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&lt;br /&gt;
pubblicato su &lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt; il 28 aprile 2010&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il momento attuale è cruciale per il salvataggio della Grecia, stretta tra l'esigenza di rimborsare il debito pubblico, nazionale e internazionale, in scadenza (il 19 maggio dovranno essere ripagati 9 miliardi di euro), di rifinanziarlo con tassi di interesse divenuti proibitivi e, al tempo stesso, di contrastare i morsi della crisi economica del Paese. Il paracadute che si è prospettato per il Paese ellenico consiste nell'intervento finanziario di 45 miliardi di euro dell'Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso tempo, le maggiori società di rating, hanno dichiarato di aver rivisto fortemente al ribasso le loro valutazioni sull'affidabilità del debito pubblico greco. Questi giudizi hanno provocato un'eco disastrosa nelle borse (nel Vecchio continente sono crollate mediamente del 3,67% con una perdita di 160 miliardi di euro), la perdita di valore dell'euro nei confronti del dollaro (la cui quotazione è scesa sotto la soglia di 1,32), ed effetti del tutto indesiderati per il futuro del Paese. Le future emissioni di titoli pubblici dovranno, infatti, essere emesse a tassi di interesse proibitivi e potrebbero comunque non trovare una sufficiente copertura sul mercato, così come è avvenuto nella seduta odierna di borsa e così come avvenne per l'Argentina. Tuttavia, se l'intervento europeo tarderà ad arrivare, lo stato greco rischia la bancarotta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli scenari delineati sulla stampa specializzata in queste ultime settimane hanno assunto i colori del catastrofismo e prospettato un «effetto domino» su altri paesi dell'area euro (la Spagna, il Portogallo e l'Irlanda) che si trovano in una situazione finanziaria precaria simile a quella della Grecia. L'ipotesi più pessimistica arriva a prevedere una situazione di default dell'intera euro-area, con la conseguenza della fine della moneta unica. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sta in questi eventuali risvolti della vicenda greca una delle motivazioni di fondo dell'interesse tedesco. La Germania, infatti, è esposta nei confronti del debito pubblico della Grecia (in quanto detiene titoli greci per 43 miliardi di euro), e di gran lunga più esposta nei confronti del debito spagnolo (per 240 miliardi di euro). Il sistema bancario tedesco è esposto direttamente al debito dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, i paesi a maggior rischio dell'eurozona) per una percentuale stimata tra il 20 e il 23% del Pil tedesco, dunque tra i 500 e i 575 miliardi di euro circa. Un catastrofico contagio del default greco nel paese portoghese e in quello spagnolo sarebbe per essa tutt'altro che auspicabile. Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali, l'esposizione di molte banche europee nei confronti della Grecia è aumentata notevolmente: nel settembre 2009 la cifra totale era di 272 miliardi di euro, cresciuta di oltre il 26% in due anni. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un altro aspetto estremamente rischioso e rilevante per la Germania è la possibilità, in seguito al default greco, della fuori uscita dall'euro di paesi ad economia debole e la creazione di nuove monete nazionali, sicuramente molto svalutate e ulteriormente svalutabili, proprio perché divenute estranee alle regole della moneta unica, con produzioni nazionali in competizione con le stesse esportazioni tedesche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In ultima analisi, quindi, il più grande paese dell'euro-zona difficilmente permetterà che la situazione greca volga al peggio e, nonostante l'atteggiamento schizofrenico legato all'avvicinarsi delle prossime elezioni del 9 maggio, la Merkel farà probabilmente prevalere il buon senso politico e prospettico e finirà per accordare il prestito europeo per salvare Atene. Infatti è risultato dalla riunione diplomatica di questo pomeriggio tra il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn e i leader del Parlamento tedesco che la Merkel presenterà un piano di aiuti alla Grecia fino a 8,4 miliardi nel 2010 al parlamento tedesco per l'approvazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I soldi ci sono e vanno usati tempestivamente e con giudizio. Secondo le stime del presidente della Bundesbank Axel Weber, la Grecia necessiterà di circa 80 miliardi di euro per tutto il periodo dell'aggiustamento. La Grecia avrà bisogno di una copertura finanziaria per almeno due anni, durante i quali dovrebbe applicare tutti i provvedimenti necessari per realizzare l'aggiustamento. Le stime sono per un rapporto fra debito e Pil al 124% nel 2010 e al 131% nel 2011 a fronte di una crescita del Pil reale piatta per almeno altri sei anni, nel periodo 2009-2016. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il decreto che destina 5,5 miliardi di aiuti dell'Italia alla Grecia è in corso di perfezionamento e sarà presentato presto al Consiglio dei ministri per l'approvazione. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti aveva affermato in questi giorni nel corso di una conferenza stampa che «alcuni Paesi grandi hanno il dovere di dimostrare di essere anche grandi Paesi». Ha sottolineato inoltre che «il principio politico fondamentale ... dell'Unione ... dovrebbe essere il valore fondante di tutte le decisioni». Dello stesso avviso è anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, che si è mostrato preoccupato che il «rischio Grecia possa contaminare altri Paesi ... e questo vuol dire che è proprio la casa comune che dobbiamo salvare». Frattini ha insistito, quindi, sul bisogno di mantenere gli impegni assunti con il piano Ue-Fmi già approvato dall'Eurogruppo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se la politica e la diplomazia saranno sufficientemente rapide, la Grecia disporrà, in tempo utile, dei fondi necessari per rimborsare il debito in scadenza. Ma quello che più di altro preoccupa non è tanto la mole di finanziamenti di cui necessita il paese ellenico, quanto piuttosto le misure economiche, che per usare un eufemismo sono state definite «restrittive» dal ministro delle Finanze greco George Papaconstantinou e che molto probabilmente prevedranno fra l'altro la riduzione del livello degli stipendi del 20% e un impoverimento di tutta la popolazione, con un probabile sbocco in violente rivolte che potrebbero vanificare i piani di risanamento e le previsioni di aggiustamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando le acque saranno nuovamente tranquille si dovranno tirare le somme e attribuire le responsabilità e le colpe del disastro greco. In primo luogo, si dovrà addebitare alla Grecia la responsabilità di aver mentito, falsificando i dati relativi al suo disavanzo. Si dovrà poi giudicare il ruolo che ha avuto nella vicenda della «ristrutturazione» del debito greco la Goldman Sachs, la banca d'affari già accusata dalla Sec e sottoposta all'indagine del Senato degli Stati Uniti per il suo ruolo cruciale nella crisi economica mondiale. Si dovrà riflettere, inoltre, sul ruolo delle società di rating che più volte durante l'attuale crisi finanziaria si sono mostrate pro cicliche, ossia incapaci di prevedere l'andamento dell'economia del Paese ed hanno dato una spinta alla Grecia verso il precipizio finanziario nel momento di maggiore fragilità. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un'alternativa che si pone è un temporaneo ritorno della Grecia alla dracma, che presenterebbe per essa il vantaggio della possibilità della svalutazione della moneta nazionale per abbattere il valore del debito pubblico. Ma la decisione di uscire e rientrare nell'euro dovrebbe essere presa in seno alla Bce e, quindi, a livello centrale. Questa soluzione però non metterebbe al riparo dall'effetto emulativo che si potrebbe verificare per altri paesi in situazione simile a quella greca. Allo stesso tempo, la moneta unica risulterebbe danneggiata nella sua credibilità internazionale e il desiderio del banchiere centrale di fare dell'euro la moneta di riferimento internazionale alternativa, se non sostitutiva del dollaro ne verrebbe definitivamente frustrato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto, non molto tempo addietro era circolata la notizia che un gruppo di speculatori professionisti ed estremamente finanziati stavano scommettendo proprio sul default generalizzato e sulla fine dell'era dell'euro. Tra questi vi sarebbero alcuni grandi hedge fund americani, in prima fila il Soros Fund Management il cui titolare è George Soros, il finanziere divenuto famoso per aver speculato contro la sterlina nel 1992, guadagnando circa 1 miliardo di dollari e costringendo la Banca d'Inghilterra a far uscire la sterlina dal Sistema Monetario Europeo e causando la fine dello Sme. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanti si chiedano se anche l'economia del nostro paese rischia di soccombere sotto il peso del giudizio negativo di società di rating e di un debito eccessivo, sono di conforto alcuni dati essenziali. In primo luogo, il tasso di disoccupazione italiano è molto lontano dai livelli greci o spagnoli e al di sotto della media europea, l'economia italiana è estremamente diversificata e fortemente manifatturiera, l'indebitamento delle famiglie è molto lontano dai valori di altri paesi border line. Non da ultimo è rilevante il fatto che il debito pubblico italiano non ha un elevato tasso di internazionalizzazione, come quello greco, ma è sottoscritto in gran parte da residenti e, quindi, soggetto in forma minore agli attacchi speculativi dei cosiddetti fondi sovrani.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-3713743353641276962?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
&lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt; mercoledì 14 aprile 2010 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono numerosissimi i paesi che hanno annunciato la creazione di nuove centrali nucleari per la produzione di energia elettrica e altrettanti procedono nella realizzazione di progetti avviati. Secondo la World Nuclear Association, tra l'Oriente e l'Occidente, oltre 450 reattori nucleari dovrebbero essere costruiti nel mondo entro il 2030, per un business di centinaia di miliardi di euro. In Europa i passi significativi per salire la china di tale rinascimento sono stati avviati nel 2009 e confermati in occasione del vertice intergovernativo Italia-Francia di Parigi, conclusosi il 9 aprile scorso, presieduto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy. Il presidente francese, in risposta al crescente interesse per il nucleare a livello mondiale, aveva annunciato il 9 marzo scorso la creazione di un Istituto Internazionale per l'Energia Nucleare (ENSTTI, European Nuclear Safety Training and Tutoring Institute), che dovrà riunire i migliori docenti e ricercatori francesi, nel quadro di una rete internazionale che avrà il compito di formare specialisti di nucleare civile nel mondo. Egli, inoltre, nel corso di una conferenza sul nucleare civile presso la sede dell'OCSE a Parigi, aveva chiesto alla Banca Mondiale, alla BERD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) e alle banche di sviluppo di finanziare i nuovi progetti sul nucleare civile. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il partenariato di collaborazione sul nucleare, avviato da Sarkozy e da Berlusconi già al vertice intergovernativo di Roma del febbraio 2009, si è concretizzato in occasione del vertice di Parigi con la sottoscrizione della Dichiarazione di Cooperazione nucleare. Ad essa si sono affiancati l'Accordo intergovernativo per l'istituzione di una Cooperazione universitaria, scientifica e tecnica in ambito nucleare, per promuovere sinergie tra la ricerca universitaria francese e quella italiana, e la Dichiarazione d'intenti sulla Cooperazione in materia di Sicurezza nucleare e Radioprotezione, volta a istituire un sistema di scambio di informazioni e di esperti nel settore della sicurezza nucleare, nonché a definire posizioni comuni in materia di sicurezza a livello europeo e internazionale. Per quanto riguarda lo scambio di informazioni e la cooperazione italo-francese per la gestione della protezione dell'ambiente in termini di stoccaggio in sicurezza delle scorie nucleari, sono tre gli accordi tra le Agenzie governative italiane e francesi (vedi tabella seguente) che avranno tra l'altro lo scopo di informare l'opinione pubblica sull'evoluzione della tecnologia in materia di sicurezza nucleare. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal punto di vista industriale, infine sono state sottoscritte quattro lettere di intenti che rappresentano accordi industriali per lo sviluppo di una partnership italo-francese nell'ambito dei progetti di costruzione dei reattori EPR (il reattore nucleare ad acqua pressurizzata). L'ENEL è già presente in Francia nel nucleare con una partecipazione del 12,5% nell'impianto di terza generazione EPR a Flamanville (1.660 MW); nelle rinnovabili, tramite la controllata ERELIS, con 8 MW eolici operativi a fine 2008 e una pipeline di circa 500 MW; nella commercializzazione di elettricità, con oltre 1.000 GWh venduti nel 2008. Tutto quanto sopra indicato offre una misura dei legami esistenti tra i due sistemi industriali, quello italiano e quello francese. Vi sono poi ulteriori possibilità di sviluppo di ENEL in Francia: riguardano la costruzione di un impianto a carbone pulito da 800 MW, la partecipazione in due unità a ciclo combinato alimentate a gas (CCGT) di EDF da 930 MW e la partecipazione al processo di gara per il rinnovo di concessioni per 25 centrali idroelettriche. La partnership fra ENEL, EDF, Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare prevista dal vertice di Parigi durerà cinque anni e prevede, oltre alla collaborazione per la costruzione di quattro progetti di centrali nucleari sul territorio italiano, anche due grandi progetti di carattere internazionale (Penly 3 e i progetti nucleari nel Regno Unito). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il nostro paese conta già circa 150 imprese con 3.500 dipendenti, attive in tutto il mondo nella costruzione di impianti di ultima generazione e nella produzione di componentistica. L'impegno del governo di avviare 4 impianti nucleari in Italia entro il 2020 (la cui realizzazione è affidata all'ENEL, in alleanza con la francese EDF), favorito dagli accordi del vertice di Parigi, oltre ad avviare a soluzione seria il problema del fabbisogno energetico nazionale e la riduzione dei costi, potrà trasformarsi in un'opportunità di business per l'intero sistema economico nazionale, con risvolti positivi anche sul livello occupazionale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oltre agli accordi relativi alla cooperazione nucleare, il vertice di Parigi ha visto la firma di un totale di 20 accordi nell'ambito di altri settori strategici: difesa, trasporti, cultura, Mediterraneo e immigrazione. Numerosi sviluppi si sono realizzati nella cooperazione spaziale italo-francese, con la firma di importanti contratti satellitari tra i due paesi. Sono state previste, inoltre, nuove collaborazioni in ambito navale, in particolare per la manutenzione delle flotte. Con la dichiarazione sulla Sicurezza e la Difesa firmata a Parigi dal ministro Ignazio La Russa e dal suo collega francese, Hervé Morin, nasce la Brigata alpina italo-francese, che avrà il fine di pianificare e condurre operazioni congiunte e che potrà essere dispiegata nell'ambito di operazioni ONU, NATO o UE ed impegnata nell'intero arco delle missioni militari e di pace. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con la Dichiarazione comune sull'immigrazione Italia e Francia hanno deciso, «nel rispetto del trattato di Schengen, di creare entro il 2011 una forza di azione rapida franco-italiana di guardie di frontiera», per il controllo dei confini, il contrasto all'immigrazione illegale e misure concrete per una maggiore integrazione degli immigrati legali. La forza congiunta potrà «essere dispiegata alle frontiere esterne dell'Ue, o in uno Stato membro a titolo di solidarietà europea nel quadro delle operazioni condotte da Frontex (l'Agenzia che controlla i confini esterni della UE), o in Stato terzo attraverso un accordo di cooperazione specifica». I due governi hanno stabilito, inoltre, di «sviluppare i pattugliamenti marittimi congiunti per la sorveglianza delle loro acque territoriali» e di avviare «programmi di azione con la Libia e la Turchia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con la Dichiarazione sulla cooperazione culturale il ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Sandro Bondi, e il ministro della Cultura e della Comunicazione francese, Frédéric Mitterrand, secondo quanto si legge sul sito della presidenza del Consiglio, si sono impegnati a sviluppare la digitalizzazione del patrimonio culturale, il contrasto alla pirateria e lo sviluppo dell'offerta legale su internet. I due ministri garantiscono, inoltre, il loro sostegno ai contatti tra la RAI ed ARTE' allo scopo di dar vita ad un canale culturale italiano ed al lavoro svolto dalla Conferenza Permanente dell'Audiovisivo Mediterraneo (COPEAM) riunita a Parigi il 9 e 10 aprile. Un ultimo accordo è stato formalizzato in occasione del vertice: con esso il governo francese ha offerto un contributo di 3,25 milioni di euro per il restauro della chiesa delle Anime Sante all'Aquila, danneggiata dal sisma abruzzese.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-7495056152803539476?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/rp7XHVX4mnGA4Wd00Zs56sEEsFw/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/rp7XHVX4mnGA4Wd00Zs56sEEsFw/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/drSi/~4/96sL3O7a4BQ" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/feeds/7495056152803539476/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6145208585345665447&amp;postID=7495056152803539476" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/7495056152803539476?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/7495056152803539476?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/drSi/~3/96sL3O7a4BQ/il-vertice-italo-francese-di-parigi.html" title="Il vertice italo-francese di Parigi" /><author><name>Emanuela Melchiorre</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17996936114641959638</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="32" height="24" src="http://1.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S3ltxRE08II/AAAAAAAAACY/U0bpm3eLV_U/S220/IMG_3236.JPG" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/2010/04/il-vertice-italo-francese-di-parigi.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;C0AAQ3w-fSp7ImA9WxFTGEw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-6145208585345665447.post-354770850610992353</id><published>2010-04-09T04:15:00.000-07:00</published><updated>2010-04-09T04:15:42.255-07:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-04-09T04:15:42.255-07:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="sistema bancario" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="italia" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Emanuela Melchiorre" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="incentivi" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="OCSE" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="medi e piccole imprese" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="crescita" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="sviluppo" /><title>L'Ocse plaude alle misure anti-crisi del Governo</title><content type="html">di Emanuela Melchiorre&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
pubblicato su &lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt; il 7 aprile 2010&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le ultime stime dell'Ocse, l'Organizzazione parigina dello sviluppo economico, attestano una crescita del Pil italiano dell'1,2% nel primo trimestre 2010. Si tratta di un dato particolarmente positivo, poiché risulta essere superiore alla media europea. Nella zona dell'euro solamente la Francia cresce ad un tasso maggiore rispetto a quello italiano (2%), mentre la Germania, il nostro partner commerciale preferenziale intra-Ue, sembra stia ancora cedendo il passo alla crisi economica (-0,4%). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A livello internazionale sono gli Stati Uniti e il Canada a segnare il passo, insieme al Giappone. Sorprende, invece, il dato sulla Gran Bretagna, poiché il Regno deve fare ancora i conti con una notevole esposizione al rischio di default finanziario e con la progressiva perdita di potere della sterlina. In generale, l'Ocse evidenzia che le condizioni finanziarie dei mercati sono «migliorate», nonostante la crisi finanziaria della Grecia e di Dubai e nonostante le banche, pur avendo rafforzato il loro capitale, restino «vulnerabili a perdite sui crediti ed esposte al rischio dei tassi di interesse». Si attende ancora una riforma finanziaria credibile che per il momento è stata delegata all'organismo internazionale del Financial Stability Board, ma che per essere appunto credibile dovrebbe essere realizzata, in primissima battuta ed entro tempi brevi, all'interno dei confini del paese dal quale l'attuale crisi finanziaria ed economica ha avuto origine. Si tratta infatti di una sfida per la presidenza Obama che, al momento sembra essere assorta in riforme che, seppur storiche, come quella della sanità, sono prive di risvolti positivi internazionali. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel secondo trimestre del 2010 la graduatoria europea subirà variazioni. La performance tedesca dovrebbe migliorare sensibilmente (2,8%) a differenza di quella francese che crescerà meno (1,7%). L'Italia dovrebbe crescere di appena mezzo punto percentuale, mentre la Gran Bretagna dovrebbe crescere con un ritmo superiore ai tre punti percentuali. In periodi di forte oscillazione ciclica come quello attuale, tuttavia, le previsioni econometriche sono quanto mai caratterizzate da ampi margini di errori statistici (l'Ocse prevede un margine di errore del +/- 1,4% per il primo trimestre, e del +/- 1,6% sul secondo). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riguardo all'andamento del mercato del lavoro a livello mondiale, «gli indicatori si sono stabilizzati», ciò sta significare che il tasso di disoccupazione ha probabilmente raggiunto il suo picco massimo. Negli Stati Uniti l'aumento della disoccupazione è stato maggiore rispetto a quello dell'area dell'euro. L'ultimo dato disponibile riguardo alla disoccupazione americana è del 9,7% (Report su marzo del Dipartimento del lavoro Usa). Nel mese di marzo i posti di lavoro negli Stati Uniti sono aumentati di 162mila unità, pari all'incremento mensile maggiore in posti di lavoro degli ultimi tre anni. Dal lato della domanda privata - si legge nel documento previsionale «Oecd Economic Outlook: interim assessment, April 2010» - i consumi risentiranno ancora del peso della crescita «lenta» del credito e dalla debolezza del mercato del lavoro, mentre più in generale la dinamicità delle economie di alcuni paesi emergenti tra cui Cina, Brasile ed India, inciderà positivamente sulla crescita globale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riguardo all'andamento dei prezzi, l'Organizzazione rileva un'inflazione «moderata», nonostante le «pressioni associate all'aumento dei prezzi delle materie prime negli ultimi mesi». Questo fa comunque ben sperare che i tassi di interesse a livello europeo non saranno rivisti al rialzo dal banchiere centrale ancora per un certo periodo, nonostante l'euro stia perdendo terreno rispetto al dollaro. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanto riguarda la gestione della crisi del nostro paese, il capo economista dell'Ocse Pietro Carlo Padoan ha lodato le misure di sostegno attuate dal governo, rispettose dei vincoli di bilancio. La politica adottata dall'Italia, egli sostiene, «si è dimostrata la politica giusta, perché i paesi con debito pubblico elevato sono più esposti alle preoccupazioni dei mercati» (Grecia docet). Oltre all'elevato debito ereditato, afferma l'economista, l'altro problema strutturale di cui è affetta l'Italia da molti anni, ben prima della crisi economica, è la tendenza alla crescita lenta. Occorre «affrontare le cause di lungo termine», raccomanda l'econmista, che sono alla base delle basse performance dei paesi. Padoan afferma, durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto, che occorre procedere «a progressive riduzioni della spesa pubblica e, allo stesso tempo, affrontare i motivi della bassa crescita», primo fra tutti, con riferimento al nostro Paese, il basso livello della produttività del lavoro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-354770850610992353?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/NWg2E5l9tlipWJXyZ7fzjKCYtD8/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/NWg2E5l9tlipWJXyZ7fzjKCYtD8/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/NWg2E5l9tlipWJXyZ7fzjKCYtD8/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/NWg2E5l9tlipWJXyZ7fzjKCYtD8/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/drSi/~4/2DT6IMWQjD0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/feeds/354770850610992353/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6145208585345665447&amp;postID=354770850610992353" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/354770850610992353?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/354770850610992353?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/drSi/~3/2DT6IMWQjD0/locse-plaude-alle-misure-anti-crisi-del.html" title="L'Ocse plaude alle misure anti-crisi del Governo" /><author><name>Emanuela Melchiorre</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17996936114641959638</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="32" height="24" src="http://1.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S3ltxRE08II/AAAAAAAAACY/U0bpm3eLV_U/S220/IMG_3236.JPG" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/2010/04/locse-plaude-alle-misure-anti-crisi-del.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DkYGSX4yeCp7ImA9WxFTEk0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-6145208585345665447.post-6470218792911674915</id><published>2010-04-02T03:25:00.000-07:00</published><updated>2010-04-02T03:28:48.090-07:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-04-02T03:28:48.090-07:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Emanuela Melchiorre" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="filiere" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Tremonti" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Fondo Monetario Internazionale" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="medi e epiccole imprese" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="minstro delle finanze" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="sviluppo" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="distretti" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="italia" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="sistema bancario" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="incentivi" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="crescita" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="FMI" /><title>Il Fondo Monetario Internazionale promuove l'operato del governo italiano</title><content type="html">di Emanuela Melchiorre&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 31 marzo 2010&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Fondo Monetario Internazionale, con la relazione del rapporto preliminare sulla situazione economica italiana, esposta martedì in conferenza stampa al ministero delle Finanze, plaude all'operato del governo Berlusconi e alle politiche attuate per contrastare l'incalzare della crisi economica mondiale. Loda, inoltre, il rigore seguito dall'esecutivo nella gestione dei conti pubblici e l'abilità che esso ha dimostrato nel bilanciare sapientemente incentivi e garanzie pubbliche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antonio Spilimberto, portavoce del comitato del Fondo monetario, ha illustrato punto per punto le preliminari conclusioni dell'indagine che il FMI ha effettuato sulla situazione economica del nostro paese. L'Italia, secondo il Fondo, si è mostrata solida e la struttura produttiva di medie e piccole imprese ha reagito con prontezza, tutelando i livelli occupazionali. La disoccupazione italiana è cresciuta meno che negli altri paesi europei e la cassa integrazione guadagni, il suo finanziamento e il suo allargamento alle tipologie contrattuali prima escluse si sono mostrati strumenti indispensabili per sostenere i redditi e la domanda. Il risparmio italiano è cresciuto oltre i livelli degli altri paesi europei. Purtroppo la domanda internazionale, prima fra tutte quella tedesca, ha ceduto sensibilmente il passo alla crisi economica. Poiché il nostro paese è caratterizzato da una economia con vocazione all'esportazione e fortemente integrata nel contesto europeo, l'effettiva soluzione della crisi in Italia, sostiene il Fondo, è subordinata proprio al dinamismo e alla capacità delle altre economie europee di superare ciascuna la propria empasse. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In compenso, il sistema bancario italiano si è mostrato prudente e conservatore negli anni passati, non incline all'uso smodato del leverage, come lo sono stati, al contrario, altri paesi, specie quelli anglosassoni. Pertanto l'azione del governo ha efficacemente garantito la tenuta del sistema bancario, senza dover fare ricorso ai notevoli finanziamenti pubblici che hanno caratterizzato invece gli altri paesi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La linea di rigore nella spesa pubblica seguita dal governo è stata appropriata. Secondo il Fondo occorre ora perseguire la via delle riforme strutturali, che permetteranno di tornare lungo il sentiero della crescita. Il governo ha varato la legge quadro del federalismo fiscale che, secondo il giudizio degli analisti del Fondo, è una legge adeguata, che dovrà essere declinata in azioni operative. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, si è mostrato pienamente soddisfatto dell'analisi, delle valutazioni e delle conclusioni alle quali è giunto il FMI e ha accolto la sfida delle riforme strutturali posta dagli analisti internazionali riunitisi al ministero. In realtà la via delle riforme è già stata intrapresa dal governo e Tremonti ha dichiarato, incalzato da una giornalista, che anche se l'esito delle elezioni regionali fosse stato differente dalla vasta vittoria del centrodestra, il governo avrebbe comunque proceduto lungo una tabella di marcia incalzante di riforme, che si concluderà entro i prossimi tre anni. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La riforma madre è, a giudizio del ministro, quella fiscale. Tremonti ha accennato alla promiscuità - tipicamente italiana - tra il sistema previdenziale e quello fiscale, che sono tra loro fortemente intrecciati. L'attuale sistema fiscale è stato ideato sul finire dell'Ottocento, rivisto parzialmente negli anni Settanta del secolo scorso ed è affetto attualmente da una inadeguatezza rispetto all'evoluzione della società civile, dell'economia e del mercato. L'economia italiana è cambiata notevolmente nel tempo. Caratterizzata originariamente da poche grandi imprese, si è trasformata e comprende ora numerose piccole e medie imprese, tra loro organizzate in reti, distretti e filiere. L'introduzione del concetto giuridico di distretto produttivo, operata dallo stesso ministro nel 2006 durante la precedente legislatura Berlusconi, è oggi un importante strumento per il potenziamento delle imprese individuali, che, divenendo parte di distretti produttivi e sfruttando le cosiddette «economie di scala», possono organizzarsi e aumentare la loro capacità contrattuale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Interrogato da un giornalista, il portavoce del Fondo ha confermato le valutazioni del ministro e ha tenuto a concludere l'incontro con una frase lusinghiera nei confronti del governo Berlusconi: «Per l'Italia il modello giusto è aver fiducia nel proprio governo».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-6470218792911674915?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6SJ-BuoQQkjlK6N78oTaLJxDIeM/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6SJ-BuoQQkjlK6N78oTaLJxDIeM/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6SJ-BuoQQkjlK6N78oTaLJxDIeM/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/6SJ-BuoQQkjlK6N78oTaLJxDIeM/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/drSi/~4/bgLp8KV-F6M" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/feeds/6470218792911674915/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6145208585345665447&amp;postID=6470218792911674915" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/6470218792911674915?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/6470218792911674915?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/drSi/~3/bgLp8KV-F6M/il-fondo-monetario-internazionale.html" title="Il Fondo Monetario Internazionale promuove l'operato del governo italiano" /><author><name>Emanuela Melchiorre</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17996936114641959638</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="32" height="24" src="http://1.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S3ltxRE08II/AAAAAAAAACY/U0bpm3eLV_U/S220/IMG_3236.JPG" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/2010/04/il-fondo-monetario-internazionale.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DkYNQH09fyp7ImA9WxFTEk0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-6145208585345665447.post-8237099791894155972</id><published>2010-03-31T10:20:00.000-07:00</published><updated>2010-04-02T03:29:51.367-07:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-04-02T03:29:51.367-07:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="italia" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Emanuela Melchiorre" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Made in Italy" /><title>La legge sul Made in Italy</title><content type="html">di Emanuela Melchiorre &lt;br /&gt;
pubblicato su &lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt; il 24 marzo 2010 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Commissione Attività produttive della Camera in sede legislativa ha approvato all'unanimità, il 17 marzo scorso, la legge sul Made in Italy per la commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri. Si tratta di un'importante innovazione introdotta dal governo Berlusconi a favore delle micro, piccole e medie imprese italiane operanti nel comparto del Made in Italy (composto dal vasto settore del tessile, delle calzature e dei pellami), che permetterà loro una difesa importante nei confronti delle importazioni di merci complementari di scarsa qualità prodotte in altri paesi e soprattutto dalle contraffazioni estere di marchi italiani, in prevalenza provenienti da paesi asiatici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Made in Italy non è solamente una produzione tipica italiana che viene venduta all'estero, ma anche e soprattutto un insieme di settori che contribuiscono a creare all'estero una immagine positiva del nostro Paese. Proteggere le produzioni nazionali, il loro livello qualitativo, l'espressione del genio italiano significa non solo fare gli interessi dei campioni nazionali, ma anche tutelare l'attuale livello occupazionale. Basti pensare che oltre un milione di persone sono occupate nel solo settore tessile. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Made in Italy, come immagine di un sistema paese, nasce nel dopoguerra con le prime sfilate di moda a Firenze, esaltando il fascino estetico e il bagaglio culturale di prodotti della cultura italiana. Il successo del nostro marchio nel mondo non era legato inizialmente solamente agli aspetti qualitativi, ma era anche riconducibile a due fattori economici molto importanti, legati alla posizione di debolezza che la lira aveva sui mercati monetari e al basso costo del lavoro italiano del tempo, la cui risultante è stata la competitività in termini di prezzo. Questa iniziale combinazione, accompagnata ad un continuo processo di innovazione, ha fatto aumentare enormemente le vendite di prodotti italiani sui mercati esteri e il Made in Italy è divenuto sinonimo di qualità e di genialità e uno dei punti di forza dell'economia italiana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La serie di eventi che ha caratterizzato gli ultimi vent'anni, quali la caduta del Muro di Berlino, l'avvento della moneta unica europea e il grande sviluppo dei mercati asiatici, ha modificato la posizione dell'Italia sui mercati internazionali. Con la caduta del Muro di Berlino e l'apertura delle economie dell'Europa dell'Est è iniziato un nuovo corso dell'economia mondiale. Si sono apprezzati i vantaggi di una nuova libertà di investire in un mercato divenuto mondiale, in seguito detto globalizzato, e di realizzare prodotti segmentando la produzione e localizzando in altri paesi gli stabilimenti produttivi, in funzione dei vantaggi comparati (bassi livelli del costo della manodopera, scarsa attenzione al livello di inquinamento e all'ambiente lavorativo, pratiche di dumping sociale, livelli impositivi più bassi ecc). È divenuto evidente, ad un certo punto, che il processo di delocalizzazione delle attività produttive, esteso anche alle filiere della piccola e media impresa, mina alla base la struttura produttiva italiana competitiva in quanto radicata su di un territorio e sviluppata su di un tessuto sociale «esperto». La concorrenza dei mercati orientali, che è iniziata come competizione sul prezzo e non come competizione sulla qualità del prodotto, ha accelerato tale processo di consapevolezza. Da qui la necessità di richiamare in patria le produzioni e di tutelare il bagaglio conoscitivo e professionale insito nelle produzioni interamente italiane. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La legge sul Made in Italy giunge alla fine di tale processo e disciplina un sistema di etichettatura obbligatoria nell'abbigliamento, nella pelletteria e nel calzaturiero che ha come fine la tutela del know how e la promozione della produzione italiana di qualità, che faccia riferimento ai differenti tessuti socio-economici rigorosamente localizzati nel territorio italiano, a garanzia di quella ricchezza imprenditoriale che ha permesso il successo dei prodotti italiani nel mondo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-8237099791894155972?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/zlKgwNw6_GDKcFCTYBMF5A6qP_Y/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/zlKgwNw6_GDKcFCTYBMF5A6qP_Y/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
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&lt;br /&gt;
pubblicato su &lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt; il 23 febbraio 2010&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il presidente americano Barack Hussein Obama ha annunciato, durante una recente visita a Lanham, in Maryland, che per la costruzione di due nuovi reattori nucleari in Georgia sono state stanziate garanzie federali per 8,33 miliardi di dollari. L'amministrazione Obama ha previsto in finanziaria prestiti federali garantiti per l'energia nucleare per altri 35,5 miliardi di dollari, che si aggiungono ai 18,5 miliardi già in bilancio, ma non ancora spesi. In tutto le risorse dovrebbero, quindi, ammontare nel bilancio 2010 a 54 miliardi di dollari, che rappresentano un budget sufficiente per la costruzione di sei o sette centrali, poiché i costi stimati per ognuna di esse sono tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A questi due nuovi reattori georgiani seguiranno quasi certamente altri, poiché vi sono dei progetti per la Carolina del Sud, il Texas e il Maryland. Le centrali nucleari, secondo le parole del presidente americano, sono «sicure e pulite» e «consentiranno di tagliare l'inquinamento da CO2 di 16 milioni di tonnellate all'anno rispetto a un impianto equivalente al carbone». Egli dice che «è come togliere 3,5 milioni di veicoli dalle strade». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La costruzione del primo impianto comincerà nel 2011 e quella del secondo e nel 2012; entrambi i progetti dovranno essere ultimati entro cinque anni, con la creazione di circa 3.500 posti di lavoro. A costruzione ultimata, per la gestione permanente impiegheranno 800 persone altamente specializzate. L'impianto a regime servirà circa 550 mila abitazioni e una popolazione di 1,4 milioni di persone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Numeri a parte, che di per sé sono già abbastanza significativi, i progetti della presidenza americana permettono alcune importanti osservazioni. In primo luogo, si prende atto che le argomentazioni esposte su questo giornale da quattro anni a questa parte a favore del nucleare come fonte tradizionale e alternativa al petrolio, come fonte pulita in termini di emissioni di CO2 e soprattutto come fonte energetica efficiente e a buon mercato rispetto alle altre alternative tradizionali, all'eolico e al fotovoltaico, si stanno diffondendo sino ai più alti livelli che, ci si augura, manterranno fede a questa nuova visione di ambientalismo «illuminato», senza tornare ad affermazioni ortodosso ambientaliste, efficaci esclusivamente per fini elettorali. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un'altra considerazione a proposito dei progetti di Obama riguarda la necessità da lui affermata di superare la tradizionale contrapposizione politica sul nucleare tra destra e sinistra e di riconoscere la palese evidente convenienza dell'opzione nucleare, anche per la sua qualità di fonte energetica «verde». Il nucleare negli Usa è stato bloccato dal 1979, anno dell'incidente di Three Miles Island in Pennsylvania, che è considerato tra i più gravi mai avvenuti in Occidente. Aperta, con le parole del presidente, una breccia nell'opinione pubblica americana, ci si augura ora che lo stesso possa accadere anche nel nostro paese, con il definitivo superamento della psicosi collettiva diffusasi dopo l'incidente russo del 1986. Occorre comunque considerare che negli Stati Uniti sono già in funzione 104 reattori nucleari in 31 stati, che generano circa il 20% dell'energia elettrica usata nel Paese, mentre l'Italia non ne possiede alcuno, salvo essere circondato dal gran numero di centrali nucleari dei paesi limitrofi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non si può affrontare la questione dell'introduzione o l'incremento della produzione di energia attraverso la fissione nucleare senza affrontare allo stesso tempo la delicata problematica delle scorie nucleari. In attesa di approfondire più ampiamente l'intera questione, ci limitiamo qui a riprendere una sola delle informazioni contenute in un recente articolo del prof. Franco Battaglia (v. Il Giornale del 23 dicembre 2009) per dare una misura della quantità di scorie nucleari che il nostro Paese produrrebbe se generasse energia sufficiente per il proprio fabbisogno annuale. Per produrre 1 gigawatt-anno elettronucleare il professore ci dice che è necessaria 1 tonnellata di uranio fissile. I consumi elettrici italiani si attestano intorno ai 40 GW; quindi, se tutto il fabbisogno elettrico italiano annuale fosse soddisfatto dal nucleare, gli elementi di combustibile necessari conterrebbero 40 t di scorie radioattive, di volume nominale di circa 4 metri cubi. Problema questo di materia ingegneristica tanto più limitato se si considera che in Italia già si producono annualmente 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici altamente pericolosi, paragonabili alle scorie radioattive, con buona pace degli ambientalisti ortodossi. Non sembra, pertanto, che l'introduzione della produzione nucleare in Italia cambierebbe in modo sostanziale l'attuale situazione di esposizione al rischio di dispersioni radioattive nell'ambiente. Al contrario aumenterebbe la soglia di attenzione proprio nei confronti della questione relativa non solo alle scorie dei reattori nucleari che rappresentano una problema già tecnicamente risolto, ma anche a tutte le altre forme di rifiuti altrettanto pericolosi che non hanno il privilegio di essere altrettanto citati e posti all'attenzione dell'opinione pubblica. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sostanza, la via maestra da seguire è quella della corretta informazione, sia tecnica che economica, seguendo l'esempio della più matura democrazia al mondo, quella americana, che ci insegna che sia possibile superare le contrapposizioni delle diverse parti politiche, non cedere alla tentazione di perseguire solamente il consenso elettorale e porre la questione energetica nazionale su di un piano di opportunità economica e politica intergenerazionale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-1573446275172170593?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/3za0jneavSwuQiouszc-qizJFdM/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/3za0jneavSwuQiouszc-qizJFdM/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/3za0jneavSwuQiouszc-qizJFdM/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/3za0jneavSwuQiouszc-qizJFdM/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/drSi/~4/cjzcvm4HASI" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/feeds/1573446275172170593/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6145208585345665447&amp;postID=1573446275172170593" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/1573446275172170593?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/1573446275172170593?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/drSi/~3/cjzcvm4HASI/il-nucleare-di-obama.html" title="Il nucleare di Obama" /><author><name>Emanuela Melchiorre</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17996936114641959638</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="32" height="24" src="http://1.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S3ltxRE08II/AAAAAAAAACY/U0bpm3eLV_U/S220/IMG_3236.JPG" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/2010/03/il-nucleare-di-obama.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CEUHRXs_fyp7ImA9WxBVFEU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-6145208585345665447.post-5818499594558870682</id><published>2010-02-18T00:37:00.000-08:00</published><updated>2010-02-18T00:37:14.547-08:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-02-18T00:37:14.547-08:00</app:edited><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="italia" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="Emanuela Melchiorre" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="fotovoltaico" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="nucleare" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="evoluzione" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="mix energetico" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="eolico" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="efficienza energatica" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="idroelettrico" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="fonti tradizionali" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="energia" /><category scheme="http://www.blogger.com/atom/ns#" term="rivoluzione industriale" /><title>Le fonti energetiche tradizionali e quelle naturali</title><content type="html">di Emanuela Melchiorre&lt;br /&gt;
pubblicato su &lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt;&amp;nbsp;il 16 febbraio 2010&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'energia è troppo cara. Questo dato di fatto caratterizza soprattutto l'economia italiana, che detiene il triste primato in Europa per il suo alto costo, come ha certificato l'Ocse in un suo recente rapporto. La ricerca di fonti di energia che rispondano a criteri di disponibilità e di economicità ha da sempre interessato l'attività produttiva umana e rappresenta una sfida continua per poter conservare e aumentare il benessere dell'umanità. Nella storia dell'umanità le forme di energia utilizzate per millenni sono state quelle di natura animale. La forza muscolare umana, quella del cavallo e quella del bue hanno permesso di compiere le più antiche attività lavorative, quali la raccolta dei frutti spontanei della terra, la caccia e la pesca e, dopo la scoperta dell'agricoltura, la coltivazione dei campi. Esse appartengono alle forme di energia cosiddetta meccanica, che produce, cioè, direttamente il lavoro. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Accanto alle forme di energia meccanica esiste un'altra forma di energia, quella termica conosciuta dall'uomo primitivo, dopo la scoperta del fuoco. Alle forme di energia primordiali di derivazione animale o collegabili all'uso del fuoco, che hanno caratterizzato per lunghi secoli la vita economica dei popoli, si sono aggiunte l'energia di natura vegetale derivante dalla legna, quella delle acque (energia idrica) e quella dei venti (energia eolica). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma la scoperta che più delle altre ha inciso sulla vita lavorativa dell'uomo è stata quella che il calore può produrre energia meccanica indirettamente, attraverso la produzione del vapore. Tale scoperta fu utilizzata originariamente da James Watt, che iniziò a produrre la sua macchina a vapore, adoperata per la prima volta per trainare i carrelli nelle miniere di carbone inglesi e, successivamente, da altri, per i più diversi tipi di macchine. Fu questa scoperta, con la possibilità di trasformare in energia calorifera e quindi meccanica l'energia prodotta dalla combustione della legna o del carbone prima, degli idrocarburi e dei liquidi gassosi poi, ad aprire la strada alla rivoluzione industriale del XVIII secolo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'utilizzazione di energia calorifera per produrre energia meccanica aveva permesso ben presto di scoprire una terza forma di energia, quella chimica. Allorché, attraverso la combustione della legna o del carbone si iniziò a produrre calore, ci si rese conto di trasformare in tal modo la sostanza chimica contenuta in quei materiali in energia calorifera, trasformabile a sua volta in energia meccanica. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non una forma nuova di energia, ma la possibilità di meglio usufruire delle diverse forme di energia fin qui elencate (meccanica, calorifera e chimica) è stata resa possibile dalla scoperta della elettricità, che, permettendo di disporre attraverso il comodo trasporto realizzato con le reti elettriche dell'energia ovunque prodotta nei luoghi ove essa serve, e di poterla utilizzare attraverso la semplice manovra di un interruttore, ha consentito alla civiltà contemporanea di assumere il suo volto attuale e di raggiungere il suo livello di benessere. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A ben considerare, tutte le forme di energia tradizionale trovano la loro origine esclusivamente in due fonti, la gravità e il sole, che si possono quindi considerare le vere fonti primarie di ogni altra forma di energia. È possibile infatti riportare alla fonte della gravitazione universale l'energia idrica e quella che sarebbe ricavabile dalle maree, in quanto determinate dall'attrazione lunare e solare. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le altre forme di energia convenzionale sono normalmente forme di energia provenienti dal sole. L'energia chimica dei combustibili tradizionali (legna, carbone, idrocarburi) è, infatti, energia proveniente dal calore solare, perché è attraverso la fotosintesi clorofilliana che si sintetizza la materia organica. L'energia solare assorbita durante la fotosintesi rimane conservata nelle piante anche quando si trasformano in carbone o quando, attraverso la catena alimentare, entrano nel regno animale per servire da nutrimento a quegli organismi che si trasformeranno poi in depositi di idrocarburi. All'energia solare va ricondotta, altresì, l'energia del vento o delle correnti marine di diversa temperatura, nonché il perenne rinnovarsi dell'energia idrica, collegata al ciclo dell'acqua. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A tutte le forme di energia tradizionale si è aggiunta, da ultimo, l'energia nucleare. Essa non si inquadra nella fisica cosiddetta classica, ma deriva dalla scoperta fondamentale della fisica relativistica, che ha stabilito, con Albert Einstein, l'equivalenza tra massa ed energia ed ha potuto calcolare che una immensa quantità di energia è ricavabile da una quantità minima di materia. In sostanza, attraverso le diverse forme di reazione nucleare, cioè tra le particelle costituenti i nuclei degli atomi, si può generare un'enorme quantità di energia sia per scissione (fissione) dei nuclei degli elementi pesanti, quale l'uranio, sia per unione (fusione) di nuclei di elementi leggeri, quali l'idrogeno e l'elio. Allo stato attuale della sperimentazione è possibile ricavare energia solo tramite la scissione. Forse già i nostri nipoti potranno assistere all'introduzione della fusione nucleare nell'ambito della produzione industriale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla luce di quanto esposto, considerando che l'energia solare è energia proveniente da reazioni nucleari, e particolarmente dalla fusione di nuclei di idrogeno che formano elio, è possibile affermare che tutte le forme di energia che si usano per generare lavoro hanno origine da due soli fonti primarie, la gravitazione universale e le reazioni nucleari. Rendersi conto di ciò implica che non esistono forme di energia «naturale» (come nell'immaginario collettivo sono normalmente percepite le fonti eoliche e quelle fotovoltaiche) contrapponibili alle forme di energia «artificiale» (come sarebbe ad esempio quella da fissione nucleare). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le scelte dell'uomo sono state al presente più volte determinate da questa distorta percezione e dalla oscura paura di violentare la natura attraverso l'utilizzo di fonti di più recente scoperta e, quindi, meno conosciute. La consapevolezza che l'intero universo è mosso dalla gravitazione e dall'energia nucleare deve solo spingere a conoscerle meglio e a sfruttarle riducendo i rischi di pericoli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le scelte del policy maker, frutto di una visione non solo tecnica e attuale ma anche storica, libere dalle briglia delle ideologie e dei timori, possono sempre più derivare, quindi, da parametri oggettivi di carattere economico, quali, in primo luogo, la struttura dei costi di realizzazione degli impianti e per la sicurezza, l'ingombro del territorio, i costi di produzione, la trasportabilità dell'energia. Possono, inoltre, guardare anche alla struttura distributiva del mercato energetico nostrano ed europeo, al fine di contenere i prezzi al consumo dell'energia, per la forte incidenza che essi hanno sui prezzi di tutti gli altri beni prodotti dalle società contemporanee.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-5818499594558870682?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;br /&gt;
La decisione della multinazionale americana avrà una ripercussione rilevante sull’economia nazionale. L’alluminio, la cui produzione intra-Ue non è affatto in grado di coprire l’intero fabbisogno comunitario, viene importato da paesi extra-Ue. Ebbene, l’Unione europea applica un’addizionale del 6% a queste importazioni, un dazio che ha forti conseguenze negative sull’intera filiera produttiva, che comprende un gran numero di settori produttivi, dalla componentistica auto agli elettrodomestici, dai materiali per gli infissi all’imballaggio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Altra conseguenza ancora più grave e dagli effetti più immediati, riguarda il gran numero di posti di lavoro che saranno perduti e con essi il moltiplicarsi delle difficoltà finanziarie di molte famiglie. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allo stesso tempo però occorre porre attenzione ad altre riflessioni. A fronte dell’esercizio da parte della società produttrice della propria facoltà di scelta in termini di localizzazione dei propri impianti, il governo italiano vorrebbe imporre la confisca degli impianti della società in Italia. Senza dubbio tale misura rappresenterebbe un’ingerenza nell’ambito dell’attività privata, anche se giustificata in termini di risarcimento dei gravi costi che la collettività ha sostenuto nel tempo per garantire la permanenza della società entro i confini nazionali. Tale ingerenza costituirebbe, però, un grave precedente in termini di reputazione del paese nei confronti delle multinazionali che intendessero localizzare in parte o in toto la propria produzione sul territorio italiano. A fianco degli elevati costi energetici che tali società dovrebbero sostenere (secondo il recente rapporto Ocse, l’Italia ha il primato nei costi di energia in confronto a tutti gli altri paesi dell’Unione europea), vi sono anche altri costi e inefficienze che dovrebbero affrontare. In primo luogo, i contenziosi amministrativi e civili in Italia sono estremamente lunghi, dell’ordine di diversi anni. A tale non piena certezza del diritto, si affianca il livello elevato dell’imposizione fiscale (intorno al 43% o 45% del Pil a seconda delle diverse fonti istituzionali a fronte del 39% inglese, del 37% greco, del 35% spagnolo, del 36% della media Ocse e del 28% degli Stati Uniti). Il mancato rispetto da parte del governo della libertà di scelta delle imprese costituirebbe indubbiamente un ulteriore grave fattore di dissuasione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Consci di molti di questi ostacoli, il governo ed il Parlamento stanno cercando di porre alcuni rimedi urgenti. Tutti i disegni di legge sulla giustizia in esame alle camere, dal processo breve al legittimo impedimento, dal lodo Alfano bis alla reintroduzione della immunità parlamentare rappresentano un primo passo in avanti verso una radicale riforma della governabilità del paese necessaria per qualsiasi altro provvedimento. Un ulteriore passo nella stessa direzione sarà costituito da una riforma più organica della giustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema della gravità dei costi dell’energia è stato affrontato e dovrà essere ulteriormente affrontato nell’ambito della politica energetica nazionale, che dovrebbe insistere in una più ampia politica energetica europea, per ora del tutto carente. La scorsa estate è stato approvato in Italia il quadro legislativo di riferimento per l’energia nucleare e, in piena tabella di marcia, proprio questa settimana le Commissioni Attività Produttive e Ambiente alla Camera sono impegnate nell’esame di atti del Governo in materia di energia e realizzazione di impianti nucleari. All’attenzione dell’opinione pubblica si pone, quindi, il tema dei siti che ospiteranno le centrali e l’impianto dello smaltimento dei rifiuti radioattivi. Il prossimo consiglio dei ministri che avrà luogo questa settimana dovrebbe identificare i luoghi dove far sorgere le programmate centrali nucleari. Tale decisione costituirà il primo vero passo del piano energetico del governo italiano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La via maestra da seguire è senza dubbio quella della diversificazione delle fonti energetiche (a favore della produzione nucleare e dell’import di gas e a sfavore delle importazioni di petrolio), della realizzazione di infrastrutture che garantiscano l’approvvigionamento da mercati diversificati (come ad esempio i rigassificatori) e la produzione di energia a costi competitivi (appunto il nucleare), il tutto seguendo logiche di sostenibilità economica, che impongono ricavi maggiori dei costi. Tale via esclude a livello nazionale le fonti cosiddette “alternative” di energia eolica e fotovoltaica, in quanto contraddicono tutti i principi menzionati. In particolare, con la tecnologia fino ad ora acquisita la produzione eolica e fotovoltaica non copre i propri ampi costi e comporta la necessità di una sovvenzione pubblica alla produzione che costituisce, tra l’altro, un’eccezione de facto ai divieti del Trattato di Maastricht. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Restano in piedi altre questioni, che sembrano caratterizzare il nostro paese e la sua scarsa capacità di attrarre investimenti dall’estero. Gioca un ruolo importante nel momento delle scelte strategiche delle imprese la struttura dei costi dei nuovi insediamenti, in termini non solo energetici, ma anche e soprattutto in termini di efficienza dell’ambiente economico circostante. L’eccessiva burocrazia e l’inefficienza della pubblica amministrazione ostacolano ogni forma di imprenditoria, sia nazionale, sia e soprattutto internazionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questi argomenti aiutano a comprendere la difficoltà italiana nell’attrarre investimenti dall’estero. L’Italia risulta essere, infatti, al quinto posto in graduatoria europea attraendo appena il 2% degli investimenti esteri extraUe, preceduta da Regno Unito (17%), Francia (9%), Germania e Spagna (6% ciascuna).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'Italiano - Martedì 09 Febbraio 2010 17:54 ECONOMIA &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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&lt;br /&gt;
pubblicato su &lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;http://www.ragionpolitica.it/&lt;/a&gt; il 09 gennaio 2009 &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante gli anni Trenta, l'ostinata convinzione che le libere forze di mercato avrebbero aggiustato da sole gli effetti negativi prodotti dalla crisi di borsa del 1929-32 e che si potesse intraprendere rapidamente per tale via il sentiero virtuoso della ripresa economica portò all'immobilismo dei governi, mentre il libero mercato si avvitava su sé stesso, alimentando la depressione e la disoccupazione. Al presidente americano Hoover, del Partito Repubblicano, successe il democratico Roosevelt con le elezioni del novembre del 1932, e con lui prese il via, tra grandi difficoltà, nel 1933, il noto «new deal». Nel 1934 fu necessario svalutare del 40,9% il dollaro, conseguentemente alla fissazione del prezzo dell'oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino, come riportato dal professor Angiolo Forzoni nel suo recente articolo comparso su Finanza Italiana. Le riserve delle banche furono allora ricostituite in modo che gli istituti bancari potessero riprendere a erogare il credito commerciale, mentre il credito industriale e di lungo periodo era amministrato da istituti pubblici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1934 i valori della borsa di Chicago erano scesi al livello del 1924, anno in cui era iniziata la bolla speculativa, scoppiata nell'ottobre del 1929. L'opposizione alla politica di intervento statale portò, nel 1936, al giudizio di incostituzionalità del National Industrial Recovery Act e dell'Agricolture Adjustment Act espresso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti; questo comportò un calo degli indici di borsa fino alla fine del 1937. Anche nel resto del mondo i vari governi operarono per combattere la crisi. In particolare, in Europa alcuni paesi, e in primo luogo la Germania nazista, riattivarono l'economia con gli interventi all'industria pesante necessaria agli armamenti. Il mondo assistette - ricorda Forzoni - alla prima guerra italiana in Etiopia, già scoppiata nell'ottobre del 1935, con le note sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, cui seguì la guerra civile in Spagna, la guerra cino-giapponese e l'aggressione tedesca alla Polonia, il 1° settembre 1939, che segnò anche l'inizio della seconda guerra mondiale (Grafico 1). È da notare che dal 1936 al 1941 la borsa americana tese verso i valori del 1933-34. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oggi la storia sembrerebbe ripetersi, almeno per quanto riguarda le quotazioni di borsa. Speriamo che non si ripeta circa la durata della depressione e circa lo sbocco degli interventi pubblici. L'andamento odierno della borsa valori mondiale segue lo stesso andamento della borsa americana degli anni Trenta (Grafico 2), fatte le debite distinzioni in termini di indici e di limiti geografici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È curioso constatare come le bolle speculative tendano a scoppiare in autunno. Così accadde nel '29. Altrettanto è successo con lo scoppio dell'ultima bolla speculativa, causa dell'attuale crisi finanziaria, che per vastità non ha eguali nella storia economica. Per contrastare gli effetti negativi sull'economia reale che hanno già portato alla recessione planetaria, i governi si sono mossi, sia pure in modo non coordinato a livello internazionale, per salvare le banche e le assicurazioni tramite massicci interventi pubblici. Forzoni dice che la politica ha preso in mano il timone togliendolo ai finanzieri. Ma tutti i settori produttivi hanno subìto ingenti perdite in termini di capitalizzazione di borsa, sia in Europa, sia negli Stati Uniti (Grafico 3). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono stati pertanto necessari vasti interventi pubblici, che per ora hanno interessato i colossi statunitensi e giapponesi dell'automobile. Con buona probabilità, toccherà a breve anche ad altre classi di industria, per finire alla moda, al turismo, all'agricoltura e al settore alimentare. Altrettanto occorrerà fare per l'edilizia residenziale, con il suo crescente invenduto, la cui recessione rischia di comportare il fallimento di molte piccole imprese e la crisi del suo indotto. Se poi gli intereventi saranno, come sembra, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, sarà possibile limitare la durata della depressione a pochi mesi, evitando così la disoccupazione di milioni e milioni di lavoratori. Ma senza un piano programmatico internazionale - giova ripetere - il mondo corre molti rischi. Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell'industria non si rivelino una forma di «protezionismo non tariffario», ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell'imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione. Non è quindi peregrina la possibilità che si inneschi, per tale via, una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, che non ha mai sortito effetti positivi nella storia. Il più delle volte, anzi, le «guerre commerciali» sfociano in eventi bellici veri e propri. I primi effetti della tendenza al protezionismo si sono già manifestati riguardo alcuni prodotti cinesi che, realizzati in regime di dumping, sono stati ritenuti, almeno con riferimento a quelli alimentari, pericolosi per il consumatore europeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora preme combattere la recessione per non cadere in una lunga depressione e nel contempo occorre evitare che gli Stati diventino azionisti di imprese insolventi e pagate per buone, come spesso è accaduto in passato in Italia e altrove. Data la profondità e l'ampiezza della crisi, oltre agli aiuti pubblici, sarà necessario intervenire, come già ha annunciato Barack Obama, con l'abbassamento, sia pure graduale, della pressione fiscale in modo generalizzato, in tutti i paesi dell'aera dell'euro. L'intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe sùbito l'effetto di rimettere in moto la domanda da cui dipende l'andamento dell'offerta di beni e servizi. Lavoratori e imprese potrebbero avere, tramite la riduzione della pressione fiscale, maggiore potere d'acquisto immediatamente spendibile. In Europa si è evitato di detassare le tredicesime, perché sembrava più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il mondo corre un altro rischio: quello dell'inflazione planetaria se occorrerà stampare moneta per salvare, senza risanamento, imprese sull'orlo del fallimento e senza produrre reddito sufficiente ad ammortizzare la quantità aggiuntiva di moneta. A questo proposito, la leva da manovrare sùbito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito. In Italia, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, come più volte si è letto negli articoli di Geronimo su Il Giornale. I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste. Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche sotto questo aspetto gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell'economia mondiale. Tutto il mondo, anche la Cina, l'India, il Brasile e la stessa Russia, è nelle mani dei paesi ricchi. Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli. È nell'interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale, che sarebbe bene fondare su un sistema di cambi valutari fissi. Occorre evitare di cadere nel disordine valutario come accadde negli anni Trenta. La caduta della sterlina è un segnale allarmante. Come appare dal grafico 4, in soli due mesi la valuta britannica ha subito una perdita netta di circa il 30% del suo valore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-3434376245464228569?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;Emanuela&lt;/em&gt; &lt;em&gt;Melchiorre &lt;/em&gt;- Allo stato attuale non vi sono paesi al mondo che non risentano della profonda crisi economica iniziata con lo scoppio della bolla speculativa erroneamente detta dei subprime. Tale denominazione si riferisce particolarmente alla tipologia di mutui a basso livello di garanzia di solvibilità che nel tempo sono stati accordati nel sistema finanziario statunitense. L’elevato numero di contratti non onorati ha ingigantito l’effetto della deflagrazione della bolla speculativa del mercato immobiliare americano, gonfiatasi durante gli anni Novanta e soprattutto durante i primi anni del nuovo Millennio. Tale bolla era evidente e gli effetti della sua esplosione erano largamente prevedibili, ma non sono stati affatto denunciati dagli organi internazionali di controllo e di analisi economica. Il meccanismo delle cartolarizzazioni ha ingigantito gli effetti della crisi del mercato immobiliare americano con ripercussioni mondiali, prima solamente finanziarie e rapidamente in seguito anche economiche. &lt;br /&gt;
Si stima che l’ammontare dei valori speculativi, tra cui i titoli tossici e i derivati vari, si aggiri su cifre da capogiro, che vanno da un minimo di 10 a un massimo di 24 volte il prodotto lordo mondiale. La carta finanziaria non coperta da nuova ricchezza prodotta ammonterebbe, quindi, ad un importo compreso tra i 660.000 miliardi e i 3 milioni di miliardi di dollari. Se volessimo rimanere entro i confini prudenziali della media tra questi due valori, il numero che risulta dal calcolo è sempre di difficile lettura per la quantità dei suoi zeri e pari a 1.100.000.000.000.000 (1.100.000 miliardi di dollari Usa). Ogni caduta degli indici di borsa riduce questa massa di carta, che infine dovrà essere in qualche modo azzerata, altrimenti si avrà una ripresa drogata e quindi precaria. &lt;br /&gt;
La ripresa economica potrà essere vasta e duratura solamente se i governi sapranno agire nell’ambito dell’economia reale e non solamente entro i margini della regolamentazione del mercato finanziario. È questo il momento del coraggio e di scelte politiche lungimiranti, che sappiano individuare gli ostacoli e proporre le strategie per superarli. Il riferimento principale è alla pressione fiscale, che nei maggiori paesi europei è estremamente elevata e di gran lunga più alta di altri paesi Ocse dell’Europa dell’est, degli Stati Uniti, dell’America Centrale e dell’Asia (tabella).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ricorre spesso, e di recente con particolare vigore, il proposito del governo italiano, ma anche di altri governi dei grandi paesi europei, di ridurre la pressione fiscale, come via obbligata per avviare un nuovo processo di sviluppo. Sebbene nel breve periodo il debito pubblico sia destinato ad aumentare ad ogni riduzione delle imposte (il debito pubblico Usa nel 2008 era pari al 70% del Pil ed è salito al 90,4% negli ultimi dodici mesi, con la prospettiva di raggiungere il 101% nel 2011; l’Italia si trova oggi con un debito pubblico pari al 113% del Pil, con la prospettiva di salire, secondo le stime di Bruxelles, al 116% nel 2010), la teoria economica e alcuni eventi economici del recente passato insegnano che la riduzione delle entrate tributarie per effetto dell’abbassamento della pressione fiscale è però solamente temporanea. L’aumento della produzione del reddito nazionale, per effetto proprio degli incentivi fiscali e dei contestuali investimenti in infrastrutture e in investimenti reali, fa successivamente aumentare la base imponibile e, quindi, l’ammontare totale delle entrate tributarie. Operazioni di questo genere ricevono maggiore stimolo e si rivelano più efficaci se riguardano la generalità delle imposte sul reddito e sui consumi, poiché oltre gli investimenti e la produzione, stimolerebbero anche la domanda. &lt;br /&gt;
Di tali effetti sono persuasi, tra gli altri, il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, che stanno perseguendo la via delle riduzioni delle imposte rispettivamente in Francia, con la riduzione dell’equivalente francese dell’Irap italiana per 12 miliardi di euro, e in Germania, con un taglio alle imposte per 24 miliardi di euro. &lt;br /&gt;
Bene sarebbe che tale approccio fosse più generale e comune a tutta l’area dell’euro e, ancor più, ai paesi dell’Unione europea, che diverrebbe una regione economica a più alto incentivo all’investimento in tecnologia e in innovazione. In ambito europeo, i paesi che imboccheranno per primi tale via godranno maggiormente dei vantaggi competitivi dati dalla maggiore tempestività dei provvedimenti virtuosi. È chiaro che nei momenti di grave crisi, come quella attuale, anche se sembra che si colgano i primi germogli di crescita, appare più arduo proporre una immediata riduzione delle entrate fiscali. Si tratta tuttavia per l’Europa e per l’Italia, più che per ogni altro paese, di una via obbligata, pena una progressiva loro emarginazione. Occorre, quindi, procedere con discernimento lungo la via della riduzione delle imposte in funzione dell’effetto che tali imposte hanno sulla crescita economica. &lt;br /&gt;
In tal senso, è importante sottolineare il fatto che le imposte sui redditi d’azienda hanno un impatto immediato sulla crescita economica maggiore rispetto a quelle sul reddito da lavoro dipendente, a quelle indirette e a quelle sulla proprietà. Resta comunque indubbio che l’aumento di ognuna delle differenti tipologie di imposte ha effetti depressivi sullo sviluppo economico del paese. Considerando però il lag temporale che intercorre tra il momento in cui si procede alla riduzione delle imposte e il conseguente incremento del reddito prodotto, la riduzione delle imposte dovrebbe procedere cominciando appunto dalla quella sui redditi d’impresa. Giustamente, è allo studio del Governo italiano il programma di riduzione dell’IRAP (l’imposta regionale sulle attività produttive). Si tratta dell’odiosa imposta introdotta dal Governo Prodi con il decreto legislativo 15 dicembre 1997 n.446 e oggetto di controversie e di critiche discusse anche in sede della Commissione europea. Contestualmente però il maggior risparmio aziendale, se così si può dire, dato dalla minore imposizione fiscale dovrebbe essere reinvestito nell’azienda stessa con innovazioni di processo e di prodotto tali da far aumentare la produttività del lavoro impiegato. La defiscalizzazione pertanto dovrebbe essere subordinata a questo comportamento virtuoso dell’imprenditore. La riduzione dell’Irap annunciata in campagna elettorale dal nostro governo e oggetto dell’acceso dibattito politico è orientata a questo scopo. La via prescelta dal governo per giungere in tempi rapidi al taglio dell’Irap è il decreto Ronchi discusso oggi in Senato sulle infrazioni Ue.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;pubblicato su &lt;a href="http://www.litaliano.it/"&gt;http://www.litaliano.it/&lt;/a&gt; l'8 novembre 2009&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;
&lt;div class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 0pt;"&gt;&lt;br /&gt;
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&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
di Emanuela Melchiorre&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 novembre 2009&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La proposta recentemente avanzata da Gordon Brown, primo ministro inglese, di introdurre un'imposta sui capitali speculativi inglesi presenta difficoltà insormontabili nella sua applicazione. Se in teoria sembra essere una tassa da Robin Hood, nel senso di tassare i ricchi per aiutare i poveri, di fatto è inapplicabile per la vastissima quantità e per la rapidità con la quale i capitali transitano giornalmente sui listini di borsa. Inoltre, se nei grandi insiemi è possibile distinguere transazioni effettive da operazioni speculative facendo riferimento all'andamento dei valori reali (ad esempio, quando i prezzi delle case crescono più rapidamente rispetto alla crescita del loro valore reale dovuta a migliorie, restauri o ampliamento della volumetria, tale andamento dei prezzi degli immobili ha una giustificazione puramente speculativa), nelle singole transazioni tale distinzione è impossibile. Di conseguenza, una simile imposizione fiscale non comporterebbe nient'altro che una diversione nel flusso di capitali a discapito del paese che la impone e a favore dei paesi che non la impongono. &lt;br /&gt;
L'idea avanzata nel 1972 dal premio nobel per l'economia James Tobin, dal quale prende il nome l'imposta in questione, era originariamente quella di imporre una bassa aliquota d'imposta sulle transazioni valutarie, e quindi sui soli scambi di valuta, tale che avrebbe potuto garantire un gettito tributario da destinare agli obbiettivi della comunità internazionale e al tempo stesso scoraggiare l'atteggiamento speculativo sulle valute, che comportava la loro fluttuazione e le relative conseguenze negative sull'economia reale dei vari paesi coinvolti. Era il periodo nel quale gli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Nixon, uscivano da Bretton Woods e segnavano la fine dell'accordo sui cambi valutari. La «Tobin tax» faceva parte di un più vasto piano studiato per reintrodurre un sistema internazionale che garantisse in qualche modo la stabilità valutaria. Ben presto, però, ci si rese conto che nella pratica una tale imposizione era impossibile da attuare. Il fallimento di quel tentativo non ha impedito a novelli Robin Hood di riproporlo all'opinione pubblica ad ogni evidente impennata dei listini di borsa. Si tratta, però, di una idea romantica e di un baluardo spesso utilizzato e riproposto dal noto movimento pregiudizialmente ostile ad ogni tipo di globalizzazione, considerata origine di ogni male. Non appare essere questo il caso del premier inglese, il quale più probabilmente si propone semplicemente di riacquisire un consenso politico interno, che sembra invece irrimediabilmente compromesso. &lt;br /&gt;
È evidente che l'imperativo, soprattutto oggi, sia quello della lotta alla speculazione, che, sebbene sia una caratteristica della finanza da secoli (la prima bolla speculativa risale al XVII secolo detta «dei tulipani» e secondo studi approfonditi sembra che da allora ci sia stato il rigonfiamento di una bolla speculativa ogni otto anni nei diversi mercati finanziari), negli anni della globalizzazione, priva di una adeguata regolamentazione internazionale, ha avuto maggior vigore e le diverse bolle speculative hanno raggiunto dimensioni e diffusione mondiale, con rapidi effetti deleteri sull'economia reale, sull'occupazione e sul benessere delle persone. &lt;br /&gt;
Nel turbinio di opinioni avanzate dai numerosi analisti, diverse proposte appaiono più valide di una applicazione della Tobin tax. Innanzi tutto, non è possibile prescindere dalla considerazione che un qualsiasi intervento a sfavore della speculazione debba essere generalizzato e applicato in maniera uniforme in tutti i paesi industrializzati, pena eventuali diversioni nei flussi finanziari a sfavore dei paesi più virtuosi da un punto di vista della regolamentazione dei mercati. Al tempo stesso occorre individuare un intervento regolamentativo che non disincentivi il flusso di capitali nelle borse, ma solo la loro componente speculativa. &lt;br /&gt;
Dato che i titoli oggetto di maggiore speculazione sono stati fino ad ora i futures, ossia quelli acquistati a pronti che prevedono il loro pagamento a termine e, quindi, dilazionato nel tempo, sarebbe interessante considerare l'introduzione di un deposito a pronti di una parte del capitale investito per l'acquisto del titolo. Ciò obbligherebbe gli acquirenti a disporre di un capitale iniziale al momento della sottoscrizione ed eviterebbe che l'intera transazione (di acquisto a pronti e rivendita del titolo prima della sua scadenza) possa avvenire senza che l'acquirente rischi in proprio neanche un quattrino. In caso contrario il rischio di ogni operazione resterebbe a carico della collettività. &lt;br /&gt;
Altra proposta avanzata in questi giorni è stata quella della costituzione di un fondo di garanzia da eventi critici, come appunto la deflagrazione di una bolla speculativa, che coinvolga il sistema bancario nazionale. Tale fondo, da costituirsi in tempi non sospetti dalle stesse banche con propri capitali, ha lo scopo di preservare il contribuente da un ulteriore finanziamento del sistema bancario in caso di pericolo di fallimento. Le banche, infatti, non dovrebbero più ricorrere al sostegno pubblico. Le proposte emerse ed evidenziate non aiuteranno nell'immediato la lotta contro la depressione e la bassa crescita economica, ma costituiranno, se attuate, un presidio per l'economia mondiale a più lungo termine. Saranno misure di natura più preventiva che curativa, ma contribuiranno anche a risvegliare la fiducia, che è il motore dell'economia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-8065846735604471563?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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La risposta può essere trovata più agevolmente osservando la storia e leggendo in essa le tendenze e le contraddizioni delle scelte passate.&lt;br /&gt;Dopo il fallimento del Serpente monetario europeo introdotto nel 1972, in seguito alla fine del sistema dei cambi monetari fissi con la decisione unilaterale di Nixon di abolire la convertibilità esterna del dollaro, e dopo il fallimento del secondo serpente monetario e dello Sme (Sistema monetario europeo), con il suo “ecu” travolto dalla crisi valutaria del 1992, alla fine del 1995 si è proseguito sulla strada intrapresa di una unione monetaria priva di una integrazione economica e soprattutto politica. Fu allora che il Consiglio europeo di Madrid trasformò lo scudo europeo in euro e fu decisa sia la sua introduzione nei conti comunitari, a far data dal 1999, sia il conio delle banconote e delle monete metalliche e la loro circolazione, entro i due anni successivi. Nel giugno 1997 il Consiglio europeo approvò quindi il Patto di Stabilità monetaria e nel maggio dell’anno seguente decise che in Austria, in Belgio, in Finlandia, in Francia, in Germania, in Irlanda, in Italia, in Lussemburgo, in Olanda, in Portogallo e in Spagna sussistevano le condizioni affinché tali paesi potessero entrare a far parte dell’euro-zona. Nel 1999 furono fissati i tassi irrevocabili di conversione delle monete partecipanti alla zona dell’euro. È noto che per la lira fu fissato un tasso di conversione piuttosto sfavorevole e pari a 1936,27 lire per ogni euro. Per decisione della Banca centrale europea il regime di doppia circolazione monetaria lira-euro fu limitato a soli due mesi, mentre sarebbe stato saggio allungare tale periodo di transizione fino a due anni, affinché i produttori, i distributori e soprattutto i consumatori potessero essere liberi di usufruire di entrambe le monete e di percepire prontamente l’innalzamento dei prezzi conseguente alla conversione della moneta, modificare di conseguenza le proprie decisioni di spesa e calmierare così l’impennata dei prezzi. Invece, la repentina sostituzione della moneta nazionale con quella comunitaria, voluta in tempi brevi dalla Bce, timorosa che la nuova moneta non si affermasse, ha prodotto una riduzione del potere reale della moneta entro i confini nazionali, tale che in poco tempo ciò che costava mille è venuto a costare due mila e gli stipendi e le pensioni hanno dimezzato il loro valore reale. &lt;br /&gt;L’unione monetaria priva di un’unione politica è stata sperimentata più volte nel passato, con conseguenze spesso disastrose. Ne sono esempi lampanti le esperienze tedesche del XIX secolo e, più precisamente, l’unione monetaria tra gli stati tedeschi del nord con a capo la Prussia, quella degli stati del sud con a capo la Baviera, la successiva unione monetaria tra gli stati del nord e quelli del sud e, infine, l’unione monetaria con l’Austria-Ungheria. Tutte queste unioni monetarie furono spazzate via con l’unificazione politica della Germania e con la creazione del marco d’oro da parte del cancelliere Bismarck dopo la guerra franco-prussiana del 1870 . Similmente finirono l’unione monetaria latina e quella tra gli stati scandinavi. Sempre per la mancanza di una unione politica, andando a ritroso nel tempo, erano fallite le unioni monetarie nel VI secolo a.C. tra le polis dell’Asia Minore, ossia le città-stato ioniche e quelle sorte durante il Medio Evo. Solamente Roma, con la sua magnificenza, riuscì a unificare le genti dell’impero sotto un unico segno monetario . È da queste esperienze storiche che si dovrebbe prendere atto, anche nella realtà europea attuale, che la moneta e il potere costituiscono un binario inscindibile e che una unione monetaria priva di una unione politica è destinata a fallire. &lt;br /&gt;Un altro madornale errore fu compiuto al momento della stesura dello statuto della Banca centrale europea. Non si volle, in quella occasione, ricopiare lo statuto della Fed, la Riserva federale degli Stati Uniti, nel quale è scritto che la difesa della moneta deve essere in funzione non del prestigio, ma dell’occupazione, ossia il contrasto all’inflazione non è fine a se stesso, ma in funzione del ciclo economico.&lt;br /&gt;A tal riguardo la storia conferma un altro insegnamento, che noi europei dovremmo cogliere. Mai nessun governo o potere centrale, sia esso aristocratico, imperiale, teocratico, monarchico, repubblicano, democratico e tiranno, ha rinunciato a batter moneta, salvo l’esempio della Repubblica di Weimar e quello della Banca centrale europea. E la creazione della Bce indipendente si ravvisa proprio nell’esperienza della Repubblica di Weimar, che nel 1924 consegnò i pieni poteri alla banca centrale, rinunciando al potere della moneta. Il risultato della gestione monetaria della banca centrale fu un’iperinflazione e la disoccupazione per milioni di lavoratori. Ne risultò l’ascesa al potere di Adolf Hitler e l’accentramento, nuovamente, di tutti i poteri, compreso quello monetario. Il dittatore ordinò al banchiere centrale di emettere moneta. La moneta servì al governo per finanziare i lavori pubblici (le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali). Per finanziare tutte queste opere e per far riaprire le fabbriche furono emessi i Certificati Lavorativi del Tesoro, detti anche «cambiali del lavoro», scontate dalla banca centrale. Alla fine del 1935, quindi nell’arco di appena due anni, la disoccupazione era vinta e iniziava l’afflusso di manodopera straniera . L’immissione di liquidità nel sistema mediante l’emissione di moneta non aveva provocato l’inflazione, come teorizzato dalla teoria economica classica; al contrario, aveva permesso di aumentare la produzione di beni e servizi grazie al fatto che la produzione aveva in tal modo potuto usufruire di risorse finanziarie senza accendere alcun debito e quindi prive di un costo per interessi. È importante sottolineare comunque che da tale politica di risanamento dell’economia tedesca prese anche il via la politica degli armamenti, che sfociò poi nella seconda guerra mondiale. Il principio di fondo comunque rimane: la moneta deve servire a far lavorare le genti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’11 settembre 2001, prima dell’inizio della circolazione dell’euro nei paesi che avevano approvato il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità, si ebbe il crollo delle Torri gemelle, ossia un attacco terroristico nel territorio degli Stati Uniti, che segnava l’inizio di una guerra subdola, nella quale il nemico non è di fronte, ma dentro la propria patria. Ne sono seguiti, come è noto, i conflitti in Afghanistan e in Iraq. Da un corso iniziale dell’euro inferiore al dollaro, si è passati via via a un progressivo apprezzamento, che attualmente è posto pari a 1,48 dollari per euro. Ne scontano le conseguenze le esportazioni dei paesi dell’euro-zona e, in particolare, di quei paesi che hanno una vocazione mercantilista, come la Germania. Oggi l’economia internazionale subisce gli effetti della bolla speculativa del mercato immobiliare come, all’inizio del secolo e del nuovo millennio, ha subito lo scoppio della bolla speculativa della new economy. La globalizzazione, la finanziarizzazione, la cartolarizzazione sono termini entrati nel lessico comune, ma il loro significato spesso sfugge alla maggior parte dei cittadini e dei risparmiatori che, non del tutto coscienti o a volte del tutto all’oscuro dei rischi connessi alle attività speculative di borsa, hanno assistito troppo spesso all’azzeramento dei propri risparmi. Così è successo in occasione dello scoppio della bolla speculativa della new economy e altrettanto, o forse a maggior ragione, è successo e dovrà ancora succedere in occasione dello scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare, che dall’agosto del 2007 non ha ancora finito di esplicare i suoi effetti rovinosi sull’economia internazionale. Basti pensare che nei bilanci delle banche europee vi sono ancora titoli cosiddetti “tossici” per un ammontare di 18 mila miliardi, stando a quanto ha pubblicato Milano Finanza  a febbraio di quest’anno. &lt;br /&gt;Dal canto suo l’eurozona è stata sempre in ritardo rispetto alle altre economie, ad esempio rispetto a quella degli Stati Uniti, del Giappone e del Regno Unito. Uno sguardo all’evoluzione del reddito procapite dei paesi quali la Francia, la Germania e l’Italia a confronto con quello degli altri stati citati (grafico 1) è sufficiente per provare la validità di tale affermazione.&lt;br /&gt;Come scriveva un noto studioso della storia della moneta anni orsono, «l’euro è la moneta della tecnocrazia delle banche centrali europee, le quali nella latitanza della politica vera e propria, si sono arrogate il diritto di guidare la politica monetaria» . &lt;br /&gt;L’euro forte, ammantato di un ruolo di prestigio che non gli compete, ci ha fatto mancare l’aggancio all’espansione economica internazionale e non ci ha salvato dalle bolle speculative. Si tratta di una moneta forte con una economia debole. La parola prestigio non dovrebbe mai essere associata alla moneta e ogni volta che questo è accaduto i popoli ne hanno sofferto. Tornano alla mente le dittature del XX secolo che hanno rivestito le monete di un ruolo di prestigio. Così avvenne per l’escudo portoghese di Salazar e per la lira italiana di Mussolini, con la “quota novanta” nei confronti della sterlina britannica, che si era rivelata insostenibile sul piano economico. Altrettanto è avvenuto per il marco di Hitler, strumento di guerra sterminatrice e per il rublo comunista, moneta di tirannia e di miseria.&lt;br /&gt;La causa principale del rallentamento dell’economia dei Paesi dell’euro è da individuare nei parametri di Maastricht e nella politica monetaria, la cui moneta non fa lavorare, perché è fortemente sopravvalutata. Non esistono motivi economici in base ai quali l’euro debba essere fortemente sopravvalutato, specie nei confronti del dollaro Usa. È il risultato di politiche monetarie restrittive della Banca centrale europea indipendente.&lt;br /&gt;I tempi sono, invece, maturi per pensare ad un ordine monetario che ridimensioni il ruolo dei banchieri centrali e dei loro strumenti inadeguati per far fronte alle fluttuazioni cicliche dell’economia. Si sa che la moneta è come una corda, può solo essere tirata (aumentando il tasso ufficiale di sconto) e non spinta. Abbassando i tassi di interesse al di sotto di certi livelli, infatti, non si provocano meccanicamente conseguenze di stimolo all’economia. Oltretutto il tasso di interesse non può essere abbassato al di sotto di una certa soglia, pena la riduzione del risparmio. &lt;br /&gt;Occorre considerare nuovamente il vincolo della bilancia dei pagamenti come meccanismo fondamentale per la stabilità monetaria, replicando i risultati positivi dell’accordo di Bretton Woods. È indispensabile modificare lo statuto della Bce, considerando anche le conseguenze di ordine economico e occupazionale su tutti i Paesi membri delle scelte del suo governatore. Ancor più è necessario ripensare tutto il quadro istituzionale Ue attribuendo un ruolo politico al Parlamento europeo e ridimensionando il ruolo della Commissione di Bruxelles, composta esclusivamente da tecnici e non da politici, e confinarlo al ruolo di consulente dell’organo politico centrale. Affinché l’Europa unita diventi uno Stato sovrano occorre una unione politica, che può anche assumere la forma di una confederazione di Stati, come la storia di altri Paesi (Stati Uniti, Svizzera e Germania) ci ha insegnato. Solo in tal modo potrebbero essere perseguite politiche economiche importanti, come quelle riguardanti il fisco, l’occupazione, l’energia e l’immigrazione. Il governo italiano, con i parlamentari europei che rappresentano l’Italia in Europa, dovrebbero farsi portavoce di questa rivoluzione istituzionale, ma anche dell’esigenza di stabilire un nuovo ordine monetario internazionale capace di vigilare e di stroncare sul nascere ogni genere di speculazione finanziaria e di assecondare la crescita economica e il benessere. Solo così l’Europa potrebbe partecipare a pieno titolo alla soluzione dei problemi internazionali più importanti.&lt;br /&gt;Sembra che l’ammontare complessivo dei “derivati”, ossia dei titoli che sono al centro della bufera dell’attuale crisi economica, sia pari al 964% del Pil mondiale e che rappresenti il 78% della liquidità globale. Altro dato allarmante è il fatto che per lo più tale ammontare sia al di fuori del controllo dell’autorità delle banche centrali. Solamente due giorni prima dell’inizio dei lavori del G20 di Pittsburgh la Bce, in modo del tutto tardivo, ha presentato un pacchetto di proposte sulla vigilanza europea e sulla creazione di tre authority atte allo scopo. Il forum internazionale dei 20 Grandi, che ormai sembra essere divenuto istituzionale e non più occasionale, si è concentrato, da parte sua, sulla formulazione di regole per la finanza speculativa e i sui superbonus ai dirigenti. Altro argomento caldo è stato il dibattito sui cosiddetti “squilibri globali”, intendendosi con ciò ogni forma di squilibrio, da quello della bilancia dei pagamenti a quello sui tassi di cambio. Se si volesse realmente colmare tali squilibri la Germania dovrebbe ridurre il suo export, così come gli Stati Uniti dovrebbero importare di meno. Questi ultimi dovrebbero inoltre incrementare il loro risparmio interno, mentre la Cina dovrebbe incentivare la domanda cosiddetta “domestica”. &lt;br /&gt;L’appello unanime ai Grandi della Terra è quello di raggiungere intese a livello internazionale affinché la ripresa economica avvenga al riparo da tentazioni protezionistiche. In poche parole, occorre evitare le premesse di una terza guerra mondiale. Il G20 di Pittsburgh, che segue a breve distanza quello di Londra, sembra essersi mosso su un’ottica di iniziative e di riforme abbastanza confortanti, non sufficienti però a garantire una ripresa economica scevra di pericoli, specie se i governi non prenderanno misure rapide contro i tentativi di nuove speculazioni finanziarie. Se queste ultime non saranno impedite si assisterà alla creazione di nuove e sempre più numerose bolle speculative, tali da compromettere l’auspicata ripresa economica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La preoccupazione di maggiore attualità riguarda però gli effetti della crisi economica sul fronte dei costi sociali, ossia sul livello di disoccupazione che seguirà il dispiegarsi della crisi economica. Sebbene gli ultimi dati relativi alla disoccupazione siano poco confortanti, sia per quanto riguarda il nostro paese, sia per quanto riguarda gli Stati Uniti, gli altri paesi europei e soprattutto quelli asiatici, è interessante constatare che, nell’Unione europea, l’Italia si trova al diciassettesimo posto della graduatoria, dopo gli altri grandi paesi industrializzati europei, come Francia, Germania e Regno Unito (grafico 2).&lt;br /&gt;La disoccupazione si combatte con diversi strumenti, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. Proporre di discutere e soprattutto di giungere rapidamente a conclusioni pragmatiche in relazione agli squilibri globali prima citati è senza alcun dubbio una via difficile, ma obbligata per combattere anche la disoccupazione. A condizione però che colmare i disequilibri significa giungere ad un nuovo regime monetario internazionale che imponga un equilibrio tendenziale della bilancia dei pagamenti dei paesi aderenti all’accordo, così come avvenne nel luglio del 1944 quando venne sottoscritto l’accordo di Bretton Woods. La genialità di quell’accordo sta nel fatto che ha imposto per quasi un trentennio il meccanismo dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti, che ha permesso la stabilità dei tassi di cambio e, quindi, ha evitato gli eccessivi apprezzamenti e deprezzamenti delle valute, e con essa una duratura crescita economica e livelli di disoccupazione frizionali. I paesi industrializzati sottoscrittori dell’accordo erano in quegli anni molto vicini alla teorizzata piena occupazione.&lt;br /&gt;Se non saremo in grado di elaborare e applicare un nuovo ordine monetario internazionale, che imponga altresì alle banche una nuova disciplina e impedisca il finanziamento della speculazione, si corre il rischio che la globalizzazione non regolamentata provochi nei paesi economicamente più avanzati l’allineamento verso il basso degli stipendi e delle pensioni ai livelli di quelli economicamente e socialmente meno avanzati.&lt;br /&gt;Oltre ai pericoli di un abbassamento progressivo delle retribuzioni e delle pensioni, occorre evitare quello di disordini sociali anche nei paesi avanzati. Si impone, quindi, la difesa dei redditi da lavoro dipendente e autonomo, delle pensioni, nonché la sorveglianza sulle multinazionali, responsabili, al pari delle banche, delle tendenze odierne.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-1210288679951302815?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iZ2-H5_ptLlEh-jtaDaBtfVOe7Y/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iZ2-H5_ptLlEh-jtaDaBtfVOe7Y/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iZ2-H5_ptLlEh-jtaDaBtfVOe7Y/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/iZ2-H5_ptLlEh-jtaDaBtfVOe7Y/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/drSi/~4/R6WECg9jjy4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/feeds/1210288679951302815/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6145208585345665447&amp;postID=1210288679951302815" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/1210288679951302815?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/1210288679951302815?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/drSi/~3/R6WECg9jjy4/la-moneta-unica-serve-far-lavorare-le.html" title="LA MONETA UNICA SERVE A FAR LAVORARE LE GENTI?" /><author><name>Emanuela Melchiorre</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17996936114641959638</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="32" height="24" src="http://1.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S3ltxRE08II/AAAAAAAAACY/U0bpm3eLV_U/S220/IMG_3236.JPG" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/2010/01/la-moneta-unica-serve-far-lavorare-le.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;AkAGRn44cCp7ImA9WxBXFU8.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-6145208585345665447.post-4309375009926028660</id><published>2010-01-26T09:57:00.001-08:00</published><updated>2010-01-26T09:58:47.038-08:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-01-26T09:58:47.038-08:00</app:edited><title>Cassa Depositi e Prestiti. Una rivoluzione ben congegnata</title><content type="html">&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S18tM5L3y2I/AAAAAAAAABc/uZfaODYtk3k/s1600-h/rp.gif"&gt;&lt;img style="MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 320px; FLOAT: left; HEIGHT: 41px; CURSOR: hand" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5431109375164402530" border="0" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S18tM5L3y2I/AAAAAAAAABc/uZfaODYtk3k/s320/rp.gif" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;di Emanuela Melchiorre&lt;?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;color:#112544;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;pubblicato su &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;color:purple;"&gt;www.ragionpolitica.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt; il 1 dicembre 2009&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;A più di 150 dalla sua fondazione &lt;?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" /&gt;&lt;st1:personname productid="la Cassa Depositi" st="on"&gt;la Cassa Depositi&lt;/st1:personname&gt; e prestiti ha subìto in questi ultimi due anni una rivoluzione nel suo statuto e nelle sue competenze&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; che pone le premesse per un piano di sviluppo del paese al riparo dalla&lt;em&gt; roller coaster&lt;/em&gt; della finanza speculativa. Dai soli investimenti pubblici, &lt;st1:personname productid="La Cassa" st="on"&gt;la Cassa&lt;/st1:personname&gt; ha allargato il proprio intervento a favore di investimenti di interesse pubblico (infrastrutture e opere pubbliche), effettuati anche con il concorso di soggetti privati, ai programmi di sostegno dell'economia (credito agevolato, supporto alle Pmi) in qualità di banca di secondo livello, allo sviluppo del &lt;em&gt;social housing&lt;/em&gt; e delle valorizzazioni immobiliari. Pertanto, conservando la sua caratteristica di investitore di lungo termine, quindi atto al finanziamento di vasti investimenti con particolare attenzione alla sostenibilità economico-finanziaria dei progetti, si appresta a sostenere un ruolo importante non più solamente per finanziare gli enti pubblici e le loro opere. I nuovi ambiti di intervento della Cassa a livello nazionale saranno, in particolare, riferiti al finanziamento della &lt;em&gt;social housing&lt;/em&gt;, al finanziamento delle piccole e medie imprese e alla loro internazionalizzazione, qualora assistite dall'assicurazione Sace. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;Le risorse finanziarie dirette che &lt;st1:personname productid="La Cdp" st="on"&gt;la Cdp&lt;/st1:personname&gt; metterà a disposizione per lo sviluppo del paese ammontano a 50 miliardi di euro (pari a circa il 3% del Pil nazionale) per il triennio 2009-2011.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Tali ingenti risorse potrebbero mobilitare ulteriori capitali provenienti da soggetti privati che sono stimabili, secondo le proiezioni del piano industriale della Cassa, intorno ai 20-25 miliardi di euro. &lt;st1:personname productid="La Cassa" st="on"&gt;La Cassa&lt;/st1:personname&gt; depositi e prestiti, con un ruolo molto simile a quello che ha la sua omologa francese nelle vesti di investitore istituzionale di lungo periodo, potrà promuovere, autorizzata con un decreto del ministro dell'Economia, i fondi di capitale di rischio (&lt;em&gt;venture capital&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;private equity&lt;/em&gt;), aiutando la nascita e lo sviluppo delle iniziative imprenditoriali. A queste risorse finanziarie si aggiungono, inoltre, le disponibilità del Fondo Garanzia Opere Pubbliche (Fgop), il quale fornisce garanzie stimabili per 20 miliardi di euro. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;La quota maggiore di tale impegno finanziario triennale è destinata al finanziamento degli enti pubblici (pari a 18 miliardi di euro, raccolti tramite i depositi postali), delle infrastrutture e delle opere pubbliche (15).&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; A tal proposito è stato firmato lo scorso 1 ottobre un contratto fra &lt;st1:personname productid="la Banca" st="on"&gt;la Banca&lt;/st1:personname&gt; europea per gli investimenti (Bei) e &lt;st1:personname productid="La Cassa" st="on"&gt;la Cassa&lt;/st1:personname&gt; depositi e prestiti Spa (Cdp) per finanziare gli investimenti di Autostrade per l'Italia destinati all'ampliamento del tratto Firenze-Bologna della A1 (la principale autostrada italiana, rientrante nel Corridoio I dei cosiddetti TENs - &lt;em&gt;transeuropean networks&lt;/em&gt; -, le infrastrutture stradali sovranazionali di interesse europeo). Il cda della Cdp ha, inoltre, deliberato lo scorso 11 novembre il finanziamento a 15 anni e fino a 450 milioni di euro alla Satap, titolare di una Concessione da parte di Anas per l'esercizio della A4 - Autostrada Torino-Milano. Il finanziamento della Cdp coprirà una quota pari al 50% del costo complessivo del progetto. In base all'accordo, &lt;st1:personname productid="la Bei" st="on"&gt;la Bei&lt;/st1:personname&gt; mette a disposizione della Cdp risorse finanziarie fino a 500 milioni di euro, che contribuiranno alla realizzazione delle nuove opere, il cui costo totale è stimato in circa 3 miliardi di euro. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;st1:personname productid="La Cdp" st="on"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;La Cdp&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/st1:personname&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt; può ora sostenere l'economia mediante finanziamenti alle Pmi, convogliando tramite il sistema bancario risorse finanziarie (2,4 miliardi di euro) vincolate a tale scopo,&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;quindi svolgendo il ruolo di banca di secondo livello.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Ha potuto destinare, inoltre, risorse per 3 miliardi di euro provenienti dalla raccolta postale per le operazioni di internazionalizzazione nei mercati esteri delle imprese italiane assistite e garantite dalla Sace, in quanto, nell'ambito del finanziamento delle infrastrutture e delle opere pubbliche, la manovra estiva anticrisi varata dal governo lo scorso luglio prevedeva anche che &lt;st1:personname productid="La Cdp" st="on"&gt;la Cdp&lt;/st1:personname&gt; svolgesse un ruolo di sostegno all'internazionalizzazione delle imprese, mediante l'introduzione di una norma sul sistema «Export Banca». Il sostegno all'internazionalizzazione delle imprese è stato assimilato alle operazioni di interesse pubblico che possono essere, quindi, finanziate dalla Cassa depositi e prestiti,con l'utilizzo dei fondi previsti dall'articolo 22, commi 1 e 2, del D.L. 185/2008, convertito con modificazioni dalla Legge 2/2009, nel pieno rispetto del regime comunitario di libera concorrenza. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;st1:personname productid="La Cdp" st="on"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;La Cdp&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/st1:personname&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt; metterà a disposizione ingenti risorse finanziarie (tra i 2 e i 3 miliardi di euro nel triennio) che permetteranno innanzitutto di contribuire all'incremento dell'offerta abitativa locale a canone controllato&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, mediante la creazione di «Cdp Investimenti Sgr Spa», il cui capitale è controllato dalla Cassa al 70% e a cui partecipano, in misura paritetica del 15% del capitale, le due associazioni bancarie Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa) e Abi (L'Associazione Bancaria Italiana). &lt;st1:personname productid="La Sgr" st="on"&gt;La Sgr&lt;/st1:personname&gt; opererà su tutto il territorio nazionale, acquisendo quote significative e di minoranza di fondi immobiliari di &lt;em&gt;social housing&lt;/em&gt; su base locale, nei quali potranno investire Fondazioni di origine bancaria, Enti locali e privati. È ancora in discussione, invece, il ruolo che &lt;st1:personname productid="La Cdp" st="on"&gt;la Cdp&lt;/st1:personname&gt; può svolgere nell'ambito degli investimenti in &lt;em&gt;private equity&lt;/em&gt;, ossia nella rilevazione di quote di capitale di società private. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN-BOTTOM: 0pt"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#112544;"&gt;La rivoluzione che la nuova Cassa depositi e prestiti S.p.A. ha subìto è stata ben congegnata, seguendo la regia del Ministro delle finanze e dell'economia Tremonti&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;st1:personname productid="La Cassa" st="on"&gt;La Cassa&lt;/st1:personname&gt; si può proporre oggi, quindi, in una veste di&lt;em&gt; partner&lt;/em&gt; che agisca nell'ambito dell'economia reale, ossia nell'ambito degli investimenti e dell'ammodernamento delle infrastrutture, svolgendo un'attività complementare al sistema bancario. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-4309375009926028660?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/BClgv7xjGTLYf26iUCajSh9V90k/0/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/BClgv7xjGTLYf26iUCajSh9V90k/0/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;
&lt;a href="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/BClgv7xjGTLYf26iUCajSh9V90k/1/da"&gt;&lt;img src="http://feedads.g.doubleclick.net/~a/BClgv7xjGTLYf26iUCajSh9V90k/1/di" border="0" ismap="true"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/blogspot/drSi/~4/aNSrJ_yGwZw" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/feeds/4309375009926028660/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=6145208585345665447&amp;postID=4309375009926028660" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/4309375009926028660?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/6145208585345665447/posts/default/4309375009926028660?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/blogspot/drSi/~3/aNSrJ_yGwZw/cassa-depositi-e-prestiti-una.html" title="Cassa Depositi e Prestiti. Una rivoluzione ben congegnata" /><author><name>Emanuela Melchiorre</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17996936114641959638</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="32" height="24" src="http://1.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S3ltxRE08II/AAAAAAAAACY/U0bpm3eLV_U/S220/IMG_3236.JPG" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://4.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S18tM5L3y2I/AAAAAAAAABc/uZfaODYtk3k/s72-c/rp.gif" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://emanuelamelchiorre.blogspot.com/2010/01/cassa-depositi-e-prestiti-una.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;AkIMR34zfyp7ImA9WxBXFU8.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-6145208585345665447.post-6557573247817846322</id><published>2010-01-26T09:48:00.000-08:00</published><updated>2010-01-26T09:56:26.087-08:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-01-26T09:56:26.087-08:00</app:edited><title>Si rafforza il legame italo-russo</title><content type="html">&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S18rwvOiZ1I/AAAAAAAAABU/bZfBgFNB8no/s1600-h/rp.gif"&gt;&lt;img style="TEXT-ALIGN: center; MARGIN: 0px auto 10px; WIDTH: 320px; DISPLAY: block; HEIGHT: 41px; CURSOR: hand" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5431107791943264082" border="0" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_E0Aalf97vBI/S18rwvOiZ1I/AAAAAAAAABU/bZfBgFNB8no/s320/rp.gif" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;di Emanuela Melchiorre&lt;?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;pubblicato su &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.ragionpolitica.it/"&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;www.ragionpolitica.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt; il 3 dicembre 2009&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;Si è riunito mercoledì a Roma, presso il ministero dello Sviluppo, in collaborazione con l'Ispi, il Foro di dialogo italo-russo&lt;/strong&gt;, di cui sono co-presidenti Luisa Todini (Todini costruzioni) e Vladimir Dmitriev (Vnesheconombank). A questo evento è seguito l'incontro di giovedì tra il nostro presidente del Consiglio Berlusconi e il presidente russo Medvedev, a dimostrazione dell'intenso dialogo tra le due nazioni. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;C'è stato un tempo in cui &lt;?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" /&gt;&lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt; era parte integrante dell'Europa nonostante guardasse, come l'aquila bicipite, anche all'Oriente&lt;/strong&gt;, ossia alla Siberia, cui è mancato quell'apporto del cinema e della letteratura per porla all'attenzione generale, come è invece accaduto per il Far West. Molti zar e zarine hanno contribuito a forgiare la storia europea. Si possono ricordare, oltre a Pietro il Grande e Caterina II &lt;st1:personname productid="la Grande" st="on"&gt;la Grande&lt;/st1:personname&gt;, la zarina Elisabetta prima e soprattutto Elisabetta seconda, che marciò su Berlino, e ridusse Federico il Grande di Prussia sull'orlo del suicidio. Lo zar Alessandro I, vincitore di Napoleone, marciò sotto l'arco di Trionfo a Parigi e le sue truppe riportarono i Borboni a Napoli. &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;La Russia&lt;/st1:personname&gt; zarista si pose all'attenzione del mondo anche con i suoi scienziati, con i suoi romanzieri e con i suoi compositori e musicisti. Né si possono dimenticare gli economisti, tra cui il De Witte, la cui riforma monetaria fu studiata da tutti gli Stati, compresa l'Italia. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;Alla fine dell'impero zarista, causata dalla Rivoluzione Bolscevica del 1917, si associò un bagno di sangue di proporzioni inaudite&lt;/strong&gt;. Lenin, Trotski e Stalin hanno mandato a morte decine di milioni di cittadini russi nell'illusione di creare l'uomo nuovo. Lenin, nel gennaio del 1918, abolì la moneta e impose il baratto come regime obbligatorio, facendo piombare il paese nella miseria più nera. Solo nel 1924, dopo la morte del dittatore, &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt; ritornò all'economia monetaria con il rublo d'oro. Appena quattro anni dopo, però, Stalin riportò violentemente &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt; al regime comunista che durò almeno fino al 1982, quando morì Leonida Brežnev, o al 1989, alla caduta del muro di Berlino. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;Il ritorno della Russia nell'ambito dei paesi democratici è stato molto sofferto&lt;/strong&gt;, in gran parte a causa delle resistenze degli apparati comunisti e dell'impossibilità di smantellare in breve tempo la collettivizzazione dell'economia. In parte è stata anche l'incomprensione del Fondo Monetario Internazionale ad ostacolare il ritorno del paese nell'ambito dell'economia di mercato, con gli eccessivi vincoli e le regolamentazioni imposte. Ma, nonostante tutto, &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt; ha compiuto molti progressi in campo economico e sociale. Il merito del cambiamento va attribuito a Vladimir Putin oltre che a Michail Gorbaciov e a Boris Eltsin. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;Dopo lo scioglimento dell'Unione Sovietica e il nuovo assetto federale della Russia&lt;/strong&gt;, Vladimir Putin ha impiegato due mandati presidenziali per porre le basi del suo piano di ricostruzione economica della Russia. Egli continua la sua azione di ricostruzione del paese dallo scranno del primo ministro, impossibilitato dai dettami della nuova Costituzione, approvata il 12 dicembre 1993, a candidarsi per la terza volta alla carica di presidente della Federazione. Il paese sembra essere oggi politicamente stabile grazie alla salda alleanza tra Putin e il presidente Medvedev, suo delfino. Con l'aggravarsi della crisi economica e finanziaria internazionale, &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt; si trova però ad affrontare molti problemi di carattere economico e sociale, che potrebbero minare l'ampio consenso dei due giocatori chiave, il presidente e il primo ministro, mentre nell'area del Caucaso cresce l'instabilità politica. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;La via d'uscita principale resta quella energetica. Ormai le riserve naturali russe non sono più oggetto di baratto in senso lato&lt;/strong&gt;: prodotti energetici a fronte dell'importazione di altri prodotti necessari alla domanda interna della Federazione Russa. Oggi lo scambio è anche in termini di capitali investiti nelle aziende e nel trasferimento di tecnologia per l'estrazione, la distribuzione di gas e petrolio. Aumentano altresì i cosiddetti Investimenti Diretti Esteri (IDE) in Russia, ossia la delocalizzazione di segmenti produttivi e gli insediamenti di nuove imprese da parte di grandi aziende europee e, in particolare, italiane. &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;La Russia&lt;/st1:personname&gt; è oggetto di attenzione anche delle piccole e medie imprese europee che vogliono internazionalizzarsi. Le PMI italiane, che si sono riunite nel &lt;em&gt;forum&lt;/em&gt; di dialogo italo-russo riunitosi mercoledì, hanno discusso con i maggiori esponenti russi delle questioni che attengono al &lt;em&gt;management&lt;/em&gt; e alla produzione nel paese. Sebbene le imprese italiane siano presenti da molti anni sul territorio russo (oggi sono più di 400 imprese italiane in Russia che operano nel settore energetico, bancario, dell'auto e delle telecomunicazioni), esse hanno evidenziato quanto ancora lungo sia il percorso che il paese deve compiere per armonizzare la regolamentazione interna e la vasta e onerosa burocrazia che caratterizza il paese. Il rischio regolamentativo e quello finanziario rappresentano tutt'oggi un grave ostacolo al processo integrativo delle imprese nelle due regioni, quella europea e quella russa. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;Nell'incontro di giovedì tra Medvedev e Berlusconi la questione di fondo ha riguardato il settore dell'energia&lt;/strong&gt; e le trattative che &lt;st1:personname productid="La Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt; sta portando avanti con l'Ue, con i singoli paesi europei e con le grandi aziende energetiche europee, relative alle &lt;em&gt;pipeline strategiche&lt;/em&gt; (Blue Stream, Nord Stream e South Stream). In particolare, si è partiti proprio dal definitivo suggello dei patti per la realizzazione comune tra Eni e Gazprom del gasdotto South Stream, che entro un quinquennio dovrebbe creare una vasta alternativa al passaggio ora obbligato del gas russo dall'Ucraina. C'è stata inoltre la facilitazione di nuove &lt;em&gt;joint venture&lt;/em&gt;, che estenderanno anche alle Pmi la salda collaborazione tra i colossi energetici russi e le italiane Eni e Enel. Sono stati sottoscritti accordi per la realizzazione di un elicottero che l'azienda anglo-italiana Agusta Westland sta mettendo a punto con il &lt;em&gt;partner&lt;/em&gt; russo Oboron Prom. Tra gli accordi firmati vi è anche quello tra Tecnimont, Sace e Vnesheconombank per un petrolchimico da 2 miliardi di dollari, realizzato dalla Tecnimont per &lt;st1:personname productid="la Tobolsk-Polymer. Scajola" st="on"&gt;la Tobolsk-Polymer. Scajola&lt;/st1:personname&gt; annuncia poi che con Mosca si sta parlando della produzione in Russia di auto commerciali e autovetture in seguito all'integrazione Fiat-Chrysler. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="font-family:courier new;"&gt;&lt;strong&gt;Ma c'è di più. L'attenzione del mondo è oggi concentrata sull'Est asiatico&lt;/strong&gt;. All'enfasi che si sta ponendo al legame trans-Pacifico del noto G2 (Usa e Cina) è quanto mai necessario contrapporre e rafforzare il legame trans-Atlantico-russo, ossia tra gli Stati Uniti, l'Europa e &lt;st1:personname productid="la Russia. La" st="on"&gt;la Russia. La&lt;/st1:personname&gt; via da seguire è quella di ridisegnare i rapporti di &lt;em&gt;leadership&lt;/em&gt; di area e, in particolare, continuare lungo il percorso del partenariato strategico Ue-Russia. Il ministro degli Esteri Frattini, nel suo intervento, ha evidenziato i progressi che sono stati fatti ed auspica che, entro il primo trimestre del prossimo anno, si concluda il nuovo accordo di partenariato. Il rilancio del consiglio Nato-Russia conseguito nel 2002 in Italia, grazie alla mediazione del &lt;em&gt;premier&lt;/em&gt; Berlusconi, e la politica di &lt;em&gt;reset&lt;/em&gt; del presidente Obama nei confronti della Russia sono passi importanti della giusta direzione. In una visione globale, l'Unione Europea e l'Italia in particolare rappresentano interlocutori sia politici che di sicurezza privilegiati della Russia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-6557573247817846322?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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Le nuove disposizioni in tema abitativo integreranno un quadro di politiche già avviate a favore delle categorie meno abbienti, al fine di aumentare il loro reddito disponibile e i loro consumi, favorendo, altresì, la formazione di nuove famiglie, oggi in forte crisi.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il governo ha, infatti, annunciato che entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della Finanziaria sarà varato un Piano nazionale per la realizzazione di «misure di recupero del patrimonio abitativo esistente e di costruzione di nuovi alloggi». In sintonia con i provvedimenti della Finanziaria, anche il sindaco di Roma Alemanno, nonostante il grave deficit di bilancio ereditato dall'amministrazione Veltroni, ha reso noto che farà partire l'erogazione di 10.156 «buoni casa» in assegni circolari di importi variabili, intorno ai 3.100 euro, distribuiti dai municipi cittadini, a favore delle persone a basso reddito, per attenuare il peso del «caro affitto».&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il valore complessivo dell'edilizia residenziale che sarà oggetto del «piano casa», secondo le stime del Tesoro, è di 23 miliardi di euro e di un milione circa di appartamenti, distribuiti su tutto il territorio nazionale. Il piano offre molte innovazioni rispetto ai piani abitativi che negli anni pregressi si sono alternati. In primo luogo, prevede che il ricavato della dismissione degli alloggi ex Iacp dovrà essere destinato a interventi «volti ad alleviare il disagio abitativo». Inoltre, alle tradizionali categorie disagiate alle quali il piano abitativo è destinato (famiglie a basso reddito, anziani in condizione di svantaggio socio-economico, sfrattati e inquilini con reddito annuo lordo complessivo familiare basso o con handicappati o con anziani nel nucleo familiare) si aggiungono altre due categorie: gli studenti fuori sede e gli immigrati regolari. Oltre a ciò, il prezzo di vendita al quale gli alloggi saranno venduti verrà calcolato non già sul valore catastale dell'immobile, come avveniva in passato, ma in modo tale che la rata del mutuo che l'inquilino dovrà pagare per l'acquisto dell'abitazione non dovrà essere sostanzialmente diversa dal canone di locazione, per evitare un aggravio dei costi e garantire una sostenibilità dell'operazione di compravendita per i meno abbienti. Infine, secondo quanto previsto dal provvedimento, tutta l'operazione della creazione di nuovi alloggi sarà finanziata mediante il reperimento di risorse finanziare ora parcellizzate in molti fondi inutilizzati e concentrate in un unico fondo pari a 800-900 milioni di euro, che si andrà a sommare al ricavato della vendita degli immobili ex Iacp. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Nei programmi di promozione dell'edilizia sociale verranno coinvolti anche i soggetti privati, attraverso gli aiuti alle cooperative edilizie costituite fra persone indicate dal provvedimento (famiglie svantaggiate, immigrati regolari ecc.), le agevolazioni fiscali, i diritti edificatori e i premi in volumetria edificabile alle imprese edilizie che destineranno una quota non inferiore al 60% delle nuove unità abitative alla «social housing» (edilizia sociale).&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Da un punto di vista generale, è noto che in Italia circa il 73% delle famiglie possiede l'abitazione in cui vive. Per le restanti famiglie, specialmente per quelle con reddito medio-basso e in particolare nelle grandi città, il «caro-casa» ha raggiunto negli ultimi anni livelli progressivamente divenuti insostenibili, in conseguenza non solo dell'alto livello dei mutui e degli affitti, ma anche della contrazione nella produzione di alloggi da parte dell'edilizia pubblica popolare. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il rilancio dell'edilizia residenziale pubblica e privata da parte del governo dovrebbe risolvere molti problemi, tra i quali quello dell'occupazione abusiva di immobili privati e pubblici, che provoca grave danno alla collettività e soprattutto ai piccoli proprietari. Costoro praticamente si vedono spesso espropriati del proprio bene, mentre la giustizia latita e impiega anni per stroncare gli abusi che, specie a Roma, sono più che numerosi e hanno le loro cause nell'infelice politica dell'amministrazione di Rutelli e di Veltroni.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;La questione abitativa ha raggiunto in Italia livelli di emergenza per la concorrenza di più fattori. Relativamente agli ultimi decenni si rileva in primis, che la speculazione nel mercato immobiliare, che ha caratterizzato le economie industriali dopo lo scoppio della bolla tecnologica della new economy, in questi ultimi anni ha fatto lievitare i prezzi delle abitazioni residenziali e degli immobili industriali fino a triplicarli, senza alcuna valida ragione. Inoltre, si è assistito alla flessione nella costruzione di alloggi popolari in questi ultimi anni e alla dismissione degli immobili residenziali degli Enti previdenziali, degli ex Iacp e dei Comuni, che ha favorito le grandi società immobiliari, con ripercussioni sui prezzi di vendita e sui canoni di locazione.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Intanto, continua l'alienazione degli immobili residenziali degli enti locali e regionali e di gran parte del patrimonio abitativo del ministero della Difesa. A ciò si aggiunge che anche importanti compagnie d'assicurazione e banche hanno attuato processi di dismissione e vendita dei loro immobili residenziali, concentrati soprattutto nelle grandi città. L'alienazione degli immobili pubblici è avvenuta fino ad oggi trascurando le esigenze di politica abitativa, poiché le risorse liberate in gran parte non sono state destinate alla creazione di nuovi alloggi, ma prevalentemente alla riduzione del debito pubblico, sottovalutando le ricadute in termini sociali e di mercato di tale operazione. Gran parte degli immobili così alienati sono stati, inoltre, assoggettati dalle società intermediarie ad un cambio di destinazione, da abitativa a commerciale, e si è ridotta, in tal modo, sensibilmente la disponibilità delle abitazioni sul mercato. A farne le spese sono i pensionati poveri che trovano grandi difficoltà nel sostenere mensilmente l'onere dell'affitto, così come le giovani coppie monoreddito o con un lavoro precario. Le innovazioni che saranno introdotte dal piano casa della legge Finanziaria sono state elaborate per non ripetere gli errori del passato.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Concludono il quadro del crescente costo dell'abitazione le considerazioni relative all'imposizione fiscale che in Italia è elevata e penalizzante (vedi l'imposta di registro, l'Irpef, l'Ici sulle seconde case e sulle prime case date in locazione, la nettezza urbana, ecc.). Né si possono trascurare le spese notarili. Tutti questi oneri ricadono sui proprietari degli immobili, così come gli altri oneri connessi (condominio, manutenzione, sicurezza, oneri amministrativi e burocratici). Questo significa che molto si può e si deve ancora fare per intervenire nell'ambito del mercato immobiliare per incentivare la produzione di alloggi e l'industria edilizia, che come è noto ha un moltiplicatore del reddito molto elevato. Inoltre, occorre facilitare il processo di compravendita, riducendo i costi sia di acquisto che di gestione dell'investimento immobiliare. Tutto ciò servirà, oltre che a sostenere i consumi e il reddito, a incidere positivamente sulle dinamiche demografiche, aiutando soprattutto le giovani coppie, quelle che il ministro delle politiche giovanili, Giorgia Meloni, chiama «eroi», a sostenere le difficoltà di un figlio e di una famiglia, nonostante un lavoro precario.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-5282444151241633616?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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In altre parole, si pensava allora che questa nuova via dell’economia, più tecnologica, potesse soppiantare in gran parte, se non del tutto, la old economy, come se i prodotti alimentari, energetici e industriali dovessero giocare solo un ruolo di second’ordine rispetto alla nuova via dell’economia dei servizi, imperniata su quelli finanziari. Ne scaturì la nota corsa alla speculazione di borsa che gonfiò la bolla tecnologica, durata per tutta l’amministrazione Clinton e poi scoppiata con perdite ingenti per i risparmiatori. Mancando i controlli, la speculazione innescò la bolla dei beni rifugio, in particolare l’oro e gli immobili, fino a triplicarne i valori nominali con la complicità delle banche, tramite il sistema della cartolarizzazione dei mutui, ideato per mobilizzare i crediti incagliati e poi trasformatosi in un potente strumento di speculazione con i mutui cosiddetti subprime, concessi cioè a clienti meno affidabili. Le società di cartolarizzazione, vere finanziarie speculative, hanno emesso a getto continuo i titoli “spazzatura” che già avevano provocato ingenti danni. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Nell’agosto del 2007 è esplosa la bolla speculativa immobiliare, che ha comportato un crollo dei prezzi degli immobili e una perdita in termini di capitali dei beni usati a garanzia dei prestiti. Le ripercussioni non si sono ancora esaurite e le difficoltà sembrano aumentare, specie per il comparto dei mutui a tasso variabile. Le insolvenze degli operatori privati si sono in tal modo moltiplicate e con esse si è ridotta la capacità delle banche di fare fronte ai loro impegni finanziari. Per affrontare questo nuovo pericolo di fallimento di molti grossi istituti di credito, sia americani sia degli altri Paesi industrializzati, le banche centrali, tra cui la Federal Reserve e la Banca centrale europea, sono corse ai ripari, immettendo massicce dosi di liquidità nel sistema. Non abbiamo ancora imparato la lezione che la cronaca dei mercati finanziari di questi ultimi anni ha tentato di impartirci. Così, dalla new economy ad oggi si è diffusa la mentalità che “giocare in borsa” è possibile, facile e, tramite i prodotti finanziari venduti da ragazzotti nelle banche, coinvolge anche il piccolo risparmiatore, disinformato e sprovveduto. Se però gli atteggiamenti emotivi e, in maggior misura, quelli dettati da ondate di panico dei piccoli risparmiatori causano perdite per loro stessi e per le loro famiglie, gli atteggiamenti assunti dai maggiori speculatori comportano gravi crisi finanziarie che si ripercuotono molto velocemente nell’economia reale dei Paesi industrializzati ed emergenti.&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;E’ quanto succede nei mercati delle materie prime. I capitali che fuggono dal mercato immobiliare confluiscono in quello dei prodotti energetici (per cui il prezzo del petrolio ha raggiunto la punta di 140 dollari al barile) e, in seconda battuta, in quello dei prodotti alimentari, con ripercussione sui prezzi e quindi accelerando l’inflazione (nell’Ue ha raggiunto ufficialmente oggi il valore del 3,7 per cento, ma quella effettiva è doppia) i cui effetti sull’economia sono lampanti. La speculazione trova particolare forza nelle operazioni sui futures, meri strumenti speculativi, sui prodotti energetici e sulle soft commodities (ovvero su riso, frumento, zucchero e olio), trattati in special modo alla borsa di Chicago e di Londra. In queste contrattazioni i prezzi sono aumentati ben oltre l’indebolimento del dollaro, trascinando anche quelli di altre materie prime. La speculazione ha vita facile per la mancanza di una cooperazione dei Paesi industriali in materia energetica. Sembrano rilevanti, infatti, per individuare una via d’uscita dalla grave impasse in cui si trova l’economia internazionale e in special modo quella europea, le argomentazioni circa una sostanziale implementazione di un gran numero di nuovi impianti nucleari, grazie al recente incontro e accordo tra Sarkozy e Gordon Brown, che è passato alla cronaca come l’ “asse franco-inglese” dell’energia, e grazie anche al piano energetico elaborato dall’attuale governo italiano, che prevede la costruzione di quattro nuovi reattori nucleari. Tale politica, anche se frammentata fra vari Paesi che si mostrano più intraprendenti e non elaborata e concertata a livello europeo, permetterebbe di ridurre i costi per la produzione energetica, i prezzi per il consumatore finale e la dipendenza dei Paesi Ue, ivi compresa l’Italia, da Paesi politicamente instabili. I suoi benefici, tuttavia, si sentiranno fra qualche tempo. La crisi energetica e quella alimentare hanno evidenziato le incompetenze, l’indecisione, in sostanza l’inadeguatezza dell’attuale cooperazione internazionale. Il vertice mondiale sulla crisi alimentare organizzato dalla Fao dal 3 al 5 giugno scorsi, infatti, si è concluso con una “colletta” di otto miliardi di dollari di nuovi finanziamenti (di cui 190 milioni di euro dal governo italiano), senza però definire le vie operative e la ripartizione tra le diverse agenzie delle Nazioni Unite che si occupano della lotta contro la fame (la Fao, l’Ifad e il Wfp), né una via comune tra i 40 Paesi intervenuti per arginare la crisi e l’inflazione del nord del mondo e il diffondersi della fame nel sud. Anche il G8 dei ministri finanziari, riunitosi a Osaka il 14 giugno scorso, non ha elaborato rilevanti conclusioni riguardo le cause dell’inflazione delle materie prime, né è stato elaborato un piano di azione per contrastare, mediante forme di controllo o di indirizzo, le turbolenze sui mercati petroliferi e su quelli valutari. Interessanti sembrano essere le argomentazioni di Giulio Tremonti, che valorizzano il ruolo della redistribuzione dei “benefici da congiuntura”, mediante la sua Robin Hood Tax sui profitti della compagnie petrolifere. Occorrerà vigilare, affinché i petrolieri non trasferiscano il maggior onere sul prezzo al consumo, aumentandolo. Al contempo egli propone, in sede G8, di innalzare l’imposizione fiscale sulle operazioni a termine sul petrolio per scoraggiare gli atteggiamenti speculativi. Il mondo, nel frattempo, ha gli occhi puntati sulla imminente elezione presidenziale americana e attende ancora l’avvento di un “uomo nuovo” che sappia arginare la speculazione e riportarla entro i margini fisiologici e utili per il sistema produttivo e per l’economia mondiale. Nell’attesa è utile che gli imprenditori europei resistano alla tentazione dei facili guadagni della speculazione e reinvestano invece i capitali nelle proprie imprese, per innalzare l’apporto tecnologico e con esso la produttività del lavoro dei propri dipendenti.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-7676722433196739050?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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È in questa ottica, quella liberista che ha caratterizzato la strategia del premier fin dalle origini, che è stata approvata ieri dal Consiglio dei ministri la manovra fiscale da 13,1 miliardi di euro per quest'anno e da 35 miliardi per il prossimo triennio. Tale manovra presenta un modello di Stato, secondo le parole di Silvio Berlusconi, «che costa meno, che semplifica, che toglie vincoli e che produce libertà». Grazie a tale Finanziaria, sostiene il Premier, sarà centrato l'obbiettivo del pareggio di bilancio entro il 2011 senza ricorrere a nuove tasse, eccezion fatta per le maggiori aliquote per il settore assicurativo, bancario e petrolifero.&lt;/p&gt;&lt;p align="left"&gt;Il pacchetto fiscale prevede, infatti, fra le molte novità, l'ormai nota «Robin Hood Tax» ovvero l'addizionale Ires sull'aumento di valore delle scorte petrolifere (che passerà dall'attuale 27% al 33%), che colpisce i cosiddetti «guadagni da congiuntura» della compagine petrolifera e che, secondo le previsioni, comporterà un maggior gettito di 4 miliardi di euro. Tali risorse saranno destinate a sconti alimentari e sulle bollette per i pensionati più poveri. Sul fronte fiscale è stato approvato l'aumento del prelievo per le banche e per le cooperative. A tal proposito, infatti, il commissario europeo alla concorrenza, Neelie Kroes, si era espresso nei giorni antecedenti al Consiglio dei ministri chiedendo formalmente alcune delucidazioni riguardo il favorevole regime fiscale di cui si sono avvantaggiate le cooperative fino ad oggi, in campo bancario e della grande distribuzione. Sono stati sollevati, inoltre, dubbi sulla compatibilità degli sgravi alle grandi cooperative e alle banche popolari.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ministro Tremonti ha annunciato ampi tagli alla spesa pubblica, specialmente a quella improduttiva, che comporteranno, secondo le previsioni del ministro, risparmi di 9-10 miliardi di euro tra Sanità, enti locali e Pubblica amministrazione. A tal proposito, infatti, è stato approvato il provvedimento che prevede un minor ricorso alle collaborazioni esterne per gli enti pubblici, contratti flessibili per le esigenze temporanee ed eccezionali, nonché un aumento della mobilità dei dipendenti pubblici, mentre, per garantire una maggiore trasparenza e, di conseguenza, una maggiore efficienza, ha vinto la linea già intrapresa dal ministro Brunetta, della pubblicazione sui siti internet delle retribuzioni dei pubblici dipendenti. Infine, sono previste l'abolizione dei «mini-enti pubblici» (sotto i 50 dipendenti) e una scrematura di quelli più grandi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il settore privato, la nuova strategia degli incentivi prevede la fine del regime fiscale agevolato per le stock options (che rappresentano una possibilità per i dipendenti di partecipare al capitale aziendale), mentre sarà esentato dall'imposizione fiscale il capital gain (ovvero il guadagno in conto capitale derivante da un'attività di compravendita di azioni, obbligazioni, titoli di Stato, derivati e valute) che verrà reinvestito in una nuova azienda o in «giovani imprese» con non più di 3 anni di vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La manovra approvata ieri introduce interessanti riforme. È stata annunciata la delega «fondamentale» che, secondo i piani di Tremonti e grazie alla ulteriore Finanziaria «snella» che sarà varata a settembre, farà scattare la sessione parlamentare che porterà all'approvazione del Federalismo fiscale, definito come «la vera riforma». Sarà introdotto, inoltre, il nucleare nel nostro paese (mediante il disegno di legge per la delega al Governo per la localizzazione dei siti nucleari) che, come detto molte volte su queste pagine, è la via obbligata per comprimere i costi energetici, ridurre il disavanzo di bilancia commerciale causato dalla cosiddetta «bolletta energetica» delle importazioni e ridurre la dipendenza dell'economia nazionale dalle politiche espansionistiche di paesi politicamente instabili. Entro il 2008, pertanto, saranno individuati i criteri per la localizzazione delle nuove centrali nucleari. Una delibera del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), su proposta del ministro dello sviluppo economico Scajola, definirà le «tipologie degli impianti di produzione elettrica nucleare che possono essere realizzati nel territorio nazionale». Stesso iter sarà seguito per stabilire le procedure di autorizzazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Saranno liberalizzati i servizi pubblici locali, che ricadranno in tal modo sotto la logica della concorrenza tra operatori privati, comportando, come è auspicabile, una maggiore efficienza nel servizio e una riduzione delle tariffe, nonché una riduzione degli sprechi a carico dei contribuenti locali. Per garantire una maggiore flessibilità nell'ambito del mercato del lavoro verranno reintrodotti i contratti di lavoro previsti dalla legge Biagi «a chiamata» e di collaborazione occasionale, nonché, in un'ottica di «flexsecurity», le scelte sono state prese per facilitare il ricorso al part-time modificabile e all'abolizione a partire dal 2009 del divieto della cumulabilità tra pensione e retribuzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Saranno ridefiniti i Programmi del Quadro strategico nazionale 2007-2013 avviati dal precedente governo e i fondi, riallocati e destinati alle infrastrutture ritenute strategiche, saranno concentrati in pochi progetti prioritari, nell'ambito energetico, della telecomunicazioni, dell'ambiente (con particolare attenzione ai rifiuti) e dei trasporti. È prevista la costituzione della società per azioni «Banca del Mezzogiorno». Con un decreto del Tesoro, entro 4 mesi dall'entrata in vigore delle norme, sarà nominato il comitato promotore, che disciplinerà i criteri per lo statuto e le modalità di composizione dell'azionariato «in maggioranza privato e aperto all'azionariato popolare diffuso». L'apporto al capitale da parte dello Stato sarà di 5 milioni, da restituire entro 5 anni. Infine, entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della manovra fiscale sarà varato un Piano nazionale per la realizzazione di «misure di recupero del patrimonio abitativo esistente o di costruzione di nuovi alloggi». Saranno previsti aiuti alle famiglie a basso reddito e alle giovani coppie, agli anziani e agli studenti, nonché agli immigrati regolari per l'acquisto della prima casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-3025402242323292117?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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Ciò è evidente qualora si legga lo statuto della Banca centrale europea, che ha come unico obiettivo quello di mantenere il livello di inflazione al di sotto del 2 per cento. Esso si differenzia sostanzialmente dallo statuto della Federal Reserve, che al contrario pone sullo stesso piano la tutela del potere d’acquisto del biglietto verde, del livello occupazionale e della crescita economica della Federazione americana. Ciò posto, è evidente che le decisioni di tenere alti i tassi di interesse per contrastare l’insorgere dell’inflazione sia l’unica politica posta in essere dalla Bce, che agisce in perfetta autonomia. Quella monetaria è, infatti, l’unica politica accentrata e comune per tutti i Paesi dell’Unione europea. In quanto tale, pertanto, è uniforme in tutta l’area e non considera la situazione economica di ogni Paese membro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le previsioni al rialzo della Bce riguardo il tasso di inflazione dell’eurozona, pertanto, anche se non hanno sortito l’effetto immediato di un incremento del tasso di interesse di riferimento, che rimane al 4 per cento, comporteranno con buona probabilità, secondo quanto sostiene il banchiere centrale Jean-Claude Trichet, l’aumento di un quarto di punto percentuale entro luglio. Egli sostiene che un incremento dei tassi e la conseguente rivalutazione del cambio euro/dollaro possano giovare a contrastare l’inflazione nell’eurozona. Il banchiere centrale però trascura le cause dell’incremento dei prezzi che possono essere contrastate solo mediante politiche economiche oculate. Egli non si cura, inoltre, degli effetti che gli alti tassi comportano all’interno dell’area dell’euro. L’alto costo del capitale, infatti, è un disincentivo all’investimento per le imprese, che trovano oneroso aumentare la quota di capitale tecnico, ovvero tecnologico, che permetterebbe l’aumento della produttività del lavoro e con esso l’aumento della produzione e dell’occupazione. L’origine dell’inflazione internazionale e di quella importata nell’Unione europea risiede in gran parte nell’andamento dei prezzi delle materie prime (energetiche in primo luogo e di conseguenza alimentari) che risentono dell’andamento del cambio del dollaro. I Paesi produttori di petrolio, infatti, per contrastare la perdita del potere d’acquisto del dollaro, e quindi dei loro profitti, lasciano sostanzialmente stabile la produzione a fronte di una domanda crescente, che comporta in ultima analisi un incremento del prezzo di listino del greggio. L’andamento dell’inflazione sarebbe in parte già stato contrastato, quindi, se i Paesi dell’Unione europea avessero da tempo posto in essere una politica energetica comune, che incentivasse la creazione di centrali nucleari e che permettesse di liberarsi dal giogo della dipendenza dall’estero per l’importazione di gas e petrolio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da qui la considerazione che le politiche monetarie della Bce non sono sufficienti per contrastare l’andamento dell’inflazione e che hanno effetti depressivi sull’economia dell’area dell’euro. Occorrono invece politiche economiche di sviluppo che siano lungimiranti e coraggiose. La critica deve però spingersi oltre, fino ad affermare che l’attuale separazione delle politiche economiche e monetarie, con la titolarità della politica monetaria riconosciuta alla banca centrale indipendente, ha prodotto effetti perversi. I tempi sono infatti ormai maturi per considerare la politica di bilancio, o meglio il deficit spending, come uno strumento utile per innescare una spirale virtuosa di sviluppo economico, specie se destinata alla creazione di infrastrutture in ambito energetico e per ammodernare le vie di comunicazione. I parametri di Maastricht impediscono all'economia dell'eurozona di crescere in funzione delle sue molte potenzialità. Da quando è stato firmato il patto di stabilità tra i Paesi aderenti, la crescita del Pil, dei consumi e, soprattutto, degli investimenti è stata modesta, rimanendo inferiore a oltre la metà della crescita degli Stati Uniti. Ora siamo in recessione, con la produzione industriale italiana che registra valori di crescita negativi, le esportazioni verso i Paesi terzi sono ostacolate dall’euro forte e in tutta l’Ue l'inflazione è, secondo la Bce, al 3,4 per cento. È quindi più che auspicabile, anzi si impone, un cambiamento della politica economica dell'eurozona e, prima di tutto, una modificazione dello statuto della Bce, in modo che i governi e i parlamenti dei Paesi membri riacquisiscano almeno in parte i poteri monetari, cui hanno abdicato a favore della Bce indipendente.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-2875831955560532929?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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Sono queste le dichiarazioni ufficiali che hanno concluso il vertice che la Fao, l'Ifad, e il WFP hanno organizzato questa settimana e che è terminato giovedì 5 giugno scorso. Tra imponenti misure di sicurezza si sono riuniti a Roma, presso il palazzo della Fao i capi di stato di 40 paesi per discutere della crisi alimentare mondiale e delle sue cause. La conferenza ad alto livello è stata anche un'occasione per il premier Silvio Berlusconi per incontrare in via bilaterale alcuni capi di stato, tra cui il premier spagnolo Zapatero e il presidente francese Sarkosy, e per confermare i rapporti diplomatici e di franca amicizia tra i grandi dell'Europa e il nostro paese che, secondo le recenti parole del governatore Mario Draghi, «ha desiderio, ambizione e risorse per tornare a crescere...».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il clima in cui si è svolto il vertice mondiale non è stato sereno e molti sono stati i giudizi negativi su come i diversi paesi hanno gestito l'emergenza alimentare. Sono stati criticati in primo luogo, e senza una conoscenza esatta del fenomeno, quei paesi che si impegnano nella produzione di biocarburanti, accusati di sottrarre risorse e generi alimentari alle popolazioni affamate per destinarli alla produzione alternativa di energia. Il presidente del Brasile Ignacio Lula da Silva ha invece difeso la produzione di bioetanolo, sostenendo che le cause che hanno innescato la spinta inflativa dei prezzi dei generi alimentari sono da ricercare nell'aumento della domanda di generi alimentari provocata in parte dallo sviluppo di alcuni paesi emergenti. «La soluzione - ha detto Lula - non è nel protezionismo o negli ostacoli alla domanda» ma «nell'aumentare l'offerta di cibo e aprire i mercati per poter fronteggiare la domanda crescente».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si è giunti a nessuna conclusione riguardo al ruolo che la produzione dei biocarburanti abbia avuto nella crescita dei prezzi dei generi alimentari o agli effetti sul clima dell'attività produttiva umana ed è stata rimandata ad ulteriori studi e approfondimenti e soprattutto ad altra sede, quella del futuro G8, la soluzione. Al contempo si è giunti alla conclusione che l'impennata dei prezzi è una conseguenza di un numero di cause che agiscono simultaneamente. Eventi climatici e sismici, atteggiamenti protezionistici, crescita della popolazione, cambiamenti climatici, scarsa disponibilità di sementi e di fertilizzanti. Un vecchio adagio recita: «quando si mettono tre economisti intorno ad un tavolo escono sicuramente fuori quattro soluzioni diverse». Si può replicare che quando, invece, intorno al medesimo tavolo si siedono altrettanti agronomi (autori di gran parte delle ricerche e delle pubblicazioni della Fao), invece, le soluzioni possono non trovarsi affatto e che ci si perda tra i discorsi vaghi e affatto scientifici sulle cause antropocentriche dei cambiamenti climatici. È quanto è successo al vertice mondiale. Infatti, vi è una causa che tra tutte è la maggiore, ma che è stata appena accennata durante le tavole rotonde che hanno animato il vertice e nel discorso del Presidente Napolitano. È il ruolo della speculazione internazionale sui futures dei prodotti alimentari che agendo sui mercati finanziari contribuisce alla formulazione del prezzo. Dopo lo scoppio della bolla speculativa delle borse legata alla new economy, la speculazione internazionale si è gettata prima sul mattone, la cui bolla è scoppiata l'anno scorso (vedi i mutui subprime) e che ancora produce danni, e ha continuato incrementando la bolla delle materie prime (petrolio e alimentari).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un altro grande aspetto non affrontato con la dovuta serietà e pragmaticità in questo vertice è stato quello dell'uso dei prodotti agricoli geneticamente modificati e del ruolo che possono giocare nella lotta contro la fame. Solamente Silvio Berlusconi, nell'intervista congiunta alla Radio vaticana e all'Osservatore romano del 5 giugno, ha sostenuto che per combattere la fame nel mondo occorrono «una maggiore formazione, una più ampia messa a disposizione delle varie tecnologie, con il ricorso agli Ogm in tutti i singli Paesi, dove si deve arrivare ad una possibilità di sopperire autonomamente alle proprie esigenze alimentari. Il futuro - egli sostiene - non è che nell'auto-produzione di ciascun Paese». In realtà, le preventive discussioni sui biocarburanti sono servite solamente per distogliere l'attenzione dagli atteggiamenti protezionistici che i vari paesi pongono i essere. Della politica commerciale dei diversi governi e delle eventuali limitazioni alle liberalizzazioni si è discusso solo durante l'ultima riunione di giovedì, che si è protratta molto a lungo, fino a rimandare di quasi tre ore la conferenza stampa nella quale sono stati resi noti i risultati del vertice e la dichiarazione che i capi di stato hanno sottoscritto, con le numerose riserve di Argentina, Cuba, Venezuela, Equador, Bolivia e Nicaragua. Oltre alla promessa di una raccolta di otto miliardi di dollari di nuovi finanziamenti, gli impegni presi, secondo la dichiarazione, sono stati i seguenti: dimezzare entro il 2015 il numero delle persone malnutrite; un immediato sostegno per 1,7 miliardi di dollari alla produzione e al commercio agricoli; l'incremento degli investimenti in agricoltura; favorire la liberalizzazione del commercio; effettuare successivi studi sui biocarburanti per garantire la loro sostenibilità. Il vertice si è concluso quindi con le intenzioni di impiantare una Partnership mondiale e una raccolta di ingenti fondi (il presidente del Consiglio, intervistato da Radio Vaticana, ha affermato che l'Italia ha portato i suoi contributi per la lotta contro la fame nel mondo da 60 milioni a 190 milioni di euro) per permettere nell'immediato l'accesso alle sementi, ai concimi e ai foraggi per i paesi più poveri. Silvio Berlusconi, che ha presieduto la conferenza della Fao, ha affermato che proporrà al prossimo Consiglio europeo di escludere dai vincoli di bilancio degli Stati membri le spese sostenute per aiutare i Paesi poveri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo vertice, è mancata del tutto però la formulazione di una via operativa su come tali aiuti finanziari e tecnici debbano essere posti in essere e utilizzati. Nonostante le parole entusiaste del DG della Fao Jacques Diouf, il risultato più evidente di tale vertice è stato la mancanza di coordinazione fra le numerose agenzie delle Nazioni Unite (Fao, Ifad, WFP) e la Banca Mondiale e tra esse e le numerose banche regionali (come ad esempio la Inter-American Development Bank). Si auspica che le risposte concrete arrivino in sedi più consone, come forse il futuro G8, e nei prossimi due mesi, in seguito alle ripartizioni dei fondi raccolti e delle competenze tra le varie agenzie delle Nazioni Unite e tra i vari paesi. A chi ha assistito ai lavori del vertice romano e che da tempo osserva l'operato delle agenzie delle Nazioni Unite rimangono però in mente due domande che ancora non hanno trovato convincenti risposte: «se le soluzioni non sono ancora state trovate, tanto meno in questo vertice, a cosa è servito fino ad ora il lavoro della Fao e delle altre agenzie internazionali che, da più di mezzo secolo e con l'ausilio ormai di incommensurabili risorse finanziarie, lottano contro la fame nel mondo?» e ancora «non sarà piuttosto finalmente arrivato il momento di rivedere il sistema organizzativo degli organismi internazionali secondo una logica di efficienza e di eliminazione degli sprechi di questo ambiente diplomatico che impiega gran parte del proprio budget finanziario per gli stipendi di un così grande numero di funzionari e consulenti?».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-3389892644651173289?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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Draghi sostiene che la crisi dei mutui subprime non abbia intaccato sensibilmente il sistema bancario e finanziario italiano, avvertendo però che la crisi non è stata ancora superata. A tal proposito lasciano però perplessi le considerazioni che il governatore ha fatto riguardo all'uso della «finanza creativa». Egli infatti sostiene che tali strumenti abbiano reso il mercato finanziario più ricco di alternative e che tale varietà è un aspetto che deve essere preservato. La perplessità è proprio nel fatto che alla base della diffusione della crisi finanziaria, che ha causato appunto «il ripiegamento ciclico mondiale» e che è ancora «presto per dire se è terminata», ci sia lo spregiudicato utilizzo di prodotti finanziari, le cartolarizzazioni, che sono un risultato della ingegneria finanziaria in parola e che non permettono una effettiva percezione del rischio connesso all'operazione di compravendita finanziaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È facile pensare che speculazioni esclusivamente finanziarie, che sono del tutto scollegate dall'andamento dei valori fondamentali economici, siano il mezzo più rapido per la proliferazione e un canale preferenziale per la trasmissione degli effetti negativi delle bolle speculative, come quella dei mutui subprime, ma anche quella petrolifera e quella alimentare. La crisi petrolifera esiste già da molto tempo e non si è in grado oggi di prevedere il momento in cui essa scoppierà. Alan Greenspan sosteneva che non è possibile calcolare l'elasticità delle pareti delle bolle speculative. La bolla dei prodotti alimentari sta affamando il sud del mondo e inflazionando il nord. Le bolle speculative vanno individuate sul nascere e interrotte prima che possano amplificarsi e manifestare i loro effetti perversi, evitando appunto che i canali di trasmissione si diffondano e si rafforzino. Sulla politica monetaria e sul sistema dei crediti e delle banche il governatore ha espresso concetti che meritano un qualche approfondimento e sui quali ci proponiamo di ritornare.&lt;br /&gt;È, invece, condivisibile l'atteggiamento prudenziale che ha suggerito il governatore alle banche italiane, chiedendo loro di rispettare le regole di Basilea II, ovvero di aumentare il patrimonio e «l'accumulazione di capitale in eccesso in epoche favorevoli per non essere costrette a contrazioni degli attivi in periodi di crisi». Ma come dimostra il continuo ripetersi delle bolle si tratta di concetti più facili a dirsi che non a mettere in pratica. L'atteggiamento prudenziale dimostrato dal governatore è in continuum rispetto alle considerazione dell'ultimo Financial Stability Forum, presieduto proprio da Mario Draghi. Ma a questo proposito, Tremonti si è detto però scettico e ha definito le misure adottate dal FSF come un ricorso ad una «aspirina» per curare un grave male.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L'economia italiana&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le considerazioni relative all'economia italiana si sono concentrate sul tema della produttività, un valore che in Italia è basso da oltre un decennio e che per il bene del Paese, delle aziende e dei lavoratori, deve mutare sensibilmente. La produttività del lavoro è la variabile chiave che permette ad un paese di percorrere la via della crescita. Occorre, quindi, che si pongano in essere investimenti oculati in tecnologia e incentivi alla ricerca per permettere alle aziende italiane di fronteggiare la concorrenza internazionale. Inoltre, la bassa produttività non ha permesso l'adeguamento degli stipendi al crescente costo della vita. Infatti, «il ristagno della produttività - sostiene il governatore - ha ridotto i margini per incrementi retributivi aziendali, frenandone la diffusione». In termini di competitività, le aziende italiane scontano, inoltre, una pressione fiscale molto elevata. «Per ogni 100 euro di costi del lavoro per impresa, il prelievo fiscale e contributivo per un lavoratore tipo senza carichi familiari è pari in Italia a 46 euro». Negli altri paesi dell'area dell'euro il prelievo è in media pari al 43% del costo del lavoro; nel Regno Unito al 34; negli Stati Uniti al 30%. Sui profitti di impresa l'aliquota resta superiore di 8 punti percentuali rispetto alla media europea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La pressione fiscale e spesa pubblica&lt;/strong&gt; - Secondo il governatore, l'economia italiana è inoltre strozzata da una eccessiva pressione fiscale, che è cresciuta proprio negli anni del governo Prodi e che ha raggiunto lo stesso livello, il 43,3% del Pil, che aveva raggiunto negli anni dell'ingresso dell'Italia nell'area dell'euro. Occorre pertanto che il prelievo fiscale passi dagli attuali livelli patologici a quelli fisiologici (almeno al 40% del Pil se non meno) per garantire la crescita economica del paese. Tale riduzione appare comunque modesta, visto che per rilanciare l'economia italiana sarebbe necessaria una pressione fiscale in linea con quella degli Stati Uniti. Il governatore ha promosso i provvedimenti che il governo Berlusconi ha posto in essere. Ha, infatti, affermato che la detassazione degli straordinari «può avere effetti positivi». Alla riduzione della pressione fiscale occorre affiancare misure per la riduzione della spesa pubblica che, secondo il governatore, dovrà essere di un punto percentuale l'anno per garantire il pareggio di bilancio pubblico entro il 2011.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I giovani nell'istruzione e nel mercato del lavoro&lt;/strong&gt; - Della lenta crescita che caratterizza l'economia italiana ne fa le spese soprattutto la popolazione giovanile che è penalizzata in termini di minore occupazione e più bassi livelli salariali. Con un passaggio della relazione forse un po' troppo veloce e privo di particolari, il governatore sostiene che i giovani «sono mortificati da una istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro - specie con il precariato - che li discrimina a favore dei più anziani». Il governatore si è dimenticato di dire che anche i lavoratori più anziani sono mortificati e più di tutti lo sono i pensionati. È purtroppo vero che in Italia vige «un'organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito e non valorizza le capacità». Riguardo alla popolazione anziana il governatore è tornato sul tema della cancellazione del «divieto di cumulo tra pensione e lavoro» permettendo loro di continuare a lavorare e a mettere a frutto le competenze e le esperienze acquisite. La relazione del governatore ha poi toccato il tema del Mezzogiorno, la cui politica è stata fallimentare. In breve il Pil per abitante non raggiunge ancora il 60% di quello del centro-nord, la produttività è infine del 18% e il tasso di occupazione è più basso di 19 punti. I fondi spesi a favore del Mezzogiorno sono risultati quasi pari a quelli impiegati quando c'era la Cassa per il Mezzogiorno e l'Agenzia per il Mezzogiorno, ma i risultati, annota Draghi, sono stati inferiori alle attese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Federalismo fiscale&lt;/strong&gt; - Il governatore si è mostrato favorevole all'imminente processo di federalismo fiscale che a breve vedrà impegnato l'Esecutivo e ha rimandato alla via politica la maniera più adeguata per passare al nuovo regime fiscale, sostenendo però che i principi ai quali deve ispirarsi debbano essere quelli della trasparenza e della semplicità e che «chi riceve i fondi deve dare ampiamente conto del loro utilizzo», ovvero che si deve privilegiare il principio della responsabilità. Inoltre, è importante abbandonare il criterio della spesa storica «che premia l'inefficienza» e che «ogni onere aggiuntivo dovrebbe idealmente trovare finanziamento a carico dei cittadini cui l'amministrazione risponde». Il governatore ha concluso le sue considerazioni finali dicendo che il Paese ha desiderio, ambizione e risorse per tornare a crescere... Ma che ha anche una storia a testimoniare che non c'è niente di ineluttabile nelle crisi di crescita che da anni lo paralizza. I protagonisti della ripresa devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani, oggi mortificati da una istruzione inadeguata e da tanti altri ostacoli, tra cui un'organizzazione della produzione che non premia il merito e non valorizza le capacità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-6624540719850330557?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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Seguendo, infatti, i dati del Food Outlook, pubblicato a novembre 2007 dalla Fao, è chiaro che l’impennata dei prezzi non solo dei cereali e del riso, ma dei generi alimentari in generale, ha avuto inizio nel 2003 accelerando di anno in anno fino a raggiungere gli alti livelli attuali. Nell’ultimo anno, da marzo a marzo, i prezzi sembrano raddoppiati e quindi del tutto ingiustificati&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Si tratta ancora una volta di una speculazione che, se non fermata, rischia di fare più danni di quelle sugli immobili e sul petrolio.  Anche per i beni alimentari gli extraprofitti sembrano già macroscopici. Non essendoci ragioni economiche o climatiche che possano giustificare un simile improvviso incremento dei prezzi, non resta che concludere che sia di origine meramente speculativa.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Secondo la pubblicazione citata, l’attuale livello delle scorte di generi alimentari, sebbene abbia mostrato un certo calo in questi ultimi anni e si sia allineato al livello del 2003, appare sufficiente ad affermare l’emergenza (per quanto riguarda i cereali è pari a oltre il 20% della produzione annua). Occorre però anche considerare il fatto che dal 2003 a oggi la produzione di cereali ha avuto un andamento altalenante. Nel 2004, infatti, vi è stato un picco nella produzione mondiale dei cereali con la triplicazione della sua quantità rispetto al livello di produzione del 2003. Non stupisce pertanto che nei due anni successivi, ovvero nel 2005 e nel 2006, la produzione abbia avuto una andamento decrescente, con la conseguente riduzione delle scorte al livello del 2003. Il settore agricolo ha caratteristiche diverse da quello industriale.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Sembrano, quindi, del tutto allarmistici i toni usati in questi mesi riguardo ad una imminente carestia mondiale in seguito all’assottigliamento delle scorte. Al contempo però non è allarmistico sostenere che l’impennata dei prezzi è sempre un fattore rilevante, non al fine della disponibilità dei generi alimentari sulla tavola dei paesi industrializzati, quanto piuttosto in termini di costo della vita negli stessi paesi. Per contro, per i paesi in via di sviluppo, l’ondata speculativa produce danni ingenti, perché l’aumento dei prezzi provoca la fame e rafforza gli elementi che generano la povertà.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;In molti PVS, come era facilmente prevedibile, sono scoppiate rivolte di affamati. Fra i fatti di cronaca tra i più recenti vi è la manifestazione che a Mogadiscio, in Somalia, ha visto in migliaia scendere in piazza per dare luogo ad una protesta violenta contro i commercianti connazionali, per via degli alti prezzi degli alimenti, la cui origine è da ricercare nelle distorsioni locali, che però hanno origine nelle borse finanziarie dove si contrattano i future sulle soft commodities (ovvero  su riso, frumento, zucchero e olio). È poi naturale che si generino a cascata le varie insufficienze nei mercati del Terzo Mondo. La speculazione non ha mancato di approfittare degli eventi in Birmania, ossia in Myanmar, colpita dal violento ciclone. La catastrofe, oltre alla tragedia umana, ha comportato un’ulteriore conseguenza negativa sull’economia del paese. Infatti, le organizzazioni internazionali, la Fao e il WFP in primo luogo, prevedono che la Birmania diventerà quest’anno un paese non più produttore ed esportatore di riso, ma importatore netto di questo genere alimentare. La riduzione dell’offerta e l’aumento della domanda sul mercato del riso favorirà la speculazione legata ai futures da parte degli operatori finanziari. L’atteggiamento speculativo al rialzo dei prezzi, farà sì che le previsioni di aumento si avverino realmente. Ai fini di spezzare l’ondata speculativa, l’India ha sospeso dai primi giorni di maggio la contrattazione di futures per quanto concerne il riso, il frumento, lo zucchero e l’olio. L’esempio dovrebbe essere seguito dai paesi industrializzati anche per quanto riguarda il prezzo del petrolio. Non si dimentichi che i futures sono meri contratti di speculazione, il più delle volte disancorati dalle effettive disponibilità dei vari beni.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Un dollaro al giorno&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;È un momento storico di grande importanza quello attuale in cui viene naturale chiedersi quali siano i risultati che la cooperazione internazionale abbia raggiunto nei riguardi del primo obbiettivo dei  Millennium development goals : “Sradicare la povertà estrema e la fame” ovvero dimezzare, entro il 2015, il numero di persone il cui reddito è minore di un dollaro al giorno e che soffrono la fame.  Tale obbiettivo sembra oggi ancora più distante. Ci si chiede, inoltre, quale organismo sovrannazionale possa svolgere il ruolo di controllo sugli atteggiamenti speculativi che creano ripetute bolle e che, questa volta, hanno contagiato pericolosamente il mercato dei generi alimentari.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Molti analisti dello sviluppo propongono alcune soluzioni, che sembrano avere una certa valenza, per aumentare la produzione e quindi l’offerta sul mercato dei generi alimentari proprio in quei paesi dove non sono più accessibili le importazioni a causa del loro alto costo. Da un lato è, infatti, interessante l’approccio che il premio Nobel Muhammad Yunus ha ideato nel lontano 1977, anno in cui fondò la nota Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il microcredito senza garanzie. L’intuizione del premio Nobel è stata quella di prestare i soldi direttamente ai poveri, soprattutto donne, da investire in piccole attività produttive, senza richiedere nessuna garanzia in cambio. Muhammad Yunus, in aperta critica all’operato della Banca Mondiale, ha notevolmente migliorato le condizioni di vita del suo paese, il Bangladesh, e ha operato una vera rivoluzione economica che oggi più di ieri può essere utile anche nella contingente situazione di crisi alimentare. Il microcredito, infatti, potrebbe finanziare i piccoli coltivatori locali dei PVS e far si che acquistino il terreno che coltivano o introducano piccole dosi di innovazione tecnologica per migliorare la resa delle coltivazioni.  Sarà questo uno degli argomenti trattati al vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, che avrà luogo a Roma, presso la Fao, il prossimo 3 giugno 2008.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Un altro approccio può essere quello relativo alla coltivazione e alla introduzione delle specie sperimentate di prodotti agricoli geneticamente modificati (OGM) che abbiano la caratteristica di resistenza ai parassiti animali e vegetali. Inoltre occorre continuare nelle politiche di incentivi alla ricerca e alla selezione di specie vegetali sempre più resistenti. Tale approccio presuppone però che possano essere superate le resistenze di ordine ideologico-ambientalistico che contrastano fortemente, spesso senza fondamenta scientifiche, l’introduzione di tali innovativi prodotti. Si è parlato di una “nuova rivoluzione verde” facendo riferimento all’introduzione presso le coltivazioni dei paesi in via di sviluppo di alcune specie di mais, soia e cotone geneticamente modificate tali da essere molto resistenti ai pesticidi.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;I paesi di nuova industrializzazione e il cartello del riso&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Dal lato dei produttori, la dinamica dei prezzi si trasforma in una rendita appetibile. Gli alti prezzi dei generi alimentari hanno, infatti, influenzato le politiche di crescita della Russia che da alcuni anni ha messo in pratica un piano di ammodernamento tecnologico e di ampliamento delle colture, soprattutto del frumento considerato il nuovo settore strategico per lo sviluppo del paese. Nel settore agricolo gli Stati Uniti rimangono il paese a più forte produzione grazie soprattutto alla per ora insuperabile produttività del lavoro, assistito da imponenti dosi di capitale tecnico.&lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Dal canto suo, un paese tra i maggiori produttori mondiali di riso, la Tailandia, ha proposto ad altri paesi produttori la costituzione di un cartello. La Tailandia (con i suoi 9,5 milioni di tonnellate di esportazione, pari a oltre il 40 % dell’export totale) da sola sarebbe già in grado di influenzare l’esportazione mondiale di riso. I partner di un simile progetto potrebbero essere, secondo i piani tailandesi, i paesi del Sud-Est asiatico (Vietnam, Birmania, Cambogia e Laos).&lt;br /&gt;Le voci della costituzione del cartello, soprannominato l’Orec (Organizzazione dei Paesi esportatori di riso), scimmiottando il già noto Opec, hanno messo in allarme i paesi importatori. Tra i maggiori importatori vi sono Le Filippine, che vedrebbero crescere il prezzo delle loro importazioni e lo squilibrio della bilancia dei pagamenti.&lt;br /&gt;Indubbiamente la cooperazione internazionale e l’opinione pubblica dovranno condannare una simile iniziativa in quanto  i consumatori di riso sono circa tre miliardi di persone al mondo e in gran parte vivono nei paesi poveri dove ancora lo spettro della fame non è stato allontanato.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-7383893741249678914?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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Il lascito del fallimentare governo Prodi è una sfida da affrontare con sollecitudine, competenza e determinazione. Le decisioni prese dal Consiglio hanno infatti riunite tutte queste caratteristiche. Tra le molte decisioni prese tre di esse puntano ad alleggerire in tempi brevi il costo della vita degli italiani e promettono di avere una pronta efficacia sulla qualità della vita ma anche sulla produttività dei lavoratori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In primo luogo vi è stata la ratifica dell'accordo che Tremonti ha posto in essere con l'Abi, l'Associazione Bancaria Italiana. Grazie a tale accordo i mutui sottoscritti dai privati con le banche potranno essere rinegoziati in tempi brevi al fine di mantenere la rata fissa e bloccata alla media del 2006 nel caso in cui sia stato sottoscritto un contratto a tasso variabile. Coloro che sceglieranno di rinegoziare il proprio mutuo avranno un duplice vantaggio. Nel caso in cui i tassi salgano la rata resterà costante, se invece i tassi scendano vi sarà la facoltà di tornare nuovamente alla rata variabile. Gli effetti positivi per un privato di poter mantenere invariata la rata nel tempo rinegoziando il contratto sono evidenti, specie se si considera la recente dinamica dei tassi sui mutui, che hanno seguito a breve distanza le variazioni al rialzo del tasso ufficiale della Banca centrale europea, a fronte invece della sostanziale stabilità del livello nominale degli stipendi e della perdita progressiva del potere di acquisto connesso all'inflazione. Il testo della convenzione per la rinegoziazione tra il governo e l'Abi sarà ultimato entro trenta giorni.&lt;br /&gt;In secondo luogo, il Consiglio dei ministri ha abolito, a far data dal giugno prossimo, l'Ici, l'imposta comunale sugli immobili, sulla prima casa di proprietà con l'esclusione delle residenze di lusso. L'Ici, introdotta a suo tempo dal ministro Amato, che inventò l'ISI (l'imposta straordinaria sugli immobili) trasformata poi in Ici, è l'imposta più odiata dagli italiani, poiché costituisce una imposta patrimoniale e quindi il contribuente è tenuto a versarla anche nel caso in cui l'immobile non frutti alcun reddito. L'abolizione di tale imposta sarà un buon vantaggio per i proprietari degli immobili e uno svantaggio per i comuni, i quali consideravano tale prelievo fiscale come una fonte certa nel tempo e anche crescente se il catasto fosse passato, come voleva Rutelli e compagni, alle amministrazioni locali, come se i comuni fossero in grado di calcolare la rendita catastale. Per compensare i comuni della perdita dell'Ici sulle prime case il governo sovvenzionerà adeguatamente le finanze comunali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'altro provvedimento concerne la detassazione quasi totale, meno un 10%, degli straordinari e dei premi di produzione per i redditi inferiori ai 30.000 euro annui.Nell'insieme, le prime misure del governo Berlusconi si traducono subito in un aumento del reddito disponibile per la maggior parte degli italiani, senza provocare scompensi, specie nel settore delle imprese perché non intaccano i contratti in corso. Dopo il danno provocato dall'introduzione dell'euro e dopo quelli in atto dell'inflazione dei prezzi dei generi alimentari e di quello dei prodotti petroliferi che colpisce in misura maggiore i redditi meno elevati, si assiste finalmente ad una inversione di tendenza delle pretese del fisco che con Padoa Schioppa e Visco era diventato vessatorio, odioso e anticongiunturale e dovuto essenzialmente non all'aumento della produzione, che non c'è stato, tant'è vero che siamo in recessione, ma all'aumento dei prezzi e non tanto alla lotta all'evasione. I cosiddetti «tesoro» e «tesoretto» sono stati scambiati per maggiore reddito che invece non è stato prodotto. Occorrerà fare di più nel corso dei prossimi mesi, perché la pressione fiscale in Italia è molto più elevata che negli altri paesi dell’Euro-zona. Infatti, a parità di aliquote si colpisce maggiormente il reddito pro-capite più basso come quello dell’Italia rispetto alla Germania e alla Francia, tanto per citare i grandi paesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come è stato illustrato dal presidente del Consiglio e dai ministri competenti, le risorse necessarie per fare fronte alle minori entrate saranno reperite in vari modi tra cui prevalente il ricorso a prelievi straordinari sui guadagni di alcuni settori come quello petrolifero, quello bancario e quello assicurativo, che hanno realizzato notevoli «guadagni di congiuntura» in relazione ai cambi valutari, alla mancanza di concorrenza e ad altri fattori. Le risorse saranno reperite anche rivedendo a fondo il cosiddetto «milleproroghe» del governo Prodi, e che il ministro Tremonti ha definito «il regalo elettorale del centrosinistra» e fonte di sprechi e di inutili rivoli finanziari. Alcune voci del «mille proroghe» saranno quindi abolite, mentre quelle riconducibili al pacchetto welfare saranno ridimensionate. Altre risorse arriveranno dalla riforma del pubblico impiego e dal piano di risanamento della Pubblica Amministrazione, che il ministro Renato Brunetta intende ultimare in tempi brevi. Sembra, infatti, che entro due settimane saranno già pronti i primi due interventi. In questa prima fase dell'azione di governo merita rilevare la tempestività e l'incisività delle prime misure a favore dell'economia e dei lavoratori per fare imboccare al paese la via della ripresa economica per un inserimento stabile nell'ambito dei principali paesi che seguono un percorso virtuoso nella produzione del reddito, specie con gli aumenti di produttività, e della sua destinazione a vantaggio di tutta la collettività.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-2955706971846508206?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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L'euro, invece, nonostante si apprezzi in rapporto al dollaro, conserva una sfera di influenza piuttosto circoscritta. L'ipotesi che alcuni studi economici hanno avanzato circa l'eventualità che il ruolo di moneta internazionale del dollaro possa essere sostituito da quello dell'euro costituisce solo una ipotesi fantasiosa. La prima moneta esprime, infatti, la forza di una potenza economica che ancora traina le economie industriali ed emergenti. Gli Stati Uniti, difatti, sono detentori dei capitali industriali investiti nei paesi emergenti e, al tempo stesso, il mercato di sbocco delle merci ivi prodotte. Sono, inoltre, il partner commerciale preferenziale di tutti i paesi industrializzati. L'euro, invece, è la moneta rappresentativa di una economia disomogenea, che ancora stenta ad integrarsi e che non presenta al suo interno alcuna unità politica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non solo l'Europa dell'euro, ma tutta l'Ue non ha ancora formulato alcuna politica industriale comune, né una politica energetica comune che consideri anche la produzione nucleare e che soprattutto permetta agli stati aderenti di uscire dalla scomoda situazione di dipendenza da paesi politicamente instabili per le forniture strategiche di petrolio e gas. Rilevante è il fatto che l'Unione europea non presenta alcuna politica estera comune e d'altra parte non c'è uno Stato europeo. L'unica politica comune a tutta l'area dell'euro è quella monetaria, accentrata dalla Banca centrale europea, definita indipendente per Statuto, in assenza di un'unione politica tra i paesi membri. Come più volte detto, la Bce assolve al compito della tutela del potere d'acquisto della moneta in via del tutto autonoma rispetto all'andamento della congiuntura economica europea e mondiale e alla situazione economica in cui versano i singoli paesi membri. In questo si differenzia dalla Federal Reserve, il cui Statuto, al contrario, prevede il perseguimento della stabilità del potere d'acquisto del dollaro compatibilmente con l'andamento economico e con la tutela del livello di occupazione. Questo duplice impegno ha permesso alla Fed di collaborare strettamente con il Governo americano per fare fronte, e per superare, secondo alcuni, la grave empasse della crisi dei mutui subprime.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel Vecchio Continente invece, la politica del costo del denaro perseguita dalla Bce ha avuto l'effetto di tenere artificiosamente alto il valore dell'euro rispetto al dollaro con l'intento di proteggere l'area dell'euro dagli effetti dell'inflazione interna, derivante dai disavanzi pubblici dei paesi aderenti, e da quella importata, ovvero derivante in larga parte dall'alto prezzo delle materie prime energetiche acquistate da paesi extra-Ue. Gli effetti negativi che questa politica ha comportato sono stati però maggiori di quelli positivi, poiché in prima analisi l'effetto inflattivo non è stato arginato. Al contempo, le imprese europee si trovano nella scomoda situazione di subire un «costo del denaro» maggiore rispetto alle loro concorrenti di oltreoceano, che comporta un disincentivo all'investimento. I minori investimenti, specie se la contrazione riguarda l'innovazione tecnologica, hanno provocato in questi anni una bassa crescita della produttività del lavoro nei paesi dell'euro-zona a fronte di una forte crescita della produttività del lavoro americana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In sostanza, la politica monetaria della Bce ha comportato una perdita di competitività dei paesi dell'area dell'euro, che deve oggi rincorrere l'economica mondiale tuttora crescente anche se a ritmo minore a causa degli shock esterni (crisi dei mutui subprime e spinte inflazionistiche date dai prezzi dei prodotti energetici e alimentari) di rilevanti dimensioni. Gli Stati Uniti, inoltre, sono tradizionalmente orientati alla concorrenza interna e al libero accesso ai mercati. Non esiste, infatti, fra gli stati federali americani, la gran mole di ostacoli di ordine burocratico e organizzativo che esiste in Europa riguardo all'ingresso nel mercato di nuove imprese. Ciò permette che i prezzi possano essere calmierati naturalmente tramite la concorrenza. L'effetto ultimo delle barriere all'entrata si risolve, invece, nel vecchio continente in un disincentivo all'imprenditoria e all'innovazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Italia primeggia in questa scarsa dinamicità nell'ingresso nei mercati di nuove imprese e nell'uscita delle imprese inefficienti. La presenza di barriere burocratico-organizzative di fatto limita il libero gioco della concorrenza e quindi la selezione del mercato tra imprese efficienti e inefficienti. Grande rilievo assume anche la differenza tra l'imposizione fiscale europea e quella americana. Se in media negli Stati Uniti la pressione fiscale è pari al 23% circa, in Europa è pari a quasi il doppio. L'assenza di una identità politica e la frammentarietà delle politiche dei singoli paesi, nonché le barriere all'entrata nei mercati e la complessità normativa complicata dalle direttive comunitarie e, infine, l'eccessiva imposizione fiscale fanno sì che l'Europa dell'euro si trovi del tutto impreparata a gestire le emergenze che coinvolgono tutte le economie, avanzate ed emergenti. Alle crisi di carattere globale, l'Europa, perché è priva di uno stato almeno confederale, pone soluzioni parziali e inadeguate per arginare gli effetti negativi principali degli shock esterni. Nel contesto sopra delineato il nuovo governo Berlusconi si troverà a dover affrontare non solo i limiti derivanti dalla pesante eredità lasciatagli dal governo Prodi, ma anche i vincoli, spesso dannosi, di una Europa politicamente, economicamente e finanziariamente miope e lenta dinanzi alle nuove sfide.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-2514206489305712745?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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I prezzi degli alimentari sono aumentati, secondo il Fmi, in media del 60% dall'inizio del 2006 e alcuni di essi hanno sperimentato crescite ben maggiori (il riso ha triplicato il suo prezzo in un anno). È un'emergenza sociale e umanitaria prima ancora che un problema economico, posta all'ordine del giorno di numerosi incontri internazionali: da quello prossimo dei capi di stato e di governo dell'Ue in giugno; del G8 previsto per luglio in Giappone, nonché dell'assemblea delle Nazioni Unite prevista per il prossimo 25 settembre. L'impennata dei prezzi dei generi alimentari è ascrivibile a una serie di cause che agiscono simultaneamente. Oltre ai fattori contingenti come quelli climatici (la siccità infatti in Australia ha causato la riduzione drastica della produzione di riso) e la lievitazione dei costi dei trasporti in seguito all'andamento dei prezzi del petrolio, si rileva in primo luogo l'aumento in questi anni della domanda di generi alimentari da parte dei paesi emergenti, in seguito alla crescita accelerata dell'economia dei paesi asiatici (Cina e India in maggior misura). All'accresciuta domanda non è corrisposto un aumento dell'offerta. Secondo le stime del World Food Program si ritiene infatti che negli ultimi tre anni il mondo abbia consumato più di quanto abbia prodotto, assottigliando quindi le riserve alimentari mondiali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le politiche europee riguardo al tema cruciale dei biocarburanti, inoltre, incidono in una certa misura sulla produzione agricola dei paesi emergenti, stando alla denuncia della nota Ong inglese Oxfam, che rivela contese sui terreni e abusi nei paesi poveri. Tale denuncia ha sortito l'effetto di un interessamento da parte del governo britannico, che in febbraio ha avviato uno studio sull'impatto economico-ambientale dell'aumento dell'uso dei biocarburanti, e il suo impegno in sede europea per promuovere la modifica della linea Ue. È rilevante considerare inoltre che il processo di trasformazione dei prodotti agricoli in biocarburanti ha un rendimento estremamente basso e, stando a quanto si legge in un articolo del Il Giornale scritto da Livio Caputo, produce più emissioni di CO2 rispetto a quante se ne vorrebbe evitare, sostituendo la produzione tradizionale di energia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dibattito sul ruolo dei biocarburanti è molto acceso. Pare, infatti, secondo due presidenti sudamericani, il boliviano Evo Morales e il peruviano Alan Garcia, intervenuti al forum dell'Onu a New York sui cambiamenti climatici, che le coltivazioni di cereali e di zuccheri usate per la produzione del bioetanolo diminuiscano le risorse alimentari e siano, quindi, causa dell'aumento dei prezzi del cibo proprio nei paesi più poveri che, come è prevedibile, consumano prevalentemente cereali. Allo stesso tempo, e per dare una giusta misura al fenomeno, è però utile considerare il fatto che i terreni destinati alla coltura di cereali che saranno trasformati in bioetanolo sono appena il 2% della produzione agricola mondiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ruolo più importante nell'incremento del livello dei prezzi dei generi alimentari lo svolge, invece, la finanza speculativa internazionale, i cosiddetti Hedge funds. In occasione del dibattito che ha vuto luogo a Strasburgo all'Europarlamento, infatti, secondo il capo-gruppo socialista Martin Schultz, «la finanza speculativa ha preso posto alla mensa dei poveri», poiché gli Hedge funds controllano già pesantemente il settore agro-alimentare, sia a livello mondiale sia a quello locale, causando la lievitazione speculativa dei prezzi. La speculazione ha innescato, inoltre, una spirale pericolosa in quanto la lievitazione dei prezzi sta riducendo l'accessibilità ai generi alimentari per le popolazioni più povere, ma anche diffondendo tra i paesi industrializzati la sensazione che ci sia una effettiva scarsa disponibilità di generi alimentari, in seguito anche all'effetto eco causato dai toni allarmistici di una certo tipo di stampa e dei media. La percezione della riduzione delle scorte di generi alimentari spinge un gran numero di consumatori ad acquistare in maggior misura prodotti alimentari per garantirsi contro l'eventualità di una futura carestia. Quindi i supermercati si vuotano in poco tempo e la percezione della scarsa disponibilità di scorte si rafforza, seguendo l'altalenante andamento delle reazioni di panico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una soluzione potrebbe essere a portata di mano. Infatti, i policy maker europei e americani potrebbero decidere di destinare nuovamente alla coltura un gran numero di terreni che sono stati lasciati a riposo in questi anni in modo tale da riportare la produzione mondiale di prodotti agricoli nel giro di poco tempo a livelli tali da garantirne la disponibilità e ridurne il prezzo nei mercati mondiali. La crisi alimentare è una ulteriore occasione per constatare la necessità di un organismo di controllo che vigili sull'andamento della speculazione a livello planetario e che possa prevenire il diffondersi di bolle speculative che, in questo caso, hanno effetti non solo finanziari, ma agiscono aggravando pesantemente anche i problemi che da sempre affliggono l'umanità, quelli della lotta contro la fame.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuela Melchiorre&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/6145208585345665447-8080448360757753111?l=emanuelamelchiorre.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;
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