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	<title>Terre des Hommes</title>
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	<title>Terre des Hommes</title>
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		<title>&#8220;Ragazze, cercate i vostri modelli&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2022 07:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ilaria Cinelli ha una laurea in ingegneria biomedica, una grande passione per lo spazio e vuole diventare astronauta. L'abbiamo intervistata in occasione della giornata internazionale delle ragazze e delle donne nella scienza.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://ilariacinelli.com/" rel="noopener" target="_blank">Ilaria Cinelli</a></strong>, 35 anni, laureata in ingegneria biomedica, si presenta come <em>analog astronaut</em> (un termine che in italiano si può tradurre con “astronauta analogo&#8221;), ovvero colui che simula (sulla Terra) una serie di attività che verranno poi svolte dagli astronauti nella stazione spaziale internazionale, sulla Luna e forse, in futuro, anche su Marte. Ma per Ilaria, quello di <em>analog astronaut</em> vuole essere solo un ruolo temporaneo: il suo obiettivo è quello di <strong>diventare un’astronauta al 100%</strong>. “Non è una questione di ‘se’ ma di ‘quando’ -spiega-. Ma prima di arrivare a quel punto devo acquisire sempre più competenze, e fare sempre più esperienza come pilota, come <em>diver</em>, ma anche all’interno di contesti di emergenza per acquisire sempre più familiarità con queste situazioni. Oltre alle simulazioni in ambiente estremo”.</p>
<p><strong>Per otto volte sei stata scelta come comandante di missioni spaziali simulate presso il <em><a href="http://mdrs.marssociety.org/">Mars desert research station</a></em> nel deserto dello Utah (Stati Uniti) a capo di un <em>team</em> internazionale che per alcune settimane ha sperimentato condizioni di vita e lavoro “marziane”. Quali sono gli obiettivi di queste missioni e quale è stato il tuo ruolo?</strong><br />
Si simulano le attività che gli astronauti metteranno poi in pratica nello spazio: quelle a cui ho partecipato io erano specifici per la Luna e, soprattutto, per Marte. Le missioni sono molto diverse l’una dall’altra: prepararle e organizzarle richiede sempre molto tempo e molto lavoro. Abbiamo sempre una <em>routine</em> di cose da fare, viene quindi stabilito un piano giornaliero, con tutti gli esperimenti da condurre per simulare sulla Terra esperienze e situazioni che poi gli astronauti vivranno su Marte. Il mio compito è quello di allenare i <em>team</em> e, in qualità di comandante ho dovuto imparare molto proprio sulla <em>leadership</em>: ero responsabile 24 ore su 24 della salute e della sicurezza di tutti. </p>
<p><strong>Quando è nato il desiderio di dedicarti allo studio delle materie scientifiche?</strong><br />
Fin da piccola ho sempre avuto un grande interesse per la medicina. A scuola, già alle elementari, amavo la matematica e la scienza perché avevano una logica che potevo capire e che mi dava gli strumenti necessari per comprendere i fenomeni naturali: da quello che succede nel giardino di casa, alla traiettoria di una palla lanciata in aria fino al funzionamento corpo umano. La matematica e la scienza mi hanno aperto la mente, mi hanno spinto a pormi domande. Poi ho scoperto la fisica alle superiori… e non mi sono più fermata.</p>
<p><strong>Perché la scelta di ingegneria biomedica all’università?</strong><br />
Da un lato volevo studiare una materia che avesse a che fare con il corpo, perché è qualcosa che mi affascina: volevo capire perché e come si sviluppa una patologia, quali sono le conseguenze e quale avrebbe potuto essere il mio ruolo. Però il momento della scelta dell’università arriva in un periodo della vita in cui si è ancora giovani: io non sapevo se sarei stata in grado di gestire alcuni aspetti del lavoro come medico, ad esempio la morte di un paziente. E poi avrei dovuto mettere da parte la fisica, che è la mia grande passione. Ingegneria biomedica mi ha dato la possibilità di portare avanti tutte le mie passioni: quando ho potuto dedicarmi solo ai numeri, alla scienza, alla fisica mi sono sentita veramente libera.</p>
<p><strong>La passione per lo spazio invece come è arrivata?</strong><br />
Man mano che proseguivo con gli studi di ingegneria biomedica ho iniziato a chiedermi sempre più spesso che cosa sarebbe successo se le procedure che applicavamo e i macchinari che utilizzavamo si fossero trovati in una condizione di assenza di gravità. Questa domanda è diventata per me un’ossessione, un’ossessione positiva che ha alimentato la mia passione per lo spazio. Scelsi di fare la tesi in fisiologia spaziale e mi sono specializzata al <em>King’s College</em> di Londra. </p>
<p><strong>Quali sono le principali difficoltà che una giovane donna deve affrontare per intraprendere questo percorso sia di studi sia lavorativo?</strong><br />
Durante la crescita arriva un momento in cui capisci che maschi e femmine sono diversi, e questo è normale. Al tempo stesso, però, capisci anche che l’uomo ha molte possibilità in più rispetto alla donna, che ha meno limiti. E questa distanza diventa sempre più evidente man mano che si cresce. Se sei donna ti viene richiesto di rappresentare il tipo di persona che ha mille insicurezze, che non sarà mai all’altezza della situazione (a differenza degli uomini), che si mette sempre in discussione e questo genera un’ansia che attraversa tutto il processo formativo: come se una donna non potesse mai essere all’altezza di quello che fanno gli ingegneri maschi. Per me la parte più difficile è stata proprio spezzare questa associazione e per farlo sono andata alla ricerca di punti di riferimento a cui mi potevo ispirare per spezzare questo modello. </p>
<p>Se ti viene detto fin da piccola che arriverà il principe a salvare la principessa, tu da grande ti aspetterai di essere salvata: e questo è nocivo, soprattutto in alcuni settori. Quando faccio lezione ci tengo a far capire che tutti abbiamo le stesse opportunità e la stessa capacità di avere successo. Quello che cambia, tra i due generi, è solo l’approccio. La strada per uscire da questa situazione, per me, è stata quella di circondarmi di persone dal carattere molto forte, determinato, tra cui figure femminili che potessero aiutarmi a maturare quella confidenza che sentivo era necessaria per diventare un’adulta.</p>
<p><strong>Chi ti ha incoraggiato durante gli anni della formazione?</strong><br />
Il mio percorso di studi è stato molto particolare. Per questo, anche per le persone più vicine a me non è stato sempre facile capire le motivazioni di alcune scelte, che potevano apparire come una semplice passione temporanea e che mi hanno portato a cambiare strada durante gli anni dell’università. Io me la sono sudata, ho creduto in quello che stavo facendo perché mi rendeva felice. Ma non è stato facile. Penso che mi sia mancato, soprattutto all’inizio, la comprensione del perché stessi facendo determinate scelte. Oggi, quando tengo sessioni di <em>mentoring</em> ai più giovani insisto tantissimo sull’incoraggiamento. Bisogna incoraggiarli ad assumersi delle responsabilità a superare gli ostacoli quando si sentono pronti a farlo, perché questo li aiuta a maturare e crescere nelle loro professioni, a prescindere dal settore in cui lavorano. Una persona <em>confident</em>, sicura di sé, quando viene incoraggiata può fare tanto e dare tanto alla società. </p>
<p><strong>In che modo si incentiva una bambina o una ragazza a immaginarsi un futuro professionale come astronauta?</strong><br />
Credo si debba partire dall’educazione. Spezzando quei luoghi comuni e quegli stereotipi che associano le ragazze e le donne quasi esclusivamente ad alcuni ambiti professionali: parrucchiera, cassiera o estetista. Lo stesso non vale per i ragazzi che possono immaginarsi, nel loro futuro professionale, anche come parrucchieri o ginecologi. Se i genitori dicono alla figlia, fin da quando è piccola, che potrà diventare medico, ingegnere o astronauta questo è già un ottimo punto di partenza e magari quella bambina diventerà medico, ingegnere o astronauta se quelle sono le sue passioni e i suoi interessi. Resta però il fatto che quella bambina dovrà crescere in un contesto in cui le donne -penso soprattutto a quello che succede in certi programmi televisivi- vengono trattate come oggetti decorativi. Se veramente vogliamo arrivare alla parità di genere nel 2030 ci sono tante cose ancora da cambiare nel nostro Paese.</p>
<p><strong>Puoi indicarmi una o due figure di donne che secondo te possono rappresentare un modello per una ragazza che frequenta le scuole superiori?</strong><br />
Non penso che “assegnare” un modello sia utile. Le bambine e le ragazze devono essere stimolate a cercare da sole quelli che sono i modelli a cui si vogliono ispirare. Un modello come quello, ad esempio, di Rita Levi Montalcini rischia di essere troppo lontano: una ragazza di oggi rischia di non sentirlo mai veramente “suo” perché c’è un gap enorme tra il suo presente e la storia della scienziata. E, di conseguenza, non riesca ad apprezzarlo pienamente. </p>
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		<title>&#8220;Pretty loud&#8221;: musica e parole contro i matrimoni precoci</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 09:13:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>I testi delle canzoni delle "Pretty loud" riflettono uno spaccato drammatico della società rom in Serbia, dove l'incidenza dei matrimoni precoci è particolarmente elevata</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in sei, ballano e fanno musica mescolando l’<em>hip hop</em> con i suoni della tradizione rom. Il nome che hanno scelto è tutto un programma: Pretty loud. E <strong>i testi delle loro canzoni non sono affatto sdolcinati o superficiali</strong>. “<strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=85uoOsHFpaM&#038;ab_channel=WeAreGRUBB" rel="noopener" target="_blank">Ravnopravno</a></strong>” (“Uguaglianza”) è il titolo della loro ultima canzone che mette al centro il tema della violenza sulle donne.</p>
<p><em>I had no voice, only pain in my heart<br />
From seeing the violence inflicted on women<br />
My father beating up my mother right in front of me<br />
Continuously yelling and cursing<br />
Fear flows in my veins<br />
I promised my sister that our mother would never cry again<br />
I will act now<br />
To stop the violence against women</em></p>
<p>“Nella comunità rom le donne e le ragazze non hanno il diritto di parlare ed esprimere la propria opinione. Per questo abbiamo scelto il nome ‘Pretty loud’ (che potremmo tradurre con &#8220;<strong>Piuttosto rumoroso</strong>&#8220;, <em>ndr</em>) per il nostro gruppo: <strong>vogliamo fare in modo che la nostra voce venga ascoltata”</strong>, ci ha raccontato <strong>Zlata Ristic</strong>, 28 anni. Cantante, ballerina e insegnante di danza è una delle fondatrici del gruppo assieme a Silvia Sinani, 24 anni. Sono le due “veterane” delle “Pretty loud”, cantano e ballano assieme alle giovanissime gemelle <strong>Elma e Selma Dalipi</strong> (15 anni) e alle sorelle <strong>Zivka e Dijana Ferhatovi</strong>.</p>
<p>Per queste ragazze la musica rappresenta “<strong>un modo diverso di combattere</strong>”, come ha spiegato Zivka in un articolo pubblicato sul <a href="https://www.nytimes.com/2021/10/29/world/europe/roma-hip-hop-band-serbia-pretty-loud.html" rel="noopener" target="_blank">New York Times</a>. Attraverso la musica vogliono sensibilizzare contro la violenza sulle donne, combattere i matrimoni precoci (ancora molto diffusi nella comunità rom), quegli stereotipi e tradizioni patriarcali che limitano le possibilità di scelta delle ragazze: “<em>I temi delle nostre canzoni sono l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne. <strong>Con le nostre parole vogliamo far passare il messaggio che tutte le donne devono poter fare le proprie scelte</strong>. E cantiamo anche contro la discriminazione nei confronti delle persone rom</em>”, spiega Silvia. </p>
<h2>Musica contro le discriminazioni</h2>
<p>Le ragazze si sono conosciute grazie ai progetti della fondazione “<strong><a href="http://grubbmusic.com/" rel="noopener" target="_blank">GRUBB</a></strong>”. Una realtà con sede nel Regno Unito e che promuove progetti educativi e artistici all’interno nella comunità rom di Zemun, un quartiere di Belgrado, con l’obiettivo di incentivare i ragazzi e le ragazze di questa comunità a completare il proprio percorso scolastico, promuovendo percorsi di integrazione. E <strong>incoraggiare il loro talento e la capacità espressiva nella musica, nella danza, nel teatro o nella fotografia</strong>. </p>
<p>“<em>Vogliamo che le cose cambino. Innanzitutto per noi, per le nostre sorelle e amiche più giovani: devono capire che <strong>è importante avere rispetto di sé stesse e avere una buona istruzione, avere consapevolezza di sé e dei propri diritti</strong>. Che è importante avere indipendenza economica e solo successivamente pensare al matrimonio</em> -spiega Zlata-. <em>In particolare voglio supportare le giovani madri <em>single</em>, perché io sono una di loro: ho un figlio di 11 anni. So come ci si sente e voglio lanciare un messaggio a queste ragazze: <strong>la vita non finisce quando finisce il matrimonio</strong>. Possiamo ancora inseguire i nostri sogni i nostri progetti. Questo è il motivo principale che mi spinge a fare musica con le Pretty Loud</em>”.</p>
<h2>Nella comunità rom in Serbia una ragazza su due è una sposa bambina </h2>
<p><em>Don&#8217;t give me dad, I&#8217;m too young for marriage<br />
Samanta&#8217;s mother looks at her Samanta&#8217;s life is already decided<br />
Samanta had to put up with so much abuse<br />
It&#8217;s hard for her to leave her home<br />
But she has to deal with it, so she will obey her father<br />
And that&#8217;s how Samantha got married, but everybody knew that&#8217;s not what she wanted<br />
She will need be happy<br />
But her father will carry her burden</em></p>
<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/r-ezaPqeWwQ" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>I testi delle canzoni delle &#8220;Pretty loud&#8221; riflettono uno spaccato drammatico della società rom in Serbia, dove l&#8217;incidenza dei matrimoni precoci è particolarmente elevata: <strong> <a href="https://reliefweb.int/report/serbia/three-girls-three-stories-perils-child-marriage-and-promise-freedom" rel="noopener" target="_blank">secondo le stime di Unicef </a></strong> “quasi il 56% delle ragazze di età compresa tra i 20 e i 24 anni che vivono nelle comunità rom in Serbia si sono sposate prima dei 18 anni. Mentre quasi il 16% si è sposata prima dei 15 anni”. </p>
<p>Secondo le stime della coalizione &#8220;<strong><a href="https://www.girlsnotbrides.org/about-child-marriage/" rel="noopener" target="_blank">Girls not brides</a></strong>&#8221; ogni anno sono circa 12 milioni le bambine e le ragazze costrette a sposarsi prima di aver compiuto i 18 anni. In altre parole: ogni minuto che passa, in qualche parte del mondo 23 bambine &#8220;celebrano&#8221; il proprio matrimonio. Spesso con un uomo più anziano.<strong><a href="https://terredeshommes.it/indifesa/" rel="noopener" target="_blank"> La <a href="https://terredeshommes.it/indifesa/">campagna &#8220;Indifesa&#8221;</a> di Terre des hommes</a></strong> ha tra i propri obiettivi quello di contrastare i matrimoni precoci e forzati, che rappresentano una violazione dei diritti fondamentali delle bambine e delle ragazze. </p>
<p>“<em>Spesso, nella nostra comunità, le ragazze si sposano per propria scelta. A volte si tratta di relazioni che vengono ostacolate dalle famiglie a volte il matrimonio viene visto come un modo per uscire da una condizione di povertà</em> -spiega Silvia-. <em>Ma <strong>si tratta pur sempre di ragazze molto giovani, che non sanno quello che vogliono o come impostare la propria vita</strong>. Sono ragazze che si innamorano e pensano che il matrimonio sia la soluzione migliore”</em>. Ragazze che a loro volta sono figlie e nipoti di donne andate in sposa giovanissime e che faticano a immaginare una possibilità di vita diversa. Ma non mancano -purtroppo- anche situazioni più complesse in cui sono i genitori a imporre alle proprie figlie un matrimonio non desiderato, con il conseguente carico di doveri e responsabilità all’interno della famiglia. </p>
<p><strong>Ci sono poi le aspettative (e le pressioni) di un’intera comunità in cui le ragazze vengono cresciute</strong> con l’unica prospettiva di sposarsi e prendersi cura dei propri figli, mettendo in secondo piano l’istruzione e i desideri personali. “<em>Noi vogliamo che questo cambi. <strong>Vogliamo che ogni ragazza sia libera di scegliere liberamente il proprio destino</strong></em>”, sottolineano più volte Silvia e Zlata.</p>
<p>Per Silvia e Zlata, la musica rappresenta il mezzo migliore per raggiungere il pubblico più giovane e al tempo stesso trasmettere un messaggio. Ad ascoltare le “Pretty Loud” sono ragazzi e ragazze che in Serbia -come del resto in Italia e in tutta Europa- amano in particolare la musica rap, l’hip hop e la musica trap. Ma <strong>nelle loro canzoni riecheggiano anche note e sonorità della tradizione romanì</strong>. È soprattutto per loro che le &#8220;Pretty loud&#8221; vogliono far sentire la propria voce. &#8220;<em>La mia più grande soddisfazione è stata la lettera di un gruppo di ragazze di 14 anni che mi hanno scritto di voler entrare nel nostro gruppo</em> -racconta Zlata- <em>che grazie a noi hanno trovato la spinta per continuare a studiare e che hanno migliorato i propri voti</em>&#8220;.</p>
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		<title>Tra rapimenti e reclutamenti forzati. È emergenza in Africa Occidentale</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 10:03:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Secondo Unicef, si tratta della regione con il maggior numero di reclutamento di minori da parte di eserciti e milizie irregolari ma purtroppo questo dato è in crescita in tutto il mondo.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Le violenze di Boko Haram hanno lasciato i primi segni sulla vita di Khady quando la ragazzina non aveva ancora compiuto 15 anni. I suoi genitori sono contadini e hanno sempre lavorato duramente per dare alle figlie la possibilità di frequentare la scuola: <strong>Khady avrebbe voluto diventare un medico</strong>. Ma all&#8217;improvviso la violenza del gruppo terroristico ha spazzato via tutti i suoi sogni e i progetti: <strong>quando la sorella, di appena 11 anni, è stata rapita Khady ha smesso di andare a scuola per timore di subire la stessa sorte</strong>. Ha accettato di sposarsi, ad appena 15 anni, diventando madre di due gemelli pochi mesi dopo. </p>
<p>Poco dopo la nascita dei bambini, però, anche Khady è stata rapita dagli uomini di Boko Haram assieme ad altre 300 ragazze della sua comunità. <strong>Ridotta in schiavitù, maltrattata, picchiata e costretta a sposare uno sconosciuto</strong>: &#8220;Ho pianto e pregato di poter tornare a casa dai miei genitori -ricorda la ragazza, che oggi ha appena 18 anni-. A un certo punto ho perso la speranza&#8221;. Solo dopo due tentativi di fuga falliti, Khady è riuscita a ritornare a casa, ma la sorella minore e i figli sono ancora nelle mani dei miliziani islamisti. </p>
<p>Grazie al programma &#8220;Search for common ground&#8221; sostenuto dall&#8217;Unicef, <strong>Khady ha seguito un corso di sartoria, ha imparato a usare una macchina da cucire e ha iniziato a lavorare come sarta</strong>: &#8220;Il mio lavoro mi ha aiutato a dimenticare quello che ho subito. Non avrei mai creduto di poter uscire da questa fase della mia vita&#8221;. Anche Sarah, 17 anni, ha ricostruito la propria vita imparando a cucire tra loro tessuti colorati. “<strong>Abitavo nel Villaggio di Masisi quando i soldati sono arrivati e ci hanno portato nella foresta</strong>&#8220;, racconta la ragazza originaria del Nord Kivu nella <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong>. I soldati appartenenti a una delle tante milizie irregolari che imperversano nella regione l&#8217;hanno separata per sempre dalla sua famiglia: &#8220;Ho sofferto molto nella foresta&#8221;, racconta Sarah. </p>
<h2>Più di 21mila bambini reclutati in Africa Occidentale</h2>
<p>Vicende come quelle di Sarah e Khady -purtroppo- non sono isolate. <strong>I Paesi dell&#8217;Africa centro-occidentale</strong> (una regione enorme, che va dalla Nigeria al Burkina Faso, attraversando tutta la fascia del Sahel per spingersi fino alla Repubblica Democratica del Congo) sono segnati da tensioni e conflitti che colpiscono duramente le popolazioni civili e in particolare i bambini. &#8220;<strong>Negli ultimi cinque anni, la regione ha costantemente registrato uno dei più elevati livelli di gravi violazioni verificate dalle Nazioni Unite contro i bambini nei conflitti armati</strong>&#8220;, denuncia Unicef nel report &#8220;<strong><a href="https://www.unicef.org/wca/media/7401/file/Build-back-better-lives-advocacy-note-eng.pdf" rel="noopener" target="_blank">Build back better lives&#8221;</a></strong>.</p>
<p>Tra il 2016 e il 2020, nei Paesi della regione si sono verificati <strong>più di 21mila episodi verificati di reclutamento di minori da parte di eserciti e milizie irregolari</strong>. Più di duemila tra bambini e bambine sono stati vittima di violenze sessuali, <strong>i minori rapiti sono stati più di 3.500</strong> e si sono registrati più di 1.500 attacchi ai danni di scuole e ospedali.&#8221;L&#8217;Africa centrale e occidentale è la regione in cui si è registrato il maggior numero di reclutamento di minori da parte di eserciti e milizie irregolari -denuncia Unicef-. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo nel 2020 sono stati più di 4.500 i minori reclutati: il 77% erano di sesso maschile&#8221;. <strong>Bambine e ragazze sono le vittime silenziose dei reclutamenti da parte delle milizie</strong>, denuncia Unicef. La situazione è particolarmente drammatica nella Repubblica Democratica del Congo dove la quota femminile tra i piccoli combattenti oscilla fra il 30 e il 40%. Eppure, tra i minori che riescono a fuggire o vengono liberati dai gruppi armati attivi nel Paese e che successivamente entrano nei progetti di reinserimento, bambine e ragazze &#8220;pesano&#8221; solo per il 15%. Secondo Unicef la principale ragione di questa situazione è da ricercare nello stigma che accompagna queste ragazze e il loro drammatico vissuto.</p>
<h2>Il numero delle bambine soldato è in crescita</h2>
<p>Rispetto agli anni Novanta, il tema dei bambini soldato riceve molta meno attenzione (in particolare da parte dei media). Eppure il fenomeno, sottolineano le Nazioni Unite, ha continuato ad aggravarsi e le bambine rappresentano circa il 40% dei minori reclutati da eserciti e milizie di tutto il mondo. A differenza dei loro coetanei maschi, le bambine e le ragazze vengono impiegate meno frequentemente in combattimento: a loro si affidano prevalentemente compiti nelle &#8220;retrovie&#8221; come la preparazione dei pasti, la pulizia. Ma questo non le mette al riparo da violenze e abusi: spesso le bambine reclutate diventano &#8220;mogli&#8221; dei combattenti o sono costrette a prostituirsi.</p>
<p>&#8220;Dal momento che le ragazze sono in gran parte utilizzate in ruoli di &#8216;supporto&#8217; o ausiliari e tenute lontane dalle linee del fronte, spesso non sono percepite come associate dagli attori armati o dalle comunità. Possono non essere incluse nelle statistiche ufficiali e non essere intercettate dalle agenzie di protezione dell&#8217;infanzia <strong>&#8211;<a href="https://reliefweb.int/report/world/explosive-violence-and-child-soldiers" rel="noopener" target="_blank">scrive l&#8217;ong britannica &#8220;Action on armed violence</a></strong>&#8220;-. Le ragazze, in breve, sono spesso vittime silenziose in guerra. I dati di Child soldiers international mostrano come il reclutamento di ragazze soldato sia aumentato drammaticamente negli ultimi anni&#8221;.</p>
<h2>Un difficile ritorno alla normalità</h2>
<p>Chi sopravvive a queste esperienze terribili e riesce a fuggire o viene liberato dai gruppi armati ha bisogno di supporto e interventi ad hoc per superare i traumi subiti e tornare a vivere. Grazie al supporto di Unicef e dell&#8217;International rescue committee (Irc) <strong>Sarah ha trovato accoglienza presso una famiglia affidataria, ha ricevuto supporto psicosociale e ha potuto frequentare un corso di sartoria</strong>. &#8220;Sono felice di aver imparato a cucire. Questo mi rende felice -racconta la ragazza-. Aprirò una scuola e continuerò a imparare nuovi stili, guadagnerò abbastanza denaro, mi costruirò una carriera e mi farò una famiglia&#8221;.</p>
<p><em>© riproduzione riservata</em></p>
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		<title>Le violenze di genere in Namibia  colpiscono anche le giovanissime</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2021 08:39:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[gravidanze]]></category>
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		<category><![CDATA[violenze sessuali]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nel Paese africano il 12% delle bambine e delle ragazze con meno di 18 anni ha subito violenza sessuale. Ma solo la metà parla di quello che ha subito e appena una su dieci chiede aiuto</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Se resti, subisci violenze. Se te ne vai, vieni ammazzata. Se vai alla polizia ti dicono che è colpa tua, si perdono i documenti del caso o arrivano troppo tardi. Se protesti, la polizia ti arresta&#8221;. Con queste parole la scrittrice e giornalista nabimbiana <strong><a href="https://twitter.com/MarthaMukaiwa/status/1315625396164014080">Martha Mukaiwa ha commentato sul suo profilo twitter</a></strong> la notizia dell&#8217;omicidio di una giovane donna da parte del fidanzato. Il suo tweet si concludeva con l&#8217;hashtag <strong>#OnsIsMoeg</strong>: siamo stanche.</p>
<p>Era il mese di ottobre 2020 e tutto il Paese era attraversato da un&#8217;ondata di proteste scatenate dall&#8217;omicidio di Shannon Wasserfall, 22 anni, da parte del fidanzato. Per settimane centinaia di giovani manifestanti (in larga parte giovani donne) sono scese in strada nella capitale Windhoek per protestare contro le violenze di genere e i femminicidi. &#8220;<em>Le parole non riescono a esprimere realmente quanto io sia TERRORIZZATA per il fatto di essere donna in NAMIBIA</em>&#8220;, ha scritto una giovane manifestante su Twitter accompagnando alla denuncia l&#8217;hashtag <strong>#ShutItAllDown</strong>. </p>
<p>&#8220;La Namibia resta una società patriarcale. La mascolinità tossica è ancorata a sistemi di valori paternalistici e condiscendenti di supremazia maschile esacerbati dagli effetti della colonizzazione&#8221;, <a href="https://theconversation.com/shutitalldown-in-namibia-the-fight-against-gender-based-violence-148809">scrive Henning Melber, professore al dipartimento di Scienze politiche all&#8217;Università di Pretoria</a> per descrivere il paradosso di un Paese dove <strong>quasi metà delle parlamentari sono di sesso femminile </strong>e un numero crescente di donne occupano il ruolo di ministro o vice-ministro. <strong>Ma dove non ci sono stati reali cambiamenti rispetto alle politiche di genere.</strong> L&#8217;accesso all&#8217;aborto -ad esempio- è fortemente limitato solo in pochi casi le donne possono interrompere la gravidanza senza incorrere in sanzioni legali.</p>
<p>I dati raccolti nel report <strong>&#8220;<a href="https://www.togetherforgirls.org/wp-content/uploads/2021/09/TfG-fact-sheet_Namibia.pdf">La violenza contro i bambini e i giovani in Namibia</a></strong>&#8220;, realizzato nel 2020 dal ministero per l&#8217;Uguaglianza di genere, il contrasto alla povertà e il welfare, evidenziano una situazione preoccupante: &#8220;Un livello di violenza tra i bambini inaccettabile&#8221;, ha scritto la ministra Doreen Sioka nella prefazione al rapporto.</p>
<p><strong>In Namibia, una bambina su tre ha subito violenze fisiche prima di aver compiuto i 18 anni. Poco più di una su dieci (il 12%) ha subito violenza sessuale</strong>. Nella maggior parte dei casi, gli autori di queste violenze sono persone note: nel 29% si tratta di un partner (fidanzati, ex fidanzati, mariti), membri della famiglia (26%) o amici (24%). Solo la metà delle giovanissime vittime di violenza ha raccontato quello che è successo, mentre una quota ancora più piccola (11%) ha cercato aiuto presso sevizi dedicati.Dal momento che nella maggior parte dei casi gli autori delle violenze conoscono le giovani vittime o appartengono alla cerchia familiare i luoghi in cui si consumano le violenze sono quelli della vita quotidiana: <strong>quasi il 60% dei casi di violenza, infatti si consumano nell&#8217;abitazione della giovane vittima (28%) oppure a scuola, all&#8217;università o al college.</strong> </p>
<p>&#8220;Tra coloro che hanno subito violenza sessuale durante l&#8217;infanzia -sottolinea il rapporto- una su cinque (il 21,9%) aveva meno di 13 anni&#8221;.</p>
<p>Per una ragazza su quindici nella fascia d&#8217;età compresa fra i 13 e i 24 anni, lo stupro, i rapporti forzati (anche all&#8217;interno del matrimonio) o le violenze subite in stato di incoscienza portano a una gravidanza. Il report inoltre evidenzia come le violenze subite durante l&#8217;infanzia espongano le ragazze a rischi maggiori di soffrire di disturbi mentali (60% contro il 44,6% di chi non è stata vittima di violenza) o di avere pensieri suicidi (32,6% contro 11,8%). Anche l&#8217;incidenza di malattie infettive (15%) è più elevata.</p>
<p><em>La foto a corredo dell&#8217;articolo è stata pubblicata dalla giornalista <strong><a href="https://twitter.com/JuliaHeita1">Julia Heita</a></strong> sul suo profilo twitter aun anno di distanza dalle proteste dell&#8217;ottobre 2020.</em></p>
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		<title>I &#8220;filtri bellezza&#8221; cambiano il modo con cui le ragazze vedono se stesse</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2021 13:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
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		<category><![CDATA[rappresentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Questi strumenti permettono di migliorare la propria immagine in pochi secondi. Ma quali effetti hanno sull'autostima e sul modo in cui le più giovani si percepiscono nella vita reale?</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>Quando uso un filtro</em> (per modificare una mia foto, <em>ndr</em>) <em>è perché <strong>ci sono alcune cose che voglio cambiare</strong>. Se non mi sono truccata o penso di non essere al massimo, il &#8216;filtro bellezza&#8217; cambia alcuni elementi del tuo look e ti permette di correggere alcune parti di te</em>&#8220;. Veronica ha 19 anni. Racconta di aver iniziato a usare i filtri che molti <em>social network</em> e applicazioni mettono a disposizione per modificare le proprie foto quando aveva 14 anni. La sua è una delle voci raccolte dalla giornalista Tate Ryan-Mosley <a href="https://www.technologyreview.com/2021/04/02/1021635/beauty-filters-young-girls-augmented-reality-social-media/" rel="noopener" target="_blank">in un lungo articolo pubblicato sul &#8220;MIT Technology Review&#8221;</a> dedicato all&#8217;uso e <strong>all&#8217;impatto dei filtri facciali su giovani e giovanissime</strong>. Veronica racconta che quando ha iniziato a usare questi strumenti lo faceva per divertirsi, ma mentre scrolla le immagini sul suo smartphone tornando (virtualmente) indietro nel tempo cambia idea: &#8220;Beh, sì. <strong>Stavo chiaramente cercando di sembrare più bella</strong>&#8220;.</p>
<p>&#8220;Quando i filtri facciali per la realtà aumentata sono apparsi per la prima volta sui <em>social media</em> permettevano agli utenti di <strong>cambiare il proprio aspetto in quello di un animale o di farsi crescere i baffi</strong> -scrive la giornalista-. Oggi, tuttavia, sono sempre più numerosi i giovani (e in particolare le ragazze adolescenti) che usano <strong>i filtri che &#8216;abbelliscono&#8217; il loro aspetto </strong>e promettono di offrire un <em>look</em> da modella&#8221;.</p>
<p>Su Instagram come su Snapchat o TikTok, l&#8217;uso di questi filtri permette di <strong>far sembrare gli occhi più grandi o di caricarli di un colore più intenso</strong>, di affinare il viso o il girovita. Permettono di donare alla pelle un colore più ambrato per farlo sembrare abbronzato oppure di &#8220;lisciarlo&#8221; per cancellare brufoli e imperfezioni. &#8220;I ricercatori ancora <strong>non conoscono l&#8217;impatto che l&#8217;uso prolungato di questi strumenti di realtà aumentata può avere.</strong> Ma sanno che questi rischi ci sono e<strong> sono le ragazze più giovani a correre questo rischio</strong>&#8220;, scrive la giornalista. Che definisce &#8220;<strong>un esperimento su come la tecnologia cambia il modo in cui formiamo la nostra identità</strong>, ci rappresentiamo e ci relazioniamo con gli altri&#8221; la situazione che stiamo vivendo. Tutto questo, avverte, sta succedendo senza molta sorveglianza.</p>
<h2>Filtri, che cosa sono?</h2>
<p>I cosiddetti filtri sono <strong>strumenti di realtà aumentata</strong> (AR, da &#8220;<em>augmented reality</em>&#8221; in inglese) che permettono di modificare automaticamente le immagini, sovrapponendo effetti virtuali a un&#8217;immagine del mondo reale: creando un&#8217;immagine più o meno diversa. Si tratta di una sorta di &#8220;Photoshop&#8221; (un programma professionale di editing fotografico) nel proprio smartphone che, con pochi tocchi sullo schermo, <strong>permette di modificare anche radicalmente la propria immagine</strong>.</p>
<p>E sono estremamente popolari tra gli utenti dei social network. Secondo quanto riferisce l&#8217;articolo della MIT Technology Review, <strong>circa 600 milioni di persone hanno usato almeno uno degli effetti associati a Facebook e Instagram</strong>: non tutti hanno usato i &#8220;<strong>filtri bellezza</strong>&#8220;, ma un portavoce di Facebook ha precisato che <strong>quest&#8217;ultima è una categoria &#8220;molto popolare</strong>&#8220;. Mentre sono circa 200 milioni gli utenti di Snapchat (un&#8217;app di messaggistica istantanea) che usano <strong><a href="https://lensstudio.snapchat.com/" rel="noopener" target="_blank">i filtri presenti sulla piattaforma dedicata</a>.</strong></p>
<p>Secondo Claire Pescott, ricercatrice all&#8217;Università del Galles del Sud, che studia i comportamenti dei pre-adolescenti sui social media, <strong>le differenze tra maschi e femmine nell&#8217;uso dei filtri e della realtà aumentata sono evidenti</strong>. Mentre i maschi sono soliti usarli per divertirsi (farsi spuntare, ad esempio, un paio di orecchie da coniglio per ridere con gli amici) <strong>le bambine li usano soprattutto per sembrare più belle</strong>.</p>
<h2>Non è tutto oro quel che luccica</h2>
<p>A lanciare l&#8217;avvertimento è stata <strong>Clio Zammatteo</strong>, più nota come ClioMakeUp che qualche tempo fa ha pubblicato sul suo profilo Instagram due <em>selfie</em>: il primo la ritrae &#8220;al naturale&#8221;, il secondo è la stessa immagine a cui Clio ha poi applicato un filtro. &#8220;<em>Inizialmente non sembra ci sia molta differenza</em> -scrive- <em>solo la pelle un po&#8217; più chiara, il naso leggermente più stretto, i pori meno dilatati, l&#8217;incarnato più luminoso, gli occhi più brillanti&#8230; Alla fine sono sempre io non c&#8217;è molta differenza, e <strong>allora perché quando quel filtro così apparentemente innocuo scompare mi sento più brutta</strong> e meno adeguata?</em>&#8220;. Si dice un po&#8217; spaventata dalla leggerezza con la quale si usano i filtri per migliorarsi il viso (e più in generale la vita): &#8220;<em>Spero che là fuori voi possiate distinguere la realtà dalla finzione</em>&#8220;.</p>
<h2>Una ragazza su tre pubblica solo foto &#8220;filtrate&#8221;</h2>
<p><strong>L&#8217;uso massiccio dei filtri della realtà aumentata sui social network sta avendo conseguenze importanti sulla percezione di sé delle giovanissime</strong>. Un sondaggio condotto a fine 2020 dall&#8217;organizzazione inglese &#8220;Girlguiding&#8221; ha mostrato che nelle fascia d&#8217;età compresa tra gli 11 e i 21 anni, <strong>un terzo delle intervistate non posta proprie foto online senza aver prima usato un filtro per modificare il proprio aspetto</strong>. Il 39% ha dichiarato di essere infastiditi dal fatto di non poter apparire nella vita reale come appaiono in foto.<br />
L&#8217;associazione ha persino appoggiato una <strong>proposta di legge</strong> presentata da un deputato britannico che costringerebbe gli utenti dei social media e i pubblicitari a etichettare le immagini in cui i corpi o i volti sono stati modificati grazie all&#8217;uso di filtri. </p>
<p>La modella make-up artist inglese Sasha Pallari ha lanciato l&#8217;hashtag #<a href="https://www.instagram.com/explore/tags/filterdrop/" rel="noopener" target="_blank">filterdrop </a>nella speranza di vedere &#8220;più pelle reale&#8221; su Instagram. &#8220;<em>Ho solo pensato: &#8216;<strong>Qualcuno si rende conto di quanto sia pericoloso</strong>?</em>&#8216;&#8221; ha detto Pallari alla BBC raccontando il momento in cui ha notato che un marchio di bellezza globale aveva condiviso immagini realizzati da un influencer che pubblicizzava i suoi prodotti utilizzando dei filtri. &#8220;<em>Non voglio che i bambini crescano pensando di non essere adatti a causa di ciò che vedono sui social media</em>&#8220;.</p>
<p>La campagna #nofilter ha portato davanti all&#8217;<a href="https://www.asa.org.uk/news/the-mis-use-of-social-media-beauty-filters-when-advertising-cosmetic-products.html" rel="noopener" target="_blank">Advertising Standards Authority</a> (l&#8217;organo di autoregolamentazione del settore pubblicitario nel Regno Unito) la richiesta di <strong>rendere obbligatorio per gli influencer dichiarare quando usano un filtro di bellezza per promuovere la cura della pelle o cosmetici</strong>. &#8220;<em>L&#8217;uso di filtri nelle inserzioni pubblicitarie non è intrinsecamente problematico, ma è probabile che diventi un problema se un filtro esagera l&#8217;efficacia del prodotto pubblicizzato</em>&#8220;, scrive <strong>l&#8217;Authority che ha  giudicato l&#8217;uso dei filtri nelle pubblicità social dei cosmetici come &#8220;fuorviante</strong>&#8221; e affermato che i marchi, gli <em>influencer </em>e le celebrità non dovrebbero applicare filtri alle foto che promuovono prodotti di bellezza se i filtri sono suscettibili di esagerare l&#8217;effetto che i prodotti sono in grado di raggiungere.</p>
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		<title>Ma&#8217;Khia, uccisa a 16 anni dalla polizia USA. E quel &#8220;bias&#8221; che penalizza le ragazze afro-americane</title>
		<link>https://terredeshommes.it/makhia-ragazze-afroamericane-usa/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2021 09:04:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[blogindifesa]]></category>
		<category><![CDATA[adult bias]]></category>
		<category><![CDATA[diritti ragazze]]></category>
		<category><![CDATA[ragazze]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Secondo uno studio già a partire dai 5 anni di età le bambine e le ragazze afro-americane vengono percepite come meno innocenti e bisognose di protezione rispetto a quelle bianche.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle stesse ore in cui i giudici di Minneapolis pronunciavano la sentenza di condanna contro l&#8217;agente di polizia Derek Chauvin per la morte di George Floyd, a Columbus, in Ohio, <strong>una ragazza di appena 16 anni</strong> veniva uccisa con quattro colpi d&#8217;arma da fuoco da un altro agente di polizia.</p>
<p><strong>Ma&#8217;Khia Bryant</strong> era un&#8217;adolescente afroamericana e, secondo quanto hanno ricostruito i media statunitensi, era affidata ai servizi sociali. La polizia era intervenuta a seguito di una chiamata al 911 (il numero unico di emergenza degli Stati Uniti, <em>ndr</em>) in cui una giovane chiedeva aiuto perché minacciata da un&#8217;altra donna con un coltello. Le immagini della <em>bodycam</em> indossata dall&#8217;agente di polizia durano pochi minuti e sono caotiche: <strong>si vede una ragazza armata di coltello lanciarsi su un&#8217;altra</strong>, si sentono urla. L&#8217;agente intima alla ragazza di gettare il coltello. Lei non lo fa. <strong>Il poliziotto spara quattro volte e la ragazza cade a terra.</strong> Ma&#8217;Khia Bryant viene rianimata sul posto e poi trasportata in ospedale, dove <strong>viene dichiarata morta circa mezz&#8217;ora dopo</strong>.</p>
<p>Fin qui la tragica ricostruzione di un evento drammatico. E che, purtroppo, ricorre troppo spesso nelle cronache che arrivano dagli Stati Uniti. Sul suo profilo Twitter, <strong><a href="https://twitter.com/ACLU/status/1384898730848137219" rel="noopener" target="_blank">l&#8217;American Civil Liberties Union</a></strong> (ACLU &#8211; una delle più note organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti civili negli USA) ha scritto: &#8220;Per la seconda volta in meno di una settimana piangiamo un bambino ucciso dalla polizia. Lo diciamo di nuovo: un sistema in cui i bambini vengono uccisi impunemente non può essere riformato&#8221;. Poche ore dopo la morte di Ma&#8217;Khia Bryant centinaia di attivisti di <strong>Black Lives Matter</strong> hanno marciato per le strade di Columbus <strong>scandendo il nome e l&#8217;età della giovane vittima.</strong> </p>
<h2>Una ragazza o una giovane donna?</h2>
<p>Un articolo pubblicato su &#8220;<strong><a href="https://www.thelily.com/the-columbus-mayor-called-makhia-bryant-a-young-woman-heres-why-people-are-angry/?utm_campaign=wp_lily_lines&#038;utm_medium=email&#038;utm_source=newsletter&#038;wpisrc=nl_lily" rel="noopener" target="_blank">The Lily</a></strong>&#8221; una testata edita dal Washington Post che si rivolge soprattutto alle giovani donne, <strong>solleva un altro elemento critico su questa vicenda e, più in generale, sui modi con cui la società statunitense guarda alle adolescenti afro-americane</strong>. L&#8217;articolo prende spunto da un post pubblicato su Twitter dal sindaco di Columbus che ha commentato la notizia della morte di Ma&#8217;Khia Bryant definendola &#8220;<strong>una giovane donna</strong>&#8221; (in inglese &#8220;<em>young woman</em>&#8220;). Nel volgere di pochi minuti è stato sommerso da risposte di decine di altri utenti e molti <em>tweet</em> in cui si sottolineava che Ma&#8217;Khia è una ragazza (&#8220;<em>a girl</em>&#8220;). </p>
<p>Secondo l&#8217;autrice dell&#8217;articolo Ma&#8217;Khia Bryant è stata vittima di &#8220;<strong>adult bias</strong>&#8220;, ovvero &#8220;una forma di discriminazione che colpisce <strong>solo le ragazze nere</strong>, che vengono percepite come <strong>più adulte e molto meno innocenti rispetto alle loro coetanee bianche&#8221;</strong>. </p>
<h2>&#8220;Meno innocenti&#8221; e più adulte, come sono viste le ragazze afro-americane</h2>
<p>Il tema è al centro di <strong><a href="https://genderjusticeandopportunity.georgetown.edu/wp-content/uploads/2020/06/girlhood-interrupted.pdf" rel="noopener" target="_blank">uno studio</a></strong> pubblicato dal &#8220;<strong>Georgetown Law Center on Poverty and Inequality</strong>&#8221; che nel 2017 ha sottoposto un questionario a un gruppo di adulti diversi tra loro per genere, età e gruppo etnico di appartenenza. Le loro risposte hanno rivelato come i partecipanti <strong>percepiscono le adolescenti afro-americane come meno bisognose di protezione e supporto rispetto alle loro coetanee bianche</strong>, oltre che più indipendenti. Ma anche come più &#8220;informate su argomenti da adulti e <strong>più competenti in materia di sesso</strong> rispetto alle loro coetanee bianche&#8221;. <strong>Una percezione distorta che inizia a manifestarsi già a partire dai cinque anni di età delle bambine afro-americane.</strong> Se le autorità pubbliche -continuano gli autori dello studio- considerano le ragazze nere &#8220;<strong>meno innocenti</strong>&#8221; e più adulte rispetto alle loro coetanee <strong>è più probabile che le considerino anche maggiormente colpevoli per le loro azioni.</strong> E, di conseguenza, più meritevoli di punizioni. </p>
<h2>Più punizioni a scuola e più guai con la giustizia</h2>
<p>Questo &#8220;bias&#8221; che vede le ragazze afro-americane come più adulte &#8220;può essere una delle cause della <strong>sproporzionata disciplina scolastica</strong>, del trattamento più duro da parte delle forze dell&#8217;ordine e della discrezionalità dei funzionari all&#8217;interno del sistema della giustizia minorile&#8221;, si legge nella ricerca. Qualche numero: nei 12 anni di scuola che vanno dalla prima elementare all&#8217;ultimo anno della scuola superiore le bambine e <strong>le ragazze di colore sono l&#8217;8% del totale degli studenti.</strong> Ma rappresentano <strong>il 13% degli studenti che hanno avuto una sospensione.</strong> In caso di &#8220;<em>minor violation</em>&#8221; (ad esempio per aver violato il codice di abbigliamento della scuola o per uso del cellulare) le ragazze di colore <strong>vengono punite il doppio rispetto alle coetanee bianche.</strong> Due volte e mezzo di più in caso di disobbedienza e tre volte di più in caso di rissa.</p>
<p>La stessa discrepanza si riscontra quando le ragazze entrano nel sistema della giustizia minorile: n<strong>ei confronti delle giovani afro-americane la giustizia è più dura</strong> e ci sono meno possibilità di contare sulla discrezionalità del giudice. </p>
<h2>&#8220;Non fare la bambina&#8221;</h2>
<p>Un&#8217;altra recente vicenda di cronaca viene ricordata da &#8220;<strong><a href="https://www.thelily.com/a-9-year-old-was-pepper-sprayed-instead-of-receiving-help-its-part-of-the-dehumanization-of-black-girls-experts-say/" rel="noopener" target="_blank">The Lily</a></strong>&#8221; come esempio di questo <em>bias</em> cognitivo nei confronti delle bambine e delle ragazze afro-americane. A febbraio 2021 la polizia di Rochester (New York) è intervenuta a seguito di una segnalazione: <strong>una bambina minaccia di fare del male a sé stessa e alla madre</strong>. Nelle immagini diffuse successivamente si vede <strong>la bambina (di appena nove anni e probabilmente in preda a una crisi psichiatrica) che viene ammanettata</strong> e poi costretta a salire sulla volante: ma lei piange e chiama il padre. Cerca di opporsi, uno degli agenti le dice: &#8220;<strong>Non comportarti da bambina</strong>&#8220;.<br />
&#8220;Ma io sono una bambina&#8221;, risponde.<br />
Per porre fine alle sue proteste, un agente le spruzza in viso uno spray urticante al peperoncino.</p>
<p>Per Rebecca Epstein, direttrice esecutiva del Center on Poverty and Inequality della Georgetown University e co-autrice dello studio siamo di fronte &#8220;a una <strong>deumanizzazione delle ragazze afro-americane</strong> che dovrebbero ricevere trattamenti sanitari mentre invece vengono punite duramente&#8221;.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://terredeshommes.it/makhia-ragazze-afroamericane-usa/">Ma&#8217;Khia, uccisa a 16 anni dalla polizia USA. E quel &#8220;bias&#8221; che penalizza le ragazze afro-americane</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://terredeshommes.it">Terre des Hommes</a>.</p>
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		<title>Le denunce delle giovani inglesi e la violenza nelle scuole</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2021 10:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[bambine]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Grazie alle denunce raccolte dal sito Everyons's Invited nel Regno Unito si è accesa l'attenzione sulle violenze sulle ragazze nelle scuole</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Sara Soma è una giovane donna inglese di 22 anni e ha un obiettivo: combattere la &#8220;<strong>cultura dello stupro</strong>&#8220;. Ovvero quell&#8217;ambiente sociale &#8220;che permette alla violenza sessuale di essere normalizzata e giustificata. Alimentata dalle persistenti diseguaglianze di genere e dagli atteggiamenti su genere e sessualità&#8221;, come la descrive l&#8217;<strong><a href="https://www.unwomen.org/en/news/stories/2019/11/compilation-ways-you-can-stand-against-rape-culture" rel="noopener" target="_blank">agenzia delle Nazioni Unite UN Women</a></strong>.</p>
<p>&#8220;Quando comportamenti come l&#8217;<em>upskirting</em> (la prassi di scattare foto sotto le gonne di donne e ragazze, <em>ndr</em>), la colpevolizzazione delle vittime di reati sessuali, i commenti sessisti o dispregiativi, o la condivisione non consensuale di foto intime sono <strong>normalizzati</strong>, agiscono come una porta d&#8217;accesso ad atti criminali come <strong>l&#8217;aggressione e lo stupro</strong> &#8211; ha spiegato Sara Soma. <strong>Questi comportamenti non possono essere nascosti sotto il tappeto o considerati semplici scherzi</strong>. È tempo che la cultura dello stupro venga presa sul serio&#8221;.</p>
<p>L&#8217;arma che ha scelto per combattere la sua battaglia è stata quella di aprire il sito &#8220;<a href="https://www.everyonesinvited.uk/" rel="noopener" target="_blank">Everyone&#8217;s Invited</a>&#8220;. Uno spazio in cui le donne (ma ci sono anche testimonianze maschili) sono invitate a far sentire la propria voce e dove possono <strong>denunciare (spesso per la prima volta) quello che hanno subito</strong>, per far sentire la propria rabbia e il proprio <strong>dolore.</strong></p>
<h2>Le denunce delle studentesse</h2>
<p>Oggi <strong>sono poco meno di 15mila</strong> le testimonianze raccolte da &#8220;Everyone&#8217;s Invited&#8221;. Vi avvertiamo: sono testimonianze durissime, soprattutto perché <strong>un numero impressionante di vittime e di autori di violenze sono giovani</strong>. Giovanissimi. Ci sono <strong>racconti di giovani donne violentate da sedicenti amici</strong> o dal proprio fidanzato al termine di una festa, racconti di <strong>13enni molestate sul bus al ritorno da scuola</strong>, 14enni costrette a compiere atti sessuali nei bagni delle scuole. Molte delle testimonianze si concentrano proprio sulle scuole: quegli ambienti che dovrebbero essere spazi sicuri dove studiare, crescere e costruire amicizie e che invece si trasformano troppo spesso in luoghi dell&#8217;orrore.</p>
<p><em>&#8220;Avevo 12 anni quando sono stata molestata per la prima volta -scrive una ragazza-. È successo a scuola e lui aveva 15 anni. Mi ha toccato, ha cercato di violentarmi e ha detto che mi avrebbe tagliato la gola se avessi parlato con qualcuno&#8221;. La giovane vittima, però, decide parlare: &#8220;Mi hanno detto che stavo mentendo, che lo avevo ingannato, che ero pazza. Il preside mi disse che non credeva alla mia storia e pensava me la fossi inventata. Avevo 12 anni. Per otto anni sono stata in cura e ancora adesso non mi fido degli uomini. Mi hanno molestata otto volte. Se oggi questo non succede più è perché sono ingrassata, da quando sono grassa nessuno commenta, nessuno mi tocca. Ho sacrificato la mia salute per essere al sicuro e mi odio per questo&#8221;.</em></p>
<p>Molte donne e ragazze che hanno pubblicato la loro testimonianza su &#8220;Everyones&#8217;s Invited&#8221; raccontano di non aver denunciato le violenze subite perché molti dei comportamenti che vengono denunciati dal sito sono diffusi e considerati in qualche modo &#8220;normali&#8221;. In altri casi hanno scelto il silenzio perché avevano paura di essere giudicate o di non essere credute. Altre hanno taciuto per vergogna o perché hanno subito una violenza da ubriache. </p>
<h2>Quanto è diffusa la cultura dello stupro</h2>
<p>In un&#8217;intervista a &#8220;<strong><a href="https://www.vogue.co.uk/miss-vogue/article/soma-sara-everyones-invited" rel="noopener" target="_blank">Vogue</a></strong>&#8221; Sara Soma spiega di aver dato vita al sito &#8220;Everyones&#8217;s Invited&#8221; nel giugno 2020 &#8220;<strong>dopo aver discusso a lungo di questo argomento con diverse amiche</strong> e aver capito quanto fosse diffusa la cultura dello stupro durante la mia adolescenza. Per noi è stato molto triste comprendere solo adesso quante di noi avevano condiviso esperienze simili in anni così formativi&#8221;. La stessa Sara racconta di aver subito molestie da ragazzina.</p>
<h2>Le inchieste nelle scuole</h2>
<p>L&#8217;impatto delle testimonianze raccolte su &#8220;Everyones&#8217;s Invited&#8221; è stato dirompente. A metà marzo, quando il numero di storie raccolte oscillava tra le quattro e le cinquemila, la notizia ha iniziato a rimbalzare su media nazionali come la <em>BBC</em> e il <em>Guardian</em>. Fin dall&#8217;inizio il focus dell&#8217;attenzione si è concentrato sulle scuole, in particolare sulle prestigiose (e costosissime) scuole private e università del Regno Unito. Ma il fenomeno non è limitato agli istituti privati: le scuole citate dalle giovani vittime sarebbero più di cento. </p>
<p>Sara, però, insiste sul fatto che <strong>concentrare l&#8217;attenzione pubblica sulle scuole (e in particolare su quelle private) è un errore</strong>: &#8220;<strong>Questo è un problema globale</strong> -ha commentato-. Penso sia importante non restringere la nostra attenzione solo alle scuole private, perché si rischia di far sembrare questi casi come se fossero rari o anomalie, o che questi modelli di abuso possano accadere solo in certi posti. Ma no, accadono ovunque, sempre. E possono accadere a chiunque&#8221;.</p>
<h2>Scotland Yard: fenomeno preoccupante</h2>
<p>Sulla vicenda si è espressa anche Scotland Yard che si è messa in contatto con le scuole citate offrendo &#8220;supporto per ogni potenziale vittima&#8221; e ha preso contatti anche con &#8220;Everyone&#8217;s Invited&#8221; per offrire alle vittime la possibilità di denunciare.  La sovrintendente Mel Laremore ha definito &#8220;molto preoccupante&#8221; il numero di resoconti pubblicati sul sito lanciato da Sara Soma e in <a href="https://news.met.police.uk/news/met-statement-re-everyones-invited-website-allegations-424254?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=Subscription&amp;utm_content=current_news" rel="noopener" target="_blank" class="broken_link">un comunicato pubblicato sul sito di Scotland Yard</a> ha aggiunto: &#8220;<em>Prendiamo molto sul serio tutte le accuse di aggressione sessuale. Comprendiamo le complesse e varie ragioni per cui molte vittime e sopravvissute alla violenza non contattano le forze dell&#8217;ordine, ma voglio personalmente rassicurare chiunque abbia bisogno del nostro aiuto che siamo qui per voi</em>&#8220;.</p>
<p>Anche l&#8217;<strong>OFSTED</strong> (Office for standards in education, children&#8217;s services and skills, un&#8217;agenzia governativa che monitora le scuole e gli altri servizi rivolti all&#8217;infanzia) ha annunciato l&#8217;avvio di un&#8217;inchiesta sulle violenze nelle scuole del Regno Unito: i suoi ispettori visiteranno un campione di istituti citati sul sito di Sara Soma.</p>
<p>Il crescente numero di voci di donne che hanno parlato delle violenze subite ha portato a un momento di consapevolezza, ha commentato al Guardian Andrea Simon, direttrice della coalizione &#8220;<a href="https://www.endviolenceagainstwomen.org.uk/" rel="noopener" target="_blank">End Violence Against Women</a>&#8220;. Nel 2016 l&#8217;associazione aveva dedicato un report proprio alle violenze di genere nelle scuole del Regno Unito rilevando &#8220;livelli endemici di violenza sessuale e molestie nelle scuole&#8221; con <strong>5.500 reati sessuali segnalati tra il 2013 e il 2015</strong>, tra cui 600 stupri.&#8221;Che equivale a uno stupro al giorno, per ogni giorno dell&#8217;anno scolastico&#8221;, si legge nel rapporto.</p>
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		<title>Chi è Disha Ravi, la giovane attivista per il clima arrestata in India</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2021 12:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[blogindifesa]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
		<category><![CDATA[diritti delle ragazze]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Disha Ravi è una ragazza indiana di 21 anni e, come tanti adolescenti e tanti giovani in tutto il mondo, partecipa agli “scioperi per il clima” lanciati nel 2018 da Greta Thunberg.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Disha Ravi è una ragazza indiana di 21 anni e, come tanti adolescenti e tanti giovani in tutto il mondo, partecipa agli “scioperi per il clima” lanciati nel 2018 da Greta Thunberg. Ma Disha non si è fermata a questo: ha partecipato a campagne di sensibilizzazione contro l’inquinamento da plastica ed è tra le fondatrici del movimento “<strong>Fridays For Future</strong>” a Bangalore, la città dove vive. È una giovane attivista, <strong>nata e cresciuta in un’area della città che viene periodicamente sommersa dall’acqua</strong> quando le piogge si fanno troppo frequenti e intense. Un fenomeno che si è accentuato negli ultimi anni. <strong>Disha è una ragazza che vive sulla propria pelle le conseguenze del cambiamento climatico</strong>: quella per il clima, ha spiegato in un’intervista pubblicata su <em>Vogue</em> lo scorso anno “<em>non è solo una battaglia che stiamo combattendo per il nostro futuro. <strong>È una battaglia che merita di essere combattuta per il nostro presente</strong>. Noi viviamo la crisi climatica sulla nostra pelle ogni giorno</em>”.</p>
<h2>Disha Ravi è stata arrestata per un tweet</h2>
<p>Sabato 14 febbraio, <strong>Disha Ravi è stata arrestata </strong>nella sua casa di Bangalore, davanti agli occhi della madre, ed è trasferita a Delhi con l’accusa di <strong>aver condiviso un documento a sostegno della protesta dei contadini indiani</strong> che, da quasi tre mesi, manifestano contro le leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo volute dal presidente Narendra Modi.<strong><a href="https://www.dw.com/en/indian-climate-activist-linked-to-greta-thunberg-arrested/a-56567904" rel="noopener" target="_blank"> Secondo la polizia</a></strong>, Disha rappresenta una figura chiave tra i <em><strong>cospiratori</strong></em> nella distribuzione di un <em>toolkit</em> con i suggerimenti per affiancare i contadini indiani nella loro lotta, che era stato rilanciato in tutto il mondo lo scorso 4 febbraio da <strong>Greta Thunberg</strong>. E che Disha Ravi aveva a sua volta diffuso tramite il suo account Twitter.</p>
<p>Ma che cos’è un <em><strong>toolkit</strong></em>? Semplicemente, si tratta di <strong>un file di testo </strong>contenente le informazioni necessarie a<strong> organizzare una manifestazione di protesta</strong> online e per le strade a sostegno della battaglia dei contadini indiani. Sul file &#8211;<strong><a href="https://cryptpad.fr/pad/#/2/pad/view/ehTz+drfKPwi4fP5dn0mivwVCKhwNe7OD1YHDiBUj0Y/" rel="noopener" target="_blank">che è ancora possibile consultare online</a></strong>&#8211; si trovano indicazioni su quali <em>hashtag</em> usare su twitter per esprimere il proprio sostegno ai contadini (parole chiave come <strong>#FarmerProtest</strong> e <strong>#StandWithFarmers</strong>), link a documenti per informarsi sui contenuti della protesta, l’invito firmare una petizione, a registrare un video di supporto ai manifestanti e l’invito a partecipare alle manifestazioni di protesta. </p>
<p>Ma agli occhi della polizia di Delhi l’appello aveva come obiettivo quello di <strong>alimentare le tensioni nel Paese</strong>. “<em>Creare disinformazione e disaffezione contro il governo legittimamente eletto</em> -ha puntualizzato Prem Nath, commissario congiunto della polizia di Delhi, in una conferenza stampa lunedì-. <em>Il toolkit ha cercato di amplificare artificialmente notizie false</em>”. Disha Ravi è stata arrestata per &#8220;sedizione&#8221;, &#8220;cospirazione criminale&#8221; e &#8220;organizzazione di disordini&#8221; ed è detenuta in custodia dalla polizia per un minimo di cinque giorni.</p>
<h2>I giovani attivisti per il clima nel mirino del governo</h2>
<p>L’arresto di Disha Ravi ha provocato <strong>rabbia e indignazione in India e in tutto il mondo</strong>. In tutto il Paese nelle giornate di domenica e lunedì si sono svolte manifestazioni di piazza per chiedere la liberazione della ragazza. “L’arresto di Ravi rappresenta <strong>un attacco senza precedenti alla nostra democrazia</strong>. Sostenere i nostri contadini non è un crimine”, ha scritto su Twitter Arvind Kejriwalm, chief minister di Delhi. Anche <strong>Meena Harris</strong>, nipote della vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha pubblicato un tweet sulla vicenda: “<strong>Chiedetevi come mai gli attivisti vengono presi di mira e messi a tacere dal governo</strong>”.</p>
<p>L’arresto di Disha Ravi si inserisce all’interno di un contesto molto più ampio: associazioni come Amnesty International, Human Ritghts Watch e persino Greenpeace sono state costrette a lasciare il Paese. <strong><a href="https://www.bbc.com/news/world-asia-india-56068522" rel="noopener" target="_blank">Come ricostruisce la BBC</a></strong>, lo scorso luglio, la polizia indiana aveva temporaneamente chiuso il sito di “Fridays For Future India” per un “<strong>atto illegale o terroristico</strong>”. Secondo quanto riferisce BBC, gli attivisti avevano lanciato un <strong><em>mail bombing</em></strong> contro il ministro dell’ambiente per protestare contro una legge.</p>
<p>“In India, le persone continuano a soffrire a causa di leggi che danneggiano il popolo -aveva spiegato Disha Ravi al Guardian, poco dopo la sospensione del sito di &#8220;Fridays For Future India&#8221;-. Noi di ‘Fridays For Future’ <strong>veniamo etichettati come terroristi perché critichiamo una legge. Solo un governo che mette i profitti prima delle persone può considerare atto di terrorismo la richiesta di avere aria pulita, acqua pulita e un pianeta vivibile</strong>”.</p>
<h2>La battaglia solitaria di Ou Hongyi</h2>
<p>L&#8217;impegno dei giovani per il clima e le manifestazioni organizzate dal movimento &#8220;Fridays For Future&#8221; hanno ottenuto in questi anni grande attenzione da parte dei media di tutto il mondo e un sostanziale plauso da parte della politica. La vicenda di Disha Ravi segna una drammatica &#8220;rottura&#8221;: non appena gli slogan e le manifestazioni a favore dell&#8217;ambiente sono andati a toccare interessi economici e politici precisi, sui giovani attivisti si è abbattuto il pugno delle autorità. </p>
<p><strong>Anche in Cina, una giovane attivista per il clima sta incontrando grossi ostacoli nel condurre la sua battaglia</strong> e sta pagando un prezzo molto alto. <strong>Ou Hongyi</strong>, studentessa cinese di 18 anni, ha iniziato a interessarsi al tema del cambiamento climatico quando aveva 16 anni, dopo aver visto il documentario di Al Gore “<em>An Inconvenient Truth</em>&#8220;. Ou è stata la prima adolescente cinese a condurre uno sciopero scolastico per il clima ed è stata soprannominata la &#8220;Greta Thunberg cinese&#8221; ma, a differenza della giovane attivista svedese, <strong>Ou Hongyi è stata ostracizzata e ridicolizzata per il suo impegno</strong>: &#8220;<em>In Cina, dove qualsiasi tipo di attivismo equivale a una sfida al partito comunista al potere, Ou è stata ignorata, ridicolizzata e ostracizzata, così come vessata dai funzionari scolastici e dalla polizia</em>&#8220;, scrive il <strong><a href="https://www.nytimes.com/2020/12/04/world/asia/ou-hongyi-china-climate.html" rel="noopener" target="_blank">New York Times</a></strong> in un lungo articolo dedicato alla ragazza.</p>
<p>Ou aveva smesso di andare a scuola del 2018, quando era stata giudicata non idonea per il programma internazionale e aveva deciso di studiare da autodidatta per superare i test di ammissione all&#8217;università di Harvard. Oggi vorrebbe riprendere a studiare ma <strong>per poter tornare sui banchi della scuola superiore affiliata alla Guangxi Normal University di Guilin, le autorità hanno imposto come condizione l&#8217;interruzione delle campagne ambientaliste</strong> e delle interviste ai media stranieri.</p>
<p> Secondo Kecheng Fang, assistente professore alla scuola di giornalismo dell&#8217;Università cinese di Hong Kong (intervistato dal <em>Guardian</em>) la pressione delle autorità cinesi su Ou Hongyi non è causata dai temi della sua protesta. Piuttosto, la sua è un&#8217;azione di protesta collettiva e, indipendentemente dal suo contenuto, in Cina viene considerata un&#8217;attività altamente pericolosa.</p>
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		<title>Le ragazze, la scienza e gli stereotipi duri a morire</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 16:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[ragazze]]></category>
		<category><![CDATA[scienze]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[stem]]></category>
		<category><![CDATA[unesco]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Troppo spesso genitori e insegnanti non aiutano le ragazze a immaginarsi un futuro nelle discipline STEM e in Italia restano basse le iscrizioni all'università in ambito scientifico. Ma è urgente cambiare rotta</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso marzo, mentre l&#8217;epidemia di <strong>Coronavirus</strong> iniziava a diffondersi in Afghanistan, il governatorato di Herat, nell&#8217;Ovest del Paese, ha lanciato un&#8217;appello per trovare una soluzione &#8220;creativa&#8221; e open-source a un problema drammatico: <strong>la mancanza di ventilatori polmonari</strong>. Fondamentali per salvare la vita alle persone che contraggono il Covid-19. A questo appello hanno risposto le cinque adolescenti (dai 14 ai 17 anni) dell&#8217;<strong><a href="https://www.facebook.com/afghandreamer/" rel="noopener" target="_blank">Afghan girls robotic team</a></strong>, un gruppo formato tre anni fa dall&#8217;imprenditrice Roya Mahboob che, attraverso il &#8220;Digital Citizen Fund&#8221;, finanzia corsi legati alle materie STEM per le ragazze.</p>
<p>Il team ha impiegato quasi quattro mesi per mettere a punto il <strong>ventilatore</strong>, che è in parte basato su un progetto del Massachusetts Institute of Technology (MIT) ed è stato <strong>assemblato utilizzando parti di vecchie Toyota Corolla</strong>, un&#8217;automobile molto diffusa in Afghanistan. Il dispositivo è facile da trasportare, può funzionare a batteria per dieci ore e costa circa 700 dollari, rispetto ai 20mila dollari di un ventilatore tradizionale.</p>
<p>&#8220;Tutti i membri del nostro team si sentono felici perché dopo mesi di duro lavoro, siamo stati in grado di raggiungere questo risultato&#8221;, ha dichiarato Somaya Faruqi, 18 anni, <strong><a href="https://www.reuters.com/article/health-coronavirus-afghanistan-ventilato/afghan-all-girls-robotics-team-designs-low-cost-ventilator-to-treat-coronavirus-patients-idINKCN24L0WQ" rel="noopener" target="_blank">all&#8217;agenzia Reuters</a></strong>. Il ventilatore sviluppato dalle giovani studentesse afghane aziona automaticamente un Ambu, un sacchetto di plastica autogonfiante usato dal personale medico per aiutare i pazienti a respirare.</p>
<h2>La Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza</h2>
<p>Somaya Faruqi è una ragazza che ama la scienza e la tecnologia. Ha avuto la fortuna di poter mettere a frutto la propria passione e <strong>un giorno potrebbe diventare un&#8217;imprenditrice o una ricercatrice,</strong> dando una svolta alla propria vita e mettendo il suo talento e la sua passione a servizio di tanti. Per molte ragazze, purtroppo, non è così perché incontrano sulla propria strada non solo <strong>ostacoli all&#8217;istruzione</strong> che le costringono a interrompere gli studi, ma anche <strong>stereotipi e pregiudizi</strong>.</p>
<p>La <strong><a href="https://en.unesco.org/commemorations/womenandgirlinscienceday" rel="noopener" target="_blank">Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza</a></strong>, che si celebra oggi, istituita dalle Nazioni Unite nel 2015, nasce proprio con l&#8217;obiettivo di far conoscere storie come quella di Somaya e di <strong>contrastare i troppi stereotipi</strong> che, ancora oggi, scoraggiano le ragazze dall&#8217;intraprendere un percorso scolastico e una carriera nelle discipline <strong>STEM </strong>(acronimo dall&#8217;inglese di <em><strong>Science, Technology, Engineering and Mathematics</strong></em>). </p>
<h2>Brave in matematica, ma non saranno ricercatrici</h2>
<p>Troppo spesso si sente dire che <strong>l&#8217;informatica è una professione da &#8220;nerd&#8221;</strong> e l&#8217;immagine che viene subito in mente, probabilmente, è quella dei <strong>giovani programmatori impegnati in estenuanti gare di &#8220;coding&#8221; </strong>del film &#8220;The social network&#8221;. Dimenticandosi che negli anni Quaranta furono <strong>sei donne a programmare</strong> (da autodidatte) <strong>uno dei primi computer della storia</strong>. Allo stesso modo, alle prime difficoltà tante bambine si sentono dire dai loro insegnanti &#8220;che non sono portate per la matematica&#8221;. O le scienze, o la chimica</p>
<p>Un&#8217;indagine condotta da <strong><a href="https://www.openpolis.it/quali-stereotipi-minano-ancora-il-diritto-allistruzione-di-bambine-e-ragazze/" rel="noopener" target="_blank">fondazione Openpolis</a></strong> analizzando i dati dei test OSCE-PISA mette in evidenza che: &#8220;In tutti i Paesi e le economie che hanno raccolto dati anche sui genitori degli studenti, <strong>i genitori sono più propensi a pensare che i figli maschi, piuttosto che le figlie, lavoreranno in un campo scientifico, tecnologico, ingegneristico o della matematica </strong>, anche a parità di risultati in matematica&#8221;. Un&#8217;ulteriore conferma (indiretta) di questi pregiudizi viene dall&#8217;<strong>età di primo utilizzo del PC</strong>: in tutti i Paesi arriva solitamente prima per i bambini rispetto alle bambine. In Italia <strong>il 29% dei quindicenni aveva usato un PC per la prima volta quando aveva 6 anni o meno </strong>, per le ragazze il dato scende <strong>al 21%.</strong> E anche in un Paese come la Danimarca il divario tra ragazze e ragazze è a svantaggio di queste ultime di quasi dieci punti percentuali.</p>
<p>&#8220;In quasi tutti i Paesi le ragazze che hanno ottimi risultati in matematica e scienze tendono a <strong>nutrire minori aspettative su un futuro percorso nel settore</strong> -si legge nel rapporto-. In media, nei paesi Ocse, solo il 14,5% delle ragazze <em>top performers</em> in matematica e scienze prevede che lavorerà come ingegnere o scienziata quando avrà 30 anni. 11,5 punti in meno dei maschi allo stesso livello di competenze&#8221;.</p>
<h2>Poche le ragazze tra le matricole di ingegneria</h2>
<p>Secondo le ultime stime Unesco, <strong>solo il 28% dei ricercatori impegnati nei laboratori di tutto il mondo sono donne.</strong> “Queste enormi disparità, questa diseguaglianza così profonda non avviene per caso. Troppe ragazze sono frenate da discriminazioni, pregiudizi, norme sociali e aspettative che influenzano la qualità dell&#8217;istruzione che ricevono e le materie che studiano -si legge in un documento Unesco-. La scarsa rappresentazione delle ragazze nell&#8217;istruzione scientifica, tecnologica e ingegneristica e matematica è profondamente radicata e frena negativamente il progresso verso lo sviluppo sostenibile&#8221;.</p>
<p>Le differenze di genere all&#8217;interno delle discipline STEM sono evidenti anche <strong>in Italia </strong>e in particolare all&#8217;interno del mondo universitario. Se da un lato le ragazze rappresentano il 55% degli iscritti all&#8217;università (dati a.a. 2018/219), <strong>all&#8217;interno delle facoltà STEM la percentuale femminile scende al 37.</strong> La buona notizia è che il numero di ragazze che sceglie le facoltà tecniche e scientifiche è in aumento.</p>
<p>Ma se si guarda in dettaglio alle iscrizioni alle singole facoltà emerge un altro elemento: all&#8217;interno della vasta categoria delle discipline STEM, l<strong>e ragazze si iscrivono prevalentemente a quelle di ambito chimico farmaceutico</strong> (56% del totale), sanitario e paramedico (71% del totale) o biotecnologie (65%). Mentre le percentuali sono ancora basse in facoltà come ingegnerie elettronica e dell&#8217;informazione (20% del totale) e ingegneria industriale (21%).</p>
<p>I dati sono stati elaborati da <strong><a href="https://www.assolombarda.it/media/comunicati-stampa/osservatorio-talents-venture-e-steamiamoci" rel="noopener" target="_blank">Assolombarda</a></strong>, in uno studio dedicato proprio al gender gap nelle discipline STEM. Che evidenzia come anche i voti di laurea delle studentesse siano mediamente più elevati rispetto a quelle dei coetanei maschi. E se è vero che una laurea in una disciplina STEM offre maggiori garanzie di trovare un impiego, le laureate ricevono stipendi più bassi rispetto ai loro coetanei maschi: gli uomini, infatti, possono contare su uno stipendio medio mensile di 1.500 euro contro i 1.428 delle controparti femminili.</p>
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		<title>Mutilazioni genitali femminili, l&#8217;emergenza Covid fa crescere l&#8217;allerta</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 16:23:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L'epidemia mette a rischio i risultati ottenuti in questi anni. La pratica del "taglio" è diffusa in 27 Paesi africani. E in Liberia è persino legale</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso dicembre, l’attivista <strong>Christine Ghati Alfons</strong> si è recata in una scuola di Migori County, un’area impoverita nel Sud-Ovest del Kenya per un incontro dedicato all’igiene mestruale. Il suo pubblico avrebbe dovuto essere formato da circa 25 studentesse di età compresa tra i 10 e i 15 anni. <strong>Ma quel giorno, solo 17 si sono presentate.</strong> “Abbiamo perso alcune di queste ragazze”, ha commentato <strong><a href="https://www.npr.org/sections/goatsandsoda/2021/01/05/951204266/is-the-pandemic-causing-a-surge-in-female-genital-mutilation" rel="noopener" target="_blank">ai microfoni della radio pubblica statunitense NPR</a></strong> Ghati Alfons, fondatrice della “Safe Engage Foundation”, un’associazione che combatte le mutilazioni genitali femminili (MGF). La donna ha riferito che <strong>le ragazze mancanti avevano subito “il taglio</strong>”, due di loro si erano già sposate mentre le altre erano a casa, in convalescenza, per riprendersi dal trauma del brutale intervento. Altre nove ragazze, che invece erano presenti in classe, erano state mutilate nei mesi precedenti.</p>
<h2>Le conseguenze del Covid per le ragazze</h2>
<p>Non ci sono ancora dati precisi, ma le <strong>testimonianze</strong> di attivisti raccolte in questi mesi da parte di diversi media e associazioni concordano su un fatto: <strong>l’epidemia di Covid 19</strong>, i provvedimenti presi per contrastare la diffusione del contagio, <strong>il lockdown</strong> e la crisi economica causata dal virus <strong>stanno facendo aumentare il numero delle giovani vittime di mutilazioni genitali femminili</strong>. Mettendo a rischio il lavoro svolto da attivisti e associazioni in questi anni. </p>
<p>Il Covid 19 ha creato la “<strong>tempesta perfetta</strong>” favorendo coloro che vogliono portare avanti a tutti i costi la pratica delle mutilazioni genitali: da un lato <strong>la chiusura delle scuole</strong> che ha costretto <strong>migliaia di ragazze vulnerabili a restare a casa </strong>senza poter contare sulla protezione offerta dai loro insegnanti, dall’altro <strong>le associazioni e le attiviste sono state costrette a rispettare coprifuoco e limiti negli spostamenti</strong>. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento che, con ogni probabilità, si farà sentire ancora a lungo: <strong>il taglio dei fondi pubblici</strong> destinati al contrasto delle mutilazioni genitali, utilizzati per coprire altre spese necessarie per limitare la diffusione del Covid 19.</p>
<p>La situazione è particolarmente grave nei Paesi più poveri e, più in generale, tra le f<strong>amiglie che appartengono alle fasce sociali più disagiate</strong> che <strong>hanno perso lavoro e reddito a causa del Covid</strong>. In Paesi come il Kenya, combinare un matrimonio per le proprie figlie rappresenta per molte famiglie un modo per sopravvivere, grazie alla dote pagata dallo sposo. “Queste ragazze non solo subiranno il ‘taglio’ ma <strong>saranno anche costrette a sposarsi</strong>. E <strong>una ragazza ‘tagliata’ ha più valore</strong>. La pratica della mutilazione viene vista come un investimento sulla ragazza e sul suo successo di trovare un marito”, spiega Nimco Ali, attivista nata nel Somaliland e sopravvissuta alle mutilazioni genitali che oggi vive a Londra, dove dirige la “The five foundation”.</p>
<h2>Due miliardi di euro per i prossimi dieci anni</h2>
<p>Secondo le stime di Unicef e di Unfpa (l’agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione) nei prossimi dieci anni potrebbero verificarsi <strong>due milioni di casi in più di mutilazioni genital</strong>i femminili. &#8220;Dobbiamo finanziare i nostri sforzi a un livello pari al nostro impegno. Anche in paesi in cui le mutilazioni genitali femminili stanno già declinando, <strong>i progressi devono aumentare di dieci volte per raggiungere il target globale di eliminare la pratica entro il 2030</strong>. Questo richiederà circa 2,4 miliardi nei prossimi 10 anni, che corrisponde a meno di 100 dollari per ragazza” si legge nella dichiarazione congiunta del direttore generale dell’Unicef Henrietta Fore e del direttore generale dell’Unfpa Natalia Kanem in occasione della <strong>Giornata di tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili.</strong></p>
<p>L’OMS ricorda che <strong>sono più di 200 milioni le donne e le ragazze che oggi vivono con le conseguenze del “taglio”</strong>. La prassi, che spesso viene tramandata di madre in figlia, viene difesa da molte comunità in quanto elemento della cultura locale e in molti casi rappresenta un pre-requisito per il matrimonio. L’Organizzazione mondiale per la sanità e tutte le associazioni impegnate per la difesa dei diritti delle donne ribadiscono con forza che le mutilazioni genitali femminili sono una violazione dei diritti umani di donne e ragazze. Inoltre, questi interventi vengono spesso praticati in condizioni assolutamente inadeguate e possono portare alla morte delle bambine per emorragia o infezione. Anche quando l’intervento viene praticato in ambito medico (e quindi con maggiori tutele dal punto di vista sanitario, una pratica sempre più diffusa in Paesi come l’Egitto) il danno che provoca è immenso: cisti, infezioni, problemi alle vie urinarie, difficoltà e dolore durante i rapporti sessuali oltre al rischio di complicazioni durante il parto che possono costare la vita a mamma e nascituro.</p>
<p><iframe src="https://player.vimeo.com/video/428722320?title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="640" height="360" frameborder="0" allow="autoplay; fullscreen; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><a href="https://vimeo.com/428722320">LA SCUOLA NELLA FORESTA &#8211; TRAILER</a> from <a href="https://vimeo.com/zonaphotovideo">Zona</a> on <a href="https://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<h2>La scuola nella foresta</h2>
<p>Per quanto riguarda la lotta alle mutilazioni genitali femminili, <strong>il 2020 ha portato anche una buona notizia</strong>: il 30 aprile il governo di transizione del <strong>Sudan ha approvato una legge che mette al bando le mutilazioni genitali femminili</strong>. Chi le pratica ora rischia fino a tre anni di carcere. Formalmente, <strong>in 22 Paesi africani </strong>(sui 28 in cui vengono praticate) <strong>le mutilazioni genitali sono vietate per legge.</strong> Fanno eccezione Ciad, Mali, Sierra Leone, Somalia e <strong>Liberia</strong>. </p>
<p>Proprio quest’ultimo Paese è al centro del documentario “<strong>La scuola nella foresta</strong>” della giornalista <strong><a href="https://twitter.com/ezuccala?ref_src=twsrc%5Egoogle%7Ctwcamp%5Eserp%7Ctwgr%5Eauthor" rel="noopener" target="_blank">Emanuela Zuccalà</a></strong> che racconta la potentissima società segreta femminile chiamata “Sande” e considerata custode delle tradizioni degli avi. <strong>Il “taglio” rappresenta  il rito d’accesso alle “scuole nella foresta” della setta </strong>(peraltro regolarmente riconosciute dallo Stato) dove le bambine imparano danze e canti tradizionali, il rispetto degli anziani e le mansioni future di mogli e madri. Restando, però, totalmente analfabete.</p>
<p>L’influenza politica della Sande ha bloccato qualsiasi tentativo da parte della società civile di mettere al bando le mutilazioni genitali femminili. “La Liberia è stato il primo Paese africano ad avere una presidente donna, Ellen Johnson Sireleaf, <strong>ma nemmeno lei è riuscita farcela</strong> -spiega Emanuela Zuccalà-. Ha ottenuto solo un bando temporaneo di un anno. <strong>Mentre nel resto dell’Africa i movimenti hanno fatto importanti passi avanti, in Liberia le attiviste hanno paura o sono minacciate</strong>”. Il documentario dà voce a tre attiviste liberiane che rischiano la vita per il loro coraggio di opporsi a “Sande”. Donne come Mary, 29 anni, che ha parte di un gruppo di auto-aiuto per le ragazze che rifiutano di entrare nella società segreta ed essere mutilate. Per questo, Mary è stata minacciata ed è stata ripudiata dai genitori per il suo rifiuto di frequentare la “scuola nella foresta”. </p>
<p>Il documentario &#8220;La scuola nella foresta&#8221; sarà visibile <strong><a href="https://www.openddb.stream/film/la-scuola-nella-foresta" rel="noopener" target="_blank">nel cinema virtuale di Distribuzioni dal basso</a></strong> fino alla mezzanotte di domenica 7 febbraio.</p>
<p><em>Per la foto si ringraziano Emanuela Zuccalà, regista del documentario &#8220;La scuola nella foresta&#8221; e Valeria Scrilatti</em></p>
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