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	<title>Un lento apprendistato</title>
	
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		<title>Un lento apprendistato</title>
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		<title>Tetro</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 19:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[alla fine cedo sempre...]

Cromatografia temporale
Quello che riesce a fare Francis Ford Coppola con i colori in Tetro (un film di una densità tale da incendiarsi di significati) è incredibile. Si può dire che il film di Coppola sia integralmente in bianco e nero e che dentro questo film ve ne sia un altro, a colori, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=470&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">[alla fine cedo sempre...]</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter" src="http://witneyman.files.wordpress.com/2009/06/tetro-crutch.jpg?w=485&#038;h=320" alt="" width="485" height="320" /><br />
<strong>Cromatografia temporale</strong><br />
Quello che riesce a fare Francis Ford Coppola con i colori in <em>Tetro</em> (un film di una densità tale da <em>incendiarsi</em> di significati) è incredibile. Si può dire che il film di Coppola sia integralmente in bianco e nero e che dentro questo film ve ne sia un altro, a colori, una rappresentazione alternativa all&#8217;opera teatrale (il cinema sostituisce il teatro) scritta da Tetro, il film di cui lo stesso Tetro (un Vincent Gallo come sempre davvero incontenibile) scrive la sceneggiatura e che Coppola mette in scena per lui. Per questo dell&#8217;opera teatrale che alla fine Bennie mette in piedi (e sulla quale Coppola non lascia indugiare il nostro sguardo) ci interessa solo la conclusione: il resto lo abbiamo già visto.<br />
Il bianco e nero è un vero e proprio marchio, Coppola delimita i confini del suo racconto. Nel film infatti un flashback vero e proprio c&#8217;è, è l&#8217;incontro tra Tetro e Miranda e sono le immagini di Coppola a raccontarlo senza dover passare <em>tramite</em> le parole di Tetro (quelle parole sono ancora proprietà di Tetro, custodite sulle sue ginocchia). Per questo è in bianco e nero, ma con una differenza evidente: in quella scena è il nero a dominare, l&#8217;inversione cromatica stabilisce il suo <em>status</em> di divagazione dal racconto principale.<br />
Coppola non è nuovo a questi giochi cromatici, basta ricordarne uno inverso in uno dei suoi (tanti) capolavori: <em>Rusty il selvaggio</em> (e questa non è l&#8217;unica cosa che accomuna i due film&#8230;). Un film in bianco e nero perché è così che il daltonico Motorcycle Boy vede il mondo, dunque è come se noi vedessimo con i suoi occhi (l&#8217;inversione sta appunto in questo: il film visto con gli occhi di un personaggio in questo caso è in bianco e nero e non a colori, come in <em>Tetro</em>). Poi però nel nostro campo visivo irrompono dei pesci colorati, e Coppola ci fa vivere quella meraviglia che Motorcycle Boy (tanto per ricordarlo, anche se non credo ce ne sia bisogno, un incredibile Mickey Rourke) non potrà, ahimè, mai contemplare.<br />
<strong>Te(a)tro</strong><br />
<em>Tetro</em> ci ricorda quale sia l&#8217;immensa forza del cinema, non a caso omaggia e si ispira a <em>Scarpette Rosse</em> di Powell-Pressburger, film che in una memorabile scena di balletto trasforma il teatro in cinema intorno alla protagonista e davanti ai nostri occhi (raggiungendo l&#8217;apice assoluto quando l&#8217;applauso del pubblico si trasforma in onde del mare). Il Cinema, può.<br />
Come ho scritto nel paragrafo precedente, le scene a colori in <em>Tetro</em> si fanno carico di sostituire (o meglio ancora inglobare) lo spettacolo teatrale. Il cinema è arte che fagocita arte. Proprio attraverso il (e grazie al) cinema Tetro può finalmente portare a termine la propria opera.<br />
<strong>Scrivere è vivere</strong><br />
Cos&#8217;è però quell&#8217;opera se non la vita stessa? Tetro scrive in codice, cerca di preservare le parole perché non sono soltanto arte ma un passato con il quale dover fare i conti. Man mano che le parole vengono tradotte il passato torna a galla e la scrittura si confonde con la vita a tal punto da necessitare una ristesura, un teatro dentro cui rinascere come finzione.<br />
Tetro non può far altro che affrontare il suo dolore con la scrittura e soffrire ulteriormente nella condivisione (senza esibizionismo), deve andare incontro al destino di uno scrittore, che non nasconde ma rivela.<br />
<strong>Scrivere con la luce, guardare attraverso i riflessi</strong><br />
Francis Ford Coppola probabilmente non è ancora pago di quanto già dato al cinema, come fosse un bambino trovatosi per la prima volta di fronte ad un giocattolo sperimenta e trascina il cinema verso il futuro (digitale). C&#8217;è (molto spesso) un ripudio dei dialoghi in campo-controcampo in favore di figure riflesse su uno specchio, di ombre sulle pareti, di un finestrino di una automobile il cui vetro separa i corpi ma unisce gli sguardi di Miranda (riflesso) e Tetro in un dialogo non-verbale.<br />
C&#8217;è anche una riflessione incredibile sulla luce, quando Tetro illumina la scena (di un&#8217;opera teatrale) quasi ci sembra diventato un cineasta: un&#8217;artista che scrive con la luce, che è quello che prova a fare anche Coppola saturando il film di bagliori e luccichii quasi stroboscopici. Ci rendiamo allora conto di quanto <em>Tetro</em> sia un film davvero intimo, personale e sentito da parte di un cineasta immenso ed immortale.</p>
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		<title>un vasetto di yogurt</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 14:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fallimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un sorriso amaro mi segnò il volto. Non che fosse la prima volta che provavo una sensazione simile, ma quella in particolare mi sembrò battezzare una certa consapevolezza. Il vasetto di yogurt giaceva rigido sul tavolo, ancora intatto, a spezzare l&#8217;armonia della tovaglia, calamitato da una compostezza assoluta. Intorno a lui quel silenzio che certifica [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=468&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Un sorriso amaro mi segnò il volto. Non che fosse la prima volta che provavo una sensazione simile, ma quella in particolare mi sembrò battezzare una certa consapevolezza. Il vasetto di yogurt giaceva rigido sul tavolo, ancora intatto, a spezzare l&#8217;armonia della tovaglia, calamitato da una compostezza assoluta. Intorno a lui quel silenzio che certifica la fine della giornata. La luce clinica del neon proiettava l&#8217;ombra del vasetto sopra una regione del tavolo disabitata, uno spazio desolatamente asettico. Quell&#8217;odore di nulla in cucina, quello che si sente quando anche la morte è passata da troppo e i cadaveri sono ridotti a poco più che cenere.<br />
Se avessi azionato una telecamera mi sarei posizionato in qualche punto distante, poi con un zoom avrei sottratto la figura allo sfondo, privando il vasetto del contesto al quale i miei occhi non potevano sfuggire.<br />
Lasciai perdere l&#8217;idea dell&#8217;inquadratura e afferrai un cucchiaino, per lasciare che lo yogurt assolvesse finalmente i suoi doveri. Sin dalle prime cucchiaiate la falsa natura dello yogurt mi parve palese. La sua continua ostentazione di modestia ed omegeneità e quella normalità troppo ricercata per risultare autentica cominciarono a disturbarmi.<br />
Lo yogurt eredita la mitologia del latte, il candore contrapposto all&#8217;irruenza del fuoco. La sua leggerezza appartiene più all&#8217;immaginario che non al tangibile, è veicolata da sagome pubblicitarie che sembrano volare, quasi integralmente libere dal peso della vita. Lo yogurt era gravido di menzogne, non era se stesso ma quello che io pensavo che fosse e il mio stesso pensiero era a sua volta inquinato dalle istanze tautologiche con le quali ero stato ingozzato. Lo yogurt è lo yogurt, lo yogurt è leggero, Racine è Racine, Fellini è Fellini. Perché Fellini fosse proprio Fellini e non <em>qualcun&#8217;altro</em> nessuno volle spiegarmelo mai.<br />
Il barattolo mi riempì pian piano del suo nulla. Lo yogurt si fece d&#8217;un tratto pesante nel mio stomaco, ma la sua maschera calò troppo tardi: la digestione era ormai prossima.<br />
Provai a strappare una soggettiva al barattolo. Quello che vedeva era un essere umano o il sunto mitologico di centinaia di inserzioni pubblicitarie, <em>cliché</em> e tautologie? Cosa rappresentavo per lui? Non cercavo forse anche io di vendere un&#8217;immagine agli altri per rendermi piacevole? In che cosa eravamo allora differenti? Immaginai di penetrare nel vasetto e aspettare che qualcuno mi mangiasse, sperando che (quel qualcuno) riuscisse a spiegarmelo.</p>
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		<title>la mia ragazza era una ballerina</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 22:09:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
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		<category><![CDATA[hans andersen]]></category>

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		<description><![CDATA[La mia ragazza era una ballerina, prima che io la incontrassi stavamo insieme nei mie sogni. Si può dire che sia cresciuta con me. Ogni notte volteggiava nel mio proscenio intracranico, cullandomi dolcemente nel sonno. Ogni notte di un giorno più anziana. Qualche volta scivolava su una lastra di ghiaccio, una pattinatrice in punta di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=463&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">La mia ragazza era una ballerina, prima che io la incontrassi stavamo insieme nei mie sogni. Si può dire che sia cresciuta con me. Ogni notte volteggiava nel mio proscenio intracranico, cullandomi dolcemente nel sonno. Ogni notte di un giorno più anziana. Qualche volta scivolava su una lastra di ghiaccio, una pattinatrice in punta di piedi, qualche altra saltellava su una sottile lastra di vetro, lei era così leggera da non rischiare di sfondarla. Io l&#8217;amavo già, ma stavo sotto la lastra di vetro senza avere il coraggio di bussare, contemplavo in silenzio, sono sempre stato molto timido. Lei danzava ogni notte senza soste, le scarpette rosse sempre ai piedi, e io la guardavo da una certa distanza, in quei sogni, rassegnato all&#8217;inarrivabilità di tanta bellezza.<br />
Una sera a teatro la vidi, era proprio lei, una figura in movimento fra le altre. I miei occhi la strapparono al balletto. Certe volte si ha l&#8217;impressione di conoscere una persona da una vita, nel mio caso era più di un&#8217;impressione. Quella sera bussai.<br />
Un vuoto pesante mi schiacciava al suolo. Fui liberato da una piroetta.<br />
In una nuvola di polvere danzerai<br />
dolce ed avvolgente come mai,<br />
sospesa con la mente verso i sogni<br />
libera infine da mortificanti bisogni.<br />
La mia ragazza era una ballerina, se le avessi chiesto «di cosa parliamo quando parliamo d&#8217;amore?» ti avrebbe risposto che per lei amare è trascinare una sedia a rotelle, se la persona che ami non può più muovere le gambe.<br />
Danzare riempiva di senso la sua vita e le scarpette rosse le avrebbe tolte solo se il suo corpo si fosse ridotto in cenere. Le assicurai che l&#8217;avrei trascinata per quelle scarpe fino a quel giorno.<br />
Un giorno un boia afferrò una mannaia e la sollevò sopra i miei sogni, intimandomi di tornare alla realtà. In quel momento mi ricordai bambino, la penna rossa spremuta sui fogli, le maestre che mi dicevano «scrivi cose senza capo né coda» e io che ci rimanevo male, tanto male da cominciare ad odiare profondamente la scrittura, perché dovevo impugnare la penna per sperare di essere credibile anziché sognare di diventare incredibile, raccontare una realtà che non era la mia ma quella che ti spingono a trovare <em>sensata</em>. Con un colpo secco il boia descrisse una parabola di sangue e la ballerina finì dilaniata fra le mie braccia. «Ora sei di nuovo vero», disse il boia, e a quel punto mi sentii mutilato, l&#8217;inversione di uno spettro, visibile agli altri ma non a me stesso. Mi guardai da fuori, immerso in una pozza di lacrime, guardai quel corpo ridotto a uno scheletro cavo e pregai che non fosse il mio. «Ora sono di nuovo morto!», urlai in faccia al boia.</p>
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		<title>Pupazzi di neve</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 22:11:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Son fermo come un masso e aspetto che il vento mi eroda pian piano. Voglio esser scultura, per stare e non dover sentire. C&#8217;è chi vive in palazzi di vetro e chi con le schegge di un vetro si strazia le mani. E il sange zampilla, imbrattando coscienze poco prima pulite. Centinaia di esistenze bollate [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=458&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Son fermo come un masso e aspetto che il vento mi eroda pian piano. Voglio esser scultura, per stare e non dover sentire. C&#8217;è chi vive in palazzi di vetro e chi con le schegge di un vetro si strazia le mani. E il sange zampilla, imbrattando coscienze poco prima pulite. Centinaia di esistenze bollate dal fallimento si proiettano fuori dalle finestre. Stramazzano dopo qualche piroetta. Il riflesso sulle schegge, poi il tonfo. I suoni arrivano sempre il ritardo, la luce è più urgente. Le parole sono fuori sincrono, rincorrono il fatto compiuto come il botto di un fuoco d&#8217;artificio il disperdersi dei colori. Il vento lentamente modella il mio corpo e le forme davanti ai miei occhi. Se tutto cambia a quel punto non cambia nulla.<br />
Ho un incubo nel cassetto ma non riesco a chiuderlo. Nell&#8217;incubo ho sempre la stessa età. Il tempo nei miei sogni è salito su una giostra guasta. C&#8217;è questo pupazzo di neve che costruisco di sera, è deformato e diverso dagli altri, ma io lo amo ugualmente. Gli altri bambini i loro pupazzi li fanno con la stessa neve, belli quasi da cartolina, esposti con orgoglio in giardini ordinati. Vetrine. Si somigliano troppo, quei pupazzi, questo lo dico a me stesso prima di andare a dormire. Quando è giorno tutti i bambini del quartiere si mettono davanti al cancelletto di casa a deridere la mia creazione, e io mi affaccio alla finestra perché sento dei rumori. Poi li vedo, mentre scavalcano, e potrei scendere e invece resto fermo a guardare mentre dilaniano ferocemente il pupazzo deformato. A quel punto dell&#8217;incubo piango, perché sento che la loro violenza ha colpito il pupazzo in mia vece.<br />
Raccogli una piuma per me e se hai la forza necessaria nel petto soffiami via con lei. Non mi allontanerò più di un tiro di sasso dal barlume del tuo sguardo. Fermerò il cuore come si spezza un&#8217;agonia, mi specchierò nel cielo limpido per ricondurre a me un volto deforme, non più mio. Mentre ondeggerò il tempo si farà anziano, tra le nuvole mi ritroverò bambino e con un fazzoletto mi asciugherò le lacrime, quelle lacrime rimaste troppo a lungo sul volto.<br />
Forse al mattino il terrore di alzare le serrande sarà fuggito dalla bolla di vetro in cui l&#8217;avevo sigillato.</p>
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		<title>Sezioni circolari</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 10:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[archi di tempo]]></category>

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		<description><![CDATA[0. Serbatoi
C&#8217;era un pozzo profondissimo, ti ci potevi affacciare e se gridavi abbastanza forte le parole finivano sul fondo e non riuscivano a risalire mai più. Si diceva che in fondo al pozzo ci fosse una melma talmente densa da riuscire ad assorbire i suoni.
Il pozzo era un buco nero confessore per quelle persone che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=455&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">0. <strong>Serbatoi</strong><br />
C&#8217;era un pozzo profondissimo, ti ci potevi affacciare e se gridavi abbastanza forte le parole finivano sul fondo e non riuscivano a risalire mai più. Si diceva che in fondo al pozzo ci fosse una melma talmente densa da riuscire ad assorbire i suoni.<br />
Il pozzo era un buco nero confessore per quelle persone che avevano qualcuno di quei segreti che pesano <em>dentro</em>. Così li confidavano al pozzo, un posto nel quale sarebbero rimasti al sicuro.<br />
C&#8217;era anche chi temeva di essere dimenticato, così si affacciava e raccontava la propria storia, per affidare al pozzo la memoria. C&#8217;era chi raccontava al pozzo delle cose perché sperava che le proprie parole potesserlo sopravvivergli.<br />
Oppure c&#8217;era chi andava al pozzo con qualcun&#8217;altro, magari con la persona che amava, per rendere eterno qualche dialogo importante, trasformare l&#8217;<em>ora</em> in <em>per sempre</em>.<br />
Pian piano la gente cominciò a litigare, perché se all&#8217;inizio ognuno sapeva farsi i fatti propri, soprattutto nella speranza che gli altri facessero altrettanto, poi ci furono le prime origliate, le voci in paese, i segreti che cominciarono via via a divenire pubblici. Allora per evitare ulteriori tensioni e risse furibonde il pozzo venne tappato, con del cemento. E le cose ripresero il proprio corso.<br />
Un giorno cominciai a scrivere le cose che urlavo in quel pozzo su fogli di carta. Del pozzo non avrei più sentito la mancanza.</p>
<p style="text-align:justify;">1. <strong>Il bambino che non sapeva cosa fosse il futuro</strong><br />
Il bambino che non sapeva cosa fosse il futuro non conosceva il significato della parola &#8220;progetti&#8221;. Ricordava le cose e di quelle cose viveva. Non stava mai in ansia come spesso stiamo noi, per quelle cose che ancora non sono successe ma potrebbero succedere, e chissà se poi andranno come ci aspettiamo o meno. Non era pessimista o ottimista ma semplicemente <em>neutrale</em>. Il bicchiere riempito a metà era al contempo vuoto a metà nel preciso istante/luogo in cui gli si faceva quella solita noiosa domanda, perché al bambino non interessava ipotizzare quanta acqua sarebbe potuta esserci, a lui interessavano le cose per come erano in quel momento, si interessava a come erano arrivate ad essere così, ne prendeva atto, e basta.</p>
<p style="text-align:justify;">2. <strong>Il bambino che non sapeva cosa fosse il passato</strong><br />
Il bambino che non sapeva cosa fosse il passato viveva in perenne amnesia. Ogni istante della sua esistenza era un <em>jamais vu</em>, non c&#8217;era niente che gli fosse familiare. Era inutile approcciarlo chiedendogli se si ricordasse di te perché la risposta era certa. Ogni nuovo attimo capitalizzava l&#8217;intera attenzione del bambino, e lui si concentrava unicamente su quello fino a quando non arrivava un nuovo attimo a cancellare quello trascorso. Scriveva racconti in cui subentravano nuovi personaggi ad ogni frase, e poi i personaggi sarebbero morti nella frase successiva, sostituiti da altri. Il futuro per lui era semplicemente la fulminea attesa di qualcosa di nuovo, la catena che teneva unite immagini successive, una catena da strattonare in fretta e di continuo per fare in modo che le immagini scorressero, un po&#8217; come  con quei libretti disegnati che sfogliati in fretta si animano, solo che al bambino non interessava l&#8217;azione ma di volta in volta l&#8217;istantanea.</p>
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			<media:title type="html">Hal Incandenza</media:title>
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		<title>la palla numero 13</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 17:39:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[associazione di immagini]]></category>
		<category><![CDATA[autofiction]]></category>
		<category><![CDATA[biliardo]]></category>
		<category><![CDATA[buster keaton]]></category>
		<category><![CDATA[nanni moretti]]></category>
		<category><![CDATA[rené clair]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi]]></category>

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		<description><![CDATA[
Il treno ha un&#8217;ora di ritardo, qualcuno lì intorno bestemmia e si agita, la disperazione affiora dalla terra come un tubero sradicato. Tu mantieni una flemma rassegnata all&#8217;impossibilità di controllare gli eventi. Gli eventi si vivono e basta, ripeti fra te e te.
Questo è il paese dove sei nato e hai vissuto una buona porzione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=452&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="aligncenter" src="http://i37.tinypic.com/ve96iq.jpg" alt="" width="482" height="362" /></p>
<p style="text-align:justify;">Il treno ha un&#8217;ora di ritardo, qualcuno lì intorno bestemmia e si agita, la disperazione affiora dalla terra come un tubero sradicato. Tu mantieni una flemma rassegnata all&#8217;impossibilità di controllare gli eventi. Gli eventi si vivono e basta, ripeti fra te e te.<br />
Questo è il paese dove sei nato e hai vissuto una buona porzione della tua vita. Ogni odore, ogni suono e qualsiasi cosa entri nel tuo campo visivo evoca o spezza un ricordo. Le cose non sono cambiate molto, solo la superficie è stata lentamente rimodellata.<br />
Entri in un bar, il bar dove avevi speso le ore piovose e buona parte di quelle soleggiate della tua adolescenza. Da anni non metti piede là dentro. La gestione è cambiata, evidentemente, ma il biliardo è sempre là, i grossi neon che illuminano il panno verde sono sempre quelli, i gessetti blu da strofinare sull&#8217;apice della stecca sono sempre nello stesso posto, come se in tutto quel tempo fossero rimasti cristallizzati. Due tizi più giovani di te stanno giocando, così ti siedi e li guardi. Stanno giocando a &#8220;mezze e piene&#8221;, quel gioco che si fa con quindici palle. Le regole sono piuttosto facili: in base alla prima palla che entra in buca ad un giocatore si assegnano le &#8220;mezze&#8221; e all&#8217;altro le &#8220;piene&#8221;, tutte le piene salvo la nera, la numero otto, che tutti e due i giocatori devono conservare per ultima (pena la sconfitta). La palla numero otto deve essere <em>sbattuta</em> nella stessa buca nella quale è entrata la propria ultima mezza o piena, oppure nella opposta, è una cosa che deve essere concordata prima.<br />
I due tizi non sono molto bravi, saresti in grado di batterli agevolmente. Resti ipnotizzato ad osservarli, mentre l&#8217;uragano dei ricordi ti travolge.<br />
Ordini un toast, come ai vecchi tempi.</p>
<p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://illustrazioniallegoriche.wordpress.com/2009/11/10/la-palla-numero-13/"><img src="http://img.youtube.com/vi/qtP3FWRo6Ow/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p style="text-align:justify;">Le parole sono importanti, a questo pensavi ieri prima di addormentarti. Alle parole bisogna assegnare un grado di urgenza, di necessità. Incastri lettere tra dendriti ed assoni seguendo l&#8217;andamento del respiro, il pulsare del cuore, il gorgoglio dell&#8217;intestino. Passi ore della tua vita a sceglierle, le parole, perché non vuoi utilizzare quelle che vendono all&#8217;ingrosso del linguaggio.<br />
Uno dei due tizi sta per colpire la palla numero tredici, che è una &#8220;mezza&#8221; come tutte quelle che seguono la otto. Un colpo semplice semplice, la palla delicatamente si avvia verso la buca, resta per un attimo sospesa sopra il panno, congelata. La palla numero tredici significa un paio di cose per te. Prima che avessi visto il film di Buster Keaton ne significava solo una.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://course1.winona.edu/pjohnson/images/keaton4.jpg"><img class="aligncenter" src="http://course1.winona.edu/pjohnson/images/keaton4.jpg" alt="" width="482" height="363" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Anche la gestualità del corpo ha la sua importanza. Questo lo hai imparato nel sonno, qualche mese fa, immerso in un sogno in bianco e nero. Tu, Buster Keaton e un tavolo da biliardo. Movimenti sinuosi, di una delicatezza inarginabile, le palle che accarezzano il panno. Buster ti stava tenendo testa, nel sogno, ma questo non sembrava importare a nessuno dei due. L&#8217;importante era non maltrattare l&#8217;armonia di quel momento con inutili parole o violentando le palline. Non hai mai sopportato quelli che tirano forte, affidandosi alla speranza che la palla caramboli in buca seguendo geometrie casuali ed improbabili. Giocando ci si dovrebbe misurare con la tecnica, con l&#8217;espressione della propria personalità, con l&#8217;intuizione. Le stantuffate dilaniano la fantasia. Non hai mai sopportato neppure quelli che chiacchierano con insistenza durante una partita, quelli che non sanno vivere il silenzio, lasciare che questo si spezzi solo al cozzare delle bilie. Tra te e Buster Keaton in quel sogno c&#8217;era quella complicità che solo l&#8217;incrociarsi di due sguardi è in grado di rendere palpabile.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.cmpsouthwest.org/PhotosWebsite07-08/Entr_acte_Still.jpg" alt="" width="483" height="345" /></p>
<p style="text-align:justify;">La ballerina che danza su una lastra di vetro e i bambini che saltallano in due inquadrature successive di <em>Entr&#8217;acte</em> di René Claire, un esempio lampante di suggestione visiva e di associazione libera dalle consequenzialità. Pura narrazione, primordiale, libera da cause ed effetti, dalle catene di logiche dicotomiche che passano al torchio i sentimenti. C&#8217;è solo la sontuosità dei gesti a fare da collante.<br />
Vorresti riuscire a scrivere così, associando le cose che vedi in un tessuto di enunciati, usando le sensazioni come punteggiatura.<br />
La palla numero tredici riprende a rotolare sul panno, nel lento viaggio verso la buca, poi la caduta come un tuffo metallico, gli ingranaggi che posizionano la pallina nella zona di stallo, in attesa della prossima partita.</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://www.spaziotorino.it/solofoto/albums/marzo05/varie/biliardo.jpg" alt="" width="482" height="361" /></p>
<p style="text-align:justify;">Era una giornata di quelle piovose, anche se il crepitio era coperto dal suono della televisione, che era domenica e c&#8217;era il campionato di calcio. La partita era quasi vinta e toccava a te, rimanevano la palla tredici e, logicamente, la otto da imbucare. La otto sarebbe dovuta finire nella stessa buca della tredici. La tredici era facile, quasi dritta per dritta, da piazzare nella buca centrale. Tutti si aspettavano un tiro del genere. Il problema consisteva nel fatto che la numero otto era vicina alla buca in angolo, e sarebbe stato assai complicato riuscire a farla entrare in quella centrale. Colpendo di striscio la tredici e imbucandola nell&#8217;angolo la partita sarebbe finita, ma quello era un colpo che richiedeva un certo grado di follia. Decidesti di rischiare quel tiro, dopo averci pensato un paio di minuti,  due minuti quasi integralmente passati ad ingessare la stecca. Andò bene. Ti aspettavi di essere attraversato da una grande gioia, per questo, e invece la tristezza ti distrusse. Il pensiero che questo fosse il massimo che sapevi ottenere dalla tua vita ti fece gettare la stecca a terra, impulsivamente, e correre via di lì, dimenticando l&#8217;ombrello nel portaombrelli. Arrivasti a casa fradicio di pioggia e di lacrime.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://illustrazioniallegoriche.wordpress.com/2009/11/10/la-palla-numero-13/"><img src="http://img.youtube.com/vi/O6KFvYCrB4E/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p style="text-align:justify;">Il toast è bruciacchiato come piace a te.<br />
Alla fine della strada c&#8217;era quella scarpata, hai frenato con tutte le tue forze ma alla fine sei rotolato giù, come la palla numero tredici verso la buca in angolo. Poi aspettavi di risalire e giocare un&#8217;altra partita, ma eri così sporco e nessuno voleva tenderti la mano. Così sei rimasto nella zona di stallo ad aspettare. Passarono mesi prima che una persona riuscisse a guardare dietro la terra, le ferite ancora aperte e quelle cicatrizzate. A lanciarti un abbraccio di salvataggio, là sotto.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
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		<title>Nemico pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 11:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[

Il massimalismo digitale manniano si incunea nella tradizione e la squarcia: Nemico Pubblico è un film moderno d&#8217;epoca. Nella ricostruzione meticolosa del passato c&#8217;è un linguaggio che parla costantemente al futuro. Il sempre lucido iperdinamismo, la ricchezza di dettagli fulminei e fulminanti, il rimescolamento etico di ogni ruolo, il corpo a corpo con i personaggi, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=447&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://images2.fanpop.com/images/photos/6800000/Public-Enemies-wallpaper-public-enemies-6814809-1280-1024.jpg" alt="" width="479" height="382" /></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">Il massimalismo digitale manniano si incunea nella tradizione e la squarcia: <em>Nemico Pubblico</em> è un film moderno d&#8217;epoca. Nella ricostruzione meticolosa del passato c&#8217;è un linguaggio che parla costantemente al futuro. Il sempre lucido iperdinamismo, la ricchezza di dettagli fulminei e fulminanti, il rimescolamento etico di ogni ruolo, il corpo a corpo con i personaggi, l&#8217;immagine che vira in bianco e nero diventando televisione dentro il cinema, l&#8217;iperrealismo schietto di ogni dialogo e di ogni sparatoria, la poetica degli sguardi che si incrociano, si cercano, si perdono in uno zoom repentino. Se <em>The Black Dahlia</em> di Brian De Palma era un film/morte, <em>Nemico Pubblico</em> di Michael Mann è un film/resurrezione che rinasce dalle ceneri della storia e del classicismo come un&#8217;Araba Fenice dei nostri tempi.<br />
La resurrezione del cinema e del mito all&#8217;interno del cinema. Lo stesso cinema che tolse la vita a Dillinger ora la restituisce, ripartendo dall&#8217;immagine per ricostruirne corpo ed essenza. Un cinema/mitologia pregno di un romanticismo che attraversa ogni gesto di Dillinger, ogni segno <em>del</em> e <em>sul</em> suo corpo.  L&#8217;amore come ragione di vita, la sua assenza come ragione di morte. La necessità di uno sguardo dentro il quale <em>tuffarsi</em> con il proprio.<br />
Altri corpi e altri sguardi, questa volta a sancire un dualismo, quello tra Purvis e Dillinger. La consapevolezza nello sguardo di Dillinger, il prosciugamento nella ricerca del mito in quello di Purvis. Due corpi che non si toccano, schegge impazzite che fuggono e si rincorrono nello spazio. E infine il mito dentro il quale i corpi si dissolvono.<br />
Mann continua a scrutare le forme di oggi e di ieri con gli occhi di domani, il suo cinema è il sublime estetico che trascina gli occhi nelle sfaldature del tempo.</p>
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			<media:title type="html">Hal Incandenza</media:title>
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		<title>Appeso alle nuvole</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 12:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[controcampi]]></category>

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		<description><![CDATA[Quello che stai vivendo è un attimo congelato, le cose scorrono piano, come frenate da dighe invisibili. La giornata non è ancora iniziata, per la maggior parte delle persone, il suo detonatore deve ancora rivelarsi al cielo. Qualche macchina attraversa il ponte, ogni attraversamento sembra durare un secolo. L&#8217;azione è ormai il susseguirsi di stati [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=445&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Quello che stai vivendo è un attimo congelato, le cose scorrono piano, come frenate da dighe invisibili. La giornata non è ancora iniziata, per la maggior parte delle persone, il suo detonatore deve ancora rivelarsi al cielo. Qualche macchina attraversa il ponte, ogni attraversamento sembra durare un secolo. L&#8217;azione è ormai il susseguirsi di stati equilibrio, uno dopo l&#8217;altro quasi fossero sospiri. L&#8217;abbandono di ogni stato è accompagnato dal dolore e dalla non replicabilità.<br />
Ora osservi l&#8217;acqua del fiume, è scurissima, impura. Vorresti tanto che una folla di persone, in superficie, ti pregasse di non farlo. Le voci spezzate che si sovrastano a comporre un clangore castrato. Poi l&#8217;immaginazione sfuma e l&#8217;acqua nera torna a colpirti gli occhi. Non hai una vita davanti, come urlavano quelle voci, ma una vita alle spalle.<br />
Vorresti tuffarti in qualcosa di più limpido e candido, invece tutto finirà nello squallore. Questo pensiero ti rattrista. Sali sul muretto di mattoni, senza fatica. Immagini l&#8217;oceano sotto di te, le sue onde, il suo odore, la sua vastità. L&#8217;abbandono in un tuffo, un saluto verticale e fulmineo che scongela il tempo.<br />
Poi un riflesso spontaneo ti fa sbattere le braccia, la caduta d&#8217;un tratto s&#8217;arresta e sfiori col petto il pelo dell&#8217;acqua. Poi voli sopra una città ancora semiaddormentata, sospeso in fuga dal <em>ralenti </em>sotto cui sembra sepolta. Non riesci a ricordare un&#8217;esperienza più tangibile di questa.<br />
Il volo non si arresta e implacabilmente resti cristallizzato nell&#8217;aria, come appeso alle nuvole. Volare cadendo, una cosa che la realtà non aveva preso in considerazione.</p>
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		<title>Il dirigibile sgonfio</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 16:07:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[narrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[il triste ritorno alla realtà]]></category>

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		<description><![CDATA[Conoscevo una ragazza che sognava più degli altri, a dire il vero non credo che abbia passato un solo istante della propria vita senza smettere di farlo. Aveva una candela, una di quelle grosse, e sulla cera aveva inciso la parola &#8220;speranza&#8221;, in verticale. Ogni volta che qualcosa o qualcuno la deludeva accendeva la candela, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=441&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Conoscevo una ragazza che sognava più degli altri, a dire il vero non credo che abbia passato un solo istante della propria vita senza smettere di farlo. Aveva una candela, una di quelle grosse, e sulla cera aveva inciso la parola &#8220;speranza&#8221;, in verticale. Ogni volta che qualcosa o qualcuno la deludeva accendeva la candela, il tempo di piangere un po&#8217;, poi la rispegneva. Viveva con un ragazzo in un garage dal portone arrugginito, in un cortile pieno di garage, anche se gli altri garage contenevano automobili e non persone. Dormivano su sedie a sdraio spiaggesche, e le tenevano unite con del nastro adesivo, e avevano bisogno di parecchie coperte, in inverno. E avevano un tavolino e un fornelletto, una bacinella grande, qualche pentola e qualche posata, e una piccola tv e un lettore dvd, un regalo di un amico. Sul tavolino c&#8217;era la candela di lei adagiata su un portacandele. Se la parola che vi sta venendo in mente ora è &#8220;essenziale&#8221;, avete inquadrato la situazione.<br />
Di candela ne rimaneva poco più della metà la mattina in cui lui si svegliò, uscì in cortile a sgranchirsi le ossa e vide un dirigibile sgonfio, proprio pochi metri davanti al loro garage. Si mise ad urlarle di venire là fuori e vedere, lei in un primo momento si irritò molto per essere stata svegliata in quel modo, poi uscì dal garage, pareva quasi un cadavere, e con gli occhi semiaperti vide anche lei il dirigibile sgonfio, appoggiato al suolo. La cosa la rese felice.<br />
Non passò nemmeno un minuto dalla scoperta che i due progettarono di gonfiarlo, quel dirigibile, di portare con loro le quattro cose che possedevano, di vivere per sempre in viaggio nell&#8217;aria. Per tutto il giorno non parlarono d&#8217;altro, e lei trovò un barattolo di pongo in uno scatolone ed anche se era un po&#8217; duro riuscì a fabbricare un dirigibile, poi ne avanzò un po&#8217;, di pongo, così fece anche due figure umane, e le poggiò sopra il dirigibile. Prima di andare a dormire i due guardarono <em>Forrest Gump</em>, che a lei piaceva molto.<br />
Al risveglio lui uscì dal garage e il dirigibile era sempre lì, davanti a lui, non si era mosso di un millimetro. Aspetta che riesca a gonfiarti, pensò, e sarò finalmente una piuma, finalmente reale. Un attimo dopo però concretizzò di non aver idea di come gonfiare un dirigibile, e allora si prese a schiaffi e si fece anche un po&#8217; male. Poi andò da lei, le spiegò la situazione e le disse che sarebbe stato meglio gettarlo in un cassonetto, quel dirigibile, in modo da non doverlo vedere mai più. Lei restò un po&#8217; impietrita e lui mise in pratica il suo proposito, d&#8217;impulso. Lei accese la candela, lasciò che si consumasse del tutto, lentamente. Atterrare prima del decollo, nei suoi sogni questo non lo aveva considerato.</p>
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		<title>Nel paese delle creature selvagge</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 00:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hal Incandenza</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[dave eggers]]></category>
		<category><![CDATA[non-recensione]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[spike jonze]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;opera struggente di un formidabile Re

Mi piace pensare ad un&#8217;opera d&#8217;arte qualsiasi (testo scritto, audiovisivo e via dicendo) come ad una festa organizzata nella casa architettata dall&#8217;artista. C&#8217;è la musica e i personaggi ballano, c&#8217;è una visione del mondo alla finestra, lo spettatore seduto sulla poltrona, inquadrature e coreografie e metafore, geometrie più o meno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=illustrazioniallegoriche.wordpress.com&blog=6540399&post=431&subd=illustrazioniallegoriche&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><h3><strong>L&#8217;opera struggente di un formidabile Re</strong></h3>
<p style="text-align:center;"><a href="http://images.movieplayer.it/2009/08/20/una-scena-del-film-nel-paese-delle-creature-selvagge-127541.jpg"><img class="aligncenter" src="http://images.movieplayer.it/2009/08/20/una-scena-del-film-nel-paese-delle-creature-selvagge-127541.jpg" alt="" width="478" height="200" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Mi piace pensare ad un&#8217;opera d&#8217;arte qualsiasi (testo scritto, audiovisivo e via dicendo) come ad una festa organizzata nella casa architettata dall&#8217;artista. C&#8217;è la musica e i personaggi ballano, c&#8217;è una visione del mondo alla finestra, lo spettatore seduto sulla poltrona, inquadrature e coreografie e metafore, geometrie più o meno euclidee nella disposizione dei muri delle porte e delle persone, un certo grado di logica e di fantasia. Ora l&#8217;artista può stare dietro la porta e limitarsi a spiare oppure immaginare cosa accadrebbe se avesse la possibilità di entrare, presentarsi ai personaggi della festa e ballare insieme a loro.<br />
A molti capita o è capitato di scrivere una storia, talvolta può anche capitare di chiedersi quanto si desideri viverla. A me, almeno, capita spesso. Max, il piccolo protagonista di questo film, è uno scrittore (uno scrittore che mette la firma, sulle cose&#8230;). Racconta bellissime storie, e finisce per essere inghiottito dalla sua stessa fantasia. Insomma quella porta si apre e Max vive la sua storia (proprio mentre la sta scrivendo), si presenta ai suoi personaggi e chiede di poter ballare con loro (e diventare dunque un personaggio della sua stessa storia), perché lui è il loro Re e quello il suo regno (la sua fantasia). Le storie, se le sai raccontare, ti salvano la vita.<br />
Il film di Jonze infila sottocutaneamente una riflessione sulla scrittura, sulla creazione. Non c&#8217;è niente di esposto e spiattellato, tutto è sussurrato e suggerito, ma anche costantemente percepibile. L&#8217;atto della creazione è una fuga, la fantasia il luogo dove fuggire e consumare il proprio (lento) apprendistato. Max creando si imbatte nelle contraddizioni di cui è piena la vita, nel dolore nella solitudine e nelle debolezze, impara ad apprezzare il calore di una &#8220;famiglia&#8221; che dorme ammucchiata, affronta la natura selvaggiamente umana e gli impulsi primordiali di cui è fatta (lo scatto d&#8217;ira e la violenza che ne scaturisce, le lacrime, le risate).<br />
<em>Nel paese delle creature selvagge</em> è un film sull&#8217;arte e sulla sua stretta relazione con la vita, divide perché pone una visione di entrambe, con la quale confrontarsi. Bisogna scegliere tra cinismo e cuore aperto, tra razionalità ed anarchia, tra solidità del reale e gassosità dei sogni, tra un traguardo a portata di mano e un eterno vagabondaggio. Non si tratta di guardare un film con gli occhi di un bambino ma di darsi una possibilità, quella di poter essere bambini di nuovo. Svuotare il cranio e mettere la propria vita in mano al cuore. Tornare a sentire il pulsare della vita, per un po&#8217;, ricordarne il suono. Perdere contatto con la realtà per ritornarvi dentro con qualche consapevolezza in più, o in meno, purché le cose si smuovano. Si fugge per potersi ritrovare.<br />
Ritornare, infine, quando la barca è pronta per affrontare di nuovo le onde. Chiudere quella porta e lasciarsi la festa alle spalle. Il dolore dell&#8217;abbandono (della fantasia) e la gioia del riavvicinamento (alla realtà) ululano all&#8217;unisono.</p>
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