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	<title>Frammenti di storia</title>
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	<description>Un altro blog di Adriano Maini</description>
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	<title>Frammenti di storia</title>
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		<title>I tentativi di sbarramento verso sinistra non risultarono sufficienti a condizionare l’operato della Dc</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:50:56 +0000</pubDate>
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<p>Quando fu chiaro, durante gli scrutini che nell’aprile del 1955 elessero il successore di Einaudi, che a salire al Quirinale non sarebbe stato il candidato ufficiale della Dc, Cesare Merzagora, e che questo rifiuto posto dai &#8216;franchi tiratori&#8217; avrebbe significato la fine del governo Scelba, immolato per lasciar spazio all’elezione di Giovanni Gronchi, nessuno ebbe ancora la corretta percezione delle ripercussioni della scelta del politico toscano come Capo dello Stato, o almeno, non per quanto riguarda la politica estera. Si era a conoscenza della simpatia nutrita da Gronchi verso il compromesso che guardava a sinistra, ma non fu da questo punto di vista che egli lasciò un’impronta, quanto invece nel perseguimento teorico e pratico, appunto, di una diversa rete di relazioni nell’ambito internazionale, su cui invece sentiva di poter esercitare la sua influenza. Gronchi caldeggiava quello che verrà chiamato da Giuseppe Pella e accettato dagli storici come &#8216;neoatlantismo&#8217; &lt;39 (per distinguerlo dall’atlantismo ortodosso della destra democristiana): la presenza dell’Italia nello scacchiere occidentale non era più da intendersi come appeasement passivo sulle decisioni degli Stati Uniti o della Nato, ma, fermi restando l’appartenenza del nostro paese in quel contesto e il riconoscimento dell’importanza della scelta occidentale, occorreva muoversi in maniera più dinamica e flessibile su tre fronti: innanzitutto verso i paesi non allineati ed ex-coloniali (in special modo quelli affacciati sul Mediterraneo) per l’approvvigionamento di materie prime e la creazione di patti commerciali e di scambio: la radicalizzazione in quegli anni della crisi algerina e le sue ripercussioni sulla Repubblica francese dimostravano come fosse controproducente porre forzature al processo post-coloniale e come, anzi, fosse assai più intelligente in termini politici e redditizio in termini economici favorire rapporti di reciproco interesse su vari fronti, tranquillizzando i nuovi regimi dell’area sul fatto che la vecchia dominazione coloniale non sarebbe mutata in subordinazione economica, mantenendo i legami sui binari dell’interdipendenza. In secondo luogo, nei confronti dei blocchi costituiti attorno alle due superpotenze per favorire la pace e la sicurezza ricorrendo il più possibile agli organismi internazionali come le Nazioni Unite per la soluzioni di eventuali controversie: dopo la fase di contenimento del comunismo, alla fine degli anni Cinquanta si passò ad un approccio strategico più morbido e cominciarono gli incontri tra i leader americani e quelli sovietici &#8211; quello tra Eisenhower e Kruscev si tenne alla Casa Bianca nel 1958, per citarne uno. E però sussistevano ancora incomprensioni e disaccordi come quelli che vertevano sulla questione di Berlino e della Germania e sul disarmo &lt;40. In terzo luogo, come motore del processo di costituzione dell’Europa a sei che porterà alla firma dei patti di Roma nel 1957 e alla nascita della CECA, un processo di unificazione e di interscambio frenato in seguito, quando non apertamente bloccato, da molti fattori: le resistenze del Regno Unito sul Marcato Comune e l’ascesa al potere del generale De Gaulle in Francia, assai geloso della sovranità francese e poco disposto a collaborare con gli altri partner europei in condizioni di parità &lt;41.<br><em>L’Italia e gli Stati Uniti.</em><br>I risultati delle elezioni politiche del 1953, seguite con interesse dall’ambasciata americana a Roma, furono considerati dagli Stati Uniti come il segnale di uno scenario non più bloccato, ma in movimento. La tornata elettorale fu interpretata come una conferma di De Gasperi e, quindi, guardata con favore. Eppure, nonostante gli americani avessero sostenuto il centrismo come elemento di stabilità del sistema, mano a mano che essa andava consumandosi nel tempo,<br>sorgeva in essi l’interrogativo sulla possibilità o meno di quella formula di essere in futuro ancora adatta alle esigenze di rafforzamento del sistema politico. Da qui la preoccupazione, espressa dai diplomatici, non tanto della presa diretta del potere da parte del Pci o di una rivoluzione violenta, quanto della palude in cui il sistema politico avrebbe potuto cacciarsi in cerca di altri equilibri, provocando pericolosi sbandamenti dell’Italia verso il neutralismo, esito assolutamente indesiderato, e poi &#8211; ma solo in un secondo momento &#8211; verso l’arrivo dei comunisti al governo. Il panorama era mutato rispetto alla fine degli anni Quaranta, quando dagli ambienti del Dipartimento di Stato la soluzione consigliata per risolvere la questione comunista era stata la messa fuori legge del Pci. Allora, la diplomazia americana in merito all’Italia aveva fatto proprio il convincimento che sarebbe stato necessario cambiare paradigma, puntando sul &#8216;prosciugamento dell’acqua&#8217; in cui nuotavano i comunisti attraverso le riforme e la modernizzazione del Paese. Ma, anche in questo caso, non si giunse ad una risposta precisa su come farlo. L’ambasciatrice americana a Villa Taverna, Claire Booth Luce, ad esempio, si dimostrò favorevole alle iniziative della Confindustria, convinta, com’era, che il deficit di atlantismo della politica italiana derivasse da un mancata liberalizzazione del sistema economico e per nulla entusiasta dell’operato del Presidente dell’Eni Mattei e di quello del ministro Vanoni, guardando con favore alla nascita di Confintesa. Ciò &#8211; la discesa in campo politico di determinati ambienti della società civile &#8211; derivò dall’acquisizione, da parte della Luce, della consapevolezza di non poter spendere, nel suo tentativo di sbocco a destra del sistema, i partiti che in quell’area erano collocati a causa dell’impresentabilità degli stessi. Eppure i tentativi di sbarramento verso sinistra non risultarono sufficienti a condizionare l’operato della Dc &lt;42. Alla fine del mandato dell’ambasciatrice Luce a Roma, venne lasciata più ampia autonomia ai partner italiani. Sintomo dell’inversione di tendenza fu il viaggio di Fanfani negli Stati Uniti nel periodo immediatamente successivo all’ottenimento del voto di fiducia da parte del Parlamento al suo esecutivo, varato nel 1958. Nel luglio, il leader aretino si recò a Washington per chiarire con il Segretario di Stato Rusk le sue linee di condotta, ricevendo l’assenso dell’amministrazione americana &lt;43.<br><em>L’Italia e l’Unione Sovietica.</em><br>La storia della formazione del centrosinistra in Italia passò anche da Mosca: per un Partito Socialista cui era richiesta una &#8216;professione di fede&#8217; verso l’Occidente e la NATO per entrare nella maggioranza di governo, vi era una Dc che, facendo perno sulla teoria del neoatlantismo e approfittando della posizione geopolitica del Paese come cerniera tra i due mondi, faceva sperimentare alla diplomazia italiana il ruolo di &#8216;battitore libero&#8217; del consesso occidentale. Non senza successi, tra l’altro. Alla fine degli anni Cinquanta sembrò aprirsi aprire una nuova fase, incoraggiata anche dagli imprenditori italiani, pubblici e privati, fortemente attratti dalla prospettiva di allargare il loro mercato ad un territorio vasto e popolato da un popolo in cerca del miglioramento di un tenore di vita che il commercio con l’Italia, favorito da accordi, avrebbe potuto offrire, oppure, ancora, dalle materie prime importabili a costi relativamente bassi (emblematico in questo senso il negozio bilaterale tra governo sovietico ed Eni per la fornitura di petrolio) &lt;44. Dal canto suo l’Unione Sovietica aveva tutto l’interesse ad avvicinarsi a paesi della Nato come l’Italia per favorire un dialogo che portasse ad una distensione che avrebbe consentito, affermando il principio della coesistenza competitiva tra i blocchi, ai dirigenti russi di trovare spazio di manovra politico per affrontare alcune riforme strutturali necessarie a rafforzare il loro Paese agli occhi del mondo e stabilizzare il consenso attorno alla classe dirigente post-staliniana, oltre che ad importare le tecnologie indispensabili per sviluppare diversi comparti economici. Malgrado le buone intenzioni da entrambe le parti e nonostante le relazioni non fossero improntate alla vivacità quanto invece allo scambio culturale e alla promozione del turismo, vi erano però alcuni nodi squisitamente politici da sciogliere, come il rimpatrio dei prigionieri di guerra italiani &lt;45 (più di 14.000 secondo le stime dei russi) chiesto dall’Italia e le riparazioni richieste dall’URSS come applicazione del Trattato di Pace del 1947.<br>La fine degli anni Cinquanta segnò quindi l’avvio di numerosi viaggi da parte di esponenti politici e diplomatici verso Mosca. Primi tra tutti Saragat e La Pira, in seguito il ministro Del Bo e, infine, nel gennaio 1960 la visita del Presidente Gronchi, che suscitò numerose perplessità nel governo Segni e aizzò polemiche durante il suo svolgimento per il famoso battibecco con Kruscev &lt;46. In definitiva, però, si trattò di un viaggio soddisfacente per entrambe le diplomazie, che avevano finalmente avuto modo di sondarsi a vicenda.<br>[NOTE]<br>38 Y. Voulgaris, op. cit., pp.58-59<br>39 M. De Leonardis, L’atlantismo dell’Italia tra guerra fredda, interessi nazionali e politica estera in Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra (1953-1968), L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Carocci, Roma, 2006, pp.259-260-261.<br>0 L. Tosi, Sicurezza collettiva, distensione e cooperazione internazionale nella politica dell’Italia all’ONU in Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra ( 1953-1968 ), P. L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Carocci, Roma, 2006, pp.194-195 e ss.<br>41 A. Varsori, La scelta europea in Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra (1953-1968), P. L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Carocci, Roma, 2006, pp.272-273 e ss.<br>42 M. Del Pero, Gli Stati Uniti e il dilemma italiano, in Le istituzioni repubblicane dal centrismo al centro-sinistra (1953-1968 ), P. L. Ballini, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), Carocci, Roma, 2006, pp.214-215 e ss.<br>43 F. Malgeri, op. cit., pp.355-356.<br>44 B. Bagnato, Prove di Ostpolitik. Politica ed economia nella strategia italiana verso l’Unione Sovietica, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2003, pp.335-336 e ss.<br>45 B. Bagnato, op. cit., pp.151-152 e ss.<br>46 L. V. Ferraris, Manuale della politica estera italiana. 1947-1993, Laterza, Bari, 1996, pp.116-117.<br><strong>Francesco Corbisiero</strong>, <em>La stagione del centrosinistra in Italia. (1956-1969)</em>, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2013-2014</p>
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		<title>Molti fascisti italiani trovarono rifugio a Buenos Aires</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2026 09:56:39 +0000</pubDate>
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<p>La maggioranza degli studi si è concentrata sulla fuga di nazisti nei paesi sudamericani. &lt;789 Per quanto riguarda l’esodo di ex-fascisti, non si sono avute sufficienti informazioni e si è scritto poco. Ciò è dovuto alla carenza di contributi preliminari sui flussi transoceanici del periodo in questione: i non molti autori che si sono occupati del problema hanno rilevato la presenza di ex-gerarchi, pur non dilungandosi sul tema. Come hanno giustamente notato Federica Bertagna e Mattero Sanfilippo, “la storia di tali ondate emigratorie è in larga parte da scrivere, poiché bisogna ancora basarsi sulle sole opere uscite negli stessi anni o subito dopo. Questa storiografia, fosse opera di studiosi marxisti, cattolici o liberali, s’interrogava soprattutto sull’esodo operaio e contadino dal Sud e sulle conseguenze che esso poteva avere sul futuro della nazione; prospettiva che lasciava evidentemente fuori ragioni e motivi per i quali chi era rimasto con Mussolini a Salò avrebbe dovuto allontanarsi dall’Italia”. &lt;790 Mentre una certa letteratura e alcuni reportage giornalistici hanno dato spazio a ogni sorta d’informazione sui nazisti, anche la più inverosimile, nessuno si è così occupato degli espatri dei fascisti, che al massimo figuravano come un’appendice collaterale sia rispetto ai nazisti che rispetto agli ustascia croati e ai collaborazionisti francesi e belgi. &lt;791 I fascisti e i repubblichini, che pure avevano combattuto sino all’ultimo al fianco dei tedeschi, ebbero nel dopoguerra un trattamento preferenziale. L’incipiente guerra fredda e il ridefinirsi degli schieramenti fecero infatti della penisola un avamposto anticomunista, rendendo controproducente per inglesi e americani spingere per una Norimberga italiana, che avrebbe turbato equilibri interni e internazionali. Le autorità italiane ne approfittarono per ignorare le richieste di consegna dei criminali, reclamati specialmente dalla Iugoslavia e dalla Grecia. E in qualche caso si pensò anzi di consigliare agli accusati un prudente, temporaneo trasferimento all’estero. l’espansionismo fascista e i crimini perpetrati nel tentativo di stabilire un “nuovo ordine mediterraneo furono così rimossi. &lt;792<br>Tra i tanti problemi delle collettività italiane in America centrale e meridionale già nel 1945, si accennava comunque negli ambienti governativi italiani, pur senza insistervi sopra, a un aspetto invero interessante e rilevante, cioè quello della persistenza tra i connazionali oltremare dell’eredità nazional-fascista. E l’argomento sarebbe rimasto piuttosto presente nelle successive analisi e oggetto di accuse nei decenni successivi per via di ex fascisti o nazisti rifugiatisi nel paese latinoamericano, talvolta con chiari ed espliciti appoggi governativi dimostrati da documenti in mano all’esercito americano o di altra provenienza. Infatti anche in Argentina, l’armistizio dell’8 settembre del ‘43 e le successive vicende italiane avevano provocato un disorientamento abbastanza esteso fra quelle nostre collettività, portando a scissioni e dissensi. Com’era naturale, il fenomeno era stato più sensibile nella colonia italiana di Buenos Aires (nella quale vivevano circa 300.000 connazionali). Le cause di questo disorientamento erano varie. La prima e fondamentale era il fatto che gli italiani d’Argentina, privi da anni di contatti e comunicazioni con l’Italia, erano del tutto impreparati all’armistizio, data l&#8217;intensa propaganda che era stata svolta, localmente e dall’Italia, sulla necessità di una resistenza ad oltranza per l’ottenimento di una irrealizzabile vittoria. Accanto a questo motivo, influiva su quelle nostre collettività la suggestione esercitata dal regime autoritario istituito in Argentina dal governo Ramirez, al potere dal giugno del ’43. Il fatto che il nuovo governo argentino avesse incontrato l’opposizione degli Stati Uniti e l’ostilità di qualche altro Stato sudamericano retto da Governi democratici, creava, poi, in quegli ambienti italiani, l’impressione che l’Italia e l’Argentina avessero, in sostanza, gli stessi nemici.<br>Di questo orientamento, ad esempio, avevano tratto profitto alcuni elementi influenti, già da anni in vista nelle nostre collettività e che, per il loro passato in patria e in Argentina, erano nettamente compromessi col fascismo, come i fratelli Intaglietta, uno dei quali Direttore del più grande quotidiano italiano, “Il Mattino dell’Italia”. Costoro e vari altri dirigenti fascisti cominciarono immediatamente un’intensa e rumorosa campagna in favore del nuovo Mussolini avvalendosi anche di alcuni organi argentini di accesa tinta totalitaria, notoriamente vicini all’ambasciata di Germania. Ottenuto il concorso attivo del grande industriale Valdani (divenuto uno dei maggiori finanziatori del “Mattino D’Italia”, dell’ex console Masi dimessosi dal servizio oltre 15 anni prima e stabilitosi a Buenos Aires), questo gruppo era riuscito a guadagnare al neofascismo diverse associazioni e molti connazionali di una certa importanza. Tutte le organizzazioni neofasciste vennero subito riunite in un unico organismo denominato “C.A.S.I.”. Dal settembre 1943 al gennaio ’44, si era giunti in Argentina all’assurdo per cui i neofascisti, pur rappresentando una minoranza rispetto al numero totale degli italiani, riuscirono tuttavia ad ottenere maggiori adesioni di quante non ne avesse raccolto il regime fascista prima del 25 luglio; l’ambasciata, priva di titolare, non si era trovata in quel momento in condizioni di fronteggiare efficacemente tale situazione. &lt;793<br>E’ noto che nell’immediato dopoguerra molti fascisti si rifugiarono in America Latina, soprattutto in Brasile e Argentina. Molti fascisti italiani trovarono rifugio a Buenos Aires. Fuggiti dall’Italia nel dopoguerra, gli uomini della ex Rsi creano associazioni combattentistiche, pubblicano saggi e riviste, organizzano raduni e raccolgono fondi per i camerati rimasti in Italia. E’ un ex ufficiale della Gnr, Gaio Gradenigo, il principale leader degli uomini della Rsi che sbarcano a Buenos Aires nel dopoguerra. Ex agente dei servizi segreti salotini a Verona, ricercato dagli Alleati come criminale di guerra, nella primavera del 1945 parte da Genova diretto a Rio de Janeiro. Nel maggio 1947, assieme a Vittorio Mussolini, si trasferì a Buenos Aires, dove fondò la rivista “Risorgimento”. In seguito, nella capitale il figlio del duce acquistò un appartamento nei pressi dell’avenida Corrientes e una residenza lussuosa nel quartiere di Belgrano. Nelle stesse settimane ottenne un prestito dal Banco de la Provincia de Buenos Aires per avviare una serie di attività industriali. In Italia, per quasi due anni, era rimasto nascosto a Como e poi a Rapallo. &lt;794 La scelta della fuga in Argentina nel suo caso era abbastanza scontata, essendo nata lì la moglie, Orsola Buvoli. I rapporti con le alte sfere vaticane permisero a Mussolini di procurarsi un falso passaporto argentino con il quale egli partì da solo viaggiando per precauzione con il classico travestimento da prete; i familiari lo raggiunsero dopo qualche tempo, quando Vittorio riuscì a trovare una sistemazione adeguata. Il console italiano a Mendoza riferisce a Roma già nel gennaio del 1947 sul probabile arrivo illegale del rampollo del duce alla fine di dicembre, ipotizzando una sua permanenza nella città andina. Il 7 febbraio lo stesso diplomatico comunica che le autorità argentine sono “seccatissime che la notizia sia trapelata e temono evidentemente una indiscrezione della stampa che si presterebbe a facili speculazioni antiperoniste”; &lt;795 afferma inoltre di aver svolto indagini a propria volta per accertare se la voce fosse confermata o meno, nonché di aver inutilmente consigliato agli antifascisti dell’Italia Libera di evitare prese di posizione ufficiali e polemiche. Vittorio Mussolini avrebbe ottenuto il passaporto spagnolo in Svizzera, da dove poi si sarebbe recato in Francia; avrebbe poi passato la frontiera a Ventimiglia e si sarebbe imbarcato a Genova sul Philippa diretto in Argentina. Anche Arpesani trasmise un suo rapporto da Buenos Aires: “risulta che il predetto (la cui moglie, come è noto, è nata in questo paese ed è quindi considerata cittadina argentina (…), figlia del connazionale Giuseppe Buvoli) si imbarcò a Genova il 2 dicembre (1946) sul piroscafo “Philippa”, sbarcando a Buenos Aires il 29 dello stesso mese, con passaporto argentino rilasciato al nome di Gabriele Bottero (…), continua a risiedere(…) senza dare luogo a speciali rilievi (…) non risulta (…) finora che il predetto sia oggetto in Italia di procedimenti giudiziari. &lt;796 A giudizio del diplomatico, gli americani, pur mostrando di interessarsi all’espatrio illegale di Mussolini, non intendevano compiere passi ufficiali e interpellare l’Argentina sulla presunta violazione dell’Atto di Chapultepec, aderendo al quale la repubblica del Plata si era impegnata a bloccare l’ingresso di criminali nazifascisti in fuga dall’Europa &lt;797: secondo una notizia di agenzia, il figlio del duce non era ritenuto dagli Stati Uniti un criminale di guerra. Il 28 aprile Arpesani fece sapere al ministero degli Affari Esteri che Vittorio Mussolini aveva concesso un’intervista al direttore del settimanale “Sabato”, di proprietà di Segundo Poncio Godoy, lo stesso che lo aveva accompagnato a un commissariato di polizia per sistemare la sua posizione dopo l’ingresso con documenti falsi. Aveva dichiarato di appellarsi “ai sentimenti cavallereschi e generosi del popolo e delle autorità argentine perché gli fosse concesso di rimanere in questo Paese”. &lt;798 In seguito la faccenda si sarebbe risolta anche se lo stesso Vittorio e padre Eusebio Zappaterreni sarebbero stati denunciati in ottobre da una interrogazione di un senatore, che ne chiedeva l’espulsione. Ma Arpesani si affrettò a comunicare che dopo il suo ingresso irregolare nel paese Mussolini aveva regolato la sua posizione e aveva ottenuto l’11 luglio il permesso definitivo di soggiorno in Argentina.<br>[NOTE]<br>789 Ricordiamo riguardo alla vicenda dei nazisti in Argentina, i risultati importanti della CEANA (Comisión para el Esclarecimiento del las Actividades del Nazismo en Argentina: http://www.ceana.org); anche in CEANA, Informe final, Buenos Aires, 1999. Nella commissione della CEANA, creata dal governo argentino, parteciparono una trentina di specialisti argentini e stranieri. Tra le sue conclusioni, risalta come esista una documentazione riguardante il fatto che circa centottanta criminali di guerra nazisti, dei paesi dell’Asse e di altri sotto occupazione tedesca, giunsero in Argentina alla fine della guerra e negli anni seguenti, ma la cifra risulta molto inferiore al quella di migliaia di rifugiati che alcuni autori avevano segnalato. Infine vedi DAIA, Proyecto testimonio, 2 voll., Buenos Aires, 1998. Rispetto alla questione dell’&#8221;oro nazista&#8221;, vale a dire, trasferimenti di valori in denaro o beni provenienti da gerarchi nazisti o collaborazionisti, parte del quale fu sottratto a vittime di paesi occupati, sia la CEANA sia la ricerca realizzata ufficialmente negli USA (Eizenstat Report, Washington, 1998) per chiarire i trasferimenti di oro nazista nel mondo, non si sono trovate prove rilevanti rispetto alla Germania nel caso argentino, eccetto alcune quantità di oro o valori che alcuni rifugiati croati avrebbero portato in Argentina (secondo la CEANA circa 200 kg. di oro provenienti dalla Banca Centrale della Croazia).<br>790 F. BERTAGNA-M. SANFILIPPO, Per una prospettiva comparata dell’emigrazione nazifascista dopo la seconda guerra mondiale, in “Studi Emigrazione”, XLI, n.155, 2004, pag. 541.<br>791 Ibidem.<br>792 Ivi, pag.542. Sulla vicenda dei criminali di guerra vedere gli utili contributi di F. FOCARDI-L. KLINKHAMMER, La questione dei “criminali di guerra” italiani e una Commissione d’inchiesta dimenticata, in “Contemporanea”, (4), 3, 2000; F. FOCARDI, Criminali di guerra in libertà: un accordo segreto tra Italia e Germania Federale, 1949-55, Carocci, Roma, 2008.<br>793 ASDMAE, Segreteria Generale, 1945, b. 39, Pos..11/16, f.11, D.G.A.P. Italiani all’estero, Appunto a firma Zoppi, s.d., pagg. 6-7.<br>794 G. CASARRUBEA-M.J. CEREGHINO, Tango Connection. L’oro nazifascista, l’America latina e la guerra al comunismo in Italia, 1943-1947, Bompiani, Milano, 2007, pagg. 27-28.<br>795 F.BERTAGNA, La patria di riserva, Marsilio, Venezia, 2006, pag. 206.<br>796 Ivi, cit, pag. 206-207.<br>797 ASDMAE, AP, 1946-50 Argentina, b. 3, f.14. Si trovano trascritti i documenti sui provvedimenti attuati dall’Argentina.<br>798 F.BERTAGNA, cit, pag. 207. La lettera si trova sempre negli archivi del Ministero degli Esteri e fu pubblicata il 26 Aprile 1947.<br><strong>Emanuel Quintas</strong>, <em>I rapporti politici tra Italia e Argentina negli anni del peronismo (1946-1955)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi &#8220;Roma Tre&#8221;, Anno Accademico 2020-2021</p>
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		<title>Movimenti di prefetti alla vigilia dell&#8217;armistizio</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2026 08:48:03 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="http://casamaini.altervista.org/movimenti-di-prefetti-alla-vigilia-dellarmistizio/">Movimenti di prefetti alla vigilia dell&#8217;armistizio</a> proviene da <a href="http://casamaini.altervista.org">Frammenti di storia</a>.</p>
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<p>La recente edizione a stampa dei Verbali del consiglio dei ministri (sofferente dello smarrimento dell’originale dei verbali relativi al periodo precedente l’armistizio) &lt;34 riporta per il periodo dei quarantacinque giorni solo due riunioni (27 luglio e 5 agosto 1943). Alla seduta del 5 agosto vengono ascritti movimenti che sarebbero maturati in realtà solo dopo il 9 agosto, cioè successivamente al cambio della guardia agli Interni fra Bruno Fornaciari e Umberto Ricci. Tale incongruenza, più articolatamente e senza pretesa di esaustività e di completezza, era già rilevata nel capostipite degli studi sui quarantacinque giorni &lt;35 ed implicitamente la si ricava dai verbali medesimi laddove, durante il secondo governo Bonomi, si ratificano i «movimenti di Prefetti effettuati in data 23 e 28 agosto, 5 e 6 settembre 1943, ai quali, in conseguenza degli eventi verificatisi dopo l’8 settembre di detto anno, non fu possibile dare regolare corso» &lt;36. I movimenti, in realtà, avevano prodotto la propria efficacia: mancava, appunto, il decreto di ratifica con la registrazione da parte della Corte dei Conti.<br>Caratteristica comune ai movimenti disposti da Ricci dopo la metà di agosto del 1943 &#8211; e, quindi, a trattative di resa già avviate &lt;37 &#8211; è di non produrre sempre un effetto immediato: le nuove nomine e i trasferimenti, pur disposti, non comportavano illico et immediate il raggiungimento della sede, il quale &#8211; pur determinato &#8211; rimaneva come congelato in vista di una data che restava da destinarsi. Ad ulteriore dimostrazione di un movimento complessivo, un vero e proprio work in progress, è il fatto che alcune sedi restino vacanti per periodi compresi fra una e tre settimane &lt;38 fino al completamento del disegno disposto, sulla carta, con i movimenti del 6 settembre &lt;39. Solo il disegno complessivo dei quattro successivi movimenti conchiudeva quindi in sé un’unica azione senza lasciare sedi vacanti, stravolgendo l’intera geografia dei prefetti dell’Italia del centronord e portando a compimento un nuovo assetto &lt;40.<br>Laddove Fornaciari aveva imperniato il movimento sulla necessità di estromettere una trentina di extra carriera provenienti dai quadri del partito (venti il 27 luglio ed altri dieci il 5 agosto), coinvolgendo nel movimento pressoché le sole province interessate, per un totale di sessantotto movimenti comprendendo i collocamenti a disposizione e gli incarichi presso gli uffici centrali &lt;41, Ricci &#8211; pur dovendo completare il collocamento a riposo di un numero di extra carriera inferiore alla decina &#8211; effettua un numero di movimenti molto più vasto &lt;42.<br>Lo scacchiere di riferimento e l’ora, a questo punto, risultano ormai chiari. La defascistizzazione, se mai era stata all’ordine del giorno del governo Badoglio nell’estate del 1943, si poteva ritenere completata tramite l’estromissione degli extra carriera. L’urgenza era altra, ben più drammatica: preparare il terreno al passaggio di fronte che la resa avrebbe comunque comportato. Solo la data restava aperta, ma la si sapeva comunque prossima se non immediata. Ecco perché l’esigenza di chiudere (6 settembre) il complesso movimento senza lasciare scoperte province. Ecco anche il motivo per cui era necessario attendere, per quanto possibile, un’ora comune al passaggio dei poteri civili in ciascuna<br>provincia. Controprova: al di là delle date di repertorio, alcuni degli extra carriera di più provata fede mussoliniana &#8211; ancorché formalmente sostituiti a ridosso dell’armistizio &#8211; già alla fine di luglio erano stati estromessi con un atto d’imperio militare dalla sede e dalle funzioni &lt;43. La fictio juris della loro permanenza, allora, maschera in realtà un intervallo di circa un mese di varia reggenza, necessitato non dall’impossibilità di trovare immediatamente un sostituto, ma da quella di completare le linee forti di una nuova presenza dei prefetti da leggere in senso geografico e strategico prima ancora che politico od amministrativo.<br>La storiografia nutre generalmente il convincimento che la resa ed il passaggio di fronte fossero noti solo ad una ristretta cerchia di ministri militari vicini alla Corona, oltre che allo stesso Badoglio &lt;44. Se ciò è certo per i dettagli, ed è plausibile anche per le ambiguità ed i ritardi che subì l’intera operazione, non fa i conti tuttavia con il senso di diffusa e trepidante attesa che ad ogni livello coinvolgeva il Paese. Nell’ingenua opinione corrente, infatti, Badoglio e i suoi «avevano tutto predisposto, con energia e sagacia, per tenere salda in pugno la situazione in vista del momento più delicato, che tutti conoscevano: quello dello sganciamento dall’alleanza con i tedeschi» &lt;45.<br>Anche ammettendo, per oggettiva assenza di documentazione, che i movimenti prefettizi avvenissero senza un preciso ordine di servizio &lt;46, non poteva non essere chiaro agli occhi di ciascun prefetto che ciò che stava bollendo nel calderone romano era il cambiamento di fronte. Questo per l’entità e la geografia delle quattro successive tornate in cui si articolavano i movimenti, per il congelamento che essi subivano in vista di una data imminente, per la pressoché totale estromissione degli uomini maggiormente legati all’ala filotedesca del partito fascista e per il totale salvataggio agli effetti della carriera dei prefetti che avevano già operato la scelta angloamericana. Senza togliere che “In una città come Roma non vi è segreto, il più geloso, che non sia conosciuto da tutti entro una settimana dalla sua rivelazione alla persona più fidata” &lt;47.<br>E’ plausibile che Ricci non fosse venuto a conoscenza della data esatta dell’armistizio che a ridosso della sua proclamazione: forse lo stesso 6 settembre in cui dispose gli ultimi movimenti prefettizi &lt;48, forse addirittura solo nella mattinata dell’8 settembre quando Badoglio lo incaricò personalmente dell’approntamento di un piano (poi annullato) per l’evacuazione del governo da Roma &lt;49. Certamente Ricci non accolse di buon grado la delega a vicepresidente del Consiglio che, a cose fatte e fuga in corso, il duca di Addis Abeba gli conferiva per interposta persona, rispondendo di considerarsi dimissionario per essere stato tenuto all’oscuro di tutto &lt;50.<br>Dei quattro movimenti disposti consecutivamente da Ricci, gli ultimi due sono comunque già successivi alla firma della resa a Cassibile, il cosiddetto “armistizio breve”. Restava forse aperta (oltre all’ipotesi di “tenere in nome di Badoglio ancora una volta il piede in due staffe”) il giorno o l’occasione in cui darne l’annuncio, in una data in ogni caso non successiva al 12 settembre &lt;51, anche se appare tuttavia abbastanza plausibile che già per il 9 fosse in agenda una riunione del Consiglio dei ministri nel cui ordine del giorno si desse alla stampa il comunicato dell’avvenuto armistizio &lt;52.<br>Intorno alle due date dell’8 e del 12 settembre ruotano destini e poteri civili di diciassette prefetti e relative province. Scorrendo le cronologie, notiamo come solitamente dal momento del dispositivo di trasferimento all’atto di insediamento intercorra circa una settimana. Salvo rare eccezioni, i movimenti disposti l’11 agosto (e comunicati alla stampa il giorno stesso) si perfezionano con la presa di servizio il 16 agosto; quelli disposti il 29 agosto (comunicati alla stampa il giorno successivo) si perfezionano il giorno 8 settembre. Di quelli disposti fra il 5 e il 6 settembre può essere significativo osservare come l’unico viceprefetto coinvolto per promozione in tale tornata (l’unico, quindi, che dopo l’armistizio poteva raggiungere la nuova sede senza il problema di un passaggio di consegne, resosi difficoltoso quando non improbabile) raggiunga la sede, vorremmo dire regolarmente, il 12 settembre, permettendo così al titolare di raggiungere la sede di Vercelli, vacante da quasi quattro settimane.<br>Un consistente movimento dei prefetti, quindi, avviene esattamente l’8 settembre 1943, con una coincidenza disarmante rispetto alla data cardine dell’armistizio &lt;53. La data non è fittizia: corrisponde fisicamente alla presa di servizio di ciascun prefetto nella nuova sede. C’è appena il tempo di arrivare e prendere possesso dell’ufficio, poi lo Stato si dissolve.<br>[NOTE]<br>34 Cfr. ALDO G. RICCI, Introduzione a ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Verbali del Consiglio dei ministri. Luglio 1943 maggio 1948 , edizione critica a cura di ALDO G. RICCI, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri &#8211; Dipartimento per l’informazione e l’editoria, 1994-1998, 10 voll. (d’ora in poi abbreviato PCM, Verbali, seguito dal numero del volume e dalla data della seduta, solo se necessario dalla pagina di riferimento), 1, pp. XII-XVIII.<br>35 Cfr. INSMLI 1969, 179-189, che indica &#8211; come date in cui i movimenti furono annunciati alla stampa &#8211; i giorni 11, 14, 21 e 29 agosto nonché il 6 settembre.<br>36 Cfr. PCM, Verbali, 3, 29 settembre 1944 e PCM, Verbali, 4, 5 gennaio 1945 (da cui è tratta la citazione). Nella prima seduta, in particolare, si ratificano &#8211; oltre ad alcuni collocamenti a riposo &#8211; le ultime promozioni al grado apicale, fornendo la data di nomina. Alcune di esse, come vedremo, sono letteralmente a ridosso dell’8 settembre.<br>37 Cfr. AGA ROSSI, Una nazione allo sbando cit. pp. 9296.<br>38 Cremona restava scoperta 7 giorni (1 settembre &#8211; 8 settembre), Cuneo 19 giorni (1 agosto &#8211; 20 agosto), Macerata 7 giorni (1 settembre &#8211; 8 settembre), Matera 7 giorni (1 settembre &#8211; 8 settembre), Pavia 19 giorni (12 agosto &#8211; 1 settembre), Pesaro 15 giorni (16 agosto &#8211; 1 settembre), Treviso 15 giorni (16 agosto &#8211; 1 settembre).<br>39 Gli ultimi movimenti, disposti fra il 5 e il 6 settembre, travalicano la data cardine dell’armistizio e coinvolgono le sedi di Aosta, Reggio Emilia, Savona, Sondrio e Vercelli con date d&#8217;insediamento fra il 12 e il 18 settembre. In alcuni casi, il movimento non ebbe la sua naturale conclusione (Lecce, Chieti, Bergamo).<br>40 Si rinvia, per tale aspetto, alle tavole incluse al termine del presente capitolo, ottenute tramite la georeferenziazione dei movimenti prefettizi rilevati.<br>41 Il numero &#8211; se non ci fossero state pressioni politiche &#8211; forse sarebbe stato, negli intenti del Fornaciari, ancor più ridotto. Cfr. il contributo di FILIBERTO AGOSTINI, Per una storia dei prefetti e della società veneta nel secondo dopoguerra. Il caso vicentino, in «Annali della Fondazione Mariano Rumor», 1 (2005), p. 136, che rappresenta &#8211; e non solo per la realtà veneta &#8211; un ottimo quadro d&#8217;insieme. Sulla questione cfr. anche INSMLI 1969, pp. 179-182.<br>42 Considerato che ogni spostamento comporta due movimenti (prefetto in entrata &#8211; prefetto in uscita) appare chiaro che Fornaciari, con 30 collocamenti a riposo di altrettanti extra carriera su 69 movimenti, si limita alla mera sostituzione di essi. I 9 movimenti restanti, infatti, corrispondono al numero dei collocati a disposizione (cfr. anche PAVONE, Alle origini della Repubblica cit. p. 263 nota 261). Diversamente Ricci colloca a riposo solo 7 extra carriera, operando tuttavia 20 trasferimenti, 1 collocamento a disposizione e 6 richiami da disposizione, per un numero di movimenti superiore alla quarantina.<br>43 Fuori dalle carte d’archivio, una testimonianza d’eccezione in tal senso è quella di TOMMASO VALMARANA, Vivere per ricordare, Vicenza, Tipolitografia I.S.G., 1985, pp. 81-86, che sotto le mentite spoglie di Andrea Valdieri racconta con ricchezza di particolari la propria esperienza di capitano dell’esercito incaricato, il 26 luglio 1943, di sostituire il prefetto di Ferrara. Il ricordo appare particolarmente vivido, tanto più che se Tommaso è il fratello minore del più noto Giustino, discendente nel ramo di San Faustino di una delle più antiche famiglie comitali di Vicenza, il prefetto è un altro nobile vicentino, quel Giovanni Dolfin che, federale negli anni Trenta, sarebbe stato il più noto dei segretari particolari di Mussolini durante la RSI. I principali repertori (MISSORI 1989 e CIFELLI 1999 ad vocem) ne datano il collocamento a riposo al primo settembre, ma alla fine di luglio per Valmarana è già l’ex prefetto.<br>44 Cfr. AGA ROSSI, Una nazione allo sbando cit. 96110 e passim. Nei propri diari, lo stesso Bonomi &#8211; all&#8217;altezza del primo settembre 1943 &#8211; si dice però a conoscenza dei piani relativi allo “sbarco del «nemico»”, annotando il giorno successivo di aver “saputo stamani, in via segretissima, che i due nostri emissari sono ripartiti con l&#8217;ordine di firmare”: IVANOE BONOMI, Diario di un anno (2 giugno 1943 &#8211; 10 giugno 1944), Milano, Garzanti, 1947, pp. 84-86.<br>45 RUGGERO ZANGRANDI, L’Italia tradita. 8 settembre 1943, Milano, Mursia, 1971, p. 32.<br>46 Per tradizione, prima ancora che per sicurezza, istruzioni di tale entità non lasciavano traccia scritta ed erano impartiti verbalmente e personalmente previa convocazione a Roma. In questo senso anche nell’apparato militare “si preferì richiamare a Roma i capi di Stato maggiore delle armate interessate, che quindi furono sorpresi nella capitale dall&#8217;annuncio dell&#8217;armistizio” (AGA ROSSI, Una nazione allo sbando cit. p. 84).<br>47 PIETRO SILVA, Io difendo la monarchia, Roma, De Fonseca, 1946, p. 162 (sulla reale paternità dell&#8217;operetta però cfr. FRANCESCO PERFETTI, Introduzione a LUCIFERO, L’ultimo re cit. p. XXXIV e pp. 618-620 nota 23).<br>48 E’, con significativa coincidenza, la data intorno alla quale esiste prova che tutti sapevano dell’imminenza dell’annuncio dell’armistizio. Sapevano anche perfettamente che lo sbarco sarebbe avvenuto all’altezza di Salerno, e che sarebbe toccato all’Italia difendere la linea di Roma: cosa che di fronte ad ogni commissione d’inchiesta negarono poi tutti di sapere: cfr. AGA ROSSI, Una nazione allo sbando cit. 101-107. Sul fronte della Resistenza, a Reggio Emilia la stessa sera del 6 settembre Attilio Gombia (futuro vicequestore del CLN a Padova) “aveva portato da Roma la notizia della firma dell&#8217;armistizio, che era già avvenuta, ma di cui il Paese era ancora all&#8217;oscuro”: GUERRINO FRANZINI, Storia della Resistenza reggiana, introduzione di Giannino Degani, prefazione di Pietro Secchia, Reggio Emilia, Anpi, 1966, pp. 13.<br>49 Cfr. ZANGRANDI, L’Italia tradita cit. p. 160.<br>50 La telefonata del ministro Antonio Sorice con cui, su incarico di Badoglio, gli si comunicava la delega è collocabile fra le ore 3 e le 3,45 del 9 settembre: ZANGRANDI, L’Italia tradita cit. p. 169.<br>51 AGA ROSSI, Una nazione allo sbando cit. pp. 103-107.<br>52 Cfr. INSMLI 1969, pp. 159-160 e 211-213. RICCI, Introduzione a PCM, Verbali, 1, pp. XXVI-XXVII, preferisce ipotizzare che il documento (che “predisposto dall’ufficio &#8211; non ha avuto corso”) sia stato scritto la sera dell’8 settembre, successivamente alla proclamazione dell’armistizio. Confutazione preventiva a tale ipotesi è in ZANGRANDI, L’Italia tradita cit. p. 438, che richiamandosi alla fitta rete di comunicazioni di ordinaria amministrazione presenti, nonché alla prassi, propende al più tardi per la mattinata dell’8 settembre, se non prima.<br>53 Nel rinviare alle principali fonti relative a tali movimenti, è d’uopo invitare a qualche cautela. Laddove INSMLI 1969, pp. 183-189 riporta l’articolazione dei prefetti per provincia indicando come data del movimento “la data in cui venne data alla stampa la notizia del provvedimento” e che precede, come si è visto, il movimento stesso, MISSORI 1989, passim, riporta correttamente la data effettiva di insediamento, ma forse suggestionato dalla data (8 settembre) travisa l’autorità della nomina e la ascrive invariabilmente alla ancora inesistente RSI, laddove si tratta invariabilmente di prefetti ‘badogliani’. Nessuno fra questi prefetti, come vedremo meglio in seguito, aderirà alla RSI.<br><strong>Carlo Monaco</strong>, <em>“Dei doveri che il pubblico ufficio mi impone”. Burocrazie statali e ceti di governo nel Veneto dal fascismo al dopoguerra</em>, Tesi di dottorato, Università Ca’ Foscari &#8211; Venezia, 2008</p>
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		<title>La mafia «prefettizia» in un articolo del 1963</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2026 15:53:06 +0000</pubDate>
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<p>Come concordato con Nisticò [Vittorio Nisticò, direttore del giornale in questione], Chilanti pubblicava alcuni servizi sui rapporti tra mafia e classi dirigenti [su «L&#8217;Ora» di Palermo], con particolare riferimento all’entroterra dell’isola. Il primo della serie, apparso il 9 aprile 1963 col titolo &#8220;I notabili reticenti&#8221;, invitava la costituenda Commissione [la prima Commissione Parlamentare d&#8217;inchiesta Antimafia] a dare priorità alle relazioni politiche dei mafiosi, a partire dal luogo della «collusione organica», la Dc. &#8220;L’inchiesta si farà&#8221; &#8211; scriveva Chilanti &#8211; &#8220;nessuno si illuda. Ma adesso si comprende chiaramente che l’inchiesta parlamentare dovrà occuparsi assai più delle responsabilità politiche che dei “mafiosi”. Perché se è vero che il fenomeno mafia, quale espressione di arretratezza sociale e di carenza dello Stato, potrebbe gradatamente estinguersi col progresso economico è anche vero che un tale progresso non porterà mai alla scomparsa della mafia fin che gruppi o uomini politici riterranno di poter mantenere le proprie fortune servendosi dei mafiosi e, quindi, giungendo perfino a lusingarli. Insomma, la Commissione dovrà tenere conto che “gli amici degli amici” sono in fondo peggiori degli amici&#8221; &lt;442.<br>Prima ancora che della mafia, dunque, bisognava occuparsi dei suoi protettori politici: per i mafiosi, infatti, avrebbero potuto indicarsi persino «delle attenuanti nella tradizione, nelle carenze dello Stato, nel tipo di società, nelle particolari condizioni della lotta per la vita e in definitiva in tutti i dati che concorrono alla formazione della mentalità, della morale, del carattere delle persone» &lt;443. In questi richiami all’arretratezza e al primato delle responsabilità politiche è facile distinguere lo schema in auge a sinistra, così come il suo limite: non ammettere che la mafia potesse costituire di per sé, in quanto struttura autonoma dedita ad attività illegali, un problema politico, e non solo per come si collocasse nel partito di governo.<br>Con altri due servizi, intitolati &#8220;Le cosche del Vallone non fanno fracasso&#8221; e &#8220;La mafia «prefettizia»&#8221;, Chilanti guardava alla mafia dell’interno, a Villalba, Mussomeli e Caltanissetta, dominio incontrastato di Calò Vizzini e Genco Russo. La differenza di questa zona con Palermo stava innanzitutto nel suo basso tasso di omicidi. La pace, però, si doveva allo stretto interrelarsi del fenomeno con la politica e le istituzioni.<br>&#8220;Non sarebbe difficile segnare con un pennellino giapponese, sulla pianta amministrativa e politica di Caltanissetta, tutte le posizioni tenute da nipoti di don Calò, figli di amici di don Calò, rampolli della borghesia mafiosa del Vallone. E medici negli ospedali, avvocati, giudici popolari al Palazzo di Giustizia: c’è insomma la realtà d’una provincia tranquilla governata dagli eredi e dall’organizzazione lasciata da don Calò Vizzini, la stessa sorta sotto gli occhi degli on.li Aldisio e Volpe, sotto gli occhi di prefetti e questori&#8221; &lt;444. Il giornalista anticipava qui una fortunata categoria, quella di «borghesia mafiosa», sviluppata in seguito da intellettuali e studiosi come Mario Mineo e Umberto Santino &lt;445. Nelle sue differenti formulazioni, il concetto ha sempre rimandato alla dialettica tra mafia-organizzazione e relazioni esterne, ai collegamenti del nucleo iniziatico con notabili, politici, imprenditori e professionisti. Anche Chilanti la utilizzò in questa accezione, ma in ottica evoluzionistica. &#8220;A differenza di quanto avviene nella provincia nissena&#8221; &#8211; specificava il giornalista &#8211; &#8220;i capimafia di Palermo, del Trapanese, dell’Agrigentino se ne stanno in disparte, nell’ombra. Talvolta sono addirittura alla latitanza perché perseguiti da mandati di cattura. A Palermo accade che, fornendo i dati biografici di un capomafia ucciso, la polizia lo definisca «pastore» o «bracciante», anche quando si tratta di un imprenditore o di un ricco uomo d’affari […] A Caltanissetta e provincia il mafioso diventato imprenditore mette il suo nome nell’insegna. In questa provincia dunque il grado di sviluppo della mafia e della collusione mafia classe dirigente è più avanzato, è già arrivato ad uno di quei traguardi verso i quali tende la mafia delle altre province&#8221; &lt;446. Questa «mafia prefettizia diventata burocrazia, ceto medio, libera professione», intese dire Chilanti, costituiva sia una specificità nissena, sia il modello delle altre componenti mafiose &lt;447 (cfr. Fig. 15).<br></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/15tm.png"><img loading="lazy" decoding="async" width="480" height="640" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/15tm.png" alt="" class="wp-image-7206" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/15tm.png 480w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/05/15tm-320x427.png 320w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Figura 15. Il servizio intitolato &#8220;La mafia prefettizia&#8221; di Felice Chilanti. Fonte: Ciro Dovizio, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>Dalla sua prospettiva, il destino della mafia sarebbe stato necessariamente di amalgamarsi ai gruppi dirigenti, di imborghesirsi, se non addirittura di tramutarsi in classe sociale. In effetti non era il solo a pensarla in questi termini: &#8220;Se ci pensi bene&#8221; &#8211; avrebbe dichiarato Marcello Cimino a Michele Perriera molti anni più tardi &#8211; &#8220;l’unica vera borghesia che abbia prodotto la Sicilia è la mafia […] Forse l’arretratezza della Sicilia sarà vinta man mano che i figli e i nipoti dei mafiosi si rifaranno un volto e una cultura. E investiranno in una economia pulita i capitali che i loro nonni hanno accumulato con la droga e con la morte&#8221; &lt;448.<br>Il tema dei collegamenti tra la mafia e i poteri legittimi o, più in generale, il sovramondo è antico quanto il fenomeno stesso &lt;449. In questo caso forniva, oltre che una chiave di lettura, un efficace argomento polemico: l’accusa di Chilanti alla Dc era infatti di boicottare la Commissione confidando che l’espansione economica e la trasformazione dei mafiosi in borghesi avrebbe tolto di mezzo l’aspetto criminale. L’impressione, però, è che la logica di schieramento lo portasse ancora una volta a supervalutare il dato politico e a non considerare la capacità della mafia di tenere insieme attori e interessi diversi, d’estrazione popolare, intermedia e notabilare, a sottovalutarne, in una parola, l’interclassismo. Dai suoi reportage emergeva la tendenza della componente nissena a farsi potere ufficiale, fino a lambire i vertici della società. D’altronde questa era stata la consegna di Nisticò: affrontare il nodo politico, il versante delle protezioni istituzionali.<br>Tornò pertanto utile richiamarsi al complotto per eccellenza: la collaborazione tra mafia e apparati di sicurezza per eliminare Giuliano. La Commissione, scrisse Chilanti, avrebbe dovuto fare chiarezza sul primo grande intrigo della Repubblica, sul coinvolgimento di conclamati capimafia nella repressione del banditismo, cominciando magari da &#8220;L’uomo che sa tutto&#8221;, Mario Scelba, il ministro degli Interni di quella drammatica stagione: proprio costui, secondo il giornalista, avrebbe rappresentato l’«esempio tipico di uno sbarramento protettivo della mafia eretto ad altro fine» &lt;450: nel caso Giuliano, il ripristino dell’ordine a dispetto di ogni principio legalitario.<br>[NOTE]<br>442 F. Chilanti, I notabili reticenti, in «L’Ora», 9 aprile 1963.<br>443 Id., Le cosche del Vallone non fanno fracasso, in «L’Ora», 11 aprile 1963.<br>444 Id., La mafia “prefettizia”, in «L’Ora», 18 aprile 1963.<br>445 U. Santino, La borghesia mafiosa. Materiali di un percorso di analisi, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1994. Si veda anche Id. La mafia come soggetto politico, in G. Fiandaca, S. Costantino La mafia, le mafie, cit., pp. 122-124.<br>446 F. Chilanti, La mafia “prefettizia”, cit.<br>447 Ibid.<br>448 M. Perriera, Marcello Cimino, cit., pp. 147-148.<br>449 Ampiamente adoperata nei suoi lavori da Salvatore Lupo e, prima di lui, dal cronista Chilanti (si veda la sua Introduzione a N. Gentile, Vita di capomafia, cit.) l’espressione &#8220;sovramondo&#8221; indica l’insieme dei soggetti esterni al nucleo iniziatico della mafia e in particolare gli ambienti politici, istituzionali ed economici con cui essa si relaziona.<br>50 M. Farinella, Il siciliano che sa tutto, in «L’Ora», 20 aprile 1963.<br><strong>Ciro Dovizio</strong>, <em>Scrivere di mafia. «L&#8217;Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75)</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019</p>
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		<title>Per la seconda volta, quindi, un governo Dc ottiene la fiducia grazie alle destre</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2026 10:06:54 +0000</pubDate>
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<p><strong>Segni II</strong><br>Le vicende che conducono alle dimissioni del governo Fanfani, il 26 gennaio 1959, sono riconducibili a cinque ordini di motivi: a) mancata approvazione da parte della Camera dei deputati del disegno di legge di conversione istitutivo di un diritto erariale speciale sui veicoli a motore azionati con gas di petrolio liquefatto (20 novembre 1958); b) abolizione, contro la volontà del governo, della sovrimposta addizionale sulla benzina (4 dicembre 1958); c) rifiuto di convertire un decreto legge relativo al commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli, carni e prodotti ittici (11 dicembre 1958); d) dimissioni (poi ritirate) del Ministro dei trasporti successivamente alla presentazione di modifiche al nuovo codice della strada (20 gennaio 1959); e) dimissioni del Ministro del lavoro e della previdenza sociale a causa delle resistenze incontrate per l’attuazione delle riforme sociali previste dal programma governativo e della dichiarata ri-apertura della corrente di sinistra del Psdi al partito socialista &lt;94. Dopo una prima tornata di consultazioni, l’incapacità di trovare un nuovo accordo per un governo di centro-sinistra determina Fanfani, il 31 gennaio, a rassegnare le proprie dimissioni da segretario della Dc &lt;95. Data la permanenza dell’inconciliabilità delle posizioni dei partiti, Gronchi rigetta le dimissioni di Fanfani, invitando il Parlamento a un’assunzione di responsabilità &lt;96. Tuttavia, dopo ulteriore riflessione, Fanfani ribadisce la propria volontà di dimettersi, determinando una nuova tornata di consultazioni del Capo dello Stato che conducono al diretto conferimento dell’incarico a Segni (6 febbraio) &lt;97. Anche in questo contesto sorgono alcuni dubbi sullo sconfinamento del Capo dello Stato dal mero potere di nomina conferitogli dall’art. 92, quando afferma di dover indicare una personalità “sulla base di un programma che possa raccogliere la maggioranza necessaria dei consensi”. Segni, peraltro, dichiara di impegnarsi nella formazione di un governo “che possa proseguire nello svolgimento del programma impostato dopo le elezioni dello scorso anno” &lt;98. Questa dichiarazione, unita alla molteplicità di incontri che intercorrono tra Segni e Gronchi nei giorni successivi, richiamano l’attenzione tanto della stampa quanto della dottrina, che rinvengono una vera e propria ingerenza del Capo dello Stato nella definizione del programma di governo &lt;99. Segni forma un governo monocolore Dc, che ottiene la fiducia di Pli, Pnm, Msi e Pmp &lt;100. Per la seconda volta, quindi, un governo Dc ottiene la fiducia grazie alle destre.<br>Intanto, l’8 febbraio 1959, il Psdi si scinde a causa del distacco della corrente di sinistra, che fonda il “Movimento Unitario di iniziativa socialista” avente l’obiettivo di confluire nel Psi. Circa un mese dopo, il 15 marzo, in occasione del Consiglio nazionale della Dc, Aldo Moro diventa segretario del partito. La portata di questo avvenimento può essere compresa solo alla luce di quanto accaduto poco tempo prima, proprio in vista del Consiglio nazionale: gli esponenti di Iniziativa Democratica si riuniscono, infatti, nel convento di Santa Dorotea, a Roma. In tale occasione il movimento si scinde e nasce la corrente dorotea del partito: infatti, gli ex-fanfaniani si dividono tra coloro che si oppongono alle dimissioni di Fanfani e vogliono continuare su un linea di apertura a sinistra e coloro &#8211; appunto, i dorotei (tra gli altri, Segni, Rumor, Colombo e Moro) &#8211; che accettano le dimissioni del segretario e scelgono di mantenere in vita il governo di Segni rimandando a un momento successivo l’apertura ai socialisti. E’ questa spaccatura che, in sede di Consiglio nazionale, determina l’accettazione delle dimissioni di Fanfani e la nomina a segretario di Aldo Moro. Sarà soltanto con il fallimento del governo Segni, e la drammatica esperienza del governo Tambroni, che i dorotei riapriranno al Psi &lt;101.<br><strong>Tambroni I, il governo “palatino”, Fanfani III e IV</strong><br>Il Consiglio nazionale del partito liberale, i giorni 20 e 21 febbraio 1960, delibera l’uscita dal governo del Pli di Malagodi. Le ragioni della defezione sono prevalentemente riconducibili a quattro temi su cui il partito si trova in contrasto con il Governo: a) referendum; b) regioni; c) nazionalizzazione dell’energia elettrica; d) rapporti tra Stato e Chiesa. Segni, preso atto del mutato contesto politico e considerato che &#8211; venuto meno l’apporto dei liberali &#8211; il governo sarebbe rimasto operativo soltanto grazie all’apporto del Msi, sentito il Consiglio dei ministri, rassegna le dimissioni del Gabinetto &lt;102. Gronchi, effettua un primo giro di consultazioni, al termine delle quali, avendo la lungaggine dei lavori (dal 26 febbraio al 2 marzo) suscitato anche in questa occasione la curiosità della stampa, dichiara: “ritengo […] che le consultazioni […] richiedano una valutazione ampia, oltre che una analisi minuta di fatti e di intenzioni, dei problemi risolti o non risolti da cui è scaturita la crisi. Perciò ho ritenuto opportuno condurre le consultazioni più sul piano di vere e proprie ampie conversazioni che non sul terreno convenzionale del quesito schematico allo scopo di consentire la esposizione, da parte di ciascuno dei miei interlocutori, di un fondato giudizio complessivo”. In data 4 marzo Gronchi affida all’on. Leone, presidente della camera, l’incarico di effettuare “un più approfondito esame di taluni orientamenti dei gruppi parlamentari”. Trattasi, anche questa, di una novità nella prassi delle consultazioni. Infatti, nonostante lo stesso on. Leone definisca la delega ricevuta “mandato esplorativo”, si premura di sottolinearne la differenza rispetto a quello che, nel 1957, era stato affidato a Merzagora: il “mandato affidatomi dal Capo dello Stato […] non ha avuto alcuna linea prestabilita. In caso contrario non avrei accettato il mandato o ne avrei dichiarato il limiti fin dall’inizio come fece il Presidente Merzagora in analoga situazione” &lt;103.<br>Dopo un primo incarico, in data 8 marzo, al sen. Piccioni, che declina la proposta, Gronchi conferisce l’incarico a Segni, il quale si riserva di accettare. E’ in questo contesto, il 9 marzo, che Gronchi rilascia una dichiarazione in merito alle polemiche sui poteri del Capo dello Stato, sottolineando, come già avvenuto in passato, la necessità che i problemi relativi ai poteri degli organi costituzionali siano affrontati in Parlamento, “la sede, la sola sede responsabile per proporre ed esaminare simili problemi in sede costituente o legislativa” &lt;104. Segni si affretta a valutare la possibilità di formare una coalizione governativa tra Dc, Psdi e Pri. Interessante, in questa fase, una nota confidenziale da parte di Gronchi a Segni, che sembrerebbe lasciar trapelare ulteriormente l’interferenza del Presidente della Repubblica nelle decisioni circa la compagine ministeriale e le linee programmatiche: “dai resoconti nei giornali di stamane apparirebbe che tu avresti adombrata la possibilità da parte tua di tentare altre formule, in caso di insuccesso della combinazione a tre […] Se le cose volgessero decisamente ad una conclusione negativa, confermo […] che tutto dovrà essere rimesso in discussione compreso il mandato”.<br>Le difficoltà di trovare un accordo per un governo Dc-Psdi-Pri determinano Segni a rifiutare l’incarico (21 marzo), spinto a interrompere le trattative, sembrerebbe, dalle pressioni della Chiesa, avversa a un’apertura a sinistra &lt;105. Subito dopo, viene diffusa la notizia ufficiosa che il Capo dello Stato avrebbe chiesto all’on. Leone se fosse disposto ad accettare l’incarico, ma questi avrebbe chiesto di non rendere ufficiale l’offerta perché la avrebbe declinata.<br>Il 21 marzo Gronchi conferisce a Tambroni l’incarico di formare il governo &lt;106.<br>[NOTE]<br>94 Per una ricostruzione degli scandali (caso Giuffrè e caso di Silvio Milazzo in Sicilia) che indirettamente contribuiscono alla crisi di governo cfr. I. Montanelli &#8211; M. Cervi, op. cit., 1989, pp. 101 ss. Per una breve ricostruzione dell’attività del governo Fanfani, cfr. G. Mammarella &#8211; P. Cacace, op. cit., pp. 97-98.<br>95 Per le dichiarazioni rilasciate dai partiti dopo le dimissioni del Gabinetto Fanfani cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 13.<br>96 Tale osservazione, valutata da alcuni come un invito a parlamentarizzare la crisi, dovrebbe secondo altri intendersi alla stregua di una semplice constatazione presidenziale volta a sottolineare, semmai, la regolarità della procedura seguita (ossia, la mancata accettazione delle dimissioni). Cfr., in proposito, M. Bon Valsassina, Le dimissioni del Gabinetto Fanfani e la nomina del Governo Segni, in L. Elia &#8211; M. Bon Valsassina, op. cit., pp. 373 ss., note 1-2-3. In occasione del rifiuto delle dimissioni, qualcuno contesta la mancata riconvocazione del Consiglio dei ministri, che avrebbe dovuto essere volta a valutare la disponibilità di questi ultimi a rimettersi in gioco. Sul punto cfr. ibidem, pp. 375 ss., note 5-6-7.<br>97 Sull’ostilità di Gronchi rispetto all’ipotesi di un governo Segni &#8211; che gli viene imposto dalla corrente dorotea della Dc &#8211; e sul suo piano di sciogliere le Camere per poi affidare l’incarico a Tambroni, cfr. P. Guzzanti, op. cit., pp. 100-101.<br>98 Entrambe le dichiarazioni sono richiamate da Gronchi in una lettera di chiarimento inviata a Segni il 9 febbraio 1959, dove il primo, chiarendo di non voler interferire nelle decisioni del presidente incaricato per l’assolvimento del suo mandato, sottolinea l’opportunità di non “costituire un Governo qualsiasi a qualunque prezzo”. Ribadisce, peraltro, che il presupposto programmatico deve ovviamente essere accettato dai gruppi parlamentari interessati, in particolare dalla Dc (cfr. Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Servizio archivio storico, documentazione e biblioteca, Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, Quaderni di documentazione, n. 11, Roma, 2009, pp. 219-220). La dichiarazione di Segni è anche riportata in M. Bon Valsassina, cit., p. 379.<br>99 Sulle interferenze del Capo dello Stato e le critiche alle medesime, cfr. M. Bon Valsassina, cit., p. 380, nota 8.<br>100 Per la ricostruzione della crisi di governo cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 13. Nella stessa busta si trovano anche vari articoli dei quotidiani dell’epoca con le varie teorie sui motivi nascosti delle dimissioni di Fanfani. Non manca chi ritiene che esista un “piano Gronchi”, il quale pilotando il gioco politico avrebbe voluto condurre alla formazione di un governo con le sinistre, o comunque gradito a queste ultime (cfr., tra gli altri, Renzo Trionfera, Dopo 190 giorni di vita dura, il governo è caduto: a decidere Fanfani sarebbe stato un tempestoso colloquio al Quirinale, in L’Europeo dell’8 febbraio 1959). D’altra parte, c’è anche chi ritiene che le modalità di gestione della crisi da parte del Capo dello Stato siano state ineccepibili (cfr., in tal senso, V. Gorresio, Un richiamo alla Costituzione, in La nuova stampa del 4 febbraio 1959). Non mancano le critiche all’operato del Capo dello Stato anche in sede di dibattito parlamentare: il sen. Caristia, intimo di don Sturzo, denuncia “una tendenza ad allargare i poteri del capo dello Stato, nel senso che a lui spetterebbe non solo designare il Presidente del Consiglio, ma anche i singoli componenti del Gabinetto” (Senato della Repubblica, Resoconto sommario, 85a e 86a seduta, mercoledì 4 marzo 1959, pp. 15-16).<br>101 Sulla nascita della corrente dei dorotei, e, al suo interno, di una corrente “morotea” più favorevole a un’apertura ai socialisti, cfr. I. Montanelli &#8211; M. Cervi, op. cit., 1989, pp. 106 ss.<br>102 La natura extra-parlamentare della crisi viene duramente contestata dal presidente del Senato Merzagora in aula (cfr. Merzagora protesta per la crisi extra-parlamentare e denuncia la grave corruzione nella vita politica italiana, in “Il Corriere della Sera” del 26 febbraio 1960). Seguono le dimissioni di Merzagora e uno scambio di carteggi tra quest’ultimo e Gronchi in merito ai profili, tanto formali quanto sostanziali, dell’intervento in aula del presidente del Senato. Nella lettera di Gronchi si chiarisce che, in primo luogo, la crisi del governo Segni può dirsi avere origine parlamentare, in quanto è derivata dal distacco dalla maggioranza parlamentare di un partito a seguito di una deliberazione presa in seno al Consiglio nazionale del partito stesso (questa tesi è peraltro perorata anche da Segni stesso in sede di replica all’intervento di Merzagora) e, in secondo luogo, che nel caso in cui si voglia definire come<br>parlamentare soltanto quella crisi che trae origine da una mozione di sfiducia non ci sono precedenti, se non una mozione presentata dall’on. Nenni nel 1949. Seguono alcune osservazioni volte a replicare alla condanna dell’operato del Presidente della Repubblica (in sostanza, Gronchi ribadisce l’autonomia conferita al Capo dello Stato dalla Costituzione circa la risoluzione delle crisi di governo e la necessità che ogni cambiamento avvenga per opera di una legge costituzionale) e della corruzione della classe politica (in merito a quest’ultimo passaggio, Gronchi si limita a un invito a evitare generalizzazioni). Merzagora risponde alla lettera sottolineando, per quanto concerne le crisi extra-parlamentari, i seguenti punti: a) il fatto che Segni si fosse impegnato, anche in sede di discorso programmatico, a non dare inizio a crisi governative che non scaturissero da una dimissione in Parlamento, circostanza peraltro richiesta dallo stesso Presidente della Repubblica, si pone in contrasto con il comportamento seguito dal primo ministro dimissionario e avallato dal Capo dello Stato; b) la crisi non può affatto ritenersi di origine parlamentare non essendo menzionata in alcun atto parlamentare e in considerazione del fatto che il governo Segni si è caratterizzato fin da subito come privo di una maggioranza precostituita (dal che risulta priva di fondamento la inferenza che connette il distacco del Pli a una presunta origine parlamentare della crisi causata dal ritiro di un partito della maggioranza); c) la parlamentarizzazione della crisi avrebbe consentito un dibattito, un’assunzione di responsabilità e, forse, una risoluzione della crisi in tempi più brevi; d) la Carta Costituzionale prevede l’istituto della fiducia e il fatto che non ci siano precedenti di utilizzo della mozione di fiducia non vuol dire che tale istituto non fosse stato concepito dai Costituenti come lo strumento maestro per portare un governo alle dimissioni. Per le dichiarazioni di Merzagora in aula, i carteggi intercorsi tra il presidente del Senato e il Capo dello Stato, la stampa sulle dichiarazioni di Merzagora e sulle ragioni della crisi governativa, cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14. A chiarire la natura della crisi del governo Segni sono peraltro intervenuti insigni studiosi. Mortati ricorda che il testo della Costituzione si caratterizza per l’elasticità, non consentendo di considerare la mozione di sfiducia l’unico strumento costituzionalmente conforme per azionare una crisi di governo, a maggior ragione considerando la rilevanza che il testo costituzionale attribuisce ai partiti nella determinazione della politica del Paese, talché il venir meno dell’appoggio di un partito parte della coalizione di maggioranza determina de facto una presa di posizione che non può considerarsi esterna al circuito parlamentare. Il costituzionalista pone l’accento, da ultimo, sull’importanza della figura del Capo dello Stato, cui compete decidere sulla base delle circostanze se rimettere il governo a un dibattito in assemblea o meno. Tesauro fornisce un’interpretazione in parte diversa della distinzione tra crisi parlamentare e crisi extra-parlamentare, ritenendo che la seconda tipologia si verifichi soltanto ogni qual volta la crisi sia dovuta a forze estranee al Parlamento (es. manifestazioni, determinazioni dei sindacati o di organizzazioni economiche, ecc.). Quando, al contrario, la crisi è da ricondursi alla volontà, espressa in qualsivoglia modo, di organi parlamentari (gruppi, commissioni, ecc.) questa può dirsi di natura parlamentare. Su una posizione diametralmente opposta si colloca, invece, Barile, il quale non condanna l’attivazione della crisi in sede esterna al Parlamento, bensì il suo svolgimento extra-parlamentare, in quanto un dibattito parlamentare (anche senza voto di fiducia) è sempre opportuno. Crisafulli, invece, propone la tradizionale distinzione: la crisi parlamentare deriva da una mozione di sfiducia o dalla sconfitta del governo in sede di votazione su una questione di fiducia, trattandosi, quindi, in tutti gli altri casi (compreso quello oggetto di esame), di crisi extra-parlamentare. Interessante la posizione di Maranini, che è a favore della c.d. sfiducia costruttiva, considerando illegittime tutte le crisi, anche azionate con mozione di sfiducia, azionate da soggetti che non sono in grado di proporre un programma di governo alternativo e a individuare una nuova maggioranza. Egli, inoltre, al contrario di tutti gli altri costituzionalisti, condanna lo sviluppo di prassi che vanno in un senso non conforme a quello voluto dal parlamentarismo. Guarino mette in luce l’irrilevanza, dal punto di vista sostanziale, della distinzione tra crisi parlamentari ed extra-parlamentari, posto che il sistema politico è in continua evoluzione e che un dibattito parlamentare potrebbe anche sortire l’effetto di creare più confusione. Le interviste ai costituzionalisti sono riportate in “Vita Italiana” n. 11 del 1960 (17 marzo), pp. 12 ss., consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14. Sulla stessa posizione di Guarino, circa la portata meramente nominalistica della distinzione tra crisi parlamentari ed extra-parlamentari, cfr. M. Bon Valsassina, La crisi provocata dalle dimissioni del secondo Ministero segni e la sua soluzione, in L. Elia &#8211; M. Bon Valsassina, op. cit., p. 387, nota 1. In linea con la concezione tradizionale di crisi extra-parlamentare, e con la sua liceità, si colloca anche l’opinione di Vincenzo Sica, costituzionalista, il quale fornisce un quadro esaustivo della suddivisione dei ruoli tra partiti, Presidente del Consiglio incaricato e Presidente della Repubblica, sottolineando che compito di quest’ultimo è soltanto individuare un incaricato alla formazione del governo, il quale poi si adopererà per determinare la composizione del Gabinetto e un programma. In questo contesto e rispettati questi limiti, la valutazione del Capo dello Stato legittimamente può condurre alla formazione di un governo c.d. di amministrazione, in attesa di un chiarimento della situazione politica, dovendosi considerare lo scioglimento una extrema ratio (cfr. Vincenzo Sica, Crisi di governo e ordine costituzionale, in La voce repubblicana del 17 marzo 1960, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14). Per ulteriori approfondimenti sul tema delle crisi extra-parlamentari, cfr. gli interventi di P. Barile, V. Crisafulli, E. Corsa, G. Cuomo, G. Maranini, V. Mazzei, F. Pergolesi, A. Predieri, S. Tosi (Aa. Vv., Le crisi di governo nel sistema costituzionale italiano, in “Rassegna Parlamentare”, 2 (1960), n. 4, Milano, Giuffrè, pp. 834-884); F. Mohrhoff, Legittimità costituzionale delle crisi extraparlamentari, Roma, Colombo, 1962; A. Bozzi, Nomina, fiducia e dimissioni del Governo, in “Rassegna parlamentare”, 2 (1960), n. 4, p. 885-911; M. Stramacci, Contributo ad una teorica delle crisi ministeriali in Italia, in “Rassegna parlamentare”, 2 (1960), n. 4, p. 911-924.<br>103 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14 per le dichiarazioni dell’on. Leone in merito alla particolare gestione delle consultazioni con i gruppi parlamentari, con particolare riferimento ai gruppi misti.<br>104 Silvano Tosi mette in luce che è la Costituzione a definire le attribuzioni del Presidente della Repubblica: sarebbe quindi opportuno, come suggerito da Gronchi stesso, che il Parlamento si adoperasse per modificare ciò che nel dettato costituzionale viene ritenuto carente o non adeguato, nonché per adottare le disposizioni necessarie a mettere in funzione il procedimento di stato d’accusa del Capo dello Stato davanti alla Corte Costituzionale (come viene peraltro fatto in quel periodo). Inoltre, continua Tosi, non viene fatto alcun divieto al governo di dissentire di volta in volta dalle modalità di esercizio dei poteri da parte del Capo dello Stato, sia mediante il rifiuto dell’apposizione della controfirma, sia mediante dichiarazioni. Fintanto che il governo si presta all’operato del Capo dello Stato, è il primo a rispondere sotto un profilo politico degli atti posti in essere (cfr. Silvano Tosi, Adempimento costituzionale, in “Il Resto del Carlino” del 7 aprile 1960, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14). Sui comportamenti del Capo dello Stato si esprime anche Maranini, che parla di “dinamismi costituzionali” fisiologici in un sistema di divisione dei poteri a regime parlamentare, non assembleare né tanto meno presidenziale, quale quello italiano (cfr. Giuseppe Maranini, I poteri costituzionali, in “Il resto del Carlino” dell’11 marzo 1960, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14). In proposito, si segnala anche una lettera inviata al direttore de La Voce repubblicana da un Costituente (che sceglie di rimanere anonimo), dove si mette in luce che il Capo dello Stato, lungi dall’essere un mero notaio nella gestione delle crisi governative, deve agire nella direzione che gli è necessaria per designare un incaricato intorno al quale si formi una maggioranza, auspicabilmente, precostituita. In quest’ottica, posta l’autonomia del Presidente del Consiglio nella determinazione e coordinamento della politica governativa, non si rinviene alcun limite né al conferimento di pre-incarichi o missioni esplorative, né al conferimento di un incarico vincolato, se questo è ritenuto necessario alla luce delle consultazioni effettuate (cfr. Un Costituente, Le consultazioni del Presidente della Repubblica, in “La Voce repubblicana” dell’11 marzo 1960, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 14).<br>105 Cfr. G. Mammarella &#8211; P. Cacace, op. cit., pp. 99-100; C. Redi, Il governo Tambroni: momento politico di passaggio da coalizioni di centro o di centrodestra al centrosinistra e spartiacque istituzionale nella prassi dei rapporti Presidente-Parlamento-Governo, in Aa. Vv., op. cit., 2013, p. 4.<br>106 Lo stesso Nenni si sarebbe dichiarato favorevole a Tambroni, sempre nell’ottica dell’agognata apertura di un percorso governativo con le sinistre, ma, ottenuto il dissenso del proprio partito, avrebbe ritrattato con una lettera al Capo dello Stato. A questo punto, sembra che Gronchi volesse incaricare Gonella, ma la Dc si dice contraria e Tambroni rimane (cfr. F. Damato, op. cit., pp. 64-65).<br><strong>Elena Pattaro</strong>, <em>I &#8220;governi del Presidente&#8221;</em>, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum &#8211; Università di Bologna, 2015</p>
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		<title>Altri reparti cosacchi rastrellarono i fianchi boscosi della collina</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 08:00:15 +0000</pubDate>
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<p>Annunciata ufficialmente il 23 settembre 1943, l’istituzione della R.S.I. incrementò la necessità di una guerriglia attiva. La costituzione di quest’ultima fu l’ennesima rappresentazione di uno Stato fantoccio utile alle mire espansionistiche della potenza tedesca il cui scopo fu quello di estendere la propria egemonia all’Italia settentrionale; controllare le grandi industrie italiane considerate essenziali per la macchina bellica tedesca; reperire le derrate alimentari necessarie all’approvvigionamento; implementare la forza lavoro da utilizzare come manodopera in Germania &lt;40 e reclutare nuove forze da impiegare nella lotta antipartigiana tramite il richiamo alle armi per i giovani(il cui arruolamento fu operato dalla Guardia Nazionale Repubblicana, l’esercito costituito dalla R.S.I.). I margini d’azione entro cui la Repubblica Sociale Italiana poté agire furono decisamente circoscritti: politicamente e militarmente fu principalmente impegnata in funzione antipartigiana o nel presidio delle linee di comunicazione; geograficamente la sua sovranità fu sospesa in determinati territori. Difatti va precisato che, al momento dell’occupazione del territorio italiano, Hitler emanò un’ordinanza secondo cui l’Italia sarebbe stata divisa in ‘territorio occupato’ e in ‘zone di operazioni’, attuando così degli specifici piani di annessione. Nell’Italia nord-orientale furono organizzate due zone amministrative, inglobate all’interno del Terzo Reich, così suddivise: l’Alpenvorland (Prealpi) che comprendeva le province di Bolzano, Belluno e Trento; l’Adriatisches Küstenland (Zona di Operazioni Litorale Adriatico), costituito il 1° ottobre 1943, il quale comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Lubiana &lt;41.<br>[…] <em>Intervista a Bortolin Vittorio, sindaco di Azzano Decimo (PN) in relazione al fatto avvenuto il 25 marzo 1945 al Ponte di Corva</em>.<br>Presso il Ponte di Corva, in territorio del Comune di Pordenone, sorgeva una casa colonica di proprietà del conte Cattaneo di Pordenone. Detta casa colonica e il terreno agricolo circostante era dato a mezzadria a Pitton Antonio che lo lavorava assieme alla moglie, ai 4 figli e ai nipoti: una famiglia di 25 persone in tutto. La mattina del 25 marzo 1945, verso le ore 3, una squadra partigiana bussò alle loro porte: era la squadra comandata da “Boris” formata da 12 uomini (i 12 apostoli, come si presentarono loro stessi) che chiedeva da mangiare e da riposare. Mentre la donna di casa, svegliata, preparava qualcosa da mangiare, i 12 si sistemarono nel fienile e, posta una sentinella, dopo essersi rifocillati, sparirono in esso. In un’ala della casa colonica dormiva però anche il conte Cattaneo il quale, accortosi della presenza partigiana, abbandonò di nascosto la casa, si portò velocemente a Pordenone e avvertì le bande nere. Queste, senza por tempo in mezzo, con alcune loro squadre, si spostarono a Ponte di Corva e, verso le 10, accerchiarono la casa colonica. La sentinella partigiana, un sottufficiale indiano di nome di battaglia “Nobile”, diede l’allarme.<br>I repubblichini avevano avuto indicazioni precise dal conte sul come comportarsi: dovevano salire attraverso il vano scale dell’abitazione e quindi, passando per una porta che univa questo col fienile, sorprendere il gruppo partigiano. Invece, la sorveglianza della sentinella partigiana sconvolse i loro piani: immediatamente nacque una vera e propria sparatoria. I repubblichini occuparono il pianterreno e la cucina; i partigiani, attraversata la tromba del foraggio, dal fienile scesero nella stalla; da questa fecero irruzione in cucina eliminando l’ufficiale repubblichino che comandava le squadre fasciste; poi si lanciarono all’aperto e nonostante il fuoco avversario seguendo un fossato che scendeva al Meduna (chiamato Rio Boal), riuscirono a sfuggire all’accerchiamento. Accadde però che un partigiano sprofondò nella concimaia: due altri si fermarono per aiutarlo perdendo alcuni istanti preziosi per cui i tre furono catturati. Percossi immediatamente a sangue, i tre furono subito dopo fucilati e i loro corpi appesi ai cespugli lungo la strada dove rimasero in mostra per due giorni e mezzo. Nella fucileria che seguì la fuga del gruppo partigiano vennero feriti gravemente due repubblichini, uno dei quali morì subito per le ferite riportate. In seguito alla sparatoria, scoppiò un incendio che distrusse completamente il fienile e la stalla con tutto il bestiame.<br>La famiglia Pitton invece uscì incolume dalla brutta avventura.<br>Azzano Decimo, 5 maggio 1985.<br>[…] <em>Testimonianza di Mautino Ferdinando “Carlino” C.S.M. della Brigata Garibaldina “Natisone”</em>.<br>Telefonicamente chiedo a “Carlino” informazioni riguardo un periodo particolarmente interessante per le mie ricerche sulla Brigata “Picelli-Tagliamento” nella sinistra Tagliamento.<br>Ecco quanto mi riferisce: “Carlino” nel dicembre ’44 era comandante del Btg. Scuola Divisionale per Allievi Comandanti e Commissari della Divisione d’Assalto “Natisone”. Ferito gravemente ad un polmone a mezzo dicembre ’44, non poté seguire la Divisione nel suo spostamento ad est dell’Isonzo, perché venne trasportato in lettiga da quattro partigiani verso l’abitato di Montemaggiore. Colà esisteva un ospedaletto militare, che di ospedaletto però non aveva che il nome! Infatti era sistemato nella canonica e formato in tutto da 3/4 letti riservati ai feriti più gravi. In una parola, era un punto di prima assistenza più che un ospedale. Era servito da due aspiranti dottori, uno italiano e l’altro sloveno. Non trovando posto nel predetto ospedale, i quattro portatori sistemarono “Carlino” in una specie di capanno da caccia in muratura che sorgeva al limite nord di Campo di Bonis (una zona parcheggiata ai piedi della salita che conduce direttamente a Montemaggiore, lungo la quale si snoda la strada carrozzabile che raggiunge l’abitato). Detto capanno era posto sul primo pendio sopra il predetto tratto pianeggiante al limitare del bosco. I quattro partigiani si fermarono con “Carlino” come una “vera guardia del corpo” e si sistemarono nel capanno stesso. Il 19 febbraio 1945, verso mezzogiorno, iniziò un rastrellamento in grande stile: truppe cosacche comandate da tedeschi, provenienti da Taipana, cominciarono da sud la penetrazione del Campo di Bonis. La vivace resistenza di Montemaggiore le bloccò, tanto che, dopo vani tentativi da sud e da ovest, desistettero al calar del sole. L’ospedaletto italo-sloveno sloggiò: i feriti vennero portati in salvo e i reparti della “Picelli” e degli sloveni ripiegarono sulle montagne verso nord e verso est. Nella notte, pure “Carlino” che era rimasto con un solo compagno, tentò di ripiegare attraverso il bosco innevato; camminò nel folto per parecchio tempo fin quando le forze gli mancarono e alla fine si fermò, credendo di essere ormai fuori pericolo e della portata dei rastrellatori. La mattina seguente, il 19 febbraio 1945, i cosacchi ripresero i loro movimento, si dispiegarono in forze attraverso Campo di Bonis e, benché disturbati da una rada fucileria proveniente dalle alture ad est di Montemaggiore, superarono il Campo di Bonis e avanzarono verso l’abitato di Montemaggiore. Altri reparti cosacchi rastrellarono i fianchi boscosi della collina per cui “Carlino” e il compagno furono trovati e arrestati. I cosacchi però li trattarono bene: li portarono prima a Monteprato, poi a Montefosca e infine a Faedis. “Carlino” e il suo amico credevano di essere fucilati; invece, dopo alcuni giorni, furono consegnati ai tedeschi a Tarcento. Da qui, dopo altri 20 giorni, i due vennero trasferiti a Udine alle carceri di Via Spalato. Il 24 marzo seguente, furono liberati assieme al gruppo di partigiani osovani e quindi poterono fuggire alle fucilazioni in massa dei garibaldini, tra i quali “Guerra” e “Tribuno”, del 9 aprile 1945. Mautino accenna alla sua cattura a pag. 151 del suo libro “Guerra di Popolo” in cui scrive alla data del 18 febbraio 1945: “… A Montemaggiore la resistenza di due battaglioni della “Picelli” ritarda di circa 12 ore le operazioni nemiche e permette il ripiegamento dell’ospedale: vengono catturati un compagno che non era in grado di seguire gli altri e un commissario rimasto al fianco di detto compagno”.<br>Udine, 18 gennaio 1983 &lt;159.<br>[NOTE]<br>40 Alberto Buvoli, Ines Domenicali (a cura di), 1940-1945: La 2.a guerra mondiale e la Resistenza in Friuli, Udine, IFSML-Comune di Udine, 1995 p. 122.<br>41 Ivi, p. 136.<br>159 Testimonianza di Mautino Ferdinando “Carlino”, A. IFSML, Fondo “Mario Candotti”, busta II, fasc. 31; utilizzata da Mario Candotti in La brigata garibaldina “Guido Picelli-Tagliamento” nelle Prealpi orientali durante l’inverno 1944/45, in “Storia contemporanea in Friuli”, a. 12, n. 13, 1982.<br><strong>Gioia Vazzaz</strong>, <em>Soggettività e oggettività nell&#8217;opera storiografica di Mario Candotti</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 2021-2022</p>
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		<title>In seguito alla riunificazione, la Germania venne chiamata ad affrontare anche l’irrisolta questione delle riparazioni alle vittime del nazionalsocialismo</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 10:33:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli anni ’90: riunificazione tedesca e resa dei conti con il passatoIl Trattato sullo Stato Finale della Germania, detto anche Two Plus Four Agreement (1990) poiché concluso dalla RFT e dalla RDT da un lato, e Gran Bretagna, Francia, Russia e USA dall’altro, stabiliva la riunificazione della Germania dopo la guerra fredda. Il nuovo Stato [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="431" height="640" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk.jpg" alt="" class="wp-image-7195" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk.jpg 431w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk-320x475.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 431px) 100vw, 431px" /></a></figure>



<p><em>Gli anni ’90: riunificazione tedesca e resa dei conti con il passato</em><br>Il Trattato sullo Stato Finale della Germania, detto anche Two Plus Four Agreement (1990) poiché concluso dalla RFT e dalla RDT da un lato, e Gran Bretagna, Francia, Russia e USA dall’altro, stabiliva la riunificazione della Germania dopo la guerra fredda. Il nuovo Stato unitario tedesco si trovò così costretto a ripensare al proprio passato di guerra e ad assumersi responsabilità in materia. In modo particolare venne messa in discussione la cultura della memoria tedesca che ancorava le colpe del nazionalsocialismo esclusivamente alle forze delle SS. Particolare clamore ebbe il testo scritto da Gerhard Schreiber dal titolo “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945” pubblicato nel 1990. Schreiber esaminò nel dettaglio la storia degli ex internati militari italiani mettendo in luce la guerra sporca condotta dalla cosiddetta “Wehrmacht pulita”. Per questo l’autore ricevette addirittura minacce di morte &lt;68. Infatti, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale era diffusa nella memorialista tedesca l’idea che la Wehrmacht non fosse altro che un ostaggio del regime nazista. Il mito della Forze Armate Tedesche venne dissacrato con l’organizzazione di una mostra itinerante sui crimini della Wehrmacht da parte dell’Istituto di Ricerca Sociale di Amburgo. L’esibizione dal titolo “Guerra di sterminio: crimini della Wehrmacht dal 1941 al 1944” venne esposta per la prima volta ad Amburgo nel 1995 e viaggiò per tutta la Germania nei cinque anni successivi. La mostra metteva in luce attraverso documenti, lettere e fotografie il coinvolgimento della Wehrmacht nella pianificazione e attuazione dell’annientamento degli ebrei, dei prigionieri di guerra e delle popolazioni civili. Diverse furono le polemiche, che vennero sollevate, non solo da partiti di estrema destra e da neonazisti, ma anche da parte di alcune delle compagini più moderate della società civile tedesca. Lo stesso Cancelliere, Gerhard Schröder (SPD), affermò: &#8220;Ritengo inammissibile sostenere che tutta quella massa dell’esercito fosse capace di commettere tali crimini&#8221; &lt;69, tant’è vero che non visitò mai la mostra. Addirittura, alcune amministrazioni locali tedesche non diedero il patrocinio per la mostra e viste le innumerevoli critiche, il Parlamento federale decise di non ospitarla presso la propria sede. Furono diverse le proteste e i tentativi di attaccare la sede della mostra da parte di estremisti di destra &lt;70. Per esempio, nel 1999 venne fatta esplodere una bomba a Saarbrücken (Germania) procurando gravi danni ai pezzi esibiti &lt;71.<br>Gli organizzatori dell’esibizione decisero di ritirarla nel 1999 ammettendo che le didascalie di alcune foto erano errate e stabilirono di riallestire l’esibizione in modo più accurato avvalendosi dell’aiuto di alcuni storici. La nuova mostra intitolata “Crimini della Wehrmacht tedesca: Dimensioni di una guerra di sterminio 1941-1944” ricominciò a girare per le città tedesche tra il 2001 e il 2004, quando infine si pensò di dargli una sede permanente presso il Deutsches Historisches Museum di Berlino.<br>Lo sconvolgimento della politica della memoria legato alla “Wehrmacht pulita” ebbe delle ripercussioni anche in Italia: si manifestò grande interesse da parte di storici, politici e giuristi di esplorare il passato di guerra delle relazioni italo-tedesche durante l’occupazione nazionalsocialista dell’Italia, dando particolare attenzione alle stragi di civili compiute dalla Wehrmacht. Fino ad allora le stragi venivano giustificate in Germania argomentando che il comportamento dei partigiani, con le loro azioni di sabotaggio e guerriglia contro la Wehrmacht, provocò rappresaglie brutali contro la popolazione civile. Invece, gli eccidi erano parte di un piano tedesco preventivamente organizzato per evitare ai soldati tedeschi di trovare impedimenti lungo la strada verso nord nel caso di un’eventuale ritirata.<br><em>Il riemergere della questione delle riparazioni ai lavoratori forzati</em><br>In seguito alla riunificazione, la Germania venne chiamata ad affrontare anche l’irrisolta questione delle riparazioni alle vittime del nazionalsocialismo, soprattutto con i Paesi dell’est europeo. Ad eccezione della Polonia, la RFT aveva concluso precedentemente accordi bilaterali solo con Paesi del blocco occidentale sulla questione degli indennizzi. Nel testo del Two Plus Four Agreement non era contenuta nessuna disposizione che obbligasse la Germania a riparazioni ma la sua portata venne considerata equivalente ad un trattato di pace: questo significava che l’art. 5 dell’Accordo di Londra sui Debiti Esteri Tedeschi non costituiva più un ostacolo alle rivendicazioni individuali. La Germania, guidata dal Cancelliere Helmut Kohl (CDU), non aveva nessuna intenzione di garantire una riparazione comprensiva di tutte le vittime del Reich tedesco &lt;72. Ma la pressione proveniente dalle vittime dell’est (si calcolava che circa 2 milioni fossero ancora in vita), spinsero il governo federale a concludere accordi globali tra il 1991 e il 1998 con Polonia, Federazione Russa, Ucraina, Bielorussia, Repubblica Ceca e Stati Baltici. Le intese bilaterali assicuravano il pagamento di pensioni alle vittime del nazismo ma si trattava di cifre così irrisorie da definire gli accordi ai limiti del ridicolo; infatti, erano previsti tra i 20 e i 40 marchi tedeschi al mese &lt;73. Sulla questione delle riparazioni ai lavoratori forzati, un ruolo fondamentale venne svolto da parte della comunità ebraica americana che istituì class actions contro banche svizzere, società tedesche assicurative come l’Allianz, la Deutsche Bank e tutte quelle compagnie industriali che avevano sfruttato i lavoratori forzati durante il periodo nazionalsocialista. Nei primi anni Novanta gli ex Zwangsarbeitern inviarono a livello individuale o collettivo alle industrie tedesche richieste di pensioni o compensazioni per il mancato pagamento per il lavoro prestato e per i danni subiti. Ma rimasero inascoltati.<br><em>Fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro”</em><br>Nel 1998, con la formazione del nuovo esecutivo “rosso-verde” (SPD e Verdi) con a capo il Cancelliere Schröder, il governo tedesco tentò di prendere contatto con le industrie chiamate in questione dalle class actions americane per dibattere le richieste avanzate dagli ex lavoratori forzati. Non tutte le aziende si dimostrarono ricettive rispetto all’apertura di un dialogo: chi per evitare di rovinare la propria immagine assumendosi le responsabilità del passato; altre, soprattutto piccole-medie imprese, denunciavano che durante il nazionalsocialismo lo sfruttamento dei lavoratori avvenne per lo più nelle grandi aziende, tentando così di lavarsene le mani. Successivamente si aprirono negoziati tra gli Stati Uniti, la Germania e ad alcune industrie tedesche interessate a partecipare. Il governo statunitense assicurò che se fosse stato creato un fondo per gli ex lavoratori forzati da parte della Germania, in futuro non sarebbero più state accolte cause legali contro aziende tedesche presso le proprie corti. Dopo accese controversie sulla somma da destinare al fondo per le vittime del lavoro forzato, alla fine del 1999 venne stabilita la cifra di 10 miliardi di marchi tedeschi, di cui metà provenienti dallo Stato federale tedesco e l’altra metà dalle compagnie industriali che avevano preso parte alla Foundation Initiative of German Industry &lt;74. Le aziende tedesche che aderirono alla Fondazione furono 6.500, ma la loro partecipazione volontaria non era da intendere come un’ammissione di colpa, bensì come un tentativo di riconciliazione con le vittime. Tuttavia, la somma in denaro fissata risultava essere molto inferiore rispetto a quella reclamata dal Center of Organizations of Holocaust Survivors che aveva richiesto 441.82 miliardi di marchi tedeschi. Il 6 luglio 2000 venne creata la Fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro” attraverso una legge approvata dal Bundestag. La Fondazione EVZ calcolava che tra il 1939 e la fine della Seconda guerra mondiale, furono 8.4 milioni i lavoratori forzati civili stranieri e 4.5 milioni i prigionieri di guerra sfruttati dall’economia tedesca &lt;75. Alla Sezione 9 del Foundation Act &lt;76 della Fondazione EVZ si specificava come il denaro sarebbe stato utilizzato: 1. 8.1 miliardi di marchi tedeschi sarebbero stati destinati alla compensazione dei lavoratori forzati; 2. 50 milioni di marchi tedeschi sarebbero stati indirizzati a coloro che avevano subito danni a causa del nazionalsocialismo; 3. 1 miliardo di marchi tedeschi sarebbe stato riservato a coloro che avevano perso proprietà a causa della persecuzione del regime nazista; 4. 700 milioni di marchi tedeschi sarebbero stati messi a disposizione per finanziare progetti scolastici. I pagamenti non sarebbero arrivati direttamente alle vittime ma sarebbero stati gestiti da organizzazioni partner straniere individuate dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione. Sette furono le organizzazioni partner, la maggior parte delle quali rappresentavano i Paesi dell’est europeo come Polonia, Federazione Russa, Lettonia, Bielorussia, Lituania, Ucraina, Moldavia, Repubblica Ceca; per le vittime ebree fu responsabile la Conference on Jewish Material Claims against Germany; per tutte le vittime occidentali non ebree fu competente<br>l’International Organization for Migration (IOM). Alla sezione 11, paragrafo 3, si specificava che i prigionieri di guerra erano esclusi dal poter fare richiesta di indennizzo, a meno che non fossero stati trasferiti in campi di concentramento e costretti ai lavori forzati &lt;77. Il PDS (Partei des Demokratischen Sozialismus) e la sinistra extraparlamentare criticarono il Foundation Act: da un lato per la cifra contenuta che veniva messa a disposizione e dall’altro perché escludeva interi gruppi di vittime &lt;78. Furono infatti lasciati fuori i prigionieri di guerra russi, i quali vennero detenuti nei campi di concentramento e usati come lavoratori forzati, così come gli ex IMI.<br><em>L’esclusione degli ex IMI</em><br>L’esclusione delle vittime italiane dei lavori forzati venne stabilita da un controverso parere richiesto dal Ministero delle Finanze tedesco ad un esperto di diritto internazionale, Christian Tomuschat. Secondo la perizia redatta nel 2001 dal Professore della Humbolt University (Berlino), il passaggio di status dei soldati italiani da prigionieri di guerra ad IMI, e successivamente a lavoratori civili, non modificò di fatto la loro condizione originaria di prigionieri di guerra. Nonostante il Terzo Reich violò la Convenzione di Ginevra relativamente al trattamento degli IMI, questo non significò una soppressione dello status di prigioniero di guerra per i reduci italiani nei campi di internamento della Germania nazista. Si motivava la ridenominazione dei soldati italiani puramente come un cambio di etichetta per conseguire fini interni. Gabriele Hammermann sostenne che Tomuschat era stato incaricato dal governo federale tedesco di trovare una giustificazione a livello giuridico per escludere gli ex IMI, in ragione di un elevato numero di domande di risarcimento che la Fondazione EVZ stava ricevendo, temendo dunque di non riuscire a livello finanziario a risarcire tutti i richiedenti &lt;79. Sono diversi i punti che potevano essere contestati a Tomuschat nella redazione della perizia. Innanzitutto, il Professore sostenendo che gli internati militari non erano altro che prigionieri di guerra tralasciò di considerare il diverso trattamento che venne loro riservato. Gli ex IMI, infatti, non poterono contare sugli aiuti della Croce Rossa Internazionale in quanto il loro status non era definito da nessuna norma di diritto internazionale. Inoltre, non risultava essere equa la decisione di includere tra gli aventi diritto ai risarcimenti da parte della Fondazione EVZ, i prigionieri di guerra polacchi passati allo stato civile &lt;80. La loro situazione giuridica non risultava essere diversa rispetto a quella degli ex IMI che tuttavia vennero esclusi dagli indennizzi.<br>[NOTE]<br>68 FOCARDI F., KLINKHAMMER L., (2019), Il ritorno del passato: la “riscoperta” dei crimini nazisti e la riapertura della questione degli indennizzi per le violenze nazionalsocialiste, &#8220;Italia e Germania dopo la caduta del Muro&#8221;, Viella, Roma, p.85<br>69 WISE M., (6 novembre 1999), Bitterness stalks show on role of the Wehrmacht, New York Times, https://www.nytimes.com/1999/11/06/arts/bitterness-stalks-show-on-role-of-the-wehrmacht.html [visitato 8/12/21]<br>70 Ibidem<br>71 KARACS I., (10 marzo 1999), Neo-Nazi bomb blast wrecks army war crimes exhibition, Independent, https://www.independent.co.uk/news/neonazi-bomb-blast-wrecks-army-war-crimes-exhibition-1079574.html [visitato 8/12/21]<br>72 HEINELT P., Financial Compensation for Nazi Forced Laborers, Wollheim Memorial, p. 31<br>73 Ivi, p. 32<br>74 Stiftung EVZ, Foundation Initiative of the German Industry – Preamble, https://www.stiftung-evz.de/eng/the-foundation/history/preambel.html [visitato 9/12/21]<br>75 Stiftung EVZ, Origins of the EVS Foundation, https://www.stiftung-evz.de/eng/the-foundation/history.html [visitato 9/12/21]<br>76 Stiftung EVZ, The law on the creation of a Foundation “Remembrance, Responsibility and Future”, https://www.stiftung-evz.de/eng/the-foundation/law.html [visitato 8/12/21]<br>77 Ibidem<br>78 HEINELT, P. Financial Compensation for Nazi Forced Laborers, Wollheim Memorial, pp. 40-41<br>79 HAMMERMANN, G. (dicembre 2007), Le trattative per il risarcimento degli internati militari italiani 1945-2007, &#8220;Italia contemporanea&#8221;, n. 249, pp. 550-551<br>80 SPOERER M., FLEISCHHACKER J., (2002), The Compensation of the Nazi Germany’s Forced Labourers: Demographic Findings and Political Implications, &#8220;Population Studies&#8221;, vol. 56, n. 1, p. 14, https://www.jstor.org/stable/3092938?seq=10#metadata_info_tab_contents [visitato 22/12/21]<br><strong>Miriah Conte</strong>, <em>La questione degli Internati Militari Italiani nelle relazioni italo-tedesche</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2021-2022</p>
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		<title>Il comandante partigiano parmense che cercò di evitare le rappresaglie dei tedeschi in ritirata</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:03:49 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="http://casamaini.altervista.org/il-comandante-partigiano-parmense-che-cerco-di-evitare-le-rappresaglie-dei-tedeschi-in-ritirata/">Il comandante partigiano parmense che cercò di evitare le rappresaglie dei tedeschi in ritirata</a> proviene da <a href="http://casamaini.altervista.org">Frammenti di storia</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/psl1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="640" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/psl1.jpg" alt="" class="wp-image-7192" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/psl1.jpg 400w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/psl1-300x480.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></figure>



<p>Primo Savani nacque a Berceto nel 1897, da una famiglia di modeste condizioni, fu primo appunto di sette figli. Dopo esser stato insegnante di scuola elementare, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza diventando così Avvocato. Sin da giovane seguì la sua fede antifascista, fu infatti segretario del partito socialista e in seguito militò nel P. Comunista; a Parma fu tra i primi oppositori del Fascismo, all’età di 27 anni fondò il Circolo Universitario antifascista, insieme a Foà, Zavattini e altri nomi illustri della storia locale. Nel 1940 l’avvocato Primo Savani, in qualità di rappresentante del Partito Comunista, partecipò alla costituzione del Comitato d’azione antifascista: si trattava di un organismo clandestino, formato dai rappresentanti dei principali partiti antifascisti. Data questa sua attività cospirativa, fu costantemente sorvegliato dalla polizia insieme alla sua famiglia.<br>Durante la Resistenza, Savani entrò nelle file del movimento partigiano con il nome di battaglia: Mauri. Nella lotta di liberazione Mauri ebbe un ruolo fondamentale; fu nominato Commissario Politico del Comando Unico Operativo della zona Parmense. Tale incarico fu riconfermato anche quando, dopo la morte del Comandante Unico Pablo, si ricostituì il nuovo Comando Unico e si formò una delegazione di questo per la zona Est della Cisa, di cui Mauri fu Commissario. Mauri fu un partigiano molto apprezzato e stimato soprattutto per le sue doti organizzative, di mediazione politica nonché per la sua fede antifascista, già dimostrate durante il ventennio fascista. Negli ultimi mesi della Resistenza fu però protagonista di una vicenda controversa che lo vede coinvolto in prima persona, vicenda che rimane poco studiata; verso la fine del febbraio 1945 Mauri avviò delle trattative con i tedeschi: in caso di ritirata del nemico, questo non avrebbe distrutto città e paesi se i partigiani si fossero astenuti dall’attaccarli nelle retrovie. Per questa condotta, non solo venne stigmatizzato dal Comando Alleato e dal CLNAI, per i quali la parola d’ordine era “nessuna trattativa con i tedeschi” ma venne anche accusato di alto tradimento dal Comando Militare Nord Emilia che ordinò la sua destituzione dalla carica di commissario. Tuttavia tale provvedimento, date le proteste che suscitò, venne poi revocato e Mauri fu riabilitato alla sua carica di commissariato.<br>La sua attività antifascista non si esaurì con la Liberazione di Parma e la fine della lotta di Resistenza, ma continuò nell’immediato dopoguerra; fu infatti pubblico ministero presso la Corte d’Azione straordinaria che giudicava i fascisti e i colpevoli di collaborazionismo. Nonostante la fine della guerra e la sua intensa attività antifascista per la provincia parmense, Savani, essendo un dirigente del partito comunista continua ad essere sorvegliato dalla polizia. Nelle prime elezioni libere del ’46, la vittoria del Partito Comunista portò Primo Savani alla carica di Sindaco.<br>Alle elezioni del 1948 Primo Savani, tra i candidati alla Camera dei deputati, per il Fronte Popolare, nel collegio elettorale di Parma, Modena, Piacenza e Reggio Emilia. Per poter candidarsi Savani dovette dimettersi dalla carica di Sindaco di Parma. Alle elezioni di aprile però né Savani né Gorreri vennero nominati alla Camera. Appena a due anni di distanza dalla nomina di Sindaco, e pochi anni dopo la Resistenza, Primo Savani ottenne per un soffio la maggioranza nei comuni della provincia di Parma, seguito da Gorreri, ma nella restante circoscrizione elettorale non ottenne voti sufficienti per accedere alla Camera. Un risultato ben diverso, per certi versi imprevisto, da quello ottenuto dal Partito Comunista alle precedenti elezioni amministrative di due anni prima, vinte con buon margine dal Partito Comunista che portarono poi alla nomina di Primo Savani; questo dimostra quanto già allora, fosse complesso e non scontato il quadro delle dinamiche politiche nel parmense, quadro non segnato dall’egemonia comunista, a differenza di altri comuni, come Reggio. Dopo tale sconfitta elettorale continuò a spendersi per Parma ricoprendo cariche significative a livello provinciale. Divenne nel ’51 presidente dell’ANPI e dell’amministrazione provinciale dal luglio 1951 al 1960.<br><strong>Costanza Guidetti</strong>, <em>La struttura del comando nel movimento resistenziale a Parma</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2017-2018</p>
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		<title>Il Governo italiano ha chiesto che la cartiera Nomentana lavori per i primi 15 giorni di settembre esclusivamente per il Poligrafico dello Stato</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 09:40:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Sottosegretariato per la Stampa e le InformazioniA due settimane dall’insediamento del Governo Bonomi, il Decreto luogotenenziale 3 luglio 1944, n. 163 aveva sancito «la soppressione del Ministero della Cultura Popolare e l’istituzione di un Sottosegretariato per la Stampa e le informazioni»; l’11 luglio il Sottosegretario Giuseppe Spataro aveva diramato una circolare indirizzata ai prefetti [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="540" height="748" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc.jpg" alt="" class="wp-image-7186" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc.jpg 540w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc-320x443.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Istituto “Luigi Sturzo” (Roma), Fondo Giuseppe Spataro, Serie IX: Democrazia cristiana, Sottoserie 3: Sottosegretariato alla stampa e alle informazioni, fasc. 72, u.d. 70. “Ordine del giorno della prima riunione della Commissione Italiana per la Stampa che sarà tenuta il giorno 8 agosto 1944 alle ore 10 nel salone del Sottosegretariato per la stampa e le informazioni”. Fonte: Marcello Ciocchetti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p><strong>Il Sottosegretariato per la Stampa e le Informazioni</strong><br>A due settimane dall’insediamento del Governo Bonomi, il Decreto luogotenenziale 3 luglio 1944, n. 163 aveva sancito «la soppressione del Ministero della Cultura Popolare e l’istituzione di un Sottosegretariato per la Stampa e le informazioni»; l’11 luglio il Sottosegretario Giuseppe Spataro aveva diramato una circolare indirizzata ai prefetti in cui si stabiliva che l’autorizzazione per ogni nuova pubblicazione, o la conferma per una già esistente, doveva essere richiesta al prefetto corrispondente che l’avrebbe inviata al sottosegretario «per l’esame di una commissione alla quale esclusivamente è delegato il potere di autorizzare ogni pubblicazione. A questa commissione [era] parimenti delegato il potere di sospendere o revocare ogni autorizzazione». Il 21 luglio il Colonnello Munro comunicava a Spataro che i contenuti della suddetta circolare erano stati approvati dall’A.P.B. e che quest’ultimo si dichiarava favorevole alla «creazione da parte del Regio Governo Italiano di una Commissione Italiana di Stampa presieduta dal Sottosegretario di Stampa e Informazione, per svolgere nel Regio Territorio Italiano le funzioni svolte fino a quel momento dal Local Allied Publications Board»; comunicava inoltre che la Commissione italiana e l’APB erano autorizzate a inviare i propri rappresentanti in qualità di osservatori alle rispettive riunioni, ma aggiungeva anche che i verbali della commissione italiana dovevano essere poi approvati dall’APB e che «ogni decisione non approvata o ratificata dall’APB sarà riesaminata dalla commissione italiana alla luce delle obiezioni dell’APB» &lt;36.<br>A distanza di una settimana il Sottosegretariato per la Stampa e l’informazione ritenne necessario diffondere, tramite l’organo del P.W.B., una nota di chiarimento sugli effetti della Circolare Spataro dell’11 luglio: &#8220;È bene precisare che l’obbligo della licenza per la pubblicazione dei giornali non è stato imposto dalla circolare predetta, ma era già in vigore, nelle provincie amministrate dal Governo italiano, in virtù del R. Decreto Legge 14 gennaio 1944. La circolare è stata diramata ai prefetti per informarli della nuova procedura concordata con le Autorità alleate le quali hanno acconsentito a trasferire ad una Commissione italiana i poteri che in materia di stampa erano sin qui riservati ad una Commissione dell’«Allied Pubblication Board»&#8221;. Si ribadiva inoltre che, lungi dall’avere finalità censorie, la circolare intendeva semmai sollecitare i prefetti a vigilare affinché venisse assicurata «la libertà di discussione dei problemi politici»: &#8220;Con l’occasione si può precisare che la Commissione nazionale sulla stampa alla quale spetterà il compito di rilasciare le licenze di pubblicazione sarà composta oltre che di rappresentanti governativi, di rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa&#8221; &lt;37.<br><strong>La Commissione Nazionale per la Stampa</strong><br>Il 1° agosto 1944 veniva istituita la Commissione Nazionale per la Stampa (CNS); questa si riunì, in prima seduta, il successivo 8 agosto. Della Commissione, presieduta dal Sottosegretario Spataro, facevano parte il Direttore Generale della Stampa, avv. Armando Rossini; rappresentanti dei vari Ministeri (dell’Interno, dell’Istruzione Pubblica e di Grazia e Giustizia) e delle Associazioni di categoria (FNSI) più un rappresentante dell’APB in qualità di osservatore. Il giorno stabilito per il trasferimento di competenze dall’APB alla CNS era il 15 agosto 1944. Aggiornato a tale data è un elenco approntato dall’APB:</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="568" height="795" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1.jpg" alt="" class="wp-image-7187" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1.jpg 568w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1-320x448.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 568px) 100vw, 568px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="633" height="813" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2.jpg" alt="" class="wp-image-7188" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2.jpg 633w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2-320x411.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 633px) 100vw, 633px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">NAW, RG, 331, 10000/129/244. Office of the Central / Allied Publications Board, Authorised newspapers and other periodic publications in Liberated Italy. 15 August 44. Documento conservato in copia presso il Centro ‘G. Pestelli’ di Torino. La nota manoscritta posta sul primo foglio a fianco della data («Amended as regards PWB controlled newspapers as at 10 Nov. 44») non modificava il quadro generale degli ‘autorizzati’ al 15 agosto 1944: l’unico dato aggiunto era infatti quello relativo al «Corriere del Mattino» di Firenze (‘PWB-controlled’) posto in calce al secondo foglio. Fonte: Marcello Ciocchetti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>In realtà, come vedremo, il passaggio delle consegne verrà rinviato di cinque mesi: fino al 15 gennaio 1945 l’ultima parola in materia di autorizzazioni continuerà pertanto a spettare all’Allied Publications Board.<br><strong>Il graduale passaggio delle consegne</strong><br>Durante quei cinque mesi le due Commissioni (APB e CNS) tentarono di operare in stretta sinergia, nonostante i rapporti fossero tutt’altro che alla pari. Le procedure concordate tra Alleati e Governo prevedevano infatti che la Commissione italiana prendesse in esame le varie istanze di pubblicazione ad essa pervenute per il tramite della Prefettura, esprimesse un suo parere e trasmettesse poi le relative delibere alla Commissione alleata; a questa &#8211; e solo a questa &#8211; era riconosciuto il potere di ‘ratificare’ o meno le suddette delibere e renderle esecutive. La trafila era davvero estenuante e ad essa non potevano sottrarsi neanche i sei giornali dei Partiti al Governo, che pure erano stati autorizzati d’ufficio dall’APB; così riferiva un redattore de «L’Italia libera», organo del Partito d’Azione:<br>&#8220;Un nostro amico si è recato in Prefettura a domandare, a nome del Partito, l’autorizzazione per pubblicare un opuscolo di Vinciguerra.<br>«Quando devo ripassare per la risposta?»<br>«Stia pure comodo, la manderemo a chiamare»<br>«Va bene, ma quando?»<br>«Tra venti, venticinque giorni»<br>«Tanto ci vuole a leggere un opuscolo, ad accertare che non compromette lo Stato?»<br>«Capirà, devo istruire la pratica, assumere informazioni sul sig. Vinciguerra, informazioni sugli editori ecc. Indi passeremo l’incartamento al Sottosegretariato Stampa e Propaganda che deciderà, e quindi le comunicheremo l’autorizzazione o il rifiuto […]&#8221; &lt;38<br>Nel resoconto, tra l’altro, venivano omessi i riferimenti al decisivo passaggio finale, vale a dire la ratifica (o il rigetto) da parte dell’APB.<br>Per valutare i reali rapporti di forza tra gli Organi di Controllo Alleati e i rappresentanti del Governo italiano può essere utile considerare alcuni passaggi del “Rapporto della seduta dell’11 settembre 1944 della Commissione Centrale Alleata per le pubblicazioni” (vale a dire l’A.P.B.), redatto ed inviato dal Capo dei Servizi Stampa, Vito Lazzàra, al Sottosegretario per la Stampa e le Informazioni Giuseppe Spataro. Si sta discutendo il quarto punto all’ordine del giorno, “Stampa quotidiana romana”; a confrontarsi sono il colonnello Brown e l’avvocato Armando Rossini, Direttore Generale della Stampa Italiana, presente alla seduta quale ‘observer’ in rappresentanza del Governo: &#8220;L’avv. Rossini espone il punto di vista italiano sulla situazione della carta che, secondo quanto risulta da accertamenti fatti, non è da giudicarsi così grave da giustificare la ventilata riduzione della tiratura e in conseguenza chiede che sia revocato il blocco ai visti di esecutività per le approvazioni concesse dalla Commissione Nazionale per la Stampa. Il Colonnello Brown osserva che con una scorta di sole 10 tonnellate di carta, quale è quella attuale, l’A.P.B. non può venire incontro a nuove domande. Egli informa che oltre alle richieste per scopi bellici del P.W.B. il Governo italiano ha chiesto che la cartiera Nomentana lavori per i primi 15 giorni di settembre esclusivamente per il Poligrafico dello Stato. Egli è dell’opinione che l’A.P.B. non può aderire alla richiesta avanzata. La Commissione approva la proposta e stabilisce che l’A.P.B. non accorderà altra carta da prelevarsi dalla stessa riserva che per gravi necessità di propaganda anzi propone che la Sottocommissione dell’A.C.C. per l’Educazione e il Governo Italiano non potranno, d’ora in avanti, contare su nuove assegnazioni di carta&#8221;. Quando poi, nel prosieguo della seduta, l’avvocato Rossini prova a contestare «il blocco fatto alle licenze da parte dell’A.P.B.» e propone che vengano autorizzati almeno i 14 periodici «che dichiarano di disporre della carta, due dei quali già stampati e gli altri con carta del Vaticano», la risposta degli Alleati è perentoria: &#8220;La Commissione rigetta, con voto unanime, la proposta dell’Avv. Rossini di autorizzare le 14 pubblicazioni e vota di continuare il blocco ordinato. È stato notato, fra l’altro, che nessuna pubblicazione può, a rigore di termini, dichiarare di “essere già in possesso della carta”. Per ordine della A.F.H.Q. tutta la carta importata, trovata o prodotta in Italia, cade automaticamente sotto il controllo del P.W.B. Inoltre la Commissione si è anche opposta di autorizzare ancora dei giornali a Roma finché la situazione della carta non sia migliorata ovunque in Italia&#8221; &lt;39.<br>L’avvocato Rossini non aveva tutti i torti: la situazione della carta a Roma, in quello scorcio d’estate 1944, non era «da giudicarsi così grave»; sicuramente non lo era sotto l’aspetto strettamente quantitativo. Di carta in circolazione, a Roma, tra quella già da tempo ‘accantonata’ da quanti &#8211; tipografi, stampatori o semplici speculatori &#8211; avevano fiutato l’affare prima dell’arrivo degli Alleati (guardandosi poi bene dal consegnarla al PWB), tra quella conservata nei depositi Vaticani e quella &#8211; soprattutto &#8211; assegnata ai giornali autorizzati ma da questi non utilizzata e rivenduta al mercato nero; di carta in circolazione, dicevo, anche se di scarsa o pessima qualità, ce n’era.<br>A mancare, semmai, era una razionale gestione della preziosa materia prima e dunque una sua equa ripartizione e distribuzione. Il compito di elaborare, a riguardo, «un piano d’azione globale» spettava alle Autorità italiane: questa era la precondizione pretesa dagli Alleati per il trasferimento delle competenze in materia di stampa; e a determinare il rinvio di tale passaggio &#8211; inizialmente previsto, lo ricordiamo, per il 15 agosto 1944 &#8211; era stata proprio l’inadempienza del Governo italiano.<br>Il disappunto degli Alleati emergeva in modo inequivocabile dalla già citata lettera inviata il 12 ottobre 1944 dall’Executive Secretary dell’APB, il colonnello Ian S. Munro, al Sottosegretario per la Stampa e le Informazioni (nonché Presidente della Commissione Nazionale per la Stampa) Giuseppe Spataro. Nella lettera Munro rammentava al suo destinatario che già dal 9 luglio 1944 le Autorità Alleate avevano invitato il Governo Italiano a proporre delle soluzioni &#8211; da sottoporre comunque «sempre all’approvazione dell’A.P.B.» &#8211; riguardo alla questione dei giornali pre-fascisti di Roma; ebbene, non solo tali proposte non erano mai pervenute, ma era stata disattesa anche l’esortazione ad elaborare un piano generale della stampa: &#8220;Io sono sicuro che Lei sarà d’accordo con me sul fatto che se si progetterà un piano d’azione globale, ossia un certo numero di quotidiani al mattino, un certo numero di quotidiani serali, un certo numero di settimanali, quando si sarà d’accordo su questo punto, tanto i quotidiani esistenti, quanto i quotidiani prefascisti che sopravivranno, potranno essere inquadrati nei limiti che saranno decisi. In questo modo ci sarebbe ampia opportunità di servire i due principali interessi che noi abbiamo il dovere di tutelare: la libertà della espressione politica ed il servizio giornalistico per i cittadini di Roma&#8221;. Il ‘richiamo’ di Munro a Spataro era stato sollecitato da alcuni «commenti male informati» ed «affermazioni erronee» circolanti a Roma; tra questi era da annoverare anche la già citata lettera di Nenni del 6 ottobre: &#8220;L’Associazione Editori Giornali &lt;40 ed il giornale quotidiano romano &#8220;Avanti”, hanno scritto recentemente all’A.P.B. in una forma tale da far apparire come la responsabilità per l’assegnazione della carta per la stampa ai giornali romani, sia dell’A.P.B. La cosa non è vera, non è così. Come la questione già nominata della resurrezione dei giornali prefascisti, anche la responsabilità di questa della carta riguarda e ricade sulla Commissione Italiana della Stampa. Ciò è così perfettamente aderente con il seguente estratto delle minute dei verbali della seduta tenuta dall’A.P.B. il giorno 11 Settembre: “L’avv. Rossini ha detto … che l’intera questione della riassegnazione della carta ai giornali romani era ancora da essere riveduta dalla Commissione Italiana per la Stampa”. A tutto oggi, la Commissione Italiana per la Stampa non ha sottoposto le sue proposte e raccomandazioni alla Commissione Alleata per le Pubblicazioni&#8221; &lt;41.<br>[NOTE]<br>36 NAW, RG, 226, OSS XL 1745 (in copia presso Centro Pestelli). Lettera di Ian S. Munro al sottosegretario Spataro del 21 luglio 1944. Appendice VII del rapporto dell’OSS del 9 settembre 1944 sul controllo della stampa in Italia.<br>37 Precisazioni circa le licenze per la pubblicazione, «Corriere di Roma», 29 luglio 1944, p. 2<br>38 Ombre littorie, «L’Italia libera», 19 agosto 1944, p. 1. L’opuscolo di Mario Vinciguerra era, presumibilmente, La stampa, grande invalida, decimo titolo della collezione “Quaderni liberi” (34 p., stampato presso la ‘Scuola tip. Madonna delle Grazie’, 1944). Di lì a pochi mesi Vinciguerra assumerà la guida della Commissione ‘romana’ per l’epurazione della stampa (cfr. 2.8.2).<br>39 Istituto “Luigi Sturzo”, Fondo Giuseppe Spataro cit., fasc. 72, u.d. 109: “Rapporto della seduta dell’11 settembre 1944 della Commissione centrale alleata per le pubblicazioni”. Dattiloscritto di sei pagine, con in calce firma autografa di Vito Lazzàra.<br>40 Sull’operato dell’Associazione Editori Giornali disponiamo della preziosa testimonianza di Primo Parrini, che ne fu per anni il Presidente: «L’Associazione Nazionale degli Editori di Giornale sorse il 27 giugno 1944 e affrontò subito con grande coraggio e con ferma determinazione i problemi che di ora in ora si andavano sempre più aggrovigliando. […] Gli alleati avevano messo a disposizione della Presidenza del Consiglio, perché la distribuisse ai giornali, un certo quantitativo di carta in bobina, ma &#8211; in realtà &#8211; tutti cercavano di accaparrarsene per proprio conto, onde integrare le magre assegnazioni fissate da una commissione ministeriale. Le cartiere del centro-sud venivano tormentate dalla mattina alla sera, ma la produzione non riusciva a risollevarsi dal livello al quale era caduta. Le cartiere dell’Isola del Liri erano in gran parte semi-distrutte. Quelle di Tivoli avevano subito gravi danni, ma le maestranze si prodigavano giorno e notte, sotto la guida di tecnici valenti, per rimetterle in efficienza. L’unica in grado di fabbricare un po’ di carta era la «Nomentana», appartenente al Poligrafico dello Stato, ma la sua fornitura non avrebbe potuto in alcun caso superare i 400-500 quintali mensili. […] Tutti i quesiti, le grane, i problemi, gli interrogativi legati alla carta e alla stampa dei giornali, cominciarono a far capo alla Associazione degli Editori, alla quale si rivolgevano, per consigli o schiarimenti, gli stessi alleati. Occorreva rinnovare i feltri di una cartiera che con tanta fatica era riuscita a rimettersi in movimento? L’Associazione doveva trovarli. Si stavano esaurendo le scorte dei flani? L’Associazione doveva procurarli, e così pure gli inchiostri, gli zinchi e tutte le altre piccole grandi cose di cui è fatta la vita di uno stabilimento tipografico». Primo Parrini, Come nel giugno del ’44 a Roma tornarono tutti i giornali scomparsi, in Annuario della stampa italiana, a cura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana / 1954-1955, Milano-Roma, Fratelli Bocca editori, 1954, p. 541-546 (542-543).<br>41 Istituto “Luigi Sturzo”, Fondo Giuseppe Spataro cit., fasc. 73, u.d. 145. “Lettera di Ian S. Munro indirizzata al Presidente della Commissione italiana della stampa e al Sottosegretariato per la stampa e le informazioni”. Testo dattiloscritto su unico foglio (recto e verso). In testa al recto: Office of the Central / Allied Publications Board / Room 108, 62 Via Veneto / Rome. Data: Roma, 12 ottobre 1944 [in testa al verso: 10 ottobre]. Firma in calce: I. S. Munro, / Lt. Col. / Executive Secretary. Le sottolineature sono nel testo dattiloscritto.<br><strong>Marcello Ciocchetti</strong>, <em>Giornali e riviste nella Roma liberata (giugno 1944-dicembre 1945)</em>, Tesi di dottorato, &#8220;Sapienza&#8221; Università di Roma, Anno Accademico 2014-2015</p>
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Governo italiano ha chiesto che la cartiera Nomentana lavori per i primi 15 giorni di settembre esclusivamente per il Poligrafico dello Stato</a> proviene da <a href="http://casamaini.altervista.org">Frammenti di storia</a>.</p>
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		<title>L’incidente avvenne quindi il 3 ottobre, sulla via verso l’aeroporto</title>
		<link>http://casamaini.altervista.org/lincidente-avvenne-quindi-il-3-ottobre-sulla-via-verso-laeroporto/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 10:38:08 +0000</pubDate>
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<p>Come annunciato dal leader del PCI, i fatti cileni furono realmente di insegnamento, e Berlinguer pubblicò i tre famosi articoli su “Rinascita”, attraverso i quali voleva sì compiere un’analisi alla luce degli eventi, ma anche avanzare una chiara proposta politica. Il primo articolo fu pubblicato due giorni prima della sua partenza per Sofia, il 28 settembre 1973, con il titolo: “Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni”. Gli eventi cileni, secondo Berlinguer, mettevano in luce i caratteri dell’imperialismo nord-americano che puntava a sopraffare e a opprimere i popoli e la loro indipendenza con rapporti di forza e mosse strategiche. Non solo l’esempio del Cile, Berlinguer ne portò molti altri nell’articolo: Cuba, il Giappone, economie avanzate come quelle dell’Europa Occidentale tanto quanto Paesi in via di sviluppo di Asia e Africa subivano l’interventismo americano. Inoltre, le continue interferenze americane rendevano chiara la loro posizione antidemocratica: non erano in realtà, come accusati dagli USA, il movimento operaio e il movimento comunista i veri nemici della democrazia. &lt;32 L’elemento di disturbo per l’URSS in questo articolo era il continuo accostamento tra partito comunista e difesa della democrazia: la politica di Berlinguer, come scrisse lui stesso nell’articolo, teneva conto del rapporto imprescindibile esistente tra il piano internazionale della coesistenza pacifica e della distensione e il piano nazionale che perseguiva l’indipendenza e la trasformazione democratica di ogni ordinamento statale. Soprattutto, nella lotta contro l’imperialismo Berlinguer affidava un ruolo chiave all’Europa, e anche questa prospettiva infastidì non poco i sovietici. Il leader propose di lavorare attivamente per un’Europa più unita dagli stessi ideali europei di democrazia, pace e autonomia, per far sì che il Mediterraneo diventasse un “mare di pace”, per portare l’Europa ad essere un “terzo polo” fondamentale per la distensione. Da questa posizione Berlinguer tracciò una linea politica ben chiara: un’Europa unita non doveva significare né un’Europa antisovietica né un’Europa antiamericana, perché questo sarebbe stato un passo in direzione contraria alla distensione. &lt;33 Dai fatti cileni Berlinguer dedusse analogie e anche differenze, che sicuramente esistevano tra i due Paesi per tanti motivi così diversi: tra le analogie però era evidente che in entrambi gli Stati i partiti socialisti e comunisti avevano avanzato la proposta di seguire una via democratica al socialismo. Il secondo articolo su “Rinascita” venne pubblicato il 5 ottobre del 1973, il giorno dopo il rientro di Berlinguer in Italia da Sofia. Come già anticipato, è probabile che gli articoli siano stati scritti insieme e pubblicati separatamente, a spiegazione dell’accaduto di Sofia, dove Berlinguer fu vittima di un incidente che probabilmente fu un attentato.<br>I giornalisti della rivista “Panorama” Giovanni Fasanella e Rocco Incerti ricostruirono la vicenda dopo il crollo dell’URSS, quando l’unico compagno di partito che ne era a conoscenza rilasciò un’intervista. Il compagno in questione è Emanuele Macaluso, che dopo 18 anni di silenzio trovò l’occasione per denunciare l’accaduto. Macaluso sostenne che il 3 ottobre del 1973, mentre Enrico Berlinguer si stava dirigendo all’aeroporto di Sofia per fare ritorno in Italia, rimase vittima di un attentato che non si rivelò, fortunatamente, mortale. Proprio perché Enrico ebbe la fortuna di non farsi male, decise di non rivelare a nessuno i suoi sospetti, se non a Macaluso e alla sua famiglia. Alla pubblicazione dell’intervista, moltissimi esponenti del PCI di quegli anni affermarono che era impossibile, che l’opzione dell’attentato non era realistica: a quel punto intervenne la moglie di Berlinguer, Letizia, che confermò la versione di Macaluso.<br>Per ricostruire i fatti con precisione, Fasanella e Incerti si affidarono al racconto di Gastone Gensini che, insieme ad Angelo <a href="https://aspettirivieraschi.blogspot.com/2022/11/la-giuria-premiera-il-ventunenne-angelo.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Oliva</a>, aveva accompagnato Berlinguer durante la visita a Sofia. Gensini e Oliva avevano avuto, in effetti, il dubbio che si fosse trattato di un attentato, ma non ne avevano fatto parola perché all’epoca era ritenuto troppo pericoloso. Gensini ha raccontato ai giornalisti di Panorama come si svolse l’incontro ufficiale tra Berlinguer e il leader bulgaro, Zhivkov, segretario del Partito comunista bulgaro (PCB): l’incontro non si aprì in modo pacifico, perché Berlinguer confermò la sua condanna dell’invasione sovietica a Praga e Zhivkov, che ne aveva attivamente preso parte, la difese in modo parecchio aggressivo. Per comprendere le motivazioni di ciò che accadde, è bene anche sottolineare che la Bulgaria era un Paese del “socialismo reale” molto fedele all’URSS, e che realmente subiva la sua influenza. Berlinguer approfittò della recente crisi cilena per affrontare con il leader bulgaro la sua nuova proposta politica, quella che sarebbe stata conosciuta poi con il “compromesso storico”. Non usò direttamente questo termine, ma riuscì a infastidire ulteriormente Zhivkov insistendo sulla necessità italiana di far collaborare le forze di sinistra con quelle di destra, di unire il potere del proletariato con la borghesia: questo non andava solo contro l’URSS, secondo il leader bulgaro andava proprio contro il comunismo. Non era comprensibile una via democratica poiché si contrapponeva alla via che, secondo Zhivkov, doveva essere comune a tutti i partiti comunisti. I colloqui tra i due leader non stavano andando molto bene, e Berlinguer decise di lasciare prima la Bulgaria: non si fidava del PCB, inoltre Zhivkov aveva malcelato un paio di minacce.<br>L’incidente avvenne quindi il 3 ottobre, sulla via verso l’aeroporto: diverse macchine scortavano l’auto su cui era salito Berlinguer, ma proprio la sua auto venne presa in pieno da un camion che veniva dalla direzione opposta, carico di rocce, che la fece schiantare su un palo della luce. Fortunatamente, come si comprese in seguito, l’auto si fermò proprio grazie al palo della luce: sarebbe altrimenti precipitata giù dal ponte. Il fatto, che fece escludere fin da subito l’ipotesi di un attentato, era che nella stessa auto di Berlinguer viaggiavano anche due importanti esponenti del PCB: Velchev, il secondo di Zhivkov, e Tellalov, responsabile della sezione esteri. Nel 1991 Incerti e Fasanella riuscirono a rintracciare e a incontrare l’ormai ex esponente del PCB Tellalov, con l’intenzione di fare luce su quell’incidente. Tellalov confermò che lui non sarebbe dovuto salire sulla stessa macchina di Enrico, perché il protocollo richiedeva diversamente, ma salì in quanto in amicizia con la famiglia Berlinguer. Tellalov dichiarò anche che il camion che aveva investito la macchina apparteneva all’esercito, come anche l’autista che lo guidava, e che la sua famiglia già all’epoca aveva avanzato l’ipotesi di attentato, ma che non ci aveva voluto credere, anche perché sapeva che gli avrebbe causato non pochi problemi. &lt;34 Le informazioni di Tellalov sono state importanti per la ricostruzione degli<br>avvenimenti, come lo sono state anche quelle di Velchev, che parlò nel 1991 con i giornalisti di “Panorama”, ricostruendo tutta la visita di Berlinguer. Alla domanda se quello fosse stato un attentato, rispose: «Allora non ci pensai o non ci volli pensare perché era già pericoloso esprimere dei sospetti. Ho rimosso il fatto per diciotto anni. Oggi, dopo le parole di Macaluso, ho cominciato a riflettere e penso proprio si sia trattato di un attentato. Sapevo che si organizzavano cose di questo genere, finti incidenti stradali e altro. Per un attentato a Berlinguer esistevano poi solide ragioni politiche: c’erano forti tensioni tra la linea marxista-leninista di Mosca e nostra, e l’eurocomunismo.» &lt;35 Berlinguer infatti non era considerato al pari di Togliatti e di Longo in URSS, ma come un leader che con le sue idee democratiche avrebbe allontanato i comunisti italiani e spinti verso un’alleanza americana: per questo il KGB e i servizi segreti spiavano Berlinguer e gli altri dirigenti, perché non si fidavano e temevano la sua influenza. Sull’eventualità che rimanessero coinvolti nell’incidente anche la seconda e la terza personalità del partito, Velchev non si disse sorpreso: rivelò infatti che anche all’interno del PCB c’erano diverse “linee” e che lui stesso personalmente non condivideva il carattere repressivo e personalistico del suo leader. Per cui, disse, sarebbe stato come “prendere due piccioni con una fava”. &lt;36 In seguito all’incidente i bulgari offrirono a Berlinguer di fermarsi lì per alcune settimane: Berlinguer rifiutò subito, e solo tramite l’ambasciata italiana a Sofia organizzò il suo rientro con un volo privato, che atterrò a Ciampino per mantenere la discrezione. &lt;37<br>A Mosca, il PCUS aveva una “pagella” che valutava il grado di fedeltà dei politici all’URSS: Berlinguer non godeva di grande fiducia, al contrario di Armando Cossutta. &lt;38 Nel corso del 1973 Zhivkov aveva più volte invitato il leader del PCI a fare visita a Sofia, visita che Berlinguer cercò in tutti i modi di rimandare. In compenso, nel luglio dello stesso anno fu Cossutta a recarsi a Sofia: Cossutta era il secondo esponente del partito dopo Berlinguer ed era ideologicamente molto legato all’Unione Sovietica, tanto che si sostiene lui abbia intrattenuto ulteriori rapporti con Mosca, oltre a quelli ufficiali, e abbia ricevuto degli aiuti economici personali, oltre che quelli al partito che non erano certo segreti. &lt;39 Eliminando Berlinguer quindi l’URSS aveva una buonissima probabilità di ritrovarsi come leader del PCI Cossutta, che certamente sarebbe stato più incline a seguire le direttive sovietiche. Non a caso, un anno e mezzo dopo la visita di Berlinguer a Sofia, Cossutta venne estromesso dalla segreteria. Nel marzo del 1975, a Roma, si svolse il congresso del PCI che fu chiamato dai giornali: “il congresso del compromesso storico”. Berlinguer ne uscì politicamente rafforzato, abbandonò definitivamente l’idea che l’Italia dovesse uscire dalla Nato e, al contrario, si convinse della sua necessità asserendo direttamente al “Corriere della sera”: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico anche per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale, mi sento più sicuro di qua che di là.» &lt;40 In effetti il leader italiano si sentiva più sicuro a Ovest della Cortina di Ferro, e nel 1973 si premurò di confermarlo. Dopo l’incidente si prese qualche giorno di riposo per mettersi in sesto, ma non fermò la sua proposta politica, né tantomeno ne deviò il significato: una cosa era certa, non si sarebbe messo in pericolo denunciando l’attentato, sarebbe stato un suicidio politico, ma non perse l’autonomia che contraddistingueva il PCI. Pochi giorni dopo uscirono gli altri due articoli su “Rinascita”, i quali sottolinearono con forza la proposta politica del PCI, a partire dall’eurocomunismo per arrivare al compromesso storico e all’alternativa democratica.<br>[NOTE]<br>32 Berlinguer E., 28 settembre 1973, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, Roma, in «Rinascita»<br>33 Ibidem<br>34 Fasanella G., Incerti C., 2014, Berlinguer deve morire, Milano, Sperling &amp; Kupfer, pp.55-56<br>35 Fasanella G., Incerti C., 2014, Berlinguer deve morire, Milano, Sperling &amp; Kupfer, p.60<br>36 Ibidem<br>37 Ivi, p.55<br>38 Ivi, p.70<br>39 Fasanella G., Incerti C., 2014, Berlinguer deve morire, Milano, Sperling &amp; Kupfer, pp.28-29<br>40 Pansa G., 15 giugno 1976, Berlinguer conta «anche» sulla NATO per mantenere l’autonomia da Mosca, in «Corriere della sera»<br><strong>Serena Nardo</strong>, <em>Il ruolo del Partito comunista italiano nella Guerra Fredda: lotta per l&#8217;autonomia dalle superpotenze</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022</p>
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