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	<title>Collasgarba</title>
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	<description>Un altro blog di Adriano Maini</description>
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		<title>L’anno più significativo della contestazione studentesca fu, senza dubbio, il 1968</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 11:59:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Negli anni ‘60, un decennio chiave del XX secolo, si verificarono cambiamenti significativi sia nelle condizioni materiali della vita quotidiana, sia, soprattutto, nelle mentalità, trasformazioni più rilevanti che in qualsiasi altro periodo dell’epoca &#60;174. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, produzione e redditi iniziarono ad aumentare in modo costante in quasi tutta l’Europa. Un [&#8230;]</p>
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<p>Negli anni ‘60, un decennio chiave del XX secolo, si verificarono cambiamenti significativi sia nelle condizioni materiali della vita quotidiana, sia, soprattutto, nelle mentalità, trasformazioni più rilevanti che in qualsiasi altro periodo dell’epoca &lt;174. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, produzione e redditi iniziarono ad aumentare in modo costante in quasi tutta l’Europa. Un contributo fondamentale a questa crescita fu dato dal Piano Marshall, ufficialmente denominato Programma di Recupero Europeo (European Recovery Program), che prese il nome dal suo promotore, il Segretario di Stato statunitense George Catlett Marshall. Questo piano, progettato per fornire assistenza economica e tecnica ai 16 paesi europei più devastati dalla guerra, iniettò nell’economia europea circa 13 miliardi di dollari tra il 1948 e il 1952, di cui quasi 3 miliardi andarono alla Francia &lt;175. Grazie a questo sostegno materiale, l’Europa iniziò a riorganizzarsi dopo il conflitto, creando diverse organizzazioni economiche per rafforzare la cooperazione e la ripresa: nel 1948 venne istituita l’OECE (Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea), che nel 1960 divenne l’OCSE con l’ingresso di Stati Uniti, Canada e, successivamente, Giappone; nel 1951 fu fondata la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) e, nel 1959, l’EFTA (Associazione Europea di Libero Scambio), in risposta alla creazione della CEE (Comunità Economica Europea), istituita il 25 marzo 1957 &lt;176.<br>Non solo le abitudini culturali e le condizioni economiche stanno cambiando, ma anche le dinamiche familiari e coniugali si stanno trasformando. Fino a quel momento, il matrimonio era prevalentemente un’istituzione endogena, concepita per garantire la continuità dei gruppi sociali. Ora, invece, si assiste all’emergere di un matrimonio di tipo “culturale”. Questo fenomeno è alimentato dall’aumento della partecipazione all’istruzione, sia in termini di anni di formazione che di numero di persone coinvolte, con un particolare incremento della presenza femminile nei livelli più elevati del sistema educativo. Di conseguenza, le persone tendono sempre di più a scegliere il partner in base a una comune appartenenza culturale, piuttosto che in base a affinità economiche o sociali. Tuttavia, paradossalmente, questo miglioramento nelle condizioni di vita porta anche a un crescente senso di insoddisfazione, che diventa una delle cause principali dei conflitti e delle tensioni di quegli anni, caratterizzati da una complessità sia tragica che esaltante &lt;177. Questo scenario anticipa quanto Raymond Aron definirà più tardi come la “crisi sociale del successo economico”, evidenziando la disconnessione tra il benessere materiale e il benessere psicologico e sociale &lt;178.<br>Nei primi anni della decade, la contestazione contro lo status quo, che in precedenza era principalmente guidata dalle classi operaie, si evolve grazie al significativo miglioramento delle condizioni di vita. In questo nuovo contesto, la protesta diventa più di natura ideologica piuttosto che economica. Così, smette di essere un fenomeno esclusivo dei diseredati per diventare il terreno di espressione degli intellettuali provenienti dalle classi medie e superiori. Questo cambiamento spiega in gran parte perché molte delle tensioni sociali dell’epoca siano state alimentate dagli studenti universitari &lt;179.<br>L’anno più significativo della contestazione studentesca fu, senza dubbio, il 1968. Negli Stati Uniti, gli studenti occuparono gli edifici dell’Università di Columbia; in Spagna, scontri tra studenti e polizia portarono alla chiusura dell’Università il primo novembre; in Brasile, tra aprile e novembre, ci furono violente sommosse che opposero forze dell’ordine e studenti, specialmente a São Paulo e Rio de Janeiro. In Canada, gli studenti occuparono gli edifici universitari il 15 novembre; il 15 aprile, in Italia, l’Università di Milano fu occupata; in Messico, si verificò una sanguinosa ribellione studentesca tra giugno e novembre, con i giorni più violenti il 18 settembre e il 2 ottobre, che provocò una sessantina di morti, secondo le cifre ufficiali. Né il terzo mondo né il blocco comunista sfuggirono a questa ondata di violenza: in Senegal, il 29 aprile; in Egitto, dal 20 al 28 novembre; in Polonia, tra l’8 e il 14 settembre; in Jugoslavia, il 3 giugno, tutti vissero gravi tumulti durante quest’anno. Anche il Giappone, tradizionalmente pacato, si trovò coinvolto in disordini studenteschi il 21 giugno.<br>Questo periodo di tumulto globale evidenzia la portata e l’intensità della ribellione giovanile, che non si limitò a un solo paese ma si diffuse in diverse nazioni, ognuna con le proprie specificità e motivazioni. La contestazione del ‘68 rappresentò un momento significativo in cui i giovani iniziarono a rivendicare i propri diritti e a sfidare l’autorità, riflettendo le tensioni sociali e politiche del tempo &lt;180.<br>L’anno 1968 si presenta inoltre subito come un anno di grande violenza. Il 29 gennaio, il Vietcong lancia un attacco a sorpresa contro l’esercito americano: sebbene l’obiettivo di infliggere una sconfitta definitiva alle truppe del Nord non venga raggiunto, questa offensiva, nota come offensiva del Têt, si rivela decisiva per minare la fiducia del pubblico americano in una vittoria in Vietnam &lt;181. L’opinione pubblica si schiera ormai contro la guerra. L’11 aprile, Rudi Dutschke, un leader studentesco tedesco, diviene vittima di un attentato [quasi] mortale. In Cina, i “Comitati rivoluzionari” hanno sopraffatto la Rivoluzione culturale. Alexandre Dubcek, divenuto segretario generale del Partito Comunista della Cecoslovacchia a marzo, avvia una politica di liberalizzazione, mentre in Polonia i lavoratori delle fabbriche di Nowa Huta entrano in sciopero in solidarietà con gli studenti di Cracovia. Questa “Primavera di Praga” si concluderà con l’ingresso dei carri armati sovietici in Cecoslovacchia il 20 agosto. Martin Luther King, il paladino della non violenza e Premio Nobel per la Pace nel 1964, viene assassinato a Memphis (Tennessee), scatenando tumulti in quasi tutte le città americane, con circa cento città saccheggiate. Sono stati necessari più di 50.000 soldati, tra esercito regolare e Guardia Nazionale, per soffocare la ribellione. L’assassinio di Robert Kennedy il 6 giugno e le sommosse durante la Convenzione del Partito Democratico a Chicago, tra il 26 e il 29 agosto, rappresenteranno il culmine dell’escalation della violenza in Nord America &lt;182.<br>[NOTE]<br>174 Sousa, J. S. de Pina Carvalho. La crise de Mai 68 en France. Bragança, Instituto Politécnico de Bragança, 1999 p. 11<br>175 Le cifre esatte sono di 12.992,5 milioni di dollari (ai quali si aggiunsero più di 1.139,6 milioni di dollari in prestiti) per l’intero piano, e di 2.629,8 milioni per la Francia. Solo il Regno Unito ottenne finanziamenti più elevati, pari a 3.165,8 milioni di dollari. Si veda a tal proposito Nouschi M., O Século XX, Instituto Piaget, Lisbona, 1996, pp. 302-305.<br>176 Ivi, p. 12<br>177 Ivi, p. 13<br>178 Público Magazine. Especial Maio 68 nº 2. 9 maggio 1993, p. XXI.<br>179 Sousa, J. S. de Pina Carvalho, La crise de Mai 68 en France, op. cit., p. 13<br>180 Ivi, p. 14<br>181 Ivi, p. 17<br><strong>Cinzia Rizza</strong>, <em>L’Italia e de Gaulle. Rapporti diplomatici Italia-Francia (1958-1969)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, 2025</p>
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		<title>Fra le cinque Pimpinelle liguri, tutte Ombrellifere dei prati montani ed alpini, emerge la Pimpinella saxifraga</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 10:18:51 +0000</pubDate>
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<p>E’ molto difficile incontrare la Pimpinella anisum allo stato spontanea anche in Liguria, una delle quattro Regioni italiane dove è stata segnalata la sua presenza di pianta stabilmente inselvatichita dopo essere sfuggita alle coltivazioni.<br>Ma neppure nelle altre parti del bacino Mediterraneo orientale e dell’Egitto, considerate le sue zone d’origine, è agevole individuarla con certezza allo stato selvatico, a differenza di quanto si verifica con la maggior parte delle altre Pimpinelle, Ombrellifere molto diffuse nella praterie collinari e montane.<br>Sin dalle epoche più antiche i semi d’Anice sono stati fra i frutti vegetali maggiormente apprezzati dall’uomo, a cominciare dal grande Pitagora al quale si attribuisce lo strano invito a seminarne il più possibile nell&#8217;orto di casa perché le donne che ne odorano l’aroma partorirebbero più facilmente.<br>L’illustre esortazione prosegue con la raccomandazione di fare bere loro, immediatamente dopo il parto, una pozione di Anice e farinata d&#8217;orzo; non solo ma il grande creatore di teoremi suggeriva a chi volesse evitare l&#8217;insorgenza di attacchi epilettici di tenerne in continuazione una fronda fra le vesti. Plinio dedica alla pianta aromatica decine di pagine dove abbandona a considerazioni di carattere moralistico sugli eccessi dei suoi contemporanei: “l’Anice stimola l’appetito, visto che la vita agiata ha reso artificioso anche quest&#8217;ultimo, da quando non è più la fatica a provocare il desiderio del cibo. Per questo motivo alcuni lo hanno chiamato aniceto”.<br>Segue un nutrito elenco di luminari della medicina classica, abituati a prescriverla ai propri pazienti per risolvere molte situazioni cliniche.<br>Il medico greco Evenore, vissuto nel V° secolo a.c. ed autore di un’opera in cinque volumi, applicava la radice schiacciata d’Anice come rimedio per le malattie dei reni e praticava impacchi per diminuire le lacrimazioni continue.<br>Il suo collega Iolla, due secoli più tardi, in un compendioso trattato di erboristeria raccomanda l&#8217;Anice con uguali dosi di Zafferano e di vino, oppure Anice da solo con farinata d&#8217;Orzo, per le flussioni di notevole entità e per estrarre eventuali corpi estranei penetrati nell&#8217;occhio.<br>Applicandolo con acqua, Iolla eliminava anche le escrescenze carnose all&#8217;interno delle narici. Unito a Issopo e miele, diluiti in aceto, se ne serviva per curare i mal di gola mediante gargarismi; mescolato con olio di rose lo instillava nelle orecchie dolenti; abbrustolito ed unito a miele lo impiastrava sugli ascessi del torace.<br>Il medico Sosimene lo preparava sciolto in aceto contro tutti i tipi di indurimento, e lo faceva bollire in olio con l’aggiunta di nitro per curare gli affaticamenti. Ai pazienti che dovevano intraprendere viaggi, raccomandava di assumere i semi di Anice per combattere la stanchezza.<br>Il farmacologo tarantino Eraclide prescriveva contro i gonfiori interni una presa di semi di Anice da bere con due oboli di castorio (olio estratto dai genitali dei castori) in vino melato; in caso di problemi respiratori consigliava una presa di semi d’Anice e altrettanto di semi di Giusquiamo con latte d&#8217;asina.<br>Lo studioso di erboristeria Dalione preparava con l’Anice e l’Apio, un cataplasma da applicare alle partorienti per lenire i dolori dell&#8217;utero. Il medico greco Dieuche aveva sperimentato il succo d’Anice per i dolori lombari e preparato una pozione con semi tritati insieme a Menta utile nei casi di idropisia e di celiachia.<br>Nella più banale pratica quotidiana, i cuochi romani si servivano del seme d’Anice sia fresco che secco per tutte le preparazioni di conserve, per aromatizzare gli intingoli, lo inserivano sotto la crosta inferiore del pane per diversificarne la fragranza.<br>I vignaioli l’univano a mandorle amare, ben chiuse in sacchetti di tela, e li immergevano nel vino in fermentazione allo scopo di migliorarne il sapore.<br>Un’altra abitudine quotidiana dei romani, era quella di rendere l’alito più gradevole ed eliminare “il fiato cattivo, se di mattina se ne mastica insieme con Smirnio e un pò di miele, e se subito dopo si sciacqua la bocca col vino. Ha la proprietà di ringiovanire il viso. Appeso al di sopra del cuscino, in modo che chi dorme ne respiri l’aroma, risolve i problemi d’insonnia”.<br>Nella classifica merceologica dell’anno zero il più costoso ed apprezzato di tutti era l’Anice cretese, seguito da quello egiziano; quest&#8217;ultimo, bruciato e respirato sotto forma di suffumigi era il più comune analgesico contro le cefalee.<br>L&#8217;Anice è stata una delle piante basilari per la medicina orientale come quella cinese ed indiana, mentre Alberto Magno è fra i maggiori propagandisti delle sue qualità; ancora oggi nelle principali farmacopee europee vengono descritti i diversi &#8220;Anisi fructus&#8221;, &#8220;Foeniculi fructus&#8221; quali affidabili carminativi.<br>L’anice migliore ai fini medicinali è quello prodotto in Italia ed in Spagna. I suoi semi contengono ossalato di calcio, amido, mucillagine, diversi zuccheri, sostanze resinose e pectiche, colina, anetolo. L&#8217;Anice, o Anice verde, si coltiva anzitutto per il seme dotato di un notevole aroma, di sapore dolce e piccante, utilizzato sia in cucina sia in pasticceria ed ancora in distilleria per l’estrazione di un suo olio essenziale: l’anetolo.<br>I frutti, in infusi al 5% vengono impiegati per tintura o per essenza nelle digestioni difficili, oltrechè come calmante ed espettorante. “Nelle difficili espettorazioni e nei crampi di petto- sostiene l’Abate Dottor Kneipp- la tisana di Anice è un rimedio di famiglia più apprezzato, anche contro le coliche dei bambini”.<br>L&#8217;infuso d’Anice si è rivelato molto utile per rasserenare il sonno ai bambini soggetti ad incubi notturni, per la sua capacità di leggero sedativo, adatto per disturbi nervosi marginali, vertigini, emicranie, palpitazioni.<br>Se ne conosce anche un impiego antiparassitario con la raccomandazione tassativa di non usare mai l’olio puro, neppure nelle parti meno irritabili come la testa, perché può produrre eczemi.<br>Contro la scabbia veniva usualmente mescolato dagli speziali con parti eguali d&#8217;olio essenziale di Rosmarino e si applicava dopo aver pulito per bene la parte con sapone; l’operazione era da ripetersi ogni 4 od 8 giorni, per almeno due settimane, allo scopo di eliminare anche i parassiti nati nel frattempo dalle uova sopravvissute.<br>Quantità anche maggiori di Anice, rispetto a quelle usate in farmaceutica, vengono tuttora assorbite, dalle liquorerie dove servono a preparare l’Anisetta, il noto ed eccellente liquore dalle buone proprietà digestive e molti aperitivi come il notissimo Pastìs del quale è bene non abusare.<br>Come abbiamo visto, il dolce e profumato aroma può essere ricavato anche da semi di altre Ombrellifere come l’”Anice dei Vosgi” ossia il Carum carvi e dal Foeniculum vulgare, oltre che da una pianta cinese molto dissimile, chiamata “Anice stellato o Badiana” (Illicium verum).<br>Un buon decotto si può realizzare con un paio di cucchiaini di frutti d’Anice per ogni litro d&#8217;acqua, da assumere alla dose di un paio di tazze al giorno; per le digestioni più faticose o per eliminare le noiose fermentazioni intestinali, si può preparare un mix. di due pizzichi di semi d&#8217;Anice ed altrettanti di Finocchio, un cucchiaino di foglie di Salvia ed uno di Menta per litro d&#8217;acqua.<br>Altre ricette interessanti sono il &#8220;Vino anisato&#8221;, in uso sin dal Medioevo, preparato con 150 grammi di semi pestati e messi a macerare per 10 giorni in un litro di vino; la dose è di un cucchiaio per facilitare il dopo pasto.<br>L’Anisetta si prepara con 30 grammi di semi d’Anice, 15 di semi di Coriandolo, 1 di Cannella e mezzo chilo di zucchero per litro di alcool da dolci. Per la realizzazione di un’ottime detergente per i denti basta mescolare l’identica quantità di polvere di semi di Anice, di carbone di Pioppo.<br>Durante il XVII° secolo, in Francia era molto di moda una bevanda aromatica a base d’Anice, chiamata &#8220;Rossolìs&#8221; (nulla da spartire con il nostro Rosolio distillato dalla Drosera rotundifolia). Secondo l’antica ricetta tradizionale: “servono tre libbre di zucchero da far fondere in due litri di ottimo vino bianco. Servono ancora due libbre di zucchero polverizzato a dovere, 125 grammi di Pistacchi schiacciati, 125 grammi di Uva di Corinto, e circa 60 grammi di Anice. Si mettono tutti gli ingredienti a bollire in una caldaia, finché non sia ridotto ad un terzo. Far riposare il liquido in un recipiente ben tappato per quattro ore, prima di filtrarlo e conservarlo in cantina per alcune settimane prima di cominciare a gustarlo. Volendo si può profumare di muschio o di ambra”.<br>Passando al Genere Pimpinella, comprendente da ottanta a cento specie, si incontra anzitutto un nome di sicura origine latina, anche in questo caso di dubbia interpretazione, perché esiste chi ritiene derivi dal termine “bipennis o bipinnula”, per la forma assai suddivisa delle foglie, soprattutto di quelle superiori; altri propendono per una sua forma primitiva “Bibinella”, derivata dal verbo “bibere” (bere), collegata alle tante bevande a base d’Anice.<br>Di tutte queste specie, disperse nella flora di molti Paesi dell’Emisfero boreale, Africa ed America meridionale, l’unica ad aver un rilevante interesse è la Pimpinella anisum, coltivata abitualmente in Romagna, Marche, Puglie e Sicilia, benché gli italiani ne facciamo un uso decisamente minoritario rispetto agli altri popoli europei.<br>Fra le cinque Pimpinelle liguri, tutte Ombrellifere dei prati montani ed alpini, emerge la Pimpinella saxifraga che deve il suo battesimo di specie ad una convinzione nata nel XVI° secolo quando i farmacisti del tempo credettero di aver individuato nella pianta una potenzialità di eliminare e frantumare i calcoli dei reni e della cistifellea.<br>Invece, la Pimpinella in questione, non solo non “rompe le pietre” ma non ha neppure la piacevole fragranza dell’Anice poiché il suo rizoma puzza di sterco.<br>Le Pimpinella sono piante erbacee, perenni, biennali oppure annuali, dotate di un fusto angoloso e solcato, oppure cilindrico, liscio o poco striato, semplice o ramoso.<br>Le foglie sono assai polimorfe, in alcune specie, quelle inferiori, essendo una sola volta pinnatosette, in altre due volte pinnatosette, in altre ancora a segmenti rotondi od ovali, dentato-incise; talvolta essendo solo basilari, a volte distribuite lungo il fusto, le più basse cordato-rotonde, le mediali trisettate e le superiori due o tre volte pennatosettate.<br>I fiori sono riuniti in ombrelle a raggi talvolta abbondanti accompagnati o meno dall’involucro con corolla di petali bianchi, rosei, rossi, oppure gialli, e calice poco appariscente, a lacinie semplici.<br>Il frutto e sempre un diachenio, ma può essere peloso o glabro e liscio, sempre compresso ai lati, mai sul dorso, lungo al massimo una volta e mezza la propria larghezza massima.<br><strong>Pimpinella anisum L.</strong> (Annuale. VII-VIII. Inselvatichita qua e la sino agli 800m). Ha un fusto, pubescente e striato, ramificato, alto sino a 50cm. Porta foglie distribuite lungo tutto il fusto, le basali pennate a 3-5 foglioline sottili ed ellittiche, frastagliate quelle superiori; i fiori sono bianchi, portati in ombrelle con max. 15 raggi, piuttosto lasse. Il frutto è un diachenio verde-grigio a forma di pera, molto aromatico e peloso.<br><strong>Pimpinella peregrina L.</strong> (Biennale. V-VI. Nasce negli incolti sino agli 800m). Ha un fusto, appena peloso, striato, ramificato, alto sino a 100cm. Le prime foglie sono cordate, quindi pennate a 5- 9 foglioline arrotondate, le superiori bipennatosette; i fiori sono bianchi, portati in ombrelle con max. 50 raggi, piuttosto lasse. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, a pelosità espansa.<br><strong>Pimpinella tragium Vill.</strong> (VI-VII. Nasce sulle rupi calcaree dai 500 sino ai 1700m). Ha un fusto lignificato ed orizzontale segnato dalle tacche delle foglie morte, e fusticino eretto appena ramificato, alto sino a 60cm. Le foglie sono alla base con 5- 7 foglioline più o meno rombiche, dentellate solo all’apice, le superiori limitate a segmenti filiformi; i fiori sono bianchi, portati in ombrelle con max. 15 raggi, piuttosto lasse. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, ispido e sormontato dallo stilopodio pulvinato.<br><strong>Pimpinella major Hudson</strong>. (VI-VIII. Nasce nelle radure dei boschi cedui sino ai 2300m). Ha una grossa radice e fusto eretto, fistoloso, a profonde striature, alto sino a 120cm. Le foglie basali sono lungamente picciolate a 9- 11 foglioline triangolari dentellati, le superiori laciniate; i fiori sono bianchi (rosei nella subsp. Rubra), portati in grandi ombrelle con max. 13 raggi. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, con coste prominenti biancastre, sormontato dallo stilopodio pulvinato.<br><strong>Pimpinella saxifraga L</strong>. (VI-VIII. Nasce prati aridi montani e subalpini dai 1500 sino ai 2300m). Ha fusto pieno, eretto, con peli ripiegati all’ingiù, alto sino a 60cm. Le foglie basali sono lungamente picciolate a 5- 11 foglioline lanceolate o ellittiche dentati, le superiori laciniate regolarmente; i fiori sono bianchi o a volte rosei, portati in ombrelle con max. 15 raggi a volte bratteolati. Il frutto è un diachenio a forma di uovo, con coste appena pronunciate.<br><strong>Come raccoglierla e coltivarla</strong><br>La Pimpinella anisum va seminata all’inizio della primavera in terreno leggero, caldo, permeabile ed esposto a Sud, disponendolo in filari ed interrando otto dieci semi in ciascuna postarella a distanze di un palmo l’una dall’altra.<br>Il terreno seminato va lievemente ricoperto e rullato. Quando sono spuntate le pianticine, e talvolta impiegano, parecchio tempo, vanno diradate, conservando i piedi più sviluppati.<br>I grappoli con i frutti sono maturi al punto giusto verso la fine dell’estate e vanno raccolti prima che compaia la rugiada mattutina per evitare che si deteriorino.<br>La disidratazione va ultimata in luogo asciutto e ventilato sia al sole che all&#8217;ombra. Dopo la sgranatura si conservano in un recipiente adatto a mantenerli ben asciutti.<br><strong>Alfredo <a href="https://www.moreschiphoto.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Moreschi</a></strong>, L’Anice. Specie del genere Pimpinella, <em>Nuovo “Fiori di Liguria”</em> (in ricordo del Professor Giacomo Nicolini), ed. in pr., 2021</p>



<p>Tra le pubblicazioni di Alfredo <a href="https://www.moreschiphoto.it/archivio-fotografico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Moreschi</a>: Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Tre fotografie, (a cura di Marco Innocenti), lepómene editore, Sanremo, aprile 2024; (a cura di) Alfredo Moreschi, Marco Innocenti, Quaderno del circolo lepómene, Sanremo, 2021; Alfredo Moreschi, Parco Costiero della Riviera dei Fiori. Fiori e piante della pista ciclopedonale, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2019; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Manuale di depunteggiatura, editore lepómene, Sanremo, ottobre 2018; articoli in (a cura di) Letizia Lodi, Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento, Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Quattro progetti per la città di Sanremo, Casabianca editore, Sanremo, giugno 2014; (a cura di) Alfredo Moreschi e Claudio Porchia, Il mondo verde celtico, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2011; (a cura di) Alfredo Moreschi in collaborazione con Marco Innocenti e Loretta Marchi, Catalogo della mostra fotografica. 1905-2005: Centenario del Casinò Municipale di Sanremo. Una storia per immagini, De Ferrari, Genova, 2007; Giacomo Nicolini &#8211; Alfredo Moreschi, Fiori di Liguria, (a cura di) Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Edizione SIAG &#8211; Genova, 1982.<br><strong>Adriano Maini</strong></p>
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		<title>L&#8217;anno di svolta per il Msi in Italia e per il NPD in Germania Federale</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2026 11:23:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Alla fine degli anni Sessanta i movimenti pacifisti, studenteschi e sindacali contribuirono a generare profonde trasformazioni in Europa. Cambiamenti radicali stavano per investire la politica, l’economia, la società, le istituzioni e la cultura del Vecchio Continente &#60;2. Anche a livello storiografico la seconda metà degli anni Sessanta rappresenta in più modi un momento di profonde [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="http://collasgarba2.altervista.org/lanno-di-svolta-per-il-msi-in-italia-e-per-il-npd-in-germania-federale/">L&#8217;anno di svolta per il Msi in Italia e per il NPD in Germania Federale</a> proviene da <a href="http://collasgarba2.altervista.org">Collasgarba</a>.</p>
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<p>Alla fine degli anni Sessanta i movimenti pacifisti, studenteschi e sindacali contribuirono a generare profonde trasformazioni in Europa. Cambiamenti radicali stavano per investire la politica, l’economia, la società, le istituzioni e la cultura del Vecchio Continente &lt;2. Anche a livello storiografico la seconda metà degli anni Sessanta rappresenta in più modi un momento di profonde trasformazioni e rotture, con il Sessantotto eretto a emblema per eccellenza di quella stagione &lt;3. Ma cosa stava accadendo negli ambienti dell’estrema destra negli anni di passaggio fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo? Per comprendere questa fase, è utile osservare innanzitutto l’evoluzione dei principali partiti dell’area: il MSI, unico soggetto organizzato dell’estrema destra nel panorama politico nazionale, e il nascente NPD in Germania federale. Alla vigilia del 1968, infatti, questi partiti si trovavano immersi in un contesto europeo attraversato da profonde trasformazioni politiche, economiche, sociali e culturali, segnato da instabilità e discontinuità, in cui crisi latenti si alternavano a veri e propri sconvolgimenti. In tale scenario, le menzionate formazioni si configuravano al contempo come partecipanti attivi e osservatori disorientati di dinamiche che spesso sfuggivano al loro controllo &lt;4.<br>Alla guida del MSI troviamo Arturo Michelini, che dirigeva un partito tutt’altro che privo di fratture interne, delle quali l’ingombrante figura di Giorgio Almirante &#8211; che continuava ad avere contatti con i fuoriusciti degli anni Cinquanta &#8211; era solo la più visibile delle manifestazioni &lt;5. Nonostante il MSI vantasse un radicamento di più lungo periodo che risaliva al 1947, ancora nel 1960 i tentativi (fallimentari) per un possibile ingresso nel governo Tambroni portarono il partito alla consapevolezza di non essere in grado di consolidarsi nel sistema politico e istituzionale del Paese &lt;6.<br>Nel caso tedesco, invece, il neonato NPD si trovò obbligato a cambiare tre presidenti nel giro di pochi anni: nel 1964 il partito era guidato da Friedrich Thielen, il quale, dopo un esordio nella Christlich Demokratische Union Deutschlands (CDU), si spostò progressivamente verso posizioni più a destra, intraprendendo così una nuova carriera politica come dirigente del NPD. Nonostante il successo inatteso rappresentato dalle 13.700 iscrizioni nel primo anno di vita del partito &lt;7 &#8211; seppur non confrontabile con le 30.000 del MSI nel 1947 &lt;8 &#8211; il contesto politico, istituzionale e sociale tedesco si mostrò poco incline ad accogliere movimenti estremisti legati all’eredità del nazionalsocialismo. Il nuovo partito, allora, mirava a occupare degli spazi politici che erano rimasti scoperti dopo la fine del partito hitleriano. Nel periodo successivo, il NPD, sotto la guida di Adolf von Thadden dal 1967, avviò un processo di riorganizzazione volto a trasformarsi in un partito più coeso, nonostante le persistenti difficoltà interne. A questa ristrutturazione si accompagnò una decisa radicalizzazione ideologica: il NPD rivalutò esplicitamente il nazionalsocialismo, opponendosi all’ordine democratico-liberale e promuovendo un’identità politica fondata sul völkischer Nationalismus. In parallelo, il partito perseguì l’obiettivo di conquistare un’egemonia culturale attraverso una “battaglia delle idee”, promuovendo contenuti revisionisti e xenofobi in ambito pubblico e mediatico. Strategicamente, il partito di von Thadden adottò una linea d’azione multilivello, che combinava l’attività elettorale con l’intervento extra-parlamentare e la mobilitazione di piazza. Particolare attenzione venne riservata ai movimenti giovanili radicalizzati, nella prospettiva di un’integrazione delle subculture militanti in un progetto politico organizzato. Questi anni, fino al 1972, quando ci fu un nuovo cambio di segreteria in favore di Martin Mussgnug, sono stati descritti come una via impervia, una «steiniger Weg», letteralmente strada sassosa. L’obiettivo era condurre il NPD a divenire la quarta forza politica della Germania federale, tuttavia così non andò &lt;9.<br>In tale scenario il 1969 costituì per entrambi i partiti un “Wendepunkt” &lt;10, una svolta: per una coincidenza storica &#8211; apparentemente &#8211; nello stesso anno ci fu il ritorno alla segreteria di Giorgio Almirante, che riformò in modo significativo il partito, nonché le elezioni nella Germania federale, grazie alle quali il NPD raggiunse l’apice del successo elettorale.<br>Nella produzione storiografica sul caso italiano c’è un’unanimità nel considerare il ruolo di cesura della seconda segreteria Almirante. Alla vigilia della sua elezione, il MSI era fortemente indebolito a causa della malattia di Michelini, ma soprattutto perché dopo numerosi tentativi non era riuscito a legittimarsi politicamente, ovvero ad entrare nelle coalizioni di governo. In un’intervista successiva, Marco Tarchi offrì una descrizione, seppur interna e parziale, di questa fase nei seguenti termini: &#8220;Venuto meno il mito della rivoluzione socializzatrice, le sezioni missine dell’epoca micheliniana diventano una sorta di chiese sconsacrate e semideserte, in cui si celebrano stancamente riti nostalgici in un clima da setta iniziatica. Proprio Adriano Romualdi scrisse in proposito pagine di fuoco sull’«Italiano», la rivista di suo padre Pino, paragonando le sedi del Msi, piene di cianfrusaglie, vecchi ricordi e foto ingiallite, ai retrobottega dei negozi di rigattiere. Non a caso la sua corrosiva inchiesta sulla situazione culturale del partito venne interrotta dopo la prima puntata. Il fatto è che l’ideologia d’ordine micheliniana era troppo rozza per servire da collante culturale ad un ambiente che sentiva un estremo bisogno di fremiti ideali. La stampa di partito, imbolsita e ingrigita, subiva la concorrenza di fogli prodotti da ambienti esterni al Msi: prima di tutto «Ordine Nuovo» di Rauti e «L’Orologio» di Luciano Lucci Chiarissi […], ma anche «Utopia, «Pagine libere», «Tabula rasa», «Europa nazione» e tanti altri&#8221;. &lt;11 Seppure si tratta di una testimonianza retrospettiva, già a metà degli anni Sessanta, alcune forme di contrapposizione di tipo culturale cominciavano ad emergere. Allo stesso tempo in questo contesto, le azioni violente attribuite a frange del movimento non fecero che aggravare un processo di disgregazione interna già in atto, accelerando la perdita di credibilità del MSI sia agli occhi dell’opinione pubblica sia all’interno della sua stessa base. Ecco che prima dei movimenti studenteschi e del ritorno di Almirante alla segreteria, il MSI si era trovato marginalizzato &lt;12. Aldo Giannuli ricorda che il fallimento della linea micheliniana dell’inserimento, unito all’insofferenza della nuova generazione di quadri dirigenti &#8211; esclusi da spazi di reale influenza &#8211; contribuì a erodere<br>l’egemonia del MSI nell’area dell’estrema destra. In questo contesto, Ordine nuovo (On) continuava a consolidare le proprie posizioni, accrescendo i consensi sia tra i militanti sia all’interno di specifiche frange del partito, fino a divenire un vero e proprio «concorrente temibile» &lt;13. Con l’arrivo del nuovo segretario il MSI fece un cambio di passo, poiché concentrò i suoi sforzi attorno ad alcuni obiettivi-chiave: un rinnovamento delle strutture e nei rapporti interni al partito, oltre alla promozione di un certo dinamismo politico e culturale. Ricorda ancora Giannuli che Almirante «non si poneva il problema della scelta fra l’alleanza con la destra moderata e quella con l’area extraparlamentare, ma puntava ad aggregare entrambe in un blocco saldamente egemonizzato dal MSI» &lt;14. La ventata di freschezza che Almirante seppe imprimere in pochi anni condusse il partito al 8,7% di voti alle elezioni del 1972, ovvero il miglior risultato in tutta la sua storia. Lo scopo primario era far sì che il partito si configurasse come «forza d’ordine dinamica» per mezzo di una riorganizzazione del MSI e dell’attivismo giovanile e «squadrista» &lt;15. Infatti, già pochi giorni dopo la sua elezione, in concomitanza con il fallimento del tentativo di riunificazione socialista del ‘66 e la conseguente crisi del governo Rumor, Almirante chiamava la mobilitazione della “piazza di destra” &lt;16. In aggiunta stava procedendo con l’archiviazione dei processi disciplinari in corso e l’appello per il rientro dei “fratelli separati” &lt;17. Come conseguenza di questo insieme di manovre, Almirante capitalizzò anche il riassorbimento di parte di Ordine nuovo guidato da Pino Rauti &lt;18, mentre alcuni elementi scismatici si riorganizzarono nel dicembre 1969 nel Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON) guidato da Clemente Graziani &lt;19. In questo ribollire di novità e variazioni di assetti, la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 segnò l’avvio di una nuova fase della storia repubblicana e del partito missino &lt;20. Non a caso a metà anni Sessanta ci furono una serie di complessi accordi ed eventi che interessarono le frange più radicali ed eversive esterne al partito, ma con cui soprattutto Almirante continuava a tenere contatti. Queste manovre produssero un esito favorevole, poiché permisero di allargare la base elettorale, impedendo la stabilizzazione di nuove forze politiche nell’area e parallelamente la diminuzione delle fazioni interne al partito. L’altra significativa modifica operata dal nuovo segretario fu l’avvicinamento ai monarchici per mezzo di un’alleanza con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Proprio per le elezioni del 1972, il partito si presentò come MSI-DN, una mossa che ebbe delle ripercussioni positive negli esiti elettorali. Sotto la nuova sigla convergevano alcune realtà monarchiche e personaggi esterni all’ambiente del neofascismo. Questo «restyling», per usare il termine di Ignazi, comportò anche una ridefinizione delle coordinate politiche, fra cui spiccavano le dichiarazioni di Almirante in cui si appellava alla democrazia e alla libertà come valori irrinunciabili. Precisamente in questo contesto ci fu un proliferare di iniziative culturali, sostenute dal partito &lt;21.<br>Tuttavia, il corso degli eventi imponeva una battuta d’arresto nella politica di assorbimento dell’estrema destra, dovuta innanzitutto all’esplodere del caso Borghese, il 18 marzo 1972 &lt;22. Peraltro la campagna elettorale di quell’anno comportò senz’ombra di dubbio un successo elettorale per il MSI, ma si tradusse in un limite politico evidente, in quanto non veniva raggiunta la soglia dei cento deputati che, nei calcoli dei dirigenti missini, sarebbe stata la quota necessaria per diventare indispensabile a qualsiasi maggioranza che volesse escludere il Partito comunista italiano (PCI). Questo comportò un nuovo inasprimento nei rapporti fra MSI e destra extraparlamentare &lt;23. In aggiunta a tutto ciò, al declino del tentativo neocentrista di Giulio Andreotti, conseguì di rimbalzo una diminuzione di stabilità del partito missino, che ambiva ad entrare nel progetto &lt;24.<br>[NOTE]<br>2 Rispetto alla cesura degli anni Settanta, nel contesto Italiano: BALDISSARA L. (a cura di), Le radici della crisi. L&#8217;Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Roma, Carocci, 2001; BALDISSARA L., I lunghi anni Settanta. Genealogie dell&#8217;Italia attuale, in Parole e violenza politica: gli anni Settanta nel Novecento italiano, Vinci A. M. e Battelli G. (a cura di), Roma, Carocci, 2013, pp. 29-45. Un tentativo di superamento della categoria di “crisi” per gli anni Settanta e allo stesso tempo della dimensione periodizzante del decennio per Italia e RFT, si trova in: SPAGNOLO C., LIVI M. e GROßBÖLTING T., L&#8217;avvio della società liquida? Il passaggio degli anni Settanta come tema per la storiografia tedesca e italiana, Bologna, il Mulino, 2013.<br>3 Sulla cesura della fine degli anni Sessanta nel contesto tedesco: GLASER H., Die Kulturgeschichte der Bundesrepublik Deutschland. Zwischen Protest und Anpassung 1968-1989, Frankfurt, Fischer, 1990; SCHÖNHOVEN K., Wendejahre. Die Sozialdemokratie in der Zeit der Großen Koalition 1966-1969, Bonn, Dietz, 2004; FREI N., 1968. Jugendrevolte und globaler Protest, München, Deutscher Taschenbuch Verlag, 2008. Nel contesto italiano, la cesura periodizzante del ’68 appare in maniera ancora più marcata. A titolo esemplificativo, ricordiamo alcune opere uscite in corrispondenza dei decennali degli eventi, non tanto per restituire l’ampiezza del dibattito storiografico, quanto per evidenziare l’eterogeneità di approcci, obiettivi di indagine e destinatari a cui la storiografia più recente si è rivolta: TOLOMELLI M., Il sessantotto. Una breve storia, Roma, Carocci, 2008; BOATO M., Il lungo &#8217;68 in Italia e nel mondo. Cosa è stato, cosa resta, Brescia, Morcelliana, 2018; POMBENI P., Che cosa resta del Sessantotto, Bologna, il Mulino, 2018; SOCRATE F., Sessantotto. Due generazioni, Bari, Roma; Laterza, 2018; DE GIORGI F., La rivoluzione transpolitica. Il &#8217;68 e il post-&#8217;68 in Italia, Roma, Viella, 2020.<br>4 Per un confronto sulle istituzioni e a livello storiografico fra Italia e Germania federale nella faglia degli anni Settanta: TOLOMELLI M., Terrorismo e società. Il pubblico dibattito in Italia e in Germania negli anni Settanta, Bologna, il Mulino, 2006; MANTELLI B., CORNELISSEN C. e TERHOEVEN P., Il decennio rosso. Contestazione sociale e conflitto politico in Germania e in Italia negli anni Sessanta e Settanta, Bologna, il Mulino, 2012; DI FABIO L., Due democrazie, una sorveglianza comune. Italia e Repubblica Federale Tedesca nella lotta al terrorismo interno e internazionale (1967-1986), Firenze, Le Monnier, 2018.<br>5 CONTI D., Fascisti contro la democrazia. Almirante e Rauti alle radici della Destra italiana 1946-1976, Torino, Einaudi, 2023.<br>6 Sull’esperienza del governo Tambroni, sarebbero utili nuove indagini. Per ora, si veda: RADI L., Tambroni trent&#8217;anni dopo. Il luglio 1960 e la nascita del centrosinistra, Bologna, il Mulino, 1990; COOKE P., Luglio 1960. Tambroni e la repressione fallita, Milano, Teti, 2000; FRANZINELLI M. e GIACONE A., 1960. L&#8217;Italia sull&#8217;orlo della guerra civile / il racconto di una pagina oscura della Repubblica, Milano, Mondadori, 2020.<br>7 BRANDSTETTER M., Die NPD unter Udo Voigt, cit., p. 59.<br>8 IGNAZI P., Il polo escluso, cit., p. 291.<br>9 BRANDSTETTER M., Die NPD unter Udo Voigt, cit., pp. 48-71.<br>10 Ivi, p. 64.<br>11 TARCHI M., Cinquant’anni di nostalgia, cit., p. 92.<br>12 Per brevità, sui moti studenteschi e l’estrema destra si rimanda a: GUERRIERI L., La giovane destra neofascista italiana, cit.; DOGLIANI P. (a cura di), Giovani e generazioni nel mondo contemporaneo. La ricerca storica in Italia, Bologna, Clueb, 2009; CHIARINI R., Giovani e destra negli anni Settanta, in Dalla trincea alla piazza. L&#8217;irruzione dei giovani nel Novecento, De Nicolò M. (a cura di), Roma, Viella, 2011, pp. 421-432; TARANTINO G., Da Giovane Europa ai Campi Hobbit. 1966-1986: vent&#8217;anni di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra, Napoli, Controcorrente, 2011.<br>13 GIANNULI A. e ROSATI E. (a cura di), Storia di Ordine nuovo, cit., pp. 94-97.<br>14 Ivi, p. 102.<br>15 CONTI D., L&#8217;anima nera della Repubblica, cit., p. 112; CONTI D., Fascisti contro la democrazia, cit.<br>16 GIANNULI A. e ROSATI E. (a cura di), Storia di Ordine nuovo, cit., p. 103.<br>17 Ibidem.<br>18 Ricordiamo che lo stesso Ordine nuovo era l’esito di una scissione avvenuta a seguito all’indomani del Congresso di Viareggio del 1954. Ivi.<br>19 Sulle vicende che portarono Rauti a rientrare nel partito e la fondazione del Mpon si veda: Ivi, pp. 92-137; CONTI D., Fascisti contro la democrazia, cit., pp. 91-115.<br>20 CONTI D., L&#8217;Italia di Piazza Fontana, cit.<br>21 IGNAZI P., Postfascisti?, cit., pp. 45-47.<br>22 GIANNULI A. e ROSATI E. (a cura di), Storia di Ordine nuovo, cit., p. 130.<br>23 Ivi, p. 132.<br>24 Ibidem.<br><strong>Sofia Miola</strong>, <em>“Ecce Europa”. Storia di un’idea nelle destre radicali in Italia e Germania dai lunghi anni Settanta alla fine della guerra fredda</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pavia, Anno accademico 2024-2025</p>
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		<title>Cenni sulla Resistenza nel Pordenonese</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 11:55:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fondamentale per conoscere i reparti tedeschi che operarono nell’Adriatisches Kustenland è l’opera di Stefano Di Giusto, pubblicata nel 2005 &#60;108. L’autore, nell’introduzione, afferma che il suo libro è nato dalla constatazione che non esistevano precedenti studi sulla struttura militare che i tedeschi utilizzarono nelle regioni dell’Italia nord-orientale da loro occupati. Di Giusto, utilizzando fonti d’archivio [&#8230;]</p>
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<p>Fondamentale per conoscere i reparti tedeschi che operarono nell’Adriatisches <a href="http://storiaminuta.altervista.org/segui-la-sistematica-sostituzione-di-prefetti-nominati-dalla-rsi-con-quelli-scelti-dal-reich/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Kustenland</a> è l’opera di Stefano Di Giusto, pubblicata nel 2005 &lt;108. L’autore, nell’introduzione, afferma che il suo libro è nato dalla constatazione che non esistevano precedenti studi sulla struttura militare che i tedeschi utilizzarono nelle regioni dell’Italia nord-orientale da loro occupati. Di Giusto, utilizzando fonti d’archivio relative alla Germania nazista e alla Repubblica Sociale Italiana analizza la presenza e l’evoluzione delle forze armate tedesche e collaborazioniste che operarono nell’Adriatisches Kustenland.<br>Fra i testi che studiano il periodo della Resistenza nella Destra Tagliamento, ve ne sono alcuni che trattano in particolar modo di come quest’ultima influì sulle società locali. Questi studi, descrivono a vita nelle varie località durante il periodo della guerra di liberazione, soffermandosi su aspetti economici e sociali, e sui problemi causati alla popolazione dalla presenza tedesca, come ad esempio repressioni e deportazioni; i testi di questa categoria chiariscono come la guerra incise su tutti gli aspetti della vita quotidiana di combattenti e civili.<br>Il primo lavoro, riguardante il pordenonese, che si sofferma su temi sociali è un saggio di Flavio Fabbroni, collaboratore dell’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, che illustra, estrapolando i dati che riguardano l’odierna provincia di Pordenone, i risultati di una ricerca sulla deportazione dalle province di Udine, Pordenone e Gorizia. L’autore vuole spiegare il meccanismo attraverso il quale, durante il periodo della Resistenza, migliaia di persone sono state deportate in Germania e scoprire quanti furono i deportati e quanti non fecero più ritorno alle loro case, in quanto ritiene che i numeri sono fondamentali per capire il peso sociale delle deportazioni &lt;109. Per introdurre l’argomento principale di questo saggio, l’autore fa delle considerazioni sui campi di sterminio, affermando che non furono frutto della guerra, in quanto nacquero prima, ma essa rappresentò il momento più favorevole per il loro sviluppo &lt;110. Per avvalorare la sua tesi, Fabbroni cita un’opera di Vittorio Emanuele Giuntella, studioso dell’ideologia della deportazione &lt;111. L’autore per spiegare la deportazione dall’odierna provincia di Pordenone, descrive per prima cosa l’apparato repressivo tedesco analizzando le forze che lo componevano &lt;112; inoltre nel testo sono presenti tabelle con il quadro complessivo dei rastrellamenti nella Destra Tagliamento &lt;113. Nella parte finale del testo, per dare l’idea di cosa significò la deportazione sul piano psicologico, è riportata una testimonianza che racconta il trasporto verso il campo di Dachau &lt;114.<br>Sempre di Fabbroni, è un volume, pubblicato nel 2000, che riguarda la Resistenza nei comuni di: Sacile, Brugnera, Budoia, Caneva, Fontanafredda, Polcenigo &lt;115. Questo libro, pensato per gli studenti delle scuole medie, vuole spiegare il perché delle stragi, dei bombardamenti, del fascismo e della guerra di liberazione. L’autore della presentazione, Salvatore Biasotto, presidente dell’ANPI di Sacile, afferma che questo libro può dare ai giovani spunti di riflessione sulla convivenza, sulla solidarietà e sulla pace &lt;116. Nella premessa, l’autore afferma che per spiegare l’importanza della resistenza per la storia italiana, bisogna riflettere su cosa significarono vent’anni di fascismo sul piano della politica interna e della nostra collocazione internazionale; &lt;117 sul piano interno il fascismo fece le leggi speciali che hanno dato il via al regime totalitario e le leggi per la difesa della razza che hanno introdotto in Italia il razzismo; in politica estera ci fu la conquista dell’Etiopia e l’invasione dell’Albania, e la partecipazione alla guerra civile spagnola in violazione di trattati: tutto questo non poteva che dare un’immagine negativa dell’Italia alle potenze democratiche, l’immagine di un paese aggressore e responsabile con la Germania della guerra.<br>Secondo Fabbroni, la Resistenza ha avuto il merito di dimostrare che una cosa era il fascismo un’altra il popolo italiano, proponendo valori esattamente contrari a quelli del regime &lt;118. L’8 settembre viene definito da Fabbroni, grande tragedia nazionale; è descritta la situazione che si creò alla notizia dell’armistizio: una grande gioia, perché era giunta la pace e i militari sarebbero tornati dai vari fronti, seguita da inquietudine e paura della popolazione alla notizia dell’arrivo dei tedeschi. &lt;119 Nel testo ci sono testimonianze, di partigiani e parroci, che chiariscono il dramma dei militari italiani, i quali dopo l’armistizio, erano caricati su vagoni e deportati in Germania &lt;120; da queste testimonianze si nota la solidarietà della popolazione nel nascondere i soldati che erano riusciti a sfuggire alla cattura. Fabbroni descrive l’incertezza dei giovani, quando nel febbraio e poi nel luglio 1944, uscirono i richiami alla leva per le classi tra il 1914 e il 1926 e spiega che ci furono vari fattori che indirizzarono i giovani, la situazione sociale, economica, familiare. Alcuni optarono per la scelta collaborazionista perché il distretto militare di Sacile assisteva con denaro le famiglie di chi si arruolava, altri scelsero la lotta clandestina, soprattutto per tradizione familiare. &lt;121<br>L’autore descrive le forze tedesche, la loro organizzazione e consistenza e i luoghi dove avvenivano interrogatori e torture per estorcere informazioni. &lt;122 Nel Litorale Adriatico, territorio di cui la Destra Tagliamento faceva parte, vi era un comando militare a cui si affiancava la polizia (SS); le SS erano divise in “Polizia segreta di stato” (GESTAPO), Polizia criminale (CRIPO) e il servizio di sicurezza (SD); dipendevano inoltre dalle forze tedesche la Milizia per la Difesa Territoriale (MDT) e il battaglione fascisti friulani. I luoghi più temuti, da coloro che erano arrestati dai nazifascisti, erano il carcere di Pordenone e il centro di repressione di Roveredo in Piano diretto dal tenente tedesco Dornenburg; per farne capire la ferocia l’autore riporta un passo del diario di don Alberto Cimarosti in cui si racconta che il tenente tedesco bruciava le case dei partigiani e di chi simpatizzava per loro. &lt;123<br>Una parte del testo racconta le attività partigiane dal periodo in cui la Resistenza raggiunse il suo apice, l’estate 1944, fino alla liberazione. Ci sono molte testimonianze di partigiani che raccontano i sabotaggi verso le forze tedesche e le azioni per recuperare materiale bellico. Sono descritte in modo schematico le forze partigiane, come si presentano dopo la ristrutturazione dovuta al grande afflusso di combattenti, spiegando, zona per zona, quali battaglioni operavano e com’erano composti. &lt;124 L’autore descrive molto attentamente i grandi rastrellamenti dell’autunno 1944, raccontando le principali battaglie e le perdite partigiane. &lt;125 Nell’ultima parte del testo è raccontato come, nei giorni immediatamente seguenti al 25 aprile, furono liberate Pordenone e gli altri centri principali della Destra Tagliamento &lt;126.<br>[NOTE]<br>108 STEFANO DI GIUSTO, Operationszone Adriatisches Kustenland. Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana durante l’occupazione tedesca 1943-1945, IFSML, Udine, 2005<br>109 FLAVIO FABBRONI, La deportazione dal Friuli occidentale nei campi di sterminio nazisti in Antifascismo e resistenza nel Friuli occidentale, Edizioni della provincia di Pordenone, Pordenone, 1985, p. 215<br>110 Ivi, p. 215<br>111 VITTORIO EMANUELE GIUNTELLA, Il nazismo e i lager, Ed. Studium, Roma, 1979<br>112 Ivi, p. 217<br>113 Ivi, pp. 218- 219<br>114 Ivi, p. 222<br>115 FLAVIO FABBRONI, La Resistenza nei comuni di Brugnera, Budoia, Caneva, Fontanafredda, Polcenigo e Sacile. Strumenti per un’unità didattica, ANPI sezione di Sacile, Sacile, 2000, p. 7<br>116 Ivi, p. 7<br>117 Ivi, p. 9<br>118 Ivi, pp. 9-12<br>119 Ivi, p. 17<br>120 Ivi, pp. 18-21<br>121 Ivi, p. 26<br>122 Ivi, pp. 47-48<br>123 Ivi, p. 48<br>124 Ivi, pp. 48-53<br>125 Ivi, pp. 81-90<br>126 Ivi, p. 111<br><strong>Andrea Bortolin</strong>, <em>La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007</p>
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		<title>Gli strali di «Telestar» colpirono «L’Ora» con sorprendente sistematicità</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 09:51:13 +0000</pubDate>
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<p>Le azioni giudiziarie costituirono soltanto la punta dell’iceberg di un più vasto campionario di operazioni escogitate dall’establishment palermitano a danno del giornale [n.d.r.: «L&#8217;Ora» di Palermo]. In merito non si può non menzionare il caso di «Telestar», quotidiano della sera messo in piedi nel 1963 dall’imprenditore Arturo Cassina. Membro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, vicino al Cardinal Ruffini e titolare esclusivo per gli appalti della manutenzione stradale e della rete fognaria di Palermo, costui occupava un ruolo significativo nel sistema di potere cittadino. Contro di lui «L’Ora» conduceva da tempo una campagna dura, evidenziando il mancato funzionamento della Commissione di controllo rispetto alle proroghe dei suoi contratti &lt;423. Sul finire del 1962 in Consiglio comunale andava in scena un duro scontro tra maggioranza e opposizione, con la Dc schierata a favore dell’appalto a Cassina in esplicita violazione delle procedure &lt;424. L’imprenditore provò, in un primo momento, a rilevare le azioni del giornale palermitano e ad acquistarlo, prendendo contatto con i proprietari. Non fu l’unico: il preoccupante bilancio della stampa comunista e fiancheggiatrice indusse Terenzi a sollecitare modifiche in campo editoriale («Cronaca e dolce vita», commentò sarcasticamente Gaetano Baldacci sul settimanale «ABC» &lt;425) e a cercare altre linee di credito. Enrico Mattei, ad esempio, già proprietario de «Il Giorno», propose di comprare «L’Ora» per un miliardo, contando di valersene per rilanciare la sua Eni in Sicilia &lt;426. Un altro tentativo in questa direzione ebbe per protagonista il capo di Sicindustria La Cavera, che fallì per la contrarietà dei comunisti palermitani &lt;427. Non ebbe maggior fortuna Cassina, il quale si risolse pertanto a creare (senza figurare nel consiglio di amministrazione) un quotidiano ultracattolico e anticomunista, appunto «Telestar», chiamandovi alla direzione l’addetto stampa del comune di Palermo Mario Taccari. Non solo: tentò pure di soffiare al quotidiano di Nisticò operai e redattori, offrendo loro salari nettamente più alti di quelli corrisposti dal Pci. La nuova testata si presentò sin dal primo numero come l’«Anti-L’Ora»: &#8220;[…] Denunziamo&#8221; &#8211; scrisse Taccari nell’editoriale di lancio &#8211; &#8220;ancora oggi e più che mai, il comunismo, non tanto quello forcaiolo della vecchia guardia, ma quello intellettualoide mellifluo ed insidioso, come il nemico più pericoloso della pace e della prosperità degli italiani […] Non ci stupiamo affatto che da bravi e solerti militanti comunisti, quelli de L’Ora siano riusciti nella mirabolante impresa di guardarci in fase sperimentale dal buco della chiave. La vocazione allo spionaggio fa parte del bagaglio del perfetto comunista e che i colleghi di via Stabile vantino &#8211; almeno per tal riguardo &#8211; la perfezione, nessuno oserebbe contestare. La loro impresa li qualifica (o li squalifica) a sufficienza e, quel che più conta, non mancherà d’essere convenientemente apprezzata dal pubblico, che saprà cosa pensare di un giornale che, in vista della apparizione di uno scomodo concorrente, non sa far di meglio che abbandonarsi ad uno squallido gioco di assai dubbio gusto, nel vano tentativo di confondere le idee e di darsi coraggio. Devono battere ore ben più tristi in casa dei paracomunisti di via Stabile. Siamo già all’ossigeno delle puerili furbizie&#8221; &lt;428.<br>Gli strali di «Telestar» colpirono «L’Ora» con sorprendente sistematicità. Lo scopo fu tenere il quotidiano di sinistra sotto continua pressione, mostrando come la sua attività giornalistica e di contestazione screditasse la Sicilia a tutto vantaggio del Pci e di Mosca. In questa prospettiva il giornale non sarebbe stato altro che una quinta colonna del nemico sovietico. &#8220;Non c’è numero del giornale in questione&#8221; &#8211; si leggeva in un fondo del 20 maggio 1963 &#8211; &#8220;che non abbia i suoi fattacci, che non peschi avidamente negli abissi delle miserie umane; che non agiti il fango e la vergogna di certi bassifondi. Non c’è numero che non versi fiumi d’inchiostro e immagini e disegni e titoloni eclatanti sulla cronaca nera. Diritto d’informazione? Sino a un certo punto: oltre il segno è speculazione, potrebbe essere delitto: certamente è peccato […] Palermo e la Sicilia, presentati come un covo di briganti, di violenti, di malefemmine, di mafiosi pagano ogni giorno il conto di questo non certo onorevole mestiere&#8221; &lt;429.<br>«L’Ora» subiva un attacco quanto mai insidioso in quello stesso maggio. «Telestar», infatti, il 17 dava notizia di un’interrogazione presentata dal deputato cristiano-sociale Romano Battaglia al presidente della Regione Giuseppe D’Angelo e all’assessore per lo sviluppo economico riguardante un prestito di 35 milioni concesso alla società editrice de «L’Ora» dall’Irfis (Istituto regionale per il finanziamento alle industrie in Sicilia). Secondo l’interrogante, l’operazione era andata in porto mercé l’intervento del nuovo presidente dell’istituto, Nino Sorgi, notoriamente conosciuto quale avvocato de «L’Ora» &lt;430. Sembrava inconcepibile &#8211; rincarava il quotidiano il giorno successivo &#8211; che una testata in totale dissesto economico come «L’Ora» potesse «avere trovato titoli legittimi per sfuggire all’offerta di serie garanzie». Insomma: «quale è quella società industriale o quel privato che, senza la protezione del Partito comunista, può sperare tanto?» &lt;431. Il giorno dopo Sorgi precisava sulle colonne di «Telestar» di aver assunto la carica di presidente dopo il sovvenzionamento, vedendosi però contestare l’appartenenza al Comitato speciale istituito tempo prima in seno all’Irfis e firmatario dell’atto di prestito.<br>A questo punto scendeva in campo Nisticò, con un editoriale significativamente intitolato &#8220;È l’ora. Giù le mani dalla nostra città&#8221;: &#8220;Non è nostro dovere rispondere alle interrogazioni parlamentari. Provvederà chi di dovere. L’iniziativa [di Telestar] va inserita in un’azione ben precisa ed insistente intrapresa contro il nostro Giornale da parte di un ben definito gruppo di personaggi. Sono «i cosiddetti padroni di Palermo» [cui] non garba, naturalmente, che da queste libere colonne l’opinione pubblica sia ragguagliata su tutta una serie di affari di cui il cittadino palermitano è costretto a sostenere il peso intollerabile. E del resto hanno fatto di tutto per imporci il silenzio. In un primo momento hanno tentato persino il colpo grosso: quello di impadronirsi di questo Giornale gettando sulla bilancia un pacco del loro denaro malguadagnato. Non essendovi riusciti hanno tentato di metterci alle corde, promettendo stipendi d’oro a più di uno dei nostri redattori. Ma per la prima volta abituati a facili acquisti sono rimasti con un pugno di mosche&#8221; &lt;432.<br>Non so dire se la procedura fosse o meno irregolare: noto però che dei tanti colpi portati a «L’Ora» dal suo irriducibile avversario l’affare Irfis non costituì il più grave. Alcuni mesi dopo «Telestar» giunse ad accusare i comunisti di «chiedere inchieste e cioè parole, e perdite di tempo», anziché «azioni concrete del governo, misure adeguate e immediate per sconfiggere la criminalità organizzata», quindi di sostenere la mafia con le «loro azioni di indebolimento dello Stato, con i loro fogli che persuadono ad ogni sorta di violenza e che costituiscono un quotidiano incitamento al crimine, al delitto» &lt;433. Per il resto, la sua iniziativa contro «L’Ora» si risolse non di rado in attacchi personali nei riguardi di Nisticò. &#8220;Nel corso del mese di settembre&#8221; &#8211; scrisse Marcello Cimino in una lettera del 1965 all’Ordine dei giornalisti di Sicilia &#8211; &#8220;il quotidiano di Palermo «Telestar» ha pubblicato nelle sue pagine di cronaca una serie di corsivi aventi per oggetto il direttore del giornale «L’Ora», accompagnati dalla reiterata riproduzione di una particolare fotografia del collega Nisticò. Tali scritti appaiono, per la titolazione e il contenuto, in evidente contrasto con le statuizioni dell’art. 2 della legge istitutiva dell’ordine &lt;434.<br>«Telestar» non ebbe lunga vita. Dopo l’abbandono della direzione da parte di Taccari, non poté fare altro che riproporsi, via via più stancamente, come campione dell’anticomunismo palermitano e del rampantismo affaristico-mafioso, fino alla chiusura del 1968. Anche le sue inchieste sul crimine organizzato furono alquanto selettive, intese cioè a cogliere in passo falso il Pci più che a fornire un contributo di conoscenze. Basti ricordare quella sulle relazioni tra esponenti dell’amministrazione rossa di Raffadali e Vincenzo di Carlo, ex giudice conciliatore del comune coinvolto nel caso Tandoj, presentata con enfasi da Taccari all’Antimafia nel gennaio 1964 &lt;435. D’altra parte, anche in questa occasione «L’Ora» diede prova di non comune professionalità, mostrando di avere dalla sua risorse culturali ed etico-politiche di valore, tali da consentire una strenua resistenza ai centri di potere palermitani e una pressoché<br>permanente attività di denuncia delle loro trame.<br>[NOTE]<br>423 La maggioranza di Lima scatenata in difesa dell’appalto a Cassina, in «L’Ora», 17 dicembre 1962.<br>424 L’imprenditore rispose alle denunce a modo suo, mobilitandosi affinché in consiglio comunale venissero discusse presunte irregolarità circa la costruzione del palazzo de «L’Ora», avvenuta quindici anni prima. Cfr. V. Nisticò, Cercano di intimidirci come fece la mafia con il tritolo, in «L’Ora», 17 dicembre Su questi temi cfr. S. Pipitone, «L’Ora» delle battaglie, cit., pp. 83-89.<br>425 G. Baldacci, …Dolce vita la trionferà, in «ABC», 13 ottobre 1962.<br>426 Secondo il giornalista Gaetano Baldacci, l’iniziativa di Mattei rientrava in un progetto di conquista della Sofis. «Non fa meraviglia […] apprendere che Mattei ha offerto di comprare per un miliardo in contanti il quotidiano paracomunista della sera palermitano “L’Ora”. Con questa operazione, Terenzi, responsabile della stampa comunista, darebbe un po’ di respiro a “Stasera” e ad altre pubblicazioni boccheggianti. “L’Ora” diventerebbe fiancheggiatore del centro-sinistra e filodemocristiano, praticamente come “Il Giorno”. Mattei, a sua volta, mettendo la sua catena di stampa &#8211; dal “Giorno” a “L’Ora” &#8211; a disposizione di Segni e dei morodorotei (non di Fanfani, però), si dovrebbe assicurare il rinnovo del mandato alla presidenza dell’Eni per almeno ancora tre anni (G. Baldacci, Un miliardo per «L’Ora», in «ABC», 24 ottobre 1962).<br>427 Traggo la notizia da un ritaglio di «Vita», n. 181, 4 ottobre 1962, in ACS, PCM, SIS, cat. 2.2. Stampa, f. 43, L’Ora. Quotidiano di Palermo.<br>428 M. Taccari, E questo è il primo, in «Telestar», 6 aprile 1963.<br>429 Ai puri de L’Ora, in «Telestar», 20 maggio 1963.<br>430 Clamorose rivelazioni sui brogli che puntellano la stampa comunista, in «Telestar», 17 maggio 1963.<br>431 Chi finanzia la stampa dei comunisti?, in «Telestar», 18 maggio 1963.<br>432 V. Nisticò, È l’ora. Giù le mani dalla nostra città, in «L’Ora», 18 maggio 1963.<br>433 Si vedano gli articoli Stato d’emergenza e Gli amici degli amici sui numeri di «Telestar» del 1° e dell’8 luglio luglio 1963.<br>34 Lettera di Marcello Cimino al Presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, in BRS, AL, b. 32 “Telestar, Nicosia, Scandalo Eca Campofranco”, f. “Casi Telestar”. Il faldone contiene documentazione giudiziaria riguardante il conflitto tra i due quotidiani della sera.<br>435 Cfr. Testimonianza Taccari, pp. 731 sgg.<br><strong>Ciro Dovizio</strong>, <em>Scrivere di mafia. «L&#8217;Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019</p>



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		<title>Il Comitato tentò in ogni modo di ristabilire i rapporti con il PCI triestino</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 18:59:20 +0000</pubDate>
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<p>Il primo CLN triestino ebbe vita breve. Fu la naturale evoluzione del fronte democratico nazionale creatosi il 26 luglio 1943; ne fecero parte esponenti dell’antifascismo cittadino, uomini di lunga esperienza, rispettati e puliti da ogni collusione con il fascismo. I membri del comitato erano d’accordo che il futuro della regione fosse di dotarsi di una ampia autonomia amministrativa, nella quale ci fosse stato rispetto delle minoranze, e che il porto di Trieste potesse svolgere funzione internazionale, in aiuto dell’entroterra. Le difficoltà che affrontò il primo CLN furono ampie: indirizzare i soldati che dopo l’8 settembre volevano unirsi alla lotta partigiana, creare forze armate, garantire rifornimenti, creare una rete clandestina di propaganda e collegamenti tra Trieste ad altri centri della Venezia Giulia. I dirigenti comunisti erano convinti di poter tenere separate e autonome le formazioni italiane, slovene e croate. E si sperava in una rapida salita delle forze angloamericane, cosa vana con l’arresto del fronte a Cassino.<br>I maggiori partiti che componevano il primo CLN furono il partito comunista e quello d’azione, come descritti precedentemente. Entrambi avevano un’ampia organizzazione di tipo politico &#8211; militare e una base logistica alle spalle, mentre gli altri partiti erano assenti in ambito militare. Il nucleo dell’attività clandestina era da trovare nei complessi lavorativi e delle fabbriche, dove concentrarono i loro sforzi per poi estendere il consenso al resto della società. A dicembre del 1943 tutto il CLN fu decapitato da un rastrellamento tedesco. L’organizzazione entrò in crisi e dal governo Badoglio non pervennero né indicazioni né risposte su come reagire. Il periodo di caos finì nel maggio del 1944, quando le forze di opposizione si riorganizzarono: questa volta comunisti e azionisti si indirizzarono verso un sistema di cellule, più difficili da prendere perché composti da poche persone. Nel secondo CLN prese forza la componente democristiana che usò una serie di reti capillari per ottenere informazioni e infiltrare gente nella struttura occupante in vista di una possibile sollevazione popolare. I democristiani si avvalsero di due gruppi armati: quello formato dai ferrovieri che nei primi mesi del’8 settembre si distinsero in azioni di sabotaggio, di salvataggio di militari e di civili, e quello formato dalla brigata Venezia Giulia, composta da universitari cattolici e studenti liceali che rastrellavano munizioni e armi e compivano anche loro azioni si sabotaggio. Intorno a Trieste operavano gruppi formati da ex militari che presidiavano punti chiave del porto.<br>Per il secondo Comitato di liberazione nazionale, come per il suo predecessore, non era facile svolgere le sue attività clandestine, perché doveva cercare armi, stampare volantini, giornali, far sentire la presenza alla popolazione e contrastare la propaganda slovena che faceva proseliti nelle fabbriche con o senza accordi. Doveva inoltre raccogliere informazioni, stare in contatto e sabotare la macchina produttrice tedesca, tutto questo senza farsi scoprire dal nemico. Con le infiltrazioni in tutto l’ambiente cittadino, la resistenza ebbe personale armato all’interno sia della Guarda Civica (giovani ragazzi che si erano rifugiati lì per evitare l&#8217;arruolamento forzato e il lavoro coatto), sia nelle forze armate. Tutto questo personale in armi sarebbe stato utile nei giorni dell’insurrezione. La presidenza fu data a Don Eduardo Marzani con il consenso di tutti, e sotto il suo comando si creò un programma con cui il CLN doveva creare rapporti più stretti con le brigate Osoppo, tagliare fuori le unità comuniste esposte dall’egemonia slovena, mantenere i giovani in città, preparare una difesa e un’organizzazione per il dopo ritirata tedesca, e si cercò di non creare situazioni che portassero rappresaglie. Fu il primo ad avere un ruolo istituzionale. Dopo la liberazione di Roma e l’insediamento di Bonomi, i CLN furono proclamati rappresentanti dell’Italia libera; questo dava ai comitati una veste ufficiale e un valore simbolico soprattutto in aree contese. (3)<br>Nel giugno del 1944, tra comunisti sloveni e resistenza italiana si intensificò l’azione diplomatica. A Milano si incontrarono i rappresentanti dell’OF &#8211; Osvobodilna Fronta Slovenskega Narada (Fronte di Liberazione del popolo sloveno) Anton Vratusa e Franc Stoka e i membri del CLNAI. Durante l’incontro, gli sloveni posero come condizione l’accettazione della mozione dell’Avnoj, ed in cambio avrebbero accettato il rinvio sulla delimitazione dei territori misti. Gli italiani invece chiesero garanzie per i connazionali dell’Istria. Alla fine si venne ad un accordo: il CLNAI attraverso un appello stabili che le motivazioni dell’Avnoj erano legittime sulla rivendicazione delle terre dell’Istria e della Dalmazia, che le formazioni partigiane dovevano collaborare con le truppe titine, che ogni decisione sui confini tra le zone miste si dovesse rimandare a fine conflitto. Il CLN triestino, ad eccezione della rappresentanza comunista, respinse l’appello ritenendolo una sottomissione alle forze di Tito.<br>Nei nuovi incontri del 16-19 luglio a Milano fra CLNAI, CLN triestino e OF, il documento finale fu percepito come una marcia indietro nei confronti del precedente appello emanato. A questo punto sembrava che gli sloveni lasciassero il tavolo pensando che l’Italia non volesse superare la precedente politica; ma non fu cosi perché l’OF voleva raggiungere un accordo al più presto possibile, in quanto la resistenza jugoslava stava attraversando un momento difficile; il quartier generale di Tito era stato bombardato e i partigiani jugoslavi avevano avuto numerose perdite sul terreno. Inoltre c’era un ipotesi di sbarco alleato imminente nella Venezia Giulia. Nei giorni successivi gli avvenimenti portarono ad un cambio di programma con gli arresti dei dirigenti comunisti italiani a Trieste. Vratusa portò la risposta negativa del governo sloveno, e si passò dalla collaborazione al sospetto reciproco con l’interruzione dei contatti diretti tra CLNAI e OF. La rigidità della posizione slovena era da imputare alla mutata situazione sia in campo locale che internazionale.<br>Come abbiamo accennato sopra, con la serie di arresti nell’agosto del 1944, il CLN triestino perse completamente la sua componente comunista e l’intera struttura fu spazzata via. Importanti personalità politiche e intellettuali, come Luigi Frausin fondatore del PCI e forte attivista antifascista all’estero nel suo auto esilio, furono arrestate. Alcune di loro finirono alla risiera di San Sabba, ivi interrogate, torturate e dopo fucilate. Questi eventi e arresti indebolirono ancor di più il comitato giuliano. Le voci di dissenso e avversione verso un atteggiamento su posizioni pro-slave cessarono e la nuova dirigenza comunista che si formò era nettamente filo-slovena. Il nuovo CLN si trovò senza la componente con maggior membri rappresentativi e il PCI triestino ruppe i rapporti con gli altri partiti. La rottura si fece sentire anche con i rapporti in seno alle brigate combattenti. Il Comitato tentò in ogni modo di ristabilire i rapporti con il PCI triestino e fu richiesto al CLNAI di mediare, ma questo non portò a nulla. Ad ogni quesito sulla partecipazione comunista l’osservatore Pino Gustincich rispose che per volere popolare la Venezia Giulia doveva essere annessa alla Jugoslavia, e si necessitava, nel CLN, la presenza di un membro comunista sloveno. La proposta venne giudicata un’intromissione dell’influenza jugoslava su organismi italiani, e quindi rigettata. Il dialogo restò uguale come prima, vuoto. A questo punto la resistenza triestina cercò di coinvolgere il CLNAI e gli alleati angloamericani per un’eventuale occupazione militare della Venezia Giulia, ma, per motivi logistici e di mancato accordo tra le parti, questo non avvenne. Quello che è certo è che gli angloamericani, vedendo la frattura tra CLN e comunisti e le tensioni tra le Osoppo e la XI Korpus, si convinsero, dopo l’esempio della guerra civile greca, di temporeggiare e di dividere i partigiani italiani e sloveni e separare gli osovani dalla resistenza italiana. Comunque gli Alleati nei loro piani avevano l’obiettivo di occupare l’intera area con un governo militare. In tutto ciò la popolazione risultava sfiduciata e depressa, ma speranzosa (4) per le voci di sbarco alleato, che però venivano perennemente deluse. Il 9 dicembre il CLN di Trieste siglò un patto sintetizzato in un documento unitario dove si specificò l’inviolabilità dell’unità d’Italia. Era prevista un ampia autonomia amministrativa della Venezia Giulia da inserire nella futura costituzione con assoluta parità giuridica, culturale ed economica tra cittadini italiani, sloveni e croati; Trieste doveva diventare un porto franco governato da un organismo composto di enti pubblici, municipalità, aziende nazionali e estere. Il documento non dava prova però di realismo politico perché teneva fermo il punto sull’intangibilità dei confini. Ebbe tuttavia un ampio risalto e ridette speranza alla città depressa, con diffusione su giornali esteri e italiani e attraverso la radio del governo democratico di Roma.<br>[NOTE]<br>(3)<br>P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 49 &#8211; 50<br>P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 67 &#8211; 69<br>R.Worsdorfer, Il confine orientale, Il mulino, 2009, pp. 173 &#8211; 202<br>M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il mulino, 2007, pp. 262 &#8211; 205<br>F. Amodeo, Trieste 30 aprile 1945, LEG, 2007, pp. 47 &#8211; 52<br>F. Amodeo, Trieste 30 aprile 1945, LEG, 2007, pp. 59 &#8211; 63<br>(4)<br>P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 70 &#8211; 74<br>P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 78 &#8211; 81<br>P.Pallante, La tragedia delle foibe, Editori riuniti, 2006, pp. 103 &#8211; 106<br>F. Amodeo, Trieste 30 aprile 1945, LEG, 2007, pp. 66 &#8211; 76<br><strong>Stefano Toracca</strong>, <em>Questione di Trieste nel dopoguerra. 1943-1954</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2018-2019</p>
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		<title>Nel 1967 avvengono i primi contatti tra l’Aginter Presse e l&#8217;estrema destra italiana</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2026 17:04:35 +0000</pubDate>
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<p>Ho già accennato ai rapporti instauratisi tra alcuni giornalisti italiani e l’Aginter Presse di Yves Guillou. La questione dei rapporti con l’estrema destra italiana, però, merita un approfondimento a parte per le sue conseguenze nell’ambito della strategia della tensione poiché è evidente la reciproca influenza delle teorie sulla guerra rivoluzionaria espresse al convegno organizzato dall’Istituto Pollio e la loro attuazione da parte dell’organizzazione avente sede a Lisbona. Riprendiamo la testimonianza di Giovanni Pellegrino: &#8220;Se nei primi anni Sessanta l’Oas aveva fornito un vero e proprio modello operativo all’estrema destra italiana, nella seconda metà del decennio l’Aginter Press, non a caso fondata da ex militanti dell’Oas, rappresentò una sorta di internazionale nera che garantiva aiuti, piani, coperture e appoggi logistici. Sotto la copertura ufficiale di un’agenzia giornalistica, l’Aginter Press, diretta da Guerin-Serac, aveva la sua base nel Portogallo di Salazar, ed era palesemente legata alla destra del Partito repubblicano statunitense, diretta dal senatore Goldwater, alla Cia e ad altri Servizi segreti occidentali (per esempio la rete della Germania Federale Ghelen), come ha ricostruito il capitano dei carabinieri Giraudo, collaborando all’inchiesta del giudice Salvini&#8221; &lt;549. L’Aginter Presse, quindi, secondo le parole del presidente della «Commissione stragi» ebbe un ruolo di tutto rispetto e di primo piano negli aiuti tributati all’estrema destra europea e, in particolare, da quanto emerso nelle inchieste condotte dal magistrato Guido Salvini, a quella italiana.<br>In seguito ai primi contatti presi con le agenzie giornalistiche F.I.E.L. &#8211; Notizie Latine e Oltremare e con i loro responsabili, rispettivamente Armando Mortilla e Giorgio Torchia, tra il 1966 e il 1968 Yves Guillou iniziò a stringere dei rapporti significativi anche con alcuni esponenti dell’estrema destra italiana, iniziando contemporaneamente una vera e propria opera di reclutamento di volontari da utilizzare nelle missioni dell’Aginter Presse. Al maggio 1967 risalgono i primi incontri diretti tra Guillou e esponenti della destra extraparlamentare inviati da Pino Rauti, interessato, quest’ultimo, a comprendere la natura dell’agenzia lisboeta e le sue finalità. Inizialmente programmati per il mese precedente, gli incontri si svolsero durante un convegno internazionale organizzato per il 26 maggio nella capitale portoghese e al quale una fonte riservata del Ministero dell’Interno prevedeva la partecipazione di Enzo Generali &lt;550. La segnalazione della fonte è importante per due motivi: innanzitutto, perché fa il nome di Generali, che era già stato segnalato in note informative precedenti e risalenti ai primi anni Sessanta riguardanti la presenza dei militanti dell’Organisation de l’Armée Secrète in Italia come il mediatore ufficiale tra i terroristi francesi e i loro simpatizzanti italiani; in secondo luogo, perché, anche se indirettamente, conferma la presenza di una fonte ufficiale dei servizi nell’ambiente di Aginter Presse e interna all’estrema destra italiana.<br>Sotto al nome in codice Aristo si nascondeva Armando Mortilla, il giornalista dell’Agenzia F.I.E.L. &#8211; Notizie Latine, divenuto confidente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno nel 1955, mentre, contemporaneamente, ricopriva un ruolo di primo piano all’interno di Ordine Nuovo al fianco di Pino Rauti. Due condizioni che spiegano perfettamente l’importanza della sua figura in questo contesto. Mortilla si legò all’estrema destra italiana già nei primi anni Cinquanta, quando si iscrisse al Movimento Sociale Italiano riuscendo a diventare segretario di uno dei dirigenti del partito. Già giornalista di professione, lavorò in Spagna avvicinandosi all’agenzia F.I.E.L. e fondando, verso la fine del decennio, la succursale Notizie Latine (le due agenzie di legarono, poi, nel 1963), circostanza particolarmente significativa perché allo scoppio del conflitto in Algeria vi si recò come inviato a condurre un’inchiesta tra i ribelli algerini, esperienza sulla quale pubblicherà un breve volumetto, &#8220;Fiamme sull’Algeria&#8221; (1957): &#8220;A parte il pericolo costante che i miei ospiti avevano per l’esito della mia impresa, ché facilmente potevo essere scoperto dai francesi o dai loro agenti della cittadina di Uxda, la sosta a cui fui costretto aveva anche un altro scopo: quello cioè di «introdurmi» nel mondo della Resistenza e di farmi conoscere alcuni aspetti dell’organizzazione&#8221; &lt;551. La sua esperienza fu particolarmente formativa e gli permise di conoscere dall’interno quello che poi sarebbe diventato il «sovversivo» da combattere perché teleguidato dai comunisti: &#8220;Per il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino il «Muyahid» è tanto il soldato in armi che il militante politico, l’agente civile delle campagne e dei villaggi chiamato «fiddas», che il giovane studente che si arruola nel Fronte con compiti propagandistici, il padrone della fattoria che non vende i prodotti dei campi ai francesi o la massaia che boicotta quelli che provengono dalle fabbriche «metropolitane», ed ancora il contadino che si presta in ogni ora per facilitare la difficile opera dei nazionalisti. È «muyahid» lo stesso algerino che commentando gli scontri tra l’ELNA ed i francesi inserisce i motivi di propaganda simili ad ogni «agit-prop». Così considerato, il «muyahid» è la quintessenza della sofferenza patriottica, la concretezza del desiderio umano di possedere una patria libera ed indipendente. La parola stessa, traducendola letteralmente, significa «combattente della fede» e deriva dal vocabolo «djihad» (guerra santa); il che, molto spesso, induce osservatori non certo obiettivi a definire questi nazionalisti come fanatici religiosi, come simbolo dell’aggressività mussulmana, d’intolleranza razziale e di xenofobia&#8221; &lt;552. Il viaggio di Mortilla risaliva al 1955, quindi a conflitto appena iniziato, ma alla luce di quanto osservato a proposito del convegno sulla guerra rivoluzionaria si può osservare nel brano trascritto come inizino già a comparire i primi riferimenti alla propaganda &#8211; anche se non già definita comunista &#8211; e all’impegno totale dell’uomo quasi fosse egli stesso un’arma, pericoloso perché presente ovunque, mimetizzato nella vita quotidiana. Ricordo, inoltre, che all’inizio del conflitto l’azione dei ribelli algerini era vista dalla destra italiana, e in particolare dai militanti di Avanguardia Nazionale &lt;553, come qualcosa di positivo, come la lotta patriottica di alcuni individui contro una dominazione straniera, il che spiegherebbe appunto la scelta di Mortilla di parlarne in maniera fondamentalmente positiva. Tornando al ruolo di confidente di Mortilla, questi rimase al servizio dell’Ufficio Affari riservati almeno fino al 1975, data presente sull’ultimo rapporto individuato a firma «Aristo», nonostante nel 1973 si fosse trasferito definitivamente a Madrid. Fu uno dei più importanti confidenti dell’epoca e le sue informative furono numerosissime e abbracciarono i temi più diversi, non solo le questioni interne ai partiti di estrema destra (Ordine Nuovo, Movimento Sociale Italiano, Fronte Nazionale e addirittura i monarchici) ma anche la situazione portoghese e le azioni dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, tanto che Aldo Giannuli affermò: «Più che un semplice informatore […] Aristo è un agente che partecipa in prima persona a formare gli avvenimenti su cui poi riferisce» &lt;554. La sua importanza, inoltre, è confermata dalla protezione di cui poté godere in occasione delle indagini scaturite dalla già citata «pista nera» e in relazione alla strage di piazza Fontana, quando la sua identità fu tenacemente protetta dai servizi segreti italiani &lt;555. Tornando all’incontro a Lisbona tra Guillou e i militanti italiani, risulta dalle note informative di Mortilla che fu proprio lui a rappresentare Ordine Nuovo al posto di Pino Rauti, come «delegato del Direttorio di On», precisando come, tra i presenti, ci fosse l’italiano Tazio Poltronieri (presentatosi, però, con lo pseudonimo Umberto Mazzotti) e non ci fosse invece stato Generali. Tornato in Italia, Mortilla relazionò quanto detto a Rauti e ne diede un riscontro a Guillou in una lettera datata 6 giugno, affermando che il dirigente di Ordine Nuovo si dichiarava disponibile a inviargli eventuali elementi di rinforzo. Guillou rispose in data 14 giugno e dopo essersi compiaciuto del risultato, però, aggiunse di non aver richiesto l’invio di militanti, ma di sapere se ci fosse stata la disponibilità a compiere un’azione significativa in proprio, quindi in Italia &lt;556.<br>[NOTE]<br>549 G. FASANELLA, C. SESTIERI, G. PELLEGRINO, Segreto di Stato, cit., pp. 62-63.<br>550 A. GIANNULI, E. ROSATI, Storia di Ordine Nuovo, cit., p. 52. Su Enzo Generali si confronti con quanto affermato nel cap. 3.5 di questa tesi, intitolato «L’OAS in Italia», p. 128.<br>551 A. M. MORTILLA, Fiamme sull’Algeria. Le avventure di un giornalista tra i partigiani algerini, Milano, Gastaldi, 1957, cit., p. 32.<br>552 Ivi, pp. 32-33.<br>553 Si veda il cap. 3.2 di questa tesi, intitolato «La percezione della guerra d’Algeria nella destra italiana», p. 109.<br>554 S. FERRARI, I denti del drago, cit., pp. 80-81.<br>555 Per ulteriori approfondimenti su Armando Mortilla, si veda il dettagliato profilo tracciato da S. FERRARI, I denti del drago, cit., pp. 79-81.<br><strong>Veronica Bortolussi</strong>, <em>I rapporti tra l’estrema destra italiana e l’Organisation de l’Armée Secrète francese</em>, Tesi di laurea, Università Ca&#8217; Foscari &#8211; Venezia, Anno Accademico 2016-2017</p>
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		<title>L&#8217;Italia fu ricollocata dagli americani nel consesso internazionale per evitare che essa potesse cadere nelle mani dei sovietici</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jan 2026 11:55:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>È difficile, se non impossibile, stabilire fino a che punto l’ingresso dell’Italia nello schieramento occidentale sia stata una scelta partorita a Roma o nelle conferenze interalleate durante il secondo conflitto mondiale. Tuttavia, è una verità il fatto che le circostanze imposte dalla Guerra Fredda difficilmente avrebbero potuto concedere all’Italia ampi margini di autonomia in politica [&#8230;]</p>
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<p>È difficile, se non impossibile, stabilire fino a che punto l’ingresso dell’Italia nello schieramento occidentale sia stata una scelta partorita a Roma o nelle conferenze interalleate durante il secondo conflitto mondiale. Tuttavia, è una verità il fatto che le circostanze imposte dalla Guerra Fredda difficilmente avrebbero potuto concedere all’Italia ampi margini di autonomia in politica estera. Ed è ormai riconosciuto come le vicende internazionali siano andate a influire sulle vicende della politica nazionale. Infatti, “dopo il 1943 la politica estera italiana si identificò sempre di più con la politica interna” &lt;11. Il posizionamento dell’Italia nello schieramento occidentale fu favorito, dunque, da fattori esterni, i quali, a loro volta, andarono a inserirsi nei meccanismi della politica interna italiana. In realtà, che l’Italia fosse, de facto, scivolata nell’orbita occidentale lo si era compreso dallo svolgimento del conflitto mondiale e dalle logiche sottintese delle conferenze interalleate: basti tenere alla mente la composizione del governo militare alleato (Allied Military Government of Occupied Territories, AMGOT), composto da personale anglo-americano. In quegli anni, lo si è accennato, le logiche internazionali andavano a invadere le vicende di politica interna degli stati europei. Ciò avvenne, se si vuole drammaticamente, nell’Europa orientale. Già nel 1944, in Polonia si insediò il governo filo-sovietico egemonizzato dal Partito Operaio Unificato Polacco; sempre in Polonia, a Wroclaw, i sovietici andavano a creare il Kominform, con il compito di coordinare l’azione dei partiti comunisti europei; nel febbraio del 1948, a Praga, le forze comuniste riuscirono a imporre una costituzione che dichiarava la Cecoslovacchia una democrazia popolare orbitante nel blocco sovietico. Poco a poco, nei paesi liberati dall’Armata Rossa, vennero a formarsi una pletora di repubbliche socialiste poste sotto il comando, più o meno stringente, di Mosca.<br>Di fronte all’aggressività sovietica, gli americani concepirono il loro piano d’intervento per salvaguardare le democrazie occidentali dall’espansionismo comunista partendo, in primis, dalle loro economie. A Washington, infatti, era ben chiaro che la distruzione e la povertà in cui versavano gli stati europei potevano essere terreno fertile per la propaganda comunista. Lo European Recovery Program, il cosiddetto Piano Marshall, infatti, “costituì contestualmente una scelta di politica economica e di politica internazionale; anzi questa duplice connotazione continuò a caratterizzare l’atteggiamento degli Usa verso l’Europa anche dopo la fine formale del piano” &lt;12. Il succo del discorso che il Segretario di Stato George Marshall pronunciò nella Memorial Church dell&#8217;Università di Harvard era quello “di avviare un processo di unificazione politica; un’unificazione di tipo federativo, su modello americano, che tuttavia gli Stati Uniti intendevano realizzare passando attraverso stadi intermedi, quali unioni doganali, incentivazione degli scambi, liberalizzazione del commerciale, sì da costituire un mercato comune europeo” &lt;13. Insomma, gli Stati Uniti erano pronti a intervenire per la ricostruzione dell’Europa, a patto che quest’ultima fosse compatta e disposta ad accettare gli aiuti. Un’Europa integrata, dunque, sotto gli auspici di Washington: ma un’integrazione in cui, se da una parte “gli Stati Uniti speravano di essere guidati dalle raccomandazioni degli Europei, dall’altra si ritenevano liberi di erogare maggiori o minori aiuti, a seconda della efficienza che i singoli paesi avrebbero dimostrato nel programmare la propria ripresa economica” &lt;14.<br>L’intervento americano avrebbe avuto come fulcro la Germania, la cui integrazione nel sistema concepito a Washington era fondamentale; come fondamentale era la collaborazione fattiva della Gran Bretagna e della Francia, quest’ultima particolarmente bisognosa di aiuti. Per quanto riguarda l’Italia, gli americani erano consapevoli che le condizioni economiche del paese erano disastrose, ma che, nonostante lo scetticismo su una sua eventuale ripresa, essa andava coinvolta nel progetto soprattutto nel timore del dilagare comunista. Dal punto di vista italiano, tuttavia, vi erano dubbi sulle modalità di erogazione degli aiuti: mentre da Roma si chiedevano aiuti immediati, a Washington l’intenzione era quella di sottintendere la concessione di aiuti a un programma di ricostruzione pianificata, magari quadriennale o quinquennale. A tal proposito, infatti, “mentre i francesi e gli inglesi avevano accettato formalmente l’idea di una programmazione economica, da parte italiana non si era ancora presa una posizione su questo punto […] ma soltanto un’adesione generica al progetto di integrazione europea” &lt;15.<br>Per appianare le discrepanti posizioni fu organizzata, sotto l’impulso dei ministri degli esteri francese e britannico, una conferenza da tenersi nell’estate del 1947, e a cui sarebbero stati invitati tutti i paesi europei. Quella che fu la Conferenza di Parigi, dunque, aveva il compito di formulare le richieste europee di aiuto da consegnare a Washington per essere poi vagliate dal governo statunitense.<br>La partecipazione della delegazione italiana alla conferenza parigina fu senza dubbio un primo, tiepido, successo per la nuova Italia democratica. Ma anche a Parigi, la partecipazione italiana fu caratterizzata dalle “due componenti contradditorie che attraversarono tutta la politica estera italiana del dopoguerra: l’ansia di partecipare e il desiderio di eludere le regole della partecipazione” &lt;16. Infatti, l’Italia andò a Parigi non solo per ricevere appoggio politico, economico e finanziario &lt;17, “ma anche nella speranza di ottenere Trieste, le colonie e la revisione del trattato di pace” ed esigendo “un trattamento alla pari anche nel Mediterraneo […], ricordando i rapporti economici e di amicizia che legavano il paese all’Egitto, alla Siria e al Libano” &lt;18. Ai paesi invitati a Parigi fu chiesto di stilare un programma di risanamento dell’economia, offrendo anche dei suggerimenti ai dirimpettai d’oltreoceano: il resoconto italiano, tuttavia, dimostrò “che non era stato messo a punto, a Roma, alcun programma sull’Erp” &lt;19. Il governo italiano si limitò a garantire, previa erogazione di aiuti, lo sviluppo industriale e la ripresa economica, lasciandosi andare a una serie di “assicurazioni generiche e progetti imprecisi” &lt;20. Le pretese italiane finirono per indispettire gli Alleati: a Washington si rimproverò all’Italia di voler dettare le condizioni nonostante la presenza di Roma ai lavori preparatori dell’Erp fosse stata una concessione, seppur interessata, dei vincitori. In definitiva, alla Conferenza di Parigi fu presentato il conto agli americani: quantificato in circa 22 miliardi di dollari, esso fu accompagnato da un unico programma di risanamento, soprassedendo le richieste dei singoli paesi.<br>Nel febbraio del 1948, Truman firmò il decreto che andava a creare la European Cooperation Administration, l’agenzia che si sarebbe occupata dell’erogazione materiale degli aiuti. Al Congresso, tuttavia, l’opposizione repubblicana riuscì a ridimensionare il programma d’intervento, riducendolo a 17 miliardi di dollari da erogare in quattro anni. La partecipazione alle discussioni sull’Erp permise all’Italia di riaffacciarsi sul proscenio internazionale su un piano di presunta parità con le altre nazioni. Anche l’ottenimento degli aiuti americani fu un successo, vista la situazione drammatica in cui versava il paese. D’altro canto, come dimostrato dalla conduzione dei negoziati, il governo italiano aveva frainteso le intenzioni delle nazioni vincitrici: l’Italia fu ricollocata dagli americani nel consesso internazionale per evitare che essa potesse cadere nelle mani dei sovietici. In modo simile, l’Italia riuscì a ottenere il secondo successo del dopoguerra: l’ingresso, come paese fondatore, nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord.<br>La necessità, per lo schieramento occidentale, di integrarsi non solo da un punto di vista economico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista militare, fu senz’altro dovuta alle contingenze dei primi anni della Guerra Fredda. Non è un caso, infatti, che la cosiddetta dottrina Truman fu enunciata dal presidente americano in concomitanza della richiesta al congresso di un vasto piano di aiuti militari (quantificati in circa 400 milioni di dollari) per sostenere i governi della Grecia e della Turchia: il primo fiaccato da una sanguinosa guerra civile che lo contrapponeva alle milizie comuniste, il secondo insidiato dagli appetiti sovietici sugli Stretti. A Berlino, nel giugno del 1948, i russi bloccarono i punti d’accesso per Berlino Ovest, interrompendo tutte le comunicazioni terrestri tra la città e il resto delle zone occupate dagli occidentali. Fu in questo clima di fibrillazione che gli occidentali compresero la necessità di integrarsi attraverso un’unione militare. Beninteso: nelle intenzioni degli americani, il progetto di una progressiva armonizzazione e integrazione era già ben fissato nel sinallagma che stava alla base dell’Erp: aiuti economici in cambio di unità politica e, soprattutto, militare.<br>Ma, nel 1947, furono gli inglesi e i francesi a porre le basi per il primo tentativo effettivo di alleanza militare organica. In marzo, infatti, Bevin e Bidault, i ministri degli esteri dei due paesi, sottoscrissero il Trattato di<br>Dunkerque, un patto di mutua assistenza militare in caso di aggressione esterna: il Trattato, tuttavia, era stato pensato contro un’eventuale e ritrovata aggressività da parte dei tedeschi. Di lì a un anno, nel marzo del 1948, si riunivano a Bruxelles i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Francia e dei paesi del Benelux per porre le basi di un accordo politico-militare della durata di cinquant’anni: quello che avrebbe dato vita al Patto di Bruxelles prima, e all’Unione Europea Occidentale poi, era il tentativo di coagulare le nazioni europee contro l’espansionismo, questa volta, sovietico. L’invito, da parte del ministro inglese Bevin, rivolto al governo italiano, destò senza dubbio sorpresa e perplessità tra gli Alleati: ma fu con maggiore sorpresa e, questa volta, contrarietà, che gli stessi Alleati vennero a scoprire come De Gasperi e Sforza avessero respinto gentilmente l’offerta. Tale rifiuto fu formalizzato il 12 marzo 1948, poco più di un mese prima delle elezioni di aprile, in un colloquio tra il capo del governo italiano e l’ambasciatore statunitense in Italia, James Dunn. Il primo ministro italiano “ringraziava per l’offerta ma si diceva costretto a non accoglierla perché riteneva preferibile, alla vigilia del voto, evitare un impegno che avvicinasse troppo l’Italia all’Unione occidentale, tale da poter essere sfruttato elettoralmente dal fronte socialcomunista” &lt;21.<br>Ancora una volta, politica internazionale e politica interna si intrecciavano nelle sorti dell’Italia del dopoguerra: in quei mesi, “la politica estera democratica ha messo radici nella vita del paese; il che […] vuole anche dire però che il paese sente e subisce, come non mai, i problemi e i contrasti della politica internazionale” &lt;22. Dal punto di vista del governo, “certe forme di linguaggio e certe decisioni non dipendono solo dagli uomini di Stato, ma ben più dall’atmosfera nazionale” &lt;23.<br>Il rifiuto italiano suscitò le ire dell’amministrazione Truman, tanto che l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Alberto Tarchiani, registrava che “a Washington si sospettava che i nostri partiti democratici potessero indulgere ad accettare compromessi con l’estrema sinistra e fors’anche a desiderarli o comunque volessero lasciarsi cullare da miraggi di sviluppi normali e pacifici della nostra situazione interna e internazionale” &lt;24. In realtà, alla base del mancato ingresso dell’Italia nel Patto di Bruxelles, vi erano sì ragioni di politica interna, ma non mancò certamente anche una buona dose di malizioso pragmatismo, giacché si cercò di mercanteggiare, anche in questa occasione, l’adesione al Patto con una revisione più o meno marcata delle clausole militari e coloniali del Trattato di Pace. In sostanza, “si faceva strada l’antica abitudine di sopravvalutare le nostre forze, la convinzione di poter dettare condizioni senza comprendere che l’adesione al Patto di Bruxelles avrebbe modificato sostanzialmente, di per sé, lo status internazionale dell’Italia, rendendolo non più Stato ex nemico ma membro di pieno diritto del concerto europeo e della comunità occidentale” &lt;25.<br>La mancata adesione dell’Italia al Patto di Bruxelles costituì una dura battuta d’arresto nell’ingresso della nazione nel consesso occidentale, sia per il rifiuto in sé, che ritardò il suo inserimento in un sistema di difesa, sia per le modalità con cui tale rifiuto avvenne e che ridestò le perplessità da parte delle nazioni occidentali. La frattura era ormai aperta e pesò gravemente anche nelle trattative per l’ingresso dell’Italia nell’Alleanza nordatlantica. Dalla loro parte, i membri dell’Unione occidentale “non volevano l’Italia al loro fianco sia per una crisi di fiducia nelle intenzioni dei partiti italiani di maggioranza sia perché, di fronte ai vantaggi che offrivano, non consideravano accettabile che l’Italia potesse porre delle condizioni e si rifugiarono ufficialmente nella scusa che l’Italia rappresentava un peso” &lt;26. Dal suo canto, il governo italiano giudicò negativamente il Patto di Bruxelles: nel discorso alla Camera del 4 dicembre 1948, De Gasperi ammise le proprie perplessità sulla funzione antitedesca del patto &lt;27.<br>[NOTE]<br>11 R. Quartararo, L’Italia e il Piano Marshall (1947-1952), in Storia Contemporanea, 1984, vol 15, 4, pp. 647-722.<br>12 R. Quartararo, op. cit.<br>13 Ibidem.<br>14 Ibidem.<br>15 Ibidem.<br>16 S. Romano, op. cit.<br>17 La posizione italiana è riassunta efficacemente da Pietro Quaroni, all’epoca Ambasciatore a Parigi: “noi purtroppo ci vediamo solo un mezzo di riavere Tenda e Briga, Trieste e Pola e magari soltanto di essere di nuovo autorizzati ad avere un esercito ed una flotta. Ora questa è tutta una impostazione falsata del problema: l’Europa occidentale potrà diventare il terzo, ma prima bisogna che essa esista: e siccome l’Europa occidentale non la si può creare senza l’aiuto americano, (…) essa dovrà essere inquadrata nel sistema americano”. ASMAE, USA, 19, ambasciata d’Italia a Parigi, telespr. Quaroni n. 603/7744/2112, 9 luglio 1947, cit in: R Quartararo, op. cit.<br>18 R. Quartararo, op. cit.<br>19 Ibidem.<br>20 S. Romano, op. cit.<br>21 G. Mammarella, P. Cacace, op. cit.<br>22 B. Vigezzi, De Gasperi, Sforza e la diplomazia italiana fra Patto di Bruxelles e Patto Atlantico (1948-1949), in Storia Contemporanea, 1987, vol 18, i 1, pp. 5-43.<br>23 ASMAE, AP, b 410, Sforza a Quaroni, 4 agosto 1948, cit. in B. Vigezzi, op. cit.<br>24 A. Tarchiani, Dieci anni tra Roma e Washinton, Mondadori, Milano, 1955.<br>25 G. Mammarella, P. Cacace, op. cit.<br>26 P. Pastorelli, L’adesione dell’Italia al Patto atlantico, in Storia Contemporanea, 1983, vol 14, i 6, pp. 1015-1030.<br>27 A. De Gasperi, Discorsi parlamentari, Camera dei deputati. Ufficio stampa e pubblicazioni, Roma, 1985.<br><strong>Luca Di Giandomenico</strong>,<em> All’ombra dell’aquila: l’Italia democristiana tra atlantismo, neutralismo e neoatlantismo (1943-1963)</em>, Tesi di laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno accademico 2013-2014</p>
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		<title>I partigiani di Manzano</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 12:50:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cormòns e Manzano erano due paesi all’avanguardia nella lotta al fascismo; non a caso fu da questi due paesi che la Resistenza attinse molte delle sue forze (soprattutto all’atto della formazione dei reparti) e non per nulla gli abitanti di questi due comuni limitrofi andarono a comporre alcuni dei quadri dirigenti della Garibaldi (in zona [&#8230;]</p>
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<p>Cormòns e Manzano erano due paesi all’avanguardia nella lotta al fascismo; non a caso fu da questi due paesi che la Resistenza attinse molte delle sue forze (soprattutto all’atto della formazione dei reparti) e non per nulla gli abitanti di questi due comuni limitrofi andarono a comporre alcuni dei quadri dirigenti della Garibaldi (in zona e non), influenzando significativamente anche gli abitanti di San Giovanni al Natisone. A Cormòns il movimento antifascista era già forte ed organizzato durante il “ventennio”. Qualcuno era già iscritto al partito comunista. Il paese diede i natali ad alcuni dei più importanti capi partigiani della regione, come Giovanni Padoan (Vanni) e Vincenzo Marini (Banfi) &lt;100, che già avevano dovuto subire processi ed esilii forzati a causa delle loro idee contro il regime (retate del 1935) &lt;101. Cormonesi furono molti di quei primi combattenti friulani, già adeguatamente formati politicamente, che si batterono al fianco degli sloveni e degli operai isontini e monfalconesi nella battaglia di Gorizia. Fu, forse, anche per questo motivo che il generale Kübler, comandante della Wehrmacht per il Litorale Adriatico, decise di installare il comando nella località di Spessa, nelle immediate vicinanze di Cormòns &lt;102. Anche a Manzano la partecipazione al movimento resistenziale fu un fenomeno che coinvolse la maggior parte della popolazione. Qui, dopo l’8 settembre, sorse uno dei primi Comitati di Liberazione Nazionale della regione che curò con gran successo la mobilitazione politica, l’arruolamento e il rifornimento dei combattenti nelle formazioni partigiane. Molti giovani si arruolarono da subito in questo movimento, alcuni entrando a far parte dei G.A.P. guidati dal conosciuto Umberto Bon (Bensi), che sarà poi fucilato a Udine dai tedeschi il 9 aprile 1945 &lt;103. A riprova di questa partecipazione sta il fatto che uno dei reparti più specializzati e professionali della “Natisone”, quello dei mortaisti, era composto esclusivamente da manzanesi, comandati da Seffino Michele (nome di battaglia “Marco”); si possono inoltre ritrovare altri 11 manzanesi che ricoprirono cariche varie di comando nelle formazioni combattenti &lt;104. Numerosi, quindi, furono gli abitanti di questo paese che parteciparono alla lotta di Liberazione e molti, in percentuale, quelli che morirono per la causa partigiana: si contano 1477 partigiani combattenti (tra G.A.P. e reparti di montagna), 240 patrioti e 600 collaboratori (per lo più appartenenti alle S.A.P. e ai Comitati locali); di questi 27 morirono, 23 furono feriti, 13 deportati &lt;105. Dei civili circa 200 furono incarcerati tra Gorizia, Udine e Palmanova e 50 furono deportati. Nell’arco di 20 mesi di Resistenza molti altri manzanesi parteciparono alla lotta (anche con azioni armate) mantenendo contemporaneamente la propria attività lavorativa. Molti altri, poi, si unirono ai primi nell’insurrezione armata dell’aprile 1945.<br>Andando ad analizzare i caduti dell’intero manzanese, possiamo constatare come tutti i comuni contribuirono in termini di vite umane, alla causa partigiana: a San Giovanni furono 24, da sommare ai 24 di Corno di Rosazzo che allora non faceva ancora comune a sé, a Premariacco furono 13, 9 a Buttrio e 2 nel piccolo borgo di Chiopris. Decisivo, per lo studio dei reparti partigiani armati in questa parte di Friuli, è il ruolo della divisione “Natisone” che, a testimonianza della vitalità e dell’importanza strategica della zona, fu la più colpita tra le divisioni d’Assalto Garibaldi, contando ben 1389 caduti e 796 feriti &lt;106, anche se la maggior parte delle perdite della Divisione furono inflitte dai tedeschi nei furiosi rastrellamenti che la colpirono nell’inverno e nella primavera del 1945, dopo il suo passaggio in Slovenia.<br>I primi reparti, quelli dai quali si sarebbero articolati ed avrebbero preso vita tutti i reparti partigiani della regione, si formarono proprio sulle colline del Collio e sui monti del Friuli orientale (Valli del Natisone, zona di Attimis e Faedis), in luoghi non lontano da San Giovanni e da Manzano. La quasi totalità dei reparti operanti nella zona, nell’autunno del 1943, era costituita da garibaldini. Dal pionieristico “distaccamento Garibaldi” (marzo 1943) si formarono, con l’aumentare dei volontari, quattro battaglioni: il “Garibaldi”, il “Friuli”, il “Pisacane” e il “Mazzini”. Il “Mazzini”, nato il 17 ottobre, ebbe come primo comandante “Filzi” (il quale però lasciò presto il posto a “Sasso”), commissario fu nominato “Vanni”; ci interessa particolarmente dato che fu l’unico reparto partigiano ad operare sul Collio, in stretta vicinanza con gli attuali comuni di San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo. Da questi quattro battaglioni nascerà la prima brigata, la Garibaldi “Friuli”.<br>[NOTE]<br>100 Commissari politici della Garibaldi “Natisone”.<br>101 A conferma della vitalità antifascista di Cormòns, oltre a numerosi testi scritti, ci sono anche alcune testimonianze orali di abitanti del manzanese da me raccolte.<br>102 Informazione confermata da E. COLLOTTI (Il litorale…, cit., p. 81) e T. FERENC (cit., p. 68).<br>103 Nell’Archivio Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste si trova la biografia di “Bensi” e del gruppo omonimo da lui formato (che diventerà la IV Commissione Economica Militare), inviata al C.V.L. da “Ferro” e “Pellone”, rispettivamente comandante e amministratore della IV C.E.M.. (I.R.S.M.L., B. CXLIII).<br>104 W. PERUZZI, Manzano, Storia e folclore, Cassa Rurale ed Artigiana di Manzano, Udine, 1984. Da segnalare che Manzano ha avuto 380 riconoscimenti tra partigiani e patrioti combattenti a fronte di una popolazione totale di circa 1350 abitanti.<br>105 I.F.S.M.L., Caduti, dispersi e vittime civili della Seconda Guerra Mondiale, provincia di Udine, vol. I, tomo I e II, Udine 1987; per W. PERUZZI (cit., p. 60) i morti furono 31.<br>106 G. A. COLONNELLO, cit., p. 17.<br><strong>Alessio Di Dio</strong>, <em>Il Manzanese nella guerra di Liberazione. Partigiani, tedeschi, popolazione</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2002-2003</p>
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		<title>La morte di un grande sindaco di Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Dec 2025 10:46:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A pesare sui progetti di rinnovamento della capitale promossi dal Pci giunge improvvisa la morte di Petroselli, il 7 ottobre 1981. Perno del rinnovamento di una federazione romana del Pci «restia al nuovo che veniva dalle esperienze degli anni ‘70» e «subalterna ai vertici nazionali», accade che dalla sua prematura scomparsa si sprigioni una sincera [&#8230;]</p>
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<p>A pesare sui progetti di rinnovamento della capitale promossi dal Pci giunge improvvisa la morte di Petroselli, il 7 ottobre 1981. Perno del rinnovamento di una federazione romana del Pci «restia al nuovo che veniva dalle esperienze degli anni ‘70» e «subalterna ai vertici nazionali», accade che dalla sua prematura scomparsa si sprigioni una sincera e trasversale emozione. Il saluto che la folla tributa al sindaco «caduto sul lavoro» è imponente (al funerale accorrono 50.000 persone) e il «grande addio di Roma a un grande sindaco» &lt;675 celebra uno dei momenti-cardine della liturgia comunista, le cui radici affondano nella impressionante mobilitazione in occasione dei funerali di Togliatti, come meccanismo di coinvolgimento collettivo.<br>Paolo Bufalini ne coglie il senso: «dopo i funerali di Togliatti, nulla abbiamo visto di paragonabile all’ondata di dolore e rimpianto per la repentina morte del compagno Luigi Petroselli, sindaco di Roma» &lt;676.<br>Risulta dunque evidente quel nesso inscindibile «stabilitosi nel corso dell’età contemporanea, seppur con accenti diversi, tra la morte, il rito funebre e l’affermazione di un sentimento di appartenenza politica, veicolo principale di quella sacralizzazione della politica che nella tradizione socialista si accentua sensibilmente con la Rivoluzione d’ottobre» &lt;677.<br>Il coro di voci che sottolineano le qualità del sindaco è unanime e Andreotti ne esalta «la dirittura morale e l’intima coerenza» &lt;678.<br>Petroselli riesce a coagulare attorno ad un instancabile lavoro ed una specchiata figura consensi larghi, anticipando la grande commozione che tre anni dopo avrebbe salutato la morte “sul campo” di Berlinguer, restituendoci l’immagine di una militanza devota &lt;679.<br>Sarà lo stesso Berlinguer a redigere l’epitaffio sulle colonne de «l’Unità», rimarcando il valore umano dell’ex sindaco in una rappresentazione che colloca il nuovo anno zero della vita di Roma nella vittoria del Pci. Il contributo di Petroselli nel rinnovamento dei comunisti romani è fondamentale, con: &#8220;[…] il segno dell’efficienza contro mille difficoltà e con il gravame di un’eredità disastrosa, il segno del rigore contro mille lassismi, della fantasia contro burocratismi stantii, della fiducia e della democrazia contro la disgregazione e l’indifferenza. Roma deve molto a Luigi Petroselli: gli deve l’inizio di una ripresa della sua vita come metropoli moderna e come degna capitale della Repubblica democratica&#8221;. &lt;680<br>Gli subentra Ugo Vetere, navigato esponente comunista del consiglio comunale, già capogruppo ed assessore al bilancio. Si forma in questo modo una giunta di minoranza con 39 voti, composta da Pci, Psi e Pdup, destinata ad una grande litigiosità interna e a riflettere, nella sua parabola politica, i giochi della politica nazionale &lt;681 e della contrapposizione fra Pci e Psi.<br>[NOTE]<br>675 La narrazione su «l’Unità» offre uno spaccato interno ma toccante, dove liturgia politica ed emozioni trovano un significativo punto di saldatura: «Il funerale di Petroselli è un immenso, doloroso incontro di popolo, ma è anche un funerale «ufficiale», col suo protocollo e la sua (scarna) regia. Il cerimoniale prevede per ognuno il suo posto: prima giunta e consiglio comunale, poi autorità, poi i sindaci… Ma il cerimoniale non è stato studiato per un sindaco comunista, per uno che in mezzo ai romani ci stava come il pesce nell’acqua, e quindi per il popolo di questa città nel corteo funebre non c’è un posto assegnato». Il grande addio di Roma a un grande sindaco, in «l’Unità», 10 ottobre 1981.<br>676 P. Bufalini, Luigi Petroselli comunista e sindaco di Roma, in «Rinascita», XLI, 1981, p. 17.<br>677 M. Galfrè, «Ognuno pianga i suoi». Morti, riti funebri e lotta armata nell’Italia degli anni ’70, in «Memoria e Ricerca», LVIII, 2018, p. 337.<br>678 G. Andreotti, La dirittura morale e l’intima coerenza, in «Rinascita», XLI, 1981, p. 19.<br>679 Una parte specifica dell’identità e della ritualità dei comunisti italiani, quella della formazione, è oggetto dell’analisi approfondita di A. Tonelli, A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1944-1993), Roma-Bari, Laterza, 2017.<br>680 Il grande addio di Roma a un grande sindaco, in «l’Unità», 10 ottobre 1981.<br>681 Vicesindaco: Pierluigi Severi (Psi); Assessore al Bilancio: Ugo Vetere (Pci); Assessore alla Cultura: Renato Nicolini (Pci); Assessore al Traffico: Giulio Bencini (Pci); Assessore alla Sanità: Franca Prisco (Pci); Assessore alla Scuola: Roberta Pinto (Pci); Assessore alla Polizia urbana: Mirella D’Arcangeli (Pci); Assessore alle Borgate e ufficio casa: Piero Della Seta (Pci); Assessore al Centro storico: Carlo Aymonino (Pci); Assessore all’edilizia pubblica e privata: Lucio Buffa (Pci); Assessore agli affari generali e sport: Luigi Arata (Pci); Assessore al turismo: B. Rossi Doria (Pci); Assessore al Piano regolatore: Vincenzo Pietrini (Psi); Assessore ai lavori pubblici: Tullio De Felice (Psi); Assessore all’Annona: Salvatore Malerba (Psi); Assessore al Personale e decentramento: Raffaele Rotiroti (Psi); Assessore all’Avvocatura: Alberto Benzoni (Psi); Assessore alla Nettezza urbana: Celeste Angrisani (Psi). Petroselli resta sindaco di Roma coi voti del Psi, in «la Repubblica», 18 settembre 1981<br><strong>Marco Gualtieri</strong>, <em>La città immaginata. Le Estati romane e la &#8220;stagione dell’effimero&#8221; (1976-1985)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino &#8220;Carlo Bo&#8221;, Anno Accademico 2019-2020</p>
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