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		<title>Che fine faranno le fonti energetiche rinnovabili con la crisi di Hormuz?</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando scoppia una crisi energetica, la prima reazione è quasi sempre cercare più petrolio e più gas. Se i prezzi salgono e le forniture diventano incerte, governi e imprese pensano prima di tutto a evitare blackout, razionamenti e bollette ancora più care.&#160;In questi passaggi, la transizione ecologica rischia di passare in secondo piano, schiacciata dall’urgenza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/che-fine-faranno-le-fonti-energetiche-rinnovabili-con-la-crisi-di-hormuz/">Che fine faranno le fonti energetiche rinnovabili con la crisi di Hormuz?</a> proviene da <a href="https://www.thepostinternazionale.it">The Post Internazionale</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando scoppia una crisi energetica, la prima reazione è quasi sempre cercare più petrolio e più gas. Se i prezzi salgono e le forniture diventano incerte, governi e imprese pensano prima di tutto a evitare blackout, razionamenti e bollette ancora più care.&nbsp;In questi passaggi, la transizione ecologica rischia di passare in secondo piano, schiacciata dall’urgenza di garantire forniture e contenere i prezzi.<br>La domanda, però, è proprio questa: la crisi ci riporterà verso i combustibili fossili o ci spingerà ad accelerare sulle rinnovabili? La risposta più realistica è: tutte e due le cose. Nel breve periodo ci sarà più pressione per comprare petrolio e gas. A medio termine, però, la stessa crisi può rendere più chiaro un punto: dipendere da energia importata, che passa da rotte fragili e da aree di guerra, non significa essere al sicuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Risorse centrali<br></strong>Il tema è stato discusso anche dal <em>Financial Times</em>&nbsp;in un episodio di aprile 2026 del podcast&nbsp;“The Economics Show with Soumaya Keynes”. L’ospite era Daniel Yergin, storico dell’energia e vicepresidente di S&amp;P Global. Il punto di partenza era semplice: fino a poco tempo prima il mercato del petrolio sembrava abbastanza calmo; poi la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riportato paura e instabilità. Da lì nasce la domanda: la sicurezza energetica fermerà la transizione verde? Oppure la renderà ancora più urgente?<br>Per capirlo bisogna partire dai fossili. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), nel suo&nbsp;“2026 Energy Crisis Policy Response Tracker”, la crisi in Medio Oriente ha creato una forte tensione sui mercati globali dei combustibili. L’offerta si è ridotta, i prezzi sono saliti e i consumatori sono tornati sotto pressione. La stessa Aie ha parlato del più grande rilascio di scorte petrolifere d’emergenza mai effettuato. In pratica: quando il sistema entra in crisi, si va a pescare nelle riserve.<br>Questo spiega perché petrolio e gas tornano subito centrali. Sono ancora la base di molti trasporti, industrie e sistemi energetici. Se il barile aumenta, aumentano anche i costi per famiglie e imprese. Se il gas scarseggia, salgono le bollette. Per un governo, quindi, la tentazione è forte: comprare più forniture, fare nuovi accordi, riempire gli stoccaggi, tagliare temporaneamente alcune tasse sui carburanti. Sono risposte rapide. E in parte sono inevitabili.<br>Il problema è quando una risposta temporanea diventa una scelta di lungo periodo. Un conto è usare le scorte o aiutare chi è più colpito dalla crisi. Un altro è costruire nuove infrastrutture fossili destinate a durare decenni. Il rischio è restare bloccati in un sistema che nasce per risolvere un’emergenza, ma poi continua a produrre dipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Collo di bottiglia<br></strong>La crisi dello Stretto di Hormuz lo mostra bene.&nbsp;Come ricorda un’analisi pubblicata da <em>New Security Beat</em>, il blog dello Stimson Center, un centro studi statunitense specializzato in sicurezza internazionale,&nbsp;prima della guerra all’Iran da quello stretto passavano normalmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, circa un quinto del greggio commerciato a livello mondiale. Basta questo dato per capire il problema. Una parte enorme dell’energia globale dipende da un passaggio marittimo esposto a guerre, tensioni militari, droni, mine e assicurazioni più costose.<br>Quando una rotta così importante diventa incerta, non aumenta solo il prezzo della benzina. Si muove tutto: trasporti, commercio, cibo, fertilizzanti, inflazione. Sempre <em>New Security Beat</em> cita il caso delle Filippine, che dipendono dal Golfo Persico per la grande maggioranza delle importazioni di petrolio. Per Paesi di questo tipo, una crisi energetica non è solo una questione ambientale. È un problema economico e sociale.<br>Ecco perché le rinnovabili non vanno viste solo come una politica per il clima. Sono anche una politica di sicurezza. Un pannello solare o una pala eolica producono energia sul territorio. Non hanno bisogno ogni giorno di una nave carica di combustibile. Non eliminano tutti i problemi, perché servono reti, batterie e materiali. Però riducono una dipendenza continua da petrolio e gas importati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dati incoraggianti<br></strong>Questo non significa che la transizione sia semplice. Non lo è. Ma i dati mostrano che è già in corso. Nel&nbsp;“Global Energy Review 2026”, l’Agenzia internazionale dell’energia scrive che nel 2025 la domanda energetica globale è cresciuta dell’1,3 per cento. La domanda di elettricità, invece, è aumentata di circa il 3 per cento. In altre parole, il mondo consuma sempre più elettricità. E una parte crescente di questa corrente arriva da fonti pulite.<br>Sempre secondo l’Aie, nel 2025 il fotovoltaico è stato la principale fonte di crescita dell’offerta energetica globale. Le fonti a basse emissioni, quindi solare, eolico, nucleare, idroelettrico e altre rinnovabili, hanno coperto quasi il 60 per cento dell’aumento della domanda di energia. Le nuove installazioni rinnovabili hanno raggiunto 800 gigawatt, soprattutto grazie al solare. Anche le batterie sono cresciute molto. Questo vuol dire che, mentre la politica discute di gas e petrolio, il sistema energetico sta già cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La situazione in Europa<br></strong>L’Europa è un esempio vicino a noi. Nel rapporto&nbsp;“European Electricity Review 2026”, pubblicato da Ember a gennaio, si legge che nel 2025 eolico e solare hanno prodotto per la prima volta più elettricità dei combustibili fossili nell’Unione europea. Insieme sono arrivati al 30 per cento dell’elettricità dell’Ue. Il solare ha raggiunto 369 terawattora, il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente. In 14 Paesi su 27, eolico e solare hanno superato i fossili.<br>Questo non vuol dire che l’Europa sia al riparo da ogni crisi. Il gas pesa ancora, soprattutto nei prezzi dell’elettricità. Però vuol dire che una parte sempre più grande della corrente che usiamo non dipende da una nave di gas liquefatto o da un gasdotto. Ogni impianto rinnovabile collegato alla rete riduce un pezzo di vulnerabilità.<br>Il punto, però, è che non basta installare pannelli e turbine. Serve anche tutto il resto. Servono reti più forti, perché l’elettricità deve arrivare dove viene consumata. Servono batterie, perché il sole non c’è di notte e il vento non soffia sempre. Servono autorizzazioni più rapide, perché molti progetti restano bloccati per anni. E serve efficienza: case meno energivore, pompe di calore, trasporti pubblici migliori, consumi più intelligenti.<br>L’Aie, nel rapporto&nbsp;“Electricity 2026&#8243;, prevede che la domanda mondiale di elettricità crescerà in media del 3,6 per cento l’anno tra il 2026 e il 2030. A spingerla saranno l’industria, le auto elettriche, i condizionatori e i data center. Negli Stati Uniti, secondo la stessa Agenzia, circa metà della nuova domanda elettrica attesa sarà legata proprio ai data center. Questo è un punto delicato. Se questa nuova domanda sarà coperta con gas e carbone, la transizione rallenterà. Se sarà coperta con rinnovabili, batterie e reti migliori, potrà accelerare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Problemi di sicurezza<br></strong>Anche Irena, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, insiste sul fatto che le rinnovabili sono ormai una questione di sicurezza. In una nota di aprile 2026, il direttore generale Francesco La Camera le definisce una priorità per la sicurezza nazionale. Irena ricorda anche che oltre l’85 per cento delle nuove rinnovabili è oggi più economico delle alternative fossili. Dal 2010, i costi del solare sono scesi dell’87 per cento, quelli dell’eolico onshore del 55 per cento e quelli delle batterie del 93 per cento. Sono numeri importanti, ma il messaggio è semplice: le rinnovabili non sono più solo una scelta ambientalista. Sono sempre più spesso la scelta meno cara. E, in un mondo instabile, possono essere anche la scelta meno rischiosa.<br>Resta però una questione vera. La transizione crea nuove dipendenze. Il <em>Financial Times</em>, parlando con Daniel Yergin, lo mette bene in evidenza: se smettiamo di dipendere da petrolio e gas, ma poi dipendiamo da litio, rame, nichel, terre rare, batterie e pannelli prodotti quasi tutti in pochi Paesi, siamo davvero più sicuri?<br>La risposta è: possiamo esserlo, ma non automaticamente. Servono politiche industriali serie. L’Aie, nello&nbsp;“State of Energy Policy 2026”, segnala che per molti componenti delle tecnologie pulite il principale fornitore controlla oltre il 70 per cento della produzione mondiale. Nel 2025, 11 dei 20 minerali critici più importanti per l’energia sono stati sottoposti almeno una volta a controlli sulle esportazioni. Questo significa che la sicurezza energetica del futuro non riguarderà solo pozzi e gasdotti. Riguarderà anche miniere, fabbriche, riciclo, reti elettriche e componenti.<br>Ma la nuova dipendenza non è uguale alla vecchia. Petrolio e gas devono essere comprati e bruciati ogni giorno. Se il flusso si blocca, il colpo arriva subito: benzina, bollette, trasporti, prezzi dei prodotti. I minerali critici servono soprattutto per costruire impianti e batterie. Se una fornitura si blocca, può rallentare nuovi progetti, ma non spegne un parco solare già installato. È una differenza importante. Le rinnovabili non cancellano la geopolitica, ma cambiano il tipo di rischio.<br>Quindi, che cosa succederà? La crisi riaccenderà la sete di fossili, sì. La vedremo nei nuovi contratti per il gas, nelle scorte petrolifere, nelle pressioni delle compagnie dell’energia, nella tentazione di rinviare alcune scelte difficili. Ma questa non è tutta la storia. La stessa crisi mostra anche perché i fossili non garantiscono vera sicurezza. Sono ancora necessari in molti settori, ma restano esposti a prezzi globali, guerre, rotte fragili e decisioni prese lontano da noi.<br>Le rinnovabili, invece, escono da questa crisi con un compito più grande. Devono crescere, ma devono crescere meglio. Non basta dire “più solare” o “più eolico”. Bisogna collegare gli impianti, rafforzare le reti, accumulare energia, rendere le case più efficienti e costruire filiere più solide in Europa. La transizione non è solo mettere pannelli sui tetti. È cambiare il modo in cui produciamo, trasportiamo e consumiamo energia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Mix energetico<br></strong>Per l’Italia il discorso è molto concreto. Ogni volta che il gas torna a pesare sul prezzo dell’elettricità, una crisi lontana arriva nelle nostre bollette. Ogni volta che un impianto rinnovabile resta fermo per burocrazia o per mancanza di connessione alla rete, restiamo più dipendenti da combustibili che non controlliamo. La sicurezza energetica non si misura più solo negli stoccaggi di gas. Si misura anche nella capacità di produrre energia pulita, usarla bene e conservarla quando serve.<br>Nei prossimi anni vedremo probabilmente un mix di scelte contraddittorie. Ci saranno più contratti per il gnl e più batterie. Più scorte petrolifere e più pannelli solari. Più discorsi sulla sicurezza nazionale e più investimenti nelle reti. La domanda vera è quale direzione prevarrà. Se prevarrà la paura, la crisi diventerà un alibi per tornare indietro. Se prevarrà la strategia, diventerà un motivo in più per accelerare.<br>Alla fine, la crisi non decide da sola il destino della transizione ecologica. Lo decidono le scelte politiche. I fossili possono comprare tempo, ma non eliminano la vulnerabilità. Le rinnovabili non risolvono tutto, ma riducono una dipendenza che oggi appare sempre più costosa. Un sistema energetico sicuro non è quello che trova sempre un nuovo barile da comprare. È quello che ha sempre meno bisogno di comprarlo.</p>
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		<title>Lo storico Giuliano Garavini a TPI: “Gli equilibri di potere mondiali si reggono ancora sul petrolio”</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:08:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra all’Iran, la minaccia sullo Stretto di Hormuz e le tensioni dentro l’Opec mostrano che il petrolio resta uno dei terreni decisivi della competizione globale. Per lo storico Giuliano Garavini, la crisi attuale non va letta solo come un nuovo shock energetico, ma come un passaggio nei rapporti di forza tra Stati Uniti, Paesi [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La guerra all’Iran, la minaccia sullo Stretto di Hormuz e le tensioni dentro l’Opec mostrano che il petrolio resta uno dei terreni decisivi della competizione globale. Per lo storico Giuliano Garavini, la crisi attuale non va <a href="https://www.tpi.it/opinioni/terza-guerra-golfo-guerra-per-controllo-petrolio-202603201229679/">letta</a> solo come un nuovo shock energetico, ma come un passaggio nei rapporti di forza tra Stati Uniti, Paesi produttori e potenze emergenti. Una partita che richiama il 1973, ma che si gioca in un mondo ormai molto diverso.<br><strong>Professor Garavini, che cosa distingue questa crisi petrolifera da quelle del 1973 e del 1979?</strong><br>«Il 1973 e il 1979 sono due crisi molto diverse tra loro. Quella del 1973 viene chiamata “crisi petrolifera” soprattutto dal punto di vista dei Paesi importatori. Per i Paesi produttori, invece, fu anche un momento di trasformazione dei rapporti di forza. I prezzi del petrolio aumentarono di circa quattro volte per volontà dei Paesi esportatori, in particolare dei Paesi dell’Opec, che comprendevano sia Paesi arabi sia Paesi non arabi. L’Iran, per esempio, era uno dei “falchi” dei prezzi: voleva aumentare il prezzo del petrolio per sostenere più rapidamente i processi di industrializzazione dei Paesi produttori. All’epoca pesava anche un’altra convinzione: molti pensavano, anche sulla scia del rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, che nel giro di pochi anni il petrolio sarebbe diventato scarso. Il 1979, invece, ha un’altra dinamica. Anche in quel caso i prezzi salirono, ma il punto fu soprattutto l’Iran. Prima ancora della rivoluzione ci fu un grande sciopero nel settore petrolifero iraniano. L’Iran, che allora era il secondo esportatore mondiale dopo l’Arabia Saudita, ridusse quasi a zero le esportazioni. Quindi fu uno shock, non una scelta coordinata dei Paesi esportatori. Oggi la differenza è ancora un’altra. L’aumento dei prezzi non nasce dalla volontà dei Paesi esportatori, ma da una guerra portata dagli Stati Uniti. Da questo punto di vista la crisi attuale è diversa sia dal 1973 sia dal 1979».<br><strong>Nel 1973 i Paesi produttori cambiarono i rapporti di forza con l’Occidente. Oggi sta accadendo qualcosa di simile?</strong><br>«Nel 1973 siamo nella fase ascendente del tentativo, da parte di molti Paesi di quello che allora veniva chiamato Terzo Mondo, di prendere il controllo delle proprie risorse naturali. Non aumentarono solo i prezzi: in molti casi venne nazionalizzata l’industria petrolifera. Lo fecero l’Algeria, l’Iraq, l’Arabia Saudita, il Venezuela nel 1975. I Paesi produttori cacciarono le multinazionali e presero il controllo del settore. Oggi siamo in uno scenario molto diverso. Si può sostenere che gli Stati Uniti stiano cercando di riottenere qualche forma di controllo su settori petroliferi da cui erano stati espulsi. Il caso del Venezuela è significativo, anche perché il Venezuela fu uno degli attori più importanti nella nascita dell’Opec nel 1960. In Iran si gioca una parte importante di questa partita: capire se gli Stati Uniti riusciranno o meno a riottenere un controllo, anche parziale, sul settore petrolifero fuori dai propri confini e se resteranno l’attore determinante della sicurezza nel Golfo Persico, che è ancora oggi la principale area petrolifera mondiale. Non è detto che ci riescano. È un momento in cui questo ruolo è fortemente messo in questione».<br><strong>La guerra all’Iran riguarda soprattutto il controllo dell’ordine energetico mondiale?</strong><br>«Come per tutti gli episodi di questa rilevanza, non si può dare una spiegazione fondata su un solo fattore. C’è certamente il rapporto con Israele, c’è l’influenza della politica israeliana sull’amministrazione americana, e c’è anche il tema del cambio di regime. Se gli Stati Uniti riuscissero a ottenere un cambio di regime in Iran, dopo la pressione esercitata sul governo Maduro in Venezuela e mentre Cuba resta sotto pressione, otterrebbero un risultato enorme dal punto di vista della loro politica estera e della loro propaganda. Ci sarebbe anche una logica coerente con l’idea di “Make America Great Again”: cambiare i governi di regimi considerati nemici dagli Stati Uniti. Poi c’è il dossier nucleare, anche se appare paradossale un intervento per risolvere la questione nucleare iraniana dopo che Trump era uscito dagli accordi firmati durante l’amministrazione Obama. Infine, c’è sicuramente la dimensione energetica. Il settore petrolifero è centrale per l’amministrazione americana. Uno degli slogan di Trump è stato “energy dominance”, e tutta la sua strategia insiste molto sull’importanza del petrolio. Quindi le questioni energetiche non sono irrilevanti, ma non spiegano da sole l’intera crisi».<br><strong>Il blocco dello Stretto di Hormuz è un’arma reale o soprattutto una leva politica sui mercati?</strong><br>«Il blocco di Hormuz, nel quadro delle strategie del governo iraniano, è una delle leve che ha avuto più successo. Ha mostrato due cose. Da un lato, gli Stati Uniti non sembrano in grado di garantire pienamente la sicurezza dei governi arabi della regione, pur avendo una presenza militare molto ampia. Dall’altro, non sembrano nemmeno in grado di garantire completamente il flusso di petrolio, prodotti petrolchimici e altre merci che passano da Hormuz. È quindi una leva politica e strategica molto forte. Inoltre, la gestione di Hormuz, anche dopo la fine della fase più strettamente militare, potrebbe restare un problema aperto. Prima era percepito come un passaggio critico ma relativamente gestibile. Ora appare come un punto molto più sensibile e difficile da controllare».<br><strong>L’Iran, quindi, ha mostrato di essere una potenza con cui bisogna trattare?</strong><br>«Sì. Ha dimostrato di essere una potenza regionale con cui è impossibile non avere un rapporto. Non si può semplicemente imporre una soluzione dall’America o dall’Europa. Almeno per ora. Naturalmente il rischio di escalation militare resta sempre possibile. Negli ultimi giorni, leggendo le agenzie, sembrerebbe meno probabile, ma la situazione è molto imprevedibile. I soldati sono presenti sul terreno e nella regione. Se le prospettive di negoziato fossero quelle che oggi si intravedono — un accordo sul nucleare, la rimozione delle sanzioni, la liberazione dei fondi iraniani all’estero, la libertà di commerciare petrolio e gas con i propri clienti e un qualche ruolo sullo Stretto di Hormuz — sarebbe difficile non leggerle come una sostanziale vittoria iraniana. E non credo che una cosa del genere sarebbe facilmente accettata dagli Stati Uniti».<br><strong>Si parla molto di crisi dell’Opec. È davvero così?</strong><br>«La crisi dell’Opec è stata proclamata molte volte, ma non è facile stabilirla in anticipo. L’Opec è un’organizzazione profonda, che si è sempre reinventata. Se uscisse il secondo o il terzo produttore più grande, sarebbe ovviamente un problema. Però bisogna valutare il contesto. Oggi il problema del mondo non è la sovrabbondanza di offerta, ma la scarsità di petrolio. In questa fase, quindi, l’eventuale uscita o allontanamento di un Paese dall’Opec è certamente un problema politico, ma resta ancora una dichiarazione abbastanza astratta. Il punto decisivo si vedrà più avanti. Se le scorte di petrolio dovessero riempirsi e se i Paesi produttori iniziassero una guerra per le quote di mercato, allora sì che si capirebbe quanto l’Opec sia ancora capace di reggere. Per ora, però, è presto per dirlo».<br><strong>La transizione energetica rende il petrolio meno importante o ancora più strategico?</strong><br>«Il petrolio resterà una risorsa importante. Questa crisi lo mostra bene: non conta solo come risorsa energetica, ma anche come materia prima. Dall’industria petrolchimica derivano prodotti fondamentali, come l’urea per i fertilizzanti, le plastiche e molte altre materie. Come materia prima, quindi, il petrolio resterà rilevante. Come risorsa energetica, invece, dovrebbe diventare meno centrale, auspicabilmente, perché la crisi climatica lo impone. Questo avverrà quando raggiungeremo il famoso picco della domanda di petrolio. Finora, però, la domanda mondiale ha continuato a crescere e l’anno scorso era intorno ai 103-104 milioni di barili al giorno. Quando la domanda inizierà a calare, l’importanza energetica del petrolio non scomparirà di colpo, ma si ridimensionerà lentamente. Bisogna però stare attenti: finora abbiamo sperimentato un mondo che usa sempre più tutte le risorse energetiche. Anche il carbone continua a essere consumato in quantità enormi. Quindi il passaggio sarà lento. Il petrolio rimarrà parte del mix energetico e continuerà a richiedere forme di cooperazione internazionale, anche se forse meno centrali di oggi».<br><strong>In che modo questa crisi può cambiare gli equilibri strategici mondiali tra Stati Uniti, Cina, Russia e Paesi produttori?</strong><br>«La cosa più semplice da dire è questa: se gli Stati Uniti non escono da questa guerra con una chiara vittoria, l’Iran dimostra che non è così facile imporre a un Paese dei BRICS un indirizzo di politica internazionale. L’Iran è entrato nei BRICS nel 2024, e questo conta non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello militare e politico. I BRICS sono un gruppo molto eterogeneo e non sempre solidale. Dentro ci sono anche gli Emirati Arabi, che vedono l’Iran come un nemico. Però, se l’Iran riuscisse a resistere alle scelte americane e a uscire dalla crisi con un accordo favorevole, questo gruppo non occidentale mostrerebbe che non è più possibile imporre direttamente una linea politica dall’esterno. Sarebbe un passaggio storico. E credo che questa crisi verrebbe sicuramente ricordata».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/lo-storico-giuliano-garavini-a-tpi-gli-equilibri-di-potere-mondiali-si-reggono-ancora-sul-petrolio/">Lo storico Giuliano Garavini a TPI: “Gli equilibri di potere mondiali si reggono ancora sul petrolio”</a> proviene da <a href="https://www.thepostinternazionale.it">The Post Internazionale</a>.</p>
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		<title>Volare ai tempi di Hormuz: così le conseguenze della guerra all’Iran hanno messo “a terra” il comparto aereo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:07:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo stallo nella crisi del Golfo e il perdurare del blocco dello Stretto di Hormuz rischiano di avere conseguenze devastanti sul mercato globale dell’energia, considerando che circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas transita attraverso quell’area. Uno dei settori più direttamente coinvolti è quello del trasporto aereo. Il costo del carburante per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/volare-ai-tempi-di-hormuz-cosi-le-conseguenze-della-guerra-alliran-hanno-messo-a-terra-il-comparto-aereo/">Volare ai tempi di Hormuz: così le conseguenze della guerra all’Iran hanno messo “a terra” il comparto aereo</a> proviene da <a href="https://www.thepostinternazionale.it">The Post Internazionale</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Lo stallo nella crisi del Golfo e il perdurare del blocco dello Stretto di Hormuz rischiano di avere conseguenze devastanti sul mercato globale dell’energia, considerando che circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas transita attraverso quell’area. Uno dei settori più direttamente coinvolti è quello del trasporto aereo. Il costo del carburante per l’aviazione è raddoppiato dalla fine di febbraio, con l’inizio dell’escalation tra Stati Uniti e Iran. Così molte compagnie si sono trovate costrette ad aumentare i prezzi dei biglietti e a cancellare decine di migliaia di voli.<br>Le difficoltà di approvvigionamento legate alle tensioni nel&nbsp;Golfo Persico, dunque,&nbsp;stanno già avendo effetti concreti sul traffico aereo globale. E se la crisi dovesse protrarsi anche nelle prossime settimane, i timori per un’estate a dir poco rovente sul piano della mobilità aerea sarebbero quanto mai concreti. I mesi estivi, d’altronde, sono quelli in cui tradizionalmente si registra il picco nei consumi annuali di carburante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi ha tagliato di più</strong><br>I campanelli d’allarme sono già evidenti. Le compagnie aeree globali hanno tagliato in anticipo nel mese di maggio 12mila voli nel mondo, pari a due milioni di posti, passando da 132 milioni a 130 milioni totali di posti. Senz’altro questa è per i vettori di tutto il mondo la sfida più grande dalla pandemia. Eliminare dalla propria programmazione 12mila voli &#8211; in un mese “ponte” come è considerato quello di maggio &#8211; rappresenta una strategia per cercare di risparmiare milioni di litri di cherosene, e garantire così la normale operatività nei mesi estivi, sperando in una situazione internazionale più tranquilla.<br>Secondo un&#8217;analisi della società specializzata Cirium riportata dal <em>Financial Times</em>, l’Asia è stata la più colpita dall’interruzione delle forniture perché dipende maggiormente dal combustibile proveniente dallo Stretto di Hormuz. La tedesca Lufthansa è stata la compagnia con il maggior numero di cancellazioni negli ultimi mesi, con ben 20mila voli soppressi tra maggio e ottobre, perché ritenuti non più redditizi a causa dell’aumento dei costi per il cherosene. Seguono Turkish Airlines, con tremila cancellazioni solo a maggio, e Air China, che ha tagliato soprattutto i collegamenti interni. Numerosi i voli annullati anche tra le compagnie del Golfo, come Emirates, Etihad Airways e Qatar Airways.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lo spettro del razionamento</strong><br>D’altronde il prezzo del jet fuel è, come dicevamo, praticamente raddoppiato dall’inizio della crisi in Medio Oriente. Un problema non da poco per le compagnie aeree, visto che il combustibile per l’aviazione rappresenta tra il 25% e il 40% dei costi operativi di un vettore.<br>«C’è il rischio che si verifichi un razionamento della fornitura di carburante, in particolare in Asia e in Europa», ha dichiarato a <em>Reuters</em> Willie Walsh, a capo della International Air Transport Association (IATA), la principale associazione di categoria delle compagnie aeree mondiali.<br>Il conflitto non ha solo fatto salire i prezzi, ma ha portato anche alla chiusura temporanea degli aeroporti dei Paesi del Golfo Persico, hub prima fondamentali, visto che circa un terzo di tutti i voli dall&#8217;Europa verso l&#8217;Asia faceva scalo proprio lì. Motivo per cui molte compagnie hanno deciso in queste ultime settimane di cancellare i voli che transitavano in quell’area, come conseguenza dell’aumento dei costi e della diminuzione della domanda. Altri vettori internazionali, invece, hanno deciso di coprire le tratte che attraversano il Golfo riducendo la capacità dei voli, vale a dire sostituendo gli aerei più grandi con modelli più piccoli ed efficienti. In altri casi ancora, le compagnie hanno scelto di allungare la rotta per aggirare le zone di crisi (aumentando ore di volo e consumo di carburante).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rebus degli slot</strong><br>C’è poi una questione molto tecnica ma importante per avere un quadro completo dello scenario attuale. Per mantenere i propri &#8220;slot&#8221; aeroportuali, cioè i diritti di decollo e atterraggio in un determinato orario, le compagnie sono obbligate a utilizzarli almeno nell&#8217;80% dei casi ogni anno. In questa fase di grande incertezza, che rischia di provocare un significativo calo della domanda, le compagnie potrebbero preferire far volare aerei quasi vuoti piuttosto che perdere lo slot a favore di un concorrente, con potenziali danni quantificabili in milioni di euro. Su questo punto è intervenuta la Commissione europea, la quale ha stabilito con le nuove linee guida che le compagnie, in questo periodo eccezionale, sono esentate dai normali obblighi relativi agli slot di atterraggio e decollo, e non verranno quindi penalizzate in caso di mancato utilizzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Prospettive “roventi”</strong><br>Che estate sarà, dunque, sul piano del trasporto aereo? Il perdurare delle incertezze sul cruciale&nbsp;Stretto di Hormuz, e, di conseguenza, sugli approvvigionamenti di cherosene, sta spingendo le principali compagnie europee a studiare dei piani di emergenza per affrontare una possibile&nbsp;carenza di jet fuel. Ovviamente tutto dipenderà dall&#8217;evoluzione del conflitto. Le bozze che circolano in questi giorni, come riportato dal <em>Corriere della Sera</em>, prevedono una serie di misure per affrontare la crisi del carburante: cancellazione dei voli di metà giornata, eliminazione delle rotte meno redditizie e taglio dei viaggi nei giorni con minor traffico. Un piano d’emergenza per superare la fase più critica, anche se ancora si tratta di ipotesi sulla carta, come ha spiegato al quotidiano di via Solferino l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary: «Al momento non c’è nulla di concreto, ma con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso il problema delle forniture diventa, settimana dopo settimana, più serio per il nostro settore». Il&nbsp;commissario europeo ai Trasporti,&nbsp;Apostolos Tzitzikostas,&nbsp;ha dichiarato&nbsp;che «al momento non ci sono prove di una carenza di approvvigionamento di carburante per aerei». Tuttavia, «la situazione è piuttosto critica&nbsp;e dobbiamo essere pronti – e lo siamo – a tutti gli scenari».<br>In primis le compagnie aeree potrebbero intervenire, in caso di necessità, cancellando una serie di tratte, individuate come sacrificabili&nbsp;«da subito». «Innanzitutto toglieremmo i voli di metà giornata», ha anticipato O’Leary. «Sono quelli che avrebbero un impatto minore sui movimenti», hanno aggiunto altri due amministratori delegati, che hanno preferito mantenere l’anonimato. L’idea è quindi quella di salvaguardare i viaggi della mattina e del tardo pomeriggio o sera, decisamente più richiesti.<br>L’amministratore delegato di Ryanair e gli altri suoi omologhi interpellati dal <em>Corriere della Sera</em> hanno spiegato che la riduzione straordinaria riguarderebbe anche «i voli nei giorni con meno traffico, ad esempio&nbsp;martedì, mercoledì o sabato». Mentre sarebbero «intoccabili» le partenze di lunedì, venerdì e domenica. Ci sarebbe allo studio anche&nbsp;un taglio significativo delle rotte domestiche, interne ai singoli Paesi, «dove esiste un’alternativa, come i treni, meglio se ad alta velocità», ha aggiunto O’Leary, mentre «verrebbero protetti i voli verso le isole», magari riducendo le frequenze, ma garantendo sempre la connettività giornaliera. Si parte quindi dal taglio delle rotte meno redditizie, vale a dire collegamenti con tassi di riempimento insoddisfacenti e tratte in cui la concorrenza è più forte. In attesa di buone notizie sul piano geopolitico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Diritti dei passeggeri</strong><br>I vettori, inoltre, in questi mesi complessi hanno cercato di far fronte, almeno in parte, all’impennata del jet fuel rincarando, in certi casi a dismisura, i costi per i passeggeri di servizi come l’imbarco dei bagagli, la scelta del posto a sedere o per l’acquisto di una bibita a bordo.<br>A tutela dei diritti dei cittadini che intendono muoversi in aereo, è intervenuta nei giorni scorsi la Commissione europea. Nelle sue linee guida, Bruxelles ha chiarito che i vettori aerei non possono aumentare retroattivamente il prezzo dei biglietti già acquistati, per via degli aumenti dei costi del carburante. Di conseguenza, le compagnie non possono includere termini e condizioni che consentirebbero loro di aumentare il prezzo del biglietto successivamente all&#8217;acquisto.<br>Ma se il proprio volo viene cancellato, a che tipo di rimborsi si ha diritto? Innanzitutto la&nbsp;normativa europea&nbsp;distingue chiaramente tra&nbsp;rimborso del biglietto&nbsp;e&nbsp;risarcimento economico. Il Regolamento CE 261/2004 stabilisce regole chiare a tutela dei viaggiatori: se la compagnia cancella il volo, il passeggero può scegliere tra il rimborso integrale del biglietto oppure l&#8217;imbarco su un volo alternativo il prima possibile. In caso di attesa prolungata, la compagnia è tenuta a fornire pasti, bevande e, se necessario, pernottamento in hotel.<br>Se la cancellazione viene comunicata meno di 14 giorni prima della partenza, il vettore è tenuto a pagare anche una compensazione economica. La Commissione europea, però, considera la mancanza di cherosene una&nbsp;“circostanza straordinaria”, quindi non direttamente imputabile all’azienda. In questi casi la compagnia può essere esonerata dal pagamento dell’indennizzo aggiuntivo previsto per i passeggeri.<br>La situazione cambia se la cancellazione del volo dipende non dalla&nbsp;mancanza fisica del carburante,&nbsp;ma semplicemente dall’aumento dei prezzi: in questa circostanza il risarcimento resta dovuto. In sintesi, le compagnie possono essere esentate dal pagamento di un risarcimento finanziario solo se dimostrano che la cancellazione è stata causata da&nbsp;circostanze straordinarie, come una carenza locale di carburante.&nbsp;Gli&nbsp;importi degli indennizzi variano in base alla&nbsp;distanza della tratta: si parte da 250 euro per i voli inferiori a 1.500 chilometri, per arrivare a 600 euro per i voli oltre i 3.500 chilometri.<br>Per i pacchetti vacanza, la norma europea prevede che l&#8217;organizzatore possa aumentare il prezzo fino all&#8217;8% a causa del costo del carburante, ma deve informare il viaggiatore almeno 20 giorni prima della partenza.&nbsp;<br>Per evitare la chiusura di determinate rotte, inoltre, la Commissione ha esentato temporaneamente le compagnie dalla regola del rifornimento di carburante del 90% (che impone ai vettori di rifornirsi all&#8217;interno dell&#8217;Unione di almeno il 90% del combustibile necessario per i voli).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Soluzioni americane</strong><br>L’Ue, per evitare blocchi operativi nel corso dell’ormai imminente stagione estiva, sta anche prendendo in considerazione l’utilizzo del&nbsp;carburante “Jet A”, normalmente impiegato negli&nbsp;Stati Uniti&nbsp;e in&nbsp;Canada. Gli aeroporti europei utilizzano quasi esclusivamente il&nbsp;“Jet A-1”. Ma la possibilità di importare e utilizzare temporaneamente il “Jet A” americano viene ora vista come una possibile&nbsp;misura di emergenza, per alleggerire la pressione sugli scali che stanno registrando carenze di cherosene.<br>Dal punto di vista tecnico, il “Jet A” e il “Jet A-1” appartengono alla stessa famiglia di carburanti. La&nbsp;differenza principale&nbsp;riguarda però il comportamento alle basse temperature. Il “Jet A-1” resta stabile fino a circa -47 gradi, mentre il “Jet A” raggiunge il proprio limite intorno ai -40 gradi. Una distanza apparentemente minima, ma che ad alta quota e sulle tratte intercontinentali &#8211; quando le temperature esterne possono scendere ben oltre i -40 gradi &#8211; può diventare determinante. Uno scarto, infatti, che richiede procedure specifiche per evitare la cristallizzazione del carburante e l&#8217;ostruzione dei filtri. Per questo l’apertura al “Jet A” americano&nbsp;è vista non tanto come una soluzione strutturale, ma una misura&nbsp;tampone per aiutare il Vecchio Continente&nbsp;a superare i mesi estivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una nuova strategia</strong><br>In questa situazione di grande incertezza, si sta assistendo nell’ultimo mese a un vero e proprio paradosso. Alcune compagnie stanno adottando una strategia opposta a quella degli aumenti indiscriminati, proponendo sconti aggressivi, almeno su determinate tratte, per evitare un crollo drammatico delle prenotazioni estive.<br>Secondo un&#8217;analisi condotta dal&nbsp;<em>Financial Times</em>, i prezzi per i voli di luglio verso il Mediterraneo sono diminuiti su 27 delle 50 principali rotte europee. Il caso più significativo è rappresentato dalla tratta Milano-Madrid, che ha visto un crollo del 44%. Un clima di sfiducia generalizzata che spinge i viaggiatori europei sempre più verso il last minute, per ridurre i timori che il volo possa essere cancellato. Quella delle compagnie aeree è, dunque, una strategia di sopravvivenza, che porta ad abbassare i prezzi su determinate tratte nel tentativo di&nbsp;rilanciare le prenotazioni. Tanti dubbi, insomma, e in fondo un’unica certezza: tra cancellazioni e rincari, il perdurare dello stallo nel conflitto rischia di far vivere un’estate sulle montagne russe per chi deciderà di spostarsi in aereo.</p>
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		<title>L’Italia e la sua continua e inquieta ricerca di un’altra legge elettorale (di S. Mentana)</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:06:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[settimanale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sbarramento. Quorum. Proporzionale. Maggioritario. Collegi uninominali, circoscrizioni proporzionali, diritto di tribuna e sistema dei resti. Come spiegare a chi ha cose più urgenti &#8211; e probabilmente interessanti – da fare che quell’apostrofo rosa tra scorporo e disgiunto, quello strano linguaggio esoterico chiamato sistema elettorale, non è un codice per pochi eletti, ma qualcosa che riguarda [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sbarramento. Quorum. Proporzionale. Maggioritario. Collegi uninominali, circoscrizioni proporzionali, diritto di tribuna e sistema dei resti. Come spiegare a chi ha cose più urgenti &#8211; e probabilmente interessanti – da fare che quell’apostrofo rosa tra scorporo e disgiunto, quello strano linguaggio esoterico chiamato sistema elettorale, non è un codice per pochi eletti, ma qualcosa che riguarda letteralmente tutti?<br>Perché la democrazia deve coinvolgere tutti, ma votare non significa banalmente mettere una croce e stabilire che chi ha un voto in più ha vinto: è un insieme di regole e meccanismi che devono adeguarsi alle necessità e alle caratteristiche specifiche di ogni Paese. Se così non fosse, avremmo un sistema elettorale universale. Ma se ogni volta sentiamo parlare di first past the post britannico, doppio turno alla francese, proporzionale alla tedesca e voto singolo trasferibile all’australiana, evidentemente il discorso non è così lineare.<br>Cambiare la legge elettorale non è quindi un esercizio per tecnici o strani appassionati di una così specifica materia, ma significa cambiare le “regole del gioco”, di quel gioco tramite il quale eleggiamo i rappresentanti chiamati a occuparsi di pensioni, salari, welfare, sanità e tante altre questioni che riguardano la vita di tutti i giorni. Esigenze tangibili che tante volte riteniamo essere messe in secondo piano proprio da questioni apparentemente esoteriche.<br>Proprio in queste settimane il dibattito politico è tornato a parlare quel linguaggio per iniziati fatto di suffissi latini, tra Mattarellum e Porcellum, Italicum e Rosatellum, regalandoci un nuovo vocabolo da inserire in questa collezione: Stabilicum. Poco importa approfondire ora il contenuto di questa proposta di legge, che inevitabilmente sarà vista come meravigliosa da alcuni e obbrobriosa da altri, ma fatto sta che una nuova legge elettorale sancirebbe la quarta diversa con cui gli italiani saranno chiamati al voto dall’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica dopo il Mattarellum, il Porcellum e il Rosatellum, senza contare che quest’ultima, attualmente in vigore, è stata lievemente corretta per adeguarla al taglio dei parlamentari e che in mezzo a queste c’è stato anche l’Italicum, tuttavia mai utilizzato in alcuna elezione dopo l’intervento della Corte costituzionale.<br>La morale è che, ad oggi, nel groviglio di formule che definiscono i sistemi elettorali, è pressoché impossibile identificare un “sistema all’Italiana”, proprio per la schizofrenia con cui ci si è approcciati all’argomento, cercando più di rispondere a esigenze momentanee che creare un sistema capace di adattarsi al modo di esprimersi politicamente degli italiani. E così, da quando in vista del voto del 2006 il governo Berlusconi decise che il Mattarellum, che fino a quel momento aveva garantito una discreta stabilità e al tempo stesso una variegata rappresentanza, ci siamo trovati in un continuo dibattito su cambiare, rivedere, correggere la legge elettorale, con il risultato di soddisfare raramente gli auspici del legislatore di turno e finendo soprattutto per creare sempre più confusione negli elettori che, forse anche per questo, nel tempo sono stati sempre più tiepidi nei confronti le urne.</p>
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		<title>Il risiko del petrolio tra Usa, Russia, Cina ed Europa: vincitori e vinti della crisi nello Stretto di Hormuz</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:04:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Storie dal mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In ogni guerra c’è chi guadagna e c’è chi perde, anche in quelle che sembrano destabilizzare l’intero ordine mondiale. Anche nel conflitto in Iran. L’escalation in Medio Oriente e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici ed economici [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/il-risiko-del-petrolio-tra-usa-russia-cina-ed-europa-vincitori-e-vinti-della-crisi-nello-stretto-di-hormuz/">Il risiko del petrolio tra Usa, Russia, Cina ed Europa: vincitori e vinti della crisi nello Stretto di Hormuz</a> proviene da <a href="https://www.thepostinternazionale.it">The Post Internazionale</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">In ogni guerra c’è chi guadagna e c’è chi perde, anche in quelle che sembrano destabilizzare l’intero ordine mondiale. Anche nel conflitto in Iran. L’escalation in Medio Oriente e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici ed economici globali. E mentre l’Occidente tenta di evitare lo scenario peggiore, ovvero quello di uno shock energetico, alcuni attori internazionali stanno trasformando la crisi in Medio Oriente in un vero e proprio vantaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I calcoli di Mosca<br></strong>È il caso della Russia di Putin che, nonostante gli sforzi bellici ed economici dopo quattro anni di guerra in Ucraina, che hanno provocato un Pil in ribasso e il deficit in aumento, le sanzioni imposte dall’Occidente per l’invasione di Kiev e l’isolamento politico, oggi si ritrova di nuovo al centro della scena internazionale grazie alla decisione di Trump e Netanyahu di attaccare l’Iran, peraltro alleato storico di Mosca. Allo stato attuale, infatti, non si può non considerare la Russia come una delle principali vincitrici dell’escalation in Medio Oriente. Secondo il <em>Financial Times</em>, a marzo, quindi subito dopo l’inizio dell’offensiva israelo-statunitense in Iran, Mosca ha guadagnato fino a 150 milioni di dollari al giorno in entrate di bilancio extra dalle vendite di petrolio. Ad aprile, la Russia ha incassato 9 miliardi di dollari dalle vendite di petrolio: il doppio dei ricavi petroliferi che Mosca aveva prima della guerra. Ogni rialzo del greggio si traduce in miliardi di dollari per Putin, che può contare anche su un allentamento delle sanzioni statunitensi, e che così può continuare a finanziare lo sforzo bellico sostenendo un’economia che, seppur in difficoltà, ha dimostrato una resilienza superiore alle aspettative occidentali. Quando il prezzo del petrolio sale, infatti, aumentano automaticamente anche le entrate derivanti dalle esportazioni russe di greggio, gas e prodotti raffinati. Mosca, infatti, ha ri-orientato il proprio export energetico verso Asia, Africa e Medio Oriente, trovando nuovi acquirenti disposti a ignorare, o aggirare, il sistema sanzionatorio imposto da Stati Uniti ed Europa. C’è un numero piuttosto eloquente in merito ed è quello relativo all’India, la cui domanda è aumentata del 50%.<br>Ma il fattore energetico non è l’unico che sta favorendo la Russia. Mosca, infatti, sta beneficiando anche del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano consumato più missili di difesa Patriot dall&#8217;inizio del conflitto con l&#8217;Iran di quanti ne abbia ricevuti Kiev dal 2022, anno dell&#8217;invasione su larga scala dell&#8217;Ucraina da parte della Russia. «Immaginate se entrassimo nella stagione invernale e i russi riuscissero ad accumulare una grande scorta di missili balistici per poi lanciarli contro le infrastrutture ucraine, le grandi città e le installazioni militari», ha dichiarato Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center, a <em>Foreign Policy Live</em>. «Sarebbe un problema serio».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’avanzata di Pechino<br></strong>Non si può parlare di Russia, Iran e Stati Uniti senza ovviamente menzionare la Cina. La situazione di Pechino non è certo così favorevole rispetto a Mosca ma, paradossalmente, il Paese di Xi Jinping, alla lunga, potrebbe rivelarsi il vero grande vincitore della guerra in Iran. Questo nonostante Pechino intrattenga ancora rapporti stretti con il regime iraniano e sia penalizzato dal blocco dello stretto di Hormuz dal momento che la Cina importa circa il 75% del petrolio che utilizza, di cui la metà arriva proprio dal Medio Oriente. Pechino, oltre a disporre delle maggiori riserve strategiche mondiali di petrolio, continua a comprare enormi quantità di petrolio russo a prezzi ribassati, consolidando una relazione economica e geopolitica sempre più strategica con Mosca. Il vantaggio cinese non è solamente economico ma anche di natura politica, diplomatica e militare. Pechino, infatti, viene percepito come un attore più pragmatico e meno interventista rispetto agli Stati Uniti. Così, mentre Washington viene accusata di aver perso capacità di mediazione e influenza, la Cina tenta di accreditarsi come potenza stabilizzatrice e partner commerciale affidabile. Nelle stesse ore in cui Donald Trump arrivava a Pechino per incontrare Xi Jinping, il <em>Washington Post</em> pubblicava un articolo, sulla base di un&#8217;inchiesta esclusiva derivante da un rapporto dell’intelligence statunitense, in cui si sottolineava come la Cina stesse “approfittando” della guerra in Iran per rafforzare propria posizione strategica nei confronti degli Stati Uniti in ambito militare, economico e diplomatico. Nel rapporto, a cui hanno avuto accesso funzionari statunitensi citati dal quotidiano, viene sottolineato come il conflitto in Medio Oriente stia consumando risorse militari statunitensi, in particolar modo munizioni e capacità operative, che potrebbero essere necessarie in un potenziale confronto con la Cina nell’Indo-Pacifico. Come sottolineato precedentemente, anche nel rapporto di intelligence si evidenzia come Pechino stia traendo vantaggi diplomatici presentandosi sempre di più come una potenza responsabile e non interventista. Inoltre, secondo il quotidiano, la Cina, attraverso le sue aziende tecnologiche, starebbe utilizzando strumenti di intelligenza artificiale per analizzare le operazioni militari statunitensi, rafforzandosi, così, in eventuali e ipotetici scenari futuri competitivi.<br>Negli ultimi anni, inoltre, la leadership cinese ha investito molto nella costruzione di una rete globale di relazioni economiche attraverso la Nuova Via della Seta, accordi infrastrutturali e investimenti strategici. L’instabilità energetica globale rischia paradossalmente di rafforzare questa posizione, soprattutto nei confronti di Paesi emergenti alla ricerca di alternative all’ordine economico dominato dall’Occidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le perdite di Bruxelles<br></strong>Se la crisi in Medio Oriente si sta trasformando o possa trasformarsi in un’opportunità per Russia e Cina, altrettanto non si può dire per l’Europa che appare come la grande sconfitta. Il Vecchio Continente, infatti, paga una fragilità strutturale: l’elevata dipendenza energetica dall’estero e l’assenza di una vera politica comune in materia di sicurezza energetica.<br>Dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, l’Unione Europea ha progressivamente abbandonato il gas russo, sostituendo le forniture di Mosca con importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti, dal Qatar e da altri prodotti internazionali. Questo ha avuto un impatto enorme sui costi: il caro-energia ha alimentato l’inflazione e, di conseguenza, aumentato il costo della vita per milioni di cittadini, oltre ad aver indebolito la competitività industriale europea.&nbsp;Secondo quanto dichiarato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in soli 60 giorni la spesa per l’importazione di combustibili fossili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro, con una perdita stimata di circa 500 milioni di euro al giorno.<br>La preoccupazione maggiore è ovviamente per un eventuale shock energetico che potrebbe verificarsi se il blocco dello stretto di Hormuz dovesse perdurare. La prolungata riduzione del traffico marittimo, infatti, farebbe aumentare, così come già accaduto, i prezzi del petrolio e del gas con effetti immediati e devastanti su bollette, trasporti e produzione industriale. Proprio il settore dell’industria è quello che preoccupa di più: settori energivori quali chimica, acciaio, automotive e manifattura stanno già affrontando una crescente concorrenza internazionale da parte di economie che possono contare su costi energetici più bassi. Un ulteriore aumento dei prezzi, dunque, rischierebbe di accelerare processi di delocalizzazione e perdita di competitività.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La postura di Washington<br></strong>In questo scenario come si collocano gli Stati Uniti? In una via di mezzo. Il crollo delle forniture arabe, infatti, ha dato una spinta alla forza produttiva statunitense nel settore energetico grazie allo shale gas e al gas naturale liquefatto. Gli Usa, infatti, hanno registrato 4,5 miliardi di dollari di ricavi aggiuntivi grazie allo shale gas. Tuttavia, come detto precedentemente, se economicamente gli Usa riescono a beneficiare della crisi in Medio Oriente, diverso è il discorso diplomatico, politico e militare in cui l’America rischia di pagare un prezzo alto. La guerra all’Iran ha innanzitutto intaccato pericolosamente le scorte militari statunitensi: secondo i calcoli del Center for Strategic and International Studies (Csis) gli Stati Uniti hanno consumato almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione; il 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot; il 30% delle scorte di missili da crociera Tomahawk; il 20% dei missili aria-terra a lungo raggio e circa il 20% degli intercettori Sm-3 e Sm-6 per il sistema Aegis. Il conflitto contro Teheran, inoltre, danneggia la credibilità internazionale dell’America, oltre ad aver incrinato i rapporti tra Washington e alcuni partner, come il Regno Unito.<br>Solo sul lungo periodo, però, potremmo dire realmente chi ha vinto e chi ha perso. Le crisi energetiche, infatti, non producono solamente effetti economici immediati, ma, come visto, ridefiniscono alleanze, spostano equilibri geopolitici e accelerano trasformazioni già in corso. Certo è che Russia e Cina più di tutte sembrano aver compreso che il nuovo mondo si costruisce anche attraverso il controllo delle risorse energetiche, delle catene logistiche e delle infrastrutture strategiche, mentre l’Europa, ancora una volta, appare schiacciata tra lentezza decisionale, dipendenza energetica e difficoltà nel definire una strategia comune. Il risultato? Mentre Mosca incassa e Pechino consolida la propria influenza, il conto più pesante rischia di pagarlo il Vecchio continente.</p>
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		<title>La straordinaria storia di Christopher Eppinger: il trader trentenne che ha guadagnato 250 milioni di dollari con il petrolio russo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:03:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storie dal mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Petroliere &#8220;ombra&#8221;, raffineria &#8220;teiera&#8221; e intermediari che gestiscono miliardi. Sono i cardini di quell&#8217;economia parallela che, dopo l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, si è consolidata all&#8217;ombra delle sanzioni occidentali, dirigendo il flusso di idrocarburi provenienti da Paesi avversari dell’Occidente. Un sistema per definizione opaco, fiorito tra le maglie dei divieti imposti dai Paesi occidentali, che per anni [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Petroliere &#8220;ombra&#8221;, raffineria &#8220;teiera&#8221; e intermediari che gestiscono miliardi. Sono i cardini di quell&#8217;economia parallela che, dopo l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, si è consolidata all&#8217;ombra delle sanzioni occidentali, dirigendo il flusso di idrocarburi provenienti da Paesi avversari dell’Occidente. Un sistema per definizione opaco, fiorito tra le maglie dei divieti imposti dai Paesi occidentali, che per anni hanno ammesso limiti ed eccezioni alle sanzioni per non destabilizzare il mercato petrolifero.<br>Al suo cuore una rete di intermediari che hanno sfruttato le condizioni create dal disordine geopolitico per accumulare fortune, muovendosi in una zona grigia dal punto di vista legale e soprattutto politico.&nbsp;Un modo di fare affari messo a rischio dalla stretta impressa negli ultimi mesi dai Paesi occidentali, che sperano di piegare Mosca e convincerla ad accettare condizioni più favorevoli all&#8217;Ucraina e ai suoi alleati. Tanto da segnare, secondo alcuni, la fine di un&#8217;epoca in cui era possibile continuare ad accumulare milioni senza varcare la soglia dell&#8217;illegalità.<br>Tra questi c&#8217;è il giovane trader tedesco Christopher Eppinger, a cui il <em>Financial Times</em> ha dedicato un lungo articolo che offre un quadro, per molti versi inedito, di come la filiera che rifornisce le multinazionali occidentali ha reagito alle sanzioni contro la Russia e al price cap imposto dai Paesi del G7, oltre a soffermarsi sulla vita sfarzosa che il 32enne conduce nel sud della Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un&#8217;ascesa fulminea</strong><br>In appena due anni e mezzo di attività, Eppinger è arrivato a scambiare petrolio e prodotti derivati, spesso russi, per un valore di circa 2 miliardi di dollari, guadagnandone più di 250 milioni.&nbsp;Denaro che ha scelto in parte di investire in una villa da 7 milioni di euro in Costa Azzurra, costata altri 14 milioni in lavori di ristrutturazione, e un&#8217;abitazione per i genitori che sta ristrutturando al costo di 5 milioni di euro. A Cannes si è anche fatto notare per una targa affissa a uno dei ristoranti più esclusivi della cittadina per ricordare la sera del suo 30esimo compleanno, quando ha ordinato 300 bottiglie di champagne Louis Roederer Cristal per i suoi invitati.&nbsp;Sono i frutti di un&#8217;ascesa fulminea nel mondo del trading energetico, favorita dalla sua capacità di tessere relazioni e cogliere le occasioni scaturite dall&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina.<br>Nato in un paesino a nord di Amburgo, Eppinger dice di aver sempre voluto fare il trader di petrolio. A ispirarlo è stato il padre di un amico di infanzia, un ex dipendente della svizzero-olandese Vitol diventato ricco nel commercio di petrolio. Tramite lui, quando era adolescente, ha conosciuto il fondatore della multinazionale mineraria Glencore Marc Rich, accusato di evasione fiscale e poi graziato da Bill Clinton. «Ho iniziato a capire che i veri avvocati, medici, ingegneri e tutte queste persone con le più alte lauree universitarie non se ne stanno seduti a St. Moritz a bere champagne», ha raccontato al quotidiano londinese. Dopo gli inizi nella compagnia petrolifera nazionale kazaka, Eppinger si è lanciato, a 23 anni, nel business delle raffinerie, per poi cercare di mettersi in proprio assieme a partner kazaki. Un progetto naufragato dopo che questi ultimi sono scomparsi con i soldi degli investitori, uno dei quali lo ha accusato di frode.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il primo, grande affare<br></strong>Nel 2021 ha deciso di ripartire dall&#8217;emirato di Dubai dove, allo scoppio della guerra in Ucraina, si è presentata l&#8217;occasione che aspettava. Quando ha saputo che il colosso tedesco Uniper non avrebbe più acquistato olio combustibile russo, che usava per produrre carburante per navi in una raffineria di Fujairah, Eppinger si è proposto per reperire un&#8217;alternativa. Si è così legato al commerciante pakistano Murtaza Lakhani e alla sua Mercantile &amp; Maritime Group (M&amp;M), che a maggio 2022 ha spedito alla neonata società di Eppinger un carico di quasi 60mila tonnellate di combustibile proveniente da serbatoi europei, fruttando al giovane trader il suo primo milione di dollari.<br>Ma è bastato poco tempo per mettere in evidenza quanto queste attività potessero essere rischiose. Per le operazioni successive Eppinger aveva scelto di puntare ancora una volta sul Kazakistan, acquistando 98mila tonnellate di combustibile dal Paese dell&#8217;Asia centrale. Dopo che Uniper è venuta a sapere che il combustibile era stato spedito da un porto russo, ha rifiutato di ricevere il carico, convinta che anch&#8217;esso fosse di provenienza russa. Indebitato con il suo fornitore per 100 milioni di dollari, con la prospettiva di pagare decine di migliaia di dollari per ogni giorno che la petroliera trascorreva al largo di Fujairah, Eppinger ha deciso di rivolgersi a un noto studio legale statunitense, che è riuscito a dimostrare la provenienza kazaka del petrolio, costringendo Uniper ad accettare il carico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Scappatoia legale<br></strong>Nonostante l&#8217;esito positivo, Eppinger ha dovuto cercare altri operatori a cui affidarsi per non dover trattare più direttamente con Uniper, con cui i rapporti si erano ormai logorati. Si è così rivolto a un&#8217;altra azienda di Fujairah, la Gulf Petrol Supplies (Gps), che a sua volta si occupava di rivendere la merce alla multinazionale tedesca. Gli scambi coinvolgevano anche un&#8217;altra azienda, la Tejarinaft, registrata in una delle zone di libero scambio di Dubai, che forniva alla società di Eppinger combustibile già presente negli Emirati, tramite trasferimento tra serbatoi (&#8220;inter-tank transfer&#8221;). Il prodotto, che veniva per la maggior parte inviato alla Gps per poi essere ceduto a Uniper, proveniva originariamente dalla Russia. Questo non era un problema però: quando arrivava alla CE Energy di Eppinger era accompagnato da una certificazione che ne attestava la miscelazione negli Emirati. Tanto bastava per soddisfare i legali della sua società ed evitare problemi con i clienti. Oltre a Uniper, secondo quanto riporta il <em>Financial Times</em>, il combustibile ricevuto da CE Energy arrivava anche al colosso svizzero-olandese Vitol, che ha una raffineria a Fujairah.<br>Neanche l&#8217;introduzione del price cap, il tetto ai prezzi imposto dai Paesi del G7 sul commercio di petrolio russo è stato un ostacolo agli affari ma anzi, secondo Eppinger, ha reso più chiari i limiti entro cui operatori come la sua società potevano muoversi. Da febbraio 2023, quando il tetto ai prezzi è entrato in vigore, sostiene che tutti i carichi con un certificato di provenienza russo sono stati acquistati a prezzi inferiori al cap. In altri casi, i carichi acquistati da Eppinger avevano certificati che ne accertavano la provenienza, o la miscelazione, in Paesi diversi dalla Russia. I suoi avvocati, secondo quanto riporta il <em>Financial Times</em>, gli avevano assicurato che in base alle norme sulle sanzioni non era necessario verificare la documentazione. Bastava avere il certificato emesso da un&#8217;autorità, accettato dal governo. «Allora», secondo Eppinger, «è un dato di fatto».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Acquisti a credito<br></strong>Un fattore significativo nel successo della CE Energy è stato anche il particolare contesto in cui si è trovata ad operare dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina. La riluttanza della maggior parte delle banche ad avere rapporti con la Russia aveva infatti costretto i produttori russi a vendere a credito agli intermediari, consentendo a tutti i componenti della filiera di posticipare il pagamento fino a quando non avessero ricevuto i fondi dal cliente finale. Un&#8217;opportunità per una nuova arrivata come CE Energy che ha potuto allargare il suo giro d&#8217;affari in breve tempo, movimentando miliardi di dollari.<br>Dal 2022 CE Energy è arrivata a scambiare 3,3 milioni di tonnellate di petrolio e prodotti derivati, prima di abbandonare il mercato a febbraio 2025. Una decisione maturata a seguito dell&#8217;annuncio del presidente statunitense Joe Biden, che prima di lasciare la Casa bianca aveva annunciato sanzioni contro diversi operatori con sede a Dubai. I rischi per Eppinger erano diventati troppi per poter continuare a gestire nello stesso modo la sua attività, che non avrebbe neanche più potuto beneficiare delle condizioni di pagamento favorevoli. Per questo ha deciso di puntare verso approdi meno rischiosi e giocare la carta della trasparenza, sperando di acquisire credibilità agli occhi delle banche e degli investitori che dovranno finanziare la sua prossima impresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un&#8217;economia in difficoltà</strong><br>Per la Russia la stretta alle sanzioni si sta accompagnando a un forte rallentamento dell&#8217;economia, su cui pesano allo stesso tempo i tassi a doppia cifra imposti dalla banca centrale per contrastare l&#8217;inflazione. Nonostante l&#8217;impennata dei prezzi del greggio seguita allo scoppio della guerra con l&#8217;Iran, le stime per la crescita di quest&#8217;anno sono poco rassicuranti per il Cremlino, passando dall&#8217;1,3 per cento annunciato da Mosca lo scorso settembre allo 0,4 per cento previsto nelle scorse settimane, dopo che a inizio anno è stata registrata la prima contrazione trimestrale dal 2023. Secondo alcune stime, nei primi due mesi dell&#8217;anno i proventi dalle esportazioni energetiche russe si sono dimezzati. Effetto anche del calo degli acquisti da parte delle raffinerie indiane, dopo mesi di pressioni da parte di Washington su Nuova Delhi, che dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina era diventata il principale acquirente di greggio russo trasportato via mare.<br>Per aumentare ulteriormente la pressione su Vladimir Putin, i Paesi europei stanno preparando un nuovo pacchetto di sanzioni, il 21esimo, per colpire la flotta ombra che ha trasportato il petrolio russo in tutto il mondo, oltre che istituti finanziari e aziende militari russe. Secondo quanto riporta <em>Politico</em>, la Commissione europea potrebbe anche riesaminare la proposta di vietare i servizi marittimi alle navi russe, un&#8217;iniziativa finora osteggiata da Malta e Grecia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il prossimo passo<br></strong>Un contesto che lascia meno spazio di manovra a intermediari come Eppinger, il quale ha annunciato nelle scorse settimane che la sua società, rinominata Petrichor, sbarcherà in Guyana. Nel Paese sudamericano, diventato protagonista di una corsa all&#8217;oro nero dopo la scoperta di maxi-giacimenti offshore nel 2015, Petrichor intende acquistare una cava e partecipare a gare d&#8217;appalto per il trasporto di petrolio e prodotti derivati, investendo più di 60 milioni di dollari nei prossimi tre anni. Al petrolio russo invece Eppinger non è più interessato, perché «bisogna saper lasciare il casinò quando si vince».</p>
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		<title>Benzina sul fuoco: chi si arricchisce con la guerra all’Iran?</title>
		<link>https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/benzina-sul-fuoco-chi-si-arricchisce-con-la-guerra-alliran/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[thepostadmin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[settimanale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dall’inizio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha bloccato il transito di un quinto del petrolio commerciato a livello mondiale, il prezzo degli idrocarburi è schizzato.I mercati sussultano alle minacce del presidente americano sul suo social Truth e alle tensioni nel Golfo [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dall’inizio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha bloccato il transito di un quinto del petrolio commerciato a livello mondiale, il prezzo degli idrocarburi è schizzato.<br>I mercati sussultano alle minacce del presidente americano sul suo social Truth e alle tensioni nel Golfo Persico, mentre il prezzo del petrolio viaggia oggi sopra i 100 dollari al barile, (contro meno di 70 prima della guerra).<br>Il conflitto si è espanso quando in risposta agli attacchi occidentali Teheran ha colpito diversi hub e raffinerie nei Paesi del Golfo, spingendo ancora di più al rialzo i prezzi di diesel, benzina, gas e cherosene in Europa. Alcuni Stati, come il Bangladesh e lo Sri Lanka, hanno dovuto correre ai ripari, applicando razionamenti di energia e carburanti.&nbsp;&nbsp;<br>Le aziende fossili, invece, possono festeggiare. Total Energies, la principale multinazionale petrolifera francese, attiva in 120 Paesi sparsi su cinque continenti, ha realizzato profitti record, pari a 5,8 miliardi di dollari nel primo quadrimestre del 2026, un aumento del 51% rispetto allo stesso periodo nel 2025.&nbsp;<br>Altri gruppi petroliferi hanno registrato risultati simili. British Petroleum ha visto i suoi profitti schizzare del 131% rispetto ad un anno fa. Per il gigante saudita Saudi Aramco l’aumento è stato del 26%, con un utile di 33,6 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2026.&nbsp;<br>Per Aramco, decisivo è stato il possesso dell’oleodotto “East West”, che attraversa la Penisola Arabica dal Mar Rosso al Golfo Persico ed è quindi essenziale per aggirare il blocco dello Stretto. Un’infrastruttura che, secondo l’amministratore delegato Amin Hassan Nassr, contribuirà «ad attenuare l&#8217;impatto di una crisi energetica globale e fornire sostegno ai clienti». Ma il “sostegno” arriva soprattutto agli azionisti, a cui verranno versati 26 miliardi di dollari di dividendi, come annunciato dall’azienda.<br>Gli investitori nelle major del petrolio possono anche rallegrarsi di un aumento della propria capitalizzazione di mercato, che ha raggiunto un picco a fine marzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Prezzi in rialzo, stessi costi</strong><br>Dopo meno di due settimane dai primi attacchi sull’Iran, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) lanciava l’allarme, denunciando come la guerra stesse creando «la più grave crisi dell’offerta nella storia del mercato del petrolio».<br>Il timore di un drastico calo della produzione ha fatto esplodere il prezzo globale del greggio disponibile sul mercato, anche per i barili che non sono impattati dalla crisi. In un sistema capitalista mondializzato, il conflitto in Medio Oriente fa aumentare il prezzo del petrolio prodotto nel Mare del Nord come quello bloccato nel Golfo Persico.&nbsp;<br>«È la logica spietata del mercato», ci spiega Rory Johnston, analista del settore e fondatore del centro di ricerca Commodity Context. «I prezzi elevati sono il modo in cui il mercato raziona l’offerta residua disponibile. Questo danneggia maggiormente le persone a basso reddito perché, in proporzione al loro bilancio familiare, pagheranno di più rispetto a una famiglia benestante».<br>Le aziende produttrici possono dunque vendere a prezzi al rialzo, anche quando i costi di produzione rimangono uguali. Ad esempio la spagnola Repsol, che non ha giacimenti in Medio Oriente, ha visto il suo profitto aumentare del 57% nel primo quadrimestre 2026, un risultato influenzato, secondo un comunicato, dalla «volatilità del contesto macroeconomico globale».<br>Anche le aziende che hanno dovuto diminuire la produzione a causa della guerra hanno potuto trarne profitto. A metà marzo la stessa TotalEnergies ha dichiarato in una nota che, nonostante il 15% della sua attività sia stato interrotto dalla guerra perché situato in Qatar, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, «l’aumento del prezzo del petrolio compensa ampiamente la perdita di produzione in Medio Oriente».<br>Shell ha interrotto a metà marzo la produzione di gas naturale liquefatto (gnl) del suo impianto Pearl, in Qatar, danneggiato da un attacco iraniano. Ciononostante, l’azienda britannica ha più che raddoppiato i suoi profitti tra fine 2025 e inizio 2026. Su 6,92 miliardi di dollari di utile, quasi 2 miliardi provengono dal trading e dalle raffinerie, che hanno aumentato il loro margine di profitto rispetto al 2025 grazie all’aumento dei prezzi dei carburanti.<br>Perché non è solo al livello estrattivo che le aziende hanno potuto godere dei benefici della guerra. Uno studio commissionato da Greenpeace mostra che in Europa le aziende impegnate nella raffinazione di carburanti (spesso esse stesse attive nell’estrazione di greggio) hanno fatto pagare ai consumatori più di quanto gli sia costato effettivamente l&#8217;aumento del greggio. Le aziende fossili europee avrebbero guadagnato così una media di 81,4 milioni di euro supplementari al giorno di extraprofitti durante le prime tre settimane di marzo.<br>«Lo scoppio delle guerre – ci spiega Emiliano Brancaccio, professore associato di economia politica presso l’Università Federico II di Napoli – ha sempre determinato occasioni di speculazione. Il conflitto militare crea sempre strozzature reali nella produzione e distribuzione di materie prime e di merci, a cui poi si aggiungono le restrizioni fittizie create dai cosiddetti speculatori, che guadagnano dai rialzi ulteriori dei prezzi. Fino a quando questi scenari di guerra perdurano, gli speculatori continueranno a brindare».<br>Cosa significa per i consumatori? Nel caso dell’Italia, Greenpeace stima il costo di questi extraprofitti a 14 centesimi per ogni litro di diesel alla pompa durante il mese di marzo. Un numero che non sorprende se si guardano i margini di raffinazione delle singole aziende – sarebbe a dire il guadagno sulla produzione di carburanti. Nel caso di Eni, ad esempio, sono quasi triplicati rispetto all’anno scorso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Scommesse finanziarie</strong><br>La corsa ai profitti non si ferma al livello puramente produttivo, ma si intensifica quando dai giacimenti e dalle raffinerie ci si sposta nel mondo della finanza, dove aziende, banche, fondi e traders possono scommettere sul prezzo del petrolio.&nbsp;<br>«La volatilità è essenzialmente la migliore amica di un trader», spiega Rory Johnston. «Ogni volta che Trump pubblica un post sui social e i prezzi del greggio scendono di 15 dollari al barile, qualcuno può cogliere l’occasione e acquistare, se considera che si tratta di una reazione esagerata». Non gli resta poi che aspettare che il prezzo salga di nuovo per vendere e registrare un profitto. «E poi il ciclo si ripete ancora e ancora», prosegue l’analista.<br>TotalEnergies, secondo un articolo del <em>Financial Times</em>, ha più che raddoppiato i suoi acquisti di petrolio proveniente dal Golfo dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, accumulando greggio proveniente dall’Oman e dagli Emirati Arabi Uniti, il cui prezzo non ha smesso di salire fino a toccare i 170 dollari al barile il 19 marzo. Una scommessa che, secondo il quotidiano finanziario londinese, è valsa al gruppo più di un miliardo di dollari di profitti extra.<br>Le opportunità per fare questo tipo di affari non mancano alle aziende petrolifere. Il gioco d’azzardo è una parte costitutiva del mercato del petrolio mondiale. Le multinazionali e le compagnie di trading, infatti, spesso non comprano il petrolio al suo prezzo attuale, ma al prezzo che il mercato prevede che avrà in futuro. Sono i cosiddetti contratti “futures”.&nbsp;<br>Sperando in una risoluzione del conflitto, i futures per acquistare greggio nei prossimi mesi applicano prezzi molto più bassi del prezzo attuale del petrolio. Se la crisi in Medio Oriente si prolungasse, continuando a limitare l’offerta e mantenendo alti i prezzi, chi avrà acquistato oggi con i contratti futures realizzerà un guadagno.&nbsp;Le famiglie, invece, non hanno altra scelta che pagare il prezzo della crisi oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Pioggia di dividendi</strong><br>A cosa serviranno i guadagni supplementari per queste aziende? A finanziare investimenti in energie rinnovabili? Ad aumentare i salari? Non proprio: Eni, ad esempio, si è impegnata «a distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario» agli azionisti, se il barile dovesse rimanere sopra 90 dollari.<br>Su quasi sei miliardi di profitti registrati da TotalEnergies, due miliardi andranno direttamente agli azionisti sotto forma di dividendi, e l’azienda si è impegnata ad impiegarne altri 1,5 miliardi nel riacquisto di azioni proprie, un&#8217;operazione praticata dalle aziende quotate in borsa per fare aumentare il valore dei propri titoli, in modo da arricchire gli investitori. L’azienda non ha dato seguito alla richiesta di commento di <em>TPI</em>.<br>In questa crisi, secondo Emiliano Brancaccio, «si pone il problema della salvaguardia dei salari contro le nuove ondate inflazionistiche». Per l’economista, «servirebbe una nuova “scala mobile”, che aiuti i sindacati a proteggere il potere d&#8217;acquisto dei salari sia in generale, sia dalle fiammate dei prezzi che vengono dall’estero».<br>Il governo italiano, insieme a Germania, Spagna, Portogallo e Austria, ha chiesto all’Ue di applicare una tassa sugli extra-profitti delle grandi aziende energetiche. Ma l’esperienza della crisi causata dalla guerra in Ucraina nel 2022 ha dimostrato come le aziende possano aggirare tale tassa. L&#8217;Osservatorio europeo della fiscalità ha ad esempio calcolato che durante uno shock energetico, il 20% dei profitti extra delle aziende va a finire in paradisi fiscali.&nbsp;<br>Proprio per il loro carattere internazionale, le aziende petrolifere possono dichiarare i propri profitti fuori dai Paesi dove hanno più attività, tramite filiali intermediarie in stati con livelli di tassazione più bassi. Una tecnica chiamata “profit shifting” che oggi sfugge al controllo della politica.&nbsp;<br>Così, come nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina, la crisi di Hormuz dimostra che finché il sistema globale di produzione di energia e carburanti rimarrà lo stesso, i primi a pagare il prezzo della guerra continueranno ad essere i cittadini e le famiglie in condizioni più precarie.</p>
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		<title>Opec: il grande strappo degli Emirati Arabi è la fine di un’era?</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[settimanale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’adesione all’Opec è più vecchia degli Emirati Arabi Uniti stessi. Eppure il 1° maggio, dopo 59 anni, la federazione ha lasciato l’Organizzazione, spezzando un legame che risaliva al 1967, quattro anni prima della loro fondazione, quando l’emirato di Abu Dhabi aderì al cartello petrolifero più potente del mondo.Allora, sebbene sedesse su ingenti riserve di greggio, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’adesione all’Opec è più vecchia degli Emirati Arabi Uniti stessi. Eppure il 1° maggio, dopo 59 anni, la federazione ha lasciato l’Organizzazione, spezzando un legame che risaliva al 1967, quattro anni prima della loro fondazione, quando l’emirato di Abu Dhabi aderì al cartello petrolifero più potente del mondo.<br>Allora, sebbene sedesse su ingenti riserve di greggio, era solo uno dei tanti Paesi decolonizzati, mentre oggi è una potenza regionale con una strategia precisa e, a quanto pare, sbatte la porta senza rimpianti. L’annuncio, <a href="https://www.wam.ae/en/article/bzxzuh7-uae-announces-decision-exit-opec-opec+">diramato</a> attraverso l&#8217;agenzia di stampa ufficiale <em>Wam</em>, parla di «visione strategica ed economica a lungo termine» ed «evoluzione del profilo energetico» ma il messaggio è chiaro. Abu Dhabi non intende più sottostare a quote di produzione decise collettivamente. D’ora in poi seguirà solo il proprio «interesse nazionale». La questione però è più complessa.<br><br><strong>Una rottura senza precedenti</strong>Per capirne davvero la portata, vale la pena guardare ai precedenti. Il Qatar aveva lasciato l&#8217;Opec nel 2019 nel quadro della crisi con l’Arabia Saudita, ma parliamo di un Paese che perlopiù esporta gas. Ecuador e Angola se n&#8217;erano andati per ragioni simili: una produzione in calo e un peso specifico ridotto. L’Indonesia, uno dei primi Paesi ad aderire nel 1962 dopo i membri fondatori, era uscita nel 2008 perché diventata ormai un’importatrice netta. «Gli Emirati invece sono un grande Paese esportatore, il terzo più importante all&#8217;interno dell&#8217;Opec. Non è un&#8217;uscita come tante: questa decisione indebolisce in maniera rilevante l&#8217;Organizzazione», sottolinea a <em>TPI</em> Giuliano Garavini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Roma Tre.<br>«Gli Emirati Arabi Uniti sono un attore rilevante, con una produzione di circa 3,5 milioni di barili al giorno. La loro uscita rappresenta un pessimo segnale perché continua a indebolire l’Opec», concorda Rafael Ramírez, per 12 anni ministro del Petrolio venezuelano e che visse in prima persona l&#8217;addio dell&#8217;Indonesia. «L’Organizzazione ha bisogno di mantenere i grandi produttori al proprio interno per poter influire sul mercato. E dopo aver già dovuto affrontare il collasso di un Paese fondatore come il Venezuela, la cui produzione è scesa dagli oltre 2,5 milioni di barili del 2015 agli 800mila del gennaio scorso, ora deve vedersela anche con l&#8217;uscita degli Emirati e con i danni della guerra all&#8217;Iran. Tutte pessime notizie».<br>Prima del conflitto infatti, Abu Dhabi era il quarto produttore dell’Opec e l’unico, insieme a Riad, dotato di una significativa capacità di riserva, che permette all&#8217;Organizzazione di influenzare i prezzi. Ma lo strappo rappresenta solo l’ultima crepa in questa alleanza. «L&#8217;Organizzazione era già in crisi da un decennio a causa dello “shale oil” americano, che ha trasformato gli Usa nel primo produttore mondiale di greggio. Ecco perché nel 2016 nacque l’Opec+, il formato allargato ad altri 11 Stati produttori, tra cui Russia e Brasile. Ora l&#8217;uscita degli Emirati indebolisce ulteriormente la capacità del gruppo di gestire la prossima grande crisi di cui tutti parlano: il picco dei consumi petroliferi», avverte lo storico Garavini. «Finora i consumi globali di greggio sono sempre saliti ma, prima o poi, raggiungeranno il loro massimo. Se quando Hormuz riaprirà la domanda sarà calata, i Paesi esportatori cominceranno a farsi la guerra tra loro, con le stesse conseguenze del Covid, quando i prezzi dei futures divennero addirittura negativi e Trump fu costretto a pregare Arabia Saudita e Russia di intervenire per salvare i produttori americani di shale».<br><br><strong>Il quadro geopolitico</strong><br>La tempistica non è casuale e sarebbe ingenuo leggere questa mossa come una decisione solo economica. «Questa scelta cela un aspetto politico che va oltre l&#8217;economia: è il primo segno tangibile di un successo di Donald Trump nella guerra contro l&#8217;Iran. Le conseguenze del conflitto hanno favorito una decisione che indebolisce un&#8217;organizzazione di cui fa parte anche Teheran», osserva Garavini. «Evidenzia la volontà degli Emirati di trovare una propria via in politica estera, autonoma dall&#8217;Arabia Saudita, con rapporti sempre più stretti con gli Usa. Ma questo sconfessa la politica del padre fondatore Zayed, che teorizzava un approccio opposto, secondo cui la sicurezza di Abu Dhabi poteva esistere solo in una regione senza conflitti. L&#8217;idea di trasformarsi in una piccola Israele dentro la Penisola araba è assai rischiosa per un Paese circondato da chi la pensa diversamente».<br>Del resto, dallo Yemen alla Somalia, dagli Accordi di Abramo al Sudan, fino alle diverse posture sul dossier Iran, le tensioni con Riad <a href="https://www.tpi.it/esteri/guerra-civile-sudan-geopolitica-massacro-oro-armi-rotte-marittime-nilo-202512051209892/">covavano</a> da anni, anche dentro l’Opec. «Le divergenze erano visibili da tempo, ben prima della guerra», conferma Francesco Sassi, assistant professor di Geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. «Abu Dhabi sta soffrendo le conseguenze del conflitto più di Riad». Una crisi che ha accelerato tutto.<br>Precedenti ben più drammatici però, ci ricorda l’ex ministro Ramírez, non avevano mai spinto nessuno ad abbandonare il cartello: «Durante la guerra tra Iran e Iraq degli anni Ottanta, né Teheran né Baghdad lasciarono l&#8217;Opec. Nonostante si combattessero ogni giorno, continuarono ad aderire insieme all&#8217;Organizzazione per difendere il proprio interesse nazionale». «In questo caso, ritengo abbia avuto maggior peso l&#8217;influenza delle lobby e dei fondi d&#8217;investimento privati, che spingono per una politica volumetrica volta a produrre sempre più greggio», osserva. «Questo è il vero compromesso alla base della parziale privatizzazione del settore petrolifero emiratino».<br><br><strong>Uno sguardo ai conti</strong><br>Abu Dhabi ha infatti speso circa 150 miliardi di dollari per portare la propria capacità produttiva a quasi 5 milioni di barili al giorno. Le quote Opec, però, ne hanno limitato la produzione a non più 3,5 milioni. Nel 2019 il fondo Kkr e BlackRock hanno investito 4 miliardi di dollari acquisendo il 40% della partecipata statale Adnoc Oil Pipelines, affittando 18 oleodotti per 23 anni, quote poi vendute nel 2024. Simili soggetti privati spingono per la massimizzazione della produzione, ben oltre i limiti fissati dal cartello. «Produrremo ciò che il mondo si aspetta da noi», ha annunciato il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Al Mazrouei. «Ma non ha senso far parte dell&#8217;Opec se non si è disposti ad amministrare insieme la produzione», taglia corto Ramírez.<br>«Attualmente, gli Emirati non possono aumentare la produzione, che in conseguenza della guerra all&#8217;Iran è scesa quasi del 50%», ci spiega Sassi. «Nel lungo periodo, se Hormuz dovesse sbloccarsi, potranno massimizzare l&#8217;export fino a 5 milioni di barili al giorno, obiettivo che l&#8217;Opec non ha mai permesso di raggiungere», prosegue. «Nel frattempo, però, la mancanza di coordinamento tra produttori agevolerà gli shock sui prezzi in entrambe le direzioni, rendendo ancora più complesso il quadro dei mercati». Uno scenario che, con il petrolio oltre i 100 dollari al barile e lo Stretto quasi chiuso, non è rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Futuro incerto</strong><br>Ma la vera partita si giocherà sugli equilibri interni all&#8217;Opec+. «L&#8217;uscita degli Emirati rende l&#8217;Opec più debole ma rafforza l&#8217;Opec+, rendendo ancora più importante il coordinamento con la Russia», sottolinea l’ex ministro Ramírez. «Prima, forte del consenso dei membri Opec, l&#8217;Arabia Saudita vantava una posizione di forza. Ma senza un attore rilevante come gli Emirati, Riad e Mosca si equivalgono. Il regno dovrà sempre cercare un accordo con la Russia, al di là delle tensioni internazionali».<br>«Senza un alleato chiave come Abu Dhabi, Riad è ancora più debole e non può fare a meno di Mosca, che gioca nella questione iraniana un ruolo geopolitico ben oltre l’energia», concorda Sassi. «Questo potrebbe ridisegnare gli assi strategici dell&#8217;intera regione, con ripercussioni in teatri lontani come il Corno d&#8217;Africa. Uno scenario preoccupante anche per l&#8217;Italia».<br>Dare l’Opec per morta, però, sarebbe prematuro. «Il principio alla base dell&#8217;Organizzazione sarà sempre valido», sostiene Ramírez. «Il petrolio non è una qualsiasi mercanzia, ma un prodotto naturale e scarso. L&#8217;Opec ha il compito di difenderne il prezzo e stabilizzare il mercato. Servirà sempre un&#8217;organizzazione simile». Se non sarà l’Opec, osserva Garavini, ce ne sarà un’altra.<br>«In assenza di soggetti capaci di imporre regole, i prezzi petroliferi sono storicamente soggetti a forte volatilità», sottolinea lo storico. «L’Opec è l&#8217;unica capace di intervenire concretamente in caso di crisi. L&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia, l&#8217;unico altro organismo rilevante, ha poteri limitati e la Cina, che detiene riserve fondamentali, non risponde alle sue direttive». L&#8217;uscita degli Emirati, insomma, aumenta la volatilità dei prezzi e l’incertezza politica e in un mondo già abbastanza instabile è un lusso che, forse, non possiamo permetterci.</p>
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		<title>La guerra all’Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz non lasceranno l’Italia “a secco” di petrolio e gas</title>
		<link>https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/la-guerra-alliran-e-la-crisi-nello-stretto-di-hormuz-non-lasceranno-litalia-a-secco-di-petrolio-e-gas/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 08:59:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Storie dall'Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A volte, per raccontare una storia, servono i numeri. Nel 2024, quasi il 45% del gas naturale liquefatto (gnl) importato in Italia proveniva dal Qatar. L’anno scorso quella quota si era ridotta, superando comunque il 30%, con Doha scalzata al primo posto dagli Stati Uniti. Poi è scoppiata la guerra contro l’Iran.Quando Usa e Israele [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/la-guerra-alliran-e-la-crisi-nello-stretto-di-hormuz-non-lasceranno-litalia-a-secco-di-petrolio-e-gas/">La guerra all’Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz non lasceranno l’Italia “a secco” di petrolio e gas</a> proviene da <a href="https://www.thepostinternazionale.it">The Post Internazionale</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A volte, per raccontare una storia, servono i numeri. Nel 2024, quasi il 45% del gas naturale liquefatto (gnl) importato in Italia proveniva dal Qatar. L’anno scorso quella quota si era ridotta, superando comunque il 30%, con Doha scalzata al primo posto dagli Stati Uniti. Poi è scoppiata la guerra contro l’Iran.<br>Quando Usa e Israele hanno <a href="https://www.tpi.it/economia/guerra-usa-israele-iran-europa-qatar-ras-laffan-gas-italia-bollette-202603201229586/#google_vignette">cominciato</a> a colpire terminal e impianti petrolchimici nella Repubblica islamica e Teheran ha risposto contrattaccando sul più grande impianto industriale di gnl a livello mondiale nel nord dell’Emirato, quella quota residua avrebbe potuto trasformarsi in una vulnerabilità concreta.<br>A marzo, infatti, Edison ha <a href="https://www.edison.it/it/edison-notifica-di-forza-maggiore-da-qatarenergy">ricevuto</a> da QatarEnergy la notifica ufficiale di un evento di forza maggiore. Due mesi dopo all’azienda milanese è <a href="https://www.edison.it/it/edison-qatarenergy-estende-la-forza-maggiore">arrivato</a> un ulteriore aggiornamento sul mancato arrivo di due carichi in consegna entro luglio al terminal Adriatic LNG, da aggiungere ai 10 già rinviati. Così, dall’inizio di aprile, non abbiamo più ricevuto gnl da Doha. Eppure Edison è riuscita a sostituire i 12 bastimenti che QatarEnergy avrebbe dovuto consegnare con otto navi cariche di circa un miliardo di metri cubi di gas. Per l’Italia, insomma, l’attuale crisi energetica non rappresenta un problema di approvvigionamento ma di prezzo.<br><br><strong>Dipendenza dall’estero</strong><br>Cominciamo dai numeri. Il nostro Paese, secondo le rilevazioni di Terna,&nbsp;ha <a href="https://www.terna.it/it/media/comunicati-stampa/dettaglio/consumi-elettrici-2025">consumato</a> nel 2025&nbsp;circa 311,3 terawattora (TWh) di elettricità. Le fonti fossili hanno coperto il 43,9% di questi consumi, il saldo con l’estero il 15,1% e&nbsp;le rinnovabili il 41%. Eppure, secondo gli ultimi dati <a href="https://www.pubblicazioni.enea.it/download.html?task=download.send&amp;id=778:analisi-trimestrale-del-sistema-energetico-italiano-anno-2025&amp;catid=4">elaborati</a> dall’Enea, il peso dei fossili è ben più alto, pari a poco meno del 70% dei consumi di energia primaria, cioè tutta quella usata prima di qualsiasi trasformazione e di cui la corrente è solo una parte. Il petrolio resta sempre la prima fonte di energia primaria in Italia, seguita dal gas, dalle rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico, biomasse e geotermico), dai combustibili solidi come il carbone e dalle importazioni nette di elettricità.<br>Per generare energia, visto il peso dei fossili, dipendiamo fortemente dall’estero, più della media europea. La percentuale delle importazioni nette rispetto all’energia totale disponibile era pari nel 2024, secondo l’ultima&nbsp;<a href="https://sisen.mase.gov.it/dgsaie/api/v1/cmis/documents/0900fde8800cc2fe">relazione</a> annuale del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), al 73,5% rispetto a una media Ue del 58%. Importiamo oltre il 90% del nostro fabbisogno di petrolio e gas, eppure il rischio di ritrovarci a corto di idrocarburi resta contenuto e il motivo è strutturale.<br>Dai Paesi che si affacciano sul Golfo persico, secondo l’ultimo Bollettino economico <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/bollettino-economico/2026-2/boleco-2-2026.pdf">pubblicato</a> ad aprile dalla Banca d’Italia, abbiamo ricevuto l’anno scorso meno del 10% del petrolio importato nel nostro Paese. Proveniva da Arabia Saudita e Iraq ed era pari, secondo i dati <a href="https://www.unem.it/i-numeri-dellenergia/italia/">elaborati</a> dall’Unione energie per la mobilità (Unem), a poco più di 6,85 milioni di tonnellate. Al contempo abbiamo ricevuto da quest’area l’11% del gas naturale importato, perlopiù sotto forma di gnl dal Qatar, da dove però sono arrivati solo 6,7 dei 20,6 miliardi di metri cubi acquistati dall’estero. Quote rilevanti ma non tali da mettere in ginocchio il sistema.<br><br><strong>Diversificazione strutturale<br></strong>Per quanto riguarda il greggio, secondo i <a href="https://sisen.mase.gov.it/dgsaie/api/v1/cmis/documents/0900fde8800d5b89">dati</a> del Mase, l’anno scorso il 41,2% delle importazioni arrivava dall’Africa, perlopiù da Libia (24% del totale), Nigeria (5,5%), Niger (2,9%) e Algeria (2,8%); il 16,6% dall’Azerbaigian; il 13,1% dal Kazakhstan; e il 9,1% dagli Usa. Il gas arrivava invece per il 36% dall’Algeria (oltre i quattro quinti attraverso il Transmed); per il 16,3% via Trans Adriatic Pipeline (Tap) dall’Azerbaigian; e per il 14% dalla Norvegia con il gasdotto Transitgas. Per il resto, ci approvvigioniamo attraverso i rigassificatori di Cavarzere, Livorno, Piombino, Panigaglia e Ravenna tramite rotte e fonti che con lo Stretto di Hormuz hanno poco a che fare.<br>Anche la situazione delle scorte appare positiva. A fine aprile, secondo quanto reso <a href="https://www.snam.it/it/media/news-e-comunicati-stampa/comunicati-stampa/2026/snam-risultati-solidi-primo-trimestre-2026-in-linea-con-guidance.html">noto</a> da Snam nell’ultima trimestrale, le nostre riserve di gas avevano raggiunto il 52,65% della capacità. Questo dato, secondo Gas Infrastructure Europe, <a href="https://www.gie.eu/wp-content/uploads/filr/13766/CL-Artelys-for-GIE-EU-Underground-Storage-Outlook-Final-report.pdf">indica</a> che il livello di criticità della crisi per l’Italia è molto basso, consentendo un certo ottimismo rispetto all’obiettivo di raggiungere il 90% entro ottobre. Il tutto mentre l’intera Unione europea si attestava al 35,05%, con la Germania ferma al 27,59%. Soltanto il Portogallo e la Spagna facevano meglio di noi, rispettivamente con il 91,26% e il 65,87%. Le scorte petrolifere di sicurezza dell’Italia, invece, ammontavano al primo aprile a oltre 11,9 milioni di tonnellate, pari a 90 giorni di importazioni nette di prodotti petroliferi. Nel quadro di un accordo con l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), il Governo ne ha messo a disposizione il 13,5% del totale per abbassare le quotazioni internazionali, ma secondo il Mase il loro livello <a href="https://www.mase.gov.it/portale/-/energia-mase-l-italia-aderisce-al-rilascio-coordinato-di-scorte-petrolifere-dell-aie">resta</a> «soddisfacente» a garantire «adeguati livelli di sicurezza degli approvvigionamenti». Forte di questi numeri, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha potuto garantire che non vivremo il prossimo inverno al freddo. Il problema però è capire a quale prezzo.<br><br><strong>Anomalie nostrane</strong><br>Sussistono infatti ancora un paio di punti critici che rischiano di passare in secondo piano. Dai Paesi che si affacciano sul Golfo persico importiamo prodotti petroliferi raffinati in misura quasi doppia rispetto alla media europea. Nel 2025, secondo la Banca d’Italia, abbiamo acquistato da quest’area il 25,2% dei derivati del petrolio, importati prevalentemente dall’Arabia Saudita, oltre che da Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Iraq e Bahrein, per un valore di 2,8 miliardi di euro. La media Ue si fermava invece all’11,9%, mentre soltanto Francia (5,95 miliardi) e Paesi Bassi (3,4 miliardi) ne acquistavano più di noi. Nel primo trimestre di quest’anno, secondo il bollettino petrolifero provvisorio del Mase, quella percentuale è salita al 30%. Non solo: il 56,6% del gasolio importato in Italia l’anno scorso proveniva proprio da questi Paesi, un dato arrivato al 74% nei primi tre mesi del 2026. D’ora in poi dovremo rifornirci altrove, ovviamente a prezzi più alti. D’altronde lo stiamo già facendo con il petrolio. A febbraio, secondo il Mase, importavamo greggio a una media di 74,61 dollari al barile, saliti a marzo a 97,33, un aumento del 23,3% su base mensile, del 24,3% su base annua e del 26,9% rispetto alla media del 2025.</p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://www.tpi.it/app/uploads/2026/05/INFOGRAFICA-TPI-Guerra-allIran-e-crisi-nello-Stretto-di-Hormuz-cronologia-di-uno-shock-energetico--scaled.jpg" alt="INFOGRAFICA TPI Guerra all'Iran e crisi nello Stretto di Hormuz, cronologia di uno shock energetico" class="wp-image-1238153"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento strutturale poi espone l&#8217;Italia più degli altri. Un recente studio del Fondo monetario internazionale (Fmi) evidenzia come il nostro Paese risulti particolarmente vulnerabile ai rialzi dei prezzi degli idrocarburi a causa di una dipendenza dall&#8217;energia prodotta da centrali a gas. Una fragilità confermata anche dai dati dell’Aie, secondo cui nel 2025 siamo stati il Paese Ue con la maggiore produzione elettrica da gas, pari a 117,8 TWh e una quota del 44,3% del totale, quasi il triplo del 16,7% della media europea. Un dato in crescita, secondo i calcoli di Snam citati dall’Enea, di oltre 5% rispetto all’anno precedente. Così ogni fiammata sui mercati si traduce in un rincaro delle bollette, tanto che nel primo semestre 2025 il costo della corrente per le micro e piccole imprese era già del 24,3% superiore alla media Ue, il più elevato tra le prime dieci economie manifatturiere europee. Un divario strutturale che la crisi di Hormuz ha solo aggravato.<br>Dall’inizio della guerra in Iran, infatti, le quotazioni sul mercato di riferimento europeo per il gas naturale Ttf sono cresciute del 35% passando da una media di 36,5788 centesimi di euro al metro cubo di febbraio ai 56,2827 di aprile. Agli attuali livelli dei prezzi, il Fmi stima che una famiglia media dell&#8217;Ue subirà nel 2026 una perdita di circa 375 euro. Per l’Italia, però, il danno potrebbe essere più pesante, con almeno 450 euro di maggiori costi per nucleo familiare nello scenario base e fino a 2.270 euro in quello più grave.<br><br><strong>Lo scenario peggiore</strong><br>Purtroppo quest’ultimo pare, giorno dopo giorno, il più probabile. La chiusura di Hormuz ha infatti sottratto ai mercati un quinto del petrolio e del gas commerciati a livello globale. Secondo le stime di Barclays, i flussi in uscita dallo Stretto sono crollati ad appena il 4% dei livelli prebellici e le scorte d&#8217;emergenza vengono consumate a un ritmo di milioni di barili alla settimana. L’ultimo rapporto di settore dell’Aie <a href="https://www.iea.org/reports/oil-market-report-may-2026">certifica</a> una riduzione delle scorte globali di greggio di 129 milioni di barili a marzo e di altri 117 milioni ad aprile. A questi bisogna poi aggiungere i 170 milioni di barili stoccati nei Paesi del Golfo, incapaci di esportare, e i 53 milioni rimasti a bordo delle navi ancora bloccate nello Stretto. Così le scorte globali scendono a 7,9 miliardi di barili, virtualmente. Infatti, secondo le stime di JPMorgan Chase, solo 580 milioni <a href="https://www.ft.com/content/8ebecab1-552e-4e12-96cf-c36d738aeb2e">sarebbero</a> davvero disponibili.<br>Ma la situazione non è incoraggiante nemmeno sul fronte dell&#8217;offerta. Da febbraio, secondo l’Aie, la produzione petrolifera mondiale è calata di 12,8 milioni di barili al giorno (mb/g). Soltanto i Paesi del Golfo, rispetto a prima della guerra, ne producono 14,4 milioni al giorno in meno. A compensare il calo dell’offerta, per ora, ci hanno pensato i produttori del bacino atlantico come Brasile, Stati Uniti e Venezuela, che però non possono far fronte da soli alla crisi. Anche ipotizzando una graduale ripresa dei flussi attraverso lo Stretto a partire da giugno, quest’anno l’Aie prevede che l&#8217;offerta globale di petrolio diminuirà in media di 3,9 milioni di barili al giorno. Un problema che affligge anche la lavorazione del greggio nelle raffinerie e per questo l’Agenzia prevede un crollo di 1,6 milioni di barili al giorno per l&#8217;intero 2026, a causa dei danni alle infrastrutture, delle restrizioni alle esportazioni e della minore disponibilità di materie prime.<br>Intanto la volatilità dei prezzi, con variazioni di quasi 50 dollari al barile rispetto a febbraio, ha cominciato a deprimere la domanda, che secondo l’Aie «si contrarrà di 420 mila barili al giorno su base annua nel 2026». Per l’Italia questo non vorrà dire meno gas, petrolio e derivati ma maggiori costi per reperirli, anche se Hormuz dovesse riaprire domani mattina.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thepostinternazionale.it/2026/05/22/la-guerra-alliran-e-la-crisi-nello-stretto-di-hormuz-non-lasceranno-litalia-a-secco-di-petrolio-e-gas/">La guerra all’Iran e la crisi nello Stretto di Hormuz non lasceranno l’Italia “a secco” di petrolio e gas</a> proviene da <a href="https://www.thepostinternazionale.it">The Post Internazionale</a>.</p>
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		<title>Così gli shock energetici hanno spostato gli equilibri del mercato petrolifero</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2026 08:58:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Storie dal mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Controlla il petrolio e controllerai le nazioni». La massima è attribuita a Henry Kissinger, che pare l’abbia enunciata negli anni Settanta, ma descrive con efficacia anche i tempi che stiamo vivendo oggi.&#160; La guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha rimesso l’oro nero al centro del risiko mondiale, facendone una leva tattica [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">«Controlla il petrolio e controllerai le nazioni». La massima è attribuita a Henry Kissinger, che pare l’abbia enunciata negli anni Settanta, ma descrive con efficacia anche i tempi che stiamo vivendo oggi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha rimesso l’oro nero al centro del risiko mondiale, facendone una leva tattica usata da ambo le parti. Tuttavia proprio il ruolo giocato dal greggio in questo conflitto evidenzia una marcata differenza rispetto al passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per circa mezzo secolo, seppur attraverso fasi storiche distinte tra loro, il mercato petrolifero è stato guidato essenzialmente dall’incrocio tra le politiche sull’offerta dei Paesi esportatori, le strategie industriali delle multinazionali degli idrocarburi e la domanda proveniente dai grandi importatori. Il baricentro del sistema era contenuto nel rapporto tra produzione e fabbisogno. Adesso il quadro è più complesso. Le variabili in gioco sono aumentate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un lato la «rivoluzione dello shale» negli Usa ha reso la produzione mondiale strutturalmente abbondante e flessibile, dall’altro la crescente instabilità politica ed economica innesca continui “colli di bottiglia” che ostacolano i traffici commerciali. Il risultato è che oggi l’attenzione generale del mercato del petrolio non è concentrata tanto sulla consistenza dei volumi produttivi quanto sulla sicurezza e sulla diversificazione degli approvvigionamenti, sulla protezione delle infrastrutture, sulla capacità di assorbire gli shock. Il baricentro si è spostato dai siti di estrazione alle reti di trasporto e stoccaggio. Senza sottovalutare l’impatto della transizione energetica verso le fonti rinnovabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fragilità scoperta<br></strong>Il conflitto in Medio Oriente ha danneggiato alcuni tra i maggiori impianti di estrazione del Golfo e ha provocato la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, dove transitava circa un quinto del greggio mondiale, rendendo palese la vulnerabilità dei flussi di oro nero. Se quello marittimo è ancora il canale di trasporto dominante per il petrolio, è sufficiente il blocco di un singolo snodo strategico per innescare – anche in una fase di sovrapproduzione – una crisi di offerta di portata potenzialmente catastrofica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così è stato. A marzo il mercato petrolifero ha registrato una perdita globale di oltre 10 milioni di barili al giorno: di gran lunga <a href="https://openknowledge.worldbank.org/server/api/core/bitstreams/a384bcad-abc5-4b9b-9c1d-35f374581024/content#page=9">la flessione più marcata della storia</a>. Il greggio c’è, ma quello prodotto nel Golfo è improvvisamente diventato difficile da esportare. Ad aprile è arrivato ossigeno alla domanda grazie ai prelievi dalle scorte strategiche, all’utilizzo di rotte alternative e all’incremento dell’export dai Paesi produttori fuori dalla regione, come Stati Uniti, Brasile, Canada, Kazakistan, Venezuela e Russia. Ma nei primi sessanta giorni di guerra le riserve globali si sono alleggerite di 250 milioni di barili: un «ritmo record», sottolinea l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), secondo cui il mercato petrolifero rimarrà in deficit fino all’ultimo trimestre dell’anno. Anche ipotizzando una graduale ripresa dei flussi attraverso lo Stretto a partire da giugno, l’Iea <a href="https://www.iea.org/reports/oil-market-report-may-2026">prevede</a> che nel 2026 l’offerta globale di greggio diminuirà in media di 3,9 milioni di barili al giorno, un calo pari a oltre il 3% rispetto al 2025.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.reuters.com/business/energy/strait-hormuz-disruption-could-push-oil-market-recovery-into-2027-aramco-ceo-2026-05-11/">Amin Nasser</a>, amministratore delegato del colosso saudita Saudi Aramco, ritiene che, se Hormuz non riaprirà entro l’estate, è impossibile che il settore possa tornare alla normalità prima del 2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I più penalizzati dovrebbero essere i Paesi asiatici, principali acquirenti del petrolio mediorientale, mentre l’Europa è esposta soprattutto sul fronte dei prezzi (e delle forniture di gas naturale liquefatto). Gli Stati Uniti, invece, forti della crescita della loro produzione interna, hanno da temere solo per la spirale inflazionistica ormai inevitabile (bisognerà misurarne la portata).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Prevale la cautela<br></strong>Dopo una repentina fiammata iniziale fino ai 120 dollari al barile, che aveva fatto <a href="https://boereport.com/2026/03/10/oil-could-hit-150-amid-gulf-shutdown-wood-mackenzie-says/amp/">temere</a> ulteriori rialzi verso quota 150, il prezzo del Brent ha rallentato la corsa e oscilla da alcune settimane poco sopra i 100 dollari: è il livello più alto degli ultimi quattro anni, però – almeno sul piano delle quotazioni – lo scenario peggiore che era stato delineato agli inizi di questa crisi non si sta verificando.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel suo ultimo <a href="https://openknowledge.worldbank.org/server/api/core/bitstreams/a384bcad-abc5-4b9b-9c1d-35f374581024/content#page=9">outlook sul mercato delle commodity</a>, la Banca Mondiale pronostica per il 2026 un prezzo medio di 86 dollari al barile, che potrebbe salire fino a 115 dollari in caso di tensioni prolungate in Medio Oriente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, se l’offerta è più concentrata e più esposta ai rischi geopolitici, perché i rialzi del petrolio restano tutto sommato moderati?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta può essere cercata nelle contromisure adottate fin qui per contenere la crisi. Un’altra ipotesi è che gli investitori scommettano su un’imminente de-escalation. Ma c’è anche una terza possibile spiegazione: e cioè che i mercati si stiano abituando agli shock energetici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche dalle maggiori compagnie petrolifere occidentali arrivano segnali in tal senso. Contrariamente a quel che ci si aspetterebbe in una fase di calo dell’offerta, infatti, nessuna Big Oil ha aumentato i propri piani di spesa per il 2026 o per gli anni successivi. «Dopo anni di espansione aggressiva – sottolinea Ron Bousso, editorialista della <a href="https://www.reuters.com/commentary/reuters-open-interest/volatility-not-high-prices-will-define-big-oils-next-chapter-2026-05-11/"><em>Reuters</em></a> – il settore si è orientato verso la disciplina del capitale e la priorità al rendimento per gli azionisti. Gli investitori che un tempo premiavano la crescita ora richiedono elevati flussi di cassa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola d’ordine è cautela. «Produciamo una materia prima che, se si guarda agli ultimi sei anni, ha mostrato una volatilità dei prezzi piuttosto estrema», ha spiegato agli analisti Meg O’Neill, amministratrice delegata di British Petroleum. «Pertanto, dobbiamo assicurarci che le decisioni che prendiamo sul portafoglio e sull’attività ci consentano di essere redditizi durante tutto il ciclo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei primi due decenni del Duemila i mercati energetici hanno marciato verso una globalizzazione sempre più spinta, trainata in particolare dall’aumento della domanda dalla Cina e dalla «rivoluzione dello shale» che ha fatto degli Stati Uniti il primo produttore mondiale di petrolio. Poi però, inaspettatamente, lo scenario è cambiato. Prima le strozzature logistiche e l’inflazione elevata innescati dalla pandemia di Covid-19, poi la guerra in Ucraina che ha fatto capire all’Europa l’importanza di diversificare le forniture, ora il conflitto in Medio Oriente che ha provocato la più grande interruzione delle forniture di petrolio e gas della storia: il settore energetico ne è uscito frammentato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un mondo sempre più instabile, gli shock e la volatilità dei prezzi sono diventati la norma. Per questo è cruciale attrezzarsi per tempo sul fronte degli approvvigionamenti e delle infrastrutture di stoccaggio e raffinazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Usa, Emirati, Opec<br></strong>«La globalizzazione sta assistendo a un processo di privatizzazione e di militarizzazione», dice a <em>TPI</em> l’analista Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity. «È in atto un cambio di paradigma radicale rispetto alle dinamiche delle relazioni internazionali in vigore dal dopoguerra ad oggi. Dall’Ucraina a Hormuz, c’è un filo rosso comune: il caos».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torlizzi invita a guardare agli Stati Uniti, che con la presidenza Trump hanno messo la questione energetica in cima all’agenda di politica estera: «Washington – fa notare – sta militarizzando le catene di fornitura allo scopo di strangolare i canali di approvvigionamento di idrocarburi cinesi». È in quest’ottica che andrebbero lette l’azione in Venezuela contro Maduro e l’attacco all’Iran, «ma anche l’aver riaffermato il controllo su Panama e gli accordi che la difesa americana ha siglato con Indonesia e Marocco per riaffermare il controllo su Malacca e su Gibilterra».</p>



<p class="wp-block-paragraph">«La militarizzazione delle supply chain – spiega l’esperto – comporterà frammentazione ulteriore dei commerci, forte volatilità dei prezzi e premierà quei Paesi che avranno una postura di politica estera più assertiva: penso a medie potenze come Turchia, India, Arabia Saudita, Israele. L’Europa, invece, che assiste impotente a questi eventi e li condanna a priori senza sforzarsi di capire il corso della storia, ne esce sconfitta».</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo nuovo disordine globale, caratterizzato dal ritorno delle sfere d’influenza e da un arretramento del multilateralismo, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec – sollecitata anche dai giganti di Wall Street, che hanno investito 4 miliardi di dollari sul greggio di Abu Dhabi – segnala il declino dell’organizzazione che riunisce i Paesi esportatori di petrolio. Accordarsi sui volumi produttivi rischia di rivelarsi un esercizio vano, se poi intervengono shock esterni come la pandemia o il blocco di Hormuz.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la mossa va letta anche sotto il profilo politico: «L’uscita dall’Opec – osserva Torlizzi – è una dote che gli Emirati Arabi hanno messo a disposizione degli Stati Uniti in cambio di linee di finanziamento dalla Federal Reserve e di protezione militare». «Gli Usa – rimarca l’analista – hanno fatto chiaramente capire che, d’ora in poi, chi vorrà continuare a beneficiare di canali di approvvigionamento dovrà mettere sul tavolo qualcosa».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La transizione conviene?<br></strong>Dunque, l’oro nero è tornato al centro della geopolitica. E può sembrare paradossale che ciò avvenga proprio nell’era della transizione energetica verso fonti pulite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel <a href="https://www.iea.org/world/energy-mix#what-is-the-role-of-energy-transformation">mix energetico globale</a> i prodotti petroliferi sono scesi dal 37% del 2000 al 30% del 2023. Nello stesso arco temporale la quota dei consumi energetici soddisfatti con l’elettricità è aumentata dal 15 al 20% e la produzione di elettricità da fonti rinnovabili è cresciuta dal 19 al 30%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domanda: in un mondo continuamente scosso dalle turbolenze internazionali, è ancora strategico per un Paese come il nostro affidarsi alle importazioni di combustibili fossili, vincolandosi a fornitori stranieri ed esponendosi alle intemperie dei mercati e delle relazioni internazionali? O sarebbe più conveniente intensificare l’installazione di impianti di fonti rinnovabili?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul punto, gli esperti si dividono. Torlizzi è categorico: «La decarbonizzazione – afferma – poteva avere un senso quando la globalizzazione era totalmente libera, quando la Cina non era un nemico. Ma oggi, con Pechino che militarizza le suppy chain dele materie prime critiche e la sua produzione per applicazioni green, la decarbonizzazione va totalmente contro gli interessi strategici europei».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha un parere diametralmente opposto il chimico Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr. «Se io costruisco una centrale a gas o a carbone per produrre elettricità – fa notare lo scienziato parlando con <em>TPI</em> – sarò dipendente dalle importazioni di quei combustibili per decenni. Se invece installo un pannello fotovoltaico, dovrò rivolgermi all’estero, nello specifico alla Cina, solo nel momento dell’acquisto dell’impiantistica, ma per la produzione di elettricità sarò pienamente autonomo, sfruttando il sole che batte sul mio Paese». «Semmai – aggiunge – il punto è un altro: quando l’impianto fotovoltaico arriverà a fine vita, che ne faccio? Io credo che dobbiamo sviluppare in Europa una filiera industriale per il riciclo degli impianti rinnovabili. In questo modo potremo aumentare ulteriormente la nostra indipendenza e sicurezza energetica».&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Venticinque anni fa – ricorda Armaroli – la Cina intuì che la sua rapidissima crescita industriale l’avrebbe resa sempre più dipendente dalle importazioni di combustibili fossili. All’epoca importava ancora “solo” circa il 30% del petrolio di cui aveva bisogno ed era quasi autosufficiente sul gas, ma Pechino vide con largo anticipo la traiettoria del Paese e decise di trasformarsi in un elettro-Stato.&nbsp; Oggi il successo di quel piano è sotto gli occhi di tutti: la Cina è la regina dell’elettrificazione della mobilità e della manifattura. L’Europa, che importa il 95% del petrolio e l’85% del gas che consuma, deve andare nella stessa direzione: non c’è alternativa».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito europeo resta aperto, tra esigenze di sicurezza energetica, competitività industriale e sostenibilità. Nelle ultime settimane la Commissione europea ha ribadito che l’accelerazione sulle rinnovabili e sull’elettrificazione rappresenta uno degli strumenti principali per ridurre l’esposizione agli shock geopolitici e contenere nel medio periodo i costi dell’energia. Bruxelles ha inoltre annunciato nuove misure per rafforzare reti, stoccaggi e investimenti in tecnologie pulite. Il modo in cui governi e mercati affronteranno questa transizione contribuirà a ridefinire non solo gli equilibri energetici, ma anche i rapporti di forza dell’economia globale nei prossimi anni.</p>
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