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	<title>Analisi laica</title>
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	<description>Ricerca in psicanalisi come compito infinito</description>
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		<title>Poveri noi. Cosa ci perdiamo nelle traduzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Dec 2021 21:43:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione È luogo comunque affermare che la traduzione impoverisca necessariamente il testo di partenza.1 Ci si riferisce con questo alle inevitabili difficoltà del trasferimento da una lingua all’altra, il caso forse più persuasivo restando la poesia, in cui diviene praticamente impossibile conservare al tempo stesso e completamente l’aderenza ai contenuti e alla musicalità del testo.&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/12/21/poveri-noi-cosa-ci-perdiamo-nelle-traduzioni/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Poveri noi. Cosa ci perdiamo nelle traduzioni</span></a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.analisilaica.it/2021/12/21/poveri-noi-cosa-ci-perdiamo-nelle-traduzioni/">Poveri noi. Cosa ci perdiamo nelle traduzioni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.analisilaica.it">Analisi laica</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Introduzione</h2>
<p>È luogo comunque affermare che la traduzione impoverisca necessariamente il testo di partenza.<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a> Ci si riferisce con questo alle inevitabili difficoltà del trasferimento da una lingua all’altra, il caso forse più persuasivo restando la poesia, in cui diviene praticamente impossibile conservare al tempo stesso e completamente l’aderenza ai contenuti e alla musicalità del testo. Ma a ben guardare il problema riguarda di principio qualsiasi traduzione.</p>
<p>Non è però su questi inevitabili impoverimenti che desidero soffermarmi, bensì su perdite molto più prosaiche e non certo necessarie: quelle di parti più o meno estese del testo di partenza.</p>
<p>Si potrebbe immaginare il testo di partenza come un bicchiere colmo d’acqua e la traduzione come il processo dello spostare con un cucchiaino da caffè tutto il suo contenuto in un secondo bicchiere inizialmente vuoto: fin troppo facile perdere qualche goccia nel ripetuto tragitto. La situazione diviene ancor più critica quando il vero e proprio testo di origine non è un’opera a stampa ma un manoscritto: in questo caso la traduzione è precedeuta da un primo passaggio “di bicchiere”: la <em>trascrizione</em> dall’olografo allo stampato <em>nella stessa lingua</em>, trascrizione su cui in genere si baseranno successivamente tutte le edizioni in lingua originale e, appunto, le traduzioni.</p>
<p>Le trascrizioni sono come i diamanti: preziosissime e “per sempre”. Purtroppo in tal modo tendono a essere “per sempre” anche eventuali errori e omissioni commessi in questa fase originaria del lavoro di pubblicazione delle opere di un autore, fatto che incide soprattutto in generi letterari come i carteggi e gli inediti, molto spesso scritti a mano.</p>
<p>Di seguito riporterò alcuni esempi di questi impoverimenti e dei loro effetti sul prodotto finale, le traduzioni che noi acquistiamo, leggiamo e studiamo.</p>
<figure id="attachment_83977" aria-describedby="caption-attachment-83977" style="width: 1025px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18154017/Ernest-Jones.webp" alt="Ernest Jones" width="1025" height="830" class="size-full wp-image-83977" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18154017/Ernest-Jones.webp 1025w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18154017/Ernest-Jones-300x243.webp 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18154017/Ernest-Jones-768x622.webp 768w" sizes="(max-width: 1025px) 100vw, 1025px" /><figcaption id="caption-attachment-83977" class="wp-caption-text">Ernest Jones</figcaption></figure>
<h2>Le trascrizioni</h2>
<p>Non posso non partire con un <em>mea culpa</em> e segnalare quanto ho omesso nella trascrizione della “lettera della tiroide” di Ferenczi del 23 aprile 1903 a destinatario ignoto.<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> Ho saltato un’intera riga della pur breve missiva, per giunta ben visibile e ben leggibile: “lehrreiche Aufschlüsse in Ihrer Arbeit”. Fortunatamente, misteri dei meccanismi attentivi, ho regolarmente tradotto ciò che non avevo trascritto, per cui la versione italiana risulta infine completa e lì la riga in oggetto suona: “chiarimenti… istruttivi nel Vostro lavoro”. Non mi sarei mai accorto dell’omissione presente nella mia trascrizione, non fosse stato per la gentile segnalazione di Judit Mészáros della <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/"><em>Ferenczi House</em></a> di Budapest, che vi porrà rimedio trascrivendo integralmente la lettera nel primo volume della nuova edizione ungherese delle opere complete del grande pioniere.</p>
<p>Fortunatamente – non solo per me – questo pare dunque un esempio di omissione a lieto fine.</p>
<p>Ancora piuttosto innocuo risulta un secondo caso: quello dei due aggettivi tralasciati da Kurt Eissler nella trascrizione di <em>Pensieri sparsi</em> (<em>Zerstreute Gedanken</em>) del 1871, la prima pubblicazione “ufficiale” a noi nota di un Freud quindicenne apparsa sull’ultima pagina di <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/musarion_1871/page/n7/mode/2up"><em>Musarion</em></a>, la rivista manoscritta del suo liceo.<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a> Innocuo soprattutto (o solo?) perché, a quanto mi risulta, il breve testo non ha visto ulteriori edizioni a stampa né traduzioni che avrebbero potuto perpetuare l’errore.</p>
<p>Assai più drammatico, invece, un terzo inciampo di trascrizione: non un’omissione, questa volta, ma un errore di lettura che ha condotto a sua volta a un’indebita aggiunta al testo freudiano. Mi riferisco al passaggio della nota “lettera della maturità”, scritta da Freud all’amico Emil Fluss la notte del 16 giugno 1873, in cui un originale “daß er nicht irrt” (lett: “che egli non sbaglia”) si trasformò con la prima trascrizione, verosimilmente quella del 1941,<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a> in un “daß er’s nicht ist” (letteralmente “che egli non lo è”). Dunque, suppongo, dapprima un errore di lettura per cui “irrt” fu trascritto come “ist”, poi la necessaria interpolazione del pronome “es”, (“ <em>’s</em>”) per cercare di dar senso alla frase. Questa duplice svista si è tramandata inalterata fino ai giorni nostri proprio perché in genere la trascrizione, una volta fatta, viene “immortalata” e nessuno rispolvera più il documento di partenza. Quello che però fa riflettere è anzitutto l’originaria rinuncia al puro dato percettivo, poiché è ben evidente che nel manoscritto non vi è nulla tra “er” e il successivo “nicht” (si veda figura 1); in secondo luogo il passar sopra alla consistente artificiosità della frase che da tale trascrizione risulta, dimostrata dal fatto che tutte le traduzioni sono ricorse a una più o meno consistente parafrasi del passaggio.<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a></p>
<figure id="attachment_83968" aria-describedby="caption-attachment-83968" style="width: 410px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="size-full wp-image-83968" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150419/01-er-nicht-irrt.jpg" alt="er nicht irrt" width="410" height="102" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150419/01-er-nicht-irrt.jpg 410w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150419/01-er-nicht-irrt-300x75.jpg 300w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /><figcaption id="caption-attachment-83968" class="wp-caption-text">“er nicth irrt”: come si vede, nulla giustifica un <em>‘s</em> dopo il pronome “er”</figcaption></figure>
<h2>Le traduzioni</h2>
<p>Ammesso e non concesso che la trascrizione – quando necessaria – sia stata eseguita senza alcuna perdita, chi legge l’edizione a stampa in lingua originale è al sicuro, naturalmente al netto di possibili refusi.</p>
<p>Ma la traduzione si rivela purtroppo un secondo passaggio a rischio di perdite tanto più gravi in quanto il lettore finale difficilmente se ne accorgerà, poiché in genere non ha motivo di confrontare il testo che sta leggendo con l’originale.</p>
<p>Anche in questo caso, naturalmente, le eventuali amputazioni posso avere conseguenze più o meno drammatiche a seconda dell’importanza del testo e di ciò che viene tralasciato.</p>
<p>Per esempio, oggettivamente priva di pressoché qualsiasi ricaduta concreta è la mutilazione di questo passaggio della lettera di Freud a <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Hermann">Georg Hermann</a> del 28 febbraio 1936, che in italiano<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a> è stata resa come:</p>
<blockquote><p>Fra il 1928 e il ’30 fui più volte per settimane a Berlino dal professor Schröder, soggiornai nella clinica Tegel; mia figlia…</p></blockquote>
<p>Mentre l’originale<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> recita:</p>
<blockquote><p>Ich war zwischen 1928 un 30 mehrmals wochenlange in Berlin bei Prof. Scfröder, wohnte im Sanatorium Tegel <em>auf Humboldtschem Besitz</em>; meine Tochter… [corsivo mio].</p></blockquote>
<p>Manca un semplice complemento di stato in luogo, che potremmo rendere con “nella proprietà di Humboldt” oppure “nei possedimenti di Humboldt”, ma il senso e il contenuto della lettera, incentrata da questo capoverso fino alla fine sui ricordi berlinesi di Freud, non accusa il colpo. Al più ne resta impoverita l’immagine dell’autore, venendo a mancare quell’elemento di richiamo alla cultura classica che fa spesso parte, per allusioni o, come nel caso presente, indicazioni dirette, del suo stile di scrittura.</p>
<p>Altri ammanchi sono meno innocui, come quelli che ho individuato in <em>Infantile Cerebral Paralysis</em>,<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a> la traduzione americana della summa neurologica di Freud <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/b21271483">Die infantile Cerebrallähmung</a> </em>(1897) mentre ne curavo la traduzione italiana.<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a> In un caso, per esempio, la mancata trauzione di un “non” trasforma una frase nel suo contrario e ciò che Freud afferma relativamente al lato del corpo “non” affetto da paralisi finisce per essere attribuito a quello malato. Ho già segnalato altrove<a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a> questa omissione, che purtroppo non è l’unica: a volte, in tutta onestà, sono stato sfiorato dal dubbio che a venir eliminati siano stati piccoli passaggi piuttosto difficoltosi dal punto di vista della resa in traduzione, ospiti indesiderati che è parso forse meglio lasciar fuori della porta per non distrubare l’armonia (magari faticosamente raggiunta) tra i presenti: chi ne avrebbe sentito mai la mancanza?</p>
<p>Gli esempi però che più di tutti mi hanno spinto a riflettere sugli ammanchi nelle traduzioni riguardano un carteggio fondamentale per la storia della psicoanalisi e dei suoi pionieri: quello tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, che purtroppo in italiano<a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a> non è così “completo” come sarebbe nella buona volontà dei curatori e come fu nelle originarie e generose intenzioni degli eredi dei due grandi uomini.<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a> Trovandomi a dover raffrontare con l’originale<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> alcuni passaggi della resa italiana ho scoperto per puro caso due brevi passaggi qui assenti. La cosa inquietante è la casualità di questi reperti minimi, che lascia aperta la questione di cosa si troverebbe passando sistematicamente al setaccio l’intero carteggio. Senza contare che, naturalmente, potremmo procedere ancora più a monte e domandarci se la trascrizione stessa fu in origine completa e corretta. E, ahimè, val la pena farlo: nelle pagine seguenti avremo infatti modo di cogliere un piccolo errore di trascrizione in uno dei passaggi esaminati. Non si tratta qui di un ammanco, ma di un’aggiunta, come per la “s” apostrofata della lettera della maturità di Freud: una banale virgola, che troviamo nella versione a stampa ma non nel manoscritto. Già, quando si dice “per una virgola”. Che modifica però parzialmente il senso della frase in cui è (o non è) inserita.</p>
<p>Ecco dunque i due pezzi mancanti, fortunosamente riconsegnati a lettrici e lettori italiani.</p>
<h3>1. A proposito di Bleuler</h3>
<p>Nella lettera del 29 ottobre 1910 Jung discute con Freud, tra le altre cose, di come comportarsi con Eugen Bleuler, il noto psichiatra e direttore della clinica psichiatrica zurighese Burghölzli alle cui dipendenze Jung ha lavorato fino all’anno precedente e che Freud corteggia quale prezioso alleato e membro dell’Associazione psicoanalitica internazionale, fondata nel marzo di quello stesso anno durante il secondo <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/Zentralblatt_I_1911_Heft_3/page/128/mode/2up">Congresso Psicoanalitico Internazionale, tenutosi a Norimberga</a>.</p>
<p>Ecco dunque il testo italiano:</p>
<blockquote><p>Effetivamente Bleuler è anche vigliacco. Poco tempo fa a Berlino è tornato a svicolare malamente di fronte agli attacchi di Oppenheim. Naturalmente anche questa’onta non vale a sua volta che a metà, perché nella sua apologia d’imminente pubblicazione dev’essersi schierato coraggiosamente al nostro fianco. Non ho avuto il manoscritto, ma l’ha avuto invece Binswanger. A volte mi secco un poco, quando penso che dovrei occuparmi ‘politicamente’ di questi maneggi e di queste porcherie. Non sono neanche un politico, credo invece nel diritto del più forte e, per il resto, lascio che le resistenze si divorino a vicenda.<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a></p></blockquote>
<p>Così finisce il capoverso nella nostrana edizione Boringhieri, mentre nell’originale esso prosegue con un ultimo periodo:</p>
<blockquote><p>Hätten Sie gehört, <em>wie </em>ich mit Bleuler gesprochen, so wären Sie überzeugt, daß jeder ritterliche Mensch, und wäre er mein Todfeind, es gehört hätte.<a href="#nota15" name="rifnota15"><sup>15</sup></a></p></blockquote>
<p>Ossia:</p>
<blockquote><p>Avesse Lei sentito <em>come</em> ho parlato a Bleuler, si sarebbe convinto che ogni uomo retto, foss’anche mio nemico mortale, [mi] avrebbe dato ascolto.<a href="#nota16" name="rifnota16"><sup>16</sup></a></p></blockquote>
<p>In sé l’assenza di queste poche righe non compromette né la comprensione né il significato della lettera. Tuttavia veniamo a sapere di un confronto evidentemente alquanto esplicito tra Jung e Bleuler, voluto dal primo a favore di Freud. Un intervento attivo del mittente, dunque, di cui altrimenti non intuiremmo l’esistenza.</p>
<h3>2. In margine a un ritratto junghiano di Ernest Jones</h3>
<p>Tornando indietro di oltre due anni, nella lettera scritta da Jung il 12 luglio 1908 troviamo un ritratto, invero piuttosto impietoso, di Ernest Jones, il futuro biografo di Freud e che al tempo già da alcuni anni ha abbracciato la causa psicoanalitica:</p>
<blockquote><p>Lo trovo stranamente incomprensibile. Nasconde molte cose o troppo poche? In ogni modo non è un uomo semplice, è premuto e sfaccettato da cose e situazioni disparate. Ma quel’è la risultante? Troppo ammiratore da un lato, troppo opportunista dall’altro?<a href="#nota17" name="rifnota17"><sup>17</sup></a></p></blockquote>
<p>Così la traduzione italiana di Boringhieri, che di nuovo, confrontata con l’originale tedesco rivela un paio di elementi interessanti, in particolare l’omissione di un passaggio (il più critico) e l’errata resa di un tempo verbale (“è premuto e sfaccettato”).</p>
<p>Ecco dunque il brano originale:</p>
<blockquote><p>Er ist mir unheimlich, unverständlich. Steckt sehr viel oder zu wenig in ihm? Jedenfalls ist er kein einfacher Mensch, sondern ein intellektueller Lügner (womit kein moralisches Urteil gefällt sein soll), der durch vielerlei Dinge und Verhältnisse gepreßt und facettiert wurde. Aber die Resultante? Zuviel Bewunderer einerseits, zuviel Opportunist andererseits?<a href="#nota18" name="rifnota18"><sup>18</sup></a></p></blockquote>
<p>Il passaggio che manca in italiano è precisamente: “sondern ein intellektueller Lügner (womit kein moralisches Urteil gefällt sein soll), der”, mentre la forma verbale “è premuto e sfaccettato” risulta essere “gepreßt und facettiert <em>wurde</em>”, dunque “<em>è stato</em> premuto e sfaccettato”.</p>
<p>Il pezzo mancante è doppiamente critico. Anzitutto nel senso che contiene il nocciolo a parer mio più negativo del giudizio che Jung va esprimendo su Jones. Secondariamente perché pone una certa difficoltà sul piano della traduzione. Partendo da questo secondo aspetto, il nodo da sciogliere è qull’“intellektueller Lügner” che a parer mio sarebbe alquanto insoddisfacente rendere con un letterale “bugiardo intellettuale”. Basandomi dal un lato sulla biografia e sulla nomea di Jones quale scaltro e accorto diplomatico,<a href="#nota19" name="rifnota19"><sup>19</sup></a> dall’altro sulla chiusa dello stesso Jung, che nella lettera in oggetto lo dipinge come opportunista e adulatore, renderei l’espressione con “bugiardo calcolatore”, con ciò intendendo qualcuno che imbastisce con acume le proprie menzogne in vista di un qualche vantaggio personale: Jones non mente né distorce i fatti sull’onda di un qualche impulso, ma in modo ragionato e pianificato.</p>
<p>Detto ciò, la porzione mancante dall’edizione italiana si potrebbe rendere nel suo complesso come:</p>
<blockquote><p>… ma un bugiardo calcolatore (cosa che non deve intendersi come un giudizio morale), che…</p></blockquote>
<p>Non si tralasci il commento che Jung pone tra parentesi, un vero e proprio esempio di <em>negazione</em> in senso freudiano, da intendersi dunque con valore diametralmente opposto:<a href="#nota20" name="rifnota20"><sup>20</sup></a> “cosa che deve intendersi come un giudizio morale”.</p>
<p>Possiamo affermare nel complesso che la reintegrazione del passaggio mancante conferisce al ritratto junghiano di Jones tinte ben più fosche, infiltrandolo di un giudizio particolarmente negativo che solo credendo ciecamente alla parentetica<a href="#nota21" name="rifnota21"><sup>21</sup></a> potremmo ritenere scevro di implicazioni morali.</p>
<p>Passando al secondo punto, ossia al tempo verbale, lo spostamento da “è” a “è stato premuto e sfaccettato” significa riferire i due verbi non più a qualcosa di contemporaneo al tempo in cui ne scrive Jung, ma a un momento o periodo passato e ciò ne modifica sensibilmente il valore. Stando infatti alla resa di Boringhieri saremmo portati a immaginarci un Jones che, nel 1908, deve far fronte a “cose e situazioni svariate” che lo impegnano (lo premono) senza sosta. Con la nuova versione abbiamo la possibilità di costruire una diversa cornice, partendo dalla constatazione che il verbo “pressen” significa “premere”, “pressare”, anche e prima di tutto letteralmente. Far pressione e “sfaccettare”, ossia definire facce, descriverebbero qui il continuo lavoro compiuto dal passato individuale che, simile allo scultore che modella un materiale morbido come la creta (facendo pressione e creando facce, superfici), plasma il carattere dell’uomo. Jones, dunque, “è stato <em>plasmato e sfaccettato</em> da cose e situazioni disparate” che lo hanno reso quello che è: un bugiardo calcolatore.</p>
<p>A questo punto siamo quasi in grado di tratteggiare per intero il ritratto junghiano, ma non sarà vano confrontare prima la versione a stampa tedesca con il manoscritto: ne emerge infatti la già accennata differenza, minima sì, ma preziosa per la traduzione.</p>
<p>Mentre la versione a stampa inizia con: “Er ist mir unheimlich, unverständlich” l’olografo reca: “Er ist mir unheimlich unverständlich”,<a href="#nota22" name="rifnota22"><sup>22</sup></a> come ben si vede in questa figura:</p>
<figure id="attachment_83969" aria-describedby="caption-attachment-83969" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="size-large wp-image-83969" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150412/02-unhemlich-unverstandlich-1024x151.jpg" alt="Unhemlich unverstandlich" width="750" height="111" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150412/02-unhemlich-unverstandlich-1024x151.jpg 1024w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150412/02-unhemlich-unverstandlich-300x44.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150412/02-unhemlich-unverstandlich-768x113.jpg 768w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/12/18150412/02-unhemlich-unverstandlich.jpg 1044w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption id="caption-attachment-83969" class="wp-caption-text">Seconda riga, a sinistra: “unhemlich unverstandlich”. Come si può ben vedere, non vi è virgola tra le due parole.</figcaption></figure>
<p>E la virgola, in questo caso, fa la differenza, poiché mentre in sua presenza dovremmo intendere “unheimlich” e “unverständlich” come due aggettivi con funzione predicativa, in sua assenza il primo termine viene a prendere valore di avverbio che circoscrive il secondo, che resta l’unico predicato. Fatto curioso, l’edizione italiana che traduce “Lo trovo stranamente incompresibile” <em>presumibilmente partendo dalla stampa tedesca e non dall’olografo</em> è qui più in linea con il secondo che con la prima!</p>
<p>Ed eccoci finalmente con tutte le informazioni per approntare una resa italiana complessiva di questo breve passaggio:</p>
<blockquote><p>Mi è incomprensibile in modo inquietante.<a href="#nota23" name="rifnota23"><sup>23</sup></a> Cela in sé troppo o troppo poco? In ogni caso non è un uomo semplice, ma un bugiardo calcolatore (cosa che non deve intendersi come un giudizio morale), che è stato plasmato e sfaccettato da cose e circostanze disparate. Ma la risultante? Troppo ammiratore da un lato, troppo opportunista dall’altro?</p></blockquote>
<p>Val forse la pena fare in chiusura un paio di raffronti con la resa inglese.<a href="#nota24" name="rifnota24"><sup>24</sup></a> Ecco anzitutto come si presenta il passaggio mancante nell’edizione italiana seguito dal verbo di cui abbiamo corretto il tempo:</p>
<blockquote><p>…an intellectual-liar (no moral judgment intended!) hammered by the vicissitudes of fate and circumstance into many facets…</p></blockquote>
<p>Come si nota, la resa di “intellektueller Lügner” con “intellectual-liar” pare più letterale. Tuttavia a uno sguardo più attento sorge qualche perplessità sull’impiego del <em>trait d’union</em>, quasi che i traduttori, Ralph Manheim e Richard Francis Carrington Hull, intendano qui più una relazione paritaria tra due sostantivi, “intellettuale e bugiardo”, che non una verticale tra un sostantivo, “Lügner” e il suo aggettivo qualificativo “intellektueller”.</p>
<p>Quanto al successivo tempo verbale “gepreßt und facettiert wurde”, l’edizione inglese si prende maggiori libertà. Uno dei due verbi scompare (facettiert), sostituito da un’espressione che ruota attorno al sostantivo “facets”; di contro l’altro verbo è appiattito nell’impiego del solo participio passato “hammered”, ciò che se da un lato semplifica (forse) il periodo complessivo trasformando la proposizione relativa da esplicita in implicita, dall’altro di sicuro rende meno chiari i rapporti temporali tra gli accadimenti.</p>
<p>Per giunta, proprio qui che si ha una relazione orizzontale tra due verbi, “gepreßt” e “facettiert”, la versione inglese finisce per dare una struttura più verticale, in cui alla contemporaneità delle due azioni si sostituisce una sorta di rapporto causa-effetto tra un’azione (“hammered”) e la sua conseguenza (into many facets”).</p>
<p>Infine, la scelta del verbo <em>to hammer</em> (lett.: martellare) rinvia nettamente a un’immagine più dura e forte di quella verso cui mi sento più portato io, del plasmare un materiale malleabile e capace con-formarsi. Ma qui è forse più questione di gusti e sensibilità.</p>
<p>Resta in ogni caso salvo sia nella resa inglese sia nella mia proposta il riferimento ai “colpi del destino”, dovuti a “cose e situazioni disparate” (e si potrebbe discorrere sulla scelta di rendere “Dinge” con “vicissitudes”…).</p>
<p>Ancora, è interessante interrogare l’edizione inglese in proposito all’altro punto di questo passaggio che abbiamo sopra commentato: quell’“Er ist mir unheimlich, unverständlich” che è in realtà un “Er ist mir unheimlich unverständlich”. Così l’inglese:</p>
<blockquote><p>He is so incomprehensible that it is quite uncanny</p></blockquote>
<p>Ossia: “è così incomprensibile da essere piuttosto inquietante”. Una parafrasi dunque, che se da un lato ha il pregio, a differenza della traduzione italiana, di mantenersi aderente alla struttura dell’edizione a stampa tedesca conservando i due aggettivi (ed è qui pregio di dubbio valore, in quanto al tempo stesso tradisce involontariamente il manoscritto di partenza…), dall’altro complica nuovamente la linearità della frase junghiana. Se infatti nell’edizione tedesca stampata i due aggettivi sono posti sullo stesso piano, per cui Jones è “incomprensibile” <em>e</em> “inquietante”, in quella inglese abbiamo un’arbitraria relazione verticalizzante di causa-effetto: Jones sarebbe “piuttosto inquietante” <em>poiché </em>“così incomprensibile”. Senza contare che la parafrasi si regge su due avverbi, “così” e “abbastanza”, non giustificati dall’originale, mentre toglie l’incipit, “Er ist mir”, con cui Jung chiarisce che sta esprimendo una propria opionione, non esponendo una considerazione impersonale, come invece appare dall’inglese.</p>
<p>Ma qui ci fermiamo, poiché il tema di queste pagine, le perdite prosaiche e di basso rango che possono affliggere trascrizioni e traduzioni, si esaurisce ben prima di queste ultime riflessioni, che riguardano quelle ben più nobili cui si rivolge in genere l’attenzione di chi si occupa di traduzione.</p>
<h2>Note</h2>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> Qualche esempio tra i tanti: G. Steiner,<em> Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione</em>, Garzanti, Milano 2004, p. 294; P.-L. Assoun, S. Bassnett, <em>Translation and Postcolonialism</em>, in G. Calabrò, <em>Teoria, didattica e prassi della traduzione</em>, Liguori editore, Napoli 2001, pp. 143-148; A. Serpieri, <em>Tradurre teatro (Shakespeare): la resa linguistica e la trasmissione dell’energia</em>, in G. Calabrò, <em>op. cit.</em>, pp. 159-172; J. Jouet, <em>Traduire du français en français</em>, in G. Calabrò, <em>op. cit.</em>, pp. 281-284; P.-L. Assoun, <em>Il desiderio del traduttore. L’inconscio traduttologo</em>, in <em>Psiche</em>, 2(2015), pp. 303-319; J. Altounian, <em>Tradurre ciò che non ha potuto dirsi</em>, in <em>Psiche</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 339-352; H. Abdelouahed, <em>Il femminile al cuore della traduzione</em>, in <em>Psiche</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 549-558.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> Si vedano M. Lualdi, <a href="https://www.analisilaica.it/2021/05/30/ferenczi-e-la-tiroide-il-destino-in-una-lettera-senza-destinatario/"><em>Ferenczi e la tiroide: il destino in una lettera senza destinatario</em></a>; S. Ferenczi, <em>Sándor Ferenczi: tre inediti in italiano</em>, in <em>Psicoterapia e Scienze Umane</em>, 55(3) (2021), pp. 477-546, in particolare pp. 483-485.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> S. Freud (1871), <em>Zerstreute Gedanken</em>, in <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://pep-web.org/browse/document/jbp.035.0323a"><em>Jahrbuch der Psychoanalyse. Beihefte</em></a>, 2 (1974), p. 101, trad. it. M. Lualdi, <a href="https://www.analisilaica.it/2021/01/04/sigmund-freud-pensieri-sparsi-1871/"><em>Sigmund Freud, Pensieri sparsi (1871)</em></a>.</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> <em>Id.</em>, <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/InternationaleZeitschriftFuumlrPsychoanalyseXxvi1941Heft1/page/n1/mode/2up"><em>Ein Jungendbrief</em></a>, in <em>Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse</em>, 26(1) (1941), pp. 5-8.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> Ho trattato entrambe le questioni, dell’originale e delle forzose traduzioni in M. Lualdi, <a href="https://www.analisilaica.it/2021/10/08/inciampare-mentre-si-diventa-un-grande-spirito/"><em>Inciampare mentre si diventa un grande spirito</em></a>. In alternativa si veda <em>id.</em>, <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.academia.edu/56897873/Lo_stile_idiotico_di_Freud"><em>Lo “stile idiotico” di Freud</em></a>, (Pdf), pp 30-31.</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> S. Freud, <em>Lettera a G. Hermann del 28 febbraio 1936</em>, pubblicata per la priam volta in <em>Neue Rundschau</em>, 98(3) (1987), pp. 5-21, trad. it. <em>Tre lettere a Georg Hermann</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 13 voll., vol. 13, Boringhieri, Torino 1993, p. 195. Si veda anche G. Mattenklott, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11633704/">“Que nous ne sommes donc pas morts&#8230;”. Lettres inédites de Sigmund Freud à Georg Hermann</a></em>, in <em>Revue Internationale d’Histoire de la Psychanalyse</em>, 2 (1989), pp. 255-265.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> S. Freud, <em>Drei Briefe an Georg Hermann</em>, in <em>Gesammelte Werke</em>, 19 voll., vol. XIX, Fischer, Francoforte 1999, p. 677.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> <em>Id.</em>, <em>Infantile Cerebral Paralysis</em>, Miami University Press, Coral Gables, Florida 1968, a cura di Lester A. Russin.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> <em>Id.</em>, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.academia.edu/42949080/Freud_Sigmund_La_paralisi_cerebrale_infantile">La paralisi cerebrale infantile</a></em>, Youcanprint, Tricase 2020.</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> Cfr. M. Lualdi, <em><a href="https://www.analisilaica.it/2021/01/04/sigmund-freud-pensieri-sparsi-1871/">Sigmund Freud, Pensieri sparsi (1871)</a></em> , <em>op. cit.</em>, in particolare la <a href="https://www.analisilaica.it/2021/01/04/sigmund-freud-pensieri-sparsi-1871/#nota21">nota 21</a>.</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> S. Freud, C. G. Jung, <em>Lettere tra Freud e Jung</em>, Boringhieri, Torino 1990, p. 392.</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> Si tenga conto che i due precedenti epistolari freudiani erano usciti in forma censurata: <em>Lettere. 1873-1939</em>, uscito nel 1960 sia in italiano che in tedesco (<em>Briefe. 1873-1939</em>) e <em>Le origini della psicoanalisi</em>, edizione incompleta delle lettere a Fließ uscita in italiano nel 1968 e nel 1950 in tedesco con il titolo <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/freud-1950-aus-den-anfaengen/page/n7/mode/2up">Aus den Anfängen der Psychoanalyse</a></em> per la casa editrice londinese Imago. Le censure avevano più che altro lo scopo di salvaguardare una certa immagine di Freud e va dunque riconosciuto il coraggio degli eredi sia di Freud sia di Jung nel concedere libero accesso a tutto il materiale epistolare conservatosi.</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> <em>Id.</em>, <em>Briefwechsel</em>, Fischer, Francoforte 1974, p. 402.</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> <em>Id.</em>, <em>Lettere tra Freud e Jung</em>, <em>op. cit.</em>, p. 392.</p>
<p><a href="#rifnota15" name="nota15">15</a> <em>Id.</em>, <em>Briefwechsel</em>, <em>op. cit.</em>, p. 402. Corsivo nell’originale a stampa, sottolineato nel manoscritto. L’<a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.e-manuscripta.ch/zut/content/pageview/1687381">olografo</a> è conservato presso l’<a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://library.ethz.ch/">ETH-Bibliothek</a> di Zurigo. Sono estremamente riconoscente all’amico Davide Radice per avermi segnalato questa preziosissima fonte.</p>
<p><a href="#rifnota16" name="nota16">16</a> Inserisco per un confronto la resa offerta dalla traduzione inglese: “If you had heard <em>how </em>I talked to Bleuler you would be convinced that any sporting person, even if he were my deadly enemy, would have listened”. In <em>id.</em>, <em>The Freud/Jung Letters. The Correspondence between Sigmund Freud and C. G. Jung</em>, Princeton University Press, Princeton 1974, p. 364.</p>
<p><a href="#rifnota17" name="nota17">17</a> <em>Id.</em>, <em>Lettere tra Freud e Jung</em>, <em>op. cit.</em>, p. 177.</p>
<p><a href="#rifnota18" name="nota18">18</a> <em>Id.</em>, <em>Briefwechsel</em>, <em>op. cit.</em>, 181-182.</p>
<p><a href="#rifnota19" name="nota19">19</a> M. Lualdi, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.youcanprint.it/passando-da-stekel-edizione-critica-dellautobiografia-di-wilhelm-stekel/b/3fe49fdf-15ec-5c72-a7bd-4507933d8e39">Passando da Stekel. Edizione critica dell’autobiografia di Wilhelm Stekel</a></em>, Youcanprint, Tricase 2015.</p>
<p><a href="#rifnota20" name="nota20">20</a> S. Freud, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/Imago.ZeitschriftFuumlrAnwendungDerPsychoanalyseAufDie_2/page/n1/mode/2up">Die Verneinung</a></em> (1925), trad. it. <em>La negazione</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>,<em> op. cit.</em>, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 198-201. Si veda anche la recente e accurata traduzione, accompagnata da approfondimenti filologici e storici, curata da Davide Radice: S. Freud, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="http://polimniadigitaleditions.com/prodotto/la-negazione/">La negazione</a></em>, Polimnia Digital Editions, Sacile 2019.</p>
<p><a href="#rifnota21" name="nota21">21</a> Verrebbe da dire che Jung, almeno in questa occasione, non è meno bugiardo di colui cui rivolge tale accusa. Anch’egli del resto avrebbe qui un fine calcolato: tenere per sé i favori di Freud screditando i “fratelli rivali”. Non si dimentichi del resto che anche il rapporto tra <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sabina_Nikolaevna_%C5%A0pil%27rejn">Sabina Spielrein</a> e Carl Gustav Jung viene regolarmente discusso da questi nelle lettere a Freud in maniera abilmente parziale e faziosa. Si veda in proposito M. Lualdi, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.academia.edu/42627409/A_un_passo_dallarte">A un passo dall’arte</a></em>, in <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.youcanprint.it/non-e-vana-curiosita-carteggio-freud-jensen-1907/b/26d72184-e8c7-5c7b-8a5d-deb9e6200a48">“Non è vana curiosità”. Carteggio Freud-Jensen (1907)</a></em>, Youcanprint, Tricase 2019, in particolare pp. 101 e segg.</p>
<p><a href="#rifnota22" name="nota22">22</a> Anche <a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.e-manuscripta.ch/zut/content/pageview/1686424">questo olografo</a>, conservato presso l’<a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://www.e-manuscripta.ch/zut/content/pageview/1686424">ETH-Bibliothek</a> di Zurigo è consultabile online. Qui si può anche osservare, per inciso, la presenza di una correzione: “ein” cancellato e sostituito da “kein”. Inoltre, procedendo nella lettura subito dopo il passaggio qui commentato, scopriamo che la paziente indicata nella versione a stampa come “B.” si chiamava in realtà “Schneider”.</p>
<p><a href="#rifnota23" name="nota23">23</a> “Unheimlich”: sono stato tentato di rendere con “perturbante”, ma non è Freud che sta impiegando il termine e sono ancora lontani i tempi delle sue riflessioni sull’<em>unheimlich</em>/perturbante. Cfr. S. Freud, <em><a target="_blank" rel="noopener noreferrer" href="https://archive.org/details/Imago-ZeitschriftFuumlrAnwendungDerPsychoanalyseAufDie_464/page/n1/mode/2up">Das Unheimlich</a></em> (1919), trad. it. <em>Il perturbante</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, <em>op.cit.</em>, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, pp. 77-118.</p>
<p><a href="#rifnota24" name="nota24">24</a> S. Freud, C. G. Jung, <em>The Freud/Jung Letters. The Correspondence between Sigmund Freud and C. G. Jung</em>, <em>op. cit.</em>, p. 164.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.analisilaica.it/2021/12/21/poveri-noi-cosa-ci-perdiamo-nelle-traduzioni/">Poveri noi. Cosa ci perdiamo nelle traduzioni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.analisilaica.it">Analisi laica</a>.</p>
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		<title>Inciampare mentre si diventa un grande spirito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 06:36:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ritorniamo sulla cosiddetta “lettera della maturità”, scritta da Freud all’amico Emil Fluss la notte del 16 giugno 1873, a conclusione dell’esame di maturità. Ce ne siamo già occupati in riferimento allo “stile idiotico” di Freud, ma il suo olografo contiene altri elementi di interesse. Secondo la traduzione pubblicata da Boringhieri, in questa lettera Sigmund Freud&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/10/08/inciampare-mentre-si-diventa-un-grande-spirito/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Inciampare mentre si diventa un grande spirito</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ritorniamo sulla cosiddetta “lettera della maturità”, scritta da Freud all’amico <a href="https://www.geni.com/people/Emil-Fluss/6000000013845779665" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Emil Fluss</a> la notte del 16 giugno 1873, a conclusione dell’esame di maturità. Ce ne siamo già occupati in riferimento allo <a href="/2021/06/25/sigmund-freud-e-lo-stile-idiotico/">“stile idiotico” di Freud</a>, ma il suo olografo contiene altri elementi di interesse.</p>
<p>Secondo la traduzione pubblicata da Boringhieri, in questa lettera Sigmund Freud riferirebbe della traduzione dal greco per l’esame di maturità con queste parole:</p>
<blockquote><p>Il lavoro di greco, per il quale ci era stato dato un passo di trentatré versi dell’<em>Edipo Re</em>, è riuscito meglio, lodevole.<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a></p></blockquote>
<p>Diversamente <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ernest_Jones" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ernest Jones</a>, che pure consultava l’edizione a stampa del 1941 e forse, stando a quanto racconta <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ernst_L._Freud" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ernst Freud</a>, anche l’olografo, parla di “ventitré versi”.<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> Non si tratta di un refuso dell’edizione italiana, come si evince dalla consultazione dell’originale inglese della biografia di Jones <a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a>. Le versioni a stampa consultate sono concordi nell’indicare i trentatré versi, in cifra o in lettere. Viene spontaneo quindi interrogare la pagina originale.</p>
<figure id="attachment_83909" aria-describedby="caption-attachment-83909" style="width: 750px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-83909 size-large" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967-1024x576.jpg" alt="Pier Paolo Pasolini - Edipo Re (1967)" width="750" height="422" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967-1024x576.jpg 1024w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967-300x169.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967-768x432.jpg 768w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967-1536x864.jpg 1536w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967-1568x882.jpg 1568w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06182352/Pier-Paolo-Pasolini-Edipo-Re-1967.jpg 1777w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption id="caption-attachment-83909" class="wp-caption-text">Pier Paolo Pasolini &#8211; Edipo Re (1967)</figcaption></figure>
<p>Il passaggio è così trascritto a stampa in tedesco presso la <a href="https://www.loc.gov/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Library of Congress</a>:</p>
<blockquote><p>Die griechische Arbeit, für die eine 33 Verse lange Stelle aus dem König Ödipus vorlag, gelang besser, lobenswert.</p></blockquote>
<p>Ma vediamo cosa scrive realmente il giovane maturando:</p>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone wp-image-83910 size-full" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205403/Lettera-della-maturita.-Seconda-facciata.jpg" alt="Freud. Lettera della maturità. Seconda facciata" width="887" height="279" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205403/Lettera-della-maturita.-Seconda-facciata.jpg 887w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205403/Lettera-della-maturita.-Seconda-facciata-300x94.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205403/Lettera-della-maturita.-Seconda-facciata-768x242.jpg 768w" sizes="(max-width: 887px) 100vw, 887px" /></p>
<p>Il brano si trova al fondo della <a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.02810/?sp=44" target="_blank" rel="noopener noreferrer">seconda facciata della lettera</a> e anzitutto si può ben vedere che il numero dei versi è indicato in cifre.</p>
<p>Quale sorpresa però quando si constata che l’originale non consente di dare ragione né a Jones con i suoi ventitré versi, né a tutti gli altri che scrivono “trentatré” (o “33”): Vi si legge infatti un chiaro “53”.</p>
<p>Si noterà poi che “König Ödipus” (“Edipo Re”) non ha alcun segno distintivo e ciononostante è andato incontro a due destini differenti nelle diverse edizioni: infatti in quelle italiane e nelle inglesi è scritto in <em>corsivo</em>, ma senza specificazione alcuna che si tratta della classica scelta editoriale in caso di titoli di opere letterarie, mentre nelle tre tedesche e nella trascrizione della Library of Congress comprensibilmente non viene distinto dal resto della lettera.</p>
<p>Il breve passaggio reclama ulteriori attenzioni per via di alcuni curiosi errori in esso contenuti.</p>
<p>Anzitutto si noterà che la prima cifra del “53” è parzialmente corretta, attraversata com’è nella sua metà superiore da una linea verticale.</p>
<p>In secondo luogo si può osservare la posizione di “König”, sospetta in quanto eccentrica rispetto al margine sinistro della scrittura di Freud che di riga in riga va progressivamente rientrando rispetto al bordo sinistro del foglio. Mi viene così il sospetto che sia stato prima dimenticato e dunque inserito in seconda battuta.<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a></p>
<p>Subito dopo si presenta il terzo e ultimo errore commesso da Freud, che scrive “vorlang” invece di “vorlag”, un <em>lapsus calami</em> non riportato da alcuna edizione, nemmeno da quella inglese del 1969, che afferma di avere “stabilito incontrovertibilmente” il testo della lettera. Mentre “vorlag” è voce del verbo “vorliegen” (“esserci”), “vorlang” parrebbe rimandare al desueto verbo “vorlangen” di cui però non è voce, in quanto al più lo sarebbe “vorlangt”. E così, comunque ci si giri, si trova un errore: scrivendo “vorlang”, Freud ha sbagliato perché intendeva “vorlag” oppure “vorlangt”. Come minimo un’omissione è stata poi commessa da chi ha trascritto la lettera, vuoi per l’edizione del 1941, vuoi in qualche successivo momento. Ma qual è il significato di “vorlangen”? Secondo il ricco <a href="http://www.woerterbuchnetz.de/DWB/vorlangen">vocabolario dei fratelli Grimm</a>, esso equivale ai latini “promere” ed “expromere”, che tra i vari significati hanno anche quello di estrarre, tirare fuori. Il verbo in sé, dunque, si adatterebbe anche al nostro contesto:</p>
<blockquote><p>Die griechische Arbeit, für die eine 53 Verse lange Stelle aus dem König Ödipus <em>vorlag/vorlangt</em>, gelang besser, <u>lobensw</u>[ert] (corsivo mio).</p></blockquote>
<p>Passaggio che potremmo rendere, intendendo “vorlag”: “Il lavoro di greco, per il quale <em>c’era</em> un passo di 53 versi dall’Edipo Re, è riuscito meglio, lodev[ole]”. Volendo invece intendere “vorlangt”: “Il lavoro di greco, per il quale [<em>era stato</em>] <em>estratto</em> un passo di 53 versi dall’Edipo Re, è riuscito meglio, lodev[ole]”.</p>
<p>Come si vede, in questa seconda versione non solo bisogna correggere la voce verbale di Freud, come fanno, pur senza dichiararlo, tutte le altre edizioni a stampa, ma occorre anche considerare implicito l’ausiliare “sein” (“essere”) o “wurden” (“diventare”, impiegato di norma per la costruzione delle forme passive). Quel che si guadagna è una doppia finezza stilistica. Anzitutto il passivo con ausiliare implicito, ma soprattutto il ricorso a un verbo ricercato, cosa che, traducendo i primi lavori di Freud, mi accorgo sempre più non essere evento raro.</p>
<p>Riassumendo, dunque: la correzione della cifra “5” nel numero “53”, la sospetta posizione del sostantivo “König” (“Re”) e infine il “vorlang”, che necessita in qualunque caso di una correzione.</p>
<p>Tre “inciampi” in una frase sono decisamente troppi per pensare a una casualità e richiedono a mio parere una spiegazione, cui devo tuttavia far precedere qualche commento sul secondo passaggio della lettera, quello sullo stile idiotico, dal quale siamo partiti. Eccolo nell’originale, a metà della <a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.02810/?sp=44" target="_blank" rel="noopener noreferrer">terza facciata</a>:</p>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone wp-image-83911 size-full" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205356/Lettera-della-maturita.-Terza-facciata.jpg" alt="Freud. Lettera della maturità. Terza facciata" width="880" height="354" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205356/Lettera-della-maturita.-Terza-facciata.jpg 880w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205356/Lettera-della-maturita.-Terza-facciata-300x121.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205356/Lettera-della-maturita.-Terza-facciata-768x309.jpg 768w" sizes="(max-width: 880px) 100vw, 880px" /></p>
<p>Già a una prima scorsa si osserva che questo passaggio ha subito diverse correzioni, segno senz’altro di una qualche incertezza del giovane autore. Quindi per prima cosa lo trascrivo cercando di riportare i vari interventi operati da Freud sul testo e rispettando gli a capo dell’olografo.</p>
<blockquote><p>Mein Professor sagte mir zugleich,</p>
<p>u[nd] er ist der erste Mensch, der sich unterstehen,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;das<br />
mir <span style="text-decoration: line-through;">so etwas</span> zu sagen – daß ich das hätte,</p>
<p>was Herder so schön einen <u>idiotischen</u> Styl<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;einen, Styl<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a><br />
nen[n]t <span style="text-decoration: line-through;">habe</span>, di. <span style="text-decoration: line-through;">en</span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;der zu gleich correct u[nd] characteristisch</p>
<p><span style="text-decoration: line-through;">wäre.</span> ist. (parentesi quadre mie)</p></blockquote>
<p>Delle quattro versioni tedesche che ho consultato, la più fedele è la <a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.02810/?sp=54" target="_blank" rel="noopener noreferrer">trascrizione a macchina</a> conservata alla Library of Congress. Nessuna, beninteso, riferisce delle numerose correzioni apportate in corso di stesura da Freud e le due più recenti ripuliscono il testo dalle abbreviazioni che contiene, fatto salvo il “di” (“das ist” che significa “ossia”, “cioè”), mantenuto dalla trascrizione e dall’edizione del 1941 probabilmente solo in quanto abbreviazione usuale in tedesco. Infatti in entrambi i casi è riscritta nella forma più consueta, cioè puntando entrambe le lettere: “d.i.”. La trascrizione conserva inoltre, come detto, la sottolineatura di “idiotischen”. Infine, dalla proposizione “daß ich das hätte”, le due versioni a stampa del 1960 e del 1971 fanno scomparire ingiustificatamente il “das”.</p>
<p>Il primo risultato della consultazione dell’olografo è dunque senz’altro quello di confermare che Freud dà un particolare valore non tanto al fatto che il suo stile sia “corretto e caratteristico”, ma che sia “idiotico”: motivo in più per deplorare anzitutto l’esclusione di questo termine dall’edizione inglese del 1969.</p>
<p>In secondo luogo possiamo ben constatare quanto il manoscritto non solo sia più ricco di suggestioni, indicazioni e informazioni rispetto alle versioni a stampa disponibili, ma soprattutto come a volte sia facile, nel ripetersi delle edizioni, quando le più recenti poggiano sulle più datate e non sulle fonti originali, tanto il tramandarsi di sviste ed errori, quanto il loro accumularsi.</p>
<p>Sfruttiamo dunque la possibilità di indagare quanto realmente scrive, o meglio cerca di scrivere Freud. Propongo di seguito una mia traduzione:</p>
<blockquote><p>Il mio professore mi ha anche<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a> detto,</p>
<p>ed è la prima persona che ha l’avventatezza<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;ciò</p>
<p>di dirmi <span style="text-decoration: line-through;">qualcosa del genere</span> – che io [proprio] questo<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> avrei,</p>
<p>quello che Herder così brillantemente<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a> <span style="text-decoration: line-through;">ho</span> chiama uno stile <u>idiotico</u>,<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;uno, stile<br />
ossia <span style="text-decoration: line-through;">un</span> che <span style="text-decoration: line-through;">sarebbe</span> è al contempo corretto e caratteristico.</p></blockquote>
<p>Le varie correzioni operate da Freud si prestano a diversi commenti che vorrei qui limitare ad alcune brevi considerazioni. Se già il loro concentrarsi in queste poche righe indica una qualche difficoltà del loro autore nell’esprimere ciò che vuole, due di esse suggeriscono fortemente che questa difficoltà abbia a che fare con il riconoscersi espressamente la qualità del suo stile, l’idiotismo: in un caso, infatti, egli scrive dapprima “qualcosa del genere”, ossia resta sul vago, e solo in seconda battuta corregge con “ciò”, dunque con una più netta affermazione. In chiusura, poi, opta dapprima per il congiuntivo (“sarebbe”), modo della possibilità, per poi correggerlo con l’indicativo (“è”), modo della certezza.</p>
<p>Non è del resto curioso che proprio mentre si appresta a parlare dell’eleganza del suo stile, Freud si trovi a corto di ispirazione dovendo più volte tornare a correggere? Si consideri che una delle parole chiave del passaggio, “stile”, in un’occasione subisce addirittura due correzioni: viene posta infatti in seconda battuta e per giunta sovrapposta a una precedente parola. Più avanti potremo rispondere con maggiore agio alla domanda.</p>
<p>Chi abbia la pazienza di visionare le cinque scansioni dell’olografo, per un totale di sette facciate, scoprirà che solo un altro passaggio rivela correzioni ancor più massicce di quello appena indagato. Non possiamo esimerci dall’esaminarlo, sia per il suo contenuto sia perché monco nelle versioni da me considerate, nessuna delle quali si premura di segnalare almeno in nota l’importante espunzione. Eccolo nell’originale, all’inizio della sesta facciata:</p>
<p><img decoding="async" loading="lazy" class="alignnone wp-image-83912 size-large" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205346/Lettera-della-maturita.-Sesta-facciata-1024x307.jpg" alt="Freud. Lettera della maturità. Sesta facciata" width="750" height="225" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205346/Lettera-della-maturita.-Sesta-facciata-1024x307.jpg 1024w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205346/Lettera-della-maturita.-Sesta-facciata-300x90.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205346/Lettera-della-maturita.-Sesta-facciata-768x230.jpg 768w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/10/06205346/Lettera-della-maturita.-Sesta-facciata.jpg 1045w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p>Come si vede, Freud non si limita a tirare una riga su questa frase, ma ci si accanisce come nell’intento di annullarla. Proprio per questo essa più di altre ci segnala le titubanze di Freud. Vediamo dunque cosa racchiude.</p>
<p>Essa appartiene a un passaggio molto profondo della lettera, in tal senso non sfuggito a <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ilse_Grubrich-Simitis" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ilse Grubrich-Simitis</a> e a Marco Conci,<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a> nel quale si manifesta con sorprendente chiarezza ed acume la capacità introspettiva di un Freud diciassettenne, una sorta di preludio a quella che, decenni più tardi, diverrà l’autoanalisi. In particolare, la parte cancellata recita, con rispetto degli a capo e con tutte le incertezze di un leggere – letteralmente – tra le righe:</p>
<blockquote><p>Kan[n] er nicht zb ehrlich<br />
sein, sich eine Empfindung <u>nicht zu verbergen</u>[,]<br />
die ihn unangenehm sein muss, wen[n] sie<br />
wahr ist?</p></blockquote>
<p>Ossia:</p>
<blockquote><p>Non può ad es.<br />
essere egli onesto nel <u>non nascondersi</u> una sensazione<br />
che deve essergli sgradevole se<br />
è vera?</p></blockquote>
<p>Non resta ora che inserire queste righe nel loro contesto, operazione che ci consentirà di cogliere, oltre alla significatività di questo passaggio della lettera, anche un errore commesso dai precedenti trascrittori e insidiosamente tramandatosi di edizione in edizione.</p>
<p>Qui le righe precedenti, prive della minima esitazione o correzione da parte dell’autore:</p>
<blockquote><p>Meine ‘Besorgnisse für die Zukunft’ nehmen Sie zu leicht. Wer sich nur vor Mittelmässigkeit fürchtet, ist schon geborgen, trösten Sie mich. Wovor geborgen, muß ich fragen; doch nicht geborgen u[nd] versichert, <em>daß er nicht irrt</em>? (corsivo mio).</p></blockquote>
<p>La proposizione finale, che ho evidenziato con il corsivo è diversamente riportata nelle edizioni tedesche a stampa: “daß er’s nicht ist”, letteralmente “che egli non lo è”. Ma se anche si può confondere “irrt” con “ist”, la consultazione dell’olografo mostra palesemente che dopo “er” non c’è alcun apostrofo e nessuna “s”. Suppongo che dapprima vi sia stato l’errore di lettura “ist” vs. “irrt” e che giunti così a leggere: “dass er nicht ist”, “che egli non è”, sia stato necessario interpolare forzosamente un “es” apostrofato, per cercare di rendere più intelligibile la proposizione. Ma anche questa manovra non è stata sufficiente, tant’è che nessuna traduzione lascia inalterato il pronome “es”, ma procede ad una terza forzatura, in qualche modo giustificata dal contesto, e sostituisce il pronome con il sostantivo “mediocre”. è così che da un per nulla problematico “che egli non erra/sbaglia” (oppure: “di non sbagliare”) si passa a un “che egli non lo è” poi concretamente reso come: “di non essere mediocre” (nelle due versioni italiane) “from being mediocre”, nella versione inglese del 1960, e “that he is not mediocre”, in quella del 1969.</p>
<p>Dopo la parte cancellata, il ricco capoverso continua:</p>
<blockquote><p>Was verschlägt’s, ob Sie etwas fürchten oder nicht? Ist nicht die Hauptsache, ob es wahr ist, wie wir’s fürchten? Wohl wahr, daß auch stärkere Geister vom Zweifel an sich selbst ergriffen werden; ist darum jeder der sein Verdienst in Zweifel zieht, ein starker Geist? Er kan[n] ein Schwächling an Geist sein, nur ein ehrlicher Man[n] dabei aus Erziehnug [corretto da un precedente “Erzehung”], Gewohnheit oder gar aus Selbstqual. (parentesi quadre mie)</p></blockquote>
<p>A questo punto il passo completo, integrato con la parte “censurata” da Freud, che riporto in corsivo, suona così:</p>
<blockquote><p>Le mie “preoccupazioni per il futuro”, le prendete troppo alla leggera.<a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a> Chi ha paura solo della mediocrità è già al riparo, mi rassicurate. Al riparo da cosa, devo domandare; non certo al riparo e sicuro di non sbagliare? <em>Non può ad es. essere egli onesto nel <u>non nascondersi</u> una sensazione che deve essergli sgradevole se è vera?</em> Cosa importa che Voi temiate o meno qualcosa? La cosa più importante non è se sia vero per come lo temiamo? Ben vero che anche spiriti più forti vengono afferrati dal dubbio su se stessi; è per questo uno spirito forte chiunque metta in dubbio il proprio valore? Può essere un debole di spirito, soltanto un uomo in questo onesto, per educazione, per abitudine o addirittura per autotortura (corsivo mio).</p></blockquote>
<p>Queste righe si prestano a molte riflessioni, sia prese in sé, sia in connessione con i passaggi della lettera precedentemente considerati.</p>
<p>Anzitutto mi pare evidente che Freud stia qui parlando di sé: il capoverso infatti prende avvio dalle “mie” preoccupazioni per il futuro: possiamo supporre che Freud avesse parlato all’amico di sue paure di restare o diventare un mediocre (non certo nella lettera immediatamente precedente a noi rimasta, quella del 1° maggio <a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a>), ricevendone per tutta risposta un poco convincente conforto. Ma si noti anzitutto come egli non riesca a conservare il diretto riferimento a sé: dapprima scrive in terza persona (“Non può ad es. [egli] essere…”), poi, rendendo attore direttamente l’amico, passa alla seconda persona, pur mediata dalla consueta formula di cortesia (“Cosa importa che Voi…”); poi si riavvicina a una posizione più personale impiegando sì la prima persona, ma plurale (“temiamo”); di nuovo si allontana e diluisce il tutto in un collettivo impersonale di uomini evidentemente deboli e dunque mediocri (“chiunque metta in dubbio…”), per finire tornando a una terza persona, non meglio specificata (“un uomo…”), ma comunque mediocre (“un debole di spirito…”). Oscillazioni rivelatrici, così come lo è la frase dapprima scritta e poi cancellata (che altro non è che una prima versione della frase conclusiva del capoverso come mostra tra l’altro la presenza in entrambi i passaggi dell’aggettivo “ehrlich”, ossia “onesto”) poiché realizza proprio nella sua doppia qualità di presenza/assenza il doppio movimento dell’avvicinarsi di Freud a una qualche “sensazione che deve essergli sgradevole se è vera” e dell’allontanarsi dalla netta presa di coscienza attraverso una negazione realizzata con la non meno netta cancellazione.</p>
<p>Freud dunque dubita del proprio merito, ma evidentemente non gli piace l’affiorare di questa sensazione. Né gli basta pensare che molti grandi uomini, molti “spiriti più forti”, si siano messi in discussione: infatti il suo dubitare potrebbe essere semplice onestà, oppure pura formalità (educazione, abitudine), oppure ancora autotortura. Per Freud evidentemente la prima ipotesi appare come quella più spaventosa e forse per questo viene in prima battuta cancellata: se infatti il dubbio è onesto e coglie una verità, allora per lui non c’è più nulla da fare: mediocre è e mediocre resterà. Ma per noi è la terza e ultima a rivelarsi assai più interessante, sia perché è l’unica che fa riferimento a una qualche dinamica interna, sia perché è possibile individuare diverse altre tracce di un Freud soggetto ad autotortura.<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a> Me ne sono occupato in altre sedi, analizzando in dettaglio il periodo compreso tra la fine del 1885 e il 1897 e, confortato anche dalla considerazione di un biografo di Freud, Peter Gay, che segnala il carattere non solo severo ma addirittura punitivo della coscienza (morale) del padre della psicoanalisi.<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> Per riassumere il punto,<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a> la coscienza di Freud, il suo Super-io, diviene torturante ogni volta che egli si trova in procinto di realizzare una qualche ambizione, forma sublimata del desiderio di superare il padre. Giusto per dare un’idea della centralità del rapporto edipico fra padre e figlio, si ricordi che ne <em>L’interpretazione dei sogni</em> Freud definisce la morte del padre come la “perdita più straziante nella vita di un uomo”<a href="#nota15" name="rifnota15"><sup>15</sup></a> e che ancora in <em>Un disturbo della memoria sull’Acropoli</em>, del 1936, tornerà a riflettere su questo conflitto. Questo profondo contrasto tra desiderio egoico di realizzazione e temibile opposizione superegoica si traduce, così ho cercato di argomentare nei citati scritti, in una forte ambivalenza.<a href="#nota16" name="rifnota16"><sup>16</sup></a></p>
<p>Ora, questa dinamica mi pare si adatti bene alle vicende della nostra lettera della maturità. Nell’ultimo degli stralci riportati, Freud scrive della sua aspirazione a divenire un grande spirito, ma al contempo teme di essere condannato a restare un mediocre come, verrebbe da aggiungere, suo padre che, anni prima, quando un cristiano gli aveva gettato nel fango il berretto per disprezzo verso gli ebrei, senza ribellarsi si era limitato a raccoglierlo.<a href="#nota17" name="rifnota17"><sup>17</sup></a> Ma non è certo questo il passaggio della lettera da cui possiamo evincere l’ombra paterna. Qui piuttosto scorgiamo un’ambivalenza che ben si realizza non solo nel massiccio ripensamento del capoverso con la cancellazione di un’intera frase, il continuo oscillare tra una persona verbale e l’altra, ma anche nel suo stesso contenuto. Con l’accenno all’autotortura fa inoltre capolino l’intervento punitivo del Super-Io, benché come non più che una semplice e tutta razionale ipotesi.<a href="#nota18" name="rifnota18"><sup>18</sup></a></p>
<p>Possiamo essere ancora più specifici, tenendo presente che una delle carriere cui aspirava Freud era, come detto sopra, quella di scrittore.<a href="#nota19" name="rifnota19"><sup>19</sup></a> Questa lettera contiene infatti un passo che ben si adatta alle ambizioni stilistiche letterarie di Freud, espressamente riconosciute già da <a href="https://de.wikipedia.org/wiki/Walter_Muschg" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Walter Muschg</a> nel 1930.<a href="#nota20" name="rifnota20"><sup>20</sup></a> è esattamente il passo da cui siamo partiti, quello sullo “stile idiotico”: qui, come visto, proprio mentre si accinge a ostentare una prova concreta del suo non essere mediocre, prova consistente in uno stile tanto particolare da avere colpito il suo professore portandolo a scomodare niente meno che il filosofo Herder per poterlo adeguatamente definire, proprio qui lo stile gli viene meno e per stendere una frase sensata è costretto a correggere più volte le sue righe. Il fatto, se sopra ci colpiva come una curiosità, ora può trovare una spiegazione: il monito superegoico vieta a Freud di realizzare le sue ambizioni, di goderne e la punizione, in osservanza alla legge del taglione, va di contrappasso alla colpa: “Se il tuo stile ti eleva sopra la mediocrità di tuo padre, sia esso a vacillare!”. Come già nel precedente passaggio, anche in questo si può cogliere, oltre all’elemento superegoico, il gioco dell’ambivalenza, ben reso da Wolf che sottolinea come Freud racconti l’episodio all’amico “con ironia, benché con orgoglio”<a href="#nota21" name="rifnota21"><sup>21</sup></a>: se l’orgoglio è la diretta espressione della soddisfazione di un’aspirazione, un avvicinamento all’Ideale dell’Io, l’ironia rappresenta un elegante compromesso tra tale fonte di piacere e l’intervento svalutante del Super-Io. Compromesso, tra l’altro, cui Freud ricorrerà molte volte nella vita, anche in situazioni in cui il conflitto non sarà intrapsichico, ma con la realtà.<a href="#nota22" name="rifnota22"><sup>22</sup></a> Non a caso in questa lettera, non appena l’ironia riesce a ristabilire gli equilibri interni dello scrittore, la scrittura torna, coerentemente, a essere scorrevole: le righe immediatamente successive a quelle dedicate allo stile idiotico,<a href="#nota23" name="rifnota23"><sup>23</sup></a> sono infatti completamente prive di correzioni e ripensamenti e l’ironia vi circola padrona.</p>
<p>Non resta che completare il nostro percorso a ritroso e riconsiderare rapidamente la (pur presunta) omissione rilevata nel primo stralcio direttamente riportato dall’olografo, quello in cui Edipo viene privato del suo titolo di Re (“König”): Freud, novello Edipo, torturato com’è dal suo Super-Io non può certo ancora incoronarsi re. Non alla maniera di Edipo, uccidendo il padre. E non a caso anche in questo breve passaggio si accumulano gli inciampi della scrittura.</p>
<h3>Note</h3>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> Cfr. S. Freud, <em>Briefe 1873-1939</em> (1960), trad. it. <em>Lettere. 1873-1939</em>, Boringhieri, Torino 1960, p. 4.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em> (1962-1964), 3 voll., vol. I, Il Saggiatore, Milano 1962, p. 47.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> <em>Id.</em>, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), 3 voll., vol. I, Basic Books, New York 1953, p. 20.</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> Chi voglia osservare l’intera pagina dell’originale noterà meglio il progressivo rientrare del margine della scrittura di Freud e soprattutto che una correzione simile compare poche righe prima, laddove Freud corregge un “wandten”, “voltammo”, “distogliemmo” in un “verwandten”, “sfruttammo”, “impiegammo”. Che si tratti di una correzione lo dimostra tra l’altro lo spazio altrimenti incomprensibile rimasto tra il prefisso “ver-” e il verbo “wandten”.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> “Styl” è sua volta sovrascritto ad altra parola; forse si tratta delle prime tre lettere di “Herder” o di “Zb” (“per es.”).</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> Rendo con “anche” l’originale “zugleich”, tralasciato nelle due traduzioni italiane disponibili. Per quanto riguarda le due inglesi, in quella del 1960 viene reso con “incidentally” (“tra l’altro”), mentre in quella del 1969 con “at the same time” (“al tempo stesso”). Cfr. S. Freud, <em>Letters of Sigmund Freud 1873-1939</em>, Basic Books, New York 1960 e <em>id.</em>,<em> Some Early Unpublished Letters of Freud</em>, in <em>International Journal of Psychoanalysis</em>, 1969 (50), pp. 419-427. Tra le due, preferisco la prima alla seconda. Quest’ultima indica una sorta di contemporaneità, evidentemente tra la comunicazione del voto del tema di cui Freud ha parlato nella frase precedente e il commento del professore, che lascerei invece sullo sfondo per questo motivo: poco dopo Freud torna a impiegare lo stesso avverbio ma con scrittura separata, “zu gleich”, in un punto in cui necessariamente indica contemporaneità (ho reso con “al contempo”). A mio parere è utile conservare anche nel significato, in questo caso potendolo fare, questa differenza che Freud vuole già a livello grafico e che delle quattro versioni tedesche prese in considerazione solo la trascrizione della Library of Congress conserva.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> Rendo il “das”, omesso da ben due edizioni tedesche su quattro e poi regolarmente tralasciato da quelle in altre lingue, con “proprio questo” a sottolineare il carattere rafforzativo che esso viene ad avere. Difficile attribuirgli altri ruoli all’interno della frase, in cui, tanto dal punto di vista grammaticale quanto da quello del significato, è altrimenti praticamente inutile.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> “Schön” nell’originale. Un esempio di “idiotismo”, direi. Avrei tradotto con “bellamente”, non fosse che in italiano tale avverbio ha una troppo marcata connotazione ironica, se non negativa <em>tout court</em>. Mi sono dunque appoggiato all’etimologia del termine, indicata dai fratelli Grimm, che lo vogliono derivante da “anschauen”, “vedere”. Il vocabolo, dall’iniziale significato neutro che aveva, venne poi a indicare qualità positive, come lo sono la chiarezza, la brillantezza di ciò che veniva a cadere sotto lo sguardo. Cfr. <a href="https://woerterbuchnetz.de/DWB/schön" target="_blank" rel="noopener noreferrer">J. Grimm, W. Grimm, <em>Deutsches Wörterbuch</em>, (1854-1861), voce “schön”</a>, punto 1.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> M. Conci, <a href="https://pep-web.org/browse/document/rpsa.062.1057a?page=P1057" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Le lettere del giovane Freud a Emil Fluss (1872-1874)</em></a><em>,</em> in <em>Rivista di Psicoanalisi</em>, 52(4) (2016), p. 1074.</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> Si osservi, in questa prima proposizione il tipo di anticipazione dell’oggetto discussa parlando degli idiotismi di Freud e che, per essere mantenuta, richiede l’inserimento del pronome “le”.</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> Anche Ilse Grubrich-Simitis, facendo leva su un punto diverso di questa lettera, inferisce che tra questa e quella del primo maggio debba mancarne una. Cfr. S. Freud, <em>Jugendbriefe an Emil Fluß,</em> in <em>id.</em>, <em>Selbstdarstellung. </em><em>Schriften zur Geschichte del Psychoanalyse</em>, Fischer, Francoforte, 2008, p. 119 n. 42.</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> Anche <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Kurt_R._Eissler" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Kurt Eissler</a>, analizzando questo passaggio della lettera, tra le tre ipotesi avanzate da Freud, prende in considerazione solo l’ultima e anch’egli la riferisce senza esitazione al giovane latore della lettera. A differenza mia, che vi vedo, come dirò a breve, una manifestazione del Super-io, Eissler la riconduce a una funzione egoica di severa autoosservazione, Cfr. K Eissler, <em>Psychoanalytische Einfälle zu Freuds “Zerstreute(n) Gedanken”</em>, in <em>Jahrbuch der Psychoanalyse Beihefte</em>, 2 (1974), pp. 120-121. In ogni caso, nel momento in cui definisce “<em>morale</em>-ipocondriaca” tale autoosservazione, a me pare le stia surrettiziamente attribuendo qualità superegoiche.</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> P. Gay, <em>Freud, una vita per i nostri tempi</em>, Edizione CDE, Milano 1988, p. 127.</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> Cfr. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/42617302/La_radice_neurologica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La radice neurologica</em></a>, in S. Freud, <em>Studio clinico sull’emiparalisi cerebrale dei bambini</em>, Youcanprint, Tricase 2017, pp. 17-18 e 22-23; M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/42948913/1897_La_strozzatura" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La strozzatura</em></a>, in S. Freud, <em>La paralisi cerebrale infantile</em>, Youcanprint, Tricase 2020, p. 43 n. 58 e p. 52; M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/44255537/Sigmund_Freud_Figlio_della_neurologia_padre_della_psicoanalisi" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sigmund Freud. Figlio della neurologia, padre della psicoanalisi</em></a><em>,</em> in S. Freud, <em>Introduzione critica alla neuropatologia</em>, Youcanprint, Tricase 2020, p. 17 e p. 59 n. 63. In quest’ultimo testo ho seguito anche il ripresentarsi del termine “Qual” (“tormento” o, io preferisco, “tortura”), qui nel composto “Selbstqual”.</p>
<p><a href="#rifnota15" name="nota15">15</a> S. Freud, <a href="https://archive.org/details/Freud_1900_Die_Traumdeutung_k" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Die Traumdeutung</em></a> (1899), trad. it. <em>L’interpretazione dei sogni</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 12 voll., vol. 3, Boringhieri, Torino 1967, p. 5.</p>
<p><a href="#rifnota16" name="nota16">16</a> Sulla centralità del rapporto edipico con il padre e sulla spinta a divenire il padre, cioè prenderne il posto, si considerino anche le riflessioni brevemente svolte da Mahony sugli aspetti paterni del carattere di Freud e soprattutto del suo ruolo in seno alla psicoanalisi. Cfr. P. J. Mahony, <em>Freud as a Writer</em>, Yale University Press, New Haven 1987, pp. 149-152. Su basi simili ho cercato recentemente di tracciare il percorso che portò Freud dalla neurologia, terra di quei maestri-padri che egli aveva l’abitudine di innalzare a modelli per poi abbattere, alla psicoanalisi, coronando così la spinta pulsionale a divenire padre “indiscusso”… Indiscusso per modo di dire: lo si chiami, se si vuole, karma, Freud si troverà a subire da parte di alcuni “figli” (Adler, Stekel, Jung, Rank, Ferenczi, ecc…) gli stessi attacchi che lui per primo da “figlio” aveva portato ai suoi padri neurologici. Cfr. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/44255537/Sigmund_Freud_Figlio_della_neurologia_padre_della_psicoanalisi" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sigmund Freud. Figlio della neurologia, padre della psicoanalisi</em></a><em>,</em> <em>op. cit.</em>, pp. 90 e sgg.</p>
<p><a href="#rifnota17" name="nota17">17</a> Cfr. S. Freud, <em>L’interpretazione dei sogni</em>, <em>op. cit.</em>, p. 186.</p>
<p><a href="#rifnota18" name="nota18">18</a> Ilse Grubrich-Simitis segnala come in queste lettere sia possibile rinvenire, espressi in un linguaggio colloquiale, concetti che un Freud ormai psicoanalista riformulerà in maniera più solida dal punto di vista terminologico e teorico. Tra essi elenca anzitutto proprio ambivalenza e durezza del Super-Io. Cfr. S. Freud, <em>Jugendbriefe an Emil Fluß</em>, <em>op. cit.</em>, p. 105. Preciso però che mentre l’autrice si riferisce ai <em>contenuti</em> delle lettere, io mi riferisco a quanto da esse si può supporre del loro <em>autore</em>. Considero peraltro le due prospettive non come opposte o contrastanti, ma complementari.</p>
<p><a href="#rifnota19" name="nota19">19</a> In particolare <em>ivi</em>, p. 104 e P. J. Mahony, <em>Freud as a Writer</em>, <em>op. cit.</em>, p. 9.</p>
<p><a href="#rifnota20" name="nota20">20</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, in <a href="https://www.encyclopedia.com/psychology/dictionaries-thesauruses-pictures-and-press-releases/psychoanalytische-bewegung-die" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Die psychoanalytische Bewegung</em></a>, <a href="https://pep-web.org/browse/psabew/volumes/2" target="_blank" rel="noopener noreferrer">2</a>(<a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">5</a>) (1930), p. 475.</p>
<p><a href="#rifnota21" name="nota21">21</a> E. S. Wolf, <a href="https://doi.org/10.1080/00797308.1971.11822283" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Saxa Loquuntur</em>. <em>Artistic Aspects of Freud’s “The Aetiology of Hysteria”</em></a>, in <em>Psychoanalytic Study of the Child</em>, 26 (1971), p. 550. L’articolo di Wolf è incentrato in particolare sull’analisi stilistica dello scritto di Freud <em>Etiologia dell’isteria</em> (1896). Anche in quel caso documenta le oscillazioni dell’autore rispetto al proprio valore e alle proprie capacità professionali. Riporta inoltre le considerazioni di Max Schur secondo il quale oscillazioni dell’umore tra alti e bassi (in sintonia con stima e disistima di sé) erano piuttosto frequenti in Freud quantomeno fino a fine ‘800. Cfr. <em>ivi</em>, p. 546.</p>
<p>Allo stesso modo Holt coglie, come tratto generale, la sete di fama di Freud, coperta e negata, accompagnata da un costante mettersi in dubbio. Cfr. R. R. Holt, <a href="https://www.freepsychotherapybooks.org/ebook/on-reading-freud/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>On reading Freud</em></a> (1973), in <em>Abstracts of The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud</em>, International Universities Press, Madison 1973, p. 39.</p>
<p><a href="#rifnota22" name="nota22">22</a> Si veda ad es. M. Lualdi, <a href="https://www.analisilaica.it/2020/09/19/freud-e-la-gestapo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud e la Gestap</em>o</a>.</p>
<p><a href="#rifnota23" name="nota23">23</a> “… lo faccio sapere a Lei, che finora non si era accorto di scambiare lettere con uno stilista della lingua tedesca. E ora Le consiglio: non come persona interessata ma come amico: conservi, raccolga, custodisca le mie lettere: non si sa mai!”. Cfr. S. Freud, <a href="https://pep-web.org/browse/document/rpsa.062.1057a?page=P1057" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Le lettere del giovane Freud a Emil Fluss</em></a> (1872-1874), <em>op. cit.</em>, p. 1068.</p>
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		<title>Sigmund Freud e lo stile idiotico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2021 15:01:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra le lettere più precoci di Freud a noi giunte, spicca senz’altro quella cosiddetta “della maturità”, scritta all’amico Emil Fluss la notte del 16 giugno 1873, a conclusione dell’esame di maturità. Essa apre il primo degli epistolari freudiani dato alle stampe, che usciva nel 1960 in tedesco, ma anche nelle traduzioni italiana e inglese per&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/06/25/sigmund-freud-e-lo-stile-idiotico/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Sigmund Freud e lo stile idiotico</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le lettere più precoci di Freud a noi giunte, spicca senz’altro quella cosiddetta “della maturità”, scritta all’amico Emil Fluss la notte del 16 giugno 1873, a conclusione dell’esame di maturità. Essa apre il primo degli epistolari freudiani dato alle stampe, che usciva nel 1960 in tedesco, ma anche nelle traduzioni italiana e inglese per opera rispettivamente della casa editrice torinese Boringhieri e della newyorkese Basic Books,<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a> segni di un periodo in cui ben altra era la curiosità per la psicoanalisi e la vita di Freud e ben altra era l’intraprendenza degli editori.</p>
<p>Vorrei concentrare l’attenzione su uno dei passi più noti di quella lettera, partendo dalla traduzione nostrana del 1960:</p>
<p>“Il mio professore mi ha detto – ed è la prima persona che osa dirmelo – che avrei ciò che Herder chiama così bene uno stile ‘idiotico’, cioè uno stile che è al tempo stesso corretto e caratteristico”.<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a></p>
<p>A muovere la mia curiosità è stato principalmente il fatto di appartenere alla schiera di coloro che, oltre a non sapere definire uno “stile idiotico” se non dicendo che è “corretto e caratteristico”, non hanno idea di cosa abbia detto in proposito il filosofo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Johann_Gottfried_Herder" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Johann Gottfried von Herder</a> (1744-1803): chi mi fa in ciò compagnia può considerarsi destinatario di queste pagine. Quanto agli altri, potranno forse trovare interessanti alcune questioni in cui mi sono imbattuto procedendo con le mie indagini e che mi hanno portato a riprendere la lettera nella sua versione olografa e in diverse traduzioni susseguitesi nel corso dei decenni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Alla ricerca della definizione perduta</h2>
<p>A leggere le poche righe di Freud si direbbe che la via più spontanea e sicura per rispondere al nostro quesito sullo stile “idiotico” sia quella di interrogare direttamente Herder, soprattutto considerando che il linguaggio rientra tra i suoi principali filoni di pensiero, al punto che da alcuni è annoverato tra i fondatori della linguistica moderna.<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a> Quale sorpresa dunque constatare che gli studiosi hanno commentato il passaggio della lettera muovendosi pressoché regolarmente su altre vie, a partire naturalmente da Ernest Jones, che nel primo volume della sua immortale biografia freudiana (1953), scrive:</p>
<p>“Il suo esaminatore gli disse che aveva uno stile che il poeta Herder avrebbe definito ‘idiotico’, cioè al tempo stesso corretto e personale”.<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a></p>
<p>L’autore, non pago di avere chiarito che uno stile “idiotico” è “corretto e personale”, si premura di inserire una nota in cui spiega che quell’aggettivo significa più precisamente:</p>
<p>“Riferendosi all&#8217;etimologia della parola: personale, originale (cf. idiomatico)”.<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a></p>
<p>La citazione da Jones merita qualche commento: si sarà notato anzitutto che il professore di Freud è ridotto ai ranghi di un “esaminatore” e lo stile, da “corretto e caratteristico” che era, diviene “corretto e <em>personale</em>”. Quanto al primo slittamento, lo si ritrova anche nell’edizione originale inglese, mentre per il secondo, che ci interessa più da vicino, responsabile resta la traduzione italiana, poiché nell’edizione inglese troviamo, con netta aderenza al testo originale della lettera, “distinctive”, appunto “peculiare”, “caratteristico”.<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a></p>
<p>In secondo luogo il periodo è scritto in modo tale da dare al lettore l’impressione che dalla lettera del giovane Freud sia stato tratto solo l’aggettivo “idiotico”, l’unico virgolettato a mo’ di citazione, ma non la successiva definizione “cioè al tempo stesso corretto e personale”.<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> Viene in questo modo operata un’ingiustificata decontestualizzazione, con l’effetto surrettizio di attribuire a quella definizione – che non va dimenticato: appartiene a un adolescente, per quanto illustre – un valore assai più impersonale e affidabile, da dizionario.</p>
<p>Terzo e ultimo punto, dopo aver proposto la formula freudiana di “idiotico” facendola passare per <em>la </em>definizione, Jones aggiunge la nota etimologica: evidentemente quel termine doveva parergli piuttosto curioso. Non si è forse lontani dal vero supponendo che con la decontestualizzazione delle parole di Freud e il ricorso piuttosto meccanico all’etimologia, Jones abbia fatto scuola anche qui, come effettivamente è avvenuto per molti altri punti della storia di Freud e della psicoanalisi.</p>
<p>Proseguendo lo studio delle fonti, troviamo un altro Ernest, Wolf, che scrivendo nel 1971 un articolo sugli aspetti artistici dello stile di Freud, si trova a citare il passaggio epistolare sullo stile idiotico e commenta:</p>
<p>“A 17 anni egli riferiva ironicamente, benché con orgoglio, che il suo professore aveva paragonato il suo stile a quello di Herder, «uno stile al contempo corretto e caratteristico»”.<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a></p>
<p>Qui il “professore” ha riacquisito giustamente il suo titolo. Tuttavia il termine “idiotico” è scomparso! Ne capiremo più avanti il motivo. In secondo luogo l’episodio subisce una distorsione, poiché nell’originario racconto di Freud non vi è traccia di alcun paragone tra lo stile di Freud e quello di Herder, più semplicemente si parla dell’applicazione alla scrittura del primo di un concetto discusso dal secondo.</p>
<p>Quindici anni più tardi, un terzo Ernest, Ticho:</p>
<p>“… il suo tema di tedesco [della maturità] … fece sì che il suo professore gli dicesse «che ho ciò che Herder chiama così bene uno stile distintamente personale, ossia uno stile al contempo corretto e caratteristico»”.<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a></p>
<p>Come Wolf, così Ticho, virgolettando “uno stile al contempo corretto e caratteristico”, riconsegna al proprietario tale definizione, con ciò ridimensionandone la portata, ma anche qui non vi è traccia del nostro aggettivo. La novità è che lo troviamo sostituito dal sintagma “distintamente personale” con il quale viene reintrodotta, questa volta non per leggerezza di traduttori terzi, la qualificazione di “personale”. Almeno è salvato il nome di Herder, che peraltro non viene minimamente coinvolto nelle argomentazioni dell’autore, pur riguardanti le influenze della lingua tedesca sul pensiero di Freud.</p>
<p>Un anno dopo è Patrick Mahony a riprendere in considerazione la questione dello stile idiotico:</p>
<p>“… al ginnasio Freud già scriveva in quello che un suo insegnante definì stile ‘idiotico’, ciò che non deve essere inteso nel suo corrente senso peggiorativo ma, secondo la sua etimologia greca, nel senso di ‘personale’, ‘individuale’”.<a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a></p>
<p>Finalmente ritroviamo il nostro aggettivo, ma a differenza dei tre Ernest, Mahony espunge il riferimento storico a Herder, nonostante la fonte da lui citata, ossia Jones,<a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a> lo riporti espressamente, come visto. Dovremmo però forse apprezzare la coerenza di Mahony: che farsene di Herder se poi la via seguita per spiegare “idiotico” è unicamente quella etimologica battuta da Jones e implicitamente seguita anche da Wolf e Ticho?</p>
<p>Muovendomi nella letteratura psicoanalitica di oltre un trentennio non ho trovato un solo autore che si scosti sostanzialmente dalla versione di Jones. Ma se davvero la faccenda fosse tutta qui, dovremmo attribuire uno stile idiotico a tutti quelli che scrivono rispettando le regole grammaticali di una lingua e con una qualche peculiarità o vezzo stilistico. E poiché praticamente ognuno di noi, volente o nolente, immette nello stile qualche tratto personale, il tutto viene a ridursi ulteriormente alla condizione di scrivere “correttamente”. Insomma, non parrebbe un gran complimento, non per un liceale giunto all’esame di maturità nella Vienna di fine ‘800 – dove e quando la preparazione richiesta non era certo delle più bonarie o buoniste – che pure prosegue la lettera all’amico commentando con grande entusiasmo le considerazioni del professore:</p>
<p>“<em>Questo fatto</em> <em>incredibile ha suscitato la mia giusta meraviglia</em>, e non perdo occasione di propalare ai quattro venti la lieta notizia, la prima nel suo genere. Per esempio, la faccio sapere a Lei, che finora non si era accorto di scambiare lettere con uno stilista della lingua tedesca”.<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a></p>
<p>Cosa non va? Ma ancor prima, cosa ha da dirci Herder? Perché delle due l’una: o si tratta di filosofo privo di importanza, ma in tal caso anche il complimento non ne ha, oppure è autore di tutto rispetto e se è così allora bisognerà pur portarglielo questo rispetto e dire qualcosa su di lui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>La definizione ritrovata</h2>
<p>A ciò ha pensato Peter-André Alt in una recentissima biografia di Freud, a breve disponibile anche in italiano, in cui spiega che:</p>
<p>“…nel senso originario del termine significava che egli [Freud] sfruttava con sommo effetto l’elemento inconfondibile e assolutamente individuale della lingua tedesca. Herder aveva definito gli idiotismi come “bellezza<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> che nessun vicino può sottrarci con la traduzione”.<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a></p>
<p>Trovo che in queste poche righe vi sia la soluzione del problema più semplice e al tempo stesso più sorprendente.</p>
<p>Più semplice perché non fa che risalire alla fonte originaria e specifica del termine “idiotico”; più sorprendente perché veniamo a sapere che esso non si riferisce a certe caratteristiche dello stile di chi scrive, bensì della lingua da questi impiegata! Si tratta di un ribaltamento pressoché completo di quello che altrimenti si potrebbe intuire (o, a questo punto, fraintendere) dalla scarna definizione data da Freud all’amico e dalla tradizione etimologica inaugurata da Jones e poi acriticamente mantenuta. Emblematica in tal senso è la sostituzione di “idiotico” con “distintamente personale” in Ticho.</p>
<p>Sulla stessa linea di Herder, un dizionario italiano del 1869, dunque del torno d’anni cui appartiene la lettera di Freud, così definisce “idiotismo”:</p>
<p>“Gli idiotismi sono certe forme di dire tanto proprie di quella lingua che l’uom parla, che chi le usa par nato in essa, e mostra subito il suo paese… Se tutti gli idiotismi fosser bassezze, addio proprietà e purità della lingua. Gli idiotismi, sprezzati da’ retori, sono a’ pensatori e agli artisti gemme e misteri. Ma chi li ricerca risica di parer d’affettare la volgarità”.<a href="#nota15" name="rifnota15"><sup>15</sup></a></p>
<p>In altre parole: dica ciò che vuole l’etimologia, ma evidentemente all’epoca il termine “idiotismo” aveva generalmente <em>quel</em> significato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Gli idiotismi, più da vicino</h2>
<p>Tornando a Herder, il passo citato da Alt ancora non ci svela in concreto cosa siano questi idiotismi: per il filosofo, a seconda della storia del popolo e dell’ambiente in cui vive, dei suoi usi e dei suoi costumi, la lingua risulterà più adatta e duttile rispetto ad altre nell’affrontare certi temi e, per contro, si troverà in difetto in altri ambiti. Ad esempio, essendo a suo dire i francesi più portati al riso che non i tedeschi, la loro lingua eccelle nel suscitare l’ilarità, mentre il tedesco eccelle nella prosa seria, nella poesia profonda.<a href="#nota16" name="rifnota16"><sup>16</sup></a> è anzitutto questa disparità di “equipaggiamento” delle lingue nell’affrontare specifici temi a creare terreno fertile per gli idiotismi, criticità in fase di traduzione e a fare degli idiotismi dei marcatori dell’individualità di ogni lingua:</p>
<p>“Se la lingua è strumento delle scienze, allora un popolo che abbia avuto prosatori riusciti senza una lingua poetica e grandi <em>saggi</em> senza una lingua precisa è un’assurdità. Si sfidi la mia affermazione e si traduca <em>Omero</em> in olandese [così l’autore, che chissà cosa aveva contro l’olandese&#8230;] senza parodiarlo, si renda uno sdrucciolevole <em>Crebillon</em> in lappone o <em>Aristotele</em> in una delle lingue selvagge che non danno accoglienza ad alcun concetto astratto. Non si dovrebbero avere [allora] per ogni ambito delle scienze pensieri e scritti che siano per questa o quella lingua assolutamente intraducibili? Quantomeno un dialetto, in cui la letteratura o è spuntata fuori da sé oppure è stata innestata, è infinitamente diverso da un altro [al punto che], nell’opinione delle scienze lo si deve chiamare <em>idiotico</em>”.<a href="#nota17" name="rifnota17"><sup>17</sup></a></p>
<p>I dialetti sono dunque idiotici per eccellenza, in quanto avrebbero una sorta di genesi spontanea che li qualificherebbe come particolarmente caratteristici e più distanti gli uni dagli altri e rispetto alle lingue “ufficiali”, con ciò rendendo ancor più ardue le traduzioni. Sia detto per inciso: Freud conosceva bene il dialetto viennese e senz’altro lo parlava, cosa comprovata da alcune interpretazioni proposte sia ne <em>L’interpretazione dei sogni</em>, sia in <em>Psicopatologia della vita quotidiana</em>, sia infine ne <em>Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio</em>.<a href="#nota18" name="rifnota18"><sup>18</sup></a> Il punto è che in un ambiente polilinguistico come la Vienna di fine ‘800 il dialetto assumeva un valore rafforzativo dell’identità proprio in quando inconfondibile segno di appartenenza a una precisa città e, in qualche modo, a una precisa “cultura”, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza:<a href="#nota19" name="rifnota19"><sup>19</sup></a> il che è perfettamente in linea con le riflessioni di Herder su dialetto-idiotismo-differenziazione/specificità.</p>
<p>Non per nulla gli idiotismi fungono anche da vitale anello di congiunzione tra la lingua scritta e quella parlata e quotidiana<a href="#nota20" name="rifnota20"><sup>20</sup></a> e dunque più prossima ai dialetti che la attraversano: in ciò sta appunto il pericolo che segnalano Tommaseo e Bellini: “Ma chi li ricerca risica di parer d’affettare la volgarità”.</p>
<p>Stando ai brani che sono riuscito a reperire e consultare, in realtà Herder è piuttosto avaro di esempi concreti di idiotismo e tra questi pochi vi è quello di “sole” e “luna” che in tedesco, a differenza di altre lingue, sono rispettivamente femminile (“die Sonne”) e maschile (“der Mond”). Herder spiega che per altre nazioni “la mitologia, il calcolo del tempo e il modo di vivere del popolo hanno colto altri punti di vista e dato origine ad altre forme [linguistiche]”.<a href="#nota21" name="rifnota21"><sup>21</sup></a> Per portare a conseguenze pratiche l’esempio completerei così: non si potrebbe mai tradurre del tutto in tedesco il nostro francescano “fratello sole, sorella luna”, in quanto le caratteristiche che hanno reso per noi maschile l’astro diurno, e che consentono di qualificarlo metaforicamente come “fratello”, non sono applicabili alla “Sonne” tedesca, non più di quanto noi considereremmo intercambiabili le caratteristiche prototipiche, per così dire, di “fratello” e “sorella”.</p>
<p>Naturalmente non è solo questione di generi grammaticali, anche se questo aspetto può essere di notevole aiuto a cogliere un certo tipo di distanza segnalato da Herder tra il tedesco e tutte quelle lingue che non contemplano il genere neutro e per i cui parlanti nativi, tra i quali noi italiani, diviene assai difficile concepire qualsiasi cosa senza ricondurla automaticamente all’universo del femminile o del maschile. Si pensi ad esempio ai neutri tedeschi “das Mädchen” (“la ragazza”) o “das Kind” (“bambino” <em>e</em> “bambina”).</p>
<p>Il singolo autore, continua Herder, se veramente creativo ha l’ardire di frugare nelle viscere della lingua per cercare e trovare gli idiotismi a lui più confacenti, come si cerca l’oro nel fianco della montagna,<a href="#nota22" name="rifnota22"><sup>22</sup></a> sì che alla fine uno stile idiotico diventa anche caratteristico del singolo scrittore e in tal senso personale. Ma appunto, <em>alla fine</em>: poiché in principio e in realtà, le peculiarità che veicolano la qualità idiotica sono e restano della lingua, dalle cui profondità lo scrittore attinge abilmente.</p>
<p>Con tutto ciò, mi pare che ancora non siamo giunti a cogliere gli idiotismi nella loro concretezza. Per farlo occorre procedere oltre e considerare che nel discutere il tema, Herder si pone in aperta polemica con il collega svizzero contemporaneo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Johann_Georg_Sulzer" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Johann Georg Sulzer</a> (1720-1779), il quale per parte sua auspica una sorta di epurazione della lingua che, privata degli idiotismi, diverrebbe strumento di comunicazione più efficiente<a href="#nota23" name="rifnota23"><sup>23</sup></a> in quanto più facilmente traducibile. All’opposto, Herder vede nel progetto sulzeriano soltanto un drammatico impoverimento del mezzo linguistico,<a href="#nota24" name="rifnota24"><sup>24</sup></a> una sorta di perdita di identità. Si ripensi in tal senso anche alle considerazioni di Tommaseo e Bellini: “addio proprietà e purità della lingua”.</p>
<p>Sulzer dedica agli idiotismi un apposito paragrafo del suo enciclopedico <a href="https://www.deutschestextarchiv.de/book/view/sulzer_theorie01_1771?p=568" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Allgemeine Theorie der Schönen Künste</em></a>.<a href="#nota25" name="rifnota25"><sup>25</sup></a> Anche qui viene anzitutto segnalata l’intraducibilità dell’idiotismo, definito come</p>
<p>“un modo di dire, un’espressione, un’espressione idiomatica<a href="#nota26" name="rifnota26"><sup>26</sup></a> tanto specifica di una lingua che non è possibile tradurla in un’altra conservandone la forma”.</p>
<p>Anche Sulzer riconosce che esistono idiotismi personali, ma si tratta di un’estensione del concetto, che <em>in primis</em> si applica alla lingua in sé. Tra le tipologie di idiotismo segnala i proverbi e le metafore in cui peraltro l’elemento idiotico non è da ricercare nell’immagine in sé, quanto nelle sue caratteristiche grammaticali, dunque forma e struttura, poiché sono queste a renderli di fatto intraducibili, se non a costo di deformazioni. Val la pena riportare uno dei suoi esempi, che ci riguarda da vicino:</p>
<p>“Certo che quando un italiano dice ‘Dall’un’all’altr’aurora’<a href="#nota27" name="rifnota27"><sup>27</sup></a> si può riproporre in ogni lingua il senso di queste parole, ma non in tutte in modo che venga impiegato un solo sostantivo, come in italiano”.</p>
<p>Riassumendo: gli idiotismi sono espressioni la cui esistenza si evidenzia nel raffronto tra le lingue, poiché marcano tra di esse certe frange di incomunicabilità, di non sovrapponibilità.<a href="#nota28" name="rifnota28"><sup>28</sup></a> Se Herder pare farne più una questione di contenuti, per cui una lingua può non avere termini per esprimere un concetto invece immediato per un altro idioma, Sulzer mette a fuoco l’elemento più formale della grammatica; se Herder esemplifica con singoli termini (“die Sonne”, “der Mond”), Sulzer parla di intere espressioni. In realtà mi pare che per entrambi il punto nodale, vincolato com’è alla traduzione, stia comunque a livello del <em>modo</em> in cui in una lingua può esprimersi. Essa può non possedere un termine specifico per indicare esattamente <em>quel </em>concetto espresso da un preciso vocabolo in un’altra: questo perché il livello di specificità o genericità di ogni lingua rispetto a un ambito ne riflette i bisogni, legati chiaramente, come vuole Herder, alla storia, alle necessità e alle abitudini di un popolo. Ad esempio, l’etnia brasiliana Tupi possiede numerosi termini per indicare le differenti specie di pappagalli, ma nessuno per la specie complessiva, ciò che riflette il fatto che per un tupi è più importante distinguere tra vari tipi di pappagallo che tra pappagalli e altri uccelli. Allo stesso modo, le popolazioni che vivono in climi più rigidi e che dunque necessitano di indumenti particolari e differenziati per le varie parti del corpo, hanno una più ricca scelta di vocaboli per indicare queste ultime, a differenza delle popolazioni tropicali che hanno esigenze d’abbigliamento assai più ridotte e meno variegate.<a href="#nota29" name="rifnota29"><sup>29</sup></a> Quando manca il termine appropriato, ogni lingua può comunque ricorrere a una parafrasi per riferirsi a un certo concetto per cui una lingua diversa possiede un termine specifico; ma proprio qui, nel dover ricorrere a una soluzione grammaticale diversa da quella di partenza, si svela il carattere idiotico messo in luce da Sulzer.</p>
<p>Si giunge per questa via a raccogliere sotto l’etichetta “idiotismi” un insieme eterogeneo di elementi linguistici, che in sostanza rappresentano altrettanti dilemmi per il traduttore. Oltre al singolo termine (Herder) e alla frase idiomatica (Sulzer), si danno certe strutture sintattiche, come le inversioni, che naturalmente assumono valenza assai maggiore in quelle lingue in cui la successione degli elementi di una proposizione è rigidamente stabilita in base alla loro funzione logica, come appunto in tedesco,<a href="#nota30" name="rifnota30"><sup>30</sup></a> in cui le inversioni possono essere sfruttate per rimarcare l’importanza ad esempio di un complemento o di un avverbio.</p>
<p>Se poi si considera che spesso i modi di dire sono giocati anche sui suoni, ad es. “chi non risica non rosica” o “capire Roma per toma”, e che a volte è soprattutto questo elemento, che ne facilità la memorizzazione e la diffusione, a essere compromesso dalla traduzione, ad es. il tedesco “kein Saft, keine Kraft”, molto meno incisivo nella resa letterale italiana: “niente succo, niente forza”, si vorranno comprendere tra gli elementi idiotici di una lingua anche i ritmi e i suoni, gli accenti e le cadenze.</p>
<p>E dunque: uno stile idiotico è ben altro da uno stile “corretto e caratteristico”, o peggio ancora “personale”. A definirlo è l’uso accorto e voluto di ciò che <em>la lingua</em> <em>ha da offrire di così caratteristico</em> da, ripetiamolo, marcare irrimediabilmente lo scarto rispetto ad ogni tentativo di traduzione.</p>
<p>Che ci siano la volontà e la consapevolezza dell’autore di sfruttare gli idiotismi è requisito fondamentale: per trarre un esempio da un libro molto amato da Freud, il fedele compagno di Don Chisciotte, Sancho Panza, mostra un linguaggio assai ricco di modi di dire, dunque di idiotismi, ma non per scelta, bensì e più semplicemente perché quello è l’unico, o il prevalente, codice linguistico che egli conosce. Non direi dunque idiotico il suo stile che pure è personale e, presumibilmente, corretto. Così come senz’altro personale era lo stile di uno dei maestri di Freud, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Theodor_Meynert" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Theodor Meynert</a>: ma per l’incomprensibilità, non certo per gli idiotismi, al punto che il “famoso neurologo di Francoforte Ludwig Edinger dichiarava di ammirare il [suo] primo traduttore… perché egli stesso spesso non lo capiva [leggendolo] in tedesco”.<a href="#nota31" name="rifnota31"><sup>31</sup></a></p>
<p>Va da sé che saranno soprattutto gli artisti, i poeti e i prosatori a saper cogliere e sfruttare queste peculiarità linguistiche e infatti sono essi i soggetti maggiormente presi in considerazione sia da Herder sia da Sulzer: così l’idiotismo immette nella scrittura artistica. Si pensi, banalmente, alle rime di una poesia, che il più delle volte in traduzione non possono che venire sacrificate, a meno di non concedersi notevoli gradi di libertà nella resa del contenuto e della sua struttura, rischiando però di perdere in tal modo aspetti peculiari del poeta per salvare quelli della lingua (idiotici).<a href="#nota32" name="rifnota32"><sup>32</sup></a></p>
<p>Ma a parte il fatto sopra ricordato che Freud conosceva il dialetto viennese, in sé idiotico, cosa ha a che vedere lui con tutto questo?</p>
<figure id="attachment_83124" aria-describedby="caption-attachment-83124" style="width: 900px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-83124 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/06/Maria-Brzozowksa-The-Return-2019.webp" alt=" Maria Brzozowksa, The Return (2019)" width="900" height="690" /><figcaption id="caption-attachment-83124" class="wp-caption-text">Maria Brzozowksa, The Return (2019)</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Freud e l’idiotismo</h2>
<p>Che Freud conoscesse il corretto significato del termine “idiotico” lo dimostra la lettera della maturità, ma non per la succinta definizione che egli ne dà e che sarebbe poi stata acriticamente presa quale insindacabile punto di riferimento, “al tempo stesso corretto e caratteristico”, bensì per il commento subito successivo, quando si proclama, a metà tra il convinto e l’ironico “uno stilista della lingua tedesca”: ritroviamo qui infatti l’esplicito riferimento alla lingua e al suo impiego quali elementi necessari a fare di uno stile di scrittura uno stile idiotico.</p>
<p>Naturalmente, tanto il Freud della maturità quanto il suo professore non potevano che riferire l’elogio alla produzione scolastica dell’allievo, ma per noi il punto è capire se si possa applicare lo stesso giudizio anche alla vasta mole della sua successiva produzione scientifica.</p>
<p>Abbiamo visto che gli idiotismi immettono la parola nel campo dell’arte e se a prima vista è questo un ambito assai distante da quello scientifico, bisogna tener presente che quando e dove scriveva Freud, ossia “[n]ell’impero asburgico, lo stile scientifico era spesso letterario”.<a href="#nota33" name="rifnota33"><sup>33</sup></a></p>
<p>Sappiamo inoltre che Freud stesso si riconobbe, in diverse occasioni e non sempre con piacere, l’anima e l’ambizione dello scrittore e romanziere, che non va ritenuta seconda a quella di uomo di scienza.<a href="#nota34" name="rifnota34"><sup>34</sup></a> In tal senso sono stati proposti diversi e fruttuosi tentativi di determinare paralleli tra lo stile di Freud e quello di grandi nomi della letteratura tedesca, tra i quali mi sia sufficiente ricordare Goethe e Lessing.<a href="#nota35" name="rifnota35"><sup>35</sup></a> Accostamenti del genere non sono certo frequenti nel mondo scientifico o comunque non sempre hanno esito felice e testimoniano pertanto dell’effettiva componente letteraria della pagina freudiana: ciò basti a giustificare la ricerca in essa dell’elemento idiotico.</p>
<p>Analizzando lo stile di Freud nel 1930, già Walter Muschg segnalava i ritmi, le sonorità del periodo, gli accenti, persino nei titoli, i giochi di parole, le frasi idiomatiche, le attente e particolari scelte dei verbi<a href="#nota36" name="rifnota36"><sup>36</sup></a> come frutto di una non comune padronanza della lingua:<a href="#nota37" name="rifnota37"><sup>37</sup></a> si tratta proprio di aspetti che afferiscono all’idiotismo. Certo, Muschg non impiega mai questo termine, ma usa l’equivalente “Wendungen” (da me reso con “frasi idiomatiche”), che nel 1930 aveva del tutto o quasi soppiantato il precedente “Idiotismen”.</p>
<p>Alle caratteristiche appena indicate si può affiancare il rilievo universalmente riconosciuto dei numerosi neologismi proposti e creati da Freud, in ciò agevolato senz’altro dalla facilità con cui il tedesco conia nuovi termini per unione di due o più, dando ai traduttori al tempo stesso nuove fonti di fascino e motivi di tormento.<a href="#nota38" name="rifnota38"><sup>38</sup></a></p>
<p>Se poi, sulla scorta di Sulzer, prendiamo in considerazione le metafore, ci troviamo indiscutibilmente di fronte a una figura retorica che diversi autori e studiosi segnalano come assai frequente (se non addirittura la più frequente) nelle sue opere.<a href="#nota39" name="rifnota39"><sup>39</sup></a> Tra le quali spicca per importanza, per unanime consenso, quella archeologica.<a href="#nota40" name="rifnota40"><sup>40</sup></a> Sia però chiaro: non tutte le metafore possono essere considerate “idiotismi”, poiché, come chiarisce Sulzer, non sono le immagini in sé a renderle idiotiche ma, sostanzialmente, l’impossibilità di traferirne in altra lingua il senso conservando al contempo <em>quelle</em> immagini.</p>
<p>L’elemento idiotico inoltre, vuoi per il rimando a certa musicalità, vuoi per il vitale ancoraggio, sottolineato da Herder, al linguaggio quotidiano, funge da anello di congiunzione tra la lingua scritta, in particolare letteraria, e la lingua parlata: da un lato, in quest’ultima il suono, da cui trae origine e di cui è traccia la musicalità della lingua scritta, diviene prioritario e si fa veicolo stesso della comunicazione; d’altro alto, in essa fioriscono con maggiore spontaneità i modi di dire e le frasi idiomatiche. Non sfuggano le ulteriori connessioni della lingua parlata tanto con lo stile di Freud quanto con lo sviluppo della psicoanalisi.</p>
<p>Quanto allo stile, basti pensare che molti dei suoi primi lavori, a partire da quelli prepsicoanalitici, sono scritti per essere letti di fronte a un pubblico, come ad esempio i colleghi dell’Accademia delle Scienze di Vienna o della Società dei Medici di Vienna. Ciò resta vero anche per diversi lavori psicoanalitici, ad esempio <em>Etiologia dell’isteria</em>, letto di fronte alla Società di Psichiatria e di Neurologia di Vienna ed esitato nel famoso commento di Krafft-Ebing: “sembra una favola scientifica”<a href="#nota41" name="rifnota41"><sup>41</sup></a> che, come osserva acutamente Wolf, solo a metà è svalutante, poiché d’altra parte sottolinea la bellezza della prosa, una bellezza tipica della favola<a href="#nota42" name="rifnota42"><sup>42</sup></a> ossia, aggiungo io, di un genere fortemente radicato nella tradizione orale del racconto. Si pensi poi alle lezioni universitarie che sarebbero poi andate a comporre <em>Introduzione alla psicoanalisi</em>:<a href="#nota43" name="rifnota43"><sup>43</sup></a> la prima serie di lezioni, scritte preventivamente e poi pronunciate a memoria, e la seconda serie di lezioni, mai pronunciate ma scritte immaginando davanti a sé un uditorio reale. In ogni caso, resta tipico dello stile di Freud un carattere spesso colloquiale.<a href="#nota44" name="rifnota44"><sup>44</sup></a></p>
<p>Quanto allo sviluppo della psicoanalisi, sono da ricordare anzitutto le prime riunioni della Società del Mercoledì tra il 1902 e il 1906, quando ancora mancava Otto Rank, che avrebbe poi steso i preziosi verbali di quegli storici incontri. Di quei quattro anni resta in sostanza nulla più che alcuni articoli giornalistici e divulgativi di Wilhelm Stekel, mentre il resto fu pura parola detta. La comunicazione orale resta tuttora parte fondante della trasmissione del sapere analitico<a href="#nota45" name="rifnota45"><sup>45</sup></a> e della formazione analitica, basti pensare all’analisi didattica,<a href="#nota46" name="rifnota46"><sup>46</sup></a> nonché ovviamente strumento cardine della pratica clinica.</p>
<p>Si comprenderà del resto come la capacità di sintonizzarsi sull’elemento “idiotico” abbia notevolmente agevolato Freud nell’originaria comprensione dei modi di funzionamento dell’inconscio: basti in tal senso pensare a <em>Il motto di spirito</em> oppure, sul piano clinico, a certe interpretazioni che non possono non fondarsi proprio su questa capacità dell’inconscio di giocare con le parole. Lo dimostrano ad esempio i rapidi accenni sopra fatti all’uso del dialetto in certi passaggi di importanti opere freudiane.</p>
<p>Curioso, in fondo, come un elemento non certo indispensabile della lingua e che anzi può risultare di ostacolo alla trasmissione del sapere divenga così centrale nel percorso di Freud e nella disciplina da lui fondata. Viene quasi da attribuire la qualità idiotica alla psicoanalisi stessa, o quantomeno ritenerla parte di ciò che caratterizza e soprattutto differenzia la parola che circola nella stanza d’analisi<a href="#nota47" name="rifnota47"><sup>47</sup></a> rispetto a qualsiasi altra forma dialogica, la si voglia terapeutica o meno: forse che (anche) perché idiotica, la situazione analitica diviene difficilmente comunicabile al di fuori dell’esperienza viva e diretta?</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Idiotismi freudiani</h2>
<p>Vorrei ora proporre alcuni esempi concreti di idiotismi freudiani partendo sia da alcune fonti sia, considerato che gli idiotismi si evidenziano in particolare nei tentativi di traduzione, dal mio personale cimento nella traduzione italiana degli scritti preanalitici di Freud.</p>
<p>Anzitutto prendo da Muschg<a href="#nota48" name="rifnota48"><sup>48</sup></a> il gioco di parole in <em>Psicologia delle masse e analisi dell’Io</em> tra “Herdentier” e “Hordentier”<a href="#nota49" name="rifnota49"><sup>49</sup></a> che, come si può facilmente immaginare, perde irrimediabilmente la sua sonorità in qualsivoglia resa italiana: nella traduzione per Boringhieri E. A. Panaitescu opta per “animale che vive in gregge” (“Herdentier”) e “animale che vive in orda” (“Hordentier”).<a href="#nota50" name="rifnota50"><sup>50</sup></a> Tutta un’altra musica.</p>
<p>Allo stesso modo Didier Anzieu commenta l’impiego del verbo “empfangen” (“ricevere [ospiti]”) nel racconto del sogno di Irma ne <em>L’interpretazione dei sogni</em>: la parola tedesca veicola un secondo significato, “concepire [un bambino]”<a href="#nota51" name="rifnota51"><sup>51</sup></a> che, benché fondamentale per la comprensione e l’interpretazione del sogno, viene irrimediabilmente perso nelle traduzioni francese, inglese – ammette Anzieu – e italiana, aggiungo io.<a href="#nota52" name="rifnota52"><sup>52</sup></a></p>
<p>Naturalmente, un sostantivo che dà filo da torcere ai traduttori resta “Trieb”.<a href="#nota53" name="rifnota53"><sup>53</sup></a> Già Muschg coglie in proposito la significatività di un commento di Freud in <em>La questione dell’analisi laica</em>, che non solo dimostra la padronanza della lingua da parte dell’autore, ma anche quella consapevolezza nell’uso di certe sue caratteristiche distintive necessaria affinché uno stile possa definirsi idiotico:</p>
<p>“… pulsioni [<em>Triebe</em>] parola che molte lingue moderne ci invidiano”.<a href="#nota54" name="rifnota54"><sup>54</sup></a></p>
<p>Ho riportato la resa di OSF, che in nota a piè pagina commenta con una rassegnazione che è più da traduttore che da curatore:</p>
<p>“è vero. Anche in italiano non esiste una parola che corrisponda perfettamente al ‘Trieb’ tedesco. Il termine ‘pulsione’ adottato in queste ‘Opere’ non sempre risulta idoneo a rendere la peculiare pregnanza della parola tedesca”.</p>
<p>Quanto poi alle metafore freudiane, non posso che rimandare al recente volume curato da Francesco Marchioro per Bollati Boringhieri, <em>Sigmund Freud </em><em>Aforismi Metafore Passi</em>, di cui si attende a breve una rinnovata edizione. Pur ricordando che non è l’immagine in sé a renderla idiotica, ma altri aspetti legati alle origini dell’immagine stessa, spesso per forza di cose radicate nella storia della nazione che la impiega, in quella raccolta si troveranno certo esempi di idiotismo.</p>
<p>Un esempio di impiego metaforico altamente idiotico ce lo offre un termine su cui siamo già indirettamente incappati parlando in una precedente nota della sua traduzione con “cathexis”: il tedesco “Besetzung”, che rientra nella terminologia militare in cui indica l’avanzare e il ritirarsi delle truppe e che Freud impiega metaforicamente per indicare le “espansioni” e le “ritirate” della pulsione. Sulla sua problematica traduzione si sofferma Alex Holder, il quale fa notare che “occupazione”, che sarebbe la traduzione più letterale, rischia di far pensare a un’attività intesa come professione, lavoro; mentre la più classica resa con “investimento” ha rimandi più finanziari che militari. Insomma, pare che qualcosa debba venire irrimediabilmente sacrificato nella traduzione. Per parte sua Freud scrivendo a Jones in inglese il 20 novembre 1908 rende tale termine con “interest”.<a href="#nota55" name="rifnota55"><sup>55</sup></a></p>
<p>Infine, qualcosa dalle mie personali esperienze di traduzione dei testi del giovane Freud che, se da un lato sono cronologicamente più prossimi al diciassettenne che riceveva il complimento del suo professore, dall’altro dimostrano come la sua scrittura abbia sempre avuto qualità idiotiche e che dunque il professore aveva ben giudicato lo studente di liceo.<a href="#nota56" name="rifnota56"><sup>56</sup></a></p>
<p>Nello scritto del 1877 sui testicoli dell’anguilla si trova un complesso periodo in cui Freud propone ben sei aggettivi composti con desinenza “-förmig”,<a href="#nota57" name="rifnota57"><sup>57</sup></a> ossia “a forma di” o come nei composti italiani a desinenza “-forme/i”, quali ad esempio “nastriforme/i”. Si tratta di un periodo che meriterebbe un’analisi anche dal punto di vista della struttura sintattica, ma che qui mi limito a riferire poiché l’elemento idiotico si rivela sia per via della difficoltà della resa di alcuni degli aggettivi in “-förmig”, sia nel ripetersi, quasi fosse un ritmo, dell’elemento sonoro “-förmig”:</p>
<p>“Le cellule recano in sé le caratteristiche dei corpi di tessuto connettivo: sono irregolari, semiluna-formi, a sezione triangolare, talvolta astriformi ma solitamente fusiformi, mostrano un nucleo non granulato, che si colora intensamente [con reagenti], che in genere determina la forma della cellula e che è circondato da un sottile orlo il quale finisce nei prolungamenti fibriformi, solitamente listelliformi o piattiformi.”</p>
<p>Questa la mia resa, nel tentativo di conservare struttura sintattica e i sei aggettivi con identica desinenza.<a href="#nota58" name="rifnota58"><sup>58</sup></a></p>
<p>Nel secondo scritto sul Petromyzon (1878), si trova un capoverso di poche righe in cui Freud ripete per ben sette volte il sostantivo “Faser” (“fibra [nervosa]”). A leggere il passaggio del testo ci si rende conto che non vi è una necessità intrinseca di ripetere costantemente tale sostantivo: non solo il vocabolario tedesco è assai ricco di termini e sinonimi, ma non mancano certo adeguati pronomi, cui Freud peraltro ricorre in tante occasioni per snellire la scrittura. è quindi evidente che si tratta di una sua precisa volontà, che a mio parere non si può spiegare con la semplice intenzione di sottolineare l’importanza del termine in questione, ma che risponde a logiche di ritmo e di sonorità:<a href="#nota59" name="rifnota59"><sup>59</sup></a></p>
<p>“Nella radice le <em>fibre</em> si uniscono in un sottile ma denso fascicolo, che non consente di contarne le <em>fibre</em> o di seguire il decorso di una <em>fibra</em> singola. Ma, in prossimità della divisione, la massa di <em>fibre</em> della radice si rarefà e si allarga; forma nei casi più favorevoli uno strato di <em>fibre</em>, e [in esso] singole <em>fibre</em> sono agevoli a seguirsi. Le cellule si trovano parimenti in uno strato semplice e allontanano ancor di più le une dalle altre le <em>fibre</em> della radice e dei due rami”.<a href="#nota60" name="rifnota60"><sup>60</sup></a></p>
<p>Nel lavoro del 1882 sul gambero di fiume, interrompe a mezzo la citazione di un autore per inserire il verbo “prosegue” che nell’originale è: “fährt er fort”:</p>
<p>“‘Finora’ prosegue ‘tutti gli sforzi…’”.<a href="#nota61" name="rifnota61"><sup>61</sup></a></p>
<p>Sul piano del significato questo verbo non presenta chiaramente alcun problema in traduzione. Il punto è che se ne perde completamente la ricca e molteplice sonorità: si pronuncia (si ricordi il nesso tra idiotismi e lingua parlata) infatti “fert er fort” e così dunque abbiamo il gioco “fert”-“fort”, il raddoppio “er”-“er”, la tripletta “er”-“er”-“or”, le due “f” e così via.</p>
<p>Quanto ai neologismi, il desiderio di introdurre nuovi termini è già ben vivo in questi primi scritti. L’esempio più eclatante lo si ritrova nel già citato scritto del 1878 in cui, a proposito di certe fibre osservate nei rami nervosi del midollo spinale del Petromyzon afferma:</p>
<p>“Chiamo questi elementi <em>fibre appoggiate</em> [angelehnte Fasern]”.<a href="#nota62" name="rifnota62"><sup>62</sup></a></p>
<p>Qui Freud fa uso di due termini comuni (“angelehnte”, “Fasern”), ma il modo in cui li impiega mi ha reso assai difficoltosa la traduzione. Ho cercato indicazioni in testi italiani coevi di neuroanatomia e neuroistologia, ma senza risultati. Non so dunque come gli autori italiani chiamassero ai tempi le “angelehnte Fasern” e per parte mia mi sono tenuto a una traduzione letterale, pur conservando una netta sensazione di insoddisfazione.</p>
<p>Si tratta di una denominazione che non passa inosservata nemmeno ai suoi contemporanei. La ritroviamo infatti già nella breve recensione di questo lavoro fatta da Ernst Wilhelm von Brücke il 15 luglio 1878 all’accademia delle scienze di Vienna.<a href="#nota63" name="rifnota63"><sup>63</sup></a> Due anni dopo viene ripresa, con tanto di virgolette, in altre due recensioni.<a href="#nota64" name="rifnota64"><sup>64</sup></a> Ancora vent’anni più tardi, nel 1899, Theodor Ziehen (1862-1950) citerà con tanto di virgolette e caratteri distanziati le “angelehnte Fasern”, indicando, tra gli autori che ne avevano parlato, anche Freud, pur non riconoscendo espressamente a quest’ultimo la paternità del termine.<a href="#nota65" name="rifnota65"><sup>65</sup></a></p>
<p>A fine 1885, iniziando quello che diverrà poi l’inedito del 1887 <a href="https://www.youcanprint.it/sigmund-freud-introduzione-critica-alla-neuropatologia/b/ba5252bd-a4f8-5b4d-aa9c-1f1e82249ca0" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Introduzione critica alla neuropatologia</em></a>, Freud commenta espressamente le bizzarrie della nomenclatura neuroanatomica e già nel 1886 avanza in tal senso alcune innovazioni terminologiche.<a href="#nota66" name="rifnota66"><sup>66</sup></a> Ma la proposta in tal senso senz’altro più nota del Freud preanalitico resta l’introduzione del sostantivo “agnosia” nel fondamentale saggio sulle afasie.<a href="#nota67" name="rifnota67"><sup>67</sup></a></p>
<p>Quanto alle metafore, tutta la letteratura neuroanatomica del periodo è ricca di termini impiegati in senso metaforico, per cui il percorso delle fibre nervose presenta, in una coerente immagine botanica, “tronchi”, “rami”, addirittura “rametti”; o ancora, le fibre nervose sono costituite da “cilindri” primitivi. Freud non si distacca certo da questo impiego ma sa aggiungere a volte descrizioni metaforiche assai plastiche, che fanno ben presentire il futuro autore di godibilissimi scritti psicoanalitici. Si consideri questo ricco passaggio, preso dal lavoro del 1882 sul gambero di fiume, in cui sta descrivendo cosa si può osservare all’interno di una cellula nervosa se la si ingrandisce sufficientemente al microscopio:</p>
<p>“…ora si riconosce chiaramente una striatura, la quale decorre da un lato concentricamente intorno al nucleo, dall’altro convergendo verso il prolungamento della cellula unipolare. Pensare a una struttura a bucce o a strati del corpo cellulare lo vieta l’osservazione che quelle strie non descrivono mai cerchi completi ma sempre [e] soltanto brevi pezzi arcuati. Se si prende in considerazione una singola stria si nota che si interrompe dopo breve decorso; gli spazi più chiari [tra l’una e l’altra stria], i quali consentono di riconoscerla come isolata, vengono meno e una stria si incontra con un’altra. Non posso intendere questo quadro come altro dall’avere qui a che fare con delicati cordoni, i quali formano una rete a maglie allungate, ordinate concentricamente intorno al nucleo. <em>Verso il prolungamento questa rete è aperta, come quando una borsa fatta a maglia viene tesa attorno a un pallone</em>”.<a href="#nota68" name="rifnota68"><sup>68</sup></a></p>
<p>Anzitutto ho reso con “a bucce” l’aggettivo tedesco “schalig(en)”, che non ha un immediato corrispettivo italiano ma richiede una parafrasi, la più tipica restando nella nostra lingua l’espressione idio(ma)tica “a buccia di cipolla”. Proseguendo si incontra un termine di uso comune, “cordoni” (“Stränge”), impiegato per segnalare un contrasto di spessore con altro sostantivo di uso comune “Fäden”, ossia “fili”. Si finisce con la plastica immagine della rete tesa attorno a un pallone, di un’immediatezza tale, anche dopo quasi un secolo e mezzo, da non richiedere ulteriori commenti.</p>
<p>Nei primi lavori di Freud residuano anche tracce della dimensione orale della comunicazione, per la quale erano originariamente pensati. Ad esempio, presentando nel 1877, ancora studente universitario, il primo dei due lavori sul Petromyzon, <em>scrive</em>:</p>
<p>“Così, un preparato <em>che ho qui davanti</em>…”.<a href="#nota69" name="rifnota69"><sup>69</sup></a></p>
<p>Anche sul versante di un elegante sfruttamento delle peculiarità grammaticali del tedesco, non mancano esempi nella prosa freudiana. Si consideri una sequenza come la seguente:</p>
<p>“einem Ast einer Wurzel eine Strecke”.<a href="#nota70" name="rifnota70"><sup>70</sup></a></p>
<p>Ossia: “[dopo aver seguito] un ramo di una radice per un tratto”. Si noti l’abilità di inanellare in sequenza diretta tre coppie articolo indeterminativo-sostantivo, per giunta in tre casi diversi! Nella resa italiana non si può non perdere il ritmo della frase, interrotto com’è dalla necessaria inserzione di preposizioni semplici.</p>
<p>Ancora: in diverse occasioni, Freud preferisce iniziare un periodo con un complemento oggetto (a volte anche piuttosto lungo) e proseguire con l’inversione soggetto-verbo, imposta dalla grammatica tedesca, anziché impiegare la formula ben più usuale soggetto-verbo-complemento oggetto. Eccone un esempio tra molti:</p>
<p>“Quella stagione che viene indicata dagli autori come periodo della fregola dell’anguilla – da ottobre a gennaio – non l’ho potuta trascorrere a Trieste”.<a href="#nota71" name="rifnota71"><sup>71</sup></a></p>
<p>Il motivo per cui Freud impiega simili inversioni è chiaro e consiste nel rimarcare l’importanza dell’elemento anticipato creando una sorta di <em>primacy effect</em> che la traduzione non riesce a conservare appieno quando la lingua di arrivo, come l’italiano, ha regole più elastiche per la disposizione degli elementi logici nella proposizione: in tal caso all’occhio finisce per risaltare di più il mezzo (l’insolita disposizione) che non il fine (lo stabilire una gerarchia per importanza tra i vari componenti del periodo).<a href="#nota72" name="rifnota72"><sup>72</sup></a> Per giunta, volendo conservare l’anticipazione, diviene poi (quasi) necessario richiamare il lungo complemento preposto con un pronome prima del verbo (“non <em>l’</em>ho”), cosa che non trova parallelo nell’originale tedesco.</p>
<p>Queste considerazioni sulle strutture sintattiche concludono il nostro viaggio attraverso gli idiotismi freudiani, ponendosi essi stessi tra l’esigenza stilistica (restando in tal senso idiotismi) e la necessità argomentativa: all’altro capo della produzione extra-analitica di Freud, <a href="https://www.ibs.it/paralisi-cerebrale-infantile-libro-sigmund-freud/e/9788831669399" target="_blank" rel="noopener noreferrer">l’imponente monografia del 1897 sulle paralisi cerebrali</a>, è ricca di periodi dalla struttura logica assai articolata, che non risparmiano coordinate, subordinate, coordinate di subordinate ecc… Qui non si tratta più di stile idiotico, ma nemmeno di un narcisistico crogiolarsi dell’autore nelle proprie abilità di scrittura. Lungi dall’essere puro vezzo vi si vede la necessità di rendere esplicito il concatenarsi dei pensieri e la relazione logica tra essi, serrando in questo modo le fila dell’argomentazione di volta in volta presentata.<a href="#nota73" name="rifnota73"><sup>73</sup></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Note</h2>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> Cfr. S. Freud, <em>Briefe 1873-1939</em>, S. Fisher, Francoforte 1960; <em>id.</em>, <em>Lettere: 1873-1939</em>, Boringhieri, Torino 1960; <em>id.</em>, <em>Letters of Sigmund Freud 1873-1939</em>, Basic Books, New York 1960.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> <em>Id.</em>, <em>Lettere: 1873-1939</em>, <em>op. cit.</em>, p. 4.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> G. Reale, D. Antiseri, <em>Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi</em>, 3 voll., vol. III, La Scuola, Brescia 1983, p. 31.</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em> (1962-1964), 3 voll., vol. I, Il Saggiatore, Milano 1962, p. 47.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> <em>Ivi</em>, p. 54 n. 26.</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> <em>Id.</em>, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), 3 voll., vol. I, Basic Books, New York 1953, p. 20.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> Come ricostruirò più avanti, quando Jones pubblicava il primo volume della biografia di Freud (1953), pochi lettori avrebbero potuto intendere diversamente, poiché al tempo la lettera contava soltanto una pubblicazione, avvenuta nel 1941 su una rivista di settore, per giunta tedesca, la <a href="https://archive.org/details/InternationaleZeitschriftFuumlrPsychoanalyseXxvi1941Heft1/page/n1/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse</em></a>, che egli cita espressamente come fonte. Cfr. <em>ivi</em>, p. 408 n. 19.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> E. S. Wolf, <a href="https://doi.org/10.1080/00797308.1971.11822283" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Saxa Loquuntur</em>. <em>Artistic Aspects of Freud’s “The Aetiology of Hysteria”</em></a>, in <em>Psychoanalytic Study of the Child</em>, 26 (1971), p. 550.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> E. A. Ticho, <em><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/3721744/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The influence of the German-language culture on Freud’s thought</a></em>, in <em>International Journal of Psychoanalysis</em>, 67 (1986), p. 227.</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> P. J. Mahony, <em>Freud as a Writer</em>, Yale University Press, New Haven 1987, p. 15.</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> <em>Ivi</em>, p. 22 n. 57.</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> S. Freud, <em>Lettere. 1873-1939</em>, <em>op. cit.</em>, p. 4 (corsivo mio).</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> “Schönheit” nell’originale. In realtà il passo di Herder citato da Alt reca, più comprensibilmente, il plurale “Schöhnheiten”. Cfr. J. G. Herder, <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PR1#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ueber die neuere Deutsche Litteratur. Fragmente</em></a> (1868), in B. Suphan (a cura di),<em> Herders Sämmtliche Werke</em>, 24 voll., vol. II, Weidmannsche Buchhandlug, Berlino 1877, p. <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PA44#v=snippet&amp;q=Sch%C3%B6nheiten&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">44</a>.</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> P. A. Alt, <em>Sigmund Freud. Der Artz der Moderne</em>. <em>Eine Biographie</em>, C. H. Beck, Monaco 2016, p. 53.</p>
<p><a href="#rifnota15" name="nota15">15</a> N. Tommaseo, T. Bellini, <a href="http://www.tommaseobellini.it/#/doc" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Dizionario della lingua italiana</em></a>, 10 voll., vol. II, tomo II, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1869, p. 1272.</p>
<p><a href="#rifnota16" name="nota16">16</a> J. G. Herder, <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PR1#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ueber die neuere Deutsche Litteratur. Fragmente</em></a>, <em>op. cit.</em>, pp. <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PA46#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">46-48</a>.</p>
<p><a href="#rifnota17" name="nota17">17</a> <em>Id.</em>, <a href="https://books.google.it/books?id=rnEUAAAAQAAJ&amp;lpg=PA32&amp;dq=%22von%20Herder%22%20%22idiotisch%22&amp;hl=it&amp;pg=PP3#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Johann Gottfried von Herder’s sämmtliche Werke. Zur schönen Literatur und Kunst</em></a>, 2 voll., vol. I, Cotta’schen Buchhandlung, Stoccarda, Tubinga 1827, pp. <a href="https://books.google.it/books?id=rnEUAAAAQAAJ&amp;pg=PA32&amp;lpg=PA32&amp;dq=%22von+Herder%22+%22idiotisch%22&amp;source=bl&amp;ots=1SbUfvy1WE&amp;sig=ACfU3U2e00ZaEuJB25q8kCheeOHYL4fW3Q&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ved=2ahU-KEwiw2Zq1kr_uAhWLkxQKHfi1Ba4Q6AEwAHoECAQQAg#v=onepage&amp;q=%22von%20Herder%22%20%22idiotisch%22&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">31-32</a> (parentesi quadre mie).</p>
<p><a href="#rifnota18" name="nota18">18</a> S. Freud, <em><a href="https://archive.org/details/Freud_1900_Die_Traumdeutung_k" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Die Traumdeutung</a></em> (1899), trad. it. <em>L’interpretazione dei sogni</em>, in <em>Opere di Sigmund </em>Freud, 12 voll., vol. 3, Boringhieri, Torino 1967, p. 458; <em>id.</em>, <em><a href="https://archive.org/details/zurpsychopathol01freugoog/page/n4/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Zur Psychopathologie des Alltagslebens</a></em> (1904), trad. it. <em>Psicopatologia della vita quotidiana</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. IV, Boringhieri, Torino 1970, p. 257 e p. 268; <em>id.</em>, <em><a href="https://archive.org/details/Freud_1905_Der_Witz_k" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten</a></em> (1905), trad. it. <em>Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. V, Boringhieri, Torino 1972, p. 55.</p>
<p><a href="#rifnota19" name="nota19">19</a> W. M. Johnston, <em><a href="https://books.google.it/books?id=-dmH7FjxassC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it&amp;source=gbs_ge_summary_r&amp;cad=0#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Austrian Mind. An Intellectual and Social History 1848-1938</a></em>, University of California Press, Berkeley, Los Angeles, Londra, p. <a href="https://books.google.it/books?id=-dmH7FjxassC&amp;lpg=PP1&amp;hl=it&amp;pg=PA201#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">201</a>; J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri, <em>La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica</em>, Raffaello Cortina, Milano 1990, pp. 27-28.</p>
<p><a href="#rifnota20" name="nota20">20</a> J. G. Herder, <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PR1#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ueber die neuere Deutsche Litteratur. Fragmente</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PA48#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">48</a>.</p>
<p><a href="#rifnota21" name="nota21">21</a> <em>Ivi</em>, p. <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PA49#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">49</a>.</p>
<p><a href="#rifnota22" name="nota22">22</a> <em>Ivi</em>, p. <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PA50#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">50</a>. Questa immagine herderiana mi ha colpito in quanto una simile la si ritrova nel terzo dei cinque aforismi scritti da Freud nel 1871 sotto il titolo <a href="https://www.analisilaica.it/2021/01/04/sigmund-freud-pensieri-sparsi-1871/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Pensieri sparsi</em></a>: “Alcuni uomini sono come una miniera ricca e mai completamente esplorata”. L’immagine è interessante perché, come Kurt Eissler commenta, da un punto di vista cronologico è la prima rappresentazione visiva data da Freud della psiche umana. Cfr. K. Eissler, <em>Psychoanalytische Einfälle zu Freuds “Zerstreute(n) Gedanken”</em>, in <em><a href="https://www.pep-web.org/document.php?id=jbp.035.0323a" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jahrbuch der Psychoanalyse. Beihefte</a></em>, 2 (1974), pp. 112-113. Klaus Schröter ne ricerca le origini nel <em>Wilhelm Meisters Wanderjahre</em> di Goethe. Cfr. K. Schröter, <em>Maximen und Reflexionen des jungen Freud</em>, in <em><a href="https://www.pep-web.org/document.php?id=jbp.035.0323a" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jahrbuch der Psychoanalyse. Beihefte</a></em>, 2 (1974), pp. 184-185. Curiosamente Schröter, a differenza di quanto ricostruisce per i restanti aforismi, non riporta a sostegno alcun passo specifico di tale opera. Mi chiedo se lo scritto di Herder, ammesso che Freud lo conoscesse, non possa annoverarsi tra le sue fonti per quell’aforisma.</p>
<p><a href="#rifnota23" name="nota23">23</a> A. K. Koller, <em>Herder’s conception of milieu. The youthful Herder</em>, in <em>The Journal of English and Germanic Phylology</em>, 23 (1924), p. 235.</p>
<p><a href="#rifnota24" name="nota24">24</a> J. G. Herder, <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PR1#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ueber die neuere Deutsche Litteratur. Fragmente</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://books.google.it/books?id=QTLiAAAAMAAJ&amp;vq=Sch%C3%B6nheiten&amp;hl=it&amp;pg=PA104#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">104</a>.</p>
<p><a href="#rifnota25" name="nota25">25</a> J. G. Sulzer, <a href="https://www.textlog.de/2723.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Allgemeine Theorie der Schönen Künste</em></a>, 4 voll., vol. I, Weidemanns Erben und Reich, Lipsia 1771, p. 556.</p>
<p><a href="#rifnota26" name="nota26">26</a> “Wendung” nell’originale. Armin Koller chiarisce che questo termine finì non solo per essere sinonimo di “Idiotism” ma addirittura per sostituirlo. Già ai tempi di Herder, in realtà, “Idiotism” pare fosse parola obsoleta. Cfr. A. K. Koller, <em>Herder’s conception of milieu. The youthful Herder</em>, <em>op. cit.</em>, p. 232 n. 23.</p>
<p><a href="#rifnota27" name="nota27">27</a> Il verso è tratto dal <em>Madrigale XI</em> del volume postumo di poesie <em>Rime sacre</em> di Domenico Cerasola. Cfr. D. Cerasola, <a href="https://books.google.it/books?id=BsxKAAAAcAAJ&amp;lpg=PA140&amp;dq=%22dall'una%20all'altra%20aurora%22&amp;hl=it&amp;pg=PP7#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Rime sacre</em></a>, Antonio de’ Rossi, Roma 1747, p. <a href="https://books.google.it/books?id=BsxKAAAAcAAJ&amp;pg=PA140&amp;lpg=PA140&amp;dq=%22dall%27una+all%27altra+aurora%22&amp;source=bl&amp;ots=EEZGYygSUK&amp;sig=ACfU3U3ZbGvDmMoxu5QvkzjSW3blyq9HVw&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ved=2ahUKEwjT07zuvOTwAhVGC-wKHdNlAMkQ6AEwEnoECAQQAw#v=onepage&amp;q=%22dall'una%20all'altra%20aurora%22&amp;f=false" target="_blank" rel="noopener noreferrer">140</a>.</p>
<p><a href="#rifnota28" name="nota28">28</a> Mi chiedo se oggi, visto che di “idiotismi” non si parla praticamente più, non li si possa cogliere in particolare in quelle parole ed espressioni che rinunciamo a tradurre preferendo integrarle in maniera per così dire “grezza” nella nostra lingua. Mi riferisco ai tanti inglesismi, di cui il periodo pandemico ci ha regalato un nuovo esempio con il termine “lockdown”, come una volta dominavano i francesismi (banalmente: “Chance”, adottato anche dal tedesco, che persino lo declina) termine che a sua volta oggi assume spesso una connotazione opposta a quella originaria di “raffinato”, come quando si dice: “Scusate il francesismo”. Ciò che si è fatto uscire dalla porta, rientra alla finestra.</p>
<p><a href="#rifnota29" name="nota29">29</a> M. Harris, <em>Cultural anthropology</em> (1987), trad. it. <em>Antropologia culturale</em>, Zanichelli, Bologna 1990, pp. 52-53.</p>
<p><a href="#rifnota30" name="nota30">30</a> A. K. Koller, <em>Herder’s conception of milieu. The youthful Herder</em>, <em>op. cit.</em>, p. 235.</p>
<p><a href="#rifnota31" name="nota31">31</a> A. Hirschmüller, <em>Freud, Meynert et Mathilde. </em><em>L’hypnose en question</em>, in <em>Revue Internationale d’Histoire de la Psychanalyse</em>, 6 (1993), p. 279.</p>
<p><a href="#rifnota32" name="nota32">32</a> Personalmente mi sono confrontato con materiale in versi solo traducendo la novella di Wilhelm Jensen <em>L’ombrellino rosso</em>, che contiene poesie dello stesso Jensen, di Hölderlin e di Matthisson. Ho preferito cercare di cogliere le sfumature del contenuto ma, a prescindere dal risultato concretamente raggiunto, mi sono visto costretto a rinunciare del tutto alla rima. Opposta la scelta di Jean Bellamin-Nöel, che ha tradotto la stessa novella in francese: ha conservato le rime, ma a mio parere immettendo nel nuovo testo deviazioni troppo marcate da quello originale. Cfr. W. Jensen, <em>Der rote Schirm</em> (1892), trad. fr. <em>L’ombrelle rouge</em>, Imago, Parigi 2011, pp. 12-14.</p>
<p><a href="#rifnota33" name="nota33">33</a> D. G. Ornston, <em>Improving Strachey’s Freud</em>, in <em>id.</em> (a cura di), <em>Translating Freud</em>, Yale University Press, New Haven, Londra, p. 14. Osservazioni come questa sono a mio parere molto importanti: non possiamo aspettarci né di leggere né tanto meno di valutare l’opera freudiana applicandole indiscriminatamente i nostri attuali criteri relativi alla prosa scientifica, al saggio argomentativo. La comunicazione scientifica è molto cambiata nel frattempo e di ciò va tenuto conto se si vuole restare il più prossimi possibile al messaggio freudiano. Certi toni, certe scelte verbali, certe allusioni, spesso spregiative, rispetto al lavoro e alle teorie dei colleghi, quando non sferzanti critiche, erano la norma ben più di oggi, in cui il “politically correct” reclama sempre più spazi anche laddove ci si dovrebbe occupare solo di ricerca e di cultura. Cfr. M. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/42640664/Freud_Scritti_1887_Introduzione_" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Introduzione</em></a>, in S. Freud, <em><a href="https://www.youcanprint.it/scritti-1887-di-sigmund-freud/b/53e66961-0688-5173-84a4-6e654a9c34d0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Scritti. 1887</a></em>, Youcanprint, Tricase 2018, pp. 20-22; M. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/44255537/Sigmund_Freud_Figlio_della_neurologia_padre_della_psicoanalisi" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sigmund Freud. Figlio della neurologia, padre della psicoanalisi</em></a>, in S. Freud, <em><a href="https://www.youcanprint.it/sigmund-freud-introduzione-critica-alla-neuropatologia/b/ba5252bd-a4f8-5b4d-aa9c-1f1e82249ca0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Introduzione critica alla neuropatologia</a></em>, p. 75. Mano a mano che ci allontaniamo dal periodo storico in cui Freud scriveva, aumenta l’importanza di rinnovare la consapevolezza di questa distanza. Cfr. F. Borgogno, <em>Presentazione di Franco Borgogno all’edizione italiana</em>, in S. Freud, <em>Corrispondenza con Ernest Jones (1903-1939)</em>, 2 voll., vol. I, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pp. 42-44.</p>
<p><a href="#rifnota34" name="nota34">34</a> E. S. Wolf, <a href="https://doi.org/10.1080/00797308.1971.11822283" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Saxa Loquuntur</em>. <em>Artistic Aspects of Freud’s “The Aetiology of Hysteria”</em></a>, <em>op. cit.</em>, pp. 549-550; E. A. Ticho, <em>The influence of the German-language culture on Freud’s thought</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 228-229, p. 231; P. J. Mahony, <em>Freud as a Writer</em>, <em>op. cit.</em>, p. 9; A. Kaplan, <a href="https://archive.org/details/conductofinquiry00kapl/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>The conduct of inquiry. Methodology for behavioral science</em></a>, Chandler Pub. Co., San Francisco 1964, p. <a href="https://archive.org/details/conductofinquiry00kapl/page/258/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">259</a>; M. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/42627409/A_un_passo_dallarte" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>A un passo dall’arte</em></a>, in S. Freud, W. Jensen, <a href="https://www.youcanprint.it/non-e-vana-curiosita-carteggio-freud-jensen-1907/b/26d72184-e8c7-5c7b-8a5d-deb9e6200a48" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>“Non è vana curiosità”. </em><em>Carteggio Freud-Jensen (1907)</em></a>, Youcamprint, Tricase 2019, pp. 41 e sgg.</p>
<p><a href="#rifnota35" name="nota35">35</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, in <em>Psychoanalytische Bewegung</em>, 2(5) (1930), p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n91/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">508</a>; E. S. Wolf, <a href="https://doi.org/10.1080/00797308.1971.11822283" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Saxa Loquuntur</em>. <em>Artistic Aspects of Freud’s “The Aetiology of Hysteria”</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. 544; Ticho, <em>The influence of the German-language culture on Freud’s thought</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 228-230; P. J. Mahony, <em>Freud as a Writer</em>, <em>op. cit.</em>, p. 5, p. 119, p. 138 n. 4.</p>
<p><a href="#rifnota36" name="nota36">36</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n53/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">470</a>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n73/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">490</a>.</p>
<p><a href="#rifnota37" name="nota37">37</a> Questa considerazione, che può sembrare scontata, di fatto pare non esserlo. Anzieu, ad esempio, sostiene che le peculiarità dello stile di Freud siano da attribuire piuttosto a una pluralità di codici linguistici, a una “polimorfa cultura” che offrendogli diverse griglie simboliche gli facilita il riconoscimento dei complessi processi inconsci. Cfr. D. Anzieu, <em>The Place of Germanic Language and Culture in Freud’s Discovery of Psychoanalysis between 1895 and 1900</em>, in <em>International Journal of Psychoanalysis</em>, 67 (1986), p. 222. Da ciò Anzieu trae la conclusione, rigida a parer mio, della necessità di un pluralismo culturale – leggasi linguistico – per ogni psicoanalista. Non concordo, poiché a mio parere la pluralità in sé resta elemento accessorio, qualunque importanza le si voglia attribuire. Il punto davvero centrale, tanto per comprendere lo stile di Freud quanto per coglierne le ricadute – lo vedremo più avanti – a livello di comprensione psicoanalitica dell’inconscio, resta la padronanza del fattore idiotico, senza il quale la pluralità delle lingue non incide sullo stile e tantomeno sulla funzione analitica, come ben dimostrano le produttive analisi condotte su pazienti polilingui e poliglotti. Cfr. J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri, <em>La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica</em>, <em>op. cit.</em>, p. 290, p. 294, pp. 305 e sgg.</p>
<p><a href="#rifnota38" name="nota38">38</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n61/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">478</a>; E. S. Wolf, <a href="https://doi.org/10.1080/00797308.1971.11822283" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Saxa Loquuntur</em>. <em>Artistic Aspects of Freud’s “The Aetiology of Hysteria”</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. 543; Anzieu ne conta circa 220. Cfr. D. Anzieu, <em>The Place of Germanic Language and Culture in Freud’s Discovery of Psychoanalysis between 1895 and 1900</em>, <em>op. cit.</em>, p. 225; J. Laplanche, P. Cotet, A. Bourguignon, <em>Translating Freud</em>, in D. G. Ornston (a cura di), <em>Translating Freud</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 168 e sgg.</p>
<p><a href="#rifnota39" name="nota39">39</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n55/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">473</a>, pp. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n71/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">489-491</a>; H. Politzer, <a href="https://www.jstor.org/stable/403185" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Recensione di “Sigmund Freuds Prosa: Literarische Elemente seines Stils” di Walter Schönau</em></a>, in <em>The German Quarterly</em>, 42(4) (1969), pp. 739-741; F. Petrella, <a href="http://website.lacan-con-freud.it/ar/giugno2016/petrella_lo_stile_freudiano_EAR.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Lo stile freudiano. Terminologia, metafora e strategie testuali nelle OSF</em></a>, in <em>Rivista di psicoanalisi</em>, 52(1) (2006), p. 101; F. Marchioro, <em>Introduzione. Le novelle e la natura dello psichico in Freud</em>, in S. Freud, <em>Aforismi Metafore Passi</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp. 12 e sgg. Si discosta dal coro Holt, il quale considera l’iperbole come la figura del discorso più impiegata da Freud. Cfr. R. R. Holt, <a href="https://www.freepsychotherapybooks.org/ebook/on-reading-freud/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>On reading Freud</em></a> (1973), in <em>Abstracts of The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud</em>, International Universities Press, Madison 1973.</p>
<p><a href="#rifnota40" name="nota40">40</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n77/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">494</a>; P. J. Mahony, <em>Freud as a writer</em>, <em>op. cit.</em>, p. 105; F. Marchioro, <em>Psicoanalisi e archeologia. Freud e il segreto di Atena</em>, Sovera Edizioni, Roma 2017, pp. 67 e sgg.; F. Marchioro, <em>Introduzione. Le novelle e la natura dello psichico in Freud</em>, <em>op. cit.</em>, p. 13. Muschg afferma che, per quanto ampio sia il ricorso alla metafora, si tratta di un talento (“Gabe”) che in Freud si sviluppa lentamente. Cfr. W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n73/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">491</a>. Posso concordare sul fatto che le metafore divengano più frequenti negli scritti freudiani con il procedere degli anni, e lo faccio fidando nell’autore, poiché non ho compiuto un simile studio “quantitativo”, ma non sull’evolversi del talento in sé: nella misura infatti in cui esso pertiene all’elemento idiotico dello stile, va pensato presente già nel Freud adolescente, quello cui il professore rivolgeva il bel complimento stilistico. Inoltre non solo, come vedremo, la metafora già compare elegantemente nei primi scritti scientifici di Freud, che di non pochi anni precedono i lavori analitici, ai quali ultimi purtroppo si limitano tutti gli studi sullo stile di Freud che ho potuto consultare, ma proprio la metafora archeologica, che anche Muschg ritiene la più importante, già compare nel 1896: lo stesso anno, giusto per intenderci, in cui per la prima volta Freud impiega il termine, composto e di nuovo conio, “psicoanalisi”.</p>
<p><a href="#rifnota41" name="nota41">41</a> E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em> (1962-1964), <em>op. cit.</em>, vol. I, p. 317.</p>
<p><a href="#rifnota42" name="nota42">42</a> E. S. Wolf, <a href="https://doi.org/10.1080/00797308.1971.11822283" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Saxa Loquuntur</em>. <em>Artistic Aspects of Freud’s “The Aetiology of Hysteria”</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. 549.</p>
<p><a href="#rifnota43" name="nota43">43</a> Il discorso rischia di ampliarsi a dismisura. Infatti il forte nesso con il linguaggio parlato in qualche modo coinvolge l’intera comunicazione scientifica scritta di fine ‘800, che spesso fa uso di termini concreti decisamente comuni. Questo è vero perlomeno per la neurologia e l’istologia, ambiti in cui vedono la luce i primi lavori scientifici di Freud. In essi le descrizioni (non solo le sue) degli elementi nervosi parlano sovente di cilindri, di rami, rametti, tronchi, sfere ecc…. Sappiamo che questa abitudine alla parola comune non verrà persa da Freud nemmeno nei suoi scritti psicoanalitici, che pur contenendo, lo si è detto, parecchi neologismi, facilmente fanno ricorso a termini di uso quotidiano e aspecifico come “Lust” (“piacere”) e rifuggono da astrusi tecnicismi come “cathexis”, forzosamente introdotto nella terminologia psicoanalitica da Jones prima e da Strachey poi con la <em>Standard Edition</em>.<br />
Jones, <a href="https://archive.org/details/GlossaryForTheUseOfTranslatorsOfPsycho-analyticalWorks/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Glossary for the Use of Translators of Psycho-Analytical Works</em></a>, Baillière, Tindall &amp; Cox, Londra 1925, p. <a href="https://archive.org/details/GlossaryForTheUseOfTranslatorsOfPsycho-analyticalWorks/page/n9/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">6</a>; J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri, <em>La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica</em>, <em>op. cit.</em>, p. 312; D. G. Ornston, <em>Improving Strachey’s Freud</em>, <em>op. cit.</em>, p. 14 e n. 16. D’altro lato, in questo linguaggio che pur essendo scritto ha ancora molto del pronunciato, si ritrova la traccia di un consapevole uso della retorica, tecnica oratoria da intendersi non come strumento di convincimento in qualche modo manipolatorio ma più classicamente come lecita modalità di dimostrazione delle proprie tesi. Cfr. R. R. Holt, <a href="https://www.freepsychotherapybooks.org/ebook/on-reading-freud/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>On reading Freud</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. 71; P. Marion, <em>Le due dimensioni della trasmissione psicoanalitica: oralità e scrittura a confronto</em>, in <em>Rivista di psicoanalisi</em>, 67(1) (2021), pp. 13-14).</p>
<p><a href="#rifnota44" name="nota44">44</a> J. Amati Mehler, S. Argentieri, J. Canestri, <em>La Babele dell’inconscio. Lingua madre e lingue straniere nella dimensione psicoanalitica</em>, <em>op. cit.</em>, p. 312.</p>
<p><a href="#rifnota45" name="nota45">45</a> <em>Ivi</em>, pp. 304-305.</p>
<p><a href="#rifnota46" name="nota46">46</a> P. Marion, <em>Le due dimensioni della trasmissione psicoanalitica: oralità e scrittura a confronto</em>, <em>op. cit.</em>¸ <em>passim</em>.</p>
<p><a href="#rifnota47" name="nota47">47</a> Un esempio su tutti: il noto “Ice cream” / “I scream” di Wilfred Bion. Cfr. W. R. Bion, <em>Attenzione e interpretazione</em>, Armando Editore, Roma 1973, p. 23.</p>
<p><a href="#rifnota48" name="nota48">48</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n53/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">470</a>.</p>
<p><a href="#rifnota49" name="nota49">49</a>, S. Freud, <a href="https://archive.org/details/massenpsycholog00freugoog/page/n5/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Massenpsychologie und Ich-Analyse</em></a>, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Lipsia, Vienna, Zurigo, 1921, p. <a href="https://archive.org/details/massenpsycholog00freugoog/page/n107/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">99</a>.</p>
<p><a href="#rifnota50" name="nota50">50</a> <em>Id.</em>, <a href="https://archive.org/details/massenpsycholog00freugoog/page/n5/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Massenpsychologie und Ich-Analyse</em></a> (1921), trad. it. <em>Psicologia delle masse e analisi dell’Io</em>, in Opere di Sigmund Freud, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, p. 309.</p>
<p><a href="#rifnota51" name="nota51">51</a> D. Anzieu, <em>The Place of Germanic Language and Culture in Freud’s Discovery of Psychoanalysis between 1895 and 1900</em>, <em>op. cit.</em>, p. 219.</p>
<p><a href="#rifnota52" name="nota52">52</a> Elvio Fachinelli rende appunto con il verbo ricevere: “stiamo ricevendo”. Cfr. S. Freud, <em>L’interpretazione dei sogni</em>, <em>op. cit.</em>, p. 108.</p>
<p><a href="#rifnota53" name="nota53">53</a> A. Holder, <em>A Historical-Critical Edition</em>, in D. G. Ornston (a cura di), <em>op. cit.</em>, p. 93.</p>
<p><a href="#rifnota54" name="nota54">54</a> W. Muschg, <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n49/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Freud als Schriftsteller</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/PsychoanalytischeBewegungIi1930Heft5/page/n55/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">473</a>; S. Freud, <a href="https://archive.org/details/DieFrageDerLaienanalyse_853/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Die Frage der Laienanalyse</em></a> (1926), trad. it. <a href="https://www.analisilaica.it/il-libro/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La questione dell’analisi laica. Conversazioni con un imparziale</em></a><em>, Milano, Udine 2012, </em>p. 43.</p>
<p><a href="#rifnota55" name="nota55">55</a> A. Holder, <em>A Historical-Critical Edition</em>, <em>op. cit.</em>, p. 92.</p>
<p><a href="#rifnota56" name="nota56">56</a> E, terza considerazione, suggeriscono che per uno studio davvero completo dello stile di Freud sia da prendere in considerazione anche la sua produzione extra analitica.</p>
<p><a href="#rifnota57" name="nota57">57</a> S. Freud, <a href="https://www.biodiversitylibrary.org/item/35390#page/369/mode/1up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Beobachtungen über Gestaltung und feineren Bau der als Hoden bescriebenen </em>Lappenorgane<em> des Aals</em></a>, in <em>Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. </em><em>Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe, </em>75(1) (1877), p. <a href="https://www.biodiversitylibrary.org/item/35390#page/376/mode/1up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">426</a>.</p>
<p><a href="#rifnota58" name="nota58">58</a> Dello stesso articolo ho rinvenuto una traduzione francese, opera di Max Kohn. Chi volesse può raffrontare la mia traduzione con quest’ultima, che meno si cura di conservare gli idiotismi: ne risulta una prosa più scorrevole ma (a parte quelli che sono a mio parere certi fraintendimenti del testo di partenza, nel cui merito non entro in questa sede), molto più distante all’originale. Cfr. M Kohn, <em>Observations de la conformation de l’organe lobé de l’anguille décrit comme glande gérminale mâle</em>, in <em><a href="http://www.lambert-lucas.com/wp-content/uploads/2018/10/Traces_de_psychan_oa.tr_.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Traces de psychanalyse</a></em>, Lambert-Lucas, Limoge 2007, p. 155.</p>
<p><a href="#rifnota59" name="nota59">59</a> Quello delle ripetizioni di termini è un tasto dolente forse più per l’editore, preoccupato di non perdere le simpatie del lettore, che per il traduttore, che con esse non ha in genere alcuna difficoltà di principio. Personalmente, io preferisco conservarle ogni volta che posso, proprio perché la totale padronanza che Freud ha della lingua, nonché l’evidenza della ricchezza del vocabolario tedesco mi convincono che, come affermano Jean Laplanche e collaboratori, laddove c’è ripetizione si tratta di ferma volontà dell’autore. Cfr. J. Laplanche, P. Cotet, A. Bourguignon, <em>Translating Freud</em>, <em>op. cit.</em>, p. 145. Queste ripetizioni si trovano anche negli scritti psicoanalitici e sono tra le caratteristiche testuali che rischiamo più spesso di venire sottoposte a operazioni di preteso “abbellimento” in fase editoriale.</p>
<p><a href="#rifnota60" name="nota60">60</a> S. Freud, <a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n101/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Über Spinalganglien und Rückenmark des Petromyzon</em></a><em>,</em> in <em><a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n7/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe</a>, </em>78(3) (1878), p. <a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n127/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">107</a>, corsivi miei.</p>
<p><a href="#rifnota61" name="nota61">61</a> <em>Id., </em><a href="https://archive.org/details/sitzungsbericht300klasgoog/page/n19/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Über den Bau der Nervenzellen und Nervenfasern beim Flusskrebs</em></a>, in <a href="https://www.google.it/books/edition/Anzeiger_Der_Kaiserlichen_Akademie_Der_W/8WVekxGbaacC?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PR1&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe</em></a>, 85(3) (1882), p. <a href="https://archive.org/details/sitzungsbericht300klasgoog/page/n21/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">12</a>.</p>
<p><a href="#rifnota62" name="nota62">62</a> <em>Id</em>., <a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n101/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Über Spinalganglien und Rückenmark des Petromyzon</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n137/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">117</a>, corsivo mio.</p>
<p><a href="#rifnota63" name="nota63">63</a> Anonimo, <a href="https://www.google.it/books/edition/Anzeiger_Der_Kaiserlichen_Akademie_Der_W/8WVekxGbaacC?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PA155&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sitzung der mathematisch-naturwissenschafttlichen Classe vom 18. Juli</em></a>, in <em>Anzeiger der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. Mathematisch-Naturwissenschafltiche Classe</em>, 15 (1878), p. <a href="https://www.google.it/books/edition/Anzeiger_Der_Kaiserlichen_Akademie_Der_W/8WVekxGbaacC?hl=it&amp;gbpv=1&amp;dq=%22angelehnten+Fasern%22&amp;pg=PA163&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer">163</a>.</p>
<p><a href="#rifnota64" name="nota64">64</a> F. S. Merkel, <a href="https://www.google.it/books/edition/Jahresbericht_%C3%BCber_die_Leistungen_und_F/WbEBAAAAYAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PA25&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Histologie</em></a>, in <a href="https://www.google.it/books/edition/Jahresbericht_%C3%BCber_die_Leistungen_und_F/WbEBAAAAYAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PR1&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Jahresbericht über die Leistungen und Fortschritte in der gesammten Medicin. Bericht für das Jahr 1879</em></a>, 14 (1880), p. <a href="https://www.youcanprint.it/sigmund-freud-introduzione-critica-alla-neuropatologia/b/ba5252bd-a4f8-5b4d-aa9c-1f1e82249ca0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">47</a>; R. Bardeleben, <a href="https://www.google.it/books/edition/Jahresbericht_%C3%BCber_die_Fortschrit-te_der/bd0fAQAAIAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PA110&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Systematische Anatomie</em></a>, in <a href="https://www.google.it/books/edition/Jahresbericht_%C3%BCber_die_Fortschritte_der/bd0fAQAAIAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PP5&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Jahresberichte über die Fortschritte der Anatomie und Physiologie. Literatur 1879</em></a>, 8 (1880), p. <a href="https://www.google.it/books/edition/Jahresbericht_%C3%BCber_die_Fortschrit-te_der/bd0fAQAAIAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;dq=%22angelehnte+Fasern%22&amp;pg=PA233&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer">233</a>.</p>
<p><a href="#rifnota65" name="nota65">65</a> T. Ziehen, <a href="https://archive.org/details/nervensystemcent01zieh/page/n7/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Nervensystem</em></a>, Gustav Fischer, Jena, 1899, p. <a href="https://www.google.it/books/edition/Jahresbericht_%C3%BCber_die_Fortschritte_der/bd0fAQAAIAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;pg=PP5&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer">28</a>. Analizzando peraltro più nello specifico il passaggio di Ziehen si osserva che gli autori che cita prima di fare il nome di Sigmund Freud, in sequenza Alfred Wilhelm Volkmann, Friedrich Arnold, Robert Remak, Hubert von Luschka, sono esattamente quelli riportati nel lavoro sul Petromyzon, nella stessa sequenza, da Freud. Può darsi che Ziehen si sia limitato a prendere i vari dati direttamente dal saggio freudiano. In ogni caso, consultando i quattro autori, ho potuto constatare che nessuno di essi impiega l’aggettivo “anghelehnt” né a sé stante né associato a “Faser(n)”. Cfr. F. Arnold, <a href="https://archive.org/details/b21925653_0003/page/n7/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Leherbuch der Physiologie des Menschen. Zweiter Theil. Zweite Abtheilung</em></a>, Orell Füssli und Compagnie, Zurigo 1841, p. <a href="https://archive.org/details/b21925653_0003/page/902/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">903</a>; H. Luschka, <a href="https://archive.org/details/b22340944/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Der Nervus phrenicus des Menschen</em></a>, H. Laupp,schen Buchhandlung, Tubinga, 1853, p. <a href="https://archive.org/details/b22340944/page/14/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">15</a>; R. Remak, <a href="https://archive.org/details/archivfranatomi11mlgoog/page/n747/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Anatomische Beobachtungen über das Gehirn, das Rückenmark und die Nervenwurzeln</em></a>, in <a href="https://archive.org/details/archivfranatomi11mlgoog/page/n5/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Archive für Anatomie, Physiologie und wissenschaftliche Medicin</em></a>, 1841, p. <a href="https://archive.org/details/archivfranatomi11mlgoog/page/n763/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">520</a>; A. W. Volkmann<a href="https://archive.org/details/archivfuranatomi38berl/page/274/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">, <em>Ueber die Faserung der Ruckenmarkes und des sumpatischen Nerven in Rana esculenta</em></a><em>,</em> in <em><a href="https://archive.org/details/archivfuranatomi38berl/page/n5/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Archiv für Anatomie und Physiologie und wissenschaftliche Medicin</a></em>, 1838, p. <a href="https://archive.org/details/archivfuranatomi38berl/page/290/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">291</a>. Aggiungo che mi è riuscito di rintracciare un solo antecedente di questa denominazione, risalente al 1850. Cfr G. Valentin, <a href="https://www.google.it/books/edition/Grundriss_der_Physiologie_des_Menschen/UAlbAAAAQAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;dq=angelehnte%20Fasern&amp;pg=PR1&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Grundriss der Physiologie des Menschen</em></a>, Friedrich Vieweg und Sohn, Braunschweig 1850, p. <a href="https://www.google.it/books/edition/Grundriss_der_Physiologie_des_Menschen/UAlbAAAAQAAJ?hl=it&amp;gbpv=1&amp;dq=angelehnte+Fasern&amp;pg=PA210&amp;printsec=frontcover" target="_blank" rel="noopener noreferrer">210</a>. Gabriel Gustav Valentin è autore noto a Freud, tuttavia va precisato che egli si riferisce alle “angelehnte Fasern” in ben altro contesto (lo studio dei vasi sanguigni capillari). Inoltre è occorrenza unica e che già nella successiva edizione del volume, quella del 1855, non compare più.</p>
<p><a href="#rifnota66" name="nota66">66</a> M. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/44255537/Sigmund_Freud_Figlio_della_neurologia_padre_della_psicoanalisi" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sigmund Freud. Figlio della neurologia, padre della psicoanalisi</em></a>, <em>op. cit.</em>, pp. 81-82.</p>
<p><a href="#rifnota67" name="nota67">67</a> S. Freud, <em><a href="https://archive.org/details/ZurAuffassungDerAphasien.EineKritischeStudie" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Zur Auffassung der Aphasien. Eine kritische Studie</a></em> (1891), trad. it. <em>L’interpretazione delle afasie</em>, SugarCo Edizioni, Milano 1980, p. 144.</p>
<p><a href="#rifnota68" name="nota68">68</a> <em>Id., </em><a href="https://archive.org/details/sitzungsbericht300klasgoog/page/n19/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Über den Bau der Nervenzellen und Nervenfasern beim Flusskrebs</em></a>, p. <a href="https://archive.org/details/sitzungsbericht300klasgoog/page/n35/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">25</a>, corsivo mio.</p>
<p><a href="#rifnota69" name="nota69">69</a> S. Freud, <a href="https://archive.org/details/b3047467x/page/n1/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Über den Ursprung der hinteren Nervenwurzeln im Rückenmark von Ammocoetes (Petromyzon Planeri)</em></a>, in <em>Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe,</em> 75(3) (1877) p. <a href="https://archive.org/details/b3047467x/page/8/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">9</a>.</p>
<p><a href="#rifnota70" name="nota70">70</a> <em>Id.</em>, <a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n153/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Über Spinalganglien und Rückenmark des Petromyzon</em></a><em>,</em> <em>op. cit.</em>, p. <a href="https://archive.org/details/Sitz_MN_3_1878_78/page/n153/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">133</a>.</p>
<p><a href="#rifnota71" name="nota71">71</a> S. Freud, <a href="https://www.biodiversitylibrary.org/item/35390#page/369/mode/1up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Beobachtungen über Gestaltung und feineren Bau der als Hoden bescriebenen </em>Lappenorgane<em> des Aals</em></a>, <em>op. cit.</em>, p. 419.</p>
<p><a href="#rifnota72" name="nota72">72</a> Sarei curioso di sapere se questa struttura della frase, che ho colto nei primi lavori del giovane Freud, resti tipica o meno anche dello psicoanalista e scrittore più maturo.</p>
<p><a href="#rifnota73" name="nota73">73</a> Per questo, traducendo il volume (Freud, 1897), ho sempre cercato di conservare la complessità dei periodi scritti da Freud, anche a costo di offrire al lettore un testo in più punti macchinoso e poco scorrevole. Scelta opposta la perseguiva invece a fine anni ’60 del secolo scorso il traduttore americano, per questo felicemente salutato dalla critica. Cfr. M. M. Lualdi, <a href="https://www.academia.edu/42948913/1897_La_strozzatura" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Avvertenze e considerazioni sulla traduzione</em></a>, in S. Freud, <a href="https://www.youcanprint.it/la-paralisi-cerebrale-infantile/b/8c37ea16-bc45-5324-9b92-102acd411227" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La paralisi cerebrale infantile</em></a>, Youcanprint, Tricase 2020, p. 81. Anche in ciò mi trovo d’accordo con l’opinione espressa da Laplanche e collaboratori, che rimarcano l’importanza di conservare il più possibile la struttura dei periodi della pagina freudiana. Cfr. J. Laplanche, P. Cotet, A. Bourguignon, <em>Translating Freud</em>, <em>op. cit.</em>, 145.</p>
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		<title>Ferenczi e la tiroide: il destino in una lettera senza destinatario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 May 2021 07:50:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rovistando nei Freud’s Archives della Library of Congress ho trovato una lettera di Ferenczi risalente al 1903. Riporto qui di seguito l’olografo, la trascrizione e la traduzione, per poi concludere con alcune brevi e frammentarie considerazioni. Olografo Trascrizione1 FERENCZI Sándor Idegorvos BUDAPEST, VI., ANDRÁSSY-ÚT 25, den 23.IV.1903. DRECHSLER-PALOTA &#160; Sehr geehrter Herr Kollege!Ich erlaube mir&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/05/30/ferenczi-e-la-tiroide-il-destino-in-una-lettera-senza-destinatario/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Ferenczi e la tiroide: il destino in una lettera senza destinatario</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Rovistando nei Freud’s Archives della Library of Congress ho trovato <a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.02516/?sp=2" target="_blank" rel="noopener noreferrer">una lettera di Ferenczi risalente al 1903</a>. Riporto qui di seguito l’olografo, la trascrizione e la traduzione, per poi concludere con alcune brevi e frammentarie considerazioni.</p>
<figure id="attachment_83012" aria-describedby="caption-attachment-83012" style="width: 900px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-83012 size-medium" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/05/Ritratto-di-Sandor-Ferenczi-1923.webp" alt="Ritratto di Sándor Ferenczi (1923)" width="900" height="1704" /><figcaption id="caption-attachment-83012" class="wp-caption-text">Ritratto di Sándor Ferenczi (1923)</figcaption></figure>
<h2>Olografo</h2>
<p><a href="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/05/Lettera-di-S.-Ferenczi-a-S.-Freud-del-23-04-1903-Olografo.webp"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-83011" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/05/Lettera-di-S.-Ferenczi-a-S.-Freud-del-23-04-1903-Olografo.webp" alt="" /></a></p>
<h2>Trascrizione<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a></h2>
<div class="lettera">FERENCZI Sándor<br />
Idegorvos<br />
BUDAPEST, VI., <u>ANDRÁSSY-ÚT 25</u>, den 23.IV.1903.<br />
DRECHSLER-PALOTA</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sehr geehrter Herr Kollege!Ich erlaube mir Sie zu ersuchen, mireinen Separat-Abdruck Ihrer in Ziegler’s</p>
<p>Beiträgen erschienenen Arbeit über</p>
<p>die Histologie der Schilddrüse ein-</p>
<p>senden wollen. Ich be[fass]e<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> mich</p>
<p>derzeit mit der Histo-pathologie dieses</p>
<p>Organes und finde ausserordentlich</p>
<p>In der Hoffnung, dass H[err]</p>
<p>Kollege meiner Bitte entsprechen werden<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a></p>
<p>zei[c]hne<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a> ich</p>
<p>hochachtungsvoll</p>
<p>Dr S. Ferenczi</p>
<p>Nervenarzt in Budapest</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Traduzione</h2>
<div class="lettera">FERENCZI Sándor<br />
Neurologo<br />
BUDAPEST, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ter%C3%A9zv%C3%A1ros" target="_blank" rel="noopener">VI. distretto</a>, <u><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Andr%C3%A1ssy_%C3%BAt" target="_blank" rel="noopener">VIALE ANDRÁSSY</a>, 25</u>, lì 23.IV.1903.<br />
<a href="https://hu.wikipedia.org/wiki/Drechsler-palota" target="_blank" rel="noopener">PALAZZO DRECHSLER</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Egregio collega!<br />
Mi permetto di domandarVi di volermi inviare una copia del Vostro lavoro sull’istologia della tiroide apparso negli <em>Ziegler’s Beiträge</em>.<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a> Al momento mi sto occupando dell’istopatologia di questo organo e trovo chiarimenti straordinariamente istruttivi nel Vostro lavoro. Nella speranza che il collega accoglierà la mia richiesta,<br />
mi firmodistinti saluti</p>
<p>Dr. S. Ferenczi</p>
<p>Neurologo di Budapest</p>
</div>
<h2>Qualche considerazione</h2>
<p>Questa breve missiva, dal contenuto in sé poco interessante, solleva diverse questioni per me di difficile risoluzione.</p>
<p>Viene da chiedersi anzitutto come sia finita tra le carte di Freud, che evidentemente non ne è il destinatario. Lo si evince dal fatto che Ferenczi si rivolge a un certo „Herr Kollege“ e non a un „Herr Professor“, titolo più che abituale nella corrispondenza a noi nota tra i due. Va poi considerato che, a quanto ne sappiamo, Ferenczi conoscerà Freud solo nel 1907:<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a> si potrebbe infatti supporre che già nel 1903 abbia sentito parlare del medico viennese, cui dunque invia la lettera per richiedere un saggio. Il punto determinante è che non conosciamo alcun lavoro scritto da Freud sulla tiroide.</p>
<p>Le mie indagini in proposito non hanno portato ad alcun risultato: la Library of Congress, infatti, possiede solo la scansione della lettera e non sa dove possa essere (e <em>se</em> possa esserci ancora) il cartaceo. Accedervi sarebbe dirimente, perché l’indicazione del destinatario sulla busta consentirebbe di rispondere all’interrogativo.</p>
<p>In seconda battuta ho contattato la <a href="https://www.sandorferenczi.org/the-ferenczi-house/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ferenczi-House di Budapest</a>: purtroppo nemmeno presso questa istituzione vi è alcuna traccia della lettera originale o della sua busta.</p>
<p>Come terza e ultima risorsa ho cercato in internet qualche lavoro dedicato alla tiroide e apparso sugli <em>Ziegler’s Beiträge</em>. Ho trovato traccia solo del seguente articolo: „Untersuchungen über die Schilddrüse, Histologie — Sekretion — Regeneration” (in Ziegler’s Beitrage, 18 (1895), pp. 125 e sgg.).<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a></p>
<p>L’autore è il medico lombardo Ernesto Bozzi (1864-1917), allievo di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ernst_Ziegler" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ernst Ziegler</a>. Rinomato patologo e chirurgo, inizia proprio nel 1903 l’insegnamento di patologia speciale chirurgica presso l’Università di Genova. Ecco, nel suo necrologio, cosa si afferma del suo lavoro sulla tiroide: “La sua nota sulla tiroide è fondamentale: su larghissima base di anatomia comparata determina come la colloide è secreta, come è assorbita, in quali stretti limiti la tiroide si rigeneri”.<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a></p>
<p>L’unica ipotesi che dunque posso proporre, pur su basi tanto incerte, è che il destinatario di questa lettera di Ferenczi fosse il “Kollege” Ernesto Bozzi, ben consapevole che ciò, oltre che avventato, non è del minimo aiuto per spiegare come la lettera sia poi finita tra le carte di Freud, che non mi risulta avere avuto alcun contatto con il medico italiano.</p>
<p>Un’altra curiosità di questa lettera sta nel suo oggetto, la tiroide: ironia della sorte, infatti, nel 1917 (dunque 13 anni <em>dopo</em> la missiva) a Ferenczi verrà diagnosticata una malattia di questa importante ghiandola, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Malattia_di_Basedow-Graves" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il morbo di Basedow</a>. Nella lettera Ferenczi dichiara inoltre che sta studiando questo organo, tuttavia non sono riuscito a individuare alcun suo lavoro espressamente dedicato a esso negli anni 1903 e successivi, anche se devo specificare che la mia breve indagine, compromessa a priori dalla mia ignoranza dell’ungherese, si è dovuta limitare alla consultazione dei titoli dei suoi tanti articoli, per come riportati, anche in inglese, dall’affidabile sito <a href="https://www.psyalpha.net/de/biografien/sandor-ferenczi/sandor-ferenczi-gesamtverzeichnis-seiner-werke" target="_blank" rel="noopener noreferrer">psyalpha</a>.</p>
<p>Ringrazio l’amica e collega Anna Barraco per l’ipotesi, che ritengo molto interessante e verosimile, secondo la quale l’interesse di Ferenczi per la tiroide fosse connesso ai suoi studi sul cretinismo, patologia che da tale organo può dipendere, documentati da un articolo giusto del 1903: “A kretenismus két esete” (Two cases of cretinism), pubblicato sulla rivista <a href="http://real-j.mtak.hu/11163/1/650.1903.02.01.pdf" target="_blank" rel="noopener"><em>Orvosi Hetilap</em></a> e poi ripubblicato nel 1999 all’interno del volume <em><a href="https://www.libri.hu/konyv/A-pszichoanalizis-fele-fiatalkori-irasok-1897-1908-21.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ferenczi Sándor: A pszichoanalízis felé. Fiatalkori írások 1897–1908</a></em>, a cura di Judit Mészáros.<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a></p>
<p>Così, restano aperti diversi interrogativi a proposito della breve lettera: A chi era destinata? Fu realmente spedita? Se sì, ricevette risposta? Che ne fu degli studi di Ferenczi sulla tiroide? Come finì la lettera tra le carte di Freud?</p>
<p>Chissà che almeno qualcuna di queste domande non trovi presto o tardi risposta con il proseguire delle ricerche altrui e mie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Note</h3>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> La trascrizione rispetta gli a capo dell’originale. Parentesi quadre mie.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> Parzialmente illeggibile.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> Sic!</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> Inchiostro parzialmente scolorito nel manoscritto.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> “Contributi di Ziegler”, così veniva normalmente condensato il nome dell’importante rivista medica fondata nel 1884 dal medico tedesco <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ernst_Ziegler" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ernst Ziegler</a> (1849-1905): “Beiträge zur pathologischen Anatomie und zur allgemeinen Pathologie” [Contributi di anatomia patologica e di patologia generale].</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> Per le informazioni biografiche su Ferenczi rimando a M. M. Lualdi, “Ferenczi Sándor. 1873-1933”, in M. M. Lualdi, <em><a href="https://books.google.it/books/about/Buongiorno_inconscio_Stekel_Adler_Jung_A.html?id=DHyGoAEACAAJ&amp;source=kp_book_description&amp;redir_esc=y" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Buongiorno Inconscio. Stekel, Adler, Jung, Abraham Ferenczi</a></em>, Youcanprint, Tricase 2014, pp. 129-157.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> Purtroppo non sono riuscito a reperire on line una copia del saggio.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> S., <em><a href="https://archive.org/details/IlPoliclinicoSezionePraticaAnno1918Parte1/page/n79/mode/2up?q=bozzi" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il professor Ernesto Bozzi</a></em>, in <em>Il policlinico. Periodico di medicina, chirurgia e igiene</em> 25(2) (1918), p. 48. Per altre informazioni sull’efficace impegno di Bozzi per gli e negli ospedali da campo della Croce Rossa durante la Prima Guerra Mondiale si vedano: G. Lupini, R. Tripodi, D. Viviani, A. Macauda, <em><a href="https://www.researchgate.net/publication/328836424_GLI_OSPEDALI_DA_CAMPO_E_LE_STRUTTURE_CHIRURGICHE_NELLA_GRANDE_GUERRA_G_Lupini_R_Tripodi_D_Viviani_A_Macauda" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Gli ospedali da campo e le strutture chirurgiche nella Grande Guerra</a></em>, articolo web in pdf su <a href="https://www.researchgate.net/publication/328836424_GLI_OSPEDALI_DA_CAMPO_E_LE_STRUTTURE_CHIRURGICHE_NELLA_GRANDE_GUERRA_G_Lupini_R_Tripodi_D_Viviani_A_Macauda" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ResearchGate</a>, pp. 17-18; Aa.Vv. <a href="https://www.sanitagrandeguerra.it/index.php/sanita-in-guerra/cri/ospedale-chirurgico-mobile" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ospedale chirurgico mobile</a>, articolo web su <a href="https://www.sanitagrandeguerra.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sanità Grande Guerra</a>.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> <a href="http://real-j.mtak.hu/11163/1/650.1903.02.01.pdf" target="_blank" rel="noopener"><em>Orvosi Hetilap</em></a>, 47(6) (1903), p. 94. J. Mészáros (a cura di) <em><a href="https://www.libri.hu/konyv/A-pszichoanalizis-fele-fiatalkori-irasok-1897-1908-21.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ferenczi Sándor: A pszichoanalízis felé. Fiatalkori írások 1897–1908</a></em>, Osiris Budapest 1999, pp. 319-320.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sigmund Freud: un disturbo della memoria… a Riva del Garda</title>
		<link>https://www.analisilaica.it/2021/04/11/sigmund-freud-un-disturbo-della-memoria-a-riva-del-garda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Apr 2021 14:15:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra il 27 agosto e il 10 settembre 1900, Freud fa un lungo viaggio, ricco di incontri, attraverso il Südtirol e in una delle tappe finali si spinge a Riva del Garda.1 Qui giunto con la cognata Minna Bernays, prende alloggio, come scrive alla moglie Martha in una lettera del 5 settembre, in un “divino”&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/04/11/sigmund-freud-un-disturbo-della-memoria-a-riva-del-garda/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Sigmund Freud: un disturbo della memoria… a Riva del Garda</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra il 27 agosto e il 10 settembre 1900, Freud fa un lungo viaggio, ricco di incontri, attraverso il Südtirol e in una delle tappe finali si spinge a Riva del Garda.<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a> Qui giunto con la cognata Minna Bernays, prende alloggio, come scrive alla moglie Martha in una lettera del 5 settembre, in un “divino” hotel</p>
<blockquote><p>a 20 minuti da Riva… con vista sul lago, luce elettrica a volontà, fanali dal lago fin dentro il letto, un giardino o meglio un parco tutt’intorno sopra quello di Lovrana e nell’hotel adiacente pasti alla table d’hôte, tanto ricchi e succulenti, leggeri e appetitosi quanto non li ho mai trovati da nessun’altra parte.<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a></p></blockquote>
<p>L’entusiasmo è palpabile, a conferma dell’amore di Freud per le terre italiane, per quel “Sud” verso cui, come si esprimeva, “volgeva il suo cuore”. Aggiunge subito dopo:</p>
<blockquote><p>La compagnia in albergo è composta dalle persone più gradevoli, fra cui molti noti professori universitari e di liceo come Czermak (Vienna), Dimmer (Graz), Felsenreich, Jodl (Vienna), Sig. Mayer (del quale sarei dovuto diventare assistente) da Praga. Non essendo io professore e in compagnia di una donna che non è mia moglie, me ne tengo il più possibile alla larga.<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a></p></blockquote>
<figure id="attachment_82905" aria-describedby="caption-attachment-82905" style="width: 923px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="size-full wp-image-82905" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/04/11151044/Cartolina-di-Freud-da-Isola-di-Garda.jpg" alt="Cartolina di Freud da Isola di Garda" width="923" height="581" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/04/11151044/Cartolina-di-Freud-da-Isola-di-Garda.jpg 923w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/04/11151044/Cartolina-di-Freud-da-Isola-di-Garda-300x189.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2021/04/11151044/Cartolina-di-Freud-da-Isola-di-Garda-768x483.jpg 768w" sizes="(max-width: 923px) 100vw, 923px" /><figcaption id="caption-attachment-82905" class="wp-caption-text">Cartolina di Freud da Isola di Garda</figcaption></figure>
<p>Che tale compagnia sia tutt’altro che “gradevole” non lo chiarisce solo la chiusa della citazione, ma lo conferma anche la narrazione dello stesso episodio fatta da Freud nove giorni più tardi, tornato a Vienna, in una lettera all’amico berlinese <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Wilhelm_Fliess" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Wilhelm Fliess</a>:</p>
<blockquote><p>A Riva ci fermammo finalmente cinque giorni, divinamente ospitati e nutriti: abbiamo fatto bagordi senza pentimenti e afflizioni, a meno di non considerare tali l’accolta di professori dell’Hotel du Lac. Erano presenti: Sigm. Mayer (Praga), del quale avrei dovuto diventare assistente, Tschermak, Jodl, Felsenreich di Vienna, Dimmer di Graz, Hildebrand di Innsbruck.<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a></p></blockquote>
<p>Veniamo dunque a sapere, da entrambi i resoconti, che Freud avrebbe dovuto diventare assistente di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Siegmund_Mayer" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sigmund Mayer</a>, che una nota a piè pagina delle lettere a Fliess,<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a> ricordata anche nel volume delle lettere di viaggio da cui è stata tratta la lettera del 5 settembre,<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a> ci spiega essere un istologo che aveva lavorato a suo tempo presso l’istituto di fisiologia di <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ernst_Wilhelm_von_Br%C3%BCcke" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ernst Wilhelm von Brücke</a> e che dal 1870 era diventato professore a Praga.</p>
<p>L’accenno di Freud alla chiamata praghese mi ha incuriosito e ho approfondito l’indagine, dei cui risultati intendo dar notizia qui di seguito.</p>
<h2>La ricostruzione storica</h2>
<p>Consultando diverse biografie freudiane,<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> non mi è stato possibile trovare alcun riferimento a questa chiamata di Freud a Praga in qualità di assistente di Mayer, tuttavia il punto non è questo e può darsi ci siano decine di altre biografie freudiane da me non interrogate e che riferiscono e commentano l’episodio. Piuttosto, la questione diviene interessante quando si viene a sapere che Freud davvero avrebbe dovuto (o <em>voluto</em>, ci chiederemo più avanti…) diventare sì assistente di un professore di Praga, ma non di Mayer, bensì del fisiologo <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ewald_Hering" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ewald Hering</a> (1834-1918).</p>
<p>A darci la minimale notizia, tra gli autori da me consultati, è solo Jones:</p>
<blockquote><p>Hering, il famoso fisiologo che viene oggi ricordato soprattutto per aver proposto un’alternativa alla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_di_Young-Helmholtz" target="_blank" rel="noopener noreferrer">teoria tricromatica della visione colorata di Young-Helmholtz</a>, aveva invitato Freud a raggiungerlo a Praga come suo assistente. Ciò deve essere avvenuto quando Freud lavorava ancora all’Istituto di Fisiologia, ed è probabile che <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Josef_Breuer" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Josef Breuer</a> avesse avuto una certa parte in questo invito.<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a></p></blockquote>
<p>Questa volta, dunque, Jones spicca per completezza rispetto agli altri<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a> e soprattutto fornisce una prova precisa e verificabile della sua ricostruzione, la lettera di Freud alla fidanzata Martha Bernays del 27 maggio 1884.<a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a></p>
<p>Attualmente tale lettera è disponibile sia nella comoda versione a stampa, nel <a href="https://www.fischerverlage.de/buch/sigmund-freud-martha-bernays-warten-in-ruhe-und-ergebung-warten-in-kampf-und-erregung-9783100228130" target="_blank" rel="noopener noreferrer">terzo volume dei <em>Brautbriefe</em></a>, le lettere tra Sigmund e Martha degli anni di fidanzamento sia, in forma di scansione dell’olografo, meno comoda alla lettura, sul sito dei <a href="https://www.loc.gov/collections/sigmund-freud-papers/about-this-collection/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sigmund Freud Papers della Library of Congress</a>, sito che non cessa di riservare sorprese.</p>
<p>Ora, non possedendo io ancora il volume a stampa, ho ripiegato sull’<a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.00513/?sp=62" target="_blank" rel="noopener noreferrer">originale</a>.</p>
<p>Riporto qui sotto il brano della lettera in cui Freud racconta l’episodio e poiché ritengo incerta la mia lettura di diverse parole, preferisco inserire in sequenza il brano per come si presenta nella lettera olografa, la sua trascrizione con rispetto degli a capo dell’originale e infine la mia traduzione, di modo da agevolare chi volesse migliorare trascrizione e traduzione. Non ritengo peraltro che le mie imprecisioni vadano a compromettere il senso complessivo del brano.</p>
<h3>Lettera olografa</h3>
<p>[<a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.00513/?sp=63&amp;r=0.298,0.191,1.029,0.763,0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Facciata 3</a>]</p>
<figure id="attachment_82909" aria-describedby="caption-attachment-82909" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-82909" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/04/Lettera-di-Sigmund-Freud-a-Martha-Bernays-del-27-maggio-1884-facciata-3.webp" alt=" Lettera di Sigmund Freud a Martha Bernays del 27 maggio 1884, facciata 3" width="800" /><figcaption id="caption-attachment-82909" class="wp-caption-text">Lettera di Sigmund Freud a Martha Bernays del 27 maggio 1884, facciata 3</figcaption></figure>
<p>[<a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.00513/?sp=64&amp;r=-0.45,0.123,1.855,0.762,0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Facciata 4</a>]</p>
<figure id="attachment_82910" aria-describedby="caption-attachment-82910" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-82910" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/04/Lettera-di-Sigmund-Freud-a-Martha-Bernays-del-27-maggio-1884-facciata-4.webp" alt=" Lettera di Sigmund Freud a Martha Bernays del 27 maggio 1884, facciata 4" width="800" /><figcaption id="caption-attachment-82910" class="wp-caption-text">Lettera di Sigmund Freud a Martha Bernays del 27 maggio 1884, facciata 4</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h3>Trascrizione<a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a></h3>
<p><strong>[Facciata 3]</strong></p>
<p>&#8230; Ich war</p>
<p>nämlich um 11 Uhr bei <em>Fleischl</em>, bei dem ich</p>
<p>die Literatur über <em>Coca</em> zusammenscheiben (?)</p>
<p>wollte, u[nd] treffe (?) bei ihm außer <em>Exner</em>, den</p>
<p><em>Prof. Hering</em>, aus <em>Prag</em>, den berühmten</p>
<p>Pathologen, der zu den Akademiesitzungen</p>
<p>herangekommen ist. Er erin[n]erte sich meiner,</p>
<p>ich hätte einmal sein Assistent werden <span style="text-decoration: line-through;">w</span>sollen</p>
<p>aber da war ich scon im Dienst bei meinem</p>
<p>Prinzeßchen u[nd] lehnte es ab. <em>Fleischl</em> warf</p>
<p>das Wort hin, das ich gern als prophetisches</p>
<p>halten möchte, daß man nicht glauben muße,</p>
<p>man habe seiner wissenschaftlichen Thatigkeit</p>
<p>abgeschlossen. <em>Prof. H.</em> habe auch 5 (?) Jahre</p>
<p>lang in <em>Leipzig</em> prakticirt, bis man ihn berufe (?)</p>
<p><strong>[Facciata 4]</strong></p>
<p>Nun bin ich aber kein <em>Hering</em>. Er ist einer</p>
<p>der geistvollsten Menschen u[nd] dabei, so</p>
<p>auspruchslos u[nd] wo[h]lwollend; er lud mich</p>
<p>ein, ihn in <em>Prag</em> zu besuchen usw.</p>
<p>Dan[n] kam noch <em>Breuer</em> dazu, der mit</p>
<p><em>Hering </em>zusammen eine sehr bedeutende</p>
<p>Arbeit gemacht hat u[nd] dan[n] brach die Gesell-</p>
<p>schaft aus, als <em>Fleischl</em>’s Mater kam.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h3>Traduzione</h3>
<p><strong>[Facciata 3]</strong></p>
<p>“… alle 11 ero infatti da <em>Fleischl</em>, dal quale speravo di ultimare la letteratura sulla <em>Coca</em> e incontro da lui, oltre a <em>Exner</em>, il <em>Prof. Hering</em> di <em>Praga</em>, il noto patologo, che è venuto qui per le riunioni dell’Accademia [delle Scienze]. Si ricordava di me, una volta avrei <span style="text-decoration: line-through;">voluto</span> dovuto diventare suo assistente, ma allora ero già al servizio della mia principessina e rifiutai la cosa. <em>Fleischl</em> ha buttato lì il commento, che volentieri vorrei considerare profetico, che non si doveva credere si fosse [con ciò] posta fine alla propria attività scientifica. Anche il <em>Prof H.</em> aveva praticato [come medico] a Lipsia per 5 anni prima di [essere] nominato.</p>
<p><strong>[Facciata 4]</strong></p>
<p>Ora, però, io non sono un <em>Hering</em>. Lui è uno degli uomini più ingegnosi ed [è] al contempo così modesto; mi ha invitato ad andare a trovarlo a <em>Praga</em> ecc…</p>
<p>Poi è sopraggiunto <em>Breuer</em>, che con <em>Hering</em> ha fatto un importante lavoro,<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a> e che poi si è staccato dalla compagnia quando è arrivata la mater di <em>Fleischl</em>”.</p>
</div>
<h2>Considerazioni</h2>
<p>Presa visione del documento, bisogna questa volta dar ragione a Ernest Jones e ringraziarlo non solo per avere salvato dall’oblio questo episodio del giovane Freud (che altrimenti sarebbe rimasto ignoto ai più fino alla recente pubblicazione dei <em>Brautbriefe</em>, per i quali, come già Marco Conci, spero si abbia al più presto l’impegno di una seria casa editrice per una traduzione italiana).<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> Ma, più in generale, per la minuziosità della sua biografia freudiana, che resta tuttora strumento indispensabile per orientarsi nel <em>mare magnum</em> della storia di Freud e della prima psicoanalisi. Sbaglia invece <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Frank_Sulloway" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Frank Sulloway</a> a ridurre l’episodio a una mera ipotesi di Jones. Certo, si potrebbe cavillare sul fatto che sia stato <em>personalmente </em>Hering, come afferma Jones, a volere Freud quale suo assistente, poiché nella lettera di quest’ultimo ciò non viene espressamente dichiarato, ma dubito che un professore avrebbe accettato come assistente qualcuno non scelto da lui o comunque non ben accetto. Ciò che invece resta ipotesi di Jones, come egli stesso peraltro fa ben intendere, è che Breuer sia stato il tramite della proposta d’incarico a Freud. Del resto pare che, a prescindere da Breuer, Hering mostrasse interesse per le ricerche compiute da Freud presso l’istituto di Brücke<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a> e questo potrebbe essere di per sé sufficiente a comprendere il suo desiderio di avere il giovane neolaureato quale proprio assistente.</p>
<p>Il brano della lettera ci consente di precisare un poco meglio di quanto non faccia Jones il momento dell’invito a Praga. Infatti dobbiamo collocarlo <em>dopo</em> il fidanzamento tra Freud e Martha, che avviene il 17 giugno 1882.<a href="#nota15" name="rifnota15"><sup>15</sup></a> Se inoltre vogliamo conservare (ma a sostegno questo secondo limite temporale non mi pare ci siano prove sufficienti) l’ipotesi di Jones che al momento dell’invito Freud sia ancora in servizio presso l’istituto di Brücke, ricaviamo una finestra temporale davvero ristretta, considerato che, stando alla ricostruzione di <a href="https://de.wikipedia.org/wiki/Peter-Andr%C3%A9_Alt" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Peter-André Alt</a>, Freud vi rimane giusto fino al giugno 1882.<a href="#nota16" name="rifnota16"><sup>16</sup></a> In ogni caso, l’avverbio <em>einmal</em> impiegato da Freud nella lettera a Martha, qui reso con “una volta”, così come, più chiaramente, la constatazione quasi stupita di Freud “Si ricordava di me”, non fanno certo pensare che, scrivendo nel maggio del 1884, egli stia parlando di qualcosa di recente.</p>
<p>Assodata la realtà della chiamata di Freud a Praga come assistente di Hering, delle due l’una: o egli, al tempo dei suoi studi istologici nell’istituto di fisiologia di Brücke, è noto al punto da essere richiesto da ben due docenti – caso curioso – della stessa università, oppure non ci resta che pensare che, rievocando nel 1900 un episodio vecchio di quasi due decenni, commetta un curioso errore di memoria.</p>
<p>Personalmente, tra le due mi pare più verosimile la seconda ipotesi. A scanso di equivoci, con assoluta certezza possiamo anche escludere che nella lettera el 1884 Freud sbagli regolarmente scrivendo “Hering” al posto di “Mayer”. Anzitutto, mentre i volumi dei <em>Sitzungsberichte </em>[Resoconti delle sedute] del 1884 non citano mai Mayer, mostrano come invece Hering sia in regolare contatto con l’<a href="http://www.biographien.ac.at/oebl/oebl_H/Hering_Ewald_1834_1918.xml?frames=yes" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Accademia delle Scienze di Vienna, di cui viene eletto socio onorario</a> e alla quale, proprio nel 1884, invia dei saggi di cui viene data lettura nelle sedute del 31 gennaio, del 14 febbraio, del 6 marzo e del 13 marzo:<a href="#nota17" name="rifnota17"><sup>17</sup></a> questo è in sintonia con la motivazione che Freud da a Martha per la presenza del professore a Vienna. Inoltre, il suo richiamare la collaborazione tra Hering e Breuer fuga qualsiasi dubbio residuo, poiché non risulta che quest’utlimo abbia mai collaborato con Mayer.</p>
<p>Certo, resta aperta la possibilità che uno studio complessivo dell’enorme mole di informazioni contenuta nei cinque volumi dei <em>Brautbriefe</em> riveli riferimenti a una chiamata di Freud a Praga da parte di Mayer, ma in attesa di affrontare l’esaustiva consultazione dei cinque volumi, mi permetto di considerare le citate lettere del 1900 quali esempi di un errore di memoria di Freud, che intendo analizzare.</p>
<p>La lettera del 1884 appare significativa non solo per il contenuto, sopra commentato, ma anche per un paio di aspetti formali su cui vorrei portare l’attenzione.</p>
<p>Anzitutto il <em>lapsus calami</em> di Freud, che scrive dapprima “<em>wollen</em>”, ossia “volere” e poi “<em>sollen</em>”, ossia “dovere”. Cambio di binario certo facilitato dalla lingua tedesca, in cui i due verbi differiscono solo per la lettera iniziale, non può essere considerato insignificante, tanta è la distanza tra il volere, che rimanda all’ambito del soggetto desiderante e il dovere, che al più rinvia all’istanza superegoica e alle sue costrizioni. Alla luce del lapsus, diviene agile comprendere come in Freud sia ben vivo, nel 1884, il conflitto tra il <em>voler</em> proseguire la carriera accademica e il <em>dover</em> guadagnare per poter vivere e, soprattutto sposarsi: non a caso cita, a motivazione della sua rinuncia all’incarico, il fidanzamento con Martha.<a href="#nota18" name="rifnota18"><sup>18</sup></a></p>
<p>Una seconda traccia della lotta di Freud contro il desiderio frustrato la si trova nelle righe immediatamente successive al lapsus, in cui da un lato opta per una compatta costruzione impersonale e in quanto tale distanziante (“man… muße… man habe abgeschlossen”, ossia “si doveva… si fosse posta fine” al posto di “non dovevo… che avevo posto fine…”), dall’altro concentra e svela il massiccio coinvolgimento personale, nell’incidentale “che volentieri vorrei considerare profetico”, in cui si palesano sia la fiduciosa speranza nel futuro, implicita nell’uso del “profetico”, sia il ritorno del <em>desiderio</em>, marcato dal “vorrei” (“möchte”).</p>
<p>Infine, dopo l’espressione da un lato della rinuncia al desiderio, dall’altro del desiderio stesso, come può attendersi chiunque conosca le lettere di Freud, soprattutto di questi anni, non tarda a venire la svalutazione di se stesso, che dà voce alla severa istanza superegoica: “Ora, però, io non sono un <em>Hering</em>…”. In altre parole: vorrei l’incarico, ma non posso, ho altro da fare (sposarmi). Beh, in realtà non lo voglio, è più un dovere e per giunta nemmeno ne sono all’altezza… Insomma: la volpe e l’uva.</p>
<p>Se ora raffrontiamo questa ricostruzione del 1884 con le due lettere, tra loro sovrapponibili, del 1900, ciò che colpisce è che a tutta prima si è consolidata nel ricordo l’idea che la chiamata a Praga altro non fosse che un dovere: in entrambe le lettere compare infatti la stessa formula verbale del 1884, “<em>dovuto</em> diventare” (“werden <em>sollen</em>”, corsivo mio), ma senza alcuna incertezza, senza alcun <em>lapsus calami</em>, come si può osservare consultando direttamente le scansioni degli olografi (<a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.01005/?sp=8&amp;r=0.05,0.085,0.987,0.406,0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Martha</a>; <a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.02801/?sp=8&amp;r=0.124,0.612,0.782,0.321,0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Fliess</a>). Ma il punto è: che ne è stato del nome di Hering? E perché a sostituirlo è proprio Mayer?</p>
<p>Proprio in questa sostituzione scorgo il ritorno del rimosso, vedo rintanarsi il desiderio, che Freud tenta di scacciare, di avanzare nella carriera accademica.</p>
<p>Si tenga presente che nel 1900 Freud non solo è già, da ben quindici anni, <em>Privatdozent</em>, libero docente,<a href="#nota19" name="rifnota19"><sup>19</sup></a> il gradino più basso della gerarchia di insegnamento, ma da tre anni il suo nome è inserito in una lista di candidati per la nomina a professore straordinario, il secondo gradino della gerarchia, quello intermedio. Proprio nel 1900 egli è l’unico dell’elenco a non essere investito di tale carica e la cosa certo non gli fa piacere: come infatti sottolinea nella lettera alla moglie del 5 settembre, giusto iniziando la frase che palesa la venatura ironica del breve racconto, egli <em>non </em>è professore e anche per questo evita la dotta compagnia.<a href="#nota20" name="rifnota20"><sup>20</sup></a> Per altri due anni resterà in passiva attesa della nomina, decidendosi solo nel 1902 a intervenire attivamente per la conquista del ruolo. Ho altrove argomentato<a href="#nota21" name="rifnota21"><sup>21</sup></a> che l’inerzia di Freud può essere ricondotta a una sua ambivalenza verso la scalata al successo universitario, espressione di altra ambivalenza, ben più originaria e profonda, di marca edipica, relativa al desiderio di superare il padre. Come sappiamo, di quest’ultima parlerà apertamente nel 1936 a Romain Rolland riflettendo su un episodio del 1904, dunque di pochi anni successivo alle due lettere da cui siamo partiti.<a href="#nota22" name="rifnota22"><sup>22</sup></a> E non a caso, si badi, anche in quell’occasione si tratterà di un “disturbo della memoria”, per quanto assai diverso per forma e portata da quello – presunto – di cui ci stiamo occupando qui! L’inerzia, proseguiva la mia argomentazione, nella misura in cui impedisce a Freud il successo, è anche forma di punizione, e dunque manifestazione di un Super-Io castrante, in contrappasso al desiderio di castrare, superandolo, il padre.<a href="#nota23" name="rifnota23"><sup>23</sup></a></p>
<p>Riassumendo: desiderio di scalare la gerarchia accademica, ambivalenza verso un simile desiderio e sottomissione all’intervento punitivo di un severo Super-Io sono elementi intuibili dietro gli eventi della vita del giovane Freud, fino e oltre il 1900. E gli stessi si possono rilevare, come visto, nella lettera del 1884. Questo contesto, con l’importante investimento pulsionale riversato da Freud sulla carriera accademica e i significati edipici di cui essa viene rivestendosi, giustifica l’ipotesi che le due lettere del 1900 siano testimonianza non di una seconda chiamata di Freud come assistente a Praga, bensì di un suo disturbo di memoria, che affonda a tal punto le radici nell’inconscio da essere tranquillamente ripetuto per ben due volte a distanza di nove giorni. Ma per quali vie il desiderio accademico di Freud, che non trova più la strada del <em>lapsus calami</em>, può far mostra di sé nella sostituzione di Hering con Mayer?<a href="#nota24" name="rifnota24"><sup>24</sup></a></p>
<p>Anzitutto, a raccordo tra i due professori, il fatto superficiale non solo di insegnare a Praga, ma di esservi stati chiamati nello stesso anno, il 1870. Inoltre, come Hering è collegato a Breuer, come del resto palesa la lettera di Freud del 1884, così Mayer lo è a Brücke, presso il cui Istituto di Fisiologia aveva studiato prima di spostarsi a Praga. Ora, mentre nel 1900 Freud non è più in buoni rapporti con Breuer, già entrato suo malgrado e definitivamente nella schiera delle figure paterne dapprima ammirate e poi con poco riguardo detronizzate,<a href="#nota25" name="rifnota25"><sup>25</sup></a> Brücke resterà sempre per Freud una figura paterna venerata e stimata.<a href="#nota26" name="rifnota26"><sup>26</sup></a> Si aggiunga che Brücke, proprio nel 1882,<a href="#nota27" name="rifnota27"><sup>27</sup></a> suggerisce a Freud di abbandonare la ricerca per dedicarsi alla medicina pratica e guadagnare abbastanza per vivere e sposare la sua Martha.</p>
<p>Nel ricordo di Freud il desiderio che si fa strada attraverso l’errore di memoria diviene a questo punto chiaro: fosse stato Brücke, che sapeva la mia condizione finanziaria e aveva compreso il mio desiderio di scienza, a consentirmi da vero padre buono la carriera accademica grazie alle sue conoscenze e non qualcuno di legato a Breuer e tantomeno Breuer stesso, con cui non voglio più aver nulla a che fare!<a href="#nota28" name="rifnota28"><sup>28</sup></a></p>
<h3>Note</h3>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> S. Freud, <em>Unser Herz zeigt nach dem Süden. </em><em>Reisebriefe 1895-1923</em> (2002), trad. it. <em>Il nostro cuore volge al sud. Lettere di viaggio. Soprattutto dall’Italia (1895-1923)</em>, Bompiani, Milano 2003, pp. 129-130.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> <em>Ivi</em>, p. 135.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> <em>Ivi</em>, pp. 135-136.</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> S. Freud, <em>Briefe an Wilhelm Fließ</em> (1985), trad. it. <em>Lettere a Wilhelm Fliess. 1887-1904</em>, Boringhieri, Torino 1986, pp. 458-459.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> <em>Ivi</em>, p. 460 n. 1.</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> <em>Ivi</em>, p. 136 n. 27.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> E. Jones, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), trad. it. <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, 3 voll., Il Saggiatore, Milano 1962; F. J. Sulloway, <em>Freud biologist of the mind. </em><em>Beyond the psychoanalitic legend</em> (1979), trad. it. <em>Freud biologo della mente. </em><em>Al di là della leggenda psicoanalitica</em>, Feltrinelli, Milano 1982; R. W. Clark, <em>Freud</em>. <em>The man and the cause</em> (1980), trad. it. <em>Freud</em>, Rizzoli, Milano 1983; P. Gay, <em>Freud. </em><em>A life for our time</em> (1988), trad. it. <em>Freud. Una vita per i nostri tempi</em>, Bompiani, Milano 1988; é. Roudinesco, <em>Sigmund Freud en son temps et dans le nôtre</em> (2014), trad. it. <em>Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro, </em>Einaudi, Torino 2015; P.-A. Alt, <em>Sigmund Freud. </em><em>Der Arzt der Moderne. Eine Biographie</em>, C. H. Beck, Monaco 2016.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, <em>op. cit.</em>, vol. I, p. 276.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> Per la verità Sulloway vi fa cenno di sfuggita, in una nota a piè pagina, ma considerandolo non un dato di fatto, bensì solo una supposizione di Jones: “Secondo Jones Hering avrebbe invitato Freud ad andare da lui a Praga come assistente quando Freud era ancora legato all’Istituto di Fisiologia di Brücke”. F. J. Sulloway, <em>Freud biologo della mente. Al di là della leggenda psicoanalitica</em>, <em>op. cit.</em>, p. 303 n. 30.</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, <em>op. cit.</em>, vol. I, p. 322 n. 1.</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> In corsivo i termini scritti da Freud in caratteri latini. I punti interrogativi tra parentesi tonde indicano le parole sulla cui trascrizione sono incerto. Le parentesi quadre, infine, completano certi termini scritti da Freud o abbreviate (come “u” al posto di “und”) o con grafia differente dall’attuale (ad es. “wol”, al posto di “wohl”), o infine con accorgimenti quali il posizionamento di un trattino orizzontale sopra una “m” o una “n” per segnalarne il raddoppio.</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> Riferimento agli studi condotti da Breuer sotto la guida di Hering e che avevano portato alla scoperta del cosiddetto <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Riflesso_di_Hering-Breuer" target="_blank" rel="noopener noreferrer">riflesso di Hering-Breuer</a>, un riflesso inibitorio della repsirazione dipendente dal nervo vago. Cfr. E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, <em>op. cit.</em>, vol. I, p. 276.</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> M. Conci, <em>Recensione a: “G. Fichtner, I. Grubrich-Simitis, A. Hirschmüller (a cura di) Sigmund Freud, Martha Bernays: die Brautbriefe”</em>, voll.1 e 2, in <em>Rivista di Psicoanalisi</em>, 2020 (LXVI) n. 4, p. 1032.</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> P.-A. Alt, <em>Sigmund Freud. Der Arzt der Moderne. Eine Biographie</em>, <em>op. cit.</em>, p. 682.</p>
<p><a href="#rifnota15" name="nota15">15</a> E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, <em>op. cit.</em>, vol. I, p. 142.</p>
<p><a href="#rifnota16" name="nota16">16</a> P.-A. Alt, <em>Sigmund Freud. Der Arzt der Moderne. Eine Biographie</em>, <em>op. cit.</em>, p. 101.</p>
<p><a href="#rifnota17" name="nota17">17</a> Si tratta dei <a href="https://www.biodiversitylibrary.org/item/109564#page/9/mode/1up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. </em><em>Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe</em>, Bd. 89</a> (1884), p. 25, p. 55, p. 117, p. 216. Purtroppo non sono riuscito a reperire i rapporti delle sedute successive al 27 maggio 1884. L’ultima seduta di cui in questo volume compare un rapporto è quella del 23 maggio, ma riferisce di relazioni matematiche, non mediche.</p>
<p><a href="#rifnota18" name="nota18">18</a> Si ricorderà l’analoga motivazione che Freud darà nell’autobiografia per la mancata scoperta del potere anestetizzante della cocaina, i cui studi, caso vuole, sono ricordati proprio in questo stralcio. Cfr. S. Freud, <em>Selbstdarstellung</em> (1924), trad. it. <em>Autobiografia</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 12 voll., vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 83. Si veda anche la ricostruzione dell’intricato episodio in <a href="https://www.academia.edu/42617020/Premessa_Locchio_che_non_vede" target="_blank" rel="noopener noreferrer">M. M. Lualdi, <em>L’occhio che (non) vede</em></a> (2017), in <a href="https://www.youcanprint.it/sullemianopsia-nella-prima-infanzia/b/24bc321b-7e6e-551c-9608-67d8562717ca" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Sull’emianopsia nella prima infanzia</em></a> (1888), Youcanprint, Tricase 2017, pp. 35-36. Si tratta di una delle tante tracce di riflessione che in questa sede non posso che accennare.</p>
<p><a href="#rifnota19" name="nota19">19</a> Ho ricostruito il corso degli eventi che riporterò nelle righe seguenti più dettagliatamente e con i necessari riferimenti bibliografici in <a href="https://www.academia.edu/42948913/1897_La_strozzatura" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud,<em> La strozzatura</em></a> (1897) in <a href="https://www.youcanprint.it/la-paralisi-cerebrale-infantile/b/8c37ea16-bc45-5324-9b92-102acd411227" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>La paralisi cerebrale infantile</em></a> (1897), Youcanprint, Tricase 2020, pp. 26 e sgg.</p>
<p><a href="#rifnota20" name="nota20">20</a> È evidente che si tratta di una motivazione insostenibile, e come tale sospetta, per giustificare l’evitamento del gruppo di professori. Non solo perché nella lettera vengono nominati anche “professori di liceo”, che non rappresentano un livello gerarchicamente superiore rispetto al suo titolo di <em>Privatdozent</em>, ma anche perché la sua cerchia di conoscenze e frequentazioni viennesi comprende diversi professori universitari.</p>
<p><a href="#rifnota21" name="nota21">21</a> Si veda l’indicazione bibliogfrafica in n. 4.</p>
<p><a href="#rifnota22" name="nota22">22</a> S. Freud, <em>Brief an Romain Rolland (eine Erinnerungsstörung auf der Akropolis)</em> (1936), trad. it. <em>Un disturbo della memoria sull’Acropoli. Lettera aperta a Romain Rolland</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 481.</p>
<p><a href="#rifnota23" name="nota23">23</a> Si noterà dallo stralcio della lettera che, benché in maniera decisamente meno evidente, anche qui come in ogni trama edipica (dunque triangolare) che si rispetti, compaiono entrambe le figure genitoriali. Curioso è infatti il ricorso di Freud al latino “Mater”, nell’ultima riga riportata. Già in altra occasione, l’impiego di tale termine latino da parte di Freud è stato associato a un suo bisogno di prendere le distanze da materiale pulsionalmente scottante (S. Freud, <em>La strozzatura</em>, <em>op. cit.</em>, p. 23 n. 28). Mi limito ad accennare l’elemento, poiché discuterlo esaurientemente richiederebbe spazi incompatibili con la natura di questo scritto, pensato come semplice nota.</p>
<p><a href="#rifnota24" name="nota24">24</a> Sigmund Mayer sembra attrarre a sé una serie di lapsus alla quale ho partecipato anche io. Nell’edizione italiana da me consultata de <em>Lettere di viaggio. Soprattutto dall’Italia (1895-1923)</em>, <em>op. cit.</em>, il nome di Mayer compare solo nel passaggio della lettera del 5 settembre riportato in apertura. Ad esso è associata una nota a piè pagina in cui, tuttavia, il cognome è erroneamente scritto “Meyer”. Con estrema superficialità, quando ho compilato gli indici analitici degli epistolari italiani di Freud, non ho affatto notato l’errore di grafia, e così in essi Mayer compare sia come “Mayer Sigmund” sia come “Meyer Siegmund”, come se si trattasse di due diverse persone. Cfr. <a href="https://www.youcanprint.it/nelle-lettere-di-freud-indice-analitico-degli-epistolari-italiani-volume-1/b/fd56e2fc-53ad-572a-80bb-09cba9c4c0cf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">M. M. Lualdi, <em>Nelle lettere di Freud. Indice analitico degli epistolari italiani</em>, 2 voll., vol. 1</a>, Youcanprint, Tricase 2017, p. 164 e p. 166.</p>
<p><a href="#rifnota25" name="nota25">25</a> Come <a href="https://de.wikipedia.org/wiki/Theodor_Meynert" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Theodor Meynert</a>, <a href="https://de.wikipedia.org/wiki/Heinrich_Obersteiner" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Heinrich Obersteiner</a>, persino <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Martin_Charcot" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jean-Martin Charcot</a>. S. F., <em>La strozzatura</em>, <em>op. cit.</em>, p. 61 n. 89. Nel caso di Breuer, Freud arriva al punto di togliergli il saluto. Cfr. Lettera di Hanna Breuer a Ernest Jones del 21 aprile 1954; in M. Borch-Jacobsen, <em>Remembering Anna O. A Century of Mystification</em> (1995), trad. it. <em>Ricordi di Anna O. La prima bugia della psicoanalisi</em>, Garzanti, Milano 1996, p. 89. Sul rapporto Freud-Breuer rimando anche a <a href="https://www.academia.edu/42626925/Diplegie_Introduzione_" target="_blank" rel="noopener noreferrer">M. M. Lualdi, <em>Introduzione</em></a>, in <a href="https://www.youcanprint.it/per-la-conoscenza-delle-diplegie-cerebrali-dellinfanzia-in-aggiunta-al-morbo-di-little/b/fcd8b06e-5b21-5d9b-8415-044b48491229" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Per la conoscenza delle diplegie cerebrali dell’infanzia (in aggiunta al morbo di Little)</em></a> (1893), Youcanprint, Tricase, 2019, pp. 45-46.</p>
<p><a href="#rifnota26" name="nota26">26</a> S. Freud, <em>Autobiografia</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 77-78; S. Freud, <em>Nachwort zur „Frage der Laienanalyse” </em>(1927), trad. it. <em>Poscritto a “Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale”</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 419; E. Jones, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, <em>op. cit.</em>, vol. I, p. 70.</p>
<p><a href="#rifnota27" name="nota27">27</a> Precisamente nell’estate, stando ad Alt. Cfr. P.-A. Alt, <em>Sigmund Freud. Der Arzt der Moderne. Eine Biographie</em>,<em> op. cit.</em>, p. 102.</p>
<p><a href="#rifnota28" name="nota28">28</a> Hering andava stornato dal ricordo dell’episodio forse anche per un altro motivo: stando infatti alla ricostruzione di Roudinesco, egli era, esattamente all’opposto di Mayer, avversario di Brücke. Cfr. É. Roudinesco,<em> Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro</em>, <em>op. cit.</em>, pp. 41-42. Salvare dunque l’immagine idealizzata del “venerato maestro” richiedeva di sganciare la passata possibilità di ottenere un incarico accademico da parte un professore a quegli ostile.<br />
Devo però precisare che non ho trovato conferme di questa opposizione di Hering a Brücke nelle altre fonti, che segnalano invece quella assai più nota tra Hering ed Helmholtz: <a href="http://www.biographien.ac.at/oebl/oebl_H/Hering_Ewald_1834_1918.xml?frames=yes" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Austrian Centre for Digital Humanities and Cultural Heritage &#8211; Österreichisches Biographisches Lexikon</em></a>; <a href="https://www.deutsche-biographie.de/sfz29996.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Deutsche Biographie</a>; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Ewald_Hering" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Wikipedia</em></a>.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<p>Aa.Vv., <em>Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften. Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe</em>, Bd. 89 (1884).</p>
<p>P.-A. Alt, <em>Sigmund Freud. Der Arzt der Moderne. Eine Biographie</em>, C. H. Beck, Monaco 2016.</p>
<p>M. Borch-Jacobsen, <em>Remembering Anna O. A Century of Mystification</em> (1995), trad. it. <em>Ricordi di Anna O. La prima bugia della psicoanalisi</em>, Garzanti, Milano 1996.</p>
<p>W. Clark, <em>Freud.</em> <em>The man and the cause</em> (1980), trad. it. <em>Freud</em>, Rizzoli, Milano 1983.</p>
<p>M. Conci, <em>Recensione a: G. Fichtner, I. Grubrich-Simitis, A. Hirschmüller (a cura di), “Sigmund Freud/Martha Bernays: die Brautbriefe”</em>, vol.1 e vol. 2, in <em>Rivista di Psicoanalisi</em>, 2020 (LXVI) n. 4, pp. 1029-32.</p>
<p><a href="https://www.academia.edu/42948913/1897_La_strozzatura" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>La strozzatura</em></a> (1897), in <a href="https://www.youcanprint.it/la-paralisi-cerebrale-infantile/b/8c37ea16-bc45-5324-9b92-102acd411227" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>La paralisi cerebrale infantile</em></a>, Youcanprint, Tricase 2020, pp. 7-74.</p>
<p><em>Id.</em>, <em>Selbstdarstellung</em> (1924), trad. it. <em>Autobiografia</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 12 voll., vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 69-141.</p>
<p><em>Id.</em>, <em>Nachwort zur „Frage der Laienanalyse” </em>(1927), trad. it. <em>Poscritto a “Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale”</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 416-423.</p>
<p><em>Id.</em>, <em>Brief an Romain Rolland (eine Erinnerungsstörung auf der Akropolis)</em> (1936), trad. it. <em>Un disturbo della memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, pp. 469-81.</p>
<p><em>Id.</em>, <em>Briefe an Wilhelm Fließ</em> (1985), trad. it. <em>Lettere a Wilhelm Fliess. </em><em>1887-1904</em>, Boringhieri, Torino 1986.</p>
<p><em>Id.</em>, <em>Unser Herz zeigt nach dem Süden. Reisebriefe 1895-1923</em> (2002), tr. it. <em>Il nostro cuore volge al sud. Lettere di viaggio. Soprattutto dall’Italia (1895-1923)</em>, Bompiani, Milano 2003.</p>
<p>Gay, <em>Freud. A life for our time</em> (1988), trad. it. <em>Freud. Una vita per i nostri tempi</em>, Bompiani, Milano 1988.</p>
<p>Jones, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), trad. it. <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, 3 voll., Il Saggiatore, Milano 1962.</p>
<p><a href="https://www.academia.edu/42617020/Premessa_Locchio_che_non_vede" target="_blank" rel="noopener noreferrer">M. M. Lualdi, <em>L’occhio che (non) vede</em></a> (2017), in <a href="https://www.youcanprint.it/sullemianopsia-nella-prima-infanzia/b/24bc321b-7e6e-551c-9608-67d8562717ca" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Sull’emianopsia nella prima infanzia</em></a> (1888), Youcanprint, Tricase 2017, pp. 28-75.</p>
<p><em>Id.</em>, <a href="https://www.youcanprint.it/nelle-lettere-di-freud-indice-analitico-degli-epistolari-italiani-volume-1/b/fd56e2fc-53ad-572a-80bb-09cba9c4c0cf" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Nelle lettere di Freud. Indice analitico degli epistolari italiani</em></a>, 2 voll., vol. I, Youcanprint, Tricase 2017.</p>
<p><em>Id.</em>, <a href="https://www.academia.edu/42626925/Diplegie_Introduzione_" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Introduzione</em></a>, in <a href="https://www.youcanprint.it/per-la-conoscenza-delle-diplegie-cerebrali-dellinfanzia-in-aggiunta-al-morbo-di-little/b/fcd8b06e-5b21-5d9b-8415-044b48491229" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Per la conoscenza delle diplegie cerebrali dell’infanzia (in aggiunta al morbo di Little)</em></a> (1893), Youcanprint, Tricase, 2019, pp. 5-76.</p>
<p>É. Roudinesco, <em>Sigmund Freud en son temps et dans le nôtre</em> (2014), trad. it. <em>Sigmund Freud nel suo tempo e nel nostro, </em>Einaudi, Torino 2015.</p>
<p>J. Sulloway, <em>Freud biologist of the mind. Beyond the psychoanalitic legend</em> (1979), trad. it. <em>Freud biologo della mente. Al di là della leggenda psicoanalitica</em>, Feltrinelli, Milano 1982.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Freud e la regola fondamentale della psicanalisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Radice]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2021 15:42:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Propongo una nuova traduzione in italiano di un brano del testo sull’interpretazione del sogno dedicato alla cosiddetta regola fondamentale. A mio parere, esso contiene la più chiara descrizione dell’atteggiamento che Freud auspica si instauri nel paziente durante l’ora analitica. Fornisce inoltre l’argomento più rilevante a favore dell’utilizzo del divano. Capita solo molto raramente di vedere&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/04/04/freud-e-la-regola-fondamentale-della-psicanalisi/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Freud e la regola fondamentale della psicanalisi</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Propongo una nuova traduzione in italiano di un brano del testo sull’interpretazione del sogno dedicato alla cosiddetta regola fondamentale. A mio parere, esso contiene la più chiara descrizione dell’atteggiamento che Freud auspica si instauri nel paziente durante l’ora analitica. Fornisce inoltre l’argomento più rilevante a favore dell’utilizzo del divano.</p>
<p>Capita solo molto raramente di vedere citato questo brano per i due temi della regola fondamentale e del divano. La ragione di ciò può forse essere ricondotta al fatto che diamo ormai per assodato che nella scrittura di Freud l’unico punto di vista sia quello dell’analista e, una volta raccordati su questo sguardo, abbiamo raccolto quanto di significativo c&#8217;è nella sua scrittura.</p>
<p>Per la regola fondamentale sembra più importante la lettera della prescrizione dell’analista al paziente che non l’assetto psichico che quest’ultimo assume aderendovi, con il decisivo spostamento di energia psichica dalla critica all’autosservazione e quindi l’eliminazione di un elemento che ostacola l’emergere dell’inconscio.</p>
<p>Per il divano sembra più importante il bisogno dell’analista di non essere osservato per diverse ore al giorno che non la dimensione economica che consiste in questo caso nel risparmio di energia dato dalla posizione del paziente, rilassata e senza stimoli esterni. Un’energia che egli può dedicare a un’autosservazione con attenzione raccolta.</p>
<div class="lettera">
<h2>L’interpretazione del sogno</h2>
<p>[…]</p>
<h3>Il metodo di interpretazione del sogno</h3>
<h4>L’analisi di un sogno modello</h4>
<p>[…]</p>
<p>Devo affermare che il sogno ha davvero un significato e che un procedimento scientifico di interpretazione del sogno è possibile.</p>
<p>Sono giunto a conoscere questo procedimento nel modo seguente: da anni mi occupo di dissolvere, a scopo terapeutico, certe strutture psicopatologiche, fra le altre, quelle delle fobie isteriche, delle rappresentazioni coatte; ovvero me ne occupo dal momento in cui ho appreso, da una significativa comunicazione di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Josef_Breuer" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Josef Breuer</a>, che per queste formazioni, percepite come sintomi di malattia, dissoluzione e soluzione coincidono. Se si è potuto ricondurre tale rappresentazione patologica agli elementi nella vita psichica del malato da cui proviene, allora anch’essa è disgregata e il paziente ne è liberato. Considerata la debolezza delle altre nostre aspirazioni terapeutiche e vista la natura sconcertante di questi stati, mi è sembrato allettante, nonostante tutte le difficoltà, avanzare sulla strada imboccata da Breuer fino a giungere a una spiegazione completa. Riferirò dettagliatamente in un’altra occasione come infine si sia venuta formando la tecnica del procedimento e quali siano stati i risultati del tentativo. Nel corso di questi studi psicanalitici mi sono imbattuto nell’interpretazione del sogno. I pazienti, che avevo obbligato<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a> a comunicarmi tutte le idee spontanee<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> e i pensieri che si sarebbero imposti loro su un certo tema, mi raccontavano i loro sogni e mi insegnavano così che un sogno può essere inserito nella concatenazione psicologica che, a partire da un’idea patologica, va seguita a ritroso nella memoria. Ero sul punto di trattare il sogno stesso come un sintomo e applicarvi il metodo di interpretazione elaborato per quest’ultimo.</p>
<p>Ora, ciò richiede una certa preparazione psichica del malato. Si aspira<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a> ad avere da lui due cose, l’incremento della sua attenzione per le sue percezioni psichiche e l’interruzione della critica con cui è solito esaminare i pensieri che emergono e gli si presentano. Avendo come obiettivo la sua autosservazione con attenzione raccolta, è vantaggioso che egli assuma una posizione tranquilla<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a> e chiuda gli occhi;<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a> bisogna che gli si imponga espressamente la rinuncia alla critica delle formazioni di pensiero percepite. Gli si dice quindi che il successo della psicanalisi dipende dal fatto che osservi e comunichi tutto ciò che gli passa per la mente e che non si lasci indurre a sopprimere un’idea spontanea perché gli sembra irrilevante o non pertinente al tema, un’altra perché gli sembra insensata. Deve comportarsi in modo totalmente imparziale<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a> nei confronti delle sue idee spontanee; perché sarebbe proprio da imputare alla critica se non gli riuscisse altrimenti di trovare la desiderata risoluzione del sogno, dell’idea coatta e simili.</p>
<p>Durante il lavoro psicanalitico ho notato che la condizione psichica dell’uomo che riflette è del tutto diversa da quella di chi osserva i propri processi psichici. Un’azione psichica entra in gioco maggiormente nella riflessione che nella più attenta osservazione di sé, come dimostrano anche l’espressione tesa e la fronte corrugata di chi riflette, in contrasto con la calma mimica di chi osserva se stesso. In entrambi i casi deve essere presente un raccoglimento dell’attenzione, ma chi riflette esercita in più la critica, per cui rifiuta una parte delle idee spontanee che emergono in lui dopo che le ha percepite; su altre taglia corto, in modo da non seguire le linee di pensiero che esse dischiuderebbero; di fronte ad altri pensieri ancora, sa come comportarsi, in modo tale che non divengano affatto coscienti, sopprimendoli quindi prima che siano percepiti.<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> Chi osserva se stesso, d’altra parte, ha come sola fatica quella di sopprimere la critica; se ci riesce, giunge alla sua coscienza una miriade di idee spontanee che altrimenti sarebbero rimaste inafferrabili. Con l’aiuto di questo materiale per l’autopercezione, appena ottenuto, è possibile compiere l’interpretazione delle idee patologiche e delle strutture del sogno. Come si vede, si tratta di provocare uno stato psichico che ha in comune con lo stato che precede l’addormentamento (e sicuramente anche con lo stato ipnotico) una certa analogia nella distribuzione dell’energia psichica (dell’attenzione mobile). Nell’addormentamento, le “rappresentazioni non volute” emergono dalla remissione di una certa azione volontaria (e certamente anche critica) a cui permettiamo di influenzare il corso delle nostre rappresentazioni; siamo abituati a indicare come causa di questa remissione “l’affaticamento”; le rappresentazioni non volute che stanno emergendo si trasformano in immagini visive e acustiche.<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a> Nello stato che si utilizza per analizzare i sogni e le idee patologiche, si rinuncia intenzionalmente e volontariamente a ogni attività e si utilizza l’energia psichica risparmiata (o una parte di essa) per seguire con attenzione i pensieri non voluti che stanno ora emergendo e che, in quanto rappresentazioni, mantengono il proprio carattere (questa è la differenza rispetto allo stato di addormentamento). <em>Così le rappresentazioni da “non volute” si fanno “volute”</em>.</p>
<p>Per molte persone non sembra facile giungere all’atteggiamento qui richiesto verso le idee spontanee, che in apparenza “sorgono liberamente”, con la rinuncia alla critica altrimenti esercitata nei loro confronti. I “pensieri non voluti” tendono a scatenare la più feroce resistenza, quella che vuole impedire il loro emergere. Ma se prestiamo fede al nostro grande poeta filosofo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Schiller" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Friedrich Schiller</a>, un atteggiamento del tutto analogo lo deve contenere anche la condizione della produzione poetica. In un punto della sua corrispondenza con <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Christian_Gottfried_K%C3%B6rner" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Christian Gottfried Körner</a> &#8211; per averlo rintracciato dobbiamo ringraziare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Otto_Rank" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Otto Rank</a><a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a> &#8211; Schiller risponde alla lagnanza del suo amico sulla sua scarsa produttività: “La ragione della tua lamentela sta, mi sembra, nella costrizione che il tuo intelletto impone alla tua immaginazione. Qui devo buttare giù un pensiero e dargli corpo con un paragone. Non sembra un bene e non sembra vantaggioso per l’opera di creazione dell’anima che l’intelletto ispezioni troppo rigorosamente le idee che affluiscono, quelle che sono, per così dire, già alle porte. Un’idea, considerata isolatamente, può essere molto irrilevante e assai avventata, ma diventa forse importante per mezzo di una che viene dopo di essa; forse, in una determinata connessione con altre che possono sembrare altrettanto insulse, può diventare un elemento assai appropriato: tutto ciò l’intelletto non lo può giudicare se non trattiene l’idea fino a quando l’abbia guardata in connessione con queste altre. In una mente creatrice invece, mi sembra, l’intelletto ha ritirato le guardie dalle porte, le idee irrompono <em>pêle-mêle</em><a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a> e solo allora, per la prima volta, le abbraccia con lo sguardo e ne ispeziona il grande ammasso. Voi, signori critici, o quale altro sia il modo in cui vi fate chiamare, vi vergognate o avete paura delle idee deliranti, istantanee e temporanee, che si trovano in tutti i veri e propri creatori e la cui durata, più o meno lunga, distingue l’artista che pensa dal sognatore. Da ciò le vostre lamentele di infecondità, perché rifiutate troppo presto e vagliate con troppa severità”.<a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a></p>
<p>Eppure un tale “ritirare le guardie dalle porte dell’intelletto”, come lo chiama Schiller, un tale modo di porsi in uno stato di autosservazione acritica, non è affatto difficile.<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a></p>
<p>La maggior parte dei miei pazienti ci riesce dopo la prima istruzione; io stesso posso farlo in modo perfetto con il supporto della trascrizione delle mie idee spontanee. L’ammontare di energia psichica che così si toglie all’attività critica e con la quale si può aumentare l’intensità dell’autosservazione varia notevolmente a seconda del tema su cui si vuole fissare l’attenzione.</p>
<p>Il primo passo nell’applicazione di questo procedimento ci insegna che non si deve fare del sogno nel suo insieme l’oggetto dell’attenzione, ma solo singole parti del suo contenuto. Se chiedo al paziente che non si è ancora esercitato: “cosa le fa venire in mente questo sogno?”, di regola egli non sa come afferrare nulla nel suo campo visivo mentale. Devo porgli di fronte il sogno fatto a pezzi, allora egli per ciascun pezzo mi dà una serie di idee spontanee, che possono essere denominate come i “retropensieri” di questa porzione del sogno. Già per questa prima importante condizione, il metodo di interpretazione del sogno da me praticato si discosta dal metodo popolare di interpretazione, storicamente e leggendariamente famoso, che impiega il simbolico e si avvicina al secondo, il “metodo di deciframento”. Come quest’ultimo, è un’interpretazione <em>en détail</em>, non <em>en masse</em>;<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> come esso, concepisce il sogno fin dall’inizio come qualcosa di composito, come un conglomerato di formazioni psichiche.</p>
<p>Nel corso delle mie psicanalisi con i nevrotici ho già interpretato più di mille sogni, ma qui non voglio utilizzare questo materiale come introduzione alla tecnica e alla dottrina dell’interpretazione del sogno. A parte il fatto che mi esporrei all’obiezione che sono i sogni di nevropatici, che non consentono un’illazione sui sogni di persone sane, c’è un altro motivo che mi spinge a rigettarlo. Il tema cui mirano questi sogni è ovviamente sempre la storia della malattia che sta alla base della nevrosi. Ciò richiederebbe un racconto preliminare troppo lungo per ogni sogno e l’introdursi nell’essenza e nelle condizioni eziologiche delle psiconevrosi, cose che di per sé sono nuove ed estranianti al massimo grado e che quindi distoglierebbero l’attenzione dal problema del sogno. La mia intenzione è piuttosto quella di creare, nella risoluzione del sogno, un lavoro preparatorio per rendere accessibili i problemi più difficili della psicologia delle nevrosi. Ma se rinuncio però ai sogni dei nevrotici, il mio materiale principale, non devo essere troppo selettivo riguardo al resto. Rimangono solo quei sogni che mi sono stati occasionalmente raccontati da persone sane di mia conoscenza, o quelli che trovo elencati come esempi nella letteratura sulla vita onirica. Purtroppo per tutti questi sogni mi manca l’analisi, senza la quale non posso trovare il senso del sogno. Il mio procedimento non è comodo come quello del popolare metodo di deciframento, che traduce il contenuto del sogno dato secondo una chiave fissa; sono al contrario preparato al fatto che lo stesso contenuto del sogno possa nascondere, in persone diverse e in contesti diversi, un altro senso. Pertanto ricorro ai miei sogni come a un materiale abbondante e comodo, proveniente da una persona pressoché normale e relativo a molteplici occasioni della vita quotidiana. Mi si opporrà certamente il dubbio sull’attendibilità di tali “autoanalisi”. Mi si opporrà che l’arbitrio non è in alcun modo escluso. A mio giudizio, la situazione è più favorevole quando si osserva se stessi che non quando si osservano gli altri; in ogni caso, si potrà tentare di scoprire fino a che punto ci si spinge interpretando il sogno con l’autoanalisi. Ho altre difficoltà da superare nella mia interiorità. Si ha un comprensibile pudore a esporre così tante cose intime della propria vita psichica, non sapendoci inoltre al sicuro da interpretazioni errate da parte di estranei. Ma se ne deve poter venire a capo. « <em>Tout psychologiste </em>&#8211; scrive <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Delboeuf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Joseph Delbœuf</a> &#8211;<em> est obligé de faire l’aveu même de ses faiblesses s’il croit par là jeter du jour sur quelque problème obscur</em> ».<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a> Posso presumere che anche nel lettore l’interesse iniziale per le indiscrezioni che devo fare lascerà ben presto il posto a un approfondimento esclusivo dei problemi psicologici così illuminati.</p>
<p>Sceglierò quindi uno dei miei sogni e lo userò per spiegare il mio modo di interpretazione. Ciascun sogno di questo tipo richiede un racconto preliminare. Ma ora devo chiedere al lettore di fare propri, per molto tempo, i miei interessi e di immergersi con me nei più piccoli dettagli della mia vita, poiché una tale trasposizione richiede imperativamente interesse per il significato nascosto dei sogni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Note</h4>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> [Negli appunti delle sedute con Ernst Lanzer, Freud declina questo obbligo in modo impersonale, definendolo un “<a href="https://www.analisilaica.it/2018/04/10/la-seconda-seduta-di-freud-con-il-rattenmann/#rifnota3">ordine della cura</a>”: “Qui s’interrompe, si alza e mi chiede di esonerarlo dalla descrizione dei dettagli. Gli assicuro che io stesso non ho alcuna inclinazione alla crudeltà, che certo non lo tormento volentieri, ma che naturalmente non posso condonargli qualcosa su cui non ho alcun potere. Allo stesso modo potrebbe chiedermi di donargli due comete. Superare le resistenze è un ordine della cura, che naturalmente non possiamo ignorare. [All’inizio dell’ora gli avevo parlato del concetto di resistenza perché egli aveva accennato che, nel caso avesse dovuto comunicare la sua esperienza, avrebbe dovuto superare molte cose dentro di sé].”. Cfr. S. Freud, <a href="https://books.google.it/books?id=hfVuAgAAQBAJ&amp;pg=PT427&amp;lpg=PT427" target="_blank" rel="noopener"><em>Originalnotizen zu einem Fall von Zwangsneurose (»Rattenmann«)</em></a> (1974, postumo), trad. it. <em>Appunti integrali del trattamento (1907-1908)</em>, in M. Casonato, E. Mergenthaler (a cura di), <a href="https://www.google.com/search?q=freud+e+l'uomo+dei+topi+site:www.edizioniquattroventi.it" target="_blank" rel="noopener"><em>Freud e l’Uomo dei Topi</em></a>, QuattroVenti, Urbino 2008, pp. 34-35 (<a href="https://www.analisilaica.it/2018/04/10/la-seconda-seduta-di-freud-con-il-rattenmann/#rifnota3">trad. modificata</a>).]</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> [<em>Einfälle</em>. Idee spontanee. <em>Einfall</em>, come riporta Elvio Fachinelli in <em>Claustrofilia</em>, è alla lettera «ciò che cade (<em>fallen</em>) nella mente”. È un sostantivo corrispettivo dell’espressione “ora mi viene in mente che…”. Si trova qualcosa che non si stava cercando. È molto più generale e molto meno tecnico del termine <em>freie Assoziation</em>, libera associazione. Nelle opere di Freud <em>Einfall</em> è molto più frequente di <em>freie Assoziation</em> e non è accettabile che venga tradotto né con “libera associazione” né con “associazione”, perché in tal modo si lascia surrettiziamente intendere un aspetto di connessione, di successione di idee che nel termine usato da Freud non esiste. Cfr. E. Fachinelli, <em>Claustrofilia</em>, Adelphi, Milano 1983, p. 46.]</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> [<em>Man strebt</em>. Si aspira. In questo brano Freud utilizza molto spesso la costruzione impersonale con “man”, dando all’analista il carattere di un agente astratto.]</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> [<em>Ruhige</em>. In questo passaggio Freud fornisce la più chiara indicazione dell’utilizzo del divano, che talvolta chiama <em>Divan</em>, talvolta chiama <em>Ruhebett</em>. Non è così chiaro e così convincente nel <a href="https://www.analisilaica.it/2019/01/20/l-avvio-del-trattamento-secondo-freud/#rifnota12">testo sull’avvio del trattamento</a>, quando pare troppo impegnato a esporre il punto di vista dell’analista e a convincere i suoi adepti a non evitare di usarlo.]</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> [La tecnica di far chiudere gli occhi al paziente, residuo del procedimento ipnotico, fu presto abbandonata da Freud. Nel 1904, scrisse di se stesso in terza persona: “Attualmente egli cura i suoi malati senza alcun altra influenza, facendo loro assumere una comoda posizione supina su una <em>chaise longue</em> [<em>Ruhebett</em>], mentre egli siede su una sedia alle loro spalle, sottratto alla loro vista. Non esige nemmeno che chiudano gli occhi ed evita qualsiasi contatto e ogni altra procedura che possa far pensare all’ipnosi. Una tale seduta procede quindi come un dialogo tra due persone ugualmente deste, una delle quali si risparmia qualsiasi sforzo muscolare e ogni impressione sensoria che possa distrarla e disturbare la sua attenzione nel suo concentrarsi sulla propria attività psichica”. Cfr. <a href="https://archive.org/details/diepsychischenz00loewgoog/page/n565/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Die Freud’sche psychoanalytische Methode. Mitteilung des Autors</em></a> (1904), trad. it. <em>Il Metodo psicoanalitico freudiano</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 12 voll., vol. IV, Boringhieri, Torino 1970, p. 408 (trad. modificata).]</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> [<em>Unparteiisch</em>. Per il paziente il non prendere posizione, il non parteggiare per alcuna idea spontanea emergente è strutturalmente analogo al carattere equisospeso dell’attenzione dell’analista: “Questa è una tecnica molto semplice. Essa respinge, come vedremo, tutti gli ausili, persino il prendere appunti, e consiste nel non voler ravvisare nulla in particolare e nel porgere a tutto quanto capita di ascoltare la medesima “<a href="https://www.analisilaica.it/2019/09/22/consigli-per-il-medico-nel-trattamento-analitico/#nota3">attenzione equisospesa</a>”, come già una volta l’ho chiamata. Ci si risparmia in questo modo uno sforzo dell’attenzione, che comunque non potrebbe essere sostenuto per molte ore ogni giorno, e si evita il pericolo che è inseparabile dal prestare ascolto in modo intenzionale. Infatti, non appena si tende intenzionalmente la propria attenzione fino a un certo livello, si inizia anche a selezionare fra il materiale offerto: si fissa quell’unico pezzo con particolare forza, per esso se ne elimina un altro e in questa selezione si seguono le proprie aspettative o le proprie inclinazioni”. Cfr. <a href="https://archive.org/details/Zentralblatt_II_1912_Heft9_k/page/n1/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Ratschläge für den Arzt bei der psychoanalytischen Behandlung</em></a> (1912), trad. it. <a href="https://www.analisilaica.it/2019/09/22/consigli-per-il-medico-nel-trattamento-analitico/#rifnota4"><em>Consigli per il medico nel trattamento analitico</em></a>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. VI, Boringhieri, Torino 1981, p. 533 (trad. modificata).]</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> [Sembra imporsi qui il problema della resistenza inconscia, che avrebbe trovato un assestamento teorico solo con la seconda topica: “Ora, durante l’analisi osserviamo che il malato, al quale vengono posti determinati compiti, incontra delle difficoltà; le sue associazioni vengono meno quando dovrebbero avvicinarsi al rimosso. Gli diciamo allora che è sotto il dominio di una resistenza, della quale però egli non sa nulla e persino quando dai suoi sentimenti spiacevoli dovrebbe indovinare che una resistenza sta in quel momento agendo in lui, non sa come chiamarla e descriverla. Dato però che questa resistenza proviene certamente dal suo Io e a esso appertiene, ci troviamo di fronte a una situazione imprevista. Abbiamo trovato nell’Io stesso qualcosa, anch’esso inconscio, che si comporta precisamente come il rimosso e cioè qualcosa che esercita forti effetti senza diventare esso stesso cosciente, e che necessita, per il suo farsi cosciente, di un particolare lavoro”. Cfr. <a href="https://archive.org/details/Freud_1923_Das_Ich_und_das_Es_k/page/14/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Das Ich und das Es</em></a> (1923), trad. it. <em>L’Io e l’Es</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. IX, Boringhieri, Torino 1977, p. 480 (trad. modificata). Freud la definisce anche come “resistenza di rimozione” (<em>Verdrängungswiderstand</em>), una delle tre resistenze dell’Io. Cfr. <a href="https://archive.org/details/Freud_1926_Hemmung_Symptom_und_Angst_k/page/n119/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">S. Freud, <em>Hemmung, Symptom und Angst</em></a> (1926), trad. it. <em>Inibizione, sintomo, angoscia</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 305-306.]</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> Si confrontino le annotazioni di Schleiermacher: <a href="https://archive.org/details/friedrichschlei01unkngoog/page/n379/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">F. D. E. Schleiermacher, <em>Psychologie</em></a>, in <em>id.</em>, <em>Sämmtliche Werke</em>, 33 voll., 3 sezz., Sez. III, vol. VI, G. Reimer, Berlino 1862, p. 351. [Aggiunta nella quinta edizione (1919)] H. Silberer ha dato importanti contributi all’interpretazione dei sogni dall’osservazione diretta di questa conversione delle rappresentazioni in immagini visive [Cfr. <a href="https://archive.org/details/JahrbuchFuumlrPsychoanalytischeUndPsychopathologischeForschungenI.Band_962/page/n201/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">H. Silberer, <em>Bericht über eine Methode, gewisse symbolische Halluzinations-Erscheinungen hervorzurufen und zu beobachten</em></a>, in <em>Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen</em>, 1(2)(1909), pp. 513-525; <a href="https://archive.org/details/JahrbuchFuumlrPsychoanalytischeUndPsychopathologischeForschungenIi/page/n155/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>id.</em>, <em>Phantasie und Mythos</em></a>, in <em>Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen</em>, 2(2)(1910), pp. 541-622; <a href="https://archive.org/details/JahrbuchFuumlrPsychoanalytischeUndPsychopathologischeForschungenIii/page/n143/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>id.</em>, <em>Symbolik des Erwachens und Schwellensymbolik überhaupt</em></a>, in <em>Jahrbuch für psychoanalytische und psychopathologische Forschungen</em>, 3(2)(1912), pp. 621-660].</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> [Questo è uno dei tanti esempi della grande collaborazione offerta da Rank alla redazione della seconda edizione del testo sull’interpretazione del sogno. Questo riferimento di Rank al brano di Schiller compare già in due occasioni nel corso del 1908. Nei verbali dei Dibattiti della <a href="https://wpv.at/vereinigung/geschichte/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Società Psicanalitica Viennese</a>, alla data di mercoledì 4 marzo 1908 troviamo scritto: “Rank dà lettura di un brano di una lettera di Schiller a Körner del 1° dicembre 1788, passo che caratterizza in modo preciso l’essenza e il significato delle idee spontanee [<em>Einfälle</em>] nel senso freudiano”. Cfr. H. Nunberg, E. Federn, <em>Protokolle der Wiener Psychoanalytischen Vereinigung</em>, 4 voll., vol. I, Fischer, Francoforte 1977, p. 319. Ernest Jones testimonia poi che Rank lesse questo brano anche in chiusura del 1° Congresso Psicanalitico Internazionale che si svolse fra il 26 e il 27 aprile 1908 a Salisburgo. Cfr. E. Jones, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), trad. it. <em>Vita e opere di Freud</em>, 3 voll., vol. 2, Il Saggiatore, Milano 1962, p. 64.]</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> [In francese nel testo.]</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> Lettera del 1° dicembre 1788 [Cfr. Friedrich Schiller, Christian Gottfried Körner, <a href="https://archive.org/details/schillersbriefw01krgoog/page/n389/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Schillers Briefwechsel mit Körner</em></a>, 4 voll., vol. I, Veit und Comp., Berlino 1847, pp. 381-385].</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> [Questo paragrafo è stato aggiunto nella seconda edizione (1909).]</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> [In francese nel testo.]</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> [In francese nel testo. Cfr. <a href="https://archive.org/details/lesommeiletlesr00delbgoog/page/n58/mode/2up" target="_blank" rel="noopener noreferrer">J. Delbœuf, <em>Le sommeil et les rêves, considérés principalement dans leurs rapports avec les théories de la certitude et de la mémoire</em></a>, Félix Alcan, Parigi 1885, p. 30.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_82879" aria-describedby="caption-attachment-82879" style="width: 2048px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-82879 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/04/Gate-of-All-Nations-also-known-as-the-Gate-of-Xerxes.webp" alt="Gate of All Nations also known as the Gate of Xerxes in the ancient city of Persepolis, Iran" width="2048" height="1356" /><figcaption id="caption-attachment-82879" class="wp-caption-text">Gate of All Nations also known as the Gate of Xerxes in the ancient city of Persepolis, Iran</figcaption></figure>
<p>Di seguito il testo originale:</p>
<div class="lettera">
<h2>Die Traumdeutung</h2>
<p>[…]</p>
<h3>II Die Methode der Traumdeutung</h3>
<h4>Die Analyse eines Traummusters</h4>
<p>[…]</p>
<p>Ich muß behaupten, daß der Traum wirklich eine Bedeutung hat, und daß ein wissenschaftliches Verfahren der Traumdeutung möglich ist.</p>
<p>Zur Kenntnis dieses Verfahrens bin ich auf folgende Weise gelangt: Seit Jahren beschäftige ich mich mit der Auflösung gewisser psychopathologischer Gebilde, der hysterischen Phobien, der Zwangsvorstellungen u.a. in therapeutischer Absicht; seitdem ich nämlich aus einer bedeutsamen Mitteilung von Josef Breuer weiß, daß für diese als Krankheitssymptome empfundenen Bildungen Auflösung und Lösung in eines zusammenfällt. Hat man eine solche pathologische [105] Vorstellung auf die Elemente zurückführen können, aus denen sie im Seelenleben des Kranken hervorgegangen ist, so ist diese auch zerfallen, der Kranke von ihr befreit. Bei der Ohnmacht unserer sonstigen therapeutischen Bestrebungen und angesichts der Rätselhaftigkeit dieser Zustände erschien es mir verlockend, auf dem von Breuer eingeschlagenen Wege trotz aller Schwierigkeiten bis zur vollen Aufklärung vorzudringen. Wie sich die Technik des Verfahrens schließlich gestaltet hat, und welches die Ergebnisse der Bemühung gewesen sind, darüber werde ich ein anderes Mal ausführlich Bericht zu erstatten haben. Im Verlaufe dieser psychoanalytischen Studien geriet ich auf die Traumdeutung. Die Patienten, die ich verpflichtet hatte, mir alle Einfälle und Gedanken mitzuteilen, die sich ihnen zu einem bestimmten Thema aufdrängten, erzählten mir ihre Träume und lehrten mich so, daß ein Traum in die psychische Verkettung eingeschoben sein kann, die von einer pathologischen Idee her nach rückwärts in der Erinnerung zu verfolgen ist. Es lag nun nahe, den Traum selbst wie ein Symptom zu behandeln und die für letztere ausgearbeitete Methode der Deutung auf ihn anzuwenden.</p>
<p>Dazu bedarf es nun einer gewissen psychischen Vorbereitung des Kranken. Man strebt zweierlei bei ihm an, eine Steigerung seiner Aufmerksamkeit für seine psychischen Wahrnehmungen und eine Ausschaltung der Kritik, mit der er die ihm auftauchenden Gedanken sonst zu sichten pflegt. Zum Zwecke seiner Selbstbeobachtung mit gesammelter Aufmerksamkeit ist es vorteilhaft, daß er eine ruhige Lage einnimmt und die Augen schließt; den Verzicht auf die Kritik der wahrgenommenen Gedankenbildungen muß man ihm ausdrücklich auferlegen. Man sagt ihm also, der Erfolg der Psychoanalyse hänge davon ab, daß er alles beachtet und mitteilt, was ihm durch den Sinn geht, und nicht etwa sich verleiten läßt, den einen Einfall zu unterdrücken, weil er ihm unwichtig oder nicht zum Thema gehörig, den anderen, weil er ihm unsinnig erscheint. Er müsse sich völlig unparteiisch gegen seine Einfälle verhalten; denn gerade an der Kritik läge es, wenn es ihm sonst nicht gelänge, die gesuchte Auflösung des Traums, der Zwangsidee u. dgl. zu finden.</p>
<p>[106] Bei den psychoanalytischen Arbeiten habe ich gemerkt, daß die psychische Verfassung des Mannes, welcher nachdenkt, eine ganz andere ist als die desjenigen, welcher seine psychischen Vorgänge beobachtet. Beim Nachdenken tritt eine psychische Aktion mehr ins Spiel als bei der aufmerksamsten Selbstbeobachtung, wie es auch die gespannte Miene und die in Falten gezogene Stirne des Nachdenklichen im Gegensatz zur mimischen Ruhe des Selbstbeobachters erweist. In beiden Fällen muß eine Sammlung der Aufmerksamkeit vorhanden sein, aber der Nachdenkende übt außerdem eine Kritik aus, infolge deren er einen Teil der ihm aufsteigenden Einfälle verwirft, nachdem er sie wahrgenommen hat, andere kurz abbricht, so daß er den Gedankenwegen nicht folgt, welche sie eröffnen würden, und gegen noch andere Gedanken weiß er sich so zu benehmen, daß sie überhaupt nicht bewußt, also vor ihrer Wahrnehmung unterdrückt werden. Der Selbstbeobachter hingegen hat nur die Mühe, die Kritik zu unterdrücken; gelingt ihm dies, so kommt ihm eine Unzahl von Einfällen zum Bewußtsein, die sonst unfaßbar geblieben wären. Mit Hilfe dieses für die Selbstwahrnehmung neu gewonnenen Materials läßt sich die Deutung der pathologischen Ideen sowie der Traumgebilde vollziehen. Wie man sieht, handelt es sich darum, einen psychischen Zustand herzustellen, der mit dem vor dem Einschlafen (und sicherlich auch mit dem hypnotischen) eine gewisse Analogie in der Verteilung der psychischen Energie (der beweglichen Aufmerksamkeit) gemein hat. Beim Einschlafen treten die »ungewollten Vorstellungen« hervor durch den Nachlaß einer gewissen willkürlichen (und gewiß auch kritischen) Aktion, die wir auf den Ablauf unserer Vorstellungen einwirken lassen; als den Grund dieses Nachlasses pflegen wir »Ermüdung« anzugeben; die auftauchenden ungewollten Vorstellungen verwandeln sich in visuelle und akustische Bilder. (Vergleiche die Bemerkungen von Schleiermacher. u.a. S. 51.)<a href="#nota1b" name="rifnota1b"><sup>1</sup></a> Bei dem Zustand, den man zur Analyse der Träume und pathologischen Ideen [107] benützt, verzichtet man absichtlich und willkürlich auf jene Aktivität und verwendet die ersparte psychische Energie (oder ein Stück derselben) zur aufmerksamen Verfolgung der jetzt auftauchenden ungewollten Gedanken, die ihren Charakter als Vorstellungen (dies der Unterschied gegen den Zustand beim Einschlafen) beibehalten. Man macht so die »ungewollten« Vorstellungen zu »gewollten«.</p>
<p>Die hier geforderte Einstellung auf anscheinend »freisteigende« Ein|fälle mit Verzicht auf die sonst gegen diese geübte Kritik scheint manchen Personen nicht leicht zu werden. Die »ungewollten Gedanken« pflegen den heftigsten Widerstand, der sie am Auftauchen hindern will, zu entfesseln. Wenn wir aber unserem großen Dichterphilosophen Fr. Schiller Glauben schenken, muß eine ganz ähnliche Einstellung auch die Bedingung der dichterischen Produktion enthalten. An einer Stelle seines Briefwechsels mit Körner, deren Aufspürung Otto Rank zu danken ist, antwortet Schiller auf die Klage seines Freundes über seine mangelnde Produktivität: »Der Grund deiner Klage liegt, wie mir scheint, in dem Zwange, den dein Verstand deiner Imagination auflegt. Ich muß hier einen Gedanken hinwerfen und ihn durch ein Gleichnis versinnlichen. Es scheint nicht gut und dem Schöpfungswerke der Seele nachteilig zu sein, wenn der Verstand die zuströmenden Ideen, gleichsam an den Toren schon, zu scharf mustert. Eine Idee kann, isoliert betrachtet, sehr unbeträchtlich und sehr abenteuerlich sein, aber vielleicht wird sie durch eine, die nach ihr kommt, wichtig, vielleicht kann sie in einer gewissen Verbindung mit anderen, die vielleicht ebenso abgeschmackt scheinen, ein sehr zweckmäßiges Glied abgeben: – Alles das kann der Verstand nicht beurteilen, wenn er sie nicht so lange festhält, bis er sie in Verbindung mit diesen anderen angeschaut hat. Bei einem schöpferischen Kopfe hingegen, deucht mir, hat der Verstand seine Wache von den Toren zurückgezogen, die Ideen stürzen <em>pêle-mêle</em> herein, und alsdann erst übersieht und mustert er den großen Haufen. – Ihr Herren Kritiker, und wie Ihr Euch sonst nennt, schämt oder fürchtet Euch vor dem augenblicklichen, vorübergehenden [108] Wahnwitze, der sich bei allen eigenen Schöpfern findet und dessen längere oder kürzere Dauer den denkenden Künstler von dem Träumer unterscheidet. Daher Eure Klagen der Unfruchtbarkeit, weil Ihr zu früh verwerft und zu strenge sondert.« (Brief vom 1. Dezember 1788.)</p>
<p>Und doch ist ein »solches Zurückziehen der Wache von den Toren des Verstandes«, wie Schiller es nennt, ein derartiges sich in den Zustand der kritiklosen Selbstbeobachtung Versetzen keineswegs schwer.</p>
<p>Die meisten meiner Patienten bringen es nach der ersten Unterweisung zustande; ich selbst kann es sehr vollkommen, wenn ich mich dabei durch Niederschreiben meiner Einfälle unterstütze. Der Betrag von psychischer Energie, um den man so die kritische Tätigkeit herabsetzt, und mit welchem man die Intensität der Selbstbeobachtung erhöhen kann, schwankt erheblich je nach dem Thema, welches von der Aufmerksamkeit fixiert werden soll.</p>
<p>Der erste Schritt bei der Anwendung dieses Verfahrens lehrt nun, daß man nicht den Traum als Ganzes, sondern nur die einzelnen Teilstücke seines Inhalts zum Objekt der Aufmerksamkeit machen darf. Frage ich den noch nicht eingeübten Patienten: Was fällt Ihnen zu diesem Traum ein? so weiß er in der Regel nichts in seinem geistigen Blickfelde zu erfassen. Ich muß ihm den Traum zerstückt vorlegen, dann liefert er mir zu jedem Stück eine Reihe von Einfällen, die man als die »Hintergedanken« dieser Traumpartie bezeichnen kann. In dieser ersten wichtigen Bedingung weicht also die von mir geübte Methode der Traumdeutung bereits von der populären, historisch und sagenhaft berühmten Methode der Deutung durch Symbolik ab und nähert sich der zweiten, der »Chiffriermethode«. Sie ist wie diese eine Deutung <em>en detail</em>, nicht <em>en masse</em>; wie diese faßt sie den Traum von vornherein als etwas Zusammengesetztes, als ein Konglomerat von psychischen Bildungen auf.</p>
<p>Im Verlaufe meiner Psychoanalysen bei Neurotikern habe ich wohl bereits über tausend Träume zur Deutung gebracht, aber dieses [109] Material möchte ich hier nicht zur Einführung in die Technik und Lehre der Traumdeutung verwenden. Ganz abgesehen davon, daß ich mich dem Einwand aussetzen würde, es seien ja die Träume von Neuropathen, die einen Rückschluß auf die Träume gesunder Menschen nicht gestatten, nötigt mich ein anderer Grund zu deren Verwerfung. Das Thema, auf welches diese Träume zielen, ist natürlich immer die Krankheitsgeschichte, welche der Neurose zugrunde liegt. Hiedurch würde für jeden Traum ein überlanger Vorbericht und ein Eindringen in das Wesen und die ätiologischen Bedingungen der Psychoneurosen erforderlich, Dinge, die an und für sich neu und im höchsten Grade befremdlich sind, und so die Aufmerksamkeit vom Traumproblem ablenken würden. Meine Absicht geht vielmehr dahin, in der Traumauflösung eine Vorarbeit für die Erschließung der schwierigeren Probleme der Neurosenpsychologie zu schaffen. Verzichte ich aber auf die Träume der Neurotiker, mein Hauptmaterial, so darf ich gegen den Rest nicht allzu wählerisch verfahren. Es bleiben nur noch jene Träume, die mir gelegentlich von gesunden Personen meiner Bekanntschaft erzählt worden sind, oder die ich als Beispiele in der Literatur über das Traumleben verzeichnet finde. Leider geht mir bei all diesen Träumen die Analyse ab, ohne welche ich den Sinn des Traumes nicht finden kann. Mein Verfahren ist ja nicht so bequem wie das der populären Chiffriermethode, welche den gegebenen Trauminhalt nach einem fixierten Schlüssel übersetzt; ich bin vielmehr gefaßt darauf, daß derselbe Trauminhalt bei verschiedenen Personen und in verschiedenem Zusammenhang auch einen anderen Sinn verbergen mag. Somit bin ich auf meine eigenen Träume angewiesen als auf ein reichliches und bequemes Material, das von einer ungefähr normalen Person herrührt und sich auf mannigfache Anlässe des täglichen Lebens bezieht. Man wird mir sicherlich Zweifel in die Verläßlichkeit solcher »Selbstanalysen« entgegensetzen. Die Willkür sei dabei keineswegs ausgeschlossen. Nach meinem Urteil liegen die Verhältnisse bei der Selbstbeobachtung eher günstiger als bei der Beobachtung anderer; jedenfalls darf man versuchen, wie weit man in der Traumdeutung mit der Selbstanalyse reicht. Andere Schwierigkeiten [110] habe ich in meinem eigenen Innern zu überwinden. Man hat eine begreifliche Scheu, soviel Intimes aus seinem Seelenleben preiszugeben, weiß sich dabei auch nicht gesichert vor der Mißdeutung der Fremden. Aber darüber muß man sich hinaussetzen können. »<em>Tout psychologiste</em>, schreibt Delboeuf, <em>est obligé de faire l’aveu même de ses faiblesses s’il croit par là jeter du jour sur quelque problème obscur.</em>« Und auch beim Leser, darf ich annehmen, wird das anfängliche Interesse an den Indiskretionen, die ich begehen muß, sehr bald der ausschließlichen Vertiefung in die hiedurch beleuchteten psychologischen Probleme Platz machen.<a href="#nota2b" name="rifnota2b"><sup>2</sup></a></p>
<p>Ich werde also einen meiner eigenen Träume hervorsuchen und an ihm meine Deutungsweise erläutern. Jeder solche Traum macht einen Vorbericht nötig. Nun muß ich aber den Leser bitten, für eine ganze Weile meine Interessen zu den seinigen zu machen und sich mit mir in die kleinsten Einzelheiten meines Lebens zu versenken, denn solche Übertragung fordert gebieterisch das Interesse für die versteckte Bedeutung der Träume.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Noten</h4>
<p><a href="#rifnota1b" name="nota1b">1</a> H. Silberer hat aus der direkten Beobachtung dieser Umsetzung von Vorstellungen in Gesichtsbilder wichtige Beiträge zur Deutung der Träume gewonnen. (Jahrbuch f. psychoanalyt. Forschungen I u. II, 1909 u. ff.)</p>
<p><a href="#rifnota2b" name="nota2b">2</a> Immerhin will ich es nicht unterlassen, in Einschränkung des oben Gesagten anzugeben, daß ich fast niemals die mir zugängliche vollständige Deutung eines eigenen Traumes mitgeteilt habe. Ich hatte wahrscheinlich Recht, der Diskretion der Leser nicht zuviel zuzutrauen.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.analisilaica.it/2021/04/04/freud-e-la-regola-fondamentale-della-psicanalisi/">Freud e la regola fondamentale della psicanalisi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.analisilaica.it">Analisi laica</a>.</p>
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		<title>Sigmund Freud, Pensieri sparsi (1871)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2021 22:16:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[bertha pappenheim]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fascino e l’importanza delle fonti e delle origini di Michele M. Lualdi La metodologia da me scelta si può riassumere in quattro principi: 1) non dare mai nulla per scontato; 2) controllare ogni affermazione; 3) riportare ogni cosa nel suo contesto; 4) tracciare una distinzione netta fra quelli che sono i fatti e quella&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2021/01/04/sigmund-freud-pensieri-sparsi-1871/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Sigmund Freud, Pensieri sparsi (1871)</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il fascino e l’importanza delle fonti e delle origini</h3>
<p>di Michele M. Lualdi</p>
<blockquote><p>La metodologia da me scelta si può riassumere in quattro principi: 1) non dare mai nulla per scontato; 2) controllare ogni affermazione; 3) riportare ogni cosa nel suo contesto; 4) tracciare una distinzione netta fra quelli che sono i fatti e quella che è la loro interpretazione. Quando mi è stato possibile, mi sono rivolto alle fonti originali: archivi, biblioteche specializzate, testimonianze di persone degne di fiducia che siano state presenti ai fatti stessi. Delle fonti indirette ho cercato di appurare l’attendibilità.<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a></p></blockquote>
<p>Con queste parole, che aprono la <em>Prefazione</em> del volume <em>La scoperta dell’inconscio</em>, notevole tanto per i contenuti quanto per il lavoro di documentazione che li sorregge e comprova, lo psichiatra svizzero <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Henri_Ellenberger" target="_blank" rel="noopener">Henri Ellenberger</a> sottolinea tra gli altri un punto fondamentale della ricerca – se tale si pretende chiamarla – storiografica: la puntuale indagine delle fonti e la loro trasmissione più fedele possibile, elemento cardine per la ricostruzione degli eventi storici e per l’articolazione di ipotesi interpretative che non scadano nella banalità dell’opinione traballante o infondata. È ovvio che questa accortezza da sola non basta, ma a volte sembra esserlo un poco meno il fatto che più l’indagine e la ricostruzione storiografica si reggono su basi fragili, maggiori sono i pericoli di interferenze che, come le classiche onde create dal sassolino nell’acqua cheta, finiscono per dare origine a immagini deformate di ciò che si intende osservare e mostrare. Quali esempi migliori di simili mancanze, in campo psicoanalitico, delle non poche “pecche” rilevabili nella classica biografia freudiana di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ernest_Jones" target="_blank" rel="noopener">Ernest Jones</a>?<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> Opera senz’altro fondamentale e ammirevole per la mole di documentazione che l’ha resa possibile, ma non priva di alterazioni più o meno innocenti di certi fatti storici, tramandatisi non di rado acriticamente di generazione in generazione.</p>
<p>I “peccati” più gravi si hanno nelle occasioni in cui Jones impiega parzialmente o in modo distorto le sue fonti per screditare qualcuno.<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a> Basti qui ricordare la narrazione che ci offre degli ultimi mesi di vita di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%A1ndor_Ferenczi" target="_blank" rel="noopener">Sándor Ferenczi</a>, che sarebbero stati caratterizzati dalle “sue latenti tendenze psicotiche” esacerbate dalla malattia fisica.<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a></p>
<p>Altre volte l’intento appare essere più quello di elevare Freud che non l’affossare qualcun altro. Ricordo in tal senso il leggendario episodio della dichiarazione firmata da Freud alla Gestapo per ottenere il visto d’uscita da Vienna, in calce alla quale egli avrebbe apposto la sarcastica affermazione: “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia”.<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a> Come ho ricostruito nel post <a href="https://www.analisilaica.it/2020/09/19/freud-e-la-gestapo/" target="_blank" rel="noopener"><em>Freud e la Gestapo</em></a>, il racconto si regge sull’uso parziale e distorto della documentazione citata dallo stesso Jones e, benché seri dubbi sulla vicenda siano stati avanzati fin dal 1989, tuttora il mito continua a prevalere, se non sulla verità, quantomeno sulla verosimiglianza dei fatti e delle ipotesi.<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a></p>
<p>Altre volte ancora Jones propone narrazioni che sembrano fondate su letture superficiali o distorte delle fonti disponibili, senza che sia possibile ricondurre ciò a una deliberata (e manipolatoria) scelta. Porto due esempi. Il primo, in ordine cronologico, riguarda <a href="https://www.analisilaica.it/2020/06/18/freud-ad-adler-una-traccia-superstite-della-origine-del-movimento-psicoanalitico/">la questione dei quattro biglietti che sarebbero stati inviati da Freud a Alfred Adler, Wilhelm Stekel, Rudolf Reitler e Max Kahn nel 1902</a> per invitarli alla prima riunione della futura “Società Psicologica del mercoledì”.<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> In realtà le fonti espressamente citate da Jones avrebbero reso possibile affermare solo l’invio di un biglietto ad Adler: e infatti è questo l’unico che si è conservato e dal suo contenuto si intuisce che con ogni probabilità gli altri tre non ne ricevettero di analoghi. Il secondo è relativo alla “leggenda”, decisamente più nota, stando alla quale fu <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Gustav_Jung" target="_blank" rel="noopener">Carl Gustav Jung</a> a far conoscere a Freud <em>Gradiva</em>, la novella di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Wilhelm_Jensen" target="_blank" rel="noopener">Wilhelm Jensen</a>.<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a> Il materiale documentario emerso in anni recenti ha consentito di appurare definitivamente che la segnalazione non fu di Jung, ma di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Wilhelm_Stekel" target="_blank" rel="noopener">Wilhelm Stekel</a>.<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a> Il fatto che qui importa non è tanto che la leggenda continua a imperare<a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a> ma soprattutto che un’analisi accurata delle fonti già disponibili a Jones avrebbe consentito fin da subito di ritenere decisamente inverosimile il ruolo di Jung. E a quanto mi risulta, è di un italiano la prima seria messa in discussione del racconto “ufficiale”: il professore di Estetica Luigi Russo, che già nel lontano 1977 smontava sul piano puramente logico la classica ricostruzione, meglio articolando il suo punto di vista in un affascinante testo del 1983.<a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a></p>
<p>Si tratta di pochi esempi, ma sufficienti a far comprendere da un lato quanto ancora ci sia da indagare, studiare, mettere in discussione e cercare di capire in merito alla storia di Freud e della psicoanalisi, dall’altro la viva attualità delle indicazioni metodologiche proposte da Ellenberger. Egli stesso ha dato prova delle potenzialità di un indefesso e scrupoloso interrogare le fonti non solo realizzando il testo <em>La scoperta dell’inconscio</em>, ma anche occupandosi in dettaglio di uno dei capitoli fondanti della psicoanalisi e del suo metodo: la storia di Anna O., al secolo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bertha_Pappenheim" target="_blank" rel="noopener">Bertha Pappenheim</a>.<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a></p>
<figure id="attachment_70646" aria-describedby="caption-attachment-70646" style="width: 1180px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-70646 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/01/Freud-sedicenne-con-la-madre.webp" alt="Freud sedicenne con la madre" width="1180" height="1770" /><figcaption id="caption-attachment-70646" class="wp-caption-text">Freud sedicenne con la madre</figcaption></figure>
<p>Poste queste premesse, il mio intento è ora quello di rendere omaggio all’esempio e alle indicazioni di Ellenberger con alcuni contributi, di cui questo vuole essere il primo, nei quali ripartire dalle fonti freudiane originarie, i manoscritti quando possibile, sia per offrire materiale di ricerca che non mi risulti già proposto in italiano, sia per verificare le variazioni cui queste fonti originarie vanno a volte incontro, spesso in modo solo parzialmente involontario.</p>
<p>Stando all’accurata bibliografia freudiana di Ingeborg Meyer-Palmedo e Gerhard Fichtner,<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> il testo che presento è la prima piccola pubblicazione di Freud. Risale al 1871, quando uno sconosciuto liceale pubblicava cinque “aforismi” su <em>Musarion</em>, il giornalino scolastico, titolandoli <em>Zerstreute Gedanke</em>, “Pensieri sparsi”.</p>
<p>Che mi risulti, di essi è disponibile fin dal 1974 una e una sola edizione a stampa,<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a> mentre in tempi più recenti <a href="https://archive.org/" target="_blank" rel="noopener">il servizio <em>Internet Archive</em> all&#8217;indirizzo archive.org</a> ha messo a disposizione la scansione del numero originale di <em>Musarion</em>.<a href="#nota15" name="rifnota15"><sup>15</sup></a> Il sottile periodico consta di otto pagine, tutte scritte a mano. Il lavoro di Freud si trova sulla metà destra dell’ultimo foglio. Tutte le pagine mi sembrano vergate dalla stessa mano e, raffrontando tale grafia con quella del<a href="https://www.loc.gov/item/mss3999001162/" target="_blank" rel="noopener">le prime lettere di Freud all’amico Eduard Silberstein</a> che risalgono allo stesso anno di questi aforismi, mi spingerei a dire, pur digiuno di grafologia, che non si tratta di quella del futuro padre della psicoanalisi.</p>
<p>Ecco dunque il breve testo, corredato da un’immagine dell’originale e relativa trascrizione. Farò seguire alcune mie considerazioni.</p>
<div class="lettera">
<h2>Pensieri sparsi.</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’oro gonfia gli uomini come l’aria una vescica di maiale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il peggiore egoista è quello cui mai viene in mente di considerarsi tale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alcuni uomini sono come una miniera ricca e mai completamente esplorata;<a href="#nota16" name="rifnota16"><sup>16</sup></a> altri impiegano il “dare e avere”, così sulla loro biancheria come sui loro pensieri e trafiggono ogni piccolo<a href="#nota17" name="rifnota17"><sup>17</sup></a> verme che si smarrisce nella desolazione del loro cervello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alcuni uomini sono minerali metalliferi, alcuni mica gialla e mica bianca.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Probabilmente ogni grande animale supera l’uomo in qualcosa, ma questi li supera tutti<a href="#nota18" name="rifnota18"><sup>18</sup></a> in tutto.</p>
</div>
<figure id="attachment_70652" aria-describedby="caption-attachment-70652" style="width: 1021px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-70652 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/01/Intestazione-di-Musarion-il-giornale-scolastico-del-Leopoldstadter-Communal-Real-und-Obergymnasium-di-Vienna.webp" alt="Intestazione di Musarion, il giornalino scolastico su cui comparvero i Pensieri sparsi [Zerstreute Gedanken] di Freud." width="1021" height="1281" /><figcaption id="caption-attachment-70652" class="wp-caption-text">Intestazione di <em>Musarion</em>, il giornalino scolastico del Leopoldstädter Communal-Real- und Obergymnasium di Vienna su cui comparvero i <em>Pensieri sparsi</em> [<em>Zerstreute Gedanken</em>] di Freud.</figcaption></figure>
<figure id="attachment_70653" aria-describedby="caption-attachment-70653" style="width: 1015px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-70653 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2021/01/Il-foglio-numero-8-di-Musarion-con-lo-scritto-di-Freud-sulla-meta-destra.webp" alt="Il foglio numero 8 di Musarion, con lo scritto di Freud sulla metà destra" width="1015" height="1290" /><figcaption id="caption-attachment-70653" class="wp-caption-text">Il foglio numero 8 di <em>Musarion</em>, con lo scritto di Freud sulla metà destra</figcaption></figure>
<p>Trascrizione del testo originale:<a href="#nota19" name="rifnota19"><sup>19</sup></a></p>
<div class="lettera">
<h2>Zerstreute Gedanken.</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gold bläht den Menschen auf,</p>
<p>wie Luft eine Schweinsblase.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Der ist der schlimmste Ego-</p>
<p>ist, dem es nie eingefallen,</p>
<p>sich für einen zu halten.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Manche Menschen sind wie</p>
<p>ein reiches, nie ganz durch-</p>
<p>forsches Bergwerk; Andere füh-</p>
<p>ren „Soll und Haben“, wie</p>
<p>über ihre Wäsche, so über ihre</p>
<p>Gedanken und spießen jeden</p>
<p><em>kleinen</em> Wurm auf, der sich</p>
<p>in die Öde ihres Gehirns ver-</p>
<p>irrt.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Manche Menschen sind Erze,</p>
<p>manche Katzengold und Katzen-</p>
<p>silber.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Wol jedes größere Thier über-</p>
<p>trifft den Menschen in Etwas,</p>
<p>er aber übertrifft sie <em>alle</em> in</p>
<p>allem.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>S. Freud</p>
</div>
<h3>Considerazioni</h3>
<p>Oggettivamente, lo scarto tra la versione a stampa del 1974 e l’originale del 1871 è poca cosa: tralasciando il punto e virgola, si tratta di un aggettivo e di un pronome, la cui assenza praticamente non altera il significato del testo. Ma a parte il fatto che la perdita di 2 parole su un totale che a malapena raggiunge le 90 unità (firma compresa) fa riflettere sulla cura con cui la trascrizione (la prima, per giunta!) del testo fu compiuta, dobbiamo considerare come una vera fortuna l’assenza di contraccolpi sul significato del testo in sé.</p>
<p>Ci sono infatti occasioni in cui la perdita di una sola parola rivoluziona il significato dell’intero periodo. Riporto un paio di esempi. In almeno un’occasione, la prima e unica traduzione in lingua inglese<a href="#nota20" name="rifnota20"><sup>20</sup></a> del volume di Freud <em>Die infantile Cerebrallähmung</em> (1897) tralascia l’avverbio di negazione “nicht”, con ciò ribaltando completamente il significato della frase in questione,<a href="#nota21" name="rifnota21"><sup>21</sup></a> il che non è poco, considerato trattarsi di un testo specialistico medico. Il secondo esempio riguarda un refuso, che pur non coinvolgendo direttamente il rapporto tra traduzione e fonte o tra fonte manoscritta e sua trascrizione a stampa, fa toccare con mano cosa può succedere quando viene banalmente a modificarsi anche una sola lettera all’interno di una frase. Nella classica traduzione italiana di Boringhieri del saggio di Freud del 1906, <em>Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen</em><a href="#nota22" name="rifnota22"><sup>22</sup></a> leggiamo: “<em>Non </em>tutti colleghiamo la nostra certezza a contenuti mentali ove il vero è commisto al falso…” (p. 323 corsivo mio). Ma il testo originale dice in realtà: “<em>Wir</em> alle…”,<a href="#nota23" name="rifnota23"><sup>23</sup></a> ossia “<em>Noi</em> tutti”.</p>
<p>L’errore, la svista, il refuso, sono tanto inevitabili quanto pericolosi e proprio questi due loro caratteri sarebbero sufficienti a giustificare il continuo confronto, richiamato da Ellenberger, con le fonti più vicine agli originali di cui disponiamo. Ma tornando ai <em>Pensieri sparsi</em> di Freud, se l’assenza di 2 parole su 90 sembra poca cosa, si consideri che si tratta, volendo essere indulgenti, di un ammanco del 2%, il che corrisponderebbe a un’amputazione di circa 7 pagine della summa neurologica di Freud, il già citato volume <em>La paralisi cerebrale infantile</em>, che in originale ne conta quasi 350. Ci tocca forse più da vicino la considerazione che <em>L’interpretazione dei sogni</em>, che nell’edizione tedesca di <em>Gesammelte Werke</em> si estende per 750 pagine, ne verrebbe ad avere una quindicina in meno, con conseguenti imprevedibili alterazioni di senso. Chi mai acquisterebbe a cuor leggero simili edizioni?</p>
<p>Credo che gli esempi sopra riportati, a partire dalla trascrizione a stampa dei <em>Pensieri sparsi</em>, passando per <em>La paralisi cerebrale infantile</em> fino a <em>Gradiva</em>, sottolineino l’importanza della consultazione delle fonti, oggi più che mai. Da un lato infatti abbiamo acquisito una maggiore distanza storica dagli eventi che hanno segnato la vita di Freud e la nascita della psicoanalisi. Questo significa possibilità di osservarli con miglior distacco ma anche con maggior difficoltà a calarci in una realtà che sempre meno ci appartiene.<a href="#nota24" name="rifnota24"><sup>24</sup></a> Dall’altro internet ci mette a disposizione con abbondanza risorse prima impensabili, che lo storico e l’appassionato possono e forse hanno il dovere di consultare: abbiamo molte meno scuse che non qualche decennio fa nell’appoggiarci acriticamente a una storia della psicoanalisi, spesso giunta fino a noi ricca di miti che certo non fanno onore a una disciplina in continua ricerca della (o delle…) verità.</p>
<p>Se queste sono le riflessioni sulle <em>fonti</em> da cui è oggi possibile recuperare i freudiani <em>Pensieri sparsi</em>, non si può non considerare che il breve testo si pone per noi, almeno in senso cronologico, alle <em>origini</em> della scrittura freudiana, quantomeno di quella pensata per la pubblicazione. In tal senso vorrei procedere con qualche altra considerazione.</p>
<p>I cinque brevi aforismi non si possono certo dire perfettamente riusciti, in particolare il terzo, la cui prolissità rispetto agli altri, insieme all’eterogeneità delle immagini cui ricorre, ne riduce di molto quell’efficacia icastica che si ha diritto di attendersi da un aforisma.</p>
<p>Da segnalare alcune scelte linguistiche di Freud. Rimanendo sul terzo aforisma, troviamo il termine “Wurm”, che ho tradotto letteralmente con “verme”, ma che avrei potuto forse rendere anche con “tarlo” in virtù del suo significato figurato di “rammarico segreto… verme che rode… passione”.<a href="#nota25" name="rifnota25"><sup>25</sup></a> La cosa interessante è che questo sostantivo di uso comune veniva a volte impiegato anche in ambito medico proprio per questo suo significato.<a href="#nota26" name="rifnota26"><sup>26</sup></a> Occorre tenere presente che la medicina dell’epoca, perlomeno quella neuroanatomia e neurofisiologia in cui Freud si sarebbe formato e specializzato prima di dedicarsi alla psicologia e alla psicoanalisi, faceva largo uso di termini tratti dal linguaggio comune. Non è difficile incontrare, soprattutto negli scritti neurologici di Freud più vicini alla descrizione anatomica che non alla clinica, termini quali “cilindro” (“Rohr”) per l’assone o cilindrasse e “fili” (“Fäden”) per indicare le fibre in esso contenute. E ancora, il diminutivo “rametti” (“Ästchen”) per le estensioni più sottili dei vari “rami” nervosi. Sappiamo che nella sua opera psicoanalitica, accanto all’introduzione di termini tecnici (ad es. “Libido”) e di neologismi, agevolati dalla facilità con cui il tedesco costruisce parole per composizione, Freud attingerà sempre a piene mani dal linguaggio comune. Basti a ricordarlo l’impiego del normalissimo termine “Lust” (“piacere”) che non solo assume in psicoanalisi un significato del tutto specifico, ma che dà inoltre origine a un neologismo quale “Lustprinzip”, “principio di piacere”. Si potrebbe dunque pensare che questo rimanere in stretto contatto con il linguaggio quotidiano, ovviamente inevitabile per il sedicenne autore dei <em>Pensieri sparsi</em>, permanga nei successivi scritti psicoanalitici in virtù di elementi legati non solo allo stile personale di Freud, ma anche alla sua formazione professionale medica.</p>
<p>Di raro impiego è invece un termine che si trova nell’aforisma successivo, il quarto: “Erze”, plurale di un sostantivo, “Erz” impiegato quasi sempre al singolare e in parole composte, per indicare il minerale grezzo da cui estrarre un metallo; ad esempio “Eisenerz”, “minerale di ferro”, ma anche “Golderz” e “Silbererz”, minerale aurifero e argentifero. Freud raffronta i veri minerali metalliferi, fuor di metafora le persone che nascondono in sé un vero valore (morale? psicologico?) da individuare e, in qualche modo, da estrarre e purificare, con la mica gialla e la mica bianca, ossia con minerali che pur presentandosi alla vista come simili all’oro (mica gialla, detta anche oro degli stolti) e all’argento (mica bianca), sono in realtà privi di valore. Proprio in questo passaggio la mia traduzione perde molta dell’immediatezza dell’originale, in cui i due tipi di mica sono indicati come “Katzengold” e “Katzensilber”, termini dall’incerta etimologia – sulla quale tornerò brevemente più avanti – nei quali compare espressamente il richiamo ai due metalli preziosi: oro (“Gold”) e argento (“Silber”). È intrigante ricordare da un lato la presenza di diversi passaggi, negli scritti psicoanalitici, in cui Freud tornerà a impiegare metafore metallurgiche, fino a parlare espressamente del “puro oro dell’analisi”,<a href="#nota27" name="rifnota27"><sup>27</sup></a> dall’altro il fatto ancor più centrale che così come i minerali metalliferi richiedono un lavoro, dunque una spesa, perché ne venga estratto il metallo, più prezioso della spesa sostenuta per ottenerlo, allo stesso modo l’analisi può essere considerata un estrarre i tesori dell’anima nascosti dalle (e commisti alle) concrezioni delle difese psichiche. Ma in realtà non è necessario rivolgersi a un futuro ancora lontano rispetto al nostro Freud sedicenne per trovare realizzazioni di questa immagine di scavo e di recupero di preziosi: perché già nel periodo in cui scrive gli aforismi Freud sembra impegnato a scavare dentro di sé, come si evince facilmente, ad esempio, da quanto scriverà all’amico <a href="https://www.geni.com/people/Emil-Fluss/6000000013845779665" target="_blank" rel="noopener">Emil Fluss</a>, circa due anni più tardi, la notte del 16 giugno 1873:</p>
<blockquote><p>Non voglio sfidarLa, se si troverà in una qualsiasi situazione dubbia, ad analizzare spietatamente i Suoi sentimenti, ma, se lo farà, vedrà quante poche cose sicure Ella ha in Sé.<a href="#nota28" name="rifnota28"><sup>28</sup></a></p></blockquote>
<p>Del resto i cinque aforismi del 1871 sembrano effettivamente, nel loro complesso, il risultato dell’osservazione del genere umano da parte di un adolescente abituato (per quali ragioni, qui non importa) all’introspezione. Non si può certo dire che in essi Freud esprima una visione positiva e ottimista dei suoi simili, intento com’è a segnalarne in particolar modo i difetti: cupidigia (primo), egoismo (secondo), scarse profondità e capacità di introspezione (secondo e terzo), povertà interiore (quarto). Più ambiguo il quinto aforisma, del quale rimando il commento. Per ora seguiamo brevemente alcune delle osservazioni di Kurt Eissler e Klaus Schröter ai <em>Pensieri sparsi</em>, negli articoli con cui ne accompagnano la versione a stampa del 1974. Eissler<a href="#nota29" name="rifnota29"><sup>29</sup></a> propone un vertice di osservazione psicoanalitico e storico-biografico. Collega il primo aforisma, con il rifiuto morale del denaro e la constatazione del suo effetto molesto sull’essere umano, alle traversie economiche del padre (pp. 106-107), il secondo all’importanza che l’auto-osservazione ebbe nel consentire a Freud di superare le difficoltà adolescenziali, trasformandosi poi in un elemento cardine dell’intervento psicoanalitico (pp. 108-110). Del terzo e del quarto si limita a dire che proseguono le critiche morali avviate nei primi due e analizza brevemente le immagini in essi contenute e la loro riuscita complessiva (pp. 112-114).</p>
<p>Schröter<a href="#nota30" name="rifnota30"><sup>30</sup></a> indaga le fonti letterarie cui Freud si sarebbe verosimilmente ispirato nella stesura degli aforismi e, in un discorso pur a tratti forzato da certa faziosità ideologica, individua in maniera convincente tali fonti in alcuni autori tra i quali ne spiccano due: da Miguel de Cervantes (pp. 134 e 148), il giovane Freud erediterebbe, in forma non del tutto consapevole, una visione del mondo di matrice originariamente cattolica secondo la quale l’universo-creazione sarebbe retto da un ordine che porrebbe l’essere umano a coronamento del tutto e gli uomini migliori al comando (p. 134). Di qui una critica all’intera società – capitalista –, evidentemente colpevole di non corrispondere all’ordine che è chiamata a rispettare e incarnare. Tracce delle opere di Johann Wolfgang von Goethe sono invece ravvisabili nei contenuti scelti da Freud per veicolare le sue critiche al sistema sociale (pp. 179 e segg.). Quale esempio riporto proprio i due termini “Katzengold” e “Katzensilber”, che richiamano da vicino un passaggio del goethiano <em>Wilhelm Meister</em>, in cui si ipotizza che i due nomi derivino dal fatto che la mica è in sostanza un metallo falso e ingannevole come, a giudizio dell’uomo, sarebbero anche i gatti (“Katzen”).<a href="#nota31" name="rifnota31"><sup>31</sup></a></p>
<p>Venendo ora al quinto aforisma, se ne può anzitutto notare l’incongruenza sul piano logico:<a href="#nota32" name="rifnota32"><sup>32</sup></a> se gli animali superano in qualcosa l’essere umano, questi non può a rigore superarli <em>tutti in tutto</em>. Ma tralasciando la questione logica, il punto è comprendere il senso del paragone in essere. Schröter (p. 134) e Eissler (p. 115) non hanno dubbi che vada letto in chiave positiva: l’uomo, proprio in quanto coronamento della creazione supera in meglio tutti gli animali. L’aforisma dunque, aggiunge Eissler, sarebbe una sorta di contrappeso rispetto alle critiche contenute nei quattro precedenti (p. 115). La posizione di Schröter si fonda su un vertice di osservazione sostanzialmente letterario: nella misura in cui i cinque aforismi di Freud si legano a una certa tradizione letteraria (Cervantes, Goethe, ecc.), la positiva visione della “specie” uomo non è che la necessaria conseguenza. Più interessante il discorso di Eissler il quale, tanto per formazione quanto per coerenza con il titolo del proprio intervento, (“Idee psicoanalitiche…”), cerca di sostanziare la propria affermazione con un’indagine dell’opera psicoanalitica di Freud, giungendo a dichiarare che, nonostante i commenti pessimistici sul genere umano che vi vengono fatti a più riprese, il loro autore rimarrà sempre convinto dell’assoluta superiorità dell’uomo. Peccato che…</p>
<p>Peccato che – anzitutto – per trovare tracce di questa concezione positiva dell’essere umano, Eissler (p. 116) non trovi altro che <em>una sola affermazione, per giunta del 1927, dunque di un Freud settantunenne</em> (mi chiedo dunque quanto questa possa rispecchiare tanto le sue vedute generali quanto soprattutto lo stato d’animo e le idee di un adolescente…): “La voce dell’intelletto è fioca, ma non ha pace finché non ottiene udienza”. <a href="#nota33" name="rifnota33"><sup>33</sup></a> Peccato che – inoltre – si possa essere superiori agli animali anche nei difetti, non solo nei pregi e peccato che – infine – essere superiori agli animali nel bene o nel male, essere il centro della creazione e il fine della natura non implichi di necessità essere al riparo dalle critiche di un adolescente.</p>
<p>In altre parole, pur riconoscendo che di per sé l’aforisma resta piuttosto ambiguo, personalmente non credo tenda a controbilanciare le critiche dei quattro precedenti: per quale motivo un adolescente così lanciato a biasimare i suoi simili dovrebbe di punto in bianco sentire la necessità di lenire le ferite loro inferte (tenendo conto oltretutto che, per quanto mi risulti, nemmeno in futuro Freud si mostrerà di quelli che addolciscono la critica con l’elogio)? Non è più lineare leggere l’aforisma secondo il senso così ben indicato dai precedenti, ai quali si viene così ad aggiungere come una sorta di colpo di grazia dato al genere umano? L’uomo è la creatura peggiore e certo supera tutte le altre: per i difetti. Si potrebbe dire che tanto più un ordine universale divino lo chiama a elevarsi in quanto coronamento del creato, tanto più grave è il suo non essere all’altezza del ruolo per cupidigia, egoismo, scarsa introspezione e via dicendo e per questo va condannato: gli animali, perlomeno, occupano degnamente il posto loro assegnato.</p>
<p>Ma a prescindere dalla questione della visione del mondo che starebbe dietro gli aforismi, questione che lascio agli esperti di letteratura, è per me più significativo il fatto di non essere riuscito a trovare tracce evidenti di una concezione positiva dell’essere umano nel Freud adolescente e anzi, a quell’unica frase ottimistica ritrovata da Eissler all’altro capo della sua vita (e sono sicuro che, ne avesse trovate altre, le avrebbe segnalate!), se ne possono contrapporre diverse di tutt’altro tenore.</p>
<p>Che dire della più antica lettera a Fluss a noi giunta, quella del 18 settembre 1872? Ne riporto un cinico stralcio:</p>
<blockquote><p>Questo ebreo ora parlava proprio nello stesso modo in cui ho già udito parlare mille altri ebrei proprio a Freiberg e perfino il suo volto mi sembrò familiare: l’uomo rappresentava un tipo che conoscevo. Lo stesso vale per il ragazzo con cui si intratteneva su problemi religiosi. Era della stessa pasta di cui il destino fa gli imbroglioni quando il tempo è maturo: vispo, bugiardo e con cari parenti che ancora si cullano nella convinzione che lui sia un talento, pur non avendo né grandi propositi né una visione del mondo. Una cuoca boema con il volto assomigliante in maniera straordinaria al muso di un cane carlino colmava la misura. Sono proprio stufo di questa gentaglia. Nel corso della conversazione venni a sapere che la donna, un’ebrea, e la sua famiglia, venivano da Meseritsch, la giusta concimaia per una pianta come questa.<a href="#nota34" name="rifnota34"><sup>34</sup></a></p></blockquote>
<p>Né si pensi di trovare qualche commento positivo sugli uomini in altra parte di questa lettera o del breve carteggio, costituito da nove missive. La cosa interessante è che quel “gentaglia” corrisponde nell’originale a un termine ben noto “Gesindel”, che si può dire attraversare in sordina e indisturbato tutto l’arco della scrittura freudiana. Lo ritroviamo per esempio nella lettera a Martha Freud del 29 agosto 1883.<a href="#nota35" name="rifnota35"><sup>35</sup></a> Nel 1929 fa la sua comparsa in una lettera spedita a Lou Andreas Salomé il 28 luglio.<a href="#nota36" name="rifnota36"><sup>36</sup></a> Ancora, nel suo <em>Diario clinico</em>, Ferenczi riporta per ben due volte, il 12 giugno e il 4 agosto del 1932 la confidenza fattagli dello stesso Freud, secondo cui i nevrotici non sarebbero che gentaglia [Gesindel], buoni solo per fare ricerca, apprendere la psicoanalisi e guadagnare denaro.<a href="#nota37" name="rifnota37"><sup>37</sup></a> Quanto invece agli scritti scientifici di Freud, il termine “Gesindel” vi compare raramente. Ne ho contate quattro occorrenze, di cui solo una ci interessa in questa sede.<a href="#nota38" name="rifnota38"><sup>38</sup></a> Ecco cosa scrive nel 1913, nella <em>Premessa</em> a <em>Il Mosè di Michelangelo</em>:</p>
<blockquote><p>Quante volte ho salito la ripida scalinata che porta dall’infelice via Cavour alla solitaria piazza dove sorge la chiesa abbandonata! e sempre ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato e sprezzante dell’eroe, e mi è capitato qualche volta di svignarmela poi quatto quatto dalla penombra di quell&#8217;interno, come se anch’io appartenessi alla marmaglia [Gesindel] sulla quale è puntato il suo occhio, una marmaglia che non può tener fede a nessuna convinzione, che non vuole aspettare né credere, ed esulta quando torna a impossessarsi dei suoi idoli illusori.<a href="#nota39" name="rifnota39"><sup>39</sup></a></p></blockquote>
<p>L’importanza di questo passaggio sta tutta nel tener presente l’identificazione di Freud con la figura di Mosè, identificazione le cui origini possono essere fatte risalire addirittura al 1896.<a href="#nota40" name="rifnota40"><sup>40</sup></a> E data l’identificazione si comprende immediatamente che lo sguardo che non vede che una marmaglia-Gesindel inaffidabile altro non è che quello di Freud. Anzi, visto il soggetto religioso della statua michelangiolesca, possiamo addirittura, volendolo, spingerci a completare la riflessione recuperando la questione – a mio parere comunque secondaria – dell’uomo coronamento della creazione: l’essere umano è disprezzato proprio perché non in grado di tener fede al ruolo in cui Dio lo vuole e preferisce rivolgersi agli idoli.</p>
<p>Ora, considerate queste tracce, quanto pesa l’isolata frase del 1927 citata da Eissler? E quanto contrappesa davvero il quinto aforisma rispetto ai primi quattro?</p>
<h3>Note</h3>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> H. Ellenberger, <em>The Discovery of the Unconscious: The History and Evolution of Dynamic Psychiatry</em> (1970), trad. it. <em>La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica</em>, 2 voll., vol. I, Bollati Boringhieri Torino, 1976, pp. ix-x.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> E. Jones, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), trad. it. <em>Vita e opere di Freud,</em> 3 voll., Il Saggiatore, Milano 1962.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> Giusto per dare un’idea della volontà che spingeva in tal senso Jones, si consideri che durante la stesura della biografia di Freud, stava dichiaratamente molto attento a distinguere tra vivi e morti per calibrare la quantità di critiche e giudizi negativi che poteva “concedersi” su di essi senza incorrere in problemi legali. Cfr. Veszy-Wagner, <em>Ernest Jones: The biography of Freud</em> (1966), trad. it. <em>Ernest Jones. La biografia di Freud</em>, in F. Alexander, S. Eisenstein, M. Grotjahn (a cura di), <em>Psychoanalytic Pioneers</em> (1995), trad. it. <em>Pionieri della psicoanalisi</em>, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 90-146, con particolare riferimento a p. 123.</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> E. Jones, <em>op. cit</em>., vol. III, p. 65 e p. 209. Si vedano più in generale le pp. 203-211. Un’accurata disamina della questione, basata sull’esaustivo esame delle fonti, si trova in <a href="http://carlobonomi.it/files/joness_allegation_of_ferenczis_mental_deteriorat.pdf" target="_blank" rel="noopener">C. Bonomi, <em>Jones’s Allegation of Ferenczi’s Mental Deterioration: a Reassessment</em></a>, in International Forum of Psychoanalysis, 7 (1998), pp. 201–206. Rimando inoltre a <a href="https://www.academia.edu/42615734/Sei_capitoli_in_cerca_dautore" target="_blank" rel="noopener">M. Lualdi, <em>Sei capitoli in cerca d’autore</em></a>, in <a href="https://archive.org/details/EntwicklungszieleDerPsychoanalyse.ZurWechselwirkungVonTheorieUndPraxis" target="_blank" rel="noopener">S. Ferenczi, O. Rank, <em>Entwicklungsziele der Psychoanalyse. Zur Wechselbeziehung von Theorie und Praxis</em></a> (1924), trad. it. <a href="https://www.youcanprint.it/fiction-generale/traiettorie-di-sviluppo-della-psicoanalisi-sullinterazione-tra-teoria-e-pratica-9788892606746.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Traiettorie di sviluppo della psicoanalisi. Sull’interazione tra teoria e pratica</em></a>, Youcanprint, Tricase 2017, pp. 123-263, con particolare riferimento alle pp. 184 e sgg.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> E. Jones, <em>op. cit.</em>, vol. III, p. 271.</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> Va però citata una recente e corposa biografia freudiana che riduce chiaramente l’episodio in questione a una “voce”. Peter-André Alt, <em>Sigmund Freud. Der Arzt der Moderne. Eine Biographie</em>, Beck C. H., Monaco 2016, p. 849. A ciò aggiungo, su <a href="https://www.analisilaica.it/2020/09/19/freud-e-la-gestapo/#comments">segnalazione di Giancarlo Gramaglia</a>, le analoghe perplessità espresse da Alain de Mijolla già all’inizio del nuovo millennio. Cfr. A. De Mijolla (a cura di), <em>International Dictionary of</em><em> Psychoanalysis</em>, Thomson Gate, New York 2005, pp. 681-682, voce “Gestapo”). Questi due precedenti tuttavia, per motivi chiaramente legati alle loro finalità, non vanno a interrogare direttamente la fonte segnalata da Jones, un’intervista rilasciata nel 1953 a Kurt Eissler da Franz Rudolf Bienenfeld, perdendo in tal modo l’opportunità di valutare <em>quanto</em> Jones pieghi quest’ultima al proprio volere.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> E. Jones, <em>op. cit.</em>, vol. II, p. 24.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> <em>Ivi</em>, p. 414.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> Ho ripercorso la vicenda in <a href="https://www.academia.edu/42627409/A_un_passo_dallarte" target="_blank" rel="noopener">M. Lualdi, <em>A un passo dall’arte</em></a>, in S. Freud, W. Jensen, <a href="https://www.youcanprint.it/psicologia-movimenti-psicoanalisi/non-vana-curiosit-carteggio-freud-jensen-1907-9788831623483.html" target="_blank" rel="noopener"><em>“Non è vana curiosità”. Carteggio Freud-Jensen, 1907</em></a>, Youcanprint, Tricase 2019, pp. 37-172, con particolare riferimento alle pp. 44 e segg.</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> Ma non ovunque: tra le biografie freudiane, si veda nuovamente Alt, <em>op. cit.</em>, p. 385, che attribuisce correttamente il ruolo a Stekel, non a Jung.</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> L. Russo, <em>La nascita dell’estetica di Freud</em>, Il Mulino, Bologna 1983, con particolare riferimento alle pp. 183-219. Gli mancava però la documentazione venuta alla luce solo negli ultimi anni e ciò gli impedì di trovare un adeguato sostituto per il ruolo attribuito a Jung da Jones.</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> H. Ellenberger, <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11609409/" target="_blank" rel="noopener"><em>The story of Anna O.: A Critical Review with new Data</em></a>, in <em>Journal of the History of the Behavioral Sciences</em>, 8(3) (1972), pp. 267-279. Si veda anche, per quanto più estremo e a volte troppo semplicistico, M. Borch-Jakobsen, <em>Souvenirs d&#8217;Anna O.: une mystification centenaire</em> (1995), trad. it. <em>Ricordi di Anna O. La prima bugia della psicoanalisi</em>, Garzanti, Milano 1996.</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> I. Meyer-Palmedo, G. Fichtner, <em>Freud-Bibliographie mit Werkkonkordanz</em>, Fischer Verlag, Frankfurt a. M., 1999, p. 15. <a href="http://www.iegm.uni-tuebingen.de/images/pdf/freud_bibliographie_2013.pdf" target="_blank" rel="noopener">Nel 2013 la bibliografia è stata aggiornata</a> con l’aggiunta di circa cinquanta nuove pagine.</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> In <a href="https://www.pep-web.org/document.php?id=jbp.035.0323a#_blank" target="_blank" rel="noopener"><em>Jahrbuch der Psychoanalyse. Beihefte</em></a>, 2 (1974), p. 101.</p>
<p><a href="#rifnota15" name="nota15">15</a> <a href="https://archive.org/details/musarion_1871/page/n7/mode/2up#_blank" target="_blank" rel="noopener"><em>Musarion</em>, 1871, p. 8</a>.</p>
<p><a href="#rifnota16" name="nota16">16</a> Punto e virgola nell’originale. La versione a stampa in <em>Jahrbuch</em> riporta un punto.</p>
<p><a href="#rifnota17" name="nota17">17</a> “kleinen” nell’originale. La versione a stampa in <em>Jahrbuch </em>non riporta l’aggettivo.</p>
<p><a href="#rifnota18" name="nota18">18</a> “alle” nell’originale. La versione a stampa in <em>Jahrbuch </em>non riporta il pronome.</p>
<p><a href="#rifnota19" name="nota19">19</a> Trascrizione eseguita rispettando gli a capo dell’originale. In corsivo le due parole mancanti nella versione a stampa dello <em>Jahrbuch der Psychoanalyse</em>.</p>
<p><a href="#rifnota20" name="nota20">20</a> L’edizione, americana, con il titolo <em>Infatile Cerebral Paralysis</em>, uscì nel 1968, tradotta e curata da Lester A. Russin per i tipi della Miami University Press, Coral Gables, Florida.</p>
<p><a href="#rifnota21" name="nota21">21</a> Si veda <a href="https://archive.org/details/b21271483/page/n103/mode/2up" target="_blank" rel="noopener">S. Freud, <em>Die infantile Cerebrallähmung</em> (1897)</a>, trad. it. <a href="https://www.youcanprint.it/psicologia-movimenti-psicoanalisi/la-paralisi-cerebrale-infantile-9788831669399.html" target="_blank" rel="noopener"><em>La paralisi cerebrale infantile</em></a>, Youcanprint, Tricase 2020, p. 227 n. 519: il lato del corpo <em>non </em>affetto da paralisi diviene quello affetto da paralisi. La corrispondente pagina dell’edizione tedesca è la 90, quella dell’edizione americana è la 116.</p>
<p><a href="#rifnota22" name="nota22">22</a> In <em>Opere</em>, vol. V, Boringhieri, Torino 1972, 257-336.</p>
<p><a href="#rifnota23" name="nota23">23</a> S. Freud, <em>Der Wahn und die Träume in W. Jensens “Gradiva”</em>, in <em>Gesammelte Werke</em>, 19 voll., vol. VII, Imago Publishing, Londra 1960, pp. 29-125. La citazione si trova a p. 108, il corsivo è mio.</p>
<p><a href="#rifnota24" name="nota24">24</a> Proprio su quest’ultimo punto portava l’attenzione Franco Borgogno due decenni fa: “È d’obbligo riesaminare il contesto più vasto entro cui la psicoanalisi è sorta. Molti dei suoi semi […] appartengono alla tradizione ‘gentile’ ed ‘ebraica’ […] di fine Ottocento. È un secolo ormai lontano da noi; studi e materiali che favoriscano la nostra comprensione dell’ambiente più allargato in cui la straordinaria mente di Freud, uomo e scienziato, si è coltivata sono […] utili […] Ritornare alle nostre radici […] non per santificare un pensiero […] ma per continuare e ri-iniziare da capo quella ricerca così fondante che Freud ha inaugurato”. Si veda F. Borgogno, <em>Presentazione all’edizione italiana</em>, in S. Freud, E. Jones, <em>The Complete Correspondence of Sigmund Freud and Ernest Jones (1908-1939)</em> (1993), trad. it. S. Freud, <em>Corrispondenza con Ernest Jones (1903-1939)</em>, 2 voll., vol. I, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pp. 41-53. La citazione è presa dalle pp. 42-44.</p>
<p><a href="#rifnota25" name="nota25">25</a> <a href="https://archive.org/details/grandedizionario02cava?view=theater#page/1086/mode/2up" target="_blank" rel="noopener">A. Cavagna Sangiuliani di Gualdana, <em>Grande dizionario italiano-tedesco, tedesco-italiano compilato sui più accreditati vocabolarii delle due lingue ed arricchito di molte migliaja di voci e frasi</em></a> (volume secondo), Tipografia di Commercio, Milano 1837, voce “Wurm”, p. 1086.</p>
<p><a href="#rifnota26" name="nota26">26</a> Si veda ad esempio la recensione di Freud del 1887, <em><a href="https://archive.org/details/ZfK_1887_1/page/n139/mode/2up" target="_blank" rel="noopener">Stephen Mackenzie. “Report on Chorea”</a></em>, in <em>Centralblatt für Kinderheilkunde</em>, 6 (1887), pp. 122-126. Cfr. <a href="https://www.youcanprint.it/psicologia-movimenti-psicoanalisi/scritti-1887-di-sigmund-freud-9788827846568.html" target="_blank" rel="noopener">S. Freud, <em>Scritti. 1887</em></a>, Youcanprint, Tricase 2018, p. 172 n. 268.</p>
<p><a href="#rifnota27" name="nota27">27</a> S. Freud, <em>Wege der Psychoanalytischen Therapie</em> (1918), trad. it. <em>Vie della terapia analitica</em>, in <em>Opere</em>, vol. 9, Boringhieri, Torino 1977, p. 28. Riporto quanto commentavo in proposito altrove: nel testo originale Freud raffronta l’oro dell’analisi con il “rame” (“Kupfer”), un metallo, non con il “bronzo” (come vuole la traduzione per i tipi di Boringhieri) che invece è una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bronzo" target="_blank" rel="noopener">lega composta solo in parte di rame</a>, unito ad altro metallo come il nichel, il berillio, l’alluminio o lo stagno. Effettivamente, tenendo conto di questa precisazione, l’immagine di Freud acquisirebbe un significato più profondo di quello altrimenti attribuibile e attribuito (una sorta di “diluizione” del valore della psicoanalisi, uno “svalutarla”). Infatti: “Quelli che noi chiamiamo oro o argento in realtà sono leghe, dato che questi metalli, allo stato puro, non possono praticamente essere utilizzati perché troppo malleabili. Per questo motivo l’oro utilizzato in gioielleria, ma anche <em>in medicina</em>… è una lega ottenuta miscelando questo metallo con l’argento, il platino, il nichel o il <em>rame</em>” (cfr. <em><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/leghe-metalliche_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/" target="_blank" rel="noopener">Enciclopedia Treccani</a></em>, voce “leghe metalliche”, corsivi miei). Il che significherebbe spostarsi dall’idea della svalutazione a quella della maggior efficacia data dall’incontro dell’analisi con altre metodologie”. Cfr. <a href="https://www.youcanprint.it/scienze-sociali-generale/passando-da-stekel-edizione-critica-dellautobiografia-di-wilhelm-stekel-9788891194305.html" target="_blank" rel="noopener">M. Lualdi, <em>Passando da Stekel</em></a>, Youcanprint, Tricase, 2015, p. 321 n. 456.</p>
<p><a href="#rifnota28" name="nota28">28</a> S. Freud, <em>Jugendbriefe an Emil Fluß</em><em> (1872-74)</em> (1969), trad. it. <em>Le lettere del giovane Freud a Emil Fluss (1872-1874)</em>, in <em>Rivista di psicoanalisi</em>, 62(4) (2016), p. 1069.</p>
<p><a href="#rifnota29" name="nota29">29</a> K. Eissler, <em>Psychoanalytische Einfälle zu Freuds “Zerstreute(n) Gedanken”</em>, in <a href="https://www.pep-web.org/document.php?id=jbp.035.0323a#_blank" target="_blank" rel="noopener"><em>Jahrbuch der Psychoanalyse. </em><em>Beihefte</em></a>, 2 (1974), pp. 103-128.</p>
<p><a href="#rifnota30" name="nota30">30</a> K. Schröter, <em>Maximen und Reflexionen des jungen Freud</em>, in <a href="https://www.pep-web.org/document.php?id=jbp.035.0323a#_blank" target="_blank" rel="noopener"><em>Jahrbuch der Psychoanalyse. </em><em>Beihefte</em></a>, 2 (1974), pp. 129-186.</p>
<p><a href="#rifnota31" name="nota31">31</a> <em>Ivi</em>, p. 185. L’ipotesi etimologica di Goethe è riportata anche nel <a href="https://woerterbuchnetz.de/?sigle=DWB&amp;mode=Vernetzung&amp;lemid=GK02531#0" target="_blank" rel="noopener">dizionario tedesco di Jacob e Wilhelm Grimm</a>.</p>
<p><a href="#rifnota32" name="nota32">32</a> Già in Eissler, op. cit., p. 115.</p>
<p><a href="#rifnota33" name="nota33">33</a> La frase si trova in S. Freud, <em>Die Zukunft einer illusion</em> (1927), trad. it. <em>L’avvenire di un’illusione</em>, in <em>Opere</em>, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, pp. 482-483.</p>
<p><a href="#rifnota34" name="nota34">34</a> S. Freud, <em>Le lettere del giovane Freud a Emil Fluss (1872-1874)</em>, op. cit., p. 1058.</p>
<p><a href="#rifnota35" name="nota35">35</a> “la plebaglia [Gesindel] vive fino in fondo e noi stiamo nelle privazioni”. S. Freud, <em>Briefe 1873-1939</em> (1960), trad. it. <em>Lettere 1873-1939</em>, Boringhieri, Torino 1960, p. 42.</p>
<p><a href="#rifnota36" name="nota36">36</a> “Nel mio intimo sono profondamente convinto che i miei cari simili – con qualche eccezione – siano delle canaglie [Gesindel]”, cit. in A. Sciacchitano, <a href="http://www.sciacchitano.it/Psicanalisti/Freud/Progetto%20morale%20scienza.pdf" target="_blank" rel="noopener"><em>Il progetto morale della scienza. L’interpretazione scientifica della massima “Non cedere sul desiderio”</em></a>, p. 8, n. 19.</p>
<p><a href="#rifnota37" name="nota37">37</a> S. Ferenczi, <em>Das klinische Tagebuch</em>, Psychosozial Verlag, Gießen 2013, pp. 171 e 249. Per la versione italiana, cfr. <em>id.</em>, <em>Diario clinico</em>, Raffaello Cortina, Milano 1988, pp. 198 e 285, dove viene reso entrambe le volte con “gentaglia”.</p>
<p><a href="#rifnota38" name="nota38">38</a> Per dovere di completezza, ecco i riferimenti delle altre tre. La prima in ordine cronologico si trova ne <em>L’interpretazione dei sogni</em>, in cui non solo si tratta di un’occorrenza figurata, ma soprattutto è parte della citazione di altro autore. Si veda S. Freud, <em>Die Traumdeutung</em> (1899), trad. it. <em>L’interpretazione dei sogni</em>, in <em>Opere</em>, vol. III, Boringhieri, Torino 1966, p. 75, dove è reso con “genia”. Anche la seconda occorrenza è all’interno di una citazione di altro autore e si trova in <em>Analisi della fobia di un bambino di cinque anni</em>. Si veda S. Freud, <em>Analyse der Phobie eines fünfjährigen Knaben</em> (1908), trad. it. <em>Analisi della fobia di un bambino di cinque anni</em>, in <em>Opere</em>, vol. V, Boringhieri, Torino 1972, p. 586, dove è reso con “gente di quella specie”. La terza si trova in una lunga nota di <em>L’inizio del trattamento</em>, ma non mi pare inviti, per il nostro discorso, a particolari riflessioni. Cfr. S. Freud, <em>Zur Einleitung der Behandlung </em>(1913), trad. it. <em>L’inizio del trattamento</em>, in <em>Opere</em>, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 345 n. 1, dove è reso con “canaglie”. In <a href="https://www.analisilaica.it/2019/01/20/l-avvio-del-trattamento-secondo-freud/">una più recente e accurata traduzione</a> Davide Radice impiega “gentaglia”.</p>
<p><a href="#rifnota39" name="nota39">39</a> S. Freud, <em>Der Moses des Michelangelo</em> (1913), trad. it. <em>Il Mosè di Michelangelo</em>, in <em>Opere</em>, vol. VII, Boringhieri, Torino 1975, p. 301, parentesi quadra mia. A differenza dell’edizione italiana, in cui “marmaglia” compare due volte, in quella tedesca “Gesindel” si ha una sola volta, corrispondente al primo “marmaglia”.</p>
<p><a href="#rifnota40" name="nota40">40</a> Rimando per questo alla mia introduzione al testo di Freud del 1893 sulle diplegie cerebrali infantili: S. Freud, <em>Zur Kenntniss der cerebralen Diplegien des Kindesalters</em> (1893), trad. it. <a href="https://www.youcanprint.it/psicologia-movimenti-psicoanalisi/per-la-conoscenza-delle-diplegie-cerebrali-dellinfanzia-in-aggiunta-al-morbo-di-little-9788831606141.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Per la conoscenza delle diplegie cerebrali dell’infanzia</em></a>, Youcanprint, Tricase 2019, p. 63 n. 84 e p. 67 n. 89.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Freud e la formazione dello psicanalista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Radice]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2020 21:33:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico (1912) [&#8230;] Anni fa, alla domanda su come si potesse diventare un analista, risposi: “Attraverso l’analisi dei propri sogni.” Certo, questa preparazione è sufficiente per molte persone, ma non per tutte quelle che vorrebbero apprendere l’analisi. Peraltro, non tutte riescono a interpretare i propri sogni senza l’aiuto altrui.&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2020/10/22/freud-e-la-formazione-dello-psicanalista/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Freud e la formazione dello psicanalista</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="lettera">
<h2><a href="https://www.analisilaica.it/2019/09/22/consigli-per-il-medico-nel-trattamento-analitico/">Consigli per il medico nel trattamento psicanalitico (1912)</a></h2>
<p>[&#8230;] Anni fa, alla domanda su come si potesse diventare un analista, risposi: “Attraverso l’analisi dei propri sogni.” Certo, questa preparazione è sufficiente per molte persone, ma non per tutte quelle che vorrebbero apprendere l’analisi. Peraltro, non tutte riescono a interpretare i propri sogni senza l’aiuto altrui. Tra i molti meriti della scuola analitica di Zurigo annovero quello di aver asseverato tale condizione e di averla posta nel requisito che colui che voglia realizzare l’analisi su altri si sottoponga egli stesso preliminarmente a un’analisi con un esperto. Chi si propone seriamente questo compito deve scegliere questa via, che promette più di un vantaggio; il sacrificio che comporta l’aprirsi a una persona estranea, senza la costrizione della malattia, viene ampiamente ricompensato. Non solo si realizzerà in un tempo molto più breve e con minore dispendio affettivo il proprio intento di conoscere ciò che della propria persona è nascosto, ma sulla propria pelle si ricaveranno anche impressioni e convincimenti che sarebbe vano sperare dallo studio dei libri e dall’ascolto di conferenze. Infine non va nemmeno tenuto in poco conto il guadagno ricavato dal durevole rapporto psichico che tende a prodursi fra l’analizzato e colui che lo introduce [all’analisi].<span id="more-55120"></span></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://www.analisilaica.it/2012/05/02/prassi-profana-e-analisi-laica-in-una-lettera-di-freud/">Lettera ad Arnold Durig (1924)</a></h2>
<p>Posso certo pensare che non vi sia alcuna possibilità di interdire ai medici incapaci l’esercizio della psicanalisi, cosa che rimane riservata agli sforzi degli analisti stessi e alla cultura del pubblico.</p>
<p>D’altra parte non si tratta di riservare l’addestramento psicanalitico e l’esercizio della psicanalisi esclusivamente alla classe medica. Non è così per diverse ragioni. Sebbene la psicanalisi sia cresciuta su un terreno medico, da tempo non è più una faccenda meramente medica. I suoi metodi, i suoi presupposti e i suoi risultati sono diventati significativi per una serie di scienze umane come la mitologia, la storia della letteratura, la storia della religione, la storia della civiltà e addirittura indispensabili per la pedagogia. A tutti coloro che sono interessati non si può bloccare l’accesso alla psicanalisi. In psicanalisi esperienza e convinzione vengono invece acquisite facendosi analizzare ed esercitando l’analisi su altri.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2>Prefazione a <a href="https://books.google.it/books/about/Giovent%C3%B9_traviata.html?id=Z_yvXwAACAAJ" target="_blank" rel="noopener">“Gioventù traviata” di A. Aichhorn</a> (1925)</h2>
<p>[&#8230;] Questo libro del Direttore <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/August_Aichhorn" target="_blank" rel="noopener">August Aichhorn</a> si occupa di una parte di questo grande problema, e cioè dell’influenza educativa sulla gioventù traviata. Prima di conoscere la psicoanalisi, l’autore se ne era occupato a lungo, avendo operato per molti anni con la carica di direttore di istituzioni pubbliche destinate al loro recupero. Il suo caloroso atteggiamento nei confronti di questi giovani bisognosi di cure nasceva da una viva partecipazione alla loro sorte ed era correttamente guidato da un’intuitiva immedesimazione nei loro bisogni psichici. Da un punto di vista pratico la psicoanalisi poteva insegnargli poco di nuovo, ma gli fornì delle nitide intuizioni teoriche che giustificavano il suo comportamento e lo mettevano in grado di sostenerlo di fronte agli altri. Questo dono della comprensione intuitiva non lo si può presupporre in ciascun educatore. Dalle esperienze e dai risultati del Direttore Aichhorn possiamo trarre, a mio parere, due avvertimenti. Prima di tutto che l’educatore deve essere istruito psicanaliticamente, altrimenti l’oggetto dei suoi sforzi, il bambino, rimane un enigma inattingibile. Una tale istruzione la si raggiunge al meglio quando l’educatore stesso si sottopone a un’analisi, facendone esperienza sulla propria pelle. Nell’analisi l’insegnamento teorico non scava abbastanza in profondità e non produce alcun convincimento.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://www.analisilaica.it/il-libro/">La questione dell’analisi laica (1926)</a></h2>
<p>[&#8230;] Nel dare ai nostri allievi un insegnamento teorico in psicanalisi, possiamo osservare quanta poca impressione facciamo all’inizio su di loro. Accolgono le dottrine analitiche con la stessa freddezza con cui hanno accolto le altre astrazioni di cui si son nutriti. Alcuni vorrebbero forse essere convinti, ma non c’è traccia che lo siano. Allora pretendiamo anche che chiunque voglia esercitare l’analisi sugli altri, si sottoponga prima egli stesso a un’analisi. Solo nel corso di questa “autoanalisi” (come ambiguamente viene chiamata), solo dopo aver vissuto effettivamente sulla propria pelle – si dovrebbe dire più correttamente: sulla propria anima – i processi asseriti, i nostri allievi acquisiscono le convinzioni da cui più tardi saranno guidati in quanto analisti. Come potrei allora aspettarmi di convincere dell’esattezza delle nostre teorie Lei, l’imparziale, al quale posso sottoporre solo un’esposizione incompleta, abbreviata e quindi poco trasparente, delle stesse senza che Lei possa corroborarla con le sue proprie esperienze personali?</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2>Analisi finita e infinita (1937)</h2>
<p>[&#8230;] Ma dove e come il poveretto può acquisire quell’idoneità ideale di cui abbisogna nella sua professione? La risposta è: nella propria analisi, con cui comincia la sua preparazione alla sua futura attività. Per motivi pratici essa non potrà che essere breve e incompleta, avendo come scopo principale quello di permettere all’insegnante di giudicare se il candidato può essere ammesso a proseguire la formazione. La sua opera è compiuta quando porta l’allievo alla sicura convinzione dell’esistenza dell’inconscio; quando, con l’affiorare del rimosso, gli comunica le altrimenti incredibili percezioni di sé e gli mostra, alla prima prova, la sola tecnica che si è rivelata valida nell’attività analitica.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_55602" aria-describedby="caption-attachment-55602" style="width: 2000px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-55602 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2020/10/Yayoi-Kusama-Infinity-Mirrors-2018.webp" alt="Yayoi Kusama, Infinity Mirrors (2018)" width="2000" height="1333" /><figcaption id="caption-attachment-55602" class="wp-caption-text">Yayoi Kusama, Infinity Mirrors (2018)</figcaption></figure>
<p>Di seguito i testi originali.</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://archive.org/details/Zentralblatt_II_1912_Heft9_k/page/n1/mode/2up" target="_blank" rel="noopener">Ratschläge für den Arzt bei der psychoanalytischen Behandlung (1912)</a></h2>
<p>[&#8230;] Vor Jahren erwiderte ich auf die Frage, wie man ein Analytiker werden könne: Durch die Analyse seiner eigenen Träume. Gewiß reicht diese Vorbereitung für viele Personen aus, aber nicht für alle, die die Analyse erlernen möchten. Auch gelingt es nicht allen, die eigenen Träume ohne fremde Hilfe zu deuten. Ich rechne es zu den vielen Verdiensten der Züricher analytischen Schule, daß sie die Bedingung verschärft und in der Forderung niedergelegt hat, es solle sich jeder, der Analysen an anderen ausführen will, vorher selbst einer Analyse bei einem Sachkundigen unterziehen. Wer es mit der Aufgabe ernst meint, sollte diesen Weg wählen, der mehr als einen Vorteil verspricht; das Opfer, sich ohne Krankheitszwang einer fremden Person [383] eröffnet zu haben, wird reichlich gelohnt. Man wird nicht nur seine Absicht, das Verborgene der eigenen Person kennen zu lernen, in weit kürzerer Zeit und mit geringerem affektiven Aufwand verwirklichen, sondern auch Eindrücke und Überzeugungen am eigenen Leibe gewinnen, die man durch das Studium von Büchern und Anhören von Vorträgen vergeblich anstrebt. Endlich ist auch der Gewinn aus der dauernden seelischen Beziehung nicht gering anzuschlagen, die sich zwischen dem Analysierten und seinem Einführenden herzustellen pflegt.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://www.analisilaica.it/2012/05/02/prassi-profana-e-analisi-laica-in-una-lettera-di-freud/#originale">Brief an Arnold Durig (1924)</a></h2>
<p>Ich kann mir zwar denken, dass es keinerlei Möglichkeit gibt, unfähigen Ärzten die Ausübung der Psychoanalyse zu untersagen, das bleibt den Bemühungen der Analytiker selbst und der Aufklärung des Publikums vorbehalten.</p>
<p>Anderseits geht es nicht an, die Unterweisung in der Psychoanalyse und die Ausübung derselben ausschliesslich für den ärztlichen Stand zu reservieren. Aus mehreren Gründen nicht. Die Psychoanalyse, obwohl auf medizinischem Boden erwachsen, ist längst keine bloss medizinische Angelegenheit mehr. Ihre methode, Voraussetzungen und Ergebnisse sind bedeutungsvoll für eine Reihe von Geisteswissenschaften geworden, so für Mythologie, Literaturgeschichte, Religionsgeschichte, Kulturgeschichte, und geradezu unentbehrlich für die Pädagogik. Man darf allen, die daran interessiert sind, den Zugang zur Psychoanalyse nicht versperren. Erfahrung und Überzeugung in der Psychoanalyse wird aber dadurch erworben, dass man sich selbst analysiert lässt und an anderen die Analyse ausübt.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://archive.org/details/VerwahrlosteJugend.DiePsychoanalyseInDerFrsorgeerziehung/page/n5/mode/2up" target="_blank" rel="noopener">Geleitwort zu Verwahrloste Jugend von August Aichhorn (1925)</a></h2>
<p>[&#8230;] Das vorliegende Buch des Vorstandes A. Aichhorn beschäftigt sich mit einem Teilstück des großen Problems, mit der erzieherischen Beeinflussung [566] der jugendlichen Verwahrlosten. Der Verfasser hatte in amtlicher Stellung als Leiter städtischer Fürsorgeanstalten lange Jahre gewirkt, ehe er mit der Psychoanalyse bekannt wurde. Sein Verhalten gegen die Pflegebefohlenen entsprang aus der Quelle einer warmen Anteilnahme an dem Schicksal dieser Unglücklichen und wurde durch eine intuitive Einfühlung in deren seelische Bedürfnisse richtig geleitet. Die Psychoanalyse konnte ihn praktisch wenig Neues lehren, aber sie brachte ihm die klare theoretische Einsicht in die Berechtigung seines Handelns und setzte ihn in den Stand, es vor anderen zu begründen.<br />
Man kann diese Gabe des intuitiven Verständnisses nicht bei jedem Erzieher voraussetzen. Zwei Mahnungen scheinen mir aus den Erfahrungen und Erfolgen des Vorstandes Aichhorn zu resultieren. Die eine, daß der Erzieher psychoanalytisch geschult sein soll, weil ihm sonst das Objekt seiner Bemühung, das Kind, ein unzugängliches Rätsel bleibt. Eine solche Schulung wird am besten erreicht, wenn sich der Erzieher selbst einer Analyse unterwirft, sie am eigenen Leibe erlebt. Theoretischer Unterricht in der Analyse dringt nicht tief genug und schafft keine Überzeugung.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://archive.org/details/DieFrageDerLaienanalyse_853" target="_blank" rel="noopener">Die Frage der Laienanalyse (1926)</a></h2>
<p>[&#8230;] Wenn wir unseren Schülern theoretischen Unterricht in der Psychoanalyse geben, so können wir beobachten, wie wenig Eindruck wir ihnen zunächst machen. Sie nehmen die analytischen Lehren mit derselben Kühle hin wie andere Abstraktionen, mit denen sie genährt wurden. Einige wollen vielleicht überzeugt werden, aber keine Spur davon, daß sie es sind. Nun verlangen wir auch, daß jeder, der die Analyse an anderen ausüben will, sich vorher selbst einer Analyse unterwerfe. Erst im Verlauf dieser »Selbstanalyse« (wie sie mißverständlich genannt wird), wenn sie die von der Analyse behaupteten Vorgänge am eigenen Leib – richtiger: an der eigenen Seele – tatsächlich erleben, erwerben sie sich die Überzeugungen, von denen sie später als Analytiker geleitet werden. Wie darf ich also erwarten, Sie, den Unparteiischen, von der Richtigkeit unserer Theorien zu überzeugen, dem ich nur eine unvollständige, verkürzte und darum undurchsichtige Darstellung derselben ohne Bekräftigung durch Ihre eigenen Erfahrungen vorlegen kann?</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<div class="lettera">
<h2><a href="https://archive.org/details/InternationaleZeitschriftFuumlrPsychoanalyseXxiii1937Heft2/page/n1/mode/2up" target="_blank" rel="noopener">Die endliche und die unendliche Analyse (1937)</a></h2>
<p>[&#8230;] Wo und wie soll aber der Ärmste sich jene ideale Eignung erwerben, die er in seinem Berufe brauchen wird? Die Antwort wird lauten: in der Eigenanalyse, mit der seine Vorbereitung für seine zukünftige Tätigkeit beginnt. Aus praktischen Gründen kann diese nur kurz und unvollständig sein, ihr hauptsächlicher Zweck ist, dem Lehrer ein Urteil zu ermöglichen, ob der Kandidat zur weiteren Ausbildung zugelassen werden kann. Ihre Leistung ist erfüllt, wenn sie dem Lehrling die sichere Überzeugung von der Existenz des Unbewußten bringt, ihm die sonst unglaubwürdigen Selbstwahrnehmungen beim Auftauchen des Verdrängten vermittelt und ihm an einer ersten Probe die Technik zeigt, die sich in der analytischen Tätigkeit allein bewährt hat.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giancarlo Ricci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Bersan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 19:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scrivere su Giancarlo Ricci significa riaffrontare l’eco di svariati ricordi e suggestioni che non possono, è ovvio, lasciarmi indifferente e distaccato. Nell’ultimo periodo, a causa del Covid-19, ci siamo visti di meno. Dovevamo incontrarci proprio la mattina successiva alla sua morte, avvenuta il 20 maggio 2020. Ci eravamo visti ai primi di maggio, dopo più&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2020/09/29/giancarlo-ricci/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Giancarlo Ricci</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivere su Giancarlo Ricci significa riaffrontare l’eco di svariati ricordi e suggestioni che non possono, è ovvio, lasciarmi indifferente e distaccato. Nell’ultimo periodo, a causa del Covid-19, ci siamo visti di meno. Dovevamo incontrarci proprio la mattina successiva alla sua morte, avvenuta il 20 maggio 2020. Ci eravamo visti ai primi di maggio, dopo più di due mesi. Ne ho ricevuta notizia durante la notte da un’amica. In quella notte non riuscivo a prendere sonno, che strano! E poi la notizia, un sms che mi ha sconvolto, oltre che addolorato profondamente. Negli ultimi mesi, e mi riferisco ai primi mesi dell’anno, avevo notato il suo dimagrimento, o meglio, un evidente deperimento fisico, ma non avevo voluto dargli troppa importanza. Era evidentemente il mio tentativo di negare la realtà, di rimuoverla, un poco barando con la mia coscienza. Del resto egli mi si presentava assolutamente tranquillo, sereno e sorridente, come sempre. Certo, potevo chiedergli: Come stai? La salute come va? Non l’ho fatto. È un piccolo rimpianto che mi porto. Ho preferito, anche nel momento in cui ci si salutava e in cui non era insolito che gli chiedessi di lui, delle sue ultime pubblicazioni o su che cosa stesse scrivendo, ho preferito parlare d’altro, parlare di me, dei miei progetti. Era certo nell’ordine delle cose che si fosse parlato di questo. Poi lui non parlava volentieri della sua salute e glissava facilmente. È vero, ma non riesco a non pensare che siano delle giustificazioni postume e inutili.</p>
<p>Egli, negli ultimi mesi e già dall’anno scorso, mi diceva che stava lavorando sul tema del passaggio generazionale e dell’eredità nel suo significato simbolico. Il lascito dei padri ai figli e quello che nell’incontro tra le generazioni viene trasmesso. A tal proposito, mi citava spesso gli scritti del giurista e psicanalista francese <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Pierre_Legendre_(juriste)" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Pierre Legendre</a> che lui leggeva con grande interesse, ritrovando in essi una miniera di spunti di ricerca. La figura del padre risultava centrale in questo discorso e ricordo perfettamente i suoi continui riferimenti alle figure mitiche di Ettore, del figlio Ascanio e del padre Anchise. Ettore fugge dalla città di Troia in fiamme ma vuole portarsi dietro l’anziano padre, caricandoselo sulle spalle, e il figlioletto, che tiene saldamente per mano. La moglie Creusa rimane un po’ indietro a seguirli. Vi è una copiosa e antichissima iconografia che raffigura questa situazione. Perché, si chiede Giancarlo, Ascanio non viene affidato alle cure della madre e viene tenuto da Ettore accanto a lui, in prima linea, dove il rischio è più grande? Evidentemente perché considera ormai Ascanio il figlio a tutti gli effetti e, in quanto tale, erede e destinatario di una promessa e di un compito. Quindi, non più solo un bambino. Il bambino si situa ancora nell’ambito del desiderio materno, ma il figlio non più. <span id="more-49791"></span>Scrive Ricci:</p>
<blockquote><p>Se Enea non avesse caricato il padre Anchise sulle spalle, quale libertà avrebbe consegnato al figlio Ascanio? Quale dignità, quale orgoglio, quale identità, quale posto nella genealogia della famiglia? (&#8230;) In definitiva Enea non baratta la sopravvivenza con la libertà; soprattutto non baratta la sopravvivenza del Bambino con la libertà del Figlio. L’auspicata libertà del Figlio è il nome con cui un padre &#8211; in questo caso Enea &#8211; predispone nella genealogia un posto simbolico da occupare. Come padre combatte affinché quella casella rimanga libera: il Figlio potrà occuparla nel modo che riterrà in base al proprio desiderio e ai suoi progetti. Enea non chiede ad Ascanio di diventare anche lui un fondatore di città. Chiede ad Ascanio un’altra cosa: di differenziarsi dalla generazione precedente, di trovare una propria soggettività, di fare della propria esistenza un’opera unica. Bambini si nasce, figli si diventa.<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a></p></blockquote>
<p>La distinzione tra bambino e figlio era già stata delineata e sottolineata da Ricci nel suo libro del 2016 <a href="http://www.sugarcoedizioni.it/sessualita-e-politicagiancarlo-ricci/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sessualità e politica. Viaggio nell’arcipelago gender</em></a>, costruito come un utile dizionario. In particolare, si leggano le voci “bambino”, “figlio”, “adolescenza”, “padre” e “madre”. C’era poi stato un lungo periodo in cui egli aveva dovuto difendersi davanti all’Ordine degli Psicologi della Lombardia per alcune affermazioni espresse in trasmissioni televisive in cui dava una lettura critica dell’ideologia gender e offriva spazio alle posizioni più classiche della psicanalisi sul percorso della sessuazione. Queste sue affermazioni avevano suscitato delle lettere di denuncia da parte di qualche psicologo e di alcuni attivisti Lgbt presso l’Ordine e questi ne aveva imbastito un reale processo. Inoltre c’erano state altre conseguenze nefaste per lui: non era più invitato a parlare ai congressi e anche colleghi di associazioni psicanalitiche si dissociavano o si distanziavano, praticamente isolandolo. Ha dovuto rinunciare a varie iniziative di carattere pubblico per dare tempo ed energie alla sua difesa. Penso che ne abbia sofferto molto, come anche la sua salute.</p>
<p>La sua ricerca intellettuale non si è tuttavia interrotta e lo testimoniano, oltre alle sue interviste sui media, gli interventi sui suoi blog che non si sono mai interrotti e manifestano una febbrile attività che si è protratta fino ai suoi ultimi giorni di vita.<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> Altri interventi molto significativi sono degli articoli per la rivista <em>Tempi</em>, che cito perché costituiscono gli ultimi scritti da lui pubblicati: <a href="https://web.archive.org/web/20200923002645/https://www.giancarloricci.net/wp-content/uploads/2020/04/Tempi-1.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Ti ho incontrato, mio fantasma ipertecnologico</em></a> risale al 12 marzo 2020 e critica la tendenza attuale di voler sfondare il limite della morte attraverso l’ausilio di strumenti virtuali; l’altro, del 5 maggio 2020, è intitolato <a href="https://www.tempi.it/cosa-significa-lasciare-in-quarantena-i-nati-prima-di-noi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Cosa significa lasciare in quarantena i “nati prima di noi”</em></a>. Non è possibile tralasciare il suo ultimo libro, che tra l’altro ha ricevuto apprezzamenti e recensioni positive. La prima parte è dedicata alla narrazione sagace e pungente, anche se non priva di una velata amarezza, della sua vicenda con l’OPL. La seconda parte si addentra sul tema della post-libertà. La terza e ultima parte si occupa di questi argomenti e di altri da un punto di vista più strettamente psicanalitico. L’ intensità e la pregnanza delle tematiche affrontate e la passione che ne promana sono evidenti alla lettura de <a href="http://www.sugarcoedizioni.it/tempo-della-post-liberta-societa-destino-e-desiderio-in-psicoanalisi-ilgiancarlo-ricci/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il tempo della postlibertà. Destino e libertà in psicanalisi</em></a>, pubblicato nel gennaio 2019.</p>
<p>In realtà i temi trattati nel libro sono molteplici ma rimane centrale la denuncia di un uso ormai consolidato della libertà nel contesto sociale post moderno, cioè l’utilizzo smodato, autoriferito, narcisistico e cinico di una libertà, divenuta essa stessa un bene di consumo, come un qualsiasi <em>gadget</em>. Una “postlibertà” di cui non si conosce più il valore perché ormai sganciata da ogni istanza veritativa ed etica, vissuta dentro lo scardinamento dei limiti e basata sulla spogliazione da ogni responsabilità. A nessuno interessa veramente chi ne pagherà il conto e tanto peggio per le generazioni future se a pagarlo saranno loro.</p>
<p>Ricci non si riferisce al salvataggio della biosfera, tema sacrosanto ma utilizzato spesso come cortina fumogena per occultare altro. Il tema della libertà nel suo uso postmoderno risulta essere strettamente legato al tema del figlio e della filiazione che non è semplice riproduzione biologica, come i contemporanei paiono prediligere, ma riguarda gli umani come esseri parlanti e abitatori del simbolico. Il figlio è depositario, fin nella radice etimologica che lo connota di significati che rimandano alla libertà. Il figlio non gravita più intorno alla madre e al suo desiderio, neppure ai desideri dei genitori, ma attraverso l’intervento di un terzo, il padre, viene abilitato a percorrere il suo proprio cammino di soggettivazione e a occupare, a modo suo e secondo il suo desiderio, il posto simbolico che il padre gli ha tenuto libero.</p>
<p>Il posto del figlio è quello di chi, facendosi carico di un debito simbolico inestinguibile, impara a dire il proprio grazie per il dono incommensurabile della propria esistenza (egli non sarebbe al mondo senza gli altri che lo hanno preceduto), a raccogliere il testimone nell’incontro tra le generazioni e, attraverso l’istanza di una ritrovata e necessaria responsabilità, a restituire almeno in parte quanto ha a sua volta ricevuto. Il posto del figlio è quello di essere crocevia di generazioni e di scambi simbolici, il punto dove si incontrano le genealogie, quella paterna e quella materna. Un figlio è a sua volta padre, e dunque il custode delle genealogie e dei lasciti delle generazioni precedenti, che trasmette ai propri figli.</p>
<figure id="attachment_49800" aria-describedby="caption-attachment-49800" style="width: 840px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" loading="lazy" class="size-large wp-image-49800" src="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2020/09/29205555/Giancarlo-Ricci-a-Parigi-1979-1024x710.jpg" alt="Giancarlo Ricci a Parigi (1979)" width="840" height="582" srcset="https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2020/09/29205555/Giancarlo-Ricci-a-Parigi-1979-1024x710.jpg 1024w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2020/09/29205555/Giancarlo-Ricci-a-Parigi-1979-300x208.jpg 300w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2020/09/29205555/Giancarlo-Ricci-a-Parigi-1979-768x533.jpg 768w, https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/media.analisilaica.it/2020/09/29205555/Giancarlo-Ricci-a-Parigi-1979.jpg 1129w" sizes="(max-width: 840px) 100vw, 840px" /><figcaption id="caption-attachment-49800" class="wp-caption-text">Giancarlo Ricci a Parigi per il Convegno “L&#8217;intellettuale e il sesso” (1979)</figcaption></figure>
<p>A chi gli domandava quale forma di nevrosi si trovasse più spesso davanti, la risposta di Ricci era la seguente:</p>
<blockquote><p>Direi che, soprattutto da parte dei giovani, ritroviamo una sorta di smarrimento esistenziale: un lasciarsi sopravvivere, la difficoltà di costruire un progetto, lo sfaldarsi della propria identità. È come se si fosse interrotta una trasmissione tra le generazioni, come se qualcosa si fosse inceppato. È come se il mondo attuale non avesse riservato ai giovani un posto simbolico per poter vivere dignitosamente. Molti giovani incontrano grandi difficoltà a diventare adulti, a diventare figli (nel senso forte del termine) e pertanto ad assumere una responsabilità generazionale. Spesso preferiscono rifugiarsi in un’eterna e puerile adolescenza. In effetti nella nostra società iper permissiva, che mette a bando il Padre o lo disautorizza, avanza a vari livelli un’ampia maternalizzazione, le cui implicazioni sono spesso devastanti.<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a></p></blockquote>
<p>Il padre, insisteva Ricci, è la figura che rispetto al figlio incarna simbolicamente la terzietà, quella metafora paterna, secondo la nota accezione di Jacques Lacan, che permette al figlio, ma anche alla madre, di rinunciare a un rapporto speculare che, nella sua gratificante ma anche ingannevole promessa di appagamento totale, chiude entrambi dentro un circuito mortifero e alienante. Ciò è indispensabile, ricorda Ricci citando Pierre Legendre, affinché si realizzi “l’imperativo della differenziazione”, ovvero la scoperta per il figlio della propria differenza insopprimibile dalla generazione che l’ha procreato, in modo da poter assumere la propria unicità e il proprio destino. Solo in tal modo egli non sarà più un clone, un replicante di qualcuno che proietta in lui i suoi desideri, aspettative o frustrazioni, ma si muoverà verso una logica esogamica, extra-familiare, aperta al futuro e alla differenza generazionale, in base al dettato dell’interdetto paterno nei confronti dell’incesto.</p>
<p>Sono temi che egli ha meditato ed elaborato insieme a molti altri ma che, a partire dagli ultimi anni, sembra avessero un posto preminente nella sua attività di pensiero. Nel riconsiderarli in questo momento mi rendo conto di avere sicuramente trascurato cose importanti, ma ho dovuto necessariamente selezionare quello che mi pareva più saliente, anche in relazione a ciò che nella sua riflessione ha toccato profondamente anche me. Nel mio libro sulle <a href="https://www.polimniadigitaleditions.com/prodotto/figure-del-padre-in-ozu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Figure del padre nel cinema di Ozu</em></a> vi è eco di queste e altre considerazioni sulla paternità che ho tratto dalle conversazioni con lui e dalla lettura de suoi scritti. Egli, essendo intervenuto a molti incontri sul cinema da me organizzati e curati, ha avuto modo di arricchire i presenti con i suoi interventi, ma anche con il suo ascolto silenzioso.</p>
<p>Voglio citare come esempio gli ultimi due incontri avvenuti a giugno del 2019 sul cinema di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ingmar_Bergman" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ingmar Bergman</a> presso la Biblioteca Comunale di Lambrate a Milano. I suoi interventi sono stati brevi, forse un po’ sottotono e quasi non li ricordo. Sì, pensandoci bene uno faceva riferimento ai volti. Avevamo appena assistito al breve e toccante filmato del regista dedicato a sua madre, costruito attraverso tante vecchie foto di famiglia: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_volto_di_Karin" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Il volto di Karin</em></a> (1984). Era rimasto impressionato dall’indugiare della macchina da presa sui volti delle persone, volti che narravano da soli, in silenzio, la loro storia, dolori segreti, gioie nascoste, interiori dissidi, svelando la loro stessa anima. “Bergman è stato definito il regista dei volti” gli avevo detto interloquendo con il suo commento. Un altro intervento di Giancarlo si era soffermato sulla scena finale del capolavoro di Bergman <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_settimo_sigillo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il settimo sigillo</a> (1957), nel momento in cui la Morte, personificata in un uomo incappucciato avvolto da un mantello nero, sorprende i presenti mentre sono seduti a tavola nel castello del cavaliere crociato. Egli accennava a una rappresentazione magistrale di quella che è “l’esperienza dello spettro”. Aveva parlato con un tono di voce piuttosto basso e non avevo colto appieno il senso di quell’espressione. L’ho lasciato cadere, forse era intervenuto subito qualcun altro, ma non ricordo bene. Peccato che non gli ho più chiesto cosa intendesse esattamente con queste parole. Forse alludeva a una riflessione di Lacan sullo “spettro” del padre che appare all’alba sugli spalti del Castello di Elsinore al principe Amleto. Io ho pensato in realtà a dei termini tecnici del linguaggio psicanalitico che in quel momento non avevo il tempo né il desiderio di approfondire. Peccato davvero. Il nucleo narrativo de <em>Il settimo sigillo</em> era la partita a scacchi con la morte e ora penso, col senno di poi, che Giancarlo forse la stesse già davvero disputando nell’intimo di sé stesso.</p>
<p>I suoi interventi erano sempre fatti in incognita, senza il sostegno del ruolo, spogliati di un’autorevolezza ricercata che si pone su di un piedistallo. Erano interventi umili, nel senso di assolutamente normali. Quasi nessuno sapeva chi fosse e che lavoro facesse, ma non pochi poi, in un secondo tempo, mi dissero che erano rimasti incuriositi e ammirati, a volte perplessi, qualcuno addirittura irritato, ma mai indifferenti.</p>
<p>Di Giancarlo Ricci ricordo l’amore che aveva per la scrittura, un amore che lo portava a dedicarvi molto del suo tempo libero. Amore ricambiato da cui ricavava soddisfazioni non comuni, pur confessando di avere con essa un rapporto complicato e non sempre lineare e facile. L’arte della scrittura in lui ha trovato un degno esponente in cui la sua vena di psicanalitica e clinico, di pensatore e polemista critico nei confronti delle tendenze contemporanee, di filosofo e amante delle lettere, di uomo in ricerca spirituale e di poeta convergevano e danzavano dando vita ad uno stile particolare e raffinato, elegante e ricco, a tratti lirico e lanciato verso l’alto. Certo, era anche ironico e pungente ma non distruttivo, semmai demolitorio di ciò che sapeva di artefatto, di falso, di illusorio, di tronfio e ingannevole. Gli sono grato perché mi ha incoraggiato a coltivare con dedizione l’esercizio, il “mestiere” della scrittura, indifferentemente da qualsiasi esito e in qualche modo è come se me lo avesse trasmesso come avveniva nelle botteghe medievali da artigiano ad artigiano. Tuttavia sarebbe più esatto dire che mi ha aiutato a riscoprirlo e ritrovarlo come un dono che già covava in me come la brace sotto la cenere, in un fecondo contagio.</p>
<p>Voglio concludere questo scritto con una citazione dall’<a href="https://www.tempi.it/cosa-significa-lasciare-in-quarantena-i-nati-prima-di-noi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">articolo di Giancarlo sugli anziani e i nonni</a> che contiene idee e concetti che lui poi riprenderà nell’altro dal titolo <em>Tempo debito. Sulla temporalità all’epoca del coronavirus</em>, sono gli ultimi suoi lavori di scrittura che ha pubblicato. Mi pare che la citazione sintetizzi mirabilmente il suo atteggiamento profondamente etico verso la vita e verso chi ci ha permesso di esistere. Per quanto mi riguarda e per come ho avuto modo di conoscerlo, sono parole che incarnano appieno ciò che lui ha vissuto e pare racchiudano e svelino l’urgenza di una responsabilità particolare:</p>
<blockquote><p>Che cosa “dobbiamo” agli anziani, ai nonni? C’è qualcosa dell’ordine di un debito, di un dovuto (&#8230;) Riguarda ciò che ha permesso che noi esistessimo e rinvia, in definitiva, a quell’atto generativo da cui discendiamo. Da quell’atto in poi, grazie ai nostri antenati, abbiamo ricevuto il dono di “entrare” nella temporalità della vita, nel tempo delle generazioni, nel ritmo delle genealogie, nell’alternanza della vita e della morte. E ancora: che cosa è la vita se non quel dono che ciascuno volente o nolente, ha ricevuto, che non può restituire e che non instaura alcun obbligo, alcuna legge se non la legge che tiene insieme le dimensioni dell’etica, della spiritualità e del sacro? Il valore della vita non ha prezzo (&#8230;) Ma attenzione: gli anziani e i “nonni”, ossia coloro che si confrontano con un’esperienza del vivere prossima a una poetica del compimento, non inseguono necessariamente il mito dell’immortalità o delle varie forme di individualismo narcisistico. Sanno benissimo che vivere è altra cosa dal sopravvivere e che ciò che tiene in vita è il desiderio di trasmettere, di testimoniare, di accompagnare altri lungo l’avventura della vita, di far rivivere una memoria dimenticata.</p></blockquote>
<h3>Note</h3>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> <a href="https://www.tempi.it/liberi-perche-figli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Liberi perché figli. Sul transgenerazionale</em></a>, articolo pubblicato sulla rivista <a href="https://www.tempi.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Tempi</a>, 24 maggio 2019.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> L’ultimo è stato pubblicato l’11 maggio 2020 con il titolo <a href="https://riviste.unimi.it/index.php/MdE/article/view/14767/13648" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Tempo debito. Sulla temporalità all’epoca del coronavirus</em></a>.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> <a href="https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/09/19/news/giancarlo-ricci-i-conti-con-linconscio-275283/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em> Giancarlo Ricci, i conti con l&#8217;inconscio</em>, intervista di Davide D’Alessandro a Giancarlo Ricci, Il Foglio, 19 settembre 2019</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Freud e la Gestapo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Lualdi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 09:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’abilità e l’acume di Freud nel creare motti di spirito riusciti sono cosa nota.1 Le sue lettere abbondano di commenti salaci, che a volte veicolano una malcelata aggressività, altre invece sono in grado di stemperare le situazioni più critiche e drammatiche. Sono soprattutto queste ultime occasioni a rivelare la notevole capacità di Freud di elaborazione&#8230; <a class="more-link" href="https://www.analisilaica.it/2020/09/19/freud-e-la-gestapo/">Continua a leggere <span class="screen-reader-text">Freud e la Gestapo</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’abilità e l’acume di Freud nel creare motti di spirito riusciti sono cosa nota.<a href="#nota1" name="rifnota1"><sup>1</sup></a> Le sue lettere abbondano di commenti salaci, che a volte veicolano una malcelata aggressività, altre invece sono in grado di stemperare le situazioni più critiche e drammatiche.</p>
<p>Sono soprattutto queste ultime occasioni a rivelare la notevole capacità di Freud di elaborazione creativa di vissuti emotivi dolorosi, finanche tragici: Qui l’ironia, motto di spirito che impiega la “figurazione mediante il contrario”,<a href="#nota2" name="rifnota2"><sup>2</sup></a> sconfina nell’umorismo, “il più elevato”<a href="#nota3" name="rifnota3"><sup>3</sup></a> meccanismo di difesa capace di modulare affetti penosi senza ricacciarli nell’inconscio e che diviene positivamente grandioso “là dove le circostanze in cui si trova la persona che fa dell’umorismo non inibiscono la nostra ammirazione”.<a href="#nota4" name="rifnota4"><sup>4</sup></a></p>
<p>Uno degli esempi senz’altro più noti di una simile modulazione ironica della tragedia non proviene in verità dai ricchi e numerosi epistolari freudiani, ma da un episodio tramandatosi lungo la storia della psicoanalisi principalmente – ma non solo – attraverso la classica biografia freudiana di Ernest Jones, il quale, in merito ai laboriosi preparativi per la fuga di Freud da Vienna e dai nazisti avvenuta infine il 4 giugno 1938, ci racconta quanto segue:</p>
<blockquote><p>Freud non smise il suo atteggiamento ironico di fronte alle complicate formalità che si dovettero superare. Una delle condizioni per ottenere il visto d’uscita fu quella di firmare un documento che diceva press’a poco così: «Io Prof. Freud qui dichiaro che dopo l’annessione dell&#8217;Austria al Reich tedesco sono stato trattato dalle autorità tedesche e in particolare dalla Gestapo con tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla mia fama di scienziato, che ho potuto vivere e lavorare in piena libertà, che ho potuto continuare a svolgere le mie attività nel modo che più desideravo, che da questo punto di vista ho trovato pieno appoggio nelle persone interessate e che non ho il minimo motivo di lamentarmi». Quando il commissario nazista venne a presentarglielo, Freud non ebbe naturalmente alcuna esitazione nel firmarlo, chiese però se gli era concesso aggiungere una frase, che fu: «Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia».<a href="#nota5" name="rifnota5"><sup>5</sup></a></p></blockquote>
<p><span id="more-47532"></span></p>
<figure id="attachment_47535" aria-describedby="caption-attachment-47535" style="width: 1194px" class="wp-caption alignnone"><img decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-47535 size-full" src="https://www.analisilaica.it/wp-content/uploads/2020/09/Via-Bergasse-19-al-tempo-della-Gestapo.webp" alt="La casa di Freud in Bergasse, 19 al tempo della Gestapo" width="1194" height="825" /><figcaption id="caption-attachment-47535" class="wp-caption-text">La casa di Freud in via Bergasse, 19 al tempo della Gestapo</figcaption></figure>
<p>Ora, collaborando nei mesi scorsi al progetto di una mostra su Freud e l’ebraismo, ideata e curata da <a href="http://www.francescomarchioro.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Francesco Marchioro</a>,<a href="#nota6" name="rifnota6"><sup>6</sup></a> ho avuto l’inattesa opportunità di consultare un documento a me ignoto e da questi rintracciato presso la <a href="https://www.onb.ac.at/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Österreichische Nationalbibliothek</a> di Vienna. Si tratta nientemeno che di una dichiarazione firmata da Freud, ma non scritta da lui, datata 4 giugno 1938 e titolata “Erklärung”.<a href="#nota7" name="rifnota7"><sup>7</sup></a> Con essa Freud sottoscrive di avere ricevuto un buon trattamento da autorità e funzionari del partito nazista. Sembrerebbe dunque trattarsi del documento di cui parla Jones, ma basta una scorsa al suo contenuto per osservare che esso differisce piuttosto sensibilmente da quello riportato tra virgolette dal biografo e soprattutto che <em>manca la famosa battuta di Freud in calce al foglio</em>!</p>
<p>Riporto dunque sia la trascrizione (rispettando gli “a capo” del manoscritto) sia la traduzione del documento della Österreichische Nationalbibliothek, in modo da consentire il raffronto tra i due testi.</p>
<h2>Il manoscritto</h2>
<div class="lettera">Erklärung</div>
<div></div>
<div class="lettera">Ich bestätige gerne, daß bis heute<br />
den 4. Juni 1938, keinerlei Behel-<br />
ligung meiner Person oder meiner<br />
Hausgenossen vorgekommen ist.<br />
Behörden und Funktionäre<br />
der Partei sind mir und meiner<br />
Hausgenossen ständig korrekt und<br />
hinsichtsvoll entgegengetretenWien, den 4. Juni 1938Prof. Dr. Sigm. Freud</div>
<p>Di seguito la traduzione:</p>
<div class="lettera">
<p>Dichiarazione</p>
<p>Volentieri confermo che fino ad oggi, 4 giugno 1938, non vi è stata alcuna molestia alla mia persona o ai miei coinquilini.</p>
<p>Autorità e funzionari del Partito si sono sempre rapportati a noi correttamente e con pieno riguardo.</p>
<p>Vienna, 4 giugno 1938</p>
<p>Prof. Dr. Sigm. Freud</p>
</div>
<h2>Considerazioni</h2>
<p>Le sensibili differenze tra la pagina di Jones e il manoscritto della Österreichische Nationalbibliothek mi hanno spinto a chiedermi se il documento poco sopra riportato sia effettivamente la dichiarazione di cui riferisce Jones o se invece si tratti di un’altra e diversa. Rasoio di Occam e precedenti esperienze mi porterebbero, secondo una logica pur viziata dal ricorso all’induzione, a propendere per la prima delle due alternative: essa consente infatti di evitare una poco comprensibile duplicazione della dichiarazione di Freud, tra l’altro mancando all’appello quella contenente il testo riferito da Jones e la frase aggiunta da Freud, e fa inoltre riconoscere il biografo di Freud per come più volte si presenta nel suo pur encomiabile lavoro: agiografico, anche a costo di più o meno grossolane “imprecisioni” nella ricostruzione storica.</p>
<p>Nel corso del mio indagare ho potuto constatare che almeno altre due persone sono giunte ad analoga conclusione, ritenendo aneddotico e non corrispondente al reale svolgimento dei fatti l’episodio narrato da Jones: Michael Thaler, della Harvard University nel 2013<a href="#nota8" name="rifnota8"><sup>8</sup></a> e molto prima, nel 1989, l’antiquario Hansjörg Krug, doverosamente citato da Thaler. Se ripropongo la vicenda, è per ampliarne la condivisione, convinto dell’importanza di ben separare, ogni qualvolta possibile, l’accadimento storico dal ricamo su di esso. Peraltro intendo ricostruire l’episodio in maniera leggermente diversa da Thaler, appoggiandomi a materiale documentario che né lui né Krug hanno consultato (o potuto consultare): entrambi si appoggiano in sostanza al solo documento messo a disposizione dalla Österreichische Nationalbibliothek di Vienna, mentre io aggiungerò ulteriore materiale proveniente dalla <a href="https://www.loc.gov/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Library of Congress di Washington D.C.</a></p>
<p>Scendiamo dunque nel dettaglio. Jones virgoletta il testo della dichiarazione firmata da Freud, dando in questo modo a intendere di stare trascrivendo alla lettera o quasi un qualche documento. Se tuttavia si va a leggere la nota che egli appone dopo chiusura delle virgolette si scopre che in realtà la sua fonte non è il documento in questione ma una non meglio precisata “comunicazione di F. R. Bienenfeld”.<a href="#nota9" name="rifnota9"><sup>9</sup></a></p>
<h2>L’intervista</h2>
<p>Franz Rudolf Bienenfeld (1886-1961) era un avvocato viennese, sionista e amico della famiglia Freud, intimo al punto da essere tra i selezionati partecipanti alle partite al gioco dei tarocchi del sabato sera in casa Freud.<a href="#nota10" name="rifnota10"><sup>10</sup></a> La sua “comunicazione” è tutt’altro che una semplice comunicazione personale rilasciata a Jones. Si tratta invece di una lunga intervista che egli concesse a <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Kurt_R._Eissler" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Kurt Eissler</a> nell’estate del 1953 e la cui sbobinatura, scansionata, è ora liberamente consultabile sul sito della <a href="https://www.loc.gov/resource/mss39990.12603/?st=gallery" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Library of Congress</a>. Benché varrebbe davvero la pena commentare l’intera intervista, mi limiterò in questa sede alle sue pagine 11 e 12 (scansioni 43 e 44), nelle quali è contenuto il racconto dell’episodio che ci interessa. Leggendo i due fogli si comprende che la versione data da Jones è piuttosto fedele solo nel riportare il testo della dichiarazione di Freud, che compare virgolettato anche nella sbobinatura. Peccato che il biografo si “dimentichi” di tener conto delle righe subito precedenti, in cui Bienenfeld contestualizza testo ed episodio e di quelle conclusive, che pongono sotto una luce ben diversa l’icastica freddura di Freud.</p>
<p>Riporto dunque nella sua interezza il racconto di Bienenfeld, ricordando che si tratta dell’unica fonte dichiarata da Jones per la ricostruzione dell’episodio:</p>
<div class="lettera">
<p>“… il Dott. Indra<a href="#nota11" name="rifnota11"><sup>11</sup></a> stesso mi ha raccontato [che] a fine maggio [1938] andò da Freud e gli disse: ‘ Professore, una lieta notizia &#8211; &#8211; l’espatrio per voi e la vostra famiglia e financo per tre famiglie dei vostri allievi è concesso, ma la Polizia Segreta di Stato (Gestapo) desidera che voi firmiate prima una lettera. E io ho già portato con me la bozza di questa lettera’ Questa lettera diceva: ‘Alla Polizia Segreta di Stato, Vienna,Io Professor Freud, dichiaro con la presente che dal momento della liberazione dell’Austria e dell’annessione sono stato trattato dalla Polizia Segreta di Stato, sotto ogni aspetto, conformemente alla mia reputazione di autorità scientifica, che ho potuto dedicarmi liberamente alla mia professione e al mio lavoro, che non ho avuto a soffrire alcun genere di disturbo e che non ho da lamentarmi di nulla’ Dopodiché il prof. Freud disse a Indra: ‘Naturalmente la firmerò, ma prima potrei forse fare una breve aggiunta al testo?’ Quindi Indra: ‘Non vorreste prima dirmi quale aggiunta?’ Al che Freud: ‘così che posso ottimamente consigliare a chiunque la Polizia Segreta di Stato’”</p>
</div>
<p>Di seguito l’originale:</p>
<div class="lettera">
<p>“[43]… hat mir Dr. Indra selbst erzählt, [dass] Ende Mai kam er zu Freud und sagte ihm: ‘ Herr Professor, eine erfreuliche Nachricht &#8211; &#8211; die Ausreise für Sie und Ihre Familie und sogar auch für drei Familien Ihrer Schüler ist bewilligt, aber die geheime Staatpolizei (Gestapo) wünscht, dass Sie vorher einen Brief unterschreiben. Und ich habe das Konzept dieses Briefes bereits mitgebracht’ Dieser Brief gelautete: ‘An die geheime Staatpolizei, Wien,Ich, Professor Sigmund Freud, erkläre hiemit, dass ich seit der Befreiung Österreich und dem Anschluss von der geheimen Staatpolizei in jeder Weise meinem Ansehen als wissenschaftliche Kapazität gemäss behandelt worden bin, dass ich meinem Beruf und meiner Arbeit frei nachgehen konnte, dass ich keinerlei Störung zu erleiden hatte und dass ich mich über nichts zu beklagen habe.’ Worauf Prof. Freud Dr. Inra sagte: ‘Natürlich werd’ ich das unterschreiben, aber darf ich vielleicht vorher einen kleinen Zusatz in den Text machen?’ Darauf Indra: ‘Möchten Sie mir nicht zuerst sagen [44] welchen Zusatz[?]’. Darauf Freud: ‘so dass ich die geheime Staatpolizei jedermann bestens empfehlen kann’.” (parentesi quadre mie).</p>
</div>
<p>Ora, è ben chiaro che non si sta parlando né del testo della lettera sottoscritta da Freud, né del ricordo che Bienenfeld poteva avere di essa nel 1953 (dunque ben 15 anni più tardi). Molto più modestamente si tratta del ricordo conservato da Bienenfeld del ricordo di Indra <em>di una bozza di tale lettera</em>, evidentemente ancora tutta da confermare in separata sede con i funzionari della Gestapo prima che Freud potesse concretamente firmarla. Qui sta dunque la prima “leggerezza” di Jones: far passare una bozza di documento per il documento stesso.</p>
<p>Inoltre, seconda “leggerezza” del biografo, il contesto in cui inserire la battuta di Freud non è per nulla l’atto della firma della dichiarazione di fronte a un funzionario nazista, ma il precedente momento della presa di coscienza di questa nuova formalità, durante un colloquio con il suo avvocato Alfred Indra.</p>
<p>Infine, non si tratta nemmeno di una frase realmente scritta da Freud, bensì di una sua ironica quanto amara considerazione, da annoverare tra le affermazioni “dette” non tra quelle “scritte”. A onor del vero, su quest’ultimo punto non si può accusare <em>tout court</em> Jones di avere commesso una terza “leggerezza”: egli è qui infatti alquanto accorto, direi tendenziosamente ambiguo. Se infatti dichiara espressamente che Freud <em>pronuncia</em> la sua battuta di fronte al funzionario nazista e non di fronte a Indra, si limita poi a lasciare intendere che egli inoltre la scrive sulla dichiarazione, senza affermarlo chiaramente. Ma il lettore è facilmente portato dal testo a trarre questa conclusione. Quantomeno così ho sempre fatto io, come anche Ronald W. Clark che, nel ricostruire gli eventi seguendo proprio Jones arriva a scrivere: “Freud firmò. <em>Poi aggiunse di proprio pugno poche parole</em>: ‘Posso vivamente consigliare la Gestapo a chicchessia’”.<a href="#nota12" name="rifnota12"><sup>12</sup></a></p>
<p>Ma pur concessa a Jones la mancanza di intenzioni quanto a quest’ultimo punto e pur acconsentendo a far ricadere la responsabilità del fraintendimento su lettori sprovveduti come me e, non se ne abbia a male, anche il biografo Clark, non può dirsi cosa da poco il modo in cui Jones finisce per alterare, condensandolo non certo a caso ma strategicamente, il testo dell’intervista di Bienenfeld.</p>
<p>Tra i biografi successivi, oltre a Clark anche Peter Gay, otto anni più tardi, riporta l’episodio,<a href="#nota13" name="rifnota13"><sup>13</sup></a> preferendo però affidarsi a una seconda fonte che è bene prendere qui in considerazione: <em>Glory reflected</em>, il libro biografico del primogenito di Freud, Martin, uscito – caso vuole – nel 1957, ossia in contemporanea con il terzo volume della biografia freudiana di Jones, nel quale vengono narrate le vicende qui discusse.</p>
<p>Ecco dunque il racconto di Martin Freud:</p>
<blockquote><p>Un gruppo di S.S. era venuto a chiedere a papà un certificato in cui doveva attestare che era stato trattato bene dalle autorità. Senza esitare, papà scrisse: “Ich kann die Gestapo jedermann auf das beste empfehlen”, posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia. Usò lo stile tipico degli annunci pubblicitari e i nazisti non colsero chiaramente l’ironia; non erano probabilmente sicuri di una tale attestazione e si passavano il foglio di mano in mano. Alla fine però scrollarono le spalle e se ne andarono; evidente-mente avevano deciso che questo era tutto ciò che un vecchio si-gnore poteva pensare.<a href="#nota14" name="rifnota14"><sup>14</sup></a></p></blockquote>
<p>Come si vede, qui addirittura è proposta la testimonianza oculare dell’autore, che contrasta con il ricordo di Bienenfeld ancor più significativamente di quanto non faccia Jones. Infatti Martin è chiaro: suo padre <em>scrive</em> realmente la battuta sul documento, facendosi beffe dei nazisti.</p>
<p>Ora, tenendo conto dei dati a nostra disposizione (il documento della Österreichische Nationalbibliothek di Vienna, l’intervista di Bienenfeld, la ricostruzione di Jones fatta partendo da tale intervista, il racconto di Martin Freud, contemporaneo a quello di Jones) è chiaro che qualcosa non quadra. Anzitutto sono comprovabili le tendenziose imprecisioni di Jones, che dunque perde di credibilità. Più estrema ancora risulta la versione proposta da Martin Freud. Del resto è evidente l’intento agiografico dei due biografi, così come il loro andare di pari passo sul tema: necessariamente, direi, poiché il figlio di Freud e il suo primo biografo ufficiale, oltre che essere in reciproco rapporto, non si sarebbero mai contraddetti pubblicando <em>nello stesso anno</em> due testi <em>sullo stesso argomento</em> ed essendo di certo accomunati dal desiderio di offrire alla curiosità del pubblico un’immagine eroica di Freud <a href="#nota15" name="rifnota15"><sup>15</sup></a>.</p>
<p>Per contro viene più facile credere alla sincerità delle dichiarazioni di Bienenfeld: che motivo avrebbe avuto di mentire, rilasciando un’intervista che sapeva di poter secretare per un tempo lungo a suo piacimento?</p>
<p>Vero è che si potrebbe tentare di salvare capra e cavoli considerando che né nella biografia di Jones né in quella di Martin Freud viene indicata la data precisa della dichiarazione resa alla Gestapo. Noi ne possediamo una datata 4 giugno e si potrebbe supporre che Freud ne avesse firmata un’altra in precedenza (lo stesso giorno? qualche giorno prima?), aggiungendo la sarcastica battuta finale. Come fa notare Thaler, questo avrebbe compromesso la validità del documento e richiesto una sua nuova e “pulita” compilazione: appunto quella a noi giunta. Ma davvero, continua Thaler, Freud avrebbe messo a repentaglio la fuga di tutta la sua famiglia con un gesto tanto rischioso, non avendo la certezza che, annullato il primo documento, gli sarebbe stata concessa una seconda possibilità? Come Thaler, anche io ne dubito e personalmente resto convinto che meglio si faccia qui a fidare nel rasoio di Occam e, per una volta, nell’induzione, attenendosi all’unico documento disponibile e considerando le varie occasioni in cui Jones si dimostra tendenzioso nel ricostruire qualche evento della storia di Freud e della psicoanalisi.<a href="#nota16" name="rifnota16"><sup>16</sup></a></p>
<p>In altre parole, ritengo che l’episodio della battuta di Freud pronunciata di fronte al funzionario nazista (Jones) e poi scritta sul documento (Martin Freud e, forse, Jones…) sia fasullo, costruito al fine di innalzare la figura di Freud, quasi ce ne fosse bisogno, sulla base di un evento in sé reale: quello raccontato da Indra a Bienenfeld e da questi ad Eissler.</p>
<p>Ma quale che sia la versione dei fatti per cui si opta, si staglia, punto fondamentale e sostanzialmente non toccato dalle precedenti considerazioni, l’amaramente ironico commento di Freud. Che egli lo abbia “soltanto” proferito, di fronte all’avvocato Indra o a un qualche funzionario nazista, o addirittura scritto su un documento ufficiale, a noi non ancora giunto, nulla cambia quanto alla forza di spirito di cui dà testimonianza, alla raggiunta capacità di dominare emozioni e stati d’animo in momenti tanto bui della storia.</p>
<h2>Note</h2>
<p><a href="#rifnota1" name="nota1">1</a> F. Feliziani-Kannheiser, <em>Sigmund Shlomo Freud. Le radici ebraiche della psicoanalisi</em>, Salomone Belforte &amp; Co., Livorno 2019, pp. 129 e segg.</p>
<p><a href="#rifnota2" name="nota2">2</a> S. Freud, <a href="https://archive.org/details/Freud_1905_Der_Witz_k/mode/2up" target="_blank" rel="noopener"><em>Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten</em></a> (1905), trad. it. <em>Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 12 voll., vol. V, Bollati Boringhieri, Torino 1972, p. 65.</p>
<p><a href="#rifnota3" name="nota3">3</a> <em>Ivi</em>, p. 209.</p>
<p><a href="#rifnota4" name="nota4">4</a> <em>Ivi</em>, p. 205.</p>
<p><a href="#rifnota5" name="nota5">5</a> E. Jones, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), trad. it. <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, 3 voll., vol. III, Il Saggiatore, Milano 1962, p. 271.</p>
<p><a href="#rifnota6" name="nota6">6</a> La mostra, dal titolo <em>Ebraismo Negazione. Ricorda! – Freud &#8211; Das Judentum, die Verneinung. Erinnere dich daran!</em> è prevista per il periodo gennaio-marzo 2021 presso la Galleria Civica di Bolzano.</p>
<p><a href="#rifnota7" name="nota7">7</a> <a href="http://digital.onb.ac.at/RepViewer/viewer.faces?doc=DTL_3893664&amp;order=1&amp;view=SINGLE" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Freud, Sigmund, 1856-1939 [Verfasserin]; Indra, Alfred [Adressatin]; London; Wien ; 04.06.1938-07.11.1938, foglio 2</a>.</p>
<p><a href="#rifnota8" name="nota8">8</a> <a href="https://www.diepresse.com/1413372/die-schrift-des-dr-indra" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Michael Thaler, <em>Die Schrift des Dr. Indra</em>, in <em>Die Presse</em>, 31/05/2013</a>.</p>
<p><a href="#rifnota9" name="nota9">9</a> E. Jones, <em>op. cit.</em>, p. 295 n. 14.</p>
<p><a href="#rifnota10" name="nota10">10</a> <a href="https://davidkultur.at/artikel/franz-rudolf-bienenfeld" target="_blank" rel="noopener noreferrer">E. Adunka, <em>Franz Rudolf Bienenfeld</em>, in <em>David &#8211; Jüdische Kulturzeitschrift</em>, n. 45 (7/2000)</a>.</p>
<p><a href="#rifnota11" name="nota11">11</a> Alfred Indra, l’avvocato che seguì le pratiche per l’espatrio della famiglia Freud.</p>
<p><a href="#rifnota12" name="nota12">12</a> R. W. Clark, <em>Freud. The man and the cause</em> (1980), trad. it. <em>Freud</em>, Rizzoli, Milano 1983, p. 529 e p. 616 n. 35 (corsivo mio).</p>
<p><a href="#rifnota13" name="nota13">13</a> P. Gay, Freud. <em>A life for our time</em> (1988), trad. it. <em>Freud. </em><em>Una vita per i nostri tempi</em>, Bompiani, Milano 1988, p. 570 e p. 667.</p>
<p><a href="#rifnota14" name="nota14">14</a> M. Freud, <em>Glory reflected: Sigmund Freud. Man and father</em> (1957), trad. it. <em>Mio padre Sigmund Freud</em>, Il Sommolago, Trento 2001, p. 205.</p>
<p><a href="#rifnota15" name="nota15">15</a> Davvero ampio è il tema dei miti eroici costruitisi nel tempo attorno alla figura di Freud, in parte alimentati da lui stesso. Rimando per questo a F. J. Sulloway, <em>Freud biologist of the mind. Beyond the psychoanalitic legend</em> (1979), trad. it. <em>Freud biologo della mente. Al di là della leggenda psicoanalitica</em>, Feltrinelli, Milano 1982, pp. 542-550.</p>
<p><a href="#rifnota16" name="nota16">16</a> Da questo punto di vista si spiega agilmente il fatto che tanto nel racconto di Ernest Jones quanto in quello di Martin Freud non viene precisata la data dell’episodio in questione: come avrebbero potuto i due autori datare un documento inesistente?</p>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Adunka, Franz Rudolf Bienenfeld, in <em>David &#8211; Jüdische Kulturzeitschrift</em>, n. 45 (7/2000).</p>
<p>R. W. Clark, Freud. <em>The man and the cause</em> (1980), trad. it. <em>Freud</em>, Rizzoli, Milano 1983.</p>
<p>F. Feliziani-Kannheiser, <em>Sigmund Shlomo Freud. Le radici ebraiche della psicoanalisi</em>, Salomone Belforte &amp; Co., Livorno 2019.</p>
<p>M. Freud, <em>Glory reflected: Sigmund Freud. Man and father</em> (1957), trad. it. <em>Mio padre Sigmund Freud</em>, Il Sommolago, Trento 2001.</p>
<p>S. Freud, <a href="https://archive.org/details/Freud_1905_Der_Witz_k" target="_blank" rel="noopener"><em>Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten</em></a> (1905), trad. it. <em>Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio</em>, in <em>Opere di Sigmund Freud</em>, 12 voll., Bollati Boringhieri, Torino 1972, vol. V, pp. 1-211.</p>
<p>P. Gay, <em>Freud. A life for our time</em> (1988), trad. it. <em>id.</em>, <em>Freud. Una vita per i nostri tempi</em>, Bompiani, Milano 1988.</p>
<p>E. Jones, <em>The Life and Work of Sigmund Freud</em> (1953-1957), trad. it. <em>id.</em>, <em>Vita e opere di Sigmund Freud</em>, 3 voll., Il Saggiatore, Milano 1962.</p>
<p>F. J. Sulloway, <em>Freud biologist of the mind. Beyond the psychoanalitic legend</em> (1979), trad. it. <em>id.</em>, <em>Freud biologo della mente. Al di là della leggenda psicoanalitica</em>, Feltrinelli, Milano 1982.</p>
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