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	<description>Il blog di Christian Rocca</description>
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		<title>L&#8217;allenatore e il pallone</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jun 2019 18:18:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rivista Undici]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando ho cominciato a seguire il calcio c’era un solo allenatore di club: Giovanni Trapattoni. L’alternativa al calcio pragmatico del Trap era Gigi Radice del Toro. Gli altri erano seguaci di seconda fila e comunque ai tifosi e alla stampa importava poco chi sedeva in panchina. Non erano più i tempi mitici degli allenatori guru come il mago Helenio Herrera, come il paron Nereo Rocco o come gli alfieri del calcio totale dell’Ajax Rinus Michels e Ştefan Kovács.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Quando ho cominciato a seguire il calcio c’era un solo allenatore di club: Giovanni Trapattoni. L’alternativa al calcio pragmatico del Trap era Gigi Radice del Toro. Gli altri erano seguaci di seconda fila e comunque ai tifosi e alla stampa importava poco chi sedeva in panchina. Non erano più i tempi mitici degli allenatori guru come il mago Helenio Herrera, come il paron Nereo Rocco o come gli alfieri del calcio totale dell’Ajax Rinus Michels e Ştefan Kovács. 
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A un certo punto, però, si è imposto Nils Liedholm, detto il Barone, il primo a importare l’esoterica difesa a zona nel paese del catenaccio. Senza Liedholm non ci sarebbe stato Arrigo Sacchi, ovvero l’uomo che ha rimesso l’allenatore al centro del villaggio calcistico e l’individuo al servizio del collettivo. Sacchi è stato il più grande innovatore del calcio moderno, il mister che con il Milan degli Immortali ha guidato una rivoluzione culturale che ha portato le nostre squadre a dominare con un calcio totale, tecnico, fisico, verticale.
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Nei miei ricordi l’utopia di Sacchi si è realizzata il primo maggio 1988, con il 2 a 3 al San Paolo con cui il Milan ha superato la capolista Napoli fino a conquistare il primo scudetto dell’era Berlusconi. E poi l’anno successivo, il 19 aprile 1989, in una delle più straordinarie dimostrazioni di superiorità sportiva mai viste in una semifinale di Coppa dei Campioni: il 5-0 sbattuto in faccia al Real Madrid. 
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Sacchi ha generato una consistente scuola di epigoni, molti dei quali dimenticabili, da Corrado Orrico a Gigi Maifredi fino a Zdeněk Zeman, i cui insuccessi a suon di gol subiti sono diventati epici. Più interessante, invece, il filone dei post sacchiani alla Fabio Capello: concreti, pratici e in grado di correggere certi radicalismi dell’originale e quindi di migliorare le performance mantenendo un calcio intenso e propositivo. Su quella scia, un grande innovatore è stato Marcello Lippi, fautore di un gioco di squadra corto e aggressivo e inventore della figura del trequartista, ovvero del numero 10 atletico oltre che tecnico, capace di saper fare all’occorrenza l’interno di centrocampo, insomma Zinedine Zidane, Juan Sebastian Veron e Pavel Nedved.
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Quel calcio post sacchiano ha dominato per vent’anni ma è stato messo a soqquadro da Guardiola e dal suo tiki taka, una controrivoluzione che si basa sul possesso palla e sulla pazienza di Giobbe prima di affondare il colpo, invece che puntare febbrilmente sulla ripartenza istantanea. Guardiola ha molti adepti, dalle meteore Andrea Stramaccioni e André Villas Boas, fino a Maurizio Sarri, a Luis Enrique e a Erik ten Hag (il coach dell’Ajax, in realtà, potenzialmente è un innovatore perché propone un palleggio dinamico e una proiezione ortogonale dei triangoli). 
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Oggi i non guardiolisti sono di due tipi: i lippiani come Jürgen Klopp, Antonio Conte e Maurizio Pochettino e, su un piano meno nobile, Gian Piero Gasperini, Eusebio De Francesco e Roberto De Zerbi, fanatici e ossessivi nella loro idea di movimenti ripetitivi e verticali; e i capelliani super tattici, più compassati e abili ad adattarsi agli avversari e a sfruttare le loro debolezze come Zidane, Max Allegri, José Mourinho, Didier Deschamps e Carlo Ancelotti. 
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Sacchi e Guardiola hanno fatto scuola e vinto tutto, così come molti altri colleghi meno ideologici, sia quelli che hanno un’idea di calcio divertente sia quelli meno fiammeggianti. La morale è che, alla fine, conta chi scende in campo, corre e fa gol, molto più di chi siede in panchina.
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Christian Rocca]]></content:encoded>
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		<title>La Champions ogni domenica</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2018 08:57:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rivista Undici]]></category>

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		<description><![CDATA[Una proposta per il calcio internazionalista, non sovranità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Stadi fatiscenti, presidenti padri-padroni, gestioni amatoriali, giustizia sportiva tragicomica, tifoserie più fastidiose dei troll russi, campionato femminile allo sbando, dilettantismo diffuso che ricorda il governo Conte, riforma Lotti dei diritti televisivi da torneo parrocchiale: ecco perché il calcio italiano, affossato da Calciopoli, è rimasto fuori dai mondiali e oggi vale meno non solo di quello inglese e spagnolo, ma anche di quello tedesco e francese. Come si fa a cambiare rotta? 
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Affidarsi come sempre al genio creativo italiano, alla nostra straordinaria capacità di adattarci e di improvvisare, non basta più e soprattutto non colma le lacune strutturali del nostro calcio. Non serve nemmeno farsi ammaliare dalle eccezioni serie che ci sono, e sono rilevanti, come la Roma americana e l’Inter cinese, oltre alla Juventus degli Agnelli, cui pare ora si sia aggiunto anche il Milan del fondo Elliott dopo la surreale stagione cinese, thailandese o chissà che cos’altro. Tanto di cappello anche ad alcune realtà consolidate della grande provincia italiana, ma in generale la Serie A non ha più lo standing che merita, non tanto come paese, che se possibile è in condizioni peggiori del campionato, ma per la sua rinomata tradizione calcistica.
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L’arrivo di Cristiano Ronaldo e la ritrovata centralità delle milanesi, oltre che della Roma, sono soltanto un tappeto prezioso che nasconde la polvere di un movimento calcistico non più al passo coi tempi, indietro sotto ogni punto di vista e fatto di società gloriose fallite o quasi, di intrallazzi, di carte bollate, di controllori grotteschi, di personaggi da operetta e anche di meraviglie architettoniche in stato di abbandono come il San Nicola di Bari, l’astronave di Renzo Piano che lascia senza fiato chiunque dall’aeroporto del capoluogo pugliese si muova verso la città, ma che da vicino è un monumento al fallimento morale e civile del nostro paese. 
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E allora la soluzione è abbandonare le ubbie sovraniste, la frottole sul movimento nazionale, la nostalgia del calcio pane-e-salame e provare a costruire finalmente un vero campionato professionistico europeo. Una lega dei campioni in stile NBA o NFL, fate voi, con le migliori trentadue squadre del continente che si sfidano in quattro gironi da otto squadre o in due da sedici, invece degli otto gironi da quattro squadre di adesso, in modo da moltiplicare spettacolo e denari, gol e ricavi, garantendo a società, tifosi e televisioni almeno quattordici se non ventotto grandi partite internazionali, più la seconda fase a eliminazione. 
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Immaginate una super Champions League che si giochi tutto l’anno, da settembre a giugno, tutte le domeniche, ogni maledetta domenica, sempre con un Psg-Inter, un Real-Manchester United, un Milan-Barcellona, un Juve-Atletico, un Roma-Liverpool da seguire tutte le settimane e con tutto il tempo necessario, inoltre, per lasciarci gustare al mercoledì, ribaltando i calendari attuali, le splendide sfide autarchiche, ma direi hipster, con il Chievo e l’Atalanta, con il Toro e il Parma, con la Lazio e la Fiorentina. 
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Si potrebbero escogitare altre formule, ovviamente, anche meno radicali e finanche opposte a quella della super Champions League, come per esempio quella suggerita all’inizio di quest’anno sul magazine IL dallo scrittore Sandro Veronesi, ovvero organizzare una Uefa Nations League, un torneo tra leghe invece che tra nazionali, che ogni due anni faccia sfidare i migliori calciatori della Serie A, non importa di quale nazionalità, contro i campioni della Liga, della Premier League, della Bundesliga, della Ligue 1 eccetera: Ronaldo, Higuain e Icardi contro Messi, Diego Costa e Modric; contro Pogba, De Bruyne e Salah, contro Neuer, Lewandoski e Ribery; contro Buffon, Neymar e Mbappé. Altre idee sono benvenute, qualsiasi cosa tranne la mediocrità parastatale del calcio Made in Coni. 
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La cosa importante, qualunque sia la soluzione ideata, è liberarsi della retorica “prima gli italiani”, abbandonare il cialtronismo impresentabile e superare la burocrazia pubblica che governa il calcio come se fosse una Asl di periferia. Basta con i campionati sovranisti, facciamo una lega globale, viva il calcio elitario. Soros, dove sei?]]></content:encoded>
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		<title>Attacco social al Quirinale</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Aug 2018 17:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[I servizi segreti russi hanno manipolato il dibattito pubblico occidentale creando falsi account sui social network per diffondere notizie menzognere, le famigerate «fake news», in modo da favorire i movimenti populisti anti sistema e promuovere il caos nelle società democratiche. È successo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e ora sappiamo che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[I servizi segreti russi hanno manipolato il dibattito pubblico occidentale creando falsi account sui social network per diffondere notizie menzognere, le famigerate «fake news», in modo da favorire i movimenti populisti anti sistema e promuovere il caos nelle società democratiche. È successo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia e ora sappiamo che è successo anche in Italia. Tra le vittime più recenti della campagna russa c’è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oggetto di una &#8220;tweet storm”, una “tempesta di tweet”, originata da centinaia di account nati in poche ore, che pretendeva, a sostegno della richiesta di impeachment avanzata da Cinquestelle, le dimissioni del Capo dello Stato per essersi opposto alla nomina dell’anti Euro Paolo Savona a ministro dell’Economia. 
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La procura di Roma ha aperto un’indagine, i servizi italiani non hanno prove, Facebook aggiunge che un’interferenza c’è stata anche sulle elezioni del 4 marzo e la macchina della politica e dell’informazione italiana improvvisamente si è svegliata, nonostante il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, firmatario di un accordo politico con il partito di Putin, abbia detto che si tratta di «fregnacce». Anche i Cinquestelle hanno minimizzato, soprattutto con il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, un apologeta della politica estera del Cremlino come non si vedeva dai tempi della Guerra fredda.
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I sospetti di un’ingerenza di Mosca sul processo democratico italiano, e non solo italiano, risalgono a due anni fa. Quando, a fine 2016, l’allora vicepresidente americano Joe Biden scrisse sulla rivista Foreign Affairs che i russi avevano usato profili finti su Twitter e pagine false su Facebook per sostenere il NO al referendum costituzionale italiano nessuno gli credette. Quando ne parlò l’allora premier Matteo Renzi fu facile liquidare la questione alla voce “rancore di chi non sa perdere”. 
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Quando le prime inchieste giornalistiche dei quotidiani La Stampa e La Repubblica scoprirono che alcuni account attivi nelle battaglie populiste e sovraniste erano stati creati nella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo si scelse di far finta di niente. E quando il New York Times e il sito Buzzfeed svelarono altri particolari sulla connessione tra gli apparati russi e le attività online che amplificavano le iniziative di Cinquestelle e Lega si arrivò a dire che quegli organi di informazione internazionale fossero al servizio del PD di Renzi.
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Nemmeno quando è scoppiato il caso di Cambridge Analytica, la società di marketing politico che ha applicato su settanta milioni di utenti Facebook le tecniche psicometriche di manipolazione del consenso in America a favore di Trump, in Inghilterra per la Brexit e in Italia a beneficio di un non meglio precisato partito politico nato negli anni 80 e rilanciato in questi anni, l’opinione pubblica è sembrata dare segnali di vita. 
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La prima reazione dell’opposizione, da Forza Italia al Pd, risale alla settimana scorsa, pochi giorni prima delle rivelazioni su Mattarella, quando il governo ha indicato il giornalista italo-svizzero Marcello Foa alla presidenza della Rai. Foa è un opinionista noto per le posizioni filo russe, per essere un frequente ospite di  Russia Today, il canale televisivo di propaganda del Cremlino in lingua inglese che ha più punti di contatto con il Kgb che con la Bbc, e anche per aver dato credito alle più incredibili teorie cospirative, a cominciare dalla grottesca accusa a Hillary Clinton di partecipare a cene sataniche. 
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Il no a Foa e lo sgomento per l’attacco straniero a Mattarella non è detto che siano un punto di svolta per l’Italia: mentre Facebook e Twitter provano a fare pulizia cercando soluzioni tecniche contro le campagne di disinformazione e i governi occidentali si difendono dai tentavi russi di influenzare le elezioni americane di novembre e quelle europee del 2019, il sottosegretario italiano con delega all’editoria, il grillino Vito Crimi, ha incredibilmente dichiarato che reprimere le fake news equivale a reprimere la libertà di informazione. ]]></content:encoded>
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		<title>Trump e Putin, amici-nemici</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jul 2018 17:10:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[Quello che sappiamo è che il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin si sono incontrati lunedì a Helsinki, in Finlandia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Quello che sappiamo è che il presidente americano Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin si sono incontrati lunedì a Helsinki, in Finlandia. Sappiamo anche che hanno discusso di tutti i grandi temi di politica internazionale del momento, dalla Siria all’Iran e in generale degli annosi problemi mediorientali. I due leader hanno discusso di Europa e di Ucraina, di Cina e di Nato, di questioni energetiche, militari e commerciali e anche di strategie antiterrorismo e di proliferazione nucleare. Ma la cosa più interessante di questo vertice è quello che non sappiamo. Non sappiamo che cosa si siano detti Donald e Vladimir nell’incontro privato, senza interpreti e senza consiglieri, che secondo il programma ufficiale è avvenuto prima dell’inizio dei lavori. 
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Trump e Putin non sono due presidenti qualsiasi perché il primo è sospettato di essere stato aiutato dal secondo a essere eletto alla Casa Bianca nel novembre di due anni fa. O, meglio, è stato ormai accertato che Putin abbia aiutato Trump a vincere le elezioni presidenziali del 2016 contro Hillary Clinton, quello che è ancora da chiarire è se gli apparati di intelligence russi abbiano agito d’accordo con il team Trump nella manipolazione delle elezioni del 2016. A breve se ne saprà di più, probabilmente alla fine dell’estate, quando si chiuderà l’inchiesta aperta dalla stessa Amministrazione Trump e affidata all’ex direttore dell’Fbi Robert Mueller.
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Ecco perché quello che non sappiamo dell’incontro tra i due leader è l’aspetto più importante del vertice di Helsinki. Tanto più che, un paio di giorni prima del summit, Mueller ha incriminato dodici agenti del GRU, il servizio di intelligence del Cremlino, per aver violato due anni fa i server del partito di Hillary e attaccato il processo democratico degli Stati Uniti. Nei mesi scorsi, Mueller ha accusato e arrestato alcuni uomini chiave della campagna elettorale di Trump, un paio dei quali hanno ammesso le responsabilità e hanno iniziato a collaborare, ma le 29 pagine contro i dodici agenti russi rese pubbliche sabato scorso sono un atto d’accusa dettagliato sulle attività dei servizi di Putin contro Hillary Clinton, anche se non affrontano il tema della “collusion”, della complicità, di Trump. 
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Una delle cose più interessanti delle 29 pagine di Mueller è una sequenza cronologica: l’invito pubblico di Trump ai russi, il 27 luglio 2016, di scovare le mail dei server privati di Hillary, e il primo tentativo, lo stesso giorno, da parte degli apparati russi di violare i data-base di Clinton. Dal momento della sua elezione, Trump è diventato il principale esecutore della strategia politica di Putin, quella di indebolire l’Alleanza atlantica, la Nato, e di allontanare l’America dagli storici alleati europei. Sembra una puntata della serie tv The Americans, la saga di una famiglia di spie russe infiltrata nell’America degli Anni 80, ma questa volta non si tratta di una fiction. Diciassette agenzie di intelligence americane sostengono che l’attacco russo alle elezioni ci sia stato, e non solo alle elezioni americane, ma la controffensiva dell’allora presidente Obama è stata debole, come ammettono adesso i suoi uomini, perché sembrava comunque improbabile che Trump potesse battere Hillary. Le responsabilità di Obama sono enormi e Trump ha gioco facile a sottolineare che gli attacchi russi all’America sono avvenuti sotto il naso del suo predecessore. 
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Il clima politico però è cambiato: la Camera e il Senato di Washington, senza distinzioni tra repubblicani e democratici, ora considera Putin il nemico numero 1 degli Stati Uniti e in più modi ha chiesto a Trump di annullare l’incontro di Helsinki. Chissà, quindi, che cosa si sono detti davvero, Trump e Putin. ]]></content:encoded>
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		<title>La prima volta che ho visto il bel gioco</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jul 2018 17:04:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rivista Undici]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima volta che ho visto il “bel gioco” non si scorda mai: stagione sportiva 1983/84. Avevo quindici anni, nei giorni feriali frequentavo il liceo classico e una domenica sì e una no andavo allo stadio Maroso di Alcamo, provincia di Trapani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[La prima volta che ho visto il “bel gioco” non si scorda mai: stagione sportiva 1983/84. Avevo quindici anni, nei giorni feriali frequentavo il liceo classico e una domenica sì e una no andavo allo stadio Maroso di Alcamo, provincia di Trapani. Stadio è una parola grossa: due tribunette con gli scaloni di cemento, campo in terra battuta più adatto a un Roland Garros di periferia che a un torneo di calcio, spogliatoi in comune con l’adiacente oratorio dei salesiani dove immancabilmente a fine partita gli arbitri erano costretti a ripararsi dalla selva di sputi, di «arbitro cuinnuto» e di «bottana di to ma’» molto cari a una tifoseria che già incubava, con trenta anni di anticipo, l’elettorato medio di quella che nel 2013 è stata definita la città più grillina d’Italia.
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Il campionato era quello di C2, girone D, dove sono certo si giocasse il peggior calcio d’Europa. L’Alcamo era una squadraccia, nonostante avesse la maglia bianconera. Quel pomeriggio del 1983 giocava contro il Licata, maglia gialloblù, una squadra che in panchina aveva un certo Zdeněk Zeman. Ancora oggi continuo a non credere a ciò che ho visto quella domenica al Maroso. Su quei campi della periferia meridionale si giocava un calcio di marcature a uomo e di palla lunga e pedalare, ma in verità si giocava così, a uomo, con catenaccio e contropiede, anche al Nord e nelle serie maggiori. 
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Il Licata di Zeman, di cui prima di quel pomeriggio non sapevo nulla, invece faceva una cosa che non esisteva in Italia: la zona pura col fuorigioco, la difesa alta, le diagonali, i triangoli in profondità. In C2. Sulla terra battuta. Al Maroso. Uno spettacolo strabiliante, ne rimasi incantato, anche se mai quanto i calciatori dell’Alcamo: loro non ci capirono niente, non videro mai il pallone, in difesa furono tagliati come il burro da un coltello incandescente e le poche volte che si avventurarono in attacco finirono sempre, ma proprio sempre, in fuorigioco. 
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<br />
Alla fine del primo tempo, il Licata era già avanti di quattro gol a zero, con Maurizio Schillaci, fratello di Totò, grande mattatore (Wikipedia scrive che quella partita in realtà finì solo 2 a 0 per il Licata, ma quell’anno c’è stata anche una sfida di Coppa Italia di cui non riesco a trovare il risultato: magari era quella la partita dello 0-4 alla fine del primo tempo, non lo so, in ogni caso, anche fosse finita davvero 0-2, il mio vivido ricordo di uno 0-4 è la conferma dell’impatto smisurato nella mia memoria di quella formidabile esibizione di bravura calcistica).  
Quella lucida follia zemaniana col passare degli anni è diventata mainstream. Da lì a poco, ad altri livelli, Arrigo Sacchi ha cambiato il calcio italiano e mondiale. In attacco il Milan giocava come quel Licata di Zeman ma in difesa era impenetrabile grazie a una linee più forti di sempre: Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini. L’utopia trasformata in realtà.
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Fabio Capello ha perfezionato quel modello, sacrificando il bel gioco, ma rendendo quella squadra invincibile. Si deve a Marcello Lippi l’introduzione del trequartista, un numero 10 di nuova generazione, non solo tecnico ma anche possente e atletico. Zidane, insomma. Il calcio di Lippi non è passato alla storia per essere bello, anche se lo era, ma Lippi è uno dei pochi allenatori ad aver vinto sia la Champions League sia la Coppa del Mondo (Sacchi è stato fermato solo dai rigori di Pasadena). 
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Oggi gli eredi di Zeman e Sacchi, gli alfieri del bel gioco, sono Pep Guardiola, Maurizio Sarri, Jürgen Klopp e fino a quando ha lasciato la Juventus anche Antonio Conte. Guardiola e Sarri giocano allo stesso modo: si difendono tenendo la palla, costruiscono una fitta ragnatela di passaggi che consente di gestire il gioco e di avvicinarsi alla porta avversaria senza quasi mai rischiare l’offensiva degli avversari. Poi, quando meno te l’aspetti, colpiscono con improvvise accelerazioni. Klopp gioca freneticamente con verticalizzazioni e triangolazioni di stampo zemaniano e con una difesa che fa acqua esattamente come quelle del boemo, ma il concetto è lo stesso: bel gioco, anche se solo dalla metà in avanti. 
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Il tiki-taka di Guardiola e Sarri funziona sia davanti sia dietro, non c’è dubbio, ma non mi appassiona. Non credo sia calcio spettacolo, ma una proiezione sul campo di un calcio e di uno spettacolo da Playstation. Il calcio non è digitale, è analogico. Il calcio è un gioco molto semplice: un centrocampista che apre sulla fascia, un’ala che scarta il terzino e che  va sul fondo per crossare la palla sulla testa del centravanti pronto a incornare. Il calcio è la palla recuperata con un tackle dal mediano o con un anticipo dallo stopper e poi la ripartenza veloce, cioè il vecchio contropiede, verso la porta avversaria. Il calcio è il campione che dà del tu alla palla. Quello è il calcio spettacolo. Solo quello. Il bel gioco non esiste. ]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;era della geotecnologia</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jul 2018 17:21:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Benvenuti nell’era della geotecnologia. Se il diciannovesimo e il ventesimo sono stati i secoli della geopolitica, ovvero quelli dell’impatto dei fattori geografici sull’azione politica degli Stati, secondo un nuovo studio dell’Atlantic Council di Washington siamo entrati nell’epoca in cui sono i fattori tecnologici – l’intelligenza artificiale, la biotecnologia, la robotica, le telecomunicazioni 5g, le energie rinnovabili – «a determinare il futuro della civiltà umana e l’ordine globale».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Benvenuti nell’era della geotecnologia. Se il diciannovesimo e il ventesimo sono stati i secoli della geopolitica, ovvero quelli dell’impatto dei fattori geografici sull’azione politica degli Stati, secondo un nuovo studio dell’Atlantic Council di Washington siamo entrati nell’epoca in cui sono i fattori tecnologici – l’intelligenza artificiale, la biotecnologia, la robotica, le telecomunicazioni 5g, le energie rinnovabili – «a determinare il futuro della civiltà umana e l’ordine globale».
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Chi guida il processo di innovazione tecnologica, insomma, guida il mondo. Gli Stati Uniti sono la nazione leader, con la Cina però che si fa sotto, e cominciano ad avere un notevole ruolo strategico anche paesi poco influenti secondo il vecchio schema geopolitico, da Israele alla Corea del Sud e anche Svezia, India e Giappone. 
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Secondo il rapporto, intitolato “The Global Innovation Sweepstakes: A Quest to Win the Future”, il mondo è all’apice di una rivoluzione tecnologica senza precedenti che avrà ampie conseguenze sociali, economiche e geostrategiche. Questa rivoluzione tecnologica, si legge nello studio, cambierà il mondo in cui viviamo, lavoriamo, costruiamo, combattiamo e comunichiamo: «Stiamo assistendo a una convergenza di tecnologie, alla fusione dell’economia reale con quella digitale, a una sinergia tra intelligenza artificiale, big data, robotica, biotecnologia, manifattura avanzata, Internet delle cose, nano-ingegneria e nano-manifattura e, all’orizzonte, computer quantistici». 
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Il problema, secondo l’Atlantic Council, è che gli Stati Uniti non concorrono a pieno regime a questa nuova sfida, forti dell’incontrastata supremazia tecnologica degli ultimi sessant’anni. Il nazionalismo faccio-tutto-io di Donald Trump rende più complicato ragionare in termini strategici, di conseguenza Washington impegna mezzi e risorse ingenti ma inadeguati a mantenere nel medio-lungo periodo la leadership geotecnologica. La Cina, invece, mobilita tutte le risorse umane, scientifiche e finanziarie possibili di un paese che si è posto l’obiettivo di dominare tecnologicamente il mondo entro gli anni 30 di questo secolo.
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In assenza di una competizione americana all’altezza delle ambizioni dello sfidante, Pechino potrebbe arrivare a dettare gli standard globali della comunicazione 5G, quelli etici sulla manipolazione genetica e quelli normativi sull’Intelligenza artificiale. Non è un cambiamento di poco conto, perché una cosa è se il futuro sarà regolato da una grande democrazia fondata su una società aperta come quella americana, un’altra è se le carte saranno in mano a un regime autoritario e chiuso come quello di Xi Jinping. Il rischio concreto, secondo lo studio dell’Atlantic Council, è addirittura una guerra. I primi segnali del conflitto ci sono già, con le scaramucce commerciali di questi mesi. 
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Sottovalutare il dinamismo e la capacità di redenzione dell’America è sempre un errore, ma Washington non sembra ancora scossa da un “momento Sputnik” come quello che negli anni 50 del secolo scorso convinse gli Stati Uniti a impiegare tutte le risorse disponibili per superare il vantaggio spaziale dell’Unione Sovietica e determinare il futuro. Ecco, quel momento, chiamiamolo “il momento Xi”, è arrivato.
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		<title>Facebook resuscita la carta</title>
		<link>http://www.camilloblog.it/archivio/2018/06/27/facebook-resuscita-la-carta/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2018 17:19:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Un nuovo magazine. Di carta. Edito da Facebook. Sì, avete lette bene, il gigante dei social network che più di ogni altro ha contribuito a colpire e in molti casi ad affossare l’industria editoriale globale, sia in termini di diffusione delle notizie sia di raccolta pubblicitaria, ha appena lanciato una sua rivista cartacea di lifestyle con tanto di direttore, art director e redazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Un nuovo magazine. Di carta. Edito da Facebook. Sì, avete lette bene, il gigante dei social network che più di ogni altro ha contribuito a colpire e in molti casi ad affossare l’industria editoriale globale, sia in termini di diffusione delle notizie sia di raccolta pubblicitaria, ha appena lanciato una sua rivista cartacea di lifestyle con tanto di direttore, art director e redazione. 
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Il magazine di Facebook si chiama Grow, come “crescita”, da non confondere però con il Grow americano che invece è un magazine sulla coltivazione della cannabis. Per ora, forse anche per evitare imbarazzi con l’omologo americano, è distribuito soltanto nel Regno Unito e nei paesi nord europei, ma prossimamente anche in Italia. In copertina c’è un ritratto del barbuto e tatuato direttore creativo di H&#038;M, Oscar Olsson, definito nel titolo «l’uomo che sussurrava ai millennial». Dentro ci sono articoli sul boom tecnologico del Medio Oriente, sulla scena tech di Parigi, su una grande azienda di alcolici riconvertita alla distillazione artigianale, sulla crescita dei marchi di nicchia. Insomma tutto l’armamentario di ordinanza di una rivista hipster contemporanea.
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Facebook che diventa editore, anche se laterale e senza fanfara, è una di quelle notizie che un antico motto giornalistico considera del tipo «uomo morde cane» ovvero una notizia per eccellenza, a differenza di quelle banali «cane morde uomo», non soltanto per il ruolo svolto dall’azienda di Mark Zuckerberg in questi anni di rivoluzione digitale, ma anche perché si è sempre rifiutata di essere considerata una media company, ovvero una produttrice di contenuti giornalistici, nonostante i due terzi degli adulti americani si informino attraverso i social media. 
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Facebook spiega però che il suo magazine non è un magazine, malgrado sotto la testata si legga «quarterly magazine for business leaders» e nonostante la stessa definizione sia contenuta nell’editoriale di apertura del numero. Grow, dicono i responsabili di Facebook, è lo strumento di carta di un elaborato progetto di marketing cominciato tre anni fa con una serie di eventi e poi arricchito da una pagina Facebook, un blog e ora anche dal magazine non magazine di carta che viene inviato a selezionati business leader europei e distribuito nelle lounge degli aeroporti e delle stazioni. Ad autunno, inoltre, è prevista una partnership con la rivista Vanity Fair.
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I magazine corporate sono da tempo una realtà editoriale consistente, con le aziende che si producono in proprio le riviste in modo da comunicare con i clienti e i dipendenti senza la mediazione dei media tradizionali, ma Facebook non è una compagnia aerea che si fa la rivista di bordo né un’azienda vinicola che vuole esportare i suoi prodotti in Cina. Facebook, appunto, è una media company che non è una media company, esattamente come il suo magazine non è un magazine.
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www.lastampa.it]]></content:encoded>
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		<title>La direttiva UE contro i pirati digitali</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jun 2018 17:15:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Mentre tutti chiacchierano, è ancora una volta l’Unione europea, la tanto vituperata Europa dei burocrati di Bruxelles, ad affrontare il tema dei nuovi diritti dell’era digitale. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Mentre tutti chiacchierano, è ancora una volta l’Unione europea, la tanto vituperata Europa dei burocrati di Bruxelles, ad affrontare il tema dei nuovi diritti dell’era digitale. Lo fa a suo modo, con un linguaggio a tratti incomprensibile e con conseguenze spesso opinabili, ma nonostante tutto il dirigismo illuminato dei palazzi europei assolve il compito di ampliare la sfera dei diritti dei cittadini invece di combattere battaglie di retroguardia come quelle che, da qualche tempo, appassionano i governi nazionali impegnati invece a demolire i principi di solidarietà e di cooperazione su cui si è retto il mondo libero negli ultimi 70 anni. 
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Due mesi fa sono entrate in vigore le regole sulla privacy digitale, con il famigerato GDPR che protegge i dati personali da abusi e manipolazioni commerciali, sociali e politiche e costringe i big della Silicon Valley a riconsiderare alcune pratiche non perfettamente trasparenti. 
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La settimana scorsa, la Commissione affari giuridici del Parlamento europeo ha dato il via libera alla direttiva sul copyright che, al riparo da ogni enfasi, si può definire come il primo tentativo di protezione dei diritti dei produttori di contenuti giornalistici dall’uso commerciale senza consenso che ne fanno le grandi piattaforme digitali. 
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L’articolo 11 della direttiva prevede che i colossi come Google e Facebook, e tutti gli altri che monetizzano la veicolazione dei contenuti giornalistici altrui, dovranno pagare un compenso agli editori (e gli editori, a loro volta, agli autori) anche solo per un frammento o un estratto di un testo linkato. I detrattori definiscono la norma una “link tax”, ma la tassa o, meglio, la riduzione dei profitti sarebbe a carico di Google e di Facebook, non degli utenti. Nel dettaglio è un’estensione del diritto d’autore anche agli snippet, ovvero alle anteprime degli articoli composte da titolo, sommario e foto che al momento della pubblicazione di un link vengono generate automaticamente dai social network.  
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È ancora tutto molto vago, ambiguo e soggetto a diverse interpretazioni, ma per chi produce contenuti giornalistici rappresenta una protezione del proprio business simile a quella già in vigore per la musica, il cinema e la televisione, oltre che un sostengo a un sistema di informazione di qualità messo in crisi dalla circolazione gratuita e per questo sempre più dipendente dell’algoritmo dei social. 
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Gli oppositori, guidati a Bruxelles dal Partito dei Pirati e sui social da una campagna animata da 70 luminari della Rete, avvertono che, in caso di approvazione della direttiva, Internet non sarà più il luogo aperto che abbiamo conosciuto finora perché gli utenti non saranno più liberi di scambiarsi le informazioni come adesso. L’articolo della direttiva più osteggiato è il 13, quello che impone alle piattaforme digitali di istituire un sistema di filtri, come il Content ID già presente su YouTube, per controllare se un contenuto, una foto o un testo, che gli utenti decidono di postare sui social sia coperto o meno dal diritto d’autore. La conseguenza diretta è la probabile limitazione virale dei meme. 
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Il testo dovrà essere approvato dal Parlamento in seduta plenaria, probabilmente la settimana prossima, poi dal Consiglio dei ministri europei e, nel caso, da un voto finale del Parlamento tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo. Gli oppositori della direttiva avranno ancora molteplici occasioni per far valere loro contrarietà, che in alcuni aspetti è ragionevole e condivisibile, ma come spesso accade quando c’è una competizione tra diritti concorrenti si dovrà trovare una mediazione capace di superare i conflitti e le tensioni. Il dibattito però è decisamente meno scivoloso rispetto a quello su come conciliare libertà e sicurezza in tempi di terrorismo globale. In questo caso, proteggere la libera stampa val bene rinunciare a un meme.
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www.lastampa.it]]></content:encoded>
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		<title>Per chi tifo ai mondiali</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 09:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rivista Undici]]></category>

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		<description><![CDATA[E, insomma, per chi tiferò ai Mondiali di Russia? Non credo che potrò mai perdonare chi mi ha messo in questa miserabile situazione. Il primo istinto è quello di rinunciare a guardare le partite: far finta di niente, fischiettare, andare sull’Himalaya]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[E, insomma, per chi tiferò ai Mondiali di Russia? Non credo che potrò mai perdonare chi mi ha messo in questa miserabile situazione. Il primo istinto è quello di rinunciare a guardare le partite: far finta di niente, fischiettare, andare sull’Himalaya. Ma poi c’è il rischio, magari proprio in alta montagna, di incontrare qualche altro escluso dai Mondiali per evidenti demeriti sportivi, tipo l’arbitro inglese Michael Oliver, quello del “robo del siglo” al Bernabeu, uno talmente inadeguato al compito assegnatogli da ricordare Luigi Di Maio. Che fare, dunque? So già che finirà che rimarrò attaccato alla tv, deluso e risentito, a tratti infastidito per non potermeli godere in pieno, ma poi questi maledetti Mondiali senza l’Italia li guarderò lo stesso. 
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Mi ero posto lo stesso problema in occasione degli Europei in Francia nel 1984 e degli Europei di Svezia 1992. In entrambe le occasioni, l’Italia non si era qualificata per la fase finale, ma erano appunto gli Europei, non i Mondiali. Non partecipare agli Europei è grave, ma più o meno è come perdere le elezioni amministrative. I Mondiali sono un’altra cosa, i Mondiali sono le elezioni politiche e quindi a giugno ci troveremo più o meno nella situazione del PD dopo la sconfitta del 4 marzo: indecisi se partecipare al gioco del governo oppure fare opposizione (va detto che il dramma del PD è ben più grave: loro il gioco del governo, nel caso, sarebbero costretti a farlo con Michael Oliver Di Maio). 
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In Francia vinse la Francia di Michel Platini, e nonostante gli scarsi mezzi tecnologici dell’epoca vidi tutte le partite di Le Roi capocannoniere. Dell’edizione svedese, ricordo solo la straordinaria vittoria della Danimarca, una squadra rabberciata che in realtà non si era qualificata ma che fu ripescata all’ultimo momento al posto di una Jugoslavia che stava consumando la sua tragedia. Fu un’edizione da fine della storia, quella in Svezia. L’Unione Sovietica si era dissolta e al suo posto giocò una rappresentanza della Comunità degli Stati Indipendenti, CSI, cioè la Russia e una decina di altre ex repubbliche sovietiche. Ecco, un criterio per scegliere la squadra da tifare in Russia è quello geopolitico: posso quindi escludere l’asse del male Russia, Arabia Saudita e Iran.
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Mi è stato detto: ma che ti frega, goditi lo spettacolo non tifare per nessuno. Non ci credo. Guardare lo sport senza tifare per qualcuno, o anche solo contro qualcuno, non mi appassiona. Faccio un esempio: sono un grande tifoso dei Philadelphia 76ers. Negli anni Ottanta, quando le televisioni di Berlusconi iniziarono a trasmettere le partite NBA mi innamorai di Doctor J anche se spesso veniva sopraffatto dai formidabili Celtics di Larry Bird e dai fenomenali Lakers di Kareem e Magic. Negli ultimi anni i Sixers sono praticamente scomparsi e mi sono disamorato per il semplice fatto che in campo non c’era la mia squadra del cuore, tornata ora alla grande, assieme al mio entusiasmo, grazie a Ben Simmons e Joel Embiid, due dei cestisti più devastanti e allo stesso tempo anomali che abbia mai visto, e al nostro Marco Belinelli. 
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Devo dunque trovarmi una squadra per i Mondiali. Le scelte classiche sono Brasile e Argentina, per i super campioni che schierano e per il gioco che quelle due scuole calcistiche sanno esprimere. Io in realtà non sono mai stato un fanatico né degli uni né degli altri e anzi ho sempre detestato la retorica strappalacrime e dolente del Sudamerica calcistico. La Spagna è una gran bella squadra, ma è ancora figlia del tiki-taka, che per me non è calcio, ma videogioco. Dell’Inghilterra mi piace tutto, tranne il calcio. La Germania è quello che vorremmo essere noi, insieme a quello che temiamo di più: forza, potenza, cinismo. Potrebbe essere la Germania, dunque. Uhm. Meglio, in ogni caso, dell’insopportabile favola degli hipster islandesi. Gli uruguagi picchiano troppo e giocano male. Nel Portogallo c’è uno dei due più grandi calciatori della storia di questo sport, Cristiano Ronaldo, il campione che ho visto esibirsi in una rovesciata chilena a Torino e in una sceneggiata napoletana al Bernabeu. Meglio di no. Il Marocco di Benatia potrebbe essere preso in considerazione, anche solo per sottolineare che Benatia è ai Mondiali e Micheal Oliver probabilmente sull’Himalaya. Le squadre africane alla fine crollano sempre, quindi meglio evitare altre delusioni. L’Egitto di capitan Salah mai, perché ricordo di quando si rifiutò di stringere la mano ai calciatori israeliani. Il Belgio ha una gran bella squadra, ma si può mai tifare il Belgio? Dai, su, non scherziamo. 
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Resta una sola squadra, la Francia. In realtà non è una scelta per esclusione. Mi piace da matti il gioco dei francesi, fin dai mondiali del 1982 che inaugurarono l’era del calcio champagne. Un calcio fresco, divertente, intellettuale. I francesi del calcio sono i brasiliani d’Europa, multiculturali e illuministi. La Francia di Platini, Tigana e Giresse era una meraviglia. Quella di Zidane, Vieira, Henry, Thuram e Trezeguet non ne parliamo. Questa della campagna di Russia 2018, guidata dal grande Didier Deschamps, schiera per fare solo due nomi Pogba e Mbappé. Allez les Bleus, quindi. Anche solo per Macron che alza la Coppa davanti a Putin.
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Su www.Rivistaundici.com]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L&#8217;antidoto contro il maoismo digitale</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jun 2018 09:20:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Peggio di chi annuncia che lascerà i social network c’è solo chi progetta di espatriare perché un politico sgradito ha vinto le elezioni. Questi ultimi li aveva sistemati una quindicina di anni fa lo scrittore Tom Wolfe quando disse che avrebbe votato George W. Bush non fosse altro che per andare all’aeroporto e fare ciao-ciao con la manina a tutti quelli che dicevano che si sarebbero trasferiti a Londra in caso di rielezione del presidente. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Peggio di chi annuncia che lascerà i social network c’è solo chi progetta di espatriare perché un politico sgradito ha vinto le elezioni. Questi ultimi li aveva sistemati una quindicina di anni fa lo scrittore Tom Wolfe quando disse che avrebbe votato George W. Bush non fosse altro che per andare all’aeroporto e fare ciao-ciao con la manina a tutti quelli che dicevano che si sarebbero trasferiti a Londra in caso di rielezione del presidente. 
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Ma i primi, quelli che cominciano a rendersi conto della proiezione negativa sulla società della dipendenza dalla vita digitale, adesso hanno almeno dieci ragioni non luddiste per cancellare i propri account social e per farlo subito. Le ha raccolte in un sapido libretto appena uscito nel mondo anglosassone, Ten Arguments For Deleting Your Social Media Accounts Right Now, un pioniere di Internet come Jaron Lanier. Non è una questione banale, in gioco c’è il futuro della nostra società.
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Inventore della realtà virtuale, Lanier non è un nostalgico, non è un reazionario, non è uno che vuole distruggere le macchine. Al contrario è un entusiasta di Internet, degli algoritmi e degli smartphone, ma è anche consapevole del rischio gigantesco che sta correndo l’umanità. Una società fondata sul calcolo continuo, «continous computation», secondo Lanier è destinata all’autodistruzione: «Non possiamo sopravvivere. Questo è un suicidio di massa».
Da anni, Lanier mette in guardia sul pericolo di «maoismo digitale», una nuova forma di totalitarismo della rete che mortifica l’individuo, esalta la meschinità della folla e manipola l’opinione pubblica.
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Il problema, secondo Lanier, è il modello di business di Facebook e di Google che si basa sulla ricerca di clienti disposti a pagare per modificare i comportamenti di qualcun altro. Quel qualcun altro siamo noi che cerchiamo su Google, che facciamo amicizia su Facebook, che condividiamo foto su Instagram, che diciamo la nostra su Twitter, che guardiamo i filmati su YouTube. 
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<br />
In cambio della gratuità dei servizi offerti, i grandi colossi della rete succhiano le informazioni personali degli utenti e alimentano la loro dipendenza social per tenerli intrappolati in una specie di gabbia da esperimenti, come quelle usate dagli scienziati per anticipare le scelte delle cavie e per determinarle in base agli stimoli trasmessi. 
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Se il servizio è gratis, il prodotto non è l’utente: il prodotto è la capacità di determinare il cambiamento di un comportamento dell’utente. Prima di Internet, le aziende misuravano con le variazioni di fatturato se un prodotto funzionava meglio dopo una campagna pubblicitaria, ora invece misurano se gli individui cambiano o meno i comportamenti e sono interessate a sollecitarli continuamente affinché cambino modo di agire. I big della Silicon Valley fanno i soldi fornendo le chiavi d’accesso alla gabbia delle cavie in uno schema volto a produrre dipendenza e manipolazione e che enfatizza le emozioni negative rispetto a quelle positive. 
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Lanier fornisce l’antidoto e l’antidoto è cambiare il modello di business della Silicon Valley, rigettare il dogma della gratuità, far pagare gli utenti per le ricerche su Google e per le amicizie su Facebook. Sembra una follia, ma Netflix ha rilanciato il business della tv facendo pagare una quota mensile, scrive Lanier, quindi perché escludere che possa funzionare per i social? Il modello è dannoso, ma la tecnologia è fantastica. Internet è il Dio che non ha ancora fallito, almeno per ora. Intanto, cancellate gli account. 
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Su www.lastampa.it
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		</item>
		<item>
		<title>I mondiali senza l&#8217;Italia</title>
		<link>http://www.camilloblog.it/archivio/2018/06/06/i-mondiali-senza-litalia/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 Jun 2018 18:09:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è un disastro cosmico come uscire dall’Euro, ma i campionati mondiali di calcio senza l’Italia sono come i maccheroni senza il cacio, le torta senza la ciliegina, il cioccolato senza l’acqua. Una specie di umiliazione nazionale, senza possibilità di riscatto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Non è un disastro cosmico come uscire dall’Euro, ma i campionati mondiali di calcio senza l’Italia sono come i maccheroni senza il cacio, le torta senza la ciliegina, il cioccolato senza l’acqua. Una specie di umiliazione nazionale, senza possibilità di riscatto.
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L’ultimo mondiale senza l’Italia si è giocato nel 1958, in Svezia, ma senza le dirette tv e senza l’informazione in tempo reale era facile girarsi dall’altra parte, far finta di niente, occuparsi d’altro. Non è più così. E, quindi, ecco il dilemma: li guardiamo o non li guardiamo questi mondiali in Russia? Ci sono due scuole di pensiero: una, negazionista, invita a tenere spenta la tv per non soffrire; l’altra, più sportiva, preferisce godersi senza ansie lo spettacolo.
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<br />
I primi potrebbero ripensarci, magari quando si renderanno conto che se ci fossimo qualificati molto probabilmente saremmo andati in contro a una pessima figura. Gli altri si terranno pronti a tifare in base a criteri meno sovranisti rispetto a quelli attualmente di moda.
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Il personaggio di questi mondiali, almeno prima del fischio di inizio, è Lionel Messi, uno dei due calciatori più forti di tutti i tempi assieme a Cristiano Ronaldo. Nemmeno Maradona o Pelè hanno vinto e segnato così tanto e per così a lungo in un calcio veloce, atletico e stressante come quello di oggi. Ronaldo gioca nel Portogallo, una nazionale di buona tradizione ma non tra le primissime scuole del mondo. Nonostante ciò, il Portogallo ha vinto a sorpresa gli ultimi Europei di due anni fa. 
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<br />
Messi è il capitano dell’Argentina, una delle più grandi fucine di talenti del calcio internazionale e una delle cinque nazionali ad aver vinto più di un mondiale (Brasile 5, Italia e Germania 4, Argentina e Uruguay 2 a testa). Eppure, giunto a 30 anni, 31 li compirà il 24 giugno proprio in Russia, Messi non ha mai vinto un Mondiale. Ha vinto tutto il resto: coppe dei campioni e scudetti e coppe intercontinentali, oro Olimpico e 5 volte il Pallone d’oro quale miglior giocatore del mondo, ma mai il Campionato del mondo. Questa è la sua ultima occasione. Quattro anni fa, in Brasile, si fermò in finale, battuto dai tedeschi.
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Germania e Brasile sono le altre due favorite, assieme a Spagna e Francia. La Germania è la detentrice del titolo: sebbene sembri aver perso lo smalto della fenomenale squadra multiculturale degli ultimi anni vale sempre il vecchio detto dell’ex capitano inglese Gary Lineker: «Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince». 
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Il Brasile è il Brasile, sinonimo di calcio, e parte sempre col favore del pronostico. Quest’anno può schierare il formidabile Neymar, acquistato dal PSG per 222 milioni di Euro, sul portiere della Roma Alisson, sull’ala della Juventus Douglas Costa e sul giovane attaccante del Manchester City Gabriel Jesus. Anche la Spagna, dominatrice dell’ultimo decennio (2 europei e un 1 mondiale uno di seguito all’altro), mostra qualche ruggine ma ha una rosa di calciatori che con il Real e il Barcellona è abituata ad esaltarsi nei momenti importanti e decisivi. 
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<br />
La Francia è la squadra più fresca, ma anche la meno testata rispetto alle altre favorite. Ha lasciato a casa campioni come Karim Benzema e porta in Russia la forza e la tecnica di Paul Pogba, di Antoine Griezman e dei giovani Kylian Mbappé e Ousmane Dembélé.
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<br />
La squadra di casa, la Russia, è debole, mentre l’Inghilterra sembra più solida del solito. Croazia e Serbia, così come il Portogallo, sono squadre ostiche, molto difficili da affrontare. La più hipster è l’Islanda, alla prima apparizione ai mondiali. Una possibile sorpresa potrebbe essere il Belgio, ricco di campioni che giocano nei top team europei ma che una volta in Nazionale non riescono quasi mai a costruire un gruppo vincente. Le squadre africane sono sempre un’incognita ma a ogni mondiale ce n’è sempre una che fa un figurone: a questo giro i riflettori sono sull’Egitto di Mohammed Salah e sul Marocco di Medhi Benatia. Che vinca il migliore.]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Un movimento globale delle donne</title>
		<link>http://www.camilloblog.it/archivio/2018/06/04/un-movimento-globale-delle-donne/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Jun 2018 09:20:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giorno prima, le rivoluzioni sembrano sempre impossibili. Il giorno dopo, improvvisamente, appaiono inevitabili. A osservare dall’alto il fenomeno #metoo contro le violenze e le molestie alle donne si può ragionevolmente pensare che il mondo occidentale stia assistendo alle epiche battaglie di un nuovo “movimento globale di liberazione della donna”, come iniziano a chiamarlo i giornali americani pronti ad abbandonare l’idea che fossimo entrati, invece, in un’epoca “post femminista”. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il giorno prima, le rivoluzioni sembrano sempre impossibili. Il giorno dopo, improvvisamente, appaiono inevitabili. A osservare dall’alto il fenomeno #metoo contro le violenze e le molestie alle donne si può ragionevolmente pensare che il mondo occidentale stia assistendo alle epiche battaglie di un nuovo “movimento globale di liberazione della donna”, come iniziano a chiamarlo i giornali americani pronti ad abbandonare l’idea che fossimo entrati, invece, in un’epoca “post femminista”. 
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Quella che stiamo vivendo è la terza grande ondata femminista, come ha detto la storica Leandra Zarnow al giornalista Mike Allen, dopo la prima scossa che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, grazie all’impegno delle suffragette, ha conquistato il diritto di voto universale; e dopo la seconda che negli anni Sessanta del secolo scorso ha consentito di equiparare il diritto di famiglia, aborto compreso, e di raggiungere una maggiore uguaglianza sessuale e di salario. 
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Questa nuova, terza, ondata del movimento femminista parte con #metoo e continua con le aziende della Silicon Valley che, dopo essere state accusate di gender bias, di pregiudizio di genere, iniziano a rivoluzionare la loro forza-lavoro aumentando in modo sostanziale le percentuali di assunzione di donne. 
Negli Stati Uniti, come ha riportato anche La Stampa, c’è anche il numero record di donne candidate alle elezioni di metà mandato di novembre, dopo il tentativo fallito di Hillary Clinton di diventare la prima donna presidente. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione di Washington, a ottobre il 55 per cento degli iscritti alle università americane sarà di sesso femminile.
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Qualcosa inizia a muoversi anche fuori dai confini occidentali, in zone nemmeno sfiorate dalla prima e dalla seconda ondata femminista. In Arabia Saudita, il 24 giugno finirà il grottesco divieto di guidare imposto alle donne, al punto che Vogue Arabia di questo mese pubblica una copertina che mostra la principessa Hayfa, figlia dell’ex re Abdullah, alla guida di una decappottabile sotto il titolo «Driving Force». Ma le riforme sociali del Principe della Corona Mohammed bin Salman, oltre che essere ancora lontanissime dal riconoscere alle saudite i diritti garantiti alle donne occidentali e anche asiatiche, sono perlomeno ambigue: a un mese esatto dalla fine dell’obsoleto divieto di guida, per esempio, il regime saudita ha arrestato una decina di militanti donne che per anni si sono battute per l’abolizione di quel divieto. 
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Poter guidare certo è un bel progresso, ma va considerato in un contesto in cui le donne ancora oggi non possono fare nulla senza il consenso di un guardiano maschio.
Le donne che vivono in società aperte stanno meglio, ma c’è ancora molto da fare per cancellare del tutto le discriminazioni e le disparità di genere. Il nuovo governo italiano, per esempio, conta solo 5 ministre sui 18 membri del gabinetto Conte, un’inversione di tendenza rispetto al governo Renzi che aveva scelto 8 donne e 8 uomini come ministri. 
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SU www.lastampa.it]]></content:encoded>
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		<title>La guerra commerciale di Trump</title>
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		<pubDate>Mon, 28 May 2018 09:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[La guerra commerciale che Donald Trump sta combattendo con la Cina di Xi Jinping è tipicamente novecentesca, con le imposizioni di dazi e tariffe sui prodotti made in Cina. Dall’altra parte, la guerra che Xi Jinping sta combattendo con l’America di Trump è una guerra del XXI secolo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[La guerra commerciale che Donald Trump sta combattendo con la Cina di Xi Jinping è tipicamente novecentesca, con le imposizioni di dazi e tariffe sui prodotti made in Cina. Dall’altra parte, la guerra che Xi Jinping sta combattendo con l’America di Trump è una guerra del XXI secolo. 
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Mentre la Casa Bianca alterna bastone e carota con Pechino, usando le armi tradizionali del protezionismo e degli accordi su si go,e questioni per bilanciare il deficit commerciale e le pratiche scorrette dei cinesi, la Cina sta attuando un elaborato piano strategico di lungo termine per acquisire tecnologia di nuova generazione e know-how digitale in modo da catturare i segreti del motore della forza economica e militare americana. «Il nostro competitor strategico», si legge in un recente rapporto del Pentagono, sta mettendo le mani sui «gioielli della corona dell’innovazione americana» e «gli Stati Uniti non hanno né una dettagliata strategia né gli strumenti necessari per affrontare questo imponente trasferimento di tecnologia verso la Cina».
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Nel 2015, Pechino ha lanciato il programma Made in China 2025, una strategia per comprare aziende ad alto contenuto tecnologico in giro per il mondo. Nel 2015, i cinesi hanno investito quasi 10 miliardi di dollari in aziende hi-tech americane, un dato che successivamente si è ridotto per effetto di alcuni veti posti da Obama e anche di uno recente da parte di Trump su una società di Singapore che avrebbe voluto comprare Qualcomm, un produttore di chip. 
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Ma nel 2017, secondo un’inchiesta di Politico, gli investimenti sono ripresi di gran lena e i cinesi hanno preso il controllo di 165 start up americane. I bocconi pregiati di questa strategia sono le aziende emergenti che lavorano su tecnologie molto promettenti, anche se non ancora collaudate.
Nella Silicon Valley gli investimenti cinesi sono considerati funzionali ai progetti di sviluppo e non sono avvertiti come una minaccia, semmai come una benedizione.
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Nemmeno l’Amministrazione Trump sembra preoccuparsene e, anzi, di recente si è resa protagonista di due interventi che dimostrano quanto non consideri la questione una priorità di sicurezza nazionale. Prima, infatti, ha proposto ai cinesi la sospensione delle tariffe sulle importazioni, in cambio dell’impegno di Pechino a comprare beni americani per alcuni miliardi di dollari. Poi, venerdì, ha annunciato di aver trovato un accordo con Pechino e di aver revocato il divieto imposto per ragioni di sicurezza nazionale alle aziende americane di vendere tecnologia al gigante cinese delle telecomunicazioni ZTE, tra l’altro violatore seriale delle sanzioni sull’Iran e sulla Corea del Nord. 
Senatori democratici e repubblicani hanno criticato aspramente l’approccio di Trump, increduli che la Casa Bianca non giudichi problematici gli investimenti cinesi volti a procurarsi la tecnologia americana nei settori della robotica, dell’intelligenza artificiale, dei viaggi spaziali e quindi finalizzati ad azzerare il vantaggio competitivo degli Stati Uniti.
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Entro il 2025, Pechino vuole diventare il paese dominante nei settori industriali dell&#8217;innovazione. Ma la grande strategia di Xi Jinping guarda ancora oltre e prevede che, entro il 2050, la Cina possa sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di superpotenza economica e militare globale. L’America, come ha scritto l’autorevole sito Axios che più di altri considera la Cina come la Grande Minaccia, non ha un piano di questa portata né per il 2025 né per il 2050 e, a dire la verità, nemmeno per il prossimo anno.
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Su www.lastampa.it]]></content:encoded>
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		<title>Roth a casa Monda</title>
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		<pubDate>Thu, 24 May 2018 10:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[A vederlo da vicino, nei suoi frequenti pranzi a casa di Antonio e Jacquie Monda nell’Upper West Side di Manhattan, Philip Roth non sembrava un uomo burbero, difficile e scostante come me lo ero immaginato da suo devoto lettore. O forse sì.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[A vederlo da vicino, nei suoi frequenti pranzi a casa di Antonio e Jacquie Monda nell’Upper West Side di Manhattan, Philip Roth non sembrava un uomo burbero, difficile e scostante come me lo ero immaginato da suo devoto lettore. O forse sì. Incuteva timore, certo, ma di tipo reverenziale, com’era giusto che fosse vista la sua meritata fama di «towering novelist», eminente romanziere, come lo ha definito il New York Times nel dare la notizia della sua morte, a 85 anni. 
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Mi è capitato spesso di trovarmelo davanti, ma non sono riuscito quasi mai a dirgli qualcosa di memorabile – oh, quello era  Philip Roth! – temendo che potesse considerare le mie parole banali e noiose, oltre che sgrammaticate. Ho percepito il medesimo imbarazzo anche in grandi e affermati scrittori americani che con cautela gli si avvicinavano per presentarsi da «big fan», come pischelli di fronte a una divinità. 
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È successo anche ad Al Pacino, una domenica di alcuni anni fa: entrato nell’appartamento, dopo i convenevoli con i padroni di casa, Pacino si è accorto che in un angolo del salotto c’era Roth; dopo essersi accertato che fosse davvero lui, gli è andato incontro per dirgli che avrebbe voluto portare al cinema il suo romanzo L’umiliazione. «Sono Al Pacino», è stato l’esordio dell’attore. «So chi sei», gli ha risposto con voce baritonale Roth. E quando, a proposito del libro che racconta il dramma di un attore che ha perso la capacità di recitare, Pacino si è lasciato scappare un «l’ho trovato molto divertente», Roth ha risposto: «Non è per niente divertente» (è finita con i due che si sono scambiati telefono e email: il film è uscito nel 2014).
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Eppure Roth mi è sempre parso gioviale, stavo per scrivere “gentile”, insolitamente a suo agio, socialmente consapevole, quasi volesse preparare una riedizione aggiornata di Zuckerman scatenato. Seduto sul divano, con Central Park alle spalle, o in piedi con una pietanza cucinata da Jacquie, l’ho visto rievocare gossip d’altri tempi con amici che non vedeva da trent’anni; e poi chiacchierare con Nathan Englander, di cui era mentore; incontrare per la prima volta lo scrittore che ha raccolto con più decisione il suo testimone di Grande Romanziere Americano, Jonathan Franzen; rispondere «te ne manderò qualcuno» all’autrice italiana che non l’aveva riconosciuto e gli aveva chiesto che tipo di romanzi scrivesse; dare consigli letterari alla giovane figlia di Monda, Marilù. 
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Ad Antonio Monda, che proprio ieri a New York ha presentato il suo primo romanzo tradotto in inglese, Unworthy, qualche settimana fa Roth ha regalato una delle ultime cose che ha scritto: un’affettuosa nota di copertina, un blurb, per elogiare «la finezza narrativa di un romanzo compatto e potente che sembra uscito da una novella morbosa di Boccaccio». 
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Roth amava frequentare quella casa italiana. Lì vicino c’era anche il cinema d’essai Lincoln Plaza, ora chiuso: una volta, in coda per i biglietti, mi sono presentato come Tommaso Debenedetti, il giornalista che si era appena inventato una sua intervista. Divertito, Roth mi ha chiesto se lo conoscessi personalmente e, in una scena da romanzo di Philip Roth, mi ha tempestato di domande su quanti soldi avesse ricavato con quell’impostura. Gli brillavano gli occhi. «Un centinaio di euro», ho azzardato. Ci è rimasto male, sperava molto di più. Sapendo del suo sconfinato amore per il cinema italiano, gli ho chiesto se stesse andando a vedere, come me, “Vincere” di Marco Bellocchio. «No – mi ha risposto – ho preso il biglietto per “Otto e mezzo”, è da tanto tempo che non lo rivedo».]]></content:encoded>
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		<title>Il leggendario e misterioso album del Sessantotto</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2018 15:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è chi dice che il Sessantotto sia iniziato a Parigi, chi ricorda che la Summer of Love è dell’estate precedente e chi non dimentica che le manifestazioni studentesche alla Cattolica di Milano sono dell’autunno del 1967, così come la battaglia di Valle Giulia, a Roma, precede di un paio di mesi il maggio francese. Ma adesso c’è chi sostiene che il cuore di quel fermento culturale e rivoluzionario diventato noto come “il Sessantotto”, anche se nel 1968 nessuno parlava di “Sessantotto”, sia stata la città di Boston, dove il cantautore irlandese Van Morrison ha ideato uno dei più leggendari, e ignorati, dischi della storia del rock: “Astral Weeks”. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[C’è chi dice che il Sessantotto sia iniziato a Parigi, chi ricorda che la Summer of Love è dell’estate precedente e chi non dimentica che le manifestazioni studentesche alla Cattolica di Milano sono dell’autunno del 1967, così come la battaglia di Valle Giulia, a Roma, precede di un paio di mesi il maggio francese. Ma adesso c’è chi sostiene che il cuore di quel fermento culturale e rivoluzionario diventato noto come “il Sessantotto”, anche se nel 1968 nessuno parlava di “Sessantotto”, sia stata la città di Boston, dove il cantautore irlandese Van Morrison ha ideato uno dei più leggendari, e ignorati, dischi della storia del rock: “Astral Weeks”. 
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Sul maggio francese è uscito un appassionato ricordo di Giampiero Mughini, “Era di maggio…” (Marsilio), mentre sulla lunga stagione sessantottina, iniziata in realtà nel 1964 con un discorso a Berkeley di Mario Savio, studente originario di Caltanissetta, è stato appena pubblicato un saggio di Richard Vinen intitolato “The Long ’68: Radical Protest and its Enemies”. Ma è il libro di Ryan Walsh, “Astral Weeks &#8211; A Secret History of 1968”, a fornire la lettura più originale del movimento culturale che mise in discussione le strutture gerarchiche del potere e del sapere. 
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La Boston di quell’anno, racconta Walsh, era la città dove Timothy Leary conduceva le sperimentazioni con l’LSD, dove si pubblicava la rivista underground Avatar, dove i professori radicali Noam Chomsky e Howard Zinn provavano a demolire l’impero americano e dove una star della folk music, Mel Lyman, credendosi Dio fondava la Fort Hill Community, una delle più note comuni degli Stati Uniti, paragonata a quella di Charles Manson per millenarismo cosmico e megalomania acida. 
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In questo ambiente, Van Morrison si era rifugiato a scrivere le 8 canzoni di Astral Weeks. Il disco è stato registrato in due giorni a New York, ma solo dopo che la casa discografica aveva pagato un riscatto di 20 mila dollari alla malavita locale che deteneva un precedente contratto con l’artista. Van Morrison non rivolse mai la parola ai musicisti assoldati per suonare le sue canzoni. Erano, tra gli altri, il contrabbassista Richard Davis che aveva suonato nel mitico “Out of Lunch” di Eric Dolphy, il chitarrista Jay Berliner che aveva collaborato con Charles Mingus e il batterista Connie Kay del Modern Jazz Quintet. 
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I nastri registrarono una lunga suite acustica vagamente folk-jazz che sembrò non soddisfare né la casa discografica né Van Morrison. “Astral Weeks” uscì a fine 1968 nell’indifferenza generale, compresa quella dell’autore che, diventato famoso, per 40 anni si è rifiutato di eseguire dal vivo quelle canzoni. 
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Eppure l’album è diventato l’opera culto per molti musicisti e artisti: Bruce Springsteen ne è stato talmente ossessionato che per i primi suoi dischi ha preteso di avere in sala di registrazione lo stesso contrabbassista di “Astral Weeks”; Martin Scorsese ha detto che i primi 15 minuti di “Taxi Driver&#8221; sono ispirati al disco, in particolare alla canzone “Madame George”, la stessa canzone che nel 2006 Philip Seymour Hoffman ha citato nel discorso di accettazione del suo Oscar.
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I R.E.M, Elvis Costello e molti altri hanno definito “Astral Weeks” l’album decisivo per la loro carriera e la rivista Rolling Stone lo ha messo al diciannovesimo posto della classifica dei 500 più belli di tutti i tempi, tra “Born to Run” di Springsteen e “Thriller” di Michael Jackson.
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La riscoperta di “Astral Weeks” risale al 1978, quando il critico musicale Lester Bangs ne ha scritto come il disco più importante della sua vita. I testi sono oscuri e drammatici, non politici, impossibili da interpretare ma, come scrive Bangs, contengono versi che colgono un malessere universale e lo spirito di un’epoca: «È un disco che parla di persone inebetite dalla vita, completamente sopraffatte, con il corpo  e la mente in panne, paralizzate dall’enormità di ciò che in un momento di lucidità riescono a comprendere. Questo è un dono prezioso e terribile, che nasce da una terribile verità, perché ciò che vedono è allo stesso tempo infinitamente bello ed estremamente spaventoso: l’illimitata capacità umana di creare e di distruggere, a seconda del capriccio»]]></content:encoded>
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		<title>La Juventus come antidoto al populismo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2018 15:24:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Un antidoto al populismo imperante ce l’abbiamo in casa e si chiama Juventus Football Club. Potrebbe sembrare paradossale, quasi disperato, indicare come modello virtuoso per il Paese una società sportiva impegnata nel settore panem et circenses, ma a pensarci bene una squadra di calcio è costretta a convivere con le medesime isterie, paranoie e piagnistei di cui si nutrono i populismi.  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Un antidoto al populismo imperante ce l’abbiamo in casa e si chiama Juventus Football Club. Potrebbe sembrare paradossale, quasi disperato, indicare come modello virtuoso per il Paese una società sportiva impegnata nel settore panem et circenses, ma a pensarci bene una squadra di calcio è costretta a convivere con le medesime isterie, paranoie e piagnistei di cui si nutrono i populismi.  
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Di fronte al dilagare della demagogia, nella politica come nel pallone, si può scegliere di cavalcare l’onda del rancore oppure cibarsi delle ossessioni altrui: l’alternativa, insomma, è accettare la resa oppure fortificare il carattere. La Juventus è strutturalmente votata a seguire la seconda strada, a temprare l’acciaio della sua natura vincente. Ieri sera, sorvolando polemiche grottesche e miserabili, ha conquistato il suo settimo scudetto consecutivo, il trentaseiesimo della sua storia, pochi giorni dopo aver festeggiato la quarta Coppa Italia di fila, la tredicesima in totale.  
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È un’impresa sportiva leggendaria che rimarrà negli albi della Serie A e di cui i tifosi, soprattutto quelli succubi dello spirito del tempo, si renderanno pienamente conto soltanto tra molti anni, quando tutto questo sarà finito. Intanto, però, non è ancora finito niente: sette campionati di seguito è un risultato epico, ma meno straordinario di otto, nove o dieci titoli di campione d’Italia uno dietro l’altro. Chissà se esiste una stella speciale per i dieci scudetti consecutivi&#8230; 
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Il merito di questo trionfo sportivo è innanzitutto dei calciatori, perché la palla è rotonda e sono loro che la calciano dentro la rete avversaria o evitano che la si vada a raccogliere nella propria. Una delle cose più emozionanti di questi anni, per chi frequenta lo Stadium, è l’immancabile rito pre-partita di Pavel Nedved che, invocato a gran voce dai tifosi, si dirige verso la curva Scirea prima applaudendo, poi battendo la mano destra sul cuore e infine indicando con entrambe le mani i calciatori che si stanno riscaldando sul campo, perché sono loro quelli meritevoli dell’affetto degli juventini.  
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Il merito è certamente dei tecnici guidati dal Vate Massimiliano Allegri, e prima di lui da Antonio Conte, e del team sportivo diretto dal genio del mercato Fabio Paratici, ma la portata del successo della Juventus di questi sette anni non si può valutare se non si aggiungono gli altri risultati ottenuti dalla società guidata da Andrea Agnelli e Beppe Marotta.  
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Non solo i sette scudetti, le quattro Coppe Italia, le due finali di Champions e le due eliminazioni all’ultimo secondo dopo aver giocato due delle più entusiasmanti partite di sempre, ma anche il gioiello dello Stadium di proprietà, il fatturato più che raddoppiato in un calcio italiano ridimensionato rispetto ai competitor internazionali (una neopromossa della Premier League inglese incassa più diritti televisivi della Juventus), la leadership politica in Europa grazie alla quale dal prossimo anno le squadre italiane automaticamente qualificate in Champions saranno quattro invece di due, le spinte riformatrici in Italia dopo anni di gestione inadeguata, l’apertura dell’avveniristico JVillage alla Continassa, il nuovo logo ridisegnato per trasformare la Juventus in un brand globale non solo sportivo e una strategia di marketing che offre grandi opportunità in America e in Asia. E, infine, la Juventus Women che sabato prossimo, al primo anno di vita, gioca lo spareggio con il Brescia per lo scudetto femminile.  
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Se il populismo è un movimento di esaltazione demagogica delle capacità delle classi popolari, la Juventus è un metodo di realizzazione delle aspirazioni di tutti noi, non importa per quale squadra facciamo il tifo.  ]]></content:encoded>
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		<title>La dottrina Trump è Trump</title>
		<link>http://www.camilloblog.it/archivio/2018/05/11/la-dottrina-trump-e-trump/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2018 08:01:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle regole della politica estera americana è sempre stata quella di non aprire più di una crisi nucleare nello stesso momento. L’improvviso, ma tutt’altro che imprevisto, attivismo internazionale di Donald Trump ha demolito anche questo pilastro della sicurezza nazionale di Washington, perché nel giro di tre giorni il presidente ha annunciato il ritiro unilaterale dal patto nucleare con l’Iran e che il 12 giugno incontrerà a Singapore il dittatore nordcoreano Kim Jong-un per tentare un accordo di denuclearizzazione della penisola coreana. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Una delle regole della politica estera americana è sempre stata quella di non aprire più di una crisi nucleare nello stesso momento. L’improvviso, ma tutt’altro che imprevisto, attivismo internazionale di Donald Trump ha demolito anche questo pilastro della sicurezza nazionale di Washington, perché nel giro di tre giorni il presidente ha annunciato il ritiro unilaterale dal patto nucleare con l’Iran e che il 12 giugno incontrerà a Singapore il dittatore nordcoreano Kim Jong-un per tentare un accordo di denuclearizzazione della penisola coreana. 
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<br />
Se a queste due novità si aggiunge che lunedì gli Stati Uniti dovrebbero formalmente spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, con Israele già in allerta per il possibile aumento di atti violenti in coincidenza con il trasferimento, si intuisce come questa possa essere la settimana più delicata della presidenza Trump, perlomeno quella con maggiori ripercussioni fuori dai confini americani.
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<br />
Gli analisti iniziano a chiedersi se si stia finalmente delineando una coerente “dottrina Trump”, ovvero un complesso organico di principi di politica estera attraverso cui poter interpretare la visione e le scelte dell’Amministrazione. Ma con Trump non funziona cosi: la doppia mossa Iran-Corea, la prima che rompe un patto sul nucleare e la seconda che prova a siglarne un altro, sfugge a ogni tipo di coerenza strategica tradizionale. 
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<br />
Il punto è che Trump non è un presidente tradizionale, comunque si giudichi la sua traiettoria politica. La dottrina Trump è Donald Trump medesimo, senza tanti giri ideologici. Trump è convinto di essere un re dei negoziati, come ha scritto nel best-seller “The Art of the deal”, ovvero l’arte di fare accordi che siano dei veri affari, per cui pensa semplicemente che il patto firmato da Barack Obama e dagli europei con il regime di Teheran sia pessimo e crede di poterne ottenere uno migliore usando il bastone delle sanzioni economiche. 
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<br />
Allo stesso modo è certo che aver coperto di insulti via Twitter Kim Jong-un abbia inciso sui comportamenti del leader nordcoreano, ora apparentemente più docile. 
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<br />
A Trump piace l’idea di sbugiardare gli esperti e si diverte a vedere l’effetto isterico delle sue scelte sugli ospiti dei talk Cnn: «Nessuno sa che cosa farò &#8211; è la sintesi del suo pensiero, riportata da chi gli ha parlato di recente &#8211; Cercano di analizzare le mie dichiarazioni per capire che cosa farò, ma la verità è che non lo sa nessuno».
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<br />
Più che una dottrina è un riflesso caratteriale, forse anche un tentativo di aprire un fronte alternativo per sviare i possibili contraccolpi dell’inchiesta di Robert Mueller sui rapporti con i russi (l’ultima è che il famigerato avvocato che aveva pagato una pornostar affinché non svelasse la relazione con Trump avrebbe ricevuto un milione di dollari da un oligarca russo).
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<br />
In tutto questo, i nuovi consiglieri della Casa Bianca, John Bolton e Mike Pompeo, in carica rispettivamente della politica di sicurezza e della politica estera, promuovono strategie di cambiamento dei regimi anti americani più che azioni di contenimento. Molti anni fa, quando chiesero a Bolton quale fosse la sua strategia sulla Corea del Nord, prese dalla libreria il saggio “The end of North Corea” e, indicando il titolo, disse: «Questa». Sull’Iran, l’idea di Bolton (e di Pompeo) è che il problema non sia tanto il nucleare, ma la natura apocalittica del regime rivoluzionario sciita. Il fronte anti patto con l’Iran ha dalla sua qualche buon argomento: il più efficace dei quali è che l’accordo (una cui copia è incorniciata nell’ufficio di Bruxelles dell’Alto rappresentante europeo Federica Mogherini) non ha fatto cambiare atteggiamento alla leadership di Teheran. 
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<br />
Questo era il vero obiettivo strategico di Obama: allentare la presa sanzionatoria, far ripartire economicamente l’Iran, dimostrando agli ayatollah di non avere alcuna intenzione di abbattere il regime, e convincerli a non considerare l’America come un nemico. La strategia è fallita, a prescindere dal rispetto del grado di arricchimento dell’uranio, perché dopo l’accordo l’interferenza iraniana in Iraq, in Siria e in Yemen è aumentata. E per interferenza iraniana si intende la guerra diretta e indiretta dell’Iran all’America, ai suoi interessi e ai suoi alleati. ]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La strategia illiberale di Putin</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2018 09:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Un formidabile libro americano, The Road to Unfreedom, scritto dallo storico di Yale Timothy Snyder, esplora la mente di Vladimir Putin e spiega la sofisticata strategia illiberale del leader russo nei confronti dell’Occidente. La tesi del saggio è questa: quando Putin ha capito che, per mancanza di risorse e incapacità di innovare, la Russia non avrebbe potuto tenere il ritmo dell’Occidente, si è convinto di una cosa semplice e cioè che se la Russia non può diventare come l’Occidente, allora bisogna che l’Occidente si trasformi in una specie di Russia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Un formidabile libro americano, The Road to Unfreedom, scritto dallo storico di Yale Timothy Snyder, esplora la mente di Vladimir Putin e spiega la sofisticata strategia illiberale del leader russo nei confronti dell’Occidente. La tesi del saggio è questa: quando Putin ha capito che, per mancanza di risorse e incapacità di innovare, la Russia non avrebbe potuto tenere il ritmo dell’Occidente, si è convinto di una cosa semplice e cioè che se la Russia non può diventare come l’Occidente, allora bisogna che l’Occidente si trasformi in una specie di Russia. 
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Intorno a questo principio di relativismo strategico, Putin ha scatenato la sua offensiva globale contro la democrazia rappresentativa, contro i diritti civili, contro la società aperta, contro l’Unione europea, contro gli Stati Uniti, contro la Nato. E, così, la guerra in Georgia, l’invasione dell’Ucraina, l’annessione della Crimea, i cyber attack agli Stati baltici, i finanziamenti ai leader estremisti, i patti politici con i partiti populisti, le campagne omofobiche, il sostegno al despota Bashar al Assad in Siria, la fabbricazione di fake news, comprese quelle di Stato diffuse in inglese dalla tv RT, la scuderia di hacker informatici, la protezione di Wikileaks, i tentativi di manipolazione dei processi elettorali in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, in Italia e ovviamente in America, più qualche avvelenamento a Londra, e finanche il terremoto che sta sconvolgendo Facebook, sono tutti elementi della stessa strategia di diffusione del caos e di russizzazione dell’Occidente che sfrutta le debolezze della società aperta, abusa delle innovazioni tecnologiche americane e approfitta della mollezza del mondo libero. 
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La cosa drammatica è che l’Occidente comincia soltanto adesso a rendersene conto, quando la strategia putiniana ha già conseguito enormi successi, indebolendo le democrazie occidentali ora attraversate da ondate populiste e spinte separatiste sostenute dal Cremlino. Vedremo come andrà a finire l’inchiesta americana volta a stabilire se Trump sia un agente di fatto della Russia (nel frattempo leggetevi Russian Roulette di Michael Isikoff e David Corn, è meglio della serie tv The Americans) e se i paesi europei avranno la forza di contrastare l’offensiva populista dopo le prime, timide, reazioni all’invasione dell’Ucraina e all’ingerenza nelle elezioni.
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La parte più interessante del saggio di Snyder è quella che analizza la traiettoria del pensiero strategico di Putin. Il leader russo, spiega Snyder, si ispira alle idee del filosofo fascista Ivan Ilyin che negli ultimi anni è stato il protagonista di una spettacolare riabilitazione intellettuale. Negli anni Venti e Trenta, Ilyin era noto nei circoli europei per le simpatie nazifasciste e per la sua avversione all’Unione Sovietica (parte, quest’ultima, ignorata dal neorevisionismo putiniano), ma soprattutto perché teorizzava il ruolo della Russia come l’unica nazione che avrebbe potuto salvare il Cristianesimo dall’immoralità occidentale. 
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L’altro intellettuale che ispira Putin è il filosofo Lev Gumilev, il figlio della poetessa Anna Achmatova, morto nel 1992, teorico della visione eurasiatica della storia e sostenitore dell’idea che la Russia non deve cedere alle tendenze filo slave, e tantomeno filo occidentali, ma piuttosto esaltare la connessione storica e culturale con i popoli mongoli che rifondarono Mosca in un ambiente protetto dall’immoralità occidentale. Il destino della Russia moderna, scrive Snyder, è quello di trasformare l’Europa nella Mongolia, perché è la cultura mongola ad aver temprato il carattere russo. 
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La versione più aggiornata di questa tesi è quella che, alla condanna della corruzione occidentale, aggiunge la malvagità degli ebrei, secondo l’interpretazione di un poco più che cinquantenne intellettuale fascista, Alexander Dugin, molto ascoltato nella Russia di oggi. E, quindi, le fonti intellettuali dell&#8217;attacco di Putin all’Occidente sono il totalitarismo cristiano di Ilyn, l’eurasiatismo di Gumilev e il neonazismo di Dugin.
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Che fare, dunque? Sappiamo che l’interesse di Putin è quello di preservare il clan di cleptocrati che lo affianca alla guida della Russia, ma anche che esporta caos in Europa e in America perché teme la forza attrattiva che i valori occidentali possono avere per il suo popolo. Da qui bisogna ripartire.]]></content:encoded>
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		<title>Un romanzo che è meglio di un mandato esplorativo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2018 08:09:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“In Esilio" di Simone Lenzi, in libreria dal 24 aprile per Rizzoli, è un romanzo, forse un memoir, ma in fondo un manuale politologico sulla crisi politica, civile e morale del nostro paese e dei suoi intellettuali, in particolare quelli di sinistra. Chiunque volesse trovare i punti di contatto, anche programmatici, tra i Cinquestelle e un PD derenzizzato in vista della formazione di un eventuale governo di coalizione giallo-rosso, be’, in questo libro ne troverebbe un armamentario mica male, e in bella prosa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[“In Esilio&#8221; di Simone Lenzi, in libreria dal 24 aprile per Rizzoli, è un romanzo, forse un memoir, ma in fondo un manuale politologico sulla crisi politica, civile e morale del nostro paese e dei suoi intellettuali, in particolare quelli di sinistra. Chiunque volesse trovare i punti di contatto, anche programmatici, tra i Cinquestelle e un PD derenzizzato in vista della formazione di un eventuale governo di coalizione giallo-rosso, be’, in questo libro ne troverebbe un armamentario mica male, e in bella prosa. 
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“In Esilio” è meglio di un mandato esplorativo, insomma; dovrebbe leggerlo il presidente Sergio Mattarella prima di affidare l’incarico pieno a chicchessia. Spoiler: il protagonista del romanzo, Lenzi medesimo, disprezza vivamente l’incrocio ideologico cinquestelle-sinistra, ma dimostra che questo incrocio esiste davvero nella società italiana o perlomeno nel ceto medio riflessivo frequentato dall’autore. Una miscela di risentimento sociale e di via a chilometro zero al socialismo che non è altro che la somma di due nichilismi, uno scenario così insopportabile da costringere il protagonista del romanzo ad andare volontariamente in esilio, come recita il titolo del libro.
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Livornese, cinquantenne, scrittore e sceneggiatore, musicista e cantante dei Virginiana Miller, Simone Lenzi è anche cugino del Guardasigilli Andrea Orlando, presente nel romanzo in un gustoso cammeo che fa da snodo narrativo per raccontare il tentativo della sinistra di armonizzare tradizione e modernità, tendendo comunque la mano al cialtronismo imperante, senza peraltro riuscirci.
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Lenzi chiama i Cinquestelle «il Movimento dei resti sbagliati e della pallina per lavare le mutande», riferendosi alle teorie cospirative diffuse dal sacro blog sui tabaccai che lucrano dando il resto sbagliato e sui metodi alternativi di fare il bucato. 
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Ma ne ha anche per i tic grotteschi della sinistra-sinistra: «Continueremo a venire al mercatino equo e solidale a salutare i pochi conoscenti che ci restano. Farò grandi sorrisi a tutti, mi complimenterò per le zucchine, per i pomodori a chilometro zero, farò come vuoi tu. Non dirò più a nessuno quello che penso, ovvero che se questa è la vera sinistra, a me della vera sinistra non me ne frega più nulla. Se la vera sinistra erano queste matte con i figli di otto anni attaccati ai capezzoli, se la vera sinistra erano questi finti barboni che coltivano l’orto sul balcone, se la vera sinistra era questa pappetta di seitan, se la vera sinistra aveva il sapore insapore del tofu, se la vera sinistra era questo sogno di andare in giro scalzi coi piedi sudici, a me della vera sinistra non me ne fregava più nulla e anzi, dissi a mia moglie, sai che c’è? C’è che sono felice di averla fatta finita con la vera sinistra». 
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“In Esilio” è una cronaca familiare che va avanti e indietro per generazioni, ma l’epopea è il pretesto letterario per prendere le distanze dalla miseria della politica di oggi. «La risposta vincente del Movimento della pallina per lavare le mutande a quella tendenza ormai inarrestabile a fare delle istituzioni repubblicane un allevamento di capri espiatori che il Movimento stesso aveva sapientemente favorito e alimentato fu allora la scelta oculata di uomini e donne dal passato scialbissimo. Una meritocrazia al contrario, dove il primo requisito di elezione fosse il rigoroso zero sulla dichiarazione dei redditi: il Movimento si sarebbe incarnato in rappresentanti quasi qualsiasi, possibilmente incapaci di articolare un discorso sensato in un italiano passabile. L’assoluta mediocrità dei candidati avrebbe posto il Movimento al riparo dal circolo vizioso di elezione del capro espiatorio fra popolo e rappresentanza: erano ragazzi senza speranze che ce l’avevano fatta proprio grazie al fatto di non sapere niente, di non potere niente, di non avere nessun altro requisito se non il fatto di essere cittadini al grado zero. Nessun conflitto di interessi possibile fra chi non era mai stato di alcun interesse per nessuno prima che il Movimento lo mandasse in Parlamento. Erano pura ambizione e mitomania, erano perfetti per i tempi. Uno valeva uno, insomma, ma possibilmente un po’ meno di chi lo aveva votato: nessuna invidia sociale, nessun senso di inferiorità, nessun complesso. Il candidato premier venne presto individuato in un tale che non aveva mai fatto niente, non sapeva niente, litigava coi congiuntivi ed era insomma perfetto per incarnare la nolontà di un popolo che in realtà non voleva più nulla, solo avercela con qualcuno a caso, e possibilmente per i motivi sbagliati». Leggendo questo brano non si può non solidarizzare con il presidente Mattarella. 
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		<title>La grande alleanza contro i populisti</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 08:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Centristi di tutto il mondo, unitevi! È nata Renew Democracy Initiative, un progetto internazionale per risollevare la pericolante democrazia occidentale, oggi sotto l’attacco concentrico di populismi, autoritarismi e ideologie estremiste. Presieduta dal militante democratico russo Garry Kasparov, noto per un passato da campione di scacchi e un presente da attivista anti Putin, RDI ha presentato un manifesto politico che si rivolge ai centrosinistra e ai centrodestra di tutto il mondo affinché uniscano le forze per combattere i nemici interni ed esterni delle società liberali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Centristi di tutto il mondo, unitevi! È nata Renew Democracy Initiative, un progetto internazionale per risollevare la pericolante democrazia occidentale, oggi sotto l’attacco concentrico di populismi, autoritarismi e ideologie estremiste. Presieduta dal militante democratico russo Garry Kasparov, noto per un passato da campione di scacchi e un presente da attivista anti Putin, RDI ha presentato un manifesto politico che si rivolge ai centrosinistra e ai centrodestra di tutto il mondo affinché uniscano le forze per combattere i nemici interni ed esterni delle società liberali. All’appello hanno aderito intellettuali conservatori e progressisti, uomini di governo di entrambe delle sponde dell’Atlantico, premi Nobel, economisti, costituzionalisti, scrittori, attori, registi, archistar. 
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Un gruppo eterogeneo e qualificato (Bernard-Henry Lévy, Mario Vargas Llosa, Nouriel Roubini, Nicholas Negroponte, Francis Fukuyama, Erica Jong, Scott Turow, Larry David, Stephen Fry, Rob Reiner, Norman Foster, Natan Sharansky, Ayaan Hirsi Ali, José María Aznar, Karl-Theodor zu Guttenberg, Dennis Ross, Michele Flournoy, Toomas Hendrik Ilves, Bill Kristol, Ian Bremmer, Jagdish N. Bhagwati, Deirdre McCloskey, Dambisa Moyo, Tyler Cowen, Robert Kaplan, Laurence Tribe e nessun italiano), ma l’ambizioso compito di rilanciare il centro politico sembra fuori dalla portata di un’élite illuminata. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare.
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A Washington c’è Donald Trump, a Mosca Vladimir Putin, e un’inchiesta americana indaga per capire se il primo è un asset del secondo. La Cina del presidente a vita Xi Jinping non aiuta. In Ungheria e in Polonia ci sono governi illiberali. Nel mondo musulmano si alternano despoti, ayatollah e islamisti radicali. L’Inghilterra è divisa tra il nazionalismo di Brexit e il socialismo del secolo scorso di Corbyn. E poi c’è l’Italia populista, e filo Putin, dei Cinquestelle e della Lega. 
A tenere il punto per il team Occidente rimane solo Emmanuel Macron, uno tosto e capace di parlare di società aperta al Congresso americano come un qualsiasi presidente americano tranne quello attuale. Angela Merkel resiste a fatica. C’è ancora il grande progetto dell’Unione Europea. Non è poco, ma il centro politico globale è in ritirata. Ben venga, quindi, il tentativo di provare a rivitalizzarlo.
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Il mondo moderno e la società contemporanea sono a rischio, secondo Renew Democracy Initiative. La stabilità politica e il progresso economico sembravano un dato irreversibile, ma sono in rapida caduta; mentre i principi fondamentali della democrazia liberale che distinguevano la maggioranza politica centrista in tutto il mondo libero oggi sono in difficoltà e perdono consenso a favore di idee radicali di destra e sinistra una volta considerate estremiste. 
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Il Manifesto di RDI riconosce che le questioni sollevate dagli illiberali siano reali, a cominciare dalle diseguaglianze fino alle fratture sociali create dalla rivoluzione tecnologica, ma sostiene che le loro soluzioni siano spesso impraticabili, illusorie e immorali. 
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Che fare, dunque? Non servono nuove idee, si legge nel Manifesto, semmai un approccio originale sulle buone idee che ci sono già. Il punto di partenza è l’alleanza dei moderati di destra e di sinistra: «C’è ancora un centro nella politica occidentale, e bisogna rivitalizzarlo intellettualmente, culturalmente e politicamente. Il centrodestra e il centrosinistra sono ancora uniti da un vasto armamentario di valori comuni: il rispetto della libertà di parola e di dissenso, la fiducia nei benefici del commercio internazionale e dell’immigrazione, il rispetto della legge e dello stato di diritto, la diffidenza verso i culti di personalità e l’idea che le società libere necessitino di essere protette da quei politici autoritari che promettono facili soluzioni a problemi complessi». Se pensate che sia un’analisi della crisi politica italiana, e un appello per come risolverla in futuro, be’, questo è esattamente il punto.
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		<title>La stretta di mano di Trump e Macron</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2018 07:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima cosa da guardare è la stretta di mano. Donald Trump e Emmanuel Macron non potrebbero essere più diversi: basta guardarli uno di fianco all’altro. Ma i due sono entrambi dei consumati mattatori del teatro della politica: Trump con l’esperienza di chi per decenni si è cibato di cronaca rosa e reality show; e Macron con la passione di una vita per la recitazione e la letteratura. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[La prima cosa da guardare è la stretta di mano. Donald Trump e Emmanuel Macron non potrebbero essere più diversi: basta guardarli uno di fianco all’altro. Ma i due sono entrambi dei consumati mattatori del teatro della politica: Trump con l’esperienza di chi per decenni si è cibato di cronaca rosa e reality show; e Macron con la passione di una vita per la recitazione e la letteratura. 
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Nelle strette di mano che i due si scambieranno ripetutamente in questi giorni di visita ufficiale del presidente francese a casa del presidente americano, a Washington, c’è tutto il bizzarro rapporto tra i due leader occidentali: amichevole e distante allo stesso tempo. Lo ha raccontato lo stesso Macron, in un’intervista rilasciata alla Fox News appena prima di partire per l’America. In occasione del loro primo incontro, a un vertice della Nato dell’anno scorso, Macron aveva studiato con attenzione la stretta di mano maschia di Trump. Quella di Trump non è una stretta di mano, è una strattonata con la quale il presidente americano scuote l’interlocutore portandoselo a sé, volta a dimostrare fisicamente davanti alle telecamere di tutto il mondo che c’è un solo uomo al comando. 
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Macron, però, non è un pivello, nonostante la giovane età. Si è studiato a lungo le strette di mano di Trump e non si è fatto cogliere di sorpresa come è capitato a molti altri leader internazionali: la loro prima stretta di mano è durata sei secondi, senza che Trump riuscisse a scuotere di un millimetro un Macron d’acciaio. Quando si sono incontrati di nuovo, a Parigi, la stretta di mano è durata addirittura 29 secondi, probabilmente un record. Vedremo adesso. 
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La strana amicizia tra Trump e Macron – «bromance» la chiamano gli americani come se fosse una commedia tardo adolescenziale diretta da Judd Apatow – ha il raro dono di riuscire a placare le ansie quotidiane tipiche di questi tempi impazziti. Che i leader di due dei principali paesi occidentali, parlino, si incontrino e si scambino visite di Stato senza insultarsi e minacciarsi a vicenda (sfide a strette di mano a parte) è già una gran cosa. Tanto più che Trump e Macron rappresentano i poli opposti della nuova divisione politica che sembra aver preso il posto della tradizionale battaglia ideologica tra destra e sinistra: Trump è il leader del mondo chiuso, rancoroso e sospettoso, in una parola “populista”, Macron è l’alfiere della libertà di circolazione delle persone, delle idee e delle merci, in una parola “globalista”. 
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I due presidenti però hanno una cosa in comune: sono entrambi due cani sciolti, eletti a sorpresa sbaragliando le offerte politiche dei partiti tradizionali. Piacciano o no, sono i nuovi protagonisti del mondo democratico, anche tenendo conto delle difficolta dell’inglese Theresa May, impelagata nelle operazioni di uscita dall’Europa, della tedesca Angela Merkel, sopravvissuta a fatica alla formazione di un governo di coalizione, e senza nemmeno affrontare, per carità di patria, le miserie attuali della politica italiana.
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Macron e sua moglie Brigitte sono arrivati lunedì a Washington. Donald e Melania Trump li hanno portati a cena a Mount Vernon, in Virginia, nella storica residenza del primo presidente americano George Washington. Mercoledì, dopo i meeting politici delle due delegazioni (e le strette di mano!), il programma prevede la cena di Stato alla Casa Bianca. Giovedì, infine, Macron parlerà agli americani con un discorso al Congresso.
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Che cosa succederà in questi giorni è difficile da immaginare, ma probabilmente non succederà niente di politicamente rilevante. Macron proverà a convincere Trump a non ritirarsi dall’accordo nucleare con l’Iran con l’argomento che il patto è pieno di difetti ma pur sempre meglio di un Iran libero di costruirsi l’arma atomica a suo piacimento. Proverà, inoltre, a fargli mutare idea sui cambiamenti climatici, ma è altamente improbabile che Trump rientri nell’accordo di Parigi. Sulla Siria, Francia e Russia hanno condotto un’operazione militare comune, ma l’intervento è diventato un’occasione di polemica quando Macron ha detto di aver convinto Trump a non ritirarsi dalla Siria e Trump ha risposto che non è per niente vero.
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Più possibilità, invece, sul commercio. Trump è stato eletto con una piattaforma politica contro gli accordi di libero scambio, al contrario di Macron, ma nelle ultime settimane sembra averci ripensato. 
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Trump è affascinato da Macron perché è l’unico dei grandi leader occidentali a non averlo mai snobbato e certo non dimentica che il francese lo ha invitato a Parigi rendendogli tutti gli onori del caso e celebrando il nuovo rapporto con una parata militare sugli Champs-Élysées e con cena al ristorante panoramico della Torre Eiffel.
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La “charme offensive” di Macron non è priva di rischi, viste le attuali difficoltà interne, ma se riesce a ottenere anche un piccolo passo di Trump verso le posizioni francesi potrà considerarlo un grande successo. Trump però non è una persona facile da convincere. «Qualche volta ci riesco &#8211; ha detto Macron alla BBC – qualche volta no». Occhio alla stretta di mano. ]]></content:encoded>
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		<title>Chi l&#8217;avrebbe mai detto che ci avrebbe protetto l&#8217;Europa?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 14:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla fine ci proteggerà l’Europa. Nessuno si immaginava una conclusione di questo tipo, ma la grande novità di questi giorni è che i tanto vituperati burocrati di Bruxelles si sono dimostrati lungimiranti su una delle questioni decisive della nostra epoca: la protezione dei dati personali da abusi e manipolazioni commerciali, sociali e politiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Alla fine ci proteggerà l’Europa. Nessuno si immaginava una conclusione di questo tipo, ma la grande novità di questi giorni è che i tanto vituperati burocrati di Bruxelles si sono dimostrati lungimiranti su una delle questioni decisive della nostra epoca: la protezione dei dati personali da abusi e manipolazioni commerciali, sociali e politiche. 
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Il 25 maggio entrerà in vigore in tutta Europa, ma in realtà anche oltre i confini dell’Unione, un Regolamento sulla protezione dei dati personali, il GDPR (General Data Protection Regulation), che sta già costringendo i colossi globali di Internet, da Facebook a Google ad Amazon, ad adeguarsi alla normativa europea anche in assenza di omologhe leggi americane. E, magari, anche a ripensare alcuni aspetti del business, con conseguenze notevoli sulle più moderne libertà civili dei cittadini.
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L’intervento di Bruxelles è stato escogitato ben prima che esplodesse il caso degli 87 milioni di profili Facebook usati da Cambridge Analytica a fini politici e senza il consenso degli utenti ed è precedente anche alla presunta interferenza russa nelle campagne elettorali occidentali. Il GDPR è un complesso codice di 99 articoli che contiene tutto il dibattito di questi anni sull’impatto di fake news, violazione della privacy e prevalenza dell’algoritmo sulle società aperte e sui sistemi democratici. 
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<br />
Dal 25 maggio, i proprietari dei dati personali raccolti dai giganti della Silicon Valley torneranno a essere i frequentatori dei social, mentre chi li immagazzina, li analizza e poi li vende non avrà più la totale libertà di usarli senza limiti. I titolari dei dati avranno accesso completo alle proprie informazioni, potranno correggerle, trasferirle e cancellarle, mentre le aziende che li custodiscono dovranno seguire regole molto stringenti su raccolta, uso e protezione dei dati, oppure pagare multe fino a 20 milioni di euro o fino al 4 per cento degli utili annuali.
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<br />
Bruxelles fa sul serio e, in vista delle elezioni continentali del prossimo anno, la Commissione europea ha anche preparato un codice di autoregolamentazione affinché Facebook e gli altri social media provino volontariamente a fermare la diffusione delle fake news e la manipolazione delle informazioni online. 
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<br />
Le conseguenze di questo dirigismo illuminato dell’Europa sono enormi anche dal punto di vista del modello di business di Internet che oggi si basa su un patto implicito, non sempre consapevole, con un utente privato che riceve gratuitamente servizi digitali come quelli offerti dai social e dai motori di ricerca, ma che in realtà li paga svelando a Facebook, a Google e ad Amazon preferenze, interessi e desideri personali che generano un flusso di informazioni molto dettagliate da vendere a chi vuole target super profilati per campagne commerciali o politiche.
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Il patto ha funzionato alla perfezione, perché gli utenti sono felici di navigare liberamente nel mondo digitale e perché le social media company diventano ogni giorno più ricche. Tutto bene, finché la violazione della privacy e l’uso degli algoritmi non manipolano il consenso democratico e pregiudicano il dibattito pubblico.
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<br />
A chi dice che i dati personali valgono così tanto da essere diventati «il nuovo petrolio», l’Europa risponde che i dati personali sono i diritti umani del XXI secolo. A questa considerazione sono arrivate anche alcune aziende tecnologiche come Apple, anche perché non monetizza i dati dei suoi clienti: secondo l’amministratore delegato Tim Cook, la privacy è un «diritto dell’uomo» e la protezione dei dati personali è simile alle libertà civili tradizionali come quelle di parola e di stampa. In vista del 25 maggio, Facebook si è già portata avanti inviando nei giorni scorsi un aggiornamento delle impostazioni sulla privacy che lascia agli utenti la scelta di negare il consenso alla vendita a terzi dei dati personali. Ma per una volta, anticipando anche i colossi della Silicon Valley, l’innovazione è arrivata dalle istituzioni europee. ]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Affidare il disarmo alla Siria</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 10:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sembra una fake news, ma non lo è: il paese che usa armi chimiche contro la sua stessa popolazione, la Siria del dittatore Bashar al Assad, il 28 maggio presiederà a Ginevra la Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo. Non ridete, perché c’è da piangere. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Sembra una fake news, ma non lo è: il paese che usa armi chimiche contro la sua stessa popolazione, la Siria del dittatore Bashar al Assad, il 28 maggio presiederà a Ginevra la Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo. Non ridete, perché c’è da piangere. 
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<br />
Lasciare ad Assad, cioè al principale responsabile della carneficina siriana, la guida del forum della comunità internazionale che prepara e aggiorna gli accordi di non proliferazione sulle armi non convenzionali è surreale e grottesco. Purtroppo questa barzelletta macabra non è isolata, anzi è una caratteristica tipica delle Nazioni Unite. 
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A fine febbraio, per esempio, la Siria è stata scelta come relatrice del Comitato speciale sulla decolonizzazione, un impegno alquanto bizzarro per un paese che occupa militarmente alcune zone del suo stesso territorio. Sempre a febbraio, l’Onu ha eletto la Turchia come vicepresidente del Comitato di accredito e controllo delle organizzazioni non governative e dei gruppi in difesa dei diritti umani, ed è la la stessa Turchia del presidente autoritario Recep Tayyip Erdogan che non si fa problemi a incarcerare giornalisti, militanti e oppositori.
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Le contraddizioni dell’Onu vanno oltre questi casi, perché le Nazioni Unite sono un’organizzazione multilaterale in cui tutte le nazioni, o quasi, sono rappresentate e per questo hanno diritto di alternarsi nelle commissioni e nei comitati (anche se in realtà vige una specie di accordo regionale tra i paesi arabi e musulmani che finisce per escludere Israele dai posti di responsabilità). I paesi democratici provano spesso a fare blocco e ad evitare assurdità tipo quella della Siria a capo della Conferenza per il disarmo o della Turchia come selezionatrice dei gruppi pro diritti umani, ma non sempre ci riescono e anzi talvolta chiudono un occhio. 
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Nel 2015, per fare uno dei mille esempi possibili, Stati Uniti e Unione Europea non hanno bloccato, come avevano fatto in precedenza, il tentativo dell’Iran degli ayatollah, un regime teocratico poco noto per il rispetto dei diritti delle donne, di entrare a far parte di UN Woman, l’Agenzia mondiale per l’emancipazione femminile («È come nominare un piromane come capo dei pompieri», disse allora l’osservatorio UN Watch di Ginevra).
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Il risultato di queste scelte è la perdita di credibilità dell’Onu, come dimostra anno dopo anno il Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra che ha il mandato di promuovere e difendere i diritti umani in giro per il mondo. Il Consiglio è composto di 45 paesi membri e in questo momento ne fanno parte Arabia Saudita, Cina, Qatar, Venezuela, Cuba, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Pakistan, Afghanistan e Angola, una specie di santa alleanza di violatori seriali di diritti umani. Due di questi paesi, Siria e Arabia Saudita, fanno parte dei “Worst of the worst 2018”, la lista dei 12 paesi che secondo il centro studi Freedom House sono il “peggio del peggio” quanto a rispetto dei diritti umani, civili e politici.
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Il motivo per cui costoro tengono moltissimo ad essere presenti nelle istituzioni in difesa dei diritti umani e delle minoranze è evidente, ed è la negazione stessa dei principi fondativi delle Nazioni Unite. Questi paesi vogliono stare dentro il Consiglio dei Diritti Umani, o in altre istituzioni simili, per evitare che la comunità internazionale faccia qualcosa per promuovere e difendere quei diritti o quelle istanze che loro per primi non intendono rispettare. 
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Sono paesi dispotici, misogini, torturatori, sponsor del terrorismo, senza uno stato di diritto, senza diritti civili o politici, senza libertà di pensiero, di parola, di stampa e di associazione. In alcuni casi, addirittura, praticano o tollerano ancora oggi la schiavitù. Eppure stanno comodamente seduti lì, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, con vista sul Lago Lemano di Ginevra.]]></content:encoded>
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		<title>È Milano il Partito della Nazione</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 10:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[L’artista inglese Jeremy Deller installa nel parco dei grattacieli di CityLife un gigantesco gonfiabile che ricostruisce in scala 1:1 il sito archeologico di Stonehenge; in piazza Beccaria c’è la prima casa di cemento stampata in 3D. L’editore glamorous Tyler Brûlé distribuisce un’edizione speciale di Monocle che per l’occasione chiama The Salone Weekly; la Juventus presenta in via Archimede il prototipo di Undici, il primo bar bianconero per il mercato globale; il Design Pride celebra l’industria della creatività e dell’innovazione con una gran festa intorno al dito medio di Cattelan in Piazza Affari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[L’artista inglese Jeremy Deller installa nel parco dei grattacieli di CityLife un gigantesco gonfiabile che ricostruisce in scala 1:1 il sito archeologico di Stonehenge; in piazza Beccaria c’è la prima casa di cemento stampata in 3D. L’editore glamorous Tyler Brûlé distribuisce un’edizione speciale di Monocle che per l’occasione chiama The Salone Weekly; la Juventus presenta in via Archimede il prototipo di Undici, il primo bar bianconero per il mercato globale; il Design Pride celebra l’industria della creatività e dell’innovazione con una gran festa intorno al dito medio di Cattelan in Piazza Affari. Sono 1344 gli eventi del Fuorisalone di Milano, più tutte le attività commerciali del Salone vero e proprio alla Fiera di Milano. Servirebbe un sofisticatissimo algoritmo per stare dietro a tutto. Eppure ogni anno aumentano le cose da fare, da vedere, da non perdere.  
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Quando arriva la settimana del Design, a Milano è una festa. Ma è una festa che segue e precede le settimane della Moda, e poi quelle dell’Arte e della Fotografia e della Cultura Digitale e della Musica e di mille altre cose. I milanesi e i non milanesi ormai sono talmente abituati all’energia e al dinamismo della città da non chiedersi più come mai Milano sia Milano, cioè viva, intensa, vibrante come poche altre realtà in Europa, mentre il resto d’Italia no.  
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Milano è il posto dove andare, secondo i giornali internazionali; meta di moltitudini di hipster, di imprenditori e di molta gente comune che un tempo aspettava il weekend per fuggire il più lontano possibile dalla sua nebbia, mentre ora è attratta dalla sua formidabile capacità di essere cosmopolita ma anche a portata di mano (e la nebbia, incredibilmente, è svanita). 
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La domanda, però, resta: perché questa città ce l’ha fatta, mentre il resto del Paese arranca? Sono arrivato a Milano nel 1986, quando iniziavano a spegnersi le mille luci della città da bere. Ho vissuto gli anni del terrore di Mani Pulite e quelli grami della giunta leghista di Marco Formentini. Poi quelli della rinascita sobria del sindaco «amministratore di condominio» Gabriele Albertini (copyright Indro Montanelli), quelli della grandeur interrotta di Letizia Moratti, quelli della gestione seria di Giuliano Pisapia e, infine, quelli attuali di Beppe Sala. 
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I due momenti di svolta sono stati la voglia di riscatto dei milanesi dopo gli anni bui post Tangentopoli e la reazione popolare alla guerriglia urbana degli antagonisti No Expo nei giorni precedenti l’inaugurazione dell’esposizione universale. 
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Mani Pulite aveva fatto tabula rasa, la città era in ginocchio e con la Lega lombarda al potere la visione al massimo era buona per Abbiategrasso. I milanesi hanno detto basta e negli anni di Albertini è cominciata la rinascita: sono stati ideati i grandi progetti urbanistici che quindici anni dopo hanno cambiato la città. La Moratti ha elaborato la proiezione internazionale con l’Expo. Pisapia ha guidato con moderazione borghese e passione rivoluzionaria la rifioritura della città, e non era facile perché la sua parte politica si era opposta ai grandi progetti inaugurati durante il suo mandato (ma la violenza grottesca dei No Expo ha convinto i più scettici). Anche la Lega di governo di Bobo Maroni ha dato una mano al progetto e l’attuale sindaco Sala, sostenuto all’Expo dal governo Renzi quando non ci credeva nessuno e poi imposto dall’allora segretario del Pd come candidato a Palazzo Marino, è stato ed è cruciale per le fortune di Milano.  
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A Milano i Cinque Stelle non esistono, tranne che per il caveau che custodisce l’algoritmo della Casaleggio Associati. Salvini non conta niente. La destra è arrivata a un passo da eleggere il sindaco grazie a un candidato moderato, europeo e liberalsocialista come Stefano Parisi. La sinistra radicale e quella moderna si sono alternate e riconosciute in due sindaci diversi per storia e appartenenza, ma il passaggio è avvenuto senza soluzione di continuità. A Milano ha vinto la voglia di cambiamento con il «Sì» alle riforme costituzionali e alle elezioni del 4 marzo hanno prevalso i partiti europeisti e antipopulisti. Ecco, chi cerca il fantomatico Partito della Nazione per fare uscire il Paese dall’impasse politica e morale può fermare le ricerche: venga a Milano a farsi un giro, meglio durante la settimana del Design ma anche dopo. È Milano il Partito della Nazione. ]]></content:encoded>
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		<title>Ottimisti e pessimisti</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2018 10:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rivista Studio]]></category>

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		<description><![CDATA[Eravamo ottimisti e ora siamo pessimisti. Due libri ci aiutano a riflettere sul momento globale che stiano vivendo, su che cosa sta succedendo nel mondo, su che cosa sarà di noi. La sintesi è proprio questa: eravamo ottimisti e ora siamo pessimisti, avevamo una fede pseudo religiosa nel progresso e invece ora il futuro ci fa paura, ci mette ansia, ci minaccia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Eravamo ottimisti e ora siamo pessimisti. Due libri ci aiutano a riflettere sul momento globale che stiano vivendo, su che cosa sta succedendo nel mondo, su che cosa sarà di noi. La sintesi è proprio questa: eravamo ottimisti e ora siamo pessimisti, avevamo una fede pseudo religiosa nel progresso e invece ora il futuro ci fa paura, ci mette ansia, ci minaccia. I due libri sono Enlightenment Now (Viking, 556 pagine) di Steven Pinker e L’età della rabbia (Mondadori, 348 pagine) di Pankaj Mishra. Sono due saggi a tesi opposta, il primo incorreggibilmente fiducioso e il secondo irriducibilmente catastrofista, entrambi dogmatici, entrambi esercizi di maestria intellettuale da far girare la testa. Uno spiega che in realtà le cose vanno benissimo, l’altro si concentra sulle contraddizioni del progresso. Letti insieme i due libri funzionano bene perché fanno vacillare le convinzioni sia degli ottimisti sia dei pessimisti; sono come quegli smartphone di ultima generazione che grazie alla doppia fotocamera mettono meglio a fuoco il ritratto del nostro tempo. 
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Pinker fa risalire la fede nel progresso all’Illuminismo, Mishra ricorda che anche allora c’era chi metteva in guardia sui costi del progresso. Gli eroi intellettuali dei due saggisti non possono essere ideologicamente più distanti: per Pinker è Voltaire, per Mishra è Rousseau.
Enlightenment Now è un manifesto della ragione, della scienza e dell’umanesimo, mentre per L’età della rabbia la promessa illuminista di un avvenire di giustizia, uguaglianza e prosperità è soltanto un’illusione, se non un inganno. 
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Senza andare molto indietro nel tempo, siamo diventati ottimisti nel 1989 e pessimisti nel 2001. E ci stiamo accorgendo del conflitto tra i due orientamenti soltanto da un paio d&#8217;anni. In realtà gli ottimisti sono negazionisti: non credono di aver perso la battaglia per lo spirito del tempo e salvo qualche rara eccezione escono con le ossa rotte da tutte le tornate elettorali.
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Nel 1989 cade il Muro di Berlino, crolla il comunismo sovietico, centinaia di milioni di persone si liberano dal giogo totalitario, la democrazia si diffonde a Est, la Cina e l’India aprono le loro economie e in parte le loro società, la povertà globale inizia ad arretrare, nascono nuovi Stati liberi in Africa e in Asia, la difesa dei diritti umani plasma la politica internazionale, gli investimenti cambiano la geopolitica mondiale, scoppia la pace in Irlanda del Nord, finisce l’apartheid e Nelson Mandela esce dal carcere. 
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Non è stato tutto rose e fiori, ovviamente, a cominciare dalla strage di Tienanmen in Cina, ma il 1989 è l’anno in cui si è iniziato a pensare che il capitalismo liberale e i sistemi democratici potessero trionfare in modo universale e irreversibile. «There is no alternative», non c’è alternativa, al sistema politico ed economico liberale, secondo la celebre formula riscoperta da Margaret Thatcher. Francis Fukuyama aveva dichiarato «La Fine della Storia» e i successivi decenni di progresso universale hanno confermato la tesi del politologo americano, grazie anche a una rivoluzione tecnologica che ha reso il mondo più colto, più connesso, più ricco. 
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Nasce nel 1989, insomma, il culto internazionalista liberale del progresso, la certezza dell’ineluttabile vittoria della ragione sulla tradizione, la conta del numero esponenziale di persone che escono dalla povertà. Politicamente è l’era della Terza Via tra liberalismo e socialismo, con Bill Clinton e Tony Blair sacerdoti dell’idea di una crescita perpetua sia della produzione sia del consumo, e di conseguenza dell’allargamento dei diritti e del benessere per tutti. È anche il momento della despiritualizzazione della società, sempre in nome della ragione e della fede nel progresso.
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L’11 settembre 2001, però, il mondo si è accorto che la storia non era affatto finita. Il vuoto è stato colmato dal nichilismo, da un ritorno preponderante di Dio o da una combinazione delle due cose. Lo scoppio della bolla digitale, appena precedente, e la successiva crisi finanziaria del 2008 hanno fatto il resto e scatenato una serie di eventi che ci ha portato all’età della rabbia di cui scrive Pankaj Mishra. 
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Secondo Mishra, gli ultimi trent’anni sono stati un’illusione, l’esito obbligato dell’ideologia neoliberale e la causa primaria delle rivolte populiste e anti liberali (l’elenco del rancore anti sistema si aggiorna di mese in mese: Brexit, Trump, No alle riforme italiane, diffusione di sovranismi ed estremismi di ogni tipo). 
Innovazione e creatività hanno migliorato il mondo: un operaio di oggi sta molto meglio di un super ricco di due secoli fa. L’Economist si era chiesto se fosse meglio essere un monarca medievale o un umile impiegato in un ufficio moderno. Il Re, ha ricordato il settimanale britannico, aveva un esercito di schiavi, vestiva le sete più pregiate e mangiava il cibo più buono, ma non aveva rimedi contro il mal di denti, impiegava settimane per muoversi da un palazzo all’altro, poteva morire a causa di una banale infezione e non ne poteva più di sentire sempre gli stessi buffoni di corte. La vita dell’impiegato moderno improvvisamente appare straordinaria se si pensa a dentisti, antibiotici, aerei, smartphone e YouTube. La globalizzazione non è un’ingiustizia, è un’ingiustizia essere esclusi dalla globalizzazione, aggiungo io. 
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Ma non si può negare, come ricorda Mishra, che l’automazione abbia ridotto i posti di lavoro e aumentato l’insicurezza globale. Le diseguaglianze sono, o appaiono, maggiori di prima; le informazioni circolano più liberamente e penetrano la società fino a raggiungere sacche ignorate dai canali tradizionali dell’opinione pubblica; il progresso tecnologico disintermedia, cioè indebolisce le organizzazioni politiche e sociali (i partiti, i sindacati, i giornali e le famiglie) che facevano da filtro e garantivano la mediazione tra le istituzioni e il paese reale.
Ecco spiegata la rivolta degli esclusi contro gli inclusi, dei non protetti contro i garantiti, dei molti contro le élite.
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Lo sconfinato ottimismo di Pinker ha il difetto di essere fideistico e per certi versi ridicolo. Lo dico pensando che il professore di Harvard in realtà non abbia torto, perché i progressi compiuti dall’umanità sono formidabili, perché non si può tornare indietro e perché è molto probabile che le cose continueranno a migliorare. Ma allo stesso tempo non è razionale sostenere, come si legge in Enlightment Now, che le ingiustizie della società contemporanea si risolveranno da sole, semplicemente continuando ad avere fiducia nella ragione e nel progresso. David Cameron, Hillary Clinton e Matteo Renzi potrebbero testimoniare che non è così. 
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Non credo però che il quadro pessimista fornito da Mishra nell’Età della rabbia sia quello corretto, anche se oggi è certamente maggioritario. La sua analisi è molto realistica, un colpo dritto al cuore di chi crede nella ragione e nel progresso, ma non offre un’alternativa al sistema democratico, liberale e capitalista, probabilmente perché un’alternativa seria non c’è o, nei casi in cui c’è, moltiplica le contraddizioni come vediamo in Venezuela, Corea del Nord, Cina, Russia e nei paesi che si affidano alla sharia.
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Ed eccolo il punto cruciale della nostra epoca: sbiadito il vecchio ottimismo occidentale, non sappiamo ancora dove ci condurrà questo nuovo pessimismo antioccidentale.
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		<title>La grande tragedia siriana</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 13:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Grazia]]></category>

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		<description><![CDATA[La grande tragedia siriana è che non ci sono i buoni. La grande tragedia siriana è che si è proprio persa la distinzione tra buoni e cattivi. Tutti sono vittime, tutti sono carnefici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[La grande tragedia siriana è che non ci sono i buoni. La grande tragedia siriana è che si è proprio persa la distinzione tra buoni e cattivi. Tutti sono vittime, tutti sono carnefici. Certo, ci sono i bambini gasati con le armi chimiche sabato sera a Douma, alla periferia orientale della capitale Damasco. E anche i missili, probabilmente israeliani, che lunedì hanno colpito una base aerea siriana, usata anche delle milizie iraniane. Soprattutto c’è il ruolo del dittatore Bashar al Assad, il responsabile primario della maggior parte delle vittime civili del conflitto, ma anche i ribelli suoi oppositori si sono macchiati di crimini efferati. Insomma è un tutti contro tutti, dove nessuno controlla più niente. Le alleanze cambiano al ritmo dello zapping col telecomando. Prima c’era l’Isis, ora è stato quasi del tutto debellato. Il regime di Damasco è formalmente in piedi ma in realtà dipende totalmente da russi e iraniani.
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<br />
Il bilancio di questa tragedia è diventato di difficile computazione, e non solo perché è ancora in corso. L’Onu e le agenzie non governative hanno smesso di contare il numero delle vittime. L’ultimo calcolo era di mezzo milione di persone uccise, cinque milioni di rifugiati e centinaia di migliaia di siriani sotto assedio nel corso di sette anni di una guerra civile che a poco a poco si è trasformata in guerra settaria, religiosa, etnica, regionale, addirittura mondiale. Una guerra sporca, tra regime e ribelli, tra bande e milizie, tra entità teocratiche e potenze straniere.
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<br />
Tutto comincia nel 2011, quando sull’onda delle primavere arabe anche in Siria sono iniziate le prime manifestazioni di malcontento nei confronti del regime dispotico di Assad, un dittatore nazional socialista di religione alawita, una setta musulmana sciita, alleato con gli ayatollah iraniani e inviso al mondo arabo sunnita, oltre che a Israele. 
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<br />
La protesta popolare è stata sedata nel sangue. Una parte dell’esercito ha disertato, rifiutandosi di sparare sui manifestanti ed è iniziata la guerra civile. Al Qaeda, lo Stato islamico e decine di altre sigle di musulmani radicali hanno iniziato una loro guerra fratricida per la guida estremista dell’Islam sunnita e contro Assad. Le istituzioni internazionali non si sono viste, gli Stati Uniti e l’Europa ancora scottati dall’Iraq e dalla Libia hanno cercato di girarsi dall’altra parte e questo vuoto di leadership è stato colmato dalle potenze regionali, Russia, Iran e Turchia, e dallo Stato islamico che a poco a poco ha iniziato a radicarsi e a prosperare. 
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<br />
In Siria ci sono combattenti iraniani e truppe russe. Anche la Turchia ha invaso il paese e gli americani hanno inviato circa duemila soldati. Iran e Russia sostengono Assad, ma entrambi giocano una partita geostrategica, cioè fanno gli interessi del proprio paese. La Turchia, accusata di aver sostenuto l’Isis, detesta Assad e d’intesa con Arabia Saudita e Qatar tratta una via d’uscita con iraniani e russi, ma anche per il presidente Erdogan l’obiettivo è geopolitico, in particolare ostacolare le mire della minoranza curda. Arabia Saudita e Qatar sostengono i ribelli anti Assad in funzione anti iraniana. 
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<br />
Gli americani tengono un avamposto militare per dare la caccia all’Isis, obiettivo quasi raggiunto al punto che la settimana scorsa il presidente Donald Trump aveva annunciato che si sarebbe ritirato, salvo poi promettere il solito “fuoco e fiamme” dopo l’ultima strage col gas (anche l’anno scorso Trump si era trovato nella stessa situazione, e dopo aver visto le terribili immagini di bambini uccisi col gas ha ordinato il lancio di qualche missile contro le postazioni siriane). Israele si è politicamente tenuta alla larga, salvo intervenire militarmente in modo chirurgico per fermare la strategia iraniana che da alcuni decenni usa la Siria come base d’attacco per la destabilizzazione dello Stato ebraico.
Nessuno sa come finirà, e c’è da scommettere il peggio visti i protagonisti, ma resta la speranza che a un certo punto lo scontro di interessi geopolitici possa convincere gli attori in campo, in particolare la Russia, a trovare una soluzione in grado di far uscire la Siria dalla guerra del tutti contro tutti.]]></content:encoded>
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		<title>Ecco perché andrò a Madrid</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2018 19:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[E certo che ci vado a Madrid. Ci vado lo stesso. Confesso di aver avuto qualche dubbio intorno al 70° minuto di Juve-Real, la settimana scorsa allo Stadium. Preso dallo sconforto per il terzo gol di Marcelo, e ancora abbacinato dalla chilena di Cristiano Ronaldo, ho pensato di disdire l’albergo in Plaza de Santa Ana e di farmi rimborsare il volo Alitalia, entrambi prenotati nel momento esatto del maledetto sorteggio di un mese fa, quasi per esorcizzare la sfida con i campioni d’Europa. Ma poi la ragione ha prevalso sul sentimento: claro que voy a Madrid.  ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[E certo che ci vado a Madrid. Ci vado lo stesso. Confesso di aver avuto qualche dubbio intorno al 70° minuto di Juve-Real, la settimana scorsa allo Stadium. Preso dallo sconforto per il terzo gol di Marcelo, e ancora abbacinato dalla chilena di Cristiano Ronaldo, ho pensato di disdire l’albergo in Plaza de Santa Ana e di farmi rimborsare il volo Alitalia, entrambi prenotati nel momento esatto del maledetto sorteggio di un mese fa, quasi per esorcizzare la sfida con i campioni d’Europa. Ma poi la ragione ha prevalso sul sentimento: claro que voy a Madrid.  
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<br />
Ci vado perché questa Juventus è una squadra leggendaria, altro che chiacchiere. Non c’è un altro modo per definire un gruppo di campioni che ha vinto sei scudetti consecutivi ed è in lizza per il settimo, che ha conquistato tre Coppe Italia di fila ed è in finale per la quarta; una squadra che è stata due volte vicecampione d’Europa in tre anni, sconfitta soltanto dai due super team che da dieci anni schierano i due più incredibili calciatori della storia di questo sport.  
<p>
<br />
Questa Juventus, tra l’altro, è anche l’unica squadra che è riuscita a eliminare sia Ronaldo sia Messi: tre anni fa il Real in semifinale, e l’anno scorso il Barcellona ai quarti. L’unica colpa è stata quella di non essere riuscita a batterli entrambi nello stesso anno, un’evidenza non presente in natura.  
<p>
<br />
Capisco e condivido il blues per lo 0-3 dello Stadium, ma paradossalmente è stata una sconfitta che ci costringe a riflettere sulla prodigiosa impresa sportiva compiuta in questi sette anni. Anche perché, avrete notato, il Real ha battuto la Juventus esattamente come la Juventus sconfigge le avversarie italiane e quelle europee che non si chiamano Real e Barcellona: con la calma e la serenità di una Forza Tranquilla consapevole che prima o poi, nel corso dei 90 minuti, saprà come dimostrare di essere la migliore, senza bisogno di agitarsi troppo, proprio come nella famosa scena in cui Indiana Jones, trovandosi di fronte a un esagitato che brandisce la scimitarra, liquida lo spadaccino con un semplice colpo di pistola. Ecco, semmai la cosa che fa male è ammettere che il Real è come la Juve, una Juve all’ennesima potenza.  
<p>
<br />
Il tifoso juventino che si lamenta sui social perché ogni tanto la squadra pareggia e più raramente perde si accorgerà della straordinarietà del momento che sta vivendo soltanto quando questo bendidìo sarà finito. Sono stati sette anni formidabili, cominciati con la resurrezione dopo due settimi posti figli di Calciopoli.  
<p>
<br />
Il primo scudetto è stato il più entusiasmante, perché inaspettato. La Juventus non era la squadra più forte, ma poteva contare su un gruppo di campioni in cerca di riscatto e su un orgoglio ritrovato grazie anche al nuovo stadio. Il secondo è stato il più difficile, quello della conferma a un livello che sembrava perduto; il terzo quello dei record, 102 punti. Il quarto sembrava improbabile: l’allenatore Antonio Conte se n’era andato a stagione appena iniziata e al suo posto è arrivato tra mille mugugni Massimiliano Allegri, il quale invece è riuscito a dare all’ambiente serenità e dimensione europea, quindi la finale di Berlino e anche la prima Coppa Italia. 
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<br />
Il quinto è stato lo scudetto giudicato impossibile, figlio di una ristrutturazione della rosa per la fine del ciclo precedente e di una partenza così rallentata che dopo dieci giornate e molte sconfitte si diceva che la squadra non sarebbe arrivata nemmeno tra le prime 4. Invece, quinto scudetto, seconda Coppa Italia e grandi partite in Europa. Il sesto è ancora fresco: scudetto, terza Coppa Italia e finale di Champions League. Sul settimo vedremo: la squadra di Allegri è prima, ma è ancora lunghissima e deve fare i conti con un indomabile Napoli. 
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<br />
Al Bernabeu non mi aspetto l’impresa. La retorica della remuntada è una banalità che non rappresenta lo spirito della Juventus. La Juventus non rimonta, la Juventus gioca per vincere, spesso ci riesce e quando non ce la fa applaude gli avversari e si rimette al lavoro per migliorarsi. E, quindi, certo che ci vado a Madrid. Anche perché a Madrid, il primo giugno del 2019, si gioca la finale della Champions League dell’anno venturo. ]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il più scarso calciatore che abbia mai visto giocare nella Juventus</title>
		<link>http://www.camilloblog.it/archivio/2018/04/08/il-piu-scarso-calciatore-che-abbia-mai-visto-giocare-nella-juventus/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2018 18:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rivista Undici]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando ho saputo che Alisson Becker sarebbe stato sulla copertina di Undici mi è venuto un colpo. E non perché abbia qualcosa contro di lui – è un portiere formidabile – ma più banalmente perché ogni volta che vedo Allison mi viene in mente un altro calciatore brasiliano: un ex della Juventus, Diego Ribas da Cunha detto Diego.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Quando ho saputo che Alisson Becker sarebbe stato sulla copertina di Undici mi è venuto un colpo. E non perché abbia qualcosa contro di lui – è un portiere formidabile – ma più banalmente perché ogni volta che vedo Allison mi viene in mente un altro calciatore brasiliano: un ex della Juventus, Diego Ribas da Cunha detto Diego.
 <p>
<br />
Non so quale sia il motivo di questa associazione intellettuale: magari la barbetta, chissà. Fatto sta che da anni Diego mi fa andare il sangue alla testa per un motivo molto semplice: è stato il calciatore più scarso che abbia mai visto giocare nella Juventus. 
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<br />
So bene che nella Juventus hanno militato calciatori meno dotati tecnicamente del brasiliano, ma il mio giudizio su Diego non è sul valore in sé del calciatore, che comunque resta mediocre, ma sul rapporto tra le aspettative e la resa sul campo. 
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Diego non è arrivato come un gregario, tipo Jocelyn Blanchard nel 1998, né come un terzino di complemento alla Leandro Rinaudo nel 2010, e neppure come un onesto lavoratore come Zdeněk Grygera nel 2007 che più che un rinforzo fu un sotterfugio moggiano per ammaliare Pavel Nedved. 
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Diego è arrivato con le stigmate del campione. Diego avrebbe dovuto essere l’uomo della rinascita. Diego avrebbe dovuto raccogliere il testimone da Del Piero. Diego, santoiddio, si chiamava come Maradona.
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Diego prese la maglia numero 28. Già questo avrebbe dovuto metterci in guardia, perché va bene che la numero 10 era proprietà privata di Alex Del Piero, ma quando mai si è visto un campione vero con la maglia di un Primavera aggregato alla prima squadra?
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Ci fregarono le prime due partite. Diego fornì un mezzo assist a Iaquinta alla prima giornata e poi segnò una formidabile doppietta alla seconda in casa della Roma. La Juve vinse 3-1. Dopo anni di Purgatorio, gli astri sembrarono improvvisamente ricongiungersi, la normalità democratica pareva ristabilita, la Juventus era finalmente tornata protagonista grazie a una nuova superstar. 
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Il primo gol all’Olimpico fu magnifico. Diego rubò palla prima della metà campo e si involò verso la porta avversaria superando il primo uomo e riuscendo a evitare il corpo a corpo con il forzuto norvegese John Arne Riise. Dopo una possente cavalcata, Diego entrò in area tutto spostato a sinistra e anziché tirare di sinistro, o tentare un dribbling a rientrare, diede un tocchetto di esterno destro al pallone, quasi uno scavetto, con cui prese in contropiede il portiere beffandolo con un diagonale che, sul momento ma anche visto e rivisto al rallentatore, non è sembrato un tiro ma un fenomenale colpo da biliardo. Il telecronista di Sky urlò il primo dei sei o sette «questo è un fenomeno» della serata. 
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Il secondo gol fu altrettanto straordinario. Sulla trequarti della Roma, Diego puntò un difensore e lo costrinse ad arretrare fino al limite. Con un duplice doppio passo lo disorientò fino a fargli dimenticare le generalità. Una volta dentro l’area, con un colpo secco di destro superò per la seconda volta il portiere giallorosso. «La Juventus ha acquistato uno dei più forti giocatori del mondo», disse entusiasta il telecronista di Sky; e noi con lui.
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Ma la stagione di Diego si è conclusa lì, alla seconda giornata. In tutta la stagione ha segnato altri 3 gol in Serie A e 2 in Coppa Italia. In totale 7 gol in 44 partite.
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Diego è stato un giocatore apatico, abulico, un’anima in pena che girovagava senza meta per il campo. Inefficace in attacco e inesistente nella fase difensiva. Lento, lentissimo, procedeva solo per linee orizzontali; mai un dribbling, mai una progressione, passava la palla sempre indietro o al compagno accanto. Non ce la faceva fisicamente. È vero che tutta la squadra non girava, tanto da essersi classificata al settimo posto, ma la responsabilità primaria era del fenomeno brasiliano rivelatosi un giocatore modesto.
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Diego era bravo soltanto a fare una cosa: quando c’erano da battere le punizioni dalla tre quarti campo, riusciva da fermo a mettere la palla forte e tesa al centro dell’area quasi sempre sulla testa dei colpitori bianconeri. Pochino per «uno dei più forti giocatori del mondo», acquistato per 24,5 milioni di euro più bonus. 
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Alla fine della stagione, i nuovi manager della Juventus l’hanno svenduto al Wolfsburg, rimettendoci circa 10 milioni ma strappando ai tedeschi, sei mesi dopo e per due lire, un super campione come Andrea Barzagli. Insomma, la cessione di Diego va ricordata nella storia della Juventus come il primo grande capolavoro di mercato di Beppe Marotta, ovvero come l’avvio del leggendario ciclo vincente degli anni successivi.
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		<title>L&#8217;algoritmo dell&#8217;Occidente</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2018 13:17:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[In Divertirsi da morire, un saggio sulla televisione scritto nel 1985, quando Internet era ancora roba per scienziati, il critico americano Neil Postman diceva che dei due grandi romanzi distopici del Novecento, 1984 e Il Mondo Nuovo, il più realistico non era quello di George Orwell, come si credeva, ma quello scritto da Aldous Huxley. Per ricapitolare la tesi analogica di Postman sulla società occidentale, e aggiornarla al nostro tempo digitale, un recente articolo del Guardian ricordava che Orwell, con 1984, immaginava che la civiltà moderna sarebbe stata distrutta dalle nostre paure. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[In Divertirsi da morire, un saggio sulla televisione scritto nel 1985, quando Internet era ancora roba per scienziati, il critico americano Neil Postman diceva che dei due grandi romanzi distopici del Novecento, 1984 e Il Mondo Nuovo, il più realistico non era quello di George Orwell, come si credeva, ma quello scritto da Aldous Huxley. Per ricapitolare la tesi analogica di Postman sulla società occidentale, e aggiornarla al nostro tempo digitale, un recente articolo del Guardian ricordava che Orwell, con 1984, immaginava che la civiltà moderna sarebbe stata distrutta dalle nostre paure. 
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In particolare quella di essere sorvegliati e di essere controllati psicologicamente dal famigerato Grande Fratello, mentre Huxley, con Il Mondo Nuovo, spiegava che la rovina dell’umanità sarebbe arrivata dalle cose che ci piacciono e ci divertono perché l’intrattenimento è uno strumento di controllo sociale più efficiente della coercizione. Huxley ci aveva preso più di Orwell, insomma, ma quello era ancora, soltanto, il tempo della televisione. Poi è arrivato Internet, notava il Guardian, una tecnologia che in un colpo solo ci ha regalato entrambi gli incubi immaginati dai due romanzieri inglesi, sia la sorveglianza da parte di Stati e corporation, come temeva Orwell, sia la dipendenza passiva da app e strumenti tecnologici simile agli effetti sedativi e gratificanti della droga «soma» che, secondo Huxley, possedeva tutti i vantaggi della cristianità e dell’alcol, senza averne nessuno dei difetti. 
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Siamo davvero arrivati al punto in cui Internet è diventato lo strumento di demolizione della nostra civiltà? L’egemonia del web ha seriamente compromesso il futuro della società liberale? Gli argomenti catastrofisti sono sotto gli occhi di tutti e non bisogna essere luddisti o reazionari per accorgersi che l’ideologia dell’algoritmo, l’abuso e la manipolazione dei dati personali e le tecniche di persuasione digitali stiano modificando comportamenti, abitudini e tessuto sociale del mondo occidentale. La lista delle recriminazioni è lunga: il disordine creato da Wikileaks negli apparati diplomatici e di sicurezza, la diffusione delle fake news, l’ininfluenza dei dati di fatto nel dibattito pubblico, l’automazione che riduce i posti di lavoro, le ideologie politiche sostituite da algoritmi che pescano i sentiment sulla Rete. E, ancora, l’interferenza cibernetica di Mosca nei processi democratici dell’Occidente, il caso dei 50 milioni di profili Facebook finiti a insaputa degli utenti nei server di Cambridge Analytica e poi utilizzati per indirizzare il voto negli Stati Uniti e altrove, forse anche in Italia. 
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Tutto vero, e molto pericoloso. Ma non si può negare che la Rete sia una delle più strabilianti innovazioni di sempre. Il culto del web è il prodotto dell’etica libertaria degli Anni Sessanta e dello spirito del capitalismo delle origini; è l’antidoto al mondo scongiurato da Orwell e Huxley; è lo strumento congegnato per sconfiggere il totalitarismo e poi sviluppatosi intorno all’idea che la libera circolazione delle informazioni fosse di per sé un fattore di progresso, di conoscenza e di partecipazione alla vita pubblica. Il problema è che ci accorgiamo soltanto adesso che con l’informazione circola anche la disinformazione e che l’accesso istantaneo a questa massa non filtrata di dati attenua la capacità dell’individuo di selezionare, di valutare, di discernere. Paradossalmente oggi siamo più ignoranti di prima, le società dispotiche sono più solide, quelle aperte più manipolabili e l’indebolimento dei corpi intermedi ha plasmato un sistema modernissimo, ma impaurito e senza punti di riferimento. 
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Questa è la questione decisiva della nostra epoca e il guaio è che non si vede ancora una classe dirigente in grado di codificare le nuove consuetudini digitali, di rimettere in carreggiata il futuro e di riconciliare il progresso tecnologico con il rispetto dello Stato di diritto. Di sicuro c’è che non si può tornare indietro, perché la formula «innovazione più globalizzazione» ha creato opportunità, distribuito benessere e liberato miliardi di persone dalla povertà. Questa formula, oggi sotto accusa, è l’algoritmo dell’Occidente: avete presente le alternative? ]]></content:encoded>
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		<title>Mi sono dimesso anche dal Sole 24 Ore</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2018 22:45:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi sono dimesso anche dal Sole 24 Ore. Aver immaginato con @riotta un grande giornale è stato breve, intenso e bellissimo; aver realizzato un grande magazine con @ffranchi e gli altri che ci hanno creduto è stato super. Ora pausa Pasqua e Pasquetta, poi si ricomincia.

Stay tuned.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Mi sono dimesso anche dal Sole 24 Ore. Aver immaginato con @riotta un grande giornale è stato breve, intenso e bellissimo; aver realizzato un grande magazine con @ffranchi e gli altri che ci hanno creduto è stato super. Ora pausa Pasqua e Pasquetta, poi si ricomincia.
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