<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/" xmlns:blogger="http://schemas.google.com/blogger/2008" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182</atom:id><lastBuildDate>Sun, 29 Mar 2026 15:38:49 +0000</lastBuildDate><category>PuroNanoPillole</category><category>No tag required</category><category>PuroNanoVergine e le donne</category><category>(Ec)citazioni letterarie</category><category>Il cliente ha sempre</category><category>Critico Tivvù</category><category>Conversioni problematiche</category><category>A tu per tu con Dio</category><category>Cronache dal 2035</category><category>James Leopards</category><category>La tipa alternativa</category><category>Neverending Love</category><category>BocceBoccetteEQuant&#39;altro</category><category>SettePerUno</category><category>8 marzo</category><category>Intervista con il VIP</category><category>Privacy e cookies</category><category>Promozioni LIDeL</category><category>Ricette (im)perdibili</category><category>Tecniche cuccaggio</category><category>Test</category><title>PuroNanoVergine</title><description>ovvero come imparai a non accoppiarmi e ad amare le pippe</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>619</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-648724020136644396</guid><pubDate>Sun, 22 Mar 2026 20:00:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-03-22T21:00:24.250+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Mister Mazzini</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;I
circa duecento tifosi della Lombardina fanno un casino che neppure al
Maracanà di Rio de Janeiro. L&#39;arbitro ha fischiato un rigore per
noi, rigore ineccepibile, lo stopper della Lombardina ha falciato
Mariani, il nostro centravanti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Novantaduesimo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Siamo
sull&#39;uno pari.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Trasformare
il rigore, passare in vantaggio, vincere il match, evitare la
retrocessione. Un buuuu dagli spalti, seguito da una serie di
parolacce e bestemmioni indirizzate verso l&#39;arbitro e il
sottoscritto. Prendo la palla, sono il numero 10, il regista, il
calciatore più talentuoso della squadra e, su tutto, sono il
rigorista. In questo campionato ne ho messi a segno sette su sette.
Tocca a me l&#39;onere e forse l&#39;onore, dipende dall&#39;esito: se segnerò,
la gloria, se sbaglierò, l&#39;onta. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Posiziono
il pallone sul dischetto. Mi volto per un attimo verso la panchina.
Mister Mazzini ha le mani dentro il giubbotto. Ci scambiamo uno
sguardo. È la sua ultima partita, il mese scorso ha annunciato il
ritiro definitivo dal calcio, l’anno prossimo ne compie
settantadue, non se la sente di proseguire, troppa fatica, lo stress
che ti logora.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Dalle
gradinate m’investe un coro di &quot;stronzo, cornuto, figlio di...
buuuu&quot;, un battere ritmico di piedi per disturbarmi. Di fronte
al sottoscritto i sette metri e trentadue di larghezza, per due metri
e quarantaquattro d&#39;altezza, della porta. In mezzo il portiere della
Lombardina: alto, grosso, due spalle come un armadio, le gambe
leggermente piegate, la maglia verde a righe verticali nere. &lt;/span&gt;&lt;span&gt;La
tensione, come spesso mi accade, irrigidisce i muscoli del collo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ripenso
al mio esordio, quindici anni fa. Ero un pischellino ancora
minorenne, il Mister, un Moloch che incuteva timore. Mi ha cresciuto
come se fossi il terzo dei suoi figli. Ricordo gli scappellotti che
mi dava bonariamente sul coppino quando non seguivo i suoi dettami.
Ero il “Pulcino bagnato” della squadra, un giocatore con buona
tecnica, ma esile nel fisico e soprattutto troppo timido a livello
caratteriale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;span&gt;Abbasso
un attimo il capo e accenno una rotazione per sciogliere la
cervicale. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;span&gt;Gua&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;rdo
l’armadio che occupa la porta avversaria, lui ricambia con aria di
sfida, alle mie spalle sento la presenza del Mister, quindici anni
con lui alla guida mi hanno maturato, come uomo prima ancora che come
regista, il numero dieci dai piedi di velluto. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;… &lt;span&gt;&lt;i&gt;fisso
il petto, le righe verticali nere, il buuuu dei tifosi avversari, il
battere dei piedi sugli spalti, il petto del portiere, le righe
verticali nere su sfondo verde, il buuuu, il tam tam dei piedi, lo
sguardo s&#39;abbassa, la palla rotonda, sul dischetto, il buuuu dei
tifosi, il tam tam, il tam tam buuuu tam tam verde la maglia buuuu
tam tam nere le righe…&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Da
Pulcino a Gallo, scappellotto dopo scappellotto il fisico si è
irrobustito, la timidezza ridimensionata, ho prima guadagnato la
titolarità nell’undici e poi ne sono divenuto direttore
d’orchestra. “Gallo Lovati” mi ha ribattezzato il Mister. I
coppini hanno lasciato il posto alle pacche sulle spalle, che fossero
di consolazione per qualche prestazione non all’altezza o di
ringraziamento per gol e assist che contribuivano alle vittorie della
squadra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;… &lt;span&gt;&lt;i&gt;la
palla, il dischetto, il tam tam tam taaammmm, ronzio nelle orecchie,
la nebbia avvolge il portiere, il buio sopra di me, il sole svanito,
un nero opprimente sulla mia testa, nero e nebbia e tam tam buuuu
buuuu tam stronzo tam buuuu buuuu cornuto tam buuuu…&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Devo
bucare la rete, per il Mister, per i compagni, per me. Devo bucare la
rete, mi ripeto, devo bucare la rete, devo bucare la rete, per il
Mister, per il Mister, per i compagni, devo bucare la rete, devo
bucare la rete, per il Mister, la sua ultima partita, per il Mister,
devo bucare la rete.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;… &lt;span&gt;&lt;i&gt;i
piedi gli spalti quel rumore nelle orecchie, ronzio, il fischio
dell&#39;arbitro, prendo la rincorsa, il buuuu trattiene la palla sul
dischetto del tam tam tamtambuuuu, le righe verticali il portiere, la
porta senza pali senza traversa, la nebbia a forma di portiere, una
nebbia con due spalle come un armadio, il nero s&#39;abbassa, mi preme il
capo, mi schiaccia le spalle, un tam tam…&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Il
mantra mi rimbalza nella testa, devo bucare la rete, un rigore per
evitare la retrocessione, devo bucare la rete, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;la
tensione s’irradia, dal collo alle spalle&lt;/span&gt;&lt;span&gt;,
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;un
rigore per il Moloch che fra pochi minuti rientrerà nello
spogliatoio, devo bucare la rete, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;muscoli
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;legnosi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;,
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;aprirà
l’armadietto per svuotarlo delle poche cose rimaste, borbotterà
come suo solito, per poi attendere l’ingresso dei suoi ragazzi,
devo bucare la rete, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;una
fitta alla cervicale, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;fissandoci
uno per uno negli occhi, sguardo di paterna comprensione che
smentisce la finta severità della mimica facciale, devo bucare la
rete.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;… &lt;span&gt;&lt;i&gt;un
tam tam che fa rimbalzare lo stadio, che mi alza da terra, la mia
gamba destra calcia nel vuoto, mi elevo sul campo, trapasso il nero,
del cielo, di colpo la luce, il sole riappare, il tam tam zittisce,
il buuuu m&#39;abbandona, sorrido trionfante, ricado sul campo, la palla
s&#39;insacca, il portiere sdraiato, l&#39;ho fatto stecchito, sono
stravolto, travolto, dai miei compagni, non sbaglio il rigore, otto
su otto, siamo in vantaggio, il match conquistato, la retrocessione,
tragedia evitata.&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Vengo
sommerso dai compagni, cado a terra, la massa dei loro corpi mi
toglie il fiato, mi sbraccio per liberarmene, rivedo la luce del
sole, la folla zittita, i buuu evaporati, di nuovo in piedi, mi
sistemo la casacca, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;mi
sento flessibile, la tensione &lt;/span&gt;&lt;span&gt;ha
abdicato,&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
ritrovata elasticità &lt;/span&gt;&lt;span&gt;muscolare&lt;/span&gt;&lt;span&gt;,
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;il
resto della squadra si dirige nella nostra metà campo, con gli occhi
osservo la panchina, le mani del Mister nel giubbotto, ci scambiamo
un’occhiata, gli occhi di un padre, per un attimo Pulcino, torno il
Pulcino bagnato, sento sul coppino il suo scappellotto, brivido
d’orgoglio per il rigore trasformato, uno scappellotto immaginario,
riguadagno il centro del campo, il Moloch e l’imminente ritiro, la
sua ultima fatica, le spalle incurvate, abbassa lo sguardo, io faccio
altrettanto e intimamente lo abbraccio.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2026/03/mister-mazzini.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-2894056818847944834</guid><pubDate>Sun, 22 Feb 2026 20:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-02-22T21:06:24.129+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Raimundo detto Mumo</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;È
la quinta palla di fila che insacco sotto la traversa, direttamente
da calcio d’angolo. Lo stadio di Corso Marsiglia, il campo
Juventus, conterrà almeno duemila persone, per assistere a un
semplice allenamento! A ogni pallone che finisce nella porta sento un
Oooh di stupore seguito da un Bravo! Vai Mumo! Forza Mumo! di
approvazione. Mi rivolgo verso i tifosi e con la mano li saluto,
sorrido, a volte mi sento come dei brividi nel corpo, è
l’eccitazione, sono bravo, sono davvero unico, un futbolista
d’eccezione, l’ala sinistra della Juventus pluricampione
d’Italia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Complimenti
signor Orsi, i miei complimenti. Che fenomeno!”&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Mentre
esco dal campo per dirigermi negli spogliatoi, un uomo massiccio, il
mento squadrato, un cappotto e un cappello nero Fedora di qualità
(mi intendo di moda, mi piacciono i bei vestiti e le belle donne) mi
rivolge queste parole.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Grazie”
rispondo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Non
capisco come possa dare quell’effetto al pallone? Mai visto un
calciatore che riesca a segnare direttamente da calcio d’angolo”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Come
risposta accenno un sorriso, senza parole.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Lei
non si ricorderà, ma ci siamo già conosciuti”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Davvero?
Al momento non mi viene in mente…”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“Ci mancherebbe pure
che si ricordi di me? Qui, a essere famoso, è lei, Raimundo Orsi,
detto Mumo”.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Mi
sembra di notare un filo d’ironia nell’ultima frase di…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Mi
scusi, non mi sono presentato: sono Alfredo Raimondi, diplomatico,
presso l’ambasciata italiana a Buenos Aires, assistente
dell’Ambasciator Torrielli”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Buenos
Aires, Argentina, la “mia” Argentina. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ricordo
una sua partita con l’Albiceleste, contro l’Uruguay, era il 1927,
credo. Perdeste per 1 a 0, ma lei giocò una grande partita. Che
scatto e che finte, come scartava gli uruguagi”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Beh,
il dribbling è sempre stato il mio forte”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Dribbling...
dribbling… non mi piace come termine, un inutile inglesismo. Meglio
“scartare”, non crede? Sa, la lingua italiana è una lingua così
bella, perché sporcarla con la parlata britannica?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Non
comprendo la precisazione. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;I
toni cordiali di questo “ambasciatore” non coincidono con lo
sguardo: è freddo, tagliente, ha un che d’insidioso e definitivo
come i miei “&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-weight: normal;&quot;&gt;dribbling”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;
con gli avversari.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Mi
raccomando, Orsi. Non lasciatevi sfuggire il quinto scudetto di fila.
Siete più forti della Fiorentina.”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ci
proveremo Dottor Rai…?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“Raimondi”&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ci
proveremo, abbiamo tutto il girone di ritorno a nostra disposizione”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Certo,
confido nella forza della squadra, sa, come vecchio cuore bianconero
soffrirei per una sconfitta della mia amata Juventus. Perdere poi con
i viola…? Ci siamo capiti?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;No,
hanno qualcosa che non va?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’uomo
mi dà sui nervi, fa freddo, siamo a fine gennaio, lui indossa il
cappotto, io solo maglietta, calzettoni e pantaloncini. Vorrei
rientrare negli spogliatoi&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Non
va… non va… che a Firenze ci sono ancora molti &lt;i&gt;rossi&lt;/i&gt;, ha
inteso?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Annuisco,
ma non penso d’aver capito o forse, forse sì, ma a me dei &lt;i&gt;rossi&lt;/i&gt;
interessa ben poco. Rossi o neri non mi riguardano, ringrazio
l’Italia, la Juventus, gli Agnelli, per quello che mi hanno dato,
ma non sono italiano, sono argentino, e in Argentina, dalla mamma, a
breve ho intenzione di tornare…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Lei
forse non può capire, ma se l’Italia è il grande paese che è
diventato, negli ultimi dieci anni, lo dobbiamo al nostro Duce e al
popolo che da subito lo ha seguito. Non si può tollerare chi rema
contro. Mi scusi se forse l’annoio con queste osservazioni, ma sono
certo che le comprende, lei che è argentino di nascita, ma ora dà
lustro alla nostra Nazionale, da campione del mondo”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Nel
parlare inarca leggermente il busto all’indietro, ricorda
l’atteggiamento del suo Capo quando parla dal balcone a Roma.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ora,
mi scusi, dottor Raimondi, ma devo tornare negli spogliatoi”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Mi
scusi lei, Orsi. Le ho fatto perdere tempo. Volevo solo esternarle la
mia gratitudine e assicurarmi che sosterrà la Juventus e la
Nazionale negli anni a venire. L’Italia ha bisogno di gente come
lei, ingegnosa, forte, geniale, patriottica, che le dia prestigio in
tutto il mondo. Ha sentito le parole del nostro amato Duce? Ci
espanderemo, cari Orsi, torneremo a essere un Impero!”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
mano destra si alza in un rigido saluto che ricambio con finta
partecipazione. Mi spiace per l’ambasciatore Raimondi, la mamma sta
male, devo tornare da lei, al più presto, alla mia terra. Non è un
paese in pace, la mia Argentina, ma è il mio paese. Dell’Impero di
Mussolini me importa una mierda.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Abbasso
il braccio destro, seguito dal Raimondi che stringe le larghe spalle
nel cappotto, si volta e si incammina, con passo lento, verso
l’ingresso del Campo. Lo vedo allontanarsi, una figura che via via
rimpicciolisce e che spero di non rivedere mai più.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2026/02/raimundo-detto-mumo.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-6069800569803365541</guid><pubDate>Thu, 29 Jan 2026 11:07:00 +0000</pubDate><atom:updated>2026-01-29T12:07:24.300+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Alessandro, lo sfascia compagnia</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Nella compagnia che ogni estate si ritrovava a Borno in Val Camonica, Elena e la sorella minore Claudia era le uniche due ragazze, milanesi. Il resto vedeva il sottoscritto, Marco, Marchino, Ezio e il fratello Andrea, di Firenze, e un’altra coppia di fratelli di Cinisello Balsamo, Claudio ed Enrico. Ogni tanto si aggiungevano altri ragazzi, ma le loro erano presenze estemporanee.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Si susseguivano i giorni spensierati e problematici dell’adolescenza, riempiti con partite di pallone nei prati, camminate verso i rifugi, di musica pop, dei primi baci e qualcos’altro, di brufoli, di compiti scolastici da rinviare fino a settembre, di scala quaranta e Trivial Pursuit, di giornate sempre uguali a sé stesse, gioiose e noiose allo stesso tempo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La compagnia era unita, ci si ritrovava nel dopo pranzo, fino all’ora di cena, nel giardino al centro del villaggio turistico e poi la sera, fuori dall’unico locale pianobar della zona.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Un’armonia che venne alterata dall’arrivo di Alessandro, un ragazzo alto, biondino, occhi azzurri freddi, di poche, pochissime parole, che esercitava un indubbio potere attrattivo nei confronti di Elena (ricordo il suo volto ovale, la pelle ambrata, le sopracciglia folte, nere) e a ruota di Claudia, sorella minore che seguiva Elena in qualsiasi scelta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Non lo avevo visto prima, fu Marco a mettermi in guardia sulla “pericolosità” del soggetto (lui lo conosceva da alcuni anni, io ero entrato nella compagnia solo da poche settimane, era la mia prima vacanza in Valcamonica).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Alessandro non amava il gruppo, i tentativi di coinvolgerlo nei nostri giochi fallivano sin dall’approccio iniziale. Usciva poco di casa, nella villetta al centro del villaggio, affittata dai suoi genitori, il padre industriale padovano. Ufficialmente passava gran parte del tempo in casa, da lì a poco iniziava l’anno della maturità, da superare col massimo dei voti, secondo auspici, direttive paterne. I primi giorni Elena (e Claudia a scodinzolarle dietro) passavano dalla villetta di Ale (così lo chiamavano) e lo trascinavano a fatica in mezzo a noi. Dialogo inesistente, le nostre chiacchiere da bar sport, il calciomercato, le Olimpiadi, l’ultimo disco di George Michael, lo lasciavano indifferente. Dalla sua bocca solo un saluto controvoglia: Alessandro non emetteva suoni, nessuna informazione trasmessa, sembrava solo recepire controvoglia le nostre stupidaggini.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Mi chiedevo se l’atteggiamento di Alessandro fosse dovuto a una timidezza eccessiva, ma mi risposi di no, in questo confortato dalle parole di Marco (“è uno stronzo che se la tira”): non era timidezza la sua, ma spocchia, superbia. Le poche volte che ci osservava lo faceva con uno sguardo giudicante: noi non eravamo alla sua altezza, poveri semplici ragazzi “normali”, dove normalità era sinonimo di mediocrità. Non lo sopportavo, al pari di Marco e degli altri compagni che però, a differenza mia, evitavano di commentare i giudizi che davo dell’usurpatore di Elena e Claudia (“ha ragione Marco, è stronzo, se la tira, si crede superiore, ma è solo un presuntuosetto del cazzo”).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Lo osservavo, mentre lui fissava Elena e lei ricambiava con quel suo sguardo luminoso, le mani a ravvivarsi i lunghi capelli castano scuri, il rossetto che per la prima volta le aveva visto incolorire le labbra. Al terzo giorno dal suo arrivo Alessandro sparì dalla circolazione e con lui pure Elena. Solo Claudia, di tanto in tanto, passava a trovarci, ma faceva scena muta quando le chiedevamo della sorella e dell’indesiderata (per noi) presenza al suo fianco. Era come se Claudia avesse perso la parola, non che ne avesse mai avuta molta, data la timidezza (accentuata, credo, da una struttura fisica sgraziata che la faceva sentire inferiore rispetto alle curve proporzionati e invitanti della sorella maggiore).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;I giorni volavano, il sole d’agosto abbronzava il nostro volto (dopo un’interminabile sfida pomeridiana di pallone mi ritrovai col collo abbrustolito per il troppo caldo preso), le serate erano all’insegna di birra e cocacola, di canzoni suonate dal vivo al pianobar da una coppia di musicisti locali (un ragazzo alla tastiera, la sua compagna vocalist). Anche Claudia nel frattempo era svanita, risucchiata dall’attrazione di Alessandro (o relegata in casa nell’attesa che Elena riapparisse?).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Una settimana intera al maschile, ogni tanto la sola Moira, una ragazza della zona, ci degnava della sua presenza. Moira, però, non era Elena, le due fra l’altro non si amavano, tanto che la comparsa della bresciana credo fosse imputabile proprio all’assenza della milanese.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Assenza che venne meno l’ottavo giorno. Fu Marco ad anticiparmi il rientro di Elena, i genitori di lui erano amici dei genitori di Alessandro (li vedevo ogni tanto sfidarsi in un doppio sul campo da tennis: la mia attenzione si focalizzava sulle volée del padre di Marco o in alternativa sulla gonnellina svolazzante di sua madre) e gli avevano comunicato il rientro a Padova del maturando imperscrutabile.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Svanito Alessandro, Elena, e la fedele Claudia al suo fianco (anzi, poco dietro la sorella), ricomparvero nel gruppo. Il rientro avvenne non senza qualche imbarazzo, troppo recente e seccante la sensazione di “tradimento” che il resto del gruppo aveva patito per colpa delle due ragazze. Il primo a ricambiare il saluto e intavolare un discorso con loro fu Andrea, che venne meno al patto fra noi stabilito di non rivolgere parola, a Elena in primis. La solare parlantina fiorentina di Andrea violò quel patto. A ruota seguirono il fratello Ezio, Marchino, Marco, Claudio ed Enrico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ultimo venne il sottoscritto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Evitai qualsiasi riferimento all’Alessandro svanito, in questo del tutto allineato a Elena che sembrava essersi lasciata alle spalle l’eclissamento dei giorni precedenti, non mostrando, peraltro, alcun segno di pentimento. Ricominciammo a parlare, ma la complicità dei primi giorni era svanita, non solo per la mia freddezza, ma perché Elena appariva come svuotata dell’energia che l’aveva sempre contraddistinta. Si era tramutata nella versione pallida di sé stessa, non emanava luce, si limitava a una presenza quasi impalpabile, in questo somigliando sempre più alla sorella minore.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’anno seguente il rapporto si ripropose sulla medesima lunghezza d’onda. Quando Marco mi annunciò che a breve avrebbero fatto la loro ricomparsa Alessandro e i genitori, decisi di anticipare le mosse delle sorelle milanesi e chiesi ai miei, sbigottiti per la richiesta, di anticipare il rientro a Milano. Volevo impegnare tutto me stesso e le mie (scarse) energie nello studio, approssimandosi la quinta liceo e la futura maturità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2026/01/alessandro-lo-sfascia-compagnia.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>7</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-2282103701853578856</guid><pubDate>Sun, 16 Nov 2025 12:58:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-11-16T13:58:28.262+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Elzbieta ed Eliasz</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Stacco
le mani dal volante, chiudo gli occhi, la musicassetta nell’autoradio
mi rimanda la voce di Simon Le Bon, The Reflex il brano, musicassetta
comprata a Varsavia poco prima del volo per Atene. Tolgo le mani dal
volante della Golf e mi appoggio allo schienale del sedile. Ah,
quant’è comoda quest’auto, quanto mi piacerebbe averne una, e
non la vecchia Polonez che prima o poi dovremmo cambiare. Non
quest’anno: con Elzbieta abbiamo preferito risparmiare per la
nostra prima vacanza all’estero, la Grecia è sempre stata nel
cuore di mia moglie, dai tempi del classico. Una settimana sull’isola
di Alonneso significa rinunciare a qualsiasi velleità di cambio
auto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;The
Reflex” è terminata, segue “The Wild Boys”, il brano che mi ha
fatto conoscere i Duran Duran, riapro gli occhi. Sono passati almeno
dieci minuti da quando Elzbieta ed Eliasz si sono inoltrati nel bosco
per la pipì di mio figlio. Mi sono pure raccomandato di far presto,
siamo in ritardo per la cena nell’albergo, non mi va di presentarmi
fuori orario al ristorante, mi immagino gli sguardi di muto
rimprovero del personale, che già non ci vede di buon occhio, poveri
turisti dell’est. Provo irritazione per il loro ritardo. E poi, che
senso ha che Eliasz chieda ancora aiuto a sua madre? Alla sua età,
dodicenne, avevo quasi terminato gli studi ed ero pronto al mio primo
lavoro come apprendista operaio. L’ho fatto notare a mia moglie:
“Elzbieta, sei troppo attaccata a Eliasz, sei morbosa”,
suscitandone l’irritazione. Pure Eliasz a volte sembra non voler
recidere il cordone ombelicale materno. Sono preoccupato, per la sua
crescita, la sua maturazione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Siamo
al finale di “A view to a kill”, uno degli ultimi successi del
gruppo di Simon Le Bon, apro la portiera della Golf e mi incammino
verso il bosco. Moglie e figlio non tornano, mi dà fastidio quando
non ascoltano le mie raccomandazioni. Sudo. La temperatura è
torrida, d’altronde è la Grecia, è luglio. Li chiamo. Nulla. Li
richiamo. Gocce di sudore dalla fronte scendono lungo il volto. Il
colletto della camicia bagnato. “Elzbieta!” “Eliasz”. Non è
un bosco fitto, dovrei vederli. Quanta strada possono aver fatto per
permettere al bimbo di scaricarsi? Tutta colpa della madre, è lei
che a volte si comporta da adolescente irresponsabile, varcata la
soglia dei quaranta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Niente
da fare. Il passo affrettato mi riporta alla Golf. Apro la portiera.
Accendo l’autor… no, non mi va di ascoltare musica… sento il
cuore battere con un ritmo accelerato, lo sento nella gola, la
mascella è rigida, sudo, chiudo i finestrini, per fortuna la Golf ha
l’aria condizionata. La metto al massimo. Voglio asciugarmi, devo
asciugarmi questo maledetto colletto, devo rimanere lucido, giro la
chiavetta dell’accensione, un’ora di ricerca vana, sono spariti,
impossibile crederlo, non rispondono, “Elzbieta!” “Eliasz”,
gli alberi ostili del bosco, quei pini fottuti che mi negano la
visione di mia moglie, di mio figlio, il motore si accende, premo sul
pedale, svelto, lucido, devo rimanere lucido, no, niente musica, non
è tempo di pop music, di Duran Duran, direzione albergo, se mi
sbrigo in mezzora ci sono, chiederò al personale di usare il
telefono, mi guarderanno strano, lo so, ma serve la Polizia, da solo
non li ritrovo, assurdo, è così, mi guarderanno strano, uno stupido
turista polacco che perde moglie e figlio, penseranno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
primo che mi viene incontro, ho varcato la porta d’ingresso, è zio
Jaroslaw. Non lo vedo da almeno due anni. È invecchiato, più curva
la schiena rispetto all’ultima volta che ci siamo visti. Lo sguardo
lucido, non dice nulla, si limita a un abbraccio affettuoso, le sue
mani ossute sulla mia schiena. Mi fa cenno di dirigermi verso il
salotto. Sul divano, zia Izabela, la giovane moglie di Jaroslaw,
giovane per modo di dire, dovrebbe essere sulla sessantina, una
ventina d’anni a dividerla dal marito. Di Izabela non posso non
notare l’intensità dello sguardo, i suoi occhi neri. È lei che
per prima apre bocca con un “Ciao Eliasz, come stai?”. “Non
male zia” il mio sguardo aggiunge, almeno nelle intenzioni, un
“Come vuoi che stia, in questo momento?”. “Hai sempre tua
madre, di sicuro lei ti sarà vicino” vi è malizia nelle parole di
Izabela, una malizia che volutamente non colgo, ma che viene ribadita
dalle parole di  Grazyna, mia cugina. Si alza dal divano e mi viene
incontro. Mi abbraccia con forza, Grazyna ha un fisico robusto che
necessita l’annullamento della distanza fisica con l’interlocutore:
non può non toccarti, stringerti. “Per fortuna che ci sei tu,
Eliasz, e che tua mamma non rimarrà sola, avrà ancora un uomo al
suo fianco”. Le insinuazioni di zia Izabela e di sua figlia mi
feriscono, come solo la verità sa fare, ma devo fare buon viso a
cattivo gioco. “Cercherò di esserle vicino, compatibilmente con la
mia attività”.”Eri all’estero?” mi chiede. “Sì, una
trasferta di lavoro in Grecia, Atene. Sono responsabile dell’area
commerciale del sud Europa. E il tuo lavoro come va?” “Va…”
risponde la cugina “… lo faccio andare, ogni giorno a scuola a
insegnare Lettere a ragazzi svogliati, risucchiati dallo smartphone”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Sullo
“smartphone” di Grazyna si apre la porta della camera da letto. A
uscire è la magra figura, esile, sempre più esile della vicina di
casa di mia madre, sua amica da almeno trent’anni, la signora
Tomaziewic. Mi sorride, sono sempre stato il suo pupillo, mentre si
avvicina noto i piccoli passi che trascinando un mucchietto d’ossa
ricoperto di un completo grigio, dalla gonna, al maglioncino, ai
capelli fini. Prende le mie mani nelle sue, e piange. L’abbraccio.
Pochi secondi di silenzio e poi sussurro un: “No, Iwona, non fare
così”. Lei si stacca dal sottoscritto, mi fissa e risponde con:
“Hai ragione, Eliasz. Tuo padre ha finito di soffrire. Quante ne ha
passate in tutti questi anni. Saranno almeno trent’anni di continui
alti e bassi, la depressione lo veniva a trovare per poi dargli
respiro, ma a ogni visita Marek scendeva di un gradino verso
l’abisso. Non era più lui negli ultimi mesi”. Mi limito a
fissare la donna che è stata la mia vera madre. Lei mi suggerisce
con un cenno di andare in camera da letto. Rispondo con un “Sì”
del capo. Entro nella stanza, gli sguardi dei presenti alle spalle mi
sospingono. La mamma è seduta sul bordo letto. Fissa il marito che
attende il funerale, il completo da uomo nero, pantaloni e giacca, un
maglioncino blu girocollo senza camicia al di sotto. Mio padre aveva
smesso di indossare camice, non le sopportava più, si lamentava che
lo facessero sudare, del sudore che scendeva e lo infastidiva, una
fissa che la depressione gli aveva “regalato”. I piedi calzano
scarpe di pelle marrone. Lo guardo per un istante. Il viso è
scavato, oltremodo. I capelli quasi del tutto spariti, un ciuffetto
sulla fronte che la mamma ha pettinato con cura. Lei si alza, io le
vado incontro. “Era ora” mi sussurra. “Sì, era ora”
confermo. Allungo la mano destra per stringere la sua mano sinistra.
L’unione delle nostre dita che si intrecciano. Ne percepisco
l’amorevole calore. Ci voltiamo simultaneamente verso mio padre,
suo marito. Non ho alcun dubbio, non abbiamo alcun dubbio, era ora:
doveva togliersi di mezzo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/11/elzbieta-ed-eliasz.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-978472362110712494</guid><pubDate>Sun, 19 Oct 2025 12:18:17 +0000</pubDate><atom:updated>2025-10-19T14:18:48.037+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Il sogno con Ornella</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Sono
nel mezzo del viale privo di luce, i lampioni spenti, nessuna insegna
di negozio illuminata, le case con le tapparelle abbassate, una Luna
fioca mi salva dall’oscurità totale. Cammino lentamente, lo
sguardo che prova a indovinare pericoli sul percorso, mi volto ogni
tanto, nessun veicolo all’orizzonte, avanzo nella speranza di
raggiunger casa, ma per quanto il viale sia il “mio” viale, non
riconosco i palazzi che ai lati ne delimitano la larghezza. Manca
poco alla mezzanotte, o almeno credo, ogni tanto una lieve folata di
vento sposta foglie secche in prossimità del marciapiede. Dal nulla
il canto di un gallo, non ne indovino la provenienza. Mi avvicino
alla pensilina ATM, gli occhi si sforzano per indovinare quale linea
passi di qua (la 42 confermerebbe la vicinanza con casa). Non
distinguo alcun numero. Riprendo il cammino, di nuovo il canto del
gallo e una voce maschile che commenta: “Prima che il gallo
canti...”, torno sui miei passi, dovrei temere lo sconosciuto, lo
intravedo seduto sulla panca della pensilina, ma mi esce solo un
“Gesù?”, “No, casomai Pavese” la risposta del tipo che
aggiunge “Non sperare nella salvezza”, “Ma solo Gesù
pronuncerebbe…?” non concludo la frase, il terzo canto del gallo
mi toglie la parola. Guardo il cielo per un attimo, riabbasso lo
sguardo. L’uomo è svanito. Dallo zaino estraggo il cellulare,
premo il tasto sul lato destro, non si accende. L’antifurto di
un’auto alla  sinistra mi fa sobbalzare. Perché è scattato?
Accelero il passo, non vorrei pensassero sia colpa mia per
l’antifurto, ma poi mi chiedo “Chi dovrebbe pensarlo?”. Nessuna
tapparella aperta, nessuna luce che filtra dall’interno degli
appartamenti. Un salice piangente, dal nulla, nel mezzo della strada,
inutile chiedersi come abbia potuto… quando sono in prossimità ne
accarezzo le foglie, hanno assunto un colore giallo dorato, vista la
stagione. Le sfioro, si produce un suono, come di silofono, melodia
dolce e lamentosa. Un usignolo sopra di me grida, il gracchiare di un
corvo che lo ha individuato e, penetrando fra i rami del salice, lo
cattura, lo stringe nel becco, vola via. “Non sperare nella
salvezza”, con la mente sussurro la frase all’usignolo che
risponde con un grido straziante. Supero il salice, la notte sarà
lunga, lunghissima, forse interminabile, quando in fondo, lato
sinistro, bordo del marciapiede, una cabina telefonica, illuminata...
affretto il passo, frequenza sostenuta, la cabina non sembra
avvicinarsi, maggior intensità nei muscoli, mi sforzo per muovermi
verso di lei, pochi metri, non c’è un telefono all’interno, il
cuore mi pulsa, ansimo, i mocassini picchiano sul terreno, ne osservo
le punte, rialzo lo sguardo e… Ornella, Ornella, la maestra
Ornella! Dentro la cabina la vedo, lei ricambia con un sorriso, lo
stesso che accoglieva i miei temi d’italiano che lei gradiva, i bei
voti ricevuti. “Non sperare nella salvezza” risuona nella mia
mente, poi gli occhi, su Ornella, sulla mia maestra, il suo volto
sereno… nella salvezza ci spero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/10/il-sogno-con-ornella.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-7459737233133858481</guid><pubDate>Sat, 06 Sep 2025 16:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-09-06T18:33:02.802+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">PuroNanoPillole</category><title>Se ti sorridono i monti...</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&amp;nbsp;... e le caprette ti fanno &quot;Ciao&quot;, non sei Heidi, sei strafatta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/09/se-ti-sorridono-i-monti.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>6</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-281934314490616940</guid><pubDate>Tue, 24 Jun 2025 17:54:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-06-24T19:54:17.210+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>La famiglia Montecchi</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Esco
da Piazza Braida e mi dirigo verso il centro della città, ho un
appuntamento alla Fontana della Madonna con Petruccio, mi deve
mostrare delle pelli che ha recuperato a Padova, dice che sono di
ottima qualità, ideali da esporre e vendere nella mia bottega. Dopo
pochi passi vedo avvicinarsi una coppia, lui mi sorride d’un
sorriso spontaneo, lei accenna un’increspatura benevola delle
labbra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Che
piacere rivederti, messer Morenzio!”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Servo
vostro, Romeo. È un onore, madonna Giulietta” accenno un inchino
verso la donna che non ha del tutto perso la freschezza della
giovinetta che ho sempre ammirato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Dietro
di loro la prole: Venanzio, Petronio, Domitillo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: x-large;&quot;&gt;“&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: x-large;&quot;&gt;Crescono
i figlioli?”&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;“Fin troppo, Morenzio, crescono e cresce la
loro lingua, sempre pronta a ribattere alle nostre parole”, la
risposta di Romeo in contemporanea con una carezza di Giulietta sulla
testa piena di capelli ricci di Domitillo, il più piccolo.&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Salutate
messer Morenzio, su, da bravi!”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Un
coro di tre voci ripete all’unisono un “Salve, messere”: la
timidezza di Domitillo; il sorriso, eredità paterna, di Petronio; lo
sguardo pacato e riflessivo, degno della mamma, di Venanzio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Lo
sapete che se non fosse stato per il qui presente messer Morenzio voi
tre non sareste venuti al mondo?” la domanda di Romeo ai figli.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Così
ha voluto il destino” interviene Giulietta per la prima volta, nel
suo tono un lieve sospiro e una velatura malinconica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Mia
cara Giulietta, un’ombra di delusione ingrigisce il tuo bel volto”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ma
no, Romeo, è solo la stanchezza di una madre che deve badare a tre
creature… tutti i giorni… perché questo è riservato alle donne…
in vita loro”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Romeo
non ribatte, solo il suo sorriso viene meno. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Donna
Germana, pettegola come poche, m’aveva fatto intendere che fra i
due giovani, che sfidarono l’odio sinanguinato che divideva le
rispettive famiglie pur di non deludere l’Amore, le cose non
andassero più come nella loro intensa ed emozionante gioventù. Non
le avevo dato retta, donna Germana vive solo per malignare il
prossimo, in particolare quando è il sublime sentimento a incarnarsi
in coppie ebbre delle sue promesse d’eterna felicità. Donna
Germana, vecchia zitella che nessun uomo ha mai desiderato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;E
invece… potrebbe non essere malignità gratuita, ma dato di realtà,
qualcosa che mai avrei immaginato potesse far capolino fra Romeo
Montecchi e Giulietta Capuleti, nella loro storia che, se non fosse
stato per il mio intervento, si sarebbe conclusa con un finale
anticipato e tragico, degno di un’opera teatrale da tramandare ai
posteri.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Ricordo,
come  fosse ieri, e invece ben quindici anni ci separano da quei
giorni, il correre affannato di Romeo e di Baldassarre, suo servo
fedele, verso la cripta dei Capuleti, il cuore del giovane innamorato
straziato dalla perdita della sposa novella, la decisione di
togliersi la vita dopo un ultimo saluto a Giulietta: se la vita li
aveva divisi, la morte li avrebbe ricomposti come coppia
indissolubile. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Frate
Lorenzo, amico di lunga data di mio padre, che da sempre aveva
mostrato nei miei confronti un affetto tramutatosi nel tempo in stima
e fiducia, m’aveva messo al corrente del finto avvelenamento di
Giulietta, per via di una pozione medicamentosa da lui escogitata.
Avevo trovato ingegnosa la mossa, ma qualcosa lasciava presagire che
non tutto potesse andare per il meglio. Frate Lorenzo era, lo scrivo
con affetto, un medico pasticcione, spesso impreciso nel dosare le
sostanze che davano corpo alle sue medicine (quando consegnò una
tintura per la ricrescita dei capelli per sconfiggere la calvizie del
mio babbo, papà si ritrovò calvo come prima, ma con dei bubboni di
un rosso acceso che spuntarono sul capo e vi dimorarono per diversi
giorni, salvo poi afflosciarsi e scomparire. Solo in seguito il Frate
ammise un errore nella preparazione della medicina “miracolosa”).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;In
virtù del dubbio su Lorenzo, saputo dell’arrivo di Romeo
rivelatomi dalla balia di Giulietta, mi approssimai vicino la cripta
dei Capuleti. Una volta che vidi entrare il solo Romeo, mi precipitai
in direzione della cappella (lo sguardo sorpreso di Baldassare nel
vedermi). Poco prima dell’ingresso vero e proprio fui testimone del
duello fra Paride e il giovane Montecchi. La paura della violenza,
del sangue, la viltà che da sempre era ed è tratto distintivo del
mio carattere, mi impedirono d’intervenire ed evitare la morte del
rivale in amore di Romeo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
cuore mi martellava nel petto mentre l’amico d’infanzia entrava
nella cripta e si avvicinava ansante al corpo della sua amata,
credendola morta. Fu un attimo, compresi che il finto avvelenamento
di Lorenzo era forse andato oltre la finzione programmata e che
quella fiala che ora compariva nella mano  di Romeo era… certo…
non poteva che essere… un… un veleno… un vero veleno che gli
avrebbe procurato morte certa, se non che… corsi gridando “Romeo,
Romeo, fermati!”, il mio richiamo accorato mentre con un balzo che
neppure sospettavo di poter compiere, ricadevo sul suo gracile corpo
incredulo, provocando la contemporanea nostra caduta e, cosa
fondamentale, il frantumarsi della fiala sul terreno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;A
volte la vita prende svolte impreviste per questione di attimi.
Neppure il tempo di rialzarsi, di ascoltare le imprecazioni di Romeo,
la sua ira nei miei confronti per avergli impedito di porre fine
all’esistenza, che udii un sussurro provenire dal corpo di
Giulietta, un borbottio della bocca, un cenno di movimento delle dita
delle mani, il suo volto dal quale lentamente il pallore lasciava
spazio a un ritrovato rosa candido. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Inutile
che prosegua nella descrizione, il presente dei miei due amici che
ora ho davanti a me, accompagnati dal sangue del loro sangue,
impersonificato da Venanzio, Petronio e Domitillo, vi può far capire
come siano andate le cose.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Mi
dovete scusare, Romeo, abbiate comprensione di me, donna Giulietta,
un appuntamento in Piazza della Madonna con un mio caro amico,
compagno d’affari di nome Petruccio, m’impedisce di intrattenermi
con voi. Di sicuro ci rincontreremo. Un saluto Venanzio, Petronio,
Domitillo.”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Romeo
mi si fa vicino, il suo abbraccio è sintomo di un’amicizia mai
venuta meno. Quando l’amico si discosta vedo Giuletta inclinare di
poco in basso il viso,  timida riverenza. I tre figli seguono
l’esempio della mamma. Li lascio alle mie spalle, Petruccio
m’attende, affretto il passo per non ritardare. Vinco la tentazione
di voltarmi un istante per dare un’ultima occhiata alla famiglia
Montecchi. Mi limito in cuor mio ad augurar loro di mantenere acceso
il fuoco d’un amore che li ha travolti quando erano giovinetti
inconsapevoli: che rimanga sempre tale, che non diventi pallida
fiammella destinata a svanire nel prosieugo della loro permanenza su
questa magica terra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/06/la-famiglia-montecchi.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>4</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-4548633034015507111</guid><pubDate>Sat, 12 Apr 2025 18:28:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-04-12T20:28:14.596+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Amedeo, il vegetale</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
primo segnale evidente che qualcosa nella testa di Amedeo non
funzionasse come Dio comanda l’avevo notata in quarta elementare,
quando la maestra Tiraboschi aveva chiesto ai suoi alunni cosa
avrebbero voluto fare da grandi, una domanda seguita da una serie di
risposte scontate, dove a prevalere erano alcune discipline sportive
(io avevo detto “il calciatore della Juventus”) o legate al mondo
dello spettacolo, dalle veline ai cantanti rap, o ancora alla scienza
e alla tecnologia, dal fisico del Cern al creatore di un nuovo social
che avrebbe sbaragliato Facebook. Uniche due eccezioni, Peter che
puntava a diventare Papa Giovanni Paolo III perché voleva diffondere
la Parola di Dio e portare la Pace in tutto il mondo (Peter ora ha 26
anni e lavora come Consulente Globale Fininvest) e per l’appunto
Amedeo che si era inventato il “Salice Piangente”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Salice
Piangente?” aveva ribattuto perplessa la Tiraboschi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Sì,
Salice Piangente” la conferma di Amedeo, espressa con naturalezza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ma
è una pianta!?” &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Lo
so, è un &lt;/span&gt;&lt;span&gt;albero&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #467886;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;della
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;famiglia&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #467886;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;delle
&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #467886;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Salicaceae&quot; target=&quot;Salicaceae&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;span style=&quot;text-decoration: none;&quot;&gt;Salicaee&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;,
di origine asiatica”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
resto della classe si era unito alla perplessità della maestra. Io
avevo sfoderato un’occhiata dubbiosa ad Amedeo, mio compagno di
banco, non tanto per la risposta in sé, ma per la potenzialità o
meno che aveva di trasformarsi realmente in una pianta. L’originalità
della risposta non mi aveva colpito, Amedeo già nei mesi precedenti
aveva manifestato delle tendenze non proprio in linea con il
mainstream. Un giorno ero stato ospite a casa sua, ci si era dati
appuntamento per scrivere un libro a quattro mani, il cui argomento
doveva vertere per il sottoscritto sugli animali, mentre Amedeo aveva
controbattuto con un “L’empirismo logico nel pensiero di
Wittgenstein” (non so in base a quale riflesso inconscio, ma alla
parola ‘Wittgenstein’ avevo pianto).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ma
come puoi trasformarti in una pianta?” avevo chiesto all’amico.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ci
sto pensando”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Amedeo
da sempre sfoggiava dei capelli stile Big Jim, corti, con una specie
di frangetta, inamovibili nel loro essere come incollati al cuoio
capelluto. Questo per i primi tre anni delle elementari. Al quarto, a
seguire la dichiarazione d’intenti sul suo futuro vegetale, i
capelli si erano fatti via via più lunghi, dapprima di pochi
centimetri, ma col passare delle settimane espandendosi in una chioma
che raggiungeva le spalle per puntare decisa verso la schiena. Non
solo, dal consueto castano chiaro il colore era variato passando a un
biondo timido, seguito da un giallino accennato, tramutatosi in un
verde light poi pastello e infine smeraldo. Amedeo scuoteva la testa
e i filamenti, copiosi, a grosse ciocche fluttuanti, scendevano dal
capo e coprivano buona parte del busto, oscillando armoniosi,
inebriando la classe di un profumo intenso di natura floreale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
Mastrucci, la cocca della maestra, figlia di una rappresentante della
Lancome, aveva sondato Amedeo per capire quale profumo utilizzasse,
ricevendo come risposta un enigmatico: “Non uso profumi, sono i
miei feromoni arborei” (non so in base a quale riflesso inconscio,
ma alla parola “arborei” la Mastrucci aveva pianto).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Di
Amedeo avevo invidiato, sin dalla prima elementare, il fisico ben
piazzato, muscoloso, il portamento eretto in linea con un carattere
risoluto, del tutto diverso dal mio corpicino esile, gracile che ben
si abbinava a una timidezza che da sempre mi limitava nelle relazioni
con gli altri compagni di classe. Al pari dei capelli, in quarta il
corpo dell’amico aveva perso la sua natura granitica con un
progressivo incurvamento delle spalle e un insaccarsi della testa
rivolta verso il petto, il volto quasi del tutto nascosto all’altrui
vista a causa dell’imponente massa verdognola che nel frattempo,
oltrepassata il bacino, aveva raggiunto le cosce.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Amedeo,
non puoi alzare la testa?” aveva chiesto, con un accento che
mischiava irritazione a preoccupazione, la Tiraboschi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Non
posso, signora maestra, devo concentrarmi sulla fotosintesi
clorofilliana” (non so in base a quale riflesso inconscio, ma alla
parola ‘clorofilliana’ la maestra aveva pianto, lasciando
costernata l’intera classe).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Ipercinetico
da sempre, Amedeo eccelleva nello sport, era lo sprinter della
classe, imbattuto delle gare di corsa organizzate nell’ora di
educazione fisica, il bomber capocannoniere nelle partite di calcio,
un bimbo irrefrenabile dall’energia inesauribile. Il tutto per i
primi tre anni e mezzo di frequentazione della Scuola Elementare
Pietro Nenni. Al quarto anno l’amico si era come “staticizzato”.
Incurvato, il verde tricologico che era sceso a &lt;/span&gt;&lt;span&gt;livello
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ginocchia,
se ne stava nel mezzo del cortile della scuola con i piedi ancorati
al terreno, la suola delle scarpe da tennis che si immergeva per un
centimetro nel terriccio del prato prospicente l’ingresso
dell’edificio, il busto che si rialzava impercettibilmente a ogni
inspirazione di Amedeo per poi incassarsi nella fase di espirazione.
“Amedeo, Amedeo, ci sei?” chiedeva con voce tremolante la
Tiraboschi che aggiungeva: &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Dai,
è ora di rientrare in classe, dobbiamo ripassare le tabelline”. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Quelle
le so già, ora ho cose ben più importanti da fare”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;”&lt;span&gt;Tipo?”
&lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Devo
inebriarmi della luce solare e innescare il meccanismo che mi
permette di trasformare l’anidride carbonica e l’acqua in
glucidi, rilasciando ossigeno”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
tutto proferito con una voce priva di qualsiasi intonazione o
increspatura emotiva.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ma
stai parlando della fotosintesi!?” aveva sottolineato la maestra “è
un processo delle piante, noi siamo umani, Amedeo, non abbiamo questa
facoltà”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Io
sì”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Avrei
voluto soccorrere la maestra e incalzare, scherzosamente, l’amico
con un:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
“Amedeo,
ma pianta-la!”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ancora
una volta la mia timidezza mi frenò dal prendere l’iniziativa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
limite di sopportazione della Tiraboschi fu oltrepassato un sabato
mattina, quando Amedeo, nel bel mezzo dell’ora di religione,
estrasse dalla cartella un piccolo innaffiatoio, con il braccio
destro portò l’attrezzo sopra la testa per poi inclinarlo e far
scendere l’acqua sul capo, il verde dei capelli che a causa del
liquido si scuriva.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Basta
Amedeo, adesso bastaaaaa!” urlò la maestra “chiamo il
Prestalupi, questa storia deve finire”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;(non
so in base a quale riflesso inconscio, ma alla parola ‘Prestalupi’,
Simona Malabrocca, la bimba che sedeva nella fila precedente la mia,
aveva pianto).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
Preside arrivò dopo pochi minuti, entrò in classe, la Tiraboschi
alle sue spalle, timida, che lo osservava e poi gli indicava l’alunno
che stava al mio fianco, l’innaffiatoio vuoto posato sul banco, una
chiazza d’acqua sul pavimento.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
Preside si avvicinò alle nostre postazioni, era un signore sulla
settantina, il volto rugoso, pochi capelli bianchi sparsi sul capo,
l’aria austera, trasudava autorevolezza da tutti i pori. Non
proferì parola, scosse lievemente la testa e voltandosi verso la
maestra la invitò a uscire, da lui accompagnata, dall’aula.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;margin-bottom: 0.28cm; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’unica
cosa che si seppe con certezza fu la convocazione nell’ufficio del
Preside della mamma di Amedeo, la signora Elena, una donna simpatica
che mi aveva sempre accolto con affetto quando trascorrevo i
pomeriggi in compagnia del figlio. Dal lunedì successivo
all’episodio dell’innaffiatoio il banco di Amedeo rimase
desolatamente orfano del mio amico. I primi giorni avevo tentato di
rintracciarlo, ma il telefono di casa sua rispondeva con un monotono
Tu Tu Tu… alle mie chiamate. Le tapparelle dell’appartamento
risultavano costantemente abbassate, sia nei pomeriggi post
scolastici sia nelle mattine domenicali. Al posto di Amedeo il banco
fu occupato, il mese successivo, da Roberto Aliprandi, che fino a
quel momento era sistemato nell’ultima fila centrale della classe.
Certo, con Roberto il feeling non era il medesimo che con Amedeo
(nonostante la sua stranezza sentivo un’affinità d’intenti e
sentimenti con lui), ma devo dire che la normalità del nuovo
compagno presentava alcuni vantaggi: fu con lui, per esempio, che nei
primi mesi della quinta elementare scrissi il tanto desiderato libro
sugli animali.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.28cm;&quot;&gt; 
&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/04/amedeo-il-vegetale.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-270174747540354745</guid><pubDate>Sun, 09 Feb 2025 16:10:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-02-14T21:35:43.620+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Le placche del tempo</title><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;(la prima parte in corsivo è tratta da un testo della scrittrice premio Nobel Olga Tokarczuk)&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Era
successo qualcosa di male al tempo, pensava: si scollava e si
stratificava. Le sue due grandi placche tettoniche si stavano
staccando con un brontolio lugubre, formando per i prossimi milioni
di anni una spaccatura fra ‘una volta’ e ‘adesso’. L’
‘adesso’ era ruvido e spigoloso e silenzioso: di notte un dormire
pesante, al risveglio avanzi di rabbia, come se durante il sonno si
fosse combattuta una guerra. L’ ‘una volta’, visto da qui,
sembrava costante e ritmico, il suono della leggera pallina da
ping-pong quando batte sul tavolo liscio, un tessuto fantasia di
momenti ciascuno dei quali era parte dell’altro. La conversazione
cominciava più facilmente dopo un “Ti ricordi quella volta…”,
perché c’era qualcosa di automatico…&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;
&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;… &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;span&gt;e
di compartecipato, un’esperienza comune, legata a un passato,
ammorbidita dagli anni, il lavorio costante del tempo a smussare gli
angoli spigolosi, una patina di delicatezza a coprire quanto di
spiacevole si era vissuto, l’effetto nostalgia che spingeva gli
interlocutori a rimpiangere una storia che mai era stata, ma che nel
dialogo al presente si faceva esperienza condivisa, anelata. L’
‘una volta’ era maggioranza nel paese, un’adesione
intergenerazionale, non interessava solo gli anziani, come
prevedibile, ma era sulla bocca di uomini e donne di mezza età,
persino di alcuni giovani (forse per vezzo nel loro caso: rimpiangere
l’infanzia e le prime esperienze scolastiche era esibizione della
maturità successivamente acquisita).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;All’opposizione
vi era una minoranza che irrideva questo atteggiamento, ritenuto
immaturo, sbrigativo, meramente consolatorio. L’ ‘adesso’ era
per questi imperativo di vita, un carpe diem che non ammetteva
esitazione alcuna e... ben venga la spigolosità del presente, la
ruvidezza che tempra i caratteri, che siano benedetti gli avanzi di
rabbia notturna, miscela esplosiva che  spinge ad assaporare il
quotidiano, a farne carne viva da consumare con ingordigia, i denti
che vi affondano, il sapore inebriante del sangue sul palato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Pensava
allo scollamento e non &lt;i&gt;sapeva&lt;/i&gt; prendere posizione. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Per
sua natura era portato a prediligere il futuro, non per
cerchiobottismo, fra le fazioni dell’ ‘una volta’ e dell’
‘adesso’  non erano infrequenti momenti di tensione ed episodi
che sfociavano in violenza, da lui non graditi se non temuti, ma per
una naturale propensione a immaginare quello che sarebbe accaduto da
lì in poi, un’inclinazione che coltivava nonostante la tendenza,
data dal carattere ansioso, di prefigurare quasi sempre un avvenire
sfavorevole, oscura concretizzazione di timori presenti. La lingua
era quindi per lui un susseguirsi di “avrò”, di “farò”, di
“sarò”, di “ci penserò”, verbi che nel loro coniugarsi
cementavano il palazzo della procrastinazione, un’opera di
edificazione partita ‘una volta” che trovava conferma reiterata
nell’ ‘adesso’ e prefigurava un domani di gesti e azioni e
buone intenzioni destinato all’incompiutezza.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
pigrizia caratteriale comune denominatore della sua vita, elemento
che consentiva la coesistenza di esperienze diversamente declinabili
cronologicamente, ma accomunabili dalla medesima propensione a fare,
dello spreco di tempo, tratto esemplificativo della propria natura.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Pensava
allo scollamento e non &lt;i&gt;sapeva&lt;/i&gt; prendere posizione o, a esser
più precisi, non &lt;i&gt;voleva&lt;/i&gt; prendere posizione, perlomeno non qui
e non ora, negare all’odiato hic et nunc lo spazio vitale che
richiedeva, posticipare la decisione a quando ne avrebbe sentito
l’esigenza: un domani, inverosimilmente, un mai, con ogni
probabilità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;

&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/02/le-placche-del-tempo.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-1124104043154258846</guid><pubDate>Mon, 13 Jan 2025 12:21:00 +0000</pubDate><atom:updated>2025-01-13T13:21:06.687+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>La piccola coppia</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Compa&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ion&lt;/span&gt;&lt;span&gt;o
tutte le mattine verso le 8, io sul balcone della sala, le mani
poggiate alla ringhiera, vedo le loro sagome superare il pino
secolare che delimita l’ingresso nel piccolo paese di montagna dove
passo tutti gli anni alcune settimane in villeggiatura. La lenta
andatura mi permett&lt;/span&gt;&lt;span&gt;e&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
d’osservarli per una decina di minuti, la mia attenzione prima sul
marito, un ometto di un metro e sessant&lt;/span&gt;&lt;span&gt;a&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
circa, i capelli corti &lt;/span&gt;&lt;span&gt;e
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;grigi
intonati con un paio di pantaloni del medesimo colore, un guanto in
pelle marrone a coprire la mano destra (m’immagino che un incidente
sul lavoro &lt;/span&gt;&lt;span&gt;l’abbia&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;irrimediabilmente
&lt;/span&gt;&lt;span&gt;de&lt;/span&gt;&lt;span&gt;turpata
e che il guanto &lt;/span&gt;&lt;span&gt;serva&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
a coprire una visione disgustosa), poi indirizza&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ta&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
verso la moglie, una donnina sul metro e cinquanta, o qualcosa in
meno, &lt;/span&gt;&lt;span&gt;i
suoi capelli sono &lt;/span&gt;&lt;span&gt;batuffoli
cotonati grigi, un completino rosa, gonna e giacchina, anche in
queste calde mattine estive, al guinzaglio un cagnetto minuscolo,
forse un &lt;/span&gt;&lt;span&gt;chihuahua,
le zampette che si muov&lt;/span&gt;&lt;span&gt;ono&lt;/span&gt;&lt;span&gt;
rapide per mantenere il passo della padrona.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Immancabile,
la donna si ferma a fianco di un larice per alcuni istanti, ne
carezza le foglie, quei piccoli aghi innocui che d’autunno cadono
spogliando l’albero, mentre rivolge alcune parole al consorte che
spesso ricambia con una carezza sul suo volto, la mano sinistra per
compiere il gesto affettuoso. Il cane scruta la coppia inclinando il
collo all’indietro e alzando il muso. La pausa dura un minuto
circa, seguita dalla ripresa del cammino. Giunti in prossimità della
mia abitazione distolgo lo sguardo e fingo interesse per il panorama
montano: mi sembra scortese dar loro l’impressione di spiarli. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;I
due proseguono, ora mi danno le spalle, a volte l’uomo indica alla
moglie un punto non ben precisato all’orizzonte, lei annuisce e nel
farlo per un istante cinge il braccio sinistro del marito (nel
camminare si tiene sempre su quel lato rispetto al consorte, come se
avesse paura, ma questa è una mia illazione, di camminare prossima
alla mano guantata). Poco prima della piazza principale li vedo
fermarsi in prossimità della piccola teca installata l’anno
scorso, adibita al book-crossing (a volte mi è capitato di lasciarvi
un libro che non m’interessava più, ricordo una vecchia edizione
del Marcovaldo di Calvino, senza mai ritirare a mia volta un romanzo
che qualcun altro vi aveva depositato). Una rapida occhiata, la loro,
per poi proseguire. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Quando
svoltano in prossimità della piazza principale torno
nell’appartamento, è ora di colazione, the verde con frollini e un
quadratino di cioccolato fondente. A volte riguadagno il balcone
nella speranza di incrociarli nel percorso di ritorno, eventualità
che mai si presenta (eppure per uscire dal paese devono per forza
ripassare davanti casa mia).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Il
rituale si ripete identico quasi tutte le mattine, di rado una
piccola variazione interviene a modificare la sequenza dei gesti, non
la sostanza che posso intuire del loro rapporto. Una mattina è
l’ometto ad accarezzare il larice, nel farlo, i suoi occhi
coccolano la moglie che tiene in braccio il cagnolino. In un’altra
occasione la donna alza il braccio puntandolo nella medesima
direzione solitamente indicata dal marito, il quale fa cenno di sì,
in risposta a un’osservazione di lei che non posso ovviamente
sentire. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’uomo,
la donna, il cane, il larice, la carezza di lui, loro che mi danno le
spalle, l’uomo che indica il cielo, la donna ad annuire,
l’abbraccio, il book-crossing, la svolta giunti in piazza, la loro
scomparsa, fino al giorno successivo con l’uomo, la donna, il cane,
il larice…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;L’ultima
mattina, prima della partenza per Milano, scendo alla buon’ora dal
mio appartamento, mancano quindici minuti alle otto, per dirigermi
verso la teca del book-crossing. Nella mano destra stringo un volume,
dalla copertina prevalentemente rossa, corredato da un bigliettino
con una frase dedicata alla “coppia poetica” oggetto delle mie
attenzioni mattutine, nella speranza che quanto vi ho scritto li
convinca ad accettare il dono a loro indirizzato. Dopo aver poggiato
il libro nella teca torno di corsa a casa. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Alle
otto i due, puntuali, ricompaiono. Il larice, la carezza, l’orizzonte
indicato, la teca... è la donna che prende in mano per un attimo il
libro, mi sembra sorpresa per il biglietto allegato, lo scruta, ne
legge le parole per poi mostrarlo al compagno. Lui fa altrettanto e
dopo aver decifrato la frase le sussurra qualcosa all’orecchio, un
suggerimento che induce la donna a deporre  il libro nella teca e
riprendere il cammino.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Strano?!
&lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ero
convinto che avrebbero fatto loro il regalo che avevo preparato. Un
libro che si adattava alla coppia, un’opera in prosa per la quale
calzava a pennello la definizione di poesia-trattenuta, i due
protagonisti del romanzo che al pari  dell’uomo dalla mano guantata
e della donna minuta...&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;*
* * &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Notte
agitata, la prima di questa nuova vacanza estiva in montagna, mi
posizione sul balcone, la testa rivolta verso destra, ingresso del
paese, il pino secolare sullo sfondo, il larice più vicino al
sottoscritto. Vedo avanzare la piccola donna, il cagnolino le
trotterella a fianco, mi sembra ancora più minuscola del solito,
come se l’anno appena trascorso l’abbia ulteriormente
rimpicciolita, lei e il cane e… il marito assente. Il completino è
sempre composto da una gonna e un giacchino… grigi… cammina sola,
l’andatura è rigida, il cane sembra volersi strusciare alla
gambetta sinistra della padrona, lei ignora il gesto, prosegue fino
al larice, si ferma, accarezza gli aghi dell’albero, ne strappa uno
con decisione con la mano destra, ricoperta da... un guanto di pelle
marrone. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’aria
del mattino è fredda, interrompo l’osservazione e rientro in sala,
la solita colazione con the verde e frollini e un quadratino di
cioccolato. La consumo senza gusto, per poi passare in bagno per la
doccia, consapevole che non tornerò sul balcone, né dopo, in
previsione d’una improbabile ricomparsa della piccola donna, né
domani o nei giorni che mi accompagneranno in questo malinconico
soggiorno estivo.  &lt;/span&gt;
&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2025/01/la-piccola-coppia.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>7</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-1126302840842989770</guid><pubDate>Mon, 09 Dec 2024 13:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-12-12T08:14:07.497+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">PuroNanoVergine e le donne</category><title>Le mani di Elisa</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
poltrona in pelle, beige, è spaziosa, devo allargare le braccia per
poterle poggiare sui braccioli, la schiena leggermente curva, le
gambe accavallate in una posizione che alla fine risulta scomoda.
Ogni tanto punto i piedi e dandomi una leggera spinta all&#39;indietro
provo ad assumere una posizione più ritta, angolo di 90 gradi fra i
polpacci e le cosce e fra le gambe e il busto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;
Sul tavolinetto
il bicchiere di Coca Cola con ghiaccio dal quale ho finora assaporato
un breve sorso.&lt;br /&gt;
Nel divano a tre posti di fronte siedono Elisa e
Barbara.&lt;br /&gt;
È il compleanno di quest&#39;ultima, mia compagna di
Liceo, una delle poche che a distanza di oltre trent&#39;anni frequento
ancora, i contatti diradatisi nel tempo,  mai del tutto svaniti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Elisa
è collega di Barbara al Centro Diagnostico.&lt;br /&gt;
L&#39;ho di sicuro
incrociata in un Natale di alcuni anni or sono, non ricordo con
esattezza quale. Non ho però dimenticato i suoi occhi grigioverdi,
il caschetto di capelli che termina ad altezza collo, la carnagione
diafana che contrasta con una voce roca, poco femminile. E poi... e
poi le mani, esili, minute, le dita delicate, le unghie dipinte di un
verdino che si abbina allo sguardo. Ho un debole per le sue mani, non
solo per la loro conformazione, la cura della pelle, l&#39;assenza di
qualsiasi orpello, braccialetti o anelli (non ho chiesto a Barbara se
Elisa sia single, immagino perlomeno che non vi sia un marito,
potenziale ostacolo per una nostra ipotetica relazione), ma per il
modo che ha di esibirle. Non ricordo un&#39;altra donna che abbia la
medesima grazia e naturalezza nel muoverle, su tutto il suo rotearle,
il polso flessibile, una flessuosità che partendo dal polso stesso
si propaga sul dorso, sul palmo, sulle dita, indice e pollice in
particolare, in un gesticolare che ha un che di ipnotico.&lt;br /&gt;
Elisa
commenta ridendo una gaffe di Barbara in ufficio, quando diede del
coglione al loro capo, per fortuna ex capo, tale Professor
Bertolazzi, inconsapevole che il vecchio medico fosse in quel momento
alle sue spalle e fulminasse con lo sguardo la povera Barbara (le
scuse riparatrici avevano riparato ben poco). La ascolto ricordare
l&#39;episodio, ma fatico a porre attenzione al contenuto del discorso.
La mano destra volteggia nell&#39;aria, la sinistra nel frattempo tiene
fra indice e medio una Marlboro, forse il fumo causa della raucedine
della voce, una presa della sigaretta altrettanto incantatrice quanto
le circonvoluzioni aeree dell&#39;altra mano.&lt;br /&gt;
La Marlboro sembra
prossima a cadere a terra, tanto la presa appare flebile, ma in
realtà rimane salda nelle dita di Elisa che a un certo punto si
avvicinano alla bocca e posano fra le sue labbra la sigaretta. Dopo
aver riposto la Marlboro sul posacenere adagiato sul tavolino, la
mano sinistra cambia destinazione e tocca il caschetto di capelli
della donna per ravvivarlo.&lt;br /&gt;
Immagino che quella carezza
naturalmente sensuale, non vi è nulla di affettato nel gesto, possa
in un futuro prossimo scompigliare quel che rimane del mio biondo
ciuffo, partendo dall&#39;attaccatura della fronte per risalire al centro
della testa e scendere lungo la nuca.&lt;br /&gt;
Potere della mente: la
sola evocazione del gesto mi dona un leggero brivido e, non so se
vergognarmi o meno, una moderata eccitazione, un principio di
erezione che le due donne, per fortuna, non possono notare. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
mia fantasia è interrotta dal suono del campanello. Barbara si alza
per andare verso la porta, in arrivo altri invitati (il sottoscritto
ed Elisa i più solleciti a presentarsi alla festa), seguita
dall&#39;amica che abbandona definitivamente la sigaretta nel posacenere,
avvicinandosi all&#39;ingresso.&lt;br /&gt;
La seguo con lo sguardo, noto per un
istante il suo fondo schiena, i jeans aderenti lo modellano alla
perfezione, ma gli occhi si spostano per loro iniziativa di nuovo
verso le mani, nel momento in cui Elisa allunga le braccia per
salutare con calore Monica, altra compagna di Liceo. Una carezza
affettuosa sulla guancia sinistra della nuova arrivata, il dorso
della mano&lt;br /&gt;
di Elisa a sfiorare Monica, istantanea fantasia del
sottoscritto di essere il destinatario della carezza, sento la mia
guancia accalorarsi, forse sto arrossendo, non ho uno specchio che mi
riveli la verità. Distolgo lo sguardo da Elisa, meglio non
insistere, non cedere a un turbamento del tutto privo di aggancio con
una realtà differente (quando sono entrato nell&#39;appartamento Elisa
si è limitata a un saluto a distanza, neppure una formale stretta di
mano ad accogliermi).&lt;br /&gt;
Mi incammino verso Monica, buon ultimo
dietro le altre due donne, mi avvicino e dopo averla baciata sulla
guancia, nel ritrarmi, le osservo le mani, dalle dita tozze e
ingioiellate, mani sproporzionate rispetto alla figura dell&#39;amica,
prive dell&#39;eleganza proibita dell&#39;irraggiungibile Elisa. Torniamo ai
nostri posti, Monica si posiziona sul divano nella seduta centrale,
Barbara alla sinistra, Elisa alla destra. Ed è sulla sua mano destra
che torno a rivolgermi: la vedo battere ritmicamente sul bracciolo
del divano, il dito medio picchietta la pelle del sofà mentre,
sincronizzato col suo ticchettio, brevi oscillazioni del mio collo
l’accompagnano. Mi sporgo in avanti per prendere in mano il
bicchiere di Coca Cola che sorseggio. La dolcezza della bevanda
compensa, solo in parte, l’amarezza per un amore non realizzabile.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/12/le-mani-di-elisa.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>10</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-1890075585915916128</guid><pubDate>Tue, 12 Nov 2024 16:33:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-11-12T17:33:56.981+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Il calciatore maldestro</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Che
stupido!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Per
fare lo scemo e divertire gli amici, con lui erano presenti Ugo,
Franco e persino Fabio (erano due anni che Fabio non si univa alla
compagnia) aveva calciato di collo pieno la palla di marmo della
statua di Valentino Mazzola, al centro di Piazza Gran Torino. Si
trovava a circa mezzo metro dal papà di Sandro (il cui corpo
atletico donava alla Piazza energia cinetica potenziale, ma
inespressa, vista l’ovvia staticità della statua medesima) quando
spostò all’indietro la gamba destra per poi portarla rapido in
avanti e simulare il calcio contro la palla.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Che
idiota!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Non
aveva calcolato bene la distanza, non aveva tenuto conto del 46 della
sua scarpa, il collo del piede si era scontrato col marmo della
sfera, producendo uno SBAMM nello scontro, seguito da un’immediata
bestemmia, prima di cadere a terra, fitta micidiale, sensazione di
svenimento, le risate dei tre compagni seguite dalla loro
preoccupazione, il volto di Fabio, inginocchiato, che gli chiede:
“Come va?”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Mi
fa un male cane”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Il
Policlinico è a 200 metri, portiamolo al Pronto Soccorso” il
suggerimento di Ugo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Franco
e Fabio lo alzarono con attenzione, le sue braccia cingono le spalle
degli amici, un lento progredire appoggiato sul solo piede sinistro,
in una sera di fine luglio, il loro allontanarsi dalla Piazza, lo
sguardo di Valentino Mazzola rivolto verso l’orizzonte,
indifferente alla frattura scomposta del calciatore maldestro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/11/il-calciatore-maldestro.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-5431294914676218792</guid><pubDate>Sat, 12 Oct 2024 14:21:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-10-12T16:22:13.947+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">PuroNanoVergine e le donne</category><title>Un Natale lipogrammatico</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Giunto
al secondo, coscia di pollo con contorno di patate arrosto, la
tentazione di cingere le mie mani intorno al collo di Zio Mauro era
desiderio improrogabile. Lo zio era affetto da una malattia più
pestilenziale del colera, la logorrea, malattia che lo portava ad
ammorbare i poveri commensali che avevano la sfortuna di condividere
con il vecchio Mauro il pranzo di Natale. Non aveva smesso un attimo
di aprire quella bocca, sdentata in parte, per commentare in primis
le notizie del TG trasmesso dalla tv di casa, inanellando una serie
di commenti razzisti e qualunquisti, imprecando contro immigrati,
politici, leader mondiali, profughi, guerre… per poi proseguire con
lo sparlare dei parenti e degli amici assenti al pranzo (immagino ben
contenti di evitarlo).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Con
lo sguardo la cercavo come a dirle, con espressione di rimprovero:
“Guarda cosa sto sopportando pur di starti vicino”, ricerca vana
perché lei non incrociava mai i miei occhi, eppure l’avevo di
fronte, al suo fianco l’anziana madre che ogni tanto mi scrutava
per capire se avevo le qualità di un potenziale genero. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;E
pensare che solo due giorni prima, l’antivigilia, mi ero speso per
convincerla a non accettare l’invito dei genitori per il pranzo
natalizio, lo trovavo di una banalità sconcertante, il cedere a
un’usanza, un arrendersi alle consuetudini più ovvie, che
stonavano con la nostra relazione, nata da poco, circa tre mesi
prima, che del non cadere nello scontato si era fatta vanto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Le
avevo proposto un Natale lipogrammatico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Un
cosa?” stupore sulle sue labbra.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: left;&quot;&gt;&lt;/p&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial;&quot;&gt;“&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial;&quot;&gt;Un
Natale per esempio privo di A”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;“Di A?” nei suoi occhi il
timore di essersi messa con un deficiente.&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Voglio
dire, un Natale dal quale è bandita la lettera A”&lt;br /&gt;
“Ah”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ti
faccio un esempio, mi raccomando, fai attenzione alle parole che
pronuncio”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“…”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Che
ne dici di un 25 dicembre soli, io e te, distesi nudi sul letto,
sesso come se non ci fosse un 26 prossimo futuro, sfiniti e felici,
per sempre uniti, indissolubilmente, due corpi distinti, un unico
spirito?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ora
ho capito” il sorriso, segno di complicità.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Certo
di averla convinta ero uscito dalla camera da letto per tornare in
salotto, un bicchiere di Jack Daniel’s in mano, io sul divano, i
Pink Floyd nello stereo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Invece…
il mattino del 24 mi ero svegliato, solo, lei lavorava pure la
vigilia ed era già uscita di casa. Sul tavolo della cucina un
biglietto:&lt;br /&gt;
“Ho pensato alla proposta da te avanzata poche ore
fa, ma credo che sarebbe cosa non buona che mamma e papà non possano
godere della nostra presenza a Natale. Che sofferenza per loro! Sul
sesso? A Santo Stefano avremmo tempo per recuperare…”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Irritato
avevo acceso lo smartphone, un suo messaggio su Whatsapp: “Ti è
piaciuta la mia liporisposta senza la I?”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;*
* *&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;77!”
la madre teneva in mano il sacchetto coi numeri della tombola.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;L’anno
della contestazione!” il mio commento&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Lo
zio Mauro a guardarmi perplesso: “L’anno di cosa? Il 77 sono le
gambe delle donne. Certo che sei un tipo un po’ particolare”.
Quel darmi del tu etichettandomi con l’aggettivo “particolare”,
pronunciato con una smorfia della bocca e un stringere a fessura gli
occhi, segnava la definitiva inclusione del sottoscritto nell’alveo
del nucleo famigliare. Ero contemporaneamente accettato nel gruppo e,
in virtù di questo, divenivo oggetto delle critiche
dell’insopportabile logorroico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Non
avevo risposto all’osservazione, del tutto inutile ribattere a
Mauro con il rischio di rimanere invischiato in una conversazione fra
sordi. Mi ero limitato a un sorriso di circostanza e, nell’alzarmi,
fingendo di dover svuotare la vescica seduta stante, mi ero
incamminato nel corridoio, destinazione bagno. Una volta entrato, la
cerniera dei pantaloni slacciata, il pisello pronto alla minzione
(per quanto non impellente avrei sicuramente fatto pipì), mi
bastarono pochi secondi per giungere alla decisione irrevocabile: la
nostra storia non aveva un futuro, mai avrei ceduto alla piattezza
tipica d’una relazione convenzionale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;  
&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/10/un-natale-lipogrammatico.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-6077334914713564668</guid><pubDate>Sun, 22 Sep 2024 17:47:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-09-22T19:47:37.819+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">PuroNanoPillole</category><title>Quello che conta...</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;… &lt;span&gt;non
è la meta, ma il viaggio.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class=&quot;western&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Soprattutto
se ti trovi su un treno &lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;span lang=&quot;it-IT&quot;&gt;locale&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;
per pendolari.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/09/quello-che-conta.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-8113555732367766229</guid><pubDate>Mon, 26 Aug 2024 14:01:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-08-26T16:01:09.731+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">(Ec)citazioni letterarie</category><title>(Ec)citazione #24</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot; style=&quot;color: #2a2a2a; font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Vorrei
che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme
dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate,
ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza
saperlo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;
Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed
io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di
lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi
alle torri, tra svolazzare di corvi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Insieme,
senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita
misteriosa, che ci aspettava.Ivi palpitarono in noi per la prima
volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un
l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi
sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse
dal vento.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ma
tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza
nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita,
sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai
alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il
lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente,
cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno,
probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte,
tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu
non ricorderesti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Vorrei
con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio
e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le
strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse
domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e
grandi, e in date ore vaga la poesia congiungendo i cuori di quelli
che si vogliono bene.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Nascono
inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti
sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del
settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo
leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si
accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie
sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora
noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si
parleranno senza parola.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ma
tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e
care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima
tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta
l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal
settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti
guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei
diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti
di essere stanca; solo questo e nient’altro.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Vorrei
anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente
ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi,
delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte
di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del
telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del
mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui,
distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi
del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle
montagne.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Tu
diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo
felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime
divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu – ora che ci
penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti
fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra
sigaretta, impaziente di fare ritorno.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;E
non diresti “Che bello! “, ma altre povere cose che a me non
importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure
per un istante felici. Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con
te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un
tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i
fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera,
in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando
memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra,
lasciando dietro di sé una specie di musica.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Con
la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri,
migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi
manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a
guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con
sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze
dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il
cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole,
vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le
sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi,
né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata
a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né
capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Tu
penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue
d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io
sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu
migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu
e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei
rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e
troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o
d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una
squallida locanda.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Mi
basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti
prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le
nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste
cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che
ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei
vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le
comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò
vicina.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;
&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;E
riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità,
uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del
mondo. Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e
centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una
vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui
probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato
poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci
più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra
le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace
dirti queste cose.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p align=&quot;justify&quot; style=&quot;font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; letter-spacing: normal; orphans: 2; widows: 2;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #2a2a2a;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;(Dino Buzzati, Inviti superflui)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/08/eccitazione-24.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>5</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-7272130936926591500</guid><pubDate>Sun, 21 Jul 2024 15:27:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-07-21T17:27:38.188+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Un bottone grande e rosso</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’aria
frizzantina di fine settembre si alzava ogni tanto a smuovere il
tendaggio nero di velluto che adornava il perimetro rettangolare del
locale, all’aperto. Le tende erano in parte tirate, in parte
raccolte, una via di mezzo fra la necessaria protezione da una
temperatura che, superate da poco le 20, stava calando rapidamente e
l’esigenza di non trasformare il ristorante in un luogo chiuso,
mortuario nella sua delimitazione vellutata. Undici tavoli circolari,
ognuno con sei posti a sedere, erano disposti in una formazione
calcistica stile 3-2-3-1, una schema a dire il vero che esulava da
qualsiasi modulo tattico tradizionale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Franco
sedeva con altri cinque commensali, una prima coppia sulla
quarantina, lei bassa e tracagnotta, lui spilungone magrolino col
naso aquilino e la loro figlia dodicenne, Giulia, in leggero
sovrappeso, le guanciotte rosse e un naso a patata,  e una seconda
composta da un ragazzo e una ragazza, freschi entrambi di laurea in
Psicologia dello Sviluppo, poco propensi al dialogo con il resto del
tavolo, più interessati allo scambio d’amorosi sguardi che, così
Franco si immaginava, fra qualche tempo non si sarebbero più
scambiati. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Per
un attimo pensò a Clelia, a Massimo e Clelia, al sé stesso sotto
copertura, non ricordava per quale motivo avesse scelto Massimo come
nome, a una storia d’amore che per necessità avrebbe dovuto
troncare, una volta giunto il momento di…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Nel
tavolo alla loro destra si era alzato per un brindisi un tizio sul
metro e ottantacinque, Piero, così lo avevano chiamato alcuni amici
nel vano tentativo di limitarne l’esuberanza data da un evidente
stato alcolico. Ondeggiando sulle gambe, l’uomo aveva alzato la
mano destra che gli serviva per stringere un bicchiere di spumante,
da poco svuotato, e aveva gridato a tutta la sala un: “Erminio, che
sia la volta buona che ti sposi una bella mona!”.  Le risate
d’accompagnamento solo in parte avevano attenuato l’imbarazzo dei
commensali. Dal tavolo numero 1 lo sposo aveva risposto con un
impacciato alzare di un calice, mentre la neosposa, seconda moglie di
Erminio, aveva proseguito a parlare con la sua testimone di nozze,
tale Noelia, rigida in una tuta nera di satin con corpino dal
raffinato scollo a barchetta, un vestitino sotto il quale la vista
bionica di Franco aveva potuto ammirare, nella fase di ingresso al
locale, quando i partecipanti erano concentrati nella ricerca del
tavolo a loro assegnato, un fondoschiena minuto e tornito alla
perfezione, opera di un abile artigiano ultraterreno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;In
sottofondo musica new age anni ‘90, una miscela di noiosissime note
rilassanti che diffondevano torpore fra i presenti (o era la
pesantezza delle portate servite e degli alcolici bevuti, giunti ora
al dolce che avrebbe concluso la serata?).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
maitre di sala in completo nero con cravatta grigio perla muoveva il
capo per controllare eventuali disservizi mentre parlottava con il
più giovane dei camerieri il quale annuiva alle disposizioni che
stava ricevendo. Allontanatasi il ragazzo, il maitre aveva alzata la
manica della giacca e data una  sbirciatina all’orologio d’oro (o
dorato) che aveva al polso del braccio sinistro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Un
tris di bambini, due gemelline sui 5 anni con vestitino azzurro e un
bimbetto sui 3 anni o poco più con pantaloncini beige, camicetta
bianca e papillon beige, zigzagava fra i tavoli, il maschietto a
rincorrere invano le femminucce, urlanti quanto basta per coprire con
le loro voci l’insostenibile vacuità della musica di sottofondo.
Vista l’inefficacia della rincorsa il bimbo era stato richiamato
all’ordine dalla madre con un: “Mattia, torna qua, stai sudando,
con quest’aria freddina poi stai male”. L’invito era stato
accolto a capo chino, il maschio sconfitto, le due gemelline a
guardarsi sorprese, venendo meno il soggetto che le aveva fatte
divertire.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Giulia
aveva chiesto a Franco: “Ma cosa porti in quella valigetta?”
ricevendo in risposta un “Un bottone grande e rosso che se lo premo
tutti noi all’improvviso svaniamo nel Nulla Cosmico”. “Tutti
noi ospiti del matrimonio?” aveva ribattuto la ragazzina, il naso a
patata dal color rosé, con chiusa finale dell’uomo: “Tutti noi
che siamo in questo locale e pure qualcun altro”. Giulia non aveva
ritenuto interessante proseguire oltre, tanto più che quel tipo così
simpatico non le sembrava, le aveva risposto guardandola male negli
occhi, si era immaginata che avesse una specie di raggio laser nello
sguardo che avrebbe potuto incenerirla.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
signora Leonilde, l’ottantasettenne madre di Erminio, si era
sporcata l’abito di chiffon nero con composizione floreale con
mezzo filetto di salmone affumicato servito poco prima. La donna
osservava lo scempio compiuto scuotendo la testa mentre il figlio
tentava invano di porvi rimedio con il tovagliolo. Il maitre aveva
mosso dei passi verso il tavolo dello sposo, il corpo proteso verso
l’anziana salmonata, il capo rivolto all’indietro per richiamare
un cameriere al quale assegnare il compito di riparazione, o
limitazione, del danno. La nuora aveva dato una occhiata distratta
alla suocera, poi si era alzata per dirigersi verso il tavolo numero
4, il penultimo che le mancava nel prevedibile tour chiacchiericcio
che doveva spettava di diritto a tutti i commensali.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;Al
tavolo 7 i coniugi Broggi, baffetti alla Clark Gable lui, chignon di
capelli tinto biondo lei, disquisivano di bridge con il
vicepresidente Ing. Arnaldi dell’agenzia pubblicitaria
Smith&amp;amp;Renegade, il superiore diretto dello sposo. “Lo vede quel
tipo seduto nell’ultimo tavolo a destra, in fondo alla sala?” con
l’indice destro il Broggi marito puntava in direzione di Franco
“Intende il signore dai capelli ingellati corti?” chiedeva
conferma l’Arnaldi, “Sì, proprio lui. Quando le parlavo dei
tornei di bridge miei in coppia con Stefania e di come spesso in
finale avessimo affrontato Erminio... beh, il compagno di Erminio era
quel signore, di nome, se ricordo bene, Franco. Guardi, di giocatori
professionisti di qualità ne ho incrociati molti, ma quel tizio lì
era fenomenale. Una memoria prodigiosa, non sembrava neppure umana.
Sa, avevo l’impressione di affrontare un computer.”, “Quindi…”
chiosava l’Arnaldi “… quando Erminio in ufficio si vanta dei
suoi trofei vinti al bridge, quel &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;i&gt;suoi&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;
è in buona parte merito del compagno di gioco?”, “Lo può ben
dire.”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
musica new age era stata interrotta per tornare alla canonica Marcia
Nuziale di Mendelssohn che accompagnava l’ingresso, dal fondo del
salone, di due camerieri che avanzavano spingendo un carrello al
centro del quale, altera, era piazzata una torta a quattro piani
cilindrici, ogni piano rivestito con fiorellini multicolore a pasta
di zucchero, sulla sommità le figure stilizzate dei due sposini e
alle loro spalle, un cuore definito dal solo contorno rosso fragola.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;L’occhio
bionico di Franco puntò l’interno della torta. Non capì se fosse
per colpa del Pan di Spagna con crema Chantilly della farcitura, non
amava quel genere di ripieno, o se l’invidia per la genuina
felicità di Erminio e della sua consorte, fatto sta che inclinò il
busto sul lato sinistro e con la mano trafficò per aprire la
valigetta che portava sempre con sé. Fra poco Giulia avrebbe avuto
risposta alla propria curiosità. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;
&lt;br /&gt;

&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/07/un-bottone-grande-e-rosso.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>4</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-2341909412659378276</guid><pubDate>Sat, 29 Jun 2024 11:40:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-06-29T13:40:01.840+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Goffredo il misogino</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Era
solito affacciarsi a una delle polifore del terzo piano di Ca’
Foscari, in particolare dopo l’ora di “Linguistica generale e
storica” che mentalmente lo sfiancava, nonostante le lezioni piene
di brio e passione del professor Sganarin, un insegnante che amava,
solito sollecitare le domande e gli interventi degli studenti, non
chiuso in una dimensione d’intoccabile autorità tipica di molti
suoi colleghi. La stanchezza era dovuta non tanto alla complessità
degli argomenti trattati da Sganarin quanto per la sua difficoltà a
osservare le frasi che il professore segnava sulla lavagna. La miopia
era peggiorata, avrebbe dovuto cambiare le lenti degli occhiali,
lenti più spesse, una montatura nera “importante” che poco si
adattava al suo bel viso. Poggiava l’addome sul bordo della
finestra per sporgersi e osservare il Canal Grande. Toglieva gli
occhiali e chiudeva gli occhi, lo rilassava prestare attenzione ai
rumori della laguna, i gondolieri che cantavano, il tubio
pentasillabico dei colombi (deformazione professionale il voler
etichettare glottologicamente i versi di un animale), il
chiacchiericcio delle persone. Cinque minuti di pausa che lo
ricaricavano, cinque minuti di isolamento prima di ritornare in aula.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ciao,
come stai?” aveva riaperto gli occhi, indossato gli occhiali. Nel
girarsi il volto gioioso di Marina ad accoglierlo. Gli sorrideva con
la bocca, un leggero tocco di rossetto rosa, e con gli occhi, l’iride
verde con dei puntini marroni a impreziosirla.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Sì,
bene, dai, e tu?” la risposta per pura cortesia, non gradiva
l’interruzione di una pratica quotidiana che voleva vivere in
solitudine. Altri avrebbero fatto carte false per godere della
vicinanza di Marina, non solo da un punto di vista estetico, la
purezza del volto non eclissava la rotondità del seno, in quel
momento celato da un maglione grigio scuro, quanto per la solarità
della ragazza, la tipica ragazza acqua e sapone, meglio ancora, acqua
e bagnoschiuma, come l’aveva soprannominata il suo miglior amico,
Gianfranco. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Oggi
è stata tosta, non ne potevo più” il commento di Marina alla
lezione da poco terminata, sui mutamenti fonetici. “Beh, ma
Sganarin ci tiene svegli, dai” si era annoiato in parte pure lui,
ma non voleva darle ragione, come se la conferma al “lamento”
della ragazza fosse un primo timido segnale di una comunanza fra i
due, un punto di contatto, l’abbassamento del ponte levatoio che
aveva innalzato da alcuni anni nei confronti del mondo femminile. &lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;O
magari, banalmente, nonostante l’acqua e il bagnoschiuma, Marina
non era il suo tipo?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Aveva
chiuso la finestra per incamminarsi verso l’aula, Marina al suo
fianco, venti centimetri li separavano in altezza, lei uno scricciolo
sul metro e cinquantacinque, una cinquantina di chili scarsi,
sembrava una bimba se confrontata con la robusta fisicità di
Goffredo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Sabato
sera vado con degli amici al concerto del Rondò Veneziano”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Dove
lo danno?”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Nella
Chiesa di San Vidal”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“…”&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Ci
verresti?” l’intonazione della domanda faceva presagire la
risposta negativa conseguente.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;No,
arrivo al fine settimana svaporato. Non ho forze, energie e poi
martedì ho l’esame sulle lingue preincaiche, mi attende un
sabato-domenica di furioso ripasso”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;La
ragazza non sapeva se considerare quel rifiuto come un giudizio
negativo, un disinteresse legato alla sua persona o un ulteriore
indizio della misantropia, meglio ancora misoginia, di Goffredo. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Secondo
me ti farebbe bene invece staccare un po’ prima del Gran Giorno.
Tanto, secchione come sei, sono certa che non hai un gran bisogno di
ripassare.”&lt;span style=&quot;color: #c9211e;&quot;&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;la
dolcezza nel suo sguardo suggeriva preoccupazione per la natura
asociale di Goffredo, un reale interesse a smuoverlo dal suo
isolamento, ma nella sottolineatura di quel “secchione come sei”
lui aveva percepito un rimprovero mosso da stizza. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’insistenza
di Marina nell’insieme lo irritava.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Poi
ti lamenti che gli esami sono duri, che oltre un 18 o un 20 non vai,
che la laurea è un miraggio… cara la mia Marina, lo studio è
fatica, la vita è fatica.”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Sagge
parole, Maestro. Però più ti conosco e più mi viene un dubbio…”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Sentiamo
la mia discepola perplessa”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Il
dubbio è che a te le persone stiano sulle palle, in particolare le
ragazze, che a te del voto degli esami, della laurea in glottologia,
ti freghi il giusto, la laurea è solo un pezzo di carta a
giustificare la tua superiorità sulla plebe, sui poveri mortali che
per esempio il sabato sera preferiscono rilassarsi con un concerto e
una birra e quattro chiacchiere.”&lt;span style=&quot;color: #c9211e;&quot;&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;ogni
traccia di dolcezza era svanita nella ragazza. Era passata da un paio
di occhi premurosi a due fessure che lo fissavano risentiti. Marina
si rendeva conto dell’inutilità di quell’ultimo infruttuoso
tentativo di perforarne la corazza che lo isolava dal mondo?&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;“&lt;span&gt;E
se anche fosse?&lt;/span&gt;” Goffredo le aveva risposto guardandola
diritta negli occhi, lo sguardo a ricambiare la rabbia di lei.&lt;span style=&quot;color: #c9211e;&quot;&gt;&lt;i&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Se
anche fosse vorrebbe dire che sto perdendo del tempo a provare a
starti vicino, non mi aspetto da te chissà che sentimenti e neppure
una cortese considerazione per i miei sforzi. Tanto meno una
corresponsione d’amorosi sensi, quella immagino la riserverai alla
tua amata quechua, anzi alla tua quechina.”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Meglio
una quechina che una cretina!” l’ultima risposta senza darle il
tempo della controreplica, aveva accelerato il passo per infilarsi
nella porta d’ingresso dell’Aula 34, alle sue spalle immaginava
una Marina ferma sul posto, la morbidezza delle linee del maglione
contrappunto a due mani strette a pugno e due occhi inumiditi
dall’insulto ricevuto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
guechuina… non era stata una cattiveria gratuita di Marina, alcuni
vociferavano che Goffredo non avesse tutte le rotelle ben registrate.
Amilcare giurava di averlo visto estrarre dal portafoglio una foto
che ritraeva una ragazza dai tratti andini: Goffredo aveva tenuto
l’immagine davanti a sé contemplandola per almeno un minuto, le
labbra che sussurravano frasi non intelligibili, per poi far aderire
la bocca alla foto per un altro mezzo minuto abbondante, foto infine
riposta nel portafoglio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/06/goffredo-il-misogino.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-8120721773993553460</guid><pubDate>Sun, 26 May 2024 14:27:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-05-26T16:28:06.137+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>La metamorfosi di Gabriele</title><description>&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;L’estate
sta finendo, un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non
mi va…” è sparata a palla da due altoparlanti ai lati di un
baracchino di legno dove alcuni ragazzi stazionano, uno di loro
imbraccia un fucile e mira a dei palloncini colorati appesi alla
parete in legno che ha di fronte, i palloncini   formano un cerchio
di 12 bersagli che nel caso di en plein danno diritto a un giubbotto
Moncler per l’infallibile cecchino.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Sto
diventando grande... e a differenza dei Righeira non so dire se la
cosa mi attragga o meno. Ad attrarmi, per ora, vi sono le
“imperdibli” meraviglie del Lunapark che insieme a Gabriele e
Marco sto visitando in questa fresca serata d’inizio settembre, una
delle ultime giornate di vacanza prima che tornino le sofferenze
scolastiche sotto forma di secondo anno al Liceo Scientifico Marconi.
&lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;A
tenere banco è, come al solito, Gabriele, con il suo metro e
ottantadue di altezza, le spalle larghe, un viso che ricorda
vagamente Marlon Brando, un carattere esuberante a dir poco. Io e
Marco ridiamo mentre il nostro compagno prova ad applicare lo
zucchero filato, lo strappa con le sua grosse mani, sul mento e le
guance, come finta barba stile Babbo Natale. L’esperimento
fallisce, lo zucchero non attecchisce al volto, pochi filamenti
bianchi rimangono aggrappati al viso dell’amico. Due ragazzine ci
guardano, lo guardano e ridono, Gabriele risponde aprendo la bocca e
tirando fuori una lingua stile logo dei Rolling Stones. Prima di
richiuderla un rutto stereofonico sancisce la fine del saluto. Le due
tipe rimangono interdette, si voltano, si allontanano.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Marco
è pallido in volto, il biancore accentua le lentiggini, non si è
ancora ripreso dal Barcone, una specie di galeone spagnolo sul quale
siamo saliti, un inizio lento e tranquillo di lievi oscillazioni
della giostra, oscillazioni che via via si sono fatte più ampie, la
barca in posizione verticale nei momenti di massimo ondeggiamento,
Gabriele che indossa una benda a coprirgli l’occhio destro e si
mette a urlare “Ciurma, seguitemi, sono il vostro Capitan Uncino!”,
io che mi aggrappo spaventato alla panca di legno sulla quale sono
seduto, Marco con le mani sulla bocca a reprimere i conati di vomito.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Che
ne dite delle Montagne Russe?” ci chiede Gabriele. “Dopo il mare,
si va in montagna”, un rutto a sostenere la domanda. “No, grazie,
Gab, non fanno per me, sono in tachicardia da Barcone, se provo le
montagne russe mi viene un infarto”, rispondo. Marco si limita a
uno sguardo a metà fra il dubbioso e lo schifato. “Ma dovevo
portarmi due mezzeseghe come voi al Lunapark?” è il commento di
Gabriele. Una coppia di sessantenni, marito e moglie a braccetto, ci
passa davanti. Siamo in stand by, nell’attesa di decidere quale
esperienza debba seguire al Barcone. Gabriele ne approfitta per
cingere il sottoscritto, alla sua sinistra e Marco, alla destra, con
le braccia muscolose che si ritrova, una presa che ci stritola, un
“Roarrrr” stile leone della Metro Goldwin Mayer dell’amico
nerboruto, indirizzata verso i coniugi che lo guardano spaventati.
“Maciste nella terra dei pigmei, roarrrr”, i pigmei in effetti
arrivano a malapena al metro e sessantacinque di bassezza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;E
se scegliamo una cosa più tranquilla, per esempio il labirinto degli
specchi?” suggerisco con il filo di voce residua dopo lo
stritolamento subito. ”Per me può andare” mi sostiene Marco.
Gabriele rimane alcuni secondi in silenzio poi, poco convinto,
aderisce: “Vabbè, proviamo pure sta roba per mammolette”. Ci
dirigiamo verso il labirinto, un signore grassoccio, sulla
cinquantina, un riporto di capelli unti a coprire parzialmente la
pelata, è al botteghino d’ingresso. “Tremila lire” ci fa.
“Pago io”, la mano di Gabriele estrae dal portafoglio tre
banconote da mille, il volto barbuto di Giuseppe Verdi su ogni pezzo,
e le passa al tipo che gli restituisce tre biglietti arancioni
facendoci cenno di entrare.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Marco
è il primo della fila, seguito dal sottoscritto, alle mie spalle
Gabriele. Procediamo lentamente, Marco mette le mani avanti in modo
da toccare le pareti ed evitare di sbattere col volto contro gli
specchi. Sento un minimo di tachicardia in mezzo al petto, mi chiedo
se sia stata una buona idea la scelta fatta (forse le montagne
russe…), mi volto per trovare conforto in Gabriele, immagino una
sua espressione buffa, ma sono in errore, ha il volto serioso.
Davanti a noi, per quanto il termine “davanti” abbia poco senso,
un papà, una mamma e due bimbe che avranno 5 o 6 anni, se la ridono,
le piccole ogni tanto emettono gridolini di paura mista a
eccitazione. Momentaneo stop di Marco che sembra disorientato,
incapace di scegliere un percorso. Lo supero, l’immobilità
accentuerebbe la mia ansia. Vedo la mia immagine riflessa in uno
specchio deformante: sono grasso, il mio corpo magrolino appare ora
tondeggiante. Il disorientamento cresce, mi ritrovo in un luogo dal
quale è complicato uscire, un ambiente che mi propone una visione
inusuale di me stesso. “Non correre, Gab è rimasto indietro”, è
l’esortazione di Marco. Mi volto. In effetti Gabriele si è un poco
staccato da noi due. Lo vedo fermo, di fronte a uno specchio che lo
snellisce, sembra un salice piangente alto alto, insolitamente
stretto. Lo sguardo fisso sul sé riflesso, non risponde al mio
invito a raggiungerci. Incrociamo un tipo che avrà sui 25 anni,
jeans e camicia di marca, che ci ignora del tutto. Sembra sicuro
sulla direzione da prendere. Lo seguo, Marco fa altrettanto. Siamo
rinchiusi nel labirinto da una decina di minuti. La figura magrolina
del ragazzo è una bussola insperata. Non capisco come possa muoversi
senza esitazione, ma percepisco che non lo faccia a caso, è sicuro
del percorso da compiere. “PNV, ma ci siamo persi il Gab!”, nella
voce di Marco un’agitazione pentita. Diamo una rapida occhiata al
labirinto nel suo insieme, stando attenti  a non perdere contatto con
il ragazzo che ci precede. In mezzo alla struttura intravediamo una
figura che dovrebbe corrispondere al nostro compagno, una figura
statica che ci dà le spalle, all’apparenza non intenzionata a
spostarsi da dove si trova. “Ehi, Gab, muoviti!” gli urla Marco.
“Ma lascialo stare, non ha mica bisogno di noi due per sapere cosa
fare” ribatto, poco convinto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Ancora
pochi passi e siamo fuori dal labirinto. Il nostro Virgilio si sta
allontanando in direzione del Castello Stregato (occhio e croce,
jeans e camicia costeranno un 200 mila lire). Attendiamo Gabriele
all’ingresso. Passano i minuti: prima cinque, poi dieci, un quarto
d’ora… “Forse è meglio se avvisiamo il proprietario” dice
Marco. “Aspettiamo ancora un po’, se per le otto e mezza non
esce, ci muoviamo”. Il sole è tramontato. Un’aria frizzante, al
limite del freddo, mette qualche brivido. Alle 20 e 29 Gabriele
appare sulla soglia del labirinto. “Meno male, Gab, eravamo
preoccupati” lo saluta Marco. Gabriele risponde con una piccola
smorfia del viso e una scrollata di spalle. “Non so voi, io me ne
tornerei a casa.” la butto lì. Marco annuisce, Gabriele si guarda
intorno, non aprendo bocca. Mi incammino verso l’ingresso del
Lunapark, Marco fischietta Vamos a la playa, il capo chino di
Gabriele a osservare le immancabili scarpe da tennis, numero 46, che
indossa da quando lo conosco. “Ehi Gab, ce ne hai messo di tempo
per trovare l’uscita?” provo a stuzzicarlo. “Ti sei fatto
superare dalle due mammolette che erano con te?” lo incalzo, per
ottenere una risposta. Silenzio. Non insisto oltre, per quanto non
sia da lui starsene zitto. Camminiamo affiancati, Marco al centro, io
alla sua sinistra, ogni tanto sbircio Gabriele, le sue spalle un poco
curve, una postura che per la prima volta indossa. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span&gt;Metamorfosi”
sussurra Gabriele. Breve scambio di sguardi fra me e Marco.
Perplessità. “In che senso, metamorfosi?” chiedo. “Da quando
citi Kafka? Non sei mai andato oltre la Gazzetta come letture”
prova a canzonarlo Marco. Nessuna replica. Il lunapark è alle nostre
spalle. Imbocchiamo viale Resistenza, ancora 500 metri e sarà tempo
per me e Marco di svoltare su Piazza Matteotti. “Ciao Gabriele, ci
si vede il 21” dico al compagno. “Notte Gab” più laconico
Marco. Gabriele si passa la mano sui capelli, corti, neri, che gli
ricoprono il capo, un testone massiccio, al pari del resto della
corporatura. Non proferisce parola. Lo vediamo proseguire a passo
lento lungo il viale, nell’allontanarsi la sua sagoma sembra farsi
più curva o, forse la mia è solo un’impressione errata data dalla
scarsa luminosità. Lasciamo l’amico alla sua strada, muovendoci
silenziosi verso casa nostra (Marco abita nel mio stesso palazzo, io
al secondo piano, lui al quinto).&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;center&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;*
* * &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;L’incurvatura
delle spalle, l’andatura rallentata, un mutismo inconsueto, la
“metamorfosi” sussurrata, richiamano nella mia mente, a distanza
di quasi quarant’anni, la figura di Gabriele Mariani, l’identikit
di un amico che il 21 settembre del 1985, primo giorno di scuola,
secondo anno di frequentazione del Liceo Scientifico Marconi, non si
presentò all’appello.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/05/la-metamorfosi-di-gabriele.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-2506197364257523439</guid><pubDate>Sat, 04 May 2024 16:05:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-05-04T18:05:27.461+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Nerone</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Era
la prima estate al mare a San Terenzo, poco distante da Lerici e
Sarzana, Liguria di levante e di ponente (mi confondo sempre sul
sorgere e tramontare del Sole, meglio rimanere nel vago), ospite per
l’intero mese d’agosto di zia Elena, sorella di mio papà, dello
zio Pino e dei quattro cugini che avevano partorito nell’arco di
una quindicina d’anni (a voler essere pignoli li aveva partoriti
tutti la zia): Giulio, Paolo, Michele e Fabio, in ordine decrescente
d’età. Fabio era mio coetaneo, 12 anni, Michele e Paolo sfioravano
i 20, Giulio un 25enne già sposato e titolare di un bar con saletta
giochi elettronici, biliardo e una sala dove il pomeriggio si
riunivano degli scacchisti accaniti, sostituiti la sera da accanite
giocatrici di tombola agonistica (a San Terenzo l’accanimento era
la prassi), equivalente della tombola standard, ma con una velocità
d’estrazione dei numeri impressionante.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;A
completare la famiglia un pastore tedesco buono come il pane, Bart, e
un gatto nero di nome Nerone, un nome che non brillava per
originalità (a San Terenzo la fantasia non era prassi) ma si
adattava al carattere “particolare” del felino.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Le
giornate al mare trascorrevano lente e inesorabili seguendo una
routine che mi regalava ore di serena, ripetitiva noia. Il mattino
durava poco, la sveglia avveniva diverse ore dopo la comparsa del
sole, la colazione era all’insegna di Buondì Motta, Girelle o, nei
giorni più fortunati, da calde brioche omaggio del cugino barista.
Il pomeriggio mi vedeva impegnato in tranquille passeggiate sul
lungomare, in rari stravaccamenti sulla spiaggia in compagnia della
Settimana Enigmistica e di qualche lettura passatempo (in quel
periodo mi dilettavo con Topolino, Sartre, il Corriere dei Piccoli,
Heidegger), e di ancor più rari bagni in acqua con mio zio che
tentava, inutilmente, d’insegnarmi a nuotare e il cugino coetaneo
che tentava, per fortuna inutilmente pure lui, d’affogarmi (fingeva
di sorreggere con le mani il mio corpo per poi lasciarmi andare
mentre il sottoscritto annaspava con braccia e gambe per rimanere a
galla mentre lui se la rideva premendomi sulla schiena per agevolare
l’annegamento. Tutto questo fino all’intervento salvifico dello
zio che gli mollava in sincrono un “cretino” e uno scapaccione). &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Poco
prima di sera ero spettatore nel campetto comunale di calcio delle
partite del torneo comunale di calcio (a San Terenzo era di prassi
usare i campi di calcio per praticare calcio) dove si sfidavano
squadre sponsorizzate da alcuni esercizi commerciali comunali (io
tifavo per la Trattoria Guendaloni, il cui gioco era orchestrato dal
destro fatato di Giuliano Guendaloni, un 50enne che compensava la
staticità fisica, veleggiava sui 110 chili, con un tocco di palla e
un’abilità nello sfornare assist prelibati, quanto le sue lasagne 
al pesto, degne di Michel Platini).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;In
casa ci stavo la sera o nelle giornate di pioggia, con la sola
compagnia della zia in versione desperate housewife ante litteram, la
tv costantemente accesa su Canale5, le prime soap opera pomeridiane,
introdotte da una sigla che raffigurava un uomo e una donna che si
rincorrevano su una spiaggia deserta, Barbra Stresand che li
accompagnava con Woman in love. La zia stirava, lavava, preparava la
cena, faceva il bucato, fedelmente seguita da Nerone che non
l’abbandonava quasi mai. Lei ricambiava parlandogli, commentando
insieme le soap che uscivano dallo schermo televisivo (“Hai visto
Nerone, come piange la Veronica Castro?”. Il gatto di solito non
rispondeva, le telenovela non erano di suo gusto, almeno credo), ogni
tanto accarezzandolo sulla collottola (Nerone inarcava la schiena ed
emetteva dei miagolii di moderata soddisfazione). Personalmente non
comprendevo la passione ziesca per quel felino, in genere non
comprendevo la passione per i gatti, li trovavo opportunisti e
freddi, davano qualcosa solo in cambio di qualcos’altro (dove il
qualcos’altro era superiore al qualcosa, senza eccezione), un dare
intervallato da ampi intervalli di tempo di’indifferenza nei
confronti dei loro compagni umani.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Nerone
non esulava da questo comportamento, ma aggiungeva di suo un
carattere vendicativo e prevaricatore. La zia mi aveva avvertito che
transitare nelle vicinanze del frigorifero senza aprirlo per estrarre
cibo da dare al felino, nel caso Nerone si fosse trovato davanti
l’elettrodomestico, si traduceva in un tentativo di graffio
gattesco sulle gambe. Io provavo a ribattere alla zia che mica potevo
leggere nella testa bacata (bacata lo tenevo per me, la zia ne
avrebbe sofferto) del suo gatto, per indovinare se avesse o meno fame
e che cosa volesse mangiare, “Ma Nerone mica parla, zia?”, era la
mia obiezione, “Sì, ma si capisce, dai, quando ha fame si capisce,
te lo fa capire”, rispondeva lei, gli occhi a cuoricino rivolti
alla bestia dall’unghiata facile. Non solo, una mattina che, avendo
il gatto alle calcagna, miagolante, avevo aperto il frigo per
offrirgli una zucchina cruda, l’animale l’aveva rifiutata con un
colpo stizzito della zampa destra, seguito da un gancio con la zampa
sinistra rivolto al mio piede destro. Avevo evitato il colpo, ma mi
ero preso uno spavento. La bestia era davvero bacata, bacata e
pericolosa. Da quel giorno in presenza del gatto in cucina mi tenevo
a distanza di sicurezza dal frigorifero, per evitare ulteriori
incomprensioni (se almeno avesse aperto bocca per parlare, quel
deficiente) e tentativi d’assalto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Il
problema alimentazione di Nerone lo avevo brillantemente risolto,
delegavo alla zia o a uno dei cugini il compito di soddisfare le sue
voglie culinarie (osservandolo mangiare avevo comunque notato una
predilezione per la cotoletta impanata, i medaglioni di maiale e
pancetta, il filetto di salmone al forno che ingoiava in un batter
d’occhio emettendo miagolii goduriosi e lascivi). &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Di
ben più difficile risoluzione era invece il problema letto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Mi
spiego meglio: l’idiota dal muso baffuto aveva l’abitudine, tutte
le notti, di salire su uno dei letti dei miei cugini, condividendo
con loro la comodità del materasso e delle bianche lenzuola lavate e
stirate amorevolmente da zia Elena. I cugini lo lasciavano fare, non
sembravano infastiditi dalla presenza del gatto, anzi ne agevolavano
l’istinto a salire, se necessario si rincantucciavano per dare al
felino tutto lo spazio necessario alle sue comodità. I primi giorni
di mia presenza come ospite Nerone non aveva osato saltare sul mio
materasso, credo percepisse un’ostilità di fondo del sottoscritto
(“lo sai che sei uno stronzo?” gli domandavo ogni giorno fingendo
un sorriso, lui ringhiava). Il gatto però soffriva l’impossibilità
di prendere possesso anche del letto dove dormivo, nonostante avesse
ampia scelta era il divieto implicito che gli trasmettevo a
innervosirlo, un delitto di lesa maestà nei suoi confronti, il primo
che riceveva fra quelle mura.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Una
notte, credo dopo una decina di giorni dall’inizio della vacanza,
fui risvegliato da un corpo estraneo che stazionava al centro del
letto, una massa indistinta nell’oscurità, indistinta ma
miagolante. Il bastardo aveva approfittato di un mio involontario
ripiegamento in posizione fetale che gli aveva lasciato libero metà
dello spazio disponibile. La tentazione di dargli un calcio fu subito
forte, ma temevo la sua rabbiosa reazione. Provai quindi a spostarmi
su un lato del letto per poter allungare le gambe, operazione
infruttuosa perché lo spazio lasciato libero dalla bestia non
garantiva i centimetri necessari all’operazione. Un tentativo di
riprendere sonno mantenendo la scomoda posizione nella quale mi
trovavo fallì dopo pochi minuti. Fu allora che mi decisi: inizia con
delle lievi spinte dei piedi contro il corpo, panciuto, di Nerone.
Due fessure verdi ghiaccio mi fissavano con espressione stupita e
infastidita. Non mi persi d’animo. Aumentai di poco la pressione
ottenendo uno spostamento di pochi centimetri della massa
usurpatrice. Due miagolii di avvertimento segnalavano che stavo
oltrepassando il livello di sopportazione dell’animale. Esasperato
decisi per passare alle maniere forti: di leggera pressione in
leggera pressione avrei forse allontanato Nerone dopo una o due ore,
il sonno del tutto compromesso, senza la certezza che il nemico
avrebbe sopportato le ripetute spinte del sottoscritto. Rannicchiai
le gambe, inspirai con forza e nella fase espiratoria, uno sbuffo
deciso dalle narici, diedi una bella pedata con entrambi i piedi al
gatto che fu sbalzato via dal materasso, cadendo sul parquet della
stanza. Come previsto, l’infame si rivoltò all’istante, risalì
sul materasso ringhiando. Il tutto mentre i miei tre cugini se la
ronfavano alla grande. Mi alzai dal letto, imbracciai il cuscino di
piuma imbottito e mollai un colpo sul muso del felino per ricacciarlo
sul pavimento. Una volta ripresosi dalla botta (moderata, purtroppo
non avevo fra le mani un cuscino di ghisa che l’avrebbe eliminato
definitivamente dalla faccia della Terra), Nerone provò ad
avvicinarsi, flettendo il corpo, pronto, forse, a tentare un assalto.
Non gliene diedi il tempo. Una seconda cuscinata, da lui evitata per
un pelo, lo convinse a lasciare la camera da letto. Chiusi la porta e
tornai a dormire, ansimante per lo sforzo e l’ansia che mi aveva
procurato l’intermezzo guerriero.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
mattino successivo decisi di risolvere la questione una volta per
tutte. Mentre inzuppavo una Girella nel caffellatte raccontai alla
zia quanto accaduto poche ore prima. “Ma lascialo dormire con te, è
un segno d’affetto il suo, ti vuole bene” fu la risposta
demenziale di zia Elena. “Mi odia, sono sicuro che mi odia, se si
piazza in mezzo al letto non mi fa prendere sonno. Io non sono come i
miei cugini” (il sottinteso è che fossi migliore di loro) “Nerone
lo capisce e fa di tutto per disturbarmi e mettermi paura.” “Ma
come la fai pesante, PNV, vedrai che col tempo ti abituerai alla sua
compagnia, di giorno e pure la notte”. “No, zia, te lo chiedo
ufficialmente: se mi vuoi in questa casa, a fare le vacanze con te,
lo zio Pino, Giulio, Paolo, Michele, Fabio e Bart, devi cacciare quel
demente d’un gatto.” Lo sguardo della zia fu un mix di
sbigottimento, incomprensione, ira e odio. “No, questo mai! Se vuoi
chiamo l’Angelo e gli parlo dello spiacevole equivoco”. L’Angelo
in questione era suo fratello, incidentalmente mio papà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Fu
così che la sera stessa mio padre venne a prendermi, imbracciò la
valigia che conteneva le poche cose che avevo portato per la vacanza
agostana al mare, salutò, insieme al sottoscritto, la sorella, il
cognato, i nipoti, il cane e si incamminò, io al suo fianco, verso
la fermata del bus che ci avrebbe condotti alla stazione ferroviaria
di Sarzana.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;E
il gatto? Non presenziò alla cerimonia di partenza. Mentre mi
allontanavo con papà dalla casa degli zii udii dei miagolii
provenire dall’interno dell’appartamento. Potrei sbagliarmi,
forse fu solo suggestione, ma in quei versi non si poteva non leggere
un segno d’evidente, compiaciuta, trionfante, diabolica
soddisfazione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/05/nerone.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>5</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-6249274076724913463</guid><pubDate>Mon, 01 Apr 2024 13:09:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-04-01T15:09:34.365+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Jean e le nuvole</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Jean
era rimasto per intere giornate a osservare gli impercettibili
cambiamenti delle nuvole sul mare.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;font-weight: normal; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Era
l’estate dell’anno precedente.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;font-weight: normal; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;I
raggi penetranti del sole provavano a farsi spazio fra la massa 
all’apparenza compatta formata da una quantità infinita di
minuscole particelle di vapore acqueo. Una massa il cui grigiore
minaccioso era esaltato dal giallo dorato dei fasci di luce solare
che, seppur limitati dal cumulonembo a sviluppo verticale,
torreggiante nel cielo, riuscivano in parte a far capolino. In essi
Jean leggeva una manifestazione del divino, un segnale di un’entità
superiore, sovrumana, a sottolineare una trascendenza che la sua
vita, per quanto straordinaria, non poteva lontanamente toccare.
Nonostante la sua biografia non fosse quella di un comune mortale
(lui, uno dei quattro moschettieri del tennis francese, dominatori
della racchetta a livello mondiale) lo spettacolo di quella luce e di
quelle nubi che a essa sembravano pigramente opporsi, gli suggeriva
un altrove inarrivabile, a lui precluso.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;font-weight: normal; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Quando
Jean le fissava, le nuvole gli suscitavano infatti un senso di
inadeguatezza, di umana e fragile finitezza. Lo ignoravano,
muovendosi  lente, da est verso ovest, un vento delicato a
sospingerle, il calore del sole a intiepidirle, incuranti della sua
presenza. Ritornava col pensiero al luglio del 1924, il suo primo
trionfo a Wimbledon, la vittoria contro l’amico René, il trofeo
consegnatogli da George Edward Alexander Edmond, duca di Kent,
l’applauso eccitato del pubblico, la sensazione di superiorità che
lo pervadeva, il compiacimento di vedere una folla osannante, il
battere ritmico delle mani sulle tribune, le urla di alcune tifose
che, ne era, sicuro, lo avrebbero divorato con le loro labbra di
rosso dipinte.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;font-weight: normal; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;I
suoi occhi neri sfidavano i raggi solari, ma il timore di rimanerne
colpito e una sensazione di “scioglimento” gli intimavano di
desistere dalla visione. Che cosa si scioglieva? In una frazione di
secondo veniva meno la certezza in sé stesso, nei propri mezzi
atletici, nel suo fisico scattante, svaniva la sicurezza, l’arroganza
agonistica, sua fedele compagna che in molte occasioni gli aveva
consentito di ribaltare dei match dati per persi, di farsi largo fra
uno stuolo di tennisti, affamati di successo quanto lui, ma, a
differenza sua, Jean “The Bounding Basque”, il basco dinamico,
destinati alla sconfitta.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;font-weight: normal; text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Com’erano
affascinanti i bagliori del tramonto! Era l’ora della meditazione,
le palpebre si abbassavano, il luminoso calore pomeridiano lasciava
man mano spazio a una frescura che si insinuava sotto la maglietta
dalle maniche corte, le gambe erano invece riparate da bianchi
calzoni di lino, il suo respiro  trovava naturale sincronizzazione
con lo sciabordio delle onde, l’attenzione focalizzata
sull’espandersi e il contrarsi dell’ampio petto, alcuni minuti di
insensibile piacevolezza interiore, interrotti dal garrito di un
gabbiano che lo richiamava alla realtà, lo sguardo si riapriva al
mondo, il sole prossimo a evaporare, il freddo della sera incombente,
il suo voltarsi, passi rapidi in direzione del Grand Hotel, Arlette
ad attenderlo.  &lt;/span&gt;
&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/04/jean-e-le-nuvole.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-6697695905919786804</guid><pubDate>Tue, 19 Mar 2024 21:21:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-03-19T22:21:54.340+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">PuroNanoPillole</category><title>A... A... Abbronzatissimo</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #1d2129;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Sono
bianco quanto la luna pallida di novembre nel cielo di
Casalpusterlengo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/03/a-abbronzatissimo.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>6</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-7288887703221754692</guid><pubDate>Sat, 02 Mar 2024 17:50:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-03-02T18:50:02.486+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Il foglio bianco</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif; text-align: left;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Il
foglio rimaneva mestamente bianco.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Mi
era difficile, se non impossibile, disegnare il volto di un
personaggio dei fumetti che mi piaceva. Ancora, ancora, se avessi
potuto copiarlo, avendo a portata di mano, d’occhio, l’originale,
ma così su due piedi, contando sul solo ricordo, sull’immaginazione,
la mano non era in grado di tradurre in un tratto grafico quanto la
mente andava nebulosamente raffigurando.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Ero
disperato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Mancavano
solo dieci minuti alla fine dell’ora di disegno.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Sentivo
gli occhi lucidi per lo sconforto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Alzai
timido la mano, la Maestra, per me figura imponente e che metteva
soggezione, mi chiese cosa volessi.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;“&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span&gt;Andare
in bagno, mi scappa la pipì”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Il
“vai!” in risposta fu una liberazione, di corsa aprii la porta
della classe, percorsi il corridoio e m’infilai nel bagno dei
maschietti. Obiettivo: rimanervi dentro, nascosto, fino al termine
della lezione.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Obiettivo
mancato.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Il
semibuio del cesso fu rischiarato dall’improvvisa comparsa della
Maestra, ricordo ancora la su gonna beige e il pullover nero, che,
senza dire nulla mi prese con stizza il braccino destro e mi
ricondusse, sconfortato, sull’orlo del pianto, di nuovo in classe.
Aveva compreso il mio tentativo di evaporazione, il volermi
nascondere al mondo, rifiutando il compito che mi aveva imposto a
inizio lezione. Non poteva accettare un atto di insubordinazione
belle e buono, da parte di uno scolaretto che, lo avevo intuito già
nel passato, le stava pure antipatico.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: Arial, sans-serif;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: large;&quot;&gt;Tornai
al banco, il foglio bianco mi attendeva irritato quanto la Maestra,
reclamando invano che lo riempissi con la mia matita.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/03/il-foglio-bianco.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>6</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-3676552157794782077</guid><pubDate>Sun, 18 Feb 2024 13:37:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-02-18T14:40:04.049+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>La neve e la carota</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span face=&quot;Arial, sans-serif&quot; style=&quot;font-size: 14pt;&quot;&gt;Raccolgo
la carota caduta a terra, tracce di fanghiglia l’hanno insozzata,
con la mano provo a ripulirla (il problema sarà poi lavarsi in
qualche modo la mano prima d’arrivare in ufficio). La carota
riacquista l’uniforme colore arancione. La inserisco delicatamente
al centro della faccia del pupazzo di neve. Devo fare attenzione, il
pupazzo mostra evidenti segni d’una fragilità che lo sta
progressivamente indebolendo, un venir meno della sua integrità
direttamente proporzionale all’aumentare delle temperature. Sembra
passata un’intera stagione, ma non più tardi di sabato scorso una
nevicata fuori tempo massimo aveva ricoperto le strade d’uno strato
bianco compatto spesso almeno 10 centimetri. Passato il weekend
l’esplosione di un&#39;anteprima di primavera. La massima di martedì segnava 22
gradi. Dal bianco al grigiomarrone del fango. Sul pupazzo di neve
(chi sarà mai l’autore?) erano sbocciate delle cicatrici, la
primigenia simmetrica paffosità del corpo violata dal cedimento del
lato sinistro, una silhouette ora sgraziata, prossima alla
sparizione, la carota non più trattenuta nel volto a preannunciarne
l’ineluttabile eclisse.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/02/la-neve-e-la-carota.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-4276405333989762328</guid><pubDate>Sat, 27 Jan 2024 14:37:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-01-27T15:37:13.368+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>A colpi di spatola</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Era
il primo trasloco in vita mia, una vita breve, da poco superati i 16
anni, per un cambio abitazione in versione light, si trattava di
spostarsi dal primo al secondo piano della casa di ringhiera dove ero
nato e dove vivevo con mamma e papà. Il cambio rappresentava un
piccolo ma significativo miglioramento tenuto conto che nel nuovo
appartamento avremmo avuto finalmente il bagno in casa e una
luminosità, data dal piano più alto, migliore. Il bilocale
necessitava però d&#39;una ristrutturazione non banale, si dovevano
tinteggiare i muri, aggiungere una parete divisoria di compensato per
ricavare da un unico locale una cucina e una sala, rinnovare i
sanitari del bagno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
team adibito ai lavori era composto da un quartetto: mio padre, mia
madre, Enrico (cugino falegname da parte di papà) e... il
sottoscritto. Non era ancora chiaro il tipo e la qualità del
supporto che avrei potuto dare tenendo conto delle mie esperienze
nulle nel ramo edilizio/idraulico. Non era neppure certo che sarei
stato utile alla causa, gracile ragazzetto con la schiena curva sui
libri, che pochi mesi prima non aveva trovato il coraggio di
sbarazzarsi di Gelsomino, l&#39;orsacchiotto &quot;coperta di Linus&quot;
che mi aveva tenuto compagnia nell&#39;infanzia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Il
grosso dell&#39;attività se la sarebbero smazzata mio padre e Enrico,
quest&#39;ultimo in particolare, visto che papà andava per i sessanta e
mostrava i primi segni di un indebolimento fisico che manifestò la
sua gravita solo qualche mese dopo (il trasloco iniziò nel mese di
giugno, la malattia diede i primi significativi segnali verso
ottobre). La mamma avrebbe continuato nella sua quotidiana attività
di massaia, c&#39;era la truppa da sfamare e una casa, quella in via
d&#39;abbandono, che reclamava comunque delle attenzioni, garantite dalla
pignoleria di mia madre. Alla bisogna poteva affiancarsi a chi ne
avesse fatto richiesta: era una donna in salute, forte, scattante,
aveva ereditato dal nonno un&#39;energia e una voglia di fare non comuni.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Enrico
e papà partirono in quarta con la sala/cucina, raschiando in minima
parte le pareti per poi stuccarle. Di Enrico mi impressionava la mano
destra, mancante del mignolo e di metà anulare, ricordo di qualche
lavoro di falegnameria che aveva lasciato il segno: nel mio futuro,
per fortuna, seghe o altri attrezzi pericolosi non erano contemplati,
avrei digitato sui tasti di un computer inserendo software. Papà si
dava da fare, notavo solo un leggero incavo nelle guance da sempre
belle pienotte e una lieve riduzione della pancia sulla quale, da
bimbo, avevo spesso appoggiato la testa quando si sdraiava sul divano
per vedere la tv Brionvega 20 pollici in bianconero (era
soprannominato &quot;Il Pancio Villa&quot; dagli amici della
&quot;Cooperativa Avanti&quot; che frequentava la domenica).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;E
il sottoscritto?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Dopo
un veloce consulto fra i due uomini adulti della compagnia, mi fu
assegnato un compito all&#39;apparenza banale: scrostare le pareti della
camera da letto che sotto l&#39;ultimo strato beige di vernice
nascondevano, ma non del tutto, un secondo strato rosso pompeiano
che, a detta di Enrico, era obbligatorio rimuovere altrimenti si
sarebbe corso il rischio di vederlo riemergere post imbiancatura.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;Mi
venne assegnata apposita spatola d&#39;ordinanza. &lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Iniziai
il lavoro sotto la supervisione di mamma, fu lei a mostrarmi come
procedere nella scrostatura.  Mi colpì la rotondità delle sua
braccia, aveva bicipiti muscolosi che trasmettevano la forza
necessaria alla spatola per staccare l&#39;intonaco. L&#39;attività si
mostrò molto più dura del previsto: nonostante i colpi decisi di
mamma lo strato rosso pompeiano sembrava essersi legato
indissolubilmente alla parete. Di rado si staccavano pezzi
significativi di vernice, il più delle volte era un procedere di
pochi centimetri la volta. A spanne, tenendo conto della lunghezza e
dell&#39;altezza delle quattro pareti, avevo di fronte a me più circa 50
mq da bonificare. Iniziai di buona lena, scegliendo come punto di
partenza la piccola porzione di parete sulla quale mia madre si era
focalizzata. Dopo una mattinata senza sosta di spatolate (escluse due
capatine al bagno) avevo completato poco più di 2 mq: mi attendevano
una decina di giorni full time per terminare il lavoro. Non che la
cosa in se mi spaventasse, le attività ben definite che richiedevano
scarso se non nullo impegno intellettuale, ripetitive, avevano un
potere rilassante, calmavano le ansie adolescenziali che vivevo in
quel periodo. Ogni tanto i miei si affacciavano sulla porta della
camera da letto, davano una rapida occhiata al sottoscritto che
menava colpi sui muri della stanza, io mi voltavo quando ne percepivo
la presenza, incrociavo i loro sorrisi nei quali leggevo un che di
divertimento nell&#39;osservarmi, mischiato, così immaginavo, alla
soddisfazione per il contributo inaspettato che stavo dando.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Col
proseguire dei giorni la scrostatura perse gran parte dell&#39;attrattiva
iniziale: il palmo della mano destra si era arrossato, quando
spingevo la spatola contro il muro il manico dell&#39;attrezzo premeva il
palmo determinandone il rossore e un dolore via via crescente. I
risultati erano tangibili, ma l&#39;avanzamento dell&#39;opera somigliava
sempre più a una fatica d&#39;Ercole.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&quot;Stai
procedendo bene, PNV&quot; lo sguardo di mio padre scrutava
soddisfatto l&#39;intera prima parete scrostata.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&quot;Sì,
ma me ne mancano ancora tre!&quot;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&quot;Un
po&#39; per volta, pian piano la finisci&quot; le sue parole
d&#39;incoraggiamento.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Ne
osservavo il viso, le rughe sulla fronte si erano accentuate e un
pallore, che mal si abbinava al sole di quel caldo giugno, risaltava
sulla pelle.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&quot;Non
avrei mai detto che eri così preciso...&quot; aggiunse mia madre il
giorno successivo &quot;... hai preso da me e dal nonno Pietro.
Quando lo aiutavo a fare i materassi voleva che ci mettessi impegno,
anche se il grosso del lavoro era il suo, io mi limitavo a dargli una
mano&quot;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
certificazione materna accresceva l&#39;autostima. Pensare al
completamento dell&#39;opera, alle quattro mura liberate dal rosso
coriaceo, avrebbe moltiplicato la sensazione di fatica. Adottai un
accorgimento che si rivelò ottimo: comparare l&#39;avanzamento della
scrostatura alla conquista di territori nemici, ipotetica guerra per
l&#39;espansione di un impero, il mio, che sottraeva man mano province,
regioni, stati a un impero avversario. Non ero più PNV, il nano
gracile secchione, ma un novello Napoleone Bonaparte che, una volta
assogettata l&#39;Europa occidentale, stava per conquistare la Grande
Madre Russia: questa volta con esito differente da quello storico.
Dopo la presa di Praga mi mossi in direzione Varsavia, l&#39;avrei
raggiunta la mattina del sesto giorno, per dirigermi con rinnovato
vigore fino alle porte di Minsk, pomeriggio inoltrato dell&#39;ottavo
giorno, attraversamento rapido della città di Smolensk, una
cinquantina di spatolate al massimo, ingresso trionfale a Mosca a
mezzogiorno del decimo giorno, il palmo della mano destra al limite
delle piaghe.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Chiamai
mio padre (non avevo il coraggio di coinvolgere Enrico, non credendo
di poterlo impressionare con la mia impresa, lo lasciai
all&#39;installazione della parete di compensato, stava rifinendo l&#39;arco
che divideva cucina e sala) per mostrargli la caduta della capitale
russa: sulle quattro pareti della camera da letto era sparita ogni
minima traccia di rosso.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&quot;Ottimo
lavoro, bravo...&quot; la sua mano sulla mia spalla &quot;... stasera
la mamma ti preparerà una bella pizza per festeggiare&quot;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Chi
avrebbe immaginato che scrostare dei muri, togliere un intonaco di
vecchia data, avrebbe rappresentato un passaggio significativo della
mia vita? Dieci giorni che non sconvolsero il mondo, per rimanere in
tema di imprese russe, ma furono il segnale di una svolta interiore,
il primo passaggio, altri più significativi ne sarebbero seguiti,
dall&#39;infanzia, dalla prima adolescenza, a un PNV che si avvicinava a
essere adulto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;La
sera tre pizze, preparate da mamma, a comporre una cena differente
dal solito (Enrico non si fermò, aveva delle faccende da sbrigare a
casa sua). Sei braccia a tagliare fette di pizza, per la prima volta
sei braccia adulte, alle quattro che lo erano da sempre si erano
aggiunte le mie due. Mai avrei immaginato che quelle sei braccia,
pochi mesi dopo, sarebbero tornate di nuovo quattro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/01/a-colpi-di-spatola.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>5</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-6434784540432425182.post-6183112494491580933</guid><pubDate>Mon, 08 Jan 2024 20:47:00 +0000</pubDate><atom:updated>2024-01-08T21:47:20.803+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">No tag required</category><title>Esproprio proletario di bomboloni alla crema</title><description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&quot;Sei
un comunista alla Luchino Visconti!&quot; lo canzonava il Totaro, la
sua una famiglia operaia, di immigrati pugliesi giunti a Milano,
inizio anni 60. La presa in giro  scattava quando Virginio ostentava
quel suo cappotto grigio di sartoria, regalo dei genitori per il
diciottesimo compleanno, i suoi avevano sottoscritto delle cambiali
per poterlo acquistare, per consenitre al lato narcisistico del
figlio di vantare un&#39;estrazione alto-borghese che di fatto non gli
apparteneva (la copia de Il Manifesto infilata nella tasca sinistra
suggeriva l&#39;inganno di classe).&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;Virginio
non rispondeva allo scherzo, un sorriso abbozzato definiva il
rapporto d&#39;amicizia con Vincenzo Totaro, i due spesso girovagavano
per la città in coppia, a distribuire ciclostilati inneggianti la
Rivoluzione, per Vincenzo una rivoluzione che doveva porre fine alle
ingiustizie subite dalla classe proletaria, togliere i mezzi di
produzione ai padroni, distribuire la ricchezza fra coloro che la
producevano, abolire le speculazioni finanziarie che arricchivano una
masnada di sanguisughe altolocate; per Virginio la Rivoluzione era
mutamento interiore, scompiglio esistenziale, atteggiamento dadaista
nel quotidiano, sovvertimento dei canoni consolidati, che certo, si
esprimevano anche in relazione ai rapporti di forza economica,
politica, sociale, ma non si esaurivano in essi. &quot;Cambiare se
stessi per cambiare il mondo?&quot; avevo provato a sintetizzare il
suo pensiero, ricevendone in cambio il solito sorriso trattenuto che
a volte mi imbarazzava, in quel movimento accennato delle sue labbra
ciliegia unito a un socchiudersi degli occhi sorridenti, leggevo un
sentimento di commiserazione nei miei confronti, io inadatto a
comprendere quanto la sua mente raffinata poteva elaborare.
D&#39;altronde lui era l&#39;unico che leggesse gli editoriali di Rossana
Rossanda, li capiva per poi tradurli in un linguaggio comprensibile
per il popolo, per i proletari, i proletari eravamo noi, che
pendevamo dalle parole della giornalista mediate dall&#39;esegesi
dall&#39;erre arrotata del nostro compagno intellettuale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&quot;Alle
17 ci si trova davanti la Pasticceria Gilardenghi, esproprio
proletario di bomboloni alla crema&quot;, la &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;r&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;
di crema arrotata allo spasimo, una risata, sincronizzazione degli
orologi, l&#39;esproprio per dare al popolo affamato privo di pane i
bomboloni ristoratori. Più che Luchino Visconti era la versione al
maschile, moderna, di Maria-Antonietta, una Maria Antonietta dai
folti capelli neri, era solito passarsi la mano destra per sistemarsi
il ciuffo che gli ricadeva sul volto, maestà indiscussa del nostro
scalcagnato gruppetto di giovani rivoluzionari del Movimento
Studentesco. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;
&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: arial; font-size: large;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;Fu
così che alle ore 16 e 59 minuti il Rolex di Maria-Antonietta, il
Casio del sottoscritt&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;o&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;
e un vecchio orologio a cipolla del nonno del Totaro si ritrovarono
davanti le tre vetrine illuminate del Gilardenghi. Lui entrò per
primo, era l&#39;unico che non sfigurasse nel lussuoso negozio d&#39;alta
pasticceria. Il locale era insolitamente semivuoto, aspetto che
m&#39;aiutò a ridurre l&#39;ansia che palpitava in gola. In fondo, per
quanto ludica, la nostra era un&#39;azione a tutti gli effetti illegale,
una espropriazione di merce bella e buona, un giudice non avrebbe
applicato le attenuanti nonostante il fine filantropico del furto.
&quot;Mani in alto, questa è una rapina!&quot;, la sua voce in
sincrono con una pistola impugnata nella mano destra. Una vampata di
calore ad arrossirmi il volto, la pistola non era contemplata nel
piano, non se n&#39;era parlato, né io né, presumo, il Totaro potevamo
immaginarcela. La canna era puntata dritta alla pancia del vecchio
Saverio Gilardenghi, pasticcere dal 1934, un passato da repubblichino
si vociferava, un presente da formidabile sfornatore di brioche,
bomboloni, mignon, torte, panettoni e pandori. Il Totaro muoveva
frenetico il capo da sinistra a destra e ritorno, per verificare la
reazione della signora Gilardenghi, alla cassa, e dei quattro clienti
seduti a due tavolini in mogano del negozio. Un TONF accompagnò lo
svenimento della cassiera, un movimento accennato del marito per
soccorrerla fu stoppato con un perentorio: &quot;Fermo lì, le
Brigate Dadaiste per un&#39;Equa Diffusione della Glicemia, ti ordinano
di non muoverti!&quot;. Il Gilardenghi si bloccò, credo non tanto
per la pistola puntata quanto per l&#39;assurdità della frase sentita.
&quot;Svelti voi, rastrellate i bomboloni alla crema, con questi
sfamiamo le bocche di almeno tre famiglie operaie ipoglicemiche!&quot;.
Mi mossi per prim&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;o&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;,
seguito dal Totaro, raggiungemmo il bancone, sfilammo dietro il
Gilardenghi, la cui figura lasciava libero uno spazio di circa trenta
centimetri che separava il suo sedere panettonico dalla parete alle
spalle, per raccattare velocemente una dozzina di bomboloni e
infilarli dentro due sacchetti Esselunga. Terminata l&#39;opera
circumnavigammo per la seconda volta le chiappe del repubblichino per
correre dritti alla porta d&#39;ingresso del locale. Mi voltai solo un
attimo, il tempo di vedere il nostro leader lanciare in aria dei
volantini sui quali era disegnata una famiglia proletaria, il padre
con la tuta blu da metalmeccanico, la moglie &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;e&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;
un grembiule bianco con sopra stampati tre girasoli, un bimbo di
quattro/cinque anni che addentava un bombolone, la crema pasticcera a
inzaccherargli le guance. Sul fondo del foglio la scritta &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;&lt;i&gt;&lt;span style=&quot;font-weight: normal;&quot;&gt;Brigate
Dadaiste per un&#39;Equa Diffusione della Glicemia&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;.
Aveva ideato, realizzato e fotocopiato il volantino in poche ore, ce
l&#39;aveva mostrato poco prima d&#39;entrare, raccogliendo gli sguardi
ammirati &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;miei e &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: black;&quot;&gt;del
Totaro: ne invidiavamo da sempre l&#39;inventiva e la goliardica
intelligenza.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://puronanovergine.blogspot.com/2024/01/esproprio-proletario-di-bomboloni-alla.html</link><author>noreply@blogger.com (PuroNanoVergine)</author><thr:total>5</thr:total></item></channel></rss>