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Naturalmente, in mare, come nella vita, spesso le procedure poco servono a evitare il naufragio e, dopo mille e mille anni di disastri, a volte si scopre che in realtà, le regole, i codici, sono più forma che sostanza. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Citata in questi giorni più a sproposito che a proposito, la catastrofica morte dell’Andrea Doria –perché fu morte, atroce, di una bellissima creatura sventrata, non un naufragio- dovrebbe oggi ricordare ai manichei linciatori di capitan Schettino, “capitan codardo”, che in mare e nella vita le cose sono un po’ complesse di quanto appaia. Soprattutto sotto la linea d’acqua, là dove l’uomo vìola la forza del mare, in quella zona di riflessi ancora schiariti dal sole che, non a caso, si chiama “opera viva”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il comandante dell’Andrea Doria, Piero Calamai, classe 1897 -chissà perché nessuno l’ha ricordato- nella maledetta notte del 26 luglio 1956, si comportò con il tragico stile di un grande del mare. Per due volte tentò di sprofondare con la sua creatura. “Andate – così ordinò ai suoi ufficiali, appena in salvo gli ultimi passeggeri - io resto in plancia”. Fu dissuaso con un semplice, secco: “Allora restiamo anche noi”. Non basta: saliti tutti gli ufficiali sulla scialuppa, ancora sulla nave, dall’alto, Calamai urlò l’ordine: “Voi andate…”. Lesto, uno degli ufficiali, risalì la scaletta sul bordo inclinato –la nave pareva inabissarsi da un istante all’altro- e non disse nulla, lo guardò e lui capì che la sua morte sarebbe stata la loro morte. Scese la scaletta. Distrutto, perché sapeva cosa sarebbero stati da quel momento i suoi giorni impietosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo naufragio del fiero Calamai, arrivò infatti, una mazzata, pochi mesi dopo, durante l’istruttoria pubblica secondo il rito anglosassone, a New York. Innanzitutto perché il suo armatore, la Società Italia di Navigazione, di proprietà dello Stato, fece alla Swenska Amerika Linien una proposta che deve essergli subito parsa inquietante: che non si vada al processo –dove saremo costretti a dire verità ingombranti- concordiamo un concorso di colpa e non parliamone più. Non solo un offensivo scaricamento di Calamai (la Costa non è la prima società armatrice cinica coi suoi uomini), ma anche il chiaro segnale che “c’era qualcosa sotto”. Qualcosa che però, lo stesso Calamai non sapeva (o almeno, affermò sino alla morte di non sapere). Gli svedesi, che intuivano il trucco, rifiutarono e si arrivò al processo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
30 milioni di dollari di risarcimento per la perdita della nave chiedeva la società Italia alla armatrice della Stokholm. Due milione di dollari chiedevano di converso gli svedesi agli italiani, per le riparazioni della prua e per il “mancato guadagno”. Per tutta la prima parte del dibattimento istruttorio, dedicata alla ricostruzione delle manovre effettuate dalle due navi e del rispetto o meno delle procedure, la partita parve sostanzialmente in mano gli italiani. Chiamati a deporre, gli svedesi fecero una figura quasi meschina: il capitano Gunnar H. Nordenson, comandante della Stokholm, che aveva lasciato il comando ad un giovane e inesperto ufficiale proprio nella fase cruciale di avvicinamento al porto di New York e se ne era andato a riposare in cabina, apparve incerto e confuso. Il giovane ufficiale Carstens Johannssen, che aveva portato diritta diritta la prua della Stokholm a squarciare il fianco dell’Andrea Doria, nonostante l’avesse vista da una decina di minuti sui radar, sotto il fuoco di domande dell’avvocato dell’Italia Navigazione, Eugene Underwood, non lasciò molti dubbi circa la sua responsabilità per la collisione. Peggio ancora il timoniere. Peder Larsen (“uno da controllare tre volte su quattro che gli si passa accanto” disse Johannssen). Ridicola, e smentita da molte testimonianze, la loro tesi che in quel momento non vi fosse nebbia. Successive ricostruzioni simulate dimostrarono i palesi torti del comando della Stokholm. Ma anche il comandante Calamai, imbarazzato, dovette ammettere che non aveva molta dimestichezza con i radar (erano stati introdotti solo nel dopoguerra sulle navi di linea), che non aveva seguito alcun corso di formazione al loro uso e soprattutto che non aveva dato ordine all’ufficiale di rotta di segnare sui fogli del carteggio i vari punti successivi rilevati dal radar. Se l’avesse fatto, la collisione certa, nonostante gli scarti successivi di rotta, sarebbe risultata lampante e i suoi ordini al timoniere ben diversi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quell’istruttoria è famosa tra le genti di mare, perhé obbligò a cambiare le regole: le procedure e i protocolli di navigazione furono modificati proprio per evitare gli errori compiuti dalla Stokholm (e, in piccola parte, anche dall’Andrea Doria). Fu stabilito il raddoppio dei gradi di scarto in caso di avvistamento di nave in avvicinamento (dai 4 scartati infatti da Calamai a 8) e soprattutto furono studiati nuovi i radar, di modo che segnalassero graficamente lo sviluppo virtuale delle rotte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma l’8 gennaio 1957, tre mesi e mezzo dopo l’inizio dell’istruttoria, tutto lo scenario cambiò, di colpo, nel mistero apparente. La Società Italia aveva fornito tre giorni prima ai periti degli avvocati della Swenska Amerika Linien 26 volumi del Cantiere Ansaldo di Genova, con i documenti da loro richiesti: piani di costruzione, prospetto della tubolatura, meccanica dell’allagamento incrociato e soprattutto definizione della dinamica di stabilità e del baricentro della Andrea Doria. Bastò poco tempo ai periti svedesi per capire, ancor meno per comunicare ai legali dell’Italia Navigazione che avevano capito e questi accettarono subito di por fine al processo con un accordo che schiantava il comandante Calamai: patta. Le parti ritiravano le reciproche richieste di risarcimento. Il processo si chiuse prima di iniziare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché? Non fu mai detto. Tantomeno chiarì il fatto –in pubblico- la Commissione d’inchiesta avviata in Italia. La verità venne però rivelata dall’inchiesta condotta dal Committee on Merchant Marine and Fisheries della Camera dei Rappresentanti Usa che scrisse: “Non appare possibile spiegare il comportamento della Andrea Doria subito dopo la collisione se non supponendo che non fosse zavorrata in conformità delle regole prescritte”: In chiaro: le almeno mille tonnellate di carburante facevano parte integrante della zavorra e determinavano il baricentro corretto della Andrea Doria. Man mano che i serbatoi si svuotavano (ed erano quasi tutti vuoti all’arrivo a New York), la zavorra doveva essere ricostituita con acqua di mare (pena, lo spostamento verso l’alto del baricentro). Questo non era stato fatto, sicuramente per ordine della Società Italia, per la semplice ragione che a New York si sarebbero dovuti poi pulire i serbatoi con solventi, scaricando poi i liquidi non in porto, ovviamente, ma su apposite bettoline con consistenti costi. Da parte sua, il comandante Calamai dichiarò di essere del tutto all’oscuro delle manovre di zavorramento non fatte. Ma qualcuno, a bordo, sicuramente sapeva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insomma, per risparmiare qualche migliaio di dollari, la povera Andrea Doria aveva perso il baricentro corretto. Se lo avesse avuto, lacerata per l’altezza di tre ponti, ma appena di traverso tra l’opera morta e l’opera vita, pur imbarcando acqua, avrebbe dovuto inclinarsi al massimo di 7-15 gradi. Invece si abbatté, in sole 11 ore di 90 gradi. Di fatto, l’Andrea Doria non è affondata, ma si è capovolta e anche un mozzo sa che questo non può, assolutamente non può accadere a una nave moderna. A meno che… &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torniamo ora al nostro capitan Schettino e anche qui, scopriamo che quanto a procedure violate, non si scherza. Sia chiaro: è indiscutibile e ai limiti della demenza la colpa di Schettino che ha portato la Costa Concordia a poco più di 200 metri dal Giglio a squartarsi su uno scoglio emergente e ha così provocato la morte di una trentina di passeggeri. Nessuna attenuante, condanna certa per incauta manovra e omicidio colposo. Però, anche alcuni tra i suoi più feroci accusatori (verrebbe da dire, linciatori), hanno a loro carico responsabilità e complicità pesanti. Pare proprio infatti che il comportamento cinico e irresponsabile della Italia Navigazione abbia –ahimè- trovato proseliti nei dirigenti della Costa Crociere&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Detto questo, non sarebbe male se gli autori del suo linciaggio mediatico (inclusa la Capitaneria di Porto di Livorno e i dirigenti della Costa Crociere) prendessero atto che capitan Schettino ha agito –da demente- all’interno di una consuetudine consolidata di incontri ravvicinati (52, si dice, sono stati gli “inchini” solo al Giglio), pubblicizzata dalla Costa Crociere sul suo sito (subito oscurato dopo l’incidente), addirittura magnificata dal comandante Mario Terenzio Palombo in un suo libro. Un formidabile documento d’accusa per i “complici morali” di capitan Schettino perché capitan Palombo oggi afferma: “Ho sempre informato la centrale operativa e la Guardia costiera di ogni deviazione. Adesso il governo proibirà queste manovre, e molti posti di lavoro andranno perduti”. Dunque, la Guardia Costiera, anche quella di Livorno, anche il capitano Gregorio De Falco (quello del “torni subito a bordo, cazzo!”), come è ovvio, quantomeno dal 1993, da 19 anni, erano al corrente di questa aperta, palese, irresponsabile pratica promozionale, per indurre gli spettatori a prenotare una crociera (per questo la sua proibizione farà “perdere posti di lavoro”). Ma hanno sempre lasciato fare, in deroga al Codice della Navigazione (non serve nessuna nuova legge per vietare queste follie, questa è pura demagogia), alle procedure e persino al buon senso. Tant’è, che chi passasse col suo gommone a quella distanza dalla riva, si vedrebbe togliere la patente nautica dalla Capitaneria. Pure, tutte le rotte della navi (sia pure ex post, a oggi) sono segnalate e descritte dal sistema di rilevamento satellitare. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E qui, proprio qui, sul tracciato del sistema satellitare Ais, troviamo il vero mistero di questa vicenda, vergognosamente evitato da settimane dai media (e dalla capitaneria di porto di Livorno, dalla Costa Crociere e dalla Procura di Grosseto). Inequivocabilmente, il tracciato reale dimostra che capitan Schettino, fatto l’errore tragico, si è subito comportato come un eccezionale comandante, come un lupo di mare provetto, salvando col suo sangue freddo centinaia, se non migliaia di vite.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Guardando il tracciato e la successione dei tempi, si spiegano anche i “video dello scandalo” in cui si vede e si sente una hostess filippina rimandare tutti i passeggeri nelle cabine. Si spiega il ritardo di più di un ora nell’ordine di abbandonare la nave. Dopo l’urto, infatti, la Concordia, con il timone fuori uso e i motori in panne, ha un abbrivio di circa un miglio, verso il largo, dove l’acqua è profonda 200 metri. E imbarca acqua, a tonnellate, come viene riferito a Schettino che capisce che dare in quel momento l’ordine di abbandonare la nave, a un miglio dalla costa, rischia di vedere la Concordia inabissarsi in acque profonde ben prima che le migliaia di passeggeri e membri dell’equipaggio possano salire sulle scialuppe. Schetttino allora getta le ancore, e fa filare le catene, impone così alla nave un testa coda, un prua-poppa, da vertigine, geniale, il tracciato forma un nodo strettissimo, come quel colosso di nave fosse un gozzo. Poi, con quel poco d’abbrivio e di forza di macchine che ancora ha, Schettino riavvicina la nave alla costa e la fa incagliare in acque bassissime, a un braccio dal porto del Giglio. Chapeau! E’ passato poco più di un ora dallo speronamento. L’ordine di abbandonare la nave viene dato da capitan Schettino esattamente dopo due minuti dall’incagliamento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una sequenza di decisioni da far tremare i polsi presa con perizia e bravura eccezionali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto questo è subito chiaro a chi sa un briciolo di mare. Ma viene taciuto da chi inizia la bagarre sulla viltà di capitan Schettino, con la Capitaneria di Porto di Livorno che dà in pasto alle belve la conversazione tra lui e il capitano De Falco (speriamo, contro la sua volontà) e la Procura di Grosseto che soffia sul fuoco sull’infamia del disgraziato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tutto, si badi bene, in nome e in omaggio di un articolo del nostro Codice di Navigazione che prevede pene sino a 15 anni per il Comandante che – in buona sostanza- non abbandoni per ultimo la nave. Prescrizione giudicata poco meno che demenziale dall’autorevole viceammiraglio Alan Massey, capo esecutivo della marittima britannica, che ha affermato: «Nel diritto internazionale non è previsto che il comandante debba essere l'ultimo ad abbandonare la nave. Anzi, talvolta questa opportunità può risultare addirittura controproducente”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dunque, capitan Schettino, nel processo –ma sarà ormai troppo tardi- pur avendo tutta la indiscutibile colpa per la morte di una trentina di passeggeri, avrà materia per difendere quantomeno il suo nome, la sua onorabilità e anche il merito di avere comunque salvato centinaia di vite,.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un chiaroscuro. Il peso della colpa per l’accostamento folle alla riva e il contrappeso della manovra da manuale per rimediare. Materia fine, complessa, comprensibile solo a chi frequenta quella “Linea d’ombra” che porta con sé il comando, specie sul mare. Materia totalmente estranea alla voracità manichea imperante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infine, ma non per ultimo, qualcosa va ancora detto sul destino dell’ottimo comandante dell’Andrea Doria Piero Calamai. Il mare, il Fato, Poseidone, o chi per lui, non si dimenticò di non aver potuto divorare con la sua creatura anche la sua vita. E si vendicò. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Passati pochi mesi, suo fratello, il contrammiraglio Paolo Calamai mentre navigava con la sue vela tra Livorno e Barcellona (era comandante della Accademia Navale) per raggiungere la famiglia, venne rapito da un’onda e inghiottito dai flutti, il due alberi intatto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Divinità feroci pareggiarono così il conto. (il Foglio)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2727090563606049945?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Martone è giovane (38 anni) ed è andato in cattedra giovanissimo (29). Essendo figlio di padre noto se ne fa discendere che tutto ciò sia dovuto all’interessamento familiare. Non ne ho idea. Mi piace credere di no. L’uomo ha i numeri. Ora, però, trascinato dall’effetto di quelle sue parole, dimostri anche di avere testa per reggere la sfida e non indietreggiare. Quel che ha detto è giusto, ma solo se si è conseguenti fino in fondo, senza aver paura di pestare i piedi a una scuola di pensiero adagiatasi sull’idea che la cultura non sia competizione, ma letteraria sapienza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho letto le prime reazioni: Martone non sa quel che dice, sostengono, perché non si può mettere sullo stesso piano il figlio dell’operaio e quello del ricco professionista. Dal punto di vista civico io li metto esattamente sullo stesso piano, non per questo mi sfugge l’evidente differenza economica, dalla quale, però, consegue che il figlio di chi ha meno soldi dovrà laurearsi il più in fretta possibile, per passare al lavoro e non essere un costo, mentre il figlio del ricco ha un bonus più ampio, con il quale fare lo scemo e dilapidare i soldi paterni. Anche questo è un modo di rendersi utili, separando i quattrini dagli incapaci.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questi ragionamenti hanno un senso se s’intende la laurea quale acquisizione di competenze e titoli per entrare nel mercato (del lavoro, delle professioni, dell’arte, dove si crede). Non si deve confondere il titolo di studio con l’accesso alla cultura, che non ha e non deve avere limiti d’età. Se le competenze sono vere è chiaro che disporne è un vantaggio, mentre il loro valore è dato dal mercato. Se le competenze sono fasulle, come capita a tante lauree e a troppi laureati analfabeti, allora il vantaggio consiste solo nel pezzo di carta. Vantaggio spendibile dove, visto che non ha sostanza? Nello Stato, ovvero esattamente dove ora si trova Martone: molti studenti attempati sono dipendenti statali, militari compresi, in cerca del titolo per fare carriera. Se si vuole evitare il protrarsi dello sconcio, quindi, si deve cancellare il valore legale del titolo di studio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Martone ha ragione, ma completi in questo modo la sua affermazione, altrimenti la contraddizione è insita nella posizione che ricopre. Abbiamo tutti letto che, durante lo scorso Consiglio dei ministri, s’è aperta (e non chiusa) una discussione sul valore da attribuire al voto di laurea nei concorsi pubblici, posto che i voti non sono paragonabili, dato che esistono università di qualità e severità diverse. Discussione oziosa: il problema non è il voto, ma il valore legale del titolo. State certi che da un ateneo serio chi esce con il massimo dei voti sarà sempre avvantaggiato, mentre chi esce con il bacio in fronte e pensando che il congiuntivo sia una malattia degli occhi sarà sempre una bestia. Il che, però, presuppone libertà nel mondo del lavoro, quindi premio al merito e non al titolo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è chi non si è laureato, pur di far valere questo principio. Martone, che sta sia in cattedra che al ministero, non indietreggi e si spinga oltre. Oggi ha il potere di porre quella questione, quindi la responsabilità di non mancare a un dovere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-4691191275377886511?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
L’arbitro è venduto, questo è sicuro. Solo che noi lo scrivevamo nel 2008, come al solito molestati dai maestrini senza idee. Ci dicevano: così è il mercato, le agenzie servono. Rispondevamo: ditelo a quelli che misero soldi in Parmalat, o in Lehman Brothers, o nella Enron, date per sane e forti, dalle mitiche agenzie, e crollate miseramente subito dopo. Quelle società hanno alcuni difettucci: a. sono in totale conflitto d’interesse; b. prendono sfondoni colossali; c. non sono in reale concorrenza, perché si muovono come un gregge, copiandosi i compiti da un banco all’altro; d. non pagano per gli errori che commettono. Dal punto di vista del mercato la soluzione è semplice: impedire che a fare le previsioni del tempo sia il venditore d’ombrelli, o, almeno, chiarire a tutti quali sono i suoi interessi. Se poi gli credono, son problemi dei boccaloni. Seconda parte della soluzione, lo ha ricordato Giuseppe Vegas, presidente della Consob: togliere ogni obbligo degli investitori a conformarsi ai rating decisi da altri. Oltre a essere masochismo finisce con il deresponsabilizzare e vincolare gli investitori istituzionali. Terzo: paghino per le indicazioni sbagliate, versando, in percentuale, ad un fondo per il risarcimento dei risparmiatori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciò richiede un accordo internazionale, ma non ha nulla a che vedere con il rating sui governi. Andando dal grande al piccolo: 1. Se i governi non sfuggono alla morsa della finanza globalizzata, se non riaffermano la sovranità della legge, sarà la cattiva finanza ad allearsi con i cattivi governi, facendo allo spiedo popoli e mercati. Un giro finanziario pari a settanta volte il pil mondiale non è segno di grande fantasia, ma di profonda malattia. 2. Valutare gli stati come se fossero aziende è una superba bischerata. Il che non significa gli stati possano ignorare le compatibilità di bilancio (questa è la nostra colpa, che scontiamo duramente), ma neanche che la banca d’affari Tizio possa mandarmi, a nome dell’agenzia Caio, un ragioniere nelle cui mani mettere il governo. 3. Il madornale errore europeo è consistito nell’emettere titoli nazionali del debito pubblico in una valuta straniera, denominata “euro”. Qui si deve risolvere: o si cambia la valuta (la Grecia è a un passo, dopo di che il nostro problema cambia radicalmente e salta tutto), o si cambia emittente. Sono un europeista, quindi continuo a sostenere la seconda cosa, in assenza della quale, però, vale la prima. 4. Quando incontrate un politico, un giornalista, un sapientone che parla (o parlò) di spread, per dire che salgono per colpa dell’avversario e scendono per merito dell’amico, chiaritegli sinteticamente e, nei limiti del possibile, urbanamente, cosa è lecito pensare di lui.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’odierna sollevazione istituzionale contro le agenzie, contro i tre cavalieri del declassamento, è, al tempo stesso, tardiva e stonata. Tardiva perché è tutto noto (e scritto) da anni. Stonata perché la sberla collettiva di venerdì scorso è irrilevante. Anzi, generosa. Perché nelle condizioni date, con questi tassi, con questo euro e con la recessione in corso, il debito è in-so-ste-ni-bi-le. Se le agenzie avessero un pizzico d’onore (non contateci, sempre arbitro venduto sono) dovrebbero aggiungere: il che travolgerà anche la Germania. Lo diranno, come al solito, dopo che sarà successo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-5693925940869266039?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/2GrW9KESHzKVmzv75o37Z5BBtzM/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/2GrW9KESHzKVmzv75o37Z5BBtzM/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/dk0-gl7xZxY" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/5693925940869266039/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=5693925940869266039" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/5693925940869266039?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/5693925940869266039?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/dk0-gl7xZxY/rating-ne-dio-ne-demonio-davide.html" title="Rating, né dio né demonio.  Davide Giacalone" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/01/rating-ne-dio-ne-demonio-davide.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CEQFQ3k-fSp7ImA9WhRVF04.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-2941452270307337115</id><published>2012-01-16T17:45:00.000+01:00</published><updated>2012-01-16T17:45:12.755+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-16T17:45:12.755+01:00</app:edited><title>"Colpito perché difendevo la sanità pubblica".  Annalisa Chirico</title><content type="html">Ottaviano Del Turco al soldo degli imprenditori della sanità privata. Ottaviano Del Turco nemico degli imprenditori della sanità privata. C’è qualcosa che non torna. E’ questa l’impressione che si ha leggendo la relazione tecnica del 2010 firmata dall’Agenzia sanitaria della Regione Abruzzo e pubblicata ieri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I dati incrociati di Istat, Ministero della Salute e Asl locali segnalano “il drastico calo dei ricoveri”, oltre il 30% nella Regione per anni in cima alle classifiche per il più alto tasso di ospedalizzazione. I ricoveri per diabete calano del 74,9%, quelli per Alzheimer del 30,4%. Frutto di un miracolo? No, di buone politiche. Secondo il rapporto, infatti, “non possono non essere considerate le misure legislative e organizzative volte al contenimento della spesa sanitaria, che sono state introdotte a partire dall’anno 2006. Il calo dei ricoveri è iniziato in quell’anno, perlomeno nel settore pubblico, e nel 2007 in quello privato, dopo diversi anni di continua crescita”. Si dà il caso che il 2006 sia l’anno della legge regionale voluta proprio da Del Turco per il riordino del sistema sanitario. Il calo dei ricoveri si arresta dopo il 2008.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 14 luglio 2008 che cosa succede?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Beh, vengo tratto in arresto. Da lì comincia la mia odissea giudiziaria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un’odissea che la vede impegnato a difendersi in un processo che sta smantellando l’edificio accusatorio mattone dopo mattone. Da Presidente al soldo dell’imprenditore sanitario Vincenzo Angelini adesso si scopre un Del Turco inviso a certi interessi dell’iniziativa sanitaria privata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In realtà già nel giugno del 2008, un mese prima del mio arresto, i Nas dei Carabinieri segnalavano truffe nelle cliniche di Angelini ai danni del sistema sanitario regionale. Quel rapporto diceva che le aziende private si stavano attrezzando contro l’assalto della Giunta da me guidata e proponeva alla Procura l’arresto di Angelini. Poi la Procura arrestò me.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quel rapporto dei Nas però è stato reso pubblico soltanto nel 2010 nel corso del processo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lì c’è già scritto nero su bianco che la mia Giunta stava ridimensionando il potere delle cliniche private.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal rapporto dell’Agenzia sanitaria si direbbe che esiste anche un Del Turco “taumaturgo”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa storia ha del clamoroso. Ha visto i dati sul diabete e sull’Alzheimer? I ricoveri per queste malattie sono drasticamente calati. Insomma, siamo diventati la regione ideale per i diabetici in cerca di guarigione e per chi desidera riconquistare la memoria… E dire che Francesco Di Stanislao, l’ideatore di quel programma di razionalizzazione della spesa sanitaria, colui che insieme a me ha rimesso in piedi l’Agenzia sanitaria, ora siede con me al banco degli imputati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma lei si sente vittima di un errore giudiziario o piuttosto della guerra ingaggiata da parte della sanità privata?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A volermi mandare a casa non era solo l’opposizione, ma anche la maggioranza e, in particolare, quella parte del Pd riunita attorno a Enrico Paolini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che era il suo vice Presidente in Giunta però.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Certo, la sua nomina mi fu notificata da Piero Fassino in un’intervista rilasciata a Il Centro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Paolini non voleva impegnarsi contro la sanità sprecona?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Paolini, ogni volta che c’era da discutere di sanità, aveva altro da fare. Scompariva. Del resto, lui ha collaborato attivamente nel processo, sin dalla fase delle indagini, a stretto contatto con i pm, che mi accusavano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E come scordarsi la conferenza stampa del luglio 2008 con il procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi che esordisce dicendo “Ci sono le prove. Stavano distruggendo la sanità in Abruzzo”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Beh, questo rapporto è la risposta al dottor Trifuoggi. In realtà eravamo noi a determinare le condizioni per far uscire la sanità abruzzese dai guai in cui era. A meno che non si ritenga che distruggere la sanità significhi indebolire il potere della sanità privata. Il pareggio di bilancio della Regione nel 2011 è anche figlio delle politiche sanitarie della mia Giunta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel corso degli ultimi tre anni, anche di fronte all’evoluzione del processo, dal Pd le sono arrivati segnali di vicinanza, di ravvedimento rispetto alla condanna preventiva che in molti le avevano inflitto?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nulla, nessuno. Quando mi incontrano, però, abbassano la testa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si è sentito abbandonato?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal momento che non mi sono mai sentito accompagnato, non ho sofferto neppure il dolore dell’abbandono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lei ha scontato un mese di carcerazione preventiva. Come ha vissuto la giornata del voto sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Penso che ci sia stata l’insurrezione della parte più nobile del Parlamento, e devo ringraziare il deputato radicale Maurizio Turco, l’unico che ha letto le carte e si è espresso in base a quelle. La Bindi, per esempio, quelle carte non le ha lette.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ne è sicuro?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ne sono certo. Il mio è un giudizio politico. La Bindi se la prende con i radicali e invece dovrebbe alzarsi in piedi e spiegare in base a quali passaggi dell’inchiesta giudiziaria ritiene che una persona debba essere arrestata. E’ una vergogna.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si stupisce?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
No, non mi stupisco. Nel Pd ci sono due anime: quella della parte più brutta della tradizione cattolica e l’altra risalente al Pci, quella dei Torquemada e dei Violante, che hanno avvelenato i pozzi della politica di inchieste giudiziarie.(The FrontPage)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2941452270307337115?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/fYzh0GrubDAz1BOB6xV097ym96A/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/fYzh0GrubDAz1BOB6xV097ym96A/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
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&lt;br /&gt;
Nino Lo Presti, 2011, da deputato finiano: “Nella vicenda Cosentino non c’è traccia di fumus persecutionis. La Camera è chiamata solamente ad autorizzare la richiesta di arresto e solo alla magistratura spetta il compito di prendere in esame le accuse che gravano sull’onorevole Cosentino”. Lo Presti vota a favore dell'arresto. Da passato e libertà a futuro e galera... (l'Occidentale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3487541859641927748?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TD9-d9h75lWNaGdubHzyU-jW0FY/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TD9-d9h75lWNaGdubHzyU-jW0FY/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TD9-d9h75lWNaGdubHzyU-jW0FY/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/TD9-d9h75lWNaGdubHzyU-jW0FY/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/OHD-8i_PsOI" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/3487541859641927748/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=3487541859641927748" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/3487541859641927748?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/3487541859641927748?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/OHD-8i_PsOI/quando-fini-fa-la-differenza-tra-la.html" title="Quando Fini fa la differenza tra la libertà e la galera. Ipse dixit" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/01/quando-fini-fa-la-differenza-tra-la.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;A0ENQnsyfSp7ImA9WhRVEkw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-3267471069406882627</id><published>2012-01-10T19:21:00.000+01:00</published><updated>2012-01-10T19:21:33.595+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-10T19:21:33.595+01:00</app:edited><title>Una visione un po' Cortina</title><content type="html">Premessa doverosa (altrimenti passo per difensore degli evasori): l'evasione fiscale è un reato e deve essere punito con giusta severità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il recente blitz della Guardia di finanza a Cortina sarà servito a mettere paura a qualche evasore fiscale, ma ha dimostrato pure che in certe situazioni si bada più all'apparenza che alla sostanza.&lt;br /&gt;
Inutile dire che non dovrebbe essere necessari i posti di blocco stradali per scoprire il proprietario di un'auto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come oggi non serve più esporre il bollo auto perché (era ora) adesso è tutto computerizzato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma un particolare di non poca importanza viene sempre trascurato allorché, associando un alto tenore di vita ad una "bassa" dichiarazione dei redditi, si&amp;nbsp;accerta quasi matematicamente un'evasione fiscale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non si vive solo di stipendi, salari, rendite immobiliari o benefit: molti integrano i loro introiti con rendite finanziarie.&lt;br /&gt;
Vorrei ricordare che tali rendite, per le persone fisiche, hanno una tassazione a titolo definitivo che viene operata alla fonte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per la precisione, dal primo gennaio di quest'anno, le rendite da azioni, obbligazioni e fondi d'investimento sono tassate al 20%, mentre i titoli di Stato e i buoni postali rimangono al 12,50%.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi posso benissimo permettermi un tenore di vita al di sopra della mia dichiarazione se ho capitali (si spera lecitamente accumulati)&amp;nbsp;le cui rendite - tassate alla fonte - mi consentono di integrare il mio reddito.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3267471069406882627?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Niente di nuovissimo, ma di questi tempi i giornali devono accontentarsi di quello che trovano. Repubblica però mette in prima pagina anche una tabella con le forze a disposizione di ciascuna lobby. Così veniamo a sapere che gli avvocati hanno 133 effettivi in Parlamento, i giornalisti 90, i medici 53, giù giù fino ai notai e ai farmacisti con 4 eletti ciascuno (pochi ma combattivi visti i risultati).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi uno riguarda la tabella, la scorre in sù e in giù, conta anche gli ingegneri (20) i commercialisti (23), gli architetti (13), cerca se per caso nelle pagine interne ce ne fosse una più completa e alla fine si chiede stupefatto: e i magistrati?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come mai della potentissima lobby dei magistrati in Parlamento, Repubblica non fa alcun cenno nè nella tabella nè nell'articolo. Eppure ce ne sono eccome: secondo vari conteggi trovati rapidamente on-line tra i 15 e i 20. E anche molto attivi: se c'è una lobby che nei decenni è stata in grado di bloccare qualsiasi riforma potesse anche solo minimamente danneggiarla è proprio quella delle toghe e si può arrivare a dire che tra i vari poteri dello Stato, se c'è n'è uno che non è mai stato scalfito nel suo potere e nel suo provilegio, è quello della magistratura. In Italia, poche riforme sono evocate e rimaste sulla carta come quella della giustizia. C'entrerà pur qualcosa la lobby dei magistrati...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Eppure lo sguardo indagatore, lo sdegno civile, l'aspra denuncia di Repubblica ignorano del tutto i magistrati-legislatori. Tutti fanno lobby, tutti sono "casta", tranne loro. Poi non veniteci a dire che il "circuito mediatico-giudiziario" non esiste e non ha il suo organo di stampa prediletto...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8053360062439874233?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Wr64GtFrKigVOBFuVt_rzXfe1Ig/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Wr64GtFrKigVOBFuVt_rzXfe1Ig/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Wr64GtFrKigVOBFuVt_rzXfe1Ig/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Wr64GtFrKigVOBFuVt_rzXfe1Ig/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/mvippqKfDus" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/8053360062439874233/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=8053360062439874233" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/8053360062439874233?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/8053360062439874233?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/mvippqKfDus/per-repubblica-tutti-hanno-una-lobby.html" title="Per Repubblica tutti hanno una lobby tranne le toghe.   L'Occidentale" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/01/per-repubblica-tutti-hanno-una-lobby.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CU4ESHk8fCp7ImA9WhRVEkw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-4847811559514895679</id><published>2012-01-10T17:45:00.000+01:00</published><updated>2012-01-10T17:45:09.774+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-10T17:45:09.774+01:00</app:edited><title>Il fantasma di Tobin.  Davide Giacalone</title><content type="html">Se il fantasma di James Tobin si presentasse ai governanti europei il rumore che si sentirebbe non sarebbe quello delle catene trascinate, ma l’ululato di rabbia per il modo in cui è stata distorta la “Tobin tax”. L’idea che i proventi di quella tassazione possano servire ad alimentare la spesa pubblica o diminuire i debiti di questo o quello stato è non solo difforme dall’originale, ma destinata a sicuro insuccesso. A dispetto della fregola tassatoria il mondo va dove lo porta il portafogli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Attorno alla tassazione delle transazioni finanziarie l’Unione europea ha vissuto il suo ennesimo dramma, con annessa rottura da parte inglese. Il fatto è che non solo David Cameron ha ragione, dal suo punto di vista, ma la cosa non funzionerebbe neanche se ci fosse l’unanimità. Per rendersene conto basta osservare la realtà, leggendola con occhiali non ideologici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A cavallo delle festività sono stati pubblicati diversi articoli, fra il colore e il compiaciuto, nei quali si raccontava il ritorno delle file per far benzina in Svizzera, dato che costa meno. Se, invece, si parla di quanti portano i soldi in svizzera il tono cambia completamente, e si passa alla condanna. A muovere i due eserciti trasfrontalieri è la stessa cosa: la convenienza. Salvo due differenze, significative: a. fare il pieno non è illecito, ma è conveniente solo per chi guida nei paraggi; b. esportare valuta non è lecito, ma la convenienza non si misura con il chilometraggio. La regola è comune: i soldi vanno dove li si tratta meglio. Chi li trasferisce con le valigette non gode di buona stampa, ma se ne trasferiscono tanti anche in modo lecito e trasparente, visto che in Europa ci si fa accesa concorrenza fiscale. Provate a contare quante aziende chiudono in Italia e non riaprono in Cina o in India, ma in Polonia e Austria. Opporre a questi fenomeni la proibizione del doganiere è come cercare di fermare i tifoni atlantici con il mose, che non funziona manco a Venezia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Veniamo alla finanza e all’anima di Tobin. I mercati finanziari spostano ricchezza per un volume pari a 70 volte il prodotto annuo mondiale. Pensateci: una follia. Nessuno chiede di tornare all’epoca del baratto, scambiando mele contro uova. Ma neanche possiamo restare in un mondo in cui si assume che un chilo di pere vale dieci milioni e un uovo cinque, sicché scambiando un chilo contro due ovi si realizza una transazione da venti milioni. Le cose si sono terribilmente complicate da quando il globo è diventato piccino, il che è successo a partire dal giorno in cui abbiamo smesso di farci la guerra e s’è diffusa la telematica. Due fatti positivi. Bellissimi. Ma che possono essere utilizzati per farci del male.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Muovendo denari per 70 volte il pil mondiale, facendolo da ogni dove e 24 ore al giorno, questa roba ha superato la fantasia della Spectre, accumulando un potere largamente superiore, non imbrigliabile da nessuno stato nazionale. A guidarla, poi, non c’è un Tizio che liscia il micio, ma migliaia di Caio e Sempronio anonimi che se ne stanno dietro i computers, a far da protesi umana del programma che guida acquisti e vendite. Nel 1795 Immanuel Kant scrisse della necessità del governo mondiale per porre fine alle guerre, vivesse oggi proporrebbe la stessa cosa, ma per regolare la finanza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’idea di Tobin, premio nobel per l’economia, è tassare le transazioni a breve e in valuta straniera, in modo da stabilizzare i mercati. Solo che è stata fatta nel 1972 e si riferiva al mondo post Bretton Woods, quando Nixon liberò il dollaro dall’essere la valuta stabile, cui gli altri avevano il dovere di riferirsi. Quel mondo lì e il nostro non hanno nulla in comune. Ma, comunque, Tobin pensava, correttamente, a un accordo globale, con proventi da mettere a disposizione della comunità internazionale. Se si tassano le transazioni solo in un’area del mondo, in questo caso l’Ue, si ottiene il risultato di vederle migrare da un’altra parte, in virtù del principio che i soldi vanno dove rendono di più e sono meno tassati. Cameron, che guida il Paese dove si trova la piazza di Londra, ha già detto che non se ne parla nemmeno. Ma ove anche cedesse (e non lo farà) il risultato non sarebbe maggiore gettito, ma più veloce transumanza dei quattrini, alla ricerca di verdi pascoli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Imbrigliare i mercati finanziari è necessario, ma gli strumenti non possono che essere diversi e globali. Tutto questo per dire, quindi, che i governanti europei sono miopi e piccini, affetti da statolatria fiscocentrica, quindi destinati a prender sganassoni dagli statunitensi, che esportano la loro crisi, e lezioni di mercato dagli asiatici, che importano i nostri soldi. Speriamo il fantasma di Tobin (defunto nel 2002) visiti le loro notti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-4847811559514895679?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/9SthkIjXvEOFvxCcUIb-7mFREWI/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/9SthkIjXvEOFvxCcUIb-7mFREWI/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/9SthkIjXvEOFvxCcUIb-7mFREWI/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/9SthkIjXvEOFvxCcUIb-7mFREWI/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/viICFnTdJUU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/4847811559514895679/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=4847811559514895679" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/4847811559514895679?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/4847811559514895679?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/viICFnTdJUU/il-fantasma-di-tobin-davide-giacalone.html" title="Il fantasma di Tobin.  Davide Giacalone" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/01/il-fantasma-di-tobin-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DEADSHY8fCp7ImA9WhRWGEk.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-4941930672043525294</id><published>2012-01-06T11:45:00.001+01:00</published><updated>2012-01-06T11:46:19.874+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-06T11:46:19.874+01:00</app:edited><title>E ora difendiamo chi produce.  Luca Ricolfi</title><content type="html">Lo so, ci sono cose che oggi non si possono dire. Non si può parlare dell'articolo 18, non si può dire quel che ha detto Grillo, non ci si può sottrarre alla guerra santa contro gli evasori e gli speculatori, non si possono difendere i ricchi (un clima così pesante e antiliberale da indurre Alesina e Giavazzi a ricordare che la ricchezza non è una colpa). Abbiamo bisogno di certezze e di capri espiatori. La certezza di non perdere quel che abbiamo. I capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo un po’ tutto e tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il governo sta finalmente, faticosamente e meritoriamente aprendo il dossier delle liberalizzazioni, ma il clima che si respira è di prudenza e di sospetto, specie in materia di mercato del lavoro. Gli altolà e gli avvertimenti scattano automatici, non per quel che uno ha fatto effettivamente, ma già solo per quello che potrebbe aver pensato, o avere in animo di pensare (vedi quel che è successo al ministro Elsa Fornero, rea di aver osato dire che si doveva parlare di mercato del lavoro «senza tabù»).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Questo è un handicap di fondo dell'Italia, che è stato ulteriormente aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso l'Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero, si sa perfettamente dove si annidano gli abusi più clamorosi (compreso il caporalato e varie forme di sfruttamento del lavoro degli immigrati che ricordano i tempi della schiavitù), ma si preferisce chiudere ipocritamente un occhio, concentrando l'azione sulle porzioni del Paese in cui l'evasione c'è, ma è molto più contenuta. Pur di salvare il principio astratto che il lavoro deve essere pagato decentemente e iperprotetto, Stato e sindacati tollerano di buon grado che in un quarto del territorio nazionale si possa operare in modo del tutto irregolare, non solo sul versante dei salari ma su quasi tutto il resto (dal mancato pagamento del canone Rai alla violazione di ogni norma igienica, di sicurezza, antinfortunistica, etc.). Il fatto è che se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008. Un po' dipende da un fatto nuovissimo, e cioè che questa crisi è, dal 1945, la prima in cui si prende in considerazione non solo l'eventualità di un double dip (doppia recessione, la prima nel 2009, la seconda nel 2012), ma anche l'ipotesi che la crescita non tornerà mai più, come ha già tristemente sperimentato il Giappone negli ultimi due decenni. In queste condizioni a molti pare inutile resistere in attesa di una ripresa che forse non ci sarà né l'anno prossimo né mai. Un po', però, dipende anche da un altro dato che ci si rifiuta di vedere, e cioè che lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando dico costi di produzione, però, non intendo solo le voci che sono al centro della prossima trattativa governo-Confindustria-sindacati. E' chiaro che salari e profitti sono troppo tassati, è chiaro che le imprese medio-grandi hanno troppi vincoli, è chiaro che in Italia si fa troppo poca ricerca, è chiaro che c'è troppo poca concorrenza sul mercato interno, è chiaro che bisogna aumentare la produttività del lavoro. E tuttavia, attenzione, non possiamo esagerare con la colpevolizzazione dei produttori, siano essi le imprese (cui si rimprovera cattiva organizzazione e scarsa innovazione), i lavoratori autonomi (cui si rimprovera di evadere le tasse), o i lavoratori dipendenti (cui si rimprovera di non essere abbastanza produttivi). Come tutti, vedo anch'io diversi furbi e farabutti che evadono spudoratamente il fisco, ma sempre più frequentemente mi capita di incontrare persone per bene, che gestiscono in modo efficiente un'attività, ma si trovano ormai di fronte al dilemma se chiudere o «fare del nero», e per lo più - proprio perché sono persone oneste - scelgono di chiudere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l'attuale enfasi sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne all'impresa: il costo dell'energia, il costo del credito, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali, l'efficienza della giustizia civile. E' ingenuo pensare che l'operaio tedesco, che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore aggiunto di un'impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i suoi costi, e lo svantaggio dell'Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna. Da questo punto di vista i governi che si sono succeduti negli ultimi anni mi paiono tutti molto simili. Sotto la pressione dei mercati, non hanno mancato di chiederci dei sacrifici, per «rimettere a posto i conti pubblici». Ma ben poco hanno fatto per abbassare in modo apprezzabile i costi di chi produce ricchezza, quasi a lasciar intendere che il problema della produttività riguardi essenzialmente le parti sociali. Temo sia stato un errore, e che la chiusura di tanti negozi, attività, imprese, che osserviamo così spesso oggi nelle nostre città, ne sia l'amara conseguenza. (La Stampa)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-4941930672043525294?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Certo che non si sente più par­lare di Bunga-bunga, era­vate voi — nota com­pa­gnia di giro — che ne par­la­vate, pronti ad enfa­tiz­zare nega­ti­va­mente ogni gesto e parola del Cav, e sem­pre voi siete sod­di­sfatti di quest’Italia sobria per­ché vivete come dei Panda nelle riserve, scol­lati dalla realtà. Nel frat­tempo il vostro nuovo nemico è dive­nuto l’evasore, per­so­nag­gio mito­lo­gico rico­no­sci­bile non da evi­denti frodi con­ta­bili, ma da simboli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel tri­ta­carne sono finiti tutti i pos­ses­sori di auto di lusso che dichia­rano, secondo voi, troppo poco: tutti ladri. Ma la Guar­dia di Finanza dov’era fino ad oggi? doveva atten­dere di recarsi hol­ly­woo­dia­na­mente a Cor­tina per sco­varli? è così dif­fi­cile met­tere insieme i dati del Pra con una dichia­ra­zione dei red­diti? Eppure è per­fet­ta­mente pos­si­bile – e legale – dichia­rare meno di 30mila euro/anno e pos­se­dere un’automobile di lusso. Può essere per ere­dità, patri­mo­nio, ren­dite finan­zia­rie o infi­nite altre ragioni. Sta appunto alla Guar­dia di Finanza con­trol­lare. Che debba farlo a Cor­tina con simile insi­stito bat­tage fa sem­pli­ce­mente orrore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quanto sta acca­dendo altro non è che l’evoluzione della lotta di classe: non più ope­rai con­tro padroni, ma una certa ita­lietta con­tro i “ric­chi”, che spesso ric­chi non sono. E dell’italietta fanno parte prin­ci­pal­mente — oltre alla classe diri­gente e buona parte di quella intel­let­tuale — quasi tutti i 3,6 milioni di dipen­denti pub­blici, tanti bene­fi­ciari dei 24 milioni di pen­sioni ero­gate ogni mese, molti occu­pati delle grandi indu­strie o del para­stato, tutti quelli cioè che non si ren­dono conto di quanto sta acca­dendo nel Paese reale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non si pre­oc­cu­pano dei sui­cidi, quasi quo­ti­diani di impren­di­tori ridotti allo sfa­scio da que­sto Stato ini­quo, per­ché non sono toc­cati dalla crisi, se non mar­gi­nal­mente: ben­zina, vari rin­cari e a breve anche l’Imu. Ben poca cosa per chi è tran­quil­la­mente a sti­pen­dio fisso, con tre­di­ce­sime, quat­tor­di­ce­sime e cassa malat­tia. Qual­siasi cosa capiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mario Monti ha dichia­rato che non biso­gna più aver paura dell’Italia, certo: l’ha defi­ni­ti­va­mente ammaz­zata. Le aziende che pote­vano sono fug­gite all’estero, altre stanno chiu­dendo. Il com­parto della nau­tica è stato affon­dato e fra un po’ capi­terà al mat­tone: oltre all’Imu, le riva­lu­ta­zioni degli estimi cata­stali si tra­mu­te­ranno in un salasso al momento del rogito. L’edilizia è già finita. L’industria auto­mo­bi­li­stica, annu­sata l’aria, da tempo è con le vali­gie in mano. Gli auto­tra­spor­ta­tori devono tenere fermi i camion per­ché non pos­sono pagare un pieno di gaso­lio; ma non c’è pra­ti­ca­mente più alcun set­tore che non sia ridotto sul lastrico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sem­pre più arti­giani, com­mer­cianti, pic­cole aziende usci­ranno dal cir­cuito pro­dut­tivo per­ché chiu­de­ranno o per­ché lavo­re­ranno defi­ni­ti­va­mente a nero: più aumen­tano le tasse, più con­viene eva­dere. Quelli che ancora non sono scap­pati o non hanno ancora chiuso è per­ché non pos­sono farlo, intrap­po­lati da qual­che fido bancario.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si è final­mente riu­sciti ad uni­fi­care eco­no­mi­ca­mente l’Italia, ma non por­tando il Sud a livello del Nord, piut­to­sto spro­fon­dando il set­ten­trione a livelli meri­dio­nali. Quello che non volete capire — cari esti­ma­tori del dolce stil sobrio — è che così facendo si ammazza la gal­lina dalle uova d’oro. È così dif­fi­cile com­pren­dere che gli sti­pendi ero­gati dallo Stato sono pagati dalla parte pro­dut­tiva del Paese? Con­ti­nuate ad affer­mare che voi — sta­tali a red­dito fisso — pagate tutto, per­ché le tasse sono trat­te­nute alla fonte e non potete eva­dere. Non è vero, le tasse che voi pagate sono solo una par­tita di giro per le casse nazio­nali e lo sti­pen­dio una gene­rosa elar­gi­zione cor­ri­spo­sta da chi si spacca la schiena vera­mente e viene pure addi­tato come ladro. Siete un costo secco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È finita, non ve ne siete ancora resi conto ma è finita anche per voi. Guar­da­tevi intorno e vedrete che cimi­tero di sara­ci­ne­sche abbas­sate c’è. Quando anche l’ultimo arti­giano, com­mer­ciante, pic­colo indu­striale avrà chiuso, quando anche Equi­ta­lia avrà finito di seque­strare quanto può e dove può, dando il colpo di gra­zia a chi fati­co­sa­mente cer­cava di resi­stere, pure voi rimar­rete senza più sti­pen­dio. Le casse dello Stato, già ora asfit­ti­che, saranno defi­ni­ti­va­mente vuote e non potranno essere rim­pin­guate stam­pando moneta o aumen­tando il debito pubblico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quel giorno è vicino. Oltre a chie­dere rac­co­man­da­zioni e ad essere bravi ad imbu­carvi in qual­che sper­duto inu­tile uffi­cio di pro­vin­cia, sapete anche fare qual­cosa di con­creto con le mani? Alle soglie del nuovo medio evo non ci sarà biso­gno di chi sa met­tere tim­bri o pas­sare carte, ma di chi sa zap­pare. Preparatevi. (&lt;a href="http://www.zonadifrontiera.org/"&gt;http://www.zonadifrontiera.org/&lt;/a&gt;)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3495826408316584257?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Ma se Renzi ne fa una questione culturale e politica interna al Pd “liberale a intermittenza”, e con le sue mosse (intende anche ignorare la circolare regionale della Toscana che invita i comuni a rispettare le normative regionali e non le nuove regole nazionali) vuole rottamare riflessi da vecchia sinistra quasi bolscevica, c’è anche chi sospetta più prosaici interessi di potere dietro la durissima difesa dello status quo messa in campo dal Pd tosco-emiliano (e anche umbro) contro le liberalizzazioni. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Vogliono difendere il sistema delle Coop rosse”, dice Sergio Pizzolante, deputato romagnolo del Pdl, che aggiunge: “E’ lobbismo, assolutamente legittimo, ma è lobbismo. La questione è semplice: la legge Monti riduce le prerogative degli enti locali nel rilasciare concessioni commerciali. E’ evidente che questo indebolisce il rapporto storico tra le Coop e i Ds che in Emilia Romagna e in Toscana sono un sistema integrato e a porte girevoli, si passa dal partito all’azienda e viceversa”. Secondo Pizzolante, “il complesso del provvedimento approvato dal governo tecnico attacca i monopoli, che nelle regioni governate da Rossi ed Errani sono ‘il’ monopolio Coop e crea invece competizione di mercato, non solo per l’orario di apertura libero ma anche perché avvia una deregulation sulle concessioni”. Conclusione: “Potranno arrivare altri grandi operatori a fare concorrenza alle Coop, e non dovranno presentarsi ai politici che governano province e regioni rosse con il cappello in mano”.&lt;br /&gt;
© - FOGLIO QUOTIDIANO&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-6277898859082861122?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/7osFfH_-32MxfwfWz1SDGEjBsB0/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/7osFfH_-32MxfwfWz1SDGEjBsB0/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/QF2rN2LUMbA" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/6277898859082861122/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=6277898859082861122" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/6277898859082861122?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/6277898859082861122?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/QF2rN2LUMbA/perche-il-pd-tosco-emiliano-teme-la.html" title="Perché il Pd tosco-emiliano teme la libertà di bottega? Chiedere alle Coop" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2012/01/perche-il-pd-tosco-emiliano-teme-la.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUYDSXw5fip7ImA9WhRWF0U.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-4986970283556534172</id><published>2012-01-05T18:05:00.001+01:00</published><updated>2012-01-05T18:06:18.226+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-05T18:06:18.226+01:00</app:edited><title>Sceneggiata dolomitica.  Davide Giacalone</title><content type="html">Quel che è accaduto a Cortina d’Ampezzo, con i controlli fiscali su esercizi commerciali, alberghi, ristoranti e proprietari di auto, suscita una certa ripugnanza. Sotto molti e diversi punti di vista. Il solo fatto che la presenza degli ispettori abbia magicamente raddoppiato il fatturato dei ristoranti la dice lunga. Ma non la dice nuova. Chiunque non viva fuori dal mondo sa benissimo che la tendenza generale è a trovare il punto d’equilibrio connivente: l’esercente evade le tasse, il cliente paga meno e l’economia in nero cresce. Si può scoprirlo a Cortina come a Porto Cervo, ma vale la stessa cosa a Ladispoli o Milano Marittima. Il vantaggio, in questo caso, a voler vedere il lato divertentente, è che non sentiremo tiritere sui meridionali fregoni. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Attenzione, però, a non pensare che tanto basti per gettare la croce addosso a ristoratori e commercianti, additandoli quali principi dell’evasione fiscale: se questo è possibile è perché gli italiani sono ancora molto liquidi. Quando si dice che ristoranti e aerei sono comunque pieni scatta il riflesso fessacchiotto di chi invita a valutare l’esistenza di chi fa la fame, ma ciò non toglie che il dato è reale: gli italiani vanno molto fuori e in giro. Che non è un male, non è un comportamento deprecabile, ma neanche la condotta di un popolo povero. Anzi. E qui vengo al punto dolente: se la disciplina fiscale fosse fatta valere con rigore, come giustizia vorrebbe, il tenore di vita scenderebbe. Vi fanno male le orecchie a sentirlo? Non staranno meglio nel mentire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutto ciò non è bello. Anzi, è vagamente ripugnante. Ma non lo è meno l’idea che possa imboccarsi la via del dagli al ricco e al consumatore di prodotti affluenti. Primo, perché tali sono tantissimi italiani, non solo i presunti ricchi da telefilm. Secondo, perché quello è un mercato che dovremmo favorire non punire, che c’invidiano nel mondo e dovrebbe essere utilizzato per attirare ricchezza, non per distruggerla.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dubito che gli autori dei controlli, per il luogo e per la data scelti, non avessero messo nel conto un certo clamore mediatico. Piuttosto credo che lo abbiano cercato. Un esempio: i controlli sui proprietari di auto di grossa cilindrata non solo si possono fare ovunque e sempre, ma anche stando dietro una scrivania. E’ facile. Cercarli nella perla delle Dolomiti ha, però, un valore aggiunto spettacolare. Tutto questo, però, nuoce gravemente alla credibilità dello Stato. Intanto perché non è un peccato possedere grosse macchine. Poi perché l’Italia le produce, ed è bene qualcuno le compri. Infine perché le notizie comunicate alla stampa omettono di ricordare un dettaglio: nulla di quello che è stato accertato ha il benché minimo valore se non passato al vaglio di un giudice terzo (nel caso il contribuente voglia ricorrere). Lo spettacolo dell’accusa, cui l’Italia s’è assuefatta, non è la messa in scena della severità, ma la tragedia dell’inciviltà. La vettura può essere intestata ad un familiare (coniuge, figli) non dotato di reddito, ma non per questo è un evasore, visto che, magari, il pagamento è stato effettuato da chi dichiara cifre più che congrue. Dite che sto sognando? Può darsi, anzi vado oltre: i numeri dicono che troppi italiani spendono soldi che ufficialmente non hanno. Ma metterne alla berlina alcuni, sollecitare l’invidia sociale, offrire motivazione alla rabbia, è la via sicura verso la perdizione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vedo così: posto che da noi la pressione fiscale è troppo alta, sicché chi è onesto paga troppo, la via di fuga non può essere la disonestà (che va punita), ma il premio all’onestà. Non chiedetemi di fare l’esattore del ristoratore, ma premiatemi se, pagando in modo regolare, contribuisco al prodotto interno e al fisco. Allettatemi con la convenienza, non intimoritemi con il terrore fiscale. L’obiettivo è essere più ricchi e più onesti, non più poveri e ipocriti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-4986970283556534172?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Chi ha seguito le nostre riflessioni, chi non s’è spaventato e a buttato via i nostri scritti, perché così distanti, così incredibilmente diversi dalla vulgata più accreditata e applaudita, non si stupirà. Ma anche chi non ci ha considerati dei pazzi potrà sentire un brivido correre lungo la schiena nel leggere quel che Mori racconta, in un libro scritto con Giovanni Fasanella (Ad alto rischio). Noi abbiamo usato la logica, partendo dai fatti, Mori è un protagonista dei fatti. Racconta come la procura di Palermo massacrò l’inchiesta cui Falcone e Borsellino tenevano tanto, denominata “mafia e appalti”. Racconta come quelle carte furono spappolate, divulgate per essere massacrate, quindi archiviate: “Per la parte che riguardava le connivenze politico-amministrative, a tre giorni dalla morte di Borsellino, la procura richiese e ottenne l’archiviazione. Ancora oggi non ne ho compreso i motivi”. L’archiviazione ufficiale porta una data che descrive una storia: ferragosto. Il giorno in cui neanche i morti fanno notizia. Ferragosto, quando è facile nascondersi, ma poi risulta clamoroso essersi lì rimpiattati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Finché queste cose le scriviamo noi la cosa può risolversi con il più antico e collaudato dei rimedi: l’omertà. Si copre tutto con il silenzio e si lascia che i riflettori puntino sugli eroi fasulli di una storia bugiarda, sullo sfondo mendace di un palcoscenico immaginario. Ma quelle parole, ora, sono sulla bocca del carabiniere che organizzò e diresse le indagini. In un Paese appena appena normale ciò sarebbe scandalo. In un Paese in cui l’onestà intellettuale non fosse prostituita al luogocomunismo della più ignorante codardia questo dovrebbe far rumore su tutti i mezzi d’informazione. Invece nulla. A conferma di quanto solido e radicato sia il male.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un brivido l’ho provato pure io. Trovando nelle pagine di Mori il riferimento al provvedimento d’archiviazione con cui il gip di Caltanissetta chiuse l’inchiesta sullo scontro fra le procure siciliane. 250 pagine dense di nomi. Sono rabbrividito perché anche io ero partito da quelle pagine, per ragionare, e c’ero arrivato su indicazione del braccio destro di Paolo Borsellino, un altro valoroso carabiniere, un uomo probo e con la schiena dritta, che s’è ciucciato anni di processi come se fosse un mafioso: Carmelo Canale. Assolto, lui. Condannati, noi, invece, a perpetuare il falso racconto di quelle morti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Scrive ora Mori: “ero convinto che non tutti i pubblici ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa nostra”. Detto in modo diverso: la mafia aveva uomini avvicinabili e avvicinati, in procura. Che sia stata la mafia dei macellai, quella dei capi, o quella degli amici degli amici, che cambia? La storia è chiarissima: morirono i magistrati che erano stati isolati dentro la procura di Palermo, morirono gli sconfitti, morirono Falcone e Borsellino. Gli altri rimasero, ridendo della loro memoria e appropriandosene, inneggiati dalla stolta sinistra dei conniventi. Forse io non ho capito mai niente, forse Mori è un delinquente depistatore. Forse. O forse nessuno ha mai voluto mettere il naso nel covo più losco: la procura di Palermo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è finita qui, perché anche il mancato rientro, per testimoniare, di Gaetano Badalamenti, Mori lo mette nel conto dell’“impossibilità di bypassare la procura palermitana”. In quel caso ci fu il morto, ma dalla parte dello Stato, o, meglio, di quella parte dello Stato interessata a combattere la mafia. Morì Antoniono Lombardo, carabiniere, suicida. Accusato da Leoluca Orlando Cascio, in diretta televisiva, d’essere amico dei mafiosi. La politica intervenne, pubblicamente, per fermare i carabinieri che avrebbero fatto testimoniare un mafioso. Eppure ancora si fa finta che siano misteriose e sconosciute, le interazioni fra mafia e politica. O, magari, a supremo scorno dei morti e mortificazione dei vivi, si fa gestire lo spettacolo antimafia a chi fu utile alla mafia. Lombardo, del resto, lo lasciò scritto: “la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Nero su bianco. E lo disse suo cognato, Canale: Antoniono è stato ammazzato. Hanno processato lui.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mori non spende una parola sulle così dette “stragi di mafia” e sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Capisco, in questo momento è lui che subisce il processo, proprio per quelle storie. Restano le nostre ricostruzioni, le nostre date, i fatti che abbiamo messo in fila. Seguendo lo stesso metodo e la stessa logica. Ecco perché dico che l’anno appena iniziato deve guardare al futuro, ma che quel futuro sarà una cloaca se non si avrà l’onestà di fare i conti con il passato. Il coraggio scarseggia, nell’Italia degli accodati. Ma non contino sul nostro silenzio. Auguri.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-5445977492591148069?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Non posso che condividere questa posizione e aspettarmi che l’assumano altre personalità del pensiero, come la docente della «Filosofia della Persona » Roberta De Monticelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel caso dei due filosofi si tratta quasi di un dovere d’ufficio,essendo stati, senza manifestare incompatibilità o riserve, docenti dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, fondata da Don Verzè. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Comunque sia, io credo che sia venuto il momento di dire dell'infamia di chi ha cercato nella vita di Don Verzè altro che il desiderio di contribuire alla felicità e alla salute degli uomini, con uno schietto amore suggerito dall’amore in Dio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Delle cose terrene, e dei conti e delle questioni materiali sono assolutamente certo che la responsabilità di Don Verzè non fu mai diretta ma sempre preterintenzionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mi viene in mente oggi, che lo si accompagna al luogo dell’estremo riposo, che gli ultimi anni fra protagonismi, paradossi e parossismi giudiziari (sia in ambito religioso sia in ambito profano) ci hanno offerto uno spettacolo orribile, di mistificazione e di finzione, chiamando comportamenti umani e talvolta debolezze, con il nome delle più inverosimili cospirazioni e dei più gravi reati e intrallazzi ( P3, P4, favoreggiamento della prostituzione), trasformando in mostri uomini come Emilio Fede, Alfonso Papa, Luigi Bisignani, Lele Mora, Guido Bertolaso. Tutte bufale, falsificazioni, interpretazioni tendenziose e certamente in mala fede, per trasformare persone deboli o fragili o anche titolari di vizi privati, in pericolosi delinquenti. Non ci facciano ridere. Ci avevano già provato con una costruzione giuridica ( opera di Gherardo Colombo) smantellata dalla Corte di Cassazione, con la P2, non spiegandoci mai quali reati avrebbero commesso il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Roberto Gervaso, Maurizio Costanzo, Enrico Manca, Alighiero Noschese, e giornalisti come Alberto Sensini, Roberto Ciuni, Franco Di Bella. Invenzioni. Che hanno lasciato una scia indelebile di diffamazione, senza una sola condanna, con la retorica della Commissione presieduta da Tina Anselmi, e con il riconoscimento della sola responsabilità individuale, non associativa, di Licio Gelli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La magistratura ha creato dei mostri.L’aveva tentato,senza riuscirsi, bloccata da un’ondata di indignazione, con Enzo Tortora. E soltanto il suicidio ha sottratto a questa macchina del fango istituzionale (perché tale è stata ed è) uomini valorosi come il magistrato Luigi Lombardini, umiliato da Giancarlo Caselli e dai suoi con uno stringente interrogatorio ritenuto regolarissimo dal Csm. Sconfortato, però, Lombardini si uccise.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono alcuni dei tanti casi di arbitraria demonizzazione. Con l’inizio delle inchieste di tendenza, su pedofilia e omofobia (spesso associate nelle inchieste della magistratura) si sono creati altri straordinari casi. Quello di Don Pietro Gelmini, uomo straordinario, umiliato, mortificato, ridotto allo stato laicale, dopo decenni di straordinaria attività in favore dei giovani: 8mila, 9mila, 10mila riportati alla salute e restituiti alle famiglie con un’opera grandiosa di assistenza, conforto, persuasione. E infine costretto a riferire di alcune insignificanti debolezze per qualche parola o carezza indirizzata ai più subdoli e maliziosi tra i giovani che ne avevano accettato le manifestazioni di amicizia e di affetto. Nulla. Don Gelmini non ha fatto nulla e la sua opera è stata sporcata, annichilita e dimenticata. Gentilezze e bontà trasformate in violenza e sfogo di bassi istinti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infine si è tentato con Don Verzè, che si è sottratto ai suoi aguzzini con una morte naturale (?) calcolata. Perfetta nei tempi, nel giorno in cui si bandiva l’asta del suo amatissimo ospedale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qualcuno per lui avrà fatto male i conti? Ebbene, l’impresa non è meno grande per questo. Ma la diffamazione patita da Don Verzè, quella sì, è certamente un reato, compiuto con l’apparente copertura del «nome del Popolo Italiano».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così si è cercato di trovare vizi e debolezze di un uomo buono, interrogandosi sull’acquisto di un aereo di cui ha spiegato, con apparenti paradossi, l’esigenza,per evitare ( in ciò diverso da Don Gelmini) di farsi mettere le mani addosso in assurdi e irrazionali controlli cui ci siamo rassegnati. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così per andare a vedere malati Don Verzè doveva farsi toccare e magari consegnare una bottiglia di vino o la schiuma da barba, o una marmellata, proibite nel bagaglio a mano, ma naturalmente consentite nel duty-free. Uno schifo, una insensatezza con cui si cerca di dimostrare un’uguaglianza da deportati, per trovare terroristi che puntualmente sfuggono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Senilmente irritato da questa mancanza di rispetto, Don Verzè avrà cercato di disporre di quell’aereo che talvolta qualche amico mecenate gli avrà prestato. Tutto qua. Dopo settant’anni di impegno per la medicina, per la cultura, per i valori etici. Onore a Don Verzè e disprezzo per i suoi detrattori. Ha ragione Cacciari.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vorrei concludere: nell’elenco sopracitato (Don Gelmini, Fede, Papa, Mora, Bertolaso, Don Verzè) delle vittime della diffamazione giudiziaria, sistematica, implacabile, orientata, non sarà che il reato innominabile che le accomuna, laici o preti che siano,è l’amicizia con Silvio Berlusconi? (il Giornale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-7598111720631253376?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Ricapitoliamo. 1. Non si sa cosa tassa, perché dovrebbero essere i televisori, ma in realtà sono i terminali “atti o adattabili alla ricezione d’immagini”. Tutti, compresi i telefoni, i computers, i navigatori e così via. Una intollerabile corbelleria. Non si sa neanche chi tassa, perché la legge dice che se paghi il canone a casa poi non lo devi pagare al mare, ma la Rai s’è messa in combutta con i comuni e vanno a cercare le case intestate al coniuge, sostenendo che non si tratta dello stesso nucleo familiare. E nessuno li ferma, laddove questa è tentata o riuscita estorsione. 2. Non si sa a cosa serva, perché dovrebbe finanziare il servizio pubblico. Quale? La Rai è una televisione commerciale a totale capitale statale, che svolge un “servizio pubblico” solo perché così si definisce in convenzione. A questo punto si possono anche chiamare “cavalli” i cinghiali e pretendere di cavalcarli. Auguri. 3. Non si sa quei soldi a chi vanno. Perché vanno alla Rai, ma in realtà si pagano al fisco, salvo il fatto che la sollecitazione al pagamento ti arriva dalla Rai stessa, ovvero dal beneficiario, che è una società per azioni di diritto privato, ma al tempo stesso una roba statale, che nella seconda veste prova a mettermi paura e nella prima ingrassa le proprie casse. Una roba così non è neanche un animale misto: è una bestialità. 4. Il fatto che aumenti lo sapete di già, quindi non sto a perdere tempo, solo che se i miei soldi servissero al servizio pubblico qualcuno dovrebbe dirmi dove finisce l’aumento: quali costi sono aumentati, quali nuovi servizi saranno offerti. Nisba.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Rai è stato un grande servizio pubblico. E’ poi divenuto il paradiso della lottizzazione. S’è trasformato in greppia senza significato. Ora è la sopravvivenza di un passato troppo lontano. La soluzione migliore è venderla. Su questa strada c’è un ostacolo, rappresentato dalla legge 112 del 2004 (alias legge Gasparri), ove si stabilisce che nessuno può possedere più dell’uno per cento delle azioni Rai. Ostacolo che sarebbe bene rimuovere, semmai anche per via referendaria. Ma che si può anche aggirare, essendo oramai trascorsi i tempi oltre i quali quella stessa legge consente alla Rai di vendere “rami d’azienda”. Che non è roba vegetale, ma reti e produzioni. Si vendano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qui sento già il lamento più stupido del mondo: sarebbe un favore a Mediaset, azienda del più noto e votato fra i malfattori. Quell’uomo ha una fortuna smisurata, dato che la sorte gli ha spesso riservato avversari d’impareggiabile ottusità: è vero il contrario, perché il duopolio consente di fare del canone un provento che finanzia il sistema, mentre la privatizzazione e la concorrenza ristabiliscono regole di sano mercato, con quel che segue: chi è bravo vince e si fa ricco, chi non lo è esce di scena. Pensare che questo sia un favore a Berlusconi significa fargli un complimento che egli stesso si farebbe solo in privato. E ho detto tutto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per concludere. Vedo che non appena si parla di cancellare l’odioso e deforme tributo più d’un politico corre a prendersi uno spicchio di gloria. Bravi: visto che non avete di meglio da fare, visto che la politica conta sempre di meno, nel tempo che vi rimane dopo avere chiesto raccomandazioni per assunzioni e lavori in Rai, raccogliete le firme per i referendum. Se avete idee confuse, circa i quesiti, siamo a vostra disposizione. Gratis. Detto ciò, si può fare subito molto, si può cominciare a vendere, si può far scendere il costo di una baracca che pretende di piazzarmi le chiappe come servizio civile e culturale, come pretende di far passare per pluralismo la spartizione. Si può farlo oggi stesso. Facendolo si libererebbe quel che (se proprio si deve) della Rai è servizio, liberando l’azienda dall’ossessione dell’audience e liberando risorse pubblicitarie per altri competitori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ecco, adesso sono sicuro d’essere rimasto in risicata compagnia, con la destra mercatista e la sinistra moralista già fuggite a rimpiattarsi dietro i propri raccomandati, i propri amministratori, i propri lottizzati, le proprie vergogne.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-7618387609389506640?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ro5cFyZN063n1-Rjb1Bwyuz-mJ8/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ro5cFyZN063n1-Rjb1Bwyuz-mJ8/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ro5cFyZN063n1-Rjb1Bwyuz-mJ8/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/Ro5cFyZN063n1-Rjb1Bwyuz-mJ8/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/pp4pMYEdPhU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/7618387609389506640/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=7618387609389506640" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/7618387609389506640?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/7618387609389506640?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/pp4pMYEdPhU/canone-perverso-davide-giacalone.html" title="Canone perverso.  Davide Giacalone" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2011/12/canone-perverso-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C04AQX45fSp7ImA9WhRWEEQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-5927615907261829861</id><published>2011-12-28T18:05:00.000+01:00</published><updated>2011-12-28T18:05:40.025+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-12-28T18:05:40.025+01:00</app:edited><title>Biografia non autorizzata di uno strano "antifascista".  Milton</title><content type="html">Leo Longanesi disse, “I fascisti si dividono in due categorie: fascisti ed antifascisti”. Alla seconda categoria apparteneva Giorgio Bocca, che per la verità fino al 1943 è appartenuto anche alla prima, dopo aver firmato nel 1938 il Manifesto in difesa della razza a sostegno delle leggi razziali e che ancora nel 1942 scriveva “Sarà chiara a tutti … la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo l’8 settembre, dimostrando ottimo intuito, divenne antifascista e come partigiano nella divisione “Giustizia e Libertà” attese le truppe americane che risalivano la penisola per liberare l’Italia. Il contrappasso lo raggiunse a guerra finita(!), quando come responsabile dei Tribunali del Popolo partigiani, una sorta di industria della vendetta e dell’odio, condannò a morte per fucilazione presunti traditori e repubblichini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1975 quando già si contavano i primi morti, dopo aver firmato, con la solita compagnia di giro che a tutt’oggi ci fa la morale, l’appello contro il commissario Calabresi, sostenne, assieme al PCI, che le Brigate Rosse fossero una favola raccontata agli italiani dagli inquirenti e servizi segreti. Nel marzo del 1980 disse ancora “la nascita del terrorismo è stata tenuta a bagnomaria per costruire la teoria degli opposti estremismi”, erano gli anni di piombo e il sangue di giudici, politici, cittadini scorreva ormai da un decennio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Più tardi, con un linguaggio da far arrossire anche un tipo come Borghezio, vomitò odio anche sul Sud “Durante i miei viaggi al sud c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”. Un commento insomma da razza padana, cinico e sprezzante, non dissimile a quello che riservò, dimostrando un’acerrima omofobia, a Pasolini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni ottanta fu uno dei primi giornalisti di un certo nome a frequentare con successo, anche economico, gli studi Fininvest e le tipografie Mondadori, per poi considerare servi tutti gli altri che l’hanno fatto dopo, e definire Berlusconi, in un afflato di lirismo, “un maiale”. Si vantava di essere senza padroni, scordandosi che nel 1976, fondò assieme a ad Eugenio Scalfari “Repubblica”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci lascia un opportunista scaltro, cinico, fascista quando Mussolini era all’apice, partigiano quando il regime cadde e le sorti della guerra erano segnate, leghista quando Bossi predicava la secessione e conquistava il Nord, Berlusconiano quando c’era da mangiare a Fininvest, protagonista di Repubblica quando c’era da strisciare al fianco del fallimentarista De Benedetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insomma il classico percorso di tanti intellettuali nostrani, un percorso a tratti indecente, viscido, fatto di opportunismi e convenienze. Umana pietà per chi non c’è più e per chi ha lasciato, ma ci si risparmi il frignare delle prèfiche inconsolabili che oggi lo definiscono, con la solita ipocrisia, “Maestro”. (l'Occidentale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-5927615907261829861?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/U8hTAsogTjOLgkO8RFRH0iZhjW4/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/U8hTAsogTjOLgkO8RFRH0iZhjW4/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/U8hTAsogTjOLgkO8RFRH0iZhjW4/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/U8hTAsogTjOLgkO8RFRH0iZhjW4/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/8loUcQ5jve4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/5927615907261829861/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=5927615907261829861" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/5927615907261829861?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/5927615907261829861?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/8loUcQ5jve4/biografia-non-autorizzata-di-uno-strano.html" title="Biografia non autorizzata di uno strano &quot;antifascista&quot;.  Milton" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2011/12/biografia-non-autorizzata-di-uno-strano.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C0QARXs8fyp7ImA9WhRWEEw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-8592272672060313192</id><published>2011-12-27T19:42:00.000+01:00</published><updated>2011-12-27T19:42:24.577+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-12-27T19:42:24.577+01:00</app:edited><title>Stregoni.  Davide Giacalone</title><content type="html">Quella di un secondo tempo, nel corso del quale il governo Monti saprà fare quel che non ha fatto, rilanciando l’Italia verso magnifiche sorti e progressive, è un’illusione. Una favola che ci raccontiamo per far finta di non capire quel che accade, o perché davvero non lo si capisce, e si prova a darsi un contegno. Quel che il governo Monti doveva fare lo ha fatto. E non è servito. Non poteva servire, pur dovendosi farlo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La terapia è sbagliata perché la diagnosi non è reale. E’ frutto di un pregiudizio, di una superstizione, non di analisi e conoscenza. Lo “spread” non è un numero che dica quale che sia cosa circa l’affidabilità del debito pubblico italiano, ma un indice che consegna la misura di quanto sia fragile la struttura istituzionale dell’euro e dell’Unione europea. Da quando è comparso sulla scena, da quando la crisi del debito ha attraversato l’Atlantico e morso le carni europee, lo spread è divenuto un dio pagano, le cui ire e bizze si spera possano placarsi con sacrifici umani. Idee da selvaggi. Idee, però, che da noi vestono alla moda del perbenismo trinariciuto, seguendo la linea di chi ha sempre avuto sul gozzo la democrazia, con l’assurda pretesa che il popolo sappia scegliere il proprio interesse. Ma vi pare? Qui il popolino votava Berlusconi! L’impresentabile, l’insostenibile, il vergognoso, l’inquisito, il debosciato. Toglietelo di mezzo e vedrete che lo spread si placherà. Uccidete la vergine, sgozzate l’agnello, e vedrete che il dio si quieterà. Imbecilli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già, ma se Berlusconi fosse rimasto al suo posto, se la coalizione degli ignoranti in cattedra, dei ladri moralisti e dei bugiardi giuranti non avesse trovato nello spread il piede di porco per scardinarlo, sarebbe cambiato qualche cosa? No. Questo è il bello: la nostra partita è irrilevante, perché giocata fuori tempo e fuori campo. Due club di scemi, che si spaccano gli stinchi a vicenda.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Occorrerebbe, invece, che si facesse squadra per giocare il campionato europeo, quello in cui ci stanno prendendo a pedate. La si smetta con l’atteggiamento provincialissimo di chi festeggia il fatto che i “potenti” ci rivolgono la parola e offrono un pranzo. Tanto più che i “potenti” sono i colpevoli di quel che accade. I potenti siamo noi: abbiamo popolo, intelligenza e produzioni quanto basta per contare. Possiamo farlo salvando l’Europa, opponendoci fermamente all’andazzo attuale, che porta tutti al massacro. Abbiamo le carte in regola, perché le cose che scrivevamo un anno fa sono esatte, la diagnosi precisa, la terapia efficace: il malato è l’Europa, sicché si deve passare alla cura drastica della maggiore integrazione, ove non si voglia imboccare la via dell’eutanasia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma da noi è come parlare con il muro, perché in questo Paese di trasformisti a dar lezioni d’europeismo ci sono i vecchi arnesi comunisti che hanno passato la vita a battersi contro l’Europa. So che nessuno lo scrive e qualche ignorante lo nega, ma è così. E lo ripeto, nel modo più ruvido possibile, perché è destinato alla tragedia un Paese che credi di potersi mettere nella mani di un comunista mai divenuto ex e di un professore intento a selezionare i contribuenti da immolare al dio spread. Che, poi, diciamolo: non esiste nemmeno il Paese che si mette nelle loro mani, se non nelle pagine di giornali scritti per lisciare il pelo ad una risicatissima minoranza d’italiani. I selvaggi che ritengono incivili i propri connazionali, per non dovere guardare l’anello che portano al proprio naso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La malattia europea consiste nel non coincidere di democrazia e potere, nel divorzio fra suffragio popolare e governo degli interessi. Noi ci stiamo comportando, in Italia, come se lo scopo fosse quello di adeguarci a quella malattia, laddove è evidentissimo (e lo sarà nel racconto che faremo a posteriori) che serve l’esatto contrario. Solo che serve in ambito europeo: con partiti, popoli, elettori e istituzioni dell’Unione. Il resto, quel che stiamo praticando, è solo un modo per torturare il corpo malato, indebolendolo con la pretesa di guarirlo. Anche gli stregoni, in fondo, erano “tecnici”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-8592272672060313192?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/01kWEfCGirG8u5j6b2lesmpNOLU/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/01kWEfCGirG8u5j6b2lesmpNOLU/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/01kWEfCGirG8u5j6b2lesmpNOLU/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/01kWEfCGirG8u5j6b2lesmpNOLU/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/0mYWa6krboM" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/8592272672060313192/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=8592272672060313192" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/8592272672060313192?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/8592272672060313192?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/0mYWa6krboM/stregoni-davide-giacalone.html" title="Stregoni.  Davide Giacalone" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2011/12/stregoni-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Dk4NQXs9cSp7ImA9WhRXFE0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-2337641788935175517</id><published>2011-12-20T19:15:00.003+01:00</published><updated>2011-12-20T19:16:30.569+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-12-20T19:16:30.569+01:00</app:edited><title>L'odio per i ricchi.  Gianni Pardo</title><content type="html">Tutta la società sembra unita nell’odio contro i ricchi, in un’acida voglia di “fargliela pagare”. E tutta la legislazione è improntata a principi di fattiva ostilità nei loro confronti. Basti pensare alla voglia di tassare a morte i “grandi patrimoni”, all’accresciuto peso di imposte per seconde case (anche all’estero, dove già pagano le tasse allo Stato locale!), barche, e ogni bene che sembri denotare “ricchezza”. Tutto questo è giusto? &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È giusto che chi guadagna 1.000 paghi 100 e chi guadagna 10.000 paghi 1.000 o 1.500. Ma è giusto che chi guadagna 10.000 paghi 4.000 o 5.000? Secondo la Costituzione (art. 53) “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ma la progressività poteva estendersi fino a triplicare il tributo per chi ha una casa e la tiene sfitta? Dov’è la maggiore capacità contributiva, se da quella casa non si ricava nessun reddito? Qui si punisce il fatto che il proprietario non faccia beneficiare gli altri del suo bene. La nostra Costituzione è “di sinistra” e ne sono stati accentuati i risvolti giacobini: ora bisogna che “anche i ricchi piangano”. Ma chi sono, esattamente? &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per il disoccupato che non sa come dare da mangiare ai suoi figli, è già ricco il ragioniere del secondo piano che guadagna millecento euro al mese. Ma se la stessa domanda fosse posta all’interessato, il poverino sgranerebbe gli occhi: “Io, ricco? Forse il commercialista del piano rialzato, quello che guadagna cinque o seimila euro al mese”. Ma il commercialista osserverebbe che lui ha cominciato a guadagnare sul serio ben oltre i trent’anni e che comunque, mentre il ragioniere stacca alle due, lui lavora dalle nove del mattino alle nove di sera ed ha delle spese. Ricco è sempre qualcun altro. Se infine si arriva ai ricchi innegabilmente ricchi, ci si accorge che sono così poco numerosi da non avere importanza, nella società. Anche a distribuire tutti i loro averi ai poveri, non cambierebbe nulla. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’odio per gli abbienti ha una spiegazione. Per molti secoli il grande patrimonio è stato costituito dalla proprietà terriera. Jean-Jacques Rousseau non odiava il ricco in quanto tale ma perché la ricchezza l’aveva ereditata. Il suo patrimonio era pura casualità e pura ingiustizia. Spesso per giunta la proprietà terriera si accoppiava con la nobiltà, sicché le categorie erano stagne, o si nasceva nobili e facoltosi, o si nasceva “roturiers” e indigenti: senza possibilità di cambiare categoria. Persino un genio capace di procurarsi un grande patrimonio, come Voltaire, rimase sempre un inferiore perché non era nobile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tempo è passato. L’esperimento sovietico ha dimostrato che, abolendo la proprietà privata, l’intero popolo si impoverisce invece di arricchirsi. In Occidente la nobiltà è praticamente sparita e la terra ha cessato di essere il paradigma della ricchezza: oggi è ricco l’industriale, il celebre artista, il grande professionista, tutta gente che lavora sodo. Prima l’alto livello economico era conseguenza della nascita, ora è conseguenza del lavoro. Prima le categorie erano impermeabili, oggi il figlio del milionario spesso si ritrova povero prima di arrivare alla vecchiaia. Il mondo è cambiato. Purtroppo, la gente è mentalmente ferma al passato e infatti la nostra Costituzione a proposito della proprietà privata parla di imporle dei limiti “allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Parole importanti. Il patrimonio non è più un fatto privato: deve avere una funzione sociale. Inoltre deve essere “accessibile a tutti”, come se prima fosse stato vietato. Accessibile significa che la porta è aperta: e chi l’ha mai chiusa, dopo la Rivoluzione Francese? &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Siamo alla contraddizione dei sogni. Da un lato si fantastica che i ricchi siano tali per eredità - tanto che si vorrebbero distribuire i loro beni a tutti - dall’altro si auspica che tutti divengano ricchi: per poi espropriarli dei loro beni?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Chi ha guadagnato molto è tormentato in tutti i modi. Inoltre è additato al disprezzo generale: se ha soldi è un delinquente; se ha soldi è un evasore fiscale; se ha soldi non andrà in Paradiso. In Italia il modello positivo è l’impiegato statale che con lo stipendio arriva a stento alla fine del mese. Il risultato è la scarsa propensione alla produzione, l’esistenza di pochissime grandi imprese e la quasi assenza di investimenti stranieri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La società italiana ha voluto essere liberale il meno possibile, ha voluto che anche i ricchi piangessero e ci sta riuscendo: si chiama recessione. (il Legno Storto)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-2337641788935175517?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/MXU6zDS9S5lIyRx6MIaafFWoe4E/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/MXU6zDS9S5lIyRx6MIaafFWoe4E/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/MXU6zDS9S5lIyRx6MIaafFWoe4E/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/MXU6zDS9S5lIyRx6MIaafFWoe4E/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/jSUvXAdceZU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/2337641788935175517/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=2337641788935175517" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/2337641788935175517?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/2337641788935175517?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/jSUvXAdceZU/lodio-per-i-ricchi-gianni-pardo.html" title="L'odio per i ricchi.  Gianni Pardo" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2011/12/lodio-per-i-ricchi-gianni-pardo.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUUHSX85fSp7ImA9WhRXFE0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-7318694692405668071</id><published>2011-12-20T18:46:00.003+01:00</published><updated>2011-12-20T18:47:18.125+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-12-20T18:47:18.125+01:00</app:edited><title>Giustizia al gabbio.  Davide Giacalone</title><content type="html">Quella carceraria non è un’emergenza, ma un’indecenza. Il ministro della giustizia, Paola Severino, fa bene a occuparsene. Ma faccia attenzione a non confondere le cause con gli effetti e a non immaginare soluzioni, come quelle di cui si sente parlare, che suonano come un favore ai colpevoli e un ulteriore sfregio per gli innocenti. Il fatto che il pontefice si sia recato a Rebibbia e qui abbia pronunciato parole dure (e giuste) contro il sovraffollamento, mi fa rizzare le orecchie, perché già le parole del suo predecessore, pronunciate in Parlamento, furono utilizzate per favorire un provvedimento oltraggioso e inutile, l’indulto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non sono un’emergenza, le carceri, come non lo è la spazzatura a Napoli: sono fenomeni d’inciviltà permanente, che talora tornano agli onori della cronaca, salvo restare tali anche quando non se ne parla. Nel caso delle galere, quel che causa il problema non è il moltiplicarsi del crimine, ma il crescere dell’inciviltà giuridica. La causa è la malagiustizia, l’effetto il sovraffollamento. Più della metà dei detenuti italiani non stanno scontando una pena, ma stanno aspettando di sapere se devono scontarla. Sono “in attesa di giudizio”, come il titolo del film con Alberto Sordi (regista il grande Nanny Loy), che più lo guardi più ti arrabbi, perché le cose sono peggiorate, restando immutabili. Più della metà dei carcerati, quindi, devono, secondo la Costituzione e la Convenzione Europea Diritti dell’Uomo, essere considerati innocenti. Non ci si deve chiedere dove metterli, ma come dar loro giustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se, invece, si parte dalle celle, saltando i tribunali, va a finire che si presentano proposte come quelle che il ministro ha formulato: mandare agli arresti domiciliari chi ha ancora 18 mesi da scontare, oppure rilasciare chi ha condanne inferiori ai 4 anni, pensando a pene alternative. Misure concepite per sfoltire le presenze, ma che portano a una singolare e abominevole conseguenza: escono i condannati e restano dentro gli innocenti. E’ già successo con l’indulto, e siamo fra i pochi che protestarono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tema è così delicato, e di così rilevante portata, che tutti dovrebbero proibirsi le sparate propagandistiche. Aggiungo subito, quindi, che il ministro fa bene a dire che il tema dell’amnistia deve essere preso in considerazione, e vado oltre: è necessaria, si deve fare. Al contrario dell’indulto, che cancella solo la pena, l’amnistia cancella anche il reato e il procedimento, quindi evita che il sistema soffochi sotto al peso dell’arretrato. E’ un provvedimento ingiusto, repellente. E’ uno schiaffo in faccia alle persone oneste, una stilettata al cuore degli innocenti. Ma è necessario. Solo che deve essere fatta dopo la riforma della giustizia, non al suo posto. Deve prendere corpo dopo avere liberato i palazzi di giustizia dai corporativismi, dalle politicizzazioni e dalla nullafacenza, non materializzarsi quale succedaneo di ciò che non si è capaci di fare. Perché in questo secondo caso la vergogna sarebbe incancellabile e la rabbia incontenibile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ai non condannati il ministro pare abbia rivolto una sola attenzione, immaginando che gli arrestati possano restare per due giorni nelle celle di sicurezza delle polizie. Idea pessima. Consapevole di quel che significa pare lo stesso ministro abbia suggerito di cambiare loro il nome, denominandole “sale di custodia”. Ora, a parte il fatto, cui non voglio credere, che l’idea sarebbe venuta, a lei ed alla collega degli interni, nel mentre andavano alla prima del San Carlo (e vi garantisco, signori del governo, che si vive bene anche senza andare a teatro a scrocco, dimostrandosi già corrotti dall’effimera fama passeggera, così come vi avverto che i vostri predecessori sono stati travolti anche dall’incapacità di comprendere che il loro mondo era divenuto irreale), a parte ciò, dicevo, cambiare il nome alle cose non muta le cose stesse: la cella di sicurezza, senza controlli e garanzie, è roba medioevale. Toglietevelo dalla testa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciascuna persona civile non può non sentirsi offesa dallo stato delle nostre carceri. Ciascun cittadino non può non avvertire che la soluzione deve portare maggiore giustizia, come anche certezza che i condannati scontino la pena. Noi che abbiamo dedicato alla giustizia tanta parte della nostra vita una cosa l’abbiamo imparata: la bontà delle intenzioni non conta nulla. Contano i risultati.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-7318694692405668071?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/RuWWFZb3JTktT4vtFotb3TCQo0Q/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/RuWWFZb3JTktT4vtFotb3TCQo0Q/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/RuWWFZb3JTktT4vtFotb3TCQo0Q/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/RuWWFZb3JTktT4vtFotb3TCQo0Q/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/nMXgphN3MfY" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/7318694692405668071/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=7318694692405668071" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/7318694692405668071?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/7318694692405668071?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/nMXgphN3MfY/giustizia-al-gabbio-davide-giacalone.html" title="Giustizia al gabbio.  Davide Giacalone" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2011/12/giustizia-al-gabbio-davide-giacalone.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DkMESHs8cSp7ImA9WhRXE0w.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-3232947601481440157</id><published>2011-12-19T18:06:00.001+01:00</published><updated>2011-12-19T18:06:49.579+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-12-19T18:06:49.579+01:00</app:edited><title>Recessione burning.  Fabrizio Grasso</title><content type="html">La recessione è una malattia democratica: colpisce tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Recessione: forma religiosa d’impotenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Recessione: Ancora tu non mi sorprende lo sai/ ancora tu ma non dovevamo vederci più?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Governare la recessione non è difficile, è inutile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Recessione, il meglio è passato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un contribuente è uno che lavora per lo Stato e la recessione, ma senza avere vinto un concorso pubblico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non chiedete cosa possa fare la recessione per voi: chiedete cosa potete fare voi per la recessione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Certe recessioni non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Recessione: ecco una lametta che ti taglia le vene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa è la recessione del mondo senti che scende questa economia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allora prenderò la recessione al volo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La recessione è la misura di tutte le cose.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Recessione homini lupus.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Datemi una recessione e seppellirò il mondo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che cos’è la recessione? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
***&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Hanno collaborato: Indro Montanelli, Charles Régismanset, Lucio Battisti &amp;amp; Giulio Repetti, Benito Mussolini, Ennio Flaiano, Ronald Reagan, John Fitzgerald Kennedy, Antonello Venditti, Donatella Rettore, Jovanotti, Fantozzi, Protagora, Thomas Hobbes, Archimede, Giorgio Perozzi. (The FrontPage)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-3232947601481440157?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/7H33R1NJvPdbUQNLHf3BbCe55IA/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/7H33R1NJvPdbUQNLHf3BbCe55IA/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/7H33R1NJvPdbUQNLHf3BbCe55IA/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/7H33R1NJvPdbUQNLHf3BbCe55IA/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/BDPE/~4/-WbI0L0aJt4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://centrodestra.blogspot.com/feeds/3232947601481440157/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=16463176&amp;postID=3232947601481440157" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/3232947601481440157?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/16463176/posts/default/3232947601481440157?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/BDPE/~3/-WbI0L0aJt4/recessione-burning-fabrizio-grasso.html" title="Recessione burning.  Fabrizio Grasso" /><author><name>maurom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/03124153074550711514</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="16" height="16" src="http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://centrodestra.blogspot.com/2011/12/recessione-burning-fabrizio-grasso.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUAGR349fip7ImA9WhRXE0w.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-16463176.post-6684397766888816433</id><published>2011-12-19T17:55:00.000+01:00</published><updated>2011-12-19T17:55:26.066+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-12-19T17:55:26.066+01:00</app:edited><title>Differenza tra crisi economica e crisi dei mercati.  Gianni Pardo</title><content type="html">Se un uomo si rompe una gamba ed ha la diarrea, soffrirà dell’ingessatura e del dover correre continuamente in bagno. Naturalmente ognuno dei due mali renderà peggiore l’altro, ma questo non significa che la frattura dipenda dallo stomaco o il mal di stomaco dipenda dalla frattura. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella crisi economica italiana si rischia una analoga confusione. Noi soffriamo del peso degli interessi sul debito pubblico e della recessione economica, ma i due fenomeni non sono eziologicamente collegati: l’unico punto comune è che l’uno aggrava l’altro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La grande massa del debito pubblico si è formata in anni lontani, mentre negli anni recenti l’Italia è stata molto virtuosa: i proclami di Tremonti non erano infondati. Ma c’è stata la crisi mondiale cominciata nel 2008, si è avuta la crisi della Grecia, l’Italia si è avviata alla recessione, i mercati si sono preoccupati e la cosa ha fatto valanga: da questo l’aumento dei tassi di Bot e Btp. L’Italia aveva ed ha necessità di venderli per pagare col ricavato quelli in scadenza e abbiamo toccato picchi dell’8% di interesse: con impegni che domani potrebbero salassarci a morte. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Facciamo l’ipotesi che la crisi si fosse verificata mentre l’Italia andava a gonfie vele, il pil aumentava del 4% l’anno - non si sta dicendo niente di mitologico - e le prospettive economiche erano rosee. I mercati, pur preoccupati per la crisi mondiale, si sarebbero detti che, comunque, l’Italia rimaneva solida. È quello che pensano della Germania, e proprio per questo i suoi tassi d’interesse sul debito pubblico sono tanto più bassi dei nostri (il famoso spread). Se domani l’euro scoppiasse, non è che la Germania non piangerebbe: ma la sua situazione interna è più rassicurante e i mercati ne tengono conto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Italia siamo nei guai perché la crisi dell’euro e il macigno del debito pubblico pesano su una nazione che economicamente non progredisce più ed anzi indietreggia: si chiama recessione. La domanda diviene dunque: come se ne esce?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La formula scelta dalle autorità europee ed italiane, fino ad ora, è stata quella di un aumento della pressione fiscale. Gli italiani sono stati “invitati” a dare di più allo Stato e consumare meno per loro stessi. Solo che il denaro dato allo Stato è sterile, non produce ulteriore ricchezza, mentre consumando di meno gli italiani comprano di meno, i commercianti vendono di meno, gli industriali producono di meno e lo Stato intero tende ad impoverirsi, accentuando la recessione. Prosit.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un’altra formula, molto in voga nel secolo scorso, era quella di John Maynard Keynes, se l’abbiamo capita bene. Lo Stato lancia (facendo debiti) enormi lavori pubblici, in modo da combattere la disoccupazione, far produrre di più le imprese, immettere liquidità nel sistema, e fa ripartire l’economia. Sempre se abbiamo capito la teoria di Keynes, questo “acceleratore” funziona se il piede su di esso è tenuto momentaneamente, mentre nel secolo scorso non lo si tolse più dal pedale e questo creò il debito pubblico. Oggi Keynes è visto come uno che aveva torto e non bisogna parlarne, mentre forse non è la teoria ad essere sbagliata ma l’applicazione che se ne dette. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rimane l’ultima soluzione, quella di cui nessuno vuole parlare: un cambio di modello produttivo. Invece di invitare la Cina a fare come noi, noi dovremmo fare come la Cina. Attuare una liberalizzazione selvaggia del tutto dimentica delle famose “conquiste dei lavoratori” che ci hanno portato dove siamo, fino a rilanciare la nostra economia come una tigre. Ché poi, quando fossimo riusciti a riconquistare la prosperità economica, si potrebbe anche riparlare di salari minimi, stabilità del posto di lavoro, pensioni anticipate e ogni sorta di bonus. “Intanto guarisci dalla malattia e vai a lavorare, poi ti godrai le ferie a Montecarlo”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma non c’è speranza. Il dogma corrente è che l’economia deve funzionare e produrre ricchezza anche se si fa di tutto per intralciarne il cammino. Se poi rallenta, la soluzione è aumentare la pressione fiscale e andare a cercare altri evasori. Il grande tecnico Monti non vede altro: da bravo antiberlusconiano, per lui uno Stato serio è uno Stato che impone tasse, e che, quando le cose vanno male, impone tasse, tasse e tasse. Come diceva lo scorpione alla rana, in un famoso aneddoto, “è la sua natura”. E, purtroppo, la natura dell’intera Italia. (il Legno Storto)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-6684397766888816433?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
In Palestine: On the History and Geography of a Name, editato all’International History Reviw, spiega invece come “ Migliaia di anni prima che i Romani inventassero la Palestina, la terra era conosciuta come Canaan. Il nome Falastin che gli arabi oggi usano per Palestina non è un nome arabo. È la pronuncia araba di ciò che i Greco-Romani chiamavano Palestina derivato da Peleshet: nome che iniziò ad essere usato nel tredicesimo secolo A.C., a causa di un movimento migratorio di genti chiamate "gente del mare", provenienti dall'area del Mare Egeo e delle Isole Greche e si insediarono sulla costa del Sud della terra di Canaan. Nel primo secolo D.C. i Romani annientarono lo stato indipendente della Giudea. Dopo la rivolta fallita di Bar Kokhba nel Secondo Secolo D.C., l'Imperatore Romano Adriano determinò di spazzare via l'identità di Israele-Giuda-Giudea. Perciò egli prese il nome Palestina e lo impose alla Terra di Israele. Nello stesso tempo egli cambiò il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina”. Mentre il mondo prova a bocciare Gingrich in Storia, il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon ha diffuso su YouTube un filmato di cinque minuti intitolato La verità sulla questione dei profughi - terzo video dopo quello sulla Cisgiordania e Il processo di pace - in cui spiega in parole semplici alcuni dei più complessi nodi del conflitto israelo-arabo-palestinese. Nel video Ayalon chiede chi sono i profughi, del perché dopo più di sessant’anni è ancora una questione aperta, come è incominciata la tragica e obliata storia di più di 850.000 ebrei delle antiche comunità ebraiche cacciati dalla conquista islamica nei Paesi arabi. Al contrario, continua il vice di Lieberman, 160.000 arabi accettarono l’offerta di Israele di restare ed oggi vi sono più di un milione di cittadini arabo-israeliani che vivono in Israele con pieni diritti di cittadinanza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Uno status invece negato dai vicini arabi che ai profughi palestinesi riservano una serie di leggi discriminatorie: divieto di ottenere la cittadinanza (ad eccezione della Giordania), impossibilità di accedere a molte professioni, limitazioni al possesso di terreni, restrizioni di movimento, diniego di istruzione e assistenza sanitaria. Un’altra stoccata viene scagliata contro l’Onu: “Mentre tutti i profughi del mondo vengono assistiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), un’agenzia separata, l’UNRWA, venne creata specificamente per i palestinesi. Come mai i profughi palestinesi non possono condividere la stessa agenzia con i profughi di Bosnia, del Congo o del Darfur, tanto per citarne alcuni?”. La risposta secondo il vice ministro israeliano è: “Mentre l’agenzia centrale delle Nazioni Unite aiuta i profughi a reinserirsi, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi contribuisce a perpetuare il loro status, applicando criteri atipici. Ad esempio, i profughi perdono il loro status di profugo quando ricevono la cittadinanza di un paese riconosciuto, i profughi palestinesi no; i profughi non possono trasmettere il loro status da una generazione all’altra, i profughi palestinesi sì; i profughi vengono incoraggiati a reinserirsi in altri paesi o ad integrarsi nei paesi che li ospitano, cosa che l’UNRWA evita di fare. Le Nazioni Unite spendono per ogni singolo profugo palestinese circa tre volte più di quanto spendono per un profugo non palestinese, e impiegano uno staff oltre trenta volte più numeroso. Insomma, per tutto il XX secolo le Nazioni Unite hanno trovato soluzioni durevoli per decine di milioni di profughi, mentre l’agenzia per i profughi palestinesi non ha trovato soluzione per un solo profugo”. (l'Occidentale)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-4470009787624447240?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
Il contenuto finale del decreto è, per la grandissima parte (più o meno l’85%), fatto di tasse. In un paese già in recessione si tratta di una randellata micidiale. Per ragioni tutte legate alla comunicazione, che è stata sapientemente gestita, il dolore della botta ha assunto una valenza positiva, come a dire che era quello che serviva e ci voleva coraggio e sapienza nell’impartirla. Purtroppo, però, non è così: la sapienza sarebbe stata sprecata, perché quel genere d’operazione riesce a chiunque; il coraggio sarebbe stato meglio utilizzarlo per mettere l’Italia nelle condizioni di crescere, facendo venire meno i freni delle rendite di posizione; mentre il dubbio più consistente è relativo al merito e all’efficacia, perché sbagliare la terapia e praticare un salasso al paziente anemico significa avviarlo verso la tomba.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ieri il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto che stiamo scontando anche la contraddittorietà delle risposte che l’Europa ha dato alla crisi. Ha ragione, ma noi lo scriviamo da mesi, ripetendo mille volte che prendere soldi agli italiani senza prima avere spento il fuoco della speculazione contro i debiti sovrani equivale a incenerirli. Non ci sono novità, insomma, sono dati e situazioni che tutti, da tempo, abbiamo il dovere di conoscere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il governo Monti ha operato in condizioni di grande difficoltà, dati i tempi stretti e le pressioni che ricevevamo da altri Paesi europei, segnatamente da Germania e Francia, oltre che dalle istituzioni dell’Unione. Nessuno può ignorare questo presupposto. Al tempo stesso, però, il governo s’è mosso in una condizione di grande favore istituzionale: nato dalla volontà e con la copertura del Quirinale, dispone, come ieri s’è confermato, dell’appoggio del Parlamento. Che ciò sia dovuto allo stato catatonico in cui si trovano le grosse forze politiche è vero, ma è pur sempre un vantaggio, per l’esecutivo. Partendo da queste premesse, e tenendo conto delle pressioni, il governo ha velocemente preparato un decreto legge, prontamente emanato dal Quirinale. E’ a partire da quel testo che è cominciato il precipitare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli errori tecnici erano imperdonabili. Il che è paradossale, per dei tecnici. Non c’è fretta che tenga, ci sono cose che chiunque sia istruito alla vita istituzionale non può permettersi. A questi si sono sommati errori politici, che qui è bene scarnificare, se si vuol sperare in una “rivincita”, ovvero in un secondo tempo gestito con meno superficialità. La matrice dell’errore politico consiste nel credere che il governo possa andare avanti costruendo un consenso bilanciato, vale a dire ascoltando un po’ la destra e un po’ la sinistra, assecondando ora le richieste degli uni e ora quelle degli altri, nella consapevolezza che i provvedimenti passano, e i decreti si convertono, grazie ad una maggioranza parlamentare, che è pur necessario negoziare. Questa tesi è stata esposta, per giunta a sproposito (con riferimento all’ipotetica asta delle frequenze televisive, che è una bischerata in sé), anche pubblicamente. Se procede in questo modo il governo è finito: tradisce la propria natura e il proprio ruolo, avvicinando fino all’immediatezza la propria caduta. Ingloriosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Deve agire, invece, in base ad un criterio opposto: un governo tecnico, sostanzialmente extraparlamentare, che non sia il frutto di un colpo allo Stato, agisce senza contrattare i propri provvedimenti, ma ispirandoli all’unico equilibrio che concili il mandato con le necessità: scontentare tutti. E’ ovvio che, tanto per indicare due esempi, l’aumento delle tasse equivale allo sbugiardamento di tutta quanta l’impalcatura politica del centro destra, ed è ovvio che l’elasticizzazione del mercato del lavoro, comprendendo in ciò la cancellazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, equivale a mettere un dito nell’occhio ideologico della sinistra, ma è anche vero che servono soldi per assicurarsi la discesa del debito e servono le condizioni affinché la crescita riparta, quindi procede, tira dritto, e fa le due cose contemporaneamente. Le forze politiche, in un Parlamento che resta sovrano, decideranno il loro voto, ma dopo che sia stato loro comunicata la non modificabilità dei provvedimenti. Così, forse, si salva la capra dell’emergenza e i cavoli delle istituzioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non solo contrattare è un suicidio, ma diventa anche un obbrobrio se resta ferma la batosta nei confronti di quelli che non possono sottrarsi, mentre il resto viene meno al solo frusciar delle fronde corporative. Ne deriva uno spettacolo orrido. Capisco quei ministri che sentono il bisogno di dire: ci rifaremo, torneremo alla carica, ci sarà la rivincita. Ma rischia d’essere un inutile massacro se tutti, presidente del Consiglio in testa, non avranno la forza di ammettere l’errore compiuto. E di ammetterlo pubblicamente, perché la sola ipotesi che qualcuno faccia il furbo, subordinando l’interesse generale a un qualsiasi disegno politico, farà uscire allo scoperto un branco di volpi spelacchiate. Ma con le fauci sempre possenti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/16463176-6773678641848851954?l=centrodestra.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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