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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2enclosuresfull.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><rss xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" version="2.0"><channel><title>L'isola di Mompracen</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/</link><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/blogspot/vvKqr" /><description></description><language>en</language><managingEditor>noreply@blogger.com (Luca)</managingEditor><lastBuildDate>Thu, 16 Feb 2012 06:05:33 PST</lastBuildDate><generator>Blogger http://www.blogger.com</generator><openSearch:totalResults xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/">84</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/">1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/">25</openSearch:itemsPerPage><feedburner:info uri="blogspot/vvkqr" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><itunes:owner><itunes:email>noreply@blogger.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:explicit>no</itunes:explicit><itunes:subtitle></itunes:subtitle><feedburner:browserFriendly></feedburner:browserFriendly><item><title>La cura</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/11/la-cura.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Tue, 23 Nov 2010 05:52:30 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-6887708168016732308</guid><description>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TOvG1PWHTZI/AAAAAAAAARc/xgz2sXpeAtw/s1600/under.bmp" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="320" ox="true" src="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TOvG1PWHTZI/AAAAAAAAARc/xgz2sXpeAtw/s320/under.bmp" width="240" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
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Nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 3 ottobre è stato pubblicato un articolo a firma di Christian Raimo, che si cimenta in una contesa che implica dieci anni di polemiche e nodi, per rilanciare un dibattito “pubblico, che sia al tempo stesso politico e culturale” circa il vuoto che attanaglia la cultura italiana.“Il vuoto è il disagio, la frustrazione, la mancanza di riconoscimento, l'impossibilità del conflitto, gli anni che passano, una generazione immobile. È l'aver a che fare con un meccanismo che potrebbe essere descritto in questi termini: la scelta che oggi si pone a uno scrittore, a un giornalista, a un intellettuale, a un semplice cittadino è questa: come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ciò si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l'impegno civile, l'esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro?” Queste le parole di Raimo, e difficilmente si potrebbe esprimere meglio la condizione di chi – con mille sforzi e fatiche – prova ad occuparsi di cultura e/o di politica oggi in Italia.Raimo di fronte a questo sconsolante stato di cose conclude tristemente che “fare politica si riduce a cliccare su Facebook”. Eppure, nonostante questa dichiarazione di scetticismo, invoca ed incita l’apertura di un dibattito: “vi va di dismettere quell’espressione di disincanto che vi si legge negli occhi?”Come dire di no? E, difatti, questo avviene miracolosamente. In questo mese che è seguito alla pubblicazione dell’articolo si sono succeduti sul sito de Il Sole 24 Ore, su quello de La Repubblica e sul blog minima&amp;amp;moralia dell’editore minumumfax, interventi e commenti sul merito, a dimostrazione che quell’energia e quella volontà di cui parla Raimo probabilmente esistono, e che forse è possibile quel cortocircuito che potrebbe farle esplodere.Ovviamente non mancherà mai chi – come Camillo Langone su Il Foglio – invece di appoggiare tout court un’iniziativa che non può apportare altro che beneficio, si limita all’ironia su “l’oscuro professore del liceo”, come se, peraltro, non fosse una professione di cui vantarsi!In compenso importanti riscontri sono apparsi su Il Manifesto (di Pierluigi Sullo), su Il Riformista (di Luca Mastrantonio e Andrea Minuz), e si è parlato del caso a Ballarò, ad Anno Zero e a L’Infedele.Ma tutto ciò, ci ricorda Giovanna Mancini su Il Sole 24 Ore, non avrebbe la minima importanza senza gli interventi dei lettori e degli scrittori, che sono il sale di questo dibattito.Tra i tanti, meritano una notazione gli interventi di Giusi Marchetta, Giorgio Fontana, e Antonio Pascale. In particolare però spicca l’intervento di Giorgio Vasta, da molti considerato il più autorevole scrittore italiano vivente, che in una certa misura reimposta totalmente la questione.Il suo articolo è uscito su La Repubblica in prima battuta e a seguire su minima&amp;amp;moralia. Vasta va oltre la tematica indicata dall’articolo di Raimo, ampliando l’orizzonte al modus percepiendi che la generazione in questione – la sua, quella di Raimo – ha di questa Italia, del proprio ruolo e senso. Se “avere quarant’anni significa […] penetrare finalmente nel tempo in cui ci si assume il compito di intervenire nelle cose” è evidente che gli appartenenti alla generazione in questione “siano percepiti, e si percepiscano, come abusivi che si aggirano clandestinamente per il paese”. Queste sono le durissime parole di Vasta – lapidarie – che inchiodano un gap generazionale che sta scavando un solco profondo e sanguinoso nella nostra storia.Vasta quindi nella sostanza prende nettamente le distanze dalla posizione di Raimo, definendola “nostalgia di un altro presente.” Il vuoto in cui vivono i quarantenni, ovvero “la consapevolezza della propria ininfluenza”, è a suo dire indice di una subalternità, di un rimpianto inutile, della permanenza in uno stato infecondo, che non significa altro se non “pretendere di parassitare un codice concluso”, quello che è un tempo definitivamente lontano: “la vita degli altri, è – appunto – degli altri.”Quali alternative allora? Quali possibilità di riscatto?Per Vasta, la rinuncia all’emancipazione vorrebbe dire accettare la propria precarietà come incurabile, in quanto noi siamo “inesorabilmente vittime […] di un infinito ergastolo filiale”. Qui fa uso della stessa metafora medica di Franco Berardi, che definisce la precarietà ed il cognitariato intellettuale come uno stato psicotico, (in “La nocività del lavoro cognitivo”, alfabeta2, n. 2, p. 35). L’alternativa è un’ottica su cui si focalizza l’intera prassi quotidiana, il peso di un intelletto generazionale, al fine di “mutare postura psicologica”, per realizzare un’impresa, per realizzare un futuro.Abbiamo visto che il nostalgico risentimento di Raimo viene interpretato da Vasta come il tentativo di riappropriarsi di un codice concluso, estinto. Difatti, è proprio la creazione di un nuovo “codice culturale non derivativo, un codice che riconnetta l’intelligenza delle cose alle azioni” ciò che deve essere chiarito come un paradigma, perché è una frattura epistemologica che è in corso: solo così è possibile “diventare adulti senza chiedere il permesso”. Questa generazione – pare dirci Vasta – proprio perché è quella che ha perso tutto in termini di privilegi e diritti acquisiti, ha la grande opportunità di rifondare “il puzzle della propria esperienza”, ignorando qualsiasi tipo di indicazione e di riferimento, proprio perché non deve nulla a nessuno, senza un progetto, senza un programma, “ignorando la figura ultima a cui si sta dando forma”.Solo recuperando, quindi, il vero valore di un’eredità (sia nel suo esserci che nel suo mancare), e soprattutto riscattandosi da una subordinazione che è solo un fantasma evanescente, ci si rivolge verso “l’unico esito possibile. […] per decidere il proprio patrimonio etico e politico”.Una posizione, quella di Vasta, che si pone su un piano totalmente trasversale rispetto a quello rivendicativo sindacale, che molte componenti della galassia precarietà vivono come l’unico possibile.D’altro canto, non manca nemmeno in Raimo una riflessione circa l’inadeguatezza dei metodi tradizionali per affrontare la questione. In un articolo uscito il 27 ottobre su minima&amp;amp; moralia e intitolato significativamente “Introiezione del conflitto”, Raimo in sostanza analizza l’impostazione sociale, generatrice e vitalistica di Vasta, per rammentare il processo di auto-colpevolizzazione, il tentativo di risoluzione nella terapia analitica, e l’estrema difficoltà di ottenere quei risultati apparentemente minimali di autostima, costruzione di una identità familiare propria, legittimazione dei propri desideri, allontanamento dei sensi di colpa, che – in un mondo diverso – sarebbe sfociata in un generale conflitto sociale, o per lo meno nella creazione di una classe. Raimo è radicale: “la schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe”.Torniamo inesorabilmente al concetto espresso da Franco Berardi: la precarietà è una malattia, una psicosi, una forma di schizofrenia, dove la distinzione tra tempo di lavoro e tempo della vita viene abolita, e dove l’estrema difficoltà esistente nel ricongiungere i propri frammenti provoca una dispersione psicotica dell’Io, con conseguenze anche drammatiche (pensiamo, ad esempio, alle catene di suicidi della Renault).Ma anche Raimo, infine, pone gli stessi quid di Vasta. Perché il disagio interiore rimane dispositivo clinico, cronicizzazione del malessere senza esplodere nel conflitto sociale? Perché non si forma una coscienza di classe? Perché ciò che è sempre stato un diritto oggi è al massimo una supplica?Raimo collega quella che lui chiama una “diffusa anestesia” alla forma carnevalesca, trasgressiva e distruttiva assunta dal potere berlusconiano. Certo, la simbologia forte che caratterizza questo regime, basata sui dati propri del corpo, la virilità, lo sfruttamento e l’indifferenza, ha una sua valenza precisa, e certamente se il referente storico di Berlusconi è Mussolini, il suo vero critico è il marchese de Sade, maestro unico nel mostrare l’estraneazione capitalistica del potere, dove il corpo diventa puro fantoccio, buono solo a morire, dopo le sevizie e le violenze.&lt;br /&gt;
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Eppure – forse Vasta potrebbe concordare – l’anarchica rivolta verso il corpo del re non è impensabile. Salò è finita come è finita, il marchese è morto in galera e Mussolini è finito a testa in giù.“In un tempo in cui le ascisse si mescolano con le ordinate, i conti non tornano mai e siamo tutti immersi in un vortice che scompagina presupposti e aspettative” – chiosa Vasta – i naturali desideri e le innate ambizioni ad una vita degna, civile e serena, se non diventano un orizzonte lontano e indistinto, possono essere nuovamente ereditati, nella speranza – conclude Raimo – che “non vengano vinto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi”, ma che si rivelino “potenti, arrivando a creare qualcos’altro”.&lt;br /&gt;
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pubblicato su &lt;a href="http://precariementi.splinder.com/post/23553289/la-cura"&gt;Precarie Menti &lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-6887708168016732308?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-11-23T14:52:30.890+01:00</app:edited><media:thumbnail url="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TOvG1PWHTZI/AAAAAAAAARc/xgz2sXpeAtw/s72-c/under.bmp" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Ulteriori note intorno al concetto di vacuità</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/10/ulteriori-note-intorno-al-concetto-di.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 22 Oct 2010 00:48:03 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-9043058298088638117</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TMFBemTv7VI/AAAAAAAAAQo/3FW1dxLpS1s/s1600/buddha7423.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 250px; height: 358px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TMFBemTv7VI/AAAAAAAAAQo/3FW1dxLpS1s/s400/buddha7423.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5530773811322940754" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il termine sanscrito &lt;em&gt;sunyata&lt;/em&gt; viene solitamente tradotto con &lt;em&gt;nulla&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;vacuità&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uomo digiuno di competenze semantiche extra-occidentali è portato ad effettuare una elementare equivalenza tra il concetto di &lt;em&gt;sunyata&lt;/em&gt; e quello di nulla come assenza di qualcosa, mancanza e privazione, tutto ciò in senso negativo .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se assumiamo, come vogliono tanti pensatori fautori della universalità della semantica, l’equivalenza summenzionata, dobbiamo concludere che il pensiero indo-cinese nell’elevare la propria &lt;em&gt;torre di senso&lt;/em&gt; proprio sulla nozione di &lt;em&gt;sunyata&lt;/em&gt; abbia costruito una &lt;em&gt;cattedrale&lt;/em&gt; del nichilismo. Una esaltazione del nulla come &lt;em&gt;mancanza di&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, che sembriamo dimorare nell’epoca delle passioni &lt;em&gt;vuote&lt;/em&gt;, sembra che il &lt;em&gt;nulla&lt;/em&gt; abbia dispiegato il suo non senso mortifero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il testo integrale dal blog &lt;a href="http://haecceitasblog.wordpress.com/2010/08/29/shunyata-inoltrepassabili-e-divinita-un-punto-di-vista-accidentale/"&gt;Sentieri Erranti&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt; &lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-9043058298088638117?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-22T09:48:03.642+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TMFBemTv7VI/AAAAAAAAAQo/3FW1dxLpS1s/s72-c/buddha7423.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>“Inception”: perchè l’innesto attecchisce solo se la madre è potente.</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/10/inception-perche-linnesto-attecchisce.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Tue, 26 Oct 2010 02:49:54 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-4894277994975249097</guid><description>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://www.dcleaguers.it/wp-content/uploads/2010/09/inception.jpg"&gt;&lt;img style="float:center; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 500px; height: 300px;" src="http://www.dcleaguers.it/wp-content/uploads/2010/09/inception.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
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Premessa: se gli amici vi raccontano che &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Inception&lt;/span&gt; è un film banale e semplice, non credetegli. Stesso discorso se su Facebook vi raccontano che è un capolavoro indimenticabile, non ci sono dubbi, ne siamo ben lontani. Nei fatti &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Inception&lt;/span&gt; è un blockbuster americano, e quindi è dedicato principalmente a ottenere incassi, e con ciò a fare la gioia del movie business. Ciò non toglie che contestualmente questo film sia un ottimo strumento per affrontare tematiche e questioni decisamente radicali, in merito alla struttura psicomagica (secondo la concezione di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Jodorowsky&lt;/span&gt;) dell’Occidente, della sua cultura e dell’ego che lo abita. Chiarita la premessa, vorrei sottolineare che ogni singolo tema, metafora, discorso affrontato da Inception è – in sé – sostanzialmente un reprise di tematiche già note e diffuse, per quanto cruciali possano apparire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciò che rende questo film anomalo rispetto ad altre operazioni già esperite nella stessa fascia/target (&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Matrix&lt;/span&gt; per tutti) è la compresenza multiplanare di un intersecarsi dialettico continuo ed escheriano, che riproduce su scala metalinguistica la trama del film stesso. In questo &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Inception&lt;/span&gt; è assolutamente unico ed innovativo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tema centrale dell’opera è la difficoltà di ottenere una separazione chiara e distinta della veglia dal sogno.&lt;br /&gt;
Chiunque abbia almeno un diploma liceale conosce decine di riferimenti letterari e filosofici a questo proposito, dove – in sintesi – si definisce il valore di verità dell’esperienza sensibile. Plutarco, Luciano, Lucrezio, Cicerone, Platone, Aristotele, Dante, Ariosto, Cyrano de Bergerac, Cartesio, Shakespeare, Berkeley, solo per dire i primi che si presentano alla memoria, dagli albori della civiltà fino alla figura – questa però visibile da lontano – di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Philip Dick&lt;/span&gt;. Padre di ogni ontologia negativa nella letteratura contemporanea, dei vari &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Blade Runner&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Matrix&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Total Recall&lt;/span&gt;, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Minority Report&lt;/span&gt;,&lt;span style="font-style:italic;"&gt; AI&lt;/span&gt;, e via citando, Dick pone – attraverso la bourroghsiana e mortifera metafora delle droghe – in forma ontologica la questione sulla veridicità del nostro sentire, e quindi sulla possibilità che la vita sia sogno (per parafrasare il ben noto testo di Calderón de la Barca).&lt;br /&gt;
Per Dick il sogno si trasforma immediatamente in un incubo, poiché l’impossibilità di avere un parametro certo di riferimento (il dubbio in Cartesio, il piccolo Totem in &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Inception&lt;/span&gt;) gli impedisce di rideterminare i confini del reale, restando in un mondo limbico esautorato dal dovere di esistere. In questa ottica, nel film assistiamo ad una prometeica discesa agli inferi, dove i livelli onirici sono sempre più sovrapposti e intersecati, e di contro quanto più i piani di indeterminatezza ontologica si accompagnano.&lt;br /&gt;
Nulla è più definibile con precisione, l’ego è ridotto a un cumulo di macerie, dove aleggiano i fantasmi delle &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Twin Towers&lt;/span&gt; e di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Euridice&lt;/span&gt;, abbandonata da un &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Orfeo&lt;/span&gt; lacerato e psicotico. La trama, per non finire in una nichilistica statua di sale, ha bisogno di un appiglio, di un amo, di un’ancora di salvezza, e così si ricostruisce, si rifonda, allontanando l’indicibile profondità ontologica, per appoggiarsi su una più sterminata seduta di psicoanalisi basata sull’ipnosi regressiva: New York way of life.&lt;br /&gt;
I piccoli oggetti – la trottola – che ognuno dei personaggi deve tenere con se, a controprova – chissà poi perché – della determinazione di realtà, sono dei Totem, sono l’axis mundi, ciò intorno a cui l’ego-mondo si ricostruisce e si reinventa. Teseo – Di Caprio istruisce Arianna perché lo salvi dal labirinto mentale in cui è precipitato.&lt;br /&gt;
Arianna ha il suo filo, che è la soluzione di un problema: salvare Teseo. Arianna ha un compito, e quindi un’etica, una prassi: fa la sua rivoluzione. Arianna sovverte le consolidate dinamiche egoiche, ed infatti viene assalita dagli psicoanticorpi, ma lei è l’Architetto, è psicopompa, è demiurgica, è l’&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Artifex &lt;/span&gt;per definizione, il &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Deus ex Machina&lt;/span&gt;, e nulla può opporre alla sua azione ricostruttiva la debole difesa della mente maschile e malata di Di Caprio.&lt;br /&gt;
Arianna è un &lt;span style="font-style:italic;"&gt;pharmakos&lt;/span&gt;, è la terapia incarnata, è il meccanico della mente.&lt;br /&gt;
Il film difatti opera su di un piano estremamente riduzionista, come tutte le opere post-cyberpunk. Il corpo è visto solo come un meccanismo, vi sono i pezzi di ricambio e si può riparare ciò che si rompe. Il cervello, la mente, lo spirito, l’anima rientrano totalmente nella stessa categoria: devi solo trovare il concessionario che fa i prezzi migliori.&lt;br /&gt;
Le idee in &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Inception&lt;/span&gt; si innestano e si tolgono. Ancora riduzionismo, ma anche empirismo estremo: ciò che conta è la realtà agente, non tanto l’istinto, gli imprinting o quanto proviene dalla genetica.&lt;br /&gt;
La pianta madre dà la forza: nelle radici, nel rizoma, si ritrova la profondità dell’inconscio. Nei rami superiori si innestano le idee, i concetti: rami più o meno solidi, e spesso esposti alle intemperie, ed altrettanto frequentemente spezzati. Le idee si frantumano, e con loro le persone, i ricordi, parti della personalità. Noi siamo devastati da un mondo surreale dove siamo indotti a pensieri e comportamenti psicotici e autodistruttivi.&lt;br /&gt;
Infatti – come poteva essere diversamente? – il film si rivela una immane elaborazione di un lutto cosmico, dove l’esistenza stessa dei mondi viene messa in gioco dalla capacità di Orfeo/Teseo/Prometeo di sopravvivere a se stessi.&lt;br /&gt;
Nel rallentamento a gravità zero, attraverso il finale di&lt;span style="font-weight:bold;"&gt; Stanley Kubrick&lt;/span&gt;, Arianna salva Di Caprio, e con lui la realtà ed il genere umano.&lt;br /&gt;
E tutti vissero felici e contenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
ps. prima del film era uscito un prequel a fumetti in rete. Eccolo &lt;a href="http://movies.yahoo.com/feature/inception-comic.html"&gt;qui&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
pps: per chi vuole la vita comoda è stato tradotto anche in italiano. Qui il &lt;a href="http://www.yound.net/forum/showthread.php?t=1830"&gt;pdf&lt;/a&gt;. Basta iscriversi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-4894277994975249097?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-26T11:49:54.198+02:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Commenti a margine de “Operai della conoscenza”</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/10/commenti-margine-de-operai-della.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 15 Oct 2010 15:24:18 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-7425142198955972922</guid><description>&lt;br&gt; &lt;br&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TLjUYSlTTiI/AAAAAAAAAQg/1VBaJBCgOJQ/s1600/san_precario.jpg"&gt;&lt;img style="float:center; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 309px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TLjUYSlTTiI/AAAAAAAAAQg/1VBaJBCgOJQ/s400/san_precario.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5528402056367525410" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il numero ancora in edicola di Alfabeta 2, oltre all’articolo di Carlo Formenti già preso in esame su questo &lt;a href="http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/10/lavorare-gratis-dalle-dot-com-ai.html"&gt;blog&lt;/a&gt;, contiene una lunga serie di interventi dedicati al tema dei Knowledge workers, in una sezione intitolata – significativamente – Operai della conoscenza.&lt;br /&gt;Qui ci si interroga sul senso di un rapporto che tecnicamente è definibile ancora di lavoro ma che, in realtà, perde molto del senso che  fino a pochi anni fa gli veniva attribuito, nel momento in cui la componente salariale non rispetta i requisiti quantitativi  minimi per definirsi tale, oppure viene addirittura a mancare. Con la scomparsa del salario, elemento determinante del lavoro in quanto relazione tra parti, produzione e fondamento della struttura sociale stessa, il lavoro non è più definibile tale.&lt;br /&gt;Questo è un tema che tocca elevate percentuali di soggetti nel mondo del lavoro intellettuale. Si tratta di un fenomeno in atto su scala globale. La tendenza è legata anche, ma non solo, all’introduzione delle tecnologie subentranti. Se da un lato in tutti i campi che erogano servizi sono stati introdotti degli elementi di gratuità, d’altro canto molte componenti di ambiti lavorativi complessi (la finanza, il turismo, la sanità) sono stati parcellizzati, permettendo di aumentare le componenti di salario variabile (ovviamente tendenti al ribasso), a discapito delle quote di salario fisso.&lt;br /&gt;In nessun campo come nel mondo della cultura questo fenomeno è stato esasperato. Sergio Bologna si chiede “come concretamente si può fermare la discesa del valore del lavoro intellettuale”. Perché di questo si tratta: determinazione del valore di una prestazione lavorativa. Dobbiamo quindi dedurre che oggi produrre cultura non vale più nulla? Eppure, come dice Cristina Morini: “con la sua progressiva trasformazione in merce, la cultura è diventata il motore dello sviluppo dell’economia contemporanea, prendendo il posto occupato dall’automobile […]”. Quindi tutt’altro che perdita di valore, anzi, è proprio il “valore aggiunto delle idee” che pervade il meccanismo. La fabbrica cognitiva, attraverso il taylorismo digitale, avrebbe dovuto portare la cultura al cuore della produzione nel mondo contemporaneo.&lt;br /&gt;Ma qualcosa non ha funzionato: la precarizzazione spinta, le forme di cottimo, le turnistiche, la scomparsa del tempo di lavoro, ritmo circadiano che scandiva la vita dell’operaio, “ha fatto scattare forme di autodisciplinamento” (Morini), portando a ciò che possiamo definire l’introiezione del dispositivo. Non vi è nessun bisogno che qualcuno eserciti una coercizione diretta, ma è la volontà del Knowledge worker stesso a indirizzarlo verso un lavoro che per lui ha mantenuto un alto valore, di partecipazione, di passione, di gratificazione,  mentre sul mercato lo ha completamente perso diventando tendenzialmente gratuito.&lt;br /&gt;Eppure manca qualcosa: questo scenario è ancora completamente interno al fordismo, alla concezione classica della fabbrica. È Francesco Raparelli che sposta l’angolo dell’indagine quanto basta a rivedere l’intero processo sotto una concezione differente. Difatti, aiutato da Deleuze, cerca di definire il passaggio dalla fabbrica all’impresa. L’impresa si definisce proprio all’interno del salto quantico, del cambio di paradigma, che ci porterebbe dal fordismo al cognitariato. In ogni aspetto della produzione si riconosce una macchina linguistica, e in particolare la macchina linguistica contemporanea è digitale, e si incarna nella net economy e nella informatizzazione. Ma questa prospettiva delinea orizzonti completamente nuovi: intanto la trasformazione delle macchine in periferiche, in protesi. Il lavoratore della conoscenza integrato nelle nuove tecnologie è un cyborg, immediatamente in rete. Connesso al mondo, in una forma che non è certo quella olistica e di Gaia, bensì quella dello strumento produttivo, il cervello diviene – continua Raparelli – capitale fisso, mezzo di produzione, che si attua nella forma affettiva e/o linguistica. Conseguenza diretta di questa condizioni è, oltre alla fine del tempo di lavoro che coincide con la vita stessa, la totale precarizzazione della vita, che a questo punto diventa non solo economicamente ma ontologicamente frammentata ed inesistente. Si lavora senza interruzione, gratuitamente, anche perché nulla può ripagare il danno totale che si sta realizzando: la vendita della vita stessa.&lt;br /&gt;“Quando è la soggettività per intero (linguaggio, affetti, relazioni) che viene valorizzata dall’impresa, l’impresa diviene un gas [Deleuze ndr] e la vita di ciascuno viene mobilitata nell’esperienza di lavoro. Il web e il telefonino […] sono esemplificazioni della costante cattura del tempo di lavoro” (Raparelli).&lt;br /&gt;Si introduce qui un termine che ben sottende ciò a cui ci troviamo di fronte: ed è infosfera. Franco Berardi (Bifo) la descrive come uno “spazio saturo di infostimoli [che] eccita costantemente l’organismo cosciente e sensibile, mobilitando l’attenzione, suscitando la reattività automatica, e paralizzando di conseguenza la capacità di immaginazione.”&lt;br /&gt;Il surplus di input, condizione prima della trasformazione del cervello in mezzo di produzione, proviene dalla connessione ad una rete che aliena il lavoratore intellettuale dalla sua originale genialità, impone alla sua anima di produrre, “spossessato della sua stessa essenza” (Bifo), e la costringe ad una stimolazione sterminata.&lt;br /&gt;Questa, secondo Bifo, è l’ultima spiaggia della precarizzazione, la trasformazione definitiva di un processo di trasformazione del lavoro salariato che ha prodotto una forma psicotica di “accelerazione dolorosa del ritmo produttivo” (ib.).&lt;br /&gt;Non siamo protetti in alcun modo, conclude Bifo, come di fronte ad una “apertura all’illimitato”, che non lascia vie di uscita a questa fase storica del rapporto capitale – lavoro.&lt;br /&gt;Certo, come conclude Cristina Morini, “le persone, l’umanità, il valore d’uso, continuano a non essere cose secondarie, nonostante gli sforzi concentrici del capitale”, e le rivoluzioni, i grandi cambiamenti epocali sono sempre fenomeni ambivalenti e molteplici, ma è innegabile, che, oggi, nell’occidente industrializzato, la condizione delle coscienze e delle nostre vite, sia drasticamente limitata nella sua autonomia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul blog &lt;a href="http://precariementi.splinder.com/post/23434420/operai-della-conoscenza"&gt;Precarie Menti&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-7425142198955972922?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-16T00:24:18.962+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TLjUYSlTTiI/AAAAAAAAAQg/1VBaJBCgOJQ/s72-c/san_precario.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">2</thr:total></item><item><title>Lavorare gratis: dalle dot-com ai commons.</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/10/lavorare-gratis-dalle-dot-com-ai.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Wed, 06 Oct 2010 04:07:52 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-6473416989415755599</guid><description>&lt;br&gt; &lt;br&gt; &lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKxX5LKMJNI/AAAAAAAAAQQ/vG_eSkYGLU4/s1600/Alfabeta-1.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 300px; height: 211px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKxX5LKMJNI/AAAAAAAAAQQ/vG_eSkYGLU4/s400/Alfabeta-1.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5524887482636444882" /&gt;&lt;/a&gt; Su Alfabeta 2, n. 2, il professor &lt;strong&gt;Carlo Formenti&lt;/strong&gt;, pubblica un articolo dal titolo: “&lt;em&gt;Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale&lt;/em&gt;”.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Parte da lontano Formenti in questo articolo. Addirittura dalla nascita di “&lt;em&gt;Quaderni Rossi&lt;/em&gt;” (1961). Viene subito da chiedersi come può un’interpretazione – per quanto ardita  – dimostrarsi ancora attuale, tenendo conto della totale e indiscutibile mutazione e innovazione che ha subito il mondo del lavoro da allora ad oggi?&lt;br /&gt;Formenti non ci lascia attendere, e dopo poche righe risponde all’inevitabile quesito, ridefinendo, in contestuale, la sua radicale critica all’operaismo di “Quaderni Rossi”. Dice, infatti: “l'operaismo si è costantemente rifiutato di prendere atto dell'alternanza fra fasi storiche - a fasi di autonomizzazione del lavoro succedono fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, nel corso delle quali nascono nuove modalità di subordinazione del lavoro - ostinandosi a descrivere l'evoluzione della realtà sociale come un movimento «ascensionale», in cui l'iniziativa strategica è costantemente dalla parte del lavoro, mentre il capitale appare costretto a rincorrerne le mosse attraverso risposte tattiche.”&lt;br /&gt;Tradotto significa – nella sostanza – che il capitale non solo non ha bisogno di rincorrere i tentativi di emancipazione della forza lavoro, ma addirittura è in grado di anticiparli e di ristrutturarsi di conseguenza, creando nel tempo modalità assolutamente nuove di subordinazione del lavoro.&lt;br /&gt;In queste poche righe, e con una linearità esemplare, Formenti ha descritto il processo che, all’interno della dialettica capitale – lavoro, ha portato alla nascita ed allo sviluppo dell’odierno precariato.&lt;br /&gt;Formenti riconduce il processo alla nascita delle cosiddette dot-com, ovvero alle origini della &lt;em&gt;net economy&lt;/em&gt;. Secondo la sua analisi, negli anni novanta si riproduce lo stesso meccanismo che ha portato alla sconfitta dell’operaismo (e – in senso lato – della lotta operaia) avvenuta alla fine degli anni ’70, con il superamento del concetto di operaio – massa, e l’inizio della diffusione nel mondo del lavoro di un individualismo esasperato che dura ancor oggi.  Eppure, pur riconoscendo quindi un analogo meccanismo di ascesa – crisi – superamento, si evidenzia immediatamente una differenza cruciale tra le due epoche. Questa discrepanza è così importante da generare un nuovo interprete nella dialettica capitale lavoro: ovvero i &lt;em&gt;knowledge workers&lt;/em&gt;, che oggi – con i dovuti distinguo - chiamiamo cognitariato, o precariato intellettuale. Costoro – secondo Formenti – avrebbero nella prima fase espansiva della net economy, creato praticamente gratis una rete di conoscenze che è poi diventata la base della net economy stessa fino alla crisi del 2000-2001, che ne ha causato il crollo. Difatti, dice Formenti, i kowledge workers si sono formati “in totale autonomia dal mercato, attraverso forme di cooperazione sociale spontanea e gratuita di cui la comunità degli sviluppatori del software open sourcecostituisce un esempio paradigmatico”.&lt;br /&gt;Ora, questo è un passaggio strutturale del ragionamento di Formenti che merita di essere approfondito, poiché, se è assolutamente vero ciò che lui dice in linea concettuale, questo processo si può applicare solo ad un’élite di poche decine (centinaia) di tecnici di alto livello, che in nessun modo possono essere considerati rappresentativi di chi ha comunque lavorato nel settore informatico cibernetico senza essere un progettista ai massimi livelli. Nei vent’anni seguenti la forza contrattuale di questi lavoratori è stata completamente livellata, anche attraverso i meccanismi dell’indebitamento continuo sulla base di ipotetici guadagni futuri che non sarebbero mai giunti.&lt;br /&gt;Formenti compie un passaggio tutt’altro che scontato nell’analisi economica diffusa, quando individua un legame forte tra la crisi di inizio secolo nella net economy e l’attuale crisi innescata dai subprime. A suo giudizio è stata proprio la necessità di trasformare gli alti redditi – che ormai nessuna ditta poteva più permettersi – in altra forma di reddito, ovvero in finanziamenti a pioggia sul debito privato, che ha provocato, nel medio termine la crisi di un modello di relazioni industriali.&lt;br /&gt;Oggi negli States esistono circa 12 milioni di lavoratori che noi chiameremo “a progetto”, ovvero precari, solo nel settore del Web 2.0, “sottoposti a ritmi di lavoro durissimi (i datori di lavoro utilizzano software di monitoraggio che scattano periodiche «istantanee» del desktop, misurano il tempo di utilizzo di mouse e tastiere e costringono il lavoratore a tenere dei «diari» sul progredire del lavoro), sottopagati (il datore di lavoro può rifiutarsi di pagare se ritiene che gli obiettivi non siano stati raggiunti) e privati di qualsiasi tipo di tutela giuridica e sindacale”.  &lt;br /&gt;Ma che cosa comporta questa condizione che fa perno sul web 2.0? In che misura blog, social-network, e le varie piattaforme entrano nella catena di produzione? Si può parlare ancora di lavoro? Tutti noi che spendiamo (dedichiamo) tempo ed energie alla/nella rete, in che misura lavoriamo? E quindi, come si traduce il rapporto capitale lavoro?&lt;br /&gt;Sappiamo bene, per esperienza diretta, quanto il lavoro intellettuale assolutamente gratuito sia diffuso in rete e questo aspetto dell’analisi, che Formenti accenna solo, va ben al di là dei lavoratori effettivamente impiegati nel settore informatico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il passaggio è cruciale, poiché si trascende la forma lavoro classica (dove per forma lavoro si intende l’espressione specifica e storicamente determinata assunta dai rapporti di produzione),  per scoprire che – sulla scia di Baudrillard e – in parte – dei Situazionisti – è la vita intera che diventa produzione, che è prodotta (in quanto bene) e produce beni, anche immateriali, come nel caso della conoscenza.&lt;br /&gt;A partire dalla fine della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, con la scomparsa del secondo, oggi ci accorgiamo che il lavoro in rete, il tentativo di un’autorealizzazione in uno schema radicalmente diverso dal capitalismo anche solo di vent’anni fa, rischia di venire fagocitato da un meccanismo palese: se si è capaci di fermare l’estrazione di valore che il capitalismo cognitivo compie, allora la rete può ancora avere un peso nella ricostruzione di un mondo del lavoro liberato, altrimenti si ricade inevitabilmente nell’apparato coercitivo e microfisico di Foucault.&lt;br /&gt;Fortunatamente la rete oggi è ancora talmente fluida che gli spazi per creare dissenso e contropotere sono ampi, ma “non bisogna lasciarsi incantare dalle tesi di autori come Yochai Benkler, Kevin Kelly, Jeremy Rifkin, Clay Shirky e altri che vanno blaterando di terza via, postcapitalismo, economia del dono, socialismo digitale eccetera”. È vero, come viene sostenuto da questi autori, che oggi (ed in futuro sempre più) è la rete a produrre valore, e che il costo dei mezzi di produzione è nullo, dato che noi lavoriamo gratis, per far crescere e sviluppare la rete stessa, ma questo – vorrei dire purtroppo – non significa certo quel superamento del lavoro in quanto tale esplicitamente previsto ad esempio da Kevin Kelly.&lt;br /&gt;Stiamo assistendo proprio a una fase di riappropriazione, “la fase storica che stiamo vivendo, al pari di tutte le fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, non è affatto caratterizzata da un accresciuta autonomia del lavoro, bensì da una potente controffensiva capitalistica che, per la prima volta, non si limita a ridimensionare i rapporti di forza del lavoro, ma tenta addirittura di farlo sparire, nella misura in cui riesce a far credere che una serie di attività vitali si stiano «liberando» dal mercato proprio quando quest'ultimo si prepara a colonizzarle” – conclude Formenti, con molta franchezza.&lt;br /&gt;La rete in realtà è ancora uno strumento talmente flessibile ed imprevedibile da poter evitare categorie così rigide e precise, come quelle viste finora. Esiste – per citare un altro testo dello stesso Formenti – ancora un “incanto” della rete, dove questa non si produce, ma si inventa, e dove il caso (caos) gioca ancora una sua componente decisiva.&lt;br /&gt;Per quel che riguarda il rapporto capitale – lavoro nel precariato cognitivo, l’analisi di Formenti è molto precisa, e non vede vie di uscita, nemmeno nel mondo Creative Commons.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul blog &lt;a href="http://www.precariementi.splinder.com/post/23374621/lavorare-gratis-dalle-dotcom-ai-commons"&gt;Precarie Menti&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-6473416989415755599?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-06T13:07:52.885+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKxX5LKMJNI/AAAAAAAAAQQ/vG_eSkYGLU4/s72-c/Alfabeta-1.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Inner space 7</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/09/inner-space-7.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Tue, 28 Sep 2010 10:11:20 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-824239355651793898</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKIhqe9geFI/AAAAAAAAAQI/t_lS12Qeghs/s1600/vetrt.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 378px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKIhqe9geFI/AAAAAAAAAQI/t_lS12Qeghs/s400/vetrt.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5522013106858915922" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scivola / sulla pelle / come foglia d’ortica&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;percorro sentieri / alti / con affanno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;aquile e falchi / volteggiano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;chiudo lo sguardo / serro il cuore&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;le nuvole sotto di me.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-824239355651793898?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-09-28T19:11:20.448+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKIhqe9geFI/AAAAAAAAAQI/t_lS12Qeghs/s72-c/vetrt.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Chakra</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/09/chackra.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Wed, 06 Oct 2010 04:08:54 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-8736331113617397066</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKCm2xz-vfI/AAAAAAAAAP0/b9yMW4Fls_A/s1600/chackra.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 170px; height: 400px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKCm2xz-vfI/AAAAAAAAAP0/b9yMW4Fls_A/s400/chackra.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5521596603170733554" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-8736331113617397066?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-06T13:08:54.319+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKCm2xz-vfI/AAAAAAAAAP0/b9yMW4Fls_A/s72-c/chackra.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Pietre</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/09/pietre.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Mon, 27 Sep 2010 07:13:07 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-2049952955191334295</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKCmVrBVdhI/AAAAAAAAAPs/EXQc2Yty6Tc/s1600/diamante.gif"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 256px; height: 256px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKCmVrBVdhI/AAAAAAAAAPs/EXQc2Yty6Tc/s400/diamante.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5521596034412017170" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto guarda le carte che si allargano sulla scrivania e pensa che è veramente un lavoro del cazzo. Non capisce dove sia il problema. Non c’è nulla di strano. Rapina in gioielleria: chiedono di vedere degli anelli e poi mano alle armi. Tutto videoregistrato. Sacchetto dell’immondizia, due colpi in aria e via. Nessun ferito. Qual è il problema? Solito iter procedurale: domande a chi di solito acquista refurtiva, perquisizioni nei campi rom, ecc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riguarda il video: uno dei due rapinatori prende in mano un anello, lo guarda, lo volta, lo infila in tasca. Lo guarda: lo guarda bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto esce, cammina verso il bar. La gioielleria è a poche decine di metri. Ci passa davanti. Seduto per terra un mendicante. Gli butta un euro. Lui non lo vede neppure. Vede che allunga una mano dietro di sé. Raccoglie una pietra da terra. Il poliziotto tende i muscoli, pensa che voglia lanciarla contro di lui, ma il clochard, guardandosi intorno, avvicina la mano alle labbra, mette in bocca la pietra e la ingoia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto corre verso di lui e lo afferra, temendo che muoia soffocato in pochi minuti, ma si accorge con sorpresa che il tipo sta bene, ha ingoiato la pietra molto naturalmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli parla:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stai bene?&lt;br /&gt;Certo. Perché?&lt;br /&gt;Hai appena ingoiato una pietra. Le persone non lo fanno di solito, o se lo fanno rischiano di morire.&lt;br /&gt;Non so, amico, a me le pietre piacciono, mangiarle mi fa sentire meglio. Non chiedermi perché, sono solo un mendicante.&lt;br /&gt;Ma non sei mai andato in ospedale?&lt;br /&gt;Una volta che mi ero tagliato, ma mi hanno mandato via, ché puzzavo troppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto concorda su questo aspetto, lentamente si alza per scostarsi. Gli chiede ancora se sta bene e quello conferma. Di nuovo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei giorni seguenti, mentre sbriga la pratica per la rapina dal gioielliere, il poliziotto capita più volte su quella via, e rivede spesso il barbone. Ogni volta si ripete la stessa scena: cammina, oppure è seduto, raccoglie un sasso, a volte più grande, a volte piccolo, e lo ingoia, solo, senza nemmeno un sorso d’acqua.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto pensa che il tipo è partito di testa, e che al più presto lo ritroverà cadavere, uno non può andare avanti così per molto. Pensa che forse dovrebbe chiamare un’ambulanza e farlo ricoverare con un TSO. Decide che chiederà al suo superiore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il barbone tasta la pietra. Sente se è calda. A volte di più. Altre sono gelide, e allora le mette nelle mutande. Le pietre a volte sono rotte, e allora le deve lisciare. Per molto tempo le sfrega con le mani l’una contro l’altra, e infine non solo sono lisce ma cambiano anche colore. Luccicano. La luce che c’è imprigionata inizia ad uscire. Quelle sono le migliori, è in quel momento che lui le mangia. Sente la luce dentro di sé, e la luce lo guarisce. Il barbone riconosce tutte le pietre. Le vede, anche da lontano, e sente se hanno la luce. Vede il colore, sente il calore e il peso. Le pietre sono antiche quanto la terra. Le pietre sono oneste: non sanno che esisti, per loro stessa natura illuminano e guariscono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto esce dal bar. È notte fonda. È ubriaco. Il barbone è lì, seduto. C’è qualcosa che non va. Due uomini sono in piedi davanti a lui, uno lo prende a calci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto si gira e si incammina nella direzione opposta. Di fronte a lui un’auto dei Carabinieri. Vaffanculo, non può andarsene. Se quelli se ne accorgono ha finito di vivere tranquillo. Allora ritorna sui suoi passi, e vede che quelli continuano a menare il barbone. Gli girano i coglioni. Si avvicina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora, avete finito di rompere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quelli si girano, hanno davvero due facce di merda, entrambi hanno le lame. Stavano torturando il barbone. Ma di che cazzo si fa la gente? Lo guardano storto e gli dicono:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sparisci. Tu non hai visto niente e non hai problemi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto risponde calmo che non vuole storie, che i Carabinieri si stanno avvicinando, che devono solo togliersi dalle palle e mollare il barbone, così nessuno si fa male. Quello sembra che non lo senta nemmeno, estrae un pistolone da film. Insieme al suo compare inizia a sparare verso il poliziotto e i due Carabinieri che sono ormai pochi metri alle sue spalle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I due volano secchi, come rami spezzati. Il poliziotto si piscia addosso e urla come una scimmia. Spara tutti i colpi della sua pistola d’ordinanza. La vita genera casi, coincidenze fortunate: insomma, li secca. Entrambi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con i pantaloni sporchi di merda il poliziotto si avvicina. La gente si affaccia alle finestre. La sbronza gli è passata. Controlla che i morti siano tutti morti, compresi i Carabinieri. Chiama il commissariato e le ambulanze. Chiama anche sua moglie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi cammina verso il barbone. Lo sente rantolare. Si abbassa verso di lui, vede sangue ovunque. Guarda meglio, e poi capisce. Lo hanno sventrato, ha lo stomaco aperto. È ancora vivo, recita strani versi e litanie. Cristo, povero vecchio. Il poliziotto guarda se può fare qualcosa, ma ne dubita. Poi vede che dentro la sacca dello stomaco ci sono le pietre. Le pietre che il vecchio continuava ad ingoiare erano lì, almeno in parte, dentro al suo stomaco. E lì, brillante come l’onestà, luminoso come la purezza, uno splendido diamante è in bella vista, tra le pietre di strada e i ciottoli. Il poliziotto guarda il barbone. Quello accenna un sorriso doloroso, quasi di scusa, e cerca di sussurrargli qualcosa che parla di cura e di onestà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il poliziotto non capisce, ma non importa. Il barbone muore davanti a lui. Pochi minuti prima delle ambulanze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’assicurazione del gioielliere ammise che in fondo era contenta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato su &lt;a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/09/27/pietre/"&gt;Scrittori Precari&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-2049952955191334295?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-09-27T16:13:07.694+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TKCmVrBVdhI/AAAAAAAAAPs/EXQc2Yty6Tc/s72-c/diamante.gif" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>La neve non è mai bianca</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/09/la-neve-non-e-mai-bianca.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Wed, 22 Sep 2010 03:16:23 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-6911161411901110360</guid><description>&lt;br&gt;&lt;a href="http://hotmag.me/mompracen/files/2010/09/marina.jpg"&gt;&lt;img class="alignleft size-full wp-image-100" src="http://hotmag.me/mompracen/files/2010/09/marina.jpg" alt="" width="200" height="300" /&gt;&lt;/a&gt;“ &lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Biancaneve&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;“, (Todaro Editore, 2010) di Marina Visentin, è un romanzo da cui emergono, dopo la sedimentazione necessaria, degli aspetti che a una prima lettura rimangono nascosti. Il primo livello narrativo non è certo elementare, intendendo il termine come ‘non composto’, ma lo è invece dal punto di vista del lettore, e di ciò che coglie, ovvero la linearità interpretativa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo livello ci viene mostrata una ragazza privata di un rapporto organico con se stessa, con il proprio corpo e limitata - circa gli altri, in quanto mondo - ad un piano relazionale estremamente scarno, sottoposto ad un’anoressia psicologica che la porta a un’articolazione emotiva monosillabica. La protagonista, giustificando se stessa di fronte a ogni senso morale e sociale, si lascia coinvolgere in delitti e reati al solo fine di migliorare o mantenere il mondo in cui vive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Una lettura psicologica classica&lt;/strong&gt; ci porta quindi inevitabilmente a rilevare un rapporto psicotico tra pena e colpa, che si rivela nella rimozione del delitto a livello coscienziale, e infine a un’isteria freudiana standard, che porta la protagonista – probabilmente sofferente di frigidità – a compiere lei stessa un delitto che - finalmente – è liberatorio, catartico, per quanto devastante al fine del mondo finora costruito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certamente questo livello è presente nell’opera, e ne rappresenta la corteccia, l’ossatura, ma vi sono altri aspetti che abbisognano di un approfondimento maggiore. La protagonista, mostra, quasi seguendo Roland Barthes, dei frammenti di un discorso amoroso, cerca di muovere dei passi sul cammino di una relazione, o almeno cerca di capire che cosa questa implichi, in termini di &lt;em&gt;do ut des&lt;/em&gt;, di una dinamica del possesso e di una gratificazione che – lei auspica – dovrebbe giungere a completamento della relazione stessa. Eppure anche le poche persone che riescono ad avvicinarla, come Rossana, l’amica e coinquilina, che apparentemente vive una dimensione di realizzazione e coinvolgimento, rimane ugualmente vittima della sua decostruzione emotiva, che - in fondo - nell’amica è solo mascherata più attentamente, e che la porterà a impattare – fisicamente e letteralmente - la sua dialettica della seduzione con la violenza maschile distruttiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La protagonista, lavora foucaultianamente sull’ordine del discorso, e la parola – sia quella detta che quella taciuta – è perciò il primo elemento costitutivo di una microfisica del discorso amoroso, dove questo si trasforma tragicamente in un paradigma giudiziario. Il reato, sia l’omicidio in se quanto la complicità, sono il tema – per definizione – dove la relazione amorosa trova il suo luogo espressivo, non esistendo in tutto il romanzo una persona eticamente degna in grado di farsi carico dell’amore come onere, personale e sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La protagonista esercita la dimensione amorosa/affettiva così come realizza &lt;strong&gt;l&lt;/strong&gt;’&lt;strong&gt;autonomia e l’indipendenza del sociale&lt;/strong&gt;: da una posizione di forza. Ogni discorso, ogni ordine del discorso, si realizza in quanto oggettuale, quando si astrae - perdendo di vista il suo oggetto - si trasforma in schema di dominio, in microfisica di un potere, di controllo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’amore di &lt;em&gt;Biancaneve&lt;/em&gt; rimane inficiato nel dominio/controllo perché manca di oggetto, e di una persona reale su cui esercitarlo, fino alla catarsi barocca nel finale, dove la simulazione e la trasformazione in simulacro dell’oggetto del desiderio, producono l’oscenità e la macelleria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marina Visentin, conscia della pericolosità dinamica della relazione amorosa, e di quanto facilmente questa si presti a &lt;strong&gt;derive criminali &lt;/strong&gt;(la storia della letteratura di genere è storia di tradimenti e di amori perduti), travalica gli aspetti sociali e psicologici di questa mediazione per reinterpretarla sul piano linguistico genealogico. Il suo è il tentativo di spezzare la macchina desiderante dell’isteria, e ne ricerca un principio di realtà nel paradigma giudiziario: ma l’ordine del discorso è troppo radicato, il discorso amoroso non riesce a emanciparsi, a diventare adulto, e si ritrova tragedia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il discorso amoroso&lt;/strong&gt; è diretto quindi ineluttabilmente al controllo e al dominio, e solo la personalizzazione e l’oggettualità fenomenologica ne permetterebbero la riproposizione in un’etica e in un mondo relazionale non fatale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esempio trasparente di questa &lt;strong&gt;dinamica iperreale&lt;/strong&gt; lo fornisce la protagonista stessa, raccontando della sua passione per la divinazione. I &lt;em&gt;ching&lt;/em&gt;, oracolo cinese di cui &lt;em&gt;Biancaneve&lt;/em&gt; fa uso, consumo ed abuso, sono lo specchio barocco della relazione amorosa che lei vive. L’oracolo, la divinazione, è una forma di discorso diretta al controllo e al dominio esattamente come il discorso amoroso, solamente che nella divinazione il processo di spersonalizzazione è completo. La protagonista, grazie agli esagrammi che il libro le propone, costruisce una rete, un modello interpretativo, sostitutivo del reale con cui è incapace di confrontarsi, e questo si rivela un modello talmente vincente, che lei stessa si scopre sorpresa, alla fine, del suo inevitabile fallimento oracolare. Il discorso amoroso e la narrativa divinatoria si dimostrano per &lt;em&gt;Biancaneve&lt;/em&gt; sostanzialmente lo stesso discorso: un allucinatorio tentativo di costruire un modello per decifrare un reale che per lei non ha senso alcuno. Questo tentativo interpretativo porta in se il suo stesso destino, e si infrange come in ogni hybris degna della sua tragedia sulla sua ineluttabilità. Citando il poeta, &lt;em&gt;a volte, neanche gli dei possono nulla&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato su &lt;a href="http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/09/la-neve-non-e-mai-bianca-il-primo-noir-di-marina-visentin/"&gt;Il recensore&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-6911161411901110360?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-09-22T12:16:23.211+02:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Linee definitorie del concetto di vacuità</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/08/sentieri-erranti-web-intersezioni-301.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 22 Oct 2010 04:34:25 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-5625830450630474077</guid><description>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TMF2MpbMg2I/AAAAAAAAAQw/L-V_wWXR5NY/s1600/tao.gif" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" nx="true" src="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TMF2MpbMg2I/AAAAAAAAAQw/L-V_wWXR5NY/s1600/tao.gif" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
"Trenta raggi s'incontrano nel mozzo della ruota e in quel che è il suo vuoto sta l'uso del carro. Si tratta l'argilla e se ne foggia un vaso e in quel che è il suo vuoto sta l'uso del vaso. Si forano porte e finestre per fare una casa e in quel che è il suo vuoto sta l'uso della casa. Perciò dal pieno viene il possesso, dal vuoto viene l'utilità."&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dao-de-jing, cap. XI&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
da &lt;a href="http://sentierierranti.blogspot.com/2010/08/web-intersezioni-30-linee-definitorie.html?spref=bl"&gt;Sentieri Erranti&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br&gt; &lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-5625830450630474077?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-22T13:34:25.954+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TMF2MpbMg2I/AAAAAAAAAQw/L-V_wWXR5NY/s72-c/tao.gif" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Il cavedano</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/08/il-cavedano.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:28:42 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-6765869524724456239</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THKFgmMYMkI/AAAAAAAAAPc/CXb0_0pKzL8/s1600/salmone01g.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 330px; height: 250px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THKFgmMYMkI/AAAAAAAAAPc/CXb0_0pKzL8/s400/salmone01g.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5508612089282310722" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt; &lt;br&gt;Seguivo, guardando il cielo tra i rami,&lt;br /&gt;le rive di un musico torrente,  &lt;br /&gt;umido, con molte pietre scivolose, &lt;br /&gt;con felci e fiori di campo.&lt;br /&gt;Ma un tratto, vidi un cavedano, che saltava nel torrente&lt;br /&gt;e come potevo perderlo di vista !&lt;br /&gt;con quello scintillio di goccioline !&lt;br /&gt;Scherzoso nel suo arcobaleno di piccole luci &lt;br /&gt;che si rincorrevano nel sole. &lt;br /&gt;Correvo così sulle rive del torrente,&lt;br /&gt;e lui veloce saltava e nuotava, &lt;br /&gt;verso il suo subacqueo rifugio. &lt;br /&gt;Ma il piede è traditore, marinaro, non di bosco, &lt;br /&gt;e così caddì in giù, nella pozza, &lt;br /&gt;proprio vicino a lui, al cavedano, &lt;br /&gt;la mia testa si lacerò su una roccia&lt;br /&gt;e copioso il mio sangue invase le limpide acque, &lt;br /&gt;diventando cibo per tanti piccoli animaletti. &lt;br /&gt;Il cavedano mi rimase vicino, finche io &lt;br /&gt;immobile sott'acqua, non finii il mio fiato. &lt;br /&gt;Mai avrei potuto chiedere di più al destino: &lt;br /&gt;l'ultimo mio sguardo vide proprio i suoi scintilli,&lt;br /&gt;nell'acqua che si arrossava. &lt;br /&gt;&lt;br&gt; &lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-6765869524724456239?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-23T16:28:42.644+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THKFgmMYMkI/AAAAAAAAAPc/CXb0_0pKzL8/s72-c/salmone01g.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>I Proci</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/08/i-proci.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Mon, 30 Aug 2010 05:24:42 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-5017387098147890340</guid><description>&lt;br&gt;&lt;em&gt;Telemaco comandògli recarla, e Ulisse l'ebbe.&lt;br /&gt;Ei, prese in man l'arco famoso, il tese&lt;br /&gt;Così e il tirò, che ambo le corna estreme&lt;br /&gt;Si vennero ad unir: poi la saetta&lt;br /&gt;Per fra tutti gli anei sospinse a volo.&lt;br /&gt;Ciò fatto, stette in su la soglia, e i ratti&lt;br /&gt;Strali versossi ai piedi, orrendamente&lt;br /&gt;Guardando intorno. Antìnoo colse il primo,&lt;br /&gt;E dopo lui, sempre di contra or l'uno&lt;br /&gt;Tolto e or l'altro di mira, i sospirosi&lt;br /&gt;Dardi scoccava, e cadea l'un su l'altro.&lt;br /&gt;Certo un nume l'aitava. I suoi compagni,&lt;br /&gt;Seguendo qua e là l'impeto suo,&lt;br /&gt;A gara trucidavanci: lugùbri&lt;br /&gt;Sorgean lamenti, rimbombar s'udìa&lt;br /&gt;Delle teste percosse ogni parete;&lt;br /&gt;E correa sangue il pavimento tutto.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Odissea, XXIV, 225-241&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La porta cigola. Continuamente. Una leggera corrente d’aria la sposta, in modo impercettibile, provocando un lento, disturbante, stridio. &lt;br /&gt;Il tremore delle mani non si attenua. Cerco qualcosa, nell’infisso rotto della finestra. &lt;br /&gt;Attorno sacchetti di plastica: pieni, rotti, vuoti, appesi. &lt;br /&gt;Vestiti sporchi, puliti, da stirare, da stendere. Scarpe. &lt;br /&gt;Mi alzo dalla sedia. &lt;br /&gt;Guardo allo specchio le iridi arrossate, per il poco tempo passato a dormire. 30 cc di Delorazepam, insieme al caffè provano a migliorare lo stato. &lt;br /&gt;Ho una casa, un lavoro sicuro e sono sano. Ho anche un figlio. Posseggo ciò che la maggior parte delle persone desiderano. Ho amato e sono stato ricambiato. &lt;br /&gt;In effetti non vi è nulla di sbagliato. La desolazione, la solitudine, la depressione e perfino la &lt;br /&gt;disperazione non hanno nulla a che vedere con lo stato sociale di un qualunque borghese. &lt;br /&gt;Ho fatto delle scelte, o almeno, mi è sembrato di farle. Alcune facili, altre dolorose. &lt;br /&gt;Oggi ho finito le scelte. &lt;br /&gt;Lo specchio mi restituisce un volto, come se dicesse: affari tuoi, non voglio saperne nulla. &lt;br /&gt;Non vi è nulla di leggero: nulla che lasci vie di scampo. &lt;br /&gt;Una doccia e mi preparo. Mi vesto: prima l’intimo, una camicia, pantaloni, ma leggeri, che fa caldo. Scarpe comode. &lt;br /&gt;Dopo pochi minuti di guida entro in ufficio, dove non mi aspetta nulla da fare, se non una lunga giornata da far trascorrere. Non penso, non leggo il giornale, non telefono a nessuno: sono gesti che non compio più da tempo. &lt;br /&gt;Il mio superiore ritmicamente mi consegna dei fogli, lavoro totalmente inutile, ma necessario all’andamento del regime. &lt;br /&gt;Poi il momento del caffè. Non vorrei prenderlo: ma è un motivo per uscire. &lt;br /&gt;Ancora il nulla fino alla pausa del pranzo: dove il nulla si trasferisce davanti a un qualsiasi piatto, che rimane quasi sempre pieno. &lt;br /&gt;Il pomeriggio è breve, e già all’ora del tramonto sono di nuovo davanti all’infisso rotto. &lt;br /&gt;Ho spostato alcuni sacchetti di plastica: certi vestiti dovevano essere lavati, e certi altri stirati. &lt;br /&gt;Ho messo nell’immondizia un vecchio paio di scarpe rotte.&lt;br /&gt;Da tempo non mi chiedo nulla. &lt;br /&gt;Da tempo non cerco di cambiare nulla.&lt;br /&gt;Non c’è nulla da cambiare. &lt;br /&gt;Ho ciò che tutti cercano: la certezza del ritorno, la garanzia di uno stipendio. &lt;br /&gt;E’ proprio per questo che oggi, prima di uscire dall’ufficio, mentre i miei colleghi concludevano gli straordinari quotidiani, ho aperto il mio armadio, ho cercato l’accendino che tengo sempre a disposizione, se qualche cliente vuole fumare in ufficio, anche se sarebbe proibito, e, dopo aver cosparso di benzina l’archivio delle pratiche di mutuo, ho acceso la fiamma. &lt;br /&gt;Le vampe hanno avvolto in pochi minuti l’intero edificio, e probabilmente nessuno è riuscito a salvarsi. Io sono sceso dalle scale di sicurezza. Dopo aver bloccato dall’esterno l’uscita. &lt;br /&gt;Ora sono intento alla raccolta differenziata. &lt;br /&gt;L’ambiente è importante, e bisogna pensare al futuro. &lt;br /&gt;Devo sbrigarmi, che anche qui in casa le fiamme crescono rapidamente: è tutto in parquet.&lt;br /&gt;Suonano le sirene. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato su &lt;a href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/08/30/i-proci/"&gt;Scrittori precari&lt;/a&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-5017387098147890340?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-30T14:24:42.700+02:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>La Piazza</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/06/la-piazza.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 20 Aug 2010 05:58:20 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-2858052811369495747</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TA4nLcp_W6I/AAAAAAAAAOg/DfIYPPeuZZE/s1600/Marrakesh.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 282px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TA4nLcp_W6I/AAAAAAAAAOg/DfIYPPeuZZE/s400/Marrakesh.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5480360874180828066" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Djemm-el-Fnaa &lt;/em&gt;è come un vulcano, sgorga, come un rutto ctonio, direttamente dal sottosuolo, con una potenza orgonica. La terra stessa, al ritmo incessante dei tamburi, si incarna nella piazza, nei ballerini, negli incantatori di serpenti, negli speziai, nei giocolieri. La piazza è viva, la sua materia vibra, e si tende, come un muscolo, pulsa, come un organo. Gli umani che la percorrono sono come dei simbionti, ci vivono per la luce riflessa. La piazza è un animale notturno. Durante il giorno permane vicino allo stato di semi veglia, come i leoni nella savana, quando il caldo è troppo afoso, e attendono la sera in silenzio. E' dopo il tramonto che si esprime in tutta la sua potenza e ti getta in un arcaico ritmo, travolge ogni resistenza, ogni pudore. In preda ad una frenesia irrefrenabile la attraversi di continuo, entrando ed uscendo dal suq, insieme ad altre migliaia di persone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure, per me, la forza espressa da questa piazza rimane qualcosa di estraneo, lontano. E’ molto più simile ad un evento naturale, piuttosto che della storia umana. E’ una grande bocca nera, una voragine africana da cui entrano ed escono nugoli di persone, come da una grotta oscura. Di tutto il Marocco è senza ombra di dubbio il luogo più arcaico, ancora oggi. Terminale delle carovaniere del deserto, che per secoli e secoli hanno traghettato nugoli di schiavi, dalle grandi savane alle coste del mediterraneo. Il continuo suono dei tamburi mi accompagna mentre annoto queste riflessioni sulla terrazza di una casa, da cui si vede parte della piazza. Ho dormito qui, ed il tubare dei piccioni mi ha svegliato presto, alle prime luci dell'alba. La città dorme ancora. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;settembre, Marrakesh&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato &lt;a href="http://www.facebook.com/Giudici.Luca#!/note.php?note_id=449140983451"&gt;qui&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-2858052811369495747?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-20T14:58:20.337+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TA4nLcp_W6I/AAAAAAAAAOg/DfIYPPeuZZE/s72-c/Marrakesh.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Reiki</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/04/blog-post.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 22 Oct 2010 04:27:44 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-1820411935561652598</guid><description>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S8eLxOhrRLI/AAAAAAAAAOQ/wzOYNMwfmEI/s1600/reiki.jpg"&gt;&lt;img style="float: center; margin: 10px 10px 10px 200px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 400px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S8eLxOhrRLI/AAAAAAAAAOQ/wzOYNMwfmEI/s400/reiki.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5460486751039210674" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-1820411935561652598?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-22T13:27:44.668+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S8eLxOhrRLI/AAAAAAAAAOQ/wzOYNMwfmEI/s72-c/reiki.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Sergio Paoli e "Monza delle Delizie" a Novara.</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/04/sergio-paoli-e-monza-delle-delizie.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Sun, 22 Aug 2010 23:30:13 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-7157947694626137231</guid><description>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THFEKa9v3bI/AAAAAAAAAPM/2UFO_K7D_58/s1600/LDS.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THFEKa9v3bI/AAAAAAAAAPM/2UFO_K7D_58/s400/LDS.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5508258765078519218" /&gt;&lt;/a&gt; Non è passato molto tempo, forse nemmeno due anni, da quando ho avuto il piacere di conoscere e presentare per la prima volta Sergio Paoli ed il suo "&lt;a href="http://laperladilabuan.blogspot.com/2009/07/io-sergio-francesca-e-la-talpa.html"&gt;Ladro di Sogni&lt;/a&gt;". Questa fotografia ritrae quel piacevole incontro. In seguito Sergio ha accettato di presentare nella stessa libreria, "La Talpa" di Novara, anche il suo secondo romanzo &lt;em&gt;Monza delle delizie&lt;/em&gt;. E' stata una serata interessante, a cui si è aggiunta la presenza della giornalista &lt;strong&gt;Valentina Sarmenghi &lt;/strong&gt;che ha poi pubblicato sul &lt;strong&gt;Corriere di Novara &lt;/strong&gt;una sua intervista a Sergio, ma che purtroppo è stato impossibile recuperare on line. Se prima o poi il testo dovesse essere disponibile certamente aggiornerò questo stesso post. Qui sotto si legge, con un imperdonabile ritardo, la recensione che allora ne scrissi e che fu - al tempo - pubblicata su &lt;a href="http://www.ilrecensore.com/wp2/"&gt;Il recensore.com&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THFE2ACVRSI/AAAAAAAAAPU/PISb_rhap-w/s1600/MONZA.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 321px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THFE2ACVRSI/AAAAAAAAAPU/PISb_rhap-w/s400/MONZA.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5508259513764234530" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;em&gt;Monza delle delizie. Storia di poteri e malaffari&lt;/em&gt; (Frilli 2010) è il nuovo romanzo di Sergio Paoli, già autore lo scorso anno del fortunato &lt;em&gt;Ladro di Sogni&lt;/em&gt;, edito sempre da &lt;strong&gt;Fratelli Frilli &lt;/strong&gt;e interpretato dal medesimo protagonista: il simpatico, accattivante, timido, e dotato di molte altre qualità ben evidenziate nel testo, commissario Federico Marini. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ importante sottolineare questi aggettivi, ed è evidente che Paoli li individua in modo particolare, perché ci tiene a distinguerlo in modo esclusivo, a renderlo ’speciale’. Il suo non è un poliziotto come gli altri, è diverso, e in modo preciso, forte, fin dall’inizio e dalle sue dichiarazioni sulla ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz di Genova che gli hanno interrotto per sempre la carriera, oltre ad inimicarsi tutti i superiori in grado.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Monza delle delizie&lt;/em&gt; si occupa di un tema quanto mai attuale e d’impatto: i rapporti tra impresa e criminalità organizzata. Sembrerebbe un saggio ed anche imponente: invece è un giallo poliziesco. Monza delle delizie è una forte presa di posizione critica nei confronti di quelle multinazionali oggi note come &lt;em&gt;corporation&lt;/em&gt;, dei veri e propri stati indipendenti, spesso con un fatturato superiore al PIL di molte piccole nazioni. Il tema è quindi è estremamente attuale, soprattutto in un Italia che, negli ultimi anni a partire da Cirio e Parmalat, fino alla crisi delle grandi banche, ha visto e vede giornalmente quanto la velina posta tra industria, criminalità e politica è sottile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Monza delle delizie&lt;/em&gt;, in realtà non è precisamente un nuovo romanzo, poiché l’autore ha sempre dichiarato che era stato iniziato prima di &lt;em&gt;Ladro di Sogni&lt;/em&gt;, di cui oltre tutto - tecnicamente - è un prequel. Iniziato prima, poi sospeso e infine concluso a posteriori, &lt;em&gt;Monza delle delizie&lt;/em&gt; è stato in sostanza scritto durante l’infinita tournee che ha portato Sergio Paoli a presentare il suo libro in centinaia e centinaia di piccole piazze, librerie, rassegne, a volte davanti a dieci persone e altre con molte centinaia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sergio Paoli in questi due anni sul web è diventato per molti il simbolo di come deve essere strutturata un’autopromozione seria ed efficace. Anobii, Facebook, il passaparola, le mailing list, i blog, un’intelligente e ragionata serie di rapporti interpersonali generati e coltivati: tutto ciò a portato ad un’ampia diffusione del suo romanzo, che - indipendentemente dalle vendite - è senz’altro uno dei noir di cui si è parlato - e quasi sempre bene - lo scorso anno. &lt;em&gt;Monza delle delizie &lt;/em&gt;presumo che seguirà lo stesso tragitto del suo predecessore, anche alla luce di un probabile futuro terzo atto con lo stesso protagonista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scrittura di Paoli ha compiuto una precisa evoluzione rispetto all’opera precedente. Vi sono difatti delle differenze non indifferenti tra le due opere. In &lt;em&gt;Monza delle delizie&lt;/em&gt;, soprattutto nella prima parte, vi è una padronanza della narrazione assolutamente di prim’ordine. Le critiche di eccessiva partigianeria rivolte a Paoli da molti lettori che non condividono le sue idee politiche perdono completamente valore di fronte alla scrittura di &lt;em&gt;Monza delle delizie&lt;/em&gt;. Ovvero, se di &lt;em&gt;Ladro di Sogni &lt;/em&gt;si poteva dire (poi si potrebbe discutere, ma la cosa era sensata) che la narrazione risentiva del desiderio dell’autore di far transitare un ben preciso messaggio politico, certamente questo non si può dire di questo nuovo scritto. La narrazione è sciolta ed assolutamente slegata dal contenuto, pur restando netto e preciso ciò che Paoli vuol dirci circa il mondo in cui viviamo. Chiaro che tutto ciò deriva dall’esperienza, e quindi non possiamo che essere lieti di questo passaggio nel vissuto di Sergio Paoli. In sintesi quell’essere monocorde, quel basso continuo, che accompagnava la storia di &lt;em&gt;Ladro di Sogni&lt;/em&gt;, è scomparso, e la musica è decisamente più orchestrale. Nel proseguo della storia, quando sempre più l’aspetto dell’indagine poliziesca in senso stretto prende il sopravvento la scrittura si tende, perdendo quella musicalità che è propria della prima parte per diventare invece più thriller, forse più vicino agli standard americani, più simile - in un certo senso - ad un giallo poliziesco puro: qui servono le prove, gli indizi, gli appostamenti, i testimoni.  Senza assumere i connotati del legal thriller la narrazione quindi cambia, e così il ritmo sottostante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per concludere, &lt;em&gt;Monza delle delizie &lt;/em&gt;è un romanzo che segna una netta crescita tecnica e professionale di Sergio Paoli, pur restando un’opera evidentemente ancora di transizione. Aspettiamo Sergio Paoli alla prossima prova, curiosi di quali nemici affronterà questa volta il commissario Marini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicata su &lt;a href="http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/03/monza-delle-delizie/"&gt;Il recensore.com&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S73GsKgCsLI/AAAAAAAAANw/FKlkeMbQsiE/s1600/Io+e+sergio.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 267px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S73GsKgCsLI/AAAAAAAAANw/FKlkeMbQsiE/s400/Io+e+sergio.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5457736785478201522" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed eccoci qui durante questa seconda presentazione !&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-7157947694626137231?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-23T08:30:13.339+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/THFEKa9v3bI/AAAAAAAAAPM/2UFO_K7D_58/s72-c/LDS.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Inner space #6</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/04/inner-space-5.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Thu, 19 Aug 2010 06:57:46 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-7161808730632446903</guid><description>&lt;br&gt;Come una brace ardente&lt;br /&gt;ingoiata, buca lo stomaco.&lt;br /&gt;Come catene strette&lt;br /&gt;segnano, polsi e caviglie.&lt;br /&gt;Come il respiro troncato&lt;br /&gt;di chi ansima, senz'aria.&lt;br /&gt;Come uno sparo, preciso&lt;br /&gt;mozza la vita.&lt;br /&gt;Come una mano recisa&lt;br /&gt;fantasma che cerchi di usare.&lt;br /&gt;Come il buio negli occhi&lt;br /&gt;ed il ricordo dei colori.&lt;br /&gt;Come l'eco del silenzio &lt;br /&gt;ed il ricordo dei suoni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;un pensiero, nemmeno&lt;br /&gt;un tarlo, un rombo&lt;br /&gt;un gesso che stride &lt;br /&gt;         l'apparente serenità&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;questo è l'amore che manca&lt;br /&gt;questo è l'attesa inutile&lt;br /&gt;questo è il vuoto che stringe&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I demoni, che scacci col forcone&lt;br /&gt;rimangono discorsi in sospeso&lt;br /&gt;per qualcuno, appeso qui fuori &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La brace arde, il respiro si ferma&lt;br /&gt;cinghie che stringono, tendini sfibrati&lt;br /&gt;ancora - solo - rimane il silenzio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se fossi diverso, se fossi.&lt;br /&gt;Con le braci, le catene ed il respiro mozzato&lt;br /&gt;Io non dormo, rimango fermo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;16 aprile&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-7161808730632446903?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-19T15:57:46.661+02:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Heman Zed, da Ruzante a Ringo Starr</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/03/heman-zed-da-ruzante-ringo-starr.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Thu, 25 Mar 2010 08:22:00 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-4409343505327511613</guid><description>&lt;br&gt; &lt;br&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6aRCMZOYfI/AAAAAAAAAMw/PgSaS-dZUBo/s1600-h/180px-Ruzante_statua.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 180px; height: 309px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6aRCMZOYfI/AAAAAAAAAMw/PgSaS-dZUBo/s400/180px-Ruzante_statua.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5451203865851355634" /&gt;&lt;/a&gt; In piazza Capitaniato, a Padova, c'è un monumento. Non è un monumento equestre, di quelli dedicati ad un qualche grande condottiero o ad un capitano di ventura,  di quelli che abbondavano nei tempi in cui da queste parti dominava la Serenissima Repubblica. Neppure è la statua di un principe o di un re, e nemmeno di un nobile, proprietario di palazzi e ville. Si tratta - pensate un pò - di un uomo di lettere: certo &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Angelo Beolco&lt;/span&gt;, detto Ruzante. &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Dario Fo&lt;/span&gt;, durante la cerimonia per la consegna del Premio Nobel, ne ha parlato, e così ha detto: &lt;br&gt; &lt;br /&gt;«&lt;em&gt;Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto... anche in Italia. Ma che è senz'altro il più grande autore di teatro che l'Europa abbia avuto nel Rinascimento  prima ancora dell'avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l'ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia&lt;/em&gt;».&lt;br&gt; &lt;br /&gt;Ruzante qundi è posto al pari dei padri del teatro moderno, insieme a Goldoni, Moliere e Shakespeare, e scusate se è poco. Per chi fosse interessato, è possibile scaricare gratuitamente l'opera del nostro, in &lt;a href="http://www.liberliber.it/biblioteca/r/ruzzante/index.htm"&gt;questo sito&lt;/a&gt;. Ma Dario Fo, non è l'unico a pensarla in codesta maniera, e nella Padova odierna, vi è un altro scritore che - nel suo piccolo, senza scomodare i maestri - prova a rifarsi alla grande tradizione del grottesco e della farsa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6lIT7Is-AI/AAAAAAAAAM4/CM5Lqs40HiY/s1600-h/17354_334905006773_533646773_4587081_4382177_n.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 272px; height: 400px;" src="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6lIT7Is-AI/AAAAAAAAAM4/CM5Lqs40HiY/s400/17354_334905006773_533646773_4587081_4382177_n.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5451968331037603842" /&gt;&lt;/a&gt; Di lui citiamo lo pseudonimo, &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Heman Zed&lt;/span&gt;, perchè così ha deciso di farsi conoscere dai suoi lettori. Ho avuto il piacere di incontrare Heman in molte occasioni, ultima delle quali una lunga e piacevole conversazione durante i 'Giovedì letterari' del &lt;a href="http://www.hotelromanda.it/content/e100/index_ita.html"&gt;Ristorante Boivin&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;di Levico Terme. Queste serate, organizzate da &lt;a href="http://clobosfera.wordpress.com/"&gt;Claudia Boscolo&lt;/a&gt; con la collaborazione del sottoscritto, hanno visto passare alcuni interessanti giovani autori italiani, tra cui appunto Heman Zed. &lt;br /&gt;Su &lt;a href="http://www.ilrecensore.com/wp2/"&gt;"Il recensore.com"&lt;/a&gt; ho pubblicato una recensione al secondo dei tre romanzi scritti da Heman Zed. La riporto qui perchè volevo partire proprio da alcuni temi qui tracciati per ritornare poi al primo ed al terzo romanzo. &lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6lJ1hYsMJI/AAAAAAAAANA/mYLq-ORClOg/s1600-h/zolfa.jpeg"&gt;&lt;img style="float:right; margin:0 0 10px 10px;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 338px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6lJ1hYsMJI/AAAAAAAAANA/mYLq-ORClOg/s400/zolfa.jpeg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5451970007752519826" /&gt;&lt;/a&gt; Leggendo &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa &lt;/span&gt;(Il Maestrale, 2009), ripensavo le lunghe letture sulla storia della cultura popolare, del teatro di strada, dei cantastorie. L’antica tradizione degli affabulatori, che girando per mercati e fiere, sin dal più profondo medioevo, ha tramandato storie, leggende e tradizioni, sale lungo i tortuosi meandri della storia - rigorosamente minuscola - incrociando Rabelais e Ruzante, Goldoni e Moliere. E ancora il formaggio, i vermi, pescatori, pirati, briganti,  e giunge fino a questo libello, opuscolo ambizioso, che si vanta di tanta tradizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, che la lettura è conclusa, non posso che dire che ne ha ben donde ! Che avventura, che coraggio, che epica!L’intera narrazione ti avvolge in una suspence irresistibile, condita dalla verve comica dell’autore, per cui non ti distrai se non per i pochi istanti necessari a stappare una birra o a svolgere innominabili funzioni corporali (ma che qui paiono ovvie come in un film di Sordi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’autore, ignoto alieno giunto tra noi per ricordarci da dove veniamo, ci riporta in una terra antica, dove i codici d’onore sono appunto tali (a meno che non debbano essere poi infranti ogni qual volta sia conveniente farlo), dove gli uomini sono uomini e le donne… lasciamo stare. &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Heman Zed &lt;/span&gt;fa suoi gli stilemi di un mondo perduto, distrutto da telefonini, politica centralizzata, televisione, turismo intercontinentale (ma che ci vanno a fare i ragazzini di Casalpusterlengo in Thailandia al confine con il Laos?).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno guarda più le proprie scarpe. Nessuno si preoccupa più di quanto è stronzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’epopea di San Pinerlo, del cavalier Pistone, del suo portinaio Sulfo IV detto lo stronzo, e degli abitanti de La Zolfa tutti, rimarrà nella storia oscura di questo paese di merda. Dimenticata da tutti gli annali della letteratura ufficiale, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa &lt;/span&gt;sarà ricordata come momento topico della sua storia nascosta, fatta di libri dimenticati, di eretici bruciati, di anarchici ammazzati e di poveri cristi depredati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa &lt;/span&gt;è rivolta, furto, rapina.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa&lt;/span&gt; si riprende quello che era suo.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa&lt;/span&gt; è avventura, epopea, sesso, amore, armi, duelli, e morte.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa&lt;/span&gt; sono i sogni della gente stupida, dei vecchi ubriachi al bar, con la cirrosi e l’alzhaimer dopo una vita in fabbrica e i figli che chissà dove sono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Heman Zed, l’alieno sceso tra noi, ci racconta le storie che gli hanno sussurrato dopo il secondo (terzo, e chi lo sa ?) bottiglione di Merlot. La storia di un killer innamorato, di una sgualdrina tutta fatta a modo suo, di una contessa …. come dire? non molto nobile? e tante altre crepe della Storia maiuscola tuttadunpezzo (e tuttattaccato, alla faccia anche della grammatica).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non me la sento di fare il critico serio a proposito di questo libro. Non che non lo si possa fare, attenzione. Come ho detto il background del testo è immenso e un analisi testuale porterebbe alla luce i moltissimi riferimenti sottesi nel testo. Però non sarebbe corretto, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa&lt;/span&gt; ed i suoi eroi non se lo meritano. Non si troverebbero a loro agio, come invece in una puntata di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Alan Ford ed il gruppo TNT&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei soffermarmi su un solo elemento che appare sull’orizzonte della critica, forse lontano, forse culturalmente non così diretto, ma con un’analisi dei personaggi che mi sembra estremamente simile, ed è &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Luis Buñuel&lt;/span&gt;. La distruttiva analisi della piccola borghesia che il regista attua in molti dei suoi film migliori (”&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Bella di Giorno&lt;/span&gt;“, “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Diario di una Cameriera&lt;/span&gt;“, “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Il fascino discreto della borghesia&lt;/span&gt;“, “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;L’angelo Sterminatore&lt;/span&gt;“, “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Viridiana&lt;/span&gt;“) ha molto in comune con la feroce critica sociale delle convenzioni del nostro tempo che si ritrova ne &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa&lt;/span&gt;, e i personaggi sono altrettanto stereotipati di quelli del regista. Pure maschere allucinate, zombi deliranti che sopravvivono alla fine di un tempo senza riuscire ad entrare nel futuro. Tutti &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Simon del deserto &lt;/span&gt;i personaggi de &lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Zolfa&lt;/span&gt; sono destinati a morire uno ad uno, per lasciare il passo a telefonini, televisione e viaggi di nozze in crociera, ed è ben sapendo questo, che decidono di fare la Rivoluzione, che - come si sa - “non è un pranzo di gala”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicata su "&lt;a href="http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/03/la-zolfa-di-heman-zed/"&gt;Il recensore&lt;/a&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La zolfa &lt;/span&gt;quindi incarna in toto questo lato grottesco, farsesco e direi picaresco della vita che da Ruzzante a Dario Fo affianca la letteratura cosidetta 'alta', viaggiando invece tranquillamente a braccetto con tutti quei generi e sottogeneri che mai hanno goduto il rispetto di professori e dottori. Con i dovuti distinguo il cavalier Pistone è un Don Quixote del nostro tempo, che difende la sua dulcinea (un pò puttana, ma insomma ...) dai giganti e dai nemici. Ma non solo &lt;em&gt;La Zolfa &lt;/em&gt;incarna quest'ideale narrativo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6t6YjOgVPI/AAAAAAAAANI/bLjnvp7uCz4/s1600/cortina.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 338px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6t6YjOgVPI/AAAAAAAAANI/bLjnvp7uCz4/s400/cortina.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5452586336053646578" /&gt;&lt;/a&gt; Heman Zed in tutta la sua produzione narrativa, anche se con accenti differenti, mantiene volutamente centrale il ruolo del &lt;em&gt;battitore libero&lt;/em&gt;, dell'anarchico che però diventa - piaccia o meno - il cardine dell'intera storia. Così Tito, il giovane protagonista de &lt;em&gt;La cortina di Marzapane&lt;/em&gt;, e così il batterista di &lt;em&gt;Dreams &amp; Drums&lt;/em&gt;, proprio in questi giorni in libreria. Questi personaggi - ne &lt;em&gt;la Zolfa&lt;/em&gt;, il ruolo è di Sulfo IV, il portinaio - rappresentano il ritmo della narrazione. Quel procedere oggettivo, libero, anarchico della vita indipendentemente dalle singole volontà, e soprattutto alla faccia di tutti i potenti e di tutti coloro che non vogliono che l'amore domini in questo mondo. Penso a un cartone animato di  &lt;strong&gt;Enzo D'Alò&lt;/strong&gt;: &lt;em&gt;Momo&lt;/em&gt;, dove '&lt;em&gt;i grigi&lt;/em&gt;' rubano il tempo alle persone, costringendoli a vivere una vita frenetica e infelice, finchè non vengono tutti salvati da &lt;em&gt;Momo&lt;/em&gt;, bimba anarchica e senza famiglia, senza genitori nè autorità. I personaggi dei romanzi di Heman Zed, come &lt;em&gt;Momo&lt;/em&gt;, sono degli &lt;em&gt;strani attrattori&lt;/em&gt;, sono delle battute in levare, figure intorno a cui le narrazioni prendono forma, perchè sono vive, non delle funzioni del marketing. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6t82E4OXvI/AAAAAAAAANQ/OvOhR3OHCM8/s1600/Dreams.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 310px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6t82E4OXvI/AAAAAAAAANQ/OvOhR3OHCM8/s400/Dreams.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5452589042326462194" /&gt;&lt;/a&gt; In &lt;em&gt;Dreams &amp; Drums&lt;/em&gt;, Heman Zed concretizza anche il suo essere musicista, e al volume si trova allegato un cd autoprodotto, dove vengono suonati i brani citati all'interno del romanzo. Indipendentemente dal risultato letterario, che ovviamente non può essere sempre omogeneo, in particolare se si affronta un genere rischioso quale la farsa ed il grottesco, è importante ricordare che la Poesia (ebbene si, anche quella maiuscola) è molto vicina allo spirito picaresco e certamente Don Quixote era un grande poeta, ma quanto è facile da queste vette ricadere nel ridicolo, come il saggio di &lt;strong&gt;Bergson &lt;/strong&gt;sul comico (&lt;em&gt;Il riso&lt;/em&gt;) mostra ampiamente. Heman Zed comunque vede sempre il limite dei suoi personaggi e li salva comunque dalla fine ingloriosa che a volte rischiano, ma questo solo perchè in lui alberga un grande cuore, e capisce fino in fondo le sue creature.&lt;br /&gt;Heman Zed ed i suoi personaggi ci insegnano a vivere, a non dimenticarci mai di sognare, a non dare mai nulla per perso, fino in fondo, anche se poi infine come ogni Arlecchino e Pulcinella la via d'uscita un pò di traverso è meglio se la si trova. Quello che ci ricorda sempre però, che l'importante è lo spirito, la faccia che metti di fronte al mondo, quella che vedi nello specchio la mattina. &lt;br /&gt;Heman, il cavalier Pistone, Sulfo IV, e tutti i suoi personaggi adorabili e folli, e qui mi permetto, per simpatia, empatia e amore di mettermi in mezzo, (anche se non lo faccio quasi mai, ma qui ci vuole), lo possono dire: &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Noi, la mattina, nello specchio, non vediamo una faccia da culo ! Noi.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;em&gt;Dedicato a tutti i Pete Best rimasti lungo la strada. &lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-4409343505327511613?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-03-25T16:22:00.890+01:00</app:edited><media:thumbnail url="http://3.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6aRCMZOYfI/AAAAAAAAAMw/PgSaS-dZUBo/s72-c/180px-Ruzante_statua.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Violetta Bellocchio, alcuni stralci del nuovo romanzo.</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/03/violetta-bellocchio-alcuni-stralci-del.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Thu, 25 Mar 2010 07:18:27 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-1196984985127979531</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6IKSLMg9EI/AAAAAAAAAMo/RLtjvHj7650/s1600-h/violetta_top.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 260px; height: 260px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6IKSLMg9EI/AAAAAAAAAMo/RLtjvHj7650/s400/violetta_top.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5449929806430925890" /&gt;&lt;/a&gt; Su &lt;a href="http://www.viceland.com/it/index_r.php"&gt;Vice&lt;/a&gt;, rivista decisamente interessante nel panorama a volte deprimente delle zine italine, potete leggere il prologo di "&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Veronica Silva&lt;/span&gt;", il nuovo romanzo di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Violetta Bellocchio&lt;/span&gt;. Lo scorso anno ero stato profondamente colpito dal suo romanzo d'esordio "&lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;a href="http://laperladilabuan.blogspot.com/2009/09/guardami-bene-borghese-bellino-violetta.html"&gt;Sono io che me ne vado&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;". Alcuni stralci di questo nuovo lavoro era stato possibile leggerli su &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Repubblica&lt;/span&gt; quest'estate, ed ora &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Vice &lt;/span&gt;pubblica il prologo, in toto. Spero di poter leggere a breve il testo integrale di questo nuovo romanzo, che attendo con impazienza, soprattutto viste le premesse. &lt;br /&gt;Non entro nel merito del prologo che ho trovato assolutamente affascinante, ma vorrei commentare una dichiarazione di Violetta posta come capello al prologo stesso: “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Non credo al potere della scrittura autobiografica nemmeno come fonte di catarsi individuale, e non credo che ‘usare quello che si conosce’ ci renda persone migliori in alcun senso. È una storia inventata che deve diventare il più possibile tua, non il contrario. Quindi un personaggio non funziona fino a quando lui o lei non alza gli occhi dalla pagina e si mette in contatto con te. Melinda non ha mai avuto la mia vita, ma mi ha fatto entrare nella sua — ora sono stata in ballo come prossima Bond Girl, per un minuto o due, e so cosa si prova a pattugliare i corridoi di un albergo con la schiena scoperta in pieno inverno.&lt;/span&gt;” &lt;br /&gt;Usare quello che si conosce, ovvero scrivere di ciò che si conosce è l'imperativo che Stephen King considera - diciamo - il grado zero della scrittura. &lt;br /&gt;Qui si cerca di destrutturare questo principio, ma, ho l'impressione, non certo per aumentare in modo minimalista e postmodern la distanza tra autore ed oggetto letterario, bensì per rivolgersi ad una compartecipazione, una condivisione il più possibile totale della propria vita con quella del personaggio. &lt;br /&gt;Si potrebbe forse dire, ma forse esagero - mi piacerebbe che Violetta mi dicesse qualcosa in merito - che l'autobiografia scompare con il progressivo dileguarsi dell'autore e la sempre maggior definizione dell'opera. Che è un tema totalmente interno al dibattito sul New Italian Epic, tra l'altro. L'autonomia dell'opera e dei personaggi - rispetto alla vita dell'autore è proprio il principio che permette di valutare l'opera, altrimenti radicalmente inficiata dalle troppo comuni bassezze umane. Lasciare che i personaggi prendano vita corpo, autonomia e si impossessino così della vita stessa dell'autore. &lt;br /&gt;Qui mi fermo, aspetto di leggere il romanzo.&lt;br /&gt;Mille auguri ad una grande scrittrice !&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-1196984985127979531?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-03-25T15:18:27.817+01:00</app:edited><media:thumbnail url="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6IKSLMg9EI/AAAAAAAAAMo/RLtjvHj7650/s72-c/violetta_top.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Sogni, Visione e Utopia in “Altai”.</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/03/sogni-visione-e-utopia-in-altai.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Thu, 19 Aug 2010 07:01:37 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-8672539792048722361</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br&gt; &lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6H8Eh9D_tI/AAAAAAAAAMg/irz7XheHIq0/s1600-h/altai.jpeg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 309px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6H8Eh9D_tI/AAAAAAAAAMg/irz7XheHIq0/s400/altai.jpeg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5449914178859171538" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Altai&lt;/span&gt; è, come è noto, l’ultima fatica dell’autore collettivo noto come &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Wu Ming&lt;/span&gt;. Dell’opera si è già lungamente parlato e lo stesso blog che gli autori gli dedicano è ampiamente esaustivo di tanti aspetti non direttamente affrontati nel testo. Questa mia nota vuole affrontare l’opera sotto la cifra interpretativa del sogno. Questo è da intendere sia nel suo significato puramente onirico, che in quello di desiderio, utopia. Vorrei mostrare che – sulla scia della lettura di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ernst Bloch&lt;/span&gt;, delle sue interpretazioni del fenomeno degli anabattisti e di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Thomas Muntzer&lt;/span&gt; (l’ambiente di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Q&lt;/span&gt;) e della sua speciale concezione dell’utopia – Wu Ming traccia un filo rosso tra il percorso di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;El Israel&lt;/span&gt;, il popolo eletto, ed il sogno come desiderio umano, che filtra da un inconscio, solo parzialmente nascosto da un velo trasparente di coscienza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cifra originaria, il motore di questo percorso carsico che percorre la storia delle dodici tribù di Beniamino attraverso la Storia maiuscola, è il sogno di Giuseppe. &lt;br /&gt;La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e dei suoi fratelli, è narrata in &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Genesi 37 – 50&lt;/span&gt;, ed è una delle più feconde espressioni della potenza narrativa del testo biblico. E’ assolutamente nota, in tutte le sue parti, nonostante la lettura del testo riveli ai più dettagli che nella vulgata normalmente diffusa spesso sono rimasti in secondo piano. &lt;br /&gt;Comunque non è l’esegesi biblica che interessa a Wu Ming, bensì il potenziale evocativo posseduto da questa narrazione nella storia del popolo d’Israele. &lt;br /&gt;Ciò che conta è che Giuseppe, grazie a dei sogni, e alla loro interpretazione, che lui è in grado di esercitare, ribalta i rapporti di forza, e non solo sul piano – lineare, militare – dei rapporti tra Ebrei ed Egiziani, ma anche quelli strettamente familiari, tra lui e i fratelli, il ruolo di Beniamino, il rapporto con il padre, la formazione delle dodici tribù. Tutto: la genesi stessa del popolo, dalla sua radice più profonda, i rapporti di fratellanza (quante volte infranti e ricomposti solo in queste prime pagine della Genesi, Caino e Abele, Giacobbe e Esaù) e di paternità (l’infanticidio di Isacco), fino alle questioni di politica internazionale. Tutto transita attraverso il sogno, la capacità profetica e la sua interpretazione. Lo sguardo sul futuro, transitando attraverso il nostro spazio interiore – l’inconscio prima individuale, poi collettivo - lancia la prospettiva di una nuova storia. &lt;br /&gt;Siamo ancora nella prima parte del testo quando viene citato per la prima volta il sogno: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;– Fu a causa dei suoi sogni che i fratelli vendettero Giuseppe agli ismaeliti, – commentò Dana. La frase mi colpì. Le somiglianze tra Giuseppe e Giuseppe Nasi mi apparvero evidenti. Entrambi si erano accattivati i favori di un sovrano straniero. Avevano ottenuto incarichi di governo, titoli nobiliari, enormi ricchezze. Ma non la fiducia dei familiari. Non subito, almeno, e non senza fatica.&lt;/span&gt;  [pg. 96]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Concetto che viene ripetuto poche pagine dopo &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Era stata Dana a ricordarmi la storia di Giuseppe invidiato dai fratelli a causa dei suoi sogni, e da essi venduto ai mercanti &lt;/span&gt;. [pg. 131]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin dall’inizio quindi &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Giuseppe Nasi &lt;/span&gt;(Yossif Nasi, ebreo Sefardita sfuggito alla persecuzione del 1492 e rifugiato in Portogallo) viene paragonato al Giuseppe biblico, ed è chiaro il riferimento non solo ad un fondatore, ma a qualcuno che è in grado di sognare la storia, di interpretarle e di proiettarla nel futuro, attraverso un Utopia. Il soggetto invece – la prima persona, l’io narrante - è &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Manoel Cardoso&lt;/span&gt;, ebreo sefardita, pirata sulle coste dalmate, veneziano, traditore, e paradigma dell’umanità intera. Tutti noi siamo Manoel Cardoso, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Ich bin &lt;/span&gt;Manoel Cardoso, e tutti noi siamo &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Emanuele De Zante&lt;/span&gt;, ovvero l’uomo che vive la ragion pratica. Cardoso comprende il sogno di Nasi, e lo condivide, anche se con difficoltà e preoccupazione. Il suo problema è come realizzarlo, come identificare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione, e come definire le strategie per superarle, a costo di dimenticare il sogno stesso, nella dinamica materiale e – in fondo – ideologica, della conquista. Wu Ming non si lascia ingannare dalla natura estremamente umana di Cardoso, e ne evidenzia in modo impietoso il suo limite: Cardoso non è mai nel sogno, non è mai Yossif Nasi, rimane – potremmo dire – nella politica, contro la capacità proiettiva ed evocativa del suo alter ego. &lt;br /&gt;Dana lo capisce perfettamente, e così Ismail: entrambi capiscono e si affezionano alle qualità umane di Cardoso, ma percepiscono il suo essere – sostanzialmente – fuori dal sogno, mentre loro ricominciano da capo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Ismail&lt;/span&gt;, rappresenta invece un altro dei momenti nodali del percorso tracciato da Wu Ming. Ismail ha partecipato alla rivolta degli Anabattisti, in Germania. Questo è un dialogo tra Ismail e Manoel Cardoso:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;- Avete mai sentito parlare della città di Münster, in Westfalia? Io ero là, nell’anno del Signore 1534. E prima ancora ero con i contadini tedeschi insorti, alla battaglia di Frankenhausen. Münster. A quel nome si associavano storie di ogni tipo. Münster era una specie di bestemmia, il nome compendiava la follia del mondo.  Si diceva che gli eretici anabattisti vi avessero abolito ogni sacramento, ogni traccia della religione, dell’ordine umano e divino. Si diceva che a guidarli fosse il diavolo stesso, nelle mentite spoglie di un Nuovo Davide. Sembrava impossibile trovarsi davanti a un testimone di eventi così lontani. Quell’uomo proveniva da un altro mondo, di cui a Venezia avevo sentito evocare gli orrori. Mi riscossi e provai a riprendere il filo delle domande. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;– Volevate fondare il regno di Dio sulla terra, non è così?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tornò a guardare lontano, attratto dal buio, mentre le dita scivolavano al petto e frugavano sotto la camicia. &lt;br /&gt;– Volevamo giustizia. E una ragione per vivere e morire. Io ebbi la fortuna di uscirne vivo e di incontrare persone che mi spiegarono qualcosa del mondo. Qualcosa che non si trova scritto nella Bibbia o nel Corano, ma nei libri contabili.&lt;/span&gt; [pg. 225 – 226]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui il richiamo al filosofo Ernst Bloch diventa diretto, visto che suo è quel “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Thomas Muntzer teologo della rivoluzione&lt;/span&gt;” che nel 1921 rappresentò il primo ed illuminante momento di rilettura del movimento tedesco. La figura di Muntzer, il movimento degli Anabattisti e la battaglia di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Frankenhausen &lt;/span&gt;sono parte della narrazione di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Q&lt;/span&gt;, e si svolgono circa cinquant’anni prima di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Altai&lt;/span&gt; (infatti si dice che &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Altai&lt;/span&gt; si svolge quindici anni dopo l'epilogo di Q, ma la battaglia di Frankenhausen è del 1525 e la battaglia di Lepanto - conclusiva di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Altai &lt;/span&gt;- è del 1571). Il testo blochiano narra un’epifania di quello che lui definisce &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Geist der Utopie&lt;/span&gt;, Spirito dell’Utopia, e che molti anni dopo chiamerà &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Das Prinzip-Hoffnung &lt;/span&gt;, il Principio – Speranza. Nel mezzo esiste un terzo testo blochiano rilevante ai nostri fini, &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Tracce&lt;/span&gt;. Il filosofo tedesco, vede la storia non certo come una radura piana e lineare, bensì come un terreno difficile, con salite e discese, dove è importante capire gli oscuri destini che accompagnano gli uomini, i fili nascosti, le tracce – appunto – che uniscono elementi a volte apparentemente inconciliabili. Secondo Bloch l’Utopia, intesa come il pensiero che rivoluziona la vita, quel modo dell’essere che prende comunque le parti degli oppressi e dei deboli, ha nella storia un percorso &lt;span style="font-style:italic;"&gt;carsico&lt;/span&gt;, ovvero il suo è un apparire e scomparire, pur mantenendo però delle caratteristiche costanti. Quindi la lotta di &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Spartaco&lt;/span&gt; a Roma, quella di Muntzer, i moti del 1948, la comune parigina, sono tutti momenti in cui – come da una risorgiva – lo Spirito dell’Utopia – ricompare e si manifesta. La storia del popolo di Israele è impregnata di questa interpretazione della filosofia della storia, che infatti troverà in &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Rosenzwaig &lt;/span&gt;e - in parte - in &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Benjamin &lt;/span&gt;dei discepoli del pensiero blochiano. Wu Ming si allinea totalmente a questo pensiero, ed il legame che lui costruisce, grazie ad Ismael, tra Frankenhausen, la presa di Famagosta e la battaglia di Lepanto, è perfettamente inseribile nella concezione blochiana. Difatti è evidente il desiderio di collegare in funzione critica Ismail con il movimento anabattista, al fine di voler proporre lo spirito di Yossif Nasi come alternativo rispetto agli Anabattisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;– Tu e io abbiamo sempre rischiato, – ribatté Nasi. – Ascoltami: chi meglio dei giudei, da sempre perseguitati, potrà accogliere i perseguitati di tutta Europa? Il regno di Cipro potrà dare asilo ai fuggiaschi, agli spiriti liberi, alle vittime dell’Inquisizione. Non importa quale sarà il loro credo, purché siano disposti a costruire la casa comune. Tolleranza e concordia saranno le fondamenta della Nuova Sion.&lt;br /&gt;– Io nella Nuova Sion ci sono stato, – replicò Ismail. – Ho visto all’opera i profeti del Regno.&lt;br /&gt;– Mi stai paragonando a loro? Ai pazzi di Münster? &lt;br /&gt;Nasi scacciò quell’idea con un gesto brusco. Un gabbiano si spaventò e spiccò il volo andandosi a posare poco più in là.&lt;br /&gt;– Non a loro, – rispose Ismail. – Al me stesso di quei giorni.&lt;br /&gt;– Oggi viviamo un altro tempo, – disse Nasi, – e io non cerco l’apocalisse. &lt;/span&gt;[pg 313-314]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nasi vuole distinguersi: il suo sogno non è la giustizia sociale. Nasi vuole un regno. Il Regno: ovvero la Terra Promessa, la realizzazione dei sogni. Nasi costruisce un progetto grandioso, che coinvolge l’intera diplomazia europea, muove eserciti e popoli. E’ un grande condottiero, un momento cardine, intorno a cui ruotano trame, ideali e percorsi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due sogni quindi, il Sogno di Giuseppe, l’&lt;span style="font-style:italic;"&gt;alpha &lt;/span&gt;di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;El Israel&lt;/span&gt;, ed il sogno di Yossif Nasi, che vuole essere l’&lt;span style="font-style:italic;"&gt;omega&lt;/span&gt;, la consacrazione del Regno in terra.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Tra questi due momenti si pone un uomo, che fin dall’inizio è un imputato, oltre che un uomo. Manoel Cardoso compie un percorso attraverso l’opera, che non è un cammino di redenzione: era e resta un traditore. Però è un percorso di riappropriazione: Cardoso ha rinnegato le sue origini (il suo sogno era non essere più un giudeo), è fuggitivo dalla sua patria d’adozione, ha abbandonato colui che gli ha fatto da padre, per avere in cambio un ruolo di controllo. Ora tutto ciò deve convergere per Manoel Cardoso, ed il suo cammino è ben mostrato dalla parabola della lepre. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;[parla Ismail] &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani. &lt;br /&gt;Mi parve di capire dove voleva arrivare, e cercai di seppellirlo sotto l’autorità di un testo famoso. Il Consigliere ne pretendeva la conoscenza a menadito da parte di ogni sottoposto. &lt;br /&gt;– Machiavelli ha scritto che bisogna guardare il fine, non i mezzi.&lt;br /&gt;– Sì, anche Yossef me lo ha ripetuto spesso –. Chiuse gli occhi e si sistemò sul fianco. – Con gli anni, ho invece imparato che i mezzi cambiano il fine.&lt;br /&gt;Mi augurò un buon riposo.&lt;/span&gt; [pg. 228]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In queste poche righe la vita intera di Manoel Cardoso, l’uomo della vita pratica, viene smontata. Avrai anche ottenuto poteri ed onori, libertà e diritti, ma lo hai fatto con mezzi non idonei, gli dice Ismail, ottenendo così “una libertà da cani”. Cardoso non comprende. Impiegherà il resto della sua vita a meditare su questa frase. Difatti, sarà solo chiuso in una fetida cella, ormai prossimo alla fine, che riuscirà, incontrando la sua nemesi, il suo mentore, a dirgli: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;- Ci sono uomini che farebbero qualunque cosa per catturare una lepre. […]&lt;br /&gt;- Uomini come voi, – continuo. – Come me un tempo. &lt;br /&gt;Ora credete di avere avuto successo, e non vi accorgete di stringere in mano una carcassa spolpata dagli stessi cani che avete sguinzagliato –. &lt;br /&gt;Lo guardo negli occhi per l’ultima volta. &lt;br /&gt;     - Tenetevi stretto questo cencio. Perché è tutto ciò che vi resta. &lt;/span&gt;[pg. 402]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cardoso l’uomo, Cardoso la lepre in eterna fuga, Cardoso il giudeo, anch’esso in eterna fuga, Cardoso pedina di un gioco molto più vasto di lui, ma che infine comprende. &lt;br /&gt;Non ho potuto non pensare alla stella di David che sventolava sulle case del ghetto di Varsavia, durante la rivolta del ’44, mentre la Wermacht bombardava indiscriminatamente uomini donne e bambini. In quelle bandiere si poteva scrivere il sogno di Giuseppe, il sogno di un popolo che – fin dalla notte dei tempi – sa di avere Dio dalla sua parte, comunque.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Wu Ming riprende ed affronta il tema della visione profetica nella sezione più densa del testo, l’&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Interludio &lt;/span&gt;[pg. 289- 298]. Non lo trascrivo integralmente e ne rimando alla lettura, è però determinante affrontare alcuni elementi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’inizio del brano Ismail cade in delirio. Non è la prima volta: gli era già capitato. La febbre – ovvero la capacità divinatoria, il dono / condanna, era stato la causa del suo ritardo a Tiberiade, dove Beatrice / Gracia lo attendeva inutilmente. Beatrice muore, senza poterlo rivedere, ed Ismail cerca di inseguire la visione della sua amata scomparsa. Ancora una volta, come uno sciamano,  viene colpito dalla febbre, che è comunque elemento classico di molti ambiti divinatori. Il febbricitante, colui che è colto dal delirio, è in grado di vedere il futuro, gode del dono della visione. E Ismail ha una sequenza di visioni, inserite in un ordine ben preciso, con un canone rigoroso. &lt;br /&gt;La prima visione riguarda un luogo, &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Elim&lt;/span&gt;, che è doppiamente importante, prima di tutto perché è il posto dove Ismail era già stato colto da questa febbre, e che gli impedisce di arrivare a Tiberiade, inoltre è il luogo dove gli Israeliti, stremati dalla traversata del Sinai, vengono donati da Dio della manna dal cielo. La discesa della manna è chiaramente un segno della solidità e della permanenza del patto tra &lt;span style="font-style:italic;"&gt;El Israel &lt;/span&gt;e il suo Dio, così come la febbre divinatoria di Ismail segna l’inizio di un dramma, quello di Yossif Nasi, affidatole da Gracia, che oggi, ancora in un ambito divinatorio, si va a concludere. Tutto inizia e finisce nel sogno, tutto è visione. Tutto cresce solo sotto il volere di Dio, che ci dona la manna, e ci permette di continuare a sognare, e vivere. &lt;br /&gt;Ismail ripercorre in un percorso quasi cinematografico come dei flashback della sua esistenza, immortalando elementi altamente simbolici: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***  la decapitazione di un eretico;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***  la morte stessa di Beatrice (rappresentazione di un intensa drammaticità: vanitas vanitas, come nell’Ecclesiaste Wu Ming mostra l’impermanere dei sentimenti, anche dei più profondi: l’amata di Ismail ritorna cenere e terra, in un samsara ineluttabile); &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***   la stamperia, ed anche qui è necessario sottolineare un rimando: la grande biblioteca di Yossif Nasi, che da ai libri un valore immenso, stretto però tra religioni che in più di un occasione hanno distrutto biblioteche intere, ritenendo necessario un libro solo (Corano, Bibbia, o Vangelo che sia). I libri sono la parola del mondo – ci dice la visione di Ismail -  non la parola di Dio, che invece ci perviene attraverso altri canali, come la manna;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***   la battaglia di Frankehausen, dove l’esercito di ultimi raccolto da Muntzer e dagli anabattisti viene annientato in un bagno di sangue, in una gloriosa allegoria di morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure, nonostante una tale drammatica sequenza di visioni (o di ricordi, se si vuole, ma trasformati in allegoria), Ismail alla fine della battaglia sogna un arcobaleno, che come la manna, ancora una volta, dopo il diluvio, è la riconferma del patto. Il patto tra il popolo e Dio, il patto tra Ismail ed il mondo, il patto tra noi e la vita, il patto tra un uomo ed una donna.&lt;br /&gt;Io vivo: ho sete. &lt;br /&gt;La manna ci disseta, ed un arcobaleno ci unisce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo questo paragrafo totalmente divinatorio e profetico, Wu Ming conclude la narrazione nella terza ed ultima parte del romanzo. I giochi si compiono, i fili si tendono e alcuni si rompono. Il sogno si sgretola: Cipro non sarà mai il Regno in terra, la Terra Promessa realizzata, ed ognuno dei personaggi di questa epopea chiude in modo più o meno definitivo un ciclo nella sua vita. &lt;br /&gt;Solo Ismail rimane a guardia del sogno, pur non dimenticando mai le sue pistole, continua la visione, che si traslittera totalmente nella realtà, quasi in un miraggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Cinque sagome procedono allineate in groppa ai dromedari. In testa alla piccola carovana c’è una giovane donna, che la conduce verso le prime case. La seguono un arabo con una lunga scimitarra e un ragazzo dal volto glabro, quasi infantile. Aggrappato alla sua schiena c’è un bambino, gli occhi grandi e curiosi. Il vecchio chiude la fila. C’è un movimento in mezzo all’abitato, una torma di bambini esce da chissà dove e attornia i viandanti con schiamazzi e risate. Escono le donne e gli uomini, persino i più anziani. Quando il vecchio scende dalla cavalcatura, tutti si stringono intorno a lui, ringraziando Dio, Colui che riunisce, di averlo ricondotto a casa.&lt;/span&gt; [pg. 410]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa visione è l’immagine ultima che ci manda Yossif Nasi. Una visione che appare di riunificazione. Dopo la grande divisione, la guerra, dopo la morte, la febbre e la caduta, grazie alla manna ed all’arcobaleno, ovvero grazie alla ricostituzione del patto, tutto si ricongiunge, e gli uomini tornano a casa. Tutto ciò è sicuramente presente, e Wu Ming lo rivendica. Ma in realtà va molto oltre. Ulisse torna a casa, non Achille: esiste un valore dell’abitare, del vivere insieme che è costante non solo in Altai ma nell’intera opera di Wu Ming. E’ un qualcosa che è molto legato al senso dell’amicizia, e che certamente si lega anche al processo di dissoluzione dell’identità. Noi esistiamo solo insieme agli altri: da soli siamo morti. Manoel Cardoso ne è la controprova più trasparente, non essendo stato capace di vivere l’amore di Dana. Il piccolo greco di Famagosta è vivo solo perché qualcuno lo ha amato, e questo amore si rispecchia e si riconosce nella libertà del falco, l' Altai, mosaico di un tassello naturale, dove ognuno si dissolve e tutti si riconoscono. Ringraziando Dio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicata sul Blog di &lt;a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai/?p=770"&gt;Altai &lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-8672539792048722361?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-19T16:01:37.791+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S6H8Eh9D_tI/AAAAAAAAAMg/irz7XheHIq0/s72-c/altai.jpeg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">2</thr:total></item><item><title>Inner Space # 5</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/03/inner-space-5.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Sat, 06 Mar 2010 17:46:04 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-3766576388102936443</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come la pelle al vento gelido, &lt;br /&gt;così la corteccia si apre, &lt;br /&gt;in sottili fessure, li &lt;br /&gt;dove il ramo inclina, stretto, &lt;br /&gt;verso il terreno. Nell’ombra&lt;br /&gt;muschi licheni e felci &lt;br /&gt;abitano un luogo quieto. &lt;br /&gt;Solo poco distante, in un fosso&lt;br /&gt;il vento mulina e scompiglia, &lt;br /&gt;portandomi via il senno, &lt;br /&gt;e lasciandomi così, pazzo &lt;br /&gt;e affamato d’amore, &lt;br /&gt;ai piedi del tiglio, &lt;br /&gt;che ride, con il vento tra i rami.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-3766576388102936443?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-03-07T02:46:04.742+01:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Precariato e scuola</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/03/precariato-e-scuola.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 05 Mar 2010 04:11:46 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-4725454216007510007</guid><description>&lt;br&gt;Per una volta non una recensione, ma una riflessione sul tema della precarietà lavorativa, espressamente indirizzata alla questione del precariato cognitivo, e quindi dei lavoratori della scuola. &lt;br /&gt;Il testo è uscito sul blog di &lt;a href="http://precariementi.splinder.com/#"&gt;Precarie Menti&lt;/a&gt;, che ringrazio per l'ospitalità &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S5Dz_l3j-YI/AAAAAAAAAMY/ECiI_R9jwKw/s1600-h/precarie.jpg"&gt;&lt;img style="float:center; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 400px; height: 325px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S5Dz_l3j-YI/AAAAAAAAAMY/ECiI_R9jwKw/s400/precarie.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5445120223313394050" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente chi mi legge sa bene che io non sono né insegnante né precario. Non posso esimermi però, in ogni ruolo che mi rappresenta come essere umano, e quindi come compagno, padre, cittadino, intellettuale e sindacalista, di condividere pienamente la questione scolastica e quella – che le è strettamente legata – del precariato. Come altri hanno già detto e ripetuto in altri ambiti, la questione della continuità didattica è il vero perno del sistema, minato e scientemente disarticolato dalla precarizzazione radicale del corpo docente. La questione della precarietà deve proceduralmente essere scissa da ogni aspetto esistenziale o etico. Non posso non riconoscere che esiste una problematica di riconoscimento generazionale intorno alla questione, ma vedo questo aspetto molto più affine a temi come la crisi delle ideologie, piuttosto che alla precarizzazione del lavoro salariato. Storicamente altre generazioni sono state perfettamente in grado di ribadire il loro peso sociale, pagando un caro prezzo, in termini di vite e di storia. La modifica ‘de imperio’ dello stato di cose vigenti è fuori discussione, semplicemente perché lontana anni luce da ogni dinamica sociale, che oggi è più vicina a Groucho che a Karl Marx. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;continua su &lt;a href="http://precariementi.splinder.com/post/22348651/Precari"&gt;Precarie Menti&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-4725454216007510007?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-03-05T13:11:46.898+01:00</app:edited><media:thumbnail url="http://4.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S5Dz_l3j-YI/AAAAAAAAAMY/ECiI_R9jwKw/s72-c/precarie.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>שיר השירים</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/03/blog-post.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 20 Aug 2010 03:20:06 PDT</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-204306412515955170</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TG5V8F3hh2I/AAAAAAAAAPE/nD3AQqXccvE/s1600/brocca.bmp"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 398px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TG5V8F3hh2I/AAAAAAAAAPE/nD3AQqXccvE/s400/brocca.bmp" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5507433885176268642" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;la brocca appare come vuota&lt;br /&gt;l'acqua limpida e tersa&lt;br /&gt;che dovrebbe placare la sete&lt;br /&gt;si spreca nella terra sterile&lt;br /&gt;ed io, solo, senza di te&lt;br /&gt;posso solo scrivere, &lt;br /&gt;aridi versi inutili.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-204306412515955170?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-08-20T12:20:06.642+02:00</app:edited><media:thumbnail url="http://2.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/TG5V8F3hh2I/AAAAAAAAAPE/nD3AQqXccvE/s72-c/brocca.bmp" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>“Lo stagno delle Gambusie”: una parabola del nostro tempo</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/02/lo-stagno-delle-gambusie-una-parabola.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Fri, 26 Feb 2010 04:53:01 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-5837634356165359230</guid><description>&lt;br&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S4fBdmOB0NI/AAAAAAAAAMQ/oxKstIUoN2Y/s1600-h/gambusie.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;width: 200px; height: 300px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S4fBdmOB0NI/AAAAAAAAAMQ/oxKstIUoN2Y/s400/gambusie.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5442531388920287442" /&gt;&lt;/a&gt; E’ veramente complesso scrivere di un’opera come “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Lo stagno delle Gambusie&lt;/span&gt;” (Meridiano Zero, 2009) dell’esordiente padovano Enrico Unterholzner. La difficoltà non sta tanto nella laboriosità della trama, nell’essere arduo dell’argomento, nel linguaggio ardito, bensì nella sua anomalia, nel suo essere essenzialmente e radicalmente altro. Il libro si distingue infatti in modo totale da ciò che siamo abituati a leggere, dalla quotidiana letteratura italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Personalmente vedo i suoi precursori ideali in alcune forme narrative, ma ancora di più in alcuni singoli racconti. Penso a “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La Ronde&lt;/span&gt;” di Arthur Schnitzler, da cui il meraviglioso film di Max Ophuls, penso a certo Canetti minore, nei passaggi dei suoi infiniti appunti sul mondo, a Stefan Zweig, forse a Thomas Bernhard. “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Lo stagno delle Gambusie&lt;/span&gt;” però si rifà ad una tradizione in realtà molto più antica, quella della parabola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le parabole non sono mai state delle narrazioni simboliche, nel senso metaforico, bensì delle allegorie. Difatti attraverso la sequenza di eventi che occorrono ad uno o più individui si estrapola una norma od una regola generale, solitamente un principio etico. E’ fondamentale distinguere il procedimento dalla metafora perché la metafora prevede una similitudine tra le parti in causa, mentre l’allegoria non lo richiede. E’ l’autore del testo, della parabola, che assimila le parti, ma in modo arbitrario, creativo. Così accade a Geremia, il personaggio del romanzo.  Quella di Geremia è un’allegoria demiurgica, e difatti lui costruisce una rete di elementi che definiscono un mondo, un insieme di relazioni, di cui lui è il &lt;span style="font-style:italic;"&gt;deus ex machina&lt;/span&gt;, il motore immobile. Difatti lui stesso dice che “&lt;span style="font-style:italic;"&gt;gli dei non creano il mondo, lo immaginano&lt;/span&gt;“. Geremia, dio minuscolo, costruisce il suo mondo immaginario, ovviamente a sua immagine e somiglianza. La storia di Geremia difatti è una parabola perché ha una morale, che viene identificata nella sua &lt;span style="font-style:italic;"&gt;hybris &lt;/span&gt;tragica, che lo porta ad un destino ineluttabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un ulteriore elemento che identifica la vita di Geremia è l’estrema ritualità. Come in ogni religione anche nella vita di Geremia esiste una serie di comportamenti prestabiliti da cui non si può sfuggire, alcuni anche estremamente pericolosi, ovviamente secondo la sua visione. Tra questi si può ritrovare il passeggiare lungo certi viali particolari, incontrare una mamma, oppure la collega di ufficio. Eventi che possono cambiare in modo radicale la percezione del mondo di Geremia. Questo ad esempio succede in modo decisivo a causa di un elemento apparentemente insignificante: un pelo di gatto, che nella cosmologia allegorica di Geremia assume su di se una serie di collegamenti che lo porteranno fino alla drammatica conclusione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Lo stagno delle Gambusie&lt;/span&gt;” quindi è un libro che è fondamentale leggere - anche perché immagino abbiate percepito la difficoltà del critico nel presentarlo. Sicuramente può essere interpretato in molteplici modi, ed io ho accennato solo ad uno di questi. Penso però che se ognuno di noi fa suo il tentativo di aprirsi alla sensibilità particolare di Geremia, dovrebbe riuscire a coglierne la dolcezza, e la grande solitudine della sua vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pubblicata su &lt;a href="http://www.ilrecensore.com/wp2/2010/02/lo-stagno-delle-gambusie-una-parabola-del-nostro-tempo/"&gt;Il recensore&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-5837634356165359230?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-02-26T13:53:01.934+01:00</app:edited><media:thumbnail url="http://1.bp.blogspot.com/_gYLXu4rHVKQ/S4fBdmOB0NI/AAAAAAAAAMQ/oxKstIUoN2Y/s72-c/gambusie.jpg" height="72" width="72" /><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Inner space #4</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/02/inner-space-4.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Sat, 13 Feb 2010 23:52:28 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-3631829036185853306</guid><description>&lt;br&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;gelidi calci nelle ossa&lt;br /&gt;respiri rappresi &lt;br /&gt;guardarsi e riguardarsi&lt;br /&gt;ascoltando domande &lt;br /&gt;che rimangono senza risposte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;sbuffi di tramontana &lt;br /&gt;scendono verso il mare&lt;br /&gt;Venezia oscilla tra le onde&lt;br /&gt;di un mare troppo interno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;perchè il vento non riempie le vele?&lt;br /&gt;perchè il mare non ci porta via, &lt;br /&gt;              lontano da queste secche?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;l'aria limpida e tersa del mare aperto&lt;br /&gt;l'inverno secco, senza nostalgie&lt;br /&gt;senza nulla da perdere, se non tutto&lt;br /&gt;(i sogni, sconfitti, fuggono)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-3631829036185853306?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-02-14T08:52:28.841+01:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><item><title>Uno spin off di "Jungle's Book" di Ruyard Kipling (con la complicità di Walt Disney)</title><link>http://laperladilabuan.blogspot.com/2010/02/uno-spin-off-di-jungles-book-di-ruyard.html</link><author>noreply@blogger.com (Luca)</author><pubDate>Wed, 10 Feb 2010 14:42:39 PST</pubDate><guid isPermaLink="false">tag:blogger.com,1999:blog-8016604309795632735.post-1309145437888924535</guid><description>&lt;br&gt;Madre Ganga scorreva ai miei piedi, davanti ai &lt;span style="font-style:italic;"&gt;gath &lt;/span&gt;di Benares. Sono arrivato qui solo da pochi giorni. Mi chiamo Mowgli, e vivo in un piccolo villaggio del Bengala, molto lontano da qui. Ho impiegato più di due mesi, a piedi, per arrivare qui, a Benares. Ormai sono vecchio, e camminare è faticoso.&lt;br /&gt;Ho lasciato il mio villaggio, mia moglie ed i miei figli per raggiungere questa città. Ho seguito l'istinto, come un faro nella nebbia. &lt;br /&gt;Sorrido all'idea di un viaggio iniziatico, sono un uomo semplice, forse si tratta solo di dare tempo al tempo, e di aspettare che tutto maturi. &lt;br /&gt;Benares è intatta, un grande mercato dove gli uomini si incontrano e si mostrano.&lt;br /&gt;Un posto fuori dal tempo, dove Madre Ganga veglia sui suoi abitanti. &lt;br /&gt;Guardo l'acqua che scorre ai miei piedi, e sento nel cuore la stretta di una lontana nostalgia. Rivivo i momenti della mia seconda nascita, quella come cucciolo d'uomo, quando ho abbandonato la foresta per raggiungere il villaggio degli uomini, e una nuova vita. &lt;br /&gt;Fin dall'inizio - ricordo, nei primi giorni, spaesato e ignaro - colsi il lato più importante dela loro vita: lo scorrere del tempo. Nella foresta - come qui a Benares - non esiste. Tutto è fermo.&lt;br /&gt;Bagheera, Baloo, Kaa, Raksha, mia madre di tana, la stessa Shere Khan, non conoscono quest'oggetto degli uomini, e nella loro vita di tutti i giorni non hanno ambizioni, desideri, progetti. Loro sanno qual'è il loro posto, ed il posto giusto di ogni cosa, perchè questo è l'ordine di Madre Ganga. Così, qui a Benares, ogni cosa è - a suo modo - eterna. &lt;br /&gt;Penso a mio padre, il lupo, a come ha dedicato ogni stilla delle sue energie a proteggermi. Eppure, anche se sopraffatto dal dolore, quando il clan ha deciso che dovevo raggiungere il villaggio degli uomini ha accettato senza esitazioni. &lt;br /&gt;Anche Bagheera non si è mai voltato indietro.&lt;br /&gt;Solo Baloo, l'umano della foresta, l'orso che ogni cucciolo d'uomo tiene con se la notte, anima affine, solo lui non voleva lasciarmi, sentiva la mia mancanza, non accettava la rinuncia, la separazione. &lt;br /&gt;Ancor'oggi nella foresta ci incontriamo, ci abbracciamo ed andiamo insieme a caccia di scimmie, come quella volta. &lt;br /&gt;Cammino lungo i &lt;span style="font-style:italic;"&gt;gath&lt;/span&gt;, ed anche qui, nell'immobilità di Benares, il tempo semina i segni della sua presenza, tra bambini che corrono e vecchi che compiono le sacre abluzioni nel fiume. &lt;br /&gt;Nel villaggio quindi ho scoperto il tempo, e prima di tutto ho imparato che chi semina raccoglie, e poi ho imparato anche che se semini nel posto sbagliato e nella stagione sbagliata non raccogli nulla. Ho capito perciò che devi imparare, e ascoltare, e soprattutto cambiare: sempre, tutti i giorni. &lt;br /&gt;Ho scoperto che tutte le persone sono diverse. &lt;br /&gt;Non solo: ho scoperto che ogni persona è ogni giorno diversa, in modi imprevedibili e non sempre piacevoli. &lt;br /&gt;Ho scoperto anche che gli uomini costruiscono, ed i grandi templi che si specchiano qui, nelle acque di Madre Ganga, me lo ricordano. Gli uomini costruiscono per il domani: ovvero inventano il futuro. Ed è per questo che sono sempre diversi. &lt;br /&gt;Ricordo i miei figli bambini. Ricordo come erano sensibili ad ogni piccola attenzione, o alla sua mancanza. In quei momenti ho visto le cose davvero importanti: quelle per cui è valsa la pena lasciare la foresta. &lt;br /&gt;Altrimenti, perchè stare nel tempo? &lt;br /&gt;Lo senti, che cè qualcuno per cui ciò che fai, ciò che dici e ciò che sei sono qualcosa di veramente importante, senza esitazione alcuna, senza riflettere.&lt;br /&gt;Gli uomini infatti non inventano solo oggetti, non progettano solo il lavoro, soprattutto inventano le vita, e si aiutano, l'uno con l'altro, e costruiscono, con quel mattone che si chiama amore, e quella calce che si chiama attenzione. &lt;br /&gt;Nessuno sa quanto queste costruzioni posono essere solide: a volte resistono al più forte dei monsoni, altre scompaiono con il primo venticello primaverile. &lt;br /&gt;Madre Ganga sorride bonaria, un po sorniona, su questi miei pensieri, come se mi prendesse un pò in giro. &lt;br /&gt;Nel mentre, il mio piede scosta la cenere ancora calda di una pira funeraria. Ormai sto invecchiando anch'io, e forse in realtà sono venuto qui perchè Madre Ganga mi vuole con se. Qui, nel posto più simile a quella foresta dove sono nato, che Benares è la foresta degli uomini.&lt;br /&gt;Il fumo delle pire mi avvolge, mentre mi allontano dai &lt;span style="font-style:italic;"&gt;gath&lt;/span&gt;, e penso che - sperando che Madre Ganga sia d'accordo - ho intenzione di restare ancora a lungo in questa terra faticosa ma fertile. &lt;br /&gt;I miei figli ormai sono grandi, ma sento in me una grande energia, e l'immagine di mia moglie poco più che bambina, mentre raccoglie l'acqua al fiume, riscalda ancora in me il desiderio. &lt;br /&gt;Ecco, questa è la vita: la foresta, il fiume ed il villaggio. Non serve nulla di più.&lt;br /&gt;Ma ecco che al'improvviso, di fronte a me, un &lt;span style="font-style:italic;"&gt;sadhu &lt;/span&gt;si innalza in piedi, preso dal sacro vervore di una discussione su  - non ricordo nemmeno più - qualche disputa teologica con un gruppo di &lt;span style="font-style:italic;"&gt;brahamini&lt;/span&gt;, altrettanto agguerriti. &lt;br /&gt;Li guardo, mentre si infervorano nel dibattito, ciechi e sordi, ed altrettanto d'improvviso mi viene solo da ridere, di cuore, vedendoli nel mio animo come una ciurma di scimmie urlatrici della foresta !&lt;br /&gt;Madre Ganga ride con me, e così continuiamo il nostro dialogo sugli uomini ed il mondo, mentre, lentamente, camminiamo affiancati, in questo tramonto da favola sui &lt;span style="font-style:italic;"&gt;gath &lt;/span&gt;di Benares. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8016604309795632735-1309145437888924535?l=laperladilabuan.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</description><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-02-10T23:42:39.662+01:00</app:edited><thr:total xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0">0</thr:total></item><media:rating>nonadult</media:rating></channel></rss>

