>), narra, attraverso la voce delle donne, cosa abbia determinato l&#8217;attuale stato delle cose.</p>
<p align="JUSTIFY">Un racconto che è stato prontamente ripreso da Grazia, che dal suo blog (<a href="http://amazzonefuriosa.blogspot.it/" target="_blank">http://amazzonefuriosa.blogspot.it</a>) ha deciso di dichiarare guerra a stereotipi e preconcetti, cercando di diffondere anche in Italia una cultura diversa nei confronti dell&#8217;approccio alla malattia, alla cura e alla ricerca delle cause che la determinano.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/06/esteelauder.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1754" title="Campagna Estee Lauder" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/06/esteelauder-300x203.png" alt="Campagna Estee Lauder" width="300" height="203" /></a>«Torniamo allora al 1992», scrive Grazia, nel ripercorrere il trailer del documentario. «Quell’anno la casa produttrice di cosmetici <strong>Estée Lauder</strong> distribuì per la prima volta decine di migliaia di <em>pink ribbons</em> a chi acquistava i suoi cosmetici. L’idea, rivelatasi eccezionale sul piano del marketing, era stata letteralmente rubata a una donna <strong>Charlotte Haley</strong> che, avendo avuto il cancro al seno, aveva dato vita a una sua campagna per fare sì che il National Cancer Institute devolvesse più fondi per la ricerca sulla prevenzione della malattia: il simbolo della campagna di Charlotte era un nastrino color pesca che lei stessa produceva in serie a mano a casa sua e distribuiva davanti ai supermercati e nei luoghi pubblici ricavandoci nulla. La trovata del pink ribbon fruttò invece a Estée Lauder una vagonata di quattrini e così ebbe inizio il business del cancro al seno. Lo chiamano <strong>marketing sociale</strong>».</p>
<p align="JUSTIFY">La questione assume risvolti inquietanti nel momento in cui ci si rende conto che, a fronte del propagandato impegno nella ricerca, l&#8217;industria di cosmetici cui fa capo il marchio Estée Lauder (ma non si tratta di un problema esclusivo del marchio, purtroppo) non si preoccupa minimamente di offrire alle clienti prodotti salutari e che non comportino alcun rischio. Al contrario, mette in commercio prodotti contenenti in varia misura <strong>parabeni, petrolati e siliconi</strong>, certamente non un toccasana per il benessere delle consumatrici. Ma come è possibile promuovere la salute delle donne e la cura con prodotti che molto probabilmente contribuiscono ad aumentare le occorrenze della malattia che affermano di combattere?</p>
<p align="JUSTIFY"><em>(Articolo pubblicato sull’edizione cartacea de Gli Altri del 29 giugno 2012)</em></p>
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		<title>Gli ebrei ultraortodossi contro internet. Una guerra persa&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 09:36:25 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/EBREI.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1719" title="Ebrei ultra-ortodossi al telefono" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/EBREI-300x187.jpg" alt="Ebrei ultra-ortodossi al telefono" width="300" height="187" /></a>Orto-dosso. Letteralmente, l&#8217;uomo la cui opinione è diritta, elevata. Giusta. Per para-dosso, però, siamo tutti convinti delle nostre opinioni, e tutti pronti a protestarne la nobiltà. Così nascono gli ultra-ortodossi: quelli la cui opinione è ancora più alta rispetto alle altre. E non bastasse ancora, gli ultra-ultra-ortodossi. In una gara infinita al rialzo. Perché i <strong>dogmi</strong>, si sa, sono tanti quante sono le persone.</p>
<p align="JUSTIFY"> I<strong> Satmar</strong>, in particolare, costituiscono una frangia estremista all&#8217;interno della comunità ebrea ultra-ortodossa, ed è di pochi giorni fa (precisamente di domenica scorsa, 20 maggio) la notizia della loro manifestazione presso lo stadio Citi Field di New York contro il nemico-pubblico-numero-uno, <em>monsieur</em> internet. Difficile pensare che ci possa essere qualcosa di più pericoloso e difficile da controllare, per quelli-la-cui-opinione-è-più-elevata, di un intero universo di opinioni diverse e in contrasto tra loro. La &#8220;rete&#8221; pesca nel mare del pensiero umano: è una trama di funi tessute insieme da più mani. Su ognuna di esse un uomo in precario equilibrio, una bocca pronta a esprimersi, a rivendicare la propria esistenza. Ovviamente inaccettabile per la comunità chiusa degli ultra-giusti, ma il loro pensiero è anacronistico.<span id="more-1718"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Riesce difficile immaginare un ragazzo di vent&#8217;anni che non possa navigare liberamente in internet, o che non possa usare uno smartphone, o non frequenti social network. Eppure questa dovrebbe essere, secondo il parere del rabbino <strong>Aaron Teitelbaum</strong>, la vita di un giovane Satmar, la cui trasgressione all&#8217;ordine ultra-sommo di non poter disporre in casa e in famiglia di un computer personale comporterebbe l&#8217;esclusione categorica dalle istituzioni scolastiche affiliate con il movimento. Che fortuna! Si potrebbe pensare che sia meglio non frequentarle, quelle scuole. Ché forse per la formazione dei giovani potrebbe essere più utile la<strong> pluralità di opinioni infime</strong>, piuttosto che l&#8217;unilateralità di un dogma &#8220;altissimo&#8221;.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/ishop.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1721" title="Ishop, Brooklyn" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/ishop-300x166.jpg" alt="Ishop, Brooklyn" width="300" height="166" /></a>La vera fortuna, in ogni caso, sta nel fatto che per i giovani (persino per i Satmar!) l&#8217;unico obbligo è proprio la trasgressione, e che, essendo questi ultra-ortodossi incredibilmente prolifici, diventa sempre più complicato arginare le loro esigenze.<br />
Da qui, la <strong>manifestazione</strong>. Fosse semplice infatti imporre le regole scolastiche, non sarebbe necessario urlarle ai quattro venti. Si tratta di una guerra contro il tempo, che gli anziani rabbini sono destinati a perdere, con buona pace delle idee ultra-giuste. Smartphone, Pc e tablet sono ormai popolari anche nella comunità Satmar, ed è vano il tentativo di eliminarne l&#8217;esistenza.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque, non potendo nascondere la testa sotto la sabbia, si tenta di mettere una pezza dove possibile. La toppa in questo caso si chiama <strong>iShop</strong>, un nome che richiama le luminescenti immagini del moderno marketing tecnologico, ma dietro cui si nasconde il più vetusto e inutile dei mezzi politici: la censura. Il filtraggio di internet non è riuscito al governo cinese, né ai regimi mediorientali: l&#8217;idea che possa funzionare attraverso un internet-café bloccato al centro di Brooklyn fa semplicemente sorridere.</p>
<p align="JUSTIFY">Perciò, sorridiamo. Più che una questione politica, quella della chiusura della rete sembra essere una <strong>questione generazionale</strong>. Un po&#8217; dispiace per il rabbino Teitelbaum, ma i numeri non sono dalla sua parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/05/gli-ebrei-ultraortodossi-contro-internet-una-guerra-persa/">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” del 22 maggio 2012)</p>
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		<title>Se della vita può disporre solo Dio, a che serve lo Stato?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 19:35:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/crocifisso.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1703" title="Roma - Marcia per la vita" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/crocifisso-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>La seconda domenica di maggio, sin dal 1957, ricorre in Italia la <strong>festa della mamma</strong>. Una festa di origini antichissime, che affonda le sue radici nei simboli e nei riti pagani volti ad onorare il passaggio dall’inverno alla primavera, e dunque a celebrare la fecondità e l’immensa capacità creativa della terra. La terra, simbolo di maternità per eccellenza, accoglie il seme, gli fornisce nutrimento e calore, gli permette di costruire le basi per lo sviluppo di una nuova vita. Così la mamma, che prima di tutto desidera il suo bambino, lo sceglie, e poi lo porta in grembo per tutto il tempo necessario affinché sia pronto ad affrontare la vita. “Madre”, infatti, etimologicamente parlando, è “colei che misura, che ordina”, derivante dal sanscrito MÂ – “ordinare, disporre” -, e non è un caso che la prima questione che una donna si trova a dover misurare, riguardo la maternità, sia proprio quella della scelta. Scegliere di <strong>diventare madre</strong>, scegliere di trasformare completamente la propria realtà, scegliere di dedicare la propria vita ad un’altra creatura.</p>
<p>Eppure, proprio nel giorno della festa della mamma, proprio nel giorno in cui questa capacità di misurare e disporre la realtà dovrebbe essere celebrata, una <strong>manifestazione a Roma</strong> protestava la volontà di impedire questa scelta, la mancanza della quale svuoterebbe ogni donna della propria consapevolezza. Una marcia, quella patrocinata dal Comune di Roma, non solo contro l’aborto, dunque, ma contro la stessa possibilità di ogni donna, di ogni madre, di agire responsabilmente la propria vita.<span id="more-1702"></span></p>
<p>L’idea per cui l’<strong>aborto</strong> sarebbe un “genocidio silenzioso”, infatti, è solo lo specchio nel quale si riflette un’intera ideologia. Per i manifestanti e per gli organizzatori, l’ab-orto (etimologicamente “privazione della nascita”), contro ogni legge fisica e metafisica, potrebbe avvenire anche prima del concepimento. È considerata abortiva la<strong> pillola del giorno dopo</strong>. Non è considerato accettabile l’utilizzo del preservativo, o di qualunque altro metodo anticoncezionale. La violenza dunque che i cosiddetti pro-vita si propongono di portare avanti sulla donna va ben oltre la negazione della possibilità di scelta. Investe il campo della sessualità, della prevenzione, della libertà.</p>
<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/alemanno-pro-life_fondo-magazine.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1706" title="Marcia per la vita- movimenti anti abortisti" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/alemanno-pro-life_fondo-magazine-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>La cosa che più di ogni altra suscita interesse, ad ogni modo, non è l’ideologia. Ognuno è libero di pensare, manifestare e soprattutto agire secondo la propria coscienza. La particolarità dei pro-vita sta proprio nel fatto che non manifestano per tutelare un proprio diritto (che esiste ed è consolidato), ma al contrario protestano per <strong>limitare i diritti</strong> di chi la pensa diversamente da loro: peggio, per assoggettare l’intera comunità alla propria ideologia, o fede. Si legge nei loro volantini che l’iniziativa avrebbe lo scopo di «affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio». Finché ad affermarlo sono i credenti, o «gli uomini di buona volontà», non è un problema. Diventa un problema nel momento in cui la manifestazione vede la presenza del sindaco con la fascia tricolore in prima fila, e insieme a lui diversi rappresentanti delle istituzioni. Diventa un problema soprattutto nel momento in cui sono le stesse istituzioni a non rendere possibile la <strong>scelta della maternità</strong>, non investendo nei servizi, nella sanità, nelle strutture adeguate alla crescita di un figlio.</p>
<p>Dunque, qual è il messaggio che le istituzioni mandano al cittadino? Che <strong>disporre della propria vita</strong> dovrebbe essere un reato? La questione va ben oltre il problema morale dell’aborto, ed investe, purtroppo, un intero sistema di credenze. Si potrebbe iniziare a pensare, per esempio, che se «la vita è un dono, indisponibile, di Dio», allora non si dovrebbe accettare di mettere la propria vita nelle mani dello Stato. Che se «la vita è un dono, indisponibile, di Dio», allora l’intera <strong>costruzione sociale della famiglia</strong> dovrebbe crollare, e con essa i ruoli di riferimento della madre e del padre. Si potrebbe iniziare a pensare che se «la vita è un dono, indisponibile, di Dio», allora non si dovrebbe accettare di mettere la propria vita neanche nelle mani della Chiesa, che è una costruzione umana. Non si dovrebbe poter disporre della propria vita in ogni campo: in quello degli affetti, del denaro, della proprietà. E allora non si può fare a meno di chiedere al <strong>sindaco Alemanno</strong>, alla onorevole Binetti e a tutti i rappresentanti delle istituzioni che hanno deciso di prendere parte alla marcia: è davvero questo che volete?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/05/marcia-pro-life-un-cazzo-laborto-e-un-diritto-e-voi-siete-solo-liberticidi/" target="_blank">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” del 15 maggio 2012)</p>
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		<title>Se il politically correct cambia il finale</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 17:01:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Susanna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/cenerentola.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1693" title="Cenerentola" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/cenerentola-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>«Non so perché ma a volte mi sento una tenera <strong>Cenerentola</strong> in cerca del suo principe azzurro&#8230; e molte altre volte una femminista convinta dei suoi valori. Mai ho capito il perché di questa mia concezione, ma forse sono stanca della società di oggi&#8230; degli uomini di oggi. Un giorno solo il mio principe potrà farmi cambiare idea (ammesso che esista un principe, un&#8217;anima gemella)». Il commento, intrappolato tra le maglie della rete, appartiene ad una anonima &#8220;Cenerentola92&#8243;, la cui riflessione rispecchia ampiamente un conflitto &#8211; quello fra l&#8217;idea di matrice <strong>femminista</strong> di &#8220;donna emancipata&#8221; e l&#8217;immagine adolescenziale della &#8220;principessa delle fiabe&#8221; &#8211; che ormai perdura da diverso tempo. Un contrasto che è riemerso proprio in queste settimane, con l&#8217;uscita nelle sale del film <em>Biancaneve</em>, di <strong>Tarsem Singh</strong>. Un film che, già a partire dalla frase più celebre della protagonista (una bellissima Lily Collins), evidenzia la precisa volontà di edulcorare la fiaba dei <strong>Fratelli Grimm</strong> in nome del politicamente corretto: «Ho sentito tante storie su come il principe salva la principessa… è ora di cambiare il finale».<span id="more-1689"></span></p>
<p align="JUSTIFY"> Il pensiero di dover rendere &#8220;presentabili&#8221; al grande pubblico le favole «poco ligie ai dettami delle Pari Opportunità» (lo scriveva Flavia Amabile su La Stampa pochi anni fa) non è certo nuovo. Anzi, ne fu espressione più forte proprio la censura e la trasformazione, operata «in segno di rispetto per le donne» dal ministero dell&#8217;Eguaglianza spagnolo, delle <strong>fiabe popolari</strong> più note. Se la creazione di una &#8220;princesa diferente&#8221; &#8211; che si salva da sola, e che da vera <em>compagna</em> sceglie di non sposare il principe, restando piuttosto una &#8220;sua buona amica&#8221; &#8211; venne salutata in Italia con totale entusiasmo, non è certo strano che lo stesso trasporto sia stato riversato nelle recensioni di un film che, se possibile, estremizza maggiormente queste caratteristiche. <strong></strong></p>
<div id="attachment_1695" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/principelegato.jpg"><img class="size-medium wp-image-1695" title="Biancaneve e il principe" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/principelegato-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" /></a><p class="wp-caption-text">Lily Collins e Armie Hammer in Biancaneve</p></div>
<p align="JUSTIFY"><strong>Biancaneve</strong> è una guerriera (e guerriera sarà anche la Biancaneve interpretata da Kristen Stewart nel film in uscita a luglio), capace non solo di contrastare qualunque attacco della regina nei suoi confronti, ma anche di &#8220;salvare&#8221; un principe costantemente ridicolizzato, denudato e ridotto alle condizioni di uomo-oggetto (o di servile cagnolino). Guerriera era anche la <strong>Alice</strong> di Tim Burton, che piuttosto che nel Paese delle Meraviglie sembrava essere caduta direttamente in Narnia. E persino <strong>Cappuccetto Rosso</strong> (sangue) è costretta a combattere, nel suo caso con un padre-lupo che sfregia la moglie adultera e uccide amante e figlia illegittima, andando a toccare così il tema politico (e quanto mai attuale) dei cosiddetti &#8220;omicidi passionali&#8221;. Ma da dove viene tutta questa paura delle fiabe? Da dove nasce questa necessità di personalizzarle, di renderle &#8220;politiche&#8221;?</p>
<p align="JUSTIFY"> Che miti e fiabe parlino nel <strong>linguaggio dei simboli</strong>, e rappresentino contenuti inconsci, è opinione ormai universalmente riconosciuta da quando, agli inizi dell&#8217;ottocento, i Fratelli Grimm aprirono la strada agli studi comparati sul folklore. Se già allora, infatti, si iniziava a formulare l&#8217;ipotesi che le fiabe potessero essere &#8220;miti decaduti&#8221;, e in quanto tali portatori di temi di carattere generale, oggi gli studi antropologici e quelli psicanalitici hanno portato all&#8217;elaborazione approfondita di concetti assolutamente simili. A testimonianza di ciò, basta prendere in considerazione la convergenza di elementi tra le riflessioni della psicanalista junghiana <strong>Marie Louise Von Franz</strong> e quelle dell&#8217;antropologa <strong>Cecilia Gatto Trocchi</strong>, a vent&#8217;anni di distanza l&#8217;una dall&#8217;altra. Se la prima, infatti, nel 1983 scriveva che «i personaggi dei miti e delle fiabe sono figure archetipiche, che non hanno &#8211; superficialmente &#8211; nulla a che vedere con gli esseri umani comuni», l&#8217;altra, nel 2004, prendeva in considerazione l&#8217;ipotesi dell&#8217;esistenza, all&#8217;interno di fiabe e miti, di «relitti di antiche mitologie, di universi simbolici che, ormai polverizzati, hanno lasciato in eredità motivi e temi che affondano le loro radici in un passato millenario o forse in una dimensione inconscia oscura e segreta, fuori dal tempo e prossima all&#8217;eternità».</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/baciodamore.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1697" title="Bacio d'amore, Biancaneve" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/baciodamore-300x218.jpg" alt="" width="213" height="154" /></a>Ma allora, se è vero che le fiabe subiscono continue trasformazioni, a seconda delle epoche, dei luoghi e dei contenuti psicologici presenti all&#8217;interno delle comunità in cui vengono riportate, che cosa esprime questa trasformazione radicale del <strong>tema della salvazione</strong>? Se prima, per raggiungere uno stato superiore di coscienza individuale, era necessario lavorare sul tema del risveglio da un sonno lungo e profondo, o su quello dell&#8217;incontro salvifico tra il maschile e il femminile &#8211; che solo nel &#8220;tempo giusto&#8221; potevano congiungersi attraverso un<em> bacio d&#8217;amore</em> -, come si possono considerare delle fiabe in cui il femminile viene annichilito, e in cui la donna assume in sé tutte le caratteristiche del maschile per poter vincere la propria Ombra?</p>
<p align="JUSTIFY">È possibile che il <strong>mito dell&#8217;uguaglianza</strong>, che ha portato le donne dell&#8217;ultimo secolo a cercare di raggiungere l&#8217;uomo in ogni posto da lui impropriamente occupato, abbia determinato uno squilibrio con il quale, oggi, è necessario iniziare a fare i conti? E allora, piuttosto che invitare Cenerentola92 a trasformarsi lei stessa nel <strong>principe azzurro</strong>, se le si dicesse che il principe esiste, che è dentro di lei e che cercandolo, nel tempo più giusto per lei, riuscirà a incontrarlo e a raggiungere la pienezza interiore, non sarebbe tutto molto più semplice?</p>
<p align="JUSTIFY"><em>(Articolo pubblicato sull’edizione cartacea de Gli Altri dell&#8217;11 maggio 2012)</em></p>
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		<title>Erika Lust e il porno femminismo</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 18:16:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/erika-lust.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1683" title="Erika LUst" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/erika-lust-300x190.jpg" alt="" width="300" height="190" /></a>Quando è accaduto esattamente? Quando il sesso – che è cosa tanto naturale, quasi ovvia, quasi scontata – ha assunto il carattere di oscenità e impudicizia che dalla notte dei tempi certo moralismo ha voluto attribuirgli? Quando la parola <strong>pornografia</strong> (che, letteralmente, attiene alla descrizione di tutto ciò che riguarda l’universo della prostituzione) è entrata nei nostri vocabolari in riferimento a tutto ciò che riguarda la sessualità, il rapporto fisico, o addirittura anche solo la nudità? Quando è accaduto, e perché?</p>
<p>E se Adamo ed Eva, stanchi della monotonia, avessero scelto consapevolmente di nascondersi dietro una foglia di fico? Se avessero voluto sperimentare – loro, i primi! – il piacere del mostrarsi, dello scoprirsi a poco a poco, del celare all’altro parti di sé? Cos’è la mela, in fondo, se non l’eccitazione del lasciarsi tentare da ciò che è proibito? Ed allora, in questo senso, magari il moralismo bigotto che nei secoli e nei millenni ha costretto il tema del piacere alla clandestinità, ha avuto anche un risvolto positivo. Magari, come il bambino a cui viene proibito di mangiare i biscotti, che trova nella trasgressione un piacere ancora più grande, così il sesso, relegato nell’ambito dell’occulto, ha assunto alla lunga forme sempre più intriganti.<span id="more-1681"></span></p>
<p>Si tratta di una realtà che specialmente le donne hanno col tempo imparato a coltivare, a partire dalle piccole cose (l’effetto di una calza velata, di un accavallamento di gambe, di un viso nascosto tra le mani in segno di vergogna) fino ad arrivare a quelle più importanti, che ancora oggi appartengono al tabù. Se da un lato, infatti, il tema dell’<strong>autoerotismo femminile</strong> viene sempre taciuto o trattato in maniera allusiva, dall’altro, a maggior ragione, l’idea che una donna possa intrattenersi a guardare video o immagini di natura pornografica appare sempre (nell’immaginario maschile) troppo strana, per non dire innaturale. Ma com’è possibile? Da sempre siamo stati abituati all’idea che sia proprio dell’uomo l’eccitamento visivo, e che invece la donna (in questo considerata sicuramente più creativa), essendo più portata per una ricerca di tipo immaginativo, abbia volutamente dominato il mondo della letteratura erotica. E se in parte questo può dirsi sicuramente vero, ciò non vuol dire che si debba sentire l’obbligo di ingabbiarsi in schemi predeterminati. Soprattutto in un’epoca in cui il mondo di internet e dell’accesso gratuito a contenuti erotici ha permesso lo sdoganamento e la commistione di questi generi.</p>
<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/porno1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1685" title="Porno per donne" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/05/porno1.jpg" alt="Porno para mujeres" width="300" height="215" /></a>Non è un caso, infatti, che sia possibile trovare moltissimi uomini impegnati nella stesura di racconti a luci rosse che li vedono protagonisti e, allo stesso modo, sarebbe impensabile immaginare che nessuna donna si affacci mai in quell’oceano immenso formato dalla<strong> pornografia in rete</strong>. Lo dicono le statistiche: ogni secondo circa 28000 persone stanno guardando un porno online. Circa un terzo di queste è una donna. E per il bene delle donne questo andrebbe ribadito più spesso.</p>
<p>Se, infatti, l’offerta si modella in base alla domanda, continuando a far finta di ignorare la presenza della fruizione di un pubblico prettamente femminile, i contenuti offerti non potranno mai essere all’altezza delle aspettative. Non si tratta di eccitamento visivo piuttosto che intellettuale. Si tratta, al contrario, della costruzione di racconti al limite del fittizio, dell’autocompiacimento maschile, del surreale. E invece, probabilmente, alla maggior parte delle donne che frequentano quotidianamente questo genere di siti, piacerebbe ancora potersi immedesimare nella storia, pensare che un giorno, forse, ipoteticamente, potrebbe accadere sul serio. Insomma il tratto fondamentale, la credibilità della narrazione, viene troppo spesso a mancare.</p>
<p>Però qualcosa, nel rimbalzo delle condivisioni in rete, inizia a muoversi. Già da un po’ si parla di “porno per donne”, fatto a nostra misura. E già da diverso tempo vere e proprie pioniere del genere hanno iniziato a cimentarsi con la regia. Una su tutte, <strong>Erika Lust</strong>, regista e scrittrice svedese, che ha cambiato il modo stesso di concepire la narrazione erotica, declinandola interamente al femminile. «I miei film sono diversi da quelli tradizionali per adulti», spiega sorridente in un’intervista a vogueitalia, «perché sono sulle donne, sui nostri desideri, sulla nostra sessualità».</p>
<p>E come darle torto? Basta osservare anche solo i trailer dei suoi film per rendersi conto dell’enorme differenza, in termini di sensibilità e cura del particolare, che passa tra i suoi racconti e quelli normalmente reperibili in rete. Cosa cambia? Cambia la prospettiva, cambia il punto di vista. Il punto di vista di donne che vorrebbero ritrovare le immagini della propria mente impresse sulla pellicola. Ma l’unico modo per rendere questo desiderio possibile è, nonostante la reticenza, quello mettersi in gioco, e di provare a uscire allo scoperto. Perché anche togliersi di dosso la foglia di fico, a volte, può avere i suoi risvolti positivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;<br />
<iframe src="http://www.youtube.com/embed/r6rZpY7LVBY" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p>(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/05/erika-lust-e-il-porno-femminismo/" target="_blank">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” dell&#8217;8 maggio 2012)</p>
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		<title>Maria Immacolata. La verginità al di là del mito…</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 11:01:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Susanna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Parliamo del mito del Vangelo, cercando di uscire dalla contrapposizione ideologica sorta tra coloro i quali si ostinano a voler distinguere tra “leggenda” e “realtà”. Parliamo del mito di Maria Immacolata, del concepimento del Cristo e del dogma della verginità. Parliamo di tutto questo senza pretesa di rivelare qualche verità, ma solo col tentativo, forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/maria.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1652" title="Maria immacolata" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/maria-225x300.jpg" alt="" width="161" height="215" /></a>Parliamo del mito del Vangelo, cercando di uscire dalla contrapposizione ideologica sorta tra coloro i quali si ostinano a voler distinguere tra “leggenda” e “realtà”. Parliamo del mito di <strong>Maria Immacolata</strong>, del concepimento del Cristo e del dogma della verginità. Parliamo di tutto questo senza pretesa di rivelare qualche verità, ma solo col tentativo, forse audace, di portare avanti una riflessione. In questo senso, le considerazioni di <strong>Mircea Eliade </strong>attorno al valore esistenziale dell’esperienza del mito, rendono possibile iniziare a contemplare l’idea che narrazione e realtà non debbano necessariamente appartenere a due sfere distinte e inconciliabili.</p>
<p>Per Eliade, infatti, appartiene al mito il modo con il quale l’uomo primitivo entra in contatto con la realtà divina. Il mito è un racconto di creazione, e pertanto è sempre una storia sacra. «Per lo storico delle religioni ogni manifestazione del sacro è importante; ogni rito, ogni mito, ogni credenza, ogni figura divina riflette l’esperienza del sacro, e di conseguenza implica le nozioni di essere, di significato, di verità». Se quindi il Vangelo (il cui senso etimologico è “buona novella”) è portatore di un messaggio, questo messaggio dovrà necessariamente scaturire dall’incontro tra realtà e simbolo.</p>
<p>Il primo motivo che si incontra, nell’approcciarsi ai Vangeli, è quello di due nascite miracolose. La prima, quella di Giovanni, che prepara la strada alla seconda, quella di Gesù. «L’idea che il personaggio centrale di un mito o di un racconto non sia venuto al mondo nel modo abituale, ma che la sua nascita sia miracolosa e circondata di mistero», scrive <strong>Marie Louise Von Franz</strong>, psicoanalista svizzera, allieva e collaboratrice di <strong>Jung</strong>, «è un’idea universale. L’aspetto irrazionale della nascita dell’eroe e dell’eroina è una chiara prova che si tratta non di esseri umani, ma di contenuti psichici». Contenuti psichici, dunque, la cui nascita eccezionale è annunciata in modi e tempi completamente diversi. Perché diverso sarà il loro ruolo.<span id="more-1650"></span></p>
<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/zaccaria.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1655 alignright" title="Zaccaria e l'angelo" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/zaccaria-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Giovanni, figlio di Elisabetta e Zaccaria, annunciato dall’<strong>Angelo del Signore</strong> ad un uomo  incredulo, che aveva ormai perso la speranza – a causa dell’età ormai avanzata e della sterilità della moglie – nella possibilità di avere un figlio. «Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni», ribatte Zaccaria all’Angelo, dimostrando la sua insicurezza.  L’angelo gli risponde: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo». Ma, dunque, qual è il fine di questa nascita? Chi è destinato ad essere Giovanni?</p>
<p>«È frequente che la nascita dell’eroe o dell’eroina sia preceduta da un lungo periodo di sterilità», precisa ancora Marie Loise Von Franz: «la nascita avviene allora in modo soprannaturale. Tradotto in termini psicologici, ciò significa che un periodo di attività particolarmente intenso della coscienza è molto spesso preparato da un periodo di completa sterilità». Una visione estremamente interessante, soprattutto se letta alla luce delle parole del Vangelo di <strong>Giovanni apostolo</strong>: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce».</p>
<p>Dunque, per arrivare al Cristo, bisogna necessariamente passare per la nascita di Giovanni. Una nascita che quindi rappresenta simbolicamente, come sottolinea <strong>Alejandro Jodorowsky</strong> nel suo libro <em>I Vangeli per guarire</em>, «un lavoro cosciente di preparazione all’avvento e alla fioritura del divino che è in ognuno di noi». Che si tratti di un lavoro particolarmente faticoso, poi, è dimostrato dalla portata dell’isolamento che i personaggi della narrazione sono costretti a subire. Agli anni di sterilità, infatti, va aggiunto l’intero periodo della gestazione: un periodo che Elisabetta dovrà evidentemente passare nascosta agli occhi del resto della comunità, e che Zaccaria, invece, sarà costretto ad affrontare in assoluto silenzio. Così Giovanni, che è l’<strong>uomo nuovo</strong> che testimonierà l’incarnazione della luce divina, dovrà a sua volta prepararsi al suo compito, abbandonando la casa paterna ed isolandosi nel deserto.</p>
<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/annunciazione1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1659" title="Annunciazione a Maria" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/annunciazione1.jpg" alt="" width="299" height="296" /></a>Durante il sesto mese di gravidanza di Elisabetta, l’Angelo del Signore si dirige dunque in una piccola città della Galilea, chiamata Nazaret, per completare la propria missione. Qui avviene l’annuncio della seconda nascita miracolosa. E se il primo annuncio era stato portato ad un anziano sacerdote ormai privo di speranza, il secondo arriva ad una giovane “vergine”, di nome Maria, promessa sposa di Giuseppe e colma di fede. Due situazioni completamente diverse, dunque. Ma cosa determina, in questo caso, l’aspetto irrazionale della <strong>nascita di Gesù</strong>? Maria è giovane, ha un uomo accanto che la ama e che è pronto a formare con lei una famiglia. Non ha alcun problema fisico. Cosa dovrebbe esserci di “miracoloso” nella nascita di un suo figlio?</p>
<p>Prima di tutto, estremamente particolari sono le parole dell’Angelo: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. […] Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Con queste parole l’Angelo, che è l’unico essere in grado di sedere al cospetto di Dio, si inchina a lei, e al Signore che è con lei.</p>
<p>Per chiarire il senso (importantissimo) di questo passaggio, viene nuovamente in aiuto Jodorowsky, il quale scrive che se la grazia è la pienezza del cuore, allora l’amore di Maria è tale da colmare tutta l’umanità, l’infinito, l’eternità: è tale da aver trovato la divinità che è dentro di lei, e da essere riuscito a farla risplendere. Vi è però un altro aspetto sul quale è il caso di porre l’accento: Maria è una vergine. La sua “verginità”, però, non ha nulla a che vedere con la sfera sessuale. Non è un caso, infatti, che per indicare la sua mancanza di <strong>rapporti sessuali</strong> col promesso sposo, usi sempre la locuzione “non conosco uomo”. Evidentemente, dunque, la sua verginità ha un significato differente, che può essere ricercato nella stessa etimologia della parola.</p>
<p>La parola “Vergine” proviene dalla radice indoeuropera “Urg-”, da cui sembra essere uscita la nozione di “gonfiare”, “essere turgido”, “essere rigoglioso”, “lussureggiante”. La stessa radice da cui proviene il greco “orgas”, nel significato di “fanciulla pronta al matrimonio”. E chi l’ha detto che  una fanciulla rigogliosa, giovane, bella, pronta al matrimonio, debba privarsi dei rapporti sessuali, che sono parte integrante e fondamentale del nostro essere anime incarnate in dei corpi materiali? È forse un caso che dalla stessa radice da cui proviene la parola “vergine”, derivi anche la parola “orgasmo”?</p>
<div id="attachment_1657" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/annunciazione.jpg"><img class="size-medium wp-image-1657" title="Annunciazione a Maria" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/annunciazione-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a><p class="wp-caption-text">Annunciazione, di Nino Musio</p></div>
<p>Nonostante ciò, Maria “non conosce uomo”. Ma la sua mancanza di rapporti sessuali con Giuseppe è funzionale, per l’appunto, alla nascita miracolosa. Maria è vergine, nel senso vero del termine: è pronta, matura a sposarsi completamente con il divino che è dentro di lei, quel divino che lei stessa ha generato e che porta nel suo ventre. Nel momento in cui lo <strong>Spirito Santo</strong> è sceso su di lei, scrive Jodorowsky, «la Vergine ha sperimentato il più grande orgasmo nella storia dell’umanità», raggiungendo l’estasi in quel momento di comunione totale con il divino.</p>
<p>Ciò non vuol dire, ovviamente, che non avrà modo successivamente di conoscere suo marito e il padre dei suoi figli (che, come riportano alcuni Vangeli, furono diversi) in modo totale e profondo, e ciò non vuol dire assolutamente che per raggiungere la santità sia necessario sacrificare i piaceri del corpo. Quale senso simbolico avrebbe avuto altrimenti l’<strong>incarnazione del Cristo</strong>, se non quella di testimoniare il valore fondamentale del corpo e della materia, pur nella tensione verso l’effimero e lo spirituale?</p>
<p>Scrive Jodorowsky: «Bisogna sapere che abbiamo una<strong> divinità interiore</strong>. Possiamo sentirla in qualsiasi momento; è anche la divinità esteriore, ma è dall’interno che la sentiamo. Se l’angelo non sorge dall’intimo, se non sgorga dal cuore, non arriva da nessuna parte. Siamo un Universo infinito con un centro. Se entriamo in contatto con questo centro, la nostra divinità interiore potrà nascere. Così, quando parliamo di tutto ciò siamo Giovanni. Annunciamo, mostriamo, descriviamo: “Il tuo Dio interiore è il Cristo; il tuo corpo diventa il tempio, è la Vergine”». Il tempo dei dogmi è finito. Inizia, forse, quello della comprensione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/04/maria-immacolata-la-verginita-al-di-la-del-mito/" target="_blank">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” del 17 aprile 2012)</p>
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		<title>Ilva di Taranto. Cronaca di un fallimento.</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 09:40:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Unisciti a noi! Venerdì 30 Marzo. Manifestazione per difendere il tuo posto di lavoro contro le strumentalizzazioni fatte sulla nostra pelle e per un futuro ecosostenibile». Firmato, i Lavoratori Ilva. Una manifestazione, quella di venerdì scorso, perfettamente esplicativa della situazione di ricatto che tutta la popolazione tarantina si ritrova, suo malgrado, costretta a subire. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Nimbus Roman No9 L,Times New Roman,serif;"><a style="font-family: Nimbus Roman No9 L,Times New Roman,serif;"><img class="alignleft  wp-image-1631" title="Manifesto manifestazione pro ilva" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/volantinoilva-225x300.jpg" alt="" width="219" height="291" /></a></span><span style="font-family: Nimbus Roman No9 L,serif;"><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">«Unisciti a noi! Venerdì 30 Marzo. Manifestazione per difendere il tuo posto di lavoro contro le strumentalizzazioni fatte sulla nostra pelle e per un futuro ecosostenibile». Firmato, i </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Lavoratori Ilva</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">. Una manifestazione, quella di venerdì scorso, perfettamente esplicativa della situazione di ricatto che tutta la popolazione tarantina si ritrova, suo malgrado, costretta a subire. Una situazione fatta di scontri, campagne elettorali, udienze, perizie epidemiologiche: una realtà che, man mano che il tempo passa, si fa sempre più dannosa, pressante, esasperante.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Dunque, si è passati in poco tempo dai paradossali annunci di un </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Vendola</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"> che dichiarava risolto il problema ambientale, alla possibilità che uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell&#8217;acciaio in Europa si trovi costretto a chiudere battenti e a lasciare a casa migliaia di lavoratori. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">In questa paradossale situazione, nefasta fu l&#8217;ignavia di una politica che non è mai riuscita a farsi realmente carico di un problema ormai talmente insostenibile da richiedere l’intervento della magistratura. I dati espressi dai periti nominati dal </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">gip Patrizia Todisco</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"> per comprendere lo stato di salute dei tarantini in relazione agli inquinanti emessi dallo stabilimento siderurgico non hanno fatto altro che confermare ciò che i cittadini già sapevano da tempo: 174 decessi per tumore nell&#8217;arco di sette anni, attribuibili al superamento delle norme previste per le emissioni di </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">polveri sottili</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"> nell&#8217;aria. In particolare nei quartieri a ridosso dell&#8217;Ilva è stato registrato il quadruplo di mortalità e il triplo di ricoveri per malattie cardiache rispetto al resto della città. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Il quadro di compromissione relativo allo stato di salute degli operai dell&#8217;industria siderurgica, poi, «è confermato dall&#8217;analisi dei ricoveri ospedalieri con eccessi di ricoveri per cause tumorali, cardiovascolari e respiratorie». A fronte di ciò, il </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Gruppo Riva</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"> ha ben pensato di sfruttare la disperazione degli operai e l&#8217;inesistenza dei sindacati, promuovendo una manifestazione (pagata) per protestare le ragioni dell&#8217;azienda. </span><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Mentre fuori divampava la protesta, in aula si discuteva la <strong>perizia epidemiologica</strong> che dovrebbe determinare una volta per tutte le responsabilità dei vertici del siderurgico nei confronti dei lavoratori e dell’ambiente.<span id="more-1630"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/corteo-Ilva.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1641" title="Corteo Ilva" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/04/corteo-Ilva-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Ottomila manifestanti</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">, però, non si recuperano unicamente grazie al pagamento degli straordinari e a più o meno velate intimidazioni. Ottomila manifestanti sono il segnale di un disagio: un disagio che molti si rifiutano di accettare nella sua drammaticità. </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Diritto alla vita o diritto al lavoro</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">? Si ritorna sempre a quel punto. E riesce sempre più difficile domandarsi il motivo per il quale i tarantini dovrebbero accontentarsi solo di una delle due alternative. Le dichiarazioni di alcuni dei manifestanti, in questo senso, sono eloquenti: «Mi hanno chiesto: &#8220;e se tuo figlio s&#8217; ammala per colpa dei vostri fumi maledetti&#8221;? Beh, io rispondo che lo dovrei curare, e dunque dovrei lavorare il doppio, senza soldi non li possiamo curare i nostri figli», dichiara Alessandro Mancarella ad un inviato del Corriere. E come lui molti altri: «Vedi, io non vorrei morire di cancro, ma neppure di fame». E ancora: «Vogliamo lavorare. </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Noi per ambiente, salute e lavoro</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">».</span></p>
<p><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Nel frattempo si trova anche qualcuno disposto a sbilanciarsi di più, sebbene sotto falso nome, per paura di ripercussioni. Per Domenico, intervistato da <strong>Taranto Oggi</strong>, «L’unica soluzione è la chiusura». Eppure, nel momento in cui gli si domanda per quale motivo non abbia scelto di lasciare lo stabilimento, risponde con rassegnazione: «Io con moglie, i figli, tra poco ne arriva un altro, devo portare lo stipendio a casa, altrimenti non mangiamo e non paghiamo casa, quindi se avessi un’alternativa lascerei subito lo stabilimento. Lì dentro c’è l’annullamento della personalità, sembriamo tanti burattini che lavorano come formiche, ogni giorno viene calpestata la nostra dignità di uomini. Inoltre, con molta sincerità devo dire che io come tarantino mi sento defraudato della mia città, una grandissima parte di essa infatti è occupata dall’Ilva che ci regala <strong>lavoro sottopagato</strong> e tanto inquinamento e morte».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Ma la politica, nel frattempo, cosa fa? Tutta presa dalle imminenti </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">elezioni</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"> (il cui esito appare già abbastanza chiaro, considerata la grande alleanza che ha scelto di appoggiare il candidato uscente), sembra che non sia in grado di formulare proposte adeguate per costruire un&#8217;alternativa credibile. Proposte di cui presto o tardi il sindaco </span><strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">Ippazio Stefàno</span></strong><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;"> – che della questione dell&#8217;Ilva aveva fatto un baluardo elettorale &#8211; dovrà obbligatoriamente rispondere. Possibilmente prima che venga rieletto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Liberation Sans,sans-serif;">(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/04/ilva-taranto-diritto-al-lavoro-eo-diritto-alla-vita/" target="_blank">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” del 2 aprile 2012)</span></p>
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		<title>Piazza Fontana. Romanzo di una strage.</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 13:57:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Susanna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/RomanzoDiUnaStrage_fondo-magazine-313x450.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1617" title="Romanzo Di Una Strage" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/RomanzoDiUnaStrage_fondo-magazine-313x450-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" /></a><strong>Dodici dicembre 1969</strong>. Una data che difficilmente si arriva a studiare nei libri di scuola (fino alla fine del liceo si vive nella convinzione che la storia si interrompa nel 1945 e arrivi direttamente ai giorni nostri). Una data però fondamentale, che segna l’inizio di un lungo periodo – quello delle stragi nere, della lotta armata, della strategia della tensione – la cui ferita non si è ancora rimarginata completamente. È possibile che sia proprio questo il motivo per cui normalmente a scuola non viene neanche sfiorato l’argomento, o per cui, ogni volta che questo viene introdotto, immediatamente ci si ritrova invischiati in una cortina di polemiche e discussioni dalle quali riesce impossibile districarsi. È nell’opinione di molti l’idea che si tratti di una questione ancora troppo “fresca”, e che sia impossibile guardarla con oggettività. Ma perché, mi chiedo? Perché abbiamo bisogno di cento o duecento anni per elaborare i nostri conflitti? Perché abbiamo bisogno di seppellirli, prima di poter riconoscere la loro esistenza?</p>
<p>Con queste domande ancora in mente, ho salutato con curiosità, questo dicembre, la notizia della preparazione del film <em>Romanzo di una strage</em>, di <strong>Marco Tullio Giordana</strong>. “Finalmente”, mi sono detta, un film che possa fare da ponte: per accostarsi alla storia di quegli anni (e di conseguenza anche dei nostri) senza preconcetti, per approfondire, per liberarsi una volta per tutte da quella visione manichea e a senso unico che permea la nostra realtà. Una curiosità, la mia, che ovviamente non nasce dall’ottimistica quanto velleitaria idea che un film non possa contenere errori o contraddizioni. È una curiosità, però, che deriva dalla consapevolezza che un film può aprire la storia al grande pubblico meglio di un libro o di un articolo di giornale, e dalla convinzione che nella nostra realtà – in cui numerosi sondaggi attestano che la maggioranza dei giovani studenti si dichiara convinta che le <strong>stragi di Milano, di Brescia o di Bologna</strong> siano state opera delle Br – questo sia estremamente necessario. Il film, che uscirà nelle sale il 30 marzo (tra pochissimi giorni), sembra aver già iniziato a far discutere, com’era ovviamente prevedibile.<span id="more-1615"></span></p>
<div id="attachment_1619" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/mario-calabresi_51038.jpg"><img class="size-medium wp-image-1619" title="Mario Calabresi" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/mario-calabresi_51038-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">Mario Calabresi</p></div>
<p>Impossibile entrare nel merito della sceneggiatura, non essendo ancora possibile prenderne visione. Possibile invece entrare nel merito della discussione, una polemica che vede coinvolti da una parte Mario Calabresi, figlio del commissario <strong>Luigi Calabresi</strong> e oggi direttore de <em>La Stampa</em>, e dall’altra la produzione del film, nelle persone dello stesso regista e di <strong>Riccardo Tozzi</strong>, che ha prodotto la pellicola per Cattleya.</p>
<p>Dunque, cosa è successo? È successo, semplicemente, quel che accade sempre: è successo che, ogni volta in cui si tenta di ricostruire la storia di quel periodo, intervengono i figli delle vittime a rivendicare la loro storia personale e il loro dolore. Questa volta non fa eccezione. E se è giusto e sacrosanto che intervengano, e che rivendichino i loro ricordi, è altrettanto doveroso far notare come il loro coro faccia parte per l’appunto di un solo ritaglio, in una grande vicenda: che la storia è fatta di tante storie personali che si intrecciano fra loro, e che dar risalto a una visione piuttosto che  un’altra significa solo mancare il proprio compito. In un contesto come quello della strage di piazza Fontana, poi, in cui le “verità” riconosciute sembrano essere troppe per un solo evento, ecco che muoversi in punta di piedi diventa quasi obbligatorio. Lo fa notare <strong>Adriano Sofri</strong> in commento alla trasmissione di <strong>Fabio Fazio</strong> condotta in merito al film, che si dice liberamente ispirato al libro di <strong>Paolo Cucchiarelli</strong>, <em>Il segreto di piazza fontana</em>:</p>
<blockquote><p>Ma da subito ti pongo questo problema: se si possano accostare e raccomandare insieme un libro in cui Valpreda va in taxi a mettere la sua bomba nella <strong>Banca dell’Agricoltura</strong> (sia pure immaginando che scoppi a banca vuota), Pinelli è a parte del piano di esplosioni simultanee (sia pure andando rocambolescamente in extremis a farne disinnescare un paio), Calabresi è nel suo ufficio quando <strong>Pinelli</strong> ne precipita, e sono lui o Panessa a provocare la precipitazione; mentre nel film Valpreda (salvo che io capisca male) non va a mettere la bomba, Pinelli è affatto ignaro e innocente, Calabresi è senza dubbio fuori dalla sua stanza. Ho citato solo tre punti essenziali, sui quali la divergenza è clamorosa. C’è bensì una tesi di fondo sulla quale il film ha voluto seguire il libro, e che io considero delirante: che la bomba della strage (e, nel libro, tutte le altre di quel 12 dicembre, e probabilmente anche numerose altre che costellarono i mesi precedenti) sia stata “raddoppiata”, una bomba senza intenzioni micidiali, un’altra che cercava il massacro; un attentatore anarchico o finto anarchico, un altro attentatore fascista e vigilato dai servizi; una borsa con la bomba, e una seconda borsa depositata accosto alla prima; un taxi di Rolandi, e un altro taxi… Due di tutto. Tu [Fabio Fazio, ndr] hai accennato alla cosa all’inizio parlando “della bomba, e probabilmente due” di Piazza Fontana. Non ci furono due bombe. Volevo dirtelo, intanto.</p></blockquote>
<p>Eccole: una, due, tre verità sovrapposte. Ed ecco il commento di <strong>Mario Calabresi</strong>, per cui «Romanzo di una strage ha il coraggio della verità storica, che in questo caso coincide con la verità giudiziaria», ma «i due anni terribili della campagna di <strong>Lotta continua</strong> contro mio padre non ci sono, se non per qualche vago accenno: una scritta sul muro, i fischi al processo. Ma se nascondi quella campagna, se non metti in scena il clima del tempo, il linciaggio, la disperazione, si fatica a capire perché sia stata condannata Lotta continua. […] Mio padre si sentiva seguito, pedinato. Si doveva nascondere. Con mia madre non potevano più andare al ristorante, al cinema lei si sedeva e lui si chiudeva in bagno fino a quando non si spegnevano le luci».</p>
<div id="attachment_1621" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/assassino.jpg"><img class="size-medium wp-image-1621" title="Calabresi assassino" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/assassino-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Scena del film &quot;Romanzo di una strage&quot;</p></div>
<p>E ancora, mentre il film sembrerebbe suggerire l’ipotesi (lo riporta <em>Il Corriere</em>) «che la responsabilità dell’assassinio di Calabresi sia dei <strong>corpi deviati dello Stato</strong>», il figlio la rigetta nel modo più assoluto: «Se lo Stato ha una colpa, è aver lasciato mio padre solo, aver permesso che diventasse un simbolo. Nel film sembra che mia madre fosse contraria a denunciare Lotta continua. Non è così. Mia madre non voleva che suo marito portasse avanti il processo da solo. Gli diceva: “Tu sei un funzionario del ministero degli Interni, è il ministero che deve fare la denuncia, altrimenti tutto si scaricherà su di te”. Infatti è finito lui da solo al centro del mirino». Dunque, in questo caso, la verità storica e quella giudiziaria non mancherebbero, ma sarebbe approssimativa la ricostruzione della storia di Calabresi, evidenziata, agli occhi del direttore de La Stampa, dall’interpretazione di <strong>Valerio Mastrandrea</strong>, il quale «mette in mostra i tormenti di mio padre, ma ne fa un uomo a una dimensione».</p>
<p>Dal canto suo, Tozzi rivendica il rigore storico che ha portato alla nascita del film: «Per otto anni, dico otto anni, gli sceneggiatori hanno passato al setaccio gli atti processuali e quelli della commissione stragi, hanno letto tutti i libri sull’argomento, hanno intervistato decine di protagonisti. C’è stato insomma un enorme lavoro di indagine». Non manca però di ribadire che, per l’appunto, «si tratta di un film, e come tale va giudicato; che le persone colpite nella vita familiare dall’accaduto non si riconoscano in un racconto metaforico è del tutto comprensibile».</p>
<p>Prima ancora della sua uscita ufficiale, dunque, <em>Romanzo di una strage</em> (il cui titolo, va ricordato, è ripreso dal famoso articolo di <strong>Pasolini</strong> “Cos’è questo golpe? Il romanzo delle stragi”) si delinea come un film in grado di offrire numerosi spunti di discussione e di riflessione. Una pellicola, insomma, che non mostra una faccia sola. E questo è già un aspetto estremamente positivo. Per quanto riguarda il resto, non rimane altro da fare che andare al cinema e gustarne la visione, verificando autonomamente quanto, in questa occasione, il regista de <em>I cento passi</em> e de <em>La meglio gioventù</em> sia riuscito a venire incontro alle nostre aspettative.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/03/piazza-fontana-romanzo-di-una-strage/" target="_blank">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” del 26 marzo 2012)</p>
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		<title>Sesso, disabilità e prostituzione. Tabù…</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 14:48:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Susanna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/Quasi-amici-500x281.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1602" title="Prostituzione e disabilità" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/Quasi-amici-500x281-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>«Interdizione o divieto sacrale di avere contatto con determinate persone, di frequentare certi luoghi, di cibarsi di alcuni alimenti, di pronunciare determinate parole, imposti per motivi di rispetto, per ragioni rituali, igieniche, di decenza o per altri motivi». Questo il significato, da vocabolario, della parola “tabù”. Una parola di origine polinesiana, il cui senso si avvicina pericolosamente ad un termine a noi più vicino: “censura”. Quale la differenza? Semplice: storicamente, la censura – ovvero il giudizio sulla condotta o sulle azioni altrui – atteneva ad un’autorità o ad un ufficio appositamente predisposti al fine di controllare ciò che fosse più o meno giusto far circolare tra il pubblico. Il<strong> tabù</strong>, al contrario, ha spesso un’origine sociale o religiosa, incontrollata, e per questa ragione forse ancor più pericolosa. Un ufficio può sempre essere chiuso, un’autorità sovvertita: ma le abitudini, si sa, sono dure a morire.</p>
<p>Alla luce di ciò, come è possibile affrontare serenamente e con chiarezza un argomento in cui censura e tabù si intrecciano indissolubilmente? Se già è difficile parlare del <strong>sesso</strong> – e ancor più complicato parlare di amore – a causa dell’enorme confusione mediatica cui siamo soggetti quotidianamente; se già è difficile affrontare l’argomento della <strong>prostituzione</strong> in tutte le sue sfaccettature, compresa quella della legalizzazione, a causa della volontà della politica tutta di rinchiuderla ipocritamente in un ambito quasi esclusivamente criminale; se già è complicato parlare di <strong>disabilità</strong> – fisica o psichica che sia – a causa dell’enorme pregiudizio che ancora oggi investe l’intera tematica, come affrontare serenamente e con chiarezza un argomento in cui tutti questi temi si intrecciano fino a fondersi insieme?<span id="more-1600"></span></p>
<p>Eppure, è necessario parlarne, proprio a causa di tutte le difficoltà che ciò comporta. Recentemente, ad aprire una breccia sul tema della sessualità dei disabili ha pensato <strong>Simone Fanti</strong>, coautore, insieme a <strong>Franco Bomprezzi</strong>, del blog “InVisibili” sul sito web del Corriere della Sera. Il 9 marzo, infatti, il blogger ha pensato di<a title="Qui l'articolo" href="http://invisibili.corriere.it/2012/03/09/il-sesso-dei-disabili-e-labbraccio-di-una-madre/" target="_blank"> riproporre ai lettori il tema scottante</a> (da lui già toccato diverse altre volte), condividendo la lettera di una cosiddetta “mamma coraggio”: una mamma sola (come – sostiene lei stessa – molte altre nella sua stessa condizione) di un ragazzo disabile, che si è trovata nella situazione di dover affrontare insieme a suo figlio la questione della sessualità, e così come lei molte sue amiche nella medesima condizione. È proprio la storia di una sua amica che la donna racconta nella lettera: la storia di una madre costretta a trovare «una “casa” con una tenutaria e ragazza disponibili, ovviamente a prezzo maggiorato, ad accogliere un disabile», per permettere a suo figlio di soddisfare le proprie esigenze. La storia di una madre costretta a confrontarsi con i tutori dell’ordine, intervenuti per far rispettare la legge e imbattutisi in una situazione assolutamente inaspettata.</p>
<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/Amore-Disabili2.jpg"><img class="size-full wp-image-1605 alignright" title="Amore e sesso fra disabili" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/Amore-Disabili2.jpg" alt="" width="293" height="154" /></a>Una storia, insomma, tra le tante storie “sotterranee” che molti preferirebbero non ascoltare. Lo ribadisce chiaramente la stessa donna: «Anche se c’è un danno cerebrale, i nostri figli crescono e gli ormoni quelli sono. I danni cerebrali a volte provocano modifiche fisiche significative (bava alla bocca, incapacità di camminare) ma la voglia di affetto, di un abbraccio, di un rapporto c’è sempre. Però nessuno dei normali si sofferma su questo problema: per tutti il disabile è un “infelice” (come si diceva una volta) e non un essere umano con i suoi sentimenti e i suoi bisogni. Forse si considera il disabile un angioletto puro, a volte brutto da vedere (altro che i puttini del Mantegna!) ma comunque un qualcosa amorfo e non un qualcuno».</p>
<p>L’idea che il disabile sia un “qualcosa” e non un “qualcuno”. Questa è la base su cui si poggia tutto questo castello di silenzi, incomprensioni e stereotipi. Un castello che ha fondamenta ben salde, e che – isolando attraverso le sue solide mura “noi” da “loro” – determina situazioni insostenibili per le famiglie (quando ci sono), costrette a provvedere in tutto e per tutto ai fabbisogni dei figli disabili, senza poter contare su alcun aiuto. Esempio definitivo del mare di intolleranza e pregiudizio nel quale queste persone sono costrette a navigare è la lunga discussione che si è infiammata sotto l’articolo di Simone Fanti (oltre 380 commenti), e che ha portato Bomprezzi a rincarare la dose il giorno dopo, <a title="Qui l'articolo" href="http://invisibili.corriere.it/2012/03/10/anche-io-tanti-anni-fa/" target="_blank">condividendo un capitolo della propria storia personale</a>: una storia che permette di porre l’accento anche su un’altra questione – quella della prostituzione – purtroppo spesso sottovalutata. «Si rivestono con calma, Maria mi guarda e dice che è pronta a tornare, anche da sola, la prossima volta. Le accompagno in macchina al loro posto di lavoro. Non le rivedrò mai più. Anzi, no. La foto di Maria mi colpirà come un pugno, una mattina, in redazione, qualche anno più tardi. La troveranno accoltellata in un’auto, morta. Un balordo ha spezzato i suoi sogni di mamma normale, che aveva comprato l’appartamento per i suoi figli, e sperava di smettere presto, di vivere da signora. Non potrò mai più dirle grazie, per quella notte che mi rese adulto, e che non mi fece più desiderare un’altra donna a pagamento. Per me c’era solo lei, Maria, e il suo sesso che profumava di pulito».  Così termina il suo racconto. Un racconto di verità, in tutta la sua crudezza. Il racconto di una società in cui anche la prostituta è un “qualcosa”: un oggetto da usare, quando serve; ma da tenere ben nascosto, da delegittimare, da privare completamente di qualunque diritto.</p>
<p><a href="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/amore1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1603" title="Educazione all'amore" src="http://susanna.diebrucke.it/wp-content/uploads/2012/03/amore1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Una società che vuole dirsi europea nella forma e che, eppure, non riesce ad imitare gli altri Stati nelle loro realtà positive. Da oltre trent’anni l’<strong>assistenza sessuale ai disabili</strong> è una professione riconosciuta in Olanda, in Germania e in Danimarca. Da pochi anni lo è anche in Svizzera. Un lavoro che prevede una formazione piena, con conoscenze in ambito medico, giuridico, sociale, sessuologico ed etico: un lavoro che, eppure, in Italia viene considerato alla stregua della prostituzione, e perciò non riesce a trovare alcun riconoscimento. Ancor peggio la situazione dell’<strong>educazione sessuale e di genere</strong>: se infatti in tutta Europa l’educazione sessuale è ormai obbligatoria da anni, in Italia solo l’anno scorso il Papa deplorava lo svolgimento di tale programma nelle scuole, in quanto avrebbe costituito a suo dire una «minaccia alla libertà religiosa delle famiglie».</p>
<p>E dunque com’è possibile, viene da chiedersi, affrontare un discorso più profondo – come quello dell’amore di coppia – se già il tema sessuale viene negato in modo così palese?</p>
<p>Fortunatamente, nonostante tutto, è comunque possibile. A dimostrarlo interviene una bella lettera inviata da una donna disabile a Franco Bomprezzi, lo scorso luglio. Una lettera che possa fungere da esempio e da lume di speranza. Contro ogni pregiudizio, contro ogni tabù: «Ho conosciuto mio marito a 17 anni, a 20 ci siamo sposati. Alcuni pensavano che il mio fidanzato fosse coraggioso a sposare una disabile, altri erano convinti che si stesse inguaiando, perché si pensa sempre che un disabile non sia in grado di costruirsi un avvenire. In certi casi è vero, ma la mia vita matrimoniale è stata, ed è, soddisfacente e, a tre anni dalle nozze, è nata nostra figlia ed è stupefacente notare come un bambino capisca le difficoltà del genitore disabile. Come per tutte le coppie, per noi contano collaborazione e dialogo. E qualche momento insieme per riscoprire il valore dell’amore».</p>
<p>(Pubblicato su “<a href="http://www.mirorenzaglia.org/2012/03/sesso-disabilita-e-prostituzione-tabu" target="_blank">Il Fondo – Magazine di Miro Renzaglia</a>” del 13 marzo 2012)</p>
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