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	<description>costituzione, concilio, cittadinanza</description>
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		<title>Il tempo del card. Ruini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 15:18:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <em>Giovanni Colombo</em>

Camillo Ruini, il tempo lungo della chiesa e l'intreccio di un progetto culturale]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Giovanni Colombo</em></p>
<p>Ha lasciato questa terra di terra e sassi colui che è stato il capo della Chiesa italiana per più di trent’anni. <em>Eminence, </em>come lo chiamava scherzosamente la Littizzetto, dal 1991, per 16 anni, ha guidato la Conferenza Episcopale italiana. Ma già dal 1986, da segretario, ha comandato. E la sua influenza sì è stesa pure sui dieci anni di presidenza del suo successore, il fido cardinal Bagnasco.</p>
<p>Di lui ho tre ricordi personali.</p>
<p>Nel 1977, quando era ancora il don Camillo alla guida degli Studenti Democratici di Reggio Emilia e io un adolescente in cerca d’autore, lo vidi sottrarsi alla sottoscrizione del manifesto del costituendo Coordinamento Interregionale Studenti − promosso dal Gruppo Confronto di Milano per riunire alcuni gruppi studenteschi di ispirazione cristiana del Nord Italia – perché il testo gli suonava troppo di sinistra.</p>
<p>Nel 1989, alla fine di una tristissima vicenda, pose il suo veto alla mia nomina a responsabile nazionale dei giovani di AC perché «Colombo non può promuovere la comunione ecclesiale» (per forza, ero della diocesi del cardinal Martini).</p>
<p>Nel 1990, quando fu lui stesso per qualche mese assistente della Azione Cattolica Italiana, diede queste consegne al Consiglio Nazionale: obbedite ai preti (cioè a me), non fate politica (ovvero lasciatela a me), non litigate con gli altri movimenti (quindi fidatevi di me che so come trattarli).</p>
<p>Tre episodi che, nel piccolo, dicono tre aspetti fondamentali del suo modo di procedere. Anticomunismo viscerale: vedeva Pepponi da tutte le parti. Ortodossia inossidabile: fedele esecutore della linea wojtyliana, voleva una Chiesa disciplinata e forza sociale, in cui ovviamente non c’era più posto per un laicato vivace e intelligente. Centralismo ferreo: controllava tutto, ma proprio tutto, dall’articolino sulla stampa alle nomine dei vescovi. Non si muoveva foglia senza il suo placet.</p>
<p>In un trentennio il cardinal Ruini (da ora in poi «lui») ha provato di tutto per contare nella vita sociale e politica. Ha sostenuto per anni l’insostenibile, ovvero la DC compromessa con la corruzione e le mafie. Preso atto con grande ritardo che la stagione dell’unità politica era finita per sempre, ha inventato una serie di sigle dipendenti direttamente da «lui», pronte a muoversi a un suo cenno: Progetto culturale, Forum delle famiglie, Retinopera, Comitato Scienza e Vita (quest’ultimo fondamentale per la sua campagna astensionista sul referendum sulla procreazione assistita del 2005). Alla guida di <em>Avvenire</em> e della televisione SAT2000 (ora TV2000) per 20 anni ha blindato il suo amato Dino Boffo. Quando ha avuto bisogno di sponde nel mondo economico, si è affidato per anni alle mani di Giampiero Fiorani, l’amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, un vero cattolico modello (chi se lo ricorda più?).</p>
<p>In politica ha sempre preferito appoggiare Silvio, il libertino, piuttosto che Romano, il cattolico adulto di cui aveva celebrato le nozze. Quando ha fatto progetti in grande si è appoggiato ad Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia (e quando Fazio nel 2005 venne coinvolto nelle inchieste bancarie sui «furbetti del quartierino», «lui» non fece un plissé, e subito ripartì con le telefonate, candidando alle politiche del 2006 alcuni suoi fiduciari). Non ha voluto dare il funerale religioso al povero Welby. Ha organizzato in prima persona il Family Day del 12 maggio 2007 contro i DICO, il progetto di legge sulle unioni civili proposto dal governo dell’Ulivo. Da pensionato non ha fatto mai mancare il suo puntuale sostegno al centrodestra e le sue puntute critiche al pontificato di Francesco, tramite le immancabili interviste di Aldo Cazzullo (assurto al ruolo di suo portavoce).</p>
<p>L’aspetto che mi ha sempre colpito di «lui», più che la contiguità con i poteri di tutti i tipi, è stata la disinvoltura nel far finta di niente. Ogni volta che un bubbone esplodeva e gli «amici» finivano nei guai, «lui» voltava pagina con freddezza, come era già successo con il crollo della Dc, senza mai fare i conti con la debolezza culturale prima ancora che spirituale ed etica che l’aveva portato a dare credito a personaggi senza scrupoli e ad affidare i progetti più ambiziosi a gente modesta.</p>
<p>Al fine di combattere il relativismo con alleanze di ogni tipo, «lui», la Chiesa, l’ha ampiamente relativizzata. Le ha fatto perdere autorevolezza. Ha contributo a svuotarla. Il suo dominio è stato così lungo e devastante che anche oggi la Chiesa italiana stenta a riprendersi, nonostante il papato di Francesco e l’azione in sede CEI dei cardinali Bassetti e Zuppi. L’AC è esausta, CL si ritrova divisa e commissariata, gli altri movimenti vivacchiano. Nelle parrocchie rimangono preti in crisi di identità e tanti vecchi meditabondi sulla morte vicina. Le donne vanno a far yoga, i giovani cercano fremiti altrove. I discorsi sulla sinodalità non incidono. Aumentano le messe con preti extracomunitari che parlano a stento l’italiano. E chissà quali altri dati ha in mano Papa Leone, che sta facendo fatica a trovare nuovi vescovi.</p>
<p>Intanto «lui» è morto. Prendendo spunto dal finale dell’omelia dell’arcivescovo Delpini per il funerale di Silvio Berlusconi, mi vien da chiudere così: «In questo momento di cordoglio che cosa possiamo dire del cardinal Ruini? È stato un ecclesiastico assai importante: un desiderio di destra, un desiderio di potere, un desiderio di gloria. Ora incontra il giudizio di Dio».</p>
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		<title>In Spagna, un pellegrinaggio ricco di implicazioni socioculturali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 09:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <em>Salvatore Vento</em>

Dal viaggio di papa Leone in Spagna un mandato per essere umani, uomini e donne in carne e ossa, non apparenze, cercatori di giustizia come del pane quotidiano.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Salvatore Vento<a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Saghracda147.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-67724 alignright" src="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Saghracda147-237x300.png" alt="" width="237" height="300" srcset="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Saghracda147-237x300.png 237w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Saghracda147.png 432w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" /></a></em></p>
<p>Il viaggio di Papa Leone XIV in Spagna costituisce un evento di fondamentale importanza per il successore di Papa Francesco e per il futuro della Chiesa universale. Avviene dopo l’enciclica “Magnifica Humanitas”, base dei suoi interventi apostolici. Prima di entrare nel merito, vorrei però ricordare qualche dato su questo straordinario paese della penisola iberica. La Spagna ha quasi 50 milioni di abitanti e una superficie di oltre 500 mila chilometri quadrati. Gli abitanti residenti nati all’estero sono il 17% (in Italia il 10,9). La lingua spagnola è la lingua più diffusa per numero di paesi in cui si parla: tutti i paesi dell’America Latina (tranne il Brasile), negli Stati Uniti oltre 50 milioni di persone (in particolare Florida e California). Negli ultimi anni le sue politiche sociali sono tra le più avanzate. Nel campo della letteratura abbiamo rilevanti scrittori e scrittrici conosciuti in tutto il mondo, basti pensare a Fernando Aramburu (col capolavoro “Patria”), Rosa Montero, Almudena Grandes, Javier Cercas (autore del libro sul viaggio di Papa Francesco in Mongolia), Carlos Ruiz Zafon. Il periodo post-franchista, iniziato con la morte del caudillo nel 1975, è stato gestito con un certo equilibrio. Nel 1977 durante il governo di Adolfo Suarez (e del Re Juan Carlos I) furono avviate le prime libere elezioni con successiva elaborazione di una Costituzione democratica che sceglie la forma istituzionale della “Monarchia parlamentare”. Il Parlamento è composto dalla Camera dei deputati e dal Senato. Gli anni ’80, dal 1982 al 1996, videro l’affermazione dello storico Partito socialista (Psoe) sotto la presidenza di Felipe Gonzales, seguito dal governo di destra di Aznar del Partito Popolare. L’alternanza prosegue col socialista Zapatero (2004-2011). L’11 marzo 2004, tre giorni prima delle elezioni politiche, un terribile attentato ad opera del terrorismo islamico colpisce diverse stazioni del treno diretto alla stazione Atocha di Madrid provocando 192 morti e oltre 2mila feriti. In un primo tempo Aznar accusa gli estremisti dell’Eta, ma subito dopo vengono accertati i veri autori. Nel 2007 si approva la legge sulla memoria (rinnovata nel 2022) per rendere giustizia alle vittime del golpe militare franchista, della guerra civile e della dittatura. Intanto anche la Monarchia cambia e nel 2014 Felipe VI succede a Juan Carlos. Arriviamo così all’attuale premier socialista Pedro Sanchez al governo (con diverse coalizioni) dal 2018. Come ovunque in Europa non tutto è rose e fiori. In poco tempo emerge il partito di estrema destra Vox (inizialmente da una scissione del Partito popolare), nazionalista e antimigranti. Rimangono storici problemi delle comunità autonome, in particolare i Paesi Baschi (ricordiamo la guerriglia dell’Età) e la Catalogna dove nel 2017 si tiene un referendum sull’indipendenza considerato illegale dal governo centrale e la polizia interviene contro i votanti. Per risolvere la questione viene emanata una legge di amnistia, molto controversa, per gli attivisti politici implicati nelle lotte per l’autonomia.</p>
<p>Ritorniamo al viaggio di Papa Leone che comprende aspetti religiosi (celebrazioni delle messe, visite ai luoghi devozionali, tutti seguiti da una folla immensa) e interventi che toccano il cuore dell’attualità, come, per la prima volta da parte di un Papa, il discorso in parlamento trasformato in una vera e propria prolusione di etica politica. Decisa presa di posizione contro le guerre in corso e contro ogni idea di “guerra giusta”, richiamo ai cristiani e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, che non ci si può definire seguaci di Cristo, senza schierarsi dalla parte degli oppressi, dei deboli, dei rifugiati, dei migranti, vicino a ogni persona sofferente. È il richiamo alla radicalità del Vangelo. Costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, uguale dignità di tutti gli esseri umani, bene comune, destinazione universale dei beni.</p>
<p>Prevost affida ai giovani una missione: essere umani, uomini e donne in carne e ossa, non apparenze, ma volti affidabili, cercatori di giustizia come del pane quotidiano. Altrimenti, corriamo il rischio di essere efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. E qui ricordo il nostro motto di militanti degli anni ’70 “come, cosa, dove produrre”. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo. E proprio perché il termine “cultura” evoca il concetto di “coltivazione”, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate. Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano.</p>
<p>Questa Chiesa, ribadisce il Papa citando Paolo VI, “esperta in umanità” insiste sul fatto che “le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona”. È un invito a tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per una cultura che custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili (come a Barcellona davanti alla Sagrada Familia, opera del grande visionario, il Venerabile Antoni Gaudì), l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza. Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale. Tale contributo, nato sulle rive del Tormes, ha superato le aule e le biblioteche ed è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Il progresso offre possibilità meravigliose, e oggi lo vediamo in modo particolare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie; ma la tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza, per questo, di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E la conclusione del suo viaggio al porto di Arguineguin nell’isola della Gran Canaria e al centro degli sbarchi dei migranti a Tenerife non poteva essere più significativa. Un arcipelago dove essi cercano l’approdo verso l’Europa. Mi inchino, ha detto il Papa, davanti alla vostra dignità, il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza per tutti, per i paesi di origine, per quelli di transito e per l’Europa: tutti in qualche modo siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino.</p>
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		<title>Papa Leone, un inchino alla dignità dei migranti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 09:26:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <em>Alvaro Bucci</em>

Dal viaggio alle isole Canarie papa Leone porta con sè le domande sul mondo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Alvaro Bucci</em></p>
<p>“Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo<a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Canarie5.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67721 alignright" src="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Canarie5-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" srcset="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Canarie5-300x218.jpg 300w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Canarie5-768x558.jpg 768w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/06/Canarie5.jpg 922w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare”. Sono le prime incisive parole di Papa Leone XIV del discorso pronunciato l’11 giugno scorso al Porto di Las Palmas de Gran Canaria durante l’incontro con le realtà di accoglienza dei migranti. Aggiungendo di seguito, tra l’altro, che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore.</p>
<p>“Cari migranti – ha affermato quindi rivolgendosi direttamente a loro &#8211; prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia”.<br />
Bastano questi pochi passi del significativo discorso di Leone XIV dedicato ai migranti per comprendere quanta distanza da queste indicazioni, colme di umanità e di rispetto della persona umana, dobbiamo invece registrare nelle misure governative, anche dell’Italia, cariche di disumanità e di disprezzo, con le quali s’intendono fronteggiare persone che per varie ragioni hanno dovuto lasciare la loro terra di origine in cerca di un avvenire più giusto e sicuro. Analoghi atteggiamenti sono riscontrabili anche in buona parte della società civile, anche del mondo cattolico, succube delle paure diffuse da una interessata propaganda politica per lucrare consenso.</p>
<p>E non va dimenticato, per la sua avversione alla condizione del migrante, il nuovo Patto Ue che reca norme più restrittive per chi riesce a sbarcare, creando più ostacoli al diritto di asilo, certamente non in sintonia con le indicazioni del Pontefice.<br />
Questo l’auspicio di papa Leone: “Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”, tenendo conto che “Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”.</p>
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		<title>Giuseppe Lazzati, un laico secondo il Vangelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 19:52:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
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					<description><![CDATA[Incontro di preghiera e riflessione nel 40° anniversario della morte del Ven. Prof. Giuseppe Lazzati 16 maggio 2026, dalle ore 9.00 Centro diocesano via Sant’Antonio, 5 MM Duomo h 9.00 Chiesa di Sant’Antonio Celebrazione eucaristica presieduta da Sua Ecc. mons. Mario &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Incontro di preghiera e riflessione nel 40° anniversario della morte del Ven. Prof. Giuseppe Lazzati<br />
<strong>16 maggio 2026, </strong>dalle ore 9.00<br />
Centro diocesano<br />
via Sant’Antonio, 5<br />
MM Duomo</p>
<p>h 9.00 Chiesa di Sant’Antonio<br />
Celebrazione eucaristica presieduta da Sua Ecc. mons. <strong>Mario Delpini,</strong> Arcivescovo di Milano</p>
<p>h 10.00 Aula Lazzati<br />
Presentazione di recenti pubblicazioni a lui dedicate.<br />
Intervengono: <strong>Franco Brambilla, Luciano Caimi, Marta Margotti</strong><br />
Modera: <strong>Annamaria Braccini<a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/05/Locandina-Lazzati-16-maggio-2026.png"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67715 alignright" src="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/05/Locandina-Lazzati-16-maggio-2026-211x300.png" alt="" width="211" height="300" srcset="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/05/Locandina-Lazzati-16-maggio-2026-211x300.png 211w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/05/Locandina-Lazzati-16-maggio-2026.png 591w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a></strong></p>
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		<title>da Francesco a Leone &#8211; la pace necessaria</title>
		<link>https://www.c3dem.it/da-francesco-a-leone-la-pace-necessaria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 19:44:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
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					<description><![CDATA[Assemblea nazionale di Agire Politicamente convocata per venerdì 22 maggio p.v. a Roma, con inizio alle ore 16,30, presso la sala Margana, in via Margana, 41, sul tema &#8220;da Francesco a Leone &#8211; la pace necessaria&#8220;.  Assemblea nazionale Agire Politicamente 2026, &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Assemblea nazionale di Agire Politicamente convocata per <strong>venerdì </strong><b>22 maggio </b>p.v. a Roma, con inizio alle ore 16,30, presso la sala Margana, in via Margana, 41, sul tema &#8220;<strong>da</strong><b> Francesco a Leone &#8211; la pace necessaria</b>&#8220;.<u> </u></p>
<p><u><a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/05/Assemblea-nazionale-2026-locandina.cleaned.pdf">Assemblea nazionale Agire Politicamente 2026, la locandina</a></u></p>
<p><u>La partecipazione è aperta a tutte le persone interessate!</u></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Responsabili alle elezioni!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 19:39:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <em>Pier Giorgio Maiardi</em>

Si avvicina la scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento ed è doveroso affrontarla facendosi carico responsabilmente del momento politico e sociale che stiamo vivendo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Pier Giorgio Maiardi</em></p>
<div id="attachment_66103" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2024/08/Italia-Regioni-Tricolore.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-66103" class="size-medium wp-image-66103" src="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2024/08/Italia-Regioni-Tricolore-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" srcset="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2024/08/Italia-Regioni-Tricolore-300x192.jpg 300w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2024/08/Italia-Regioni-Tricolore-1024x657.jpg 1024w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2024/08/Italia-Regioni-Tricolore-768x492.jpg 768w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2024/08/Italia-Regioni-Tricolore.jpg 1115w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><p id="caption-attachment-66103" class="wp-caption-text">italy map 3d</p></div>
<p>In questa caotica situazione mondiale si avvicina la scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento ed è doveroso affrontarla facendosi carico responsabilmente del momento politico e sociale che stiamo vivendo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La nostra politica deve mostrarsi matura e non può perdersi in diatribe e battibecchi preconcetti avulsi dalla realtà vera e grave a cui è indispensabile rispondere in modo coerente ed adeguato.</p>
<p>Sono in gioco i principi condivisi su cui abbiamo fino ad ora fondato la convivenza pacifica delle nazioni e dei popoli, concretamente compromessi dalla perdita, deliberata, di autorità degli organi internazionali, dalla prepotenza di pochi leader, i “<em>signori della guerra”,</em> che agiscono a proprio piacimento, senza sottostare ad alcuna regola morale, determinando la politica mondiale secondo l’interesse proprio o il presunto vantaggio della propria nazione.</p>
<p>E’ in atto un declino della democrazia e il crescente favore per l’accentramento del potere come  sistema più efficace per governi sovranisti che rifuggono da alleanze e cooperazioni internazionali. La naturale conseguenza di tutto ciò è il clima di ostilità, di inimicizia, e addirittura di guerra, che divide il mondo a danno, soprattutto, dei più piccoli e dei più deboli che sono la maggioranza.</p>
<p>E il nostro Paese, che è fra i piccoli, è condotto da un Governo che si barcamena fra i potenti cercando di non rompere in maniera traumatica con nessuno e quindi evitando di assumere posizioni troppo marcate, anche sulle questioni più delicate ed importanti, in modo che rimanga sempre aperta una possibilità di retromarcia. La prima preoccupazione della maggioranza di governo è che la nostra presenza  in ambito internazionale sia esaltata come determinante e che la leader appaia sempre in primo piano come protagonista. Si tratta di un Governo retto da una maggioranza composita e unita, fondamentalmente, dalla gestione del potere. La principale componente proviene da una cultura nativamente contraria a quella che ha ispirato la nostra Costituzione e anche le altre componenti, pur con ispirazioni dissimili dalla prima, ne sono, una più e una meno, estranee. Abbiamo infatti assistito al tentativo di modificare il nostro ordinamento democratico senza riuscirci sia perché i cittadini in un caso hanno espresso il loro dissenso, e sia, negli altri casi, a motivo della non piena sintonia all’interno della stessa maggioranza. L’attività  principale del Governo si è quindi ridotta a provvedimenti capaci di suscitare l’immediato favore degli elettori, come quelli riguardanti la sicurezza, con l’aumento dei casi di reato e l’inasprimento delle punizioni, e la lotta all’immigrazione mascherata come “lotta ai trafficanti”, una lotta però pagata essenzialmente dai migranti, trattati come delinquenti e quindi reclusi, deportati in altri paesi e riportati nel paese di provenienza. Così il vanto maggiore dei governanti è il calo del numero di coloro che riescono ad approdare sulle nostre coste e la quantità dei rimpatriati. Anche se la premier ha un suo carisma che le conferisce una certa autorevolezza,  non ritengo si possa affidare al suo Governo il futuro del nostro Paese, specie in una epoca di radicali trasformazioni ed in un tempo di grave pericolo per una convivenza pacifica e rispettosa dei diritti fondamentali delle persone.</p>
<p>E’ doveroso offrire ai cittadini una vera alternativa e l’attuale quadro politico pare non ne abbia la capacità: l’opposizione è frammentata e priva di una affidabile visione sul futuro. Il “campo largo” esiste solamente nella somma dei voti delle singole componenti. I sondaggi sulle intenzioni di voto dicono di una situazione sostanzialmente ferma, capace di muoversi con percentuali dello zero virgola, con una preponderante e costante propensione per l’astensione: gli elettori, nella loro maggioranza, non hanno fiducia nell’attuale proposta politica. E’ bene che di questo dato i partiti tengano conto, prima di perdersi in una diatriba per la leadership di un “campo” che non esiste.</p>
<p>E’ indispensabile avere il coraggio di intraprendere un’iniziativa responsabile uscendo dalle anguste e asfittiche logiche delle proprie visioni politiche: i principali partiti di opposizione dovrebbero trovare una intesa nella convocazione di tutte le realtà sociali e politiche del Paese che condividono l’obiettivo di offrire  una proposta politica chiaramente alternativa a quella dell’attuale maggioranza ed ispirata ai principi fondanti della nostra Carta costituzionale, per costruire un grande laboratorio politico aperto all’eventuale apporto dei cittadini. L’impegno del laboratorio dovrebbe essere organicamente rivolto agli aspetti più importanti della vita del Paese e sulle scelte indispensabili di politica internazionale, orientato più sulla situazione reale che sulla polemica con il passato.</p>
<p>Quanto al leader da proporre alle elezioni, dovrebbe emergere dal lavoro condiviso compiuto insieme, prescindendo dalle gerarchie di partito: quest’ultimo passaggio presenta, forse, le maggiori difficoltà ma è indispensabile avere attenzione all’esigenza primaria di rispondere alla legittima richiesta dei cittadini ed al bene del Paese, prima che al successo personale e del proprio partito!</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>L’esperienza comunitaria del movimento “Equipes Notre Dame”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 17:09:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[di <em>Andrea Montanari</em>

La discriminante ricchi-poveri oggi non è radicalmente diversa da quella descritta nei Vangeli. La crisi attuale ci spinge a rileggere alcune esperienze comunitarie e partecipative.
Una proposta significativa è quella di “Equipes Notre Dame”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Andrea Montanari<a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/04/equipe-notre-dame.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-67702 alignright" src="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/04/equipe-notre-dame.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></em></p>
<p>Ci lamentiamo spesso della crisi attuale, a livello globale, di senso umano, solidarietà, difesa dei diritti e dell&#8217;uguaglianza delle persone umane. E&#8217; indubbio che alcuni allarmi attivati dal conflitto mondiale a metà del secolo scorso si siano progressivamente indeboliti e siano passati in secondo piano. Il trauma bellico aveva  ispirato atteggiamenti dei governi, dei popoli e istituzioni internazionali, mirati a restituire al mondo uno stato di maggiore rispetto reciproco e  della persona all&#8217;interno delle nazioni; per lo più limitati a quello che viene chiamato Occidente, almeno nella percezione culturale più comune. Si erano istituite sedi globali di confronto e scambio come le Nazioni Unite, anche se condizionate da subito nella operatività dal diritto di veto delle superpotenze. La richiesta di pace e di benessere dopo gli orrori bellici era comunque viva, accompagnando anche all&#8217;indipendenza tutte le nazioni africane e parte dei domini asiatici occidentali, nonostante periodiche iniziative militari in cui si confrontavano desiderio di dominio globale più o meno celato di Stati Uniti e Russia.</p>
<p>Il quadro geopolitico è notevolmente cambiato in questo ultimo quarto di secolo. Le speranze di rapporti multilaterali pacifici globali, a seguito della dissoluzione dell&#8217;Unione Sovietica, inducendo alcuni sprovveduti a parlare della “fine della storia”, si sono successivamente smorzate a seguito sia della crescita rapida e massiccia della potenza cinese che della ripresa di velleità imperiali della Russia di Putin nella quale va sparendo ogni traccia di una parvenza di modernizzazione del sistema paese in senso democratico. In più, e con un influsso anche maggiore, l&#8217;apparizione di velleità autocratiche negli Stati Uniti, modello di democrazia occidentale per un secolo, aggiungendosi e sovrapponendosi alla tradizionale missione autoproclamata di difensori dell&#8217;ordine mondiale, hanno disorientato tutti noi. Chi oggi ancora vive in una prospettiva di fede, nella nostra società in cui la  cristiana è ancora quella più seguita, si pone domande sul significato del proprio <em> credo</em>  nel <em>mondo</em> di oggi; un mondo che ha grande sete di speranza e desiderio di senso, che tuttavia vengono indirizzate dalla società “<em>dei consumi</em>” verso desideri e speranze di breve respiro, per lo più  attraverso soddisfazioni materiali,  ambizioni personali,  affetti simulati o legati al possesso, sete di potere, ricchezza e dominio sulle persone.</p>
<p>Mi pare che la proposta cristiana, non tanto come invito ad aderire all&#8217;istituzione, ma come prospettiva di valori e di pratica dei rapporti umani e sociali, possa essere oggi valutata come fondamentale per restituire agli individui e ai popoli una speranza ed un significato in una esistenza che per alcuni, a seconda della regione in cui vive e della classe sociale cui appartiene,  è travagliata e precaria e per altri ricca di possibilità che si dimostrano alla fine prive di senso. La discriminante ricchi-poveri oggi non è radicalmente diversa da quella descritta nei Vangeli; per questo la conoscenza della Parola e le conseguenze pratiche che ne possono conseguire danno agli uomini e alle donne di oggi una possibilità di libertà e senso senza confronti con le proposte del <em>mondo.</em></p>
<p>La Chiesa propone questo al mondo, ma la Chiesa stessa vive una crisi profonda nella partecipazione e nell&#8217;annuncio che attraverso l&#8217;appartenenza ad essa si può ricevere. Sembra quindi necessaria un&#8217;azione interna alla Chiesa per rimeditare i capisaldi della Fede e trovare insieme modalità di pratica della Fede stessa che siano annuncio al <em>mondo. </em>Papa Francesco aveva percepito questa necessità indicando nella pratica sinodale permanente un metodo pienamente conforme allo spirito dei Vangeli. Ho espresso alcune considerazioni e suggerimenti nell&#8217;intervento “<em>Il futuro della chiesa nei segni dei tempi”</em> e ad essi rimando. Ma devo aggiungere alcune considerazioni per precisare meglio come, secondo me, il cambiamento di prospettiva che si è avuto quasi due secoli fa con la fine del potere temporale della Chiesa ha introdotto o reso potenzialmente centrale un modo <em>diverso </em>per il fedele cristiano di vivere la propria esperienza nella Chiesa. Una Chiesa che ancor oggi viene vista come <em>gerarchica. </em>La gerarchia, sconosciuta nella Chiesa apostolica primitiva, appare come strumento della Chiesa da Clemente I Romano, terzo successore di Pietro già alla fine del primo secolo, e è ribadita da Ignazio di Antiochia e Ireneo di Lione nel corso del secondo secolo.  In realtà Clemente Romano, rimproverando la ribellione di alcuni giovani che volevano esautorare i presbiteri a Corinto, raccomanda la concordia e il rispetto, pur ponendosi come successore autorevole degli Apostoli. Tuttavia, la formulazione dogmatica definitiva, che definisce la gerarchia come parte integrante del &#8220;<em>diritto divino</em>&#8220;, è stata definita molto più tardi, nel <strong>Concilio di Trento </strong>in risposta alla Riforma protestante e, successivamente, nel <strong>Concilio Vaticano I</strong>. La forma gerarchica e il potere dei vescovi e quello papale sono stati per secoli ispirati dal potere temporale che in molti casi era loro attribuito, anche se sovente in conflitto con il potere regale, imperiale o di potenti locali. Alessandro Manzoni riporta alcuni episodi di compromesso tra poteri feudali ed ecclesiastici nel XVII secolo  nei “<em>Promessi Sposi</em>”. Gli imperatori sassoni e salici sostenevano l&#8217;istituzione dei vescovi-conte perché questa precludeva la successione nel feudo e restituiva la proprietà di esso all&#8217;impero; ma naturalmente il potere della loro nomina era conteso tra l&#8217;autorità <em>spirituale </em>papale e quella<em> terrena</em> imperiale, a testimonianza della nocività dell&#8217;applicazione di schemi mondani alla missione di evangelizzazione. La necessità di una gerarchia nella Chiesa, ancorché un <em>diritto divino</em> di cui non si trova traccia nei Vangeli, sembra legata al modello gerarchico delle società dei tempi. Il modello di governo di molte  comunità monacali, ad esempio, contraddice e sfugge spesso a questa logica: la rotazione delle cariche, la pari dignità dei membri della comunità, la prospettiva di servizio permanente, la parità di rappresentanza nei capitoli generali, danno un esempio di possibile diversità strutturale di una comunità religiosa anche in secoli di feudalesimo oppressivo in cui i diritti delle persone erano annientati nelle relazioni con i potenti che facevano della propria forza unico fondamento giuridico. E ci conferma che una organizzazione diversa da quella gerarchica è possibile nelle comunità ecclesiali.</p>
<p>Quali indicazioni possiamo trarre oggi per il futuro della Chiesa cattolica universale? Dal Concilio Vaticano II in poi abbiamo già avuto ad opera dei Papi una globalizzazione marcata del governo ecclesiale globale, che, anche se sempre accentrato in Roma, vede ormai i dicasteri affidati a prelati provenienti da ogni parte del mondo. Gli ultimi 4 papi sono tutti non più italiani, ritornando ad un universalismo che si era perso nel 1523 con la morte dell&#8217;ultimo papa non italiano, il fiammingo Adriano VI. Il collegio cardinalizio attuale accoglie membri da comunità lontane e anche poco numerose, segno che non solo il numero è determinante nella visione cristiana. Appare anche sempre più chiaro che per la rinascita della comunità locale ecclesiale, anche se piccola, è necessaria non tanto l&#8217;organizzazione gerarchica ma una rete di sussidio e solidarietà tra comunità, che possa far rivivere nelle persone il senso di fratellanza; e che questo senso possa comunicarsi ed espandersi dalle famiglie, prima comunità umana, oggi frammentata e misconosciuta nel mondo sviluppato per l&#8217;esaltazione dell&#8217;individuo singolo, per lo stimolo all&#8217;orgoglio e al potere dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo, e nella famiglia tra i coniugi, dove invece un sereno ed equilibrato confronto basato sull&#8221;amore come <em>dono reciproco</em> contiene il segreto di una unità coniugale pienamente umana ancor prima che religiosa.</p>
<p>Ripartire, quindi, dalle comunità locali come gruppi interfamiliari, nelle parrocchie o negli altri nuclei di aggregazione, e nei movimenti. L&#8217;impegno nei movimenti è un dato fondamentale positivo della Chiesa di oggi; ma in questa <em>non decrescita</em> della realizzazione concreta della fede individuale nelle associazioni va rispettato il senso strumentale delle associazioni stesse. Sono un <em>mezzo</em> di sviluppo e condivisione della Fede e non un <em>fine</em>. <em>&#8220;<strong>Chi ama padre o madre più di me non è degno di me</strong></em>&#8221; (Matteo 10, 37) vale anche per l&#8217;associazione. Soprattutto per quelle di <em>appartenenza</em>, che impongono regole ai propri associati simili (a volte più stringenti) di quelle degli ordini religiosi. La mia esperienza di adesione ad una associazione di <em>riferimento</em>, che sostiene da un punto di vista della Fede gli associati ma lascia loro libertà di scelta nella pratica del <em>mondo,</em> inclusa l&#8217;adesione ad altre associazioni, ritengo sia stata fondamentale per la mia vita. L&#8217;associazione delle “Equipes Notre Dame”, fondata da alcune coppie cristiane provenienti dal mondo degli scout cattolici francesi con la decisiva guida di padre Henry Caffarel, è fondata sulla crescita nella Fede della coppia cristiana, e consente di porre attenzione ed approfondire il senso della coppia attraverso il confronto con altre coppie; la base quindi è costituita da piccoli gruppi di coniugi che si incontrano una volta al mese per pregare insieme e studiare argomenti inerenti il proprio comportamento e ruolo nella Chiesa e nel mondo. L&#8217;approfondire il senso umano della comunione e del dono reciproco nella coppia mi aiuta anche, non vorrei essere presuntuoso, a cogliere in esso almeno come lontano riflesso l&#8217;<em>amore </em>e il d<em>esiderio di compiere la volontà dell&#8217;altro</em> che costituisce il centro motore dell&#8217;universo nella Trinità divina. Ma rimanendo nel tema del superamento di una percezione dogmatica  della gerarchia nella Chiesa come <em>diritto divino</em>, ove nel Vangelo si trova la missione apostolica <strong>unicamente come <em>servizio</em></strong> (Giovanni <strong>13,1-15; Matteo 10,1</strong><strong> ;</strong><strong>20,25-28 ; Marco  6,7-13 ; 9,35; 10,42-45; Luca 22,24-27 )</strong> , mi sembra utile descrivere come la gestione decisionale sia praticata nel Movimento delle Equipes Notre Dame diffuso oggi in 93 nazioni. Il nucleo associativo è costituito da 4-6 coppie che si incontrano almeno una volta al mese per una cena condivisa e momenti di preghiera e scambio di esperienza, attraverso un ristretto numero di impegni che la coppia segue ogni mese e di cui è tenuta a discutere all&#8217;interno almeno una volta al mese, riportando poi quello che della propria esperienza ritiene condivisibile agli altri. Questo è il nucleo, L&#8217;Equipe Notre Dame. Cinque o sei Equipes vengono tenute in contatto con una coppia responsabile di un Collegamento. Tre o quattro collegamenti, con le loro coppie responsabili, costituiscono un settore di 15-25 Equipes, in cui c&#8217;è una coppia Responsabile di Settore. In una grande città vi sono tipicamente 3-4 settori. I settori di un territorio in cui le Equipes sono diffuse costituiscono una regione; periodicamente, 3 – 4 volte l&#8217;anno la Regione, formata dalle coppie dei settori raggruppati, si riunisce con i Responsabili regionali; e questi si riuniscono nella Super-Regione, ad esempio l&#8217;Italia, 3-4 volte l&#8217;anno e organizzano la vita del Movimento nazionale, 2 incontri annuali di 3-4 giorni per chi può e desidera partecipare più altri eventi dedicati a particolari servizi. Tutto questo può sembrare macchinoso ma invece non lo è perché ciascuna coppia  responsabile ha la piena responsabilità per il proprio livello, in cui opera con una equipe di servizio per il livello stesso; le decisioni pertanto non sono mai individuali ma condivise dall&#8217;equipe di servizio, e vengono poi progressivamente condivise, sia dalla base verso il livello nazionale che viceversa. Tutti gli incarichi di responsabilità vengono decisi per cooptazione nella equipe di servizio, e sono gratuiti e volontari, con un tassativo limite temporale che non supera i 6 anni per i responsabili internazionali (5 per i super regionali, 4 per i regionali, 3 per i settori). Gli incontri e le spese di viaggio (l&#8217;ospitalità per gli incontri delle equipes di servizio è quasi sempre fatta a livello domestico) vengono finanziati in una cassa comune a livello sia regionale che super-regionale con il versamento annuale di una giornata di reddito da lavoro di ciascuna coppia, pertanto in proporzione alle proprie possibilità.</p>
<p>Certo ci possono essere anche nella associazione piccoli inconvenienti, rinunce, crisi: nulla nella vita umana è al riparo da questo. Tuttavia l&#8217;esperienza ormai più che cinquantennale mi fa pensare che anche nella Chiesa cattolica potrebbe svilupparsi, partendo da comunità piccole come quelle primitive, una diversa organizzazione, in cui i ruoli di <em>episcopo </em> e di <em>presbitero, e di diacono,  </em>ritornino ad assomigliare a quelli del cristianesimo primitivo e vengano scissi da ogni pregiudizio di potere terreno; divenendo anche accessibili alle donne, i cui diritti paritari, un tempo ancora recente negati o misconosciuti, sono oggi pienamente accettati nelle società progredite, né si vedono motivi di esclusione dal momento che anche nei Vangeli le donne hanno spesso ruoli di primo piano, anche in una società che le vedeva fortemente penalizzate. Anche il ruolo della <em>coppia cristiana</em> dovrebbe essere riconosciuto con caratteristiche anche ministeriali. Ciò appare evidente se si vuole ripartire da piccole comunità intrafamiliari. Una Chiesa più piccola, umile, povera, generosa, capace di indicare al <em>mondo</em> il senso dell&#8217;esistenza individuale e il destino comune dell&#8217;umanità, Popolo di Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Parti uguali fra disuguali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:44:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
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					<description><![CDATA[L’eredità del pensiero di Ermanno Gorrieri Mercoledì, 8 aprile 2026, ore 18 (Milano, Auditorium Acli, via della Signora, 3 – MM Duomo) Sono previsti gli interventi di: Gad LERNER, Giornalista e Scrittore Claudio GORRIERI, Componente CDA Fondazione Gorrieri Savino PEZZOTTA, &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>L’eredità del pensiero di Ermanno Gorrieri</em></strong><em><br />
Mercoledì, 8 aprile 2026, ore 18<br />
(Milano, Auditorium Acli, via della Signora, 3 – MM Duomo)</em></p>
<p>Sono previsti gli interventi di:</p>
<p>Gad LERNER, Giornalista e Scrittore</p>
<p>Claudio GORRIERI, Componente CDA Fondazione Gorrieri</p>
<p>Savino PEZZOTTA, Già Segretario Generale CISL</p>
<p>Floriana CERNIGLIA, Università Cattolica di Milano</p>
<p>Delfina COLOMBO, Presidente ACLI Milanesi</p>
<p><a href="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-67698" src="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile-300x300.png 300w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile-1024x1024.png 1024w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile-150x150.png 150w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile-768x768.png 768w, https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2026/03/Gorrieri-locandina-Milano-8-aprile.png 1080w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Partigiano, sindacalista, politico e Ministro del lavoro e della previdenza sociale (1987), Gorrieri (1928-2004), rappresentante di spicco del cattolicesimo sociale, è stato insigne studioso dei problemi legati a uguaglianza redistributiva e povertà in Italia.</p>
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		<title>Non siamo condannati a un mondo “senza pace”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:40:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
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					<description><![CDATA[pubblicato su Rallentare, la newsletter dei ritmi sostenibili a cura di Aggiornamenti Sociali. Nel 1961 Gino Paoli scriveva Senza fine, un grande successo della storia musicale italiana che in molti hanno ascoltato nuovamente in radio o sui social in questi giorni, &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>pubblicato su </em><a href="https://rallentare.org/newsletter/">Rallentare</a><em>, la newsletter dei ritmi sostenibili a cura di Aggiornamenti Sociali.</em></p>
<p>Nel 1961 Gino Paoli scriveva Senza fine, un grande successo della storia musicale italiana che in molti hanno ascoltato nuovamente in radio o sui social in questi giorni, dopo la sua scomparsa, o mei mesi scorsi, quando è venuta a mancare Ornella Vanoni, musa e interprete di quella canzone.</p>
<p>Il cantautore genovese descrive un sentimento intenso, che esprime un amore che non si consuma mai: «Tu sei un attimo senza fine, non hai ieri, non hai domani». Un’eterna ciclicità in cui si vive una connessione tra anime, resistente al tempo e alle avversità esterne. Ma questa esperienza, se applicata a contesti e realtà ben distanti dalla sfera amorosa, ci apre a prospettive disarmanti.</p>
<p>Negli ultimi anni, a partire dall’invasione russa in Ucraina fino all’attacco israeliano e statunitense in Iran, ci siamo trovati immersi in un clima di guerra. Pur avendo il privilegio di non abitare i luoghi di bombardamenti e violenze, siamo coinvolti – e spesso sconvolti – dalle notizie quotidiane e dalle conseguenze sociali ed economiche dei conflitti in corso.</p>
<p>Oltre ai media, anche i rincari – che impattano negativamente sul costo della vita – ci ricordano quanto siamo interconnessi in un mondo globalizzato, ma forse dovremmo imparare a leggere questi legami in una chiave più ampia e fondamentale: quella della fraternità, perché l’umanità intera desidera la pace oltre ogni confine.</p>
<p>In un tempo in cui avvertiamo come la guerra sembri essere “senza fine”, gonfiata a dismisura dalla retorica bellicista, trovare spazi di pace è sempre più difficile, ma proprio per questo necessario: non siamo condannati a un mondo “senza pace”.</p>
<p>Se spostiamo la nostra attenzione a un altro aspetto, ci rendiamo conto che anche la guerra è in un certo senso vittima del “tutto e subito” della società contemporanea. Putin e Trump condividevano la stessa ambizione per i rispettivi conflitti: vincere in poco tempo, riducendo al minimo costi e perdite, e portando a casa in fretta il risultato che gli interessava. Ma sia in Ucraina sia in Iran assistiamo al prolungarsi degli scontri e all’aumento delle criticità politiche, economiche e soprattutto sociali.</p>
<p>Dopo poche settimane, le “operazioni speciali” sono diventate “normali”, parte integrante delle nostre vite. Ma è proprio in questo processo di normalizzazione della guerra che possiamo intervenire per romperne la logica “senza fine”. Per agire consapevolmente in questa direzione è fondamentale conoscere in che modo la guerra agisce nel discorso pubblico.</p>
<p>Una dinamica importante è quella della desensibilizzazione alla violenza, che parte dai vertici politici per raggiungere i nostri smartphone. Sono molteplici e virali i video e le immagini delle azioni militari accompagnati da colonne sonore pop o riferimenti al mondo dei videogiochi. Se già il sovraccarico informativo ci rendeva più insensibili alle sofferenze provenienti dai fronti di guerra, i costanti richiami alla cultura ludica e popolare rompono ulteriormente il contatto con la realtà: i jet militari, i bombardamenti e le esplosioni non sono altro che contenuti di intrattenimento, rendendo spettacolare qualcosa di orribile.</p>
<p>Nell’ordinarietà della guerra trova maggior forza anche la deumanizzazione dell’altro, privato della sua dignità di essere umano per essere trasformato in qualcosa di estraneo e che, come tale, può stare al centro del mirino: le persone diventano numeri e i numeri si dissolvono rapidamente nella nostra memoria. In poco tempo scopriamo che l’assenza di empatia ci lascia meno interdetti di fronte alle dichiarazioni predatorie dei leader mondiali.</p>
<p>Per questo, comprendere come le narrazioni di guerra influenzano il dibattito pubblico e orientano le nostre opinioni è un primo passo per non restare indifferenti. Il secondo è ascoltare le voci dei civili e delle organizzazioni umanitarie, dare spazio al giornalismo capace di raccontare i conflitti guardando alle cause strutturali, agli attori non violenti e alle possibilità di soluzione. Quello che continua ad accadere a Gaza evidenzia chiaramente quanto sia importante il ruolo delle testimonianze locali come contrappeso alla narrazione istituzionale.</p>
<p>Non basta l’assenza di guerra perché vi sia la pace. Certamente è qualcosa di necessario, ma non di sufficiente. La pace non si costruisce in un giorno ed è molto più difficile da “scatenare” rispetto a una guerra. È una maratona, che davanti a un conflitto ci porta prima di tutto a ricercarne le ragioni e quindi ad agire in termini propositivi per il dialogo, la partecipazione e la condivisione.</p>
<p>I conflitti sono inevitabili, questo è innegabile, ma possono diventare generativi se affrontati attraverso dinamiche e strutture di convivenza. Una delle criticità maggiori è però che sono processi in antitesi con i ritmi del presente, perché richiedono tempi e visioni di lungo periodo, sacrifici che ben pochi – in particolare i leader politici – sono disposti a compiere. L’impegno costante che richiede costruire la pace viene infatti spesso demoralizzato, ma vive e si evolve a partire dai piccoli gesti. Non dobbiamo essere a Kiev, Gaza, Teheran o Beirut per promuovere la pace, per nuotare controcorrente in un mondo dove la legge della giungla sembra prevalere e le parole di pace vengono marginalizzate.</p>
<p>«Dovremmo abituarci ad abbinare la pace a parole più quotidiane. Parliamo quasi sempre di festa della pace, marce della pace, veglie della pace, tavole rotonde sulla pace. Ne deriva l’immagine distorta che la pace riesca ad andare d’accordo solo con compagne fortunate. Che si mostri in pubblico solo con coloro che hanno sfondato. Che accetti di apparire in vetrina solo con realtà di rango superiore. O di passeggiare in tandem unicamente con seguaci blasonate.</p>
<p>Forse è arrivato il momento di capire che, oltre che di festa, dovremmo poter parlare di ferialità della pace. Invece che coniugarla sempre con le marce, dovremmo appaiarla un po’ più con i percorsi quotidiani che, in linea ordinaria, sono scanditi su ritmi scarsamente eroici. Al di là delle veglie, cariche di vibrazioni emotive e risonanti di salutari utopie, dovremmo prender atto che la pace si costruisce anche nei sonnolenti meandri della storia e cresce anche nelle pieghe sotterranee dell’esistenza. E non è blasfemo affermare che, al di là dei velluti delle tavole rotonde, la pace si costruisce sul ruvido tavolo del falegname come desco del contadino. Sulla cattedra dell’insegante come sulla scrivania dell’impiegato. Sullo scanno dello scolaro come sulla mensola della casalinga. Sull’impalcatura del metalmeccanico come su ogni banco impoetico dove si consumano le più oscure fatiche giornaliere».</p>
<p>Don Tonino Bello, Scritti di pace, IV, Luce e vita, Molfetta, 1997</p>
<p>I tempi lunghi della pace, faticosi ma necessari, si abitano ogni giorno attraverso piccoli gesti, finché non diventano quasi una seconda pelle, finché non permettono di trasformare chi li compie e il contesto in cui vengono realizzati. Sebbene il cambiamento non sia immediatamente visibile ed eclatante, non significa che sia poco incisivo. Agisce nel profondo, alimentando ritmi e linguaggi nuovi, mettendo al primo posto la persona e la sua dignità di essere umano. Vivendo così la pace, “senza fine” non sarà un riferimento alla guerra intorno a noi, ma all’instancabile impegno per un domani possibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dopo la vittoria del No occorre una seria riflessione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:33:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La nostra Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Comunicato di Argomenti 2000</em></p>
<p>Il voto referendario ha avuto un esito inaspettatamente chiaro nel bocciare la riforma costituzionale ed un esito ancor più rilevante sul piano politico a motivo di un sussulto di partecipazione da parte dei cittadini. Due esiti che impongono una considerazione attenta e politica del risultato a cominciare dal fatto che quasi il 60% degli elettori si è sentito chiamato in causa da una consultazione che aveva per oggetto una riforma della Costituzione. Un elemento che indica la presenza di un senso di identità costituzionale che è una preziosa base civica, in particolare se si considera la dinamica del voto fra gli elettori più giovani. L&#8217;esito del referendum inoltre sancisce la sconfitta di un metodo di gestire le proposte di riforma della Carta discutibile, che procede ragionando sul solo perimetro della maggioranza parlamentare e non di quella maggioranza costituzionale prevista dall&#8217;articolo 138 che è garanzia del patto democratico e repubblicano che, come mostra il voto, ha un largo consenso nel paese. È un segnale positivo da parte di un corpo elettorale che rigetta un approccio unilaterale sulla Costituzione e chiede che le riforme, che servono e sono un&#8217;esigenza reale (ivi compresa quella della giustizia ), siano qualcosa di cui si fa carico l&#8217;intera classe dirigente e non solo la maggioranza parlamentare o il governo pro tempore. Questo passaggio politico impone una riflessione al governo e alla maggioranza, ma anche al centro-sinistra, che ha ora di fronte l&#8217;ultimo anno di legislatura da spendere per costruire una proposta politica adeguata. La corsa alla scelta del candidato alla guida della coalizione che è già iniziata rischia di riprodurre una dinamica pericolosa: quella della ricerca di una figura forte a scapito della tessitura di una proposta politica radicata nel paese, costruita nella fatica di un dialogo che edifica il consenso. Serve pensare ad una piattaforma che metta in condizione, in caso di vittoria elettorale, di governare affrontando i nodi profondi del nostro paese e cercando di risolverli. Occorre guardare non solo al semplice successo elettorale ma alla definizione di una cultura di governo in modo da non corre il rischio, già troppe volte sperimentato, di deludere aspettative di cambiamenti impossibili o che non si ha la forza di perseguire. Il voto di domenica e lunedi ha mostrato un&#8217;Italia che tiene ancora alla sua vita politica e istituzionale e che però chiede alla classe dirigente di assumersi fino in fondo la pratica di un autentico metodo democratico per affrontare le scelte importanti per il futuro.</p>
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