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	<title>Collasgarba</title>
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	<description>Un altro blog di Adriano Maini</description>
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		<title>Memorie dei campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2026 11:14:55 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/ak.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="437" height="640" src="http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/ak.jpg" alt="" class="wp-image-6902" srcset="http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/ak.jpg 437w, http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/ak-320x469.jpg 320w" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" /></a></figure>



<p>Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i campi per civili jugoslavi appena descritti rimasero in funzione anche dopo la sfiducia a Mussolini del 25 giugno 1943, con un’attività che si protrasse sotto il governo del maresciallo Badoglio fino alla capitolazione dell’Italia &lt;55, datata 8 settembre 1943 (Kersevan 2008: 91 93). I giorni che seguirono segnarono la fine dei campi fascisti per jugoslavi: in molti campi furono i soldati italiani, rimasti senza ordini né direttive chiare, a lasciar andare gli internati o ad andarsene loro stessi, abbandonando il controllo del campo. In altri casi gli internati si liberarono da soli o, come nel caso dell’isola di Arbe, caso più unico che raro, si organizzarono in una brigata partigiana &lt;56, disarmarono i Carabinieri e presero il controllo del campo &lt;57, decretandone la fine e unendosi, alcuni giorni più tardi, alle truppe partigiane sul continente. In quei giorni succedeva anche che alcuni ormai ex campi fascisti, ancora presidiati dal Regio Esercito, cadessero nelle mani delle truppe tedesche o che chi fuggiva dai campi venisse preso prigioniero dagli stessi soldati della Wehrmacht. Per tanti di loro questo significò l’inizio di un capitolo ancora più buio della propria storia personale, con la deportazione nei lager nazisti, dai quali molti non fecero ritorno (Capogreco 2019: 222 238).<br>Una volta esauritasi la loro funzione originaria, i luoghi che avevano ospitato i campi di concentramento per civili jugoslavi o quelli che erano stati creati ex novo a tale scopo vennero abbandonati. In molti casi, come a Gonars e a Visco, la popolazione locale, stremata da anni di guerra, non esitò a razziare tutto il possibile dai magazzini e dalle strutture, facendo letteralmente a pezzi gli edifici, le baracche e gli accampamenti che, fino a poche settimane prima, erano stati luoghi di prigionia e morte per migliaia di jugoslavi internati. Soprattutto nei casi in cui il campo fosse composto prevalentemente da tende o baracche di legno e lamiera, ciò che rimase fu pochissimo (ad esempio ad Arbe e a Gonars). Dove invece si erano utilizzate strutture preesistenti, come delle caserme, gli edifici in muratura generalmente sopravvissero alla guerra (ad esempio a Visco e a Monigo) e, dopo il 1945, vennero usati per i fini più disparati: come sistemazione temporanea per gli esuli istriani, come centro della Protezione civile, come zona militare ecc.<br>Ciò che ad oggi rimane dei campi è molto poco. Il riutilizzo delle strutture preesistenti per altri scopi di pubblica utilità o la completa rimozione delle costruzioni avvenuta ancora durante il conflitto hanno sicuramente contribuito all’oblio collettivo che riguarda moltissimi di questi luoghi. Di alcuni si è persa persino la memoria tra la popolazione locale, con persone comuni che spesso ne negano l’esistenza oppure collegano queste strutture ai lager nazisti o ai campi profughi per gli esuli istriani.<br>[…] In altri luoghi la situazione è leggermente migliore, con monumenti, cimiteri, memoriali o tabelle informative, come nel caso di Arbe. Qui, a ricordo degli orrori del campo di concentramento, nel 1953 è stato eretto un complesso memoriale in pietra bianca, opera dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar, che contiene le tombe degli internati (Curtis, Krušec, Vodopivec 2004). Va sottolineato come, fino a non molti anni orsono, la totalità delle iniziative volte alla valorizzazione dei luoghi dell’internamento dei civili jugoslavi ed alla loro memoria, comprese le cerimonie pubbliche, fosse appannaggio unicamente delle istituzioni jugoslave (e successivamente slovene e croate) o delle associazioni degli ex internati.<br>Come sottolineato da Capogreco: &#8220;Le dimenticanze ed i “buchi neri” della nostra guerra nei Balcani, certamente favoriti dallo stereotipo della “bontà italiana” e dalla “relativizzazione” dei crimini fascisti a fronte di quelli generalmente più efferati commessi dai nazisti, sono dipesi pure dall’oggettivo interesse degli Alleati a “non colpevolizzare” un’Italia che, alla fine della guerra, entrava ormai a far parte della loro orbita politico strategica. Ciò ha consentito che, dopo il 1945, cadessero sostanzialmente nel vuoto le accuse di “internamento in condizioni disumane” e quelle relative agli altri crimini di guerra commessi dagli italiani, inoltrate alle apposite commissioni internazionali dal governo jugoslavo e da quelli di altre nazioni aggredite da Mussolini (Capogreco 2001: 135).<br>La scarsa propensione all’elaborazione della storia nazionale relativa agli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale è probabilmente collegata anche all’immagine del “bono taliano”, in opposizione al nazista sanguinario, portata avanti in particolare dal cinema italiano del secondo dopoguerra (Klinkhammer, Zimmermann 2021).<br>L’attenzione e la consapevolezza pubblica rispetto a questi temi è però aumentata gradualmente, soprattutto dopo la pubblicazione, negli ultimi decenni, di numerose ricerche in lingua italiana. In particolare hanno avuto un impatto decisivo i lavori di Carlo Spartaco Capogreco, prima sul campo di Ferramonti e poi sui campi fascisti in generale, di cui lo storico ha scritto la più estesa monografia esistente ad oggi, tradotta in varie lingue (Capogreco 2019).<br>Il 25 aprile 2018 il Presidente della Repubblica ha fatto visita ai locali dell’ex campo di Casoli. Si tratta della prima volta nella storia della Repubblica che un ex campo fascista dell&#8217;internamento civile riceve una visita ufficiale da parte del capo dello Stato (Lorentini 2019: 17 18).<br>[NOTE]<br>55 L&#8217;Armistizio di Cassibile dell&#8217;8 settembre 1943 è comunemente noto in Italia con questo nome, mentre nell’ex Jugoslavia questo stesso evento viene chiamato kapitulacija Italije, ossia capitolazione dell’Italia, con resa incondizionata agli Alleati.<br>56 Si tratta della Rabska brigada, di cui Dizdar scrive: ‘Upon hearing of the capitulation of Italy on 8 September 1943, the inmates, totaling 4,390 from both Camps charged and disarmed the guards, who offered no resistance, and so they liberated themselves. The next day the armed inmates organized the Rab Partisan Brigade with four Slovene and one Jewish battalion, totaling 1,600 soldiers and they proclaimed a ‘people’s government’ in the Camp. In agreement with the local National Liberation Committee of Rab, they disarmed remaining 2,200 Italian soldiers and Carabinieri on the island as well as the Italian garrison in Osor on Cres Island’ (Dizdar 2005: 201 202).<br>57 Va detto come, nonostante le violenze subite dai propri aguzzini, i membri della Rabska brigada, prendendo il controllo del campo di Arbe, non si lasciarono andare a vendette e ritorsioni ai danni dei carabinieri presenti, ma li disarmarono, permettendo loro di lasciare l’isola incolumi. Solamente due uomini, di cui uno era il comandante Cujuli, vennero condannati a morte (Kersevan 2008: 262 263, Jurančič 1980: 31 33).<br><strong>Marco Dorigo</strong>, <em>Il quadro sociolinguistico e la figura dell’interprete nei campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi (1941-1943)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine in convenzione con l’Università degli Studi di Trieste, 2023</p>
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		<title>I partiti a Trieste intorno al 1949</title>
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		<pubDate>Sun, 10 May 2026 11:53:15 +0000</pubDate>
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<p>I triestini andarono alle urne soltanto nel 1949, in occasione delle elezioni comunali: fino a quel momento nessuna libera consultazione aveva permesso loro di esprimere le proprie preferenze politiche e delegare i responsabili dell’amministrazione. La possibilità di scegliere deputati e senatori, che sancì il collegamento organico con i partiti e le istituzioni nazionali, avvenne molto dopo: rispettivamente nel 1958 e nel 1963 &lt;1. La città accumulò quindi un evidente ritardo in confronto all’Italia: un vero e proprio deficit democratico, che si protrasse per tutto il primo decennio postbellico e anche negli anni seguenti, rendendo più difficile il ritorno alla normalità dopo il 1954. La decisione di procrastinare il voto dopo vent’anni di dittatura fu assunta dal Governo militare alleato, probabilmente al fine di scongiurare che i comunisti e gli indipendentisti centrassero una vittoria o comunque un risultato ragguardevole e potenzialmente destabilizzante: in quella fase l’ipotesi di un successo delle forze anti-italiane era infatti ritenuta tutt’altro che peregrina, come dimostrano i risultati del 1949 &lt;2. Il GMA si muoveva secondo le logiche del contenimento e preferì temporeggiare, in attesa che le formazioni del CLN cominciassero a consolidarsi e ramificarsi. Le compagini pro Italia non poterono che accettarne la strategia &lt;3: gli enti locali vennero nel frattempo nominati dall’alto e si ritagliarono un ruolo quasi esclusivamente consultivo. Ad avvantaggiarsene fu l’area laica &#8211; liberale, mazziniana e socialdemocratica &#8211; i cui esponenti ottennero inizialmente le cariche più prestigiose e un maggior numero di posti. Tale quadro di partenza penalizzò i partiti di massa: nell’immediato dopoguerra la Democrazia cristiana ebbe in sorte uno spazio piuttosto marginale, i comunisti furono del tutto esclusi dal governo cittadino e il Partito socialista nemmeno si presentò alla prova del voto del 1949. Le prime elezioni diedero ai partiti locali l’opportunità di misurare la propria effettiva capacità d’attrazione e sancirono l’inequivocabile vittoria alla DC (Tab. 1).</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><a href="http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/tst1.jpg"><img decoding="async" width="960" height="633" src="http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/tst1-960x633.jpg" alt="" class="wp-image-6899" srcset="http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/tst1-960x633.jpg 960w, http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/tst1-320x211.jpg 320w, http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/tst1-768x507.jpg 768w, http://collasgarba2.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/tst1.jpg 1102w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Fonte: Diego D&#8217;Amelio, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>La rappresentanza in Comune venne finalmente disegnata secondo le proporzioni emerse dalle urne: questo primo passo non sciolse però il rapporto di sudditanza rispetto al GMA e gli anglo-americani rimasero padroni della situazione. La Democrazia cristiana poté tuttavia quantomeno porsi alla guida delle istituzioni, cominciando gradualmente a costruire quell’«egemonia» politico-culturale, che sarebbe durata fino alla metà degli anni Settanta &lt;4.<br>Come abbiamo già visto, lo scudo crociato mosse i suoi primi passi in un contesto eccezionale: in assenza di una «subcultura bianca» di qualche rilevanza, dovette trovare nella difesa nazionale la chiave della sua popolarità. Trieste era fortemente condizionata dal proprio passato e, rispetto alle dinamiche politiche riscontrabili nel resto d’Italia, visse un palese sfasamento, che durò ben oltre gli anni della ricostruzione e i cui strascichi si sono protratti fino ai giorni più recenti &lt;5. Le ferite aperte e mai guarite fecero sì che la popolazione giuliana conoscesse in modo assai marginale le fonti d’identificazione, che funzionavano invece nel resto del paese &lt;6. Le ragioni del fenomeno sono note, ma vale la pena ricordarle sinteticamente: decenni di antagonismo nazionale, esacerbati dal fascismo, dalla guerra e dai quaranta giorni d’occupazione titina; il distacco dall’Italia, la perdita dell’Istria e il destino incerto del TLT; l’incomunicabilità tra italiani e sloveni; la minaccia (almeno percepita) dell’«altro» e un clima da stato d’assedio e da guerra fredda.<br>Tutto ciò finì fatalmente per innestare lo scontro nazionale su quello politico e sociale, ponendolo «oltre che come base del consenso alle compagini «territorialiste», come precondizione e vincolo per il consenso ai partiti» &lt;7. La subcultura cattolica e quella classista rimasero così relegate sullo sfondo, decisamente sopravanzate dal coagularsi dell’opinione pubblica attorno a differenti motori del consenso: da una parte la difesa dell’identità nazionale in pericolo e la sua affermazione in contrapposizione a quella concorrente, dall’altra la chiusura nell’orizzonte localistico del municipalismo. Nei processi di rappresentanza prevalsero insomma altre istanze, che la Democrazia cristiana e il Partito comunista furono capaci di interpretare e assorbire solo in parte e che resero decisamente peculiare un «bipolarismo imperfetto», che a Trieste doveva fare i conti con una serie di anomalie. Da una parte, l’assenza di un tessuto connettivo e di una tradizione cattolica, un retaggio liberal-nazionale non di rado solcato da venature autonomiste e capace di influenzare anche i primi democristiani, l’ascendente esercitato dalla destra missina e più in generale dal nazionalismo. Dall’altra, la presenza di un comunismo rivoluzionario inizialmente legato alla causa nazionale jugoslava e successivamente autonomista8, il seguito della non piccola galassia indipendentista favorevole al TLT e, infine, la trasposizione politica di una comunità slovena, che veniva indistintamente percepita dall’area pro Italia come la «quinta colonna» del nemico e all’interno della quale si rifiutò per lungo tempo di distinguere tra sostenitori e oppositori del regime socialista di Tito. In simile contesto, non fu certo facile per i due partiti di massa giocare il ruolo di forze di integrazione, componendo gli interessi locali con le esigenze del centro.<br>[NOTE]<br>1 Problemi legislativi e burocratici impedirono la creazione di un collegio straordinario per il Senato già nel 1958.<br>2 Nelle prime tornate amministrative, le forze fautrici di soluzioni statuali contrarie all’Italia raccolsero risultati molto significativi, che emergono chiaramente dalla somma delle percentuali del Partito comunista, dei movimenti indipendentisti e delle liste slovene: 36,3% nel 1949 e 39,3% nel 1952.<br>3 R. Pupo, Le elezioni amministrative del 1949 a Trieste: contesto internazionale ed articolazioni del «Fronte italiano», in «Quaderni del Centro studi economico-politici Ezio Vanoni», n. 14, 1980.<br>4 R. Pupo, Il «Partito italiano»: la DC di Trieste, cit.<br>5 Sulle conseguenze politiche di questo sfasamento cfr. I. Diamanti, A. Parisi, Elezioni a Trieste. Identità territoriale e comportamento di voto, Il Mulino, Bologna 1991. Il testo analizza le ragioni identitarie del voto triestino, concentrandosi in particolare sulla svolta prodottasi a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, che vide la Lista per Trieste intercettare quasi un terzo dei suffragi a spese delle forze politiche tradizionali. Atipica si dimostra certamente anche la figura dell’imprenditore-politico Riccardo Illy, che negli anni Novanta ripropose l’amministrazione di centro-sinistra, seppure in contesti totalmente differenti rispetto a quello degli anni Sessanta e Settanta.<br>6 Sul concetto di «subcultura» politica, cfr. M. Ridolfi, Interessi e passioni, Storia dei partiti politici italiani tra l’Europa e il Mediterraneo, Bruno Mondatori, Milano 1999.<br>7 Ivi, p. 31.<br>8 La peculiare storia del Partito comunista di Trieste si può desumere dalle denominazioni che esso assunse nel tempo: dal settembre 1944 all’agosto 1945 Federazione autonoma del PCI (di fatto inglobata all’interno del Partito comunista sloveno); dall’agosto 1945 all’estate del 1947 Partito comunista della regione Giulia; dal 1947 al 1954 Partito comunista del Territorio libero di Trieste (favorevole all’istituzione del TLT dal 1948, dopo la rottura tra URSS e Jugoslavia); dal 1954 Partito comunista del Territorio di Trieste (inserito nel PCI ma formalmente autonomo), poi trasformato in Federazione autonoma del PCI di Trieste.<br><strong>Diego D&#8217;Amelio</strong>, <em>Ritratto di un’élite dirigente. I democristiani di Trieste. 1949-1966</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 2009-2010</p>
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		<title>La riunione del Pollio è stata spesso considerata isolatamente</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2026 08:36:46 +0000</pubDate>
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<p>L’elezione [nel 1964] di Saragat fu motivo di ulteriore allontanamento dei militari, che passarono a un approccio “fai da te” &lt;237. Già nella primavera del 1964 il “Nucleo di Guerra non ortodossa” del SIFAR approntò un’elaborazione dottrinale della “guerra non ortodossa”, distinta nei tre fascicoli “l’offesa”, “la parata e la risposta” e “la guerriglia”. Lo studio riassumeva considerazioni sulla “guerra rivoluzionaria” e sull’insufficiente comprensione del fenomeno da parte élite politica occidentale e dedicava molto spazio per spiegare che, nello sviluppo della lotta rivoluzionaria, essenziali non sono solo i singoli obbiettivi di riforma sociale agitati, ma l’esistenza di un’organizzazione rivoluzionaria. Pertanto, una eventuale politica riformista del governo di un paese investito dalla guerra non ortodossa avrebbe avuto solo l’effetto di rafforzare l’agitazione rivoluzionaria. La guerra rivoluzionaria era una strategia strettamente pianificata in cui nulla accadeva “spontaneamente” o per caso, ma tutto in attuazione dei piani del partito rivoluzionario. Uno sciopero o un corteo non andavano considerati in quanto tali, ma come atti preparatori dell’insurrezione e della presa di potere, annullando ogni distinzione fra lotte legali e illegali &lt;238. Nonostante le tranquillizzanti dichiarazioni a favore della democrazia, l’intento viene tradito nel dichiarare che il partito eversore non aveva necessità di passare alla violenza, ma che la rivoluzione è perfettamente possibile per mezzi legali. Per cui, una vittoria elettorale, ottenuta in modo perfettamente conforme all’ordinamento giuridico, era considerata dall’estensore come un atto di guerra rivoluzionaria, di fronte al quale le forze nazionali dovevano opporsi con tutti i mezzi a loro disposizione. Il documento, un vero e proprio manifesto per la guerra civile, riprendeva e sviluppava l’idea di milizie irregolari aggiungendovi quella degli stati maggiori misti civili-militari, con concreti riferimenti alla situazione italiana del tempo. È, a sottolineare che non di mera accademia si trattava, è anche il proseguo della vicenda sviluppatosi con un convegno organizzato dall’istituto di Studi Militari Alberto Pollio, presso l’hotel del Parco dei Principi a Roma, fra il 3 e il 5 maggio del 1965, in cui si trattarono, ina base alle dichiarazioni del capo di Stato maggiore dell’esercito, Magi Braschi, “la necessità di un’azione che fronteggi efficacemente…gli sviluppi della guerra rivoluzionaria” &lt;239. La riunione del Pollio è stata spesso considerata isolatamente e, conseguentemente, la si è ritenuta la sede in cui venne progettata la strategia della tensione da parte di un manipolo di eversori di destra e di alcuni ufficiali sleali. In realtà si trattò di un episodio lungo una linea di sviluppo di un’azione che, avendo al suo centro la NATO, coinvolgeva le sue organizzazioni fiancheggiatrici e, per il loro tramite, il complesso mondo dell’anticomunismo militante, collegando il tutto ai comandi militari dei singoli paesi dell’Alleanza &lt;240.<br>Dunque, la vicenda del Pollio non può essere compresa al di fuori del contesto politico e organizzativo all’interno della quale maturò. Ma se questo è il prima del Parco dei Principi, esiste anche un poi che si intreccia con lo scontro apertosi all’interno delle gerarchie militari fra il Capo dello Stato Maggiore della difesa Aloja e il capo di Stato maggiore dell’esercito Giovanni De Lorenzo, di cui abbiamo fatto cenno &lt;241.<br>Nell’estate del 1965 si svolgevano le manovre denominate “Vedetta Appula”, finalizzate a saggiare il dispositivo di difesa territoriale disegnato da Aloja intorno alle brigate di ardimento. A esse faceva seguito, dal 1 al 20 settembre, la grande esercitazione di Gladio “Aquila Bianca”, cui parteciparono, oltre alla quasi totalità degli arruolati, anche elementi della Special Forces Us. Il 20 Aprile del 1966, una direttiva di Aloja rilanciava ed estendeva alle altre due armi il corso di ardimento. Ma il giorno dopo De Lorenzo emanava una direttiva nella quale, ribadendo l’apoliticità dell’esercito, ridimensionava i corsi di ardimento e le iniziative sulla guerra psicologica; una “bordata neutralista” diretta a cercare alleati contro Aloja e, in effetti, le sinistre lo sosterranno finché non esploderà l’affare SIFAR. È in questo contesto che va inserita la vicenda dei Nuclei di difesa dello Stato (NDS). A fine anno vennero inviate delle lettere circolari firmate Nuclei di Difesa dello Stato, a molti ufficiali delle forze armate e della polizia. Le questure di dodici città indicarono il possibile responsabile del gruppo “combattentismo attivo” (ORCAT) presieduto dal generale a riposo Angelo Mastragostino, mentre la questura di Torino aggiungeva fra i possibili sospettati anche il gruppo di ON. Qualche tempo dopo, il centro di controspionaggio di Padova (diretta dal colonnello dei carabinieri Giorgio Slataper) inviava al reparto D del SID una nota informativa nella quale si indicavano i dirigenti di ON Pino Rauti e Giulio Maceratini. Infine, emergeranno elementi a carico di Franco Freda e Giovanni Ventura.<br>Qui si pone una serie di sull’esistenza, la natura e la consistenza dei Nuclei di difesa dello stato &lt;242. Durante le inchieste giudiziarie degli anni 90, emersero alcune testimonianze che riferiscono sull’esistenza di un organismo ramificato di 36 legioni, chiamati appunto Nuclei di difesa dello stato e, dunque, gli NDS sarebbero effettivamente esistiti e inseriti all’interno di una catena di comando militare, indentificati come “SID parallelo”. Alla ricerca di riscontri, si acquisirono gli elenchi di Gladio (tanto “positivi” quanto “negativi”, ossia non ammessi nel corpo) i cui nomi vennero esaminati uno per uno alla ricerca di eventuali elementi che potessero portare agli NDS e l’unico nome interessante fu quello di Gianni Nardi, nell’elenco dei “gladio negativi”, ma nulla dimostrava che fosse in rapporto con gli NDS. Ciò però non deve indurre a credere che gli NDS non siano mai esistiti: il documento sifarita parla di un organismo ex-novo, dunque non si riferisce a Gladio, già esistente da alcuni anni, con compiti ben diversi da Gladio, la cui attivazione dipendeva dall’avvenire di un’invasione sovietica sul territorio. Ulteriore testimonianza riguardo agli NDS verrebbe da Vincenzo Vinciguerra, noto militante di Ordine Nuovo, il quale ha suggerito che il NDS potrebbero non essere un’organizzazione, ma un’operazione. Dunque, cercare organigrammi o elenchi di nomi è perfettamente inutile: gli NDS non sono altro che gli apparati militari di diversi gruppi dell’estrema destra, come ON, cooptati nel sistema organizzativo dell’apparato militare, ma senza che fosse necessari la consegna degli elenchi degli aderenti, né una qualche formalizzazione della loro esistenza; una operazione perfettamente coerente con la logica “fai da te” dell’esercito in quegli anni, per la quale si preparava ad uno scontro armato con le sinistre, stabilendo, dunque, sistematici rapporti con l’estrema destra e trovando sistematico appoggio nella NATO, complice il debole argine da parte dell’autorità politica.<br>Infatti, anche quando esplose il caso SIFAR, la classe politica di governo si limitò alla rimozione dei due protagonisti, Aloja e De Lorenzo, ma assumeva un atteggiamento ostile di fronte anche alla sola costituzione di commissione parlamentare di inchiesta e, quando fu inevitabile che sarebbe stata costituita, operò in modo che emergesse il meno possibile sulla effettiva situazione interna alle forze armate e al loro servizio informazioni &lt;243. Oltre a ciò, uno degli aspetti più delicati della strategia della tensione riguarda il ruolo che in essa svolse il MSI, per diversi anni considerato, dalla sinistra, l’anima della “trama nera”, venendo progressivamente meno considerato nelle inchieste a partire dalla seconda metà degli anni 70, senza però mai uscire dal limbo &lt;244. Dopo una lunga fase di adattamento, sotto la guida della segreteria Michelini, nonostante il Pci fosse già considerato l’emanazione di una potenza straniera ostile e, dunque, da eliminare &lt;245, il suo impatto nella tensione divenne evidente con la crisi del governo Tambroni e l’annullamento del Congresso di Genova, a causa dei forti scontri, che condizioneranno pesantemente tutta la successiva storia del partito. Nella memoria dei militanti missini si scolpiranno le parole con le quali il Secolo d’Italia rendeva conto dell’accaduto: &#8220;l’apparato militare comunista è scattato in pieno, all’ora fissata, su obbiettivi prefissati, svolgendo un piano di operazioni accuratamente predisposto da parecchi gironi nei minimi particolari&#8221;. Ne derivava la convinzione che, da quel momento, la lotta per l’inserimento avrebbe dovuto fare i conti con la piazza di sinistra e lo scontro militare con l’apparato paramilitare del Pci, ragione della sconfitta interna della linea dell’inserimento Micheliniana, data anche la mancata presenza di piazza, compensata, in seguito dal ricongiungimento con i gruppi extraparlamentari &lt;246.<br>[NOTE]<br>237 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 174<br>238 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 175<br>239 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 178<br>240 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 179-180<br>241 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 180-181<br>242 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 181-185<br>243 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 186<br>244 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 187<br>245 Almirante, Giorgio, e Francesco Palamenghi Crispi. Il Movimento sociale italiano. Pp. 79<br>246 Giannuli, Aldo. La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio complessivo. Pp. 187-190<br><strong>Christian Ghedin</strong>, <em>MSI e terrorismo nero: tra fatti e interpretazioni</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2024-2025</p>
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		<title>Il contesto in cui operarono le partigiane in Romagna</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2026 10:54:08 +0000</pubDate>
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<p>Quella di queste donne resistenti è «una eredità senza testamento» &lt;1 che permette, tuttavia, di fare ulteriore luce sulla rappresentazione collettiva della donna partigiana, sia in armi che disarmata, cioè nei differenti, e pur sostanziali, modi resistenziali. Non è un caso, infatti, che per definire l’opera delle partigiane in generale, si parli, come sottolineano Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, «di contributo», che è «un concetto debole rispetto alla ricchezza dell’esperienza, e un indicatore forte degli orientamenti storiografici», perché «contribuire, non equivale a fare e a fare parte, anzi marca il divario fra appartenenza e convergenza momentanea, fra l’azione creativa e il suo contorno o supporto, che restano vaghi. Tanto vaghi, che la medesima parola è spesso usata estensivamente per abbracciare l’insieme delle iniziative femminili ritenute utili alla Resistenza» &lt;2.<br>Le testimonianze qui presentate appartengono a donne che hanno vissuto la Resistenza nella zona geografica della linea Gotica e, più precisamente, a due staffette, Nara e Nora, di Santa Sofia, provincia di Forlì-Cesena, ad altre due staffette, Viera ed Annunziata, di Alfonsine in provincia di Ravenna, e, infine, a due signore di Spazzate Sassatelli, frazione del Comune di Imola, in provincia di Bologna, Rosa, figlia di una partigiana e al tempo una bambina, e Paolina che, come altre donne e uomini, non ha avuto il riconoscimento, dopo la Liberazione, di aver fatto parte attiva della Resistenza. La loro narrazione registrata, raccolta attraverso le mie domande, mi ha permesso di entrare in eventi storici che io per ragioni anagrafiche non ho vissuto, ma soltanto studiato su testi scolastici dove è stata utilizzata una storiografia diplomatico-militare avvalorando, così, la considerazione di Nuto Revelli sull’inefficacia dello studio di «una storia senz’anima» &lt;3. Le testimonianze, come ricorda Nuto Revelli, «non possono e non devono essere ignorate» &lt;4, perché ci informano non solo degli eventi come dato storico, ma con la giusta distanza, sul loro significato reale e simbolico. Le narrazioni raccolte restituiscono significato non soltanto a ciò che le persone hanno fatto, ma a tutto ciò che volevano fare perché vi credevano. Emergono, così, le loro motivazioni, i ripensamenti, i giudizi e le razionalizzazioni, cioè la complessità della loro umanità. Nel quadro storiografico, oltre alla particolarità delle fonti, affiorano anche altri aspetti del fare storia oggi, che danno, al percorso della trasmissione della memoria, una ricchezza particolare. «Anche le piccole storie non scritte aiutano a capire. Storie destinate a restare sommerse per la scomparsa dei testimoni. E ci sono tanti che hanno pagato, tanti che non conosciamo. Sappiamo invece quasi tutto dei grandi personaggi […]» &lt;5. Le potenzialità racchiuse in ogni singola intervista sono, a volte, sorprendentemente ampie. Il carattere informativo e la corrispondenza alla verità passano in secondo piano rispetto alla provocazione intellettuale di trasformare la narrazione in possibile oggetto di interpretazione. Anna Bravo afferma che il racconto del testimone non si presenta mai come semplice duplicazione del passato, «piuttosto nasce da una contrattazione ininterrotta fra forme e immagini di tempi diversi, si costruisce attraverso una pluralità di repertori narrativi in cui quello d’epoca fa da caposaldo, denso com’è di tradizioni familiari e di gruppo, di simboli popolari e religiosi, di modelli culturali, messaggi politici, discorsi di propaganda» &lt;6. Il ricordo si profila come una continua mediazione tra le immagini che vengono dal passato e l’interpretazione del ricordo con competenze acquisite che fanno parte del presente, in un rapporto di interazione continua tra storia e memoria. La collaborazione dei tempi alla formazione del ricordo, trova ragione di essere nel bisogno umano di collocazione storica e di appartenenza. La storia stessa si umanizza attraverso il collocamento delle vite vissute, per questo ricordare diventa un fatto politico e non solo culturale in quanto «storia e memoria nascono da una stessa preoccupazione e condividono uno stesso obiettivo: l’elaborazione del passato. […] La storia nasce dalla memoria e ne rappresenta una dimensione; poi, assumendo una posizione autoriflessiva, la trasforma in uno dei suoi oggetti» &lt;7.<br>La memoria è continuamente soggetta a variazioni e l’elaborazione del passato assume una forma soggettiva all’interno della quale, spesso, sono percepibili le linee comuni dettate dall’identità e dall’appartenenza. Così, come affermano Giovanni Contini e Alfredo Martini, la memoria assume la caratteristica di «serbatoio in continuo divenire» creando «un archivio in trasformazione dove accanto agli scarti si determinano anche correzioni, rivisitazioni e riscritture. La collocazione degli eventi non segue un ordine cronologico rigido e reale, bensì relativo. Ogni evento si colloca rispetto agli altri e, soprattutto, i vecchi si posizionano all’aggiungersi dei nuovi» &lt;8. Soprattutto parlando delle donne della Resistenza dobbiamo tenere in conto che «la partigiana che oggi parla ieri taceva, vede oggi la sua esperienza con occhi diversi, la sua prospettiva non è più quella di ieri, ha vissuto, ha riflettuto, interpreta la sua esistenza,<br>individua in essa ciò che ha contato, ciò che conta» &lt;9.<br>[…] La Resistenza, in queste zone, ha assunto un carattere particolare anche per la specificità del territorio in cui la lotta di Liberazione è stata combattuta, diversificandosi profondamente. La pianura, ad esempio, si presenta, oggi come allora, come un’ampia distesa pianeggiante. La coltivazione del terreno con bassa vegetazione non modificava questa cadenza del paesaggio tanto che, nei primi mesi della Resistenza, venne accantonata l’idea di sviluppare una vera e propria lotta in pianura date le caratteristiche territoriali che non consentivano né un’eventuale fuga, né la possibilità di nascondersi, preferendo l’installazione dei nuclei antifascisti nei centri urbani e sull’Appennino. La Resistenza in pianura è stata combattuta grazie alle masse di contadini che la popolavano, ed ebbe successo perché, chi la combatteva, aveva dalla sua parte la conoscenza precisissima di tutto il territorio e della sua conformazione, potendo, così, sfruttare a proprio vantaggio ogni particolarità dell’ambiente come gli argini del fiume, i canali, i cavi di bonifica, i fossi. Luciano Bergonzini parla, infatti, della pianurizzazione della lotta, mettendo in luce «dimensioni e connotazioni particolari» riguardanti non solo «gli aspetti militari, ma anche e particolarmente per i nuovi rapporti che si vennero a istituire tra la Resistenza e il movimento di massa» &lt;11.<br>La partigiana Olga Prati, in una testimonianza agli studenti di Ravenna, definisce «la pianurizzazione della lotta partigiana» come «una caratteristica tipica della Romagna» che ebbe successo perché tutte le famiglie contadine contribuirono alla lotta di Liberazione «in quanto tutta la popolazione era nemica dei tedeschi» &lt;12. La proposta di pianurizzare la Resistenza e di costruire un grande movimento di massa su un territorio che per conformazione geografica era ritenuto non adatto a quel tipo di lotta, suscitò dubbi e opinioni opposte per motivi politici oltre che strategici, soprattutto nella parte antifascista moderata e tra gli esponenti del movimento “Giustizia e Libertà”, in quanto «il timore, non celato, era che la pianurizzazione &#8211; sostenuta con forza specie dai comunisti e da questi considerata come la necessaria premessa all’insurrezione &#8211; finisse per conferire al movimento un carattere apertamente classista, accrescendo il peso della componente garibaldina ed alterando così i rapporti politici nel seno delle rappresentanze unitarie» &lt;13. Fautore della pianurizzazione fu Arrigo Boldrini, nome di battaglia Bulow, comandante<br>della divisione “Ravenna” della 28^ Brigata Garibaldi “Mario Gordini” &lt;14 a cui venne assegnato il compito di dirigere l’azione complessiva del movimento nelle campagne, nelle valli e nelle città della provincia di Ravenna. «La lotta nelle campagne ravennati si configurò, fin dai primi mesi d’inverno, come un esempio di pianurizzazione globale, sistematica e non episodica. Nel Ravennate, infatti, non vi furono momenti di massima e minima intensità, ma l’azione si sviluppò con regolarità, dilatandosi senza pause, persino durante le sanguinose repressioni dell’agosto» &lt;15. Arrigo Boldrini racconta che prima di insediare i raggruppamenti partigiani in un determinato luogo, ne venivano studiate le caratteristiche geografiche, ma soprattutto quelle politiche, economiche e sociali. Era ritenuto determinante poter prevedere un appoggio sicuro da parte della popolazione attraverso la valutazione della realtà territoriale sotto tutti i punti di vista. Infatti, scrive che «i compagni si soffermano a lungo a valutare la particolare situazione del ferrarese, che è stata una delle prime province a subire l’aggressione fascista». L’immaginario che ruota intorno alla Resistenza, porta a pensare che la scelta del luogo degli insediamenti partigiani possa essere attribuita solo all’aspetto geografico in funzione dell’eventuale necessità di nascondersi. La pianificazione, vista in questa ottica, assume caratteristiche di natura sociologica dove per poter «capire le differenze politiche, economiche e sociali che esistono tra due province confinanti» &lt;16 era necessario un esame del luogo e, soprattutto, della popolazione che lo abitava, del suo vissuto e delle risposte che aveva dato in passato. Tutto ciò precedeva la decisione di insediare un gruppo di azione partigiana. Le unità periferiche presentavano il problema dei collegamenti con il centro operativo in quanto la relativa fissità delle basi accresceva il pericolo di infiltrazioni e di spie. Il problema fu risolto con «la collaborazione dei Gruppi di Difesa della Donna e del Fronte della Gioventù, organismi che nella mobilitazione di massa avevano potuto selezionare gli elementi migliori e più idonei allo scopo. Nella maggioranza dei casi il compito dei collegamenti, anche fra i vari reparti, fu affidato a donne, per lo più a ragazze, assai abili nei trasferimenti e anche nel passaggio attraverso i posti di blocco tedeschi e fascisti. Gli ordini, e spesso il materiale bellico, erano collocati nel fondo di grandi sporte campagnole e il tutto veniva trasportato da luogo a luogo generalmente in bicicletta e in pieno giorno» &lt;17. I tedeschi si aspettavano di combattere una guerra tradizionale dove era previsto lo scontro tra uomini. Si trovarono, invece, davanti ad un nemico invisibile e apparentemente innocuo, padrone del proprio ambiente.<br>[NOTE]<br>2 A. M. Bruzzone, R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite partigiane piemontesi, Milano, La Pietra, 1976, Prefazione, p. VII.<br>3 «Una storia militare in cui gli uomini sono sempre e soltanto numeri, in cui i soldati sono classificati come “materiale umano”, è una storia che vale poco o niente, è una storia falsa, sbagliata. È comunque una storia senz’anima». Cfr., N. Revelli, Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana, Torino, Einaudi, 2003, Introduzione, p. XIII.<br>4 Ivi, Introduzione, p. XIV.<br>5 N. Revelli, Le due guerre, cit., p. 9.<br>6 A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne (1940-1945), Bari- Roma, Laterza, 2000, p.37.<br>7 E. Traverso, Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Verona, Ombre Corte Edizioni, 2006, p.17.<br>8 G. Contini, A. Martini, Verba manent. L’uso delle fonti orali per la storia contemporanea, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1993, p.52.<br>9 M. Addis Saba, Partigiane. Donne della Resistenza, Milano, Mursia Editore, 1998, p. 17.<br>11 «Questa operazione, normalmente definita di pianurizzazione della lotta, e che, proprio in parte notevole della regione emiliano-romagnola assunse dimensioni e connotazioni particolari non solo per gli aspetti militari, ma anche e particolarmente per i nuovi rapporti che si vennero a istituire tra la Resistenza e il movimento di massa». Cfr, L. Bergonzini, La lotta armata. L’Emilia Romagna nella guerra di Liberazione, Bari, De Donato Editore, 1975, p. 247.<br>12 «Questa è stata denominata la “pianurizzazione” della lotta partigiana e fu una caratteristica tipica della Romagna. Bisogna ricordare però che tutto ciò fu possibile in quanto tutta la popolazione era nemica dei tedeschi. C’erano famiglie contadine che nascondevano intere squadre partigiane nelle loro case, altre non lo facevano, ma comunque mai ci furono denunce, mai nessuno tradì il vicino di casa o di podere. Il popolo era solidale con i partigiani contro i tedeschi e i fascisti». Cfr, O. Prati, Lezione tenuta agli studenti del Secondo circolo didattico “F. Mordani” di Ravenna, in Insieme, ricordando Olga Prati, a cura di, Coordinamento delle donne ANPI di Bologna UDI sede di Bologna, Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea nella Provincia di Bologna “Luciano Bergonzini”, p.16.<br>13 L. Bergonzini, cit., pp. 247-248.<br>14 Il 26 giugno si diede avvio alla formazione della divisione “Ravenna” affidata al comando di Arrigo Boldrini, nome di battaglia Bulow, composta dalla 28^ Brigata Garibaldi, comandata da Alberto Bardi, nome di battaglia Falco, con commissario Gennunzio Guerrini, nome di battaglia Gianò e dalle formazioni SAP riunite sotto il comando di Gino Gatta, nome di battaglia Zalét con commissario Luigi Bonetti, nome di battaglia Radames. Tale divisione fu solo fittizia in quanto venne consolidata la direzione operativa. Infatti nel Ravennate l’unità d’azione tra GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e SAP (Squadre di Azione Patriottica) non venne mai meno. Il movimento si presentava, fin dall’inizio, come un fatto unitario e di massa. Cfr., L. Bergonzini, cit., p. 248.<br>15 L. Bergonzini, cit., p. 249.<br>16 «I compagni si soffermano a lungo a valutare la particolare situazione del ferrarese, che è stata una delle prime province a subire l’aggressione fascista. Le caratteristiche del fascismo agrario ferrarese e il sindacalismo di Rossoni non sono fenomeni che si eliminano in poco tempo. Apprendo, tra l’altro, che in questa provincia il blocco nazionale fascista ha avuto nel 1921, per le elezioni politiche, il 68-69% dei voti. Ha giocato un ruolo molto forte la demagogia fascista anche se vi è stata una resistenza attiva al regime per cui, pur con molte difficoltà, dopo l’8 settembre a Cento, Argenta, Porto Maggiore è iniziata la lotta armata. È molto interessante capire le differenze politiche, economiche e sociali che esistono tra due province confinanti. Informo i compagni di alcune nostre esperienze, consigliandoli di esaminare le zone vallive che potrebbero essere presidiate da qualche gruppo partigiano». Cfr.  A. Boldrini, Diario di Bulow, Roma, Odradek, 2008, pp. 132-133.<br>17 L. Bergonzini, cit., p. 256.<br><strong>Teresa Valenti</strong>, <em>Le donne della Resistenza partigiana di Alfonsine e Santa Sofia</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi &#8220;Roma Tre&#8221;, Anno Accademico 2014-2015</p>
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		<title>Qui è proibito parlare</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 10:10:08 +0000</pubDate>
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<p>A partire dalla fine del 1945 in tutta l’Istria venne riattivato il sistema scolastico, contrassegnato durante gli anni del conflitto da un funzionamento a singhiozzo o, in alcune località, da una pressoché completa sospensione delle lezioni. Tra il 1943 e il 1945, la normale attività era cessata quasi del tutto, arrivando a una vera e propria paralisi tra il 1944 e il 1945. Nella sola Trieste, ad esempio, nell’estate 1944 erano disponibili soltanto 41 aule per 543 classi, dal momento che molti edifici scolastici &#8211; se non danneggiati dalle incursioni aeree &#8211; furono utilizzati come strutture destinate a ospitare militari tedeschi e italiani, sinistrati dai bombardamenti, sfollati giunti dalla Dalmazia, il battaglione Todt, la Guardia civica &lt;324, unitamente a istituzioni civili, amministrative e uffici comunali. Sul versante istriano, seppur non si disponga di dati precisi, la situazione non sembrava apparire molto diversa se è vero secondo quanto si legge in alcune corrispondenze intercorse nel dicembre 1943 tra il Provveditorato di Trieste e Zara e il Ministero per l’Educazione nazionale, creato dopo la nascita della Repubblica Sociale Italiana, che la<br>quasi totalità degli edifici scolastici risultava occupata dalle truppe tedesche e che le scuole, «nonostante i maestri italiani siano a disposizione […] non sono in funzione. […]. Tutto fa ritenere che le cose non muteranno» &lt;325.<br>Nel primo periodo post-bellico le autorità jugoslave si trovarono dunque a dover far fronte a tre problemi principali: il potenziamento della rete di scuole professionali, indispensabili per creare le competenze necessarie alla ripartenza industriale di un paese uscito profondamente provato dagli eventi bellici, la riconfigurazione del sistema scolastico in termini socialisti e, non per ultimo, l’avvio di un percorso di defascistizzazione di programmi e libri di testo. Questi ultimi risentivano infatti ancora della pesante eredità lasciata dal regime, che sulla frontiera orientale aveva attuato nei confronti della popolazione slovena e croata &lt;326, considerata aliena in un territorio identificato come «intrinsecamente italiano» &lt;327, una linea politica di italianizzazione spinta, mirante a perseguire &#8211; utilizzando un’espressione coniata dallo stesso fascismo mussoliniano &#8211; una vera e propria «bonifica nazionale» &lt;328.<br>Nato nel contesto del disastro bellico e post-bellico e nutrito da un linguaggio che faceva ampi riferimenti alla violenza, alla sacralizzazione del sangue e al mito irredentista della Grande guerra, il fascismo di confine &lt;329 (questa la definizione più ricorrente utilizzata per indicare il fascismo alla frontiera orientale d’Italia) si ergeva dunque a sentinella della patria e a baluardo di difesa dell’italianità contro la pressione e la minaccia esercitata dal mondo slavo che, fatta salva la sua disponibilità a legittimare e accettare l’azione di un regime sempre pronto ad aggredire e offendere, andava isolato e posto ai margini &lt;330. La scuola rappresentava uno dei principali strumenti attraverso il quale portare a compimento tale disegno. D’altronde &#8211; come non mancava di sottolineare nel gennaio 1922 “Il Popolo di Trieste”, l’organo del Partito fascista &#8211; era proprio sulla scuola elementare, «palestra prima di ogni insegnamento», che avrebbero dovuto basarsi «le salde fondamenta della nazione futura» &lt;331, chiamata ad aderire armonicamente alla morfologia spirituale, morale e materiale che aveva preso forma negli anni precedenti, portandola «a essere spirito e non soltanto territorio» &lt;332. Tra i primi provvedimenti adottati una volta giunto al potere, il fascismo decise di riformare integralmente il sistema scolastico, affidandone il compito a Giovanni Gentile. Entrata ufficialmente in vigore il 1° ottobre 1923, la Riforma Gentile ebbe riflessi diretti anche sull’apparato scolastico giuliano, omologato a quello del resto del paese sia sul piano didattico sia su quello amministrativo (che aveva visto nel frattempo la trasformazione dei 73 provveditorati provinciali in 19 provveditorati regionali). Il provveditorato della Venezia-Giulia e Zara, con sede a Trieste, riusciva così ad avere il controllo sull’intera area giuliana e, contemporaneamente, sugli strati di popolazione di lingua non italiana &lt;333. La funzione delle «scuole di confine» &#8211; per utilizzare un’espressione coniata da Giuseppe Reina &lt;334, funzionario di origine siciliana e di comprovata fede fascista, arrivato a Trieste nel primo dopoguerra per ricoprire la carica di provveditore agli studi &lt;335 &#8211; doveva quindi essere quella di portare all’assimilazione definitiva degli organi scolastici e alla soppressione degli istituti sloveni e croati considerati, scriveva ancora “Il Popolo di Trieste”, «veri e propri centri di propaganda sovversiva», che avevano nei docenti «i più fanatici jugoslavi e più intransigenti in materia di collaborazione con l’Italia» &lt;336. Le istituzioni scolastiche avrebbero dovuto diventare uno strumento in grado di porsi al servizio degli interessi nazionali miranti a creare lungo i lembi della porta orientale d’Italia &lt;337 una popolazione di «patrioti convinti e fascisti zelanti e non di sudditi obbedienti ma estranei» &lt;338. Supportata dalla Riforma Gentile, la scuola aveva dunque un duplice compito: da un lato favorire il processo globale di integrazione tra italianità e fascismo, dall’altro procedere in direzione di un’azione assimilatrice delle minoranze linguistiche, che nel progetto di costruzione di uno Stato omogeneo e totalitario non potevano trovare né rappresentanza né tanto meno spazio di azione.<br>Omologazione linguistica che venne portata avanti in nome della cultura e della lingua italiana, alla quale era assegnato il compito di prevalere, definitivamente, sulle altre &lt;339. Il primo passaggio fu quello di eliminare ogni spazio d’uso della lingua slovena e croata: il 1° ottobre 1923 il decreto n. 2185 impose infatti nelle prime classi di tutte le scuole elementari del Regno l’utilizzo dell’italiano come lingua di insegnamento. La stessa norma sarebbe stata applicata, a partire dall’anno successivo, nelle seconde elementari e, anno per anno, nelle classi superiori fino ad arrivare all’eliminazione completa delle altre lingue. Per le quali però, almeno inizialmente, erano previste, solo su esplicita richiesta dei genitori, delle ore supplementari durante le quali l’insegnamento della lingua materna veniva impartito in forma esclusivamente orale e senza ricorrere all’utilizzo di libri di testo. Tale possibilità venne però definitivamente cancellata nel 1925, quando il decreto n. 2191 del 22 novembre sancì, in tutte le scuole, l’insegnamento dell’italiano, come unica lingua. Oltre alla proibizione dell’utilizzo della lingua slovena e croata nell’insegnamento, i programmi prevedevano anche la cancellazione di ogni riferimento alle culture locali, sostituite da una rilettura nazionalistica del passato, con i temi propagandistici cari al fascismo coniugati con una vera e propria esaltazione della patria italiana. Solo così si sarebbe potuto irreggimentare la gioventù, educando un’intera nazione (Venezia-Giulia compresa). L’opera di snazionalizzazione delle minoranze portò alla chiusura e alla trasformazione in scuole di lingua italiana poco meno di 500 istituti scolastici sloveni e croati &lt;340. Il processo di italianizzazione della scuola coinvolse anche gli insegnanti.<br>[NOTE]<br>324 Creata nel gennaio 1944 su iniziativa del podestà Cesare Pagnini, la Guardia civica era composta da due battaglioni di fanteria e due batterie contraeree. Complessivamente poteva contare su una forza di 1.600 elementi &#8211; arruolatisi su base volontaria &#8211; che operavano per il mantenimento dell’ordine pubblico e per la prevenzione di sabotaggi da parte dei nuclei partigiani. Vennero anche utilizzati nelle scorte ai prigionieri e nei picchetti delle fucilazioni. Cfr. Sergio Brossi, Storia della Guardia civica di Trieste 1944-45, Associazione della Guardia civica, Trieste 1994.<br>325 Adriano Andri, Giulio Mellinato, Scuola e confine. Le istituzioni educative nella Venezia-Giulia 1915-1945, Irsml, Trieste 1994, pp. 326, 337, 340.<br>326 Con la firma, il 12 novembre 1920, del Trattato di Rapallo in base al quale l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS) stabilivano consensualmente i confini dei propri territori, entrarono a far parte del Regno d’Italia circa 170.000 croati e 300.000 sloveni. Il dato, ampiamente condiviso da gran parte della storiografia, si trova in Jože Pirjevec, Foibe. Una storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009, p. 21.<br>327 Adriano Martella, Gli slavi nella stampa fascista a Trieste (1921-1922). Note sul linguaggio, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica»,2006, n.1, p. 13.<br>328 Cfr. Sandi Volk, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale, Kappa Vu, Udine 2004, p. 10.<br>329 Cfr. Anna Maria Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941, Laterza, Roma-Bari 2011; Id., Il mito del confine orientale nell’elaborazione fascista. Ipotesi e interpretazioni, in Anna Maria Vinci (a cura di), Regime fascista, nazioni e periferie: atti del convegno di Udine dicembre 2007, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Udine 2010, pp. 35-50; Id., Il fascismo al confine orientale, in Aned, Fondazione Memoria della deportazione, Fascismo, foibe, esodo: le tragedie del confine orientale, Il Guado, Trieste 2005, pp. 15-33; Milica Kacin Wohinz, Alle origini del fascismo di confine. Gli sloveni della Venezia-Giulia sotto l’occupazione italiana 1918-1921, Centro isontino di ricerca e documentazione storica e sociale “Leopoldo Gasparini”, Gradisca d’Isonzo 2010. Alcuni richiami alla fase preparatoria del fascismo di confine si trovano anche in Raoul Pupo, Attorno all’Adriatico: Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia, in Id. (a cura di), La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, Laterza, Roma &#8211; Bari 2014, pp. 103-129.<br>330 Anna Maria Vinci, Il fascismo e la società locale, in Irsml, Friuli e Venezia-Giulia. Storia del ‘900, LEG, Gorizia 1997, p. 242.<br>331 Risposta ad un’inchiesta adriatica, “Il Popolo di Trieste”, 4 gennaio 1922.<br>332 Sulle narrative nazionali, le sue simbologie e le sue rappresentazioni durante il fascismo, cfr. Alberto Mario Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 150-172. Dallo stesso volume (p. 152), è tratta la citazione proposta, ovvero Benito Mussolini, Il discorso di Napoli, “Il Popolo d’Italia”, a. IX, n. 255, 25 ottobre 1922.<br>333 Cfr. Adriano Andri, Giulio Mellinato, Scuola e confine, cit., pp. 112-113. Da sottolineare inoltre come il Provveditorato della Venezia Giulia e Zara allargasse il proprio raggio d’azione anche alla provincia di Udine.<br>334 Cfr. Maura Elise Hametz, In the Name of Italy. Nation, Family and Patriotism in a Fascist Court, Fordham University Press, New York 2012, p. 39.<br>335 “Scuola di Confine” era anche il titolo del bollettino del Provveditorato agli studi di Trieste e Zara edito dal febbraio 1924 all’aprile 1927 e promosso dallo stesso Reina. Cfr. Adriano Andri, La scuola e il regime fascista, in Irsml, Friuli e Venezia &#8211; Giulia. Storia del ‘900, cit., p. 325.<br>336 Risposta a un’inchiesta adriatica, cit.<br>337 “La porta orientale. Rivista mensile di studi sulla guerra e di problemi giuliano e dalmati” fu anche una testata edita a Trieste che ospitò, tra gli altri, contributi dello stesso Gentile. La denominazione traeva spunto da una strenna pubblicata tra il 1857 e il 1859 in tre edizioni annuali su iniziativa del capodistriano Carlo Combi.<br>338 Adriano Andri, Giulio Mellinato, Scuola e confine, cit., p. 161.<br>339 Marino Graziussi, La sistemazione delle scuole medie dell’ex impero austro-ungarico, in Ministero dell’Educazione nazionale, Dalla riforma Gentile alla Carta della Scuola, Vallecchi, Firenze 1940, p. 201.<br>340 La storiografia slovena propone il dato di 488 scuole chiuse e trasformate in istituti di lingua italiana in un arco temporale compreso tra il 1918 e il 1927. Cfr. Kacin Wohinz, Jože Pjrievec, Storia degli Sloveni in Italia: 1866-1998, Marsilio, Venezia 1998, p. 55. L’ultima a chiudere i battenti, nel 1930, fu la scuola privata slovena del rione San Giacomo a Trieste che poteva godere dei finanziamenti di buona parte del ceto borghese appartenente alla componente slovena della città. Cfr. Almerigo Apollonio, Venezia Giulia e fascismo 1922-1935: una società post-asburgica negli di consolidamento della dittatura mussoliniana, LEG, Gorizia 2004, p. 197. A resistere furono in realtà alcune scuole segrete che al pari di una stampa clandestina e di abbecedari in sloveno donati ai bambini costituivano alcune delle azioni compiute dal movimento partigiano sloveno per impedire, soprattutto nelle nuove generazioni, la cancellazione<br>dell’identità slovena di fronte alle pressioni italiane. Più di un riferimento su questo tema si trova nel romanzo di Boris Pahor, Qui è proibito parlare (Fazi, Roma 2009) ambientato nella Trieste degli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale.<br><strong>Enrico Agostino Miletto</strong>, <em>Gli italiani di Tito. La Zona B del Territorio Libero di Trieste, l’esodo e l’emigrazione comunista in Jugoslavia (1947-1954)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Torino, 2018</p>
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		<title>I racconti orali che circolavano tra bande partigiane e popolazione civile erano chiaramente in dialetto</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 08:42:16 +0000</pubDate>
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<p>Per comprendere quindi l’essenza profonda della letteratura neorealista, a cui guardano i nostri racconti, dobbiamo risalire alle sue origini, alla stampa clandestina, riservando sempre un occhio di riguardo al parametro dell’oralità che ci siamo proposti di analizzare, è infatti lecito pensare che se degli elementi di oralità sono presenti negli scritti dei “primi neorealisti” questi possono aver influenzato anche le opere successive. La scrittura clandestina, secondo Maria Corti, può considerarsi attuata a tre livelli tematico-formali nella stampa clandestina: 1) Resoconti di operazioni partigiane in forma molto stringata, a scopo documentario, in cui però a volte si intromettono anche strutture di tipo narrativo a livello tematico e formale. 2) Racconti generalmente molto brevi. 3) Diari brevi, a volte a puntate, e appunti cronachistici (diversi dai diari per forma più distaccata e non autobiografica); in seguito questi testi sfoceranno nel racconto-diario del periodo neorealistico o nella memorialistica partigiana. &lt;56<br>Falaschi sostiene che la stampa tra il 1943 e il 1945 avrebbe pubblicato testi in cui all’iniziativa del singolo, si viene sempre a sommare la tradizione collettiva, orale dei fatti, che poi nel momento della stesura si potevano strutturare secondo due strade diverse: in direzione narrativa o più strettamente documentaria, ma comunque sempre mantenendo come denominatore comune la brevità dei testi, brevità che rispondeva anche ad esigenze di tipo pratico. &lt;57<br>I tre “generi” che sopra abbiamo elencato, hanno certamente tutti contribuito a fondare alcuni tratti tipici del neorealismo, ma un posto di riguardo spetta in particolare al racconto che nella Resistenza ha avuto un ruolo cardine. I racconti brevi apparsi sulla stampa clandestina sono il genere che senza dubbio ha influito maggiormente sulla narrativa di stampo neorealista: per primi infatti hanno realizzato quel bisogno di attinenza al vero, e di aspirazione alla resa oggettiva, che in seguito verrà ripreso dal codice neorealista. Non si trattava chiaramente di seguire una poetica, ma tale atteggiamento rispondeva ad una funzione ben precisa, ovvero quella di vincere i fascisti con i fatti e con la buona coscienza. Ed è ipotizzabile che proprio l’oralità abbia influito su quest’attinenza all’oggettivo: infatti la tradizione orale porta spesso a concentrarsi sull’azione e sulla concretezza, lasciando da parte caratterizzazioni psicologiche o riflessioni astratte, e dando spazio piuttosto ad una componente di tipo mitico che si insinua in profondità anche nella caratterizzazione dei personaggi, non uomini comuni, alle prese con la quotidianità, ma eroi che vivono ogni giorno situazioni eccezionali. Tanto che i personaggi spesso divengono dei simboli, esseri esemplari, che nella stampa partigiana e in parte anche nella letteratura neorealista svolgevano una funzione di tipo pedagogico.<br>Ecco quindi che oggettività, brevità ed esemplarità, che nel racconto clandestino avevano una funzione puramente pragmatica, vedranno poi un fissaggio nel racconto neorealista.<br>C’è un’altra componente poi da prendere in considerazione: la facilità con cui i racconti neorealisti si compongono in raccolta. Certo questo non avveniva nella stampa clandestina, tuttavia i racconti apparivano generalmente uno per numero, e affiancando i vari fogli clandestini, leggendo in sequenza i racconti che vi erano stati riportati, si avrà la sensazione di trovarsi di fronte ad una mappa della vita partigiana di un gruppo. Un effetto molto simile lo troveremo in seguito nelle raccolte di racconti, in cui spesso non sono presenti solo testi di argomento partigiano (pensiamo a &#8220;Ultimo viene il corvo&#8221;, &#8220;I ventitré giorni della città di Alba&#8221;, &#8220;Gli anni e gli inganni&#8221; di Venturi o a &#8220;Dentro mi è nato l’uomo&#8221; di Del Boca), ma questi sono tutti legati tra loro, interconnessi, collegati da personaggi, luoghi, battaglie che tornano da un racconto all’altro. Siamo di fronte a quella “narrazione unitaria e plurifocale” &lt;58, propria della stampa clandestina, come delle raccolte di racconti neorealiste. E’ questo un procedimento di estremo interesse nella prospettiva dei generi letterari: questa narrazione che propone vari punti di vista, storie diverse ma sempre connesse dai luoghi e dai personaggi, sembra voler quasi supplire alla spiacevole mancanza del genere epico che stava per nascere. I singoli racconti fanno le veci di quegli episodi o macrosequenze in cui era organizzato il discorso epico, e proponendo più prospettive, più personaggi, cercano nel loro insieme di realizzare la meravigliosa prospettiva della coralità. Si ricrea così una sorta di epica terrena in cui, citando Lukàcs, “tutto è nuovo […] e insieme familiare, avventuroso e pure noto” &lt;59. Questo tipo di struttura è interessante anche perché espanderà la sua influenza al genere del romanzo: tipico esempio può essere costituito da &#8220;Cronache di poveri amanti&#8221; di Pratolini, dove è presente una narrazione per catena di macrosequenze: questo permette all’autore di non imporre un unico punto di vista sul reale, ma di offrire una raggera di esperienze.<br>Altro elemento da sottolineare è lo slancio comunicativo: i racconti che venivano pubblicati nelle riviste clandestine avevano una funzione pragmatica, di comunicazione con il popolo, di scambio. Il racconto neorealista manterrà questa volontà, il sentimento di una comunanza di intenti e di una nuova unità.<br>Passiamo ora ad alcune annotazioni riguardanti la lingua. I racconti orali che circolavano tra bande partigiane e popolazione civile erano chiaramente in dialetto, mentre nella stampa partigiana generalmente i testi erano in lingua, ma con l’intromissione di singole parole, espressioni o costrutti sintattici tipicamente dialettali o risalenti all’italiano regionale. Questa presenza del dialetto era da una parte dovuta alla variegata composizione sociale dei gruppi partigiani, e dall’altra allo stretto rapporto con il luogo delle operazioni e con la popolazione civile. Questo rapporto è ben esemplificato da Fenoglio in un brano di &#8220;Una questione privata&#8221;:<br>&#8221; &#8216;Chi siete?&#8217;<br>&#8216;Partigiani&#8217;, rispose Meo.<br>&#8216;Dillo in dialetto&#8217;, pretese il vecchio.<br>E Meo lo ripeté in dialetto &#8220;. &lt;60<br>Questo breve scambio di battute ci fa capire come il vecchio considerasse la sola italofonia come la prova del fatto che uno sconosciuto era una spia o un fascista, mentre riconosceva nella dialettofonia, la prova della presenza di ragazzi del posto, che combattevano per la libertà. Capiamo così quanto importante fosse il dialetto nel rapporto con il popolo, anche se il suo utilizzo non postulava un’opposizione con la lingua italiana, ma piuttosto una conciliazione.<br>Ora, anche il neorealismo avvertirà il bisogno di creare, insieme a nuovi contenuti, anche nuovi mezzi espressivi: la collettività e il proletariato non possono utilizzare i soli mezzi della tradizione e quindi l’aspirazione diviene quella di essere dei “nullatenenti della lingua”, almeno nei dialoghi (le parti diegetiche mantengono spesso infatti una lingua più tradizionale), dove le masse si esprimono direttamente. Così afferma di voler fare anche Calvino: &#8220;Scrivendo il mio bisogno stilistico era tenermi più basso dei fatti, l’italiano che mi piaceva era quello di “chi non parla l’italiano in casa”, cercavo di scrivere come avrebbe scritto un ipotetico me stesso autodidatta&#8221;. &lt;61<br>Ecco che le novità linguistiche della tradizione popolare e resistenziale si prestano bene allo scopo. Certo l’operazione non era così semplice, perché scrittori maturi e consapevoli da una parte non volevano risultar banali, e dall’altra sentivano il bisogno di avvicinare questi nuovi modelli popolari alla tradizione letteraria italiana: per questo guardavano al parlato nazional popolare e a Verga. Il risultato era una commistione di lingua letteraria e livello basso (una mescolanza che a dir la verità era ben presente anche negli scritti che apparivano nella stampa clandestina, anche se a livelli decisamente diversi: parliamo soprattutto di reminiscenze scolastiche).<br>In conclusione, abbiamo potuto vedere come nel biennio della Resistenza si sia originata una tradizione orale che per le sue caratteristiche si sarebbe potuta trasformare in una vera e propria epica-popolare. Purtroppo, così non è stato, ma le tematiche e le forme proprie di questa tradizione orale sono poi confluite, almeno in parte, con il tramite della stampa clandestina, in quello che noi definiamo “neorealismo”, e che non fu, almeno inizialmente, un movimento con una propria poetica, ma si originò in maniera spontanea e inconsapevole dalla Resistenza stessa. Certo è vero che nel momento in cui si entra nel campo della letteratura, la tradizione orale ha una propria importanza, ma si ricomincia anche a guardare indietro, ai modelli della tradizione italiana (Calvino citerà &#8220;I Malavoglia&#8221;, &#8220;Paesi tuoi&#8221; e &#8220;Conversazione in Sicilia&#8221; e secondariamente anche alcuni modelli americani, tra cui Hemingway &lt;62), tradendo così la virtualità di un’epica popolare. Tuttavia, possiamo pensare che l’oralità abbia lasciato una propria traccia, più o meno consistente, almeno su alcuni degli autori maggiori.<br>[NOTE]<br>56 M. CORTI, Il viaggio testuale, cit., p. 42.<br>57 G. FALASCHI, La resistenza armata nella narrativa italiana, Torino, Einaudi, 1976, p. 18.<br>58 M. CORTI, Il viaggio testuale, cit., p. 49.<br>59 G. LUKÁCS, Teoria del romanzo, Parma, Pratiche, p. 65.<br>60 B. FENOGLIO, Una questione privata, in Tutti i romanzi, a cura di G. Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, p. 1026-1027.<br>61 I. CALVINO, Prefazione (1964), in Il sentiero dei nidi di ragno, cit., p. XXII.<br>62 Ivi, p. VIII.<br><strong>Adele Cavestro</strong>, <em>Oralità e temporalità nei racconti della Resistenza</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2017-2018</p>
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		<title>L&#8217;economia delle piattaforme corrisponde alla gig economy</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 08:17:11 +0000</pubDate>
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<p>A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, contestualmente all’ascesa e all’affermazione della società del rischio quale nuovo orizzonte culturale e interpretativo dei cambiamenti socio-demografici, l’assetto socio-economico capitalistico subisce una profonda trasformazione su scala globale, che coinvolge sia i processi produttivi sia le strutture delle imprese (288). Il «modello di business prevalente» (289) si è evoluto da un capitalismo di tipo industriale a un nuovo paradigma digitale (290), che trova nella società del rischio, polarizzata e attraversata da forte spinte individualistiche, il proprio contesto d’elezione, attingendo forza dal processo di ottenimento e analisi di un «tipo particolare di materiale grezzo: i dati» (291). Sebbene nei primi anni del XXI secolo non era ancora chiaro e condiviso che i dati sarebbero divenuti la «materia prima che avrebbe innescato un enorme cambiamento nel capitalismo» (292), è maturata col tempo la consapevolezza della centralità degli stessi nella gestione e nell’amministrazione delle imprese. Questi infatti supportano il funzionamento e l’implementazione di svariate funzioni capitalistiche, consentendo l’ottimizzazione e la flessibilità dei processi produttivi, facilitando il coordinamento e l’outsourcing dei lavoratori, permettendo lo sviluppo di algoritmi competitivi sul mercato e trasformando beni a basso margine in servizi a margine elevato (293). Le ingenti masse di dati in circolazione hanno reso necessaria l’implementazione di potenti sistemi di archiviazione, conservazione e analisi degli stessi (294), che sostengono l’attività e la produzione capitalistica garantendo una conoscenza approfondita ed un controllo, in tempo reale, dell’orientamento di gusti e preferenze dei consumatori e delle prestazioni dei lavoratori.<br>Il recente sviluppo del sistema capitalistico si inserirebbe, invero, nel solco di una più ampia tendenza per la quale la fabbrica capitalistica sarebbe sempre stata un «complesso sistema informativo», nel quale il lavoratore acquista sempre più i tratti di «un soggetto che tratta informazioni» ed il rapporto uomo-macchina assumerebbe sempre più esplicitamente la forma «di uno scambio di informazioni allo stato puro (cioè sempre meno mediato da operazioni di trasformazione manuale» (295). La narrazione dominante (296) attribuisce l’ascesa del capitalismo digitale ad una gestione delle dinamiche economiche dominata da organizzazioni democratiche, partecipative e collaborative, che promuovono la competitività delle realtà produttive attraverso la valorizzazione della creatività e della personalità dei collaboratori delle imprese o attraverso un pieno coinvolgimento di tutti gli stakeholders alla gestione dell’attività. Non manca tuttavia chi, invece, equipara la nuova frontiera digitale della storia del capitalismo alle forme di organizzazione del lavoro tipiche della prima fase dell’industrializzazione moderna, sulla base di specifici rapporti di potere di tipo gerarchico (297). In effetti, a ben vedere, alcune delle forme che sta assumendo il capitalismo digitale presenta delle somiglianze con il più tradizionale sistema taylorista otto-novecentesco, rispetto all’organizzazione del ciclo produttivo e alla modalità del suo espletamento, favorendo in questo modo anche l’emersione e lo sviluppo di patologie sociali non dissimili nel tempo.<br>In questo capitolo ci si propone di approfondire l’esperienza dell’economia delle piattaforme quale declinazione contemporanea del capitalismo industriale, da cui mutua il management scientifico taylorista quale modello produttivo, che viene coniugato ai più recenti sviluppi tecnologici, costituendo di fatto un ambiente favorevole allo sviluppo di quelle patologie psicosociali già approfondite da Marx, Durkheim e Weil negli anni della I Rivoluzione Industriale. Infine, per far emergere la somiglianza delle forme di alienazione marxiste e i rischi psicosociali, e smentire la loro natura emergente sostenuta ampliamente dalla letteratura internazionale, si propone un approfondimento del “caso Amazon”.<br><strong>L’economia delle piattaforme</strong><br>Nel contesto di questo ampio e profondo processo di trasformazione delle relazioni capitalistiche, l’economia delle piattaforme rappresenta una delle manifestazioni &#8211; «concettuale, fisica ed organizzativa» (298) &#8211; più saliente, ed in rapida ascesa (299). Nell’elaborazione più frequente, l’economia delle piattaforme corrisponde alla gig economy, una delle diverse categorie elaborate dalla letteratura per esprimere il cambiamento in atto nel mondo del lavoro, insieme a quella della digital economy, sharing economy, collaborative economy, peer-to-peer economy, gig economy, on demand economy, platform economy. Tale varietà può essere letta come «segnale della ricchezza delle riflessioni sul rapporto tra innovazione tecnologica e innovazione economica e, al tempo stesso, delle difficoltà di interpretazione di fenomeni socio-economici nuovi e ancora sfuggenti» (300). Come è stato notato (301), la scelta dell’espressione con cui si denota il fenomeno sottendente un preciso approccio interpretativo nei confronti dello stesso, più che le caratteristiche dell’oggetto indagato: così, chi pone l’attenzione sulla parcellizzazione del lavoro in micro task e la scarsa protezione sociale dei lavoratori predilige l’etichetta negativa della gig economy (302), mentre chi vuole esaltare il potenziale in termini di riduzione degli sprechi e rafforzamento delle relazioni produttive ricorre all’espressione della sharing economy e collaborative economy (303). L’ascesa delle piattaforme digitali come «pure players» (304) a cui si è assistito negli ultimi anni le conferma quali «modelli aziendali emergenti per l’economia digitale» (305); al contempo, la crescente adesione dei sistemi produttivi tradizionali al paradigma economico delle piattaforme è stato battezzato con il termine «piattaformizzazione» (306). Invero, gran parte della letteratura economica rifiuta la definizione delle piattaforme quali modelli aziendali, identificandole piuttosto come mercati bilaterali o multilaterali, valorizzando la transizione a cui prendono parte diverse categorie di utenti finali (307). Una parte minoritaria ritiene invece che le piattaforme siano da considerarsi monopoli, ovvero sistemi “predatori” anti-mercato, che «vivono degli strati della vita economica sottostante, dove operano come una macchina per concentrare il potere politico-economico» (308). In termini generali, le piattaforme digitali sono descritte dal politologo e accademico statunitense Nick Srnicek nel suo celebre &#8220;Capitalismo digitale&#8221; (309) come «infrastrutture digitali che consentono a due o più gruppi di interagire» (310), siano essi fornitori di servizi, produttori, clienti, inserzionisti e persino oggetti fisici (311), abilitando interazioni per svolgere attività economiche e di estrazione di dati (312). Le piattaforme digitali sono inoltre capaci di produrre e sfruttare dinamiche quali gli «effetti di rete», secondo i quali «più numerosi sono gli utenti che utilizzano una piattaforma, più la piattaforma diventa attraente e preziosa per gli altri» (313). Generalmente, la letteratura distingue tra le piattaforme di capitale, che favoriscono la connessione tra clienti e venditori che cedono beni di cui sono proprietari, e piattaforme di lavoro, che incentivano invece l’incontro tra clienti e prestatori di servizi che possono essere espletati nel mondo fisico (gig workers) o virtuale (on-demand work) (314). Sulla base della tipologia di attività economica e della natura dei beni e dei servizi supportati e veicolati tramite piattaforma, è possibile elaborare una ulteriore tassonomia che distingue tra le advertising platform, come Google, che rilevano e producono guadagni grazie all’informazione fornita dagli utenti; le cluod platform, come Amazon Web Services, che stoccano contenuti e dati di soggetti terzi; le industrial platform, come Siemens, che mettono in relazione processi di produzione manifatturiera; le product platform, come Spotify, che commercializzano l’accesso a beni o risorse; e infine le lean platform, come Airbnb, che producono attivi di cui però non sono proprietarie (315).<br>[NOTE]<br>288 Emblematica l’affermazione «Quando una crisi colpisce, il capitalismo tende a essere ristrutturato» (N. SRNICEK, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, 2017, p. 37).<br>289 D. GUARASCIO, Mansioni, competenze e rapporti di produzione nell’economia delle piattaforme, in Quaderni della Rivista giuridica del lavoro, 2017, n. 2, pp. 41-47, qui p. 41.<br>290 «Non sorpresa che il capitalismo non solo sopravviva alle sue crisi periodiche, ma emerga da ciascuna con rinnovato vigore ed un nuovo arsenale di risorse per riuscire a ristabilire il proprio rapporto con il lavoro sulla base di nuove condizioni» (U. HUWS, Labour in the Global Digital Economy: The Cybertariat Comes of Age (2014), tr. it Il lavoro nell’economia digitale globale. Il cybertariato diventa maggiorenne a cura di R. Mapelli, Edizioni Punto Rosso, 2021, p. 22).<br>291 N. SRNICEK, op. cit., p. 39.<br>292 Ivi, p. 41.<br>293 Ibidem.<br>294 Si veda C. VERCELLONE, Big-data e Free Digital Labor nel capitalismo delle piattaforme: un nuovo estrattivismo?, in L’enigma del valore il digital labour e la nuova rivoluzione tecnologica, Atti del convegno organizzato da Effimera, 1° giugno 2019, Casa della Cultura Milano, pp. 9-24 e A. CASILLI, Addestrare, verificare, imitare: perché il lavoro umano è necessario alla produzione dell’intelligenza artificiale, in L’enigma del valore il digital labour e la nuova rivoluzione tecnologica, Atti del convegno organizzato da Effimera, 1° giugno 2019, Casa della Cultura Milano, pp. 25-41.<br>295 V. RIESER, Qualche notazione teorica Da Fabbrica Oggi. Lo strano caso del dottor Weber e di mister Marx, in V. RIESER, Intellettuale militante di classe, Punto Rosso, 2015, pp. 206-226. Recentemente, l’importanza delle preferenze dei consumatori era emersa prepotentemente con il passaggio dall’organizzazione scientifica del lavoro all’ohnismo, dal momento che, con il sistema toyotista, la produzione di merci si lega più strettamente alla domanda di mercato (just-in-time). Nick Srnicek suggella tale prospettiva di ragionamento, riconoscendo le falle tecniche nei vecchi modelli di business nella estrazione e raccolta dei dati, a cui invece ovvierebbero le più recenti piattaforme digitali, i cui meccanismi di funzionamento sarebbero orientati a massimizzare il controllo dei consumatori e dei lavoratori. Così argomenta: «I vecchi modelli di business non erano stati particolarmente ben progettati per estrarre e usare i dati. Il loro metodo di lavoro consisteva nella produzione di un bene in fabbrica dove la maggior parte dell’informazione andava persa, poi di venderlo, senza mai imparare nulla sul cliente e sul modo in cui il prodotto stava venendo usato. Anche se la rete logistica globale di produzione lean ha comunque rappresentato un miglioramento in questo ambito, con poche eccezioni anche questa e rimasta un modello perdente» (N. SRNICEK, op. cit., pp. 41-42).<br>296 Si veda R. BOTSMAN, R. ROGERS, Il consumo collaborativo: ovvero quello che è mio è anche tuo, Franco Angeli, 2017, e E. BRYNJOLFSSON, A. MCAFEE, La nuova rivoluzione delle macchine lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, 2015.<br>297 Così F. SCOLARI, Capitalismo delle piattaforme: un putting out system urbano, in International Journal of Societies, Politics and Cultures, 2021, pp. 57-76, qui p. 67: «ritengo invece che il platform capitalism, lungi dal configurarsi come una realtà priva di gerarchie e rapporti di potere, ripropone ed aggiorna alcune caratteristiche della manifattura a domicilio di origine medievale. Il successo di questi nuovi fenomeni economici, infatti, si può spiegare anche con il recupero di alcune forme di organizzazione del lavoro tipiche della prima fase dell’industrializzazione capitalistica». Si veda anche M. BIRGILLITO, Lavoro e nuova economia: un approccio critico. I molti vizi e le poche virtù dell’impresa Uber, in Labour &amp; Law Issues, 2016, n. 2,pp. 57-79; R. CHESTA, Conflitti nel taylorismo digitale le lotte dei drivers a Milano, in Officina Primo Maggio, 2020, n. 1., pp. 33-40; R. CICCARELLI, Forza lavoro il lato oscuro della rivoluzione digitale, Derive Approdi, 2018; V. COMITO, La sharing economy dai rischi incombenti alle opportunità possibili, Ediesse, 2016; A. SOMMA, Lavoro alla spina, welfare à la carte. Lavoro e Stato Sociale ai tempi della gig economy, Meltemi Editore, 2019.<br>298 D. GUARASCIO, Mansioni, competenze e rapporti di produzione nell’economia delle piattaforme, op. cit., p. 41.<br>299 Negli ultimi dieci anni, l’ascesa del modello di business della piattaforma digitale è stato molto rapido. Nel terzo trimestre del 2010, le due compagnie petrolifere Exxon Mobil e PetroChina occupavano le prime posizioni; tra i GAFAM (Google, Facebook, Amazon e Microsoft), c’era solo Apple in terza posizione e Microsoft in sesta. Secondo un’analisi basata su FT Global 500, il 30 settembre 2020, le aziende pubbliche di maggior valore al mondo erano tutte aziende piattaforma, ovvero Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Alibaba Group, Facebook e Tencent, che insieme rappresentavano più di 8.300 miliardi di dollari di valore di mercato.<br>300 I. PAIS, La platform economy: aspetti metodologici e prospettive di ricerca, in Polis, 2019, n. 1, pp. 143-160, qui p. 145.<br>301 I. PAIS, La platform economy: aspetti metodologici e prospettive di ricerca, op. cit.<br>302 U. HUWS, Il lavoro nell’economia digitale globale, op. cit.<br>303 A. SUNDARAJAN, The Sharing Economy: The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism, MIT Press, 2016.<br>304 A. A. CASILLI, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, 2020, p. 59. Cfr. N. SRNICEK, op. cit., p. 35, il quale riconduce la genesi delle piattaforme a «necessità interne dell’azienda». Il riferimento, in particolare, è al caso di Amazon, il quale «aveva bisogno di modi per sviluppare nuovi servizi in maniera veloce, e la risposta è stata di creare l’infrastruttura di base in una maniera che rendeva possibile ai nuovi servizi un suo utilizzo semplice».<br>305 N. SRNICEK, op. cit., p. 81.<br>306 A. A. CASILLI, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, op. cit., p. 59.<br>307 J. C. ROCHET, J. TIROLE, Platform Competition in Two-Sided Markets, in Journal of the European Economic Association, 2003, vol. 1, n. 4, pp. 990-1029.<br>308 D. STARK, I. PAIS, Management algoritmico nell’economia delle piattaforme, in Economia &amp; Lavoro, 2021, n. 3, pp. 57-80, qui p. 60.<br>309 N. SRNICEK, op. cit.<br>310 Ivi, p. 42. Cfr. M. KENNEY, J. ZYSMAN, The rise of the Platform Economy, in Science and Technology, 2016, vol 32, n. 3, pp. 61-69.<br>311 Cfr. D. S. EVANS, A. HAGIU, R. SCHMALENSEE, Invisible engines: how software platforms drive innovation and transform industries, Mit Press, 2006.<br>312 Cfr. D. GUARASCIO (a cura di), Report sull’economia delle piattaforme digitali in Europa e in Italia, INAPP, 2018, pp. 1-136. Favorendo l’interazione tra diversi utenti all’interno di uno spazio digitale, le piattaforme si configurando come «un modello di business specializzato nell’estrazione e controllo di dati» (p. 27), facilitando l’estrazione di questi ultimi da qualsiasi processo &#8211; naturale o produttivo &#8211; e da attività personali degli utenti.<br>313 Ivi, p. 26.<br>314 Si veda D. GUARASCIO, S. SACCHI, Digitalizzazione, automazione e futuro del lavoro, INAPP, 2017 e D. GUARASCIO, S. SACCHI, Digital platform in Italy. An analysis of economics and employment trends, INAPP, 2018, Policy brief, n. 8.<br>315 Si tratta della classificazione proposta da N. Srnicek, che si vuole in questa sede adottare. Per un approfondimento, si veda D. GUARASCIO (a cura di), Report sull’economia delle piattaforme digitali, op. cit., pp. 28-30. Per un approfondimento sulle diverse classificazioni proposte in letteratura in tema di piattaforme digitali, si veda K. FRENKEN, J. SCHOR, Putting the sharing economy into perspective, in Environmental Innovation and Societal Transitions, 2017, pp. 3-10. Tra le altre classificazioni di piattaforme digitali, rileva quella proposta da Martin Kenney e John Zysman, dell’Università di Berkley, basata prevalentemente su considerazioni inerenti il carattere tecnologico delle piattaforme stesse, di cui la componente algoritmica viene riconosciuta come aspetto principale. Kenney e Zysman distinguono tra: piattaforme per piattaforme (come IOS); piattaforme che rendono disponibili strumenti digitali online e supportano la creazione di altre piattaforme e mercati (come GitHub); piattaforme che mediano il lavoro (come Amazon Mechanical Turk); piattaforme di vendita al dettaglio (come eBay); piattaforme per la fornitura di servizi (come Airbnb).<br><strong>Cecilia Leccardi</strong>, <em>Il lavoro e le sue patologie sociali</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Siena, Anno accademico 2021-2022</p>
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		<title>Il &#8217;77 fu una sorta di resa dei conti delle utopie</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 09:59:57 +0000</pubDate>
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<p>La cronologia della contestazione degli anni settanta in Italia assomiglia alla trascrizione di un sismografo che abbia registrato un terremoto inatteso. La protesta politica, infatti, interrompendo il riflusso della parte centrale del decennio, tornò a farsi sentire improvvisamente nel febbraio del 1977, prima nelle università, poi nelle piazze della Penisola. Esplose in maniera fragorosa quello che, usando la terminologia di Sidney Tarrow, può essere definito un secondo «ciclo di protesta» dopo il Sessantotto &lt;1. L’estrema sinistra si ripresentò sull’avant-scène, in parte rigenerata nei riferimenti culturali, rinnovata nelle parole d’ordine e aggiornata nei repertori d’azione. In poche settimane prese forma, tra decine di migliaia di studenti e di giovani lavoratori, una sorta di rituale di liberazione collettiva, la cui ansia di rinnovamento &#8211; ha scritto Toni Negri &#8211; lo rese «più simile ai misterici riti ellenici che al carnevale cristiano» &lt;2.<br>Il ’77 fu una sorta di resa dei conti delle utopie, dei tentativi falliti e delle contraddizioni di un intero decennio di lotte sociali. La «generazione dell’anno nono», come la definì Umberto Eco in riferimento al ’68, si oppose infatti a tutti i poteri, a tutte le istituzioni, a tutte le appartenenze. Al centro della critica c’era &#8211; per la prima volta esplicitamente &#8211; il Pci, ormai incamminato sulla strada del compromesso storico; c’era la Democrazia cristiana che, complice dei comunisti, aveva dato vita ad un governo «stalino-fascista»; c’era il sindacato, difensore di un’etica del lavoro e di una retorica dei sacrifici che si ritenevano anacronistiche; ma c’erano anche i gruppi della nuova sinistra, la cui militanza settaria e rissosa aveva sempre rimandato, e alla fine ostacolato, la rivoluzione. I contestatori tornarono così in piazza, con toni beffardi e irridenti, in nome del comunismo «qui ed ora», per «riprendersi la vita», per riappropriarsi &#8211; anche con il vandalismo e la violenza &#8211; di ciò che il sistema negava loro, ivi compreso il «diritto al lusso» e al godimento dei frutti del capitalismo. Si assistette dunque ad un’ondata di occupazioni universitarie e di lotte sociali, accompagnata da cortei di decine di migliaia di manifestanti. Si verificarono inoltre alcune giornate di autentica guerriglia urbana, talvolta in più città d’Italia contemporaneamente, lasciando presagire scenari da guerra civile.<br>Questo soggetto in movimento presentò fin da subito un’identità multiforme, sottraendosi alle classificazioni. Il magnete della contestazione attrasse infatti componenti eterogenee, dall’Autonomia operaia al femminismo, dagli indiani metropolitani agli ex militanti di Lotta continua, fino agli ecologisti. Anche le istanze del ‘movimento’ non furono per niente univoche: per alcuni l’obiettivo era la lotta contro il lavoro, mentre altri sembravano semplicemente reclamare un posto fisso garantito; per alcuni il personale era politico, per altri il politico era ancora personale; per alcuni la politica era un territorio da abbandonare, per altri da colonizzare. L’immagine che ne deriva è tuttora faticosa da mettere a fuoco e da ridurre ad unum, fatta com’è di piani diversi che si sovrappongono e di caratteri profondamente ambigui.<br>A riprova della difficoltà &#8211; si direbbe ontologica &#8211; di distillare l’essenza di quel ciclo di protesta, vi sono le numerose e mai esaustive definizioni: «anno pazzo», «anno della P38», «formidabile anticipazione del 1989», «sparatoria tranquilla», «oggetto sconosciuto», «concentrazione di lirismo felice e di terrore», «anno in cui il futuro finì», «parricidio», «invasione di cavallette», «eruzione sociale» &lt;3. La natura ibrida e trasversale di questo aggregato rivoluzionario rende insomma oleografiche tutte le raffigurazioni, incapaci di restituire compiutamente la natura e il senso di una contestazione che, in conseguenza di ciò, rimane un oggetto storico ancora misterioso.<br>Tra i dati di discontinuità registrati dal sismografo nel ’77 quello che più colpisce e che trova al tempo stesso meno spiegazione è quello dell’escalation impressionante e fulminea della violenza politica. Il carnevale, parafrasando Toni Negri, non fu seguito dalla quaresima. La mobilitazione durò circa dodici mesi ma in quel breve lasso di tempo si ritrovò concentrato un livello di violenza a cui mai, dall’inizio della contestazione degli anni ’60, si era assistito. La violenza venne banalizzata al punto da rendere ‘normale’ scendere in piazza a manifestare con le armi da fuoco in pugno, mentre il terrorismo fece un incredibile balzo in avanti. Del resto non è una coincidenza che il ’77, con una serie infelice di morti e di feriti, abbia inaugurato quegli anni che a giusto titolo vengono definiti «di piombo» &lt;4: ne rappresenta in un certo senso la prova generale e il terminus a quo. Ma questo raptus violento fatica a trovare un’eziologia convincente poiché si verificò in un momento di larga mobilitazione e assunse caratteri di massa, al contrario di quanto teoricamente si prevedeva &lt;5. Inoltre, la deriva violenta caratterizzò una contestazione che, come si è detto, sapeva esprimere contenuti diametralmente opposti, per giunta con uno stile allegramente diverso dalla logica fredda e impietosa dei terroristi.<br>[NOTE]<br>1 S. Tarrow, Democracy and Disorder. Protest and Politics in Italy 1965-1975, Oxford, Claredon Press, 1989, p. 3.<br>2 A. Negri, Pipe-Line. Lettere da Rebibbia, Torino, Einaudi, 1983, p. 167.<br>3 Le definizioni si riferiscono, nell’ordine, a C. Vecchio, Ali di piombo, Milano, Bur, 2007, p. 255; L. Villoresi, E venne l’anno della P38, «la Repubblica», 10 febbraio 1997; A. Negri, Quell’intelligente moltitudine, in S. Bianchi, L. Caminiti (a cura di), Settantasette. La rivoluzione che viene, Roma, DeriveApprodi, 2004 [1997], pp. 89-100, in particolare p. 89; AA.VV., Una sparatoria tranquilla, per una storia orale del 1977, Roma, Odradek, 1997; Mario Moretti intervistato in C. Mosca, R. Rossanda, Brigate rosse. Una storia italiana, Milano, Anabasi, 1994, p. 396; F. Berardi (Bifo), Dell’innocenza. 1977: l’anno della premonizione, Verona, ombre corte, 1997 [1987], p. 28; F. Berardi (Bifo), L’anno in cui il futuro finì, in F. Berardi (Bifo), V. Bridi (a cura di), 1977 l’anno in cui il futuro incominciò, Roma, Fandango, 2002, pp. 19-30; L. Annunziata, 1977. L’ultima foto di famiglia, Torino, Einaudi, 2007; G. Moro, Anni settanta, Torino, Einaudi, 2007, p. 38; S. Zavoli, La notte della Repubblica, Milano, Mondadori, 2009 [1992], p. 229.<br>4 L’espressione «anni di piombo» sarà qui utilizzata per descrivere il periodo compreso tra il 1977 e il 1982, cioè quello segnato dal massimo livello di violenza diffusa e di terrorismo. Si eviterà pertanto di applicarlo all’intera decade dei ’70 o, come altri hanno scelto di fare, al lasso di tempo che intercorse tra il ’68 e l’intera fase del terrorismo degli anni ’80. Per una discussione sulla periodizzazione, cfr. I. Sommier, La storia infinita: implicazioni e limiti delle interpretazioni degli «anni di piombo», in M. Lazar, M.-A. Matard-Bonucci (a cura di), Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano, Milano, Rizzoli, 2010 [L’Italie des années de plomb. Le terrorisme entre histoire et mémoire, Paris, Autrement, 2010], pp. 143-156.<br>5 Come ricorda Tarrow, di solito il confronto lascia spazio alla violenza solo verso la fine del ciclo di protesta, quando la mobilitazione declina, la repressione aumenta e i più estremisti sono in lotta per il supporto di una base sociale in ritirata. Cfr. S. Tarrow, Democracy and Disorder. Protest and Politics in Italy 1965-1975, cit., p. 8.<br><strong>Luca Falciola</strong>, <em>Sbagliando si spara. La contestazione del 1977 in Italia e la reazione dello Stato</em>, Tesi di dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore &#8211; Milano, Anno accademico 2009-2010</p>
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		<title>Interviste sulla Resistenza a Bolzano</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 09:46:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>ResistenzaIn questa categoria sono raccolte solamente tre interviste: Raffaella Zottele Visentin (1915-2018), Attilio Antoniazzi (1924-2008), Mario Muzzatti (1926). Come già accaduto in altre circostanze, la prima intervista di questo elenco è solo parzialmente incentrata sulla figura della persona intervistata; un’esperienza che ricorda molto da vicino quella di Giuliana Bettini-Schettini. La signora Zottele, infatti, è stata [&#8230;]</p>
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<p><strong>Resistenza</strong><br>In questa categoria sono raccolte solamente tre interviste: Raffaella Zottele Visentin (1915-2018), Attilio Antoniazzi (1924-2008), Mario Muzzatti (1926). Come già accaduto in altre circostanze, la prima intervista di questo elenco è solo parzialmente incentrata sulla figura della persona intervistata; un’esperienza che ricorda molto da vicino quella di Giuliana Bettini-Schettini. La signora Zottele, infatti, è stata la moglie di Senio Visentin «Bezzi» (1917-1966), partigiano, collaboratore della missione alleata «Vital» che ha consentito uno scambio di informazioni tra gli Alleati e i partigiani. Per ciò che riguarda quest’ultimo aspetto, è il figlio Fabio Visentin, presente durante l’intervista, a raccontare l’impegno del padre in questa missione: «Era responsabile della “missione Vital” per la zona della Val di Non. Avevano dato alloggio ad un aviatore, inglese mi pare, l’aereo era stato colpito, lui era caduto giù ed è stato portato sopra Molveno in una grotta. So che mio padre era andato nel bellunese a procurarsi una radio trasmittente e l&#8217;aveva portata lassù e da lì trasmettevano i messaggi» &lt;73. La presenza del figlio è importante perché aiuta spesso la madre a ricordare alcuni eventi, a riformulare alcuni racconti oppure a correggere ciò che gli sembra scorretto. Importante inoltre rilevare come la signora Zottele rivendichi in un certo senso il suo essere parte dell’avventura partigiana del marito e di averlo aiutato in questa sua attività.<br>La seconda intervista, invece, raccolta anche questa come le altre due nell’ottobre 2004, è incentrata sui ricordi di Antoniazzi, militante comunista e partigiano, nome di battaglia «Baracca», appartenente alla brigata «Cacciatori della pianura». Uno degli aspetti centrali di questo racconto, che è anche il motivo principale per cui viene intervistato da Delle Donne, è il processo subito per i fatti di Oderzo. L’intervistato infatti viene accusato di aver partecipato alla «strage di Oderzo»; una rappresaglia partigiana contro i fascisti avvenuta al termine della Seconda guerra mondiale, tra la fine di aprile e il maggio 1945. Undici partigiani, tra cui Antoniazzi, vengono imputati dell’uccisione di 126 fascisti, fucilati sulle sponde del Piave &lt;74. Il racconto dell’intervistato fa riferimento anche all’alto numero di udienze, ma anche al trasferimento del processo a Velletri. Durante la tredicesima udienza del processo, Antoniazzi racconta della sua attività partigiana, di quando fu catturato dai fascisti e torturato. L’intervistato sostiene di non aver partecipato alla fucilazione, ma di aver svolto il ruolo di testimone d’accusa, segnalando chi lo aveva catturato e torturato, nel momento in cui entrò in funzione il tribunale partigiano &lt;75. Antoniazzi viene inizialmente condannato all’ergastolo insieme ad altri nove imputati &#8211; uno sarà subito assolto per insufficienza di prove &#8211; ma, in seguito, verrà assolto con altri partigiani per non aver commesso il fatto &lt;76.<br>L’ultima intervista di questo ciclo è quella registrata nella casa di Mario Muzzatti. L’intervistato presenta un racconto ricco di particolari legati, per esempio, all’incontro in Lancia con gli operai torinesi che erano stati trasferiti a Bolzano, perché la sede della fabbrica a Torino era stata bombardata nel 1942. In quel momento Muzzatti ricorda l’avvicinamento all’antifascismo, poi il trasferimento in Friuli, l’incontro con i partigiani e l’inizio della collaborazione, insieme al ricordo della liberazione della piazza di Spilimbergo. Come già accaduto in altre circostanze, durante l’intervista interviene anche un’altra persona, anche se solo per pochi minuti: è la moglie di Muzzatti che si trovava accanto, fuori dall’inquadratura fino all’ultima parte della registrazione. La moglie racconta degli anni in cui si sono conosciuti e delle prime case in cui hanno vissuto a Bolzano.<br>[NOTE]<br>73 Trascrizione dell’intervista di Giorgio Delle Donne, registrata il 14.10.2004, con Raffella Zottele Visentin e Fabio Visentin.<br>74 «Potevamo solo accettare la resa incondizionata», in «Corriere dell’Informazione», 19.01.1953, p. 6; P. Campisi, La difesa chiede la scarcerazione degli undici partigiani di Oderzo, in «l’Unità», 13.1.1953, p. 5.<br>75 I. Montanelli, Le fucilazioni di Oderzo, in «Corriere della Sera», 3.2.1953, p. 4.<br>76 Dieci condanne all’ergastolo richieste dal procuratore generale, in «Corriere della Sera», 29.4.1953, p. 4.; Dopo 16 ore di camera di consiglio, in «Corriere della Sera», 16.5.1953, p. 5; R. Mariani, 184 anni di carcere inflitti a sette partigiani di Oderzo, in «l’Unità», 17.5.1953, p. 2.<br><strong>Patrick Urru</strong>,<em> Racconti di vita da una terra di confine. Valorizzazione dell’Archivio orale della Biblioteca Provinciale Italiana “Claudia Augusta” di Bolzano: le videointerviste del progetto &#8216;Verba manent&#8217; (2003-2007)</em>, Tesi di dottorato, Università di Trento, Anno accademico 2021-2022</p>
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		<title>Una sorta di diretta espressione della strategia anticomunista filo-statunitense del blocco occidentale in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 09:00:28 +0000</pubDate>
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<p>La presente tesi dottorale si propone di ricostruire, sulla base di una vasta mole archivistica e di fonti bibliografiche tedesche, italiane e inglesi, il processo di costituzione, l’attività e la struttura dell’ODEUM Roma &lt;1, la base estera dell’Organisation Gehlen in Italia, tra il 1946 e il 1956. In tal senso questa ricerca vuole fare luce su un capitolo tra i meno ricercati della storia dell’Organisation Gehlen, organo, fondato nel 1946, predecessore del Bundesnachrichtendienst (BND), il servizio segreto estero della Repubblica Federale Tedesca (RFT) dal 1956. Nel corso dei seguenti capitoli si tenterà dunque di far emergere non solo le ragioni che hanno portato all’istituzione di una base estera d’intelligence tedesco-federale nella penisola, ma anche di mettere in evidenza l’operato di quest’ultima sotto guida di Johannes Gehlen, ex fisico nucleare poliglotto e fratello maggiore del “padre fondatore” dell’Organisation Gehlen, Reinhard Gehlen. Le attività e la struttura interna dell’ODEUM Roma risentirono profondamente dell’intensificarsi della guerra fredda, a livello nazionale e internazionale, e fungono in tal senso, come si vedrà, da lente focale per l’analisi ravvicinata di una serie di processi di grande interesse storiografico.<br>Lo studio dell’ODEUM Roma risulta quindi essere intrinsecamente legato a quello della sua “organizzazione madre”, l’Organisation Gehlen. La storia dei primissimi anni del BND è rimasta per molti anni avvolta nel mistero. Tale circostanza è legata tanto alle complesse vicende che hanno contribuito alla nascita dell’Organisation Gehlen, quanto alla sostanziale mancanza, per lungo tempo, di fonti affidabili a riguardo. Soltanto nel corso dell’ultimo trentennio è stato possibile svolgere un’analisi scientifica sulle origini del servizio segreto federale tedesco e sull’operato del suo “padre fondatore”, Reinhard Gehlen.<br>Importanti studi degli ultimi anni permettono finalmente di distinguere tra mito e realtà nella complessa storia dell’Organisation Gehlen &lt;2. Attraverso le ricerche condotte da parte di una commissione indipendente di storici tedeschi, l’UHK (Unabhängige Historikerkommission zur Erforschung der Geschichte des Bundesnachrichtendienstes 1945-1968), è stato possibile studiare e ricostruire per la prima volta molti aspetti ancora oscuri della storia del BND, avviando e stimolando un fruttuoso dibattito tra storici e opinione pubblica &lt;3. L’indagine scientifica, compiuta sia dalla suddetta commissione, costituita nel 2011 su iniziativa dello stesso BND, sia da altri storici nel corso degli ultimi anni, ha permesso, fra l’altro, di far luce tanto sulle ombre del passato nazista che da sempre hanno gravato sul servizio segreto federale, quanto sui suoi legami con altri servizi d’intelligence stranieri, in particolare con quelli statunitensi.<br>Nonostante i succitati notevoli progressi nella ricerca storiografica, alcuni capitoli della storia dell’Organisation Gehlen presentano tuttavia ancora non poche difficoltà nella loro ricostruzione. Un racconto distorto e idealizzato della nascita dell’organizzazione ha di fatto costituito per lungo tempo il “mito di fondazione” del BND, fornendo per anni una sorta di “fonte di legittimazione” per la nascita del servizio federale tedesco &lt;4. Una narrazione agiografica e idealizzata del primo decennio della storia del BND ha presentato l’ex ufficiale della Wehrmacht Reinhard Gehlen come eroico “padre fondatore” di un nuovo servizio d’intelligence tedesco anticomunista e democratico, frutto di un amichevole rapporto di reciproca fiducia e collaborazione con i servizi segreti statunitensi &lt;5. Nonostante, come già detto, gli storici dell’Intelligence History abbiano ormai con successo smentito tale narrativa, facendone emergere i punti critici e le incongruenze, è tuttavia fuori questione che Reinhard Gehlen sia riuscito progressivamente ad affermarsi quale indiscusso protagonista dell’intelligence estera della Repubblica Federale Tedesca (RFT). Infatti già a partire dall’aprile 1945, mese in cui l’ex generale della Wehrmacht aveva stabilito i primi contatti con i comandi militari statunitensi, egli, come si vedrà nei seguenti capitoli, non avrebbe mai perso di mira il proprio obiettivo, ovvero quello di porsi, prima o poi, a capo di un nuovo, potente servizio segreto estero della neonata Repubblica Federale. Anche la sua strategia per raggiungere tale traguardo sarebbe rimasta quasi immutata per tutto il periodo, tra il 1946 e il 1956, che avrebbe preceduto l’effettiva nascita del BND. In generale, nepotismo e chiusura totale verso l’esterno avrebbero costituito gli ingredienti principali per la ricetta del “successo” gehleniano.<br>Come si vedrà nel corso di questa ricerca, la sua tendenza a circondarsi di parenti e persone fidate, inseriti abilmente in posizioni chiave, tanto in un primo tempo nell’Organisation Gehlen, quanto successivamente nel BND, avrebbe non di rado causato a Reinhard Gehlen frizioni con gli “amici e protettori” statunitensi, come anche all’interno della sua stessa organizzazione.<br>Al centro della politica nepotistica di Reinhard si pone in particolare la presenza di un’importante figura, quella di suo fratello maggiore Johannes/Giovanni Gehlen. La storia di quest’ultimo, capo dell’ODEUM Roma, e il rapporto tra i due fratelli sono tra i capitoli meno studiati della storia iniziale del BND. Ciò sorprende se si considera che tali aspetti risultano cruciali per l’analisi e comprensione sia della generale strategia anticomunista statunitense-tedesca in Italia agli inizi della guerra fredda, sia dell’evoluzione dei rapporti tra l’intelligence italiana e quella tedesca del secondo dopoguerra. Lo storico Christoph Franceschini scrive nel volume sullo “spionaggio tra amici” che Johannes Gehlen sarebbe stato «quell’uomo che come nessun altro avrebbe personificato il servizio d’intelligence tedesco nell’Italia del dopoguerra» &lt;6. Sotto la sua guida l’ODEUM Roma avrebbe infatti evidenziato, come si vedrà nel corso della ricerca, non solo i classici “sintomi della guerra fredda”, ma avrebbe rispecchiato, allo stesso tempo, i problemi intrinseci alla stessa Organisation Gehlen. L’operato di Johannes Gehlen e del suo gruppo sarebbe stato inoltre condizionato inevitabilmente da importanti dinamiche e sviluppi della storia italiana del secondo dopoguerra. Questi tre fattori: la cornice internazionale del progressivo panorama bipolare, la generale evoluzione del servizio gehleniano e, infine, il contesto nazionale italiano postbellico, pongono Johannes Gehlen e l’ODEUM Roma al centro di una serie d’importanti intrecci storici, che saranno affrontati nel corso di quest’analisi.<br>[…] Lo studio dell’operato di Johannes Gehlen e della sua rete spionistica romana intende far emergere, nei capitoli tre e quattro, alcuni particolari legati alla “guerra di spie” che dilagava in Europa agli inizi della guerra fredda e che vide il coinvolgimento di istituzioni spionistiche statali tedesco-federali, italiane e statunitensi, spesso in contrasto fra loro. In tale contesto, nel paragrafo 3.5., si tenterà anche di fare luce sulla pratica del reintegro, nel mondo dell’intelligence, di individui precedentemente legati ai regimi nazista e fascista, che come si vedrà, riguardò proprio alcuni dei principali collaboratori dell’ODEUM Roma. Un ulteriore elemento che emergerà nella presente ricerca, in particolare nei capitoli quattro e cinque, è quello legato alla febbrile e spesso caotica “corsa verso Bonn”, cioè l’antagonismo e la sfrenata concorrenza che si vennero ad instaurare tra alcuni protagonisti della prima fase dell’intelligence tedesca dell’immediato secondo dopoguerra, primo fra tutti lo stesso Reinhard Gehlen, per accreditarsi successivamente a capo dei nascenti organi di sicurezza statali della RFT a partire dal ’49. In tal senso la storia dell’ODEUM Roma permette di osservare da vicino gli sforzi compiuti dall’Organisation Gehlen per essere riconosciuta come ufficiale nuovo servizio segreto estero della Germania federale. Infine, un aspetto fondamentale che sarà messo in evidenza in questa ricerca sarà l’importante ruolo di Roma come “capitale di spie”, una sorta di crocevia internazionale di persone, ideologie e differenti interessi geopolitici. Essa emergerà quindi come città dei “nuovi inizi” spionistici dopo la guerra, tanto per gli individui quanto per le organizzazioni e le istituzioni nazionali e internazionali. Nello specifico i suddetti elementi d’intreccio tra Italia e Germania saranno articolati seguendo un duplice piano di analisi: quello biografico di Johannes Gehlen, intrinsecamente legato alla nascita dell’ODEUM Roma, e quello strategico-organizzativo, legato agli interessi spionistici dell’Organisation Gehlen. Il capo dell’ODEUM Roma nacque e crebbe infatti nella capitale italiana, ma fu dotato di un forte senso di appartenenza alla patria dei genitori biologici, la Germania. Questo suo carattere binazionale, che si evidenzierà in particolare nella sua vicenda biografica tra anni Venti e Quaranta, gli avrebbe permesso, come si vedrà, di “reinventarsi” da ex fisico nucleare a professionista d’intelligence in Italia alle dipendenze del fratello Reinhard, a partire dal 1946. Dall’altra parte, sul piano organizzativo-strategico, l’Organisation Gehlen, nata in parte anche dietro le personali paure di Reinhard davanti alla crescente minaccia sovietica &lt;8, si sarebbe trasformata nell’arco di poco tempo in una sorta di diretta espressione della strategia anticomunista filo-statunitense del blocco occidentale in Europa, riservando una particolare attenzione proprio all’Italia, come una delle “roccaforti rosse” dell’Europa postbellica. L’importanza dell’Italia nei piani strategici statunitensi-tedeschi emerge infatti anche dal fatto che l’Organisation Gehlen istituisca la propria base estera in Italia a distanza di solo pochi mesi dalla propria nascita.<br>L’ODEUM Roma si pone, quindi, come è stato fin qui sottolineato, al centro di una serie di intrecci legati alla storia italiana e tedesco-federale della guerra fredda. L’esistenza stessa dell’Organisation Gehlen e della sua base estera a Roma può infatti essere vista come frutto di un insieme di elementi propri dei suddetti contesti nazionali che, a partire dal ’45, avrebbero creato le condizioni necessarie per permettere una “rinascita” dello spionaggio tedesco, in patria e all’estero, in chiave anticomunista nell’ormai mutato panorama della guerra fredda.<br>[NOTE]<br>1 «ODEUM» era il nome di copertura usato dalla CIA per l’Organisation Gehlen in generale. Riferimenti al gruppo spionistico sotto guida di Johannes Gehlen a Roma come «ODEUM Rome» si trovano, fra gli altri, nei seguenti documenti: Subject: ODEUM Operational, Specific: Delius Wagner Trip to Italy, 29 marzo 1950, CIA Freedom of Information Act Electronic Reading Room (d’ora in poi: FOIA CIA), Nazi War Crimes Disclosure Act (d’ora in poi: NWCDA), Friede, Willy Heinrich_0004; Curriculum Reinhard Gehlen, 1950, FOIA CIA, NWCDA, Gehlen, Reinhard Vol.1_0043.<br>2 A tal proposito risultano fondamentali i seguenti testi: M.E. Reese, Reinhard Gehlen. The CIA Connection, George Mason University Press, Fairfax 1990; T. Wolf, Die Anfänge des BND. Gehlens Organisation &#8211; Prozess, Legende und Hypothek, in «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte», 2/4, 2016, pp. 1991-227; R.D. Müller, Reinhard Gehlen. Geheimdienstchef im Hintergrund der Bonner Republik, Ch. Links, Berlin 2017.<br>3 Il lavoro dell’UHK ha prodotto un totale di dodici volumi, fra cui, accanto al già citato testo di Müller, A. Keßelring, Die Organisation Gehlen und die Neuformierung des Militärs in der Bundesrepublik, Ch. Links, Berlin 2017; K.D. Henke, Geheime Dienste. Die politische Inlandsspionage der Organisation Gehlen 1946-1953, Ch. Links, Berlin 2018; J. Dülffer, Geheimdienst in der Krise. Der BND in den 1960er Jahren, Ch. Links, Berlin 2018; W. Krieger, Die Beziehungen des BND zu den westlichen Geheimdiensten 1946-1968, Ch. Links, Berlin 2021. L’elenco delle pubblicazioni è disponibile all’URL: <a href="http://www.uhk-bnd.de/?page_id=340">http://www.uhk-bnd.de/?page_id=340</a> (sito consultato il 1° maggio 2021).<br>4 T. Wolf, Die Anfänge des BND, cit.<br>5 Tale narrativa agiografica è espressa soprattutto nelle memorie dello stesso Gehlen, pubblicate nel ’71. R. Gehlen, Der Dienst: Erinnerungen 1942-1971, Deutscher Bücherbund Stuttgart, Hamburg-München 1971 (trad.it.: Memorie di una spia. Un ufficiale del Terzo Reich al servizio della CIA, Odoya, Bologna 2018).<br>6 E. Schmidt-Eenboom, T. Wegener Friis, C. Franceschini, Spionage unter Freunden: Partnerdienstbeziehungen und Westaufklärung der Organisation Gehlen und des BND, Ch.Links, Berlin 2017, p. 53.<br>8 È quanto affermato dallo stesso Gehlen nelle sue già citate memorie. R. Gehlen, Der Dienst, cit., p. 113.<br><strong>Sarah Anna-Maria Lias Ceide</strong>, <em>ODEUM Roma. L&#8217;Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli &#8220;Federico II&#8221;, 2022</p>
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