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	<title>BENEDICT XVI.TV</title>
	
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	<description>All papal video</description>
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		<title>Christmas mass 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 19:49:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola &#171;apparuit&#171;, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – &#171;è apparso&#187;. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>La lettura tratta dalla Lettera di<em> </em>san Paolo<em> </em>Apostolo<em> </em>a  Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola &laquo;<em>apparuit</em>&laquo;,  che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora<span id="more-1991"></span>: <em>apparuit</em> – &laquo;è apparso&raquo;. È questa una parola programmatica con cui la  Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli  uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio  stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr <em>Eb</em> 1,1: <em>lettura  nella Messa del giorno</em>). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è  apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli  stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia  del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto  qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è &laquo;apparso&raquo;. Ma ora  ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa  dell’aurora dice al riguardo: &laquo;apparvero la bontà di Dio … e il suo  amore per gli uomini&raquo; (<em>Tt</em> 3,4). Per gli uomini del tempo  precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano  che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche  crudele ed arbitrario, questa era una vera &laquo;epifania&raquo;, la grande luce  che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più  a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e  sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente  ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel  nostro cosmo. &laquo;Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli  uomini&raquo;: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a  Natale.</p>
<p>In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro  del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta  a Natale: &laquo;Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle  sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente,  Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non  avrà fine&raquo; (<em>Is</em> 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola  abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però  impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un  bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per  sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del  momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino,  in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza  e dipendenza, è Padre per sempre. &laquo;E la pace non avrà fine&raquo;. Il  profeta ne aveva prima parlato come di &laquo;una grande luce&raquo; e a proposito  della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino,  ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di  sangue sarebbero stati bruciati (cfr <em>Is</em> 9,1.3-4).</p>
<p>Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni  violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è  continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in  cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di  sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti  sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà.  E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace.  Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che  la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua  potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i  bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti  dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro  mondo.</p>
<p>Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un  bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei  re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un  bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova  dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale  &laquo;la festa delle feste&raquo; – più di tutte le altre solennità – e l’ha  celebrato con &laquo;ineffabile premura&raquo; (<em>2 Celano</em>, 199: <em>Fonti  Francescane</em>, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e  balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da  Celano (<em>ivi</em>). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua:  nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva  radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio  stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa  gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo  centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo  di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una  profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di  Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato  dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La  risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come  vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di  Assisi, trasformando la fede in amore. &laquo;Apparvero la bontà di Dio e il suo  amore per gli uomini&raquo;: questa frase di san Paolo acquistava così una  profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per  così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un  secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore.</p>
<p>Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza  della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede.  Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese  chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella  povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso  dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro  – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio  abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà  e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo  sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il  bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera  luce.</p>
<p>Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva  celebrare la santissima Eucaristia (cfr <em>1 Celano</em>, 85: <em>Fonti</em>, 469).  Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché  là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini  potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello  immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr <em>1 Celano</em>, 87: <em>Fonti</em>,  471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente  cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti  natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr <em>1  Celano</em>, 85 e 86: <em>Fonti</em>, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà  di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa.</p>
<p>Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme,  scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso  il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran  parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione  era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma  soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera  entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò  si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare  in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora  dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione &laquo;illuminata&raquo;.  Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che  ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino  interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità  esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci,  andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il  portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e  dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena  nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci  su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da  quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora  anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel  dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della  bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita  del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.</p>
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		<title>Benedict XVI makes emotional visit to Rome prison «Rebibbia». Super</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 15:13:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia<span id="more-1984"></span>, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole di benvenuto, rivoltemi anche a nome vostro. Saluto il Dott. Carmelo Cantone, Direttore della Casa Circondariale, e i collaboratori, la polizia penitenziaria e i volontari che si prodigano per le attività di questo Istituto. E saluto in modo speciale tutti voi, detenuti, manifestandovi la mia vicinanza.</p>
<p>«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (<em>Mt</em> 25,36). Queste sono le parole del giudizio finale, raccontato dall’evangelista Matteo, e queste parole del Signore, nelle quali Egli si identifica con i detenuti, esprimono in pienezza il senso della mia visita odierna tra voi. Dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare. La Chiesa ha sempre annoverato, tra le opere di misericordia corporale, la visita ai carcerati (cfr <em>Catechismo della Chiesa Cattolica,</em> 2447). E questa, per essere completa, richiede una piena capacità di accoglienza del detenuto, «facendogli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nelle proprie leggi, nelle proprie città» (cfr CEI, <em>Evangelizzazione e testimonianza della carità</em>, 39). Vorrei infatti potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno, ma, purtroppo, non è possibile; sono venuto però a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito, e siete sempre figli di Dio. E lo stesso Unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale.</p>
<p>In occasione del mio recente viaggio apostolico in Benin, nel novembre scorso, ho firmato una Esortazione apostolica postsinodale in cui ho ribadito l’attenzione della Chiesa per la giustizia negli Stati, scrivendo: «È pertanto urgente che siano adottati sistemi giudiziari e carcerari indipendenti, per ristabilire la giustizia e rieducare i colpevoli. Occorre inoltre bandire i casi di errori della giustizia e i trattamenti cattivi dei prigionieri, le numerose occasioni di non applicazione della legge che corrispondono ad una violazione dei diritti umani e le incarcerazioni che non sfociano se non tardivamente o mai in un processo. La Chiesa riconosce la propria missione profetica di fronte a coloro che sono colpiti dalla criminalità e il loro bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità. Hanno bisogno della nostra sollecitudine» (n. 83).</p>
<p>Cari fratelli e sorelle, la giustizia umana e quella divina sono molto diverse. Certo, gli uomini non sono in grado di applicare la giustizia divina, ma devono almeno guardare ad essa, cercare di cogliere lo spirito profondo che la anima, perché illumini anche la giustizia umana, per evitare – come purtroppo non di rado accade – che il detenuto divenga un escluso. Dio, infatti, è colui che proclama la giustizia con forza, ma che, al tempo stesso, cura le ferite con il balsamo della misericordia.</p>
<p>La parabola del vangelo di Matteo (20,1-16) sui lavoratori chiamati a giornata nella vigna ci fa capire in cosa consiste questa differenza tra la giustizia umana e quella divina, perché rende esplicito il delicato rapporto tra giustizia e misericordia. La parabola descrive un agricoltore che assume degli operai nella sua vigna. Lo fa però in diverse ore del giorno, così che qualcuno lavora tutto il giorno e qualcun altro solo un’ora. Al momento della consegna del compenso, il padrone suscita stupore e accende un dibattito tra gli operai. La questione riguarda la generosità &#8211; considerata dai presenti ingiustizia &#8211; del padrone della vigna, il quale decide di dare la stessa paga sia ai lavoratori del mattino sia agli ultimi del pomeriggio. Nell’ottica umana questa decisione è un’autentica ingiustizia, nell’ottica di Dio un atto di bontà, perché la giustizia divina dà a ciascuno il suo e, inoltre, comprende la misericordia e il perdono.</p>
<p>Giustizia e misericordia, giustizia e carità, cardini della dottrina sociale della Chiesa, sono due realtà differenti soltanto per noi uomini, che distinguiamo attentamente un atto giusto da un atto d’amore. Giusto per noi è &laquo;ciò che è all’altro dovuto&raquo;, mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. E una cosa sembra escludere l’altra. Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta.</p>
<p>Come è lontana la logica di Dio dalla nostra! E come è diverso dal nostro il suo modo di agire! Il Signore ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno. «Pieno compimento della legge è l’amore», scrive san Paolo (<em>Rm</em> 13,10): la nostra giustizia sarà tanto più perfetta quanto più sarà animata dall’amore per Dio e per i fratelli.</p>
<p>Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri.</p>
<p>So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria oggi, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una &laquo;doppia pena&raquo;; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione.</p>
<p>Cari amici, oggi è la quarta domenica dell’Avvento. Il Natale del Signore, ormai vicino, riaccenda di speranza e di amore il vostro cuore. La nascita del Signore Gesù, di cui faremo memoria tra pochi giorni, ci ricorda la sua missione di portare la salvezza a tutti gli uomini, nessuno escluso. La sua salvezza non si impone, ma ci raggiunge attraverso gli atti d’amore, di misericordia e di perdono che noi stessi sappiamo realizzare. Il Bambino di Betlemme sarà felice quando tutti gli uomini torneranno a Dio con cuore rinnovato. Chiediamogli nel silenzio e nella preghiera di essere tutti liberati dalla prigionia del peccato, della superbia e dell’orgoglio: ciascuno infatti ha bisogno di uscire da questo carcere interiore per essere veramente libero dal male, dalle angosce e dalla morte. Solo quel Bambino adagiato nella mangiatoia è in grado di donare a tutti questa liberazione piena!</p>
<p>Vorrei terminare dicendovi che la Chiesa sostiene e incoraggia ogni sforzo diretto a garantire a tutti una vita dignitosa. Siate sicuri che io sono vicino a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai vostri bambini, ai vostri giovani, ai vostri anziani e vi porto tutti nel cuore davanti a Dio. Il Signore benedica voi e il vostro futuro!</p>
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		<title>Concert by Asturias Symphony Orchestra: Manuel de Falla, Isaac Albeniz, Rueda, Strauss, Rimsky-Korsakov</title>
		<link>http://benedictxvi.tv/site/2011/11/26/concert-by-asturias-symphony-orchestra-manuel-de-falla-isaac-albeniz-rueda-strauss-rimsky-korsakov/</link>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 15:11:20 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, distinte Autorità, e cari amici! Agradezco de corazón al Gobierno del Principado de Asturias y a la Fundación María Cristina Masaveu Peterson, con su Presidente, el Señor Fernando Masaveu, por el espléndido concierto que nos han ofrecido, y que nos ha dado la posibilidad de hacer como [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Signori Cardinali,<br />
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,<br />
distinte Autorità, e cari amici!<span id="more-1981"></span></p>
<p>Agradezco de corazón al Gobierno del Principado de Asturias y a la  Fundación María Cristina Masaveu Peterson, con su Presidente, el Señor  Fernando Masaveu, por el espléndido concierto que nos han ofrecido, y que nos  ha dado la posibilidad de hacer como un viaje interior, llevados por la música,  a través del folclore, los sentimientos y el corazón mismo de España. Un  gracias muy especial a la Orquesta Sinfónica del Principado de Asturias,  dirigida por el maestro Maximiano Valdés, por la magnífica ejecución con la  cual nos ha transmitido también un poco del hondo y rico carácter de la  población española, y particularmente asturiana. Y gracias igualmente a todos  los que han hecho posible disfrutar de este momento, así como al Señor  Arzobispo de Oviedo y a cuantos están aquí presentes en esta significativa  ocasión.</p>
<p>Questa sera, per così dire, è stato trasferito in quest’Aula un  &laquo;pezzo&raquo; di Spagna. Abbiamo avuto modo non solo di ascoltare musiche di  alcuni tra i più celebri compositori di quella terra, come Manuel de Falla o  Isaac Albéniz, ma anche del tedesco Richard Strauss e del russo Nikolai  Rimsky-Korsakov, affascinati da quello che, nel libretto di sala, viene definito  &laquo;<em>more hispano</em>&laquo;, cioè la maniera &laquo;ispanica&raquo; di  essere, come pure di comporre e di interpretare la musica. Ed è proprio questo  l’elemento che accomuna i pezzi così vari che abbiamo ascoltato; essi hanno  una caratteristica di fondo: la capacità di comunicare musicalmente sentimenti,  emozioni, anzi direi quasi il tessuto quotidiano della vita. E questo  soprattutto perché chi compone &laquo;<em>more hispano</em>&raquo; è quasi  naturalmente portato a fondere in armonia gli elementi del folclore, della  canzone popolare, che vengono dal vivere di ogni giorno, con quella che  chiamiamo &laquo;musica colta&raquo;. Ed è un insieme di sentimenti che ci sono  stati trasmessi questa sera: la &laquo;<em>alegría de vivir</em>&laquo;, la gioia  di vivere, il clima della festa, che traspare in composizioni come le tre Danze  de &laquo;<em>El sombrero de tres picos</em>&raquo; di de Falla, o la lotta contro  il male descritta nella celebre &laquo;<em>Danza ritual del fuego</em>&raquo; dello  stesso autore; la vita animata dei quartieri delle città, come in &laquo;<em>Lavapiés</em>&laquo;,  da &laquo;Iberia&raquo; di Albéniz; il dramma di una vita che non trova pace,  come quella di don Juan, che non riesce a vivere l’amore in modo autentico e,  alla fine, si rende conto del vuoto della sua esistenza; il capolavoro di  Strauss ha reso perfettamente il passaggio dall’euforia che anima il brano  alla tristezza del vuoto espressa nel mesto finale.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento che emerge costantemente nelle composizioni  &laquo;<em>more hispano</em>&raquo; ed è quello religioso di cui è profondamente  intrisa la gente della Spagna; lo aveva colto molto bene Rimsky-Korsakov, che  nello splendido Capriccio Spagnolo, utilizzando canti e balli folcloristici di  Spagna, include vari temi di melodie popolari religiose, come nella prima  sezione del pezzo dove si riconosce un’antica invocazione asturiana con cui si  chiede la protezione della Vergine Maria e di san Pietro, o il secondo movimento  in cui appare un canto gitano alla Madonna. Sono le meraviglie che opera la  musica, questo linguaggio universale che ci permette di superare ogni barriera e  di entrare nel mondo dell’altro, di una Nazione, di una cultura, e ci permette  anche di volgere la mente e il cuore verso l’Altro con la &laquo;A&raquo;  maiuscola, di innalzarci, cioè, al mondo di Dio.</p>
<p>Gracias una vez más al Gobierno de Asturias, a la Fundación, a los  profesores de la Orquesta Sinfónica del Principado de Asturias, al maestro Maximiano Valdés, a los organizadores, a los venidos de Asturias y a todos  ustedes. Que la Virgen María «que brilla en la altura más bella que el sol, y  es Madre y es Reina», como reza el himno a la celestial patrona de esas tierras,  les proteja siempre con su maternal ternura.</p>
<p>Auguro a tutti un buon cammino d’Avvento e di cuore vi imparto la mia  Benedizione.</p>
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		<item>
		<title>Benin #8. Departure by plane from Cardinal Bernardin Gantin international airport</title>
		<link>http://benedictxvi.tv/site/2011/11/20/benin-8-departure-by-plane-from-cardinal-bernardin-gantin-international-airport/</link>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 13:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://benedictxvi.tv/site/?p=1978</guid>
		<description><![CDATA[Monsieur le Président, Éminences et Excellences, Autorités présentes et chers amis, Mon voyage apostolique en terre africaine s’achève. Je suis reconnaissant envers Dieu pour ces quelques jours passés avec vous dans la joie et la cordialité. Je vous remercie, Monsieur le Président pour vos paroles courtoises et pour les multiples efforts consentis afin de rendre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Monsieur le Président,<br />
Éminences et Excellences,<br />
Autorités présentes et chers amis,</p>
<p><a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/travels/2011/index_benin_fr.htm"></a>Mon voyage apostolique en terre africaine s’achève<span id="more-1978"></span>. Je suis reconnaissant envers Dieu pour ces quelques jours  passés avec vous dans la joie et la cordialité. Je vous remercie, Monsieur le  Président pour vos paroles courtoises et pour les multiples efforts consentis  afin de rendre agréable mon séjour. Je remercie également les diverses autorités  de ce pays et tous les volontaires qui ont contribué avec générosité à la  réussite de ces journées. Je n’oublie pas l’ensemble de la population béninoise  qui m’a reçu avec chaleur et enthousiasme. Ma gratitude va également aux membres  de l’Église catholique, aux différents Présidents des Conférences épiscopales  nationales et régionales qui ont fait le voyage, et naturellement de manière  toute particulière aux Evêques du Bénin.</p>
<p>J’ai désiré visiter à nouveau  le continent africain pour lequel j’ai une estime et une affection  particulières, car j’ai l’intime conviction que c’est une terre d’espérance.  J’en ai parlé d’ailleurs plusieurs fois déjà. D’authentiques valeurs, capables  d’instruire le monde, se trouvent ici et ne demandent qu’à s’épanouir avec  l’aide de Dieu et la détermination des Africains. L’Exhortation apostolique  post-synodale <em>Africae munus</em> peut y aider puissamment, car elle ouvre des  perspectives pastorales et suscitera des initiatives intéressantes. Je la confie  à l’ensemble des fidèles africains qui sauront l’étudier avec attention et la  traduire en actes concrets dans leur vie quotidienne. Le Cardinal Gantin, cet  éminent béninois dont la grandeur a été reconnue au point que cet aéroport porte  son nom, a participé avec moi à de nombreux Synodes, et il a su leur apporter  une contribution essentielle et appréciée. Puisse-t-il accompagner la mise en  application de ce document !</p>
<p><a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/travels/2011/index_benin_fr.htm">Durant cette visite</a>, j’ai pu  rencontrer diverses composantes de la société béninoise, et des membres de  l’Église. Ces nombreuses rencontres, si différentes dans leur nature, témoignent  de la possibilité d’une coexistence harmonieuse au sein de la nation, et entre  l’Église et l’État. La bonne volonté et le respect mutuel aident non seulement  au dialogue, mais ils sont essentiels pour construire l’unité entre les  personnes, les ethnies et les peuples. Le mot Fraternité est d’ailleurs le  premier des trois mots de votre devise nationale. Vivre ensemble en frères,  malgré de légitimes différences, n’est pas une utopie. Pourquoi un pays africain  n’indiquerait-il pas au reste du monde la route à prendre pour vivre une  fraternité authentique dans la justice en se fondant sur la grandeur de la  famille et du travail ? Puissent les Africains vivre réconciliés dans la paix et  la justice ! Voilà les souhaits que je formule avec confiance et espérance avant  de quitter le Bénin et le continent africain.</p>
<p>Monsieur le Président, je vous  renouvelle mes remerciements sincères que j’étends à l’ensemble de vos  concitoyens, aux Evêques béninois et à tous les fidèles de votre pays.<strong> </strong>Je  désire aussi encourager le continent tout entier à être toujours plus sel de la  terre et lumière du monde. Que par l’intercession de Notre-Dame d’Afrique, Dieu  vous bénisse tous ! <em>(en fon)</em> ACƐ MAWU TƆN NI KƆN DO BENIN TO Ɔ BI JI  (<em>Que Dieu bénisse le Bénin !</em>)</p>
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		<item>
		<title>Benin #7. Mass at the «Stade de l’amitié» of Cotonou, Africa</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 09:04:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Chers frères dans l’Épiscopat et le sacerdoce, Chers frères et sœurs, A la suite de mon bienheureux predecesseur le Pape Jean-Paul II, c’est une grande joie pour moi de visiter pour la deuxième fois ce cher continent africain, en venant chez vous, au Bénin, et de vous adresser un message d’espérance et de paix. Je [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chers frères dans l’Épiscopat et le sacerdoce,<br />
Chers frères et sœurs,</p>
<p>A la suite de mon bienheureux predecesseur le Pape Jean-Paul II,<span id="more-1972"></span> c’est une grande joie pour moi de visiter  pour la deuxième fois ce cher continent africain, en venant chez vous, au Bénin,  et de vous adresser un message d’espérance et de paix. Je voudrais tout d’abord  remercier très cordialement Monseigneur Antoine Ganyé, Archevêque de Cotonou,  pour ses paroles de bienvenue et saluer les Évêques du Bénin, ainsi que tous les  Cardinaux et les Évêques venus de nombreux pays d’Afrique et d’autres  continents. Et à vous tous, frères et sœurs bien-aimés, venus participer à cette  messe célébrée par le Successeur de Pierre, j’adresse mes salutations les plus  chaleureuses. Je pense certes aux béninois, mais aussi aux fidèles des pays  francophones voisins, le Togo, le Burkina Faso, le Niger et d’autres. Notre  célébration eucharistique en cette solennité du Christ Roi de l’univers, est  l’occasion de rendre grâce à Dieu pour le cent cinquantième anniversaire des  débuts de l’évangélisation du Bénin ainsi que pour la  <a href="http://www.vatican.va/roman_curia/synod/index_fr.htm#II_Assembl%C3%A9e_sp%C3%A9ciale_pour_lAfrique">deuxième Assemblée  spéciale pour l’Afrique du Synode des Évêques</a> qui s’est tenue à Rome il y a  quelques mois.</p>
<p>L’évangile que nous venons  d’entendre, nous dit que Jésus, le Fils de l’homme, le juge final de nos vies, a  voulu prendre le visage de ceux qui ont faim et soif, des étrangers, de ceux qui  sont nus, malades ou prisonniers, finalement de toutes les personnes qui  souffrent ou sont mises de côté ; le comportement que nous avons à leur égard  sera donc considéré comme le comportement que nous avons à l’égard de Jésus  lui-même. Ne voyons pas là une simple formule littéraire, une simple image !  Toute l’existence de Jésus en est une illustration. Lui, le Fils de Dieu, est  devenu homme, il a partagé notre existence, jusque dans les détails les plus  concrets, se faisant le serviteur du plus petit de ses frères. Lui qui n’avait  pas où reposer sa tête, sera condamné à mourir sur une croix. Tel est le Roi que  nous célébrons !</p>
<p>Sans doute cela peut nous  paraître déconcertant ! Aujourd’hui encore, comme il y a 2000 ans, habitués à  voir les signes de la royauté dans la réussite, la puissance, l’argent ou le  pouvoir, nous avons du mal à accepter un tel roi, un roi qui se fait le  serviteur des plus petits, des plus humbles, un roi dont le trône est une croix.  Et pourtant, nous disent les Écritures, c’est ainsi que se manifeste la gloire  du Christ ; c’est dans l’humilité de son existence terrestre qu’il trouve son  pouvoir de juger le monde. Pour lui, régner c’est servir ! Et ce qu’il nous  demande, c’est de le suivre sur ce chemin, de servir, d’être attentifs au cri du  pauvre, du faible, du marginalisé. Le baptisé sait que sa décision de suivre le  Christ peut l’amener à de grands sacrifices, parfois même à celui de sa vie.  Mais, comme nous l’a rappelé saint Paul, le Christ a vaincu la mort et il nous  entraîne à sa suite dans sa résurrection. Il nous introduit dans un monde  nouveau, un monde de liberté et de bonheur. Aujourd’hui encore, tant de liens  avec le monde ancien, tant de peurs nous tiennent prisonniers et nous empêchent  de vivre libres et heureux. Laissons le Christ nous libérer de ce monde ancien !  Notre foi en lui qui est vainqueur de toutes nos peurs, de toutes nos misères,  nous donne accès à un monde nouveau, un monde où la justice et la vérité ne sont  pas une parodie, un monde de liberté intérieure et de paix avec nous-mêmes, avec  les autres et avec Dieu. Tel est le don que Dieu nous a fait dans notre  baptême !</p>
<p>‘Venez, les bénis de mon Père,  recevez en héritage le Royaume préparé pour vous depuis la création du monde’ (<em>Mt</em> 25, 34). Accueillons cette parole de bénédiction que le Fils de l’homme  adressera, au jour du Jugement, à ceux et à celles qui auront reconnu sa  présence parmi les plus humbles de ses frères, dans un cœur libre et rempli de  l’amour du Seigneur ! Frères et Sœurs, ce passage de l’Évangile est vraiment une  parole d’espérance, parce que le Roi de l’univers s’est fait tout proche de  nous, serviteur des plus petits et des plus humbles. Et je voudrais m’adresser  avec affection à toutes les personnes qui souffrent, aux malades, à celles qui  sont touchées par le sida ou par d’autres maladies, à tous les oubliés de la  société. Gardez courage ! Le Pape vous est proche par la prière et la pensée.  Gardez courage ! Jésus a voulu s’identifier au petit, au malade ; il a voulu  partager votre souffrance et reconnaître en vous des frères et des sœurs, pour  les libérer de tout mal, de toute souffrance ! Chaque malade, chaque pauvre  mérite notre respect et notre amour car à travers lui Dieu nous indique le  chemin vers le ciel.</p>
<p>Et ce matin, je vous invite  encore à vous réjouir avec moi. En effet, voici 150 ans que la croix du Christ a  été implantée sur votre terre, que l’Évangile y a été annoncé pour la première  fois. En ce jour, rendons grâce à Dieu pour l’œuvre accomplie par les  missionnaires, par les « ouvriers apostoliques » originaires de chez vous ou  venus d’ailleurs, évêques, prêtres, religieux, religieuses, catéchistes, tous  ceux qui, hier comme aujourd’hui, ont permis l’extension de la foi en  Jésus-Christ sur le continent africain ! Je salue ici la mémoire du vénéré  Cardinal Bernardin Gantin, exemple de foi et de sagesse pour le Bénin et pour le  continent africain tout entier !</p>
<p>Chers frères et sœurs, tous  ceux qui ont reçu ce don merveilleux de la foi, ce don de la rencontre avec le  Seigneur ressuscité, ressentent aussi le besoin de l’annoncer aux autres.  L’Église existe pour annoncer cette Bonne Nouvelle ! Et ce devoir est toujours  urgent ! Après 150 ans, nombreux sont ceux qui n’ont pas encore entendu le  message de salut du Christ ! Nombreux sont aussi ceux qui sont réticents à  ouvrir leurs cœurs à la Parole de Dieu ! Nombreux sont ceux dont la foi est  faible, et dont la mentalité, les habitudes, la façon de vivre ignorent la  réalité de l’Évangile, pensant que la recherche d’un bonheur égoïste, du gain  facile ou du pouvoir, est le but ultime de la vie humaine. Avec enthousiasme,  soyez des témoins ardents de la foi que vous avez reçue ! Faites resplendir en  tous lieux le visage aimant du Sauveur, en particulier devant les jeunes, en  recherche de raisons de vivre et d’espérer dans un monde difficile !</p>
<p>L’Église au Bénin a beaucoup  reçu des missionnaires : elle doit à son tour porter ce message d’espérance aux  peuples qui ne connaissent pas ou qui ne connaissent plus le Seigneur Jésus.  Chers frères et sœurs, je vous invite à avoir ce souci de l’évangélisation, dans  votre pays et parmi les peuples de votre continent et du monde entier. Le récent  Synode des Évêques pour l’Afrique le rappelle avec insistance : homme  d’espérance, le chrétien ne peut se désintéresser de ses frères et de ses sœurs.  Ce serait en pleine contradiction avec le comportement de Jésus. Le chrétien est  un bâtisseur inlassable de communion, de paix et de solidarité, ces dons que  Jésus lui-même nous a faits. En y étant fidèles, nous collaborons à la  réalisation du plan de salut de Dieu pour l’humanité.</p>
<p>Chers frères et sœurs, je vous  engage donc à affermir votre foi en Jésus Christ, en opérant une authentique  conversion à sa personne. Lui seul nous donne la vie véritable et peut nous  libérer de toutes nos peurs et lenteurs, de toutes nos angoisses. Retrouvez les  racines de votre existence dans le baptême que vous avez reçu et qui fait de  vous des enfants de Dieu ! Que le Christ Jésus vous donne à tous la force de  vivre en chrétiens et de chercher à transmettre généreusement aux générations  nouvelles ce que vous avez reçu de vos Pères dans la foi ! (<em>en fon</em>) AKLUNƆ NI KƆN FƐNU TƆN LƐ DO MI JI (<em>Que le Seigneur vous comble de ses grâces !</em>)</p>
<p>On this feast day, we rejoice together in the reign of Christ the King over the  whole world.  He is the one who removes all that hinders reconciliation, justice  and peace.  We are reminded that true royalty does not consist in a show of  power, but in the humility of service; not in the oppression of the weak, but in  the ability to protect them and to lead them to life in abundance (cf. <em>Jn</em> 10:10).  Christ reigns from the Cross and, with his arms open wide, he embraces  all the peoples of the world and draws them into unity.  Through the Cross, he  breaks down the walls of division, he reconciles us with each other and with the  Father.  We pray today for the people of Africa, that all may be able to live in  justice, peace and the joy of the Kingdom of God (cf. <em>Rom</em> 14:17).  With  these sentiments I affectionately greet all the English-speaking faithful who  have come from Ghana and Nigeria and neighbouring countries.  May God bless all  of you!</p>
<p>[En ce jour de fête, nous nous  réjouissons du règne du Christ-Roi sur la terre entière. C’est lui qui délie  tout ce qui entrave la réconciliation, la justice et la paix. Nous nous  rappelons que la vraie royauté ne consiste pas dans une démonstration de  puissance, mais dans l’humilité du service, ni non plus dans l’oppression des  faibles, mais dans la capacité de les protéger pour les conduire à la vie en  abondance (cf. <em>Jn </em>10, 10). Le Christ règne par la Croix et, avec ses bras  ouverts, il embrasse tous les peuples de la terre et les attire à l’unité. Par  la Croix, il abat les murs de la division, il nous réconcilie les uns avec les  autres et avec le Père. Nous prions aujourd’hui pour les peuples d’Afrique, afin  que tous puissent vivre dans la justice, la paix et la joie du Règne de Dieu  (cf. <em>Rm </em>14, 17). C’est avec ces sentiments que je salue affectueusement  tous les fidèles anglophones venus du Ghana et du Nigéria, et des pays  limitrophes. Que Dieu vous bénisse !]</p>
<p>Queridos irmãos e irmãs da África lusófona que me ouvis, a todos dirijo a minha  saudação e convido a renovar a vossa decisão de pertencer a Cristo e de servir o  seu Reino de reconciliação, de justiça e de paz. O seu Reino pode ser posto em  perigo no nosso coração. Aqui Deus cruza-se com a nossa liberdade. Nós – e só  nós – podemos impedi-Lo de reinar sobre nós mesmos e, em consequência, tornar  difícil a sua realeza sobre a família, a sociedade e a história. Por causa de  Cristo, tantos homens e mulheres se opuseram, vitoriosamente, às tentações do  mundo para viver fielmente a sua fé, às vezes mesmo até ao martírio. A seu  exemplo, amados pastores e fiéis, sede sal e luz de Cristo na terra africana!  Amen.</p>
<p>[Chers frères et sœurs de  l’Afrique lusophone qui m’écoutez, j’adresse à tous mon salut et je vous invite  à renouveler votre décision d’appartenir au Christ et de servir son Règne de  réconciliation, de justice et de paix ! Son Règne peut être mis en péril dans  notre cœur. Là, Dieu se rencontre avec notre liberté. Nous - et seulement nous -  pouvons l’empêcher de régner sur nous-mêmes et, par conséquent, rendre difficile  sa seigneurie sur la famille, la société et l’histoire. À cause du Christ, de  nombreux hommes et femmes, se sont opposés victorieusement aux tentations du  monde pour vivre fidèlement leur foi, parfois jusqu’au martyre. Chers pasteurs  et fidèles, soyez à leur exemple, sel et lumière du Christ sur la terre  africaine ! Amen.]</p>
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		<item>
		<title>Benin #6. «Peace and Joy» Foyer of the Missionaries of Charity. Meeting with children</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 17:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Chers enfants, Je remercie Monseigneur René-Marie Ehuzu, Évêque de Porto Novo et responsable de la Pastorale Sociale de la Conférence Épiscopale du Bénin, pour ses paroles d’accueil. Je dis merci aussi à Monsieur le curé et à Aïcha pour ce qu’ils m’ont dit en votre nom à tous. Après ce beau moment d’adoration, c’est avec [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chers enfants,</p>
<p>Je remercie Monseigneur  René-Marie Ehuzu, Évêque de Porto Novo et responsable de la Pastorale Sociale de  la Conférence Épiscopale du Bénin, pour ses paroles d’accueil. <span id="more-1963"></span>Je dis merci  aussi à Monsieur le curé et à Aïcha pour ce qu’ils m’ont dit en votre nom à  tous. Après ce beau moment d’adoration, c’est avec une grande joie que je vous  salue. Merci d’être venus si nombreux!</p>
<p>Dieu notre Père nous a réunis  autour de son Fils et notre Frère, Jésus Christ, présent dans l’hostie consacrée  durant la messe. C’est un grand mystère devant lequel on adore et on croit.  Jésus, qui nous aime tant, est vraiment présent dans les tabernacles de toutes  les églises du monde, dans les tabernacles des églises de vos quartiers et de  vos paroisses. Je vous invite à le visiter souvent pour lui dire votre amour.</p>
<p>Certains parmi vous ont déjà  fait leur première communion, d’autres s’y préparent. Le jour de ma première  communion a été l’un des plus beaux jours de ma vie. Pour vous aussi, n’est-ce  pas ? Et pourquoi cela ? Ce n’est pas seulement à cause des beaux vêtements ou des  cadeaux ou même des repas de fête ! C’est surtout parce que, ce jour-là, nous  recevons Jésus-Christ pour la première fois. Quand je communie, Jésus vient  habiter en moi. Je dois l’accueillir avec amour et l’écouter attentivement. Au  fond de mon cœur, je peux lui dire par exemple : « Jésus, je sais que tu  m’aimes. Donne-moi ton amour pour que je t’aime et que j’aime les autres avec  ton amour. Je te confie mes joies, mes peines et mon avenir ». N’hésitez pas,  chers enfants, à parler de Jésus aux autres. Il est un trésor qu’il faut savoir  partager avec générosité. Dans l’histoire de l’Église, l’amour de Jésus a rempli  de courage et de force tant de chrétiens et même des enfants comme vous ! Ainsi,  saint Kizito, un garçon ougandais, a été mis à mort parce qu’il voulait vivre  selon le baptême qu’il venait de recevoir. Kizito priait. Il avait compris que  Dieu est non seulement important, mais qu’il est tout.</p>
<p>Et qu’est-ce que la prière ? C’est  un cri d’amour poussé vers Dieu notre Père avec la volonté d’imiter Jésus notre  Frère<em>.</em> Jésus partait à l’écart pour prier. Comme Jésus, je peux moi aussi  trouver chaque jour un endroit calme où je me recueille devant une croix ou une  image sacrée pour parler à Jésus et l’écouter. Je peux aussi utiliser  l’Évangile. Je garde ensuite dans mon cœur un passage qui me touche et va me  guider durant la journée. Rester ainsi un peu de temps avec Jésus, lui permet de  me remplir de son amour, de sa lumière et de sa vie ! Cet amour que je reçois  dans la prière, je suis appelé à le donner à mon tour à mes parents, à mes amis,  à tous ceux avec qui je vis, même à ceux qui ne m’aiment pas, et aussi à ceux  que je n’apprécie pas beaucoup. Chers enfants, Jésus vous aime ! Demandez aussi  à vos parents de prier avec vous ! Parfois, il faut les pousser un peu.  N’hésitez pas à le faire. Dieu est si important !</p>
<p>Que la Vierge Marie, sa Mère,  vous apprenne à l’aimer toujours plus à travers la prière, le pardon et la  charité. Je vous confie tous à Elle ainsi que vos familles et vos éducateurs.  Regardez ! Je sors un chapelet de ma poche. Le chapelet est comme un instrument  qu’on peut utiliser pour prier. Il est simple de prier le chapelet. Peut-être le  savez-vous déjà, sinon demandez à vos parents de vous apprendre. D’ailleurs,  chacun de vous recevra un chapelet à la fin de notre rencontre. Lorsque vous  l’aurez en main,  vous pourrez prier pour le Pape,  je vous demande de le faire, pour l’Église et pour toutes  les intentions importantes. Et maintenant, avant que je vous bénisse tous avec  grande affection, prions ensemble un <em>Je vous salue Marie </em>pour les enfants  du monde entier, spécialement pour ceux qui souffrent de la maladie, de la faim  et de la guerre. Prions maintenant : <em>Je vous salue Marie, etc.</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Benin #4. Meeting with priests, seminarians etc. Visit to the tomb of Card. Bernardin Gantin</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:53:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Messieurs les Cardinaux, Monseigneur N’Koué, responsable de la formation sacerdotale, chers frères dans l’épiscopat et le sacerdoce, chers religieux et religieuses, chers séminaristes et chers fidèles laïcs, Merci Monseigneur N’Koué pour vos belles paroles, et merci cher séminariste pour les vôtres qui sont si accueillantes et déférentes. C’est une grande joie pour moi de me [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Messieurs les Cardinaux,<br />
Monseigneur N’Koué, responsable de la formation sacerdotale,<br />
chers frères dans l’épiscopat et le sacerdoce,<span id="more-1956"></span><br />
chers religieux et religieuses,<br />
chers séminaristes et chers fidèles laïcs,</p>
<p>Merci Monseigneur N’Koué pour  vos belles paroles, et merci cher séminariste pour les vôtres qui sont si  accueillantes et déférentes. C’est une grande joie pour moi de me retrouver au  milieu de vous ici, à Ouidah, et plus particulièrement dans ce séminaire mis  sous la protection de sainte Jeanne d’Arc et dédié à saint Gall, homme aux  vertus éclatantes, moine désireux de perfection, pasteur plein de douceur et  d’humilité. Quoi de plus noble que d’avoir comme modèle sa figure, ainsi que  celle de Monseigneur Louis Parisot, apôtre infatigable des pauvres et promoteur  du clergé local, celle du Père Thomas Moulero, premier prêtre du Dahomey  d’antan, et celle du Cardinal Bernardin Gantin, fils éminent de votre terre et  humble serviteur de l’Église ?</p>
<p>Notre rencontre de ce matin me  donne l’occasion de vous exprimer directement ma gratitude pour votre engagement  pastoral. Je rends grâce à Dieu pour votre zèle, malgré les conditions parfois  difficiles dans lesquelles vous êtes appelés à témoigner de son amour. Je le  remercie pour tant d’hommes et de femmes qui ont annoncé l’Évangile en terre  béninoise, comme dans toute l’Afrique.</p>
<p>Tout à l’heure, je vais signer  l’Exhortation apostolique post-synodale <em>Africae munus</em>. Il y sera question  de paix, de justice et de réconciliation. Ces trois valeurs s’imposent comme un  idéal évangélique fondamental à la vie baptismale et elles requièrent une saine  acceptation de votre identité de prêtre, de personne consacrée et de fidèle  laïc.</p>
<p>Chers prêtres, la  responsabilité de la promotion de la paix, de la justice et de la  réconciliation, vous incombe d’une manière toute particulière. À cause de  l’Ordre sacré reçu et des Sacrements célébrés, vous êtes appelés en effet à être  des hommes de communion. De même que le cristal ne retient pas la lumière, mais  la réfléchit et la redonne, de même le prêtre doit laisser transparaître ce  qu’il célèbre et ce qu’il reçoit. Je vous encourage donc à laisser transparaître  le Christ dans votre vie par une vraie communion avec l’Évêque, par une réelle  bonté pour vos confrères, par une profonde sollicitude pour chaque baptisé et  par une grande attention pour toute personne. En vous laissant modeler par le  Christ, vous ne substituerez jamais à la beauté de votre être sacerdotal des  réalités éphémères parfois malsaines que la mentalité contemporaine tente  d’imposer à toutes les cultures. Je vous exhorte, chers prêtres, à ne pas  sous-estimer la grandeur insondable de la grâce divine déposée en vous et qui  vous habilite à vivre au service de la paix, de la justice et de la  réconciliation.</p>
<p>Chers religieux et religieuses, de vie active ou contemplative, la vie consacrée  est une suite radicale de Jésus. Que votre choix inconditionnel du Christ vous  conduise à un amour sans frontière pour le prochain! La pauvreté et la chasteté  vous rendent vraiment libres pour obéir inconditionnellement au seul Amour qui,  quand il vous saisit, vous porte à le répandre partout. Pauvreté, obéissance et  chasteté creusent en vous la soif de Dieu et la faim de sa Parole, qui, en  grandissant, se muent en faim et soif pour servir le prochain en mal de justice,  de paix et de réconciliation. Fidèlement vécus, les conseils évangéliques vous  transforment en frère universel ou en sœur de tous, et vous aident à marcher  résolument sur la voie de la sainteté. Vous y arriverez si, convaincus que, pour  vous, vivre, c’est le Christ (cf. <em>Ph </em>1, 21), vous faites de vos  communautés des reflets de la gloire de Dieu et des lieux où vous n’avez de <em> dettes envers personne, sinon celle de l’amour mutuel</em> (cf. <em>Rm </em>13, 8).  Par vos charismes propres vécus avec un esprit d’ouverture à la catholicité de  l’Église, vous pourrez contribuer à une expression harmonieuse de l’immensité  des dons divins au service de toute l’humanité !</p>
<p>M’adressant maintenant à vous,  chers séminaristes, je vous encourage à vous mettre à l’école du Christ pour  acquérir les vertus qui vous aideront à vivre le sacerdoce ministériel comme le  lieu de votre sanctification. Sans la logique de la sainteté, le ministère n’est  qu’une simple fonction sociale. La qualité de votre vie future dépend de la  qualité de votre relation personnelle avec Dieu en Jésus-Christ, de vos  sacrifices, de l’heureuse intégration des exigences de votre formation actuelle.  Face aux défis de l’existence humaine, le prêtre d’aujourd’hui comme celui de  demain &#8211; s’il veut être un témoin crédible au service de la paix, de la justice  et de la réconciliation &#8211; doit être un homme humble et équilibré, sage et  magnanime. Après 60 ans de vie sacerdotale, je peux vous confier, chers  séminaristes, que vous ne regretterez pas d’avoir accumulé durant votre  formation des trésors intellectuels, spirituels et pastoraux.</p>
<p>Quant à vous, chers fidèles  laïcs qui, au cœur des réalités quotidiennes de la vie, êtes appelés à être <em> le sel de la terre et la lumière du monde</em>, je vous exhorte à renouveler vous  aussi votre engagement pour la justice, la paix et la réconciliation. Cette  mission requiert d’abord une foi en la famille bâtie selon le dessein de Dieu et  une fidélité à l’essence même du mariage chrétien. Elle exige aussi que vos  familles soient comme de véritables « <em>églises domestiques</em> ». Grâce à la  force de la prière, « la vie personnelle et familiale se transforme et  s’améliore, le dialogue s’enrichit, la foi se transmet aux enfants, la joie  d’être ensemble s’amplifie, le foyer se rassemble et se consolide sans cesse » (<a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/pont-messages/2009/documents/hf_ben-xvi_mes_20090117_famiglie-messico_fr.html"><em>Message  pour la rencontre mondiale des familles à Mexico</em>, le 17 janvier 2009</a>, n. 3).  En faisant régner dans vos familles l’amour et le pardon, vous contribuerez à  l’édification d’une Église belle et forte, et à l’avènement de plus de justice  et de paix dans la société entière. En ce sens, je vous encourage, chers  parents, à avoir un respect profond pour la vie et à témoigner devant vos  enfants de valeurs humaines et spirituelles. Et il me plaît de rappeler ici que,  voici 10 ans, le Pape Jean-Paul II a fondé à Cotonou une section pour l’Afrique  francophone de l’Institut qui porte son nom, afin de contribuer à la réflexion  théologique et pastorale sur le mariage et la famille. Enfin, j’exhorte  spécialement les catéchistes, ces vaillants missionnaires au cœur des réalités  les plus humbles, à offrir toujours, avec une espérance et une détermination  indéfectibles, leur aide singulière et absolument nécessaire à l’expansion de la  foi dans la fidélité à l’enseignement de l’Église (cf. <em> <a href="http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207_ad-gentes_fr.html">Ad gentes</a></em>, n. 17).</p>
<p>Pour conclure mon entretien  avec vous, je voudrais vous exhorter tous à une foi authentique et vivante,  fondement inébranlable d’une vie chrétienne sainte et au service de  l’édification d’un monde nouveau. L’amour pour le Dieu révélé et pour sa Parole,  l’amour pour les sacrements et pour l’Église, sont un antidote efficace contre  des syncrétismes qui égarent. Cet amour favorise une juste intégration des  valeurs authentiques des cultures dans la foi chrétienne. Il libère de  l’occultisme et vainc les esprits maléfiques, car il est mû par la puissance  même de la Sainte Trinité. Vécu profondément, cet amour est aussi un ferment de  communion qui brise toute barrière, favorisant ainsi l’édification d’une Église  dans laquelle il n’y a pas de ségrégation entre les baptisés, car tous ne font  qu’un dans le Christ Jésus<em> </em>(cf. <em>Ga </em>3, 28). Avec grande confiance,  je compte sur chacun de vous, prêtres, religieux et religieuses, séminaristes et  fidèles laïcs, pour faire vivre une telle Église. En gage de ma proximité  spirituelle et paternelle, et vous confiant à la Vierge Marie, j’invoque sur  vous tous, sur vos familles, les jeunes et les malades, l’abondance des  Bénédictions divines !</p>
<p><em>(en fon) </em> AKLUNƆ NI KƆN FƐNU TƆN LƐ DO MI JI (<em>Que le Seigneur vous comble de ses grâces !</em>)</p>
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		<title>Benin #3. Historical speech. Meeting with Government members, Diplomatic Corps etc. and representatives of the major religions. The Presidential Palace of Cotonou</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 09:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[HISTORICAL SPEECH]]></category>

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		<description><![CDATA[Monsieur le Président de la République, Mesdames et Messieurs les représentants des Autorités civiles, politiques et religieuses, Mesdames et Messieurs les Chefs de mission diplomatique, Chers frères dans l’Épiscopat, Mesdames, Messieurs, chers amis, DOO NUMI ! (salut solennel en fon) Vous avez désiré, Monsieur le Président, m’offrir l’occasion de cette rencontre devant une assemblée prestigieuse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Monsieur le Président de la République,<br />
Mesdames et Messieurs les représentants des Autorités civiles, politiques et  religieuses<span id="more-1951"></span>,<br />
Mesdames et Messieurs les Chefs de mission diplomatique,<br />
Chers frères dans l’Épiscopat, Mesdames, Messieurs, chers amis,</p>
<p>DOO NUMI ! (<em>salut solennel en fon</em>) Vous avez désiré, Monsieur le Président,  m’offrir l’occasion de cette rencontre devant une assemblée prestigieuse de  personnalités. C’est un privilège que je sais apprécier, et je vous remercie de  grand cœur pour les aimables paroles que vous venez de m’adresser au nom de  l’ensemble du peuple béninois.  Je remercie également  Madame la représentante<strong> </strong>des Corps Constitués pour ses mots de bienvenue. Je forme les vœux les meilleurs  à l’intention de toutes les personnalités présentes qui sont des acteurs de  premier ordre, et à différents niveaux, de la vie nationale béninoise.</p>
<p>Souvent, dans mes interventions  antérieures, j’ai uni au mot Afrique celui d’espérance. Je l’ai fait à Luanda  voici deux ans et déjà dans un contexte synodal. Le mot espérance figure  d’ailleurs plusieurs fois dans l’Exhortation apostolique post-synodale <em> Africae munus</em> que je vais signer tout à l’heure. Lorsque je dis que  l’Afrique est le continent de l’espérance, je ne fais pas de la rhétorique  facile, mais j’exprime tout simplement une conviction personnelle, qui est  également celle de l’Église. Trop souvent, notre esprit s’arrête à des préjugés  ou à des images qui donnent de la réalité africaine une vision négative, issue  d’une analyse chagrine. Il est toujours tentant de ne souligner que ce qui ne va  pas ; mieux encore, il est facile de prendre le ton sentencieux du moralisateur  ou de l’expert, qui impose ses conclusions et propose, en fin de compte, peu de  solutions adaptées. Il est tout aussi tentant d’analyser les réalités africaines  à la manière d’un ethnologue curieux ou comme celui qui ne voit en elles qu’un  énorme réservoir énergétique, minéral, agricole et humain facilement exploitable  pour des intérêts souvent peu nobles. Ce sont là des visions réductrices et  irrespectueuses, qui aboutissent à une chosification peu convenable de l’Afrique  et de ses habitants.</p>
<p>J’ai conscience que les mots  n’ont pas partout le même sens. Mais, celui d’espérance varie peu selon les  cultures. Il y a quelques années déjà, j’ai consacré une Lettre encyclique à  l’espérance chrétienne. Parler de l’espérance, c’est parler de l’avenir, et donc  de Dieu ! L’avenir s’enracine dans le passé et le présent. Le passé, nous le  connaissons bien, regrettant ses échecs et saluant ses réalisations positives.  Le présent, nous le vivons comme nous le pouvons. Au mieux j’espère, et avec  l’aide de Dieu ! C’est sur ce terreau composé de multiples éléments  contradictoires et complémentaires qu’il s’agit de construire avec l’aide de  Dieu.</p>
<p>Chers amis, je voudrais lire, à  la lumière de cette espérance qui doit nous animer, deux réalités africaines qui  sont d’actualité. La première se réfère plutôt de manière générale à la vie  sociopolitique et économique du continent, la seconde au dialogue  interreligieux. Ces réalités nous intéressent tous, car notre siècle semble  naître dans la douleur et avoir du mal à faire grandir l’espérance dans ces deux  domaines particuliers.</p>
<p>Ces derniers mois, de nombreux  peuples ont manifesté leur désir de liberté, leur besoin de sécurité matérielle,  et leur volonté de vivre harmonieusement dans la différence des ethnies et des  religions. Un nouvel État est même né sur votre continent. Nombreux ont été  également les conflits engendrés par l’aveuglement de l’homme, par sa volonté de  puissance et par des intérêts politico-économiques qui font fi de la dignité des  personnes ou de celle de la nature. La personne humaine aspire à la liberté ;  elle veut vivre dignement ; elle veut de bonnes écoles et de la nourriture pour  les enfants, des hôpitaux dignes pour soigner les malades ; elle veut être  respectée ; elle revendique une gouvernance limpide qui ne confonde pas  l’intérêt privé avec l’intérêt général ; et plus que tout, elle veut la paix et  la justice. En ce moment, il y a trop de scandales et d’injustices, trop de  corruption et d’avidité, trop de mépris et de mensonges, trop de violences qui  conduisent à la misère et à la mort. Ces maux affligent certes votre continent,  mais également le reste du monde. Chaque peuple veut comprendre les choix  politiques et économiques qui sont faits en son nom. Il saisit la manipulation,  et sa revanche est parfois violente. Il veut participer à la bonne gouvernance.  Nous savons qu’aucun régime politique humain n’est idéal, qu’aucun choix  économique n’est neutre. Mais ils doivent toujours servir le bien commun. Nous  nous trouvons donc en face d’une revendication légitime qui touche tous les  pays, pour plus de dignité, et surtout pour plus d’humanité. L’homme veut que  son humanité soit respectée et promue. Les responsables politiques et  économiques des pays se trouvent placés devant des décisions déterminantes et  des choix qu’ils ne peuvent plus éviter.</p>
<p>De cette tribune, je lance un  appel à tous les responsables politiques et économiques des pays africains et du  reste du monde. Ne privez pas vos peuples de l’espérance ! Ne les amputez pas de  leur avenir en mutilant leur présent ! Ayez une approche éthique courageuse de  vos responsabilités et, si vous êtes croyants, priez Dieu de vous accorder la  sagesse ! Cette sagesse vous fera comprendre qu’étant les promoteurs de l’avenir  de vos peuples, il faut devenir de vrais serviteurs de l’espérance. Il n’est pas  facile de vivre la condition de serviteur, de rester intègre parmi les courants  d’opinion et les intérêts puissants. Le pouvoir, quel qu’il soit, aveugle avec  facilité, surtout lorsque sont en jeu des intérêts privés, familiaux, ethniques  ou religieux. Dieu seul purifie les cœurs et les intentions.</p>
<p>L’Église n’apporte aucune  solution technique et n’impose aucune solution politique. Elle répète : n’ayez  pas peur ! L’humanité n’est pas seule face aux défis du monde. Dieu est présent.  C’est là un message d’espérance, une espérance génératrice d’énergie, qui  stimule l’intelligence et donne à la volonté tout son dynamisme. Un ancien  archevêque de Toulouse, le Cardinal Saliège disait : « Espérer, ce n’est pas  abandonner ; c’est redoubler d’activité ». L’Église accompagne l’État dans sa  mission ; elle veut être comme l’âme de ce corps en lui indiquant inlassablement  l’essentiel : Dieu et l’homme. Elle désire accomplir, ouvertement et sans  crainte, cette tâche immense de celle qui éduque et soigne, et surtout de celle  qui prie sans cesse (cf. <em>Lc</em> 18, 1), qui montre où est Dieu (cf. <em>Mt</em> 6, 21) et où est l’homme véritable (cf. <em>Mt</em> 20, 26 et <em>Jn</em> 19, 5). Le  désespoir est individualiste. L’espérance est communion. N’est-ce pas là une  voie splendide qui nous est proposée ? J’y invite tous les responsables  politiques, économiques, ainsi que le monde universitaire et celui de la  culture. Soyez, vous aussi, des semeurs d’espérance !</p>
<p>Je voudrais maintenant aborder  le second point, celui du dialogue interreligieux. Il ne me semble pas  nécessaire de rappeler les récents conflits nés au nom de Dieu, et les morts  données au nom de Celui qui est la Vie. Toute personne de bon sens comprend  qu’il faut toujours promouvoir la coopération sereine et respectueuse des  diversités culturelles et religieuses. Le vrai dialogue interreligieux rejette  la vérité humainement égocentrique, car la seule et unique vérité est en Dieu.  Dieu est la Vérité. De ce fait, aucune religion, aucune culture ne peut  justifier l’appel ou le recours à l’intolérance et à la violence. L’agressivité  est une forme relationnelle assez archaïque qui fait appel à des instincts  faciles et peu nobles. Utiliser les paroles révélées, les Écritures Saintes ou  le nom de Dieu, pour justifier nos intérêts, nos politiques si facilement  accommodantes, ou nos violences, est une faute très grave.</p>
<p>Je ne peux connaître l’autre  que si je me connais moi-même. Je ne peux l’aimer, que si je m’aime moi-même  (cf. <em>Mt</em> 22, 39). La connaissance, l’approfondissement et la pratique de  sa propre religion sont donc essentielles au vrai dialogue interreligieux.  Celui-ci ne peut que commencer par la prière personnelle sincère de celui qui  désire dialoguer. Qu’il se retire dans le secret de sa chambre intérieure (cf. <em>Mt</em> 6, 6) pour demander à Dieu la purification du raisonnement et la  bénédiction pour la rencontre désirée. Cette prière demande aussi à Dieu le don  de voir dans l’autre un frère à aimer, et dans la tradition qu’il vit, un reflet  de la vérité qui illumine tous les hommes (<em>Nostra Aetate</em> 2). Il convient  donc que chacun se situe en vérité devant Dieu et devant l’autre. Cette vérité  n’exclut pas, et elle n’est pas une confusion. Le dialogue interreligieux mal  compris conduit à la confusion ou au syncrétisme. Ce n’est pas ce dialogue qui  est recherché.</p>
<p>Malgré les efforts accomplis, nous savons aussi que, parfois, le dialogue  interreligieux n’est pas facile, ou même qu’il est empêché pour diverses  raisons. Cela ne signifie en rien un échec. Les formes du dialogue  interreligieux sont multiples. La coopération dans le domaine social ou culturel  peut aider les personnes à mieux se comprendre et à vivre ensemble sereinement.  Il est aussi bon de savoir qu’on ne dialogue pas par faiblesse, mais  nous dialoguons parce que nous  croyons en Dieu, le créateur et le père de tous les hommes. Dialoguer est  une manière supplémentaire d’aimer Dieu et le prochain  dans l&#8217;amour de la  vérité<strong> </strong>(cf. <em>Mt </em>22, 37).</p>
<p>Avoir de l’espérance, ce n’est pas être ingénu, mais c’est poser un acte de foi  en Dieu, Seigneur du temps, Seigneur aussi de  notre avenir. L’Église  catholique met ainsi en œuvre l’une des intuitions du Concile Vatican II, celle  de favoriser les relations amicales entre elle et les membres de religions  non-chrétiennes. Depuis des décennies, le Conseil Pontifical qui en a la  gestion, tisse des liens, multiplie les rencontres, et publie régulièrement des  documents pour favoriser un tel dialogue. L’Église tente de la sorte de réparer  la confusion des langues et la dispersion des cœurs nées du péché de Babel (cf. <em>Gn</em> 11). Je salue tous les responsables religieux qui ont eu l’amabilité  de venir ici me rencontrer. Je veux les assurer, ainsi que ceux des autres pays  africains, que le dialogue offert par l’Église catholique vient du cœur. Je les  encourage à promouvoir, surtout parmi les jeunes, une pédagogie du dialogue,  afin qu’ils découvrent que la conscience de chacun est un sanctuaire à  respecter, et que la dimension spirituelle construit la fraternité. La vraie foi  conduit invariablement à l’amour. C’est dans cet esprit que je vous invite tous  à l’espérance.</p>
<p>Ces considérations générales  s’appliquent de façon particulière à l’Afrique. Sur votre continent, nombreuses  sont les familles dont les membres professent des croyances différentes, et  pourtant les familles restent unies. Cette unité n’est pas seulement voulue par  la culture, mais c’est une unité cimentée par l’affection fraternelle. Il y a  naturellement parfois des échecs, mais aussi beaucoup de réussites. Dans ce  domaine particulier, l’Afrique peut fournir à tous matière à réflexion et être  ainsi une source d’espérance.</p>
<p>Pour finir, je voudrais  utiliser l’image de la main. Cinq doigts la composent, et ils sont bien  différents. Chacun d’eux pourtant est essentiel, et leur unité forme la main. La  bonne entente entre les cultures, la considération non condescendante des unes  pour les autres, et le respect des droits de chacune sont un devoir vital. Il  faut l’enseigner à tous les fidèles des diverses religions. La haine est un  échec, l’indifférence une impasse, et le dialogue une ouverture ! N’est-ce pas  là un beau terrain où seront semées des graines d’espérance ? Tendre la main  signifie espérer pour arriver, dans un second temps, à aimer. Quoi de plus beau  qu’une main tendue ? Elle a été voulue par Dieu pour offrir et recevoir. Dieu  n’a pas voulu qu’elle tue (cf. <em>Gn</em> 4, 1ss) ou qu’elle fasse souffrir, mais  qu’elle soigne et qu’elle aide à vivre. À côté du cœur et de l’intelligence, la  main peut devenir, elle aussi, un instrument du dialogue. Elle peut faire  fleurir l’espérance, surtout lorsque l’intelligence balbutie et que le cœur  trébuche.</p>
<p>Selon les Saintes Écritures,  trois symboles décrivent l’espérance pour le chrétien : le casque, car il  protège du découragement (cf. <em>1 Th</em> 5, 8), l’ancre sûre et solide qui fixe  en Dieu (cf. <em>Hb</em> 6, 19), et la lampe qui permet d’attendre l’aurore d’un  jour nouveau (cf. <em>Lc</em> 12, 35-36). Avoir peur, douter et craindre,  s’installer dans le présent sans Dieu, ou encore n’avoir rien à attendre, sont  autant d’attitudes étrangères à la foi chrétienne (cf. saint Jean Chrysostome, <em>Homélie XIV sur l’Epitre aux Romains</em>, n. 6, <em>PG</em> 45, 941C) et, je  crois, à toute autre croyance en Dieu. La foi vit le présent, mais attend les  biens futurs. Dieu est dans notre présent, mais il vient aussi de l’avenir, lieu  de l’espérance. La dilatation du cœur est non seulement l’espérance en Dieu,  mais aussi l’ouverture au souci des réalités corporelles et temporelles pour  glorifier Dieu. À la suite de Pierre dont je suis le successeur, je souhaite que  votre foi et votre espérance soient en Dieu (cf. <em>1 P</em> 1, 21). C’est là le  vœu que je formule pour l’Afrique tout entière, elle qui m’est si chère ! Aie  confiance, Afrique, et lève toi ! Le Seigneur t’appelle. Que Dieu vous bénisse !  Merci.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Benin #2. Visit at the Cathedral of Cotonou</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 11:29:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Messieurs les Cardinaux, Monseigneur l’Archevêque et chers frères dans l’Épiscopat, Monsieur le Recteur de la cathédrale, chers frères et sœurs, L’hymne antique, le Te Deum, que nous venons de chanter exprime notre louange au Dieu trois fois saint qui nous rassemble dans cette belle cathédrale Notre-Dame de la Miséricorde. Nous rendons hommage avec reconnaissance aux [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Messieurs les Cardinaux,<br />
Monseigneur l’Archevêque et chers frères dans l’Épiscopat,<br />
Monsieur le Recteur de la cathédrale,<br />
chers frères et sœurs,<span id="more-1946"></span></p>
<p>L’hymne antique, le <em>Te Deum</em>,  que nous venons de chanter exprime notre louange au Dieu trois fois saint qui  nous rassemble dans cette belle cathédrale Notre-Dame de la Miséricorde. Nous rendons hommage avec reconnaissance aux anciens archevêques qui y reposent :  Monseigneur Christophe Adimou et Monseigneur Isidore de Sousa. Ils ont été de  valeureux ouvriers dans la Vigne du Seigneur, et leur mémoire reste encore vivante dans le cœur des catholiques  et de nombreux Béninois. Ces deux Prélats étaient, chacun à sa manière, des  pasteurs pleins de zèle et de charité. Ils se sont dépensés sans compter au  service de l’Évangile et du peuple de Dieu, surtout des personnes les plus  vulnérables. Vous savez tous que Monseigneur de Sousa a été un ami de la vérité  et qu’il a joué un rôle déterminant dans la transition démocratique de votre  pays.</p>
<p>Alors que nous louons Dieu pour  les merveilles dont il ne cesse de combler l’humanité, je vous invite à méditer  un instant sur sa miséricorde infinie. Cette cathédrale s’y prête  providentiellement. L’Histoire du Salut, qui culmine dans l’Incarnation de Jésus  et trouve son accomplissement plénier dans le Mystère pascal, est une révélation  éclatante de la miséricorde de Dieu. Dans le Fils est rendu visible le «Père  des miséricordes » (2 <em>Co </em>1, 3), qui, toujours fidèle à sa paternité, « se  penche sur chaque enfant prodigue, sur chaque misère humaine, et surtout sur  chaque misère morale, sur le péché » (Jean-Paul II, <em> <a href="http://www.vatican.va/edocs/FRA0073/_INDEX.HTM">Dives in misericordia</a></em>,  n. 6). La miséricorde divine ne consiste pas seulement en la rémission de nos  péchés; elle consiste aussi dans le fait que Dieu, notre Père, nous ramène,  parfois non sans douleur ni affliction ni crainte de notre part, sur le chemin  de la vérité et de la lumière, car il ne veut pas que nous nous perdions (cf. <em> Mt </em>18, 14; <em>Jn</em> 3, 16). Cette double expression de la miséricorde  divine montre combien Dieu est fidèle à l’alliance scellée avec chaque chrétien  dans le baptême. En relisant l’histoire personnelle de chacun et celle de  l’évangélisation de nos pays, nous pouvons dire à la suite du psalmiste : « Je  chanterai sans fin les miséricordes du Seigneur » (<em>Ps </em>89 [88], 2).</p>
<p>La Vierge Marie a  expérimenté au plus haut point le mystère de l’amour divin : « Sa miséricorde  s’étend d’âge en âge sur ceux qui le craignent » (<em>Lc </em>1, 50),  s’exclame-t-elle dans son <em>Magnificat</em>. Par son OUI à l’appel de  Dieu, elle  a contribué à la manifestation de l’amour divin parmi les hommes. En ce  sens,  elle est Mère de Miséricorde par participation à la mission de son Fils;  elle a  reçu le privilège de pouvoir nous secourir toujours et partout. « Par  son intercession répétée, elle continue à nous obtenir les dons qui  assurent notre  salut éternel. Son amour maternel la rend attentive aux frères de son  Fils dont  le pèlerinage n’est pas achevé, ou qui se trouvent engagés dans les  périls et  les épreuves, jusqu’à ce qu’ils parviennent à la patrie bienheureuse » (<em><a href="http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_fr.html">Lumen  gentium</a> </em>62). Sous l’abri de sa miséricorde, les cœurs meurtris guérissent,  les pièges du Malin sont déjoués et les ennemis se réconcilient. En Marie, nous  avons non seulement un modèle de perfection, mais aussi une aide pour réaliser  la communion avec Dieu et avec nos frères et nos sœurs. Mère de miséricorde,  elle est un guide sûr des disciples de son Fils qui veulent être au service de  la justice, de la réconciliation et de la paix. Elle nous indique, avec  simplicité et avec un cœur maternel, la seule Lumière et la seule Vérité: son  Fils, le Christ Jésus qui conduit l’humanité vers sa pleine réalisation dans son  Père. N’ayons pas peur d’invoquer avec confiance celle qui ne cesse de dispenser  à ses enfants les grâces divines :</p>
<p><strong>Ô Mère de Miséricorde,</strong><br />
Nous te saluons, Mère du Rédempteur;<br />
Nous te saluons, Vierge glorieuse;<br />
Nous te saluons, notre Reine !</p>
<p><strong>Ô Reine de l’espérance,</strong><br />
Montre-nous le visage de ton divin Fils ;<br />
Guide-nous sur les chemins de la sainteté ;<br />
Donne-nous la joie de ceux qui savent dire Oui à Dieu !</p>
<p><strong>Ô Reine de la paix,</strong><br />
Comble les plus nobles aspirations des jeunes d’Afrique ;<br />
Comble les cœurs assoiffés de justice, de paix et de réconciliation ;<br />
Comble les espoirs des enfants victimes de la faim et de la guerre !</p>
<p><strong>Ô Reine de la justice,</strong><br />
Obtiens-nous l’amour filial et fraternel ;<br />
Obtiens-nous d’être amis des pauvres et des petits ;<br />
Obtiens pour les peuples de la terre l’esprit de fraternité !</p>
<p><strong>Ô Notre Dame d’Afrique,</strong><br />
Obtiens de ton divin Fils la guérison pour les malades, la consolation pour les  affligés, le pardon pour les pécheurs ;<br />
Intercède pour l’Afrique auprès de ton divin Fils ;<br />
et obtiens pour toute l’humanité le salut et la paix ! Amen.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Benin #1. Welcome ceremony. Aéroport international «Card. Bernardin Gantin» de Cotonou</title>
		<link>http://benedictxvi.tv/site/2011/11/18/benin-1-welcome-ceremony-aeroport-international-card-bernardin-gantin-de-cotonou/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 09:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2011]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://benedictxvi.tv/site/?p=1940</guid>
		<description><![CDATA[Monsieur le Président de la République, Messieurs les Cardinaux, Monsieur le Président de la Conférence Épiscopale du Bénin, Autorités civiles, ecclésiales et religieuses présentes, Chers amis, Je vous remercie, Monsieur le Président, pour vos chaleureuses paroles d’accueil. Vous savez l’affection que je porte à votre continent et à votre pays. Je désirais revenir en Afrique, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Monsieur le Président de  la  République,<br />
Messieurs les Cardinaux,<span id="more-1940"></span><br />
Monsieur le Président de  la  Conférence Épiscopale du Bénin,<br />
Autorités civiles, ecclésiales et religieuses présentes,<br />
Chers amis,</p>
<p>Je vous remercie, Monsieur le  Président, pour vos chaleureuses paroles d’accueil. Vous savez l’affection que  je porte à votre continent et à votre pays. Je désirais revenir en Afrique, et  une triple motivation m’a été fournie pour réaliser ce voyage apostolique. Il y  a tout d’abord, Monsieur le Président, votre aimable invitation à visiter votre  pays. Votre initiative est allée de pair avec celle de  la Conférence épiscopale du  Bénin. Elles sont heureuses, car elles se situent dans l’année où le Bénin  célèbre le 40<sup>ème</sup> anniversaire de l’établissement de ses relations  diplomatiques avec le Saint-Siège, ainsi que le 150<sup>ème</sup> anniversaire  de son évangélisation. Étant parmi vous, j’aurai l’occasion de faire  d’innombrables rencontres. Je m’en réjouis. Elles seront toutes différentes et  elles culmineront dans l’Eucharistie que je célébrerai avant mon départ.</p>
<p>Se réalise également mon désir  de remettre sur le sol africain l’Exhortation apostolique post-synodale <em> Africae munus</em>. Ses réflexions guideront l’action pastorale de nombreuses  communautés chrétiennes durant les prochaines années. Ce document pourra y  germer, y grandir et y porter du fruit «<em> à raison de cent, ou soixante, ou  trente pour un </em>», comme le dit l&#8217;Évangile de Notre Seigneur Jésus-Christ (<em>Mt</em> 13, 23).</p>
<p>Enfin, il existe une troisième  raison qui est plus personnelle ou plus sentimentale. J’ai toujours tenu en  haute estime un fils de ce pays, le Cardinal Bernardin Gantin. Durant  d’innombrables années, nous avons tous les deux œuvré, chacun selon ses  compétences propres, au service de la même Vigne. Nous avons aidé au mieux mon  prédécesseur, le bienheureux  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/index_fr.htm"></a>Jean-Paul II, à exercer son ministère pétrinien.  Nous avons eu l’occasion de nous rencontrer bien des fois, de discuter  profondément et de prier ensemble. Le Cardinal Gantin s’était gagné le respect  et l’affection de beaucoup. Il m’a donc semblé juste de venir dans son pays  natal pour prier sur sa tombe et pour remercier le Bénin d’avoir donné à  l’Église ce fils éminent.</p>
<p>Le Bénin est une terre  d’anciennes et de nobles traditions. Son histoire est prestigieuse. Je voudrais  profiter de cette occasion pour saluer les Chefs traditionnels. Leur  contribution est importante pour construire le futur de ce pays. Je désire les  encourager à contribuer par leur sagesse et leur intelligence des coutumes, au  délicat passage qui s’opère actuellement entre la tradition et la modernité.</p>
<p>La modernité ne doit pas faire  peur, mais elle ne peut se construire sur l’oubli du passé. Elle doit être  accompagnée avec prudence pour le bien de tous en évitant les écueils qui  existent sur le continent africain et ailleurs, par exemple la soumission  inconditionnelle aux lois du marché ou de la finance, le nationalisme ou le  tribalisme exacerbé et stérile qui peuvent devenir meurtriers, la politisation  extrême des tensions interreligieuses au détriment du bien commun, ou enfin  l’effritement des valeurs humaines, culturelles, éthiques et religieuses. Le  passage à la modernité doit être guidé par des critères sûrs qui se basent sur  des vertus reconnues, celles qu’énumère votre devise nationale, mais également  celles qui s’ancrent dans la dignité de la personne, la grandeur de la famille  et le respect de la vie. Toutes ces valeurs sont en vue du bien commun qui seul  doit primer, et qui seul doit constituer la préoccupation majeure de tout  responsable. Dieu fait confiance à l’homme et il désire son bien. C’est à nous  de Lui répondre avec honnêteté et justice à la hauteur de sa confiance.</p>
<p>L’Église, pour sa part, apporte  sa contribution spécifique. Par sa présence, sa prière et ses différentes œuvres  de miséricorde, spécialement dans le domaine éducatif et sanitaire, elle  souhaite donner ce qu’elle a de meilleur. Elle veut se montrer proche de celui  qui est dans le besoin, de celui qui cherche Dieu. Elle désire faire comprendre  que Dieu n’est pas inexistant ou inutile comme on cherche à le faire croire,  mais qu’Il est l’ami de l’homme. C’est dans cet esprit d’amitié et de fraternité  que je viens dans votre pays, Monsieur le Président.</p>
<p><em>(en fon) </em>ACƐ MAWU TƆN NI KƆN DO BENIN TO Ɔ BI JI (<em>Que Dieu bénisse le Bénin!</em>)</p>
<p>&#8212;</p>
<p><em>Signor Presidente della Repubblica,<br />
Signori Cardinali,<br />
Signor Presidente della Conferenza Episcopale del Benin,<br />
Autorità civili, ecclesiali e religiose presenti,<br />
Cari amici!</em></p>
<p>La ringrazio, Signor Presidente, per le Sue cordiali parole di accoglienza. Lei  conosce l’affetto che nutro per il vostro Continente e il vostro Paese.  Desideravo ritornare in Africa, e una triplice motivazione mi è stata offerta  per realizzare questo Viaggio apostolico. Anzitutto, Signor Presidente, c’è il  Suo cordiale invito a visitare il vostro Paese. La Sua iniziativa è andata di  pari passo con quella della Conferenza Episcopale del Benin. Esse sono fortunate  perché si collocano nell’anno in cui il Benin celebra il 40° anniversario dello  stabilimento delle sue relazioni diplomatiche con la Santa Sede, così come il  150° anniversario della sua evangelizzazione. Trovandomi tra di voi, avrò  l’occasione di fare numerosissimi incontri. Me ne rallegro. Essi saranno tutti  diversi e culmineranno nell’Eucaristia che celebrerò prima della mia partenza.</p>
<p>Si realizza anche il mio desiderio di consegnare in terra africana l’Esortazione  apostolica post-sinodale <em>Africae munus</em>. Le sue riflessioni guideranno  l’azione pastorale di numerose comunità cristiane nei prossimi anni.   Questo documento potrà germinarvi, crescervi e fruttificarvi “il cento, il  sessanta, il trenta per uno”, come dice il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo (<em>Mt</em> 13,23).</p>
<p>Infine, esiste una terza  ragione che è più personale o più affettiva. Ho sempre avuto grande stima per un  figlio di questo Paese, il Cardinale Bernardin Gantin. Per molti anni abbiamo  entrambi lavorato, ciascuno secondo le proprie competenze, al servizio della  stessa Vigna. Abbiamo aiutato al meglio il mio Predecessore, il beato Giovanni Paolo II, ad esercitare il suo ministero petrino. Abbiamo avuto l’occasione di  incontrarci parecchie volte, di discutere in modo profondo e di pregare insieme.  Il Cardinale Gantin si era guadagnato il rispetto e l’affetto di molti. Mi è  parso dunque giusto venire nel suo Paese natale per pregare sulla sua tomba e  ringraziare il Benin di avere dato alla Chiesa questo figlio eminente.</p>
<p>Il Benin è una terra di antiche  e nobili tradizioni. La sua storia è prestigiosa. Vorrei approfittare di questa  occasione per salutare i Capi tradizionali. Il loro contributo è importante per  costruire il futuro di questo Paese. Desidero incoraggiarli a contribuire, con  la loro saggezza e la loro conoscenza dei costumi, al delicato passaggio che  attualmente si va operando tra la tradizione e la modernità.</p>
<p>La modernità non deve fare paura, ma essa non può costruirsi sull’oblio del  passato. Deve essere accompagnata con prudenza per il bene di tutti evitando gli  scogli che esistono sul Continente africano e altrove, per esempio la  sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza, il  nazionalismo o il tribalismo esacerbato e sterile che possono diventare  micidiali, la politicizzazione estrema delle tensioni interreligiose a scapito  del bene comune, o infine la disgregazione dei valori umani, culturali, etici e  religiosi. Il passaggio alla modernità deve essere guidato da criteri sicuri che  si basano su virtù riconosciute, quelle che enumera il vostro motto nazionale,  ma anche quelle che si radicano nella dignità della persona, nella grandezza  della famiglia e nel rispetto della vita. Tutti questi valori sono in vista del  bene comune, l’unico che deve primeggiare e costituire la preoccupazione  maggiore di ogni responsabile. Dio si fida dell’uomo e desidera il suo bene. Sta  a noi rispondergli con onestà e giustizia all’altezza della sua fiducia.</p>
<p>La Chiesa, da parte sua, dà il suo specifico contributo. Con la sua presenza, la  sua preghiera e le sue diverse opere di misericordia, specialmente nel campo  educativo e sanitario, essa desidera offrire ciò che ha di meglio. Vuole  manifestarsi vicina a colui che si trova nel bisogno, a colui che cerca Dio.  Desidera far comprendere che Dio non è inesistente o inutile come si cerca di  far credere, ma che Egli è l’amico dell’uomo. E’ in questo spirito d’amicizia e  di fraternità che vengo nel vostro Paese, Signor Presidente.</p>
<p><em>In lingua fon:</em> ACƐ MAWU TƆN NI KƆN DO BENIN TO Ɔ BI JI [Dio benedica il Benin!]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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