<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/" xmlns:blogger="http://schemas.google.com/blogger/2008" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" version="2.0"><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859</atom:id><lastBuildDate>Wed, 04 Sep 2024 11:16:06 +0000</lastBuildDate><category>Alda Merini</category><category>Andronico di Rodi</category><category>Antonietta De Lillo</category><category>Aristotele</category><category>Jep Gambardella</category><category>La grande bellezza</category><category>La pazza della porta accanto</category><category>Paolo Sorrentino</category><category>Roma</category><category>SEO</category><category>Temporale</category><category>Toni Servillo</category><category>archiviazione</category><category>conservazione sostitutiva</category><category>documentario</category><category>marechiaro film</category><category>meta tag</category><category>metadati</category><category>metadato</category><category>metafisica</category><category>poetessa</category><title>I due macachi</title><description>Blog-cafè letterario</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>37</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-6754645297066403048</guid><pubDate>Fri, 07 Mar 2014 12:59:00 +0000</pubDate><atom:updated>2014-03-07T14:13:16.158+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Jep Gambardella</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">La grande bellezza</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Paolo Sorrentino</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Roma</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Toni Servillo</category><title>La grande bellezza</title><description>Confesso che ho iniziato a guardare “La grande bellezza” con qualche pregiudizio: troppe cose avevo sentito sul film, paragoni felliniani, grandi stroncature e incensature di pari intensità, vaghi sospetti sul fatto che fosse un&#39;operazione furbetta, concepita quasi come un prodotto di laboratorio per tentare di portare a casa l&#39;Oscar. &lt;b&gt;L&#39;inizio del film sembrava darmi ragione, tanto che, dopo poco più di dieci minuti, ho detto a Silvia: “Come è lento questo film” perché, veramente, mi sembrava “La grande lentezza” più che “La grande bellezza”.&lt;/b&gt; Poi il film ha iniziato a farsi apprezzare per quello che è: grande fotografia, regia magistrale, con alcune riprese ai limiti del virtuosismo tecnico, montaggio notevole, Toni Servillo decisamente grandioso nell&#39;interpretare Jep Gambardella; &lt;b&gt;un film degno di essere visto con occhio attento anche se una sola visione non basta per apprezzarlo appieno, viste le molteplici chiavi di lettura che offre.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhJgZqtZbwFntCFI1BGYm05H6V2jfuIB7BlMkNmI2JKZR7aP5K35kKo7cvGvgkJWxQC6tcFZYv8ek1nDSfTsvNzHVKpQFwftdtB2Rg4WfOpT463Nuz7ZeC5Y0KkHLKCiQHbPmd3Rs-RHXeM/s1600/12848904225_9c33e52400_z.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhJgZqtZbwFntCFI1BGYm05H6V2jfuIB7BlMkNmI2JKZR7aP5K35kKo7cvGvgkJWxQC6tcFZYv8ek1nDSfTsvNzHVKpQFwftdtB2Rg4WfOpT463Nuz7ZeC5Y0KkHLKCiQHbPmd3Rs-RHXeM/s320/12848904225_9c33e52400_z.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
Non ho letto le critiche e le recensioni al momento della sua uscita, né l&#39;ho fatto adesso, dopo l&#39;assegnazione dell&#39;Oscar perché non volevo farmi influenzare: mi sono, però, imbattuto&lt;b&gt; nelle impressioni di molti che su Facebook ne parlavano quasi esclusivamente in termini negativi&lt;/b&gt; (pur confessando di averne visto solo qualche minuto, e questo mi conforta nell&#39;idea che il social network in questione sia lo sfiatatoio di troppi neuroni in libertà, il succedaneo di quelle che un tempo si etichettavano genericamente come “chiacchiere da bar”).  Credo che su “La grande bellezza” siano state scritte molte sciocchezze, e non solo dai frequentatori del social network più diffuso al mondo, ma anche da illustri critici cinematografici; perché questo film è stato stroncato in maniera così apodittica? per ideologia, perché Sorrentino non mi sembra essere un mostro di simpatia, perché semplicemente il film non è piaciuto? tutte ipotesi valide, &lt;b&gt;ma anche perché, forse, non è stato capito e ne è stata data una lettura troppo superficiale. Non pretendo di essere il depositario della verità, né l&#39;unico interprete del genio del Maestro, ma probabilmente valeva la pena di farne un&#39;analisi un po&#39; più profonda.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Certo, &lt;b&gt;fare un film su Roma significa per forza di cose confrontarsi con Federico Fellini e la sua “La dolce vita”, e in un paese come l&#39;Italia, dove si diventa geni solo da morti, questo è un peccato mortale, un&#39;eresia.&lt;/b&gt; “La grande bellezza” di felliniano ha solo la città dove è ambientata, e basta: “La dolce vita” è un film neorealista, dove il protagonista è un giornalista, (anche Jep Gambardella scrive per un giornale, ma per favore fermiamo qui le analogie, perché i due personaggi sono assolutamente diversi) che vive e si muove nell&#39;Italia degli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso, periodo formidabile da un punto di vista economico, politico, culturale e artistico, contrariamente alla contemporaneità nella quale è ambientato il film di Sorrentino.&lt;b&gt; Diciamolo tra parentesi, perché oggi parlar male di Fellini non si può, quando “La dolce vita” uscì fu pesantemente stroncata, come quasi tutti i film del Maestro: evidentemente i critici nascono miopi per diventare presbiti con il passare del tempo&lt;/b&gt;. Secondo me più centrato potrebbe essere il paragone tra “La grande bellezza” e “Roma”, il secondo film che Fellini dedicò alla Città Eterna: qui siamo a un livello più grottesco (si pensi alla sfilata di abiti talari, o a certi personaggi ridotti allo stato di mascheroni), più satirico, più truculento. &lt;b&gt;“La grande bellezza”, però, non è un film realista né tanto meno satirico, di onirico per me non ha quasi niente (assegniamo alla categoria solo qualche scena sospesa tra realtà e fantasia) e, forse, nemmeno di grottesco: è un film decadente, quasi gotico, pur sotto una patina, neanche tanto spessa, di leggerezza.&lt;/b&gt; Fellini ha ispirato Sorrentino? Sicuramente sì. Sorrentino ha copiato Fellini? Sicuramente no.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho letto critiche di tutti i generi, a partire da quella che è un film senza una trama. Non sono assolutamente d&#39;accordo: &lt;b&gt;il film racconta una storia, quella dell&#39;amore incompiuto e mai dimenticato di Jep per Elisa, consumato più di quarant&#39;anni prima e finito con grande rammarico del protagonista. La vicenda, anche se esplicitamente citata solo a tratti (il soffitto che diventa il mare dell&#39;Isola del Giglio,  la foto di Elisa a casa del vedovo, il racconto spezzato che Jep fa a Ramona sono quelli che immediatamente mi vengono alla mente, ma ce ne sono anche altri) è sottesa a tutto il film, tanto che, in qualche modo, lo conclude&lt;/b&gt;: Jep torna al Giglio e il ricordo di quell&#39;amore lo spinge a iniziare il suo secondo romanzo, quarant&#39;anni dopo quel “L&#39;apparato umano” che gli ha dato grande successo e lo ha portato a Roma, dove è diventato il re della vita mondana. Altra accusa riguarda il montaggio, spezzettato, non consequenziale: anche qui avrei da dire qualcosa. Il montaggio ha un suo stile, una sua linearità: non descrive una vicenda, ma la vita di tutti i giorni di Jep, &lt;b&gt;una vita fatta di episodi che, comunque, lo porteranno inesorabilmente a quell&#39;Isola del Giglio dove, in qualche modo, è iniziata la storia.&lt;/b&gt; La festa, eccessiva e un po&#39; cafona, per il suo sessantacinquesimo compleanno, le notti perse in chiacchiere più o meno futili, gli altri eventi mondani, gli incontri, persino i funerali lo preparano all&#39;epilogo del film: la scrittura del suo secondo romanzo. In base a questo principio anche i cinepanettoni sono film senza trama e senza montaggio, fatti di una sequenza di gag legate tra loro da un esile filo, tuttavia nessuno si sogna di farlo rilevare, anzi il loro successo sta proprio in questo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La critica più profonda che ho letto sul web, però, è: “i dialoghi fanno cagare”.  Vorrei fare allo sconosciuto esegeta intestinale una banale domanda: trascorre forse le sue giornate parlando di critica della ragion pura o di superomismo nietzschiano? Ogni volta che apre bocca distilla perle di saggezza e pasticche di verità? La vita reale, quella di tutti i giorni, è fatta proprio da dialoghi come quelli de “La grande bellezza”: quali sono i nostri argomenti alle feste o nelle serate tra amici? Calcio, qualche vanteria più o meno giustificata, politica, pettegolezzi, la nostra vita sentimentale e sessuale.&lt;b&gt; I nostri dialoghi sono, inconsapevolmente, sorrentiniani, ci piaccia o no, esattamente come quelli della corte dei miracoli che circonda Jep.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vogliamo parlarne di questo microcosmo, di questo generone romano contemporaneo che circonda il protagonista? &lt;b&gt;Tanti sono gli esemplari di questo bestiario umano, icone di un mondo vacuo e superficiale:&lt;/b&gt; l&#39;ex soubrette sfatta e cocainomane, l&#39;artista che prende a testate il muro ma non sa definire le “vibrazioni”, il cardinale che preferisce la cucina alla spiritualità, l&#39;intellettuale che vanta la sua perfezione e la sua superiorità, i genitori che sfruttano la figlia facendole imbrattare tele in pubblico, la ricca borghese con figlio pazzo, la suora centenaria che fa della povertà e dell&#39;ascesi le sue ragioni di vita e altri ancora. &lt;b&gt;È un caleidoscopio di maschere ruotanti attorno a Jep Gambardella, che non dà mai l&#39;impressione di mescolarsi a loro, quasi  olio sull&#39;acqua, osservatore disincantato, ironico e un po&#39; cinico&lt;/b&gt;. Sono figure mediocremente decadenti alle quali mancano la sinistra dissolutezza di un Dorian Gray, la follia distruttiva di un Achab, la tormentata angoscia di un Raskol&#39;nikov: di fronte a loro un vizioso bulletto di campagna come Don Rodrigo fa la figura del gigante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Due sono i personaggi che in qualche modo si staccano dallo sfondo:&lt;/b&gt; Romano, velleitario autore teatrale, e Ramona, spogliarellista figlia di un antico amico del protagonista; non è un caso che con loro Jep intrattenga un rapporto più profondo, di affetto. &lt;b&gt;E qui entra in gioco il secondo grande tema del film: la morte.&lt;/b&gt; Ramona, dignitosa e dolente, mai decadente o volgare, nemmeno quando a una festa si presenta con un abito nude look (suscitando i commenti dei presenti su quanto sia caduto in basso con lei) con la quale vive una relazione innocente, fatta non di sesso ma di “volerse bene”, muore per un male incurabile. Anche Romano se ne va, ed è come se morisse: dopo esser riuscito finalmente a portare sul palcoscenico una sua opera, se ne torna al paesello natio, deluso da quella Roma che in tanti anni non gli ha dato nulla.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In almeno due occasioni Jep Gambardella dice che Flaubert avrebbe voluto scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito (“Ci posso forse riuscire io?”): ecco,&lt;b&gt; in fondo “La grande bellezza” è proprio questo, un film sul nulla e chi lo critica, forse, ne ha orrore perché vi si vede riflesso.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;a author=&quot;&quot; href=&quot;https://plus.google.com/u/0/100740346244017340953?%20rel=&quot;&gt;Mario Govoni&lt;/a&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2014/03/la-grande-bellezza.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhJgZqtZbwFntCFI1BGYm05H6V2jfuIB7BlMkNmI2JKZR7aP5K35kKo7cvGvgkJWxQC6tcFZYv8ek1nDSfTsvNzHVKpQFwftdtB2Rg4WfOpT463Nuz7ZeC5Y0KkHLKCiQHbPmd3Rs-RHXeM/s72-c/12848904225_9c33e52400_z.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total><georss:featurename>Portici NA, Italia</georss:featurename><georss:point>40.8141218 14.339067</georss:point><georss:box>40.8141218 14.339067 40.8141218 14.339067</georss:box></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8921747838330278375</guid><pubDate>Mon, 09 Dec 2013 09:23:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-12-11T13:20:54.451+01:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Alda Merini</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Antonietta De Lillo</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">documentario</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">La pazza della porta accanto</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">marechiaro film</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">poetessa</category><title>La pazza della porta accanto</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiErSKTiechegQY5ZzXuW_Xq2ikha-zG8-M2cd0Xj7xCSj0EiB6Df9fT7-J4cy7U3g4FNCNZBl_TdBNLCL2XDh4cHAqF9Prj6cn2kHTt30PNCjc9RFgbSDXd-f_G-fBw0znQSmCDpoS8fBU/s1600/aldamerini.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;271&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiErSKTiechegQY5ZzXuW_Xq2ikha-zG8-M2cd0Xj7xCSj0EiB6Df9fT7-J4cy7U3g4FNCNZBl_TdBNLCL2XDh4cHAqF9Prj6cn2kHTt30PNCjc9RFgbSDXd-f_G-fBw0znQSmCDpoS8fBU/s320/aldamerini.jpg&quot; width=&quot;320&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;
- Lei vuole conoscermi?&lt;br /&gt;
- Sì, io la vorrei conoscere.&lt;br /&gt;
- Mah, diciamo che i poeti sono inconoscibili.&lt;/blockquote&gt;
Comincia con questo scambio di battute il documentario “La pazza della porta accanto” della regista Antonietta De Lillo, intervista ad Alda Merini. È il 1995 e due donne, la De Lillo, appunto, e l&#39;attrice Licia Maglietta, vogliono incontrare  la poetessa: dopo numerosi tentativi andati a vuoto decidono di partire all&#39;avventura e vanno a Milano: siccome la fortuna aiuta gli audaci, Alda Merini si concede loro immediatamente. Iniziano così due giorni di lavoro con due macchine da ripresa, una Betamax puntata a mezzo busto sulla poetessa, seduta al tavolo di casa sua, e una Super 8 che ne inquadra particolari del viso. Dirà la De Lillo, in occasione della prima cinematografica del documentario alla XXXI edizione del Torino Film Festival, che si è trattato di un lavoro molto difficile e duro, perché hanno girato per otto ore al giorno, immobili e in piedi per paura di spostare qualcosa nel disordine della casa, a rischio che poi la Merini non ritrovasse le sue cose. La casa, in realtà, è visibilmente non amata dalla poetessa che dice:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;blockquote class=&quot;tr_bq&quot;&gt;
- Perché la casa in disordine? Perché, perché forse nessuno l&#39;ha amata veramente. Bisogna amarle le case, bisogna. Perché forse non ci sono figli. Sa cosa vuol dire una tavola nuda, dove uno vive solo? Perché un conto è uno che vive solo, ma un conto è uno che ha i figli e poi non li vede più, e quello li cercherà dappertutto, come le bestie. Capisce? E allora non sente la necessità di pulire i piatti, di lavare... perché non c&#39;è un commensale. Questo è il significato del disordine, non avere più un commensale a tavola.&amp;nbsp;&lt;/blockquote&gt;
Racconta anche di aver sorpreso un ladro una volta, e che anche questo fatto ha contribuito a farla disamorare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;

Al termine delle riprese la regista ha quindi in mano una grande quantità di girato e ne ricava un primo documentario, “Ogni sedia ha il suo rumore”, della durata di 27 minuti, nel quale alle parole della poetessa si mescolano sue poesie recitate da Lucia Maglietta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Passano diciotto anni, la Merini nel frattempo è scomparsa nel 2009, e Antonietta De Lillo decide di rimettere mano a tutto quel girato per ricavarne un nuovo documentario: recupera anche il Super 8, scartato nel primo film perché ritenuto di qualità insufficiente, e ne fa un uso assolutamente fondamentale, del quale parlerò dopo, realizzando così un&#39;opera nuova, affascinante, vitale: la Merini è ripresa nel tinello di casa sua, immersa nel suo caos, e si racconta. È un fiume in piena, un racconto a volte spezzato, a volte ipnotico, labirintico, dove parla di sé, delle sue figlie e del fatto che le sono state tolte, del manicomio e dell&#39;elettroshock, del dolore, dei suoi uomini, dell&#39;amore, del delirio, della religione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 
In tutta quest&#39;orgia narrativa la presenza dell&#39;intervistatrice è solo intuita: nell&#39;affermazione iniziale “Sì, io la vorrei conoscere”, e verso la fine del documentario quando la poetessa si rivolge a lei chiamandola “signorina”. È una presenza comunque importante, stimolo al racconto ma allo stesso tempo boa di segnalazione nel mare delle parole di Alda Merini; non ruba mai la scena, esattamente come dovrebbe fare ogni bravo intervistatore: la protagonista è la poetessa, chi le è di fronte è soltanto uno strumento, un intermediario tra lei e il mondo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Assolutamente affascinante per lo spettatore è vedere questa donna anziana, sfiorita, vestita con un certo decoro piccolo borghese (l&#39;immancabile filo di perle, la camicetta bianca, il twin set beige), che fuma, gioca col pacchetto di sigarette o l&#39;accendino, e racconta se stessa e la sua arte, dicendo cose mai banali; l&#39;occhio cade sulle mani e sulle unghie, laccate con spezzoni di uno smalto steso chissà quando: il genio si confronta con l&#39;eternità e certi piccoli dettagli si dimenticano. Probabilmente nemmeno in gioventù fu quello che si dice una bella donna, l&#39;iconografia che di lei si ha la mostra in età avanzata, ma seppe innamorarsi e far innamorare tanti uomini, e di grande spessore, a riprova che il fascino sta in un bel corpo ma anche, e soprattutto, in una bella anima.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

L&#39;anima, ecco, parliamo dell&#39;anima della Merini e del girato di quella negletta Super 8 che la De Lillo ha ritenuto, saggiamente, di inserire in questo nuovo documentario: la macchina da ripresa è stabilmente puntata sugli occhi della poetessa in un primissimo piano. Se dovessi dire che ne ho notato il colore mentirei: due occhi vivi, straordinari, profondi, di chi ha visto tante, troppe cose e molte brutte. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell&#39;anima e io in quegli occhi ho visto l&#39;anima della Merini ed era bella.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

Ai mezzi busti e ai primissimi piani degli occhi il montaggio alterna, quasi a voler dare fiato allo spettatore, riprese girate nella zona dei Navigli, dove la Merini viveva, immagini di persone, animali, cose e case, che appaiono negli squarci di un velo nero, a dare un&#39;intensità  drammatica anche a queste sequenze.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 
“La pazza della porta accanto” è un documentario interessante, dove si confrontano l&#39;intervistata e la regista a generare una prova autoriale notevole, dove la De Lillo ha cercato di farsi interprete oggettiva e spassionata del pensiero di Alda Merini, un tramite invisibile ma ben presente nella cura delle inquadrature e nella scrittura del montato. Da citare anche l&#39;accuratezza e la pulizia del montaggio, realizzato da Valeria Sapienza, l&#39;organizzazione di Alice Mariani e la postproduzione, curata da Renato Lambiase: un film, e un documentario lo è, è un&#39;opera corale realizzata con il contributo di tutti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

E non c&#39;è modo migliore per chiudere che usare le ultime parole che la poetessa dice nel documentario: 
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;
- Ci sono donne che sono state votate al sapere, alla poesia per tutta una vita sacrificando, appunto, dei piaceri effimeri come la bella casa, il bell&#39;amore, il Ganimede, la bella mangiata, la bella bevuta, e però ci sono dei deliri di lettura che veramente portano a cose in alto, che valgono proprio, come potrei dire, un orgasmo fisico, e vanno oltre. Non li ha mai provati? Non li ha mai provati? Eh, sono da provare! Vero? Sono da provare.&lt;/span&gt;&lt;/blockquote&gt;

Alda Merini di deliri e di orgasmi da lettura e da scrittura ne deve aver provati veramente tanti: si capisce dall&#39;aria quasi complice che sembra mettere nel pronunciare queste parole.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;a author=&quot;&quot; href=&quot;https://plus.google.com/u/0/100740346244017340953?%20rel=&quot;&gt;Mario Govoni&lt;/a&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2013/12/la-pazza-della-porta-accanto.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiErSKTiechegQY5ZzXuW_Xq2ikha-zG8-M2cd0Xj7xCSj0EiB6Df9fT7-J4cy7U3g4FNCNZBl_TdBNLCL2XDh4cHAqF9Prj6cn2kHTt30PNCjc9RFgbSDXd-f_G-fBw0znQSmCDpoS8fBU/s72-c/aldamerini.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-5521603246661742912</guid><pubDate>Sun, 11 Aug 2013 10:01:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-08-11T12:03:44.685+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Temporale</category><title>Temporale</title><description>&lt;a href=&quot;http://www.flickr.com/photos/bittidjz/130068432/&quot; title=&quot;lampo di bittidjz, su Flickr&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://farm1.staticflickr.com/44/130068432_96a71e6220.jpg&quot; width=&quot;500&quot; height=&quot;375&quot; alt=&quot;lampo&quot;&gt;&lt;/a&gt;
&lt;p&gt;Dopo giorni di afa e gran sole, il cielo si era annuvolato e un venticello fresco portava qua e là il frinire delle cicale. L&#39;ora era sospesa, inerte tra il caldo che resisteva e la promessa di un temporale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cadde qualche goccia di pioggia, acqua che non leva sete, a liberare il caldo rinchiuso nei muri e nel terreno. Uno squarcio, sempre più ampio, di cielo azzurro faceva capire che, almeno nell&#39;immediato, la promessa non sarebbe stata mantenuta. Il temporale, semplicemente, non era ancora maturo. Le cicale si erano ammutolite: dopotutto, la temperatura si era abbassata o forse percepivano qualcosa che sfuggiva ai sensi umani.&lt;/p&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;
&lt;p&gt;Uno sguardo verso settentrione mostrava uno strato compatto di nuvole, a rinnovare la speranza della pioggia e del fresco che avrebbe portato. L&#39;orizzonte appariva velato da un sudario di caldo umido. L&#39;attesa continuava.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Seduto sotto il portico della casa aspettava che succedesse qualcosa; la sensazione di caldo era opprimente. Sentiva le gocce di sudore colargli lungo i fianchi, mentre la camicia era appiccicata alla schiena. Il torpore a volte si impadroniva di lui, facendogli crollare la testa sul petto: il brusco movimento lo risvegliava di soprassalto, negandogli anche quel minimo di sollievo che quel sonno letargico gli avrebbe concesso. Il cielo, nel frattempo, si era fatto greve d&#39;acqua e nero anche se, laggiù, a occidente, da sotto le nubi, un mezzo sole al tramonto tingeva di arancione uno spicchio di cielo e regalava una lama di luce a illuminare la campagna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Era ormai il crepuscolo quando, quasi inattesa, iniziò a cadere qualche goccia, pesante, grossa, che colpiva il terreno polveroso con un suono simile a quello di uno schiaffo attutito; da qualche parte giungeva l&#39;alito della pioggia imminente, con l&#39;odore della terra bagnata, mentre le gocce cadevano sempre più frequenti. D&#39;un tratto l&#39;inconfondibile, sordo brontolio di un tuono in lontananza: finalmente il temporale era arrivato e avrebbe portato un po&#39; di refrigerio. Quella notte avrebbe fatto fresco. Le prime gocce sparse erano diventate un acquazzone che aumentava di intensità, fitto, sempre più fitto fino a rendere indistinti i contorni: gli alberi al di là del prato, poche decine di metri, erano quasi invisibili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un secco, crepitante latrato lo fece trasalire: “Questo è caduto vicino”, pensò. Si alzò dalla poltrona in vimini e, incurante, uscì sotto la pioggia, trovandosi inzuppato dopo pochi istanti: allargò le braccia, alzò la testa verso il cielo e, lentamente, iniziò a girare su se stesso. Si sentiva bene, il fresco portato dal temporale lo aveva rinvigorito. Un po&#39; dovunque vedeva fulmini nel buio incalzante della sera; “Là, quello, chissà dove è caduto” pensava mentre valutava mentalmente il passare del tempo. “Dieci secondi, – calcolò –  tre, forse quattro chilometri”. Un botto simile a quello di un cannone antiaereo da 88 (quante volte lo aveva sentito durante la guerra) gli fece capire che il fulmine, questa volta, era caduto a meno di un chilometro: forse non era un&#39;idea così buona quella di restare a godersi il temporale all&#39;aperto; con un sospiro si diresse sotto il portico, levò il cuscino dalla poltrona per non bagnarlo e si mise a sedere. Tolse il pacchetto di sigarette dal taschino della camicia e lo trovò completamente zuppo, inutilizzabile; “Pazienza, – pensò con un lieve sorriso – questa sera non si fuma” e lo buttò sul tavolino a poca distanza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La violenza del temporale stava aumentando: nel buio della sera vedeva lampi cadere ovunque, mentre la pioggia scrosciava, accompagnata dal fragore dei tuoni. Poteva essere passata mezz&#39;ora e un senso di lieve inquietudine si stava impadronendo di lui: i temporali lo avevano spaventato fin da bambino e se aveva accolto questo quasi con gioia era perché la sofferenza provocata dalla calura glielo aveva fatto desiderare in modo quasi spasmodico. Passata l&#39;ebbrezza, le sue antiche paure stavano ricominciando a farsi sentire e non poteva nemmeno contare sul piacere di una sigaretta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando Dio volle la pioggia cambiò divenendo meno intensa e con gocce più piccole; anche i tuoni erano diminuiti di numero. Il temporale aveva scaricato la sua forza e si stava placando.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Rientrò in casa e si diresse verso la sua camera: sentiva il bisogno di togliersi i vestiti zuppi d&#39;acqua, di asciugarsi e di mettersi qualcosa di asciutto. “Sì, – disse tra sé e sé –  stanotte potrò dormire”.&lt;/p&gt;&lt;a author=&quot;&quot; href=&quot;https://plus.google.com/u/0/100740346244017340953?%20rel=&quot;&gt;Mario Govoni&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2013/08/temporale.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-6384787511756040662</guid><pubDate>Tue, 09 Jul 2013 14:19:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-08-11T11:46:38.184+02:00</atom:updated><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Andronico di Rodi</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">archiviazione</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">Aristotele</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">conservazione sostitutiva</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">meta tag</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">metadati</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">metadato</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">metafisica</category><category domain="http://www.blogger.com/atom/ns#">SEO</category><title>Aristotele, la metafisica e i metadati</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhKIgFjVFFzQGjkXeGp1NjvWMlNrUr0ZX322E85snOY5o68R3nKnQBma58UGWDvif2SFBq1gT8cnTpl9-Ea7eleBZ6O8XAxUW20q4tyyvzGsLuLIaofUvDFFwYDIBAQtDAQ6lF9oEP-TSJo/s1600/books.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhKIgFjVFFzQGjkXeGp1NjvWMlNrUr0ZX322E85snOY5o68R3nKnQBma58UGWDvif2SFBq1gT8cnTpl9-Ea7eleBZ6O8XAxUW20q4tyyvzGsLuLIaofUvDFFwYDIBAQtDAQ6lF9oEP-TSJo/s400/books.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
Tra i grandi filosofi dell&#39;antichità quello che, forse, ha scritto di più è stato &lt;b&gt;Aristotele&lt;/b&gt;, al quale la critica attribuisce un centinaio di opere, che discettano su ogni campo del sapere. Tre secoli dopo la morte dello Stagirita, &lt;b&gt;Andronico da Rodi, filosofo peripatetico, si assunse l&#39;onere di catalogare e di editare le di lui opere cercando di dare un (suo) ordine al corpus aristotelico&lt;/b&gt;. Mi piace immaginare che Andronico abbia incominciato a raggruppare e catalogare per tema gli scritti di Aristotele, dividendoli in Etica, Politica, Retorica, Poetica, Sull&#39;anima, Logica e Fisica.
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt; 
A questo punto il nostro filosofo, lungi dall&#39;aver finito il suo lavoro, si trovò di fronte &lt;b&gt;altri quattordici libri, che trattavano di una serie di argomenti diversi, non facilmente catalogabili.&lt;/b&gt; Con un sospiro si tirò pensosamente la barba (tutti i filosofi greci sono raffigurati con una fluente barba), prese i rotoli, li mise sullo scaffale, dopo i libri della Fisica, e &lt;b&gt;li raggruppò sotto la definizione di &quot;metafisica&quot;,&lt;/b&gt; che vuol dire, appunto, &quot;oltre la fisica&quot;.&lt;br /&gt; 
Lasciamo nella favoletta Andronico e i suoi dilemmi tassonomici, e parliamo di metafisica: è &lt;b&gt;una branca della filosofia che oltrepassa l&#39;esperienza empirica (la parola, infatti, infatti può anche essere interpretata come &quot;al di là delle cose fisiche&quot;) per occuparsi della realtà nel modo più universale possibile. In altre parole possiamo dire che la fisica si occupa della descrizione di un fenomeno o di un ente, la metafisica della sua essenza.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
È appunto dell&#39;essenza delle cose che vorrei scrivere e dei suoi rapporti con le informazioni. Un concetto abbastanza noto a chi si occupa di archiviazione, di conservazione sostitutiva e, perché no, di SEO è quello di &lt;b&gt;&quot;metadato&quot;&lt;/b&gt;, parola che identifica &lt;b&gt;un dato oltre il dato, un&#39;informazione che ne descrive un&#39;altra, cercando di evidenziarne l&#39;essenza.&lt;/b&gt; Pensiamo a una scheda bibliografica: l&#39;informazione &quot;fisica&quot; è il libro, inteso come contenuto e non come oggetto, quella &quot;metafisica&quot; l&#39;insieme dei dati (autore, casa editrice, edizione, numero di pagine, abstract eccetera) che compaiono sulla scheda bibliografica e ne definiscono l&#39;essenza.&lt;br /&gt;
&lt;b&gt;Il metadato si usa per conseguire alcuni obiettivi:&lt;/b&gt; facilitare la ricerca del documento provandone l&#39;esistenza e identificandone la posizione, permettere la creazione di insiemi di documenti collegati tra loro (e qui entra in gioco il concetto di ipertesto ma di questo, consentitemi, parlerò un&#39;altra volta) e gestire l&#39;archiviazione dei documenti in apposite strutture. Pur non essendo strettamente legati al solo ambito informatico, &lt;b&gt;oggi quando si parla di metadati si fa riferimento soprattutto a informazioni riferite a documenti digitali o digitalizzati&lt;/b&gt;, suddivise in tre categorie (mi verrebbe da scrivere &quot;metacategorie&quot;, ma forse esagererei). Avremo così &lt;b&gt;metadati descrittivi&lt;/b&gt;,  che permettono l&#39;identificazione e il recupero del documento digitale e che, per favorire l&#39;interdisciplinarietà (cioè la possibilità di legare tra loro documenti di ambiti diversi per seguire un filo comune) devono essere, in qualche modo, ricondotti a sistemi standardizzati come il Dublin core.&lt;br /&gt;
Una seconda categoria è quella dei &lt;b&gt;metadati amministrativi e gestionali&lt;/b&gt;, che riguardano le modalità di conservazione e catalogazione degli oggetti digitali nel sistema di archiviazione; l&#39;ultimo tipo è quello dei &lt;b&gt;metadati strutturali&lt;/b&gt; (in pratica metadati riferiti ai metadati), che collegano tra loro ontologie di informazioni diverse: un esempio di questo tipo è dato dal linguaggio (anzi, dal metalinguaggio) XML, utilizzato per descrivere documenti strutturati.&lt;br /&gt;
Uno dei problemi da affrontare quando si realizza una pagina web è quello della sua indicizzazione, per renderla &quot;leggibile&quot; dai motori di ricerca, e quindi facilmente ricercabile. Per facilitare questa operazione si usano i cosiddetti &lt;b&gt;&quot;meta tag&quot;&lt;/b&gt;, che altro non sono che metadati inseriti nel linguaggio HTML che descrive la formattazione della pagina: i meta tag sono invisibili all&#39;utente perché non intervengono nella formattazione della pagina, ma, in origine, servivano a fornire agli spider dei motori di ricerca informazioni circa le proprietà della pagina e del suo contenuto. L&#39;uso improprio, anzi l&#39;abuso dei meta tag hanno spostato di fatto l&#39;interesse dei motori di ricerca sui contenuti (e sui link in entrata), tralasciando i metadati, che oggi sono utili soltanto perché forniscono all&#39;utente un breve riassunto della pagina (description), mentre le parole chiave devono essere ben posizionate e non fuorvianti. &lt;b&gt;Nel caso della SEO, quindi, possiamo dire che la fisica ha avuto la sua rivincita sulla metafisica, perché i contenuti hanno un&#39;importanza maggiore rispetto alle proprietà.&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;a author=&quot;&quot; href=&quot;https://plus.google.com/u/0/100740346244017340953?%20rel=&quot;&gt;Mario Govoni&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2013/07/aristotele-la-metafisica-e-i-metadati.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhKIgFjVFFzQGjkXeGp1NjvWMlNrUr0ZX322E85snOY5o68R3nKnQBma58UGWDvif2SFBq1gT8cnTpl9-Ea7eleBZ6O8XAxUW20q4tyyvzGsLuLIaofUvDFFwYDIBAQtDAQ6lF9oEP-TSJo/s72-c/books.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total><georss:featurename>Portici NA, Italia</georss:featurename><georss:point>40.819098 14.341370500000039</georss:point><georss:box>40.795063999999996 14.30103000000004 40.843132 14.381711000000038</georss:box></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-5148167765797023800</guid><pubDate>Tue, 02 Jul 2013 21:54:00 +0000</pubDate><atom:updated>2013-07-08T18:00:38.207+02:00</atom:updated><title>Protagora e il web (ossia come cambia la misura delle cose)</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c1/Salvator_Rosa_-_D%C3%A9mocrite_et_Protagoras.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;320&quot; src=&quot;http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c1/Salvator_Rosa_-_D%C3%A9mocrite_et_Protagoras.jpg&quot; width=&quot;224&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
Duemila e quattrocento anni fa il filosofo greco Protagora asseriva che l&#39;uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono. Cosa intendesse Protagora per &quot;uomo&quot; e &quot;cose&quot; non è certo e, in questi ultimi ventiquattro secoli, molte sono state le interpretazioni avanzate.
&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Secondo Platone, per Protagora l&#39;&quot;uomo&quot; era l&#39;essere umano e le &quot;cose&quot; gli oggetti come erano percepiti attraverso i sensi: la realtà, quindi, non è oggettiva, ma cambia secondo le percezioni di chi la osserva.&lt;br&gt;
Nel Ventesimo secolo correnti di pensiero interpretarono &quot;uomo&quot; come &quot;civiltà&quot; e &quot;cose&quot; come gli ideali sui quali sono fondate. La realtà, quindi, sarebbe interpretata secondo il giudizio comune della comunità alla quale appartiene l&#39;osservatore.&lt;br&gt;
Una terza interpretazione fa coincidere &quot;uomo&quot; con &quot;genere umano&quot;, &quot;Umanità&quot; e &quot;cose&quot; con &quot;realtà&quot; in senso generico. L&#39;uomo, quindi, giudicherebbe la realtà secondo i parametri comuni della specie razionale alla quale appartiene, cioè dell&#39;Umanità.&lt;br&gt;
A ben vedere, le tre interpretazioni non sono in contrasto tra loro: a seconda del contesto l&#39;uomo giudica come individuo, come comunità o come Umanità; è lo stesso Protagora ad affermare che non si deve preferire un&#39;interpretazione a un&#39;altra, perché non sono in contrasto tra loro, secondo quanto afferma la stessa asserzione.&lt;br&gt;
Oggi la misura delle cose, almeno sul web, non è più l&#39;uomo, ma la SERP (Search Engine Results Page), ossia  la &quot;pagina dei risultati del motore di ricerca&quot;: l&#39;&quot;esistenza&quot;, la &quot;realtà&quot; di una &quot;cosa&quot;, di un &quot;concetto&quot; è infatti strettamente legata alla sua posizione nella pagina di ricerca di Google, tanto che qualcosa che non appare nella prima, o al massimo nella seconda pagina della SERP è come se non esistesse, perché nessuno, o quasi, si spinge oltre. &quot;Oggetti&quot; che godono di una buona reputazione, secondo quelli che sono i parametri del motore di ricerca, che sono citati da molte pagine, che sono spinti da tecniche di posizionamento condannano all&#39;oblio della terza pagina (e delle successive) contenuti che possono essere almeno altrettanto validi ma che non hanno una reputazione sufficiente. L&#39;uomo non è più misura delle cose, ma la subisce, da protagonista diventa spettatore di interpretazioni della realtà gestite da macchine e algoritmi. Non credo sia un progresso, di sicuro è comodo perché sposta il peso della decisione, anzi, quasi lo annulla.&lt;br&gt;
&lt;a author=&quot;&quot; href=&quot;https://plus.google.com/u/0/100740346244017340953?%20rel=&quot;&gt;Mario Govoni&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;
</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2013/07/protagora-e-il-web-ossia-come-cambia-la.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total><georss:featurename>Portici NA, Italia</georss:featurename><georss:point>40.819098 14.341370500000039</georss:point><georss:box>40.795063999999996 14.30103000000004 40.843132 14.381711000000038</georss:box></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-1108689255081459239</guid><pubDate>Fri, 23 Sep 2011 10:06:00 +0000</pubDate><atom:updated>2011-09-23T12:13:14.203+02:00</atom:updated><title>Annusiamo i nostri brividi negli angoli</title><description>&lt;div xmlns=&quot;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhLni4pkiCaJq-N3wOiVQjON-ZWCw424NFQcSkvwo0ng_rKwGgIUs6I17GBuxwhwSaSrQVlbKiYENCNrAZUa17EKjKfnz1P1Cf2YGH8P0L4Wk3EReSkdiANk0W1Y7k_CLjdrUyZXFi_yR3T/s1600/annusiamo.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear:right; float:right; margin-left:1em; margin-bottom:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;269&quot; width=&quot;200&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhLni4pkiCaJq-N3wOiVQjON-ZWCw424NFQcSkvwo0ng_rKwGgIUs6I17GBuxwhwSaSrQVlbKiYENCNrAZUa17EKjKfnz1P1Cf2YGH8P0L4Wk3EReSkdiANk0W1Y7k_CLjdrUyZXFi_yR3T/s320/annusiamo.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Qualche giorno fa sono stato invitato alla presentazione dell&#39;opera prima di Claudia Liccardo, giovane scrittrice porticese. Il titolo del libro è  &lt;i&gt;Annusiamo i nostri brividi negli angoli&lt;/i&gt;, pubblicato da  &lt;i&gt;Nuvole d&#39;ardesia&lt;/i&gt;, piccola ma ambiziosa casa editrice napoletana, con un progetto editoriale al momento appena all&#39;inizio ma che si presenta di un certo interesse. Alla presentazione l&#39;autrice ha parlato della genesi del libro e di cosa esso abbia significato per lei.&lt;br /&gt;
&lt;i&gt;Annusiamo i nostri brividi negli angoli&lt;/i&gt; è un libro che, se non fossi andato alla presentazione, non avrei letto mai: non è un romanzo, non una raccolta di racconti né di poesie, non è un saggio né un trattato filosofico. È un “flusso”, per usare la parola con la quale lo ha descritto l&#39;autrice. Una sorta di diario intimo nel quale si parla di sentimenti, di tempo, di riappropriazione dei propri spazi e della propria identità, di dolori che appaiono come presenza incombente ma non sono mai descritti nella loro totalità.&lt;br /&gt;&lt;span class = &quot;fullpost&quot;&gt;
Contro una vita che rende i giovani dei precari, impossibilitati a fare qualcosa di più rispetto alla semplice sussistenza, contro i momenti di depressione che seguono un amore andato in malora o derivano dall&#39;incertezza del futuro, contro il  &lt;i&gt;mal de vivre&lt;/i&gt; che a volte ci prende, Claudia reagisce cercando di scoprire nel suo intimo le forze e le risorse che le possano permettere di riscoprirsi e di migliorare la qualità, morale e non materiale, della sua vita. Ecco che Claudia parte per il Cammino di Santiago, la via dei pellegrini che porta fino al Santuario di Santiago de Compostela, nella punta più estrema della penisola iberica che si protende nell&#39;Oceano Atlantico. Il Cammino, anche se di esso si parla solo in poche, pochissime pagine, è stato fondamentale per l&#39;autrice:&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;è stata l&#39;esperienza più bella della mia vita.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Mi ha insegnato che si vive bene anche solo con tre maglie e due pantaloni.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Mi ha insegnato che ci poniamo da soli dei limiti, che però siamo in grado di superare, ma non ce ne diamo modo.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Mi ha ricordato l&#39;esistenza della solidarietà e della fiducia.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Mi ha ricordato che la bellezza della natura è davvero inestimabile.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Mi ha ricordato che ho un corpo di cui faccio parte e devo prendermene cura totalmente, soprattutto dei piedi, che reggono tutto il mio peso.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Mi ha insegnato che l&#39;azione del camminare è davvero liberatoria, ma purtroppo tanto sottovalutata, abituati come siamo all&#39;asfalto ricoperto di macchine e di autobus.&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
Nel libro non c&#39;è una storia, come detto è un flusso di pensieri che scorre, a volte copioso, a volte quasi in secca: leggerlo non distrae, ma invita alla meditazione. Le idee che porta non sono originalissime ma, proprio per questo, condivisibili: il lettore non fatica a riconoscere i propri pensieri nelle parole scritte dall&#39;autrice. Da un punto di vista stilistico avrei scelto una forma di narrazione diversa, forse quella del diario o dell&#39;epistolario (magari nella forma dell&#39;e-mail, per adeguarmi al tempo di Internet), ma la mia scelta è, appunto, mia, dettata da un sesso, un&#39;età e una formazione diverse da quelle dell&#39;autrice.&lt;br /&gt;
Due piccoli appunti, per finire: una correzione di bozze non accuratissima ha lasciato qualche refuso, poi l&#39;autrice fa un uso eccessivo, a mio parere, dei puntini di sospensione, che spezzano, in qualche modo, il fluire del pensiero anche se ne simulano le pause e i salti.&lt;br /&gt;
Chissà se Claudia scriverà altro: spero di sì e spero che acquisisca una maturità autoriale che, oggi, ancora le manca, ma non può essere diversamente.&lt;br /&gt;
&lt;br clear=&quot;left&quot; /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;
</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2011/09/annusiamo-i-nostri-brividi-negli-angoli.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhLni4pkiCaJq-N3wOiVQjON-ZWCw424NFQcSkvwo0ng_rKwGgIUs6I17GBuxwhwSaSrQVlbKiYENCNrAZUa17EKjKfnz1P1Cf2YGH8P0L4Wk3EReSkdiANk0W1Y7k_CLjdrUyZXFi_yR3T/s72-c/annusiamo.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8154927596233751393</guid><pubDate>Fri, 16 Sep 2011 09:53:00 +0000</pubDate><atom:updated>2011-09-21T22:23:19.423+02:00</atom:updated><title>Martin Eden</title><description>&lt;div xmlns=&quot;&quot;&gt;
&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;
&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjfdzqenPMo8ibYytClxlL7X_XDuYZpK40u3PPs5xTzfrFRWVsgmUTnf2ClawQmoiMS2B0YX0X8scX2Wv2wsmwGoC4PBVxaK0R9kYWB2SbNAUTFUh0d59tb97Zrfv-SfS1RA7NC1o5KTCB3/s1600/martin+eden.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;320&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjfdzqenPMo8ibYytClxlL7X_XDuYZpK40u3PPs5xTzfrFRWVsgmUTnf2ClawQmoiMS2B0YX0X8scX2Wv2wsmwGoC4PBVxaK0R9kYWB2SbNAUTFUh0d59tb97Zrfv-SfS1RA7NC1o5KTCB3/s320/martin+eden.jpg&quot; width=&quot;222&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
Oggi mi è venuta voglia di parlare di un grande libro, forse sconosciuto ai più; il suo autore è Jack London, noto grazie alle riduzioni per ragazzi di romanzi come  &lt;i&gt;Il richiamo della foresta&lt;/i&gt; o  &lt;i&gt;Zanna Bianca&lt;/i&gt;. Non parlerò di nessuna di queste due opere, ma di  &lt;i&gt;Martin Eden&lt;/i&gt;, romanzo scritto da Jack London attorno al 1908 e pubblicato prima a puntate dalla rivista  &lt;i&gt;Pacific Monthly&lt;/i&gt;  &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;e poi, in volume, dalla casa editrice McMillan.&lt;/span&gt;  &lt;i&gt;Martin Eden&lt;/i&gt; &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;è sicuramente uno dei più grandi libri scritti da London, assieme a&lt;/span&gt;  &lt;i&gt;Il Tallone di Ferro&lt;/i&gt;  &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;e a&lt;/span&gt;  &lt;i&gt;Il vagabondo delle stelle&lt;/i&gt; &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;Le somiglianze tra Martin Eden, il protagonista del romanzo, e Jack London sono profonde ma, d&#39;altro canto, in qualche misura ogni autore mette se stesso e la propria vita nella sua opera. Sono i personaggi dei romanzi a raccontarci lo scrittore, soprattutto in questo caso.&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
La storia è questa: un rozzo marinaio, Martin Eden appunto, salva, in una rissa, Arthur Morse, rampollo di una famiglia borghese, e questi, per ringraziamento, e per mostrare alla sua famiglia un vero bruto, membro delle classi inferiori, lo invita a cena a casa sua. Qui Martin Eden fa la conoscenza di Ruth, sorella di Arthur. Martin è attratto dalla ragazza che, a sua volta, prova un senso di profondo turbamento nell&#39;osservare il marinaio, così diverso dai giovanotti borghesi che frequentano abitualmente la sua casa. Tra i due ci sono differenze enormi: di censo, di cultura, Martin infatti è a stento alfabetizzato mentre Ruth sta per laurearsi in lettere, e anche di età, con la ragazza di alcuni anni più grande. Martin capisce che se vuole sperare di stare accanto a Ruth deve farsi una cultura e una posizione e decide di diventare scrittore.&lt;/div&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
Il giovane persegue il suo obiettivo con grande tenacia, con cocciutaggine, e si fidanza con Ruth, che riconosce, ammirata e forse spaventata dalla forza primordiale, non solo fisica ma anche morale e di volontà, i grandi progressi che Martin compie in breve tempo, ma lo esorta ad abbandonare le velleità artistiche e ad andare a lavorare, magari come impiegato nello studio legale del padre. Martin rifiuta e va incontro a illusioni e disillusioni, a brevi momenti di euforia e a giorni di grande tristezza perché riviste ed editori ignorano sistematicamente le sue opere. Martin è circondato da persone che considerano le sue ambizioni letterarie una perdita di tempo: oltre a Ruth, infatti anche la famiglia Morse, le sue sorelle ma soprattutto i suoi cognati, uno bottegaio, l&#39;altro meccanico ciclista, vogliono che il nostro eroe lasci perdere la scrittura e si trovi un lavoro serio, umile perché non può aspirare ad altro, ma comunque diverso da quella folle idea di voler essere uno scrittore. Solo chi appartiene alle classi più povere ne riconosce la superiorità culturale e, anche se non lo capisce, in qualche modo lo aiuta e lo incoraggia.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
D&#39;un tratto la svolta: a casa di Ruth Martin incontra Russ Brissenden, scrittore e poeta, di famiglia ricca. Questi aiuterà Martin prestandogli del denaro e contribuirà alla sua formazione politica e filosofica. Una sera, che Martin definirà la migliore della sua vita, lo porterà a conoscere un gruppo di filosofi, definiti da Russ “la vera feccia”, poveri in canna ma di grande cultura e passione. Martin, individualista nietzschiano, ascolterà affascinato questa “feccia” ma rifiuterà e confuterà le teorie socialiste, alle quali cerca di avvicinarlo Russ. È qui che la vita di Martin accelera verso l&#39;epilogo, ancora lontano: a una riunione sindacale difenderà con grande passione le sue posizioni individualiste. Un cronista presente, troppo pigro per ascoltare quel che si dice, traviserà completamente il senso delle parole del giovane e lo descriverà come un pericoloso agitatore socialista. L&#39;articolo e l&#39;ostinazione di Martin nel non volere accettare un lavoro inquadrato per continuare a fare lo scrittore lo porteranno alla rottura del fidanzamento con Ruth. Gli eventi continuano a prendere velocità: disilluso dagli editori, Russ rifiuta di stampare il suo capolavoro,  &lt;i&gt;Effimera&lt;/i&gt;, e Martin glielo sottrae per pubblicarlo contro la sua volontà. Quando si reca dall&#39;amico per dargli la notizia che il poema è stato accettato da una casa editrice, scopre che Russ si è suicidato.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
Il vento sta cambiando anche per Martin: una casa editrice, infatti, gli comunica di aver pubblicato &lt;i&gt;L&#39;onta del Sole&lt;/i&gt;, trattato filosofico nel quale il giovane confuta il misticismo di Maeterlinck: negli Stati Uniti prima e in Europa poi il saggio è il caso editoriale dell&#39;anno. Sull&#39;onda di quel successo tutti i suoi manoscritti, precedentemente rifiutati, vengono accettati, pubblicati e pagati fior di quattrini. Da povero scrittore squattrinato, Martin diventa ricco e famoso, ma non più scrittore: la lettera con la quale Ruth gli annuncia la rottura del fidanzamento, la morte di Brissenden e l&#39;amara consapevolezza che il successo è arrivato ma che tutte le opere che adesso gli editori si stanno contendendo in fondo erano “lavoro già fatto” lo inaridiscono. Non scrive più e vive in una sorta di limbo privo di stimoli e di interessi, accettando quasi svogliatamente le lettere entusiastiche degli editori, le proposte di traduzione all&#39;estero, gli assegni che fluiscono copiosamente. Ruth, spinta dalla famiglia, lo va a cercare per riallacciare la loro relazione: in fondo, adesso, Martin è un uomo di successo e non è più disdicevole che scriva. Il tentativo fallisce e Martin, pochi giorni dopo si imbarcherà per andarsene. Al largo si farà scivolare in mare e porrà fine alla sua vita lasciandosi annegare.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
Anche Jack London, la cui vita ha molti punti in comune con quella del nostro eroe, si toglierà la vita qualche anno dopo la pubblicazione di questo romanzo.&lt;/div&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
Al di là della trama che dire? La psicologia dei personaggi è abbastanza rudimentale, tanto da essere quasi manichea. Il romanzo è a tesi, cercando di dimostrare che la borghesia, anche piccola o minuta,vuole impedire che la plebe si innalzi dal rango subalterno al quale è destinata. Alcune pagine sulle condizioni del popolo sono simili a  &lt;i&gt;Il popolo dell&#39;abisso&lt;/i&gt;, saggio sociologico sulla vita dei poveri e dei diseredati dell&#39;East End londinese di inizio secolo; forse c&#39;è qualche forzatura contro il capitalismo, ma sicuramente la vita dei ceti meno abbienti non doveva essere molto diversa da quella descritta.&lt;/div&gt;
&lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;Jack London è un simpatizzante socialista, anche se la sua idea di socialismo non è dogmatica, ma, al contrario, romantica, confusa e ingenua, e forse proprio in questo sta la fortuna dell&#39;autore, letto e considerato in tutto il mondo: dall&#39;Unione Sovietica, dove si sfruttavano le sue denunce sociali per propaganda, alla Germania nazista, dove erano apprezzate le sue idee sull&#39;inevitabile affermazione di una razza superiore, per finire con l&#39;Italia del ventennio fascista, dove ad essere ammirata era l&#39;esaltazione della forza, tema caro alla retorica mussoliniana. In pratica nei libri di London possiamo trovare tutto e il suo contrario. A riprova di questa confusa ideologia, è da citare una nota che Jack London manda a Upton Sinclair a proposito di&lt;/span&gt;  &lt;i&gt;Martin Eden&lt;/i&gt; &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;i&gt;Una delle ragioni per cui ho scritto questo libro è l&#39;attacco all&#39;individualismo (nella persona dell&#39;Eroe). Devo essere stato piuttosto maldestro dato che nessuno dei miei critici se ne è accorto&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;
Se è per questo, l&#39;attacco all&#39;individualismo sfugge anche al lettore, portato a simpatizzare per  &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;Martin, sorta di superuomo nietzschiano. Di socialismo, poi, non si parla un granché e sicuramente non in termini ideologici o propagandistici, quindi, in fondo, ci troviamo di fronte a un socialista piuttosto tiepido.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;
La pochezza ideologica e la rozzezza psicologica dei personaggi, tuttavia, non sminuiscono l&#39;opera di London: il romanzo ha un suo fascino, è ben scritto, la prosa è potente. Siamo di fronte alla grande opera di un grande scrittore.&lt;/div&gt;
&lt;br clear=&quot;left&quot; /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;
</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2011/09/martin-eden.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjfdzqenPMo8ibYytClxlL7X_XDuYZpK40u3PPs5xTzfrFRWVsgmUTnf2ClawQmoiMS2B0YX0X8scX2Wv2wsmwGoC4PBVxaK0R9kYWB2SbNAUTFUh0d59tb97Zrfv-SfS1RA7NC1o5KTCB3/s72-c/martin+eden.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8593690246574847516</guid><pubDate>Sun, 11 Sep 2011 13:51:00 +0000</pubDate><atom:updated>2011-09-11T16:58:13.597+02:00</atom:updated><title>Tradurre o tradire?</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg4lTEliTPOPW6selIIxiIvrNyGLI-4MeV1IM61vr81JK0Ouly9StHbr6asDeU2u0njpLddmg2_gXmNrQe_3T49s6q4zw1d9PHYLypAnlb8rSiT9uORc6uVvWjk94WWyhU7lZ49WnS7bNnM/s1600/the-sun-also-rises.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear:left; float:left;margin-right:1em; margin-bottom:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;320&quot; width=&quot;225&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg4lTEliTPOPW6selIIxiIvrNyGLI-4MeV1IM61vr81JK0Ouly9StHbr6asDeU2u0njpLddmg2_gXmNrQe_3T49s6q4zw1d9PHYLypAnlb8rSiT9uORc6uVvWjk94WWyhU7lZ49WnS7bNnM/s320/the-sun-also-rises.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div xmlns=&#39;&#39;&gt;Nel giro di poco più di un anno ho letto per due volte “Fiesta”, primo romanzo di Ernest Hemingway. Occorre dire che si trattava, comunque, di una rilettura, perché Hemingway è stato il mio autore preferito dai sedici ai vent&#39;anni.&lt;br /&gt;
Ecco i fatti. Poco più di un anno fa, in una scorribanda tra le bancarelle di Portalba, zona di Napoli ad elevata densità di librerie, trovai una copia di “Fiesta”, edizione “gli Oscar settimanali” Mondadori, e, in preda a un attacco di nostalgia, lo acquistai. Mi trovai a leggere un libro insipido, scritto in un italiano a volte irritante, decisamente diverso dal mio ricordo di gioventù. In un&#39;altra visita ai librai di Portalba, di poco successiva, trovai tre volumi dei “Meridiani”, sempre Mondadori, uno contenente tutti i racconti, gli altri due con gli otto romanzi che “Papa” Hemingway pubblicò in vita: acquistai anche questi e li riposi nella mia libreria.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Quest&#39;estate, dedicata come solito alla lettura, mi ritrovai tra le mani questi tre volumi e li affrontai, ritrovandomi a fare i conti con “Fiesta”. Memore della precedente lettura, iniziai il romanzo con una certa prevenzione ma, fin dalle prime pagine, mi resi conto che avevo in mano ben altro rispetto a quello letto in precedenza. Un attimo di perplessità, il pensiero di essere rincitrullito tanto da avere sensazioni completamente contrastanti nella lettura dello stesso romanzo, poi una rapida e doverosa verifica: le due versioni di “Fiesta” avevano traduttori diversi, uno dei quali, evidentemente, aveva saputo rendere meglio lo stile di Hemingway.&lt;br /&gt;
Voglio riportare, a titolo di esempio, il primo capoverso di entrambe le edizioni, iniziando da “Gli Oscar settimanali”:&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;Robert Cohn era stato campione dei pesi medi a Princeton. Non dovete credere che questo come titolo sportivo faccia impressione a me, ma Cohn ci teneva moltissimo. In realtà del pugilato niente gli importava, non gli piaceva affatto, ma l&#39;aveva dolorosamente imparato alla perfezione per controbattere la sensazione di inferiorità e di timidezza che l&#39;essere trattato da ebreo a Princeton gli procurava. &lt;br /&gt;
C&#39;era un certo intimo conforto nella coscienza di poter mettere a terra chiunque fosse stato insolente con lui, per quanto Cohn, ragazzo molto timido e per bene, non facesse mai a pugni tranne che in palestra. Era l&#39;allievo prodigio di Spider Kelly …&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;p style=&#39;margin-bottom: 0cm&#39;&gt;Ecco la traduzione dello stesso capoverso nei “Meridiani”:&lt;/p&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Princeton, categoria pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l&#39;aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso di inferiorità e di insicurezza che gli derivava a Princeton dall&#39;essere trattato come un ebreo. Traeva insomma una certa gioia intima dalla consapevolezza di poter mettere fuori combattimento chiunque avesse fatto lo spocchioso con lui, ma, essendo un ragazzo molto timido e assolutamente per bene, non si batté mai se non in palestra. Era il miglior allievo di Spider Kelly …&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;Diverso è il “suono” dei due testi, diverse le scelte lessicali, diverso anche il ritmo. Nella prima traduzione lo stile è involuto, con frasi complesse che sono l&#39;esatto contrario della poetica di Hemingway, come ad esempio “...  &lt;i&gt;In realtà del pugilato niente gli importava, non gli piaceva affatto ...&lt;/i&gt; &lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;”, antitesi di “...&lt;/span&gt;  &lt;i&gt;Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava ...&lt;/i&gt; &lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;” della seconda versione. Un costrutto più semplice ma, anche, più leggibile. E di esempi siffatti se ne potrebbero fare moltissimi altri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;Sembra quasi che la prima traduzione sia letterale, mentre nella seconda l&#39;autore si sia sforzato di calarsi nello stile di Hemingway e abbia cercato di renderlo in italiano, magari a scapito della perfetta aderenza all&#39;originale. Il mio professore di greco al liceo diceva che tradurre è un po&#39; tradire: se siamo aderenti alla lettera dell&#39;originale otteniamo spesso traduzioni illeggibili o quasi, mentre, se interpretiamo il testo da tradurre, possiamo renderlo più leggibile, pur senza stravolgerne lo stile. Ecco, nel nostro caso la prima traduzione è più fedele ma la seconda è più leggibile e più simile alla poetica di Hemingway.&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;
&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;A rimarcare ulteriormente le differenze tra le due traduzioni, riporto le ultime battute del romanzo, iniziando sempre dall&#39;edizione economica degli Oscar:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;&lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;« Oh, Jake » Brett disse, « Noi due saremmo stati così bene assieme. » &lt;br /&gt;
Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro me. &lt;br /&gt;
« Già » dissi io, « “Non è bello pensare così? »&lt;/font&gt;&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;Ed ecco la versione apparsa nella collana “Meridiani”:&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;&lt;i&gt;&lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;« Oh, Jake » disse Brett, « ci saremo potuti divertire tanto insieme. » &lt;br /&gt;
Davanti un poliziotto a cavallo in divisa cachi dirigeva il traffico. Alzò il suo bastone. La macchina rallentò, spingendo improvvisamente Brett contro di me. &lt;br /&gt;
« Sì » dissi. « “Non è carino pensarlo? »&lt;/font&gt;&lt;/i&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;Qui ci sono un paio di considerazioni da fare. La prima: da una parte troviamo un poliziotto montato su una pedana che dirige il traffico agitando una mazza (probabilmente con aria minacciosa, visto l&#39;arnese di cui è dotato), dall&#39;altra un poliziotto a cavallo che usa solo un bastone. Mi domando quale fosse il grado di indisciplina degli automobilisti madrileni degli anni Venti se un vigile urbano deve regolare il flusso di veicoli usando armi contundenti ma, soprattutto, mi chiedo dove sia questo poliziotto, se a cavallo o su una pedana. Questa volta opto per la prima versione, visto che anche in Italia, almeno fino a qualche decina di anni fa, non era infrequente vedere i vigili urbani dirigere il flusso dei veicoli da pedane poste nel centro degli incroci più trafficati.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;
&lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;L&#39;altra considerazione riguarda l&#39;avverbio “improvvisamente”, che il primo traduttore attribuisce al movimento del taxi, il secondo a quello di Brett. Dettagli, d&#39;accordo, ma che dimostrano come “tradurre” sia un po&#39; “tradire”. È difficile rendere, in una lingua diversa da quella d&#39;origine, quello che l&#39;autore ha scritto e ci si può imbattere in situazioni come quelle descritte.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt; &lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;Un&#39;ultima notazione stilistica: Hemingway è sempre stato un grande assertore dell&#39;understatement, figura retorica della lingua inglese che consiste nel sottostimare ciò di cui si sta parlando o scrivendo. L&#39;uso di questa descrizione per difetto spinto al limite estremo può portare anche alla deformazione della realtà. Jake e Brett sono profondamente innamorati l&#39;uno dell&#39;altra, ma l&#39;uomo è impotente per una ferita di guerra e, quindi, il loro rapporto, pur se di grande intimità, resta su un piano platonico, con Brett che cerca in altri uomini quello che Jake non può darle. Fatta questa necessaria premessa andiamo a rileggere l&#39;ultima battuta del romanzo. Brett dice che loro due avrebbero potuto avere una vita felice assieme, e Jake risponde con un pizzico di understatement. Ebbene, tra “&lt;/span&gt;&lt;/font&gt; &lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;i&gt;Non è bello pensare così?&lt;/i&gt;&lt;/font&gt; &lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;” dell&#39;edizione Oscar e “&lt;/span&gt;&lt;/font&gt; &lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;i&gt;Non è carino pensarlo?&lt;/i&gt;&lt;/font&gt; &lt;font face=&#39;Liberation Serif, serif&#39;&gt;&lt;span style=&#39;font-style: normal&#39;&gt;” dell&#39;altra preferisco quest&#39;ultima, che mi sembra essere più aderente allo stile dell&#39;autore.&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br clear=&#39;left&#39;/&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2011/09/tradurre-o-tradire.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEg4lTEliTPOPW6selIIxiIvrNyGLI-4MeV1IM61vr81JK0Ouly9StHbr6asDeU2u0njpLddmg2_gXmNrQe_3T49s6q4zw1d9PHYLypAnlb8rSiT9uORc6uVvWjk94WWyhU7lZ49WnS7bNnM/s72-c/the-sun-also-rises.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-5217943788569336470</guid><pubDate>Sun, 04 Sep 2011 11:13:00 +0000</pubDate><atom:updated>2011-09-04T13:14:26.347+02:00</atom:updated><title>Sindrome da pagina bianca ...</title><description>&lt;div xmlns=&#39;&#39;&gt;&lt;p style=&#39;margin-bottom: 0cm&#39;&gt;Ho diverse storie da scrivere e un assoluto panico da pagina bianca. Non so decidermi a iniziare, ho paura di restare deluso da quello che uscirà dalla mia penna ...&lt;/p&gt;&lt;br clear=&#39;left&#39;/&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2011/09/sindrome-da-p-agina-bianca.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8639216228041113464</guid><pubDate>Mon, 18 Apr 2011 22:53:00 +0000</pubDate><atom:updated>2011-04-20T14:22:49.723+02:00</atom:updated><title>La luna e sei soldi</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiYz5TsKRKpLFzw4Kg6W98TLPNik1HpchDHfTLXtzo3v0XdebmBa9WSDQGHVVkunItXQY98kYgxNwbQPkiU8K05ahHlhyueFEuAFV2MkOMqqUeBZkhlWdD-uRe0VwMGysfnJ12ca9OVZE12/s1600/The+Moon+and+Sixpence.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear:right; float:right; margin-left:1em; margin-bottom:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;320&quot; width=&quot;200&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiYz5TsKRKpLFzw4Kg6W98TLPNik1HpchDHfTLXtzo3v0XdebmBa9WSDQGHVVkunItXQY98kYgxNwbQPkiU8K05ahHlhyueFEuAFV2MkOMqqUeBZkhlWdD-uRe0VwMGysfnJ12ca9OVZE12/s320/The+Moon+and+Sixpence.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Non amo moltissimo i romanzieri inglesi del Novecento, anche se devo dire che Orwell e Huxley, con le loro distopie, mi hanno affascinato, quindi non sono particolarmente stimolato a leggerli. Come tutte le regole, anche questa ha un&#39;eccezione e così un giorno, passeggiando per Portalba, il quartiere dei librai di Napoli, su una bancarella ho trovato un vecchio libro che mi ha colpito: “La luna e sei soldi” il suo titolo, William Somerset Maugham l&#39;autore. &lt;br /&gt;
L&#39;ho preso, l&#39;ho girato e, nelle note sulla quarta di copertina di quel vecchio Super Pocket Longanesi, ho letto: “Che fa un uomo quando sua moglie l&#39;ha seccato? In questo, forse il più avvincente dei suoi romanzi, il grande Maugham descrive la magica evasione fuori dal mondo conformista di un uomo che tenta disperatamente di sottrarsi alla noia senza riuscirci”. Lì per lì ho pensato a un romanzetto alla Woodhouse, o a un ironica storia stile Jerome e l&#39;ho acquistato, ponendolo a maturare su uno scaffale della mia libreria. Passato qualche mese, finalmente, è venuto il suo momento e l&#39;ho letto.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Ebbene, denuncerei per falso chi ha scritto quelle note: il romanzo è tutto tranne che la storia di un marito annoiato. C&#39;è uno scrittore che raggiunge il successo in giovane età e, introdotto nei salotti della borghesia londinese, fa la conoscenza di una signora, moglie di un agente di cambio. La vita prosegue quieta per qualche mese, tra salotti letterari e incontri, pranzi e cene, fino al termine dell&#39;estate, quando la moglie dell&#39;agente di cambio torna in città e scopre che il marito l&#39;ha lasciata per fuggire a Parigi. Si pensa a un&#39;avventura galante, la classica fuga con la ballerina, e il giovane scrittore è spedito nella Ville Lumière a cercare di riportare a casa il reprobo, ma la realtà supera ogni fantasia: Charles Strickland, questo il nome del fuggiasco, non ha lasciato casa, moglie, figli e lavoro per inseguire una gonnella, ma per dedicarsi alla pittura. Questa notizia è appresa con sgomenta incredulità dalla moglie e dai cognati: un tradimento è accettabile, seguire una vocazione artistica no, tanto che la versione ufficiale sarà proprio che Strickland è fuggito a causa di una donna. &lt;br /&gt;
Il romanzo entra nel vivo ed è la storia di Charles Strickland narrata dallo scrittore, che assume la veste di suo biografo non ufficiale, in contrasto con gli studiosi e i critici, che lo hanno capito solo dopo la morte, e con il figlio del pittore che della vita del padre fa un racconto edulcorato e sostanzialmente falso. Lo scrittore ricorda i suoi frammentari rapporti parigini con Strickland e riporta i racconti di altri che, in momenti diversi della sua vita, lo hanno conosciuto: il racconto percorre gli stenti e gli insuccessi dell&#39;uomo, genio incompreso in vita, detestato da tutti per il suo carattere assolutamente indifferente agli altri, arso dal fuoco di un&#39;arte che solo lui poteva capire. Negli anni Strickland lascia Parigi, dove spinge la moglie di un altro pittore, Dirk Stroeve, prima a diventare sua amante e a posare nuda per lui, per poi, dopo averla ritratta, lasciarla senza una parola di spiegazione: per la disperazione la donna si suiciderà. Da Parigi la vicenda prosegue a Marsiglia, dove Strickland, secondo il racconto che il capitano Nichols fa allo scrittore, vive di espedienti e di pubblica carità, per poi imbarcarsi e andarsi ad arenare a Tahiti, dove sposerà un&#39;indigena, continuerà a dipingere i suoi quadri, incomprensibili per i contemporanei, e si ammalerà di lebbra, malattia che lo porterà alla morte. &lt;br /&gt;
L&#39;uomo, prima di morire, farà bruciare l&#39;ultima sua più grande opera, dipinta sulle pareti della capanna dove viveva con la moglie tahitiana. L&#39;unico estraneo a vederla prima della distruzione fu il medico che lo curò nei suoi ultimi anni e che la descriverà allo scrittore, giunto a Tahiti in occasione di un suo viaggio nella Polinesia Francese.&lt;br /&gt;
Che l&#39;io narrante della storia sia una trasposizione autobiografica dello stesso Maugham ci sono pochi dubbi, così come si possono nutrire certezze sul fatto che Charles Strickland sia l&#39;alter ego romanzato di Paul Gauguin, anch&#39;egli agente di cambio, pittore incompreso e ridotto in miseria, andato a morire in Polinesia non di lebbra ma di sifilide. Anche le opere che Gauguin lasciò nella sua ultima casa a Hiva Oa, nelle isole Marchesi, furono distrutte dal fuoco, appiccato non da lui  ma dal vescovo del posto che le giudicava blasfeme.&lt;br /&gt;
Se Strickland è, per vita e opere, Paul Gauguin, per aspetto, prepotente fisicità e carattere è la trasposizione romanzesca di Vincent Van Gogh, rosso di pelo come il protagonista della nostra vicenda.&lt;br /&gt;
I personaggi minori, come la moglie di Strickland e il figlio maggiore dello stesso, il pittore olandese Dirk Stroeve,  di scarso talento ma di grande sensibilità e generosità, il capitano Nichols, avventuriero che divise con Strickland gli stenti di Marsiglia, Tiarè, matronale proprietaria di un albergo di Tahiti che trova moglie a Strickland, e altri ancora a volte rasentano lo stereotipo ma hanno una loro vitalità, emergono dalla pagina.&lt;br /&gt;
Il romanzo è essenziale perché Maugham scrive in un modo per così dire “economico”: tutto è rivolto alla vicenda di Strickland e alla sua naturale conclusione. Questa asciuttezza può piacere o no, ma la storia si fa leggere, scorre bene, è appassionante, sottolineata da una sorta di understatement a volte ironico. &lt;br /&gt;
Di solito dei libri si ricorda l&#39;incipit, di questo mi ha colpito l&#39;excipit: “Mio zio Enrico, che per vent&#39;anni fu vicario di Wishtable, soleva dire in quelle occasioni che persino il diavolo sa citare la Sacra Scrittura per i suoi fini. Egli ricordava il tempo in cui si potevano comprare tredici soldati indigeni per uno scellino”: come dire, una sorta di albagia coloniale molto “british”. In questo sta la grandezza di Maugham, che sa cogliere, senza ipocrisie, gli aspetti peggiori del popolo a cui appartiene.&lt;br /&gt;
Una chiosa sul titolo: “La luna e sei soldi” è la traduzione letterale o quasi del titolo originale “The Moon and Sixpence”. Perché il romanzo si intitoli così non è mai spiegato all&#39;interno del libro, quindi per avere delucidazioni dobbiamo ricorrere allo stesso Maugham che, in una sua lettera, ebbe a scrivere: &quot;Se guardi a terra in cerca di una moneta da sei pence, non puoi guardare in alto, e così non vedi la luna&quot;, forse a significare che di Strickland/Gauguin tutti vedevano l&#39;aspetto, sicuramente poco gradevole, della persona e delle sue opere, ma non erano in grado di scorgerne il genio, al di là della superficie.&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2011/04/la-luna-e-sei-soldi_19.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiYz5TsKRKpLFzw4Kg6W98TLPNik1HpchDHfTLXtzo3v0XdebmBa9WSDQGHVVkunItXQY98kYgxNwbQPkiU8K05ahHlhyueFEuAFV2MkOMqqUeBZkhlWdD-uRe0VwMGysfnJ12ca9OVZE12/s72-c/The+Moon+and+Sixpence.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8534763112063795964</guid><pubDate>Sat, 02 Apr 2011 22:05:00 +0000</pubDate><atom:updated>2011-04-03T00:05:51.905+02:00</atom:updated><title>Il Mulino del Po</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgTQVXIxH1E3WxOEfOg92om-78ARZv00ymiy-9L8sLEGdE5p0JgJA_k1vA8PwmKVc3Pn734-RbGYq_HQzrX4rpzqI4Ol0-CssXDq6dsl7dN-DMHYjFGD1Zvrw4IXmXSj7jurps03wonyJj9/s1600/mulinopo.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; style=&quot;clear:left; float:left;margin-right:1em; margin-bottom:1em&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;210&quot; width=&quot;320&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgTQVXIxH1E3WxOEfOg92om-78ARZv00ymiy-9L8sLEGdE5p0JgJA_k1vA8PwmKVc3Pn734-RbGYq_HQzrX4rpzqI4Ol0-CssXDq6dsl7dN-DMHYjFGD1Zvrw4IXmXSj7jurps03wonyJj9/s320/mulinopo.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
Finalmente, dopo otto mesi di lettura, per la verità irregolare e frammentaria, ho completato la scalata all&#39;Everest della letteratura italiana: “Il Mulino del Po”, di Riccardo Bacchelli. L&#39;opera, in tre volumi di circa settecento pagine ognuno, fu scritta tra il 1938 e il 1940, al ritmo di un tomo all&#39;anno, e segue il filone del romanzo storico italiano, che parte da “I Promessi Sposi” di manzoniana memoria, croce e delizia di generazioni di liceali, prosegue con le “Memorie di un italiano”, di Ippolito Nievo, e continua con opere moderne o contemporanee, tra le quali cito, perché prime mi vengono alla memoria, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa e “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega nel 2010.&lt;br /&gt;
Anche in questa monumentale opera di Bacchelli, come nelle altre citate, si raccontano vicende personali ma ambientate e influenzate da quello che accade attorno: qui la vita della famiglia Scacerni, molinari sulla riva ferrarese del Po, è influenzata dalla storia dell&#39;Italia prima napoleonica, poi preunitaria, infine del Regno.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Riassumere la trama di duemila pagine di romanzo è operazione inutile e noiosa, ma qualche cenno occorre darlo: Lazzaro Scacerni è un pontoniere dell&#39;esercito di Napoleone e scampa, tra mille peripezie, alla rotta nella campagna di Russia; il suo bisnipote, terzo nella famiglia a portare lo stesso nome, centosei anni dopo si trova a fare il pontiere su un altro fiume, il Piave, e, sul finire dell&#39;ottobre 1918, trova la morte, unico e ultimo erede della sua famiglia di orgogliosi mugnai. Uno salva la vita nel momento della sconfitta, l&#39;altro la perde in quello della vittoria, come una sorta di chiusura del cerchio. Tra questi due eventi la narrazione delle vicende della famiglia, con personaggi scolpiti a tutto tondo come Lazzaro stesso, fondatore della dinastia e costruttore del San Michele, il mulino di famiglia, Dosolina, di lui moglie, Giuseppe, il loro figlio deforme e degenere, Cecilia, salvata dal naufragio del Paneperso, altro mulino trascinato dalla corrente durante una piena, e costretta da costui a sposarlo con l&#39;inganno, Princivalle e Berta, due dei loro figli. Oltre a questi, veri protagonisti della narrazione, possiamo citare anche eroi negativi, come il Raguseo, strozzino, contrabbandiere, bandito rotto a ogni iniquità, Virginio Alpi, informatore, spia, sbirro della peggior specie, servitore del Papa prima e degli Austroungarici poi, ma, soprattutto, di se stesso e dei propri interessi, per finire con Epicarmo Raibolini, capolega della Guarda, intriso di confuse idee socialiste ma desideroso di imporre il proprio potere, e lo Smarazzacucco, ruffiano, ladro, contrabbandiere privo di scrupoli, che con le loro calunnie renderanno Princivalle l&#39;omicida del futuro cognato, Orbino Verginesi, promesso alla sorella Berta. &lt;br /&gt;
Ancora, tanti comprimari, comparse, figure secondarie che in qualche momento assurgono al rango di antagonisti o deuteragonisti, si staccano dallo sfondo e portano il loro mattone all&#39;edificio monumentale di questo romanzo. Come dimenticare la Sniza, ladra e prostituta di campagna, che si innamora perdutamente di Princivalle: memorabile è il racconto dell&#39;accoglienza che riserva al giovane, appena prosciolto dall&#39;accusa di aver bruciato dolosamente il suo mulino, un&#39;accoglienza a base di salama da sugo, sapido insaccato da pentola tipico del Ferrarese, rubato all&#39;emporio del paese, e sesso. Princivalle divora entrambe le pietanze, la salama e la donna, con grande appetito, e, quando lei le dichiara il suo amore, la deride. Se ne possono citare tanti altri, come lo Schiavetto, garzone sul mulino, segretamente e perdutamente innamorato di Cecilia, il Bregola, spia del governo e gestore dell&#39;emporio del paese, Luca Verginesi, la Lantision, il commendator Clapasson ma l&#39;elenco diventerebbe lungo e stucchevole.&lt;br /&gt;
Sullo sfondo, sempre presente, sempre foriera di conseguenze per i nostri eroi, la Storia, quella con la “S” maiuscola. Un esempio? senza l&#39;Unità d&#39;Italia non ci sarebbe stata la tassa sul macinato, e senza quel tributo, che salvò le finanze del neonato Regno, ma fu percepito dal popolo come un balzello iniquo, gli Scacerni non si sarebbero tramutati in evasori fiscali e Princivalle non avrebbe incendiato il San Michele per sottrarlo all&#39;ispezione notturna della Guardia di Finanza. E questo è solo un esempio di come gli eventi del mondo entrano prepotentemente e plasmano le vicende della famiglia dei mugnai ferraresi. Non è, tuttavia, solo la Storia, quella dei grandi fatti e dei grandi eventi, a segnare la vita della famiglia: c&#39;è anche una storia molto più minuta, locale, fatta di piene e di alluvioni, di rotte e di secche, di temporali, trombe d&#39;aria, debiti, prestiti, imprenditori che arrivano e cercano di imporre le regole di un&#39;agricoltura industriale e razionale alle famiglie dei coloni, legate alle tradizioni, al versuro, alle sementi prelevate dal raccolto dell&#39;anno precedente. C&#39;è posto per tutto e per tutti in questa saga secolare, nella quale Bacchelli trancia giudizi severi contro  liberali, socialisti, clericali e mangiapreti, Destra Storica e Sinistra di De Pretis e Giolitti. Alcune pagine, scritte tra la fine degli anni Trenta e l&#39;inizio del decennio successivo, che descrivono la situazione economica e politica dell&#39;Italia Umbertina, potrebbero essere riprese oggi, tanta è la loro attualità, a indicare che, in fondo, i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, non sono una mera speculazione filosofica.&lt;br /&gt;
Il romanzo è difficile da leggere perché il suo italiano è spesso impervio, non per scarsa scorrevolezza, ma per complessità sintattica: prosa varia, ricca di termini a volte desueti, a volte quasi dialettali (bragliano e versuro sono parole di difficile reperimento sui dizionari, così come appartengono al gergo agricolo termini come boaria, soccida o zerla), una lingua ricca, pingue di parole, ben diversa dall&#39;italiano elementare al quale ci ha abituato la televisione. Non esiste quasi pagina, nel romanzo bacchelliano, che non contenga almeno una parola che obbliga il lettore alla consultazione del dizionario. Certe descrizioni, che si protraggono per pagine, sono dei quadri in parole e anche questo è uno dei motivi che rendono di difficile lettura “Il Mulino del Po”:   l&#39;ampiezza delle descrizioni, riguardino queste il paesaggio o gli eventi storici, che fanno perdere quasi di vista il filone principale del romanzo. &lt;br /&gt;
Quel senso di stanchezza che a volte coglie il lettore può essere scambiato per noia, ma è, forse, un senso di inadeguatezza e di vertigine che ci prende di fronte a quest&#39;opera, certamente una delle maggiori del Ventesimo secolo. &lt;br /&gt;
Un libro non per tutti, ma la cui lettura arricchirebbe chiunque.&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2011/04/il-mulino-del-po.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgTQVXIxH1E3WxOEfOg92om-78ARZv00ymiy-9L8sLEGdE5p0JgJA_k1vA8PwmKVc3Pn734-RbGYq_HQzrX4rpzqI4Ol0-CssXDq6dsl7dN-DMHYjFGD1Zvrw4IXmXSj7jurps03wonyJj9/s72-c/mulinopo.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-5142293590420001252</guid><pubDate>Tue, 02 Nov 2010 21:22:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-11-02T22:29:33.309+01:00</atom:updated><title>I Nemici della Rete</title><description>&lt;div xmlns=&quot;&quot;&gt;&lt;div style=&quot;clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgdstNh217qbPmjxHUzOn4wt6aQi6b3iWLlkVhXMc1fs3yIruyPQzM-aDtcWNQyxdNQ4AC7NLRBPB-Vl-q-VtouU1epTqWmO6jGF99jIYXsI5em43QrgdnQG4OMjEpd0Jzw7ynK4gVq_PHy/s1600/1704275_0.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; linkindex=&quot;31&quot; style=&quot;margin-left: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;200&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgdstNh217qbPmjxHUzOn4wt6aQi6b3iWLlkVhXMc1fs3yIruyPQzM-aDtcWNQyxdNQ4AC7NLRBPB-Vl-q-VtouU1epTqWmO6jGF99jIYXsI5em43QrgdnQG4OMjEpd0Jzw7ynK4gVq_PHy/s200/1704275_0.jpg&quot; width=&quot;130&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Questo è un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni netizen. Scritto a quattro mani da Arturo Di Corinto, ricercatore e docente alla Sapienza, consulente della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell&#39;Onu, autore di numerosi saggi e articoli per “Il Sole - 24 ore”, e Alessandro Gilioli, giornalista del &quot;L&#39;Espresso&quot; e titolare del blog &quot;Piovono rane&quot;, affronta, con ricchezza di documentazione e casi di studio, lo stato di arretratezza nella quale versa la Rete italiana, sospesa tra l&#39;ignoranza, la supponenza e l&#39;incapacità di comprensione di una classe politica inadeguata e inefficiente, come poche al mondo, e l&#39;arrogante pretesa di bloccarne o ritardarne lo sviluppo per favorire altri media, sia per tutelare gli interessi economici del Presidente del Consiglio, sia per limitarne la forza dirompente di strumento di libertà.&lt;/div&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Il libro mostra che il re è nudo, evidenziandone i lampanti conflitti di interesse, ma anche che l&#39;opposizione non è certo più vestita, quando alcuni dei suoi principali leader dichiarano di avere più a cuore lo sviluppo di distretti piccoloindustriali (che da una Rete forte e diffusa avrebbero solo da guadagnare) o dimostrano di non aver capito che non esiste un “popolo della Rete”, virtuale e costituito da pallidi ectoplasmi che si abbronzano alla fioca luce del monitor, che non si sa come raggiungere né chi e cosa rappresenti. Parlare di “ popolo della Rete” ha senso come descrivere il “popolo di chi frequenta le palestre” o il “popolo di chi esce di casa alle sette di mattina”. È un modo semplicistico e qualunquistico per descrivere un fenomeno che non si conosce e non ci si sforza di avvicinare. Il “popolo della Rete”, tanto caro a politici e giornali in vena di approssimazione, siete tutti voi che state leggendo questo post, sono io che l&#39;ho scritto, sono le persone reali, con gioie e dolori, debiti e problemi, che frequentano una Rete legata a connessioni obsolete, castigata da un immeritato divario digitale, frequentata da santi e malfattori, esattamente come il mondo reale, ma capace, tuttavia, di generare i suoi propri anticorpi.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;La Rete fa paura al Presidente e ai suoi uomini, arroccati nella difesa di aziende televisive ed editoriali, perché è l&#39;unico medium che vede aumentare i propri introiti pubblicitari e, soprattutto tra i giovani, mostra di avere un fascino ben superiore alla televisione.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;La Rete è boicottata dai suoi gestori, che si devono rifare dei costosi investimenti fatti su tecnologie obsolete: non credo sia un caso che il principale fornitore di connettività italiano condivida la proprietà con il principale produttore di cavi.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;La Rete è percepita dai nostri governanti non come un diritto inalienabile di tutti, ma come una graziosa concessione, come se vivessimo ai tempi di Maria Teresa d&#39;Austria e dell&#39;Illuminismo, e questo nei giorni nei quali l&#39;Unione Europea e alcuni stati nazionali sanciscono l&#39;inalienabile diritto dei cittadini, di tutti i cittadini, ad avere un&#39;efficiente connessione a Internet.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;La Rete fa paura ad alcune categorie professionali e imprenditoriali, che non sanno come fare affari su di essa e hanno il timor panico di veder erodere, fino alla scomparsa, rendite di posizione ormai anacronistiche e immotivate; i giornalisti meno avveduti e lungimiranti, poi, lungi dal capire le enormi potenzialità del web, pensano alla iattura di un&#39;informazione libera e diffusa, nella quale tutti siamo produttori e consumatori di contenuti e notizie.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Infine della Rete fa paura la Libertà, di comunicare, di creare anche riutilizzando l&#39;esistente, di scambiare notizie e informazioni, fa, in poche parole, paura tutto, come se ci si trovasse di fronte a un mostro dalle mille teste pronto a distruggere chiunque gli si accosti.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Nessuno si sforza di capire che la Rete è vitalità, velocità, una sorta di Zang Tumb Tumb futurista, ragnatela lungo i fili della quale corrono, in egual misura, creatività e sviluppo economico. Stando così le cose nel breve-medio periodo siamo destinati a diventare un paese da Terzo mondo, non solo per quello che riguarda la connettività alla Rete, ma anche lo sviluppo economico, sociale e culturale che a essa segue.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;“I Nemici della Rete” è un libro polemico ma non settario, che evidenzia contraddizioni e meschinità, bizantinismi e piccinerie al limite del grottesco quando, ad esempio, si cerca di far passare come provvedimento contro la pedofilia on line una misura illiberale che, a scavare un po&#39;, mostra il volto dell&#39;industria dell&#39;intrattenimento, che si ostina a considerare furto quello che chiunque chiamerebbe condivisione, o le regole che, con la pretesa di combattere il terrorismo, impediscono la diffusione della connessione senza fili a banda larga.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Un orizzonte cupo dunque, da cyberpunk gibsoniano? No, l&#39;Italia, come il solito, si mostra migliore di chi la governa e Arturo e Alessandro concludono il libro con pagine di ottimismo, nemmeno tanto cauto, e parole di speranza, descrivendo realtà giovani, coraggiose e consapevoli che lavorano, pur tra mille laccioli e difficoltà, per creare un futuro migliore per tutti.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;“I Nemici della Rete” è un libro che va letto, prestato, diffuso e discusso per aumentare il livello di consapevolezza di tutti.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Mi piace concludere con una frase, ripresa dal libro,  &lt;span style=&quot;font-style: normal;&quot;&gt;pronunciata Lawrence Lessig il 16 marzo 2010 a Montecitorio:&lt;/span&gt; “La guerra a internet è una guerra contro i nostri figli”; ne stiamo già facendo tante di guerre ai nostri figli: depauperamento delle risorse, inquinamento, debito pubblico ciclopico … non lasciamo loro in eredità anche questa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;Buona lettura.&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;La scheda del libro si può trovare qui:&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.dicorinto.it/tipologia/inchieste/i-nemici-della-rete-il-libro-3&quot; linkindex=&quot;32&quot;&gt;http://www.dicorinto.it/tipologia/inchieste/i-nemici-della-rete-il-libro-3&lt;/a&gt; &lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;e qui:&lt;/div&gt;&lt;div style=&quot;margin-bottom: 0cm;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://bur.rcslibri.corriere.it/libro/4275_i_nemici_della_rete_gilioli_di_corinto.html&quot; linkindex=&quot;33&quot;&gt;http://bur.rcslibri.corriere.it/libro/4275_i_nemici_della_rete_gilioli_di_corinto.html&lt;/a&gt; &lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/11/i-nemici-della-rete.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgdstNh217qbPmjxHUzOn4wt6aQi6b3iWLlkVhXMc1fs3yIruyPQzM-aDtcWNQyxdNQ4AC7NLRBPB-Vl-q-VtouU1epTqWmO6jGF99jIYXsI5em43QrgdnQG4OMjEpd0Jzw7ynK4gVq_PHy/s72-c/1704275_0.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-2546524307003561765</guid><pubDate>Tue, 29 Jun 2010 20:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-06-29T22:43:50.590+02:00</atom:updated><title>“Prove di felicità a Roma Est” di Roan Johnson</title><description>Ho scritto e riscritto almeno tre volte questo commento anche perché, per un problema di salvataggio, si è perso tutto. Mai inconveniente fu più opportuno: infatti non stavo esprimendo le mie impressioni ma soltanto riassumendo la trama di questo romanzo.&lt;br /&gt;
Roan Johnson, nonostante il nome, è italianissimo; cresciuto a Pisa, da quando ha venticinque anni vive a Roma. Posso ipotizzare, non conoscendone la storia personale, che “Prove di felicità a Roma Est” sia una sorta di autobiografia, di narrazione ampliata e romanzata di quelle che sono state le sue esperienze di provinciale trapiantato nel “casino serissimo” della Capitale, dove ci sono locali e discoteche, attrici e veline, ma c&#39;è anche tutto un mondo che si allarga verso la periferia. È qui, ai margini della città, che può succedere di tutto, anche di incontrare una guardia notturna che di giorno, per quattrocento euro al mese, è la giovane professoressa di scienze nel “liceo del calcinculo”, scuola privata dove si consegue la maturità dopo aver fatto tre anni in uno e dove il preside ha il televisore a schermo ultrapiatto da cento pollici e la vasca da idromassaggio in presidenza.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Lorenzo Baldacci, a cavallo della sua Vespa Primavera, arriva a Roma dalla provincia pisana per frequentare un costoso liceo privato e qui incontra Marchino, suo compagno di classe e, di sera, pony-pizza in un locale della periferia. È proprio Marchino che introduce Lorenzo nel mondo della periferia romana, dove la città diventa campagna e poi torna città e, di nuovo, campagna.&lt;br /&gt;
“Prove di felicità a Roma Est” è un romanzo di formazione, una sorta di “Giovane Holden” al Tuscolano, e racconta le peripezie, amorose e non, di Lorenzo e dei suoi amici, a partire, appunto, da Marchino, il primo del quale facciamo la conoscenza. Poche righe ne descrivono il profilo psicologico: “E allora ho capito perché Marchino mi ricordava il Pilloni e il Ciana, non tanto nel fisico, lui bassetto e moro quanto gli altri due biondi e giganti. La somiglianza era nella capacità di finire nei casini, nella serena accettazione delle sfighe. Perché si trattava di grandi incassatori, gente che i pugni, più che tirarli, aveva imparato a prenderli”. &lt;br /&gt;
Poi c&#39;è Samia, la ragazza marocchina della quale Lorenzo si innamora. Lei, cameriera nella pizzeria, è la ragazza di Marchino, ma ha anche occasionali incontri con Vischio, altro dipendente del locale, e una storia con Lorenzo. La ragazza è indipendente, non si vuole sentire costretta, come spiega lo zio: “Non è mica stato facile: ha portato i suoi vestiti e le sue cose da un&#39;amica un po&#39; alla volta. Ha salutato tutti senza farglielo capire, sapendo che venendo qui a Roma non avrebbe rivisto nessuno. Si è decisa quando si è sposata sua sorella. È scappata la sera dopo il matrimonio. L&#39;ha fatto per i suoi genitori, per farli stare tranquilli che almeno la sorella si era sistemata. Una figlia scappa, ma l&#39;altra si sposa con un ragazzo scelto da loro: un buon pareggio fuori casa, no?”.&lt;br /&gt;
E Vischio, in un altro momento, rincara la dose: “Le altre sono sciape o mielose. Samia è salata”.&lt;br /&gt;
Soprattutto chi abita in una grande città, anche se non necessariamente Roma, non faticherà a rivedere nei personaggi di Johnson qualche bel tipo che conosce, personalmente o per interposta persona: che dire, ad esempio, del professor Garzoli, cugino della madre di Lorenzo, che ospita il ragazzo in casa sua e gli fa ripetizione di latino, greco, italiano e chissà cos&#39;altro? Agorafobico, spinge il ragazzo a diventare pony-pizza, poi a vivere in una stanza in affitto, poi è entusiasta quando Lorenzo, assieme a Vischio, va a vivere in una scassatissima roulotte ai margini di un campo nomadi. È proprio questa esperienza di Lorenzo che aiuterà Garzoli a uscire di casa: comprerà un camper e, con la fedele badante ucraina Ileana inizierà a girare l&#39;Italia, ma giusto per qualche mese, prima di morire.&lt;br /&gt;
Un altro personaggio che possiamo dire tutti di aver conosciuto è Scarpe Dorate, che frequenta la scuola e parla con disinvoltura di comprare la laurea: un tamarro, un villano arricchito, con scarpe che contengono, veramente, fili d&#39;oro e Mini Cooper sulla quale ha fatto dipingere dei fori di proiettile. Scarpe Dorate è l&#39;unico, vero antipatico del romanzo e un giorno porta Lorenzo e Marchino a vedere la presidenza, con il mitico schermo da cento pollici e l&#39;ancor più mitica vasca da idromassaggio, destinata a diventare strumento della nemesi. Il giorno della maturità Lorenzo parte verso la scuola, ma tre bambini del campo Rom lo fermano e gli regalano un pesce siluro. Giunto a scuola, assieme a Marchino decide di andarlo a buttare nella vasca del preside. Facile intuire il trambusto che segue alla scoperta del pesciaccio in presidenza: esami ritardati e controlli severi sui candidati: a Scarpe Dorate trovano il telefonino, con il quale contava di farsi fare il compito da un prezzolato, e glielo sequestrano. Morale? L&#39;antipatico è l&#39;unico bocciato della scuola.&lt;br /&gt;
Lorenzo inforca nuovamente la Vespa Primavera e se ne torna a casa. Gli ultimi capitoli sono un po&#39; come certi titoli di coda dei film americani, quando, in una frase, si descrive la vita successiva dei personaggi: Samia tornata a Genova, Marchino in partenza per la Germania, Lorenzo che va alla cena per salutare Marchino e incontra per l&#39;ultima volta Samia.&lt;br /&gt;
Il finale è un po&#39; malinconico, ma, francamente, un happy end avrebbe stonato.&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/06/prove-di-felicita-roma-est-di-roan.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8394409328847968466</guid><pubDate>Wed, 23 Jun 2010 22:00:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-06-24T00:00:05.296+02:00</atom:updated><title>&quot;L&#39;ombra del vento&quot; di Carlos Ruiz Zafon</title><description>Di recente ho letto &quot;L&#39;ombra del vento&quot;, di Carlos Ruiz Zafon, e, devo dire, non mi ha deluso, ma nemmeno pienamente soddisfatto. L&#39;autore è un bravo scrittore (a meno che la traduzione di Lia Sezzi non ne amplifichi i meriti), il testo scorre e avvince il lettore.&lt;br /&gt;
Veniamo al romanzo: non è un capolavoro assoluto della letteratura mondiale anche se ha un suo fascino; non è facilmente inquadrabile in qualche genere letterario, perché, a mio parere, non è un thriller, né un libro di avventura, o un horror, o un mistery o, ancora, un libro fantasy. La trama è complessa anche se alcuni colpi di scena sono prevedibili, come ad esempio la vera identità di Lain Coubert, il demone in carne e ossa che va in giro a bruciare libri, come una specie di Guy Montag (il vigile del fuoco di Fahrenheit 451) in anticipo sui tempi. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Il libro ha due protagonisti, Daniel Sempere e Julian Carax, un deuteragonista, appunto Lain Coubert, un antagonista, l&#39;ispettore Fumero, assassino cinico e spietato, e tanti comprimari qualcuno dei quali, e mi viene in mente Fermin Palacio de Torres, tanto caricato da essere caricaturale. Lo stesso ispettore Fumero è così cattivo da sembrare un personaggio dei fumetti.&lt;br /&gt;
I due protagonisti, a un tratto, si trovano a vivere, a distanza di anni, quasi la stessa storia: entrambi perseguitati da Fumero, entrambi innamorati di una ragazza di classe sociale più elevata, e quindi contrastati nel loro sentimento, entrambi amici del fratello della loro innamorata e ben conosciuti dai di lei familiari.&lt;br /&gt;
A volte la trama si perde e sembra arrivare in un vicolo cieco: è in questi momenti che arriva qualcuno che racconta fatti che sono fondamentali per il prosieguo della vicenda. Di deus ex machina nel romanzo ce ne sono almeno tre e l&#39;ultimo, un manoscritto che l&#39;ultima vittima dell&#39;ispettore Fumero ha lasciato al padre perché lo consegni a Daniel Sempere, è quello risolutivo, che taglia tutti i nodi e svela tutti i perché.&lt;br /&gt;
L&#39;uso eccessivo di questi interventi esterni e inaspettati costituisce uno dei punti deboli del romanzo dal quale, forse, mi aspettavo altra articolazione nello svolgimento della trama. Un vago senso di fastidio, poi, l&#39;ho provato nel leggere alcune pagine centrali del libro, che sembravano messe lì per arrivare a tagliare il traguardo delle quattrocento pagine, ma forse questa mia considerazione è troppo severa.&lt;br /&gt;
Lettura piacevole, divertente, anche avvincente, pur se, come abbiamo visto, con qualche limite, mostra la predisposizione dell&#39;autore a scrivere libri per giovani, insomma, per quelli che non leggono più Henry Potter ma non hanno ancora affrontato Marquez.&lt;br /&gt;
Uno dei pregi del libro è l&#39;ambientazione. Chi conosce Barcellona si trova a casa: la vicenda, infatti, si svolge nella città antica, quella del Barrio Gotico, del Born, della Ribera, del Raval, fatta di viuzze, di odori, di case di mattoni, di un&#39;architettura più semplice e meno colorata di quella della Barcellona modernista, di Gaudì e degli altri architetti di fine Ottocento, inizi Novecento e questa ambientazione un po&#39; gotica non nuoce al romanzo, anzi, gli conferisce un certo non so che.&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/06/lombra-del-vento-di-carlos-ruiz-zafon.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-6678833686041059439</guid><pubDate>Sat, 19 Jun 2010 20:48:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-06-19T22:48:56.085+02:00</atom:updated><title>Bellezza inutile</title><description>Bella era, ma di una bellezza inutile, iperreale, quasi irritante nella sua perfezione. La vedevo tutti i giorni, occhieggiava dai manifesti giganti ai lati della tangenziale, vestita di un due pezzi o di reggiseno e mutandina, secondo la stagione. Mi guardava, con lo sguardo vuoto, perso in un viso privo di quelle piccole imperfezioni, di quei nei, di quelle sottili asimmetrie che fanno la vera bellezza. Le labbra, perennemente socchiuse in un broncio da lolita fuori stagione, volevano simulare un sorriso ma sembrava un archetipo, prototipo creato da un ingegnere perfezionista.&lt;br /&gt;
La posa voleva, forse, essere provocante, ma non mi dava affatto quell&#39;impressione: sembrava una bambola di pezza che uno scenografo attento avesse disposto su di un palcoscenico. Un ricciolo, sempre quello, scendeva curvando dalla fronte verso l&#39;angolo della bocca, dalle labbra color labbra e dai denti color denti.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
A volte pensavo che non fosse una modella, un essere umano, ma una creazione di qualche maestro della grafica tridimensionale, un avatar talmente perfetto da sembrare quasi reale, poi, dentro di me, pensavo: “ma certo che è bella, ma certo che è senza difetti, è il suo mestiere. C&#39;è chi lavora in ufficio, in fabbrica, in negozio, lei lo fa dal massaggiatore, dall&#39;estetista, sul set fotografico. Come altro deve occupare il suo tempo tra un un manifesto e l&#39;altro? Deve solo curare il suo viso, il suo corpo”.&lt;br /&gt;
Questo pensavo mentre la tangenziale scorreva sotto le ruote della mia automobile, a volte veloce, a volte a passo di lumaca. I giorni diventavano settimane, le settimane mesi, i mesi stagioni e lei era sempre lì, sui manifesti, inutilmente bella, a volte con un bikini a fiori, a volte con un reggiseno di pizzo coordinato con una brasiliana. La posa cambiava a ogni manifesto, ma, per qualche motivo a me ignoto, sembrava sempre la stessa.&lt;br /&gt;
Quel lunedì presi, come il solito, la tangenziale; arrivato al punto dove sorgeva il primo cartellone, con un riflesso condizionato alzai gli occhi a guardare ... a guardare cosa? Lei era scomparsa, la sua abituale figura discinta era stata sostituita dal manifesto che pubblicizzava un&#39;auto sportiva; ebbene, quasi una sorta di contrappasso, quell&#39;auto mi sembrò inadeguata, fuori posto. Il senso di meraviglia per la scomparsa di un&#39;abitudine mi prese, quasi come se, rientrando a casa, la sera avessi scoperto che il mio vicino era morto improvvisamente, o che una forza misteriosa aveva cancellato la montagna che, ogni mattina, guardavo affacciandomi alla finestra. Che ci faceva lì quell&#39;auto, chi aveva permesso all&#39;agenzia di affissioni di cambiare il manifesto? Proseguii, fidando nel prossimo cartellone ... Orrore! L&#39;archetipo della bellezza era scomparso anche da lì; al posto del suo broncio da lolita fuori stagione un manifesto annunciava che al Politeama si sarebbe rappresentata la commedia musicale dell&#39;anno. Continuai a cercare con gli occhi il manifesto sempre diverso ma sempre uguale: lungo tutta la tangenziale non ve n&#39;era più la minima traccia. Qua la pubblicità di un negozio di scarpe, là quella di una bibita gassata, là ancora, sacrilego, un manifesto pubblicizzava una marca di biancheria intima, ma la modella era deliziosamente imperfetta, bella, anzi stupenda, con una leggera asimmetria tra gli zigomi e un neo maliziosamente poggiato su una spalla. Bellissima, sì, ma non inutilmente bella.&lt;br /&gt;
Non sapevo darmi pace. Che fine aveva fatto il prototipo della bellezza, dov&#39;era scomparso quel pezzo di paesaggio che accompagnava la mia vita in tangenziale? Quale pozzo aveva inghiottito l&#39;iperrealtà, come un buco nero ingoia qualunque cosa gli passi vicino, luce compresa?&lt;br /&gt;
Quella mattina non riuscii a lavorare; la mia prima preoccupazione fu quella di accendere il computer, collegarmi a Internet e cercare sul web notizie. Notizie di chi o di cosa? Il nome che troneggiava sui manifesti era certamente un marchio di fantasia, un&#39;etichetta destinata a vivere finché le vendite la nutrivano. Tentai ugualmente e febbrilmente digitai quelle parole, che ricordavo a stento, nella casella di un motore di ricerca e maledissi gli esperti di marketing che avevano usato, come marchio, una frase di uso più che comune.&lt;br /&gt;
Il risultato fu sconfortante: oltre sei milioni di pagine la contenevano, impensabile leggerle tutte. Provai a raffinare la ricerca: nulla! Pensai di aver sbagliato a scrivere e tentai con infinite varianti: al singolare, al plurale, invertendo le parole, provando con sinonimi, contrari, errori di battitura ... nulla!&lt;br /&gt;
Giornata inutile, persa nella ricerca di un fantasma, di un ectoplasma evanescente. Come poteva un manifesto, che neppure mi piaceva tantissimo, avermi stregato al punto da farmi dimenticare ogni altra cosa? Come poteva quel sorriso che sorriso non era, quella bambola di pezza in carne, ossa e carta, farmi cercare affannosamente un sacro graal che sacro graal non era?&lt;br /&gt;
Folgorato da un&#39;idea iniziai a entrare nei negozi di biancheria per signora, inventandomi la pietosa bugia di un regalo e chiedendo notizie su ”quella marca sa, quella che si vedono i cartelloni in giro, con quella bella ragazza mora”; non avete idea di quante marche di biancheria intima ci siano e di quante siano pubblicizzate sui cartelloni da belle ragazze more.&lt;br /&gt;
La frustrazione mi prese; feci ancora qualche tentativo, ma sempre più fiacco, sempre più svogliato: i giorni diventarono settimane, le settimane mesi, i mesi stagioni; lentamente la bellezza inutile sfumava in un ricordo che portava seco un senso di vago rimpianto, di malinconia, di incompletezza. Smisi di guardare i cartelloni pubblicitari, mi concentrai solo sulle targhe e sui tubi di scarico delle automobili che mi precedevano finché, dopo che molte altre manciate di chilometri erano passate sotto le mie ruote, un giorno alzai nuovamente gli occhi.&lt;br /&gt;
No, non mi potevo sbagliare, quel ricciolo curvo verso quella bocca dalle labbra color labbra, socchiusa in un broncio che scopriva quei denti color denti, era inconfondibile; la bellezza inutile era tornata, vestita solo di una tazzina di caffè e di uno slogan.&lt;br /&gt;
Provai un vago senso di imbarazzo, un po&#39; come quando si incontra un&#39;antica fidanzata o un vecchio compagno di liceo, quasi calvo e con la pancetta: “Sei sempre uguale, per te il tempo non passa mai”, la pietosa, usuale menzogna. Quell&#39;inutile bellezza, là, su quel manifesto, con quello slogan che magnificava le doti di quel caffè, ebbene, quell&#39;inutile bellezza non era più la stessa, come se la delusa frenesia con la quale l&#39;avevo cercata solo pochi mesi prima l&#39;avesse, in qualche modo, imbolsita, avesse trasformato la sua bellezza in un mazzo di rose secche.&lt;br /&gt;
L&#39;avevo ritrovata ma, in qualche modo, l&#39;avevo persa di nuovo e la tangenziale, indifferente, continuava a scorrere sotto le mie ruote.&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/06/bellezza-inutile.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-9208691930564241072</guid><pubDate>Sun, 13 Jun 2010 21:09:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-06-13T23:09:30.976+02:00</atom:updated><title>Ho letto: &quot;Il Barone rampante&quot; di Italo Calvino</title><description>Cosimo Piovasco Barone di Rondò, nobiluomo ligure della fine del Settecento, ha, fin dalla preadolescenza, una vita ricca e densa di avvenimenti. Si è costruito una cultura vastissima, che gli ha permesso di intraprendere scambi epistolari con Enciclopedisti e filosofi, ha realizzato opere idrauliche e istituito un corpo di volontari deputato a spegnere gli incendi dei boschi, combattuto i pirati Barbareschi, vissuto innumerevoli avventure galanti e un grande, grandissimo amore per la Marchesina Violante D&#39;Ondariva, detta la Sinforosa, è stato Gran Maestro di una loggia massonica, ha guidato il popolo di Ombrosa nella rivolta contro i Genovesi e incontrato Napoleone Bonaparte. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Nella sua lunga vita ha conosciuto ladri di frutta, librai ebrei, briganti e nobildonne genovesi (le &quot;Cinque Passere&quot;), blasonati spagnoli in esilio e infidi Gesuiti, ufficiali di marina e carbonai bergamaschi. E&#39; stato cacciatore, spadaccino, tipografo e chissà cos&#39;altro ancora. Una vita piena e avventurosa, che lo ha reso famoso in tutti i salotti europei, pur se non si è mai allontanato da Ombrosa. &lt;br /&gt;
Come mai è così conosciuto anche se altri contemporanei hanno avuto vite più avventurose della sua? A cosa è dovuta la fama di &quot;buon selvaggio&quot; che lo accompagna? Al fatto che Cosimo Piovasco Barone di Rondò dall&#39;età di dodici anni, e precisamente dal 15 giugno del 1767, vive sugli alberi.&lt;br /&gt;
Un atto di ribellione di fronte a un piatto di lumache rifiutato, una discussione con il padre, il severo Barone Arminio, e Cosimo esce dalla villa paterna per salire su un maestoso elce che troneggia nel giardino, giurando che non sarebbe mai più sceso a terra. E mantiene la parola, come racconta il fratello minore Biagio, voce narrante del romanzo.&lt;br /&gt;
Una sola volta si allontana da Ombrosa: quando, per la curiosità di conoscere certi Spagnoli, arboricoli come lui, se ne va al vicino borgo di Olivabassa, sempre per vie aeree, e si trattiene colà per qualche tempo; e una sola volta abbandona i suoi alberi per trovarsi aggrappato al pennone di una scialuppa, in fondo un albero pure quello, a combattere con tre ufficiali barbareschi.&lt;br /&gt;
Grande la fantasia di Calvino nel generare il protagonista, e grande anche la sua maestria nel tratteggiare gli altri personaggi della storia a cominciare da Viola, la Sinforosa, che il Barone conosce quando sono entrambi bambini, e che sparisce dalla sua vita per qualche anno, per rientrarvi prepotentemente. La loro è una storia d&#39;amore profondo e di grandi slanci, che termina perché lui non vuole ammettere di essere geloso, mentre lei è quello che desidera per sentirsi più amata. Troppo orgogliosi per cedere, si lasceranno e le vicende storiche faranno sì che non si incontrino mai più, pur essendo fatti l&#39;una per l&#39;altro.&lt;br /&gt;
Che dire, poi, del Cavaliere Avvocato Enea Silvio Carrega? Fratello naturale del padre di Cosimo, idraulico e sovrintendente alle proprietà della famiglia, sembra di vederlo, questo ometto con la zimarra e il fez, abbigliamento rimastogli per certi trascorsi Ottomani che lo porteranno a una tragica morte.&lt;br /&gt;
O ancora della Generalessa madre? A dispetto della rigida educazione militaresca ricevuta dal teutonico genitore, è mossa da slanci di amore verso quel figlio bizzarro, osservato nelle sue evoluzioni arboree grazie a un cannocchiale da campo. In punto di morte la Generalessa vorrà essere accudita solo da Cosimo che, appollaiato su un ramo fuori la finestra, grazie a certe lunghe pertiche soddisferà le sue richieste.&lt;br /&gt;
Ci sono altri personaggi minori, come il brigante Gian dei Brughi, la sorella Battista, cuoca del piatto di lumache che scatenerà la ribellione, l&#39;abate Fauchelafleur e così via, figure di sfondo di un affresco pieno di brio.&lt;br /&gt;
Non poteva mancare un cane fedele: il bassotto Ottimo Massimo. Difficile immaginare un&#39;accoppiata più scombinata: il cane vive rasente il terreno e il padrone si muove di ramo in ramo e di albero in albero, in un mondo tridimensionale negato ai comuni mortali.&lt;br /&gt;
Poteva mai il Barone Cosimo Piovasco di Rondò morire in un letto al termine della sua vita arborea? Certo che no, anche se il fratello Biagio e gli abitanti del paese gli allestiscono un letto a baldacchino sul noce della piazza: un giorno vede apparire una mongolfiera, si aggrappa alla corda dell&#39;ancora penzolante dal pallone e sparisce verso il mare. Non se ne saprà più nulla.&lt;br /&gt;
Le invenzioni sono tante e tante, in uno scoppiettante gioco di immaginazione, e rendono &quot;Il Barone rampante&quot; una lettura godibilissima e un romanzo fuori dagli stereotipi: bellissimo!&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/06/ho-letto-il-barone-rampante-di-italo.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-7572274705790072208</guid><pubDate>Sun, 06 Jun 2010 12:43:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-06-06T14:45:02.476+02:00</atom:updated><title>Ho letto: &quot;Fahrenheit 451&quot; di Ray Bradbury</title><description>&lt;div class=&quot;separator&quot; style=&quot;clear: both; text-align: center;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiF8YJzuS6A442QvqmMpEyr1OegFQ-MWgLDOT5EmjfKdW2Xiydl-NBC9cUUQdiYe24d0AmuzAF95mKCmfgxmVW0OiyI4uA2FLYuK5R322tG1GQNrZATlNVsMNliOJ8XzrtBWxbqXTUI3h_a/s1600/fahrenheit451.jpg&quot; imageanchor=&quot;1&quot; linkindex=&quot;15&quot; style=&quot;clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;&quot;&gt;&lt;img border=&quot;0&quot; height=&quot;200&quot; src=&quot;https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiF8YJzuS6A442QvqmMpEyr1OegFQ-MWgLDOT5EmjfKdW2Xiydl-NBC9cUUQdiYe24d0AmuzAF95mKCmfgxmVW0OiyI4uA2FLYuK5R322tG1GQNrZATlNVsMNliOJ8XzrtBWxbqXTUI3h_a/s200/fahrenheit451.jpg&quot; width=&quot;172&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;Strano titolo per uno strano libro: 451 gradi Fahrenheit è la temperatura alla quale la carta brucia. Più poetico il sottotitolo della traduzione italiana: &quot;Gli anni della Fenice&quot;, che racchiude in sé il tema del fuoco e quello della rinascita. Il tema portante del libro è molto semplice: il Potere ha deciso che i libri sono pericolosi e, pertanto, devono essere distrutti. Cultura, notizie e verità possono arrivare solo dalla televisione, più facile da amministrare e da somministrare. In fondo sotto il sole non c&#39;è nulla di nuovo: si narra che il califfo Omar, dopo che le sue truppe avevano conquistato Alessandria d&#39;Egitto, a proposito dei libri della Biblioteca dicesse: «In quei libri o ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose, in ogni caso i libri vanno distrutti».&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
L&#39;autore, Ray Bradbury, è considerato uno scrittore di fantascienza, ma, forse, è più corretto definirlo un favolista: in &quot;Cronache marziane&quot;, ad esempio, manca quasi del tutto il sottofondo scientifico che c&#39;è in altri autori di genere e Marte potrebbe essere una sorta di Far West prossimo venturo, mentre nell&#39;&quot;Uomo illustrato&quot; i tatuaggi che ricoprono il corpo del protagonista si animano a raccontare tragiche storie. Anche &quot;Fahrenheit 451&quot;, sinistra utopia di un&#39;America del futuro, non sfugge a questo stile: pompieri che appiccano gli incendi anziché spegnerli, autopompe con il simbolo della salamandra, animale creduto in grado di vivere nel fuoco, gonfie di cherosene per accendere roghi di libri, televisori spalmati sulle pareti delle stanze che proiettano continuamente soap, i protagonisti delle quali interagiscono con gli spettatori, letali segugi meccanici in grado di stanare, inseguire e giustiziare chiunque. Sullo sfondo una guerra combattuta lontano dai confini, della quale si percepisce a malapena l&#39;eco.&lt;br /&gt;
Nella Los Angeles di questo mondo alieno si muove Montag, il protagonista del romanzo, un pompiere che gode nell&#39;accendere libri e case di bibliofili, inebriandosi dell&#39;odore del cherosene, finché non incontra l&#39;adolescente figlia dei nuovi vicini di casa e deve fare i conti con i suoi atteggiamenti non convenzionali (un giorno la trova distesa su un prato che vuol capire cosa si prova a essere morti). Scopre, o riscopre, un mondo al fuori e al di là del suo lavoro e della televisione e inizia a pensare.&lt;br /&gt;
Un giorno Montag infrange le regole e legge, di nascosto, un libretto che avrebbe dovuto bruciare. Affascinato, inizia a sottrarre i libri ai roghi, li ammassa in casa, provoca la moglie affinché anche lei abbandoni quello stile di vita artificiale, ma è tutto inutile. Montag inizia a frequentare Faber, un professore in pensione, che vuole in qualche modo combattere il potere e che gli da una radio ricetrasmittente da tenere nascosta in un orecchio per mantenere sempre il contatto con lui.&lt;br /&gt;
Un giorno arriva una chiamata: la squadra di Montag parte per intervenire e il nostro protagonista scopre che la casa che devono incendiare è la sua: Millie, la moglie, lo ha denunciato e Montag la incrocia mentre in lacrime abbandona la casa. Montag entra e inizia a incendiare tutto, a partire dalla stanza dei televisori, consapevole che, quando avrà finito l&#39;opera di distruzione, sarà arrestato. Uscito di là ha un confronto con il suo capo che scopre la ricetrasmittente; Montag, per proteggere Faber, lo uccide puntandogli contro il lanciafiamme. La ribellione è completa e Montag non può che scappare.&lt;br /&gt;
Nella sua fuga incontra un gruppo di persone che lo invitano ad aggiungersi a loro: hanno seguito la sua vicenda su un televisore portatile, lo conoscono e sanno che quello che è stato presentato come l&#39;epilogo della sua ribellione (il segugio che raggiunge un uomo, lo abbatte e gli pratica un&#39;iniezione letale) è, in realtà, una messa in scena. Quegli uomini appartengono a una comunità, che conta migliaia di aderenti, e ognuno di loro ha imparato a memoria un libro, del quale ha assunto il titolo come nome, per preservarlo dall&#39;oblio.&lt;br /&gt;
Mentre si allontanano dalla città sentono passare un gruppo di aerei a reazione che viaggiano in direzione contraria alla loro: «E la guerra cominciò ed ebbe fine nello stesso istante». &lt;br /&gt;
Montag e gli uomini-libro iniziano il loro cammino verso la Città, verso un posto dove la civiltà, come la Fenice, potrà risorgere dalle sue ceneri.&lt;br /&gt;
&quot;Fahrenheit 451&quot; è il manifesto di un pessimismo cupo e disperato, come il quasi coevo &quot;1984&quot; di George Orwell. In entrambi i libri il Potere esercita un assoluto controllo usando la televisione, sorta di Giano bifronte che da un lato trasmette messaggi propagandistici e dall&#39;altro spia la vita dei cittadini, e la cultura è vista con sospetto: da un lato si bruciano i libri, dall&#39;altro esiste un apposito Ministero che si occupa di adattarne il contenuto a quelle che sono le verità più gradite al Potere.&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/06/ho-letto-fahrenheit-451-di-ray-bradbury.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiF8YJzuS6A442QvqmMpEyr1OegFQ-MWgLDOT5EmjfKdW2Xiydl-NBC9cUUQdiYe24d0AmuzAF95mKCmfgxmVW0OiyI4uA2FLYuK5R322tG1GQNrZATlNVsMNliOJ8XzrtBWxbqXTUI3h_a/s72-c/fahrenheit451.jpg" height="72" width="72"/><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-1896475798747008482</guid><pubDate>Fri, 04 Jun 2010 20:50:00 +0000</pubDate><atom:updated>2010-06-05T09:29:00.692+02:00</atom:updated><title>Ho letto: &quot;Anonimo veneziano&quot; di Giuseppe Berto</title><description>Qualche giorno fa passeggiavo per Portalba, il quartiere dei librai napoletano, dove, rovistando tra le bancarelle, è sempre possibile fare qualche scoperta interessante. Su un banchetto, in mezzo a vecchi tomi muffiti e polverosi, ho trovato un librettino, di poco più di cento pagine, dal titolo conosciuto: &quot;Anonimo Veneziano&quot;.&lt;br /&gt;
Avevo visto il film, uscito nel 1971 per la regia di Enrico Maria Salerno e interpretato da Florinda Bolkan e Tony Musante, ma non conoscevo il romanzo. Rapida lettura all&#39;introduzione dell&#39;autore ed ecco svelato il mistero. Il romanzo era derivato dai dialoghi che Giuseppe Berto aveva scritto per Salerno. Il parlato era lo stesso del film ma tutta la parte descrittiva, che in un&#39;opera cinematografica è affidata alle immagini, era stata ottenuta ampliando le didascalie, ossia le descrizioni che lo sceneggiatore fornisce al regista.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;
Quando da un libro deriva un film, spesso il risultato è, in qualche modo deludente: qui il percorso seguito è quello inverso, perché è dal film che è derivato il romanzo e il risultato, che poteva essere altrettanto deludente, è, al contrario, sorprendente, nonostante un incipit di rara lentezza, quasi scostante.&lt;br /&gt;
La storia è una storia d&#39;amore tra un lui e una lei dei quali non conosciamo nulla, se non brandelli di vita: non il nome, non l&#39;aspetto fisico, se non come sono vestiti, e pochissimi altri particolari, come il seno piccolo di lei e la capigliatura di lui.&lt;br /&gt;
I nostri si sono amati tantissimo, di un amore carnale e disperato, litigioso, infedele, almeno da parte dell&#39;uomo. Si sono sposati perché lei era incinta e si sono separati perché a un certo punto sempre lei non riusciva più a sopportare le sregolatezze dell&#39;uomo, il suo scialacquare un limpido talento di musicista.&lt;br /&gt;
Lui l&#39;ha chiamata a Venezia, una Venezia autunnale, morente, quasi in decomposizione, e lei arriva, diffidente, aspettando chissà quali iniziative del marito, che le ha sempre rifiutato la separazione. Lei vive a Milano, è la compagna di un uomo ricco, dal quale ha avuto una seconda figlia, e teme che il marito voglia soldi per concederle la separazione, o avanzi pretese sul figlio, che non vede da otto anni, o chissà cos&#39;altro.&lt;br /&gt;
L&#39;incontro in stazione è quello di due animali che si guatano, si fiutano, si temono: Venezia fa da testimone ai loro bisticci, alle loro piccole crudeltà reciproche, al loro amarsi ancora nonostante tutto. &quot;Nec tecum nec sine te vivere possum&quot;: non possono vivere assieme ma nemmeno separati, questa è la scoperta di quel pomeriggio. Lei si rende conto che, nonostante i litigi, nonostante gli otto anni trascorsi, lo desidera ancora e crede, o in fondo spera, che lui l&#39;abbia fatta venire a Venezia per fare l&#39;amore.&lt;br /&gt;
Lui le racconta che, assieme a un gruppo di giovani musicisti, sta incidendo, in quella che era stata la loro casa, trasformata parzialmente in studio di registrazione, un concerto per oboe e archi di Alessandro Marcello, musicista veneziano del XVIII secolo. fratello del più noto Benedetto. Questa incisione è una sorta di testamento spirituale che lui lascia ai posteri e, soprattutto, al figlio, che praticamente non ha nemmeno conosciuto, per dimostrare la grandezza del suo genio. Testamento perché è afflitto da un male incurabile, un tumore al cervello che gli lascia soltanto pochi giorni di vita. Questo è il motivo che lo ha spinto a chiedere alla moglie di venire a Venezia.&lt;br /&gt;
Mentre ascoltano la registrazione del primo movimento del concerto i due si riavvicinano, scoprono di amarsi ancora, riscoprono un&#39;intimità dimenticata. Poi arrivano i musicisti per registrare un altro movimento del concerto e lui le chiede di rientrare a Milano; lei vorrebbe fermarsi ma lui è irremovibile. Comincia la registrazione e lei è sulla porta che non sa risolversi ad andarsene: lui sbaglia il tempo, stona, non è lucido. Le fa segno di andarsene; lei si decide, esce da quella casa, che un tempo fu di entrambi, e scende le scale allontanandosi per tornare in stazione. Lui riprende l&#39;oboe. Un cenno. La musica riparte potente e limpida.&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2010/06/ho-letto-anonimo-veneziano-di-giuseppe.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-158356201525716570</guid><pubDate>Sun, 04 Oct 2009 12:51:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-10-04T14:53:01.108+02:00</atom:updated><title>Cultura e incultura</title><description>Caro Mario,&lt;br /&gt;vorrei condividere con te questa mia riflessione. Si fa tanto parlare di cultura di destra e cultura di sinistra, di intellettuali di destra e di intellettuali di sinistra (com&#39;è brutto che la parola “intellettuale” sia, a volte, usata come un insulto) e si sbaglia tutto, ci si comporta come lo stolto che guarda il dito e non la luna che indica.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;La cultura, cito dal dizionario Garzanti della Lingua Italiana, è “patrimonio specifico di conoscenze e nozioni organicamente legate fra loro che un individuo possiede, e che contribuiscono in modo sostanziale alla formazione della sua personalità”, quindi non è né di destra né di sinistra, ma, appunto, personale. Come si può classificare una cultura di destra o di sinistra? In base ai libri? Ho letto testi di Nietzsche ma anche di Bakunin e di Trotsky, non mi sono fatto mancare “La montagna dalle sette balze”, di Thomas Merton, che, come sai, era un monaco trappista, ma anche le “Provinciali” di Pascal. Ho letto, con gusto, Hemingway e Carver, Sciascia e la Morante, e cento altri saggisti e romanzieri. Allora? La mia cultura è di “destra”, di “centro” o di “sinistra”? Sono un laico o un mistico cristiano? Io sono io e basta, la mia cultura mi appartiene e non è né dritta né mancina, è cultura e basta, senza etichette. &lt;&lt;br /&gt;La contrapposizione vera non è tra destra e sinistra, ma tra cultura e incultura, che è cosa diversa dall&#39;ignoranza. Ignorante è colui che ignora, che non sa: siamo tutti ignoranti, in misura diversa, perché nessuno può conoscere tutto. Come diceva Socrate, il vero sapiente è colui che sa di non sapere, quindi rispetto l&#39;ignorante, perché io stesso lo sono e perché anche un analfabeta mi può insegnare qualcosa.&lt;br /&gt;L&#39;incultura è diversa: è strumentale disprezzo di chi non la pensa come te, è pigrizia, è (voluta o involontaria non importa) falsificazione di fatti incontrovertibili per dimostrare le proprie tesi, è scempio dell&#39;intelligenza. L&#39;incolto non pensa, non ragiona: accetta come fatti certi gli slogan che gli sono ammanniti da persone che lui ritiene superiori, e tutti coloro che non la pensano come lui sono dei sabotatori, dei pericoli per la società, dei paria da zittire o, perché no, da sopprimere anche fisicamente.&lt;br /&gt;L&#39;incultura è rozza e sprezza il ridicolo; ti cito un esempio: un noto esponente della Lega Nord si vantava del fatto che i padani discenderebbero dai Celti e dai Longobardi e nulla avevano a che fare con levantini e mediterranei. Il signore in questione, che ha fornito la sua versione della storia d&#39;Italia non al bar, ma a un comizio, di fronte ad ascoltatori osannanti, ha ignorato che questo meticciamento è quantomeno improbabile: i Galli (i Celti), che abitavano originariamente la Pianura Padana, furono assorbiti dai Romani a partire dal Secondo secolo avanti Cristo, mentre i Longobardi, popolo affine ai Vandali che proveniva dalle steppe dell&#39;Europa Centro-Orientale, si insediarono in Italia nel Sesto secolo dopo Cristo, con il permesso, anzi con la benedizione, dei Bizantini. Tra i due popoli, quindi, passano circa ottocento anni, sufficienti a diluire sangue e vino.&lt;br /&gt;Sempre per continuare l&#39;esempio, Piacenza, Cremona, Brescia e Varese sono città di origine romana, Bergamo risale agli Etruschi o ai Liguri, Milano è celtica, Venezia fu fondata da esuli della città romana di Aquileia, in fuga davanti ad Attila, Bologna è di origini etrusche, a Spina c&#39;era una colonia greca e i Fenici, probabilmente, avevano commerci con i Liguri. La pretesa razza padana, quindi, non esiste visto che la regione fu abitata da tribù pre e protostoriche, da Etruschi, Liguri, Veneti, Celti, Romani, Goti, Longobardi, Vandali, Arabi (giunti fino ad alcune zone del Piemonte), Franchi e così via e fu dominata da Francesi, Spagnoli e Austriaci.&lt;br /&gt;Si può obiettare che, in fondo, in Perù e in Bolivia abitano ancora i discendenti diretti dei popoli precolombiani; è vero, ma quelli vivono isolati dal mondo, in valli poste a tremila metri di quota, mentre i presunti padani sarebbero vissuti in una pianura a livello del mare, attraversata da un grande fiume e posta su una delle vie di transito tra Est e Ovest europei, condizioni oggettivamente un po&#39; difficili per mantenere la purezza di una razza.&lt;br /&gt;Ecco, la purezza della razza: anche questo è un concetto tipico dell&#39;incultura; è un sogno da eugenetisti deviati, un delirio da Mein Kampf. Tutte le razze umane sono interfeconde, quindi tutti gli esseri umani appartengono alla stessa specie. Einstein, a chi gli chiedeva a quale razza appartenesse, rispose orgogliosamente: “Umana!”. &lt;br /&gt;Perché, poi, temere il miscuglio tra etnie? Di solito dà frutti positivi: i Greci gettarono le basi della civiltà occidentale, ma non esisteva una razza greca: abitanti autoctoni, Minoici provenienti dal Creta, invasori Dori giunti dalle pianure germaniche contribuirono a forgiare un popolo che, poi, si espanse su tutte le sponde del Mediterraneo, entrando in contatto con Fenici, Egizi, Persiani e così via. Gli stessi Romani erano un miscuglio di popoli e razze differenti: Latini, Osci, Sanniti, Galli, Etruschi, Greci, Celtiberi, Berberi, Numidi, Punici e cento altri.&lt;br /&gt;Nel mondo moderno le nazioni che appaiono più vive e vivaci sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Spagna, paesi nei quali convivono, anche se con seri problemi di ordine pubblico dovuti soprattutto a sperequazioni economiche e non a differenze razziali, persone di cento origini diverse: vogliamo paragonare questi paesi alla Cina? O all&#39;Iran? &lt;br /&gt;L&#39;Italia rischia di diventare come questi ultimi, pur con una pressione demografica, e quindi con un ricambio generazionale, assai minore: un paese di vecchi rincoglioniti incapaci e impauriti da ogni innovazione.&lt;br /&gt;Scusa questo lungo excursus e fammi tornare al mio pensiero principale. Dicevo che non esiste una cultura di destra e una di sinistra; purtroppo, però, negli ultimi quarant&#39;anni questo concetto, a mio avviso elementare e di evidenza lampante, è stato cancellato e stravolto dai presunti titolari di un&#39;ideologia ben precisa. &lt;br /&gt;Dopo il Sessantotto, la più grande rivoluzione tradita della storia dell&#39;umanità, infatti, gli “intellettuali” di sinistra presero a negare l&#39;esistenza di una cultura di destra e a scomunicare, zittire, ghettizzare e delegittimare tutti coloro che la professavano. Ho assistito a spettacoli francamente indegni, come quando, nel 2008, Israele fu invitato al Salone del Libro di Torino e una fetta non piccola di sedicenti intellettuali ululò ai diritti violati dei palestinesi e boicottò la manifestazione, oppure come quando, nello stesso anno, il Papa (che non mi piace) non poté andare a far visita alla Sapienza per l&#39;ostracismo rivoltogli da alcuni docenti e da numerosi studenti, e cito solo i più recenti.&lt;br /&gt;A questo punto, dopo che gli asini raglianti della sinistra hanno fatto valere, per quarant&#39;anni, le loro presunte ragioni, ecco che si lamentano perché la destra, chiamata a governare dalla maggioranza degli Italiani, si comporta nello stesso modo, con la stessa violenza ideologica. Da una parte un egualitarismo di maniera, un buonismo diffuso, un lassismo ingiustificato in nome di ideali mal compresi e mal applicati, dall&#39;altra un richiamo a valori xenofobi e nazionalisti, a concetti di ordine applicati a cazzo di cane, a una sorta di liberismo che, di fatto, è una licenza a fare quel che si vuole in nome di logiche di profitto degne di paesi del terzo mondo.&lt;br /&gt;Incolti di destra contro incolti di sinistra, in una guerra combattuta con armi diverse, ma che, francamente, ha stufato me e, spero, la maggior parte dei miei connazionali.&lt;br /&gt;Del degrado del clima politico e civile di questo paese abbiamo esempi quotidiani, della presa di potere delle ideologie e della delegittimazione della cultura e delle idee abbiamo prove quotidiane. &lt;br /&gt;Un esempio? Dal Tg1 e dai giornali di area governativa si sono levate critiche contro la manifestazione sulla libertà di stampa del 3 ottobre? Era nel diritto di chi le ha fatte; che poi si tratti di sicofanti o di leccaculi non è cosa che deve interessare noi, ma solo la coscienza dei diretti interessati. Hanno esposto le loro opinioni (giuste o sbagliate, indipendenti o prezzolate non importa): bene! Critichiamole e controbattiamole, ma non spingiamoci ad attaccarli da un punto di vista personale: in fondo sono loro che si guardano allo specchio tutte le mattine ed è a loro che deve piacere quello che vedono. Cos&#39;è, invece, successo? Che i responsabili di queste critiche sono stati dileggiati, ingiuriati, additati al pubblico ludibrio, ma nessuno si è spinto a dire che il diritto a esprimere liberamente la propria opinione si estende anche a costoro e che è ininfluente che la loro opinione sia diversa dalla nostra.&lt;br /&gt;Ritengo che la libertà di stampa in Italia sia in pericolo non tanto perché il presidente del consiglio si lancia in cause temerarie contro i giornali che lo criticano (le querele contro Unità e Repubblica in uno stato di diritto non avrebbero nessuna probabilità di essere accolte), quanto perché in più di un&#39;occasione lo stesso personaggio, padrone di una catena di televisioni private, di una casa editrice e di una concessionaria di pubblicità, ha dichiarato pubblicamente che non capiva perché si dovesse fare pubblicità su giornali che parlano della (esistente) crisi economica o che attaccano il suo governo. In tutti i paesi civili questo sarebbe un caso evidente di conflitto di interessi: non fare pubblicità sul giornale del mio nemico (non avversario, nemico) e falla sul mio. Anche questo è un esempio di incultura, ma chi ci governa ne ha dati non pochi altri.&lt;br /&gt;Un leader deve essere pronto a recepire e ad accettare le critiche, rispondendo in modo adeguato e non ridicolizzandole o ignorandole, altrimenti non è un leader. Centinaia di migliaia di persone ritengono che la libertà di opinione sia in pericolo? Non si può definire la manifestazione una farsa, ma bisogna sforzarsi di capire perché questi cittadini hanno sentito la necessità di manifestare. Se non lo si fa i casi sono due: o si sa benissimo che hanno ragione a temere, oppure li si considera sudditi e non cittadini.&lt;br /&gt;Un altro esempio? Gli abruzzesi hanno chiesto più e più volte di essere coinvolti e consultati nei piani per la ricostruzione delle case crollate nel sisma: sono stati bellamente ignorati e sbertucciati nelle loro legittime richieste, anzi sono stati fatti cornuti e mazziati, visto che da gennaio, a soli otto mesi dal sisma, dovranno rimborsare le imposte non pagate nel 2009 in 24 “comode” rate, mentre i terremotati delle Marche e dell&#39;Umbria hanno dovuto farlo dodici anni dopo e in centoventi rate. Da una parte si obbligano persone che hanno perso tutto a pagare le tasse (e i mutui sulle case crollate, ma questo è un altro discorso) non si sa con i redditi di quali attività, dall&#39;altra si è atteso che la situazione tornasse nella normalità per chiedere la restituzione delle somme momentaneamente non riscosse.&lt;br /&gt;L&#39;opposizione, del resto, non si comporta meglio: Il presidente della repubblica firma il decreto (abominevole e vergognoso, ma anche questo è un altro discorso) sullo scudo fiscale e il leader di uno dei partiti dell&#39;opposizione lo definisce “un atto di viltà”: perché? Napolitano ha esercitato un suo diritto e inviato un preciso segnale all&#39;opposizione: “firmo perché non vi siete presentati in aula e, se non firmassi, me lo rivoterebbero così com&#39;è obbligandomi ad avallarlo. Se il decreto fosse stato respinto, cioè se voi foste stati in aula a votare contro, non avrei dovuto promulgarlo (sottinteso perché Napolitano è un vecchio gentiluomo) coglioni che non siete altro”.&lt;br /&gt;Volevo solo parlare di cultura e non di politica, ma mi è stato impossibile: nell&#39;Italia di oggi, che ha per modello Il Grande Fratello, le veline, il successo ad ogni costo, anche calpestando la dignità propria e quella altrui, non è possibile scindere le due cose. &lt;br /&gt;La maggioranza, nella quale non mancano uomini colti, sfrutta l&#39;incultura e si adopera a diffonderla, perché così riesce a sollevare la maggior parte dei suoi elettori dal peso di farsi un&#39;opinione personale, che è sempre pericolosa: non si sa mai che possano cambiare voto. &lt;br /&gt;La minoranza, nella quale non mancano gli uomini colti, si perde in una solipsistica contemplazione del proprio ombelico e rivendica la titolarità e l&#39;esclusività di tutti gli ideali più nobili … &lt;br /&gt;E mentre il paese affonda, circondato dal ridicolo delle altre nazioni, il maggior partito dell&#39;opposizione si perde in una campagna elettorale interna dalla quale uscirà un segretario qualsiasi, non certo un leader capace di infiammare le folle. È triste dirlo, ma il prossimo segretario del PD sarà tutto, ma non certo l&#39;Obama italiano.&lt;br /&gt;Ciao Mario, scusa le chiacchiere e alla prossima.&lt;br /&gt;Tuo Pourquoipas&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2009/10/cultura-e-incultura.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-2939075742473119095</guid><pubDate>Wed, 16 Sep 2009 22:52:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-09-17T00:56:03.537+02:00</atom:updated><title>Internet sta uccidendo i giornali?</title><description>Curioso per natura, quando trovo uno spunto che mi attira inizio a spulciare qua e là, soprattutto sul Web, per cercare di capirne di più. Nello scorso mese di agosto, caratterizzato dalle polemiche e dalle tempeste mediatiche che tutti conosciamo (e delle quali è inutile parlare), si sono levate numerose voci ad affermare che, ormai, l&#39;informazione vera e indipendente la fanno non i giornalisti ma il popolo di Internet e che quotidiani e periodici hanno intrapreso un declino ormai irreversibile. &lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;Tali apodittiche affermazioni contengono qualche verità e molte esagerazioni: vediamole.&lt;br /&gt;Sicuramente la carta stampata ha perso copie, l&#39;ho verificato sul sito della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali): nei primi sei mesi dell&#39;anno i giornali (quotidiani e periodici) hanno perso vendite per una media del 6,27% rispetto al corrispondente periodo dell&#39;anno precedente. Tradotto in soldoni significa oltre un milione e ottocentomila copie vendute in meno e questo dato, rapportato all&#39;andamento dell&#39;intero 2007 (anno di suo non brillantissimo, che vide una contrazione di vendite del due per cento rispetto al  precedente), è tre volte superiore. Una situazione del genere può essere considerata molto seria, quasi drammatica.&lt;br /&gt;Ho continuato la mia piccola indagine, basata su dati empirici e senza alcuna pretesa di scientificità, e sono andato a vedere il rank, cioè la posizione in classifica, su scala mondiale, dei siti di alcuni quotidiani italiani. In parole povere, più basso è il numero di rank di un sito, maggiore è il numero di visite che riceve. &lt;br /&gt;Ebbene, “La Repubblica” è al centonovantottesimo posto (su scala mondiale) e precede il “Corriere della Sera” di venti posizioni; staccatissimo (869°) il sito de “Il sole - 24 ore”, oltre la millesima piazza “Il Giornale”, nonostante due messi vissuti pericolosamente nell&#39;occhio del ciclone delle polemiche; meglio della testata di Vittorio Feltri, per restare nell&#39;ambito della famiglia Berlusconi, ha fatto il quotidiano on line Tgcom, che naviga attorno alla trecentocinquantesima piazza ma che, comunque, è consultabile solo sul web e in brevi flash sulle reti televisive Mediaset.&lt;br /&gt;E i blogger come si piazzano? Beppe Grillo abbastanza bene: precede “Il Giornale” di quasi duecento posizioni, ma dopo dopo di lui è il diluvio. Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, giornalista de “Il Foglio” è oltre la ventimillesima posizione, e i siti di altri blogger ben noti nel piccolo mondo degli abitanti della Rete hanno un numero di visite di molto inferiore, a giudicare dal rank che presentano.&lt;br /&gt;A ciò si aggiunga un fatto al quale non si dà sufficiente risalto: la qualità media dei blog italiani è piuttosto scarsa. Pochi contributi originali, post (articoli pubblicati su un blog) scritti in un italiano raccapricciante o pieni di errori di ortografia, a dimostrare scarsa cura nella pubblicazione; ancora, molti blogger ne citano altri, spesso “dimenticando” di indicare la fonte, altri scrivono cose di una banalità sconcertante o con errori che potevano essere facilmente evitati consultando Wikipedia, per non parlare del gran numero di blog abbandonati o quasi, perché il loro autore ha scritto due o tre post e poi si è stufato.&lt;br /&gt;Il quadro che ho dipinto è abbastanza negativo, quasi a voler distruggere il mito dell&#39;informazione dal basso, fatta, cioè, dai lettori, o meglio dagli utenti, ma i blogger hanno un merito indiscutibile: quello di diffondere le notizie, di propagarle con una sorta di passaparola tecnologico, libero e inarrestabile. Cercare di censurare Internet è, quasi, come svuotare il mare con un cucchiaino: un&#39;impresa temeraria e impossibile, tante e tali sono le possibilità di comunicazione che la Rete offre. I Cinesi hanno provato a farlo, ma le notizie da e per i sudditi del Celeste Impero riescono ugualmente a oltrepassare la Grande Muraglia; gli iraniani, dopo le recenti elezioni presidenziali, hanno cercato di bloccare le notizie diffuse grazie a Twitter, ma senza riuscirci, e di esempi simili se ne potrebbero fare anche altri.&lt;br /&gt;Mi sento, quindi, di poter tirare qualche conclusione: il popolo di Internet è insostituibile per far emergere e diffondere notizie che altrimenti potrebbero cadere nel dimenticatoio ed è sicuramente più partecipativo dei lettori e dei telespettatori. Questa maggiore attività è indizio di senso civico, passione civile e amore per la democrazia e la libertà. &lt;br /&gt;Altrettanto importante, però, è il ruolo dei giornalisti, il compito dei quali deve essere quello di cercare le notizie e fare inchieste in modo obbiettivo. Risultato impossibile da raggiungere? Forse no, come dimostra l&#39;esempio di Spot.us, sito statunitense nel quale giornalisti indipendenti dichiarano di voler fare un servizio o un&#39;inchiesta su un determinato argomento e chiedono ai potenziali lettori di essere finanziati; chi è interessato versa una quota e, quando è stata raggiunta la cifra prefissata, il giornalista inizia a lavorare sul pezzo, senza essere in alcun modo influenzato da scelte editoriali, inserzionisti pubblicitari o altre forme di limitazione della sua indipendenza. In questo modo la sinergia tra giornalista e lettore è completa.&lt;br /&gt;In tutto questo che fine faranno i giornali? Sicuramente non spariranno, ma con altrettanta certezza ritengo che dovranno cambiare pelle. Le edizioni cartacee subiranno ulteriori contrazioni di vendite, mentre le versioni on line acquisteranno lettori. Come fare business in un quadro del genere? Si possono rendere disponibili a pagamento gli archivi, oppure vendere le copie, come fossero in edicola: l&#39;utente desidera leggere on line gli articoli di un quotidiano o di un periodico (e qui diventa strategica la qualità dei contenuti, direttamente proporzionale a quella dei loro autori)? Si abbona, pagando una cifra sensibilmente ridotta rispetto all&#39;edizione cartacea, oppure (ad esempio con una carta ricaricabile) acquista, con micropagamenti, gli articoli di suo interesse. Chi vivrà, vedrà.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2009/09/internet-sta-uccidendo-i-giornali.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-4823283055054178135</guid><pubDate>Tue, 24 Mar 2009 20:25:00 +0000</pubDate><atom:updated>2009-03-24T21:29:53.590+01:00</atom:updated><title>Villa San Martino (di Mario Govoni)</title><description>Era il 26 giugno e l&#39;aria del primo pomeriggio era calda; entrai nella biblioteca di villa San Martino e lo vidi mentre, così basso di statura, cercava di riporre un libro su uno degli scaffali più alti della libreria.&lt;br /&gt;“Datemi - dissi - lo sistemo io, che sono più grande di voi”.&lt;br /&gt;Mi guardo e sorrise, un lampo divertito negli occhi: “Tuttalpiù sei più alto di me - rispose -  ma certamente non più grande” mentre mi porgeva una copia delle “Vite parallele” di Plutarco.&lt;br /&gt;Mentre riponevo il volume azzardai: “Certo che di condottieri come voi ce ne sono stati pochi, forse solo il Macedone”.&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;“Come tutti vuoi limitare la mia grandezza alle mie vittorie militari. Ricordati che la gloria delle armi è effimera, mentre solo quella delle opere è duratura. Mi hanno chiamato il Macellaio d&#39;Europa perché ho ricoperto le terre di questo continente di morti, sono stato odiato da altri imperatori, sicuramente più piccoli e meschini di me, e livorosi perché li ho battuti cento volte. Ad Austerlitz, in quattro ore, ho messo in fuga un esercito di 100.000 uomini, a Jena e Friedland ho distrutto i sogni dei Prussiani. Sì, è vero, sono stato un grande generale, forse il più grande, ma le mie opere più memorabili le ho fatte lontano dall&#39;odore della polvere da sparo”. &lt;br /&gt;E tacque, pensoso, e la sua vita sembrò scorrergli in un attimo davanti agli occhi.&lt;br /&gt;“Sulla punta delle mie baionette ho portato in tutta Europa delle leggi degne di questo nome e ho infranto i privilegi dei nobili e dei feudatari. Dove regnavano parrucche incipriate ho portato idee, idee nuove di eguaglianza e di libertà. È ricco chi merita, non chi ha ereditato un titolo e delle rendite. Quando finalmente mi hanno sconfitto, pazzo che sono stato a iniziare un&#39;impresa più grande di me, che hanno fatto? Mi hanno spedito qua, convinti di avermi dato un giocattolo con cui trastullarmi, la caricatura di un regno ... teniamolo là, è un&#39;isola, l&#39;Orco prigioniero non fa più paura” e nuovamente tacque.&lt;br /&gt;Un sogghigno lo scosse per un attimo: “Inetti - riprese quasi parlando tra sé - non hanno capito che nulla sarà più come prima, che i miei soldati, la migliore gioventù d&#39;Europa, tornati a casa non avevano nello zaino solo la disperazione della sconfitta, ma anche delle idee, e che idee. Idioti! Un&#39;idea è più letale di una pallottola. Loro pensano di avermi sconfitto, ma hanno perso. Io sono il vero vincitore!” e in quel momento il piccolo uomo mi sembrò un titano.&lt;br /&gt;Lo guardavo e tacevo, una parola sarebbe sembrata di troppo in quel momento. Fuori le api, le stesse che apparivano nel suo stemma, ronzavano instancabili, volando di fiore in fiore; di fronte a me avevo l&#39;imperatore di tutte le api, l&#39;uomo che aveva provocato il crollo di un mondo per ricostruirne uno, migliore, dalle sue ceneri, instancabile, operoso, crudele, sì, ma di una crudele necessità.&lt;br /&gt;Il silenzio si spezzò: “La loro vendetta - proseguì, e il titano tornò ad essere il piccolo uomo che era - si è consumata nel momento in cui hanno mandato mio figlio in esilio a Vienna. Povero aquilotto, chissà se mai lo rivedrò. Una cosa è certa: non mi hanno seppellito su quest&#39;isola, perché io, qua, non ci morirò”. &lt;br /&gt;A questo punto mi diede le spalle e uscì dalla biblioteca, solo, con la grandezza della sua solitudine a incurvargli appena le spalle.&lt;br /&gt;Io c&#39;ero, quel 26 giugno a Villa San Martino ... io c&#39;ero.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2009/03/villa-san-martino-di-mario-govoni.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-7725631916503309853</guid><pubDate>Sun, 24 Feb 2008 15:17:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-02-24T16:18:47.593+01:00</atom:updated><title>Senza Titolo (inedito di Veronica Ricciardi)</title><description>Perché a volte, un sorriso non basta più. A volte uno schiaffo esprime più amore di un abbraccio. Oggi viviamo in un mondo che cambia in continuazione. Un mondo che pretende molto, da ogni essere umano che non si accontenti di stare alla finestra, a guardare la propria vita scorrergli vicino. Siamo sottoposti a pressioni altissime, sia sul lavoro che nella vita di relazione. Siamo bombardati da messaggi che ci mostrano persone felici, realizzate, serene, economicamente indipendenti, stimate, amate. E ciascuno di noi è veramente così? Lavorando in questo nuovo lavoro che mi serve con 180 euro a settimana lavorando tutti i giorni per 11 ore cucinando, servendo e lucidando un squallido locale che serve a gente di una certa età per ritrovarsi lì non avendo nulla da fare... vedo questo, sento questo, mentre ridono, parlando tra di loro tra una bevuta di vino e una di grappa, ma in fondo nascondono tante cose, che una fogna erutterebbe letame... hanno moglie, figli e nipoti… ma per loro è come se fossero fantasmi… sì fantasmi non valutano al posto di uno sguardo di un nipotino, se non un gioco di carte, una seduta per non essere volgare con una femmina che si dà facilmente… &lt;br /&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;Se non fossimo nati per essere felici, perché mai i bambini, che ancora non hanno subito tanti condizionamenti, userebbero tutto quello che hanno e che possono per migliorare? Imparare a camminare, a parlare, a comunicare, a giocare, a partecipare. A sognare in grande! Perché non c&#39;è in loro questo pensiero? ogni essere vivente, è costruito per tendere al benessere e al piacere, ma al di sopra delle righe c&#39;è una cosa fondamentale per me che a volte pecco di stupidità umana… LA DIGNITÀ. Ma cosa è diventato oggi il nostro “modello” di felicità e serenità? La mia paura è quella che se dovessi rimanere a lungo a lavorare lì per poi sentire tutto ciò i miei neuroni che già stanno dando segnali evidenti di avanzamento precoce, peggiorino sempre più… Come faccio a volte mi chiedo… oggi non è facile la vita quotidiana, non è facile trovare un lavoro, e poi… un lavoro che ti renda felice e che ti appaghi… Forse era più facile, anche solo 100 anni fa, quando le regole e i ruoli erano più semplici e comprensibili? Oggi, credo che potremmo definire la felicità come la possibilità di fare ed essere, ogni giorno, quello che veramente vogliamo fare ed essere, ma nel contegno di quello che io chiamo DIGNITÀ. Che questo voglia dire essere un genitore che cresce la sua famiglia, o un volontario che si dedica agli altri o… qualunque cosa che sentiamo come “la nostra strada”, dentro di noi. Ma qualunque essa sia, percorriamola bene, non accontentiamoci di risultati mediocri, pretendiamo per e da noi stessi il meglio, dando il meglio. Purtroppo oggi incontro sempre più persone che non sanno veramente quello che vogliono, quello di cui hanno bisogno per essere felici, e io, che ero quella che diceva che il segreto era BOIA CHI MOLLA, mi arrendo davanti questa società di merda…Una donna o un uomo in carriera che si sente rinfacciare l’egoismo di non aver investito sulla famiglia. Una donna o un uomo che riesce a fare tutte e due le cose, anche se non vive proprio come nel mulino bianco, e che si sente dire che ha dimenticato il tempo e gli spazi per se stesso. Un volontario che non ha i soldi per pagarsi le bollette, un imprenditore che si sente in colpa se si compra un’auto sportiva… Viviamo in un mondo così veloce e contraddittorio che qualunque scelta facciamo sembra nascondere un rovescio della medaglia doloroso. Così, spesso, le persone non decidono e si lasciano vivere, accettando quello che il momento porta, non realizzando che non decidere non è mai la decisione giusta. Non manderò a nessuno la e-mail con le dolci parole e i sorrisi e non perché non sia bella o non mi abbia fatto piacere riceverla, ma perché credo che l’amore (e su quello non si discute) sia la “cosa” a cui aspirare prima di tutto. Amore per se stessi e per gli altri. E se mi amo devo cercare e cercare ancora, fino a che non trovo e intraprendo la mia strada per essere felice. E se amo qualcun altro devo aiutarlo a fare lo stesso.&lt;br /&gt;Cercare la propria strada per essere felici non è così semplice, ecco perché un sorriso può illuminarla per un attimo, ma un buon schiaffone può aiutarci a percorrerla, quando ci lasciamo andare alla routine o alla paura di fare scelte sbagliate e ci fermiamo, appollaiati su un muretto, a guardare gli altri che corrono…&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2008/02/senza-titolo-inedito-di-veronica.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>3</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-8644842818708846550</guid><pubDate>Sun, 17 Feb 2008 18:00:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-02-17T19:02:31.738+01:00</atom:updated><title>Orlatrice (scrittura collettiva di Maria Mosella, Beniamino SIdoti, Fabrizio Manizza e Daniele Macchi)</title><description>Orlo del precipizio&lt;br /&gt;e cucio desideri &lt;br /&gt;e taglio pensieri &lt;br /&gt;su tovaglie ricamate &lt;br /&gt;poi con spago spargo &lt;br /&gt;mi sporgo &lt;br /&gt;intrinsecamente &lt;br /&gt;voglio &lt;br /&gt;voglia fulva &lt;br /&gt;come fragola (Maria)&lt;br /&gt;&lt;span class=&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;Sul baratro&lt;br /&gt;un bar atro&lt;br /&gt;e io affondo&lt;br /&gt;ricordi e desideri.&lt;br /&gt;Cerco un oracolo&lt;br /&gt;ma trovo solo una Pizia.&lt;br /&gt;Prego Pizia, &quot;Preci, Pizia!&quot;&lt;br /&gt;Prego, dimmi.&lt;br /&gt;Non so cosa voglio. &lt;br /&gt;Non voglio quel che so. (Ben)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oracolo ora tracollo &lt;br /&gt;sul collo e sulla schiena &lt;br /&gt;paura e brividi&lt;br /&gt;Pizia, prego &quot;non Preci, Pizia&quot;&lt;br /&gt;delizia &lt;br /&gt;so cosa voglio &lt;br /&gt;un futuro altro &lt;br /&gt;inventa, Plizia (Maria)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;profeta imperfetta&lt;br /&gt;non chiedere il futuro&lt;br /&gt;a chi il futuro lo vede&lt;br /&gt;chiedilo a chi lo fa&lt;br /&gt;a Delfo, a Samo, a Cuma&lt;br /&gt;evita la nebbia e la bruma&lt;br /&gt;a Cuma, a Delfo, a Samo&lt;br /&gt;il futuro invento e chiamo.&lt;br /&gt;Più lo stringo tra le mani&lt;br /&gt;più scivola come sabbia&lt;br /&gt;come tempo&lt;br /&gt;a Cuma a Samo a Delfo (Ben)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cuma, Samo, Delfo&lt;br /&gt;già odo &lt;br /&gt;odore malsano &lt;br /&gt;tornano indietro&lt;br /&gt;vento le mie parole &lt;br /&gt;Non dirmi Plizia &lt;br /&gt;mestizia (Maria)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oracoli monocoli&lt;br /&gt;non vedono il futuro.&lt;br /&gt;Del destino il vasto orbe&lt;br /&gt;incompleto sempre appare&lt;br /&gt;a chi d&#39;un occhio è orbo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Né due occhi sono meglio.&lt;br /&gt;Quattro occhi ancora peggio&lt;br /&gt;dato che son solo occhiali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scruta a fondo il Terzo Occhio,&lt;br /&gt;brilla occulto al foro interno.&lt;br /&gt;Le donne sole sanno dov&#39;è,&lt;br /&gt;scelte da sempre per profetesse.&lt;br /&gt;Fulve o bionde sopra tutte:&lt;br /&gt;bronzo o oro nei capelli,&lt;br /&gt;lo scintillio di arcani metalli.&lt;br /&gt;Esse sole sanno, sempre,&lt;br /&gt;anche quando non san di sapere. (Fabrizio)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;odore di iodio&lt;br /&gt;profeti sul mare e sul vento&lt;br /&gt;odo re di odio&lt;br /&gt;dio di sventura che grida contento&lt;br /&gt;o dò ore e dì, od io...&lt;br /&gt;il tempo non si misura a parole&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;e se le tue parole, Plizia,&lt;br /&gt;davvero sono vento,&lt;br /&gt;che siano aquilone - vento giocattolo,&lt;br /&gt;e non scirocco, vento dei pazzi sciroccati,&lt;br /&gt;che siano tramontana dell&#39;alba&lt;br /&gt;e non bora boriosa&lt;br /&gt;che siano grecale levantino&lt;br /&gt;e non maestrale pedante&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Plizia? Mestizia?&lt;br /&gt;in amicizia, più letizia!&lt;br /&gt;che tanta mestizia,&lt;br /&gt;nemmeno in beozia,&lt;br /&gt;manco in dalmazia,&lt;br /&gt;forse forse in scizia.&lt;br /&gt;Lì c&#39;è mestizia,&lt;br /&gt;non fa nemmeno notizia.&lt;br /&gt;Ma qui? Ci si sfizia,&lt;br /&gt;ci si vizia, ci si inizia&lt;br /&gt;E il vento è una lontana sfinge egizia (Ben)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;seduta sta &lt;br /&gt;mestizia &lt;br /&gt;parole e nuvole &lt;br /&gt;fulmini e pensiero &lt;br /&gt;temo fremo spero (Maria)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e la speranza morde &lt;br /&gt;la speranza ingiallisce&lt;br /&gt;sbiadisce &lt;br /&gt;oracolo ora tracollo &lt;br /&gt;sul collo e sulla schiena &lt;br /&gt;bionda speranza &lt;br /&gt;vana va (Maria)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;bionda? Fulva? sempre a me caro fu...&lt;br /&gt;Speranza vana in vano attendo&lt;br /&gt;trasudo mentre sputo la sentenza,&lt;br /&gt;ora colo ora sudo e mai più vani allori.&lt;br /&gt;Cosa siamo noi? Perché!!! (Daniele)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;Cielo in una bottiglia &lt;br /&gt;Siamo &lt;br /&gt;Sabbia rosa in un astuccio &lt;br /&gt;Siamo &lt;br /&gt;Gialle gocce di acqua piovana &lt;br /&gt;racchiuse in un ricordo &lt;br /&gt;Siamo&quot;&lt;br /&gt;Samo dice&lt;br /&gt;non risponde &lt;br /&gt;a questa &lt;br /&gt;di domande tra mille &lt;br /&gt;e tra sudo vomito incolore &lt;br /&gt;e cado &lt;br /&gt;ma graffio &lt;br /&gt;mi rialzo &lt;br /&gt;e grido &lt;br /&gt;stringo &lt;br /&gt;mi sporgo &lt;br /&gt;intrinsecamente &lt;br /&gt;credo&lt;br /&gt;non cedo (Maria)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al bar atro suona la campana&lt;br /&gt;di chiusura; era castana&lt;br /&gt;la speranza, ora è tinta,&lt;br /&gt;bionda ma finta&lt;br /&gt;spero fremo temo.&lt;br /&gt;Ma è naturale espressione&lt;br /&gt;di desiderio, di passione.&lt;br /&gt;Domani la speranza curva&lt;br /&gt;cambia strada e si fa fulva. (Ben)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2008/02/orlatrice-scrittura-collettiva-di-maria.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-1515809508410962947</guid><pubDate>Sun, 10 Feb 2008 22:13:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-02-10T23:20:27.352+01:00</atom:updated><title>La lettera accartocciata (di Luca Gaudiano)</title><description>Non riesco a prendere sonno. Come ogni notte. Mi sembra sempre di non avere fatto abbastanza - non stare in ansia, mi ripeto. Ma serve a poco.&lt;br /&gt;E poi stasera me lo merito di dormire di meno: ho trovato per strada una strana missiva - chissà chi l&#39;ha scritta - abbandonata. Accartocciata in disparte.&lt;br /&gt;Desidero che la leggiate anche voi. In fondo riguarda molti. L&#39;anonimo l&#39;ha intitolata &quot;Lettera alla ragazza che amerò.&quot;&lt;br /&gt;&lt;span class =&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;font-weight:bold;&quot;&gt;Lettera alla ragazza che amerò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;Ti noterò perché avrai lo sguardo perso in qualche pensiero leggero e sorriderai, interdetta. Ti noterò perché avrai le spalle strette e la pelle lucida sotto il sole della primavera che non vuole arrivare. Ti noterò perché avrai un tono della voce diverso, squillante, argentino. Ma parlerai a voce bassa.&lt;br /&gt;Mi innamorerò di te per quella tua determinazione a raggiungere ciò in cui credi, contro chiunque. E qualunque avversità. Mi innamorerò delle tue labbra arrossate dal desiderio di desiderare, e delle mani ansiose di stringere, carezzare, sfiorare. Mi innamorerò di quel modo che avrai di farmi capire che ti piaccio. E che ti piace il mio modo di pensare e di parlare.&lt;br /&gt;Ti noterò e mi innamorerò del silenzio che sarai capace di sopportare, non prevaricando quel sottile strato di inevitabile isolamento che tendo a creare attorno a me. Mi sorprenderà la naturalezza con cui saprai cristallizzare la mia attenzione sulla morbidezza dei tuoi capelli e del tuo incarnato fine. Ti avrò notato, avrò respirato già l’odore buono del tuo viso e mi sarò innamorato del tuo modo di esprimere le idee. Le tue idee. &lt;br /&gt;Saremo sdraiati a fianco, tremando la nostra prima volta, fremendo di desiderio, ma temendo la concretezza che riduce. Scherzeremo e ci prenderemo dolcemente in giro. Poi, il tuo sguardo mi convincerà a bloccarti sotto di me e a toccare ogni piega del tuo corpo disteso.&lt;br /&gt;Prima di fondere la nostra vita, però, te lo prometto fin d’ora, ti chiederò di non volere possedere tutto il mio essere. Ti pregherò di non volere mai diventare l’assoluto per la mia esistenza. Ti scongiurerò di evitare con tutta te stessa, con tutta la tua amorevole forza, di rubarmi lo spazio necessario a comprendere la vita al di là di te. Di volere a tutti i costi entrare anche nell’ultima rocca del mio castello di incertezze, e di profanare il mio sacrario di ricordi e sogni.&lt;br /&gt;Tu dirai di sì, mi rassicurerai, lo prometterai. Ma nel vento e nella sabbia. Al tuo inconsapevole spergiuro io crederò come un bambino che si fida del suo adulto preferito. E sarà in quel momento che mi avrai già tradito. Io lo comprenderò quasi subito, ma penserò che si tratta del piccolo prezzo che costa l’Amore. E sbaglierò, cazzo se sbaglierò!&lt;br /&gt;Ti amerò e mi amerai, ma saranno amori diversi, il mio tenderà a metterti sempre più in disparte, il tuo a fare di me sempre più la tua sola ragione di vita, il tuo solo spazio in cui respirare: due malattie diverse e configgenti, due paradossi che si srotoleranno ai piedi della nostra diversa capacità di tollerare ciò che non condividiamo e che ci fa male. E nel dolore dell’incomprensione cammineremo insieme per molto tempo, a fianco uno dell’altra.&lt;br /&gt;Invecchieremo nell’amore e nella sola certezza che tutto questo non potrà continuare. Così non potrà continuare. Cercheremo soluzioni, ci arrovelleremo nel tentativo velleitario di aggiustare un giocattolo che, quando si rompe, anche se lo aggiusti, non funziona mai come prima. E ci lasceremo, probabilmente ci lasceremo. Oppure resisteremo, guerriglieri senza tempo e senza confini, sperduti nella tundra umida del pianto riservato e discreto.&lt;br /&gt;Ti amerò anche allora, perché sapevo fin dall’inizio che non avresti fatto sceneggiate, che non rientrano nel tuo stile sobrio, capace, disciplinato, quasi militare. E ti amerò anche allora, perché non mi sfuggirà il tuo sguardo deluso dalla vita che non sa tornare indietro. Piangerò leggendo le lettere che saremo scritti e che avremo nascosto subito dopo: saranno intrise di parole tutte nostre, di nostre pagine scritte con l’inchiostro della nostra vita di estranei, incapaci di ammettere la malattia dell’amore che è sempre a tempo determinato.&lt;br /&gt;Ti amerò per la dignità che metterai a nudo quando mi farò scoprire tradirti e per la bravura che avrai nel tenermi nascosto le tue storie parallele. Sarai perfetta, non ti sfuggirà di te il benché minimo segreto né il più piccolo dettaglio di me. Saremo vecchi e belli. Insieme, mentre ci allontaniamo. Per sempre.&lt;br /&gt;A pensarci ora, questa sarà la grande avventura che, fortunati, potremo raccontare di avere vissuto: ne vale la pena, no? Anche se dici di no, e non potresti dire altrimenti, so che dentro di te sei consapevole che sarà davvero così e sarà maledettamente meraviglioso.&lt;br /&gt;Desidero dirti tutto questo adesso, quando ancora nemmeno ci conosciamo. Né ci siamo mai visti prima. Voglio già abbracciarti, tentazione di dolore lancinante. Desidero farlo ora, quando sarebbe il gesto più puro della nostra distillata condivisione.&lt;br /&gt;Permettimi questo sorriso amaro, permettimi questa licenza assurda e candida. Permettimi di non farlo dopo, quando sarà inevitabilmente pesante e recriminante.&lt;br /&gt;Ti amerò, non ancora tuo.&quot;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Strano messaggio nella bottiglia nel mare postmoderno. Strano davvero. Ora posso andare a letto: mi sento più leggero.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2008/02/la-lettera-accartocciata-di-luca.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>2</thr:total></item><item><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-2643251028455693859.post-3602096249425568362</guid><pubDate>Mon, 21 Jan 2008 20:54:00 +0000</pubDate><atom:updated>2008-01-21T21:56:12.996+01:00</atom:updated><title>&quot;Sembro ma sono&quot; (di Elena Govoni)</title><description>Sembro un’aquila dai grandi occhi,&lt;br /&gt;ma sono un uccellino;&lt;br /&gt;Sembro un timido uccellino,&lt;br /&gt;ma sono una farfalla;&lt;br /&gt;Sembro una farfalla dalle belle ali,&lt;br /&gt;ma sono un bruco;&lt;br /&gt;Sembro un viscido bruco,&lt;br /&gt;ma sono terriccio;&lt;span class =&quot;fullpost&quot;&gt;&lt;br /&gt;Sembro un morbido e profumato terriccio,&lt;br /&gt;ma sono gatto;&lt;br /&gt;Sembro un attento gatto,&lt;br /&gt;ma sono una tigre;&lt;br /&gt;Allora, se non sembro &lt;br /&gt;Niente di tutto ciò,&lt;br /&gt;se non ci assomiglio &lt;br /&gt;nemmeno,&lt;br /&gt;allora sai dire chi sono io&lt;br /&gt;Ma sì, hai capito,&lt;br /&gt;ci sei arrivato!&lt;br /&gt;Bravo, hai detto bene:&lt;br /&gt;sono uomo!&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;</description><link>http://duemacachi.blogspot.com/2008/01/sembro-ma-sono-di-elena-govoni.html</link><author>noreply@blogger.com (Mario Govoni)</author><thr:total>3</thr:total></item></channel></rss>