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	<title>Terre del Lupo Rebirth</title>
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		<title>Il lato oscuro dell’insigne collegiata di Santa Maria Assunta in Bagnoli Irpino (di Federico Lenzi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Contributi dagli Utenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Aug 2013 18:22:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La cattedrale di Bagnoli Irpino nata con l’ampliamento di una chiesa del nono secolo, progettata per ospitare il vescovo con tanto di palazzo a pochi passi (presso la fontana del Gavitone da cui sbuca un carpine) è indubbiamente tra le più belle chiese della provincia. Oltre allo splendido sagrato in stile barocco costellato di splendide [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La cattedrale di Bagnoli Irpino nata con l’ampliamento di una chiesa del nono secolo, progettata per ospitare il vescovo con tanto di palazzo a pochi passi (presso la fontana del Gavitone da cui sbuca un carpine) è indubbiamente tra le più belle chiese della provincia. Oltre allo splendido sagrato in stile barocco costellato di splendide opere d’arte, al di sotto troviamo un mondo di cunicoli e stanze che conservano i resti di generazioni di bagnolesi. Il papato tra il settimo e il nono secolo per evitare i superstiziosi riti di sepoltura nati da usanze romane e germaniche impose che i morti fossero seppelliti nelle chiese o nei cimiteri adiacenti ad esse, ma con la venuta di Napoleone questa pratica fu vietata e spari del tutto. Stranamente molti secoli fà i cimiteri erano luoghi adiacenti le chiese in cui si era smesso di seppellire e dove si svolgeva la vita sociale del paese, come le odierne piazze! La cripta della Chiesa Madre fu riscoperta lo scorso anno dal prof. Giuseppe Dell’Angelo e da suo nipote Gildo Parenti durante la scrittura del libro “Bagnoli Irpino e le sue radici cristiane”, info copie: <a href="mailto:ermesparenti@hotmail.it">ermesparenti@hotmail.it</a> , a cui dedicano l’appendice tre dell’opera. Di seguito l’intervista a Gildo Parenti che ci parla di questa oscura metà della chiesa madre su cui non batte mai il sole.</p>
<p><em>1)     Come avete avuto l’idea di esplorare la cripta?</em></p>
<p>Innanzitutto l’idea è venuta a Giulio Tammaro e al sagrestano Pasquale Marzo che ringrazio, altrimenti non sarei mai sceso laggiù. Colgo l’occasione per ringraziare anche don Stefano Dell’Angelo che ci ha accordato il permesso di scendere. Non avevo proprio pensato di parlare di questo nel nostro libro.</p>
<p><em>2)     Ci spieghi cosa si trova sotto il pavimento della chiesa?</em></p>
<p>Molte cripte in generale erano usate per seppellire le persone importanti  del paese, ma quelle di Bagnoli sono paragonabili a fosse comuni. La cripta di cui parliamo fu costruita con l’ampliamento della struttura tra il 1720 e il 1769, si trova sotto l’abside ed è formata da due vani: il primo che costituisce una stanza che si trova sotto il coro ed il secondo una vera e propria vasca di grandi dimensioni sotto l’altare. Un’altra cripta, molto più antica e appartenente al nono secolo, si trovava sotto il cosiddetto “cappellone” e giungeva fino al transetto sinistro. Inoltre, sotto tutto il pavimento della chiesa se levassimo la copertura in marmo del 1939 troveremmo tanti piccoli vani rettangolari in cui erano sepolti i morti.</p>
<p><em>3)     Come si accede alla cripta?</em></p>
<p>Per scendere bisogna recarsi dal coro ligneo dietro l’organo e scendere giù, lì si trova sul pavimento una grande lapide di marmo bianco a chiudere l’ipogeo. Questa apparteneva alla famiglia Bruno, non si sa perché venne presa questa lapide che per essere inserita fu in parte spezzata. Su di essa è inciso: ”Tolta dall’urna dell’illustre famiglia Bruno e trasportata dal basso per l’ampliamento del tempio , il dottor Nicola Bruno la pose nell’anno del Signore 1766”, questo comunque non spiega perché sia finita lì. La prima difficoltà è stata proprio rimuovere questa pesantissima lapide, il problema è stato risolto trovando un vecchio gancio nascosto in un angolo sul pavimento che si adattava perfettamente al foro che c’è su di essa. E’ impossibile riuscire a sollevarla con le mani come una qualsiasi altra lapide, solo grazie all’ausilio del gancio che fa quasi da chiave si può aprire.</p>
<p><em>4)     Prima della costruzione della cripta dove finivano i morti?</em></p>
<p>Anticamente quelli che abitavano nella parte bassa andavano a San Rocco o nei vani sotto il pavimento della chiesa madre, invece chi risiedeva nella parte alta era portato intorno alla chiesa di Santa Margherita (le sepolture giungevano fino all’odierna farmacia) o nei territori di San Domenico. Solamente durante la peste del 1656 per evitare contagi i morti erano seppelliti in fosse comuni in località Santa Barbara (vicino l’omonima chiesa), nel territorio dei frati domenicani (zona del campo sportivo) e in località Salsola che sorgeva vicino il burrone di Caliendo. Dal 1900 i defunti sono trasportati nell’attuale cimitero.</p>
<p>5)     Con quali attrezzature siete scesi nella cripta?</p>
<p>Siamo scesi con attrezzature improvvisate, perché sicuramente non avevamo progettato quest’esplorazione. L’esplorazione è durata soli venti minuti. Abbiamo utilizzato una torcia elettrica collegata a un cavo, perciò ci siamo dovuti fermare nella prima stanza e illuminare solo parzialmente l’immensa vasca sottostante, e una scala di ferro per calarci giù.</p>
<p><em>6)     Ora la domanda che tutti i lettori aspettano, ci descriva la cripta.</em></p>
<p>Il primo vano è profondo all’incirca quattro metri, mentre il secondo lo è molto di più (la scala non sarebbe bastata per scendere ancora). Tutto il terreno è cosparso di resti umani, immondizia, ciottoli, legni e cocci. Nella prima stanza in cui s’accede appena scesi si trovano due mezzi-busti femminili in legno posti appositamente uno di fronte all’altro prima dell’ingresso alla successiva stanza. Queste statue sono in condizioni critiche vorrei tanto fossero recuperate, ma non credo si riesca più a restaurarle. Una non si sa cosa rappresenti essendo caduta a faccia in giù e l’altra rappresenta una figura femminile dalle mani appositamente mozzate e gli occhi cavi. Intorno alle due statue ci sono tantissimi lumini. Potrebbero raffigurare le cosiddette “piangenti”: sculture che avevano il compito di vegliare e piangere per i morti, legate a antiche tradizioni romane conservatesi nel meridione. Quest’usanza la ritroviamo anche nelle “chiangi-muorti” donne pagate per piangere ai funerali. Comunque questa è solo un’ipotesi. L’intera stanza è cosparsa di ossa ed in un angolo sono presenti cinque casse in legno colme di ossa. Dopo troviamo un’apertura che porta alla cripta vera e propria quella grande, un’immensa vasca sotto l’altare. La stanza era così grande che non sono riuscito a prenderla tutta con una foto. Dalla porta presumibilmente venivano gettati giù i morti insieme a del terriccio, oltre a questo sono stati gettati anche dei rifiuti durante i lavori del 1939 e una grande statua in legno alta un metro e mezzo o due situata sotto la porta d’ingresso rappresentante sempre una figura femminile. Presumibilmente la statua non servendo più fu gettata giù, questo spiegherebbe la sua posizione casuale. Per scendere in quest’ambiente c’è bisogno di una scala essendo molto profondo, non sappiamo se giù ci siano altre aperture o botole che si aprano al livello del pavimento essendo stato riempito.</p>
<p><em>7)     Cos’ha provato scendendo in questo luogo funesto?</em></p>
<p>La prima sensazione appena sceso è molto strana, si poggia su un terreno molliccio come appena zappato. L’aria era molto umida e fredda. Più che paura ho provato una sensazione di rispetto e soggezione verso tutte quelle ossa. Comunque è stata un’esperienza sorprendente e molto interessante che non mi aspettavo per nulla.</p>
<p><em>8)     Cosa si è deciso di fare e cosa si è fatto?</em></p>
<p>Io avrei voluto che fossero recuperati i due busti. Al momento non è stato fatto nulla, la cripta è stata richiusa e da quel giorno non ci è tornato più nessuno. Quelle statue fanno parte del patrimonio artistico bagnolese nascosto come i quadri tenuti in magazzino.</p>
<p><em>9)     Prima di voi chi è andato lì per l’ultima volta?</em></p>
<p>Credo che trenta o quaranta anni fa qualcuno scese lì sotto e pose dei lumini a quei due busti che vegliavano sui morti. Ma certamente la cripta è abbandonata da tanto tempo.</p>
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		<title>Il Tacchino di Avellino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Garofalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jul 2013 09:58:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[Non parliamo di cucina, sia chiaro. Il tacchino è un animale tipico del Nord America, un tempo selvatico e poi addomesticato. Tipico del tacchino è il suo aspetto particolare: testa glabara e pelle del collo analogamente prima di piumaggio, il colore della stessa sfuma tra rosso, rosa e azzurro. Solitamente alla gola è presente un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non parliamo di cucina, sia chiaro.<br />
Il tacchino è un animale tipico del Nord America, un tempo selvatico e poi addomesticato. Tipico del tacchino è il suo aspetto particolare: testa glabara e pelle del collo analogamente prima di piumaggio, il colore della stessa sfuma tra rosso, rosa e azzurro. Solitamente alla gola è presente un bargiglio rosso, che non ha alcuna utilità per l&#8217;animale. La coda, poi, può essere aperta (soprattutto nei maschi) in modo simile ad un pavone.</p>
<p>Le tipiche razze europee si presume derivino dai tacchini che gli spagnoli importarono nel Vecchio Continente dal Messico.<br />
Fondamentale distinzione esiste tra le razze americane e quelle europee. Quelle americane sono standardizzate in sette razze riconosciute, ma gli esemplari in commercio sono per lo più frutto di incroci industriali che offrono vantaggi non indifferenti in resa commerciale.<br />
Le razze del Vecchio Continente, invece, sono legate alle realtà di ogni singolo paese. Per quanto riguarda l&#8217;Italia dobbiamo premettere che si è avuta una crisi dell&#8217;allevamento avicolo che ha portato all&#8217;estinzione di alcune delle razze tipiche del territorio nazionale.<br />
In Italia Settentrionale sono ancora rinvenibili esemplari di alcune delle storiche razze nostrane, mentre nel Sud dell&#8217;Italia tutte le razze tipiche e antiche sono ormai completamente estinte. Purtroppo una mancata attenzione alla zootecnia del tacchino ha portato anche a un peggioramento delle caratteristiche delle singole razze italiane.<br />
Vantaggio, però, per le razze italiane è che sono ancora capaci di accoppiarsi naturalmente, cosa invece impossibile per gli ibridi americani data la mole ricercata per esigenze di mercato.</p>
<p>Se, come abbiamo accennato, in passato in Italia vi erano numerose tipologie di razze tipiche della nostra nazione, oggi le cose sono cambiate: si sono infatti estinti il Tacchino di Treviso, il Tacchino lilla di Corticella (tipico del territorio Veneto ed Emiliano), il Tacchino di Benevento e il Tacchino di Avellino.<br />
E siamo così giunti all&#8217;argomento che da il titolo all&#8217;articolo. Purtroppo della razza autoctona del territorio irpino poco si conosce, quindi sarà brevissimo il cenno che faremo&#8230;<br />
Cosa curiosa è che, svolgendo una rapida e sicuramente non abbastanza approfondita ricerca, si trovano due diverse opinioni riguardanti l&#8217;esistenza di esemplari del Tacchino di Avellino. Secondo quanto riportato da Agraria.org, rivista online di formazione agraria, non si ha alcun dubbio sull&#8217;estinzione dell&#8217;animale di cui discorriamo; mentre stando alla fonte Biozootec.it sembra esservi ancora qualche allevamento di tale tipologia d&#8217;animale, poichè non si fa alcun cenno all&#8217;estenzione.</p>
<p>Il Tacchino di Avellino era un animale di taglia limitata ma particolarmete adatto alla cova. Tipico era il colore della livrea, bianca, con sfumature nere verso le estremità elle piume remiganti. Stando a quanto riportato da Alessio Zanon in un suo lavoro riguardante l&#8217;allevamento del Tacchino in Italia, sembra che tale colorazione sia stata storicamente ottenuta continuando gli incroci tra tacchini dal piumaggio bianco e dal piumaggio nero.<br />
Secondo, invece, Biozootec.it sembra essere ancora presente l&#8217;allevamento di tale tipologia di animale da cortile, lungo l&#8217;Appenino meridionale, tra Lucera, Avellino e Salerno. Il peso dovrebbe oscillare tra i 4 kg ed i 6 kg, e la taglia è piuttosto modesta. Ottimale per l&#8217;allevamento all&#8217;aperto, l&#8217;animale offre carne magra che sul mercato dovrebbe essere ben pagata.</p>
<p>Onestamente, è la prima volta che sento parlare di Tacchino di Avellino e dubito che sia attivo l&#8217;allevamento di tale tipologia di razza avicola sul territorio della nostra provincia &#8211; sicuro dell&#8217;affidabilità delle informazioni che Agraria.org offre agli utenti.</p>
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		<title>Un menù al tartufo di Bagnoli Irpino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Garofalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jul 2013 20:50:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Con l&#8217;ultimo articolo vi avevamo proposto un bel po&#8217; di notizie sul famoso e pregiato Tartufo di Bagnoli Irpino, ed ecco ora che vi suggeriamo qualche idea su come goderselo a pieno&#8230; Qualche interessante e sicuramente gustosa ricetta la potete reperire sul sito della ProLoco di Bagnoli Irpino (come ha suggerito l&#8217;autore dell&#8217;articolo precedente ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con l&#8217;ultimo articolo vi avevamo proposto un bel po&#8217; di notizie sul famoso e pregiato <a href="https://www.terredellupo.it/2013/07/20/il-tartufo-di-bagnoli-irpino-di-f-lenzi-e-di-capua/" target="_blank">Tartufo di Bagnoli Irpino</a>, ed ecco ora che vi suggeriamo qualche idea su come goderselo a pieno&#8230;</p>
<p>Qualche interessante e sicuramente gustosa ricetta la potete reperire sul<a href="http://www.prolocobagnoli-laceno.org/?page_id=699" target="_blank"> sito della ProLoco di Bagnoli Irpino</a> (come ha suggerito l&#8217;autore dell&#8217;articolo precedente ad un utente sulla <a href="https://www.facebook.com/terredellupo" target="_blank">pagina ufficiale Facebook di Terre del Lupo</a>).</p>
<p>Qui, però, vi suggeriamo un piccolo e completo menù (con ricette che mi son sembrate molto molto interessanti):<br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft" title="Antipasto" alt="Antipasto" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-6.jpg" width="300" height="300" /><strong>Antipasto a base di insalata con tartufo, grana e carciofi<br />
</strong>Puliamo due carciofi, per bene, e poi affettarli finemente. Tagliamo poi scaglie circa un etto di grana padano e mettiamolo da parte.<br />
Passiamo adesso al prezioso tartufo: con un tagliatartufi affettiamo delicatamente il nostro oggetto del desiderio. Prepariamo le foglie di insalata (non troppe) e accompagnamole a crescione e spinacini teneri e freschi. Sale, pepe nero e olio anch&#8217;esso irpino: un bel Ravece!<br />
Se piace aggiungere una goccia di limone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignright" title="Primo" alt="Primo" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-4.jpg" width="300" height="300" />Un primo piatto classico rivisitato: fettuccine al tartufo<br />
</strong>Prepariamo un bel po&#8217; di fettuccine all&#8217;uovo in casa (in alternativa comprimo quelle fresche), e organizziamoci alla preparazione del condimento.<br />
Uno spicchio d&#8217;aglio dovrà esser dorato in una casseruola con olio abbondante. Quando si avrà la doratura, rimuovere l&#8217;aglio e togliendo dalla fiamma la casseruola poniamo al suo interno un po&#8217; di acciughee quando esse saranno sciolte aggiungiamo giusto una punta di burro.<br />
Lasciamo andare sulla fiamma per un po&#8217; e quando tutto sarà ben caldo aggiungiamo un ingrediente prezioso: patè di fegato d&#8217;oca.<br />
Diminuiamo la fiamma e lasciamo cuocere per altri due minuti&#8230;<br />
Lessiamo le fettuccine e a cottura ultimata aggiungiamo il condimento, se piace aggiungiamo il parmigiano&#8230; e prima di servire ricordiamoci una bella grattugiata di tartufo di Bagnoli!</p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignleft" title="Secondo" alt="Secondo" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-5.jpg" width="300" height="300" />Secondo piatto a base di coniglio al tartufo<br />
</strong>Facciamo a pezzi un coniglio e lessiamolo per cinque minuti in pochissima acqua.<br />
Scoliamo e asciughiamo&#8230; Frattanto rivestiamo una pirofila di carta da forno e inseriamo al suo interno rosmarino, timo, alloro, menta e origano. Disponiamo, dopo le erbe aromatiche, i vari pezzi di coniglio.<br />
Prendiamo, poi, dei peperoni e puliamoli dai semi, tagliamoli poi a striscioline sottili e disponiamole sul coniglio.<br />
Aggiungere vino bianco, sale e pepe.<br />
Inseriamo il tutto nel forno a 200 gradi per mezz&#8217;ora e poi terminiamo gli ultimi 10 minuti con il grill acceso, bagnando di tanto in tanto con brodo vegetale. Prima di servire, a crudo, l&#8217;immancabile tartufo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un contorno, o secondo alternativo, di </strong><b>melanzane ripiene al tartufo</b></p>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="Contorno" alt="Contorno" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-31.jpg" width="300" height="300" /></strong>Facciamo scottare in pentola le melanzane (piccole e tonde) in acqua bollente; poi tagliarle a metà e svuotarle, senza romperle, della polpa (che andrà conservata).<br />
Prendiamo il tartufo, puliamolo per bene, affettiamolo e saltiamolo in olio extravergine d&#8217;oliva, bollente!<br />
Tritare poi la polpa delle melanzane, un&#8217;etto di mortadella, uno (o se piace anche due) spicchio d&#8217;aglio, mollica di pane (preparata come per le polpette, di pane raffermo lasciata a mollo in latte).<br />
Aggiungiamo parmigiano, uova, maggiorana e noce moscata&#8230; aggiustiamo di sale e pepe. Aggiungiamo il tartufo!<br />
Amalgamato il tutto, si passa a riempire le melanzane.<br />
Porre in un tegame le melanzane, poi metterle al forno a 180 gradi per 30 minuti, dopo averle ricoperte di una manciata di parmigiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ovviamente il pranzo non sarà completo se non accompagnato da un vino. E quale vino abbinare?<br />
Indiscutibile l&#8217;idea di associare al pranzo un ottimo <a href="https://www.terredellupo.it/2010/12/28/i-tre-re-il-greco-di-tufo/" target="_blank">Greco di Tufo</a>, la cui mineralità esalterà l&#8217;aroma del nostro delicato e prezioso tartufo.<br />
Se preferite, invece, un vino ancor più intenso del nostro Greco di Tufo, non dimentichiamoci dell&#8217;unico e raro<a href="https://www.terredellupo.it/2012/09/28/andrea-scanzi-il-grecomusc-e-gioiello/" target="_blank"> Grecomusc&#8217;</a>&#8230;</p>
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		<title>Il tartufo di Bagnoli Irpino (di F. Lenzi e E. Di Capua)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Contributi dagli Utenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2013 07:50:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il tartufo, a quanto ne sappiamo, rientrava già nelle diete dei Sumeri e degli Ebrei (1700-1600 A.C.) e certamente era conosciuto e molto apprezzato dai romani e dagli Etruschi. Questo fungo è citato per la prima volta con il nome di Tuber da Plinio il vecchio nel libro “ Natural Historia “. Al tartufo erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il tartufo, a quanto ne sappiamo, rientrava già nelle diete dei Sumeri e degli Ebrei (1700-1600 A.C.) e certamente era conosciuto e molto apprezzato dai romani e dagli Etruschi. Questo fungo è citato per la prima volta con il nome di Tuber da Plinio il vecchio nel libro “ Natural Historia “. Al tartufo erano attribuite proprietà afrodisiache, poiché la leggenda narrava che il tartufo fosse nato da un fulmine scagliato da Giove sotto una quercia  ( questa teoria fu diffusa dal filosofo greco Giovenale nel I D.C. ). Nel medioevo ci fu una disputa tra vari studiosi sulla sua origine: c’era chi sosteneva fosse una pianta, chi un’escrescenza del terreno e chi addirittura lo considerava un animale! Questo era alimento di nobili e chierici. Si credeva fosse la “quinta essenza “ in grado di mandare in estasi chi lo mangiava. Nel diciottesimo secolo il gastronomo francese  Brillant Savarin lo definì il “ diamante della cucina “, infatti il tartufo era ed  è tenuto in grande attenzione nell’alta cucina internazionale . Il termine tartufo deriva dalla parola tuber che in latino vuol dire “rigonfiamento “ o “ grumo “. La parola tuber diede origine al termine truffle in Francia, che poi venne importato nel nostro paese e trasformato in tartufo; con il termine tartufo nel passato si indicava anche una persona ipocrita. Il tartufo è un fungo ipogeo (ovvero che svolge tutta la sua vita sotto terra),  appartiene al genere tuber e necessita di una pianta con cui vivere in simbiosi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="Tartufo" alt="Tartufo" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo1.png" width="266" height="180" /></p>
<p>Il corpo del fungo è chiamato sporocapo , la parete esterna peridio e la parte interna gleba , la quale è percorsa da venature tra le quali si aprono delle macrocellule: gli alveoli (aschi) in cui si trovano le spore. La simbiosi è fondamentale per questo fungo: si sviluppa legandosi con particolari tubicini (micorrize) alle radici periferiche della pianta;  la pianta fornisce nutrimento al fungo ed esso gli produce acqua e sali minerali (assorbiti con altre micorrize dal suolo).Questi filamenti sono costituiti da parti più p</p>
<p>iccole dette ife che unendosi formano il corpo del frutto. Non potendo sfruttare le correnti d’ aria il tartufo emana un forte odore per attirare i piccoli animali che cibandosi dei suoi semi li spargono e permettono il suo ciclo vitale.</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Ciclo" alt="Ciclo" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo2.png" width="400" height="262" /></p>
<p>Nel mondo esistono circa sessantatre specie di tartufo, in Italia se ne trovano venticinque (di cui solo nove commestibili). Queste qui sotto sono le sei specie più utilizzate nel nostro Paese:</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Le tipologie di tartufo italiano" alt="Le tipologie di tartufo italiano" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo31.png" width="463" height="387" /></p>
<p>Spesso gli alberi utilizzano il tartufo per sopravvivere in terreni pietrosi o scoscesi. Per la crescita di questo fungo il terreno deve essere calcareo, ma occorre anche una percentuale minima del 40% di argilla, non ci deve essere una fitta copertura arborea poiché il suolo deve riscaldarsi e cosa più importante non devono esserci erbe. Gli alberi che permettono la nascita del tartufo nero sono le seguenti:</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Le piante" alt="La piante" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo41.png" width="379" height="208" /></p>
<p>  I tartufi si concentrano in particolari zone dette tartufaie situate tra i 400 ed i 1000 metri sul livello del mare. La terra situata sopra una tartufaia è secca e soffice: sembra bruciata; questo è dovuto ad alcune sostanze liberate dai tartufi. Le tartufaie possono avere origini naturali o essere costruite artificialmente dall’uomo. La raccolta del tartufo nero invernale va dal 1 settembre al 15 aprile. Spesso in montagna le tartufaie sono di grandi estensioni e si notano facilmente, ma per estrarre il tartufo non si può scavare l’intera area per non distruggere il suo ecosistema e renderla improduttiva; pertanto bisogna estrarre solamente il tubero. Si dice si possa trovare il tartufo liberando una speciale mosca attratta dal suo odore, ma è un metodo poco diffuso e fuori legge. Alcuni prodotti elettronici in grado di sostituirsi all’ olfatto del cane sono in via di sperimentazione. Anche maiali e cinghiali sono propensi alla ricerca agendo d’istinto, infatti le femmine di questi animali sono attirate dall’ odore del tartufo che contiene il feromone della saliva del maschio e questo porta l’ animale a divorare subito il fungo, quindi bisogna trattenere la scrofa per prelevare il frutto. Al momento, però la legge consente solamente l’ utilizzo del cane nella ricerca. Per trovare il tartufo vengono utilizzati cani di taglia medio/piccola di solito bastardi, ma sono anche adatti i cani da caccia. Il cane per eccellenza nella ricerca del tartufo è il Lagotto romagnolo che ha un olfatto sensibilissimo. Il cane si dalla tenera età, attraverso pasti frugali, quasi per gioco è addestrato alla ricerca e ricompensato con il cibo. Inizialmente si nasconde il tartufo in una calza e lo si manda ad acchiapparla, in seguito si nasconde la calza con il tartufo prima in superficie e poi sotto terra ed infine l’ addestramento si conclude portando il cane sul luogo di lavoro con “colleghi” più anziani . Ogni anno a Bagnoli nel corso della sagra si tiene una gara per cani da tartufo che attira molti partecipanti e curiosi. Il buon tartufaio custodisce gelosamente la posizione delle sue tartufaie e dopo aver prelevato il tubero riposiziona le zolle di terra per nascondere le tracce del suo passaggio e non interromper il ciclo della tartufaia. Il cercatore di tartufi per non incombere in multe deve pagare una tassa annua per poter esercitare il suo mestiere. Il tartufo, grazie a recenti scoperte, si può anche coltivare come una comune pianta. Vengono presi degli arbusti che producono il tartufo e alle loro radici sono unite delle micorrize uguali a quello del prezioso tubero, la pianta viene quindi messa  in vaso con delle spore e del terreno di tartufaia; successivamente si lega alle micorrize un piccolo prezzo di tartufo che si svilupperà e crescerà con la pianta stessa.  Queste piantine sono prodotte in laboratorio ed hanno un elevato costo (tra i 10 e le 20 euro); inoltre i frutti e le piantine devono essere controllate presso specifici laboratori periodicamente e la produzione è strettamente vincolata dal calendario di raccolta regionale. Solitamente le piantine vengono tenute in grandi serre e curate quotidianamente.  Quest’ impianti hanno un elevato costo di creazione e di mantenimento ,  inoltre i tartufi ivi prodotti hanno un valore di mercato inferiore a quelli naturali e questo ci fa logicamente dedurre che vengono coltivati solamente tartufi pregiati con un elevato valore di mercato. Lo schema sintetizza le varie fasi della tatuficoltura:</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="tartuficoltura" alt="Tartuficoltura" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo51.png" width="421" height="233" /></p>
<p>La produzione nazionale del prezioso tubero si aggira sugli 800-900 quintali l’anno. I 2/3 della produzione nazionale provengono da Aqualagna in provincia di Pesaro-Urbino, questo paese è un vero miracolo della natura dato che vi crescono tutti i tipi di tartufo durante tutto l’anno e li hanno sede le principali ditte del settore;  inoltre le sue annuali sagre attirano mercanti ed aziende da ogni angolo del mondo. In Campania si producono tra i 1000 ed i 1500 quintali l’anno, con un guadagno tra i tre ed i quattro milioni di euro; nella nostra regione si produce il “tartufo nero ordinario di Bagnoli” che rappresenta quasi l’ intera produzione ed il “tartufo bianco pregiato” molto raro da reperire e quindi non degno di nota. Al momento il 90% della produzione mondiale proviene da Italia, Spagna e Francia. In Italia, nei siti in cui si ricavano grandi guadagni dalla vendita del tartufo, i prezzi sono regolati da delle “borse del tartufo”: che sono uguali a quelle delle azioni e regolano i prezzi del tubero in base alla richiesta salvaguardando gli interessi del produttore ed anche del consumatore. Le principali borse del tartufo italiane sono quelle indette dalla Camere di commercio della provincia di Asti e quella del comune di Aqualagna, quest’ultima influisce indirettamente  anche sul prezzo del nostro tartufo ed ha rilevanza nazionale. Bagnoli come mostra la mappa è il sito di produzione più a sud d’Italia.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="Mappa tartufi" alt="Mappa" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo61.png" width="150" height="187" />La mappa, inoltre, mostra che questo è un prodotto tipico dell’Appennino Centro-Settentrionale, fatta eccezione delle colline piemontesi. Nel 2008 a Bagnoli sotto il patrocinio della pro-loco e su spinta della regione è stata creata l’ associazione dei tartufai dei Monti Picentini per salvaguardare e proteggere questo fungo. Il logo del’associazione è costituito da due monti verdi che simboleggiano il Terminio ed il Cervialto, in una montagna è raffigurata una P azzurra a simboleggiare la ricchezza di acque e nell’altra un tartufo. Questa associazione è stata fondata da alcuni operatori del settore. Oltre all’associazione bagnolese in Campania esistono altre associazioni di raccoglitori di tartufo: Associazione dei Tartufai dei colli irpini, Associazione Tartufai Sanniti e l’ Associazione Micologica del Matese. Il tartufo prodotto a Bagnoli è il “ Tuber Meserenticum “ o meglio conosciuto come “tartufo nero ordinario di Bagnoli “,  questo nasce sui Monti Picentini con ph subacido. Il nostro tartufo era molto apprezzato dai Borboni che lo preferivano a quello prodotto nell’Italia centrale; ma nel passato ha subito numerose discriminazioni a causa di un infondata teoria che dava per riluttanti i tartufi molto odorosi. Il “tartufo nero ordinario di Bagnoli “ ha la forma d’un uovo, scorza bruno-nerastra con verruche piramidali non molto sporgenti. La polpa va dall’ocra  al bruno fino al grigio e si caratterizza per le classiche venature bianche. Allo stato maturo emana un forte odore di alcool iodato, inebriante e stimolante. Il sapore è gradevole, un po’ amaro e molto appetitoso…. il massimo per un buon gustaio è assaggiarlo fresco a fettine sottile su vari alimenti. Il tartufo nero contiene meno acqua rispetto al bianco ed è costituito per lo più da proteine. Questo è dimostrato dai seguenti grafici:</p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Grafico 1" alt="Grafico 1" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo71.png" width="189" height="158" /></p>
<p style="text-align: center"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Grafico 2" alt="Grafico 2" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo81.png" width="266" height="149" /></p>
<p>Dato il suo elevato valore questo fungo è utilizzato con grande parsimonia . Il prezzo di questo tubero può essere di 30/40 euro nel periodo centrale e di 200 euro nel periodo della sagra. Il suo uso principale è quello di spezia grattata su molteplici pietanze. Il tartufo può essere utilizzato per la produzione di vodka, liquori ed altri distillati, ma l’ olio al tartufo è solamente un prodotto di laboratorio che non contiene questo tubero. I prodotti derivati dal tartufo sono molteplici dai dolci alle diffusissime salse con funghi per condimento. Il tartufo si può pulire in due modi : o immergendolo in acqua tiepida e poi strofinarlo con uno spazzolino sotto l’acqua corrente oppure pelandolo, ma in questo modo si disperde parte del frutto. Dopo la raccolta il fungo può essere conservato per alcuni giorni nel riso (2o3) ed in seguito si può conservarlo al fresco in dei barattoli avvolto da carta assorbente per qualche settimana; ma dato che è un prodotto stagionale e va conservato per vari mesi si può benissimo metterlo sotto-vuoto in sacchetti di celofan e congelarlo a -20C (per mantenere intatto il profumo si dice basti aggiungere del sale sul tartufo). Altri metodi di conservazione sono sott’olio e tritato con il burro. In questo momento a Bagnoli esistono sei aziende di lavorazione del tartufo: di cui una famosa a livello mondiale, una che sta emergendo sulla piazza nazionale in questi ultimi anni ed altre a livello locale. Alcuni imprenditori di altre regioni acquistano il nostro tartufo e macinandolo con una minima parte di tartufo pregiato lo rivendono a prezzi esorbitanti, solitamente sotto la denominazione “tartufo nero pregiato di Norcia“. Le aziende del settore nazionale  hanno una predilizione per il nostro tartufo per il suo rapporto qualità/prezzo che è il più conveniente d’Italia (nel centro-nord il tartufo va dai 300 ai 1700 euro al Kg). Il “tartufo nero ordinario di Bagnoli“  è molto apprezzato a livello nazionale ed è stato conosciuto proprio grazie alla sua annuale sagra; per promuoverlo a livello internazionale nelle settimane scorse il comune di Bagnoli si è gemellato con i comuni del tartufo di Sinzig in Germania e Perigord in Francia. Sinzing nel distretto di Dusseldorf, fondata nel 921D.C. e distrutta nella guerra dei trent’anni, è sito di produzione del tartufo nero del genere “tuber uncinatum“.  Perigord comune francese della Dordogna produce il “tuber melasponum“ un&#8217;altra specie del tartufo nero. Durante la corrente sagra è presente a Bagnoli una delegazione del comune di Sinzing e si terrà una conferenza sul gemellaggio (argomento che tratteremo nei prossimi numeri). L’asse Bagnoli-Sinzing-Perigord permetterà di promuovere e diffondere il nostro tartufo sui mercati tedeschi e francesi; e di far conoscere i prodotti di queste nazioni in Italia. Questa è una grande opportunità per i produttori e le aziende locali, perché aprirà la via a nuovi grandi mercati. La regione Campania ha in programma di puntare sul tartufo nei prossimi anni finanziando attività di promozione ed indagando sulla filiera cercando di migliorarla e di aumentare gli introiti da questo settore, oltre alle attività di ricerca per quest’anno la regione ha in programma anche iniziative di carattere didattico-culturale; se si è giunti a quest’iniziativa gran parte del merito è, indiscussamente, della comunità bagnolese che con grande impegno nel corso dei secoli ha fatto conoscere ed apprezzare il suo tartufo ai vari potenti ed al mondo globalizzato.</p>
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		<title>La Transumanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Garofalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2013 12:31:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Avellino]]></category>
		<category><![CDATA[Irpinia]]></category>
		<category><![CDATA[Transumanza]]></category>
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					<description><![CDATA[Cos&#8217;è la transumanza, e perché ne parliamo su Terre del Lupo? Sono due semplici interrogativi, che ci aiutano a scoprire un tassello dell&#8217;enorme mosaico della cultura irpina. Iniziamo col rispondere alla prima delle due domande. La transumanza è una migrazione animale, a cadenza stagionale, che porta animali di diversa taglia (ovini o bovini) a spostarsi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cos&#8217;è la transumanza, e perché ne parliamo su Terre del Lupo?<br />
Sono due semplici interrogativi, che ci aiutano a scoprire un tassello dell&#8217;enorme mosaico della cultura irpina. Iniziamo col rispondere alla prima delle due domande.</p>
<p>La transumanza è una migrazione animale, a cadenza stagionale, che porta animali di diversa taglia (ovini o bovini) a spostarsi da zone di pianura a zone di montagna, e viceversa.<br />
E&#8217; un aspetto della pastorizia comune a diverse aree del globo, diffuso sia in Spagna, che in Asia Minore, attraversando molte aree del Mediterraneo. Anche nella zona andina si pratica la transumanza.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="Transumanza" alt="Transumanza" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-3.jpg" width="298" height="298" />Tipico elemento della transumanza è il sentiero che i capi e gli allevatori (i pastori) percorrono, solitamente in terra battuta, chiamati tratturi.<br />
Per quanto riguarda l&#8217;Italia, la transumanza è principalmente, se non unicamente, diffusa nelle zone appenniniche. Importantissima dal punto di vista economico in passato, la transumanza era pratica diffusa e nota, tanto da portare notevoli entrate alla dogana di Foggia, che tassava il passaggio lungo i tratturi dall&#8217;Abruzzo alla Puglia. Anche in Spagna numerose erano le entrate fiscali dovute alla tassazione della pastorizia.</p>
<p>La parola transumanza ha origini antiche, e vuol significare proprio <em>attraversamento</em>, <em>transito sul suolo</em>. Nel periodo primaverile si ha uno spostamento delle mandrie, o dei greggi, verso le montagne, mentre in autunno iniziano le operazioni di ritorno alle zone di pianura.</p>
<p>Perché ne parliamo su Terre del Lupo appare ovvio: tipica dell&#8217;Irpinia è la vacca Podolica, su cui spenderemo a breve alcune parole, e quindi ad essa collegata è la pratica della transumanza.<br />
Di origine asiatica, la vacca Podolica, giunse in Italia diffondendosi su quasi tutto il suolo nazionale, ma divenendo nel tempo razza tipica di solo alcune zone: Puglia, Campania, Basilicata, Molise e Calabria. Razza praticamente rustica, appartenente all&#8217;elenco delle tipiche razze bianche italiane, oggi si trova solo nel Mezzogiorno, diffusa neppure su tutto il territorio, ma confinata ad aree ben precise. Una di queste aree è proprio l&#8217;Irpinia.<br />
La Podolica è un animale che produce carni di buona qualità, ma in passato era utilizzata per lo più come animale da lavoro, e difficilmente per la produzione di latte. Proprio la sua capacità di produrre latte, in quantità eccessive rispetto ai bisogni del vitello, pian piano ne è iniziata la mungitura che ha portato alla produzione, poi, del famoso caciocavallo podolico.<br />
La maggior parte degli allevamenti della vacca in questione è localizzata in zona di Montella e di Bagnoli Irpino, con circa 2000 capi.</p>
<p>Tipica produzione legata alla mungitura è il caciocavallo omonimo, la scamorza podolica e della &#8220;mozzarella&#8221; dell&#8217;entroterra irpino.</p>
<p>Questo articolo, però, non si ferma a una breve descrizione della transumanza e delle tipiche razze bovine allevate sul suolo provinciale, ma, grazie a un piccolo e interessante documentario prodotto e diffuso da <a href="http://www.youtube.com/user/uanmtv?feature=watch" target="_blank">UànmTv</a> (vi abbiamo proposto altre volte video prodotti da questi ragazzi, il cui lavoro personalmente apprezzo particolarmente) sul famosissimo YouTube (a tal proposito vi invito a iscrivervi al <a href="http://www.youtube.com/channel/UCGUXzc8l6imA-sVin0iXMhA" target="_blank">canale ufficiale di Terre del Lupo</a> &#8211; anche se non abbiamo ancora prodotto molti video).</p>
<p>[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=P6HdNhWHCM0[/youtube]</p>
<p>Ma di cosa racconta precisamente questo documentario?<br />
Senza rivelarvi troppo anticipatamente, per non farvi perdere la magia delle immagini, del racconto e delle musiche, o della simpatia di alcuni personaggi che conoscerete durante la visione, provo a riassumervi brevemente gli elementi salienti.<br />
La transumanza, ovvero l&#8217;allevamento bovino allo stato brado, è una delle attività storiche della provincia, che purtroppo sta andando scomparendo per diversi motivi, uno fra tutti quello economico.<br />
In questa pratica, però, sono racchiusi, come in scrigno prezioso, tanti elementi della cultura e della storia locale. Perderli sarebbe un peccato!<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="Podolica" alt="Podolica" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Vacca-Podolica.jpg" width="200" height="171" />Perdendoci tra vacche dal vello bianco e grigio, che facilmente si incontrano percorrendo le strade dell&#8217;Irpinia recandosi al Laceno o a Serino, si percorre un viaggio incredibile. Il documentario, accompagnandoci per pascoli e monti, tenta &#8211; e ci riesce &#8211; di spiegare anche l&#8217;importanza per l&#8217;economia locale della pratica dell&#8217;allevamento podolico. La produzione di formaggi eccellenti, infatti, è a rischio &#8211; a causa di produzioni su larga scala, industriali e meno ricchi qualitativamente, ma a prezzi finali minori &#8211; nonostante le sue origini siano ancora intatte nella cultura pastorale irpina. Si potrà, infatti, scoprire come vien prodotto il prezioso formaggio, il caciocavallo, gustare con gli occhi il suo grasso e intenso sapore.<br />
Purtroppo, però, nonostante l&#8217;importanza di tale vacca e di tale tipologia di allevamento la diffusione di metodologie di allevamento intensivo ha messo a rischio la sopravvivenza del patrimonio culturale di cui si narra.</p>
<p>Quindi non resta che augurarvi una piacevole visione del documentario, sicuro ne sarete affascinati, lasciandovi con una frase estratta dal documentario, che mi ha fatto sorridere: &#8220;<em>Ci piace a stare sulle montagne (&#8230;), ci piace il provolone </em><i>podolico, la carne podolica &#8230; e il vino genuino, non ti piace pure quello?&#8221;.</i></p>
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		<title>Viaggio in Irpinia nel 1936</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Garofalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jul 2013 14:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[1936]]></category>
		<category><![CDATA[Avellino]]></category>
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		<category><![CDATA[Itinerario]]></category>
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		<category><![CDATA[Provincia]]></category>
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		<category><![CDATA[Touring Club]]></category>
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					<description><![CDATA[Attraverso l&#8217;Italia è il sottotitolo del volume curato dal Touring Club Italiano, datato 1936, che ho trovato per caso in una piccola libreria di volumi usati nel centro di Ferrara. Nel volume numero 7, dedicato alla Campania, ho ritrovato un po&#8217; della nostra provincia. Così apre all&#8217;Irpinia il volume in questione: &#8220;Dove il mare etrusco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Attraverso l&#8217;Italia</em> è il sottotitolo del volume curato dal Touring Club Italiano, datato 1936, che ho trovato per caso in una piccola libreria di volumi usati nel centro di Ferrara. Nel volume numero 7, dedicato alla Campania, ho ritrovato un po&#8217; della nostra provincia.</p>
<p>Così apre all&#8217;Irpinia il volume in questione:<br />
&#8220;<em>Dove il mare etrusco prende più ampiezza, si apre nella penisola una profonda insenatura, via naturale alla penetrazione dei commerci. L&#8217;annuncia di lontano lo sparso arcipelago Ponziano, la prolungano all&#8217;ingresso, a guisa di giganteshi moli, da un lato Capri, dall&#8217;altro Ischia e Procida. (&#8230;) Terra d&#8217;incanto e d&#8217;oblio che fu detta &#8220;eterno certame&#8221; di Bacco e di Cerere. Questa vibrazione di bellezza, che è in ogni parte come in tutto l&#8217;insieme, si prolunga da un lato nel golfo gemello di Salerno e dall&#8217;altro nella pianura opima, fiorente di due primavere, in quella Terra di Lavoro alla quale in particolare spetta l&#8217;epiteto ridente di Campania Felice. (&#8230;) Quasi a circoscriverla, la recingono, a difesa dai venti boreali, le due provincie montuose di Benevento e Avellino, cioè quel forte eroico Sannio che ambì al dominio d&#8217;Italia e resistè fino all&#8217;estremo al valore romano. (&#8230;)</em>&#8220;.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="Terra di Contrasti" alt="Terra di Contrasti" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-1.jpg" width="280" height="280" />Di Avellino e dell&#8217;Irpinia, sua provincia, si parla nel volume dopo aver scorso le altre cittadine della Regione (Napoli, Salerno, Caserta e Benevento) quasi come a lasciarla ultima perla nel viaggio di scoperta dell&#8217;entroterra.<br />
&#8220;<em>Poche altre regioni montagnose presentano la ben individuata fisionomia e le peculiari caratteristiche dell&#8217;Irpinia, complesso imponente di alture, circoscritto da bassipiani o da profonde valli fluviali o, verso sud, da altissime barriere di monti. (&#8230;)&#8221;, </em>inizia con queste parole il racconto della verde nostra provincia.<br />
Anche nel 1936 la bellezza del territorio era conosciuta, come era altrettanto nota la caratteristica piovosità del clima irpino, e di conseguenza l&#8217;incredibile abbondanza di acque. La bellezza dei boschi, l&#8217;enormità del verde, i profumati querceti e i noccioleti, i castagneti, le faggete montane avevano reso l&#8217;intera provincia di Avellino un giardino affascinante.</p>
<p>La zona più ricca, e sviluppata della provincia, era quella occidentale (tra Partenio e Terminio) dove sorge il capoluogo, Avellino.<br />
Se la città nel tempo aveva perso gran parte del patrimonio artistico ed urbano, le era ancora rimasta la campagna: ville e case l&#8217;addobbavano come giardino, i vigneti ne facevano ricami e l&#8217;attività agricola rendeva serena l&#8217;attività lavorativa quotidiana.<br />
Non poteva affatto mancare menzione a Monte Vergine. Paesaggio e poesia, religione e storia erano, e sono, per quell&#8217;areale adiacente al monte, quotidianità. Ovviamente il monte era divenuto famoso in epoche remote non solo per la sua storia, ma anche per la leggenda che lega la nascita della congregazione verginiana a <a href="https://www.terredellupo.it/2012/09/08/vita-morte-miracoli-del-santo-dirpinia/" target="_blank">San Guglielmo da Vercelli</a>.</p>
<p>Non tutti, però, si recavano all&#8217;abbazia per visitare Mamma Schiavona, legata fondamentalmente al pellegrinaggio partenopeo, ma anche per scoprire le bellezze di quello che oggi è il Parco Regionale del Partenio.</p>
<p>Il resto della provincia offriva, allora come oggi, un enormità di bellezze naturali e storiche. Solofra, polo conciario, offriva al visitatore curioso uno dei palazzi più belli della provincia tutta: il palazzo ducale, non distante da Serino e la sua antica Sabatia.<br />
Spostandosi in altra direzione, invece, subito si giunge (e probabilmente si restava ammaliati) dal bacino carsico chiamato Piano del Dragone, territorio in passato paludoso, poi bonificato, nei pressi di Volturara Irpina.<br />
In linea d&#8217;aria vicino è anche l&#8217;altopiano del Laceno (di cui si può scoprire qualcosa in più, in <a href="https://www.terredellupo.it/2013/07/13/la-vita-nel-lago-di-federico-lenzi/" target="_blank">questo articolo</a>): un lago e un paesaggio incredibilmente selvaggio accoglievano anticamente un tempio, probabilmente legato alla divinità Vesta. Nei suoi pressi si trovava (e si trova ancora oggi) il santuario del Salvatore (Montella). Nei dintorni obbligatoria tappa consigliata era Bagnoli Irpino, antico feudo Cavaniglia, e Montella, punto consigliato di partenza per le escursioni naturalistiche sui monti Terminio e Acellica. Menzione non mancava al <a href="https://www.terredellupo.it/2011/01/09/labbazia-del-goleto-storia-e-meraviglia/" target="_blank">Goleto</a>.</p>
<p>Spostandosi ad oriente, nel 1936, tappe suggerite dal Touring Club erano Sant&#8217;Angelo dei Lombardi ed il santuario del Goleto, Morra, patria dell&#8217;importante Francesco de Sanctis. Conza, e <a href="https://www.terredellupo.it/tdl-file-3-compsa-2/" target="_blank">Compsa</a>, nei pressi di Calitri venivano suggerite quali tappe di importanza archeologica. Altra tappa importante era Lacedonia, nella cui cattedrale nel 1486 si ebbe la congiura dei Baroni contro Ferdinando I d&#8217;Aragona.</p>
<p>Infine si racconta l&#8217;Irpinia settentrionale. Tra i monti, uno dei centri a più elevata altezza vi è Trevico (dove nacque Ettore Scola), poi Ariano e il suo castello medioevale, Mirabella e l&#8217;antica Aeclanum. Taurasi, tornando ad occidente, famosa allora più che per il vino (che ha trovato enorme consenso sul mercato in epoca recente), per le sue origini sannite e Tufo, nota anch&#8217;essa più che per il vino, per lo zolfo lì estratto dalle miniere.</p>
<p>Tra i suggerimenti di viaggio, nella guida del Touring Club Italia del 1936 troviamo una visita alla città di Avellino, in cui si consiglia una visita alla scoperta dell&#8217;Acquedotto Claudio, al Castello Medioevale (il castello Longobardo), il Duomo di cui si elogiano gli interni preziosi ed eleganti. Anche il palazzo della Dogana e l&#8217;antistante monumento a Carlo II d&#8217;Asburgo, palazzo medioevale rifatto nel 1675 per volere di F. Marino Caracciolo da Cosimo Fanzago. Opera del Fanzago erano anche la Fontana detta di Costantinopoli e la torre dell&#8217;Orologio.<br />
Un sorriso mi viene strappato al guardare le antiche foto della guida: se la Dogana risplendeva d&#8217;una bellezza oggi lontanail corso Vittorio Emanuele sembra quello d&#8217;oggi: persone al passeggio, largo, assolato e monocolore. Il viale Regina Margherita, o noto oggi come &#8220;sotto i Platani&#8221; era un vero e proprio giardino ombreggiato. La villa comunale, infine, come suggerimento per una passeggiata: un piccolo giardino cittadino, in foto più selvaggio e meno curato di oggi, ma con un paio di belle fontane ad addobbarla.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="Suggestione" alt="Suggestione" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/foto-2.jpg" width="280" height="280" />Nei dintorni della città la prima tappa consigliata è <a href="https://www.terredellupo.it/2013/01/09/storia-di-montevergine-parte-1/" target="_blank">Monte Vergine</a> col suo antico santuario, l&#8217;abbazia del Loreto di Mercogliano, Ospedaletto d&#8217;Alpinolo e un cenno al patrimonio minerario del territorio tra Altavilla e Tufo.<br />
Montemiletto era nota, allora, per il suo mercato del bestiame. Ariano, tappa necessaria da fare in direzione delle Puglie, viene suggerita quale meta turistica al pari di Montecalvo Irpino e del suo bosco di pini. Fotografia che porta indietro nel tempo, a tempi immemori, è quella di alcune donne in abiti antichi, probabilmente oggi introvabili.<br />
Sant&#8217;Angelo dei Lombardi viene suggerita quale meta turistica, soffermando l&#8217;attenzione sui pozzi petroliferi (cosa di cui nuovamente oggi si dibatte) eretti in direzione del borgo di Rocca San Felice, ancora attivi nel 1936. Non lontano da questi vi è, e vi era, ovviamente, il laghetto con esalazioni mefitiche detto Valle d&#8217;Ansanto.<br />
Di Frigento si invita alla scoperta delle case coloniche. Di Solofra, invece, si invita alla visita della chiesa di San Michele e all&#8217;ammirare la sua facciata barocca.<br />
A Montella, suggerita quale tappa obbligatoria d&#8217;estate per la frescura del clima, non poteva mancare la visita al piano di Verteglia, al Monte Terminio, alla grotta del Caperone e alla civita di Ogliara (con i ruderi di un fortilizio longobardo). La chiesa di San Francesco a Folloni, secondo la storia fondato da San Francesco nel 1222 conserva il sepolcro del conte Diego I di <a href="https://www.terredellupo.it/2013/07/01/il-castello-longobardo-di-bagnoli-irpino-di-federico-lenzi/" target="_blank">Cavaniglia</a>. E così si giunge a Bagnoli Irpino, in cui si suggerisce la visita alle chiese e ai dintorni boscosi.</p>
<p>Non resta che sperare in un ritorno al turismo nelle nostre contrade, rivalutando il patrimonio infinito, fatto di storia e natura, che abbiamo, andando alla scoperta non solo di quei luoghi che già nel 1936 erano noti ai turisti curiosi, ma portandoli e guidandoli alla scoperta di tutte quelle identità più nascoste, ma sicuramente tanto affascinanti, che sulle grandi guide difficilmente trovano posto. Perchè no, accompagnando le passeggiate ai sapori del territorio: i vini deliziosi, le particolari ricette di ogni comune, e di ogni famiglia, i prodotti del bosco (tartufi e funghi), i prodotti caseari di nicchia (si pensi solo al Carmasciano), ammirando le bellezze che un territorio ancora selvaggio cela ad occhi superficiali.</p>
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		<title>La vita nel Lago (di Federico Lenzi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Contributi dagli Utenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jul 2013 16:02:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Capita a volte che il fato quando meno ce l’aspettiamo ci porga piacevoli scoperte, riportando dal baratro antichi scritti di cui s’ignorava totalmente l’esistenza. Lo scorso mese, cercando alcuni libri per la stesura di un articolo su Lafelia, cadde casualmente  a terra un piccolo opuscolo datato 1905. Lo scritto era di Alessandro Trotter, botanico italiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Capita a volte che il fato quando meno ce l’aspettiamo ci porga piacevoli scoperte, riportando dal baratro antichi scritti di cui s’ignorava totalmente l’esistenza. Lo scorso mese, cercando alcuni libri per la stesura di un articolo su Lafelia, cadde casualmente  a terra un piccolo opuscolo datato 1905.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="Laceno" alt="Laceno" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Plancton.png" width="223" height="167" /></p>
<p>Lo scritto era di Alessandro Trotter, botanico italiano nato nel 1871 ad Udine e deceduto nel 1967 a Vittorio Veneto. Esperto di patologia vegetale compì numerosi studi sui laghi del meridione con il collega Franchi, questi gli valsero la medaglia al valore dell’istituto geografico italiano. Insegnò nell’Università di Napoli scrivendo varie opere, curando una rivista del settore e continuando ad esplorare laghi in giro per l’Europa.</p>
<p>Nel libro si parla di quanto osservato in due escursioni con altri colleghi al lago Laceno nel luglio 1902 e nel giugno 1903. La provincia ora come allora era caratterizzata da un’alta piovosità, ma dalla mancanza di bacini lacustri. Tuttavia, sono numerosi i piani che in tempi remoti ospitavano laghi ed ora si allagavano ogni anno d’inverno per prosciugarsi in estate. La piovosità all’inizio del secolo scorso era di 1200mm l’anno con picchi di 1500mm. L’unico lago della provincia era quello di Laceno che anticamente ricopriva tutta l’omonima piana. Pertanto l’identificò come l’ultimo dei bacini che un tempo costellavano la zona. Trotter ipotizzò che il lago poteva scomparire in seguito ad un impoverimento delle sue sorgenti o ad una loro deviazione. Il lago aveva una superficie di 75000mq ed era alimentato dalla sorgente Tronola attraverso canali sotterranei. Le acque della sorgente, a detta di Trotter, defluivano in minima parte verso il bacino del Sele e quasi totalmente verso il lago, da cui tramite le grotte andavano in seguito a raggiungere il Calore. La profondità media era di un metro e mezzo, tranne un avvallamento a scodella in vicinanza di una sponda profondo dai quattro ai quindici metri con una superficie di 200mq. Questo avvallamento culminava in una piccola voragine che dava sfogo alle acque convogliandole nelle grotte. La forma del bacino era irregolare lunga 515 metri in direzione ONO-ESE, con una larghezza di 250 metri in direzione opposta. Un terreno molto compatto formava le sponde poco ricche di vegetazione.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="Lago" alt="Lago" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Argano.png" width="167" height="223" /></p>
<p>Le uniche piante lungo la riva erano formate dal “Ranunculus aquatilis” e da “Potamogeton natans” in vicinanza della cappella. La ridotta estensione delle acque non permetteva quindi ulteriori forme di vita. Le acque avevano una tinta olivastra e una visibilità pessima: intorno ai cinquanta centimetri. Le osservazioni furono effettuate il 30/06/1905 alle ore dieci, si nota come ci fossero solo quindici gradi all’esterno e dodici nel lago. Il bacino fu esplorato da una piccola imbarcazione a remi e con immersioni da parte di Trotter. I campioni vennero prelevati facendo scorrere sul fondale prima dei tubicini di vetro e dopo una retina. L’indagine riguardò solo i microrganismi, pertanto il plancton formato da vegetali e animali. Il plancton rivelò la presenza di ben trentasette forme di vita vegetali e dieci animali, un numero elevatissimo di forme di vita per un bacino lacustre. Questo era dovuto al carattere stagnante delle acque che permette la formazione di plancton mediante l’assenza di deflusso. Questo tipo di laghi era rarissimo ed era stato individuato solo in quello di Scrutari in Albania e di Apollonia in Turchia. Tra le forme di vita riscontrate se ne trovarono alcune rare come i vegetali: “Pandorina Morum”, “Pediastrum Integrum”, “Pediastrum Simplex” tipica del lago di Scrutari, “Pediastrum Tetras”, “Richteriella Botryoides” in Italia presente solo a Laceno come la “Chodatella Longiseta”, “Asterionella Gracillima”, “Suriraya”, “Glenodinium acutum”, “Glenodium Cinctum”…; e gli animali: “Dinocharis Pocillum”, “Alona”, “Canthocamptus”, “Daphnella”…</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="Lago" alt="Lago" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Lago.png" width="222" height="124" /></p>
<p>In verità, Trotter non sapeva che il lago Laceno era si presente in tempi remoti (lo dimostrano i ritrovamenti d’insediamenti umani del paleolitico) ma venne ricreato in quella località detta “Acqua a Funno” (per via della voragine che porta alle grotte) nel 1773 per rendere coltivabile la paludosa piana allagata dalle sorgenti Vreccelle e Tronola. Il bacino fino alla metà del secolo scorso era navigabile; in seguito al sisma del 1980 diminuì di volume a causa della deviazione della Tronola. Ora la profondità massima è di cinque metri, il fondo fangoso e le acque hanno riacquistato limpidità grazie a una parziale ricanalizzazione delle acque della Tronola. Sebbene il lago raggiunga notevoli dimensioni in inverno, in estate dimezza la sua superficie (oltre ed essere costantemente svuotato dagli elicotteri antincendi). Probabilmente tutto quello recensito da Trotter è sparito per sempre quando nel 1960 essendo il lago completamente ricoperto d’alghe, a causa dell’eccessivo dissodamento, venne completamente svuotato e ripulito dal comune in un periodo di forte siccità. Tutt’ora nel lago ogni anno le associazioni di pesca riversano quattro quintali di pesce prima dell’apertura della stagione e altri quattro tra marzo e aprile. Le specie liberate sono trote iridee. Si trovano anche carpe a specchio, amur, scardole, tinche, persici trota ed alborelle. La pesca è vietata dal tramonto della prima domenica d’ottobre all’alba dell’ultima domenica di febbraio. Per praticare questo sport occorre pagare una quota annuale ed avere un tesserino. Lungo le rive sono presenti la salamandra pezzata con rane e ranocchi in ingenti quantità. Tuttavia, dopo gli studi di Trotter, mai più sono stati effettuati studi sull’ecosistema del bacino. Sono stati ideati numerosi progetti per riportare il lago alla vecchia estensione, ma nulla è mai stato realizzato; come si recita un vecchio detto: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… anzi, il lago!</p>
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		<title>Il castello longobardo di Bagnoli Irpino (di Federico Lenzi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Contributi dagli Utenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2013 10:54:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A volte dalle nebbie della storia riemerge qualcosa che grazie alle ricerche di alcuni appassionati si rivela uno dei tanti tesori di valore storico-artistico che in Italia giacciono abbandonati a se stessi. Quando l’estate era ormai agli sgoccioli per caso mi trovai a passeggiare con amici in località “Serra” e loro mi dissero indicando una macchia verde: ”o viri &#8216;o castiello”, ma non sapevano nulla di preciso su di esso. Tornato a casa la curiosità prese il sopravvento e così consultai tutti i libri di storia locale per saperne di più.</p>
<figure style="width: 482px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class=" " title="Panorama" alt="Panorama" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo3.png" width="482" height="271" /><figcaption class="wp-caption-text">Vista della cinta muraria (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<p>Per ripercorrere la storia di quest’antico rudere bisogna ritornare ai tempi dell’Impero Romano d’Occidente , quando nel 476 D.C. venne deposto Romolo Augusto da Odoacre dando vita a una lunga serie d’invasioni barbariche.  Una situazione di pace si ebbe solamente nel sesto secolo con lo stanziamento dei Longobardi. La penetrazione di questa popolazione nel territorio irpino si ha sotto il regno del re Alboino che governò dal 568 D.C. al 572 D.C. I Longobardi essendo pochi amavano sistemare alcune famiglie a guardia dei territori sottomessi. Il primo documento in cui si cita la loro presenza è del 762 D.C. dove Arechi II  duca di Benevento parla di un suo “gastaldato” a Montella, ciò implicava la presenza di un castello e quindi di un feudo in questa valle. Probabilmente il castello sorse dopo la caduta del regno longobardo, quando il duca Arechi II e suo figlio diedero vita ad uno stato autonomo tra Benevento e Salerno. Per opporsi alle truppe dei Franchi si ordinò la fortificazione della via che passando per queste terre congiungeva le due città e l’Adriatico al Tirreno. Presumibilmente vennero edificati il castello della Rotonda in località Croci d’Acerno, quello di Bagnoli, rinforzato quello di Montella, quello di Nusco e creata la città fortificata di Conza.</p>
<figure style="width: 253px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" title="Particolare" alt="Particolare" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo4.png" width="253" height="193" /><figcaption class="wp-caption-text">Particolare del castello (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<p>Tutte le strutture erano situate a quattro miglia di distanza l’una dall’altra. Ciò avvenne tra il 774 D.C. e il 799 D.C. dato che alla fine di questo periodo è certo che al “gastaldato” di Montella appartenessero più fortificazioni. Troviamo la prima citazione ufficiale del nostro castello in un documento del 901 D.C. con cui venne ceduto ai monaci benedettini insieme a quello montellese. All’epoca doveva trattarsi di una roccaforte con annessa stalla ed edifici rustici dominanti sui vari boschi e pascoli nelle vicinanze. In questo documento Bagnoli era definita “curte” ad indicare la presenza del castello, tuttavia in un documento del 1001 D.C. viene declassata a “locum”; quindi si può dedurre che l’edificio fosse andato in rovina a causa delle invasioni saracene. Sappiamo che in questo periodo furono distrutti tutti i castelli, i monasteri e i centri abitati della zona. Però, venne edificato un nuovo castello tra le montagne di Lioni e Bagnoli detto “Castello pagano” (i cui ruderi erano ancora visibili ai tempi del Sanduzzi). Questo ci porta a dedurre che in un’epoca di distruzione un castello poteva essere eretto solo dagli invasori, inoltre la denominazione “pagano” lascia intendere che non era di religione cristiana e, pertanto, è alquanto probabile che vi furono insediamenti arabi nel territorio. Nel 1197 la  Valle del Calore finì nelle mani di Diopoldo conte di Acerra, il quale amava far guerra e spesso veniva inseguito dai nemici fin qui. Pertanto favorì il riunirsi dei vari casali bagnolesi (alcuni presenti sin dal secondo secolo dopo Cristo in quanto assegnati alle sue milizie da Gaio Mario) sotto il castello che aveva ristrutturato. Quindi all’ombra di “Lafelia” sorse la “Giudecca” e il centro abitato fu cinto da mura in alcuni tratti ancora visibili. La zona tutt’ora è conosciuta e denominata “Giudecca” , mentre del vecchio castello si è persa la memoria. Quello che al giorno d’oggi è conosciuto come castello venne eretto sul poggio “Serra” solo nel quindicesimo secolo dai Cavaniglia, poiché il paese si era sviluppato in direzione della piazza e “Lafelia” (ormai rudere) non aveva più una posizione centrale. Certamente nella chiesa madre erano conservati tutti i documenti relativi al paese e al vecchio castello, ma andarono completamente distrutti nell’incendio del 1651.</p>
<figure style="width: 482px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" title="Panorama" alt="Panorama" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo9.png" width="482" height="93" /><figcaption class="wp-caption-text">Splendido panorama, vista dalle mura (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<figure style="width: 256px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" title="Particolare" alt="Particolare" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo6.png" width="256" height="192" /><figcaption class="wp-caption-text">Interno del sottopassaggio (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<p>In seguito, tornato in località “Serra” scesi giù per quelle scale malandate che portano al rudere. Il percorso era ostacolato dai rami caduti, dai rovi e dalla spazzatura. Finite le scale si apriva un varco sulla destra con altre scale invase dai rovi che portavano all’affitta camere situato sulla “Giudecca” al livello dell’ultimo piano del castello. Lì anche se la vegetazione la faceva da padrona si capiva benissimo che non erano semplici mura, ma un grande castello che si ergeva superbo tra la vegetazione. L’edificio, abbastanza integro e ricoperto d’edera, è stato costruito appoggiandosi ai costoni rocciosi del rilievo. Il rudere è costituito da un unico corpo centrale sulla cui sommità si separano due torri. Risalendo queste altre scale rifatte di recente con pietre abbastanza costose, ma abbandonate e condannate alla rovina, si giunge al livello del quartiere “Giudecca” e si può ammirare l’ultimo piano del castello. Da questa parte l’edificio è aperto, poiché mancano alcuni muri forse demoliti per ottenere materiale da costruzione. Dall’altro lato a questo livello il castello si affaccia su una piazzetta e ha un muro con un’apertura sormontata da una trave in legno che era probabilmente un accesso secondario. Entrandovi si trovano due porte chiuse che oggi conducono a due orti, dalla fessura di una di queste porte s’intravede parte delle vecchie scalinate che scendono lungo alcuni muri dell’edificio longobardo perfettamente integri. Da questa piazzetta procedendo verso la chiesa per scendere dal quartiere ebreo al centro storico s’iniziano a notare possenti mura (in alcuni tratti alte anche due metri) che cingono l’intera collina e sono ben visibili anche da lontano.</p>
<figure style="width: 256px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" title="Particolare" alt="Particolare" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo5.png" width="256" height="193" /><figcaption class="wp-caption-text">Castello Cavaniglia, veduta della zona detta Serra (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<p>Giunti nei pressi della chiesa (nel lato opposto all’ingresso principale), ci sono delle scale che snodandosi attorno ad essa scendono giù. Qui notiamo che le mura difensive s’interrompono con una torre e dopo di essa si trova un edificio caduto in rovina ad esse annesso. Di questa struttura rimangono i muri perimetrali, il portico d’ingresso con una finestra con inferriate e altre due finestre al livello superiore. Avanzando si passa in un piccolo passaggio tra una casa e questo rudere e si esce dal quartiere ebreo sempre costeggiando le mura che sono state rinforzate con un orrendo muro in mattoni. Scesi dalla collina si può notare meglio come la cinta muraria si snodi lungo tutto il colle, ma che in alcuni tratti è stata inglobata nella costruzione delle abitazioni. Andando al vecchio ingresso del paese si nota una torre in rovina ricoperta dalla vegetazione. Un tempo per accedere a Bagnoli bisognava salire una ripidissima stradina incastrata tra due colli. Quasi alle pendici del colle su cui sorge il castello si apre un sentiero che in un primo tratto è ostruito dai rovi, ma subito dopo procede serpeggiando lentamente tra le rocce fino a uno dei bastioni presenti nella cinta muraria. Giunti in cima le mura s’interrompono quasi subito dinanzi a una scoscesa parete rocciosa per riprendere dall’altro versante. Il panorama è bellissimo: Bagnoli si affaccia timidamente tra i due colli che all’orizzonte sono uniti da tutti i monti della zona che sembrano coronare un’incontaminata Alta Valle del Calore. La chiesetta che sorse prima dell’attuale cattedrale fu costruita proprio dai Longobardi nel settimo secolo e le mura dalla collina arrivavano fino ad essa. Quello che oggi è un sottopassaggio che porta alla cattedrale da Via Ospedale un tempo (secondo alcuni studiosi locali) era l’ingresso della cittadella medievale di Bagnoli Irpino ubicata sulla collina sovrastante. L’odierna Via Fosso che collega il castello all’edificio sacro deve il suo nome proprio al fossato sottostante le mura che si trovava lì. Questa collina si chiama “Giudecca” perché nel Basso Medioevo fu abitata da una colonia di ebrei, ma la zona dove sorge il castello ancora oggi si chiama “Lafelia” che in longobardo significava fortezza.</p>
<figure style="width: 483px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" title="Cinta Muraria" alt="Cinta Muraria" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo12.png" width="483" height="127" /><figcaption class="wp-caption-text">Particolare dell&#8217;antica cinta muraria (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<figure style="width: 257px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" title="Massi" alt="Massi" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo7.png" width="257" height="193" /><figcaption class="wp-caption-text">Massi sotto il castello (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<p>Dopo un primo articolo sull’argomento pubblicato sul giornalino locale, le scale che portavano al castello dalla “Serra” e la zona sottostante sono state ripulite. Quindi sparito quel mare di rovi mi sono potuto avvicinare alla base della struttura. Nel terreno emergono alcuni piccoli muri in pietra ad indicare che il colle era terrazzato. Avvicinandosi alle mura si può notare che non ci sono varchi, ma che tutto si è conservato intatto sotto un folto strato d’edera. Sotto la fortezza troviamo anche un grande ammasso di grandi massi lavorati, più pregiati rispetto a quelli usati nei muri, che probabilmente formavano il portale d’ingresso alla struttura. Di qui è possibile procedere e andare dall’altro lato della collina per osservare la cinta muraria che parte dal castello ed è frequentemente interrotta da dei bastioni. Qui le mura sono in ottimo stato; presumibilmente dato che il paese si è sviluppato dall’altro lato della collina questa zona è rimasta intatta ed è stata sepolta dalla vegetazione. Alcuni edifici della “Giudecca” adiacenti al castello forse sono alcune sue strutture che nel tempo sono state riadibite ad uso civile. Salendo sulla “Giudecca” dopo il caratteristico arco la strada sale verso la piazzetta su cui s’affaccia la fortezza, ma sulla destra si apre uno scantinato nel quale un sottopassaggio colmo di spazzatura porta ad un’uscita che si affaccia sul parcheggio della “Serra”. Di qui si scendeva e forse riparati dalle mura si giungeva al castello che si trova di fronte. Questo passaggio segreto non è citato da nessun libro di storia locale, ma la sua esistenza è tramandata oralmente da generazioni. La casa sotto cui si apre è fatiscente, il suo soffitto in legno è del tutto marcio e tenuto in piedi da dei pali. Spero che la casa e il suo sottopassaggio non siano demoliti come sta accadendo a molte case pericolanti nel centro storico.</p>
<figure style="width: 256px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" title="TorreMura" alt="TorreMura" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo8.png" width="256" height="193" /><figcaption class="wp-caption-text">Particolare: Torre inserita nelle mura (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<p>Il castello longobardo si trova a pochi passi da quello “Cavaniglia” che tutti possono ammirare entrando in paese. Questo edificio è stato sempre sottovalutato dagli studiosi locali che gli hanno dedicato solo poche righe facendolo cadere nell’oblio. Le rovine non sono visibili da lontano essendo state inghiottite dalla vegetazione. E’ possibile visitare certe sue zone solo d’inverno quando la natura si ritira, ma sempre equipaggiandosi con falce e scarponi. In poche parole visitare il castello è quasi una missione all’Indiana Jones!  Recuperando il castello longobardo, la cinta muraria e riportando tutta quella che fu la cittadella medievale al suo aspetto originario si potrebbe avere un’altra grande risorsa per attirare turisti nel polo turistico Bagnoli-Laceno che tanto ha da offrire tra arte e natura, ma da decenni stenta a decollare! Comunque mentre noi stiamo qui a parlarne il castello che ormai ha più di milleduecento anni, ora come allora, si erge imperturbabile nel suo ostinato essere nel corso di secoli e secoli, resistendo a vari terremoti e vedendo passare alle sue spalle generazioni e generazioni di bagnolesi sotto le più svariate dominazioni.</p>
<figure style="width: 480px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" title="Castello" alt="Castello" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo10.png" width="480" height="361" /><figcaption class="wp-caption-text">Il castello sepolto dalla vegetazione, il Castello Cavaniglia alle sue spalle (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
<figure style="width: 482px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" title="Struttura" alt="Struttura" src="https://www.terredellupo.it/wp-content/uploads/2013/07/Senza-titolo11.png" width="482" height="363" /><figcaption class="wp-caption-text">Struttura annessa alle mura (Fotografia di F. Lenzi)</figcaption></figure>
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		<title>Una città intelligente (Pensieri)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Garofalo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2013 16:11:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando iniziai a maturare l&#8217;idea di scrivere su Terre del Lupo, con un&#8217;idea puramente embrionale dello spazio che ora potete visitare, pensavo seriamente di poter proporre ai lettori (fossero stati anche solo in due) qualcosa che avrebbe potuto incuriosirlo, incentivarlo a scoprire le nostre bellezze culturali e territoriali. Per lo più, infatti, su queste pagine, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Quando iniziai a maturare l&#8217;idea di scrivere su Terre del Lupo, con un&#8217;idea puramente embrionale dello spazio che ora potete visitare, pensavo seriamente di poter proporre ai lettori (fossero stati anche solo in due) qualcosa che avrebbe potuto incuriosirlo, incentivarlo a scoprire le nostre bellezze culturali e territoriali. Per lo più, infatti, su queste pagine, grazie anche all&#8217;aiuto di altre persone, si è potuto raccontare la nostra storia, la nostra provincia e gli eventi, le manifestazioni, le tradizioni, cosa che continuiamo a fare, anche grazie al contributo di alcuni accorti lettori che ci inviano materiale.</i></p>
<p><em>Mi sono, poi, reso conto che non era possibile raccontare solo le meraviglie della mia terra natia. Oggi, soprattutto, accadono cose alquanto sconcertanti che, anche tentando di non ammetterlo, mi indignano profondamente. La cecità di tanti, accompagnata da una cultura limitata al giardino domestico, finisce sempre per prendere il sopravvento e lacerare le già tremolanti strutture portanti della cittadina capoluogo. </em></p>
<p>Ormai di dominio pubblico, l&#8217;entrata in vigore di una nuova norma cittadina ha scatenato un intenso dibattito (che, essendo adesso lontano da Avellino, seguo online), vedendo scontrarsi, a volte pacatamente, a volte con veemenza, due diverse fazioni. Alcuni avanzano tesi pro, altri contro, le scelte dell&#8217;attuale amministrazione di &#8220;blindare&#8221; il centro cittadino contro atti vandalici e contro tutto ciò che possa arrecar danno a cose e persone.<br />
Possiamo, però, permetterci di osservare il panorama escludendo tutto ciò che riguarda la periferia del campo visivo? Non è, forse, una visione parziale, limitata, falsata della realtà?<br />
Inizierò, forse, ancora una volta, prendendo il problema partendo da lontano&#8230;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft" title="Bologna Murales" alt="Bologna Murales" src="http://luisgutierrez.altervista.org/Murales/gallerias.jpg" width="254" height="133" />Non è certo bello, converrete con me, passeggiare per strade dove graffiti e murales imbrattano le pareti di edifici storici, nè tantomeno è più bello passeggiare circondati da disegni e slogan di qualsivoglia natura che rovinano le costose facciate di edifici appena costruiti.<br />
Spesso, però, anche per le vie principali del capoluogo irpino scempiaggini colorate, fatte con bombolette a vernice, hanno deturpato le facciate di edifici pubblici e privati. L&#8217;intervento di restauro, da qualsivoglia ente/cittadino fatto, ha dei costi che, ovviamente, nessuno ha voglia di sostenere a causa della maleducazione  dell&#8217;inciviltà altrui. Sono le regole del vivere civile. A occuparsi della prevenzione da questi atti di vandalismo, che alcuni chiamano arte (lo è laddove sia autorizzata!), vi sono apposite autorità, pagate dal comune con fondi reperiti grazie alle tasse che i cittadini pagano.<br />
Non fermiamoci a questo.<br />
La città va vissuta in tranquillità, potendo camminare e chiacchierare in pace per le strade, avanti ai vari locali, nei parchi, insomma&#8230; potendo star quieti negli spazi pubblici! Chi vorrebbe mai ritrovarsi con un pallone schiantato sul volto? Chi vorrebbe essere investito? Penso che la risposta, corale, sia nessuno!</p>
<p>Abbiamo, quindi, appurato di esser d&#8217;accordo su questi sacrosanti principi di condivisione della vita cittadina.<br />
Perchè, allora, questo nuovo articolo &#8220;sottotitolato Pensieri&#8221;? Mi spiegherò presto, ma datemi ancora qualche attimo. E&#8217; necessario, anzi, doveroso, fare degli esempi.<br />
Guardandomi intorno, in questi ultimi tempi, mi sono reso conto &#8211; e continuo a farlo quotidianamente &#8211; di come le altre realtà cittadine siano organizzate, con i loro ovvi problemi, in modo differente da Avellino. Altrove si è avuta premura, nonostante vi siano innumerevoli problematiche irrisolte, di garantire al cittadino una fruibilità della città decisamente migliore di come si è fatto, e si fa a casa nostra.</p>
<p>Ferrara (si, sempre questa città!) non è grandissima, non è perfetta, non è esente da problemi rilevanti, ma è costruita &#8211; nonostante la città risalga come struttura urbana all&#8217;epoca degli Este &#8211; a misura d&#8217;uomo. Il centro, piccolo, è ordinato e pulito &#8211; rimando a <a href="https://www.terredellupo.it/2013/06/05/nuovi-venti-pensieri/" target="_blank">questo articolo per un confronto dettagliato</a> riguardanti numerosi aspetti che accomunano, a mio avviso, le due città di Avellino e Ferrara -, vivibile e libero dagli ingombri che da poco sono stati rilevati dalla nostra amministrazione comunale.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright" title="Parco Urbano Baloon Festival" alt="Parco Urbano Baloon Festival" src="http://1.bp.blogspot.com/_NXK2XYapThQ/TAOnDHanIvI/AAAAAAAAHKo/Y2nVV3BEaNc/s1600/FBFFE10_06_big.jpg" width="400" height="266" />Giochi pericolosi nel centro città? Dimenticatevene! Non vedrete mai un ragazzo, o un bambino, giocare a pallone &#8211; nè di cuoio, nè di plastica &#8211; per le vie del centro città. Ci troverete, al massimo, famiglie a passeggio, studenti e ragazzi a prendere l&#8217;aperitivo, a chiacchierare, a volare in bicicletta (su questo ci torneremo).<br />
Ad Avellino, passeggiando per il corso, tra le famiglie e le chiacchiere, tra un aperitivo o un gelato, capita &#8211; neppure tanto frequentemente &#8211; di imbattersi in bambini allegri, raramente un tempo, per fortuna oggi più frequentemente, in bicicletta o a passarsi il pallone (onestamente in 26 anni, lungo il corso, ne avrò visti in tutto una decina. Qualcuno, non per colpa sua, è costretto a giocare nelle traversine laterali delle principali vie del passeggio irpino). Perché questa sostanziale differenza?</p>
<p>La foto che potete vedere, fatta dall&#8217;alto, di una folla incredibile e di alcuni palloni aerostatici, vi presenta il Parco Urbano di Ferrara. Esso, incredibilmente grande, dista pochi minuti a piedi, un paio in bicicletta, dalla piazza principale. E&#8217; incredibilmente ampio, ricco di spazi aperti, liberamente fruibili, raggiungibile con pista ciclabile e pedonale, illuminato, curato. Perchè un ragazzino dovrebbe voler giocare in una piazza lastricata &#8211; dove, cadendo, rischierebbe di farsi male &#8211; se ha a disposizione un incredibile spazio verde?<br />
La domanda non ha bisogno di risposte: il ragazzino, che sicuramente stupido non è, non andrebbe certo in piazza! Infatti non ci va! Va al parco&#8230; ci prende il sole, ci gioca, ci corre a piedi e in bici!<br />
Mi sento in dovere di pubblicare, qui, altre immagini del Parco Urbano, affinchè si capisca quanto grande è!</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Parco Urbano" alt="Parco Urbano" src="http://www.italianodoc.com/eventi/2008/ferrara.balloon.festival1.jpg" width="448" height="297" /></p>
<p style="text-align: left;">E se andassimo in un&#8217;altra città?<br />
Va bene, andiamo a Bologna! Quanti problemi ha Bologna non potete immaginare, eppure per le strade di ragazzini pericolosi a giocare a pallone non se ne vedono! Perchè? Ci sono parchi e spazi verdi! Un esempio sono i giardini Margherita, il parco Paleotto, ecc. Li si che trovate migliaia di persone libere di giocare e divertirsi. Si, capita di trovare il ragazzo più ribelle in Piazza Maggiore, piuttosto che per le vie del quartiere Universitario, che suona, canta, balla, si ere su un sostegno di legno per fare un discorso, che palleggia&#8230; ma nessuno sembra sconvolgersi.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Giardini Margherita" alt="Giardini Margherita" src="http://iuoverseas.files.wordpress.com/2011/04/outdoor.jpg" width="420" height="315" /></p>
<p style="text-align: left;">La foto, con i ragazzi accampati sull&#8217;erba, non è di un qualche parco americano o inglese, no! E&#8217; dei giardini Margherita di Bologna.</p>
<p style="text-align: left;">Torniamo a casa nostra, giusto per un attimo.<br />
Dove giocano i nostri rampolli? Beh, di parchi ce ne sono: la villa Comunale, ma non possono giocarci all&#8217;interno, o per lo meno, non possono giocarci a pallone. Cosa giusta, e non c&#8217;è da lamentarsi. Dopotutto è il giardino cittadino, quindi un certo grado di pulizia, ordine e rigore è giusto. Spostiamoci, dunque, dal corso e raggiungiamo un altro giardino: tra via Colombo e via De Concilis, eccovi un altro giardino. Fino a poco tempo fa, però, il parchetto era in condizioni orripilanti. Potrebbero andare li, i bambini, a giocare. Spazio risicato, ma meglio di nulla. Uhm&#8230; divieto di calpestare le aiuole (per carità, bisogna prendersi cura del decoro cittadino!) e di giocare a pallone&#8230; vabbè, potranno sempre recarsi altrove questi ragazzotti irrequieti.<br />
Non proprio centralissimo, ma Parco Palatucci sarebbe perfetto per sfogare l&#8217;irrequietezza giovanile.<br />
A tal proposito chiederei a ogni genitore, nonno, zio ecc. se, seriamente, avrebbe il coraggio di portare un figlio/nipote li&#8230; Perché?<br />
Beh, credo che più di tante parole alcune immagini diano una chiara idea di cosa si stia parlando.</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Parco Palatucci" alt="Parco Palatucci" src="http://www.orticalab.it/sites/ortica/local/cache-gd2/63f6c49510afd43e309dbce276fba0c2.jpg" width="415" height="257" /></p>
<p style="text-align: left;">A meno che non vogliate far crescere generazioni nuove cariche di anticorpi, penso che un parco del genere sia più simile a un set cinematografico per horror e splatter che alle attività ludiche infantili. Se non siete ancora convinti, potete guardare il video che segue (ed è di circa tre anni fa!), pensando che le cose non sono andate mai migliorando per il parco in questione.</p>
<p style="text-align: left;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=ViZESKleSV8[/youtube]</p>
<p style="text-align: left;">Va bene, non si va a Parco Palatucci! Ce ne sarà un altro, no?<br />
Ecco! Parco Santo Spirito! E&#8217; anche nuovo&#8230; un po&#8217; lontano per un bambino, ma è grande e bello!<br />
Si? Sicuri?<br />
Ne vogliamo parlare? Facciamone a meno, vi lascio a un video chiaro e diretto.</p>
<p style="text-align: left;">[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=huCKH7XDFl8[/youtube]</p>
<p style="text-align: left;">Andiamo a Parco Fenestrelle?<br />
Ops, i lavori non sono ancora terminati&#8230; e non ci sono strutture che possano accogliere i cittadini!  Io di altri parchi nella mia città non ne conosco, e non saprei dove consigliare ai miei concittadini turbolenti dove recarsi a sfogar cotanta baldanza&#8230;</p>
<p style="text-align: left;">Se proprio non sapete dove andare, beh, Piazza Ariostea (a Ferrara), in pieno centro città, non si arrabbierà ad accogliere i nostri ragazzini. Basti pensare che, in un giorno infrasettimanale, fino a tarda notte &#8211; con ragazzi che da casa hanno provveduto a montare secchi per la raccolta vetro e plastica &#8211; ha accolto il <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Botellón" target="_blank">Botellon</a> </em>(e non si tratta di una sola serata, ma numerose altre &#8220;edizioni&#8221; si son li tenute) e giocolieri free-lance che hanno voluto allietare la serata con giochi di fiamme!</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" title="Botellon" alt="Botellon" src="http://www.estense.com/wp-content/uploads/2013/05/Bottiglione1-420x315.jpg" width="420" height="315" /></p>
<p style="text-align: left;">Conclusioni?<br />
Va bene emanare ordinanze per regolamentare la vita cittadina, accade ovunque a questo mondo. Serve, sicuramente, a dare un indirizzo al cittadino&#8230; ma di indirizzi ad Avellino se ne è fatto un po&#8217; abuso! Creare norme atte a regolamentare aree uniche della città, penalizzando la qualità della vita di tanti, a favore di quella di solo alcuni, non è giusto. Soprattutto, non è giusto, quando la città soffre di problemi ben più gravi del gioco del pallone&#8230; ci sono auto ovunque, abusivi in tante piazze cittadine, problemi di educazione stradale e rispetto del pedone, di cura della città (da parte non dei ragazzi, spesso più accorti degli adulti moralizzatori), di rispetto altrui (cani sguinzagliati ovunque, cacche che rendono il corso a pois, cartacce, cicche di sigarette e gomme da masticare&#8230;) e altri problemi che andrebbero urgentemente risolti. Bisognerebbe dare spazio, prima di proibire a qualcuno di fruirne!</p>
<p style="text-align: left;">Questione biciclette: in una città, nel 2013, nonostante i cittadini inizino finalmente a viaggiare ecologico, è mai possibile che si vieti di passare nell&#8217;unica area pedonale? Sono cose che lasciano sconcertato!<br />
Sconcerto che cresce quando, online, si legge di &#8220;regole necessarie a rendere civile la città&#8221;, oppure di &#8220;pallonate che devastano il volto dei passanti&#8221;, o ancora di &#8220;biciclette pericolose&#8221; mentre per le zone pedonali, non raramente, passano SUV che abbattono anche panchine nuove di marmo! E&#8217; questa norma il simbolo palese di una città fuori di senno? Probabilmente si.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cos’è Mercogliano Smart City (di Ersilia Vitale)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Contributi dagli Utenti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2013 17:16:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vi proponiamo, qui, una breve ma esaustiva introduzione all&#8217;evento che si terrà a Mercogliano nei prossimi giorni, in forma più approfondita e completa rispetto a quanto fatto nel precedente articolo. Ringraziamo Ersilia Vitale per l&#8217;articolo qui riportato. Mi raccomando, non mancate! Best practice è la Convention di tre giorni, dal 28 al 30 giugno, sulle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vi proponiamo, qui, una breve ma esaustiva introduzione all&#8217;evento che si terrà a Mercogliano nei prossimi giorni, in forma più approfondita e completa rispetto a quanto fatto nel precedente articolo. Ringraziamo Ersilia Vitale per l&#8217;articolo qui riportato. Mi raccomando, non mancate!</em></p>
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<li><abbr>Best practice è la Convention di tre giorni, dal 28 al 30 giugno, sulle buone pratiche amministrative. Un weekend di talk, workshop, dibattiti, meet-lab, ospiti importanti e concerti raggae!</abbr></li>
<li id="wm:id.355166324586047">
<div id="id.355166324586047">
<p>Due i filoni tematici seguiti: la green economy, con particolare attenzione alla castanicoltura da frutto, alla lotta biologica al cinipide galligeno del castagno e alle procedure per il riconoscimento del marchio DOP e IGT; le buone pratiche amministrative. Saranno oggetto di approfondimento progetti comunali realizzati da diverse amministrazioni italiane (i cosiddetti Comuni Virtuosi), che hanno sperimentato con successo azioni lungimiranti e all’avanguardia, rivolte a una sostanziale riduzione dei consumi e degli sprechi. Esperienze esemplari quali quella del comune di Capannori (LU), dove da due anni i cittadini del territorio scelgono come spendere le risorse pubbliche messe a disposizione o quella di Padova, dove l’amministrazione si è dotata di uno strumento di pianificazione del risparmio energetico e dell’uso delle fonti rinnovabili di energia per contenere i costi per le casse comunali, mediante riconversione dell’illuminazione pubblica con i LED.<br />
“É l’Italia che ci piace, composta di migliaia di cittadini e amministratori pubblici che quotidianamente realizzano buone pratiche nei loro comuni”.<br />
I ragazzi di Mercogliano Smart City da due mesi filmano i consigli comunali, li pubblicano, propongono soluzioni, studiano il territorio. La convention è il primo risultato di questo impegno civile e creativo.<br />
Venerdì 28 nell’Aula Consiliare del Comune di Mercogliano si aprono i lavori con la conferenza stampa presieduta dal sindaco Massimiliano Carullo, l’agronomo Ferdinando Zaccaria, Mario Festa per il progetto Ru.De, Carlo Preziosi dall’Università di Padova e Sibilla Castaldo, presidente dell’associazione Sogni Ferrati.<br />
Il 29 pomeriggio parliamo del rural design ossia della possibilità di integrare forme dell’abitare e bioarchitettura, energie alternative e turismo sostenibile. Insieme a Mario Festa e al designer Nello Antonio Valentino ci sarà Marco Iamiceli, vice Sindaco del Comune di Sassinoro (BN), capofila dell’associazione dei comuni che sostengono Ru.De. Al centro del dialogo la situazione delle aree montanorurali in abbandono che chiedono riscatto. Da un lato, esse sono tagliate fuori dalla maggioranza dei processi di sviluppo comunemente intesi, dall’altro, conservano il seme della potenzialità: si sono salvate dall’urbanizzazione post industriale. Ed è un seme che porta frutto quando abbiamo fame di panorami mozzafiato, necessità di pace, quando ci serve un metro per misurare la vivibilità di un contesto metropolitano. Dunque chi, come noi, ha la fortuna di avercele vicine queste realtà può immaginare un’alternativa all’abbandono e all’autoreferenzialità, partendo dalla valorizzazione e dalla connessione tra i capitali esistenti, come il patrimonio paesaggistico/culturale e la tradizione artigianale e dall’investimento sulle debolezze, come le infrastrutture e la viabilità, la comunicazione.<br />
Nello spazio Ru.De troveremo laboratori, eventi, spazi di esposizione, vendita, seminari, spettacoli. Esperienze del commercio equo e solidale, biologico, finanza etica, riciclo e riuso, nuovi media. Gli ideatori della rete hanno programmato un percorso quadriennale di attività e stilato anche un preventivo di spesa.<br />
Una seconda sessione il 29 sarà dedicata alla lotta biologica al cinipide del castagno per la salvaguardia della montagna. Tra gli altri, Giovanni Colucci (Coldiretti Avellino) e Raffaele Griffo (Regione Campania), Alberto Alma (DIVAPRA | Università degli Studi di Torino) e Gioacchino Acierno (Associazione Sogni Ferrati) analizzeranno le prospettive della castanicoltura da frutto sul territorio del Partenio. Pare che nelle nostre zone sia la scomparsa dell’insetto antagonista al cinipide, conseguenza del pompaggio di disinfettanti, la causa del suo pullulare.<br />
Domenica sarà la volta di un talk sul tema Piano di sviluppo energetico comunale. In questa sede saranno presentate le esperienze amministrative che hanno realizzato importanti progetti per il piano energetico comunale. Il comune di Padova con più 200.000 abitanti è una realtà pluripremiata per il piano di riconversione dell’illuminazione pubblica. L’amministrazione si è dotata di uno strumento di pianificazione del risparmio energetico e dell’uso delle fonti rinnovabili di energia per contenere i costi per le casse comunali, mediante riconversione dell’illuminazione publica con i LED. Tra i presenti, Gianluca Fioretti, il Presidente Associazione Nazionale Comuni Vituosi e Oscar Ibarra, dell’Universidad De Guadalajara in Messico. Ultima ma non ultima sessione dedicata al bilancio comunale socio-partecipativo: una serata che si fregerà delle conclusioni di Jacopo Fo in collegamento Skype. Ci sarà anche Alessio Cianci, assessore all&#8217;Ambiente del comune di Capannori (LU): l’esperienza di questo comune rappresenta il più grosso esperimento di bilancio partecipativo in Italia. Da 2 anni a Capannori i cittadini del territorio infatti scelgono come spendere le risorse pubbliche messe a disposizione dall’amministrazione.<br />
Ma non finisce qui, in programma anche esibizioni artistiche e una rassegna musicale a tutto raggae in cui spiccano i nomi di Mc Baco, Treble Lu Professore &amp; Floweed, Raf D Selecta, Jambassa, Reddog &amp; Boom Buzz e Brusco!</p>
</div>
</li>
</ul>
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