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		<title>In seguito alla riunificazione, la Germania venne chiamata ad affrontare anche l’irrisolta questione delle riparazioni alle vittime del nazionalsocialismo</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 10:33:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli anni ’90: riunificazione tedesca e resa dei conti con il passatoIl Trattato sullo Stato Finale della Germania, detto anche Two Plus Four Agreement (1990) poiché concluso dalla RFT e dalla RDT da un lato, e Gran Bretagna, Francia, Russia e USA dall’altro, stabiliva la riunificazione della Germania dopo la guerra fredda. Il nuovo Stato [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="431" height="640" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk.jpg" alt="" class="wp-image-7195" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk.jpg 431w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/ffk-320x475.jpg 320w" sizes="(max-width: 431px) 100vw, 431px" /></a></figure>



<p><em>Gli anni ’90: riunificazione tedesca e resa dei conti con il passato</em><br>Il Trattato sullo Stato Finale della Germania, detto anche Two Plus Four Agreement (1990) poiché concluso dalla RFT e dalla RDT da un lato, e Gran Bretagna, Francia, Russia e USA dall’altro, stabiliva la riunificazione della Germania dopo la guerra fredda. Il nuovo Stato unitario tedesco si trovò così costretto a ripensare al proprio passato di guerra e ad assumersi responsabilità in materia. In modo particolare venne messa in discussione la cultura della memoria tedesca che ancorava le colpe del nazionalsocialismo esclusivamente alle forze delle SS. Particolare clamore ebbe il testo scritto da Gerhard Schreiber dal titolo “I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945” pubblicato nel 1990. Schreiber esaminò nel dettaglio la storia degli ex internati militari italiani mettendo in luce la guerra sporca condotta dalla cosiddetta “Wehrmacht pulita”. Per questo l’autore ricevette addirittura minacce di morte &lt;68. Infatti, sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale era diffusa nella memorialista tedesca l’idea che la Wehrmacht non fosse altro che un ostaggio del regime nazista. Il mito della Forze Armate Tedesche venne dissacrato con l’organizzazione di una mostra itinerante sui crimini della Wehrmacht da parte dell’Istituto di Ricerca Sociale di Amburgo. L’esibizione dal titolo “Guerra di sterminio: crimini della Wehrmacht dal 1941 al 1944” venne esposta per la prima volta ad Amburgo nel 1995 e viaggiò per tutta la Germania nei cinque anni successivi. La mostra metteva in luce attraverso documenti, lettere e fotografie il coinvolgimento della Wehrmacht nella pianificazione e attuazione dell’annientamento degli ebrei, dei prigionieri di guerra e delle popolazioni civili. Diverse furono le polemiche, che vennero sollevate, non solo da partiti di estrema destra e da neonazisti, ma anche da parte di alcune delle compagini più moderate della società civile tedesca. Lo stesso Cancelliere, Gerhard Schröder (SPD), affermò: &#8220;Ritengo inammissibile sostenere che tutta quella massa dell’esercito fosse capace di commettere tali crimini&#8221; &lt;69, tant’è vero che non visitò mai la mostra. Addirittura, alcune amministrazioni locali tedesche non diedero il patrocinio per la mostra e viste le innumerevoli critiche, il Parlamento federale decise di non ospitarla presso la propria sede. Furono diverse le proteste e i tentativi di attaccare la sede della mostra da parte di estremisti di destra &lt;70. Per esempio, nel 1999 venne fatta esplodere una bomba a Saarbrücken (Germania) procurando gravi danni ai pezzi esibiti &lt;71.<br>Gli organizzatori dell’esibizione decisero di ritirarla nel 1999 ammettendo che le didascalie di alcune foto erano errate e stabilirono di riallestire l’esibizione in modo più accurato avvalendosi dell’aiuto di alcuni storici. La nuova mostra intitolata “Crimini della Wehrmacht tedesca: Dimensioni di una guerra di sterminio 1941-1944” ricominciò a girare per le città tedesche tra il 2001 e il 2004, quando infine si pensò di dargli una sede permanente presso il Deutsches Historisches Museum di Berlino.<br>Lo sconvolgimento della politica della memoria legato alla “Wehrmacht pulita” ebbe delle ripercussioni anche in Italia: si manifestò grande interesse da parte di storici, politici e giuristi di esplorare il passato di guerra delle relazioni italo-tedesche durante l’occupazione nazionalsocialista dell’Italia, dando particolare attenzione alle stragi di civili compiute dalla Wehrmacht. Fino ad allora le stragi venivano giustificate in Germania argomentando che il comportamento dei partigiani, con le loro azioni di sabotaggio e guerriglia contro la Wehrmacht, provocò rappresaglie brutali contro la popolazione civile. Invece, gli eccidi erano parte di un piano tedesco preventivamente organizzato per evitare ai soldati tedeschi di trovare impedimenti lungo la strada verso nord nel caso di un’eventuale ritirata.<br><em>Il riemergere della questione delle riparazioni ai lavoratori forzati</em><br>In seguito alla riunificazione, la Germania venne chiamata ad affrontare anche l’irrisolta questione delle riparazioni alle vittime del nazionalsocialismo, soprattutto con i Paesi dell’est europeo. Ad eccezione della Polonia, la RFT aveva concluso precedentemente accordi bilaterali solo con Paesi del blocco occidentale sulla questione degli indennizzi. Nel testo del Two Plus Four Agreement non era contenuta nessuna disposizione che obbligasse la Germania a riparazioni ma la sua portata venne considerata equivalente ad un trattato di pace: questo significava che l’art. 5 dell’Accordo di Londra sui Debiti Esteri Tedeschi non costituiva più un ostacolo alle rivendicazioni individuali. La Germania, guidata dal Cancelliere Helmut Kohl (CDU), non aveva nessuna intenzione di garantire una riparazione comprensiva di tutte le vittime del Reich tedesco &lt;72. Ma la pressione proveniente dalle vittime dell’est (si calcolava che circa 2 milioni fossero ancora in vita), spinsero il governo federale a concludere accordi globali tra il 1991 e il 1998 con Polonia, Federazione Russa, Ucraina, Bielorussia, Repubblica Ceca e Stati Baltici. Le intese bilaterali assicuravano il pagamento di pensioni alle vittime del nazismo ma si trattava di cifre così irrisorie da definire gli accordi ai limiti del ridicolo; infatti, erano previsti tra i 20 e i 40 marchi tedeschi al mese &lt;73. Sulla questione delle riparazioni ai lavoratori forzati, un ruolo fondamentale venne svolto da parte della comunità ebraica americana che istituì class actions contro banche svizzere, società tedesche assicurative come l’Allianz, la Deutsche Bank e tutte quelle compagnie industriali che avevano sfruttato i lavoratori forzati durante il periodo nazionalsocialista. Nei primi anni Novanta gli ex Zwangsarbeitern inviarono a livello individuale o collettivo alle industrie tedesche richieste di pensioni o compensazioni per il mancato pagamento per il lavoro prestato e per i danni subiti. Ma rimasero inascoltati.<br><em>Fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro”</em><br>Nel 1998, con la formazione del nuovo esecutivo “rosso-verde” (SPD e Verdi) con a capo il Cancelliere Schröder, il governo tedesco tentò di prendere contatto con le industrie chiamate in questione dalle class actions americane per dibattere le richieste avanzate dagli ex lavoratori forzati. Non tutte le aziende si dimostrarono ricettive rispetto all’apertura di un dialogo: chi per evitare di rovinare la propria immagine assumendosi le responsabilità del passato; altre, soprattutto piccole-medie imprese, denunciavano che durante il nazionalsocialismo lo sfruttamento dei lavoratori avvenne per lo più nelle grandi aziende, tentando così di lavarsene le mani. Successivamente si aprirono negoziati tra gli Stati Uniti, la Germania e ad alcune industrie tedesche interessate a partecipare. Il governo statunitense assicurò che se fosse stato creato un fondo per gli ex lavoratori forzati da parte della Germania, in futuro non sarebbero più state accolte cause legali contro aziende tedesche presso le proprie corti. Dopo accese controversie sulla somma da destinare al fondo per le vittime del lavoro forzato, alla fine del 1999 venne stabilita la cifra di 10 miliardi di marchi tedeschi, di cui metà provenienti dallo Stato federale tedesco e l’altra metà dalle compagnie industriali che avevano preso parte alla Foundation Initiative of German Industry &lt;74. Le aziende tedesche che aderirono alla Fondazione furono 6.500, ma la loro partecipazione volontaria non era da intendere come un’ammissione di colpa, bensì come un tentativo di riconciliazione con le vittime. Tuttavia, la somma in denaro fissata risultava essere molto inferiore rispetto a quella reclamata dal Center of Organizations of Holocaust Survivors che aveva richiesto 441.82 miliardi di marchi tedeschi. Il 6 luglio 2000 venne creata la Fondazione “Memoria, Responsabilità, Futuro” attraverso una legge approvata dal Bundestag. La Fondazione EVZ calcolava che tra il 1939 e la fine della Seconda guerra mondiale, furono 8.4 milioni i lavoratori forzati civili stranieri e 4.5 milioni i prigionieri di guerra sfruttati dall’economia tedesca &lt;75. Alla Sezione 9 del Foundation Act &lt;76 della Fondazione EVZ si specificava come il denaro sarebbe stato utilizzato: 1. 8.1 miliardi di marchi tedeschi sarebbero stati destinati alla compensazione dei lavoratori forzati; 2. 50 milioni di marchi tedeschi sarebbero stati indirizzati a coloro che avevano subito danni a causa del nazionalsocialismo; 3. 1 miliardo di marchi tedeschi sarebbe stato riservato a coloro che avevano perso proprietà a causa della persecuzione del regime nazista; 4. 700 milioni di marchi tedeschi sarebbero stati messi a disposizione per finanziare progetti scolastici. I pagamenti non sarebbero arrivati direttamente alle vittime ma sarebbero stati gestiti da organizzazioni partner straniere individuate dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione. Sette furono le organizzazioni partner, la maggior parte delle quali rappresentavano i Paesi dell’est europeo come Polonia, Federazione Russa, Lettonia, Bielorussia, Lituania, Ucraina, Moldavia, Repubblica Ceca; per le vittime ebree fu responsabile la Conference on Jewish Material Claims against Germany; per tutte le vittime occidentali non ebree fu competente<br>l’International Organization for Migration (IOM). Alla sezione 11, paragrafo 3, si specificava che i prigionieri di guerra erano esclusi dal poter fare richiesta di indennizzo, a meno che non fossero stati trasferiti in campi di concentramento e costretti ai lavori forzati &lt;77. Il PDS (Partei des Demokratischen Sozialismus) e la sinistra extraparlamentare criticarono il Foundation Act: da un lato per la cifra contenuta che veniva messa a disposizione e dall’altro perché escludeva interi gruppi di vittime &lt;78. Furono infatti lasciati fuori i prigionieri di guerra russi, i quali vennero detenuti nei campi di concentramento e usati come lavoratori forzati, così come gli ex IMI.<br><em>L’esclusione degli ex IMI</em><br>L’esclusione delle vittime italiane dei lavori forzati venne stabilita da un controverso parere richiesto dal Ministero delle Finanze tedesco ad un esperto di diritto internazionale, Christian Tomuschat. Secondo la perizia redatta nel 2001 dal Professore della Humbolt University (Berlino), il passaggio di status dei soldati italiani da prigionieri di guerra ad IMI, e successivamente a lavoratori civili, non modificò di fatto la loro condizione originaria di prigionieri di guerra. Nonostante il Terzo Reich violò la Convenzione di Ginevra relativamente al trattamento degli IMI, questo non significò una soppressione dello status di prigioniero di guerra per i reduci italiani nei campi di internamento della Germania nazista. Si motivava la ridenominazione dei soldati italiani puramente come un cambio di etichetta per conseguire fini interni. Gabriele Hammermann sostenne che Tomuschat era stato incaricato dal governo federale tedesco di trovare una giustificazione a livello giuridico per escludere gli ex IMI, in ragione di un elevato numero di domande di risarcimento che la Fondazione EVZ stava ricevendo, temendo dunque di non riuscire a livello finanziario a risarcire tutti i richiedenti &lt;79. Sono diversi i punti che potevano essere contestati a Tomuschat nella redazione della perizia. Innanzitutto, il Professore sostenendo che gli internati militari non erano altro che prigionieri di guerra tralasciò di considerare il diverso trattamento che venne loro riservato. Gli ex IMI, infatti, non poterono contare sugli aiuti della Croce Rossa Internazionale in quanto il loro status non era definito da nessuna norma di diritto internazionale. Inoltre, non risultava essere equa la decisione di includere tra gli aventi diritto ai risarcimenti da parte della Fondazione EVZ, i prigionieri di guerra polacchi passati allo stato civile &lt;80. La loro situazione giuridica non risultava essere diversa rispetto a quella degli ex IMI che tuttavia vennero esclusi dagli indennizzi.<br>[NOTE]<br>68 FOCARDI F., KLINKHAMMER L., (2019), Il ritorno del passato: la “riscoperta” dei crimini nazisti e la riapertura della questione degli indennizzi per le violenze nazionalsocialiste, &#8220;Italia e Germania dopo la caduta del Muro&#8221;, Viella, Roma, p.85<br>69 WISE M., (6 novembre 1999), Bitterness stalks show on role of the Wehrmacht, New York Times, https://www.nytimes.com/1999/11/06/arts/bitterness-stalks-show-on-role-of-the-wehrmacht.html [visitato 8/12/21]<br>70 Ibidem<br>71 KARACS I., (10 marzo 1999), Neo-Nazi bomb blast wrecks army war crimes exhibition, Independent, https://www.independent.co.uk/news/neonazi-bomb-blast-wrecks-army-war-crimes-exhibition-1079574.html [visitato 8/12/21]<br>72 HEINELT P., Financial Compensation for Nazi Forced Laborers, Wollheim Memorial, p. 31<br>73 Ivi, p. 32<br>74 Stiftung EVZ, Foundation Initiative of the German Industry – Preamble, https://www.stiftung-evz.de/eng/the-foundation/history/preambel.html [visitato 9/12/21]<br>75 Stiftung EVZ, Origins of the EVS Foundation, https://www.stiftung-evz.de/eng/the-foundation/history.html [visitato 9/12/21]<br>76 Stiftung EVZ, The law on the creation of a Foundation “Remembrance, Responsibility and Future”, https://www.stiftung-evz.de/eng/the-foundation/law.html [visitato 8/12/21]<br>77 Ibidem<br>78 HEINELT, P. Financial Compensation for Nazi Forced Laborers, Wollheim Memorial, pp. 40-41<br>79 HAMMERMANN, G. (dicembre 2007), Le trattative per il risarcimento degli internati militari italiani 1945-2007, &#8220;Italia contemporanea&#8221;, n. 249, pp. 550-551<br>80 SPOERER M., FLEISCHHACKER J., (2002), The Compensation of the Nazi Germany’s Forced Labourers: Demographic Findings and Political Implications, &#8220;Population Studies&#8221;, vol. 56, n. 1, p. 14, https://www.jstor.org/stable/3092938?seq=10#metadata_info_tab_contents [visitato 22/12/21]<br><strong>Miriah Conte</strong>, <em>La questione degli Internati Militari Italiani nelle relazioni italo-tedesche</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2021-2022</p>
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		<title>Il comandante partigiano parmense che cercò di evitare le rappresaglie dei tedeschi in ritirata</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:03:49 +0000</pubDate>
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<p>Primo Savani nacque a Berceto nel 1897, da una famiglia di modeste condizioni, fu primo appunto di sette figli. Dopo esser stato insegnante di scuola elementare, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza diventando così Avvocato. Sin da giovane seguì la sua fede antifascista, fu infatti segretario del partito socialista e in seguito militò nel P. Comunista; a Parma fu tra i primi oppositori del Fascismo, all’età di 27 anni fondò il Circolo Universitario antifascista, insieme a Foà, Zavattini e altri nomi illustri della storia locale. Nel 1940 l’avvocato Primo Savani, in qualità di rappresentante del Partito Comunista, partecipò alla costituzione del Comitato d’azione antifascista: si trattava di un organismo clandestino, formato dai rappresentanti dei principali partiti antifascisti. Data questa sua attività cospirativa, fu costantemente sorvegliato dalla polizia insieme alla sua famiglia.<br>Durante la Resistenza, Savani entrò nelle file del movimento partigiano con il nome di battaglia: Mauri. Nella lotta di liberazione Mauri ebbe un ruolo fondamentale; fu nominato Commissario Politico del Comando Unico Operativo della zona Parmense. Tale incarico fu riconfermato anche quando, dopo la morte del Comandante Unico Pablo, si ricostituì il nuovo Comando Unico e si formò una delegazione di questo per la zona Est della Cisa, di cui Mauri fu Commissario. Mauri fu un partigiano molto apprezzato e stimato soprattutto per le sue doti organizzative, di mediazione politica nonché per la sua fede antifascista, già dimostrate durante il ventennio fascista. Negli ultimi mesi della Resistenza fu però protagonista di una vicenda controversa che lo vede coinvolto in prima persona, vicenda che rimane poco studiata; verso la fine del febbraio 1945 Mauri avviò delle trattative con i tedeschi: in caso di ritirata del nemico, questo non avrebbe distrutto città e paesi se i partigiani si fossero astenuti dall’attaccarli nelle retrovie. Per questa condotta, non solo venne stigmatizzato dal Comando Alleato e dal CLNAI, per i quali la parola d’ordine era “nessuna trattativa con i tedeschi” ma venne anche accusato di alto tradimento dal Comando Militare Nord Emilia che ordinò la sua destituzione dalla carica di commissario. Tuttavia tale provvedimento, date le proteste che suscitò, venne poi revocato e Mauri fu riabilitato alla sua carica di commissariato.<br>La sua attività antifascista non si esaurì con la Liberazione di Parma e la fine della lotta di Resistenza, ma continuò nell’immediato dopoguerra; fu infatti pubblico ministero presso la Corte d’Azione straordinaria che giudicava i fascisti e i colpevoli di collaborazionismo. Nonostante la fine della guerra e la sua intensa attività antifascista per la provincia parmense, Savani, essendo un dirigente del partito comunista continua ad essere sorvegliato dalla polizia. Nelle prime elezioni libere del ’46, la vittoria del Partito Comunista portò Primo Savani alla carica di Sindaco.<br>Alle elezioni del 1948 Primo Savani, tra i candidati alla Camera dei deputati, per il Fronte Popolare, nel collegio elettorale di Parma, Modena, Piacenza e Reggio Emilia. Per poter candidarsi Savani dovette dimettersi dalla carica di Sindaco di Parma. Alle elezioni di aprile però né Savani né Gorreri vennero nominati alla Camera. Appena a due anni di distanza dalla nomina di Sindaco, e pochi anni dopo la Resistenza, Primo Savani ottenne per un soffio la maggioranza nei comuni della provincia di Parma, seguito da Gorreri, ma nella restante circoscrizione elettorale non ottenne voti sufficienti per accedere alla Camera. Un risultato ben diverso, per certi versi imprevisto, da quello ottenuto dal Partito Comunista alle precedenti elezioni amministrative di due anni prima, vinte con buon margine dal Partito Comunista che portarono poi alla nomina di Primo Savani; questo dimostra quanto già allora, fosse complesso e non scontato il quadro delle dinamiche politiche nel parmense, quadro non segnato dall’egemonia comunista, a differenza di altri comuni, come Reggio. Dopo tale sconfitta elettorale continuò a spendersi per Parma ricoprendo cariche significative a livello provinciale. Divenne nel ’51 presidente dell’ANPI e dell’amministrazione provinciale dal luglio 1951 al 1960.<br><strong>Costanza Guidetti</strong>, <em>La struttura del comando nel movimento resistenziale a Parma</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2017-2018</p>
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		<title>Il Governo italiano ha chiesto che la cartiera Nomentana lavori per i primi 15 giorni di settembre esclusivamente per il Poligrafico dello Stato</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 09:40:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Sottosegretariato per la Stampa e le InformazioniA due settimane dall’insediamento del Governo Bonomi, il Decreto luogotenenziale 3 luglio 1944, n. 163 aveva sancito «la soppressione del Ministero della Cultura Popolare e l’istituzione di un Sottosegretariato per la Stampa e le informazioni»; l’11 luglio il Sottosegretario Giuseppe Spataro aveva diramato una circolare indirizzata ai prefetti [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc.jpg"><img decoding="async" width="540" height="748" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc.jpg" alt="" class="wp-image-7186" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc.jpg 540w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/1tc-320x443.jpg 320w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Istituto “Luigi Sturzo” (Roma), Fondo Giuseppe Spataro, Serie IX: Democrazia cristiana, Sottoserie 3: Sottosegretariato alla stampa e alle informazioni, fasc. 72, u.d. 70. “Ordine del giorno della prima riunione della Commissione Italiana per la Stampa che sarà tenuta il giorno 8 agosto 1944 alle ore 10 nel salone del Sottosegretariato per la stampa e le informazioni”. Fonte: Marcello Ciocchetti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p><strong>Il Sottosegretariato per la Stampa e le Informazioni</strong><br>A due settimane dall’insediamento del Governo Bonomi, il Decreto luogotenenziale 3 luglio 1944, n. 163 aveva sancito «la soppressione del Ministero della Cultura Popolare e l’istituzione di un Sottosegretariato per la Stampa e le informazioni»; l’11 luglio il Sottosegretario Giuseppe Spataro aveva diramato una circolare indirizzata ai prefetti in cui si stabiliva che l’autorizzazione per ogni nuova pubblicazione, o la conferma per una già esistente, doveva essere richiesta al prefetto corrispondente che l’avrebbe inviata al sottosegretario «per l’esame di una commissione alla quale esclusivamente è delegato il potere di autorizzare ogni pubblicazione. A questa commissione [era] parimenti delegato il potere di sospendere o revocare ogni autorizzazione». Il 21 luglio il Colonnello Munro comunicava a Spataro che i contenuti della suddetta circolare erano stati approvati dall’A.P.B. e che quest’ultimo si dichiarava favorevole alla «creazione da parte del Regio Governo Italiano di una Commissione Italiana di Stampa presieduta dal Sottosegretario di Stampa e Informazione, per svolgere nel Regio Territorio Italiano le funzioni svolte fino a quel momento dal Local Allied Publications Board»; comunicava inoltre che la Commissione italiana e l’APB erano autorizzate a inviare i propri rappresentanti in qualità di osservatori alle rispettive riunioni, ma aggiungeva anche che i verbali della commissione italiana dovevano essere poi approvati dall’APB e che «ogni decisione non approvata o ratificata dall’APB sarà riesaminata dalla commissione italiana alla luce delle obiezioni dell’APB» &lt;36.<br>A distanza di una settimana il Sottosegretariato per la Stampa e l’informazione ritenne necessario diffondere, tramite l’organo del P.W.B., una nota di chiarimento sugli effetti della Circolare Spataro dell’11 luglio: &#8220;È bene precisare che l’obbligo della licenza per la pubblicazione dei giornali non è stato imposto dalla circolare predetta, ma era già in vigore, nelle provincie amministrate dal Governo italiano, in virtù del R. Decreto Legge 14 gennaio 1944. La circolare è stata diramata ai prefetti per informarli della nuova procedura concordata con le Autorità alleate le quali hanno acconsentito a trasferire ad una Commissione italiana i poteri che in materia di stampa erano sin qui riservati ad una Commissione dell’«Allied Pubblication Board»&#8221;. Si ribadiva inoltre che, lungi dall’avere finalità censorie, la circolare intendeva semmai sollecitare i prefetti a vigilare affinché venisse assicurata «la libertà di discussione dei problemi politici»: &#8220;Con l’occasione si può precisare che la Commissione nazionale sulla stampa alla quale spetterà il compito di rilasciare le licenze di pubblicazione sarà composta oltre che di rappresentanti governativi, di rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa&#8221; &lt;37.<br><strong>La Commissione Nazionale per la Stampa</strong><br>Il 1° agosto 1944 veniva istituita la Commissione Nazionale per la Stampa (CNS); questa si riunì, in prima seduta, il successivo 8 agosto. Della Commissione, presieduta dal Sottosegretario Spataro, facevano parte il Direttore Generale della Stampa, avv. Armando Rossini; rappresentanti dei vari Ministeri (dell’Interno, dell’Istruzione Pubblica e di Grazia e Giustizia) e delle Associazioni di categoria (FNSI) più un rappresentante dell’APB in qualità di osservatore. Il giorno stabilito per il trasferimento di competenze dall’APB alla CNS era il 15 agosto 1944. Aggiornato a tale data è un elenco approntato dall’APB:</p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="568" height="795" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1.jpg" alt="" class="wp-image-7187" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1.jpg 568w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc1-320x448.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 568px) 100vw, 568px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><a href="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" width="633" height="813" src="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2.jpg" alt="" class="wp-image-7188" srcset="http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2.jpg 633w, http://casamaini.altervista.org/wp-content/uploads/2026/04/tc2-320x411.jpg 320w" sizes="auto, (max-width: 633px) 100vw, 633px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">NAW, RG, 331, 10000/129/244. Office of the Central / Allied Publications Board, Authorised newspapers and other periodic publications in Liberated Italy. 15 August 44. Documento conservato in copia presso il Centro ‘G. Pestelli’ di Torino. La nota manoscritta posta sul primo foglio a fianco della data («Amended as regards PWB controlled newspapers as at 10 Nov. 44») non modificava il quadro generale degli ‘autorizzati’ al 15 agosto 1944: l’unico dato aggiunto era infatti quello relativo al «Corriere del Mattino» di Firenze (‘PWB-controlled’) posto in calce al secondo foglio. Fonte: Marcello Ciocchetti, Op. cit. infra</figcaption></figure>



<p>In realtà, come vedremo, il passaggio delle consegne verrà rinviato di cinque mesi: fino al 15 gennaio 1945 l’ultima parola in materia di autorizzazioni continuerà pertanto a spettare all’Allied Publications Board.<br><strong>Il graduale passaggio delle consegne</strong><br>Durante quei cinque mesi le due Commissioni (APB e CNS) tentarono di operare in stretta sinergia, nonostante i rapporti fossero tutt’altro che alla pari. Le procedure concordate tra Alleati e Governo prevedevano infatti che la Commissione italiana prendesse in esame le varie istanze di pubblicazione ad essa pervenute per il tramite della Prefettura, esprimesse un suo parere e trasmettesse poi le relative delibere alla Commissione alleata; a questa &#8211; e solo a questa &#8211; era riconosciuto il potere di ‘ratificare’ o meno le suddette delibere e renderle esecutive. La trafila era davvero estenuante e ad essa non potevano sottrarsi neanche i sei giornali dei Partiti al Governo, che pure erano stati autorizzati d’ufficio dall’APB; così riferiva un redattore de «L’Italia libera», organo del Partito d’Azione:<br>&#8220;Un nostro amico si è recato in Prefettura a domandare, a nome del Partito, l’autorizzazione per pubblicare un opuscolo di Vinciguerra.<br>«Quando devo ripassare per la risposta?»<br>«Stia pure comodo, la manderemo a chiamare»<br>«Va bene, ma quando?»<br>«Tra venti, venticinque giorni»<br>«Tanto ci vuole a leggere un opuscolo, ad accertare che non compromette lo Stato?»<br>«Capirà, devo istruire la pratica, assumere informazioni sul sig. Vinciguerra, informazioni sugli editori ecc. Indi passeremo l’incartamento al Sottosegretariato Stampa e Propaganda che deciderà, e quindi le comunicheremo l’autorizzazione o il rifiuto […]&#8221; &lt;38<br>Nel resoconto, tra l’altro, venivano omessi i riferimenti al decisivo passaggio finale, vale a dire la ratifica (o il rigetto) da parte dell’APB.<br>Per valutare i reali rapporti di forza tra gli Organi di Controllo Alleati e i rappresentanti del Governo italiano può essere utile considerare alcuni passaggi del “Rapporto della seduta dell’11 settembre 1944 della Commissione Centrale Alleata per le pubblicazioni” (vale a dire l’A.P.B.), redatto ed inviato dal Capo dei Servizi Stampa, Vito Lazzàra, al Sottosegretario per la Stampa e le Informazioni Giuseppe Spataro. Si sta discutendo il quarto punto all’ordine del giorno, “Stampa quotidiana romana”; a confrontarsi sono il colonnello Brown e l’avvocato Armando Rossini, Direttore Generale della Stampa Italiana, presente alla seduta quale ‘observer’ in rappresentanza del Governo: &#8220;L’avv. Rossini espone il punto di vista italiano sulla situazione della carta che, secondo quanto risulta da accertamenti fatti, non è da giudicarsi così grave da giustificare la ventilata riduzione della tiratura e in conseguenza chiede che sia revocato il blocco ai visti di esecutività per le approvazioni concesse dalla Commissione Nazionale per la Stampa. Il Colonnello Brown osserva che con una scorta di sole 10 tonnellate di carta, quale è quella attuale, l’A.P.B. non può venire incontro a nuove domande. Egli informa che oltre alle richieste per scopi bellici del P.W.B. il Governo italiano ha chiesto che la cartiera Nomentana lavori per i primi 15 giorni di settembre esclusivamente per il Poligrafico dello Stato. Egli è dell’opinione che l’A.P.B. non può aderire alla richiesta avanzata. La Commissione approva la proposta e stabilisce che l’A.P.B. non accorderà altra carta da prelevarsi dalla stessa riserva che per gravi necessità di propaganda anzi propone che la Sottocommissione dell’A.C.C. per l’Educazione e il Governo Italiano non potranno, d’ora in avanti, contare su nuove assegnazioni di carta&#8221;. Quando poi, nel prosieguo della seduta, l’avvocato Rossini prova a contestare «il blocco fatto alle licenze da parte dell’A.P.B.» e propone che vengano autorizzati almeno i 14 periodici «che dichiarano di disporre della carta, due dei quali già stampati e gli altri con carta del Vaticano», la risposta degli Alleati è perentoria: &#8220;La Commissione rigetta, con voto unanime, la proposta dell’Avv. Rossini di autorizzare le 14 pubblicazioni e vota di continuare il blocco ordinato. È stato notato, fra l’altro, che nessuna pubblicazione può, a rigore di termini, dichiarare di “essere già in possesso della carta”. Per ordine della A.F.H.Q. tutta la carta importata, trovata o prodotta in Italia, cade automaticamente sotto il controllo del P.W.B. Inoltre la Commissione si è anche opposta di autorizzare ancora dei giornali a Roma finché la situazione della carta non sia migliorata ovunque in Italia&#8221; &lt;39.<br>L’avvocato Rossini non aveva tutti i torti: la situazione della carta a Roma, in quello scorcio d’estate 1944, non era «da giudicarsi così grave»; sicuramente non lo era sotto l’aspetto strettamente quantitativo. Di carta in circolazione, a Roma, tra quella già da tempo ‘accantonata’ da quanti &#8211; tipografi, stampatori o semplici speculatori &#8211; avevano fiutato l’affare prima dell’arrivo degli Alleati (guardandosi poi bene dal consegnarla al PWB), tra quella conservata nei depositi Vaticani e quella &#8211; soprattutto &#8211; assegnata ai giornali autorizzati ma da questi non utilizzata e rivenduta al mercato nero; di carta in circolazione, dicevo, anche se di scarsa o pessima qualità, ce n’era.<br>A mancare, semmai, era una razionale gestione della preziosa materia prima e dunque una sua equa ripartizione e distribuzione. Il compito di elaborare, a riguardo, «un piano d’azione globale» spettava alle Autorità italiane: questa era la precondizione pretesa dagli Alleati per il trasferimento delle competenze in materia di stampa; e a determinare il rinvio di tale passaggio &#8211; inizialmente previsto, lo ricordiamo, per il 15 agosto 1944 &#8211; era stata proprio l’inadempienza del Governo italiano.<br>Il disappunto degli Alleati emergeva in modo inequivocabile dalla già citata lettera inviata il 12 ottobre 1944 dall’Executive Secretary dell’APB, il colonnello Ian S. Munro, al Sottosegretario per la Stampa e le Informazioni (nonché Presidente della Commissione Nazionale per la Stampa) Giuseppe Spataro. Nella lettera Munro rammentava al suo destinatario che già dal 9 luglio 1944 le Autorità Alleate avevano invitato il Governo Italiano a proporre delle soluzioni &#8211; da sottoporre comunque «sempre all’approvazione dell’A.P.B.» &#8211; riguardo alla questione dei giornali pre-fascisti di Roma; ebbene, non solo tali proposte non erano mai pervenute, ma era stata disattesa anche l’esortazione ad elaborare un piano generale della stampa: &#8220;Io sono sicuro che Lei sarà d’accordo con me sul fatto che se si progetterà un piano d’azione globale, ossia un certo numero di quotidiani al mattino, un certo numero di quotidiani serali, un certo numero di settimanali, quando si sarà d’accordo su questo punto, tanto i quotidiani esistenti, quanto i quotidiani prefascisti che sopravivranno, potranno essere inquadrati nei limiti che saranno decisi. In questo modo ci sarebbe ampia opportunità di servire i due principali interessi che noi abbiamo il dovere di tutelare: la libertà della espressione politica ed il servizio giornalistico per i cittadini di Roma&#8221;. Il ‘richiamo’ di Munro a Spataro era stato sollecitato da alcuni «commenti male informati» ed «affermazioni erronee» circolanti a Roma; tra questi era da annoverare anche la già citata lettera di Nenni del 6 ottobre: &#8220;L’Associazione Editori Giornali &lt;40 ed il giornale quotidiano romano &#8220;Avanti”, hanno scritto recentemente all’A.P.B. in una forma tale da far apparire come la responsabilità per l’assegnazione della carta per la stampa ai giornali romani, sia dell’A.P.B. La cosa non è vera, non è così. Come la questione già nominata della resurrezione dei giornali prefascisti, anche la responsabilità di questa della carta riguarda e ricade sulla Commissione Italiana della Stampa. Ciò è così perfettamente aderente con il seguente estratto delle minute dei verbali della seduta tenuta dall’A.P.B. il giorno 11 Settembre: “L’avv. Rossini ha detto … che l’intera questione della riassegnazione della carta ai giornali romani era ancora da essere riveduta dalla Commissione Italiana per la Stampa”. A tutto oggi, la Commissione Italiana per la Stampa non ha sottoposto le sue proposte e raccomandazioni alla Commissione Alleata per le Pubblicazioni&#8221; &lt;41.<br>[NOTE]<br>36 NAW, RG, 226, OSS XL 1745 (in copia presso Centro Pestelli). Lettera di Ian S. Munro al sottosegretario Spataro del 21 luglio 1944. Appendice VII del rapporto dell’OSS del 9 settembre 1944 sul controllo della stampa in Italia.<br>37 Precisazioni circa le licenze per la pubblicazione, «Corriere di Roma», 29 luglio 1944, p. 2<br>38 Ombre littorie, «L’Italia libera», 19 agosto 1944, p. 1. L’opuscolo di Mario Vinciguerra era, presumibilmente, La stampa, grande invalida, decimo titolo della collezione “Quaderni liberi” (34 p., stampato presso la ‘Scuola tip. Madonna delle Grazie’, 1944). Di lì a pochi mesi Vinciguerra assumerà la guida della Commissione ‘romana’ per l’epurazione della stampa (cfr. 2.8.2).<br>39 Istituto “Luigi Sturzo”, Fondo Giuseppe Spataro cit., fasc. 72, u.d. 109: “Rapporto della seduta dell’11 settembre 1944 della Commissione centrale alleata per le pubblicazioni”. Dattiloscritto di sei pagine, con in calce firma autografa di Vito Lazzàra.<br>40 Sull’operato dell’Associazione Editori Giornali disponiamo della preziosa testimonianza di Primo Parrini, che ne fu per anni il Presidente: «L’Associazione Nazionale degli Editori di Giornale sorse il 27 giugno 1944 e affrontò subito con grande coraggio e con ferma determinazione i problemi che di ora in ora si andavano sempre più aggrovigliando. […] Gli alleati avevano messo a disposizione della Presidenza del Consiglio, perché la distribuisse ai giornali, un certo quantitativo di carta in bobina, ma &#8211; in realtà &#8211; tutti cercavano di accaparrarsene per proprio conto, onde integrare le magre assegnazioni fissate da una commissione ministeriale. Le cartiere del centro-sud venivano tormentate dalla mattina alla sera, ma la produzione non riusciva a risollevarsi dal livello al quale era caduta. Le cartiere dell’Isola del Liri erano in gran parte semi-distrutte. Quelle di Tivoli avevano subito gravi danni, ma le maestranze si prodigavano giorno e notte, sotto la guida di tecnici valenti, per rimetterle in efficienza. L’unica in grado di fabbricare un po’ di carta era la «Nomentana», appartenente al Poligrafico dello Stato, ma la sua fornitura non avrebbe potuto in alcun caso superare i 400-500 quintali mensili. […] Tutti i quesiti, le grane, i problemi, gli interrogativi legati alla carta e alla stampa dei giornali, cominciarono a far capo alla Associazione degli Editori, alla quale si rivolgevano, per consigli o schiarimenti, gli stessi alleati. Occorreva rinnovare i feltri di una cartiera che con tanta fatica era riuscita a rimettersi in movimento? L’Associazione doveva trovarli. Si stavano esaurendo le scorte dei flani? L’Associazione doveva procurarli, e così pure gli inchiostri, gli zinchi e tutte le altre piccole grandi cose di cui è fatta la vita di uno stabilimento tipografico». Primo Parrini, Come nel giugno del ’44 a Roma tornarono tutti i giornali scomparsi, in Annuario della stampa italiana, a cura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana / 1954-1955, Milano-Roma, Fratelli Bocca editori, 1954, p. 541-546 (542-543).<br>41 Istituto “Luigi Sturzo”, Fondo Giuseppe Spataro cit., fasc. 73, u.d. 145. “Lettera di Ian S. Munro indirizzata al Presidente della Commissione italiana della stampa e al Sottosegretariato per la stampa e le informazioni”. Testo dattiloscritto su unico foglio (recto e verso). In testa al recto: Office of the Central / Allied Publications Board / Room 108, 62 Via Veneto / Rome. Data: Roma, 12 ottobre 1944 [in testa al verso: 10 ottobre]. Firma in calce: I. S. Munro, / Lt. Col. / Executive Secretary. Le sottolineature sono nel testo dattiloscritto.<br><strong>Marcello Ciocchetti</strong>, <em>Giornali e riviste nella Roma liberata (giugno 1944-dicembre 1945)</em>, Tesi di dottorato, &#8220;Sapienza&#8221; Università di Roma, Anno Accademico 2014-2015</p>
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Governo italiano ha chiesto che la cartiera Nomentana lavori per i primi 15 giorni di settembre esclusivamente per il Poligrafico dello Stato</a> proviene da <a href="http://casamaini.altervista.org">Frammenti di storia</a>.</p>
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		<title>L’incidente avvenne quindi il 3 ottobre, sulla via verso l’aeroporto</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 10:38:08 +0000</pubDate>
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<p>Come annunciato dal leader del PCI, i fatti cileni furono realmente di insegnamento, e Berlinguer pubblicò i tre famosi articoli su “Rinascita”, attraverso i quali voleva sì compiere un’analisi alla luce degli eventi, ma anche avanzare una chiara proposta politica. Il primo articolo fu pubblicato due giorni prima della sua partenza per Sofia, il 28 settembre 1973, con il titolo: “Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni”. Gli eventi cileni, secondo Berlinguer, mettevano in luce i caratteri dell’imperialismo nord-americano che puntava a sopraffare e a opprimere i popoli e la loro indipendenza con rapporti di forza e mosse strategiche. Non solo l’esempio del Cile, Berlinguer ne portò molti altri nell’articolo: Cuba, il Giappone, economie avanzate come quelle dell’Europa Occidentale tanto quanto Paesi in via di sviluppo di Asia e Africa subivano l’interventismo americano. Inoltre, le continue interferenze americane rendevano chiara la loro posizione antidemocratica: non erano in realtà, come accusati dagli USA, il movimento operaio e il movimento comunista i veri nemici della democrazia. &lt;32 L’elemento di disturbo per l’URSS in questo articolo era il continuo accostamento tra partito comunista e difesa della democrazia: la politica di Berlinguer, come scrisse lui stesso nell’articolo, teneva conto del rapporto imprescindibile esistente tra il piano internazionale della coesistenza pacifica e della distensione e il piano nazionale che perseguiva l’indipendenza e la trasformazione democratica di ogni ordinamento statale. Soprattutto, nella lotta contro l’imperialismo Berlinguer affidava un ruolo chiave all’Europa, e anche questa prospettiva infastidì non poco i sovietici. Il leader propose di lavorare attivamente per un’Europa più unita dagli stessi ideali europei di democrazia, pace e autonomia, per far sì che il Mediterraneo diventasse un “mare di pace”, per portare l’Europa ad essere un “terzo polo” fondamentale per la distensione. Da questa posizione Berlinguer tracciò una linea politica ben chiara: un’Europa unita non doveva significare né un’Europa antisovietica né un’Europa antiamericana, perché questo sarebbe stato un passo in direzione contraria alla distensione. &lt;33 Dai fatti cileni Berlinguer dedusse analogie e anche differenze, che sicuramente esistevano tra i due Paesi per tanti motivi così diversi: tra le analogie però era evidente che in entrambi gli Stati i partiti socialisti e comunisti avevano avanzato la proposta di seguire una via democratica al socialismo. Il secondo articolo su “Rinascita” venne pubblicato il 5 ottobre del 1973, il giorno dopo il rientro di Berlinguer in Italia da Sofia. Come già anticipato, è probabile che gli articoli siano stati scritti insieme e pubblicati separatamente, a spiegazione dell’accaduto di Sofia, dove Berlinguer fu vittima di un incidente che probabilmente fu un attentato.<br>I giornalisti della rivista “Panorama” Giovanni Fasanella e Rocco Incerti ricostruirono la vicenda dopo il crollo dell’URSS, quando l’unico compagno di partito che ne era a conoscenza rilasciò un’intervista. Il compagno in questione è Emanuele Macaluso, che dopo 18 anni di silenzio trovò l’occasione per denunciare l’accaduto. Macaluso sostenne che il 3 ottobre del 1973, mentre Enrico Berlinguer si stava dirigendo all’aeroporto di Sofia per fare ritorno in Italia, rimase vittima di un attentato che non si rivelò, fortunatamente, mortale. Proprio perché Enrico ebbe la fortuna di non farsi male, decise di non rivelare a nessuno i suoi sospetti, se non a Macaluso e alla sua famiglia. Alla pubblicazione dell’intervista, moltissimi esponenti del PCI di quegli anni affermarono che era impossibile, che l’opzione dell’attentato non era realistica: a quel punto intervenne la moglie di Berlinguer, Letizia, che confermò la versione di Macaluso.<br>Per ricostruire i fatti con precisione, Fasanella e Incerti si affidarono al racconto di Gastone Gensini che, insieme ad Angelo <a href="https://aspettirivieraschi.blogspot.com/2022/11/la-giuria-premiera-il-ventunenne-angelo.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Oliva</a>, aveva accompagnato Berlinguer durante la visita a Sofia. Gensini e Oliva avevano avuto, in effetti, il dubbio che si fosse trattato di un attentato, ma non ne avevano fatto parola perché all’epoca era ritenuto troppo pericoloso. Gensini ha raccontato ai giornalisti di Panorama come si svolse l’incontro ufficiale tra Berlinguer e il leader bulgaro, Zhivkov, segretario del Partito comunista bulgaro (PCB): l’incontro non si aprì in modo pacifico, perché Berlinguer confermò la sua condanna dell’invasione sovietica a Praga e Zhivkov, che ne aveva attivamente preso parte, la difese in modo parecchio aggressivo. Per comprendere le motivazioni di ciò che accadde, è bene anche sottolineare che la Bulgaria era un Paese del “socialismo reale” molto fedele all’URSS, e che realmente subiva la sua influenza. Berlinguer approfittò della recente crisi cilena per affrontare con il leader bulgaro la sua nuova proposta politica, quella che sarebbe stata conosciuta poi con il “compromesso storico”. Non usò direttamente questo termine, ma riuscì a infastidire ulteriormente Zhivkov insistendo sulla necessità italiana di far collaborare le forze di sinistra con quelle di destra, di unire il potere del proletariato con la borghesia: questo non andava solo contro l’URSS, secondo il leader bulgaro andava proprio contro il comunismo. Non era comprensibile una via democratica poiché si contrapponeva alla via che, secondo Zhivkov, doveva essere comune a tutti i partiti comunisti. I colloqui tra i due leader non stavano andando molto bene, e Berlinguer decise di lasciare prima la Bulgaria: non si fidava del PCB, inoltre Zhivkov aveva malcelato un paio di minacce.<br>L’incidente avvenne quindi il 3 ottobre, sulla via verso l’aeroporto: diverse macchine scortavano l’auto su cui era salito Berlinguer, ma proprio la sua auto venne presa in pieno da un camion che veniva dalla direzione opposta, carico di rocce, che la fece schiantare su un palo della luce. Fortunatamente, come si comprese in seguito, l’auto si fermò proprio grazie al palo della luce: sarebbe altrimenti precipitata giù dal ponte. Il fatto, che fece escludere fin da subito l’ipotesi di un attentato, era che nella stessa auto di Berlinguer viaggiavano anche due importanti esponenti del PCB: Velchev, il secondo di Zhivkov, e Tellalov, responsabile della sezione esteri. Nel 1991 Incerti e Fasanella riuscirono a rintracciare e a incontrare l’ormai ex esponente del PCB Tellalov, con l’intenzione di fare luce su quell’incidente. Tellalov confermò che lui non sarebbe dovuto salire sulla stessa macchina di Enrico, perché il protocollo richiedeva diversamente, ma salì in quanto in amicizia con la famiglia Berlinguer. Tellalov dichiarò anche che il camion che aveva investito la macchina apparteneva all’esercito, come anche l’autista che lo guidava, e che la sua famiglia già all’epoca aveva avanzato l’ipotesi di attentato, ma che non ci aveva voluto credere, anche perché sapeva che gli avrebbe causato non pochi problemi. &lt;34 Le informazioni di Tellalov sono state importanti per la ricostruzione degli<br>avvenimenti, come lo sono state anche quelle di Velchev, che parlò nel 1991 con i giornalisti di “Panorama”, ricostruendo tutta la visita di Berlinguer. Alla domanda se quello fosse stato un attentato, rispose: «Allora non ci pensai o non ci volli pensare perché era già pericoloso esprimere dei sospetti. Ho rimosso il fatto per diciotto anni. Oggi, dopo le parole di Macaluso, ho cominciato a riflettere e penso proprio si sia trattato di un attentato. Sapevo che si organizzavano cose di questo genere, finti incidenti stradali e altro. Per un attentato a Berlinguer esistevano poi solide ragioni politiche: c’erano forti tensioni tra la linea marxista-leninista di Mosca e nostra, e l’eurocomunismo.» &lt;35 Berlinguer infatti non era considerato al pari di Togliatti e di Longo in URSS, ma come un leader che con le sue idee democratiche avrebbe allontanato i comunisti italiani e spinti verso un’alleanza americana: per questo il KGB e i servizi segreti spiavano Berlinguer e gli altri dirigenti, perché non si fidavano e temevano la sua influenza. Sull’eventualità che rimanessero coinvolti nell’incidente anche la seconda e la terza personalità del partito, Velchev non si disse sorpreso: rivelò infatti che anche all’interno del PCB c’erano diverse “linee” e che lui stesso personalmente non condivideva il carattere repressivo e personalistico del suo leader. Per cui, disse, sarebbe stato come “prendere due piccioni con una fava”. &lt;36 In seguito all’incidente i bulgari offrirono a Berlinguer di fermarsi lì per alcune settimane: Berlinguer rifiutò subito, e solo tramite l’ambasciata italiana a Sofia organizzò il suo rientro con un volo privato, che atterrò a Ciampino per mantenere la discrezione. &lt;37<br>A Mosca, il PCUS aveva una “pagella” che valutava il grado di fedeltà dei politici all’URSS: Berlinguer non godeva di grande fiducia, al contrario di Armando Cossutta. &lt;38 Nel corso del 1973 Zhivkov aveva più volte invitato il leader del PCI a fare visita a Sofia, visita che Berlinguer cercò in tutti i modi di rimandare. In compenso, nel luglio dello stesso anno fu Cossutta a recarsi a Sofia: Cossutta era il secondo esponente del partito dopo Berlinguer ed era ideologicamente molto legato all’Unione Sovietica, tanto che si sostiene lui abbia intrattenuto ulteriori rapporti con Mosca, oltre a quelli ufficiali, e abbia ricevuto degli aiuti economici personali, oltre che quelli al partito che non erano certo segreti. &lt;39 Eliminando Berlinguer quindi l’URSS aveva una buonissima probabilità di ritrovarsi come leader del PCI Cossutta, che certamente sarebbe stato più incline a seguire le direttive sovietiche. Non a caso, un anno e mezzo dopo la visita di Berlinguer a Sofia, Cossutta venne estromesso dalla segreteria. Nel marzo del 1975, a Roma, si svolse il congresso del PCI che fu chiamato dai giornali: “il congresso del compromesso storico”. Berlinguer ne uscì politicamente rafforzato, abbandonò definitivamente l’idea che l’Italia dovesse uscire dalla Nato e, al contrario, si convinse della sua necessità asserendo direttamente al “Corriere della sera”: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico anche per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale, mi sento più sicuro di qua che di là.» &lt;40 In effetti il leader italiano si sentiva più sicuro a Ovest della Cortina di Ferro, e nel 1973 si premurò di confermarlo. Dopo l’incidente si prese qualche giorno di riposo per mettersi in sesto, ma non fermò la sua proposta politica, né tantomeno ne deviò il significato: una cosa era certa, non si sarebbe messo in pericolo denunciando l’attentato, sarebbe stato un suicidio politico, ma non perse l’autonomia che contraddistingueva il PCI. Pochi giorni dopo uscirono gli altri due articoli su “Rinascita”, i quali sottolinearono con forza la proposta politica del PCI, a partire dall’eurocomunismo per arrivare al compromesso storico e all’alternativa democratica.<br>[NOTE]<br>32 Berlinguer E., 28 settembre 1973, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, Roma, in «Rinascita»<br>33 Ibidem<br>34 Fasanella G., Incerti C., 2014, Berlinguer deve morire, Milano, Sperling &amp; Kupfer, pp.55-56<br>35 Fasanella G., Incerti C., 2014, Berlinguer deve morire, Milano, Sperling &amp; Kupfer, p.60<br>36 Ibidem<br>37 Ivi, p.55<br>38 Ivi, p.70<br>39 Fasanella G., Incerti C., 2014, Berlinguer deve morire, Milano, Sperling &amp; Kupfer, pp.28-29<br>40 Pansa G., 15 giugno 1976, Berlinguer conta «anche» sulla NATO per mantenere l’autonomia da Mosca, in «Corriere della sera»<br><strong>Serena Nardo</strong>, <em>Il ruolo del Partito comunista italiano nella Guerra Fredda: lotta per l&#8217;autonomia dalle superpotenze</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022</p>
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		<title>Il coinvolgimento dell’Italia avrebbe dato all’Alleanza atlantica un approccio di carattere europeo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 09:30:11 +0000</pubDate>
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<p>La strategia di &#8220;risposta flessibile&#8221;, in base alla quale la NATO prevedeva di reagire ad un attacco sovietico con qualsiasi mezzo, convenzionale o nucleare, si sostituì alla risposta massiccia quando questa fu messa a dura prova dall&#8217;acquisizione dell&#8217;Unione Sovietica di sistemi di vettori in grado di colpire obiettivi sul suolo statunitense. Gli Stati Uniti, data la pericolosità delle contingenze, convinsero gli alleati ad adottare tale linea che non soddisfò, però, mai del tutto né gli Stati Uniti stessi né gli alleati europei. L&#8217;Alleanza sopportò anni di battaglie e di dibattiti relativi alla ripartizione degli oneri relativi al dispiegamento dei nuovi sistemi nucleari. Si può comunque ritenere che, a dispetto di tutti i cambiamenti strategici, la deterrenza basata sull&#8217;impegno contenuto nell&#8217;articolo 5 si dimostrò valida sino alla dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica.<br>L’altro aspetto cruciale del negoziato fu la delimitazione dei limiti geografici ai quali esso sarebbe esteso. Il concetto di “area dell’Atlantico settentrionale” poteva essere definito in modi diversi. Non costituiva, ovviamente, oggetto di discussione che paesi come la Norvegia, la Danimarca, l’Islanda, la Gran Bretagna, la Francia, i Paesi Bassi, il Belgio, il Lussemburgo, il Portogallo e gli Stati Uniti appartenessero a tale area. La questione si poneva non tanto per i paesi tradizionalmente neutrali, come la Svezia o la Svizzera, ma per paesi come la Spagna e l’Italia. Contro l’estensione alla Spagna esisteva l’ostacolo decretato dalle Nazioni Unite che avevano imposto l’ostracismo diplomatico alla dittatura di Franco. Per l’Italia, come già accennato, esisteva il problema che la sua collocazione nell’area dell’Atlantico settentrionale appariva, dal punto di vista geografico, alquanto discutibile e da quello politico rischiosa, non tanto per la presunta esiguità del contributo che le forze armate italiane avrebbero potuto dare, quanto per il fatto che l’Italia era un paese ex nemico, appena ritornato nell’ambito della rispettabilità internazionale e che l’ammissione dell’Italia avrebbe posto il problema, ben più militarmente scottante, della Grecia e della Turchia. Se l’Italia venne poi invitata a sottoscrivere il trattato come membro originario dell’Alleanza fu dovuto soprattutto alle insistenze francesi. Insistenze meditate e di notevole significato politico. Infatti la partecipazione o meno dell’Italia avrebbe caratterizzato in modo assai diverso l’Alleanza. Senza l’Italia, il trattato sarebbe stato letteralmente un trattato marittimo, comprendendo solo stati rivieraschi dell’Atlantico settentrionale, con la sola ed irrilevante eccezione del Lussemburgo. Un’alleanza così concepita avrebbe visto in posizione geograficamente centrale la Gran Bretagna e avrebbe privato la Francia di quel retroterra politico che le era necessario per controbilanciare le conseguenze politiche di tale centralità.<br>Di non minore rilevanza furono gli aspetti di politica interna. L’impronta nei paesi europei che avrebbero aderito al trattato era, infatti, di orientamento socialdemocratico, fatta eccezione per il Portogallo, la cui presenza derivava dalle esigenze strategiche relative al controllo delle Azzorre. L’unica eccezione fu la Francia la cui condizione politica non era altrettanto univoca.<br>Fondamentale fu anche il problema secondo il quale escludere l’Italia dal trattato, in quanto paese mediterraneo, avrebbe provocato inevitabilmente e, per definizione, l’esclusione dall’area garantita anche dei territori africani della Francia che, secondo il dettato costituzionale del paese in questione, costituivano parte integrante del territorio nazionale della Francia stessa. Per le motivazioni di cui sopra Parigi assunse un approccio risolutivo ed ultimativo nei confronti dell’adesione dell’Italia al trattato, fino al punto di porla come condizione determinante per l’adesione francese.<br>Appare doveroso anche sottolineare che il coinvolgimento dell’Italia avrebbe dato all’Alleanza un approccio di carattere europeo, o almeno centro-europeo, che la Germania sarebbe poi successivamente stata in grado di rafforzare.<br>Inoltre un’alleanza puramente marittima avrebbe provocato problemi con la Santa Sede nella misura in cui sarebbe stata costituita, con l’eccezione del Portogallo e la Francia, da stati di confessione religiosa protestante o non cattolica o nettamente separatistica, il che avrebbe creato problemi con la Santa Sede, che proprio durante la fase dei negoziati assunse una propensione di tipo neutrale nonostante un suo appoggio avrebbe avuto un gran peso sulle pubbliche opinioni dovuto al fatto che le persecuzioni di ordine religioso di cui erano vittime i fedeli ed il clero dell’Europa orientale erano oggetto di svariate ed accese polemiche ed ostilità nei confronti dell’Unione Sovietica.<br>Gli Stati partecipanti che aderirono al trattato concertarono i principi fondamentali che avrebbero funto da riferimento assoluto nel corso degli anni successivi e che avrebbero aperto una nuova era contraddistinta, almeno su carta, dall’egemonia dei principi democratici ed egualitari. Riaffermarono, tali paesi, la loro fede negli scopi e nei principi della Carta delle Nazioni Unite ed il loro desiderio di pace con tutti i popoli e tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro retaggio comune e la loro civiltà, fondata sui principi della democrazia, le libertà individuali e la prevalenza del diritto, preoccupati di favorire nella zona dell’Atlantico del Nord il benessere e la stabilità, decisi a riunire i loro sforzi per la loro difesa collettiva e per il mantenimento della pace e della sicurezza, si sono accordati sul trattato.<br>Di fatto, anche Washington accettò la politica delle sfere d’influenza, anche se, rispetto alla fase precedente il conflitto, la tutela dell’equilibrio internazionale era demandata non ad una molteplicità di soggetti, ma alla logica del bipolarismo.<br><strong>Un Trattato ingannevole?</strong><br>Sotto alcuni aspetti, il Trattato ed il suo impegno alla difesa collettiva potrebbero essere considerati come un audace inganno, data la vulnerabilità dei paesi europei nel 1949 ed i diffusi dubbi che le forze militari disponibili potessero impedire ad una campagna militare sovietica di raggiungere la Manica. Queste circostanze erano il fulcro dell&#8217;insistenza francese che dava priorità all’aiuto militare degli Stati Uniti rispetto al trattato transatlantico. In ogni caso, l&#8217;inganno sortì l&#8217;effetto sperato. E che questo avvenne perché contenesse la promessa che sostanziali risorse USA sarebbero state impegnate per la difesa dell&#8217;Europa o per altri motivi, può risultare secondario ai fini dei fatti.<br><strong>Alessia Cherillo</strong>,<em> I rapporti tra l&#8217;Unione Europea e la NATO</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli &#8220;Federico II&#8221;, Anno Accademico 2011-2012</p>
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		<title>L’estate 1944 a Bologna fu segnata dall’esplosione della guerriglia urbana</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 09:46:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A Bologna, come si è visto prima, a cavallo tra primavera ed estate 1944 vi fu un cambiamento nell’atteggiamento della popolazione verso le truppe di occupazione tedesche e le autorità di Salò. Questo passaggio dall’indifferenza alla sfiducia non produsse però una immediata e automatica adesione alla Resistenza, anzi fu un processo molto graduale e complesso, [&#8230;]</p>
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<p>A Bologna, come si è visto prima, a cavallo tra primavera ed estate 1944 vi fu un cambiamento nell’atteggiamento della popolazione verso le truppe di occupazione tedesche e le autorità di Salò. Questo passaggio dall’indifferenza alla sfiducia non produsse però una immediata e automatica adesione alla Resistenza, anzi fu un processo molto graduale e complesso, visto che, di contro, le scelte individuali o di gruppo erano frenate dal sistema poliziesco e repressivo, dagli incentivi alla delazione, fino ad arrivare «alla fuoriuscita dalla legalità derivante da quell’insieme di piccoli privilegi generatori di ingiustizie, di spinte all’individualismo che sono sempre e ovunque alimentati da uno stato di guerra, di incertezza nel domani.» &lt;190<br>L’estate a Bologna fu segnata dall’esplosione della guerriglia urbana; durante tutta la stagione ci fu un susseguirsi di attentati, con cadenza quasi giornaliera. A fine giugno furono passati per le armi tre delatori infiltrati dalla Questura nelle file della 7a Gap, stessa sorte poi capitata a un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana, trovato in possesso di una lista di oppositori da fucilare e a un tenente colonnello della sanità che era stato accusato di aver inviato in Germania dei giovani di leva malati o invalidi. &lt;191 Come abbiamo detto, in luglio vi fu un gran numero di azioni gappiste, alle quali corrispondevano, spesso, fucilazioni degli arrestati che finivano in mano nazifascista e di altri oppositori che si trovavano in carcere; come ad esempio Carlo Jussi, che il 5 luglio fu catturato dopo un’azione e fucilato il 16 dello stesso mese insieme ad altri otto partigiani, o il 14 luglio, quando vennero fucilati cinque uomini e i loro corpi, con le mani legate, vennero esposti al pubblico sul muro dell’angolo di Palazzo d’Accursio, dove vi era stato scritto “posto di ristoro per gappisti”. &lt;192 Il giorno seguente vi fu un conflitto a fuoco tra gappisti e militi in via Oberdan: uno dei partigiani, Massimo Meliconi, nome di battaglia Gianni, per coprire la ritirata dei propri compagni rimase indietro a combattere i nazifascisti e rimase ucciso. In suo onore la 7a Brigata Gap venne chiamata “Gianni”. Nello stesso mese, visto il continuo prelievo di detenuti dalle carceri per fucilarli, il Comando Unico Militare Emilia Romagna (CUMER) decise di affidare alla 7a Gap il compito di ordire un’azione contro il carcere di San Giovanni in Monte per liberare i compagni che lì erano imprigionati. Per ottenere tutte le informazioni che servivano al comando militare del distaccamento per preparare l’azione, il segretario del Comitato di Liberazione, Verenin Grazia, e il CUMER si affidarono a delle guardie carcerarie amiche che diedero ai Gap tutte le informazioni di cui avevano bisogno (pianta dello stabile, turni delle guardie, pattuglie che si aggiravano nei paraggi). &lt;193 Per l’azione si decise di utilizzare dodici gappisti, divisi in tre gruppi: il primo, formato da quattro presunti ribelli, il secondo formato da tre gappisti in divisa tedesca e i rimanenti cinque in divisa fascista. Il giorno dell’attacco, il 9 agosto, alle 22 i gappisti giunsero di fronte al carcere su due Fiat 1100 e i gappisti in divisa tedesca e fascista riuscirono a convincere gli uomini di guardia al portone ad aprirlo per far entrare i finti prigionieri. Una volta dentro, tutti i gappisti, in modo rapidissimo, misero fuori combattimento gli uomini del corpo di guardia, tagliarono i fili del telefono e si fecero dare le chiavi delle sezioni e delle celle. All’esterno invece uno degli uomini della polizia ausiliaria reagì e ferì un gappista a una gamba, prima di venire ucciso. Una volta aperte le celle, nonostante un primo momento di incredulità e incertezza, tutti i 340 prigionieri uscirono e si diedero alla fuga, tranne alcuni gappisti che tornarono nelle loro vecchie basi. &lt;194 L’azione venne completata in circa un quarto d’ora e non ci fu da parte fascista alcuna reazione, nonostante il filo telefonico della sezione femminile non fosse stato tagliato e probabilmente fossero stati chiamati i soccorsi proprio durante l’azione partigiana, come racconta De Micheli nel suo 7a GAP: «Dopo qualche giorno si venne a sapere che non tutti i fili telefonici erano stati tagliati: quello del direttore, situato nel reparto femminile, era rimasto intatto ed egli se ne era servito per chiamare il famigerato Tartarotti, invocando aiuto, dicendo che i partigiani in forze, con carri armati e autoblinde, avevano attaccato il carcere. Ma Tartarotti aveva risposto ch’era spiacente, che non aveva benzina e doveva rimandare il suo intervento alla mattina dopo. Arrivò infatti, il Tartarotti, il giorno seguente. Ma ormai non gli restava che visitare le prigioni vuote.» &lt;195 Da parte fascista fu tenuto il massimo riserbo riguardo l’attacco al carcere; solo il 12 agosto apparve sul Resto del Carlino un breve comunicato della Questura che assicurava un trattamento di favore per gli evasi che si fossero presentati entro le 12 del giorno seguente. &lt;196<br>Così come a Modena, anche a Bologna fu di primaria importanza il contributo dato alla lotta dalle formazioni gappiste di pianura. Ovviamente la vita di questi combattenti era legata a doppio filo con la vita dei contadini: questi ultimi davano rifugio nei propri fienili o nelle stalle, procuravano cibo o informazioni e li proteggevano dai rastrellamenti col proprio silenzio. &lt;197 Anche nelle campagne bolognesi si combatté la battaglia per impedire alle truppe tedesche di impadronirsi delle riserve di grano, stimolata dalle stesse motivazioni, ovvero la paura che il fronte si spostasse ancora più a nord in tempi brevi e che i tedeschi così portassero via tutto il grano ai contadini. Così si iniziarono a sabotare le trebbiatrici e questo portò a numerosi scontri diretti tra nazifascisti e gappisti, oltre a violenze da parte fascista e tedesca nei confronti della popolazione civile, come l’incendio delle abitazioni, dei fienili e i rastrellamenti.<br>Alle violenze fasciste spesso i partigiani rispondevano a loro volta, anche con azioni decisamente importanti, come l’attacco della Casa del fascio di Argelato nell’agosto ’44, in risposta all’incendio di alcune case a Funo. &lt;198 I gappisti, arrivati nella cittadina, si divisero in due gruppi: il primo, composto da cinque uomini, si recò alla Casa del fascio, il secondo gruppo, di due uomini, sarebbe invece andato a incendiare un altro stabile, una sorta di centro ricreativo, in cui sembrava dormissero dei fascisti. L’attacco al secondo edificio, messo in atto con delle bombe incendiarie, ebbe un esito decisamente non positivo, ma quello alla Casa del fascio, compiuto con una molotov e cinque chili di tritolo, ebbe tutt’altro esito e dell’edificio non rimase che un cumulo di macerie. &lt;199 La rappresaglia non si fece attendere e all’indomani dell’attentato furono fucilati, proprio presso le macerie della Casa del fascio, sette uomini e, inoltre, militi fascisti si recarono presso la frazione di Larghe di Funo dove incendiarono diciassette case di abitanti del luogo. Così i gappisti decisero di preparare un’altra azione contro una Casa del fascio: questa volta l’obiettivo fu quella di Bentivoglio e venne attuato il 12 agosto. Per questo attacco i partigiani arrivarono nella cittadina in macchina e, una volta penetrati all’interno dell’edificio, decisero di ripulirlo di tutto ciò che poteva<br>essere utile: macchine da scrivere, timbri e un ciclostile. Infine il terzo attacco: con del tritolo fu fatta saltare in aria la Casa del fascio di San Giorgio di Piano. Sia in quest’occasione che in quella dell’attacco a Bentivoglio da parte fascista non ci furono rappresaglie. &lt;200<br>[NOTE]<br>190 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., p. 110.<br>191 Ibidem.<br>192 M. De Micheli, 7a GAP cit., p. 144.<br>193 Ivi, p. 130.<br>194 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., pp. 118-119.<br>195 M. De Micheli, 7a GAP cit., p. 134.<br>196 L. Bergonzini, La svastica a Bologna cit., p. 121.<br>197 M. De Micheli, 7a GAP cit., pp. 168-169.<br>198 Ivi, p. 183.<br>199 Ivi, pp. 183-184.<br>200 M. De Micheli, 7a GAP cit., pp. 189-191.<br><strong>Marco Prosperi</strong>, <em>Il detonatore della lotta armata: origini e sviluppo del gappismo</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2020-2021</p>
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		<title>Gli impieghi orticoli riguardano molti dei Geranium liguri</title>
		<link>http://casamaini.altervista.org/gli-impieghi-orticoli-riguardano-molti-dei-geranium-liguri/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 11:13:17 +0000</pubDate>
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<p>Geranium ed Erodium sono i due soli Generi della flora spontanea Ligure ascritti alla famiglia delle Geraniacee: un gruppo sistematico facilmente riconoscibile per il lungo becco che sormonta l&#8217;ovario.<br>Questa curiosa appendice, a maturazione avvenuta, si divide in cinque porzioni che si arrotolano, rimanendo appese alla cima dell&#8217;asse centrale ad attendere che il vento o un animale provvedano alla disseminazione.<br>Ambedue questi Generi traggono il loro nome dall&#8217;opera di Aristofane <em>Gli uccelli</em>, dalla quale i botanici dell&#8217;antichità hanno attinto le denominazioni per molte specie vegetali.<br>Infatti il capo della Gru (&#8220;geranòs&#8221;) ricorda la forma del frutto dei Geranium, mentre il termine &#8220;erodiòs&#8221; (Airone), testimonia l&#8217;effettiva somiglianza fra la testa dei trampoliere ed il frutto degli Erodium. Sono due battesimi, questi, che evidenziano l&#8217;acuta capacità di osservazione e di sintesi degli antichi naturalisti.<br>Trattando questa pubblicazione unicamente di piante spontanee, sarà forse superfluo specificare che quando parliamo di Geranium, ci riferiamo esclusivamente alle specie selvatiche e non agli splendidi fiori coltivati che ricoprono muri e roccaglie e tappezzano le terrazze ed i giardini pensili di tutto il mondo e della Riviera ligure.<br>Queste specie, sia quelle esclusivamente ornamentali a fiori grandi e vistosi, sia quelle a foglie aromatiche, sono originarie dei Sud Africa e furono importate in Europa nel 1600; esse appartengono al Genere Pelargonium, un termine anche questo derivato dal nome di un uccello, &#8220;pelargòs&#8221; (la cicogna).<br>Non si debbono comunque sottovalutare gli aspetti decorativi di quasi tutti i nostri Geranium i quali, soprattutto nei paesi del Nord Europa, sono abitualmente coltivati ed utilizzati per risolvere molti problemi di giardinaggio, particolarmente nell&#8217;ambito dei grandi parchi dove si rivelano indispensabili per ricoprire ampie zone, tappezzando rapidamente il terreno con le loro foglie rigogliose ed i delicati, coloratissimi fiori.<br>La testimonianza di Plinio è importante anche in questo caso per riassumerci l&#8217;elenco delle Geraniacee note ai Romani ed il loro antico sfruttamento: &#8220;Il Geranio chiamato anche Mirride o Mirtide é simile alla Cicuta (Erodium cicutarium), ma ha foglie e gambo piú piccoli; è rotondeggiante, di sapore e di odore gradevole. Quelli greci, hanno foglie un piú chiare della Malva, (Erodium malacoides) gambi sottili, con rami alternati e tratti pelosi, alti due palmi: sulle cime dei rami nascono testoline simili a quelle delle gru. Una seconda specie ha foglie dell&#8217;Anemone, (Geranium tuberosum) ma con incisioni piú lunghe, la radice rotonda come un pomo, dolce, efficace contro la debolezza; forse è questo il vero Geranio. Si beve la pozione contro la tisi, alla dose di 1 dracma in 3 ciati di vino, un paio di volte al giorno e vale contro le flatulenze. Da crudo ha gli stessi poteri. La radice in succo cura le orecchie; per le tetanie se ne prende in pozione il seme, in quantità di 4 dracme con pepe e mirra&#8221;.<br>Un altro celebre protagonista legato alle nostre umili piante è San Roberto, Vescovo di Salisburgo, convertitore di pagani, fondatore di chiese e di conventi, iniziatore dello sfruttamento delle miniere di sale locali (perciò viene raffigurato nell&#8217;iconografia popolare con un vasetto di sale in mano). Egli è ritenuto lo scopritore dei poteri medicamentosi di quel Geranium che in suo onore fu chiamato robertianum e che il volgare nazionale riconosce come &#8220;Roberziana&#8221;, &#8220;Erba Roberta&#8221; ed &#8220;Erba cimicina&#8221;. I suoi princìpi curativi, presenti dei resto in tutte le altre specie spontanee, sono stati ritenuti particolarmente attivi nelle emorragie nasali, nella gotta e nelle malattie della vescica. &#8220;Il geranio roberziano&#8221; &#8211; scrisse Michele Tenore nelle sue lezioni sulla Materia Medica Vegetale &#8211; &#8220;è valutato nel mitto cruento e nel calcolo dei reni; per uso esterno si applica con vantaggio nelle ulceri ed alle ragadi&#8221;. Il loro contributo alla vita dell&#8217;uomo non si esaurisce però con quanto abbiamo sinora riferito perché il rizoma dei Geranium sanguineum che contiene il 29% di tannino, ha fornito per molti secoli una polpa rossastra utilizzata per la concia delle pelli; un&#8217;altra comunissima specie, il Geranium sylvaticum, in possesso di vivaci sostanze tintorie era impiegato usualmente per colorare stoffe e pellami.<br>Lasciamo per ultima una vistosa specie presente soprattutto nella zona montagnosa di confine, il Geranium macrorrhizum, le cui foglie, secondo le popolazioni della Bulgaria, sarebbero pregne di sostanze afrodisiache. La medicina casalinga ricorre ancora oggi alle specie selvatiche di Geranium sfruttandole per le collaudate azioni astringenti, toniche e vulnerarie dovute alla presenza in tutte le parti della pianta di geranina, zucchero, gomma, resina e gran quantità di tannino.<br>Il Geranium sylvaticum è un&#8217;altra delle specie studiate da Sprengel per dimostrare i diversi e complicati fenomeni dell&#8217;impollinazione: nel fiore appena aperto, le antere degli stami piú interni sono pressate fra loro, disposte intorno ai lobi chiusi dello stimma. Le logge delle antere si aprono sul lato interno e gli stami all&#8217;esterno. In un secondo momento si schiudono i lobi dello stimma favorendo l&#8217;impollinazione incrociata.<br>Allo stato odierno delle conoscenze sistematiche, al genere Geranium, si attribuiscono circa 160 specie localizzate nelle regioni temperate dell&#8217;emisfero australe; 26 si contano nella flora nazionale, una quindicina in quella della Liguria e fra queste illustriamo, come di consueto, quelle che per qualche aspetto utilitario interessano l&#8217;economia umana. In questo Genere le specie possono essere annue, perenni, sovente coi fusti eretti, talvolta ascendenti o prostrati, quasi sempre ramosi. Le foglie picciolate si presentano in genere più o meno palmate, alterne od opposte per effetto in un brusco raddrizzamento degli internodi.<br>I fiori, portati in cime, spesso semplicemente appaiati su peduncoli terminali o opposti alle foglie, sono dapprima riflessi e successivamente si raddrizzano per ritornare alla posizione originaria con la maturazione del frutto. I petali sono cinque, tutti eguali e parzialmente sovrapposti. Gli Erodium si distinguono sostanzialmente per avere la resta del seme a spirale e le foglie a nervatura pennata.<br>Geranium dissectum L. (Annuale. IV- IX Nasce nei coltivi sino ai 1300m). Ha fusti diffusi, erbacei, alti sino a 40 cm. Le foglie sono picciolate a contorno quasi tondo, quasi interamente divise in segmenti lineari semplici o suddivisi. I fiori rosa chiaro hanno lanceolati e trinervati e petali più piccoli bilobi.<br>Geranium macrorrhizum L.(V- VI Nasce nelle pietraie e nei ghiaioni dai 400 ai 1700m) Ha rizoma grosso, squamoso ed orizzontale, fusto eretto e biforcato alto sino ad 40cm, Le foglie sono odorose a 3-7 1obi grossolanamente dentati di color verde scuro, talvolta rossastro. I fiori, da 5 a 7 in cime pendule, hanno gli stami manifestamente più lunghi dei petali che sono rotondi, spatolati, di colore rosa scuro, con il calice rigonfio e globoso.<br>Geranium nodosum L. (VI- VIII. Nasce nei boschi di latifoglie dai 100 sino ai 1300m). Ha fusti delicati, eretti, ramosi, con nodi ingrossati, alti sino a 30cm. Le foglie basali lungamente picciolate profondamente partita in 5 segmenti dentati; le cauline sono quasi sessili, divise in 3 segmenti con due lobi basali. I fiori hanno colore lilla violetto e sepali appuntiti.<br>Geranium phaeum L. (VI- VIII. Nasce nei prati e nelle radure dai 500 sino ai 2000m). Ha rizoma sotterraneo spesso, bruno, orizzontale e ramoso, con fusti eretti, scanalati, e pelosi alti sino a 70cm. Le foglie molli verde-chiaro inferiormente, sono largamente coerenti alla base con piccioli allungati nella parte bassa, palmato fesse a 5-7 lobi. I fiori, in cime corimbose hanno colore quasi nero, una macchia bianca alla base di ciascun petalo che ha forma arrotondata, ottusa in sommità, con merlature poco profonde e cigliati alla base; quando lo sboccio è completo assumono una posizione quasi rovesciata all&#8217;indietro.<br>Geranium pratense l. (VI- VIII. Nasce nei pascoli dai 500 sino ai 1300m). Ha fusti eretti, ramosi e dicotomi, alti sino a 70 cm. Le foglie pentagonali hanno i segmenti palmato partiti. I fiori, hanno petali azzurro viola e sepali lanceolati e mucronati a 3 nervature.<br>Geranium pyrenaicum Burm. (IV- VII Nasce nei prati al margine dei boschi aridi dai 200 sino ai 1900m). Ha apparato radicale ingrossato, fusti eretti, alti sino a 30cm. Le foglie basali lungamente picciolate e le caulinari sono vellutate e tondeggianti divise in 5 segmenti lobati e dentati. I fiori hanno colore rosa violetto, sono cuoriformi e bilobi. I sepali sono carenati ed appuntiti.<br>Geranium robertianum L. (Annuale o biennale. V- X. Nasce al piede dei muri, lungo le siepi, al margine delle strade sino ai 1600m). Esala un forte odore fetido ed ha aspetto peloso-glandoloso; i fusti rossastri, alti sino a 50 cm hanno foglie a lembo profondamente diviso sino alla base in 3.5 segmenti distinti. I fiori, appaiati, color rosa-carminio, hanno i petali lunghi il doppio dei sepali terminanti in una piccola resta. Simile è: Geranium purpureum Vill cha ha taglia più ridotta ed é quasi glabro.<br>Geranium sanguineum L. (V- X Nasce nei prati al margine dei boschi aridi sino ai 1200m). Pianta assai decorativa, ha rizoma allungato ed orizzontale, e fusti sinuosi, erbacei, alti sino a 50 cm. Le foglie sono piccole ed erette se la pianta nasce al sole, grandi e patenti se in zona ombrosa; le foglie sono opposte, a contorno quasi tondo, divise in 7 segmenti divisi quasi sino alla base dei lembo, con peduncoli in genere più lunghi delle foglie. I fiori rosa-purpureo, hanno sepali ovali terminanti in una punta e petali bilobi con 3 linee più scure.<br>Geranium sylvaticum L. (VI- VII. Nasce nelle praterie ricche e nelle schiarite sino ai 2300m). Cresce in grandi colonie assieme alle altre erbe di grossa taglia, con fusti ingrossati ai nodi, eretti, ramosi pubescenti verso la sommità, alti sino a 50 cm. Le foglie basali, lungamente picciolate e le numerose foglie caulinari sessili, sono tutte divise in 5-7 segmenti profondamente suddivisi. I fiori, raccolti in infiorescenze lasse, sovente appaiati, hanno colore violetto hanno sepali lunghi ed acuminati e petali obovati. Simile è: Geranium rivulare Vill. che è privo di peli ghiandolari, foglie incise più profondamente e petali bianchi venati di rosso.<br>Geranium tuberosum L. (II- V. Nasce negli incolti sino ai 1000m). Ha radice ingrossata con 3 piccoli tuberi tondi e fusto eretto e peloso alto sino a 50cm. ha tutte le foglie alla base lungamente picciolate e divise in 5-7 segmenti pennatosetti con lacinie lineari. I rami all&#8217;ascella di brattee sessili portano fiori a petali violetto porpora.<br><strong>Come raccoglierli e coltivarli</strong><br>Gli impieghi orticoli riguardano molti dei Geranium liguri e basta essere entrati per una volta in un giardino inglese per rimanere stupefatti della quantità di forme e di varietà tratte da queste nostre umili piante. Sono adatti al tappezzamento di grandi aree, per le bordure, per le tasche dei giardino roccioso e per colmare le fessure dei lastricati.<br>Sono anche particolarmente adatti alla realizzazione di cestini appesi, coltivati in muschio pressato, accanto alle tante specie decombenti. Sono piante facile adattamento a qualsiasi terreno moderatamente leggero e ben drenato, preferibilmente in ombra intermittente o anche in completa assenza del sole. Si moltiplicano per divisione dei ceppi, da eseguirsi in primavera; o mediante semina in serra o cassoni. La raccolta dei semi è facilitata dal loro lungo periodo di fioritura che permette così una sicura individuazione della specie.<br><strong>Alfredo Moreschi</strong>,<em>I Gerani (Specie del Genere Geranium)</em>, Nuovo “Fiori di Liguria” (in ricordo del Professor Giacomo Nicolini), ed. in pr., 2020</p>



<p>Tra le pubblicazioni di Alfredo <a href="https://www.moreschiphoto.it/personaggi-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Moreschi</a>: Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Tre fotografie, lepómene editore, Sanremo, aprile 2024; (a cura di) Alfredo Moreschi, Marco Innocenti, Quaderno del circolo lepómene, Sanremo, 2021; Alfredo Moreschi, Parco Costiero della Riviera dei Fiori. Fiori e piante della pista ciclopedonale, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2019; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Manuale di depunteggiatura, editore lepómene, Sanremo, ottobre 2018; articoli in (a cura di) Letizia Lodi, Sanremo e l’Europa. L’immagine della città tra Otto e Novecento, Catalogo della mostra (Sanremo, 19 luglio-9 settembre 2018), Scalpendi, 2018; Presenzio Astante (al secolo Alfredo Moreschi), Quattro progetti per la città di Sanremo, Casabianca editore, Sanremo, giugno 2014; (a cura di) Alfredo Moreschi e Claudio Porchia, Il mondo verde celtico, Edizioni Zem, Vallecrosia, 2011; (a cura di) Alfredo Moreschi in collaborazione con Marco Innocenti e Loretta Marchi, Catalogo della mostra fotografica. 1905-2005: Centenario del Casinò Municipale di Sanremo. Una storia per immagini, De Ferrari, Genova, 2007; Giacomo Nicolini &#8211; Alfredo Moreschi, Fiori di Liguria, (a cura di) Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Edizione SIAG &#8211; Genova, 1982.<br><strong>Adriano Maini</strong></p>
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		<title>La DC fornì la migliore sintesi tra le complesse sfide istituzionali, economiche e sociali che attendevano lo Stato Italiano</title>
		<link>http://casamaini.altervista.org/la-dc-forni-la-migliore-sintesi-tra-le-complesse-sfide-istituzionali-economiche-e-sociali-che-attendevano-lo-stato-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[casamaini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 14:32:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Prevaleva tra i partiti del CLN la convinzione illuminista che progressivamente le realtà più arretrate del paese (dal punto di vista sociale e culturale) sarebbero state conquistate dalla naturale forza di convincimento della democrazia riconquistata. A questo si aggiungeva un forte giacobinismo politico, cioè la fermissima convinzione che data la profonda disgregazione sociale ed economica [&#8230;]</p>
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<p>Prevaleva tra i partiti del CLN la convinzione illuminista che progressivamente le realtà più arretrate del paese (dal punto di vista sociale e culturale) sarebbero state conquistate dalla naturale forza di convincimento della democrazia riconquistata. A questo si aggiungeva un forte giacobinismo politico, cioè la fermissima convinzione che data la profonda disgregazione sociale ed economica del paese occorreva un fermo decisionismo politico che concentrasse le decisioni, spesso ignorando la necessità che queste fossero sostenute da un reale consenso nel paese. In questo clima il “sentimento qualunquista” rappresentava una risposta concreta &lt;27.<br>Non a caso nelle elezioni all’Assemblea Costituente del 1946, che avevano celebrato il trionfo della Democrazia Cristiana, Il Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini ottenne oltre un milione di voti e oltre trenta seggi. Ma il maggiore successo del movimento di Giannini era rinviato alle elezioni amministrative che si sarebbero tenute alla fine del 1946. Quanto più le condizioni economico-sociali del paese si aggravavano e le forze politiche del CLN apparivano paralizzate da scontri interni che spesso, alla stragrande maggioranza del paese, sembravano solo dispute di potere di un personale politico carrierista e inconcludente, tanto più il messaggio antisistema lanciato da Giannini appariva efficace. La campagna contro gli uomini politici di professione (che sintetizzata nell’acronimo u.pi.pi. ha una risonanza volutamente irridente) diventa il tema centrale del Fronte dell’Uomo Qualunque e per certi versi anticipa temi ricorrenti nel dibattito politico attuale. Gli u.pi.pi non sono altro, per Giannini e i suoi, che impostori e fannulloni che privi di un onesto lavoro, agiscono come “parassiti del lavoro comune” &lt;28 e impadronendosi delle sfere del potere lo utilizzano per fini personali o per un continuo regolamento di conti. Per Giannini, tutta la dolorosa esperienza del regime fascista e quella attuale del CLN in realtà si riduceva alle contorte strategie dei professionisti della politica e al loro delirante bisogno di affermazione. Agli u.pi.pi Giannini contrappone l’uomo qualunque, espressione di una maggioranza laboriosa, estranea alle beghe del Palazzo, dotata di quel generale buon senso di cui sembrano privi sia i vecchi, che i nuovi uomini del Governo. Non a caso per Giannini, il miglior governo possibile è quello più lontano dal controllo dei partiti; un governo di tecnici competenti, imprenditori capaci, amministratori onesti che conoscono realmente i dolori delle persone e senza alcun furore ideologico sanno agire a loro vantaggio. Naturalmente in questa società pacificata, perché sottratta allo scontro ideologico dei politici di professione, non c’è spazio per il conflitto di classe e quindi per scioperi o altre manifestazioni di rivolta sociale &lt;29. Non a caso, in una prima fase gli uomini legati alla Confindustria e molti agrari sostennero senza riserve il movimento dell’Uomo Qualunque. Ma fu il sostegno dei ceti medi specie quelli concentrati nelle realtà urbane del sud a determinare lo straordinario successo di Giannini alle amministrative del Novembre del 1946. Il Fronte dell’Uomo qualunque riuscì ad ottenere buone affermazioni anche nei centri urbani del settentrione dove la sua presenza era stata fino a pochi mesi prima irrisoria (13,7% a Firenze,8,4% a Torino,9,2% a La Spezia, il 10% a Mantova); ma il successo era strepitoso in numerosi centri del Sud: a Palermo, a Lecce e a Foggia le liste del “torchietto” (così era chiamato il movimento di Giannini per il suo efficacissimo simbolo) erano prime in senso assoluto, così come a Bari, Catania, Messina e Salerno (dove i qualunquisti si erano presentati insieme ai liberali, ai monarchici e altre formazioni indipendenti). Ma anche dove il movimento di Giannini era stato superato (da una coalizione di sinistra) a Roma e a Napoli il Fronte dell’Uomo Qualunque era in assoluto il partito più forte. Forte era comunque l’ossessione di Giannini di offrire a tutto questo potenziale sociale uno sbocco politico di governo. In una prima fase cercò di rinsaldare i rapporti con la “Destra liberale” di cui si sentiva naturalmente parte. Ma l’Italia pensata da Benedetto Croce e dai principali esponenti del Partito Liberale era ancora quella dell’elite postrisorgimentali. Era l’Italia giolittiana che guardava con aristocratica sufficienza le plebi meridionali, convinta di essere la depositaria naturale di un compito pedagogico di indirizzo nei suoi confronti. Esattamente l’opposto della profonda simbiosi tra il movimento qualunquista e le forme più immediate di protesta dell’uomo qualunque. Ma verso il movimento di Giannini si indirizzava una complessa moltitudine sociale; qui si saldavano il sentimento di disperazione del popolo meridionale da sempre estraneo al processo di unificazione nazionale e che aveva espresso questo suo profondo sentimento con un voto plebiscitario per la Monarchia al Referendum del 1946. Era come se caduto il Re ritornasse l’antica disaffezione, cui si aggiungevano disperate condizioni economiche, la rabbia dei reduci disoccupati, la convinzione di ampi settori della piccola borghesia urbana che le politiche del CLN erano prevalentemente indirizzate per le realtà del Nord e fortemente condizionate dalle concezioni classiste di comunisti e socialisti. Ed anche il tentativo di Giannini di proporre alla DC una generale alleanza per le elezioni amministrativa che avrebbe dovuto rappresentare una specie di prova generale per nuove forme di governo, andò deluso. Nonostante forti pressioni del Vaticano di tentare l’alleanza almeno a Roma, dove invece il Blocco delle sinistre approfittando della divisione, con il 39% dei voti aveva conquistato la città, l’idea prevalente del gruppo dirigente democristiano era assolutamente contraria a un’alleanza con l’Uomo Qualunque. Non che sfuggisse a De Gasperi e agli altri dirigenti dello Scudo Crociato che il movimento di Giannini fosse la spia di un malcontento profondo che attraversava proprio quei settori sociali di cui la DC rivendicava la rappresentanza, ma essi erano convinti che una volta assestato il sistema istituzionale italiano e radicato nel profondo del paese un modello di ricostruzione e sviluppo, il movimento qualunquista sarebbe stato riassorbito e sarebbe toccato alla DC tenere il timone del paese.<br>Come de Gaulle con la V repubblica in Francia, la DC fornì la migliore sintesi tra le complesse sfide istituzionali, economiche e sociali che attendevano lo Stato Italiano. Fu garante della collocazione internazionale filo-occidentale e su questa base riuscì ad attivare un cospicuo fondo di credito con gli Stati Uniti d’America, che fu determinante per la ricostruzione del paese. Seppe contrastare abilmente la penetrazione di comunisti e socialisti sia nelle zone operaie (attraverso associazioni di solidarietà cattoliche e poi con proprie rappresentanze sindacali), che nelle realtà contadine del sud, non smarrendo mai le ispirazioni sociali che l’avevano da sempre caratterizzata. Fece comprendere al ceto medio urbano fortemente disorientato e tendenzialmente ostile alle politiche del CLN, che nella nuova Italia esso avrebbe avuto un ruolo decisivo attraverso la mediazione governativa che la Democrazia cristiana si apprestava a rappresentare. Ma il suo capolavoro fu che seppe mantenere aperto un rapporto di collaborazione istituzionale, con comunisti e socialisti, fondamentale per l’elaborazione di una Nuova Costituzione su cui fondare la convivenza civile del Paese.<br>Il movimento qualunquista progressivamente scomparve, non solo perché non era considerato serio interlocutore a livello di governo nazionale, ma perché, come in Francia, il vuoto istituzionale economico e sociale che forniva elemento solido alla cultura antisistema tipica del populismo anche in Italia era occupato oramai stabilmente da una nuova stagione politica.<br><strong>Dall’Uomo Qualunque al Movimento Sociale italiano.</strong><br>Agli appelli di Giannini avevano da subito aderito una considerevole massa di ex-fascisti. Si trattava di figure che non avevano avuto ruoli significativi nel passato regime e, che anzi, ritenevano l’esperienza non priva di errori e comunque irripetibile. Ma la loro principale rabbia derivava dal fatto che mentre quelli che avevano avuto ruoli importanti con abili operazioni trasformiste sfuggivano a ogni tipo di epurazione, la stragrande maggioranza di quanti avevano creduto in buona fede alle promesse del regime rischiavano di essere perseguitati e allontanati dai loro incarichi. Principalmente ritrovavano nelle parole di Giannini quella difesa dei valori piccolo-borghesi che a lungo il fascismo aveva difeso e su cui aveva fondato le sue iniziali fortune. Nei confronti di costoro da subito Giannini aveva dichiarato di non avere alcuna preclusione. Il suo punto di vista era chiaro: tutti erano stati fascisti in Italia, per questo non accettava alcuna discriminazione tra puri e impuri &lt;30.<br>In realtà vi era una minoranza di ex-fascisti per nulla rassegnata a considerare definitiva la sconfitta del fascismo, anzi nutrita da ostinati principi di rivalsa, era determinatissima a riorganizzare le proprie fila. Come scrive Mario Tedeschi , che era stato uno dei principali organizzatori della fase clandestina della destra italiana, mancavano programmi e una chiara coscienza della propria ideologia ma “tutti erano legati da un unico fortissimo denominatore comune: l’odio per l’antifascismo e il nuovo ordine da esso creato; la nostalgia lancinante per l’epopea di Salò’ e il desiderio spasmodico di vendetta” &lt;31. La rinascita del movimento fascista in Italia non fu certo dovuta alla capacità di proselitismo di questi gruppi clandestini (a questi al massimo si possono associare azioni sporadiche ed esemplari come il trafugamento della salma di Mussolini dal cimitero milanese del Musocco, rivendicato da Lotta Fascista). A prepararne le basi a rilanciarne l’ideologia e rinverdendone il culto per i suoi miti e per i suoi eroi, provvederà la propaganda di un certo numero di giornali: Rosso e nero, La Rivolta ideale, Rataplan, La Diga. Intorno a questi si formeranno diversi gruppi d’opinione che rappresenteranno l’embrione di nuove formazioni come il Fronte dell’Italiano e il Partito Fusionista italiano. Ma l’obiettivo di ricostituire una rappresentanza politica capace di sfuggire alle norme che vietavano espressamente la ricostituzione di organizzazioni legate al passato regime, non fu cosa facile.<br>Sicuramente la campagna dell’Uomo Qualunque contro le leggi sull’epurazione promesse dal CLN e più in generale le iniziative tese a una generale riappacificazione sociale che, come abbiamo visto, era fortemente sentita dalla maggioranza degli italiani, favorirono nel dicembre del ‘46 la ricostituzione ufficiale del primo raggruppamento politico che traeva larga ispirazione dall’esperienza fascista: il Movimento Sociale Italiano. Non mancavano certo profonde differenze tra il movimento di Giannini e il nuovo raggruppamento neofascista. In primo luogo, Giannini metteva sullo stesso piano gli errori passati del fascismo e quelli recenti del CLN; in particolare era assolutamente ostile ai deliri nazionalisti del passato regime e alle conseguenti operazioni di guerra. Ma in generale L’Uomo Qualunque sembrava ispirarsi a una destra conservatrice di tipo liberale che esaltava le capacità individuali spesso soffocate da un ottuso centralismo statalista promosso dai vertici del CLN. Auspicava un ritorno della borghesia imprenditoriale alla guida non solo delle strutture produttive ma del paese stesso (un Governo amministrativo di tecnici), l’unico modo secondo Giannini per tenere lontano i partiti dalle sedi principali della decisione. Il Movimento sociale italiano, al contrario, tentava il suo rilancio su posizioni di sinistra nazionale e sociale, quelle elaborate nel Manifesto di Verona durante il regime, accentuando lo spirito rivoluzionario antiborghese e anticapitalista dell’ultimo Mussolini. Ma la principale divergenza tra il Movimento sociale italiano e il Fronte dell’Uomo Qualunque era proprio sulla concezione dello Stato. Per Giannini come abbiamo visto più si spostava la sede della decisione dagli apparati statali centrali a quella che potremmo definire la società civile più si garantiva che gli interessi generali potessero sfuggire alle ossessioni di potere dei politici di professione; per il Movimento sociale Italiano e, i suoi dirigenti, al contrario, l’idea dell’indebolimento nel ruolo di comando dello Stato Centrale era inaccettabile. Tutto il “nazionalismo” che aveva caratterizzato la precedente esperienza del regime e che aveva mobilitato gran parte della popolazione italiana non poteva essere messo in radicale discussione, pena la scomparsa di una delle ragione fondamentali della stessa esistenza del MSI.<br>Certo nel giro di pochi anni la concezione più antiborghese che si rifaceva alla Repubblica di Salò cominciò ad appannarsi ma sul ruolo di direzione dello Stato centrale le distanze con il movimento di Giannini furono sempre incolmabili. Tanto più che apparve chiaro ai dirigenti del MSI che il bacino elettorale dell’Uomo qualunque coincideva con quello dello stesso movimento neofascista; e che proprio per la naturale sopravvivenza dell’uno era necessario accentuare le ragioni di “conflitto con l’altro” &lt;32. Va precisato che la fine dell’esperienza qualunquista dell’Uomo Qualunque non coincise mai con una fase politica in cui le destre italiane (compreso il MSI) tornarono ad avere un ruolo centrale nella vita del paese. Come abbiamo già visto, dalla terribile crisi istituzionale, economica e sociale del dopoguerra, nacque un nuovo modello di democrazia fondato su una nuova Costituzione; di questo modello la Democrazia Cristiana svolse il ruolo centrale lasciando alle destre le briciole del consenso e una funzione politica assolutamente marginale. Gran parte di questa funzione si ridusse a impedire che per garantirsi il governo del paese, la DC fosse costretta all’alleanza con i socialisti.<br>Si aprì quindi una fase che alcuni storici hanno definito “ponte” verso il Centro sinistra; un periodo che va dalle elezioni politiche del 1958 al 1962, anno del primo governo di Centro sinistra presieduto dall’onorevole Fanfani. Basti pensare che nelle elezioni politiche del 1958 il Movimento sociale italiano aveva ottenuto il 4,7% dei voti, le Destre monarchiche (inizialmente divise tra il PMP di Achille Lauro e il PNM di Covelli) avevano ottenuto rispettivamente il 2,6% e il 2,2%, mentre il liberali in leggera ripresa avevano ottenuto il 3,3%. La vera vincitrice delle elezioni era risultata la DC che, impostando la sua propaganda sul tema del progresso senza avventure aveva raccolto il 42,5% dei voti. Ma principalmente alla DC si offrivano nuove opportunità per aumentare il suo ruolo nella società italiana.<br>Intanto con il congresso del PCUS del 1956 la nuova dirigenza sovietica aveva messo in luce i terribili crimini del periodo stalinista in sostanza confermando quanto la DC aveva sempre sostenuto nelle precedenti campagne elettorali; ma il “rapporto Kruscev” e più ancora l’invio dei carri armati di Mosca in Ungheria per sedare una rivolta nazionalista, avevano definitivamente allontanato il PSI di Pietro Nenni dal PCI di Palmiro Togliatti. La possibilità quindi che si potesse procedere a una progressiva alleanza con il primo lasciando all’opposizione il secondo, diventava un tema concreto dei congressi democristiani. Naturalmente il ruolo in questi anni di missini, liberali e monarchici si ridusse a quello di spasmodici oppositori all’alleanza tra cattolici e socialisti (verso cui spingevano invece anche settori vaticani ispirati dal nuovo papa, Giovanni XXIII). La Dc, infatti, si servì ripetutamente dell’appoggio delle destre per il sostegno a diversi governi d’attesa che le consentiranno di procedere verso equilibri più avanzati senza sostanziali lacerazioni nel proprio elettorato. Nel 1959 monarchici, missini e liberali appoggiarono con favore un monocolore democristiano succeduto al vano tentativo di Fanfani di costituire un primo governo di centro sinistra dopo le elezioni del 1958. Ma nel Congresso nazionale della DC del 1959 Aldo Moro diventava segretario nazionale su una linea di definitiva rottura con le destre vecchie e nuove &lt;33. Ritiratisi i liberali dal sostegno al governo Segni dopo vari tentativi di formare governi con l’appoggio esterno dei socialisti, l’incarico passò l’8 aprile del 1960 all’onorevole Tambroni che ottenne la fiducia con il voto, determinante del Movimento Sociale Italiano. L’appoggio del MSI al nuovo governo scatenò in tutto il paese scioperi e vere rivolte che si concentrarono in scontri sanguinosi a Genova dove il MSI voleva svolgere il suo Congresso Nazionale. Dopo soli due anni, nel 1962, nasceva il primo governo di Centro sinistra, guidato dall’onorevole Fanfani, e si chiudeva un brevissimo periodo in cui le destre si erano illuse di poter tornare determinanti nella politica italiana.<br>[…] Tuttavia agli inizi degli anni ’60, l’Italia è l’unico paese ad avere un polo neofascista (il MSI) di una certa consistenza. In Francia la possibilità che possano formarsi organizzazioni neofasciste sufficientemente rappresentative è molto ardua e la caccia al collaborazionista inaugurata nell’immediato dopoguerra non risparmia nessuno. Lo stesso meccanismo elettorale francese voluto da de Gaulle, fortemente maggioritario, fissava delle quote di sbarramento che penalizzerà sempre le forze minori (lo stesso Fronte Nazionale pur con oltre il 10% sarà per anni rappresentato da pochissimi parlamentari); ma principalmente, la marginalità dell’estrema destra in Francia come in Italia nasceva da cause politiche ben precise. La risposta più coerente alla crisi istituzionale ed economica verrà da altre rappresentanze politiche che proprio in ragione di ciò affermeranno l’assoluta egemonia su un nuovo modello di Stato: in Italia la Democrazia Cristiana, in Francia il partito gollista. Come giustamente è stato scritto il partito gollista rappresentava per il ceto medio d’oltralpe, per l’alta finanza e per gli anticomunisti in generale un baluardo molto più forte e credibile rispetto ai piccoli, chiassosi e obsoleti raggruppamenti di estrema destra nostalgici della Francia di Vichy &lt;34. Ma il principale fallimento per la galassia di gruppi e riviste di Estrema destra che caratterizzavano la Francia di quel tempo (Jeune nation, la Falange française, il Mouvement populaire français, l’Alliance républicaine pour la liberté et le progres) risiederà nel non essere riuscita a cavalcare il forte malcontento nato dalla perdita delle colonie. Dopo le disfatte militari in Indocina (1954-55), quelle politiche con la crisi di Suez (1956) e dopo la perdita dell’Algeria (1961) la forte frustrazione per la perdita di una vecchia gloria imperiale non venne in alcun modo intercettata elettoralmente dai raggruppamenti dell’Estrema destra. L’elezione del 1962 e il referendum per la nuova repubblica voluto da de Gaulle segnarono, infatti, il trionfo del partito gollista.<br>Assistiamo così, in Italia e in Francia, a due fenomeni che accompagnano la crisi della rappresentanza e più ancora della funzione politica dell’Estrema destra. Da una parte l’estrema radicalizzazione di frange che non si rassegnavano alla sconfitta e proseguivano attraverso la clandestinità e una serie di attentati terroristici la loro azione di destabilizzazione del quadro politico nazionale, dall’altra (specie in Francia) una ripresa della riflessione ideologica e culturale, per definire l’identità di una nuova destra, capace di affrontare le sfide del futuro e non essere solo prigioniera delle nostalgie passate.<br>[NOTE]<br>27 Sandro Setta, L’uomo qualunque, Laterza editore, Roma-Bari 2005<br>28 Ibidem<br>29 Sandro Setta, L’Uomo Qualunque, Laterza, 2005<br>30 Ibidem<br>31 Mario Tedeschi, Destra nazionale, sintesi di una politica nuova, «il Borghese», 1972<br>32 S. Setta, L’Uomo Qualunque, op. cit.<br>33 M.Franzinelli e A.Giacone Il riformismo alla prova, Feltrinelli, Milano, 2013.<br>34 A. Bachelloni, Metamorfosi di un modello repubblicano. Francia 1944-1993, Unicopli, 1995.<br><strong>Valentina Marini Agostini</strong>, <em>La destra radicale nel dopoguerra: un confronto tra Francia e Italia</em>, Tesi di Laurea, Università Luiss &#8220;Guido Carli&#8221;, Anno Accademico 2015-2016</p>
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		<title>Internato perché in contatto con la Soe</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 08:43:59 +0000</pubDate>
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<p>Con l&#8217;ingresso dell&#8217;Italia nella Seconda guerra mondiale Rusca, nonostante i «precedenti come antifascista» e la vigilanza politica, &lt;17 fu richiamato alle armi. Dal suo stato di servizio militare si evince che durante il conflitto fu richiamato per un mese nell&#8217;estate 1940, quando si ritrovò «in piena Brigata Cuneo, come venticinque anni fa», &lt;18 e nel marzo 1941 fu promosso tenente colonello, il grado massimo raggiunto da Rusca nell&#8217;esercito. Non fu però mai mobilitato e venne ricollocato in congedo il 22 maggio 1941: &lt;19 stando a quanto dichiarato dallo stesso Rusca, i suoi compiti militari compresero il contributo intellettuale fornito al Servizio informazioni militare (Sim) «ove si occupò della Russia e dell&#8217;Estremo Oriente compilando fra l&#8217;altro alcune monografie». &lt;20 Come ha notato Decleva, alla polizia politica fascista arrivavano con regolarità gli aggiornamenti da Lugano che lo attaccavano apertamente: gli attribuivano la condizione politicamente antagonistica di «massone e accanitamente antifascista» e si evidenziavano i suoi incontri svizzeri con «tanta gente a noi nemica». &lt;21 Continuarono però a mancare rilievi chiari e la questura e le autorità milanesi, o almeno una parte di esse, furono accusate da un rapporto anonimo, scritto probabilmente dall&#8217;informatore svizzero, &lt;22 di simpatie nei suoi confronti per la facilità con cui il passaporto per l&#8217;espatrio gli veniva concesso. A causa delle pressioni politiche, e forse anche per fugare i sospetti che andavano addensandosi intorno a lui, nel 1941 Rusca decise di aderire, secondo le sue condizioni, al partito fascista. Lo fece tramite una via poco ortodossa: non si iscrisse al fascio di Milano, dove era domiciliato, ma a quello di Lugano. Giustificò alle autorità tale scelta inusuale con l&#8217;autorizzazione ottenuta dal Ministero degli esteri di aderire, come gesto simbolico, al fascio della città in cui «svolgeva la propria attività più delicata dal punto di vista politico […] per difendere e sostenere l&#8217;italianità in Svizzera». &lt;23<br>In quell&#8217;anno Rusca non fu il solo ex-combattente della Grande guerra a iscriversi, ma fu affiancato da numerosi veterani che non avevano ancora preso la tessera del Pnf, a causa di quella che Benedetto Croce in seguito definì un&#8217;«esortazione, ossia ingiunzione con chiara sottintesa di minaccia» da parte del regime, diretta «a tutti gli ex-combattenti della guerra 1915-18, a dar prova di solidarietà patriottica nella nuova guerra in cui l&#8217;Italia si era impegnata, col prendere la tessera del partito, al che tutti si doverono acconciare». &lt;24 Probabilmente Rusca decise di passare dal fascio di Lugano per evitare che i suoi precedenti di antifascista liberale, risalenti al «Caffè» e alla «Patria», compromettessero la sua condizione. L&#8217;informatore luganese denunciò comunque alla polizia politica l&#8217;irregolarità della sua iscrizione, che si sarebbe dovuta effettuare nel luogo di residenza, comunicando l&#8217;appoggio del segretario Ugo Lorenzani che, scriveva, Rusca fu in grado di legare «al suo carro» garantendogli un impiego con stipendio fisso presso la Mondadori. &lt;25 Nonostante la capacità di mantenere buoni rapporti con le autorità locali, nei primi anni Ottanta, in occasione della partecipazione a un documentario su Tessa, Rusca ricordò di essere sempre stato vigile negli anni del regime, «perché essendo io un antifascista c&#8217;era il pericolo che venisse un bel giorno la polizia in casa». &lt;26 I sospetti delle autorità italiane avevano però dei fondamenti che andavano ben oltre la silenziosa avversione politica di Rusca per il regime, poiché fu proprio in Svizzera che condusse l&#8217;attività più marcatamente antifascista della sua vita. Durante i soggiorni nel paese entrò in contatto con John McCaffery, dirigente da Berna delle operazioni della Special Operations Executive (Soe) e già lettore di lingua e letteratura inglese all&#8217;Università di Genova. L&#8217;organizzazione inglese, autorizzata da Wiston Churchill nel luglio 1940, agiva in tutta Europa per destabilizzare dall&#8217;interno le forze dell&#8217;Asse e l&#8217;Italia, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo, era considerata un paese chiave per le future sorti del conflitto e per gli interessi geopolitici inglesi sull&#8217;area mediterranea. &lt;27 In merito alla situazione italiana e sul piano politico, la Soe entrò in contatto inizialmente con gli antifascisti in esilio, attivando poi la sede di Berna per iniziare, nel maggio 1942, a sondare il terreno degli ambienti militari italiani, in cui spiccava la figura di Badoglio, considerato dagli inglesi «as the most likely Italian personality to lead an anti-Fascist movement and the figurehead who would attract most sympathy and support inside Italy». &lt;28<br>La prospettiva di ottenere l&#8217;appoggio di membri prominenti dell&#8217;esercito prese concretezza quando McCaffery trovò in Rusca, che la Soe identificò con il nome in codice Vulp, «the name we each use in communications», &lt;29 un contatto adeguato per aprire un canale di comunicazione con Badoglio: &lt;30 «[m]an concerned is Doctor Rusca, director of publishing firm Mondadori». &lt;31 Vanna Vailati ha raccolto una testimonianza scritta di Rusca, da cui emerge come aveva già avuto modo di conoscere McCaffery in Italia prima di incrociarlo in Svizzera. Nacque probabilmente così, da un incontro causale, l&#8217;opportunità per tentare di cambiare le sorti della guerra. &lt;32 Rusca dovette credere che, a più di due anni dall&#8217;ingresso dell&#8217;Italia nel conflitto, il regime fosse segnato e le condizioni ormai mature per esporsi e cogliere la possibilità di contribuire al suo rovesciamento. Le ragioni che convinsero McCaffery a fidarsi di lui furono la relativa facilità con cui Rusca poteva recarsi in Svizzera grazie alla Melisa [agenzia della Mondadori &#8211; per la quale lavorava Rusca &#8211; a Lugano], il suo rapporto con Badoglio, che oltre a essere stato suo comandante nella Brigata Cuneo era anche autore mondadoriano, e il suo orientamento antifascista ma discreto: «Doctor Rusca is known to have held anti fascists views, but was not actively anti-fascist». &lt;33 Badoglio si era ormai allontanato dal regime, riteneva ormai certa la vittoria degli Alleati e valutava l&#8217;eventualità di stabilire un governo militare per sostituire Mussolini, ragioni che convinsero la Soe a tentare di aprire un dialogo. &lt;34 Dopo la disastrosa offensiva dell&#8217;esercito italiano in Grecia, nel dicembre 1940, Badoglio si dimise da capo di Stato maggiore per ritirarsi dalla vita pubblica e Rusca ebbe modo di incontrarlo insieme alla sua famiglia nell&#8217;estate 1942, quando fu ospite a San Marzanotto, una frazione di Asti dove Badoglio villeggiava. &lt;35 Mario Zino fu il primo, negli anni Sessanta, a menzionare Rusca nelle vicende che portarono Badoglio e i servizi inglesi in contatto e indicò come il generale interloquì in Piemonte con un imprecisato «suo vecchio ufficiale che ha tutta la sua fiducia». &lt;36 Si trattava di un amico «deciso, energico, onesto» che parlava «con piena libertà e poi aspetta una risposta» e aveva avuto di recente «alcuni contatti in Svizzera con un esponente inglese, Mac Caffery [sic]», riferendosi poi a Rusca come interlocutore di Badoglio: «[i]l dottor Rusca, che conosceva bene Badoglio, ne ebbe facilmente l&#8217;adesione». &lt;37 Vailati, citando la testimonianza di Rusca, ha riportato l&#8217;iniziale contrarietà di Badoglio nell&#8217;approvare la creazione di un movimento militare esterno, ispirato a quello di De Gaulle, prendendo però tempo per rifletterci e ripensarci. &lt;38 Non si trattava di un&#8217;idea nuova: già nei primi anni Quaranta Randolfo Pacciardi, esule negli Stati Uniti e parte della Mazzini Society, aveva tentato di proporre, senza successo, la creazione all&#8217;estero di una «legione italiana» composta da antifascisti in esilio da affiancare alle forze alleate. &lt;39 La proposta di Badoglio, che a settembre Rusca comunicò alla Soe, riguardava la sua disponibilità nell&#8217;appoggiare la formazione all&#8217;estero di un&#8217;unità di combattimento con a capo il generale Annibale Bergonzoli, tenuto prigioniero dagli Alleati in India dopo la cattura in Libia. Badoglio era ormai convinto che, se lo stato delle cose non fosse cambiato drasticamente, «Italy will be back to the state of eighty years ago». &lt;40 Gli inglesi furono cauti e non accettarono subito la proposta, ma si impegnarono a valutarla per cercare di stabilire un fronte «interno» di opposizione al regime. &lt;41 I viaggi mensili di Rusca in Svizzera erano considerati sempre più sospetti dal regime, che in ottobre gli rese impossibile l&#8217;ottenimento dell&#8217;autorizzazione all&#8217;espatrio e richiese alla questura di Milano un vaglio degli atti a suo carico. Non trovando, ancora una volta, elementi di rilievo, venne comunque emessa una netta sentenza: «[p]oliticamente il Rusca è da ritenersi persona di sentimenti avversi al Regime, benché sappia molto bene salvare le apparenze». &lt;42 Luciano De Feo scrisse al capo della polizia Carmine Senise per affermare la fedeltà di Rusca al regime e il successo dalla Melisa in Svizzera, avanzando l&#8217;ipotesi che contro di lui fossero all&#8217;opera azioni screditanti dovute a «gelosie, invidie, concorrenze». &lt;43 Rusca stesso riuscì a ottenere qualche informazione sulle accuse che concernevano i suoi spostamenti svizzeri e venne a conoscenza del fascicolo a lui intestato presso il casellario politico. De Feo scrisse allora nuovamente a Senise per informarlo della sua reazione: «negli ultimi giorni, il Rusca addolorato per quanto sul suo conto<br>poteva da qualcuno essere stato detto, voleva finanche abbandonare la Melisa di Lugano, cosa che a noi in questo momento rincrescerebbe dato lo sviluppo che la società ha assunto per la diffusione della nostra cultura». &lt;44 Malgrado il sentore delle autorità fasciste, il blocco del passaporto e l&#8217;impossibilità di avvicinare Bergonzoli, le comunicazioni con McCaffery proseguirono. Rusca era considerato dalla Soe un contatto importane, anche se ancora una «force […] at present merely potential», &lt;45 e nella prima metà di ottobre ebbe l&#8217;ultima possibilità di raggiungere la Svizzera per incontrare McCaffery di persona. Il «Vulp affair» era considerato dalla Soe «of sufficient promise not to be allowed to lapse» &lt;46 e in novembre Rusca riuscì a comunicare per via epistolare l&#8217;intenzione di Badoglio e del maresciallo Enrico Caviglia, contattato da Zino, &lt;47 di indicare il generale Gustavo Pesenti come loro emissario militare presso gli inglesi. &lt;48 A prescindere dai progetti di Badoglio, per le autorità britanniche le azioni della Soe di Berna restavano subordinate all&#8217;effetto che una resistenza antifascista militare italiana, legata agli Alleati e in azione all&#8217;estero, avrebbe sortito sul morale della nazione, evitando però che si avvallassero negoziati per una pace separata o anche semplici confronti politici. &lt;49<br>I sospetti nutriti dalla polizia politica italiana divennero più insistenti perché, nonostante «i tempi eccezionali attuali e le restrizioni vigenti», &lt;50 Rusca continuava indefesso a chiedere di poter raggiungere Lugano, senza diradare le riunioni della Melisa. Nei primi di dicembre documenti sul suo conto inviati da Guido Leto, dirigente dell&#8217;Ovra, cominciarono a circolare negli uffici del Sim. La posizione di Rusca e le sue richieste per uscire dal paese furono riferite anche al maggiore dei carabinieri Luigi Buffa, il tramite tra la polizia politica e il Sim, mentre l&#8217;anno si chiuse senza novità. &lt;51 L&#8217;andamento degli eventi prese invece un nuovo corso nel gennaio 1943, quando pochi giorni dopo Capodanno Rusca riuscì finalmente a incontrare McCaffery in Svizzera. &lt;52 Fu quella l&#8217;occasione per proporre le condizioni del piano riguardante Pesenti, soprannominato «Izzara» dagli inglesi, che Badoglio e Caviglia avevano concordato: Pesenti sarebbe stato libero di creare una formazione militare italiana in Libia, dove sarebbe giunto con un viaggio aereo per atterrare in una base alleata in Cirenaica. &lt;53 Il Chiefs of Staff Committee venne informato del progetto, portato avanti «through an intermediary in whom the Soe representative in Berne has full confidence and with whom he has collaborated on other occasions over a long period», &lt;54 ma il 18 gennaio il War Cabinet inglese rifiutò la proposta, considerando i rischi maggiori dei benefici che la Gran Bretagna avrebbe potuto trarne. &lt;55 Fu Churchill in persona, tornato a Londra dopo la conferenza di Casablanca, a spingere il War cabinet a riprendere il «piano Pesenti» senza fare nessuna promessa anticipata a Badoglio, una risoluzione approvata solamente nel marzo seguente. &lt;56 Il primo passo fu riattivare i contatti con Badoglio tramite Rusca. &lt;57<br>Il raggio di azione delle autorità fasciste era però penetrato più in profondità di quanto Rusca e gli inglesi potessero immaginare, riuscendo a ottenere informazioni preziose da un agente di controspionaggio, il luganese Elio Andreoli, infiltrato nella Soe come corriere tra la Svizzera e l&#8217;Italia. &lt;58 Nei primi di febbraio il Sim comunicò alla pubblica sicurezza di non autorizzare l&#8217;ennesimo visto di Rusca per la Svizzera e aggiunse per prudenza che «[d]ata la particolare esigenza che consiglia tale diniego, è necessario evitare che l&#8217;interessato possa comunque capire il vero motivo concessione». &lt;59 La situazione per Rusca si era già gravemente compromessa nel dicembre passato, quando Andreoli, in qualità di emissario, gli aveva consegnato del preparato per inchiostro simpatico. Un plico che Rusca rifiutò, comunicando che «si riservava parlarne al mittente [McCaffery], in occasione d&#8217;una prossima andata in Svizzera». &lt;60 Andreoli riportò tale episodio, a cui seguì in febbraio la notizia di un lungo incontro di Rusca con il console svizzero a Milano, Franco Brenni, presso la villa di Cernusco Lombardone, un&#8217;occasione che le autorità fasciste sospettavano essere dedicata alla comunicazione tramite Brenni delle informazioni che Rusca non era in grado di riportare personalmente agli inglesi. &lt;61 Il Sim cominciava a raccogliere prove sufficienti per agire, ma inizialmente si limitò a un provvedimento che non andava oltre l&#8217;impedire a Rusca di passare la frontiera, probabilmente per poter ricavare informazioni più sostanziose sulla sua attività legata ai servizi segreti britannici. I documenti che lo condannavano arrivarono a Roma solo a marzo, anche se risalivano all&#8217;autunno precedente, quando sembrava che la fattibilità del piano Presenti fosse quasi certa.<br>[…] Rusca giunse [da internato] a Potenza il 5 aprile e fu destinato ad Avigliano, un comune a nord-ovest del capoluogo dove risiedette presso la Locanda Viggiano in corso Garibaldi, nel cuore storico del paese, e dichiarò al podestà che la sua condizione professionale fosse quella di industriale. Avigliano ospitò dal 1941 al 1943, fra dissidenti politici e persone di religione ebraica, 61 internati e fu uno dei primi luoghi in Basilicata dove vennero collocati i confinati e, dopo l&#8217;inizio del conflitto, gli internati. Una regione che Gennaro Claps ha definito «relegata dalla storia ad atavico isolamento», come ricordato da Carlo Levi in &#8220;Cristo si è fermato ad Eboli&#8221;, e selezionata appositamente dal regime «per mortificare e tenere sotto facile sorveglianza i dissidenti e i non graditi». &lt;77 Per Rusca fu previsto il normale regime degli internati, senza sussidio statale poiché la prefettura di Milano lo riteneva «in buone condizione economiche» e in grado di mantenersi «con mezzi propri». &lt;78 Era quindi un internato libero con l&#8217;obbligo di residenza ad Avigliano, una condizione che gli consentiva margini di libertà maggiori e una migliore condizione di vita rispetto agli internati nei campi. &lt;79 L&#8217;internamento civile fu impiegato dal regime come strumento di controllo della popolazione, toccando il picco con quasi 20 mila persone internate tra campi e paesi nell&#8217;aprile 1943, e pensato contro gli stranieri e gli italiani giudicati pericolosi o dall&#8217;attività sospetta, compresi coloro segnalati dal controspionaggio. Nei documenti del regime Rusca viene sempre indicato con il termine «internato», ma già all&#8217;epoca, e poi nella letteratura successiva, era presente una diffusa confusione con il confino di polizia. Mentre il confino esisteva già nell&#8217;Italia liberale, l&#8217;internamento civile fu introdotto con l&#8217;ingresso dell&#8217;Italia in guerra come ulteriore strumento di controllo, ma entrambe queste forme di restrizione, compreso l&#8217;«internamento libero» a cui era soggetto Rusca, erano, come ha indicato Carlo Spartaco Capogreco, «sotto la giurisdizione del ministero dell&#8217;Interno, utilizzando talvolta identiche strutture fisiche e burocratiche». &lt;80<br>[NOTE]<br>17 Cfr. lettera del questore di Milano al Ministero dell&#8217;interno, 13 luglio 1940; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>18 Lettera di Luigi Rusca a Adolfo Orvieto, 22 settembre 1940; ACGV, FFO, Or.1.2088.306.<br>19 Cfr. stato di servizio di Luigi Rusca, n. 15815, conservato presso l&#8217;Ufficio documentale di Milano del Comando militare esercito Lombardia.<br>20 Memoriale di Luigi Rusca, 11 aprile 1943; ACS, MI, DGPS, Divisione affari generali e riservati, f. Ariani internati nella 2da guerra mondiale, b. 169, f. 5778. Rusca Luigi.<br>21 Relazione anonima, 23 agosto 1943; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>22 Cfr. ibid.<br>23 Memoriale di Luigi Rusca, 11 aprile 1943; ACS, MI, DGPS, Divisione affari generali e riservati, f. Ariani internati nella 2da guerra mondiale, b. 169, f. 5778. Rusca Luigi.<br>24 Lettera di Benedetto Croce a «Il Risorgimento liberale», 28 marzo 1945, p. 1.<br>25 Cfr. relazione anonima, 23 agosto 1943; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>26 Testimonianza rilasciata in De là del mur. La poesia di Delio Tessa, regia di Alberto e Gianni Buscaglia, Rai 3, 1982.<br>27 Sul Soe e l&#8217;Italia cfr. Massimo De Leonardis, La Gran Bretagna e la Resistenza Partigiana in Italia (1943-1945), Napoli, Esi, 1988; Frederick W. Deakin, Lo Special Operations Executive e la lotta partigiana, in L&#8217;Italia nella Seconda guerra mondiale e nella Resistenza, a cura di Francesca Ferratini Tosi, Gaetano Grassi e Massimo Legnani, Milano, Franco Angeli, 1988, pp. 93-126; Mireno Berrettini, Set Italy ablaze! Lo Special Operations Executive e l&#8217;Italia 1940-1943, «Italia Contemporanea», n. 252-253, settembre-dicembre 2008, pp. 409-434; Id., La Gran Bretagna e l&#8217;Antifascismo italiano. Diplomazia clandestina, Intelligence, Operazioni Speciali (1940-1943), prefazione di Massimo de Leonardis, Firenze, Le lettere, 2010; David Stafford, Mission Accomplished. Soe and Italy 1943-1945, London, Bodley Head, 2011; Roderick Bailey, Target: Italy. The Secret War against Mussolini, 1940-1943, London, Faber and Faber, 2014.<br>28 Lettera di Orme Sargent alla Segreteria di Stato, 7 gennaio 1943; NA, FO, fasc. FO 371/37260A. Cfr. anche la lettera del Soe di Berna ad ACSS, 3 maggio 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778; lettera del Soe di Berna ad ACSS, 16 maggio 1942; ibid.<br>29 Report di JQ [John McCaffery], n. 113, 5 settembre 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778. Per i nomi dietro alcune abbreviazioni usate dalla corrispondenza del Soe cfr. Mireno Berrettini, La Gran Bretagna e l&#8217;Antifascismo italiano, cit., pp. IX-X.<br>30 Su Rusca come tramite tra gli inglesi e Badoglio cfr. Mario Zino, Prefazione, in Enrico Caviglia, Il segreto della pace, Genova, Nicola Milano Editore, 1968, pp. V-LXXXII; pp. XLII-XLIII; Franco Bandini, Vita e morte segreta di Mussolini, Mondadori, 1978, pp. 204, 393; Vanna Vailati, 1943-1944 La storia nascosta. Documenti inglesi segreti che non sono mai stati pubblicati, Torino, GCC, 1986, pp. 95-97; Richard Lamb, The Ghosts of Peace. 1935-1945, Salisbury, Michael Russell, 1987, pp. 173-178; Renzo De Felice, Mussolini l&#8217;alleato. 1940-1945, 2 voll., vol. I, L&#8217;Italia in guerra (1940-1943), 2 tt., t. II, Crisi e agonia del regime, Torino, Einaudi, 1990, p. 1166; Pier Paolo Cervone, Enrico Caviglia, l&#8217;anti Badoglio, Milano, Mursia, 1992, p. 244; Enrico Decleva, Arnoldo Mondadori, cit., p. 270; Elena Aga Rossi, L&#8217;inganno reciproco. L&#8217;armistizio tra l&#8217;Italia e gli angloamericani del settembre 1943, Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1993, p. 108; Lucio Ceva, Guerra mondiale. Strategia e industria bellica, 1939-1945, Milano, Franco Angeli, 2000, p. 96; Attilio Bolzoni, Nicola Caracciolo, La congiura di Badoglio, «La Repubblica», 30 agosto 2008, pp. 33-35; Ennio Di Nolfo, Maurizio Serra, La gabbia infranta. Gli Alleati e l&#8217;Italia dal 1943 al 1945, Roma, Laterza, 2010, p. 256; Giuseppe Casarrubea, Mario José Cereghino, Operazione Husky. Guerra psicologica e intelligence nei documenti segreti inglesi e americani sullo sbarco in Sicilia, Roma, Castelvecchi, 2013, pp. 82-83; Roderick Bailey, Target: Italy, cit., pp. 278-286; Paolo De Marco, La centralità del Mediterraneo durante la Seconda guerra mondiale, in 1943. Mediterraneo e Mezzogiorno d&#8217;Italia, a cura di Francesco Soverina, Roma, Viella, 2015, pp. 21-94; p. 48. Deakin ipotizzò che si trattasse di Adriano Olivetti (Lo Special Operations Executive e la lotta partigiana, cit., p. 103) ma i documenti del Sim e quelli del Soe confermano che Rusca era Vulp, mentre Olivetti collaborò con la Soe a partire dall&#8217;estate 1943 utilizzando il nome in codice Brown; cfr. Roderick Bailey, Target: Italy, cit., pp. 289-293.<br>31 Lettera della Soe Berna alla Soe Londra, 25 agosto 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778.<br>32 Cfr. Vanna Vailati, 1943-1944 La storia nascosta, cit., p. 96.<br>33 Lettera di J [Cecil Roseberry] a D/CD(O), 27 agosto 1942, 25 agosto 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778.<br>34 Cfr. la lettera della Soe Berna alla Soe Londra, 2 settembre 1942, HS 6/778; NA, FO, fasc. HS 6/778. Sulla posizione di Badoglio cfr. anche Mireno Berrettini, La Gran Bretagna e l&#8217;Antifascismo italiano, cit., pp. 86-87; Roderick Bailey, Target: Italy, cit., p. 279.<br>35 Cfr. lettera di Luigi Rusca a Pietro Badoglio, 17 settembre 1942; FAAM, ArchAme, Ar, fasc. Badoglio, Pietro.<br>36 Mario Zino, Prefazione, cit., p. XLII.<br>37 Ivi, pp. XLII-XLIII.<br>38 Cfr. Vanna Vailati, 1943-1944 La storia nascosta, cit., pp. 95-97.<br>39 Cfr. Alessandra Baldini, Paolo Palma, Gli antifascisti italiani in America, 1942-1944. La Legione nel carteggio di Pacciardi con Borgese, Salvemini, Sforza e Sturzo, con prefazione di Renzo De Felice e una testimonianza di Randolfo Pacciardi, Firenze, Le Monnier, 1990.<br>40 Report di JQ [John McCaffery], n. 113, 5 settembre 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778.<br>41 Cfr. lettera di J [Cecil Roseberry] a D/CD(O), 27 agosto 1942, 25 agosto 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778; lettera di Lettera di J [Cecil Roseberry] a D/CD(O), 30 agosto 1942, 25 agosto 1942; ibid.<br>42 Lettera dell&#8217;ispettore generale di P.S. [firma illeggibile] alla polizia politica, 18 ottobre 1942; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>43 Lettera di Luciano De Feo a Carmine Senise, 8 novembre 1942; ACS, CPC, b. 4493, fasc. Rusca Luigi Di Rodolfo.<br>44 Lettera di Luciano De Feo a Carmine Senise, 21 dicembre 1942; ACS, CPC, b. 4493, fasc. Rusca Luigi Di Rodolfo.<br>45 Lettera di J [Cecil Roseberry] alla Soe di Berna, 16 ottobre 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778.<br>46 Ibid.<br>47 Mario Zino, Prefazione, cit., p. XLIII.<br>48 Cfr. lettera della Soe di Berna alla Soe di Londra, 15 novembre 1942; NA, FO, fasc. HS 6/778.<br>49 Cfr. Mireno Berrettini, Set Italy ablaze!, cit., p. 428; Roderick Bailey, Target: Italy, cit., pp. 280-281.<br>50 Lettera del Ministero dell&#8217;interno alla questura di Milano, 27 ottobre 1942; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>51 Cfr. il promemoria per il maggiore Buffa, 15 dicembre 1945; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca. Sul ruolo di Buffa cfr. Mauro Canali, Le spie del regime, Bologna, Il mulino, 2004, p. 118.<br>52 Cfr. telegramma 0854 dalla Soe Berna, 5 gennaio 1943; NA, FO, fasc. HS 6/778.<br>53 Cfr. memo della Soe di Berna, 5 gennaio 1943; NA, FO, fasc. HS 6/777.<br>54 Lettera di MOL (SP), The War Office, alla segreteria del Chiefs of Staff Committee, 7 gennaio 1943; NA, FO, fasc. HS 6/777.<br>55 Cfr. lettera di [Orme] Sargent a CD [direttore operativo della Soe], 21 gennaio 1943; NA, FO, fasc. HS 6/777.<br>56 Cfr. Roderick Bailey, Target: Italy, cit., p. 283.<br>57 Cfr. lettera di M/CD a CD [direttore operativo della Soe], 1° aprile 1943; NA, FO, fasc. HS 6/777.<br>58 Cfr. Roderick Bailey, Target: Italy, cit., pp. 204-206.<br>59 Lettera di Mario Bertacchi alla Direzione generale della pubblica sicurezza, 4 febbraio 1943; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>60 Promemoria per il comm. Leto, 20 febbraio 1942; ACS, MI, DGPS, Divisione polizia politica, Serie fascicoli personali, b. 1181, f. Luigi Rusca.<br>61 Cfr. ibid. Su Brenni cfr. Renata Broggini, Franco Brenni (Bellinzona 1897-Zurigo 1963). Un diplomatico ticinese nelle sfide del XX secolo, Milano, Hoepli, 2013.<br>77 Gennaro Claps, Avigliano terra di confino. Memorie e testimonianze, Avigliano, Pisani, 2005, p. 13. Cfr. anche Antonella Trombone, Internati in biblioteca e biblioteche al confino. i lettori della Biblioteca provinciale di Potenza tra il 1940 e il 1943, in What happened in the library? Readers and libraries from historical investigations to current issues: International Research Seminar: Roma, 27-28 settembre 2018, a cura di Enrico Pio Ardolino, Alberto Petrucciani e Vittorio Ponzani, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2020, pp. 246-262.<br>78 Lettera della prefettura di Milano alla prefettura di Potenza, 21 aprile 1943; ACS, MI, DGPS, Divisione affari generali e riservati, f. Ariani internati nella 2da guerra mondiale, b. 169, f. 5778. Rusca Luigi.<br>79 Cfr. Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L&#8217;internamento civile nell&#8217;Italia fascista 1940-1943, Torino, Einaudi, 2004, pp. 130-131.<br>80 Ivi, p. 9. Cfr anche Giuseppe Lorentini, L&#8217;ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento di Casoli (1940-1944), Verona, Ombre Corte, 2019. Sul confino fascista cfr. Camilla Poesio, Il confino fascista. L&#8217;arma silenziosa del regime, Roma-Bari, Laterza, 2011.<br><strong>Andrea Palermitano</strong>,<em> Luigi Rusca e l&#8217;editoria italiana nel Novecento</em>, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pavia, Anno Accademico 2022-2023</p>
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		<title>Difficile decisione dei partigiani in Val di Susa a dicembre 1943</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 10:14:00 +0000</pubDate>
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<p>Lo spiegamento di forze in <a href="http://storiaminuta.altervista.org/la-resistenza-in-valle-di-susa-veniva-cosi-privata-di-due-esponenti-di-spicco/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">valle</a> preannunciava un’operazione di rastrellamento in grande stile, ordinata e condotta dal generale Zimmermann &lt;119. Al Comando militare della Valle di Susa giunse il 10 dicembre 1943 la notizia che una colonna motorizzata della Polizia Alpina si preparava a calare in valle. Per paura di essere intrappolati in una morsa mortale il Comando militare con l’avallo del Cmrp decise per la smobilitazione delle forze partigiane. Fu una scelta sofferta e non priva di polemiche, ma dava la misura del livello di maturità e di critica realistica della situazione esistente raggiunto dai rappresentanti della Resistenza valsusina, ben espressa da queste righe scritte da Bellone: “Di fronte a questa situazione estremamente grave si giudicò del tutto impossibile una resistenza rigida; si ritenne inattuabile la ritirata in determinati punti della montagna; si constatò assolutamente impossibile il passaggio in altre valli, a causa dell’alto strato di neve che copriva le montagne a partire dagli ottocento metri di quota. Attendere sul posto il rastrellamento e ritirarsi al momento dell’attacco parve pericoloso per svariati motivi: scarsezza di armi; deficienza grave di munizioni, cattivo e scarso equipaggiamento, specialmente mancanza di scarpe; scarso addestramento al combattimento unito a poca disciplina; formazioni poco mobili; capi più adatti ai colpi di mano che ai combattimenti prolungati. Senza sci e con le scarpe rotte nessuno circola a dicembre in Valle di Susa, in montagna! E così si decise, con l’approvazione di tutti i comandi militari, di tutti i dirigenti del movimenti resistenziale, di gran parte degli uomini e persino del Comando militare di Torino, di nascondere le armi, di sciogliere le bande, di far squagliare gli uomini, salvo a ricostruire tutto meglio di prima a tempesta passata.” &lt;120.<br>La decisione di sciogliere le bande in vista dell’offensiva tedesca non piacque però al Partito comunista che in essa vedeva un nuovo cedimento alla politica attendista. La direzione del Partito comunista, avendo avuto notizia che il Comitato di liberazione nazionale di Torino aveva dato ordine alle formazioni partigiane della Valle di Susa di sciogliersi in vista dell’offensiva tedesca in atto proprio in quei giorni, inviò una lettera, datata 12 dicembre 1943, ai “compagni” del Comitato militare di Torino invitandoli ad agire di “conseguenza e con tutta l’energia necessaria per evitare lo scioglimento delle bande” &lt;121, impartendo disposizioni precise sull’atteggiamento da fare adottare alle formazioni partigiane in caso di rastrellamento nemico &lt;122. Dinanzi alle decisione presa, il 10 dicembre 1943, all’unanimità dai rappresentanti del Comitato militare della Valle di Susa, dai quadri del movimento resistenziale e dal Comitato militare di Torino a favore dello “squagliamento” delle bande &lt;123, la disapprovazione del Partito comunista allora ricadde sul proprio rappresentante in valle, il “compagno” Bellone. Nella relazione, datata 26 dicembre 1943, scritta dal responsabile del lavoro militare per il Piemonte, Sandrelli, alla direzione del P.C.I., veniva segnalato: “il nostro responsabile di Partito sul luogo [Bellone] al quale immediatamente avevamo fatto giungere una dura lettera nella quale disapprovavamo il consenso da lui dato al progetto di “squagliamento” degli uomini che, come potete vedere da quanto segue, egli ancora difende” &lt;124. Sandrelli inserì nella sua relazione la contro relazione di Bellone, datata 20 dicembre, sui fatti accaduti in Val di Susa che, per l’importanza dello scritto ai fini della ricostruzione dei fatti, riporto per intero (vedi allegato A).<br>La relazione di Sandrelli portava il discorso resistenziale su un piano prettamente politico. Le formazioni che furono emanazione diretta dei partiti di sinistra ebbero un carattere estremamente politicizzato, nel senso che la propria azione non si esauriva solo nell’attività bellica contro gli occupanti tedeschi ed i loro alleati subordinati neofascisti, ma era indirizzata a gettare le basi per la realizzazione di una democrazia popolare. Scopo che doveva essere raggiunto attraverso una mobilitazione generale di tutti gli italiani che si trovavano sul territorio occupato. Il lavoro di orientamento ideologico svolto dal partito comunista si basava sull’attivismo dei propri militanti-partigiani, la cui azione precipua sul territorio era di profondere tra i civili la coscienza che la guerra partigiana fosse la prosecuzione in forma di lotta armata della politica dell’antifascismo: “L’8 settembre non era la data di nascita della Resistenza, era la data della sua trasformazione in lotta armata; la resistenza aveva avuto le sue origini nel lontano 1919 con le prime battaglie cruente contro lo squadrismo, era continuata nelle emigrazioni all’estero e nella cospirazione interna, s’era temprata nelle galere fasciste, aveva avuto la sua scuola di guerra in Spagna; l’avevano condotta i comunisti, i socialisti, ed il movimento di Giustizia e libertà, e quella lunga esperienza valeva ora a porre gli stessi partiti alla testa della guerra di liberazione” &lt;125. Ma essendo diversi i modo di concepire e di condurre la resistenza da parte dei diversi partiti riuniti nei Cln nazionali nacque inevitabilmente, alle spalle della guerra comune combattuta contro i tedeschi e i fascisti, una lotta politica che contrapponeva da una parte le forze antifasciste di sinistra e dall’altra quei partiti conservatori a cui si rifacevano i gruppi del capitale finanziario e della grande borghesia, ceti quelli che appoggiarono il fascismo e che venivano in quel momento rappresentati dal connubio Badoglio-monarchia &lt;126.<br>Il progetto dello “squagliamento”, come ho detto, fu fortemente criticato dal Partito comunista, che indirizzò le sue critiche su Bellone reo di aver avallato tale scelta. Bellone in quel caso ragionò con logica prettamente militare. In accordo con il Comando militare della valle, che fino ad allora si era presentato compatto e solido di fronte ai mille problemi organizzativi e operativi che dovette affrontare la Resistenza valsusina al suo esordio, tralasciò le direttive del partito. Sandrelli per ciò concludeva la sua relazione suggerendo al direttorio del Partito essere indispensabile “provvedere all’invio di un compagno che senta fortemente le proprie responsabilità di membro del partito e che lavori non in vista di “andare d’accordo” con gli ufficiali solamente, ma che si proponga di gettare solide basi nostre” &lt;127; come a ricordare che l’impegno di un partigiano comunista non poteva solo limitarsi alla sfera militare, il partigiano non “è, sarà chiunque combatterà i fascisti” &lt;128, ma sul campo di battaglia si doveva combattere una battaglia politica per cui diveniva essenziale possedere “un preciso sustrato ideologico” &lt;129. Bellone all’interesse politico scelse quello della Resistenza, ed alla bontà di quella scelta rimase convinto difendendo chi con lui condivise quella responsabilità. La sua convinzione sulla bontà della decisione di sciogliere le bande veniva confermata dalla relazione del 1° e 2 gennaio 1944 per la Val di Susa. Allora il relatore [Barca] scrisse: “Giorgio continua a misconoscere che fu un errore madornale quello di sciogliere le bande, anzi sostiene che i fatti hanno sostenuto il contrario e che si è agito bene”, sottolineando come esso “sia talmente ingranato in questa macchina militare da dimenticare, in certi momenti, che in primo luogo è un compagno” &lt;130.<br>[NOTE]<br>119 Come reazione allo sciopero del novembre 1943 si insediò a Torino dal 1° dicembre 1943 il Brigadeführer SS Paul Zimmermann. Nominato dal generale Toussaint, fu incaricato speciale per le “misure di pacificazione nell’area di Torino, città e provincia”, in Secchia e Frassati, Storia della Resistenza, p. 279<br>120 Aisrp, scaffale B, cartella 35, interno b, dattiloscritto sulla storia della Resistenza in Val di Susa, cit., p. 6<br>121 INSMLI, Le brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti (agosto 1943-maggio 1944), vol. I, (a cura di) Giampiero Carocci e Gaetano Grassi, Feltrinelli, Milano 1979, cit., p.166<br>122 &#8220;(…) Occorre visitare tutte le formazioni e ripetere queste disposizioni precise: a. Non impegnarsi in battaglie campali rischiando la distruzione; b. Tendere delle imboscate al nemico dove è possibile infliggergli gravi perdite mantenendo aperta la via della ritirata; c. Completare d’urgenza le predisposizioni per la ritirata più in alto e eventualmente per trasmigrare in altre zone (preparazione di depositi di viveri, di munizioni, creazione di piccoli posti armati, ecc.); d. Prendere provvedimento acciocché nelle zone eventualmente “rastrellate” distaccamenti partigiani, magari piccole squadre, vengano di nuovo riattivate; e. Agire in senso offensivo nelle zone non ancora attaccate dal nemico a fine di alleggerire la pressione sulle altre zone e di agguerrire i distaccamenti; f. Rispondere con terrore patriottico al terrore del nemico dell’Italia e del popolo, finirla col sentimentalismo; g. Rafforzare la vigilanza contro la penetrazione di elementi nemici a scopo di spionaggio e di disgregazione; h. Reazioni pronte politiche e militari contro i seminatori di panico, i vili e gli inetti; i. Convocare e parlare a tutti i comunisti ed operai delle formazioni che sono vicine a noi, per renderli edotti di quello che il Partito si aspetta da loro: fermezza &#8211; tenacia &#8211; disciplina &#8211; audacia – spirito di sacrificio nelle fatiche, nelle privazioni e nel pericolo; solidarietà proletaria e patriottica . Non è questo il momento delle parole, tutto deve essere dato all’azione, tutte le vostre forze devono essere mobilitate per far prendere e controllare l’applicazione di queste disposizioni nello spirito e nella lettera. Se avete bisogno di uomini per ispezioni noi faremo tutto il possibile per metterli a vostra disposizione. Saluti fraterni.&#8221; Ibidem.<br>123 Aisrp, scaffale B, cartella 35, interno b, dattiloscritto sulla storia della Resistenza in Val di Susa, p. 6<br>124 INSMLI, Le brigate Garibaldi nella Resistenza, vol. I, cit., p. 184<br>125 Secchia e Frassati, Storia della Resistenza, cit., p. 203<br>126 Peli, La Resistenza in Italia, p. 89<br>127 INSMLI, Le brigate Garibaldi nella Resistenza, vol. I, cit., p. 185<br>128 Beppe Fenoglio, Il partigiano Jhonny, Einaudi, Torino 1968, cit., p. 24<br>129 Ibidem.<br>130 INSMLI, Le brigate Garibaldi nella Resistenza, vol. I, cit., p. 215<br><strong>Marco Pollano</strong>,<em> La 17a Brigata Garibaldi &#8220;Felice Cima&#8221;. Storia di una formazione partigiana</em>, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2006-2007</p>
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