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		<title>Doppio d’autore, la poesia incontra l’arte (premio pubblicazione)- Vengono resi noti i nomi dei giurati</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 21:39:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Poiché ci è stato chiesto da più parti di conoscere i nomi dei giurati che dovranno scegliere il vincitore fra tutti i partecipanti al concorso Doppio d&#8217;autore, la poesia incontra l&#8217;arte, in deroga all&#8217;art. 7 del regolamento che stabiliva che la giuria  sarebbe stata resa nota  solamente dopo la selezione delle opere vincitrici, per venire incontro alle richieste, per]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poiché ci è stato chiesto da più parti di conoscere i nomi dei giurati che dovranno scegliere il vincitore fra tutti i partecipanti al concorso Doppio d&#8217;autore, la poesia incontra l&#8217;arte, in deroga all&#8217;art. 7 del regolamento che stabiliva che la giuria  sarebbe stata resa nota  solamente dopo la selezione delle opere vincitrici, per venire incontro alle richieste, per quanto ci è stato possibile, si è deciso di renderla nota solo a pochi giorni dalla scadenza.  (31 maggio 2012)</p>
<p style="text-align: justify;">Vi invitiamo a partecipare ricordandovi che il premio consiste nella pubblicazione, con assegnazione di <strong>n. 40 copie all&#8217;autore, di una raccolta</strong> <strong> di poesie di 52 pagine  a cura dell’Associazione, con prefazione e/o nota critica, che verrà adeguatamente presentata sul sito dell’Associazione <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip</a> e nella rivista <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip Bulletin of Visual Culture</a>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pubblicazione del componimento premiato, corredato da un breve commento critico,  <strong>sul sito dell’Associazione <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip</a> e nella rivista <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip Bulletin of Visual Culture</a>, la cui copia verrà inviata gratuitamente al vincitore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo e terzo premio:</p>
<p>Abbonamento trimestrale  alla rivista  <strong> <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip Bulletin of Visual Culture</a>.</strong></p>
<p>Pubblicazione del componimento premiato, con breve commento critico,  <strong>sul sito dell’Associazione <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip</a> e nella rivista <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/">The ArtShip Bulletin of Visual Culture</a>.</strong></p>
<p>A presiedere la giuria sarà Paola Pluchino.<br />
Gli altri giurati sono: Andrea M. Campo, Giuditta Naselli e Antonella Pizzo.<br />
Il bando completo si può leggere <a href="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/?p=2344">qui</a></p>
<p>***<br />
Chi sono:<br />
Paola Pluchino, giornalista, critica d&#8217;arte, redattrice di Viadellebelledonne e Direttore di The Artship.<br />
Andrea M. Campo, scrittore e giornalista, vicedirettore di The Artship.<br />
Giuditta Naselli, Redattrice di Flash musica, Responsabile di Redazione di The Artship,<br />
Antonella Pizzo, poeta e redattrice di <a href="http://viadellebelledonne.wordpress.com/2012/05/23/doppio-dautore-la-poesia-incontra-larte-prossima-scadenza/">viadellebelledonne</a>.</p>
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		<title>Beneficenza a regola d’arte</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2012 18:18:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nello Spazio Carbonesi a Bologna, a Palazzo Zambeccari, è possibile ammirare ancora per pochi giorni (aperta il 18 maggio, chiuderà i battenti il 27 del mese) una discreta selezione dei più affermati protagonisti dell’arte contemporanea. Yoko Ono, Sandro Chia, Michelangelo Pistoletto, Igor Mitoraj, Enzo Fiore, Fabrizio Plessi, Concetto Pozzati, Mimmo Paladino, Giuseppe Maraniello, Sissi E]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nello Spazio Carbonesi a Bologna, a Palazzo Zambeccari, è possibile ammirare ancora per pochi giorni (aperta il 18 maggio, chiuderà i battenti il 27 del mese) una discreta selezione dei più affermati protagonisti dell’arte contemporanea. Yoko Ono, Sandro Chia, Michelangelo Pistoletto, Igor Mitoraj, Enzo Fiore, Fabrizio Plessi, Concetto Pozzati, Mimmo Paladino, Giuseppe Maraniello, Sissi E Luigi Ontani sono solo alcuni dei protagonisti di questa iniziativa, organizzata in collaborazione con la Fondazione Hospice MT. C. Seràgnoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome, scelto da Alessandro Bergonzoni, contiene in sé l’idea di questa iniziativa: dare per dare. Le gallerie e gli artisti sono stati quindi invitati a donare una o più opere della loro collezione alla Fondazione. La galleria Contini di Venezia dona un’opera di Mario Arlati e un Enzo Fiore (artista cui viene dato ampio spazio nella galleria veneziana), la Galleria Continua di San Gimignano con Loris Cecchini rivela tutto il suo fiuto per giovani artisti intellettualmente svegli e poliedrici, la galleria Lia Rumma, nella sua veste napoletana, presenta Vanessa Beecroft. <span id="more-3163"></span>Molto nutrito il gruppo delle più importanti gallerie bolognesi: Vasco Bendini e Germano Sartelli per la De’ Foscherari, la Galleria Studio G7 con Bill Beckley, Andrea Baruffi, Stefano Liberatori, Luciano Ventrone e Giorgio Tonelli sotto l’ala protettrice della Galleria Forni, Vincenzo Baldini e Luigi Petracchi per la Galleria Bongiovanni, Richard Nonas con la Galleria P420.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 7 giugno, in una serata a inviti presso Villa Zarri con accompagnamento musicale di Peppe Servillo, Gaetano Curreri e i Solis String Quartet, saranno estratte a sorte le opere tra coloro che avranno fatto una donazione alla Fondazione Hospice MT. C. Seràgnoli.</p>
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		<title>The Artship  # 5 giugno 2012</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 20:59:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Open publication - Free publishing - More arte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><div><object classid="clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" style="width:420px;height:297px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v2/IssuuReader.swf?mode=mini&amp;backgroundColor=%23222222&amp;documentId=120521184137-69609b2bbbd24abaa175d2a73af7776f" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><param name="wmode" value="transparent"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v2/IssuuReader.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:420px;height:297px" flashvars="mode=mini&amp;backgroundColor=%23222222&amp;documentId=120521184137-69609b2bbbd24abaa175d2a73af7776f" allowfullscreen="true" menu="false" wmode="transparent" /></object><div style="width:420px;text-align:left;"><a href="http://issuu.com/theartship/docs/theartship5?mode=window" target="_blank">Open publication</a> - Free <a href="http://issuu.com" target="_blank">publishing</a> - <a href="http://issuu.com/search?q=arte" target="_blank">More arte</a></div></div></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3141&amp;title=The%20Artship%20%20%23%205%20giugno%202012" id="wpa2a_6"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/SC2DY0WCgbg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Barche Capovolte</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 14:31:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Bettinello , direttore del Teatro Fondamenta Nuove,  racconta ai lettori come si può in laguna rovesciare il classico in favore del contemporaneo. Il Teatro Fondamenta Nuove,  luogo della contemporaneità a Venezia è lo spazio nel quale la musica, il teatro, la performance e la danza contemporanea trovano la possibilità di esprimere tutte le potenzialità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Enrico Bettinello </strong>, direttore del Teatro Fondamenta Nuove,  racconta ai lettori come si può in laguna rovesciare il classico in favore del contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Teatro Fondamenta Nuove, </strong> luogo della contemporaneità a Venezia è lo spazio nel quale la musica, il teatro, la performance e la danza contemporanea trovano la possibilità di esprimere tutte le potenzialità creative e emozionali.</p>
<p style="text-align: justify;">In passato collaboratore dell&#8217;Assessorato alla Cultura del Comune di Venezia, è anche curatore di iniziative di carattere internazionale come il San Servolo Jazz Meeting e di iniziative formative per la Fondazione di Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Apprezzato dal grande pubblico anche in veste di critico musicale è caporedattore di AllAboutJazz Italia, e firma di spicco di testate come Il Giornale della Musica, BlowUp, Venezia Musica &amp; Dintorni, Musica Jazz, RadioTreRai.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2012 è tra i vincitori del Premio Città Impresa, per il contributo portato, attraverso l’attività creativa, allo sviluppo economico, sociale e culturale del Veneto e dell’intero Paese.<span id="more-3154"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. </strong><strong>Enrico Bettinello, la prima domanda è sulla sua carriera, cosa l’ha portata ad essere il direttore artistico per Teatro Fondamenta Nuove? </strong>Diciamo che si è trattato di una naturale evoluzione: oltre all’attività di critico e giornalista musicale – che tuttora porto avanti – sono stato per alcuni anni il responsabile della comunicazione del Teatro e, quando il precedente Direttore ha lasciato per un incarico più prestigioso, ho avuto l’onore di raccoglierne l’eredità, tra l’altro in un momento cruciale per il Teatro, quando abbiamo investito molte energie per rompere gli steccati tra le arti dal vivo, musica, danza, teatro, performance.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. </strong><strong>Il Teatro Fondamenta Nuove, propone spettacoli molto interessanti, soprattutto in rapporto alla scelta che operate, privilegiando artisti meno noti in Italia e sviluppando un calendario eventi che può  dirsi sperimentale. Può spiegarci quali sono i criteri di selezione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo basti uno sguardo alle nostre stagioni da oltre dieci anni per capire quali sono le coordinate su cui ci siamo sempre mossi, quelle della ricerca espressiva, della originalità, dell’esplorazione di nuovi linguaggi. Volendo sintetizzare, in ambito musicale abbiamo dato spazio a quello che è probabilmente il meglio nell’ambito del jazz d’avanguardia, dell’improvvisazione radicale, del rock indipendente, dell’elettronica e del djing, nonchè della ricerca sulla scrittura contemporanea, mentre nell’ambito del teatro siamo la casa &#8220;veneziana&#8221; delle giovani compagnie performative, così come nella danza abbiamo sempre privilegiato i giovani coreografi di tutta Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. </strong><strong>All’oggi, torna in auge il dibattito sul contemporaneo e sulla capacità degli operatori del settore di fare cultura, e di assistere il cambiamento. Quale direzione sta creando il Teatro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La direzione è quella della formazione del pubblico, di incentivare le residenze e le modalità virtuose di produzione, con ampie ricadute culturali sul territorio. Venezia è una città molto complessa e le difficoltà finanziarie che un po’ tutti gli enti locali si trovano a vivere certamente non favoriscono un pieno investimento in questa direzione, che è quella delle migliori pratiche curatori ali europee, ma credo che il grande successo di pubblico e la considerazione in cui gli artisti tengono il nostro Teatro sia un segnale che le direzioni intraprese hanno un forte significato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4. </strong><strong>Molteplici soggetti ma soprattutto celere deperibilità del nuovo, qual è il leit motiv da seguire per essere al passo con i tempi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’essere al passo coi tempi è più un problema degli imitatori che degli innovatori, che invece lavorano perché i tempi siano al passo con loro. Noi cerchiamo che gli artisti con cui lavoriamo sollevino domande interessanti e lo facciano mettendo in discussione i linguaggi. Credo che se avessimo cercato un leit motiv non avremmo fatto molta strada.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5. </strong><strong>Se volesse scrivere un’intervista impossibile chi farebbe conversare e perché.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In agosto saranno passati vent’anni dalla morte di John Cage e sarei abbastanza curioso di conoscere il pensiero di Cage oggi, di fronte alle sfide della comunicazione… probabilmente sarebbe lo stesso e per questo forse ancora più prezioso e impertinente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6. </strong><strong>Quali sono a Suo parere, le compagnie, i performer, gli artisti che varrebbe la pena promuovere e sostenere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beh,gli artisti, i musicisti e le compagnie che abbiamo sostenuto in tutti questi anni e che continuiamo a sostenere sono quelli in cui crediamo, oltre a loro sono un convinto sostenitore della necessità di rendere protagonista attivo il pubblico, troppo spesso considerato solo come o come un elemento esterno al pensiero artistico o, al contrario, dittatoriale (programmo questo perché &#8220;piace al pubblico&#8221;). Uno spettatore maturo, mobile, critico, è il compagno ideale di viaggio del Teatro Fondamenta Nuove</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7. </strong><strong>Indichi una frase, un ricordo, un insegnamento che è stato per Lei nume tutelare nel suo percorso di sviluppo professionale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse vi deluderò, ma non ho particolari numi tutelari: credo che sia il caso di imparare da tutti e non c’è dubbio che sia le persone che lavorano con me contribuiscano a questo, sia i tanti interlocutori con cui abbiamo costruito cultura in questi anni (penso ad esempio a Carlo Mangolini di OperaEstate Festival o Roberto Casarotto della Casa della Danza di Bassano, ma ce ne sono molti altri) abbiano avuto un ruolo essenziale nella mia crescita professionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8. </strong><strong>Per concludere, quali sono i Suoi progetti futuri, le scommesse e gli auspici del Teatro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I progetti sono molti, c’è da capire al meglio come superare tutti insieme una crisi economica che certo non rende le cose facili a un teatro, per giunta privato come il nostro, ma sono certo che se sempre più operatori avranno la voglia di mettersi a ragionare con parametri europei e superare il provincialismo di molte progettualità, potrà crescere non solo il Teatro Fondamenta Nuove, ma tutto il settore e soprattutto il livello culturale del territorio.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3154&amp;title=Barche%20Capovolte" id="wpa2a_8"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/o8s6g36gE4o" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Il Controvalore</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 13:20:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bayt]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Pluchino]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Pluchino. Ho avuto il tempo di pensare tutta la notte alla giusta idea per scrivere questo editoriale. Di sera, quando il sole cala celando i raggi della sua creazione, i pensieri si fondono seguendo l’amalgama spuria del prevedere, a conti fatti, quale rapporto possa instaurarsi tra ciò che dico e ciò che accadrà. Ma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Paola Pluchino.</strong> Ho avuto il tempo di pensare tutta la notte alla giusta idea per scrivere questo editoriale. Di sera, quando il sole cala celando i raggi della sua creazione, i pensieri si fondono seguendo l’amalgama spuria del prevedere, a conti fatti, quale rapporto possa instaurarsi tra ciò che dico e ciò che accadrà. Ma la contemporaneità in cui viviamo oggi, banalmente, non ha più tempo di prestare attenzione alle delicate osservazioni che i giovani avanzano, ancor più se queste non sono spendibili, né in termini di sonata celebrativa né nei termini di compravendita.<span id="more-3025"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, a buona memoria, proprio questo è sempre stato il luogo dei villani, ossia il luogo in cui i commercianti, strana razza di affaristi, mercanteggiavano beni in cambio d’oro, proponendo una cosa con valore più basso per guadagnarci; in poche parole, invitando l’acquirente al debito.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo principio speculativo ordito da sapienti ha portato oggi all’assunto, turpe e deprecabile: possesso uguale valore. Lungi da me voler affermare teorie dal taglio facilmente bakuniniano, sostenendo l’abolizione della proprietà privata, e con esso anche il possesso. Sarebbe d’uopo che la produzione e lo scambio culturale avvenissero sotto l’egida di una prospettiva più fluida e attuale, una risorsa condivisibile, pur legittimamente appartenente al singolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si chiederà cosa c’entra questo con l’arte, con quell’universo che, visto da fuori, appare pieno di eleganti lacchè e fantasiose opere, spesso incomprensibili espressioni del pensiero che si fa materia. Gente “altra” che non ha problemi di soldi, che non riflette sulla catastrofica crisi economica che la generazione a noi precedente, cioè coloro che anche leggono queste righe, ci ha lasciato sgradevolmente in eredità.</p>
<p style="text-align: justify;">La bocca si fa bella intendendo che i tempi sono duri e bisogna prepararsi al peggio. Tuttavia, ciò i grandi economisti della domenica non pensano, è che la costruzione di un universo migliore, debba essere retto da un nuovo perno, da altri magnetismi che sostengano e che si sostituiscano all’ardore economico del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, quello che io penso, è che l’assunto del profeta che scalava la montagna e in solitudine meditava per produrre l’opera che avrebbe elevato gli spiriti, in tempi in cui, la pancia rumoreggia, non sia la soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi stupisco e piacevolmente quindi, che tanti ragazzi, pur nelle beghe parentali del dover spiegare ai genitori perché Lettere invece che Economia, siano affascinati e contribuiscano alla creazione di questo giornale, che ha lo spirito del dono, primigenio parto dell’economia. Questa generazione prova con tutte le forze a ridisegnare un’economia propositiva e forte, intervenendo nella comunità. A quali squali ci rivolgiamo non lo sappiamo mai, e cosa si ordisce dietro di noi nemmeno. Ciò che muove questo genere d’iniziative è il convincimento che le bolle, eccellente simbolo della vanitas, siano destinate a scoppiare, a perdersi in quell’aria di cui sono fatti gli spiriti insapienti.</p>
<p style="text-align: justify;">I testi che seguono abbracciano la speranza (idealista e immatura, per citare i vecchiardi) che il talento sia una carta vincente, che gli studi compiuti improvvisamente si trasformino in qualcosa di nutriente, di innovativo, bacini in cui tanti altri singoli possano riconoscersi e convenire. Vorrei inoltre ricordare ai nostri lettori, che gli autori degli articoli, sono tutti giovani laureati, di modo da fugare ogni dubbio sull’eventualità che essi possano avere un qualche potere d’interesse nella riprovevole società economica che abitiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studente costa ad una famiglia, nell’arco della propria carriera, circa trentamila euro. Se voi foste delle persone oneste, e spero che voi lo siate, dovreste farvi i conti di quanto spendere per leggere le righe che seguono.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3025&amp;title=Il%20Controvalore" id="wpa2a_10"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/8vlJ-a2Ubqg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Aspettando Art Basel</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 18:24:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[300 gallerie, 36 paesi, 6 continenti e oltre 2500 artisti: sono questi i primi incredibili numeri di Art 43 Basel (Basilea, Svizzera, dal 14 al 17 giugno)  selezione mondiale dei migliori progetti curatoriali presentati da gallerie private. L&#8217;Art Basil Committee ha scelto quest&#8217;anno di accompagnare realtà affermate a gallerie esordienti del circuito svizzero come la]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">300 gallerie, 36 paesi, 6 continenti e oltre 2500 artisti: sono questi i primi incredibili numeri di Art 43 Basel (Basilea, Svizzera, dal 14 al 17 giugno)  selezione mondiale dei migliori progetti curatoriali presentati da gallerie private. L&#8217;Art Basil Committee ha scelto quest&#8217;anno di accompagnare realtà affermate a gallerie esordienti del circuito svizzero come la Miguel Abreu Gallery (New York), Chemould Prescott Road (Mumbai), Galerie Mehdi Chouakri (Berlino), Thomas Dane Gallery (Londra), David Kordansky Gallery (Los Angeles), Long March Space (Pechino), maccarone (New York) <span id="more-2951"></span>e ProjecteSD (Barcellona). Per la sezione Art Statements debutteranno alcune gallerie internazionali quali Arratia Beer (Berlino), Balice Hertling (Parigi), Laura Bartlett Gallery (Londra), Cherry and Martin (Los Angeles)e Fonti (Napoli) solo per citarne alcune, che metteranno in mostra i loro migliori esordienti: compito dell&#8217;Art Statements, fin dal 1996, è stato quello di promuovere i giovani artisti, fornendo una palco ideale per un pubblico internazionale di curatori, collezionisti e critici d’arte; ed qui che hanno visto i primi fasti artisti quali Ghada Amer, Kader Attia, Pierre Huyghe, William Kentridge e Takashi Murakami. In Art Feature, giunto alla terza edizione, i progetti curatoriali di 20 gallerie che presenteranno un intenso programma di dialoghi artistici, mostre personali ed esposizioni di materiale storico-artistico. Ma la terza città della Svizzera accompagnerà il grande evento con una programma ricco di mostre tra cui &#8216;Jeff Koons&#8217; e &#8216;Philippe Parreno&#8217; alla Fondation Beyeler; e ancora &#8216;Renoir. Between Bohemia and Bourgeoisie&#8217; al Kunstmuseum Basel; &#8216;Hilary Lloyd&#8217; al Museum für Gegenwartskunst e infine &#8216;Vladimir Tatlin – new art for a new world&#8217; al Tinguely Museum . In contemporanea il Teatro di Basilea presenterà &#8216;The Life and Death of Marina Abramovic&#8217;, produzione del Manchester International Festival e del Teatro Real Madrid con il Teatro di Basilea e l’Holland Festival. Nel Pad. 5 del recinto fieristico basilese, invece, Design Miami/Basel, il forum globale del design. Ma come sempre Art Basel strizzerà l&#8217;occhio al grande schermo con Art Film, rassegna di film realizzati da artisti &#8211; o incentrati sulla figura di artisti- curato per il quinto anno  da Marc Glöde (Berlino): tra i nomi figurano Luke Fowler, Pierre Huyghe, Bruce McLean e Dieter Meier. Da non dimenticare la prima proiezione svizzera di &#8216;Ai Weiwei: Never Sorry&#8217; (2012), di Alison Klayman e  &#8216;Marina Abramović: The Artist Is Present&#8217; (2011), di Matthew Akers.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2951&amp;title=Aspettando%20Art%20Basel" id="wpa2a_12"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/VyLjYvGKvXg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Ventisei anni di controcultura tradotta in arte</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 18:18:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Elisa Daniela Montanari]]></category>
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		<description><![CDATA[Una mostra retrospettiva per raccontare attraverso ventisei opere i poliedrici artisti Cuoghi Corsello, che hanno fatto della cultura underground la loro poetica Elisa Daniela Montanari. Torino &#8211; A partire dal 26 aprile fino al 26 giugno si terrà presso la galleria Guido Costa Projects la mostra “26” di Cuoghi Corsello. Numero non scelto a caso, racchiude]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una mostra retrospettiva per raccontare attraverso ventisei opere i poliedrici artisti Cuoghi Corsello, che hanno fatto della cultura underground la loro poetica</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Elisa Daniela Montanari.</strong> Torino &#8211; A partire dal 26 aprile fino al 26 giugno si terrà presso la galleria Guido Costa Projects la <strong>mostra “26” di Cuoghi Corsello</strong>. Numero non scelto a caso, racchiude in sé l’emblema di una longeva unione. Gli artisti Monica Cuoghi e Claudio Corsello festeggiano con una mostra retrospettiva il ventiseiesimo anniversario del loro sodalizio artistico e personale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ventisei opere, una per ogni anno di lavoro insieme, sono state scelte con cura dal gallerista Guido Costa per raccontare la storia di una vita vissuta come fosse un’opera d’arte. Il gallerista ha tentato di riunire in un unico luogo tutte le anime dei personaggi che hanno abitato il mondo parallelo dei due artisti bolognesi dal 1986, anno d’inizio della loro collaborazione. Arduo compito, se si considera che Cuoghi Corsello sono due tra gli artisti più poliedrici della loro generazione.<span id="more-3013"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il loro sposalizio artistico prende l’avvio nella <strong>Bologna underground post ’77</strong>, in cui capannoni abbandonati potevano trasformarsi in laboratori di sperimentazione artistica e in cui si respirava un clima di fermento di cultura controcorrente e d’innovazione. La Bologna degli anni Ottanta diede i natali alla <strong>sub-cultura del graffitismo</strong> e della prima <strong>Street Art</strong>, e Cuoghi e Corsello ne furono i protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse uno tra i più famosi dei loro personaggi lo si può ancora scorgere tra i muri dei quartieri bolognesi. Si tratta di <strong>Pea Brain</strong>, una paperetta stilizzata che negli anni Novanta ricopriva tutta la città. Ma questo è solo uno degli innumerevoli esseri che sono nati dalla loro immaginazione sconfinata. C’è Suf, bambina-folletto che vuole imparare a fare “pezzi” sui muri; Quadrupede, animale con quattro zampe e una proboscide; Bello, una faccina sorridente utilizzata come logo dal MACRO di Roma e della quale loro si sono impadroniti; Petronilla, Nonno Degrado, Schifio e tanti altri. Dietro ognuno di loro si nasconde una storia e insieme formano un altro mondo, in cui <strong>natura e città, muse d’ispirazione</strong>, si fondono e si traducono in arte.</p>
<p style="text-align: justify;">Cuoghi Corsello non sono solo graffitisti o Street artist. La loro arte è orizzontale e utilizza tutti i supporti e le tecniche sperimentabili. Pittura, scultura, fotografia, video arte, grafica, light box, installazioni, performance, ready-made, materiali di scarto, legno, carta, pixel, bit, colori acrilici e si potrebbero riempire pagine e pagine. I personaggi creati rivivono a piacere in qualsiasi formato, in una <strong>commistione unica di stili</strong> che si ispira senza distinzioni alla cultura alta e bassa. Nascono così le pin-up degli anni Duemila, in posa per i giorni del calendario, che si atteggiano a Lolita o ad attrici porno, così neo pop da sembrare un tributo ad Andy Warhol in epoca digitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le loro creazioni si spogliano dell’aurea spesso attribuita alle opere d’arte, per permetterli di raccontare <strong>l’universo culturale della strada</strong>, tanto incompreso e temuto. Universo che loro conoscono profondamente. Non si può parlare del lavoro artistico di Cuoghi Corsello senza citare l’avvincente modo di vivere che hanno condotto dal ’94 al 2006. Per dodici anni hanno <strong>occupato</strong> e vissuto in un totale di tre <strong>fabbriche abbandonate</strong>, ribattezzate “Giardino dei bucintori”, “Cime Tempestose”, e Fiat. Dopo aver ripulito pavimenti e muri dagli escrementi dei piccioni, polvere e topi, si sono insediati in questi luoghi angusti per anni. Hanno trasformato artisticamente gli ambienti per renderli più accoglienti e li hanno utilizzati come magazzino, studio, abitazione e luogo di aggregazione. Le loro “case” si sono infatti trasformate in <strong>laboratori artistici collettivi</strong>, punto di ritrovo per creativi e skater, e sede di feste memorabili. Sono diventate uno di quegli ambienti nel quale una volta entrati non si può uscirne se non modificati e lo stesso valse anche per gli inquilini. Bisognava rielaborare una nuova quotidianità diversa dalle abitudini borghesi, in cui le comodità come acqua corrente e riscaldamento non esistevano e potevano essere sostituite solo dalla creatività, come l’installazione di teli di plastica per ripararsi dal freddo o il lavarsi con le catinelle in una vasca con le ruote. L’<strong>arte</strong> diventa <strong>parte integrante della vita</strong> e da questo connubio nasce una nuova arte, fatta di oggetti di scarto ma anche di molto altro, in cui vita e opera si confondono e si completano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3013&amp;title=Ventisei%20anni%20di%20controcultura%20tradotta%20in%20arte" id="wpa2a_14"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/ZYL7HnSMlIk" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Visioni di Dante. Doré, Scaramuzza, Nattini in mostra</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 17:56:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ Martina Bollini. La Divina Commedia è stata ed è un’ illuminazione culturale in grado di agire profondamente sull’immaginario collettivo. Nel corso dei secoli non ha mai smesso di esercitare una profonda influenza sugli artisti, soggiogati dal fascino e dalla forza delle immagini scaturite dal poema dantesco. La sua potente iconicità ha dato vita a visioni di ogni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><strong> Martina Bollini. </strong></span><span style="font-size: small;">La </span><span style="font-size: small;"><em>Divina </em></span><span style="font-size: small;"><em>Commedia</em></span><span style="font-size: small;"> è stata ed è un’ illuminazione culturale in grado di agire profondamente sull’immaginario collettivo. Nel corso dei secoli non ha mai smesso di esercitare una profonda influenza sugli artisti, soggiogati dal fascino e dalla forza delle immagini scaturite dal poema dantesco. La sua potente iconicità ha dato vita a visioni di ogni genere, soprattutto nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Sotto questo punto di vista, le serie illustrative di Francesco Scaramuzza e Amos Nattini possono essere considerate le più importanti realizzazioni di questo tipo compiute in Italia, per compiutezza ed estensione del progetto.<span id="more-3012"></span> Tramite il confronto con le celebri incisioni di Gustave Doré, la mostra allestita presso la Fondazioni Magnani Rocca di Traversetolo (Parma), dal titolo “Divina Commedia. Le visioni di Doré, Scaramuzza, Nattini”, ha costruito un percorso che offre al visitatore confronti insoliti, diacronici, e ricchi di spunti.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Entrambi attivi nel territorio parmense, Scaramuzza per nascita, Nattini per adozione, i due operano in diversi contesti storico-artistici, scanditi dal susseguirsi delle sale espositive. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La </span><span style="font-size: small;"><strong>prima parte della mostra </strong></span><span style="font-size: small;">è infatti dedicata ad una selezione di illustrazioni di </span><span style="font-size: small;"><strong>Scaramuzza,</strong></span><span style="font-size: small;"> risalenti agli anni Sessanta dell’Ottocento, poste in dialogo con le coeve opere di Dorè, mentre la seconda parte ospita tutte e cento le tavole di Nattini, realizzate tra 1919 e 1939.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">L’Ottocento romantico e risorgimentale segna il ridestarsi dell’interesse nei confronti dell’opera di Dante, dopo due secoli di quasi assoluto silenzio</span></span><span style="font-size: small;">. Già alla fine del Settecento, in Inghilterra, la traduzione in immagini del poema era ripresa con vigore, grazie alle illustrazioni di Johann Heinrich Füssli, John Flaxman e William Blake. Nel secolo successivo, tra le varie edizioni illustrate e dipinti a tema dantesco, emerge la produzione curata dal francese Gustave Doré (1832-1883), infaticabile illustratore di opere letterarie (da Rabelais a Milton, passando per Cervantes e Ariosto). La sua opera tende ad esaltare la dimensione drammatica e epica del viaggio oltremondano, rappresentato da modernissime visioni sintetiche, che trasmettono un fascino </span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">in bilico tra suggestioni goyesche, presimboliste e tardoromantiche. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Le illustrazioni di Doré vengono pubblicate dal 1861 fino al 1868. Nel 1865, anno della prima edizione italiana dell’</span><span style="font-size: small;"><em>Enfer</em></span><span style="font-size: small;">, Francesco Scaramuzza (Sissa 1803 – Parma 1886) inizia a lavorare ai disegni per il suo </span><span style="font-size: small;"><em>Inferno</em></span><span style="font-size: small;">, dietro commissione del</span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">governo di Parma, in vista della pubblicazione di una grande edizione della </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><em>Commedia</em></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">. L’artista non era estraneo alle tematiche dantesche, dato che, pochi anni prima (tra 1841 e 1858), aveva affrescato la Sala di Dante della Biblioteca Palatina di Parma. Sala che, in occasione della mostra, è eccezionalmente aperta al pubblico e in cui sono esposti preziosi codici del poema conservati nella Biblioteca.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Dopo poco tempo il progetto editoriale relativo al ciclo illustrativo viene interrotto, ma Scaramuzza, convinto della validità dell&#8217;impresa, continua il lavoro per proprio conto</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">, interpretando il testo con un’ impressionante fedeltà, che fa trapelare la volontà di farsi vero e proprio esegeta del poema.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Nelle sue illustrazioni, permeate dal romanticismo dell’epoca, prevalgono intonazioni delicate e rimandi classici, mentre le pennellate, sottili e precisissime, sembrano quasi anticipare il divisionismo. Ne esce fuori la figura di un artista in bilico tra passato e futuro, che simbolizza tutte le incertezze di un’Italia appena nata e che in Dante vede uno dei suoi padri.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;">Sebbene l’opera di Scaramuzza non sia immune da un eccessivo didascalismo, questa mostra rende finalmente onore alla sua sfortunata impresa, più che meritoria di una piena riabilitazione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Nella </span><span style="font-size: small;"><strong>seconda sezione del percorso espositivo</strong></span><span style="font-size: small;"> si trovano le illustrazioni di </span><span style="font-size: small;"><strong>Amos Nattini</strong></span><span style="font-size: small;"> (Genova 1892 – Parma 1985). A differenza di Scaramuzza, il suo grandioso progetto di trasporre in cento tavole il poema dantesco non incontrò ostacoli ed ottenne da subito un grandissimo successo. Una delle ragioni di tale successo sta nella stima e nel sostegno ricevuti da Gabriele D’Annunzio, che nel 1919 lo incoraggiò ad intraprendere questa colossale impresa.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Nella sua casa-studio Oppiano di Gaiano (Parma), Nattini si è occupato di Dante per vent’anni, fino a quando, nel 1939 le sue illustrazioni confluirono in una lussuosa edizione della </span><span style="font-size: small;"><em>Commedia</em></span><span style="font-size: small;">, edita a tiratura limitata.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"> <span style="font-size: small;">L’interpretazione di Nattini del poema si muove su toni completamente diversi da quelli visti finora. L’anatomismo insistito dei corpi richiama il Signorelli della Cappella Nova di Orvieto, per cui la </span><span style="font-size: small;"><em>Commedia</em></span><span style="font-size: small;"> costituisce una potentissima fonte iconografica. I suoi personaggi sono superuomini dannunziani, che si muovono in paesaggi sospesi, onirici, dove il dramma costituisce solo un debole sfondo. Difficile non pensare alle visionarie illustrazioni dantesche di William Blake, da cui forse Nattini trae ispirazione anche per quanto riguarda la tecnica, l’acquarello, che gli permette di creare atmosfere evocative e fantastiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"> <span style="font-size: small;">Colonna sonora ideale dell’esposizione è la </span><span style="font-size: small;"><em>Sinfonia Dantesca</em></span><span style="font-size: small;"> di Liszt, contemporaneo di Dorè e Scaramuzza, che accompagna il visitatore in un percorso che dalle tenebre dell’Inferno approda agli esiti luminosi del Paradiso. </span><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">La predilezione di Luigi Magnani per il dialogo tra le espressioni artistiche trova così una perfetta corrispondenza, grazie ad un allestimento che valorizza al meglio l’accostamento tra poesia, arti figurative e musica.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><strong>DIVINA COMMEDIA. LE VISIONI DI DORE’, SCARAMUZZA, NATTINI</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Mamiano di Traversetolo, Fondazione Magnani Rocca</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">31 marzo – 1 luglio 2012</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.magnanirocca.it/divina-commedia/"><span style="font-size: small;">http://www.magnanirocca.it/divina-commedia/</span></a></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Curatore della mostra: Stefano Roffi</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3012&amp;title=Visioni%20di%20Dante.%20Dor%C3%A9%2C%20Scaramuzza%2C%20Nattini%20in%20mostra" id="wpa2a_16"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/Qh0Jxi1b97w" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Di antica memoria, la giovinezza</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 14:18:57 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vincenzo B. Conti]]></category>
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		<description><![CDATA[Vincenzo B. Conti.  - Krakow Photomonth Festival 2012 &#8211; Viviane Sassen. Artista tedesca classe 1972 è solo una tra i giovani talenti promossi dal Festival di Cracovia (17 maggio – 17 giugno), affidato anche quest’anno al giovane (33 anni) Tomasz Gutkowski sul motto Join Us!. Nelle sue opere la Sassen interviene attingendo da due mondi molto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Vincenzo B. Conti.  - Krakow Photomonth Festival 2012</strong> &#8211; Viviane Sassen. Artista tedesca classe 1972 è solo una tra i giovani talenti promossi dal Festival di Cracovia (17 maggio – 17 giugno), affidato anche quest’anno al giovane (33 anni) Tomasz Gutkowski sul motto Join Us!. Nelle sue opere la Sassen interviene attingendo da due mondi molto lontani tra di loro: la moda, che l’ha vista crescere all’interno delle pagine del New York Times, e l’Africa keniota, lontano respiro che alla savana presta il ricordo. Nelle sue immagini, gli ampi spazi e l’elemento equatoriale, si mischiano alla posa perfetta dell’addizione patinata, rendendo ogni scatto unico, nella summa del fervore e della distanza che contiene.<span id="more-3022"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #262626;"><strong>Sammichele</strong></span><span style="color: #262626;">. Non sempre giovinezza è sinonimo di inesperienza, in particolar modo quando si parla di vini: così accade per il Sammichele, pregiato vino dell&#8217;</span><span style="color: #262626;"><em>alta terra di lavoro</em></span><span style="color: #262626;">, la Ciociaria, laboratorio secolare di vigneti internazionali come il Cabernet Franc, Merlot e Sirah e, soprattutto, produttore di vini di ottima fattura. Con l&#8217;arrivo del Sammichele si è però giunti alla migliore soluzione del blend dei tre vitigni. Giuseppe Lucci, patron della casa vitivinicola omonima, ha riportato da poco in auge una zona piena di storia che ha regalato, già fin dai primi del Novecento, ottimi prodotti, attraverso il reimpianto di vitigni autoctoni. L&#8217;azienda appare sul mercato nel 1990 ricevendo apprezzamenti fin da subito e trovando nel Sammichele uno dei suoi prodotti di punta: vinificato con le stesse uve derivate per selezione centenaria degli antichi cloni francesi e prodotto nella fascia collinare della provincia di Frosinone nel comune di Sant’Elia Fiumerapido (parte dell’area dell’Atina DOC), il Sammichele è un vino di colore rosso rubino concentrato e fondo, con un profumo intenso e penetrante. Caratterizzato da evidenti note vegetali come peperone verde e erba appena tagliata, piacevolmente accompagnate da sentori di liquirizia amara e pepe nero senza cedimenti al gusto, è un vino di ottimo estratto ed equilibrato, che ha raggiunto livelli di eccellenza nel 2008. Diversi i riconoscimenti: tra questi, da segnalare, l&#8217;&#8221;Etichetta per l&#8217;ottimo rapporto tra qualità e prezzo&#8221; ottenuto al Salone Internazionale del Gusto di Torino nel 2007 e l&#8217;inserimento nella &#8220;Guida al vino quotidiano&#8221; Slow Food Editore. Nonostante il prezzo accessibile, il Sammichele si fa valere tra vini più preziosi accompagnandosi a primi piatti molto raffinati che completano la sua complessa gamma di profumi: la persistenza nel gusto lo rende idoneo a carni rosse e formaggi stagionati. Da servire intorno ai 16 gradi stappato un quarto d&#8217;ora prima di servirlo.</span></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3022&amp;title=Di%20antica%20memoria%2C%20la%20giovinezza" id="wpa2a_18"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/N3j7ebdDRQE" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Les yeux dans les yeux : regard sur la nouvelle exposition de Kiki Smith</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 14:17:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Margaux Buyck]]></category>
		<category><![CDATA[kiki smith]]></category>

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		<description><![CDATA[Margaux Buyck. Du 10 mai au 30 juin 2012, l’artiste de renommée internationale Kiki Smith revient pour la quatrième fois consécutive à la galerie Lelong de Paris pour présenter sa nouvelle exposition : Catching Shadows. Au cours de ces dernières années l’œuvre de Kiki Smith, artiste d’origine allemande, vivant et travaillant à New York, a fait l’objet]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Margaux Buyck. </strong>Du 10 mai au 30 juin 2012, l’artiste de renommée internationale Kiki Smith revient pour la quatrième fois consécutive à la galerie Lelong de Paris pour présenter sa nouvelle exposition : <em>Catching Shadows</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Au cours de ces dernières années l’œuvre de Kiki Smith, artiste d’origine allemande, vivant et travaillant à New York, a fait l’objet d’importantes rétrospectives au sein de prestigieuses institutions telles que le Museum of Modern Art (New York), le Walker Art Center (Minneapolis), la fondation Querini Stampalia (Venise), le Kunstmuseum Krefeld ou encore la fondation Joan Miró… Cette reconnaissance n’a fait qu’asseoir et enraciner la réputation de l’artiste étant devenue au cours de ces trente dernières années une des figures incontournables et singulières de l’art américain.<span id="more-3020"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Les 80’s/ 90’s : le corps au centre de la création artistique.</em></p>
<p style="text-align: justify;">C’est au cours des années 80/ 90 que Kiki Smith se fait remarquer. Souvent qualifiée d’ultra-féministe, elle s’intègre totalement au mouvement « du retour au corps » de la fin des années 80. Pour elle, <em>le corps est notre dénominateur commun et la scène de notre désir et de notre souffrance. </em>Elle souhaite<em> exprimer par lui qui nous sommes, comment nous vivons et nous mourons. </em> Le résultat est à la fois brutal et poétique : Kiki Smith prend aux tripes ses spectateurs avec des œuvres représentant de manière obsessionnelle la silhouette humaine (très souvent féminine), des fragments de corps ou encore les processus corporels. Certaines de ses œuvres, comme la sculpture <em>ShitBody</em> (1992) d’une femme en position fœtale suivie d’une trainée d’excréments ou encore <em>Sans titre</em> (1992) représentant une silhouette humaine debout dont le ventre ouvert laisse se répendre au sol les organes internes, lui vaudront le titre d’artiste trash. Or, son travail redonne un souffle nouveau à la sculpture figurative. Kiki Smith montre le mystère mais aussi la vulnérabilité du corps. Elle fait de ses sculptures un exutoire des passions et des souffrances humaines.</p>
<p style="text-align: justify;">On peut à ce titre évoquer une sculpture d’argile datant de 1992 intitulée <em>Untitled</em>, qui met en scène une femme assise, les genoux repliés sur la poitrine, la tête basse dont le dos est parcouru de profondes entailles. La souffrance intériorisée par cette figure accroupie est parfaitement traduite par la glaise qui offre un réalisme surprenant et cruel à la sculpture.</p>
<p style="text-align: justify;">L’œuvre de Kiki Smith est également un véritable bestiaire peuplé essentiellement de loups faméliques, de fauves, de biches et d’oiseaux. Le corps de l’animal s’oppose, déchire, s’unit ou reflète l’humain et parfois donne naissance à des créatures hybrides tout droit sorties de la mythologie.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’exposition « Catching Shadows »</em></p>
<p style="text-align: justify;">Pour cette quatrième exposition à la galerie Lelong de Paris, Kiki Smith aborde la thématique de l’œil qu’il soit humain ou animal et de la vision. La recherche intellectuelle et artistique de Kiki Smith sur ce thème, bien qu’elle s’appuie sur une multitude de matériaux et de techniques (dessin, vidéo, photo, sculpture…) manque par moments de profondeur et penche vers une vision simpliste voire infantile (probablement voulue) des yeux et du regard.</p>
<p style="text-align: justify;">L’on attendait plus d’une artiste qui a marqué l’art figuratif des années 90 par sa vision cinglante du corps.</p>
<p style="text-align: justify;">Deux grands bronzes muraux attirent cependant notre attention. Ils représentent tout deux des femmes de face, nues, <em>semblables à des sibylles modernes</em>. L’une d’entre elles, aveuglée par les multiples ramages prenant directement racine dans ses orbites et sur lesquels sont perchés des oiseaux nocturnes, pourrait s’apparenter à une créature mythologique mi-femme mi-arbre, une Daphnée obscure en osmose avec la Nature. L’autre silhouette parsemée d’étoiles (notons l’ambiance nocturne récurrente dans ces deux œuvres) semble être en revanche la représentation figurée d’une constellation.</p>
<p style="text-align: justify;">Enfin, en jetant un regard critique sur cette nouvelle exposition de Kiki Smith, on ne peut s’empêcher de remarquer le déséquilibre qu’il existe entre les sculptures et la production graphique de l’artiste et il devient dès lors difficile de trouver un lien entre les deux genres.</p>
<p style="text-align: justify;">Les sculptures de Kiki Smith dégagent une expressivité extraordinaire, un talent affirmé, violent et efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Les derniers dessins de l’artiste sont hésitants, empruntant la maladresse et la naïveté (maitrisée) du néophyte probablement dans le but d’extérioriser une souffrance intérieure.</p>
<p style="text-align: justify;">En ce sens, l’œuvre de Kiki Smith aurait pu se rapprocher des travaux de Dubuffet et des recherches menées sur l’art brut : Retrouver un art détaché de toutes références culturelles et intellectuelles, revenir aux sensations d’un art pur, brut, exutoire psychologique offrant la possibilité, comme l’évoquait Antonin Artaud, d’<em>arriver à que tout ce qu’il y a d’obscur dans l’esprit, d’enfoui, d’irrévélé se manifeste en une sorte de projection matérielle</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le résultat est cependant décevant et l’on on ne parvient pas à ressentir dans les ultimes dessins de Kiki Smith les sensations que dégagent ses sculptures. Il est dès lors difficile de se défaire de l’idée d’être face aux dessins d’un enfant à qui on a demandé de coucher sur le papier ses angoisses les plus profondes et l’on préfèrera à une estampe telle que <em>Hello Hello</em>, les œuvres psychédéliques de Madge Gill ou de Marguerite Burnat-Provins.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3020&amp;title=Les%20yeux%20dans%20les%20yeux%20%3A%20regard%20sur%20la%20nouvelle%20exposition%20de%20Kiki%20Smith" id="wpa2a_20"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/z-wOmKYrYa8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino. Alessandro Roma in mostra a Milano</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 14:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Fameli]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Pasquale Fameli. Si è chiusa recentemente la personale di Alessandro Roma (Milano, 1977) alla Brand New Gallery di Milano, dove il giovane artista lombardo ha presentato una serie di opere che hanno come filo conduttore il tema del giardino. Attraverso la pratica del collage, l’intervento grafico, l’olio e lo spray, Roma ha composto fantasiosi paesaggi vagamente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Pasquale Fameli.</strong> Si è chiusa recentemente la personale di Alessandro Roma (Milano, 1977) alla Brand New Gallery di Milano, dove il giovane artista lombardo ha presentato una serie di opere che hanno come filo conduttore il tema del giardino. Attraverso la pratica del collage, l’intervento grafico, l’olio e lo spray, Roma ha composto fantasiosi paesaggi vagamente metafisici, partendo dalla natura per poi oltrepassarla e restituircela secondo inedite condensazioni mentali, ma anche attraverso il filtro del <em>kitsch<span id="more-3017"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup>, quell’artificialità stucchevole e patinata che nel corso del Novecento si è imposta all’attenzione di artisti e operatori culturali di varie generazioni proprio a causa del suo ingente manifestarsi nella cultura materiale contemporanea. La fitta e coloratissima boscaglia delle visionarie composizioni di Roma si costella, inoltre, di frammenti di statuette e fontane desunte dall’immaginario classico, ridotto a stereotipo proprio dal becero uso decorativo che se ne fa negli arredamenti da esterni. È qui che si rintraccia il senso vero e proprio del <em>kitsch</em>, dove l’elemento colto si riduce a banale feticcio della produzione industriale in serie, in un cortocircuito livellante, tra il raffinato e il dozzinale, che già Giorgio De Chirico aveva intuito e sperimentato nella propria pittura, nel secondo decennio del secolo scorso. Uscendo dall’ormai superata logica del quadro “ben fatto”, inadatta per la ricerca estetica contemporanea, Roma seleziona e ritaglia campioni visivi seguendo tracciati sinuosi e curvilinei, così da ottenere flessuosi ed eleganti <em>patterns</em> da combinare liberamente, azzardando accostamenti cromatici (anche questi marcatamente <em>kitsch</em>, volutamente di cattivo gusto) tra tinte acide, fluorescenti e pastello, stese in <em>à plat</em> oppure leggermente sfumate, poi nettamente spezzate da chiaroscuri di forte consistenza plastica o dalla realistica resa dei frammenti fotografici. Forte di una ritrovata e sapiente manualità, così come di una grande abilità compositiva, Roma realizza caleidoscopici intrecci e raffinate sovrapposizioni di sagome fitomorfe dati come paradigmi di un denso e giocoso massimalismo decorativo.</p>
<p>Per approfondimenti su tale concetto, in particolare nel suo rapporto con le arti visive, cfr. G. DORFLES, <em>Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto</em> (1968), Mazzotta, Milano, 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3017&amp;title=Il%20sole%20mi%20costrinse%20ad%20abbandonare%20il%20giardino.%20Alessandro%20Roma%20in%20mostra%20a%20Milano" id="wpa2a_22"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/VPlREwQfszo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Un labirinto a pois</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Bayt]]></category>
		<category><![CDATA[Mimmo Vestito]]></category>

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		<description><![CDATA[Yayou Kusama alla Tate di Londra Mimmo Vestito. Overture. Quando mi recai a Londra per la prima volta nell’estate dell’ormai lontano 2007, mi comportai davvero da turista modello, ai limiti della banalità. Costeggiai il lungo-Tamigi e visitai un numero imbarazzante di musei, ma quella prima volta a Londra commisi il grave errore di non fare tappa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><strong>Yayou Kusama alla Tate di Londra</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Mimmo Vestito.</strong> <em>Overture</em>. Quando mi recai a Londra per la prima volta nell’estate dell’ormai lontano 2007, mi comportai davvero da turista modello, ai limiti della banalità. Costeggiai il lungo-Tamigi e visitai un numero imbarazzante di musei, ma quella prima volta a Londra commisi il grave errore di non fare tappa al <strong>Tate Museum</strong>, e ancora oggi mi chiedo il motivo. Dopo ben 5 anni, in occasione di una mia nuova visita nella City ero intenzionato a non compiere lo stesso sbaglio, e avere la possibilità di vedere la mostra di <strong>Yayoi Kusama</strong>, mi sembrava l’occasione perfetta.<span id="more-3009"></span></p>
<p align="JUSTIFY">Aperta dal 9 maggio al 5 giugno, l’esposizione comprende una selezione delle opere più rappresentative dell’artista nipponica, ormai attiva da oltre sessant’anni, affiancate da materiali e oggetti di repertorio, vere e proprie chicche dell’epoca. Nata a Matsumoto nel 1929 da una famiglia giapponese della classe medio-alta, Kusama comincia sin da giovane la sua attività artistica, disegnando schizzi e dipingendo. Nella tarda adolescenza intraprende lo studio della pittura giapponese tradizionale, ma dopo poco tempo lo abbandonerà, stanca dei dettami di convenzione, aprendosi alle correnti americane ed europee, attingendo dai libri e dalle riviste straniere.</p>
<p align="JUSTIFY">La condizione post-apocalittica in cui versava il Giappone, negli ultimi anni ’40, in seguito alle esplosioni nucleari, ha corrispondenze dirette nelle sue prime produzioni: i dipinti esprimono un senso di devastazione, miseria e morte, reso sia attraverso l’utilizzo di colori caldi e cupi, sia nelle raffigurazioni di scenari desolati e desertici, da cui nascono forme aggrovigliate ed intrecciate tra di loro, dai contorni sfumati, in un’atmosfera claustrofobica di oppressione. La scelta dei soggetti devia negli anni ’50, unitamente alla sperimentazione di nuova tecniche (tempera, pastello, acquerelli). E’ riscontrabile in queste opere un certo interesse per i fenomeni naturali, reinterpretati in chiave surrealista; sono raffigurate uova, fiori e alberi, in combinazione con simboli che ricordano geroglifici: occhi, puntini, reticolati di ciglia. La scelta cromatica appare in questo periodo diversa, si ritrovano tonalità più accese, applicate a forme che sembrano appartenere alla micro-biologia, ripetute psichedelicamente.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli <em>Infinity Net</em> <span style="color: #4f81bd;">sanciscono</span> il suo arrivo negli USA, evento che <span style="color: #4f81bd;">decreterà</span> una sua rinascita artistica. È con queste opere che si inaugura la sua attività più intensa e significativa. Su tele di grandi dimensioni, vengono accostati una miriade di<strong> puntini</strong> scuri attraverso delicatissime e vicinissime pennellate, in contrasto con un tappeto di vernice chiara. Una gestualità meditativa e ossessiva insieme, sembrano aver accompagnato la loro composizione. L’effetto reso è ipnotico, la tela sembra avvolgerti e fagocitarti.</p>
<p align="JUSTIFY">Una nuova frontiera è raggiunta con le <em>Accumulation Scutures</em>: oggetti quotidiani (mobili, vestiti, accessori) dipinti e ricoperti di <strong>forme tentacolari</strong> in stoffa imbottita, evidenti simboli fallici, o di pasta. Sono probabilmente l’espressione di una sorta di feticismo dell’oggetto moderno, esasperato dalla voracità crescente della società dei consumi.<br />
L’<em>Aggregation Boat </em>è la più rappresentativa di questa serie: una barca provvista di remi, ridipinta di bianco e ricoperta delle solite forme falliche imbottite, posta al centro di una stanza semibuia, sulle cui pareti, soffitto e pavimento sono affisse foto in bianco e nero della barca stessa. Attraverso una forma deviata di <em><strong>mise en abîme</strong></em>, Kusama replica le modalità ossessive della produzione di massa.</p>
<p align="JUSTIFY">Orientale, donna, immigrata, Kusama incarnava appieno lo status di <em>outsider</em> nella New York degli anni ’60. E’ in questo contesto che si colloca una sua performance, documentata attraverso decine di fotografie in proiezione. Interpretata con toni marcatamente critici e polemici contro gli assetti socio-culturali americani, la messa in scena pone lei stessa come protagonista: errabonda per le strade della metropoli, vestita con un kimono, in mano un parasole, circondata da un paesaggio ostile, desolato e inospitale per una straniera solitaria.</p>
<p align="JUSTIFY">In proiezione anche il film <em>Self Obliteration</em>, produzione che risente delle influenze della cultura e dell’ambiente hippie, un girato in cui si susseguono immagini frenetiche e confuse di bizzarre danze orgiastiche in cui uomini e donne dipingono sui loro corpi dei pois.</p>
<p align="JUSTIFY">Gli ultimi deliri non sono altro che la materializzazione concreta del dedalo interiore di Kusama, ricostruito all’esterno in due installazioni che ci rapiscono e ci traportano in una dimensione parallela, dove le sue ossessioni e allucinazioni si fondono con il quotidiano. In <em>I’m here, but nothing</em>, una stanza arredata è completamente ricoperta da adesivi puntiformi colorati e illuminata da una luce soffusa, in <em>Infinity mirror room</em> una costellazione di piccole luci intermittenti colorate, pendenti dal soffitto, sono moltiplicate all’infinito per effetto degli specchi; la paura di muoversi e perdersi induce quasi alla paralisi.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma è ora di uscire, di aprire la porta, ritrovare la luce e tirare un sospiro, ancora ignari di esserci svegliati da un sogno o un incubo, nella testa di Yayoi Kusama.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3009&amp;title=Un%20labirinto%20a%20pois" id="wpa2a_24"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/IYVEJdhSkQ0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Equilibri instabili: le installazioni sonore di Roberto Pugliese</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Fameli]]></category>
		<category><![CDATA[Sound Forward]]></category>

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		<description><![CDATA[Pasquale Fameli. Le installazioni di Roberto Pugliese (Napoli, 1982) sfruttano il suono elettronico come complemento dinamico necessario e si configurano come aggiornatissime “macchine celibi”1, analoghe a quelle di Marcel Duchamp o Jean Tinguely, strumenti tecnologici privati di qualunque funzionalità o scopo produttivo per essere ridefiniti come oggetti artistici. In questo caso, l’automazione e la trasmissione sonora]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Pasquale Fameli.</strong> Le installazioni di Roberto Pugliese (Napoli, 1982) sfruttano il suono elettronico come complemento dinamico necessario e si configurano come aggiornatissime “macchine celibi”<sup>1</sup>, analoghe a quelle di Marcel Duchamp o Jean Tinguely, strumenti tecnologici privati di qualunque funzionalità o scopo produttivo per essere ridefiniti come oggetti artistici. In questo caso, l’automazione e la trasmissione sonora si traducono in puro autotelismo, in quanto attività che trovano senso nel loro stesso realizzarsi, e vengono sfruttate di volta in volta da Pugliese secondo diverse possibilità micro-situazionali: in Equilibrium Variant (2011) due freddi bracci meccanici si sfidano come due belve che si studiano reciprocamente prima di attaccare; qui l’elemento sonoro, un effetto larsen dato dall’avvicinamento di un piccolo microfono posto su un braccio<span id="more-3006"></span> e un piccolo altoparlante posto sull’altro, interviene intelligentemente ad aumentare o diminuire la tensione dell’azione, il momento del primo feroce attacco, e la lotta tra le due macchine diventa così anche una lotta tra le frequenze acustiche in un circuito chiuso. Qualcosa di analogo avviene in Equilibrium (2011), dove questi piccoli bracci microfonati si puntano come pistole verso i woofer avvitati al muro, quasi a controllarli con atteggiamento bieco, intimidatorio, e il feedback acustico sembra così marcarne la minacciosità.</p>
<p style="text-align: justify;">La macchina celibe, facendo tornare a se stessa l’azione che compie, presenta un carattere onanistico, una sorta di auto-erotismo tecnologico che la chiude in una ciclica attività de-funzionalizzata, come avviene in Luxurious Macabre Vanity (2011) in cui una lastra di metallo, tenuta sospesa da una struttura in ferro, viene percossa a intervalli irregolari, determinati (tramite un apposito software e una connessione wi-fi) da aggiornamenti statistici in tempo reale presi su internet e relativi alla distruttiva azione dell’uomo sulla natura, argomento verso cui l’artista dimostra una certa sensibilità anche in opere precedenti quali Ivy Noise (2009) e Undergrowth (2009), spettacolari ramificazioni di fili elettrici e woofer che riproducono paesaggi sonori sintetici, artificiali, generati con particolari software, ma che sembrano prelevati da un incontaminato paradiso terrestre, oppure Critici ostinati ritmici (2010), installazione sonora interattiva in cui degli elettromagneti a mantello (componenti elettromeccanici che attivano un pistone alla ricezione di un impulso elettrico) percuotono un tronco d’albero cavo secondo aggiornamenti statistici, presi in tempo reale da internet, sulla deforestazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Più strettamente connessa a una riflessione sulla produzione musicale, Kinetic Orchestra (2011) è un’installazione sonora in cui una serie di elettromagneti a mantello montati su una teca in plexiglass producono complesse architetture ritmiche in base agli impulsi provenienti da un software, mentre Audiosphere (2009) richiede la partecipazione attiva del fruitore, tenuto ad agitare ciascuna delle tre sfere preposte all’azione, per generare insoliti rumori di scuotimento, come se al loro interno fossero contenuti misteriosi e indefinibili oggetti. Si tratta di un’opera che, in fondo, ricalca in chiave “tecnotronica” la logica del duchampiano Con rumore segreto (1916), ready-made da agitare e ascoltare, composto da un gomitolo, bloccato tra due lastre di rame, che contiene al suo interno un oggetto misterioso: probabilmente la prima opera d’arte oggettuale a coniugare sonorità e interazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Info</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Aritmetiche Architetture Sonore di Roberto Pugliese VERONA | Studio la Città | 12 maggio – 11 agosto 2012</span></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Su questo argomento Cfr. AA. VV., <em>Le macchine celibi</em>, Alfieri, Venezia, 1975 e H. SZEEMANN (a cura di), <em>Le macchine celibi</em>, Electa, Milano, 1989.</p>
<p style="text-align: justify;">
</div>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3006&amp;title=Equilibri%20instabili%3A%20le%20installazioni%20sonore%20di%20Roberto%20Pugliese" id="wpa2a_26"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/1O8FXskH9AM" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>La Ragione di una mostra</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:52:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I grandi maestri del Novecento, piccole perle in esposizione Paola Pluchino. Se è vero che i grandi capolavori hanno bisogno di uno spazio degno della loro altezza, è altrettanto vero che, i cicli astrologici dipinti a parete e le alte volte ogive del Salone del Palazzo della Ragione di Padova, in questa occasione creano un contrasto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I grandi maestri del Novecento, piccole perle in esposizione</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paola Pluchino.</strong> Se è vero che i grandi capolavori hanno bisogno di uno spazio degno della loro altezza, è altrettanto vero che, i cicli astrologici dipinti a parete e le alte volte ogive del Salone del Palazzo della Ragione di Padova, in questa occasione creano un contrasto stridente con l&#8217;allestimento della mostra De Chirico, Fontana e i Grandi Maestri del ‘900, (fino al 15 luglio; collezione privata di Domenica Rosa Mazzolini, affidata negli anni a venire alla diocesi di Piacenza – Bobbio). Prevalentemente costruito per snodi lineari e orizzontali, il percorso espositivo -eccezion fatta per il pendolo di Foucault (che sviluppa un progetto di divulgazione scientifica a sé stante)- soffre della grandezza del plesso ospitante, quel luogo nobiliare tra Piazza delle Erbe e<span id="more-2983"></span> Piazza della Frutta, che fin dalla sua nascita (1219) venne adibito ad ospitare tribunali e uffici finanziari, ad ottemperare funzioni commerciali oltre la dominazione della Serenissima.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra, cronologicamente scandita dai dipinti giustapposti in fila, non si presta, nel corridoio riservato agli anni Settanta, agli spazi angusti dell&#8217;allestimento che impediscono una ampia visuale dell’opera come nel caso di <em>Spazio che Intercorre</em> di Paolo Baratella la cui posizione costringe alla sofferta presa alle spalle degli studi e delle opere di Amilcare Rambelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Debole sotto un profilo espositivo e in precario equilibrio tra la qualità delle opere esposte (in mostra anche dipinti meno conosciuti di grandi nomi, tra gli altri un Carlo Carrà riposato con una marina e un paesaggio, Agostino Bonalumi in versione pittorica), la mostra ha tuttavia un interessante risvolto: non una novità ma semanticamente convincente è l’installazione di pareti bucherellate a luci soffuse che, mimando la porosità dell’arte, ricreano la sua centripeta capacita d’influenza, tra movimento e movimento, raccordando al passato la resa stilistica del presente. Nella sala principe, posta accanto al bel verso del mastodontico cavallo ligneo regalato al Comune, è la sala aperta riservata alle opere di Lucio Fontana, Enrico Baj, Giuseppe Capogrossi, Antonio Sanfilippo, ed Emilio Scanavino: tra l’Art Brut e lo spazialismo, questa selezione rivela l’ ardore dell’artista, nella presa di coscienza che l’uomo fa della materia, vigore primitivo e fondante la carnalità della tela, un suadente incontro tra colore e colore, trama e punto, grumo e graffio.</p>
<p style="text-align: justify;">Vale comunque la volontà degli organizzatori di essersi prodigati nel rendere in uno spazio così maestoso una piccola <em>Kunst und Wunderkammer</em> più che decorosa, anzi, forse proprio nell’umiltà in cui quel cielo relega le opere, riesce ad essere sinceramente nostalgica e a ricreare quell’<em>allure</em> temporanea quali le opere della Mazzolini sempre ebbero, quando, spostate spesso da Milano per ristoranti e dimore private venivano poste a bella vista del pubblico<sup><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup></sup>, che ignorava il valore e la provenienza di quei capolavori. Il confronto tra i filoni e gli stilemi pittorici dell’espressionismo lombardo, il rimando continuo alle epistole di Domenica Rosa Mazzolini, rendono viceversa, gradevolissima la lettura del catalogo, aprendo ad un resoconto che è anzitutto umano ancor prima che artistico, visionario e di mercato. Tra gli altri si segnalano l’omaggio morandiano di Filippo de Pisis, i Giorgio de Chirico (maestro della retrodatazione delle sue opere) e soprattutto la sempre convincente resa dei figurini di Massimo Campigli, giocati su prospettive assenti, proporzioni azzardate e quarte di scena come finestre a grattacieli.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p style="text-align: justify;"><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc"></a>1 Cfr. «Le opere?[ …] le tenevo sparse: in un primo tempo a Milano, poi in casa mia. Sapevo muoverle […] nel ristorante che avevo sotto casa, con le pareti a volta. Alcune opere erano proprio esposte, molti però non sapevano che alle pareti c’erano quadri così straordinari» Domenica Rosa Mazzolini. Catalogo della mostra (a cura di) Cristina Chinello e Lorenzo Respi. <em>De Chirico, Fontana e I Grandi Maestri Del Novecento. Un secolo tra realtà e immaginario</em>, Gruppo ICAT, Padova, 2012, p. 164.</p>
</div>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2983&amp;title=La%20Ragione%20di%20una%20mostra" id="wpa2a_28"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/2A8tvn36FtQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Quando l’arte supera i limiti della visione</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:51:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Elena Scalia]]></category>
		<category><![CDATA[Peanut Gallery]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[magnifico teatrino errante]]></category>
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		<description><![CDATA[La scrittura scenica del Magnifico Teatrino Errante Elena Scalia. Qual è il ruolo dell&#8217;arte nella disabilità e per la disabilità? Questa è una delle domande, che già da qualche anno, alimentano ed incentivano la crescita di laboratori sperimentali, educativi e percorsi estetici sia al livello nazionale che internazionale. Spesso definito come “Teatro del disagio” o “Teatro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><br />
La scrittura scenica del Magnifico Teatrino Errante</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Elena Scalia. </strong><span style="font-size: small;">Qual è il ruolo dell&#8217;arte nella disabilità e per la disabilità? Questa è una delle domande, che già da qualche anno, alimentano ed incentivano la crescita di laboratori sperimentali, educativi e percorsi estetici sia al livello nazionale che internazionale. Spesso definito come “Teatro del disagio” o “Teatro sociale” questo filone, che ormai è entrato a tutti gli effetti nel campo della ricerca teatrale, racchiude in sé molte esperienze artistiche ed espressive che lavorano sul teatro come forma di integrazione di persone con varie disabilità o che vivono comunque un condizione </span><span style="font-size: small;"><em>altra</em></span><span style="font-size: small;"> di sofferenza. A rinsaldare tale filone in Italia ha inoltre contribuito, nel 2011, </span><span style="font-size: small;"><strong>la prima edizione del premio</strong></span><span style="font-size: small;"><strong>per la drammaturgia “Teatro e disabilità”</strong></span><span style="font-size: small;">, ideato da AVI onlus -<span id="more-3001"></span> Agenzia per la Vita Indipendente e dall’Associazione ECAD &#8211; Ebraismo Cultura Arte Drammaturgia, avviato </span><span style="font-size: small;"><strong>durante le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia</strong></span><span style="font-size: small;">. Questo</span><span style="font-size: small;"> ambito, dunque, è formato da professionisti nel campo sociale, terapeutico e teatrale che educano, formano, producono spettacoli, in continua alternanza tra l’espressività ed il messaggio sociale, tra l’integrazione e la partecipazione. A questo proposito grazie alla collaborazione con il Servizio studenti disabili e dislessici dell’Alma Mater Studiorum di Bologna si può seguire parte del lavoro laboratoriale della compagnia bolognese <span style="font-size: small;"><em>Magnifico teatrino Errante </em></span></span><span style="font-size: small;">composta da persone con varia disabilità e da studenti appassionati di teatro e provenienti dai più diversi campi di studio, dall’Antropologia alla Fisica</span><span style="font-size: small;">.<!--more--></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">In seguito all’esperienza teatrale triennale con un gruppo integrato, Valeria Nasci, attrice e regista ha portato continuità al lavoro accogliendo nuovi partecipanti e rinnovando la compagnia che, con la </span><span style="font-size: small;"><em>parata par tòt</em></span><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup><span style="font-size: small;"> del 2011, ha acquisito la sua attuale denominazione. L’esito dell’ultimo processo artistico del </span><span style="font-size: small;"><em>Teatrino</em></span>&lt;<span style="font-size: small;"> è stato lo spettacolo </span><span style="font-size: small;"><em>Anche l’Occhio vuole,</em></span><span style="font-size: small;"> all’interno della Rassegna </span><span style="font-size: small;">&#8220;Diverse abilità in scena&#8221;, promossa dall&#8217;Associazione gli Amici di Luca</span><span style="font-size: small;">. L’indagine sul tema dello sguardo e della vista si delinea come filo conduttore di questa esperienza, ma non solo, probabilmente tocca una questione esistenziale: imparare ad accettare la </span><span style="font-size: small;"><em>diversità</em></span><span style="font-size: small;"> sotto qualunque aspetto, sicuramente un importante traguardo da raggiungere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">La compagnia, pur intraprendendo questo percorso sociale e umano, ha parallelamente sviluppato una riflessione estetica: ogni membro partendo dalla propria individualità, ma anche dal proprio innato talento artistico e performativo, ha avuto prima lo spazio per poter “esplodere” e poi, man mano, sotto la guida energica e ferma della Nasci ha saputo “fermare il proprio essere” e la propria storia in un’immagine, in un suono, in un testo, in un’azione, in una battuta, creando una drammaturgia “a quadri” in cui lo spettatore assiste e “viene assistito”. Tanti quadri, tanti spazi in cui la disabilità perde la propria connotazione difettosa di handicap, di mancanza, di perdita trasformandosi in una </span><span style="font-size: small;"><strong>caratteristica</strong></span><span style="font-size: small;"> individuale che fa sì che lo spettatore non distingua più gli “abili” dai “diversamente abili” ma “veda”, o meglio riesca finalmente a vedere Nura, la Bosnia e la sua storia, Luca la sua rabbia e le sue risate, Marcello e il suo ritmo “parlante”, Ninfa e la sua visione poetica del mondo, Annalisa ed il suo furente Drago liberatorio, Silvia e le “sue sgridate agli uomini che fanno arrabbiare” Cristian e la sua corsa, Gabriele e le sue doti da istrione. Passando allora da una visione difettosa della disabilità come disagio o handicap a quella che invece la interpreta come </span><span style="font-size: small;"><strong>caratteristica,</strong></span><span style="font-size: small;"> affrontandola con fiducia e con cura mettendone a frutto le potenzialità, il </span><span style="font-size: small;"><em>Magnifico Teatrino</em></span><span style="font-size: small;"> ha dato conferma di </span><span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">una nuova sensibilità, di un cambiamento e di un’evoluzione sociale prima di tutto umana, poi artistica ed estetica in grado di sfociare in una nuova drammaturgia di forte impatto scenico,</span></span><span style="font-size: small;"> in cui gli oggetti, i suoni e le immagini diventano una scrittura a se stante con un proprio “magnifico” linguaggio ed una propria logica smussata, guidata e messa in forma dalla regista ma compartecipata e agita da tutti i membri della compagnia. La figura simbolica del coro apre lo spettacolo e si fa contenitore dell’opera alternando filastrocche a proverbi sul tema della vista e dello sguardo dove i protagonisti, attraverso i loro linguaggi espressivi, ci “aprono gli occhi” sulla differenza tra il “guardare” ed il “vedere”, parlando con la propria peculiare, acuta e preziosa capacità di guardare il mondo. Verso una società ed un “fare artistico” in cui non sia più centrale la differenza tra abili e disabili ma che miri all’autonomia, all’integrazione e non all’assistenzialismo. Non è forse allora la disabilità che può fare qualcosa per l’arte?</span></p>
<p>1 &#8211; Par tòt (espressione dialettale propria del territorio bolognese: parata per tutti) è una parata multiculturale e intergenerazionale, ecologica ed itinerante per le vie del centro cittadino, che mira al coinvolgimento diretto della comunità, delle associazioni e degli artisti. Trae la propria ispirazione dalla biennale Zinneke Parade di Bruxelles.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D3001&amp;title=Quando%20l%26%238217%3Barte%20supera%20i%20limiti%20della%20visione" id="wpa2a_30"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/wCHy9kS8MY4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Paso doble</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:48:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Bayt]]></category>
		<category><![CDATA[magazzini criminali]]></category>

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		<description><![CDATA[Due affascinanti figure inaspettatamente legate: Christian Zucconi, scultore piacentino poco più che trentenne ed ex studente della scuola di Carrara che lavora con il marmo reificando opere monumentali, e Mustafa Sabbagh che con il mezzo fotografico, lascia sfumare le sue discendenze giordane, ove il corpo si presta al camuflage della maschera, si incontrano per la]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Due affascinanti figure inaspettatamente legate: Christian Zucconi, scultore piacentino poco più che trentenne ed ex studente della scuola di Carrara che lavora con il marmo reificando opere monumentali, e Mustafa Sabbagh che con il mezzo fotografico, lascia sfumare le sue discendenze giordane, ove il corpo si presta al <span style="color: #800000;">camuflage</span> della maschera, si incontrano per la prima volta, grazie all’intervento di un blogger, che pubblica sulle pagine di un celebre magazine un articolo su Zucconi. Il fotografo di questa retrospettiva di carta era allora proprio Sabbagh. Oggi, mentre Zucconi chiude a Montevarchi (con l’esposizione “La pietra e la carne”) Mustafa Sabbagh<span id="more-2998"></span> è ospite a Ferrara presso il museo Giovanni Boldini. Nel cortocircuito che la compiuta affinità crea, questo duo si ritrova ai Magazzini Criminali con una doppia retrospettiva. Ad accomunare il gioco di vuoti e di pieni delle sculture di Zucconi, e gli istanti dell’inquieto fotografo, l’espressione delle Ferite Liquide, quasi come a rivelare l’impossibilità di tagliare e poi cogliere nettamente una perdita. Che sia ferita che non cessa di sanguinare o come aleatorio dolore che soprassiede ai moti e alle rese dei due artisti, è un gioco che al pubblico viene lasciato.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2998&amp;title=Paso%20doble" id="wpa2a_32"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/kWJuMkTdocM" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Ritratto in bianco e nero</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:46:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrea M. Campo]]></category>
		<category><![CDATA[I Racconti di Fedra]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea M. Campo. La nostalgia vela sapientemente i ricordi senza distinzione, confondendo rimorso e rimpianto, tessendo nell’intimo di una lacrima un desiderio. Il desiderio di quel corpo sospeso nel bianco e nero della carta acida di una vecchia pellicola, quel corpo che è stato mio, e che vorrei accarezzare ancora una volta. Stupidamente intingo l’indice sulla]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="CENTER"><strong>Andrea M. Campo.</strong> <span style="font-size: small;">La nostalgia vela sapientemente i ricordi senza distinzione, confondendo rimorso e rimpianto, tessendo nell’intimo di una lacrima un desiderio. Il desiderio di quel corpo sospeso nel bianco e nero della carta acida di una vecchia pellicola, quel corpo che è stato mio, e che vorrei accarezzare ancora una volta. Stupidamente intingo l’indice sulla sua anima impressa nella patina collosa, e lentamente ricalco le linee gentili del suo profilo.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">E fingo che lei sia ancora lì, riversa nel mio letto, a giocare con i miei ricci e sorridendo ai miei sorrisi.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Perduto in quella foto dico “Ciao” a voce alta, come uno stupido e ingenuo amante perduto nel delirio dell’attesa. E lei mi sorprende ancora. Si volta e ride.<span id="more-2995"></span> </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Lei. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">In quella foto. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Si volta. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">E ride. RIDE.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Ride come sempre e come mai prima.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Il viso lentamente le si tinge di rosa e i capelli accompagnano l’altalena su cui è seduta.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Mille perché si fanno avanti nel mio stomaco divorando tutto ciò che incontrano, risalgono rapidi nel petto e si fermano in gola.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Tutti tranne uno.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Un piccolo perché mi riempie la bocca, e sembra smarrirsi in un urlo strozzato. Si ripete, ancora e ancora, spingendo sulle labbra, fino ad esplodere in un irruente grido che investe quella vecchia foto cui rimango aggrappato.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La stringo forte per non lasciarmi sfuggire l’ultima occasione per capire, per smetterla di sperare nell’indulgenza del tempo, illudendomi che questo possa darmi pace: è un breve piacere, un abile ed esperto latitante che come sabbia riesce ad attraversare le larghe maglie della mia mano disperdendosi ai miei piedi.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">“<span style="font-size: small;">Perché?” insisto e scuotendo la sua immagine.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Le foglie, la collina sullo sfondo, il cielo, la foto riprende colore, vita, e lei continua a sorridere lasciandosi accarezzare dal vento; il destino o la mia follia mi hanno dato un’altra occasione per dirle ciò che non ho mai avuto il coraggio di dire, ma io sono stupido, e provo rancore, voglio solo sapere perché.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Lei sorride e non risponde, sorride e non mi guarda.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">L’arco d’avorio dove fermavo il battito adesso si è trasformato in una smorfia e poi in un ghigno. L’ira mi assale, stringo la sua immagine, l’accartoccio e la lancio lontano da me abbandonandomi a un pianto disumano.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Trascorrono parecchi minuti e alla fine cedo all’incoscienza, sospendendo i sensi in un limbo di miseria.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Riprendo la foto in mano e la tiro da due angoli. Tutto è come prima, o quasi. I colori sono svaniti, lei è immobile sull’altalena e sorride, perché altro non può fare, ma la foto adesso è tagliata dalle pieghe nate da due mani furiose: le mie mani.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Adesso capisco.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Adesso non ho più bisogno di chiedermi il perché.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La passione insana di un amante insicuro ha piegato il suo sorriso su questa foto così come allora avvilì le fragili corde del suo rifugio. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2995&amp;title=Ritratto%20in%20bianco%20e%20nero" id="wpa2a_34"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/gbvfsp9iPb8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Nel ventre dell’architetto</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:43:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Heart Bauhaus]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Pluchino]]></category>
		<category><![CDATA[biennale architettura]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Pluchino. Cosa significa all’oggi costruire una città? Qual è il vincolo sostanziale in cui l’apertura di uno spazio condiviso diventi un non luogo, un riferimento che annichilisca la storia e la tradizione del singolo? Come può un buon architetto intervenire equilibrando tradizione storica del territorio con strutture contemporanee che sostengano i percorsi sincopati della popolazione?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Paola Pluchino. </strong>Cosa significa all’oggi costruire una città? Qual è il vincolo sostanziale in cui l’apertura di uno spazio condiviso diventi un non luogo, un riferimento che annichilisca la storia e la tradizione del singolo? Come può un buon architetto intervenire equilibrando tradizione storica del territorio con strutture contemporanee che sostengano i percorsi sincopati della popolazione?</p>
<p style="text-align: justify;">La 13a Biennale di Architettura, dedicata al tema del <em>Common Ground,</em> cercherà di dare risposta a questi quesiti. L’arduo compito di delineare una nuova rotta è affidato quest’anno a David Chipperfield, eminente virtuoso dell’architettura e dotato sperimentatore di soluzioni tangenti di effettivo valore, che ha scelto di promuovere 58 progetti, indicato 104 nominativi, e ha aperto il dialogo a 5 Paesi mai presenti prima: Angola, Repubblica del Kosovo, Kuwait, Perù e Turchia.<span id="more-2992"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; già nelle parole di Chipperfield alla presentazione di Roma, era chiaro l&#8217;intento di questa inversione verso la base prima e fondante dell’architettura: il terreno; È implicito, nelle parole dello studioso, che il discorso non converga tanto nell’ operazione semantica di ridefinizione dell’ideale di pubblico e privato, quanto nella possibilità di interpretare confine tra questi due luoghi, per ridefinire, ricontestualizzare e ricreare una dialettica della città che sia viva e propositiva, allo stesso tempo spazio del pensiero e habitat dell’azione. Sulla volta della massimizzazione dello spazio , di densità dell’abitato, inteso come scempio, anche e penosamente estetico, la Biennale di Architettura si muove, proponendo soluzioni affini al clima di eco sostenibilità, pulizia degli ambienti, impatto ambientale limitato, terreno auspicabile del nuovo fronte architettonico internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Aver costretto gli architetti ma anche tutta la pletora di ingegneri edili, urbanisti ed esperti coinvolti nel settore dell’arte di far città, a giocare in termini di audaci movimenti che scavalchino piani regolatori e stilemi di sicurezza, abitabilità, e benessere quantitativo, ha mortificato- questo sembra intendere Chipperfield- il ruolo di raffinato inventore dell’ordine nel caos, cui l’uomo architettonico sembra all’oggi confrontarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">È lecito tuttavia pensare come il dialogo di una Biennale non si esaurisca sul piano inclinato dello studio, ma rappresenti solo l’estensione più evidente di un processo complesso che necessita un&#8217;inversione teorica, a partire dalla ridefinizione del benessere comune, fino a giungere ad interrogativi più spinosi, come la speculazione edilizia, la sicurezza sul lavoro e il welfare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle parole di Paolo Baratta, maestro cerimoniere di questa 13a edizione della Biennale Architettura, si legge la volontà di porre questi tre mesi di expo come punto di riferimento per i giovani studiosi, di nobilitare l’interesse per l’architettura con seminari di studio e d’approfondimento, interessando il pubblico non solo per il fascino lagunare ormai conclamato ma per l’abilità di essere veramente fucina di nuovi dibattiti, terreno in cui il germogliare del nuovo possa fiorire protetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Info</p>
<p style="text-align: justify;">La 13a Biennale di Architettura, itinerante per Londra, Parigi, Berlino, Zurigo e New York, aprirà i battenti il 29 agosto e resterà aperta fino al 25 novembre, con i consueti nodi focali -Giardini e Arsenale di Venezia- e i vari padiglioni dislocati nei vari punti della città (per tutti i siti consultare il sito ufficiale della Biennale).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2992&amp;title=Nel%20ventre%20dell%E2%80%99architetto" id="wpa2a_36"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/_Pjnubh8jIM" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Il gioco dell’altro</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:41:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[marcus egli]]></category>
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		<description><![CDATA[Nelle sue mani il metallo diventa materia plastica, mutevole sostanza che assume forme docili prestandosi a ogni narrazione: Marcus Egli, artista svizzero classe 1957, giunge per la prima volta in Italia con una mostra dal titolo “Uno, nessuno, centomila” fino al 29 giugno presso la Galleria Otre Dimore di Bologna. Il percorso espositivo indaga sui]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nelle sue mani il metallo diventa materia plastica, mutevole sostanza che assume forme docili prestandosi a ogni narrazione: Marcus Egli, artista svizzero classe 1957, giunge per la prima volta in Italia con una mostra dal titolo “Uno, nessuno, centomila” fino al 29 giugno presso la Galleria Otre Dimore di Bologna. Il percorso espositivo indaga sui fondamenti teorici dell’artista, sulla nascita dell&#8217;afflato creativo, che si conserva nei suoi volti sempre simili – ma mai uguali- nelle carature dei riflessi e nella serialità della ripetizione. Appare come un gioco tra arte e manifattura, dove l&#8217;artista produce un corpo immoto, rivelando l’esito arcano delle sue riflessioni intorno al sé. <span id="more-2989"></span>Forse memore dei fasti elvetici alla Biennale di Venezia, Egli seduce lo spettatore nel gioco materico della penombra, nella statue di metallo che intrise di pigmalionica aura richiamano le vertigini della robotica. Il materiale è mezzo, conduttore di energia e perseveranza con cui l’artista trascende, facendo dialogare l’opera con il soffio vitale che l’ha generato -e di cui ne serba memoria- allo stesso modo delle sue metallizzazioni.Ma chi sono gli uomini di Marcus Egli? Alieni icona dell’individualità o forse astronauti, uomini che sulla terra si nascondono dallo sguardo indagatore “extra &#8211; terrestre” o, ancora, sono specchio dei tempi moderni, carne immolata al sacrificio di presentare l’altro, di porsi, in quanto corpi fissili, al fenomeno soglia dell&#8217;osservatore. Come suggerito dal titolo stesso, questi uomini rappresentano i tre volti di un&#8217;unica indagine: quella ricerca svizzera che in occasione dell’ultima biennale si interrogava, per mezzo di cristalli e strumenti di comunicazione e vecchi libri, su cosa salvare, cosa proteggere e attraverso quali strumenti perseguire l’identità, macro sistema in cui l’uno, nessuno e centomila si fondono: un livellamento che è solo apparenza indicibile del loro essere non comunicabili, non attraversabili, non accessibili attraverso coordinate comuni. Dove l’espressione termina -e lascia il posto alla sinossi- lì si svela l&#8217;ultimo respiro, la volontà di ricevere dall’immagine del mondo la sua stessa immagine, percependola laddove essa si presenta, riflessa nello spazio di rimandi che interrogano chi sono, chi siamo, chi egli è.</p>
<p style="text-align: justify;" align="LEFT">
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2989&amp;title=Il%20gioco%20dell%26%238217%3Baltro" id="wpa2a_38"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/8Cp4LY3iQw0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Le donne in William Wyler</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:39:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Giuditta Naselli]]></category>
		<category><![CDATA[Il proiettore di Oloferne]]></category>
		<category><![CDATA[Wyler]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuditta Naselli. William Wyler mette al servizio del cinema la sua cultura di emigrato europeo e analizza, con occhio scevro da compromessi, la società americana e i suoi precetti. Fondamentale diventa nei suoi film il lavoro attoriale, che esprime al massimo grado la profondità dei personaggi e il loro canto di protesta, come accade alle protagoniste]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Giuditta Naselli. </strong>William Wyler mette al servizio del cinema la sua cultura di emigrato europeo e analizza, con occhio scevro da compromessi, la società americana e i suoi precetti.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Fondamentale diventa nei suoi film il lavoro attoriale, che esprime al massimo grado la profondità dei personaggi e il loro </span><span style="font-size: small;"><strong>canto di protesta</strong></span><span style="font-size: small;">, come accade alle protagoniste di </span><span style="font-size: small;"><em>Piccole</em></span><span style="font-size: small;"><em>volpi</em></span><span style="font-size: small;"> (</span><span style="font-size: small;"><em>Little Foxes</em></span><span style="font-size: small;">, 1941), de </span><span style="font-size: small;"><em>L’ereditiera</em></span><span style="font-size: small;"> (</span><span style="font-size: small;"><em>The Heiress</em></span><span style="font-size: small;">, 1949) e de </span><span style="font-size: small;"><em>Gli occhi</em></span><span style="font-size: small;"><em>che non sorrisero</em></span><span style="font-size: small;"> (</span><span style="font-size: small;"><em>Carrie</em></span><span style="font-size: small;"> 1952). Il regista, concentrandosi sulle ambiguità del ruolo svolto dalla </span><span style="font-size: small;"><strong>donna</strong></span><span style="font-size: small;"> nella storia sociale americana, mostra come il concetto di </span><span style="font-size: small;"><strong>libertà </strong></span><span style="font-size: small;">sia tanto molteplice e controverso quanto l’America stessa. Mentre, infatti, da un lato la libertà costituisce l’essenza del nazionalismo statunitense, dall’altro la società americana, sin dai coloni, si fonda sull’</span><span style="font-size: small;"><strong>obbedienza</strong></span><span style="font-size: small;"> all’autorità. La sperequazione, che è stata essenziale per istituire l’ordine sociale delle colonie e che sembra essere stata demolita durante la rivoluzione americana, in realtà continua a sopravvivere nelle menti e negli occhi della gente.<span id="more-2986"></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Wyler predilige le storie psicologiche a sfondo sociale, attingendo dal teatro (</span><span style="font-size: small;"><em>Piccole</em></span><span style="font-size: small;"><em>Volpi</em></span><span style="font-size: small;"> è tratto dal testo teatrale di Lillian Hellman) e dalla letteratura (</span><span style="font-size: small;"><em>Gli occhi che non sorrisero</em></span><span style="font-size: small;"> è tratto da </span><span style="font-size: small;"><em>Nostra</em></span><span style="font-size: small;"><em>Sorella</em></span><span style="font-size: small;"><em>Carrie</em></span><span style="font-size: small;">, il romanzo di Theodore Dreiser e </span><span style="font-size: small;"><em>L’ereditiera</em></span><span style="font-size: small;"> da </span><span style="font-size: small;"><em>Piazza Washington</em></span><span style="font-size: small;"> di Henry James), dimostrando di possedere un gusto austero e teatrale della messa in scena, che viene privata di qualsiasi tipo di ricercatezza formale, attraverso una riduzione ai minimi termini della scena e uno sfruttamento totale dell’iter emozionale degli attori. In </span><span style="font-size: small;"><em>Piccole Volpi</em></span><span style="font-size: small;">, ad esempio, la tensione drammatica è ottenuta attraverso la quasi totale fissità della macchina da presa, che diventa personaggio attivo, interagendo con l’ambiente circostante. Il regista ripudia gli artifici, sovvertendo quelle peculiarità che erano alla base della cultura americana e restituisce un cinema che è sincero, genuino, autentico, non alterato da espedienti che debbano irretire il pubblico </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a> <span style="font-size: small;"><span style="text-decoration: underline;">Il suo cinema è classico nell’accezione formativa del termine, nell’essere un modello esemplare, nell’aver l’alto valore di esperienza artistica che rappresenta e racconta la storia di un Paese.</span></span><span style="font-size: small;"> Wyler denuncia il processo di </span><span style="font-size: small;"><strong>reificazione </strong></span><span style="font-size: small;">che ha travolto l’uomo americano sin dagli inizi del Novecento, sottolineando come l’esperienza pioneristica e il conseguente confronto con una natura aspra e selvaggia abbia irrigidito il cuore di una popolazione, che ha pagato a caro prezzo il tentativo di una nuova esistenza. Gli uomini vengono mostrati nella loro spietatezza e iniquità, come totalmente asserviti a se stessi e incapaci di amare. Così anche le donne: come Regina, in </span><span style="font-size: small;"><em>Piccole volpi</em></span><span style="font-size: small;">, disposta a tutto per riscattare la propria posizione sociale e per ottenere una parvenza di emancipazione economica dall’uomo, che sia il marito, o il fratello, o il padre, e come Catherine, ne </span><span style="font-size: small;"><em>L’ereditiera,</em></span><span style="font-size: small;"> che indurita dalla mancanza d’amore, non riesce a perdonare il padre e a condonargli la disaffezione a cui l’ ha costretta e come Carrie, figura ambigua e problematica che, ne </span><span style="font-size: small;"><em>Gli occhi che non sorrisero</em></span><span style="font-size: small;">, abbandona il paese di provenienza per andare a vivere nei sobborghi di Chicago in cerca di un’occasione. Il regista sonda l’universo femminile, mostrando come, anche nel Novecento, siano poche le vie che una donna ha per raggiungere un certo grado di libertà. Alle donne compete unicamente la casa, unico habitat, unico luogo di confessione, che è al contempo prigione e fortezza di se stesse, sede di quelle forze oscure che la giungla dei sentimenti ha scatenato. Regina e Catherine trovano motivo di esistere solo all’interno delle quattro mura, tanto che, anche lo spettatore, inconsciamente, si trova destabilizzato di fronte a delle scene che mostrano le protagoniste al di fuori del loro spazio domestico. Soltanto Carrie, nel corso del film, acquista una facoltà di movimento nello spazio, di pari passo all’acquisizione di una propria emancipazione, dettata dalla volontà di riscatto. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Il regista contribuisce a risvegliare le coscienze del popolo americano mostrando la forza di quella individualità democratica che Emerson, Whitman e Thoreau avevano tanto sostenuto, e condivide con loro il fine artistico e umano di: “lasciare che ciascuno viva secondo il proprio autonomo giudizio e il libero e volontario confronto ideale con gli altri e abbia l’opportunità di attuare o cercare di attuare i propri fini, di non essere costretto a tradire se stesso</span><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup><span style="font-size: small;">”.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div id="sdfootnote1" style="text-align: justify;">
<p align="JUSTIFY"><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc"></a>1 <span style="font-size: small;">Nadia Urbinati, </span><span style="font-size: small;"><em>Individualismo democratico</em></span><span style="font-size: small;">, Roma, Donzelli, 1997, p.7.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><br />
</span></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2986&amp;title=Le%20donne%20in%20William%20Wyler" id="wpa2a_40"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/cq-Ewgs9gDs" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>La Home Gallery come frontiera</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:32:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Heart Bauhaus]]></category>
		<category><![CDATA[atelier sul mare]]></category>
		<category><![CDATA[home gallery]]></category>
		<category><![CDATA[maria livia brunelli]]></category>
		<category><![CDATA[palma buccarelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Un’ espressione che regola il metronomo dell’arte contemporanea appare la possibilità di essere raro, prezioso, introvabile. Sempre meno di rado, collezionisti, mecenati, curatori, scovano con senno lungimirante e retorica bohemien il luogo anomalo e privato, il locus in cui il discrimine tra sentirsi a casa e stare invero lavorando sfuma. È questo il punto di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un’ espressione che regola il metronomo dell’arte contemporanea appare la possibilità di essere raro, prezioso, introvabile. Sempre meno di rado, collezionisti, mecenati, curatori, scovano con senno lungimirante e retorica bohemien il luogo anomalo e privato, il locus in cui il discrimine tra sentirsi a casa e stare invero lavorando sfuma.</p>
<p style="text-align: justify;">È questo il punto di forza delle Home Gallery, dimore private che si tramutano, grazie al carattere e al carisma dei legittimi proprietari, in luoghi d’incontro per imprenditori e artisti, dimore di un nuovo essere sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Accedere a questi circuiti non è certo cosa semplice, avendo nella dinamica del suo sviluppo,<span id="more-2980"></span> soprattutto nelle nuove iniziative, una comunicazione word of mouth (con integrazione web e simili) che implica la necessità di avere dei buoni “agganci”, necessari per comprendere questo vasto sottobosco artistico -più prolifico dei luoghi celebrati-, così come funzionamento dell’humus della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Citiamo, a titolo di esempio, una realtà a Bologna vicina. Nella città di Ferrara esiste una Galleria d’arte che è anche un appartamento privato: La Maria Livia Brunelli Home Gallery.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovane scommessa dell’arte contemporanea ha creato, nel circondario che raccoglie il prestigioso Palazzo dei Diamanti di Ferrara, la casa che ospita come vera e propria galleria, pezzi d’arte. La Brunelli ha avuto occasione di essere partner del prestigioso sito, ponendo la sua sede come plesso collaterale alle esposizioni. In quest’ottica si sviluppa il workshop sull’immaginario fotografico di Michelangelo Antonioni, cui seguirà una esposizione collettiva presso lo spazio Funi, in contraltare alla mostra al Palazzo dei Diamanti in programma per l’autunno prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea della dimora trasformata in casa d’arte non è certo nuova e c’è chi, come ricorda Federico Zeri in un articolo apparso sulla stampa nel 1984 ha trasformato parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma in casa propria<sup><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup></sup> o chi trasforma le residenze degli ospiti, in spazi museali.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scarto odierno è invece quello di aprire i propri appartamenti alle incursioni urbane del pubblico, così come esse si presentano nel divenire delle acquisizioni, nel magma convulso che un luogo privato inevitabilmente contiene (lo stesso Michelangelo Pistoletto è di stanza in uno degli alloggi della sua Fondazione a Biella).</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che manca è forse proprio l’abilità di questi mecenati di far rete, di tessere degli impianti di comunicazione che costituiscano un unicum, perché solo nell’azione congiunta, la forza delle home gallery potrà veramente prendere piede.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p style="text-align: justify;"><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc"></a>1 Cfr. (Palma Bucarelli, 1910/1998) “Sebbene andata in pensione nel lontano 1975 continua ad occupare un faraonico appartamento nella Galleria stessa”. In Rosaria Gioia e Marilena Pigozzi, <em>Federico Zeri e la tutela del patrimonio culturale italiano</em>. Clueb, Bologna, 2006, p. 103.</p>
</div>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2980&amp;title=La%20Home%20Gallery%20come%20frontiera" id="wpa2a_42"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/-dqGNryXzsA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Il paradosso della mucca che nuota nell’Artico</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:30:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea M. Campo]]></category>
		<category><![CDATA[etienne de france]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea M. Campo. Non si può certo definire epistemologicamente corretto ma senza alcun dubbio rimane un affascinante esperimento funambolico quello che Etienne De France realizza con “Tales of sea cow”. La giovane artista (classe 1984) gioca sul filo della docufiction del piccolo schermo realizzando una ricostruzione sincera – seppur non fedele- della vita della “mucca di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: small;"><strong>Andrea M. Campo. </strong></span></span>Non si può certo definire epistemologicamente corretto ma senza alcun dubbio rimane un affascinante esperimento funambolico quello che Etienne De France realizza con “Tales of sea cow”. La giovane artista (classe 1984) gioca sul filo della docufiction del piccolo schermo realizzando una ricostruzione sincera – seppur non fedele- della vita della “mucca di mare”, un mammifero della famiglia dei sirenii estintosi a metà Ottocento. Nell&#8217;allestimento curato da Annick Bureaud al Parco Arte Vivente di Torino <span id="more-2977"></span>è subito chiaro l&#8217;intento, sì iconico- scientifico, ma anche favolistico della francese e delle sue trame chimeriche: così come nelle novelle di Esopo e ancor più nel mondo pessimistico di Fedro, tocca agli animali suggerire morale ed etica; la Ritina di Steller, (questo il nome scientifico della “mucca di mare”), avvistata per la prima volta nel 1741 nelle acque dell&#8217;Atlantico Artico è vittima di un&#8217;indiscriminata caccia e sceglie di nascondersi all&#8217;uomo. Idrofoni, plastici, fossili, cartine, articoli, disegni nel percorso espositivo assurgono, invece, a mezzi tramite cui rappresentare -se non il vero- il verosimile. L&#8217;osservazione del reale -o presunto tale- diventa processo marginale che non sfiora le corde della narrazione e rende credibile il lato onirico dell&#8217;esposizione: lo spettatore ha il compito di privarsi di pregiudizio scientifico ed accettare il materiale in mostra come documento “zoografico”. Ma se il fine della ricerca scientifica non fornisce certezze ma permette di rimuovere evidenti incertezze, Etienne De France riesce ad ingannare tutti, fornendo una prova sicura dell&#8217;esistenza della mucca di mare: nel percorso espositivo <!--more-->sono presenti i canti della Ritina registrati dai due biologi Thoarinn Mar Baldursson e Jena Torgessik nel mare della Groenlandia. L&#8217;efficacia del paradosso rende impossibile ogni distinzione determinando l&#8217;univocità di un processo deduttivo che nonostante tutto ha i caratteri dell&#8217;immaginazione -più che quelli della fantasia- e la forza della scienza. La mostra resterà aperta al pubblico fino al 24 giugno.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2977&amp;title=Il%20paradosso%20della%20mucca%20che%20nuota%20nell%E2%80%99Artico" id="wpa2a_44"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/dlJpfj-GHWw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Filmmaker vs Videoartista</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:27:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[C.S.]]></category>
		<category><![CDATA[E Bomb]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Mammarella]]></category>
		<category><![CDATA[regista]]></category>
		<category><![CDATA[Steve McQueen]]></category>

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		<description><![CDATA[C.S.e Francesco Mammarella Un limite facile da oltrepassare Dagli anni Novanta in poi, le video installazioni del video artista britannico Steve Mcqueen sono sempre state caratterizzate per un allestimento molto neutro e minimale. Grandi proiezioni su parete bianca o nera, massimo due per sala, in modo di immergere e coinvolgere totalmente lo spettatore. L’immagine è]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>C.S.e Francesco Mammarella</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><strong></strong><strong>Un limite facile da oltrepassare</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Dagli anni Novanta in poi, le video installazioni del video artista britannico Steve Mcqueen sono sempre state caratterizzate per un allestimento molto neutro e minimale. Grandi proiezioni su parete bianca o nera, massimo due per sala, in modo di immergere e coinvolgere totalmente lo spettatore. L’immagine è l’unica cosa che conta, l’idea è mettere in discussione la sua potenza,in molti casi tanto da annullare il sonoro, strumento che renderebbe piú facile il raggiungimento dell’obiettivo e forse banalizzerebbe il tutto; </span><span style="font-size: small;"><em>Current </em></span><span style="font-size: small;">del 1999 e </span><span style="font-size: small;"><em>Running Thunder</em></span><span style="font-size: small;"> ne sono un esempio, video muti in 16 o 35 millimetri che riproducono un unica o massimo due immagini.<span id="more-2974"></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">I lavori di McQueen sono sempre stati una scommessa con il visuale, contro la capacità degli esseri umani di guardare con occhi diversi la quotidianità. Le sue immagini “normali” diventano parte di una finzione, dove la realtà perde quasi tutto il suo valore, le forme si cristallizano e diventano parte di un paessaggio nuovo, il tutto diventa un esercizio quasi teatrale che punta allo straniamento. </span><span style="font-size: small;"><em>Giardini</em></span><span style="font-size: small;"> del 2009, opera che ha rappresentato l’Inghilterra nella 53ma Biennale d’arte di Venezia è un sunto di questo meccanismo, in esso la forma, il contenuto, la rappresentazione e il significato perdono la loro importanza, e l’estetica e un’ottima capacità tecnica e compositiva diventano contundenti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">La malleabilità di questo artista e il suo grande interesse per l’immagine come tale, gli ha permesso il passare dalla video arte o video esperimentale, al video di guerra, video documentari e dal 2007 ad oggi ai lungometraggi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Grazie al grande successo dei suoi ultimi film, ha acquistato l’aggettivo di filmmaker e la sua pratica, nettamente artistica legata alla video arte, è rimasta un po’ da parte tanto da chiedersi se si sia creata una scissione all’interno del suo lavoro. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">Il </span><span style="font-size: small;"><em>Gravesend </em></span><span style="font-size: small;">fu il suo primo cortometraggio, seguito dal lungometraggio </span><span style="font-size: small;"><em>Hunger</em></span><span style="font-size: small;"> del 2008 e da </span><span style="font-size: small;"><em>Shame</em></span><span style="font-size: small;"> nel 2011, che potrebbero essere descritti come un ipotetico dittico che mette in discussione le ragioni del perchè vivere e del perchè morire.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: small;">In Italia</span><span style="font-size: small;"><strong>, </strong></span><span style="font-size: small;">ci sono voluti quattro anni dall’uscita ufficiale di Hunger al festival di Cannes, per poterlo vedere, nell’aprile del 2012. Basterebbe dare un’occhiata alla locandina pubblicitaria del film per rendersi conto di come McQueen abbia creato una </span><span style="font-size: small;"><em>folgorante</em></span><span style="font-size: small;"> («La Repubblica») e </span><span style="font-size: small;"><em>trionfale </em></span><span style="font-size: small;">(«Rolling Stone») opera prima, la quale ha meravigliato e stupito una buona parte della critica cinematografica (su 114 giudizi quasi il 90% è risultato molto favorevole). Ambientata nel 1981, la pellicola narra della vera storia dell’attivista irlandese Bobby Sands, militante nell’IRA e membro del Parlamento del Regno Unito, morto il 5 maggio dello stesso anno nel carcere nord-irlandese di Long Kesh, dopo aver portato avanti per 66 giorni uno sciopero della fame in protesta contro le inumane condizioni con cui venivano detenuti i prigionieri politici irlandesi dietro decisione dell’allora Primo Ministro Margaret Thatcher. </span><span style="font-size: small;"><em>Hunger </em></span><span style="font-size: small;"> vinse nel 2008 al </span><span style="font-size: small;"><em>Festival</em></span><span style="font-size: small;"> di Cannes (la stessa edizione in cui vennero presentati </span><span style="font-size: small;"><em>Gomorra</em></span><span style="font-size: small;"> e </span><span style="font-size: small;"><em>Il Divo</em></span><span style="font-size: small;">) il premio </span><span style="font-size: small;"><em>Caméra</em></span><span style="font-size: small;"><em>d’or</em></span><span style="font-size: small;">, primo riconoscimento del genere ottenuto da un film britannico, che viene assegnato alla migliore opera prima cinematografica, sia tra le selezioni ufficiali sia tra quelle parallele. Istituito nel 1978, il premio </span><span style="font-size: small;"><em>Caméra d’or</em></span><span style="font-size: small;"> ha visto alternarsi registi provenienti da numerosi Paesi, dalla Francia all’Iran, dal Giappone allo Sri Lanka, dal Vietnam agli Stati Uniti, che detengono il record di film premiati con ben 6 vittorie, ma nessun film presente nel palmares parla la lingua italiana. Eppure, non manca in Italia una tradizione cinematografica tale da precludere un simile riconoscimento anche i cineasti nostrani, benché troppo intralciati da politiche culturali da “botteghino” e spesso messi in sordina, se non alla berlina, da parte di un Paese, talvolta, troppo cieco per investire con lungimiranza sui nuovi talenti. Tra i vari premi vinti dal film di McQuenn nel 2008, spicca anche </span><span style="font-size: small;"><em>l’European</em></span><span style="font-size: small;"><em>Film</em></span><span style="font-size: small;"><em>Awards</em></span><span style="font-size: small;"> per la miglior rivelazione (competizione relativamente giovane, istituita nel 1988 ed intitolata al grande regista tedesco Fassbinder), premio che però, fa piacere ricordare, è stato assegnato altresì a film italiani. Nel 1990, infatti, viene premiato l’attore Ennio Fantastichini per l’opera cinematografica </span><span style="font-size: small;"><em>Porte Aperte</em></span><span style="font-size: small;"> del registra Gianni Amelio, tratta dal romanzo omonimo di Sciascia, e di certo uno dei migliori esempi del genere giudiziario italiano: nella Palermo del 1937, un piccolo giudice di paese lotta per trasformare in ergastolo la condanna a morte di un fascista pluriomicida. Quattordici anni dopo il film di Amelio, è il turno dei fratelli Franzi, Andrea ed Antonio, i quali nel 2004, dopo aver realizzato sempre insieme altri due film, </span><span style="font-size: small;"><em>Don Milani – il priore di Barbiana</em></span><span style="font-size: small;"> ed </span><span style="font-size: small;"><em>Il cielo cade</em></span><span style="font-size: small;">, vincono il premio </span><span style="font-size: small;"><em>European</em></span><span style="font-size: small;"><em>Film</em></span><span style="font-size: small;"><em>Awards</em></span><span style="font-size: small;"> con la pellicola </span><span style="font-size: small;"><em>Certi bambini</em></span><span style="font-size: small;">, opera tratta dal romanzo Premio Campiello di Diego De Silva, in cui si narra del dodicenne Rosario, orfano, adottato dalla camorra napoletana per diventare un baby-killer occasionale. Purtroppo sembrerebbero oramai lontani gli anni d’oro di Fellini e Leone, quando il mondo intero guardava al cinema italiano con spirito di emulazione e meraviglia, o quando De Sica e Pasolini vincevano due edizioni consecutive dell’Orso d’oro di Berlino nel 1971 e 1972 con i film </span><span style="font-size: small;"><em>Il giardino dei Finzi-Contini</em></span><span style="font-size: small;"> ed </span><span style="font-size: small;"><em>I racconti di Canterbury</em></span><span style="font-size: small;">, dai tempi attuali caratterizzati da prodotti più simili a meteore che inquadrati in coerenti scuole di pensiero cinematografico. Fortunatamente quest’anno, però, il nostro cinema ha avuto un sussulto d’orgoglio e un riconoscimento di primaria importanza: ancora fresche sono le emozionanti immagini dell’ultima vittoria alla 62ma edizione dell’Orso d’oro di Berlino ad opera dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani (che come i fratelli Fanzi hanno sempre lavorato in coppia), in quali, con la pellicola </span><span style="font-size: small;"><em>Cesare deve morire</em></span><span style="font-size: small;">, mettono in scena con i detenuti della casa circondariale di Rebibbia un’opera del Bardo inglese. Forse sarebbe il momento che il cinema italiano, partendo dal successo della critica, e tra poco speriamo anche del botteghino, possa presto consegnare al pubblico nuove ed importanti opere cinematografiche, in risposta non solo alla crescente insicurezza economica del paese (di cultura si mangia!), ma soprattutto ad un determinato modo di fare e concepire il cinema, che dalla prima metà degli anni ’90 (sarà un caso) ha incanalato importanti risorse umane ed economiche verso un consumo da blockbuster. Sarebbe bello poter presto vedere nelle sale di tutta Europa nuovi film italiani del calibro de </span><span style="font-size: small;"><em>I pugni in tasca</em></span><span style="font-size: small;"> di Marco Bellocchio, o di </span><span style="font-size: small;"><em>Ossessione</em></span><span style="font-size: small;"> di Luchino Visconti, opere prime di una generazione scomparsa e di visionari. Una possibilità sarebbe quella di adottare il cammino di Steve McQueen , e aspettare che più videoartisti italiani inizino ha fare dei film ibridati tra video arte, film documentario, e film da botteghino per raggiungere risultati piú interessanti, un successo sicuro, e l’accettazione nazionale e internazionale. Saremmo in attessa di un futuro avvenire nel quale si perda totalmente la differenza tra video-maker e Film-maker.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong><br />
</strong></span></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2974&amp;title=Filmmaker%20vs%20Videoartista" id="wpa2a_46"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/-a4PsFUiCDQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Open Call</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:25:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella Mancuso]]></category>
		<category><![CDATA[Routes]]></category>

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		<description><![CDATA[Gabriella Mancuso. Premi e concorsi Cinto Caomaggiore (Ve), Inequilibrio, primo premio: realizzazione di opere di Land Art, nel parco di Torrate di Chions termine ultimo di partecipazione: 9 giugno 2012 info: www.enzima.eu Montegranaro, MontegranArt, concorso per iincoraggiare la creatività e l&#8217;espressione artistica e dare visibilità a giovani talenti settori:Pittura e Grafica, Fotografia,Videoart e Cortometraggi primo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gabriella Mancuso.</strong></p>
<p><strong>Premi e concorsi</strong></p>
<p><span style="color: #000000;">Cinto Caomaggiore (Ve),</span><span style="color: #000000;"><strong> Inequilibrio,</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">primo premio: realizzazione di opere di Land Art, nel parco di Torrate di Chions</span></p>
<p><span style="color: #000000;">termine ultimo di partecipazione: </span><span style="color: #000000;"><strong>9 giugno 2012</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">info: </span><a href="http://www.enzima.eu/"><span style="color: #000000;"><strong>www.enzima.eu</strong></span></a></p>
<p><span id="more-2971"></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Montegranaro, </span><span style="color: #000000;"><strong>MontegranArt</strong></span><span style="color: #000000;">, </span></p>
<p><span style="color: #000000;">concorso per i</span><span style="color: #666666;"><span style="font-family: Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: xx-small;">i</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">ncoraggiare la creatività e l&#8217;espressione artistica e dare visibilità a giovani talenti</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">settori:</span></span></span><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Pittura e Grafica</span></span></span></strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">, </span></span></span><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Fotografia</span></span></span></strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">,</span></span></span><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Videoart e Cortometraggi</span></span></span></strong></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">primo premio: esposizione delle opere</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">termine ultimo di partecipazione: </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>1 giugno 2012</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">info: </span></span></span><a href="http://cittavecchiacultura.blogspot.it/"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>cittavecchiacultura.blogspot.it</strong></span></span></span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Monza, </span><span style="color: #000000;"><strong>Ri(e)voluzioni, </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">bando di concorso a sostegno della divulgazione delle Arti Visive e del Design</span></p>
<p><span style="color: #000000;">primo premio: esposizione e catalogo</span></p>
<p><span style="color: #000000;">termine ultimo di partecipazione: </span><span style="color: #000000;"><strong>15 giugno 2012</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">info: </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>www.rievoluzioni.assorestart.org</strong></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Rofrano, </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Mutarte 2012</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">concorso per giovani creativi</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">settori: </span></span></span><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">pittura, fotografia, scultura, video arte, installazione, performance</span></span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">primo premio: esposizione collettiva e premio pecuniario</span></span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">termine ultimo di partecipazione: </span></span></span></strong><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>15 giugno 2012</strong></span></span></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">info: </span></span></span></strong><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>www.associazionemutazione.com</strong></span></span></span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Roma, </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>concorso Nazionale di Fotografia RP2012</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">finalizzato alla promozione della fotografia in Italia</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">primo premio: esposizione, contributo in denaro, e pubblicazioni</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">termine ultimo di partecipazione: </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>15 giugno 2012</strong></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Spoleto, </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Premio Spoleto Festival Art 2012,</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">sezioni: pittura, scultura, fotografia, </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">primo premio: pubblicazione ed esposizione</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">termine ultimo di partecipazione: </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>31 maggio 2012</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">info: </span><a href="http://www.spoletofestivalart.com/"><span style="color: #000000;"><strong>www.spoletofestivalart.com</strong></span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Torino, </span><span style="color: #000000;"><strong>Movin&#8217;Up</strong></span><span style="color: #000000;">, </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Bando di concorso per giovani artisti in ambito internazionale</span></p>
<p><span style="color: #000000;">settori: </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">arti visive, architettura, design, musica, cinema, video, teatro, danza, performance, letteratura</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">primo premio: contributo economico e rimborso spese</span></p>
<p><span style="color: #000000;">termine ultimo di partecipazione: </span><span style="color: #000000;"><strong>1 giugno 2012</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">info: </span><a href="http://www.giovaniartisti.it/"><span style="color: #000000;"><strong>www.giovaniartisti.it</strong></span></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Torino,</span><span style="color: #000000;"><strong> Viadellafucina A.I.R.</strong></span><span style="color: #000000;">, </span><span style="color: #191919;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">bando per residenze d&#8217;artista,</span></span></span></p>
<p><span style="color: #191919;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">scadenza: </span></span></span><span style="color: #191919;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>10 giugno 2012</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color: #191919;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">info: </span></span></span><a href="http://www.branchie.org/"><span style="color: #191919;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>www.branchie.org</strong></span></span></span></a></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2971&amp;title=Open%20Call" id="wpa2a_48"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/aNPUnV7fuHA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Fausto Melotti l’armonista delle sfere</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 13:24:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>theartship</dc:creator>
				<category><![CDATA[#5]]></category>
		<category><![CDATA[Bayt]]></category>
		<category><![CDATA[Paola Pluchino]]></category>
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		<category><![CDATA[saronno]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Pluchino. L’esordio di Fausto Melotti nel panorama artistico contemporaneo ha un che di eccezionale. Posto nella congiunzione degli anni Trenta, insieme ad Osvaldo Licini e Lucio Fontana, l’artista si distingue subito per un che di ulteriore, un oltre che le sue sculture, suggeriscono, a bassa voce. Fausto Melotti si assume così il compito di far]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Paola Pluchino.</strong> L’esordio di Fausto Melotti nel panorama artistico contemporaneo ha un che di eccezionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Posto nella congiunzione degli anni Trenta, insieme ad Osvaldo Licini e Lucio Fontana, l’artista si distingue subito per un che di ulteriore, un oltre che le sue sculture, suggeriscono, a bassa voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Fausto Melotti si assume così il compito di far convergere all’armonia dei risultati l’immaginativo del suono.</p>
<p style="text-align: justify;">Comincia così ad inventare delle sculture che poco si discostano dalla linea della base, costruendole con assi, fettucce, piccole forme primarie (rettangoli, sfere, triangoli), leggere strutture metalliche che sembrano possano mutar forma, intervenendo nello spazio quasi come concreta notazione.<span id="more-2968"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Percorrendo così il solco proficuo di quello <em>Spirituale</em><sup><a name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup></sup> che già Kandinsky col suo manifesto indagava, laddove proponeva l’idea che ogni colore avesse un suo proprio suono<sup><a name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"></a><sup>2</sup></sup>, Il nostro artista, nato a Rovereto nel 1901<sup><a name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"></a><sup>3</sup></sup>, interviene con fare primario ed elegante, ad indicare nella visione acustica la giusta chiave di lettura per l’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa direzione, ossia nell’accordo tra lo spettatore e il suono interiore dell’opera, deve intendersi anche la scelta dei colori, dal bianco neutro all’ocra tenue dei bronzi: cromie che per loro stessa intensità non eccitano l’occhio, permettendo alla percezione, di andare al di là del bagliore cromatico, secondo la volontà di spogliare il reale da quelle tronfie e barocche strutture, verso l’intendimento dell’esecuzione mentale, oltre l’antropomorfismo di sagome ormai ridotte all’osso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Osservare una sua opera, non significa quindi cedere al fascino muto della resa dei corpi nello spazio,</span> come fossero muse stanti nel loro compiuto, <span style="text-decoration: underline;">ma è da intendersi nella percezione estesa del tempo</span>, momento in cui la visione trascende l’occhio per abbracciare l’espressione del tragitto sonoro, <span style="text-decoration: underline;">percorso in cui il visivo dialoga e compie il ponte con l’armonia.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il suono delle sfere, compito arduo di chi, virtuoso dello strumento, soprattutto di quei violoncelli così similari al soffio cosmico, paiono per Fausto Melotti le linee guida della composizione, in un’ intenzione artistica ulteriormente intellettuale, poiché priva di quegli improvvisati guizzi di violenza stilistica, escamotage propri della seduzione semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Rinasce così, nell’elegante percorso espositivo di Saronno<sup><a name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"></a><sup>4</sup></sup>, l’estetica sonora in senso stretto, in quel così delicato rapporto tra la materia visiva e l’immateriale acustico, trait d’union dell’indecifrabile e dello sfuggente.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur proponendo delle opere relativamente tarde, (<em>Giraffe</em>,1950, <em>Scultura G.</em>, 1968, <em>Vaghe Stelle dell’Orsa</em>, 1984), l’esposizione ha il merito di dar lustro ad un grande artista, un uomo di cultura dalla sensibilità rara, che ha probabilmente inteso la lezione dell’Astrattismo milanese come punto di partenza per lo sviluppo di una poesia, delicata e soffusa, e a volte per questo tormentata e vera, dell’uomo a lui vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Le proporzioni delle opere, ricordano per alcuni versi i <em>Mobiles</em> di Calder, quei giochi con l’altro, con l’aperto e con l’armonico, che nella infinità vastità delle possibili declinazioni, paiono porsi come figure archetipiche, parti con cui veleggiare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="sdfootnote1" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc"></a>1 Lo Spirituale nell’Arte, viene pubblicato dall’editore Piper di Monaco nel dicembre del 1911. Ha subito una vasta eco, promosso da N. Kul’bin che ne legge alcuni brani al II Congresso degli artisti a San Pietroburgo e da Alfred Stieglitz che pubblica degli stralci del saggio critico su Camera Work.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc"></a>2 Cfr. Da un punto di vista musicale l’azzurro assomiglia ad un flauto, il blu ad un violoncello o quando diventa molto scuro, al suono meraviglioso del contrabbasso. W. Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, Se, Milano, 2005, p. 65.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3" style="text-align: justify;">
<p><a name="sdfootnote3sym" href="#sdfootnote3anc"></a>3 Morto a Milano nel 1986</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p style="text-align: justify;"><a name="sdfootnote4sym" href="#sdfootnote4anc"></a>4 Fausto Melotti. Ritmi d’ottone e fragili terre. Il Chiostro arte contemporanea, viale Santuario 11, dal 20 maggio  al 30 giugno 2012</p>
<p style="text-align: justify;">
</div>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Ftheartship.it%2Fhome%2Fdlyaivxy%2Fpublic_html%2F%3Fp%3D2968&amp;title=Fausto%20Melotti%20l%E2%80%99armonista%20delle%20sfere" id="wpa2a_50"><img src="http://theartship.it/home/dlyaivxy/public_html/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/TheArtship/~4/-NaRtiVTsrA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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