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	<title>Uomini e Donne in Movimento</title>
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	<description>Per una critica di classe e antisessista del femminismo</description>
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	<title>Uomini e Donne in Movimento</title>
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		<title>Il fantasma del Patriarcato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 11:19:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giacomo Rotoli intervista Alessandra Ciattini e Fabrizio Marchi sul tema Patriarcato e Femminismo contemporaneo. Condividi il PostEmailFacebookTwitterGoogle +1]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7897 size-full" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/05/patriarcato.jpg" alt="" width="640" height="320" srcset="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/05/patriarcato.jpg 640w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/05/patriarcato-300x150.jpg 300w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/05/patriarcato-50x25.jpg 50w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Giacomo Rotoli intervista Alessandra Ciattini e Fabrizio Marchi sul tema Patriarcato e Femminismo contemporaneo.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/zP9f1Eb0vrk?si=T-cp_XceYfGemeUq" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Quelle donne (sempre più numerose) che criticano il femminismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 13:03:33 +0000</pubDate>
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<p>Sono sempre più numerose le persone che, anche a titolo individuale (oltre al fiorire di associazioni, movimenti, siti, blog, giornali online ecc.), stanno cominciando o hanno già da tempo cominciato a pronunciarsi pubblicamente in modo critico nei confronti della narrazione femminista dominante ormai da decenni e, anche se può sembrare paradossale, la maggior parte di queste sono proprio donne.</p>
<p>Queste ultime sono presenti sui social dove hanno un folto pubblico, sia maschile che femminile, hanno formazioni, professioni, culture, idee politiche diverse fra loro e anche, in parte, un approccio analitico differente perché le loro posizioni differiscono come è normale e anche giusto che sia. Ma ciò che le accomuna è, appunto, la critica nei confronti di una ideologia che criminalizza a senso unico il genere maschile e che loro stesse definiscono come sessista.</p>
<p>Si tratta di un fenomeno relativamente recente e, soprattutto, in costante crescita. Certamente, non sono mancate e non mancano fra loro anche frizioni e attriti, ma anche questo è del tutto normale e non si vede la ragione per cui questo debba destare scandalo dal momento che tutto ciò succede anche “nelle migliori famiglie”, come si suol dire. Si chiama dialettica e questa, a volte, può sconfinare anche in una certa conflittualità. Chi ha militato o milita in un partito o in un movimento – anche culturale, non necessariamente politico – lo sa perfettamente.</p>
<p>Queste donne hanno capito che questo femminismo proposto e imposto in forme ossessive e asfissianti e che in tutte le sue diverse declinazioni ideologiche (tutte però accomunate dal postulato in base al quale l’attuale società sarebbe tuttora a dominio patriarcale) ha occupato l’intero sistema mediatico e politico, ha fatto e sta facendo dei danni non solo agli uomini ma anche alle donne, ai loro figli e alle loro figlie, e più in generale alla relazione fra le donne e gli uomini.</p>
<p>Non possiamo che salutare molto positivamente questo fenomeno e naturalmente lo incoraggiamo e ci poniamo con esso in una relazione dialettica e di grande apertura. Proprio e anche queste donne possono essere fondamentali per rompere il tabù, quello che impedisce che su questi temi possa finalmente aprirsi un confronto magari anche serrato ma libero. Il femminismo, e proprio queste donne lo confermano, non è la Verità Assoluta né tanto meno una Scienza Esatta, ma una ideologia e, in quanto tale, può e deve essere suscettibile di critica e/o confutazione. Come qualsiasi altra ideologia o filosofia.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il patriarcato alla prova della guerra moderna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 07:34:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7889" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/image-12-1024x576-1-300x169.png" alt="" width="580" height="326" srcset="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/image-12-1024x576-1-300x169.png 300w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/image-12-1024x576-1-768x432.png 768w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/image-12-1024x576-1-50x28.png 50w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/image-12-1024x576-1.png 1024w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p>Nel dibattito pubblico contemporaneo, tanto intellettuale quanto politico, nelle società occidentali l’accusa di vivere ancora all’interno di un “patriarcato” è diventata estremamente frequente. Secondo una certa vulgata femminista, il patriarcato sarebbe la struttura nascosta che determina ogni dinamica sociale, culturale e perfino psicologica. L’etichetta viene applicata con grande facilità, spesso con leggerezza, in discussioni pubbliche e private, come se il suo significato fosse ovvio e universalmente condiviso.</p>
<p>Eppure, proprio questa inflazione del termine rivela un problema: non è affatto chiaro che cosa si intenda davvero per “patriarcato”. Si tratta forse del potere assoluto dell’uomo? Della sua preminenza nel matrimonio, nella famiglia o nella società? Se così fosse, l’accusa non reggerebbe, almeno nel contesto italiano (e occidentale nel suo complesso ma non solo), dove l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne è pienamente riconosciuta. Definire “patriarcale” una società che, sul piano della legge, garantisce pari diritti significa confondere consuetudini, percezioni o casi patologici con strutture normative reali.</p>
<p>Il discorso diventa ancora più problematico quando si associa automaticamente il tema del femminicidio al patriarcato. In molti casi, ciò che viene definito “femminicidio” è in realtà un suicidio allargato, una patologia psichiatrica riconosciuta nei manuali diagnostici internazionali come il DSM-5. Ridurre fenomeni complessi e tragici ad un’unica categoria ideologica non aiuta a comprenderli, né tantomeno a prevenirli. L’accusa di patriarcato, così formulata, risulta quindi non solo imprecisa, ma anche fuorviante.</p>
<p>Per comprendere davvero queste dinamiche è necessario decostruire alcuni pregiudizi consolidati, a partire dal modo in cui interpretiamo le società tradizionali e i loro rapporti con la modernità. In questo senso, il confronto tra Iran e Occidente è emblematico: due modelli che affrontano le sfide del presente in modi radicalmente diversi, e che proprio per questo mettono in luce i limiti delle categorie interpretative con cui spesso leggiamo la realtà.</p>
<p>Nelle società occidentali contemporanee, profondamente influenzate dalle rivendicazioni dei diritti civili, dalle sensibilità dei movimenti “woke” e dalle battaglie del mondo LGBTQ+, il concetto di patriarcato è stato progressivamente appiattito su una rappresentazione bidimensionale. Viene spesso ridotto a un semplice sinonimo di oppressione, arretratezza o dominio maschile, percepito come un relitto del passato incapace di confrontarsi con la modernità.</p>
<p>Questa interpretazione riduttiva del patriarcato finisce per oscurare la complessità delle strutture sociali tradizionali. Molti osservatori occidentali tendono infatti a confondere la rigidità di un sistema con la sua fragilità, dando per scontato che una società patriarcale sia destinata a crollare sotto il peso del progresso globale. È una lettura che semplifica eccessivamente la realtà e impedisce di comprendere come alcune società, pur mantenendo assetti tradizionali, riescano a confrontarsi con la modernità in modi inattesi e spesso efficaci.</p>
<p>Sottotraccia, l’affermazione implicita è sempre la stessa: il patriarcato sarebbe un residuo del passato, in Occidente avrebbe dato pessima prova di sé, e in Oriente non sarebbe altro che un continuum destinato prima o poi a essere sconfitto. Ma questa premessa non ci dice nulla su come funzioni davvero una società diversa da quella europea, come quella iraniana. Se anche si accetta l’idea che l’Iran sia una società patriarcale, resta comunque necessario osservare la realtà concreta per capire che cosa questo significhi. È proprio qui che il caso iraniano diventa illuminante.</p>
<p>Il caso dell’Iran smonta, almeno in parte, la narrazione occidentale. Lungi dal soccombere passivamente, l’Iran ha dimostrato una notevole capacità di resistenza geopolitica e culturale. Non si tratta di celebrare o giustificare un sistema politico autoritario, ma di prendere atto di un dato oggettivo: l’impianto patriarcale e tradizionalista ha funzionato come un potente collante sociale, rivelandosi sorprendentemente efficace soprattutto nelle dinamiche di una guerra di difesa. Il patriarcato, codificando rigidamente i ruoli, assegna storicamente e culturalmente al giovane maschio il dovere intrinseco di proteggere la famiglia, la comunità e la fede. In un contesto di prolungata conflittualità e accerchiamento, come quello vissuto dall’Iran nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati, questa struttura ha fornito allo Stato una leva motivazionale formidabile. Fondendo l’identità maschile tradizionale con il fervore nazionalistico e con l’etica religiosa, il sistema è riuscito a mobilitare intere generazioni di giovani uomini. Il giovane <em>basiji</em> che si arruola in questa milizia volontaria riceve uno stipendio e, in età molto giovane, trova in essa una forma di realizzazione personale. È noto che in Occidente i <em>basiji</em> godano di una pessima reputazione, ma il mio intento non è rivalutare né condannare questa realtà. Ciò che interessa qui è un altro punto: i <em>basiji</em> offrono ai loro membri un’identità precisa, un ruolo definito e un riconoscimento sociale tutt’altro che trascurabile. La guerra esalta tale realtà.</p>
<p>Per molti giovani, entrare in questa struttura significa ottenere un posto nel mondo, una funzione riconosciuta dalla comunità e un senso di appartenenza che altrimenti non avrebbero. È questo elemento identitario, più che l’aspetto politico o militare, a spiegare la forza di attrazione che la milizia esercita su una parte della gioventù iraniana. Per loro, difendere i confini non rappresenta soltanto un obbligo imposto dall’alto, ma il compimento del proprio ruolo sociale e spirituale, erigendo così un baluardo umano e ideologico difficile da scalfire.</p>
<p>A marcare in modo ancora più netto la distanza tra questi due mondi è il diverso rapporto con la fine della vita umana, diretta conseguenza delle differenti strutture sociali. Come osservato da Ernest Becker nel suo saggio <em>Il rifiuto della morte</em>, l’Occidente contemporaneo ha trasformato la morte nell’ultimo grande tabù. In una società che privilegia il benessere individuale, l’autorealizzazione e la preservazione della vita a ogni costo, la morte è percepita come un errore, un evento da rimuovere, negare o medicalizzare, piuttosto che come una fase naturale dell’esistenza.</p>
<p>Questa mutazione culturale ha conseguenze dirette anche sul piano geopolitico: la disponibilità occidentale a inviare i propri soldati a combattere si è drasticamente ridotta. Le perdite umane sono diventate politicamente e socialmente intollerabili per una sensibilità moderna che ripudia il concetto stesso di sacrificio marziale. In più, si aggiunga che spesso i reduci di una guerra, vinta o persa che sia, sono visti con fastidio e tenuti al margine della società; come dimostrano studi approfonditi sui reduci del Vietnam e delle guerre del Golfo del Ventesimo e Ventunesimo secolo, appare chiaro che il maschio che ha combattuto in guerra, in un qualsiasi Paese occidentale, al suo ritorno non trova una nazione che lo accoglie, ma una che lo esorcizza e, in molti casi, addirittura lo rifiuta.</p>
<p>Al contrario, in Iran la percezione del rischio e del sacrificio risponde a logiche antiche, dove la morte in battaglia è non solo accettata, ma glorificata. Leader religiosi, ayatollah, vertici militari dei <em>Pasdaran</em> e giovani coscritti hanno affrontato ripetutamente la possibilità della morte senza considerarla un oltraggio o una sconfitta. Nella loro prospettiva — interiorizzata attraverso l’educazione patriarcale e religiosa — la fine della vita in nome di una causa non è un tabù da evitare, bensì parte integrante di un percorso di lotta e l’espressione più alta del dovere collettivo.</p>
<p>Il reduce iraniano che ha combattuto con forza e coraggio in una guerra — per esempio nell’ultima fase di tensione diretta con gli Stati Uniti — viene accolto con rispetto e onore. La sua condizione di uomo che ha compiuto il proprio dovere non viene nascosta, né relegata ai margini della vita familiare: al contrario, viene esaltata come prova di valore e maturità.</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge un altro elemento spesso ignorato in Occidente. In guerra, uno dei modi più efficaci per indebolire un sistema sociale è colpire i meccanismi che garantiscono identità, appartenenza e sostentamento ai combattenti e alle loro famiglie. Non è un caso che, qualche mese fa, Israele, che conosce molto bene la struttura della società iraniana, abbia tentato di distruggere il sistema di pagamento degli stipendi dei <em>Basij</em>. Un attacco di questo tipo non mira solo a danneggiare un’infrastruttura tecnica: punta a spezzare il legame tra la milizia e i suoi membri, a minare la loro motivazione e il riconoscimento sociale che ne deriva.</p>
<p>Il fatto stesso che questo obiettivo sia stato preso di mira dimostra quanto sia centrale, per la coesione iraniana, il ruolo identitario e comunitario svolto da queste strutture patriarcali.</p>
<p>Questa dinamica conferma indirettamente che ciò che in Occidente viene spesso liquidato come un semplice “residuo del passato” continua invece a funzionare, in Iran, come un pilastro sociale e politico di notevole resilienza. Le società occidentali, al contrario, hanno progressivamente abbandonato la valorizzazione del sacrificio in guerra, delegando sempre più spesso le operazioni militari a personale contrattualizzato o a forze professionali altamente specializzate, riducendo così il coinvolgimento diretto della popolazione generale nei conflitti. Si crede, insomma, che la tecnologia e il bombardamento possano risolvere tutto.</p>
<p>Questa trasformazione culturale — maturata dopo le esperienze traumatiche della Prima e della Seconda Guerra Mondiale — ha portato a una crescente intolleranza verso le perdite umane e a una visione della guerra come evento da gestire a distanza, con tecnologie avanzate e personale limitato. In questo quadro, il combattimento corpo a corpo o la mobilitazione di massa non rappresentano più un elemento identitario o un valore condiviso, ma un retaggio del passato che le società occidentali tendono a evitare. Anche perché, semplicemente, non ne sarebbero capaci. Le società occidentali non riuscirebbero oggi ad arruolare intere masse di uomini per difendere i propri confini. Questo è un fenomeno di lunga durata. Basta pensare al fatto che, quando a partire dal XVI secolo l’Occidente si lanciò all’assalto dell’Asia, lo fece con numeri molto più ridotti di quanto si immagini. La sua forza non risiedeva nella quantità degli uomini, ma nella superiorità tecnologica e organizzativa, elementi che in Oriente non erano disponibili in quella forma. Per comprendere questa dinamica storica, è utile la lettura di Geoffrey Parker e del suo celebre studio <em>La rivoluzione militare</em>, che analizza come l’evoluzione delle tecniche belliche europee — artiglieria, fortificazioni, logistica, disciplina — abbia permesso a eserciti relativamente piccoli di ottenere risultati enormi su scala globale. Ma pensare di vincere esclusivamente con la tecnologia è un abbaglio che spesso è stato pagato a caro prezzo da parte dell’Occidente.</p>
<p>L’Iran, invece, conserva un modello in cui il sacrificio individuale è ancora riconosciuto e socialmente valorizzato. Questo spiega perché strutture come i <em>Basij</em> continuino a svolgere un ruolo significativo: esse forniscono identità, appartenenza e riconoscimento. Ed è proprio per questo che, come mostrano alcuni episodi recenti, attori esterni hanno tentato di colpire non solo le infrastrutture militari, ma anche i sistemi di sostegno economico e organizzativo di queste milizie, consapevoli del loro peso sociale. Guardando a questi contrasti attraverso la lente di pensatori che hanno analizzato le dinamiche tra civiltà, risulta evidente che non ci si trovi di fronte solo a divergenze politiche, ma a vere e proprie incompatibilità filosofiche. Da un lato, un Occidente che, navigando tra nuove sensibilità e la sacralità dell’individuo, fatica a comprendere la forza trainante del dovere collettivo; dall’altro, una società orientale che fa delle sue contraddizioni e della sua cultura patriarcale lo scudo con cui motivare i propri figli e resistere agli urti della storia.</p>
<p>A questo quadro si aggiunge un elemento spesso ignorato: il peso della guerra ricade storicamente sul maschio, in ogni civiltà. È l’uomo che, per millenni, ha combattuto tutte le guerre, portando sulle proprie spalle il costo fisico e psicologico del conflitto. Questa costante antropologica è valida sia in Occidente sia in Oriente, ma con una differenza decisiva.</p>
<p>In Occidente, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale — pur avendo prodotto figure eroiche — non hanno generato un mito collettivo del combattente. Le narrazioni più forti, infatti, non riguardano il fronte militare istituzionale, ma la resistenza civile e clandestina durante l’occupazione tedesca: forme di coraggio non marziale, spesso individuali o locali, che non hanno costruito un immaginario condiviso del sacrificio maschile in battaglia. Spesso in Occidente si è glorificata la donna portaordini, ma si è dimenticato di dire che, nel combattimento con i tedeschi, erano gli uomini a sostenere il confronto; le donne portavano ordini, non combattevano apertamente il nemico occupante. Gli uomini, invece, sì.</p>
<p>In Oriente, in Iran in special modo, invece, il patriarcato ha continuato a riconoscere e valorizzare il ruolo del combattente. La guerra Iran-Iraq ne è l’esempio più evidente: un conflitto devastante che ha dato all’Iran la consapevolezza di possedere un popolo disposto a sostenere lo Stato anche nei momenti più duri. In quel contesto, il sacrificio maschile non è stato percepito come una tragedia da rimuovere, ma come una prova di fedeltà e maturità, un elemento fondante dell’identità nazionale.</p>
<p>Questa differenza culturale spiega perché, ancora oggi, l’Iran riesca a mobilitare volontari e milizie popolari, mentre l’Occidente fatica persino a immaginare una mobilitazione di massa. Chiarisce anche perché attori esterni, conoscendo bene la centralità di queste strutture, abbiano tentato di colpire non solo obiettivi militari, ma anche i sistemi di sostegno economico e simbolico delle milizie iraniane: perché lì si trova il cuore della loro resilienza.</p>
<p>In definitiva, la forza dell’Iran contemporaneo non si misura solo nella vittoria del suo gruppo dirigente, ma in un’idea collettiva di una nazione che non si piega agli interessi esterni. È impossibile immaginare un Iran che insorga per poi trasformarsi in un satellite americano. Anzi, ciò che rende davvero solido questo Paese è la coesione della sua società, e in particolare degli uomini, che qui mantengono un ruolo e una considerazione che in Occidente si è persa da molto tempo. In questo contesto, la resistenza non è solo una strategia politica: è la dimostrazione che la forza di un Paese non risiede nell’assenza di perdite militari, ma nella compattezza del suo tessuto sociale, in cui il ruolo maschile resta centrale e riconosciuto.</p>
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		<title>Germania. Una nuova legge sessista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 07:30:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Berlino. Dal primo gennaio 2026, in Germania, decine di migliaia di cittadini sono diventati “cittadini di serie B”. La nuova legge sul servizio militare, approvata in sordina, impone loro di richiedere un’autorizzazione alla Bundeswehr per qualsiasi soggiorno all’estero superiore ai tre mesi, per studio, lavoro o anche solo per una vacanza prolungata. Una norma che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7886" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-809425092-612x612-1-300x200.jpg" alt="" width="550" height="367" srcset="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-809425092-612x612-1-300x200.jpg 300w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-809425092-612x612-1-50x33.jpg 50w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-809425092-612x612-1.jpg 612w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p>Berlino. Dal primo gennaio 2026, in Germania, decine di migliaia di cittadini sono diventati “cittadini di serie B”. La nuova legge sul servizio militare, approvata in sordina, impone loro di richiedere un’autorizzazione alla Bundeswehr per qualsiasi soggiorno all’estero superiore ai tre mesi, per studio, lavoro o anche solo per una vacanza prolungata. Una norma che fa a pugni con il principio di uguaglianza e che riporta indietro le lancette della storia.</p>
<p>La disposizione, contenuta nel paragrafo 3, comma 2 della legge di modernizzazione del servizio militare, è stata per mesi una bomba a orologeria inesplosa. È entrata in vigore a inizio anno, ma solo dopo le rivelazioni della “Frankfurter Rundschau” di inizio aprile è esplosa nel dibattito pubblico, scatenando un’ondata di polemiche. La norma, che in teoria riguarda milioni di uomini, non si applica alle donne, creando una disparità di trattamento che ha dell’incredibile in una società che si proclama egualitaria.</p>
<p><strong>Un’eredità della Guerra Fredda che torna a vivere</strong></p>
<p>La norma in sé non è del tutto nuova. Esisteva già dal periodo della Guerra Fredda, ma era confinata a situazioni di emergenza o di tensione internazionale. La modifica introdotta a gennaio ha semplicemente cancellato quella clausola, rendendo operativa l’autorizzazione anche in tempo di pace. L’obiettivo dichiarato dal Ministero della Difesa è quello di tenere un registro aggiornato di tutti i possibili riservisti, per sapere chi si trova all’estero in caso di necessità. In un paese che ha sospeso la leva obbligatoria nel 2011, la mossa appare sproporzionata e profondamente illiberale.</p>
<p>L’assurdo paradosso di un permesso “automatico”.</p>
<p>La reazione del governo tedesco alla bufera mediatica non ha fatto che aumentare la confusione. Il Ministero della Difesa ha cercato di rassicurare i cittadini, annunciando che l’autorizzazione “si considera concessa” finché il servizio militare rimane volontario. In altre parole, il governo ha introdotto un obbligo burocratico che, a suo stesso dire, non ha alcuna utilità pratica. Si chiede a milioni di uomini di perdere tempo a compilare moduli e a interfacciarsi con gli uffici della Bundeswehr per un’autorizzazione che nessuno ha intenzione di negare. Un paradosso kafkiano che rivela la fragilità giuridica della norma.</p>
<p><strong>Discriminazione di genere e violazione dei diritti</strong></p>
<p>È la natura marcatamente sessista della legge a costituire l’aspetto più inquietante. La norma si applica solo agli uomini, lasciando le donne completamente libere di espatriare senza alcun controllo. Questa disparità ha un fondamento costituzionale formale: l’articolo 12a della Legge fondamentale tedesca esonera le donne dal servizio militare obbligatorio. Ma la cosiddetta clausola di “uguaglianza” dell’articolo 3 della stessa Costituzione dovrebbe impedire discriminazioni basate sul sesso. Come ha osservato un cittadino in un’interrogazione parlamentare, la norma “costituisce una limitazione dei diritti fondamentali esclusivamente in base al sesso”.</p>
<p>La politica tedesca è in subbuglio. L’opposizione ha criticato l’esecutivo per aver generato confusione, mentre le associazioni per i diritti civili parlano di un passo indietro epocale. La leader del partito BSW, Sahra Wagenknecht, ha paragonato la misura ai tempi della DDR, chiedendo le dimissioni del ministro della Difesa.</p>
<p>E qui si apre un capitolo ancora più vergognoso della vicenda. Mentre politici di opposizione, giuristi e associazioni per i diritti civili hanno levato la loro voce contro questa discriminazione legalizzata, dal fronte femminista e progressista non è arrivato quasi alcun commento. Un silenzio assordante, che grida più di mille parole. Le stesse organizzazioni che per decenni hanno denunciato ogni forma di disparità, che hanno riempito le piazze per rivendicare la parità di trattamento, oggi tacciono. Perché? Perché a essere colpita è la metà della popolazione che, nel loro immaginario, non avrebbe diritto di lamentarsi, ossia il genere maschile.</p>
<p>Questo silenzio è la prova più evidente che il femminismo <em>mainstream</em> non è affatto interessato all’uguaglianza reale, ma solo al rafforzamento di un certo potere e di una certa narrazione. Una discriminazione basata sul sesso, se colpisce gli uomini, non viene considerata tale. Anzi, viene liquidata come un dettaglio irrilevante o, peggio ancora, come una giusta conseguenza di presunti “privilegi” maschili. È la riprova di un approccio miope e ideologico, che non ha alcuna intenzione egualitaria.</p>
<p><strong>Un meccanismo senza sanzioni e senza controlli</strong></p>
<p>La legge è, inoltre, un capolavoro di inefficienza. Non esistono sanzioni per chi la viola. Non è chiaro come i controlli dovrebbero essere effettuati né quali siano i criteri per la concessione o il diniego dell’autorizzazione. In sostanza, il governo ha introdotto una restrizione draconiana sulla carta, che nella pratica è vuota e inapplicabile.</p>
<p>La Germania, che si presenta come un faro di diritti civili in Europa, ha imboccato una strada pericolosa. Con questa legge, ha legittimato il principio che alcuni cittadini sono più uguali degli altri. Ha aperto un varco nella protezione delle libertà fondamentali, creando un precedente che potrebbe essere utilizzato per ulteriori restrizioni in futuro. La domanda che molti cittadini tedeschi si pongono in queste ore è semplice: se oggi lo stato può limitare la libertà di movimento di un intero basandosi solo sul genere, che cosa potrebbe impedire domani leggi alimentate dallo stesso principio?</p>
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		<title>Riarmo tedesco: per più di tre mesi all’estero serve il permesso dell’esercito. Solo per gli uomini, naturalmente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 07:27:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In base ad una nuova normativa varata dal governo tedesco pochi giorni fa in materia di servizio militare, tutti gli uomini tra i 17 e i 45 anni di età che vorranno soggiornare all’estero per più di tre mesi dovranno chiedere il permesso alle autorità militari.  Prevista anche la visita di leva obbligatoria per tutti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7882" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/Senza-titolo.jpg" alt="" width="550" height="346" srcset="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/Senza-titolo.jpg 283w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/04/Senza-titolo-50x31.jpg 50w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p>In base ad una nuova normativa varata dal governo tedesco pochi giorni fa in materia di servizio militare, tutti gli uomini tra i 17 e i 45 anni di età che vorranno soggiornare all’estero per più di tre mesi dovranno chiedere il permesso alle autorità militari.  Prevista anche la visita di leva obbligatoria per tutti gli uomini nati dopo il 2008.</p>
<p>Alla luce di ciò, due questioni emergono, per quanto mi riguarda, con grande evidenza. La prima ha già sollevato perplessità e qualche opposizione. Della seconda invece non ne ha parlato nessuno e la cosa non mi stupisce affatto trattandosi di un tema tabù.</p>
<p>Cominciamo dalla prima. E’ evidente che siamo di fronte ad una sorta di revanscismo militarista da parte del governo tedesco. E‘ ormai da anni in corso in Germania una massiccia politica di rilancio dell’industria militare, a partire dai tradizionali colossi come la Rheinmetall AG, la KNDS, la Hensoldt AG e la ThyssenKrupp AG che hanno ricevuto enormi commesse da parte dello Stato a partire dallo scoppio della guerra fra Ucraina (e NATO) e Russia. Le azioni di queste aziende sono da tempo schizzate in alto così come i profitti dei loro azionisti. Naturalmente questo avrà dei costi non indifferenti in termini di finanziamento alla spesa sociale e al welfare, ma è evidente che le classi dirigenti tedesche puntano al rilancio dell’industria bellica come volano economico fondamentale e come possibile (e del tutto da dimostrare) moltiplicatore economico. Questo sul piano economico.</p>
<p>Sul piano politico le ragioni sono fondamentalmente due. La Germania, di fatto in competizione con la Francia e ultimamente anche con la Gran Bretagna (che sta prendendo in questa fase le distanze da Trump), punta a voler primeggiare in Europa. La Germania è uscita malconcia e umiliata in seguito al sabotaggio del gasdotto North Stream2 per mano congiunta ucraina e americana (quando alla Casa Bianca c’era ancora Biden) e naturalmente in seguito alla perdita del gas russo. E’ evidente che è in cerca di un rilancio sia economico che politico. Inoltre, le politiche dell’attuale amministrazione americana sempre più manifestamente antieuropee (è sorto un leggerissimo sospetto in tal senso anche ai servilissimi governi europei, incredibile ma vero…) potrebbero alimentare nelle classi dirigenti europee l’ambizione di fare dell’UE una sorta di polo imperialista capace di giocare alla pari con gli altri colossi, cioè USA, Cina e Russia. Questa ipotesi che al momento è poco più che una velleità (a mio parere di difficilissima realizzazione) avrebbe il vantaggio di essere sostenuta trasversalmente da pressochè tutto o quasi il blocco “europeista”, di destra e di “sinistra”, popolari, liberali, socialdemocratici e cespugli al seguito.</p>
<p>Veniamo ora alla seconda questione. La decisione del governo tedesco è palesemente sessista perché riguarda ovviamente solo gli uomini. Naturalmente, sul risvolto di genere di tale questione c’è un silenzio assordante. Lo stesso che c’è già stato e che c’è tuttora per quanto riguarda l’Ucraina dove tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni sono stati precettati per essere mandati al macello e dove il governo filo NATO e incistato di nazisti manda le sue squadracce ad arruolare con la violenza gli uomini che cercano di sottrarsi alla guerra.</p>
<p>In altre parole, nell’Europa imbevuta di diritti civili (evidentemente a senso unico…) e ideologia politicamente corretta – ma tuttora dominata dal patriarcato, secondo la narrazione femminista dominante – il genere maschile è considerato ancora quello sacrificabile. Potenziale carne da cannone. Potenziale per la sola ragione che la Germania non è in guerra ma progetta di aumentare sensibilmente le file del suo esercito, per ora professionale.</p>
<p>Silenzio assordante, ovviamente, da parte dei media e da parte di tutti i femminismi, compreso quello sedicente intersezionale (quello che cerca maldestramente di coniugare l’inconiugabile, cioè la questione di classe con quella di genere..) e in posizione critica rispetto al femminismo liberal e mainstream dominante (dicono loro, in realtà è soltanto una variante del primo…). Almeno, quello cosiddetto intersezionale, se fosse coerente, avrebbe dovuto alzare le barricate contro questo provvedimento palesemente sessista e discriminatorio nei confronti degli uomini. E invece nulla di nulla. Perché? In parte perché se ne fregano altamente, essendo tutto il femminismo una narrazione dichiaratamente e volutamente parziale, e in parte perché, come tutti i femminismi, anche questo è del tutto organico, di fatto, all’ordine sociale e politico dominante. Superfluo addirittura segnalare cosa sarebbe accaduto se il governo tedesco avesse deciso di applicare tale provvedimento anche alle donne fra i 17 e i 45 anni; sarebbe caduto il giorno seguente…</p>
<p>Quindi, che l’Europa sia dominata dal patriarcato (anche gli asini volano, di tanto in tanto…) o dall’ideologia femminista, “diritto civilista” e politicamente corretta, poco cambia perché il risultato è comunque lo stesso e nessuno alza una voce per denunciare un tale scempio sessista. Compresi, va detto, i diretti interessati, e chi pecora si fa, verrebbe da dire, è anche giusto che il lupo le la mangi…</p>
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		<title>“Grazie OnlyFans che mi hai liberato (e arricchito)!”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 08:51:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ascoltate cosa dice Luiza Munteanu, sex worker e/o pornostar (anche se lei non vuole essere definita in questo modo ma anche su Pornhub ci sono video con scene esplicite di sesso in cui lei è protagonista): https://www.instagram.com/reels/DWPCDL9CFGT/ Riporto testualmente un brevissimo stralcio del video: “Devo ringraziare questa persona perché mi ha affrancato dal lavoro dipendente…”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7878" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/2021031810595707029-300x155.jpg" alt="" width="580" height="300" srcset="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/2021031810595707029-300x155.jpg 300w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/2021031810595707029-1024x530.jpg 1024w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/2021031810595707029-768x397.jpg 768w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/2021031810595707029-50x26.jpg 50w, https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/2021031810595707029.jpg 1200w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p>Ascoltate cosa dice Luiza Munteanu, sex worker e/o pornostar (anche se lei non vuole essere definita in questo modo ma anche su Pornhub ci sono video con scene esplicite di sesso in cui lei è protagonista): <a href="https://www.instagram.com/reels/DWPCDL9CFGT/">https://www.instagram.com/reels/DWPCDL9CFGT/</a></p>
<p>Riporto testualmente un brevissimo stralcio del video: “Devo ringraziare questa persona perché mi ha affrancato dal lavoro dipendente…”.</p>
<p>La persona da lei ringraziata è Leopold Radvinsky, il capitalista ucraino-americano, fondatore e proprietario di OnlyFans scomparso pochi giorni fa. In effetti è vero, perché proprio grazie ad OnlyFans – spiega la signora Luiza – lei ha potuto affrancarsi dal lavoro dipendente e mettersi in proprio, cioè mostrare il suo corpo su OnlyFans e ricavarne profitto. Diciamo subito che non si tratta affatto di una sfruttata, al contrario – lo dice lei stessa – sfruttata lo era prima quando faceva un lavoro “normale” e anche qualificato ma come lavoratrice dipendente. Ora invece vende se stessa, la sua “immagine”, per dirla metaforicamente, e non lo fa per pochi spiccioli dal momento che ha anche potuto permettersi di mollare il precedente lavoro.</p>
<p>Siamo di fronte ad un tipico esempio di “imprenditrice di se stessa” che utilizza la propria avvenenza fisica per fare quattrini e affrancarsi dal lavoro salariato. Ecco, forse ora, grazie a questo esempio vivente (in un certo senso la ringraziamo per la sua schiettezza), è più chiaro cosa intendiamo quando da queste pagine parliamo di “capitalismo assoluto”.  Luiza è consapevole di possedere un capitale e lo mette a frutto. Badate bene, ho parlato di capitale, non di merce. La merce in questo frangente sono in realtà gli uomini che la pagano per masturbarsi davanti al computer, e più pagano e più lei “offre”. Chi è il carnefice e chi la vittima in questo gioco? Luiza e quelle come lei (ormai molte) che mettono a reddito il proprio corpo o quelli che si fanno le seghe a pagamento davanti al pc mentre la osservano? A voler essere generosi, mi sento di dire che sono tutti e tutte degli alienati e delle alienate perché il sesso è una “cosa” che dovrebbe essere vissuta in modo spontaneo, giocoso e soprattutto libero da ogni forma di condizionamento, tanto più da ogni forma di mercificazione e auto mercificazione. Ma tant’è. Questo è il mondo in cui siamo oggi.</p>
<p>Ma già vedo l’obiezione. “La colpa è di quei maschi sciovinisti e protetti dal patriarcato che la oggettivano e la mercificano trattandola come un oggetto”. Eh no, mi dispiace ma le cose non stanno affatto così. Se la mettiamo su questo piano è caso mai lei che specula sul malessere, sul desiderio frustrato e sulle difficoltà di quegli uomini nel vivere una vita sessuale, perché soltanto chi ha difficoltà ad avere una vita sessuale relativamente sana arriva a mettere mano al portafogli per masturbarsi davanti ad un computer (e sai che gioia…). E a giudicare dai fatturati di OnlyFans e dal numero di quelle che lo utilizzano in tal senso, non sono neanche pochi. E qui si potrebbe aprire un dibattito infinito su cosa sia e come venga concepita e vissuta la sessualità nel contesto storico attuale, cioè, appunto, nella “società capitalista assoluta”, dove tutto diventa capitale e merce. Non solo le proprietà, gli immobili, le azioni, il conto in banca, il denaro contante, ma anche la visibilità pubblica, la sessualità e l’avvenenza fisica, per chi la possiede, ovviamente.</p>
<p>Ho letto (ma era scontato) che su OnlyFans la stragrande maggioranza di chi si “mostra” sessualmente (cioè investe il proprio capitale sessuale per trarne un utile) sono donne. E anche qui scatta immediatamente l’obiezione delle solite note e dei soliti noti: “Perché sono le donne ad essere mercificate!” Ma anche in questo caso le cose stanno in modo molto diverso rispetto a come le racconta la scontata filastrocca mainstream e femminista, perché è il possessore di capitale che mercifica e specula sul non possessore di capitale, e non viceversa. Tutt’al più possiamo dire che quelle donne che usufruiscono di OnlyFans per arricchirsi devono pagare la percentuale al padrone della piattaforma ma questa è la legge del mercato. Una cosa è certa: chi sborsa i quattrini e arricchisce quelle donne e naturalmente il proprietario o i proprietari (o le proprietarie) di OnlyFans sono quegli uomini che pagano per i loro “servizi”. E’ dal loro desiderio che viene estratto plusvalore.</p>
<p>E quindi è ora di sfatare un luogo comune. Chi paga per fare sesso nella grandissima parte dei casi lo fa perché non riesce – per le ragioni più disparate ma sostanzialmente tutte o quasi legate al fatto di non possedere alcuna forma di capitale e di peso specifico (condizione economica, status sociale, avvenenza fisica, visibilità pubblica, successo, fama) – a farlo “gratis”, cioè nella spontaneità, nella reciprocità, nella naturalezza, in quello che dovrebbe essere il libero gioco della sessualità. Del resto, immaginiamo di trovarci davanti a due ristoranti, dello stesso livello e qualità, in uno dei due si paga mentre nell’altro si mangia gratis. Chi opterebbe per quello a pagamento? La risposta è pleonastica. E chi paga per fare sesso, anche se apparentemente può sembrare paradossale ma non lo è affatto, sono proprio i più poveri, perché, come dicevo poc’anzi, chi dispone di capitale (nel senso più ampio del termine) non ha necessità di pagare perché gode di un peso specifico da mettere sul piatto della bilancia all’interno di una relazione che è stata sostanzialmente mercificata, psicologicamente e concettualmente, prima ancora che praticamente. I superficiali potranno pure accusarmi di cinismo o di voler ridurre la sessualità ad una sorta di contrattazione mercantile (il più delle volte non dichiarata) ma nei fatti la realtà è per lo più questa, anche quando non ce ne rendiamo conto, anche quando le cose vengono per forza di cose ammantate da romanticheria e sentimentalismo. Sia chiaro, non c’è necessariamente malafede in questo, stiamo parlando di una razionalità strumentale che è stata interiorizzata a livello profondo, subliminale, potremmo dire, e proprio questa capacità pervasiva è la grande potenza del sistema capitalista. Come poteva sfuggire a tutto ciò la sessualità? Impossibile. Doveva essere canalizzata entro i binari e le logiche della ragione strumentale capitalistica. Una sessualità lasciata autenticamente libera avrebbe lo stesso effetto per l’attuale sistema di una bomba a frammentazione fatta esplodere in una stanza piena di gente.</p>
<p>Ecco, Luiza e quelle come lei sono in perfetta sintonia, diciamo pure in simbiosi con il sistema capitalista, non a caso il ringraziamento all’appena scomparso fondatore e proprietario di OnlyFans. Lui ci ha messo l’idea e anche il capitale, e loro ci hanno messo il loro. In fondo OnlyFans rappresenta l’incontro fra possessori di capitale, sia pure di diversa natura ma la sostanza è la medesima, che stringono un accordo di mutuo vantaggio.</p>
<p>L’uccellino birichino mi suggerisce già che in tante/i mi risponderanno che anche tutto ciò è colpa del patriarcato…</p>
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		<title>Gatti, uomini…e donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 08:46:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[I gatti miagolano di più agli uomini…la scienza immediatamente chiarisce, la notizia è in rete, i gatti miagolano maggiormente agli uomini non perché li preferiscono, non  illudiamoci, poiché  gli uomini sono lenti nel comprendere i vocalizzi del gatto e il linguaggio del corpo. I gatti sono  costretti a emettere suoni a più non posso, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7875" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/donna_coccola_gatto_43_getty-1680792181215.avif" alt="" width="600" height="410" /></p>
<p>I gatti miagolano di più agli uomini…la scienza immediatamente chiarisce, la notizia è in rete, i gatti miagolano maggiormente agli uomini non perché li preferiscono, non  illudiamoci, poiché  gli uomini sono lenti nel comprendere i vocalizzi del gatto e il linguaggio del corpo. I gatti sono  costretti a emettere suoni a più non posso, in quanto gli uomini, indifferenti per carattere e lenti nella comprensione, necessitano  di segnali forti.</p>
<p>Continua la microfisica della distruzione del genere maschile, insomma i gatti intuiscono che vi è un ordine naturale nel quale un genere capisce più dell’altro.  Cesare Lombroso è sempre più vicino, ormai è incardinato nella cultura italiana, si va per generi e gerarchie. Anche i gatti, dunque,  preferiscono le donne in quanto  loro capiscono e sono empatiche. Che dire della scienza che si presenta come la “verità con i suoi dogmi religiosi” , ma è  “l’oppio dei popoli”, bisogna crederle senza avere dubbi, ma i dubbi bisogna averli. Sarebbe interessante conoscere quali tipi di esperimenti sono stati condotti e, specialmente, quali sono gli scienziati che posseggono capacità tale da comprendere lo stato d’animo dei gatti e da interpretarlo.</p>
<p>Gli scienziati che hanno svolto l’esperimento si deduce siano donne, in quanto gli uomini mai avrebbero potuto comprendere le cause del disagio dei gatti costretti a sviluppare il loro linguaggio per farsi intendere.</p>
<p>L’operazione mediatica lombrosiana continua a dosi piccole e grandi e si estende in modo capillare e tocca il ridicolo. Si ragiona sempre e soltanto in un’ottica di confronto e comparazione competitiva, come piace al capitale, per espellere il perdente e rappresentare il potenziale nemico, il genere maschile, come disumano. Gli uomini sono sempre sbagliati, lo dicono anche i gatti, per cui  non resta che  trasformarsi e rinunciare al proprio genere per salvarsi da se stessi e rendere l’umanità e il regno animale liberi dalla perniciosa presenza.</p>
<p>Fortunatamente ci viene incontro Thomas Kuhn  epistemologo, filosofo della scienza e fisico, il quale ci ha insegnato che la scienza non è neutra, ma è parte attiva e spesso complice del paradigma culturale del proprio tempo. In questo tempo pericolosamente senza pensiero la vera necessità è riappropriarci dei “vocalizzi critici della nostra mente” per affrontare “il deserto del nostro tempo” nella speranza che si generi la dialettica della vita.</p>
<br /><ul id='sp-sharer-7874' class='sp-sharer sp-sharer-default' data-id='7874'><li><span class='share-title'>Condividi il Post</span></li><li><a id='spsharer-mail-7874' class='spsharer-email' title='Share by email to a friend' href='https://www.uominibeta.org/articoli/gatti-uominie-donne/' rel='nofollow'><span>Email</span><span class='count'></span></a></li><li><a id='spsharer-facebook-7874' class='spsharer spsharer-facebook' title='Share on Facebook' href='https://www.facebook.com/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.uominibeta.org%2Farticoli%2Fgatti-uominie-donne%2F&t=Gatti%2C+uomini%E2%80%A6e+donne' rel='nofollow'><span>Facebook</span></a></li><li><a id='spsharer-twitter-7874' class='spsharer spsharer-twitter' title='Share on Twitter' href='http://twitter.com/intent/tweet?text=Gatti%2C+uomini%E2%80%A6e+donne+https%3A%2F%2Fwww.uominibeta.org%2Farticoli%2Fgatti-uominie-donne%2F' rel='nofollow'><span>Twitter</span></a></li><li><a id='spsharer-google-7874' class='spsharer spsharer-google' title='Share on Google+' href='https://plus.google.com/share?url=https%3A%2F%2Fwww.uominibeta.org%2Farticoli%2Fgatti-uominie-donne%2F' rel='nofollow'><span>Google +1</span></a></li></ul>]]></content:encoded>
					
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		<title>Oltre il pregiudizio: una critica alle interpretazioni su Weininger e il cristianesimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 16:31:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[In un articolo pubblicato il  due dicembre sul Manifesto e condiviso di recente, Lea Melandri si inserisce nella querelle sulla proposta di modifica dell’articolo del codice penale che punisce la violenza sessuale, mettendo insieme pseudo fatti di cronaca (creati e gonfiati ad arte dai media) e affermando che, in Italia in particolare e nella civiltà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-7872 aligncenter" src="https://www.uominibeta.org/wp-content/uploads/2026/03/1521728198293_weininger_orizz.avif" alt="" width="600" height="315" /></p>
<p>In un <a href="https://ilmanifesto.it/un-attacco-alla-radice-del-patriarcato">articolo</a> pubblicato il  due dicembre sul Manifesto e condiviso di recente, Lea Melandri si inserisce nella <em>querelle </em>sulla proposta di modifica dell’articolo del codice penale che punisce la violenza sessuale, mettendo insieme pseudo fatti di cronaca (creati e gonfiati ad arte dai media) e affermando che, in Italia in particolare e nella civiltà Occidentale in generale, la violenza sessuale sarebbe un comportamento moralmente e giuridicamente accettato e che ciò avverrebbe in ragione di profonde e radicate concezioni filosofiche, valoriali e teologiche.</p>
<p>Premessa: il dibattito sugli episodi di violenza sessuale richiederebbe un’analisi rigorosa e lontana da semplificazioni ideologiche. Tuttavia nell’articolo di Lea Melandri avviene esattamente il contrario: nel suddetto articolo viene posta in essere una tale forzatura di concetti filosofici e teologici (citando l’opera di Otto Weininger e la dottrina cristiana) da rendere a nostro avviso necessaria una replica.</p>
<p><strong>L’anomalia di Weininger, non la regola<br />
</strong><br />
Un errore metodologico della Melandri è quello di eleggere il giovane filosofo viennese Otto Weininger, autore di Sesso e carattere nel 1903, a portavoce universale della cultura occidentale. Il testo in questione sostiene che attraverso Weininger parli «tutta la cultura greco romana cristiana», identificando in lui il fondamento di una visione che considera la donna una «maledizione» legata alle pulsioni e al corpo.<br />
Questa è una forzatura storica. Il pensiero di Weininger – che postulava l’identità del maschio e della femmina come un «fatto metafisico proiettivo» e affermava che il bisogno della donna fosse quello di «venire desiderata quale corpo e venire posseduta» – rappresenta un’anomalia, l’apice di una istanza metafisica e di angoscia tipicamente <em>fin de siècle</em>. Weininger non esprimeva il canone della civiltà europea, ma il suo personale e tragico tormento, culminato nel suicidio a soli 23 anni. Sostenere che la sua idea per cui la donna possa restituire l’uomo al suo «Io migliore» solo rinunciando alle intenzioni immorali sia lo specchio fedele dell’intera tradizione classica o cristiana, significa ignorare la complessità della storia della filosofia. Senza contare che in realtà Weininger non sosteneva esattamente questo, ma attribuiva al maschile la responsabilità della sessualizzazione del corpo femminile, rimettendo agli uomini la “missione della castità”.<br />
Curioso poi che le tesi delle femministe radicali, identiche a queste di Weininger, non abbiano mai agitato gli umori della Melandri né tantomeno siano state dalla stessa messe in discussione (come vedremo è accaduto l’esatto opposto, la Melandri e le sue accolite le hanno sempre celebrate, ma su questo torneremo a breve).</p>
<p><strong>Il Cristianesimo e il corpo: smontare il falso mito</p>
<p></strong></p>
<p>Ancora più problematica è la rilettura del Cristianesimo. La Melandri si chiede come l’uomo possa assumersi la responsabilità del proprio desiderio a prescindere dal Cristianesimo, accusato di aver visto nella sessualità «il peccato originale» dell’umanità e il precipitare dello spirito nella materia.</p>
<p><strong>Il peccato originale non è sessuale</strong>: La teologia cristiana tradizionale (basti pensare ad Agostino o Tommaso d’Aquino) non ha mai identificato il peccato originale con l’atto sessuale, ma con la superbia e la disobbedienza. La sessualità e la procreazione erano presenti nel progetto divino ben prima della “caduta”.<br />
<strong>La sacralità del consenso</strong>: L’idea che il Cristianesimo celebri o giustifichi implicitamente la violenza o l’annullamento della donna (vista come «la sessualità dell’uomo oggettivata») è smentita dai fondamenti stessi della fede. L’intero impianto dell’Incarnazione si basa sul consenso libero e assoluto di una donna (Maria).<br />
<strong>Il corpo non è una prigione</strong>: A differenza delle eresie gnostiche e manichee, che disprezzavano la materia, il Cristianesimo ortodosso è una religione profondamente materiale, che culmina nella risurrezione dei corpi e nell’elevazione del matrimonio a Sacramento.<br />
La tesi della Melandri consta di un sillogismo debole che trasforma alcune frasi decontestualizzate di un filosofo viennese o la caricatura di una religione millenaria nell’origine di tutti i mali e così nel pretesto per affermare non solo che in Italia vi sia una quantità abnorme di violenze sessuali commesse quotidianamente da uomini italiani, ma che addirittura ciò sarebbe possibile in ragione di un vuoto legislativo, per affermare che la violenza sessuale sarebbe impunita o al massimo punita poco e male e infine per affermare che sarebbe possibile ad oggi consumare rapporti sessuali contro la volontà della controparte femminile (leggendo queste affermazioni della Melandri viene da chiedersi se la stessa assumerebbe l’impegno di esporre questa sua tesi ad una donna violentata da un extracomunitario, dicendole esattamente: “<em>ti ha violentato perché ha letto Weininger ed è cristiano, e per lo stesso motivo in Italia la violenza sessuale non è un reato previsto dal nostro codice!</em>“).</p>
<p><strong>Il paradosso del femminismo radicale: uno specchio di Weininger?</strong><br />
C’è un’ulteriore e profonda contraddizione nell’analisi proposta da pensatrici come Lea Melandri, che sfugge a una prima lettura ma che emerge prepotentemente se si analizza la struttura del pensiero femminista radicale. Si utilizza Otto Weininger come il bersaglio polemico per eccellenza, l’incarnazione suprema del patriarcato e della misoginia, senza rendersi conto che <strong>certe correnti del femminismo radicale e separatista finiscono per condividere le medesime premesse filosofiche del filosofo viennese</strong>.<br />
L’impianto argomentativo del suo articolo denuncia l’idea weiningeriana secondo cui la donna sarebbe ridotta a “sessualità oggettivata” dalla lussuria maschile. Eppure, se guardiamo agli assunti di base del femminismo radicale e del separatismo (di cui la stessa Melandri si è fatta spesso portavoce o esegeta), troviamo una simmetria concettuale a dir poco imbarazzante:</p>
<p><strong>1. Il desiderio maschile come forza corruttrice</strong><br />
Per Weininger, l’uomo, attraverso il suo insopprimibile desiderio sessuale, condanna la donna a rimanere pura “materia”, impedendole di elevarsi spiritualmente. Sorprendentemente, il femminismo radicale postula un principio quasi identico, seppur rovesciato nella sua connotazione morale: <strong>la sessualità maschile viene essenzializzata e descritta come ontologicamente prevaricatrice, violenta e corruttrice.</strong> In questa visione, l’eros eterosessuale non è mai un incontro paritario, ma sempre una dinamica di potere in cui l’uomo degrada, oggettifica e “corrompe” l’integrità e la natura femminile. Tanto Weininger quanto le femministe radicali concordano su un punto fondamentale: il desiderio maschile è intrinsecamente tossico per la donna.</p>
<p><strong>2. La patologizzazione dell’incontro tra i sessi<br />
</strong>Weininger considerava l’attrazione sessuale un male da sradicare. La sua soluzione era l’ascetismo assoluto: l’uomo doveva smettere di desiderare la donna per salvarla. <strong>Allo stesso modo, il femminismo separatista teorizza che la liberazione femminile possa avvenire solo recidendo i legami affettivi, sessuali e sociali con il genere maschile</strong>. L’idea del separatismo non è altro che la versione femminista dell’ascetismo weiningeriano: in entrambi i paradigmi, la relazione tra uomo e donna è giudicata irreformabile, irrimediabilmente guasta alla radice. La “salvezza” (che si chiami redenzione morale o emancipazione politica) si ottiene solo attraverso la separazione e la negazione dell’incontro biologico e relazionale.</p>
<p><strong>3. L’essenzialismo mascherato</strong><br />
L’articolo critica ferocemente il determinismo biologico e la cultura patriarcale, ma <strong>ricade nello stesso identico errore</strong>: attribuisce alla “sessualità maschile” un’essenza monolitica, violenta e immutabile (esemplificata dal continuo richiamo al possesso e alla sopraffazione). Dipingendo l’uomo esclusivamente come un predatore incapace di vivere l’erotismo senza violenza, il femminismo radicale fa esattamente ciò che rimprovera alla misoginia storica: riduce un intero sesso a una caricatura deterministica.</p>
<p>In sintesi, l’interpretazione che la Melandri e il femminismo radicale danno delle dinamiche tra i sessi si morde la coda. Nel tentativo di decostruire Weininger, finiscono per resuscitarne il fantasma. Assolutizzando la sessualità maschile come un “modello unico e dominante” fondato sulla sopraffazione, e vagheggiando una purezza femminile da difendere attraverso la separazione e la diffidenza sistematica, queste teorie dimostrano di non aver superato il dualismo tragico del filosofo austriaco, ma di averlo semplicemente adottato come manifesto politico.</p>
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		<title>Femminismo fasciosistemico e comunizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 16:21:47 +0000</pubDate>
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<p>Quando parliamo della “questione di genere”, stiamo nominando, in realtà, una posizione materiale all’interno di un ordine che distribuisce funzioni e possibilità. Essere donna o essere uomo significa abitare una specifica collocazione socio-economica: una donna con risorse elevate e una donna priva di mezzi condividono il genere, eppure vivono all’interno di orizzonti d’esistenza incomparabili. Lo stesso vale per ogni altra identità: essere nero, gay, migrante cambia completamente senso a seconda della propria posizione nei dispositivi che organizzano l’accesso alle risorse.</p>
<p>Le formule che attraversano il discorso pubblico – “tutte le donne sono oppresse”, “tutti gli uomini sono privilegiati” – cancellano questa complessità. Oscurano ciò che dovrebbe apparire evidente: non esiste alcuna esperienza politica comune tra la dirigente di una multinazionale e la lavoratrice domestica che ne pulisce la casa. Christine Lagarde, Ursula von der Leyen, le CEO che firmano bilanci e strategie globali: queste donne condividono forse qualcosa di essenziale con le operaie che producono le merci che esse amministrano? In realtà, esse condividono l’appartenenza biologica a un genere ma tale dato viene trasformato dal femminismo in un “tutto” – una presunta comunanza che attraverserebbe i ceti sociali, cancellando il conflitto reale. Il femminismo obbliga Lagarde e la domestica a riconoscersi come “donne” prima che come capitalista e proletaria, e questo riconoscimento è precisamente ciò che impedisce l’antagonismo. Si tratta di una convergenza impossibile, fondata su un’astrazione – “la donna” – che maschera il rapporto di dominio effettivo.</p>
<p>Diverso è il caso di soggetti che, pur geograficamente e culturalmente distanti, possono convergere politicamente perché la loro differenza non costituisce il principio organizzatore dell’azione. L’operaio tedesco e il bracciante africano possono costruire un socialismo internazionalista proprio perché si riconoscono nella posizione strutturale e oggettiva di chi vende forza lavoro e, da questa posizione, possono sottrarre le loro differenze alla logica imperialista, facendone materia di solidarietà e non di frammentazione. Quando l’asse politico è il genere, invece, tale convergenza diventa strutturalmente impossibile: Lagarde e la domestica non hanno terreno comune se si organizzano <em>in quanto donne</em>.</p>
<p>In questo senso, il <em>fasciosistema </em>– questa macchina che organizza la vita secondo logiche di valorizzazione e scarto (è l’oggetto di ricerca del mio prossimo libro) – non è affatto maschile. Le donne inserite nelle oligarchie dominanti sono tutto meno che alleate delle donne subalterne contro gli uomini: sono piuttosto alleate degli uomini delle<em> élite</em> contro donne e uomini subalterni. Il loro genere diventa del tutto irrilevante rispetto alla funzione che svolgono nella riproduzione delle gerarchie.</p>
<p>Le legislazioni che negli ultimi decenni hanno giustamente spinto verso l’autonomia femminile hanno certamente trovato nelle donne stesse una fonte di ispirazione autentica. Sarebbe tuttavia ingenuo non riconoscere che l’intento sistemico nascosto dietro queste trasformazioni ha esteso il mercato capitalistico a nuovi produttori e nuovi consumatori. L’accesso al lavoro salariato significa iscrizione a pieno titolo nel circuito della produzione di plusvalore. L’energia delle donne e la loro intelligenza, sono diventate merci da scambiare. La soggettività femminile non è più – in larga misura – estranea al ciclo capitalistico ma ne è stata direttamente coinvolta. Un individuo con un salario, infatti, è un essere umano con potere d’acquisto. La donna economicamente autonoma diventa il <em>target </em>ideale per un’industria che le vende non solo prodotti ma identità: l’abito griffato come dichiarazione di successo, la palestra come promessa di un corpo performante. La sua stessa liberazione diventa una narrativa da vendere per alimentare il consumo. Insomma, la legislazione progressista va intesa come il compimento di un capitalismo entropico che ha voluto portare la vita intera – proprio tutta – nell’orbita del rapporto economico.</p>
<p>La funzionalizzazione fasciosistemica si regge su una mutazione antropologica profonda: la sostituzione delle differenze qualitative con una neutralità astratta. Solo un essere reso neutro, spogliato dai radicamenti concreti che un tempo rendevano i mondi maschili e femminili ambiti di sussistenza autonomi e non comparabili, può essere misurato e messo a valore. L’uguaglianza formale diventa così il prerequisito tecnico della mercificazione universale. In questo senso, la neutralità è la maschera di un sistema che, per poter sfruttare l’intero spettro dell’umano, deve prima pretendere che siamo tutti identici di fronte alla produzione, cancellando proprio quelle alterità che rappresentavano l’unico vero argine all’astrazione del dominio.</p>
<p>In quest’orizzonte, porre il genere come categoria politica primaria significa accettare il terreno di gioco predisposto dal biocapitalismo. Si rinuncia alla lotta contro il fasciosistema per concentrarsi sulla gestione di un’identità che il mercato ha già previsto e catalogato. L’atteggiamento rivendicativo chiede <em>per sé</em> semplicemente una migliore allocazione o un riconoscimento simbolico. Il femminismo finisce per fornire al capitale i dati necessari per una gestione più capillare e “inclusiva” della forza lavoro, garantendo che nessuno sia più estraneo al ciclo della produzione e del consumo. La differenza viene così svuotata di ogni potenziale eversivo e reinserita nel circuito come una variante di una neutralità capitalistica che rimane il vero sovrano.</p>
<p>Occorre qui una precisazione teorica decisiva. Qualsiasi tentativo di costruire un “femminismo materialista” che mantenga il genere come categoria politica primaria compie una contraddizione performativa. Se il materialismo significa analisi dei rapporti di produzione, della distribuzione del plusvalore, delle condizioni strutturali di accesso alle risorse, allora il genere può comparire solo come <em>effetto</em> di queste dinamiche, non come causa o categoria autonoma. Il materiale è <em>metagenerico</em> per definizione: le posizioni nella struttura economica attraversano e ridefiniscono continuamente le identità di genere, rendendole politicamente secondarie. Se Lagarde e la domestica non hanno nulla in comune che possa fondare una politica, il materialismo è rispettato. Se invece hanno qualcosa in comune <em>in quanto donne</em>, allora il materiale è stato subordinato all’identitario – e non si sta più facendo materialismo antisistemico ma sessismo, nel senso preciso: pensare il sesso/genere come determinante. Una critica realmente materialista deve quindi dissolvere il genere come soggetto politico autonomo. Non si tratta di negare che esistano corpi sessuati, né che il capitale organizzi differentemente la loro valorizzazione, ma di negare che questa organizzazione produca un <em>noi</em> politico coerente. Il corpo femminile in quanto tale non è un soggetto rivoluzionario, così come non lo è il corpo maschile: lo diventa solo quando si inscrive in una posizione di classe specifica.</p>
<p>Attraverso la frammentazione, il femminismo divide ciò che la disuguaglianza potrebbe unire: lavoratrici e lavoratori, resi reciprocamente sospetti, cessano di riconoscersi come parte di una medesima condizione. La retorica della parità di genere diventa <em>marketing</em> etico, ossia un modo per aggiornare il volto della gerarchia volgendolo verso una forma retorica di giustizia. Il medesimo sistema che sfrutta lavoratrici e lavoratori, devasta ecosistemi e produce povertà, si presenta come portatore di libertà e uguaglianza. È chiaro dunque che la cosiddetta emancipazione è amministrata come politica d’immagine: l’architettura ideologica consente all’apparato di sembrare più raffinato, più inclusivo nella forma – e, proprio per questo, più totale nella sostanza.</p>
<p>Pensiamo alla questione del lavoro domestico. L’analisi femminista lo denuncia come lavoro “non pagato”, concludendo talvolta che ciò provi lo sfruttamento degli uomini sulle donne. Si tratta però di un errore contabile che maschera i rapporti reali. Il salario operaio non è il guadagno personale dell’uomo da cui poi la donna verrebbe esclusa: costituisce piuttosto il reddito familiare, calcolato dal capitale per riprodurre l’intera unità economica – uomo, donna, figli. L’operaio che porta a casa la paga non beneficia del lavoro domestico della moglie più di quanto lei benefici della sua paga. Entrambi si impegnano – lui nel lavoro esterno, lei in casa – per riprodurre la forza lavoro occorrente al capitale. La divisione dei ruoli costituisce dunque una modalità organizzativa del rapporto capitalistico di produzione. Il fatto che uno soltanto riceva formalmente un compenso li danneggia entrambi e non costituisce la prova che il maschile sfrutti il femminile. In realtà, scaricare il lavoro di cura sulla famiglia permette di abbassare il costo complessivo del lavoro.</p>
<p>La soluzione non può essere il salario domestico, che privatizzerebbe ulteriormente la cura. A mio parere, l’unica strada verso l’emancipazione passa per la socializzazione della riproduzione: servizi pubblici universali e riduzione dell’orario lavorativo. Queste misure redistribuiscono tempo e libertà di scelta. Tuttavia, qui si apre un problema che non può essere eluso: il rischio che la socializzazione riproduca, su scala statale, la stessa logica neutralizzante dello Stato sociale capitalistico. La socializzazione moderna-neutrale presuppone soggetti già omogenei, intercambiabili e astratti. Per esempio, il contribuente o l’utente. La storia del <em>welfare</em> novecentesco mostra esattamente questo: la famiglia nucleare come modulo <em>standard</em>, la madre come funzione sociale normata, il bisogno ricondotto a prestazione erogabile.</p>
<p>Ciò che occorre pensare è una socializzazione che non parta dall’identità astratta ma dai corpi reali con il loro carico di emozioni, biografie diverse, disagi e bisogni. Non si tratta di celebrare le differenze corporee come identità politiche ma di riconoscerle come materialità concrete che richiedono risposte differenziate: il bambino ha bisogni diversi dall’anziano, il malato dal sano, chi partorisce da chi non partorisce. La differenza non va né celebrata (come fa l’identitarismo) né negata (come fa la neutralizzazione capitalistica), ma <em>restituita alla sua insignificanza politica</em>. I corpi sono diversi, e questo è un fatto. Ma questa diversità non fonda né gerarchie né soggetti politici. Diventa semplicemente lo sfondo materiale su cui costruire forme di vita comune che non costringano nessuno a ridursi a funzione. La vera posta in gioco è sottrarre la cura alla doppia tenaglia del mercato privato e dell’apparato statale, pensandola come <em>comunizzazione</em>. Bisogna rendere possibili forme di reciprocità che non passino <em>esclusivamente </em>per la codificazione amministrativa.</p>
<p>Ogni configurazione storica produce le proprie forme di legittimazione ideologica. È una necessità sistemica: il potere ha sempre bisogno di presentarsi come un’evidenza che non richiede dimostrazione. Nel capitalismo avanzato, il femminismo è divenuto uno dei linguaggi attraverso cui il sistema pensa sé stesso. Un’ideologia è dominante non quando tutti la professano, ma quando i suoi presupposti costituiscono l’orizzonte stesso del pensabile. Il femminismo ha raggiunto precisamente questo statuto: è diventato trasparente, ossia un dato pre-politico, la cornice entro cui ogni discorso pubblico deve inscriversi per essere ascoltato. Chi osa interrogare la funzione sistemica di quest’ideologia è marchiato come reazionario e nemico dell’emancipazione. La violenza simbolica – oggi come in ogni tempo – costituisce la firma del pensiero dominante: non ha bisogno di argomentare perché detiene il monopolio della legittimità discorsiva.</p>
<p>La verifica empirica di questa egemonia è evidente. Le <em>corporation</em> globali si adornano dei suoi simboli, le banche finanziano le sue retoriche, i governi – qualunque sia la loro colorazione nominale – ne fanno il proprio vangelo civile. Dovremmo chiederci: se il femminismo fosse davvero antagonista rispetto alle gerarchie, il sistema lo combatterebbe. Invece lo coopta, lo finanzia, lo celebra. Perché? Perché assolve funzioni precise nella riproduzione sistemica. In un’epoca di desertificazione economica e di dissoluzione dei legami sociali, il discorso pubblico è monopolizzato da conflitti che non ridistribuiscono nulla, che non modificano i flussi della ricchezza. Servono piuttosto a distogliere lo sguardo dall’unica domanda veramente pericolosa: chi possiede i mezzi di produzione e come si distribuisce il plusvalore sociale.</p>
<p>Il femminismo è l’ideologia perfetta per un capitalismo che ha bisogno di presentarsi come inclusivo, proprio mentre prosegue imperterrito nella concentrazione verticale di ricchezza e influenza. Un sistema che può permettersi di celebrare la prima donna miliardaria mentre impoverisce milioni di donne e uomini ha trovato nella retorica dell’emancipazione di genere uno strumento per occultare la propria natura estrattiva.</p>
<p>La frammentazione contemporanea riflette una trasformazione sistemica profonda. La classe operaia fordista – concentrata nelle fabbriche, organizzata nei sindacati, riconoscibile a sé stessa – non esiste più. Con il passaggio al digitale, alla finanziarizzazione, all’economia post-industriale, sono mutate anche i luoghi della produzione, le forme dell’impiego, oltre che le modalità stesse del conflitto. La precarizzazione e la segmentazione contrattuale hanno sottratto alla sfera del lavoro la possibilità di percepirsi come unità conflittuale. In questa condizione, l’identità non può più fondarsi su ciò che si fa o sulla posizione che si occupa nella struttura. Può ancorarsi soltanto a ciò che appare immediato e sempre disponibile: il sesso, il colore della pelle, l’orientamento sessuale. L’identità corporea diventa il surrogato politico di una comunità dissolta. Quando non è più possibile dire “noi” a partire da una condizione storica condivisa, si è costretti a dirlo a partire da una condizione biologica.</p>
<p>Anche il femminismo intersezionale, pur moltiplicando gli assi di discriminazione, conserva intatto il presupposto fondamentale: la priorità delle determinazioni identitarie rispetto alla condizione sistemico-materiale complessiva dei soggetti. Esso scompone il conflitto in una costellazione di posizioni soggettive parziali, ciascuna definita prima di tutto da ciò che “è”, e solo secondariamente da ciò che significa nella struttura economica e sociale. Il mondo sociale diventa una mappa di identità che competono per il riconoscimento. L’intersezionalità non corregge dunque il limite fondamentale del femminismo: non ricompone la frammentazione, ma la rende stabile e teoricamente legittima.</p>
<p>In quest’orizzonte, a mio parere, il compito che si impone consiste anzitutto nell’assumere una nuova consapevolezza della linea che ci separa davvero: quella tra valorizzazione e scarto, tra <em>e-city</em> e <em>no-city</em>. Si tratta di abitare consapevolmente questa frontiera per far emergere le solidarietà reali, quelle che nascono dalla condizione strutturale condivisa, non dall’appartenenza identitaria. Non esistono soggetti rivoluzionari già costituiti. Il soggetto della trasformazione non preesiste ma si costituisce nella lotta, attraverso il riconoscimento pratico della comune esposizione al disagio. È necessario attraversare la frammentazione contemporanea per scoprire, al di sotto delle divisioni costruite appositamente dal sistema, le connessioni strutturali che producono disagio e marginalità.</p>
<p>Pertanto, il vero salto qualitativo nella critica non può dipendere da una sterile competizione fra vittime, ma dalla capacità di riconoscere che l’apparato assegna funzioni, premi e sanzioni producendo simultaneamente vantaggi e costi, riconoscimento instabile e alienazione. A questa consapevolezza occorre legare un’etica della differenza radicalmente rinnovata: non il rispetto dell’altro in quanto portatore di un’identità da celebrare ma il rispetto dell’altro in quanto corpo reale, con bisogni, fragilità e desideri che non fondano soggetti politici ma esigono riconoscimento materiale. Solo questa solidarietà post-identitaria, che sottrae la differenza corporea sia alla neutralizzazione capitalistica sia all’identitarismo competitivo, può costituire l’atto fondativo di una liberazione che sia realmente <em>di tutti</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Inclusione e Grande Madre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabrizio Marchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 16:11:26 +0000</pubDate>
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<p>Il tema dell’inclusione è uno dei dogmi culturali e pedagogici del liberalismo.  La parola inclusione è utilizzata quale mezzo di propaganda per mascherare scelte aziendali e capitalistiche come democratiche e per tacitare i dissenzienti, giacché solo un essere antidemocratico e ostile all’umanità potrebbe essere contrario all’inclusione. Con tale propaganda i dissenzienti sono zittiti e posti ai margini della vita culturale e, nel contempo, coloro che sono per l’inclusione indifferenziata nel “migliore dei mondi possibili e specialmente nell’unico possibile” sono nei fatti discriminati. Si include e si discrimina, tale ritmo censorio  non è mai colto, poiché è già il segno della profondità del male. Il risultato di questa campagna inclusiva che passa dalla formazione, in particolare, ma è generalizzato, è il nuovo dogma, anche,  della chiesa e giunge nelle aziende fino a fondare un corpo sociale interno al  dogma (inclusione) mai pensato e mai problematizzato. Chiunque osi pensare il dogma dell’inclusione è guardato con sospetto e marginalizzato, le sue parole sono niente, poiché sono respinte in modo meccanico e immediato.  L’inclusione è il dogma che neutralizza la contestazione, poiché non si può contestare una società inclusiva che consente ad ogni differenza di esprimersi sul mercato della diversità, purché si taccia sullo sfruttamento, sulla mercificazione delle vite, sulla precarietà erotica con annesso depopolamento programmato, su un regime pensionistico semplicemente disumano e sull’iniqua e scandalosa  distribuzione delle ricchezze. Il pedaggio da pagare per l’espressione, all’interno dei confini del capitalismo, delle differenze è l’accettazione sovrana delle contraddizioni rese fatali e inemendabili. Nella società inclusiva  le pulsioni sono “libere” e sono sganciate dall’etica e dalla progettualità, sono materialità primitiva e meccanica da scaricare,  la mente è, invece, nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. L’alternativa reale al sistema è resa impensabile mediante il terrore orchestrato dello stalinismo e del fascismo sempre alle porte che bussano per privarci della società inclusiva, per cui bisogna solo accettare e ringraziare “il dio mercato-” con i suoi dogmi.</p>
<p>Ma c’è molto di più, l’inclusione è tecnica in senso heideggeriano. L’organizzazione della società a misura di mercato è  fondata sulle leggi dell’economia liberista e sul connubio tra sorveglianza e persuasione perenne mediante tecnologie e apparati mediatici. Gradualmente l’organizzazione diventa una rete avvolgente e asfissiante che penetra nella psiche conquistandone i pensieri mediante l’immissione del lessico “politicamente corretto” e disciplina il corpo reso mezzo per produrre, consumare e godere rigorosamente in solitudine, poiché l’altro è sempre un mezzo e mai un fine con cui disegnare progettualità etiche. Tale pianificazione mediante l’organizzazione tecnica e ideologica raggiunge il suo completamento e senso nella Grande Madre. L’inclusione è simbiosi, pertanto è accostabile all’archetipo junghiano della Grande Madre, la quale include al fine di impedire l’autonomia del soggetto e l’esplorazione di altre possibilità organizzative. L’attacco alla figura del padre nel suo significato materiale e simbolico è evidente. Il padre libera il figlio dalla simbiosi materna causando dolore al fine di creare il nuovo e di progettare nuove realtà relazionali.</p>
<p>La ferita della crescita e la perversione della Grande Madre</p>
<p>L’intero sistema si fonda sull’edonismo e promette di non recare alcuna ferita. La vita come distacco generativo è condannata, essa dev’essere sempre e solo piacere e protezione, per cui l’infantilismo deve regnare. La derealizzazione porta a gesti estremi. Il piacere è regressivo per cui la morte è rimossa, la vecchiaia anche e l’impegno è considerato sempre aleatorio, in quanto connesso esclusivamente al piacere personale. Dalla simbiosi inclusiva si genera solo la morte. Si esclude la possibilità di procreare biologicamente e intellettualmente, poiché  ciò reca fatica e, specialmente, la Grande Madre potrebbe intervenire con conseguenze terrorizzanti, o meglio essa non interviene, in quanto l’abitudine al desiderio personale divenuto diritto destabilizza i caratteri e li rende pavidi e vigliacchi.</p>
<p>Il sistema, dunque, ha ucciso il padre e il maschio, questi sono tollerati solo se si dedicano a produrre reddito e a imitare la Grande Madre con la sua pedagogia inclusiva. Il padre è stato abbattuto, poiché ha il compito naturale ed etico di infliggere la ferita, come detto,  del distacco dalla madre, in modo che il figlio possa cercare nuovi percorsi e progettare da autonomo la sua esistenza mediante la famiglia e nella comunità. L’assassinio del padre coincide con la morte di Dio, pertanto tutto è relativo e tutto è possibile. In tale contesto anche la madre è offesa e mutila, poiché la sua funzione è complementare a quella del padre. La madre nutre, cura e difende la vita, mentre il padre consente di nascere liberamente al mondo. L’abbattimento del padre nella caccia ideologica realizzata ha sostituito la madre con la Grande Madre dell’organizzazione inclusiva. Si tratta di una madre perversa, poiché ha sostituito la cura premurosa della madre con il controllo e il potere assoluto sugli inclusi. Le madri, esattamente come i padri, in tale contesto sono esseri neutri nel genere, poiché le loro esistenze devono essere finalizzate al produttivismo e all’eterna giovinezza da comprare con attività ginnica infinita,  con l’industria cosmetica e con la chirurgia estetica. Nelle città è impossibile non imbattersi nei forzati della salute e le medesime realtà urbane sono un invito all’attività ginnica. Gli spazi sono palestre in cui è vietato pensare, ma ci si deve muovere sempre come criceti in gabbia. La vita si muta in morte, poiché la vita come generazione e cura che prepara la propria morte permettendo ai nuovi nati la naturale e umana sostituzione è negata. Il mito dell’immortalità che si fa strada all’ombra della morte della Grande Madre reca con sé la morte di una civiltà millenaria con la sua sterilità voluta e indotta con cui si respinge la morte, in quanto ogni nuovo nato ci rammenta la nostra morte.</p>
<p>La Grande Madre con la sua organizzazione tecnocratica potrebbe essere il punto finale della fine della civiltà occidentale. Forse è il primo caso di una civiltà che organizza il proprio suicidio e legalizza la cultura della morte come atto supremo per respingerla non potendola dominare realmente e sostituirla con l’immortalità. Il delirio di onnipotenza, abbattuto ogni limite etico, politico e religioso non può che portare ad una conflittualità perenne e a una serie di guerre suicide.</p>
<p>Guerre e Grande Madre</p>
<p>La rottura dell’equilibrio tra il maschile e il femminile è foriero di violenza, e tale violenza ormai palese è coperta con il Velo di Maya dell’ipocrisia delle parole. La parola prima è “inclusione”, parola ossessiva e compulsiva onnipresente in ogni discorso e scelta, poiché se si include non vi possono essere contestazioni e, dunque, si può procedere senza limiti e confini. Capitalismo e Grande Madre tecnocratica sono un corpo unico, sono il mostro policefalo che la critica radicale deve svelare nella sua verità. Naturalmente l’inclusione non può essere autentica, poiché dove regna la corrente glaciale della morte non vi può essere autentica inclusione. La Grande Madre è una parvenza di madre, è il volto perverso della maternità, poiché infantilizza, spinge alla mortale competizione i suoi figli per tenerli al suo guinzaglio e impedisce loro di crescere e diventare “padri e madri” a livello materiale e simbolico, giacché  per essere padre o madre non è necessario generare un figlio, ma è fondamentale “sostenere le vite nel loro percorso di generazione e di autonomia”.</p>
<p>Nelle scuole la Grande Madre ha la sua espressione più completa e dunque è l’istituzione in cui essa si mostra pienamente. L’inclusione è ottenuta  trasformando la scuola in istituzione erogatrice di promozione e voti sempre attenta a soddisfare il desiderio del cliente.  Vedasi in Italia il caso dei cento e lode alla maturità. A scuola, mentre si include si insegna la competizione, la lotta e l’agonismo imprenditoriale. Si include per formare i futuri sudditi a immagine e somiglianza del potere. La Grande Madre non è madre, pertanto inganna, in quanto persegue il potere. Il desiderio deregolamentato costantemente utilizzato per strappare un facile e irriflesso consenso è la via che conduce alla chiusura alla vita. Il desiderio senza scambio simbolico chiude in una atomistica dell’indifferenza nella quale il godimento onanistico e decerebrato conduce alla derealizzazione e alla morte della vita politica. Le comunità sono solo aziende dove si comprano desideri e nelle quali si muore in solitudine. La proliferazione delle “case del commiato” è parte di un sistema di negazione della morte e del rifiuto della vita dal concepimento alla sua fine. Nulla è più menzognero che la lettura della crisi demografica causata da “condizioni economiche non ottimali” per generare. La causa reale è il desiderio narcisistico idolatrato, pertanto non c’è spazio per relazioni di dono. L’inclusione nel mondo della Grande Madre esige la rinuncia alla natura sociale e politica dei suoi membri. Il pensiero dev’essere neutralizzato, in modo che la Grande Madre sia eternizzata e astoricizzata. Le famiglie sono ormai quel che resta di una comunità famigliare, in quanto i genitori, quando vi sono, sono ormai  adolescenti accecati dal desiderio e pronti a soddisfare senza filtro i capricci dei figli. L’aggressività non è contenuta o sublimata, ma regna sovrana nel sistema della Grande Madre. Le pulsioni sadiche non sono controllate, dato che i padri che avrebbero il compito di insegnare ai figli a contenerle sono scomparsi, la conseguenza è una violenza generalizzata e distruttiva che si propaga in modo angosciante tra patologie e lotte darwiniane.</p>
<p>Claudio Risè legge il tempo del desiderio indifferenziato e immediato nella regressione ad una fase orale generalizzata. L’infantilismo è l’effetto dell’oralità divoratrice.  La Grande Madre nutre il desiderio in modo esponenziale e lo sollecita, è  il segno diabolico-divisorio della sua potenza, e in tale dinamica onirica e delirante è un’intera civiltà a decadere:</p>
<p><em>“Nella «fase orale» il mondo viene conosciuto mangiandolo e godendone per obbedire al principio del piacere, vissuto nella sua modalità «divorante». In precedenti lavori ho insistito sulle analogie fin troppo evidenti tra l’attuale «società dei consumi», che tratta l’individuo soprattutto come «consumatore» che si appaga ingozzandosi di prodotti e godendo di beni «fabbricati», e l’attività psicologica dell’archetipo (già incontrato nel testo) della Grande Madre nel suo aspetto divorante, che tende appunto a mantenere l’individuo in una posizione «orale», impedendogli di evolversi fino ai più sviluppati livelli della coscienza. Il potere della Grande Madre viene conservato mantenendo l’individuo nella dimensione infantile, dell’immediatezza, ed evitandogli l’esperienza fortificante della privazione. Uno degli effetti della liquidazione dell’imago paterna, personale e collettiva, è dunque quello di farci regredire allo stadio orale, della primissima infanzia, con le sue note caratteristiche. Per esempio: l’incapacità di reggere la tensione dell’attesa o della mediazione (si vive tra immediatezza e onnipotenza, entrambe caratteristiche infantili); la manifestazione plateale del sentimento, che viene subito spettacolarizzato, e diventa superficiale; l’impossibilità di introspezione (il tipo psicologico «introverso» tende anzi a venire considerato «patologico», e viene guardato con sfavore, proprio perché si sottrae istintivamente all’esteriorizzazione infantile dominante). L’oralità di questo modello sociale si manifesta anche nella tendenza a cadere in comportamenti letteralmente divoranti, in cui le difficoltà psicologico-affettive provocate dal non saper reggere la tensione (dell’attesa, della privazione), vengono «compensate» attraverso l’assunzione-ingestione di sostanze: cibi, droghe, alcool<a href="https://www.linterferenza.info/cultura/inclusione-e-grande-madre/#_ftn1"><strong>[1]</strong></a>”.</em></p>
<p>Molte patologie che nelle scuole si riscontrano hanno la loro causa nel vuoto famigliare e nella deregolamentazione pedagogica. Se non vi sono regole ma solo desideri l’attenzione non può che scemare, il disagio relazionale non può che aumentare per il diffuso narcisismo e l’irrequietezza motoria diventa sovrana.  Si deve constatare un progressivo decadimento dell’azione paideutica, in quanto genitori, docenti e pedagogisti e, si potrebbe continuare, sono i migliori custodi dell’esercizio della tecnocrazia capitalistica. I punti di trasmissione del “male” devono essere individuati con chiarezza in modo da agire per riportare la politica del bene e della cura nel disordine irrazionale dell’impianto della Grande Madre/capitalismo assoluto. I due punti si toccano, la Grande Madre è un assoluto, non conosce limiti e confini, essa vuole solo se stessa, è un idolo che esige il sacrificio perenne dei suoi figli asserviti e alienati.</p>
<p>Il nuovo umanesimo comunista non potrà che fondare comunità nelle quali l’equilibrio tra il maschile e il femminile sarà la condizione per la generazione e per un’equa distribuzione delle risorse, in quanto il desiderio deregolamentato sarà sostituito con il logos e con la facoltà, di conseguenza, di pensare la vita e le vite nella loro realtà immanente e negli autentici bisogni. La dismisura è il grande male che ha il volto tutto da decodificare della Grande Madre tecnocratica.</p>
<p>Nel frattempo stiamo allevando generazioni dedite all’irrazionalità del desiderio e all’omologazione e ciò potrebbe essere la premessa di nuovi e tragici totalitarismi. Al complesso di Telemaco delle nuove generazioni bisogna rispondere e il dramma è il vuoto abissale di adulti autentici che possano rispondere a tale umano bisogno. Di questo bisogna prendere atto senza cadere nel pessimismo paralizzante frutto tossico della Grande Madre di cui non dobbiamo nutrirci. La Grande Madre nutre se stessa con il godimento del potere sui propri figli, pertanto li vuole eterni infanti corrosi dal desiderio e pronti all’obbedienza e all’omologazione e li ricatta con il terrore dell’esclusione e di conseguenza li forgia nel conformismo più abietto e li rende incapaci di ascoltare “le stelle che danzano” nel loro essere.</p>
<p>Ciò malgrado, dinanzi alla catastrofe che avanza, non pochi  sono  insoddisfatti dalle facili risposte che il sistema mediatico pone per spiegare e calmierare le domande e per spiegare i crimini truculenti di una società senza padri, senza maestri e senza madri. In modo carsico l’inquietudine comincia a prendere forma intorno a domande profonde alle quali dobbiamo concorrere a dare risposte in modo da favorire l’esodo dalla violenza della Grande Madre tecnocratica, la quale ha nell’illimitato e nella sola logica acquisitiva i suoi tremendi fondamenti nichilistici. La vita è sempre relazione, e la relazione prima è il rapporto tra “padre e madre” che il capitale ha sostituito con il mercato e con i suoi idoli  letali.</p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p><a href="https://www.linterferenza.info/cultura/inclusione-e-grande-madre/#_ftnref1">[1]</a> Claudio Risè, Il Padre l’assente  inaccettabile, ed. San Paolo, paragrafo: La perversione «divorante» nella società senza padre</p>
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