Blog Notes (feed rss) http://www.bookcafe.net/blog/ weblog di Giuseppe Granieri it Giuseppe Granieri Cold Fusion MX g.granieri[AT]bookcafe.net g.granieri[AT]bookcafe.net Incoraggiare l'errore Non è un argomento nuovo. Lo conosciamo dalla saggezza popolare («Sbagliando si impara») e da svariate citazioni colte («Se non provi, non sbagli. Ma non c'è problema. Riprova. Sbaglia ancora, sbaglia meglio», Samuel Beckett).
In certe aree avanzate della nostra cultura di innovazione, è diventato un mantra.
Nella Silicon Valley, ad esempio, è un grande principio di base (e Google -tra tutti- lo applica metodicamente come logica di sistema). È uno degli strumenti per venire a capo della velocità e della complessità dei tempi moderni.
Ma nella mentalità diffusa l'errore è visto come qualcosa da evitare. Qualcosa che non solo non dobbiamo considerare un elemento strutturale del nostro lavoro ma che -anzi- non dobbiamo consentirci. Qualcosa che si scontra in maniera forte con la nostra percezione psicologica e che mette in crisi il modo in cui pensiamo a noi stessi.
Eppure l'errore è uno dei principali carburanti dell'innovazione. Così, se hai voglia di farci una riflessione, David Armano commenta l'opinione di Richard Edelman.
«Richard dice quello che tutti i dipendenti vorrebbero ascoltare», scrive David. «Come amministratore delegato, crede che la cosa migliore da fare sia incoraggiare una cultura in cui l'errore non è evitato, ma abbracciato come parte del processo di innovazione».
David Armano, Permission To Fail.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1509 10 02 2012 12:00:00 GMT
Perché i robot hanno bisogno di uno psicologo Si discute molto, da anni, sulla «competizione» tra umani e computer, e si fanno un sacco di previsioni sul momento in cui l'intelligenza artificiale raggiungerà (o supererà) il cervello che l'evoluzione ha dato in un tempo lunghissimo a noi bipedi.
È un tema da scenario di fantascienza, al momento. Ma per alcuni settori della scienza, quella fatta di metodo e non di fantasia, è semplicemente un «problema di lavoro»
Se ti appassioni a queste cose, Andrea Kuszewski ha scritto un paio di lunghi articoli che propongono punti di vista interessanti. Il primo si intitola: I, Robopsychologist, Part 1: Why Robots Need Psychologists.
Il secondo, invece, va dritto al punto: I, Robopsychologist, Part 2: Where Human Brains Far Surpass Computers

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1508 10 02 2012 12:00:00 GMT
La pirateria è un fattore di sistema La mia posizione probabilmente la conosci già, perché la ripeto spesso. Se guardi le cose dal punto di vista del digitale (e non da quello del XX secolo), la pirateria è un fattore di sistema. È parte della natura intrinseca dei beni digitali e non trova una collocazione nella logica con cui siamo abituati a far funzionare il mercato.
Quindi, se devo scommettere la mia solita birra parlando del futuro, io credo che la soluzione non sia combatterla (cosa che assomiglierebbe a remare con un fiammifero) quanto capirla e cercare di immaginare un sistema -per l'intera industria culturale- che ridisegni valore e remunerazioni in modo coerente con il digitale.
Non va combattuta la pirateria (e magari va chiamata anche in un altro modo): vanno aggiornate alla modernità le regole e le categorie interpretative.
Ma la mia posizione personale non è poi tanto interessante. Sono interessanti invece un po' di ragionamenti che si stanno leggendo in questi giorni. A partire dallo scenario che racconta le nuove dinamiche, con l'idea -tutta contemporanea- dello sharing.
«Non condividiamo perché siamo pazzi, cattivi o ubriachi», scrive Jeff Jarvis. «Condividiamo perché, alla fine, la tecnologia ci consente di farlo e noi ne traiamo benefici».
È un punto importante, perché quando la tecnologia abilita la gente a far qualcosa di utile, la gente lo fa. Poi -abbiamo visto- ai sistemi e alle leggi tocca il compito di seguire le prassi e aggiornarsi. Cosa che richiede molto più tempo rispetto alla velocità di innovazione tecnologica, perché i sistemi complessi sono più lenti a reagire e vivono dei conflitti tra i portatori di interesse.
C'è poco da fare: abitiamo una cultura che aggiorna le sue regole con molta più lentezza rispetto alle nuove pratiche che adottiamo. Ma il pezzo di Jarvis va letto tutto: Economist debate on sharing.
Kim Davis, poi, tocca un punto importante, sulla strategia. «I pirati ci saranno sempre», dice. «Ma noi possiamo convincere il nostro pubblico a comprare i nostri contenuti in modo legittimo». La chiave è il prezzo (equo) e la facilità di accesso. Se sei uno che usa i DRM dovrebbero fischiarti le orecchie.
Il pezzo si intitola: Living With Piracy.
Infine, in italiano, le belle menti del Post ricapitolano un altro po' di opinioni: Ancora su diritto d'autore e pirateria.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1507 09 02 2012 12:00:00 GMT
Il magico mondo di Twitter Twitter è uno dei social network più semplici come concetto (quello che ci puoi fare alla fine è mandare messaggi di 140 caratteri), ma probabilmente anche il più difficile da capire.
Si è evoluto molto negli anni e per essere usato bene richiede diverse competenze: per un singolo tweet serve un sacco di literacy.
Poi negli ultimi mesi, in italia, sono approdati su Twitter -buoni ultimi- molti personaggi noti dei media tradizionali. Se ascolti la radio ormai è diventato popolare quanto le «pagine Facebook» in tutte le trasmissioni. Spesso nei servizi di cronaca in Tv appaiono screenshot di tweet mandati in diretta. Eccetera, eccetera.
Se ne scrive sempre di più. Ovviamente partendo dall'addiction: appena una cosa diventa popolare c'è subito qualcuno che lancia l'allarme sulla dipendenza. È successo con tutte le nuove tecnologie che ci danno gratificazioni o vantaggi pratici, dai telefoni cellulari ai videogiochi. Stranamente nessuno ne parla a proposito del calcio, forse perché non usa silicio.
Ma, come racconta bene l'Atlantic, bisogna ricordare che usare la tecnologia per diventare più intelligenti è una componente essenziale della natura umana: Why Cognitive Enhancement Is in Your Future (and Your Past).
Così, tra un allarme e l'altro, a quanto sembra resistere a Twitter è più difficile che resistere a sigarette o alcool (la notizia è vecchia ma il commento è recente: Addicted to Twitter? Heres the Science!).
Poi c'è la faccenda dei ragazzi e dei giovani. Siamo tutti preoccupati -pare- per la loro educazione e in questi giorni si leggono titoli curiosi: Teens join Twitter to escape parents on Facebook: survey. Oppure: Teens slowly migrating to Twitter.
Anche qui, come dice Giovanni, forse serve un po' di prudenza nelle analisi.
Ma ci sono letture interessanti in giro anche su aspetti più vicini alla literacy e ad una comprensione più generale. La Technology Review del MIT racconta di come alcuni studiosi abbiano identificato i processi che portano alla diffusione delle notizie su Twitter. Vale la lettura, soprattutto per i giornalisti: How to Predict the Spread of News on Twitter.
Il Telegraph, poi, ci regala le nove regole d'oro per usare Twitter: la mia preferita è la sette.
E infine un ponderoso pezzo della London School of Economics, il cui titolo dice tutto: Can't tweet or won't tweet? What are the reasons behind low adoption of web 2.0 tools by researchers?.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1506 08 02 2012 12:00:00 GMT
Quante mazzate, Jonathan Sta diventando un vero e proprio genere letterario. Si prende una posizione radicalmente di retroguardia e si alimenta con argomentazioni controcorrente in modo da farla diventare notiziabile. Poi il battage dei media e della rete fa il resto.
Uno degli ultimi maestri (ma forse il più grande e talentuoso di tutti) è Nicholas Carr. In ogni caso, in questi giorni ha dominato la scena lo scrittore Jonathan Franzen, che è riuscito a prenderle da chiunque. In modo anche sonoro.
Non che sia un problema, in fondo l'obiettivo probabile non era salvare il mondo dalla rete quanto farsi pubblicità. Però, ecco, alla fine tante mazzate.
Si possono leggere centinaia di articoli e post, dal Guardian (Jonathan Franzen is wrong: the digital age is making us smarter) a Carl Zimmer (Ebooks: More Boon to Literacy Than Threat to Democracy).
Ma il titolo più definitivo è quello di NPR: No More E-Books Vs. Print Books Arguments, OK?

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1505 06 02 2012 12:00:00 GMT
Perché le cose cambiano Quando parliamo di settore ad alta innovazione (ma non vale solo per l'editoria, si può estendere a tutto il mondo dei media e dell'industria culturale) stiamo raccontando l'effetto di Internet sulla nostra cultura.
L'innovazione è un processo complesso che non si esaurisce affatto con la messa a punto di un'idea. Piuttosto ha molto a che fare con la capacità di una buona realizzazione, con l'assenza di vincoli e barriere per innovare e -soprattutto- con la capacità di far accettare il nuovo.
Così, se ci chiediamo perché le cose stanno cambiando tanto in fretta e spesso malgrado la volontà dei principali protagonisti, può essere utile un concetto di Lawrence Lessig. Non è un concetto nuovo per chi studia il digitale da anni, ma probabilmente fornisce una buona chiave per chi oggi vede il suo lavoro modificarsi ed è tentato dalle posizioni di retroguardia (che non funzionano più).
Il punto è che le cose cambiano perché Internet (e -più in generale- il digitale) facilita «l'innovazione senza permesso». La nostra cultura reticolare oggi ha gli strumenti per cui chiunque (tra quelli che ci provano e ne sono capaci) può introdurre innovazione nel sistema.
Ma Lessig lo spiega meglio: Without the 'permissionless innovation' enabled by the internet, Facebook would not have got off the ground. | via Antonio Santangelo.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1504 06 02 2012 12:00:00 GMT
Come sta cambiando il mondo dei media «Richard Florida ha coniato l'espressione "classe creativa"», scrive Joseph Puopolo, «ed è convinto che questi 30 o 40 milioni di persone finiranno per guidare lo sviluppo nel mondo postindustriale».
Già come attacco, l'idea di numeri così alti di «creatori di contenuto» (rispetto a quella tradizionale dei gatekeeper, dei media di massa e del XX secolo) rende bene l'aumento di scala che il digitale porta con sé. È un modo diverso di essere autori che ridisegna il concetto di autorialità lavorando anche su formati differenti da quelli tradizionali e su nuove leggi di distribuzione.
Ma l'intero articolo è interessante, con riflessioni che spaziano dai «paradigmi che vengono cambiati dalla nuova creazione di contenuti» fino all'evidenza secondo cui «man mano che emergono nuovi trend, il mondo si adegua a nuove regole». L'articolo è interessante e merita la lettura: The Emergence Of The Content Creation Class.
Come complemento può essere utile riflettere anche su un altro punto di vista. PaidContent pubblica un bel pezzo di Jeff Roberts che si intitola: Five Ways Twitter Is Changing Media Law

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1503 01 31 2012 12:00:00 GMT
Tra cinema, letteratura e multiplayer Sull'Espresso in edicola da oggi, c'è un mio lungo articolo che racconta le mie impressioni su Star Wars: The Old Republic, ma -più in generale- anche come si sta evolvendo il mondo dell'intrattenimento.
Avevo già condiviso degli appunti (qui e qui), ma ne trascrivo un pezzo per darti un'idea:
«Non è una scoperta recente. Diversi anni fa, in un libro intitolato Emotional Design, Donald Norman (che è stato anche Direttore dell'Istituto di Scienze Cognitive dell'Università della California) aveva scritto che ormai i videogiochi vengono progettati per le capacità cognitive e culturali dei trenta-quarantenni.
E, notava Norman, l'abitudine all'interazione, a essere parte della storia, spinge a un modello di partecipazione che gratifica moltissimo.
"Le trame si vanno facendo sempre più complesse e realistiche", scriveva, "le richieste al giocatore più riflessive e cognitive, meno viscerali e immediate".
La conclusione è ugualmente interessante: "Il risultato è che quando dei giocatori esperti di videogame guardano un film, avvertono la mancanza di tale controllo, sentendosi come bloccati ad assistere a una trama a senso unico". E i numeri confermano una tendenza solida. Da diversi anni il mercato dei videogiochi fattura più di Hollywood. Ma, come scriveva nel 2009 Tom Chatfield sul Guardian, "non è solo il denaro a rendere importante l'industria dei videogame. La metafora può sembrare azzardata, ma c'é più di qualche elemento elisabettiano nella fase che stiamo vivendo con i videogiochi: una forte coincidenza tra gusti del pubblico ed eccellenza in un medium ancora giovanissimo ma che sta crescendo in fretta"».
L'Espresso, Oltre il Game, non online.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1502 01 27 2012 12:00:00 GMT
Cose su cui dovremmo riflettere anche in Italia Internazionale pubblica un bell'articolo di Paul Graham. Il pezzo riflette sulle startup, che sono il motore dell'innovazione e l'energia che spinge un Paese verso la crescita.
«Se date un'occhiata alla classifica delle città statunitensi in base alla popolazione, il numero pro capite delle startup di successo varia a seconda dell'ordine di grandezza. In un certo senso è come se la maggior parte dei posti negli Stati Uniti fosse ricoperta di veleno per startup», dice Graham.
E aggiunge: «Poi, un paio di settimane fa, ho capito. Mi facevo la domanda sbagliata. Il problema non è che la maggior parte dei posti uccide le startup: la verità è che ogni startup è destinata al fallimento e la maggior parte delle città non riesce a salvarle».
E da lì argomenta su quali siano i fattori (o alcuni dei fattori) che favoriscono la crescita delle nuove imprese. Buoni spunti per riflettere.
L'antidoto che salva le startup

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1501 01 26 2012 12:00:00 GMT
Facebookology Facebook è ormai oggetto di una letteratura sterminata, che si aggiorna di ora in ora. Ma c'è qualche link, curioso o serio, che vale la pena di condividere.
Il primo racconta di un esperimento fatto da Donnelly Curtis, un bibliotecario dell'Università del Nevada, che ha creato due finti account per due studenti del 1910. Il suo scopo era quello di rendere la storia locale più interessante e di raccontarla su strumenti moderni, con il linguaggio e i modi di oggi.
«Bisogna essere sempre aggiornati», racconta Curtis, «non è mica scritto sulla pietra che le biblioteche continueranno ad esistere. Se non saremo capaci di restare in contatto con la gente, non è detto che ci sia ancora un ruolo per noi». A me questa idea è piaciuta molto: The Future of History is on Facebook.
Poi, grazie a @lucatremolada, ho trovato questa piccola guida che può essere interessante per giornalisti, blogger e lettori: How Journalists Are Using Facebook Subscribe.
Infine, Neuroanthropology ha pubblicato un post che racconta un po' l'ideologia di Zuckerberg e ha un titolo che la dice tutta: Facebook as a Colonial Power?.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1500 01 26 2012 12:00:00 GMT
Il tuo nome sulla carta Janet Paskin, sulla Columbia Journalism Review si pone una domanda che sembra oziosa, ma non lo è.
«Perché», scrive, «se i media a stampa sono in declino sempre più avanzato, e se il futuro del giornalismo è online, i giornalisti amano vedere il proprio nome sulla carta?».
La percezione è ancora importante, nonostante la diffusione della stampa sia in calo costante e ormai sotto i limiti di guardia. Nella risposta che propone la Paskin, c'è un punto cruciale della trasformazione del giornalismo. Questa cosa durerà, sostiene, finché la carta pagherà di più. Ma non solo.
«Durerà», dice, «finché gli articoli saranno concepiti come blocchi di testo. Ma le cose cambieranno quando lo standard dell'informazione si aggiornerà e la notizia diventerà ancora più interattiva e sarà sempre più arricchita da infografiche, video, illustrazioni, e slide».
Il pezzo si intitola The Velvet Rope Why do journalists still care about seeing their name in print?.
Se hai tempo, sempre sulla Columbia Journalism Review c'è un altro articolo che vale i 5 minuti di lettura: How Sharing Disrupts Media.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1499 01 24 2012 12:00:00 GMT
Quello che il caso Kodak può insegnare all'industria culturale Deve esserci stato un momento in cui, nella sala riunioni della Kodak, qualcuno ha detto ai dirigenti qualcosa tipo: «Ehi, nel giro di pochissimi anni tutti avranno una fotocamera digitale in tasca, inserita anche nei telefoni da 30 euro».
La transizione verso il digitale stava iniziando e deve essere stato più o meno come quando, qui in Italia, al Salone del Libro del 2010 gli editori dicevano: «l'ebook arriverà tra vent'anni».
È un passaggio che ha toccato tutti i settori dell'industria culturale (dall'informazione alla musica) e che ancora vive di dialettiche fortissime tra chi innova cambiando le regole e chi viene da modelli di business analogici.
Ma il caso Kodak è molto interessante perché l'azienda non ha mai adottato politiche difensive e di retroguardia e godeva di un brand popolarissimo. Che tuttavia non l'ha tutelata e non le ha evitato la bancarotta.
Ci sarebbe molto da studiare e da riflettere, ma puoi partire dall'opinione di Al Ries (che propone un punto di vista meno scontato): Kodak Wasn't Slow to Digital; It Was the First One In.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1498 01 20 2012 12:00:00 GMT
Gioca. E fai giocare tuo figlio. Io appartengo alla prima generazione che é cresciuta con i videogiochi. Oddio, erano delle cose molto primitive, rispetto ad oggi, ma per noi è stata una bella avventura scoprirli.
All'inizio dell'adolescenza ho iniziato a giocare con Commodore 64, e per caricare il gioco dovevi mettere al metro preciso il nastro di una audiocassetta. Adesso è tutto diverso, roba da aprirti un mondo.
Per i genitori di oggi, specie ora che -come dicevamo- i videogame sono l'intrattenimento più evoluto, si pone spesso il problema di come regolarsi con i propri figli, che già piccini cominciano a giocare con iPad e altri aggeggi. La mia posizione, in breve, è che i videogame rappresentino una delle più complete sorgenti di stimoli. Ma puoi prescindere dal mio punto di vista.
È invece interessante leggere cosa dice Peter Gray, psicologo e studioso del tema. «I bambini di oggi», dice, «non sono danneggiati da troppo computer o da troppo tempo dietro uno schermo. Piuttosto patiscono il troppo controllo degli adulti e il fatto di non avere sufficiente libertà».
L'articolo è su Psychology Today (The Many Benefits, for Kids, of Playing Video Games) e ha un sottotitolo deciso: «Pensaci due volte prima di limitare ai bambini l'uso dei videgame». Puoi leggere anche l'interessante commento di Wired: No Limits to Computer Play.
Poi, puoi dare un'occhiata a questo riepilogo sullo stato degli studi sui videogame, che racconta di come ci «rendano più intelligenti», aiutandoci a sviluppare il pensiero critico, il problem solving e i processi di decision-making.
Here's How You'll Get Smarter By Playing Video Games.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1497 01 19 2012 12:00:00 GMT
Vecchie logiche per mondi nuovi L'allarme per il SOPA non è una cosa recente (qui ne avevamo parlato già a novembre) ma in questi giorni è finalmente esplosa la giusta attenzione.
Luca spiega perché non é una buona cosa, John Dupuis -che è un bibliotecario moderno- dice che è una cattiva idea e Salon racconta il blackout di ieri.
Ma se vuoi capire in sole due righe qual è il punto (o almeno uno dei punti), fidati di Tim O'Reilly: «uno dei maggiori problemi con SOPA e PIPA è che cercano di regolare il sistema in base alla logica della vecchia economia e non della nuova».
Mike Loukides, Putting money where our mouths are.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1496 01 19 2012 12:00:00 GMT
Come accogliamo l'innovazione Spesso quando ragioniamo su una nuova tecnologia (che sia l'ebook o l'ultima innovazione che ci interessa) siamo portati a mancare di prospettiva.
Guardiamo quello che si vede, ma trascuriamo di inserire quello che vediamo in un contesto più ampio. Oppure semplifichiamo partendo dal presupposto che la società adotti solo le migliori tecnologie (cosa non sempre vera: ci sono molti altri fattori che entrano in gioco).
L'adozione di nuove tecnologie da parte di una società è un processo complesso e assai ben codificato. Ma è sempre interessante leggere punti di vista diversi su come si realizza l'adozione.
Così, se hai voglia, puoi dedicare qualche minuto a questo godibile pezzo di Brian David Johnson, intitolato: The Four Stages of Introducing New Technologies.

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Media http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1495 01 18 2012 12:00:00 GMT