<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><rss xmlns:atom='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:blogger='http://schemas.google.com/blogger/2008' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0' version='2.0'><channel><atom:id>tag:blogger.com,1999:blog-7859273586449435367</atom:id><lastBuildDate>Sun, 30 Sep 2012 15:07:24 +0000</lastBuildDate><title>bundosuzuki * viva la evolución</title><description></description><link>http://bundosuzuki.blogspot.com/</link><managingEditor>noreply@blogger.com (Rob)</managingEditor><generator>Blogger</generator><openSearch:totalResults>4</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-7859273586449435367.post-6011965828467204771</guid><pubDate>Thu, 30 Aug 2012 14:20:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-08-30T16:20:07.302+02:00</atom:updated><title>Birkin</title><description>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;&lt;br /&gt;C’era questa ragazza sulla battigia, un po’ sovrappeso. Un po’ tanto sovrappeso. Per intenderci era un boiler con gli arti e la testa, uno di quei boiler oltre i 100 litri. Se ne stava, dicevamo, sulla battigia con il suo ragazzo e un’altra coppia. Aveva le unghie colorate una diversa dall’altra con colori messi a caso e senza alcun stile. Aveva lo shatush, un grosso tatuaggio di una farfalla su quel che restava della regione inguinale e un costume a fascia che, invano, cercava di contenere cotanta generosità ereditata da pastasciutta e Pringles alla cipolla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stava armeggiando una Birkin finta che un nero le voleva vendere. La girava, la apriva, la studiava. Poi, come una Kate Middleton di Torre Annunziata, si mise orgogliosa a sfilare sul lungomare. Decise di comprarla. E prosegui vantandosi che per soli 45 euro sembrava verissima e la gente avrebbe pensato che aveva speso migliaia di euro e potevano andare a Porto Cervo con quella che non avrebbe sfigurato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rividi: un paio di simil-Ugg mushroom sfondati, hot pants in jeans, maglietta verde fluo con collo larghissimo, spallina del reggiseno in vista, occhiali enormi, sigaretta in bocca e quella Birkin. Rossa. Sicuramente originale.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://bundosuzuki.blogspot.com/2012/08/birkin.html</link><author>noreply@blogger.com (Rob)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-7859273586449435367.post-7821242527561991365</guid><pubDate>Sun, 24 Oct 2010 22:32:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-03-05T01:34:55.814+01:00</atom:updated><title>La morale di Henry</title><description>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Linda&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Alle otto e trentadue  mise la firma sull’ultimo documento. Con la coda dell’occhio aveva  guardato l’orologio dell’ufficio consapevole dell’ora straordinaria. Era  esausta. La testa era già al pensiero di mettersi sotto la doccia una  volta a casa. Quel lavoro le piaceva ma odiava quando era costretta a  fare quegli orari. Le scarpe nuove le stringevano un poco i piedi e il  tailleur a quell’ora era diventato più che un uniforme da lavoro un peso  per la libertà dei movimenti.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Si alzò dalla sedia, infilò il cappotto Stella McCartney, prese la Balenciaga, spense la luce e si diresse verso l’ascensore.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Henry&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Noia.  L’unica parola che poteva descrivere il lavoro di Henry. Il suo compito  era quello di catalogare ed archiviare documenti. All’inizio gli era  sembrato un lavoro cucitogli addosso, maniaco com’era dell’ordine. Col  tempo, col mancare di novità, tutto ciò era divenuto particolarmente  tedioso.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Hermann&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Tirò la porta davanti a se.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Henry&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Quando  faceva quegli orari si odiava ma c’era ancora una montagna di documenti  da archiviare. Erano però le otto e quarantacinque. Si convinse che era  meglio andarsene a casa.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Linda&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Arrivata  al piano terra imboccò le scale che l’avrebbero portata al parcheggio.  Detestava quelle scale perché le signore delle pulizie non le pulivano,  mai. Col tempo s’era accumulata una polvere inattaccabile. La cose  peggiore per le sue nuove Jimmy Choo. Aprì la porta a maniglione del  parcheggio sotterraneo e l’aria fredda le colpì il viso. Hermann la  stava aspettando.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Hermann&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Chiusasi  la porta Hermann vide la figura di Linda per intero. Bellissima,  racchiusa in quel cappotto che le riproduceva appieno tutte le sue  forme. Hermann era al settimo cielo. Raggiunse Linda da dietro, le  circondò il collo con un braccio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Linda&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Il  braccio arrivò all’improvviso. Inaspettato. Le tappò la bocca. Forte.  La mano sapeva un odore conosciuto, sembrava gasolio. Un lampo. Non  capiva nulla, non capiva. Un furto? Che cazzo era? La sua testa fu  spinta attorno la spalla del tizio, forte, troppo forte. Non riusciva a  divincolarsi. Che cazzo era? Il tizio la trascinò sulle scale, su quelle  sporche scale. La voltò buttandola sugli scalini. Finalmente lo vide in  viso. Era brutto. E aveva capito cosa voleva da lei. Cominciò a  divincolarsi con tutta la forza che avesse mai avuto. Tutta. Ma il tizio  era terribilmente forte. E Linda arrivò alla fine, a quel punto, dopo  uno sforzo incredibile, in cui la forza ti manca completamente. Si  divincolava ancora quando il tizio le aprì a forza le gambe, le strappò i  bottoni del suo cappotto Stella McCartney che rimbalzarono sugli  scalini. Rimase colpita dal far caso a quel rumore di bottoni sugli  scalini. La camicia si aprì senza resistenza sotto quelle mani fatte da  gasolio. Il reggiseno era un appendice inutile. Sentì la mano fredda  strizzarle violentemente il seno. Senza grazia. Senza nessuna grazia.  Cominciò a piangere. Non riusciva a fare più nient’altro. Non poteva  sentirla nessuno lì sotto. Il tizio aveva già tutto pronto, si era già  sbottonato la patta. Sollevò la gonna che dalla foga si strappò. Senza  grazia. Le mutandine. Un’altra inutile appendice. Le tirò di lato, senza  grazia. Il pizzo si estese ma resistette allo sforzo. Il sesso di Linda  era lì. Linda urlò, sapeva che il dunque era arrivato. Urlò, urlò  piangendo. Il tizio la schiaffeggiò. Una volta, due volte, tre volte.  Fintantoché non smise di urlare. Il tizio non diceva niente, non apriva  bocca. Parlavano gli occhi. Troppo eccitati. Senza grazia. Il tizio le  infilò due dita dentro il sesso. Come un buco pensò Linda, un  normalissimo buco. Le tirava fuori e le rimetteva. Ripetutamente. Quelle  dita unte di gasolio dentro il sesso di Linda, la sua parte più intima,  mentre con l’altra mano continuava a strizzarle i seni. Senza grazia. A  un tratto tolse le dita e con le due mani allargò per bene il sesso,  per poterlo vedere bene. La sua carne più intima su quegli scalini così  sporchi, sotto le mani unte di quel tizio. Col corpo libero Linda fece  per alzarsi ma il tizio la prese per il collo con una mano e la spinse a  terra mentre con l’altra diresse il suo cazzo verso di lei. Lo infilò e  cominciò a muoversi dentro di lei. Linda non ci credeva, non poteva  essere vero. Non poteva. Il corpo del tizio si muoveva dentro di lei.  Una mano le fermava il collo, l’altra le strizzava i seni fino a ridurli  ad un inutile pezzo di carne. Senza grazia. Faceva male dentro di lei.  Il tizio spingeva sempre più forte, sempre di più. Forte, forte. I  movimenti la costringevano contro gli scalini. Il freddo del cemento. La  polvere. Lo sporco. Le lacrime. Il tizio era un inferno sopra di lei  che spingeva, spingeva. Poi si fermò di colpo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Henry&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Henry  chiuse la porta dell’ufficio a chiave e si incamminò verso il  parcheggio. Decise che quella sera avrebbe finito il lavoro a casa.  Controllò nella borsa del notebook se c’era tutto e chiamò l’ascensore.  Al piano terra si diresse verso la porta quando sentì delle urla. “Cazzo  è?” pensò. Le urla erano vicine, venivano dal parcheggio. Urla di  donna. Di chi mai potevano essere? Ma, soprattutto, perché? Era lì, con  la mano sopra il maniglione e la borsa in spalla. Secondi interminabili.  E quella era l’unica via d’uscita. Secondi interminabili. Che fare?  Henry aprì una fessura. La luce illuminava la tromba delle scale. Non  capiva, non riusciva a capire chi urlasse. Poi, con la coda dell’occhio  vide. Un tizio sopra una donna. La donna con le gambe aperte. “Che cazzo  è?” pensò. Uno stupro. Uno stupro. Che fare? Henry, Henry, una vita  passata a catalogare documenti e adesso ti trovi davanti ad uno stupro.  Se tu fossi andato via prima Henry, pensò. Tutto questo in pochi,  interminabili secondi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Hermann&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Era  il paradiso e lui il diavolo. Non poteva dare un’interpretazione  migliore il buon vecchio Hermann di sé stesso. Le sue mani avevano il  potere. Il suo cazzo il dominio. Lui era il re. Spingeva dentro il corpo  di quella donna che nemmeno sapeva chi fosse. Però era carina. Aveva i  capelli neri, un viso pulito. Poteva essere sui trentacinque pensò  mentre le infilava il cazzo sempre più forte. Sotto la sua mano il seno  si contorceva e prendeva le pieghe del suo palmo. Sorrise pensando che  poteva essere come uno scacciapensieri che stringi e, una volta  lasciato, riprende la forma naturale. Sentiva che anche la tipa si stava  eccitando, la sentiva bagnarsi. L’odore del sesso sulle sue dita lo  eccitavano ancora di più. In fondo era convinto che anche la tipa stesse  godendo. In fondo era sempre stato un bravo amante. Sentiva che stava  per arrivare. Lo sperma stava risalendo il suo naturale percorso. Tutto  ciò era naturale pensò Hermann. Poi si bloccò. Una corda, un laccio, non  capiva cosa, gli strinse il collo. Era come un tessuto piatto molto  resistente. Sembrava una cintura di sicurezza. Però faceva male. E non  mollava. Pochi secondi per capire che una terza persona era venuta a  dargli noia. Però non riusciva a togliersi quel laccio dal collo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Henry&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;Staccò  la tracolla dalla borsa del notebook. Forse la ragione si spense.  Prevalse la morale. La morale di Henry. Strinse la tracolla attorno al  collo del tizio e cominciò a far forza. Sentiva i bicipiti indurirsi e  più si indurivano più lui faceva forza. Pensava quasi potessero  scoppiare. Guardò gli occhi della donna. Non dicevano niente. Forse la  ragione si spense. Prevalse la morale. La morale di Henry alla vista di  quegli occhi che non dicevano nulla prevalse decisamente. Tirò fuori  anche la forza che non aveva. Quella che gli mancava per deformare  irreversibilmente la trachea del tizio che tremò e, poi, smise di  divincolarsi.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://bundosuzuki.blogspot.com/2012/03/la-morale-di-henry.html</link><author>noreply@blogger.com (Rob)</author><thr:total>1</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-7859273586449435367.post-8224761096129111816</guid><pubDate>Sat, 26 Jan 2008 01:11:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-03-05T02:14:53.611+01:00</atom:updated><title>Asian bordello</title><description>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;Odiava le attrici piene di anelli, non le sopportava menare uccelli piene di tutte quell'oro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bertrand  aveva un'idea della pornografia pulita e precisa: prediligeva le  posizioni classiche. Si masturbava sistematicamente tutte le sere prima  di andare a dormire. Era conscio della tecnologia incalzante ma era  ancora affezionato alla sua sterminata raccolta di videocassette. Ne  aveva più di seicento ma le sue preferite si riducevano a dieci, massimo  quindici. Era affezionato a quel loro logorio analogico ma sapeva che  presto o tardi sarebbero divenute inservibili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bertrand era un  dipendente pubblico. Aveva smesso di pensare alla carriera nell'istante  stesso in cui aveva trovato la moglie con in bocca l'uccello del suo  capoufficio. E, ironia della sorte, dopo sette anni era ancora il suo  capoufficio.&lt;br /&gt;Rassegnato aveva divorziato, preso in affitto un  appartamento ad Èvry ed ogni sera perseguiva il suo sistematico rito di  onanismo. Un giorno aveva pensato che forse sarebbe stato meglio andare  qualche volta a puttane. Oppure fare un viaggio in qualche paese esotico  e scoparsi di gran gusto qualche asiatica. In fondo le asiatiche gli  piacevano. Le negre no. Ma le asiatiche gli davano delle gran  soddisfazioni.&lt;br /&gt;C'era un film dal titolo improbabile, &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le storie anali della Thailandia&lt;/span&gt;,  che rientrava nella sua Top5 e forse si poteva dire fosse il suo  preferito. C'era una scena che lo faceva godere sistematicamente  all'istante in cui una troietta thailandese lo prendeva  contemporaneamente da tre: proprio quella scena, a  furia di vederla, stava diventando ormai logora. La pellicola dava  segni di cedimento e al passaggio sulle testine del videoregistratore si  poteva sentire lo stridere del nastro magnetico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un giorno, al  lavoro, nel suo quotidiano navigare in internet, imbattè sul sito di un  sexy shop di Parigi che vendeva dvd porno. Scorrendo il catalogo on-line  gli balzò subito all'occhio la copertina de &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le storie anali della Thailandia&lt;/span&gt;. Sembrava fosse lì ad aspettarlo. Era destino pensò.&lt;br /&gt;Lo  comprò pagando con carta di credito. Curiosamente si accorse che  continuava a rinnovarla malgrado non la usasse mai. Tornando a casa si  fermò allo Fnac che incontrava tutte le sere lungo la strada e comprò un  lettore dvd Sony a 59.90 euro. Due giorni dopo arrivò a casa il pacco,  in formato anonimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella sera non cenò nemmeno, tale era il  desiderio. Mandò velocemente avanti le scene fino ad arrivare alla sua  preferita. Erano le otto e un quarto di sera. Bertrand, 49 anni, era  seduto sul suo divano e tra un po' si sarebbe schizzato nella mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed  era contento. Era molto contento di aver ritrovato il suo amore in  formato digitale, in formato infinito.&lt;/div&gt;</description><link>http://bundosuzuki.blogspot.com/2008/01/asian-bordello.html</link><author>noreply@blogger.com (Rob)</author><thr:total>0</thr:total></item><item><guid isPermaLink='false'>tag:blogger.com,1999:blog-7859273586449435367.post-4574847529861020161</guid><pubDate>Sun, 25 Nov 2007 00:57:00 +0000</pubDate><atom:updated>2012-03-05T01:58:49.784+01:00</atom:updated><title>Mondo nuovo</title><description>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;&lt;blockquote&gt;&lt;div style="text-align: left;"&gt;&lt;blockquote class="tr_bq"&gt;La mutazione metafisica che ha creato materialismo e scienza  moderna ha avuto due grandi conseguenze: il razionalismo e  l’individualismo […] Dall’individualismo nascono la libertà, il senso  dell’io, il bisogno di distinguersi e di essere superiori al prossimo.  In una società ricca dove i flussi economici siano sotto controllo, la  competizione economica, metafora del dominio dello spazio, non ha più  ragione di esistere. La competizione sessuale, metafora, tramite la  procreazione, del dominio del tempo, non ha più ragione di esistere in  una società dove la dissociazione sesso/procreazione sia perfettamente  realizzata; ma Huxley ha dimenticato di tener conto dell’individualismo.  Non ha saputo capire che il sesso, una volta dissociato dalla  procreazione, sussiste meno come principio di piacere che come principio  di differenziazione narcisistica; lo stesso dicasi per il desiderio di  ricchezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché mai il modello della socialdemocrazia svedese  non è mai riuscito a prevalere sul modello liberale? Perché mai non si è  riusciti a sperimentarlo neppure nel campo della soddisfazione  sessuale? Perché la mutazione metafisica operata dalla scienza moderna  si porta dentro l’individuazione, la vanità, l’odio e il desiderio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di  per sé il desiderio – contrariamente al piacere – è fonte di  sofferenza, di odio, di infelicità. E, questo, tutti i filosofi – non  solo i buddisti, non solo i cristiani, ma tutti i filosofi degni di  questo nome – l’hanno capito e insegnato. La soluzione degli utopisti –  da Platone ad Huxley passando da Fourier – consiste nell’annientare il  desiderio, e le sofferenze connesse, organizzandone l’immediata  soddisfazione. All’opposto, la società erotico-pubblicitaria in cui  viviamo si accanisce ad organizzare il desiderio, a svilupparlo fino a  dimensioni inaudite, al tempo stesso controllandone la soddisfazione nel  campo della sfera privata. Affinché la suddetta società funzioni,  affinché la competizione continui, occorre che il desiderio cresca, si  allarghi e divori la vita degli uomini.&lt;/blockquote&gt;&lt;/div&gt;&lt;/blockquote&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Houellebecq"&gt;Michel Houellebecq&lt;/a&gt; - &lt;a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788846208248/houellebecq-michel/particelle-elementari.html"&gt;Le particelle elementari&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;</description><link>http://bundosuzuki.blogspot.com/2007/11/mondo-nuovo.html</link><author>noreply@blogger.com (Rob)</author><thr:total>0</thr:total></item></channel></rss>