<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" version="2.0">

<channel>
	<title>Camillo » Articoli</title>
	
	<link>http://www.camilloblog.it</link>
	<description>Il blog di Christian Rocca</description>
	<lastBuildDate>Sun, 19 May 2013 21:15:46 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=1219</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feeds.feedburner.com/camilloblog_articoli" /><feedburner:info uri="camilloblog_articoli" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><item>
		<title>Elogio della Super Casta del Palazzo della Casta</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/0xPSanEvTIM/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/05/12/elogio-della-super-casta-del-palazzo-della-casta/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 May 2013 15:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=13862</guid>
		<description><![CDATA[A sentire la canea populista, il Parlamento &#232; il simbolo di ogni male, l&#8217;emblema della corruzione, il santuario della casta. Vizi. Privilegi. Prebende. Un&#8217;aula sorda e grigia che i manipoli devono poter aprire come una scatoletta di tonno e dove possono bivaccare (Occupy) con borracce colme di acqua di rubinetto per poi trasformarla in un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A sentire la canea populista, il Parlamento &egrave; il simbolo di ogni male, l&#8217;emblema della corruzione, il santuario della casta. Vizi. Privilegi. Prebende. Un&#8217;aula sorda e grigia che i manipoli devono poter aprire come una scatoletta di tonno e dove possono bivaccare (Occupy) con borracce colme di acqua di rubinetto per poi trasformarla in un ufficio-ratifica dei grotteschi Small Data della trilaterale Grillo, Casaleggio e Associati.<br />
<br />
Secondo i teorici della democrazia assembleare, e i loro corifei politico-giornalistici, quattromila voti per Stefano Rodot&agrave; raccolti non si sa come valgono pi&ugrave; della sovranit&agrave; popolare del Parlamento. C&#8217;&egrave; da arrendersi, di fronte a tali enormit&agrave;. Anche perch&eacute; a fermare il delirio &egrave; rimasto ben poco: la politica insegue l&#8217;insania, i talk show fanno avanspettacolo, i giornali soffiano sul fuoco.<br />
Ci sono eccezioni, per fortuna. Pilastri di civilt&agrave; e saggezza e competenza, a cominciare dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rieletto nonostante l&#8217;insensato assedio al Palazzo da parte delle Sturmtruppen del Generale Grillo, dei comunisti (!) e dei fascisti (!). <br />
Un&#8217;altra eccezione alla follia imperante si trova alla Camera dei Deputati, cio&egrave; nel posto pi&ugrave; impensabile secondo gli schemi dei professionisti dell&#8217;anticasta: l&#8217;Amministrazione della Camera, la Super Casta residente del Palazzo della Casta. Una riserva di eccellenze &ndash; certo privilegiata, non so con quante mensilit&agrave;, ma fidatevi: ben meritate. Una burocrazia super qualificata che per una volta si riesce ad accordare senza alcun aggettivo denigratorio. Meno male che ci sono, i funzionari della Camera. Sarebbero in grado di trasformare chiunque &ndash; anche il pi&ugrave; improbabile dei deputati (sappiamo tutti quali sono) &ndash; in un impeccabile presidente di seduta.<br />
<br />
Vi siete mai chiesti come mai, anche nelle giornate pi&ugrave; caotiche e di fronte alle richieste pi&ugrave; pressanti, chi presiede l&#8217;Assemblea d&agrave; sempre l&#8217;idea di avere la situazione sotto controllo, di rispondere con la risposta giusta, di citare la prassi parlamentare corretta? La risposta &egrave; nella macchina operativa, nel cuore pulsante del Parlamento, nelle viscere del potere legislativo. <br />
&Egrave; uno spettacolo di armonia e di precisione vedere i funzionari d&#8217;Aula mentre pescano al volo lo speech giusto e il precedente corretto, ciascuno diverso a seconda della situazione, e poi passarlo a chi deve decidere sull&#8217;istante. Per non parlare della competenza legislativa, della conoscenza comparata, dell&#8217;efficienza nello scrivere una legge o un emendamento. Senza di loro sarebbe il caos, e non abbiamo bisogno di ulteriori caos. Semmai abbiamo bisogno di estendere al resto del Paese la credibilit&agrave; di questa forza tranquilla. Guai, quindi, a proporre riduzioni, tagli e altre scemenze anticasta. Viva la Super Casta che sa garantire la continuit&agrave; istituzionale e fa funzionare la macchina della politica anche nelle intemperie.<br />
<br />
L&#8217;edizione 2013 del nostro annuale Stato dell&#8217;Italia viaggia su tre binari. Il primo &egrave; un manifesto per &laquo;Rifare l&#8217;Italia, senza rifare gli italiani&raquo; che &egrave; stato scritto da due intellettuali amici di IL: l&#8217;ex assessore alla Cultura della giunta fiorentina di Renzi, Giuliano da Empoli; e l&#8217;animatore di Italia Futura, oggi deputato di Scelta Civica, Andrea Romano. Sul secondo binario, pi&ugrave; letterario, viaggiano le riflessioni colte di quattro scrittori che ci piacciono molto: Camilla Baresani, Francesco Pacifico, Antonio Pascale e Alessandro Piperno. L&#8217;ultimo binario, quello iconografico, &egrave; il nostro omaggio ai valorosi funzionari della Camera dei Deputati. Grazie. Buona lettura.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/0xPSanEvTIM" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/05/12/elogio-della-super-casta-del-palazzo-della-casta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/05/12/elogio-della-super-casta-del-palazzo-della-casta/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/cNQMsUw4tas/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/05/12/piccola-guerra-lampo-per-radere-al-suolo-la-sicilia/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 May 2013 15:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=13860</guid>
		<description><![CDATA[Ai siciliani non piace che si parli di loro o della loro isola. Lo so perch&#233; sono siciliano. Se ne parli male, si offendono. Se ne parli bene, &#232; anche peggio. Soltanto loro possono prendersi in giro e lamentarsi di se stessi: su questo non sono diversi dagli ebrei. Ma i siciliani detestano soprattutto i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ai siciliani non piace che si parli di loro o della loro isola. Lo so perch&eacute; sono siciliano. Se ne parli male, si offendono. Se ne parli bene, &egrave; anche peggio. Soltanto loro possono prendersi in giro e lamentarsi di se stessi: su questo non sono diversi dagli ebrei. Ma i siciliani detestano soprattutto i ritratti da cartolina su cui si cimentano a loro rischio e pericolo i forestieri: ah che mare; eh la bellezza violenta del paesaggio; oh la crudelt&agrave; del clima; uh che gran libro il Gattopardo. Ah che popolo, i siciliani.<br />
Sono minchiate. E se c&#8217;&egrave; una cosa che i siciliani per bene non sopportano sono proprio le stupidaggini, le sciocchezze, le babbarie.<br />
<br />
Solo un siciliano pu&ograve; scrivere una frase negazionista come questa: &laquo;La Sicilia non esiste. Io lo so perch&eacute; ci sono nato&raquo;. Solo un siciliano pu&ograve; titolare un romanzo Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia. <br />
Il trentenne Giuseppe Rizzo, siciliano di Agrigento, &egrave; quel siciliano l&igrave;. Ha scritto un formidabile romanzo per Feltrinelli che cancella decenni di pseudo letteratura indigena per allocchi e baluba del continente. Rizzo non scimmiotta il siciliano, non crea una lingua improbabile, si tiene alla larga dai barocchismi catanesi che overseas garantiscono lo status da intellettuale.<br />
<br />
Rizzo scrive come parla un siciliano mediamente colto, cio&egrave; scrive senza aver ingerito sostanze psicotrope, ed &egrave; capace di raccontare con lucidit&agrave; il sentimento di amore-odio per la propria terra che tormenta chi &egrave; andato a vivere altrove anche se, in fondo, dalla Sicilia non si &egrave; mai allontanato. &laquo;Cu nesci arrinesci&raquo;, chi se ne va ce la fa, &egrave; il motto fatalista di ogni siciliano che &egrave; rimasto ma anche l&#8217;illusione di chi invece se ne &egrave; andato. <br />
Rizzo racconta con disprezzo la cultura dei mafiosi, anzi dei &laquo;pidocchi&raquo;, ma senza alcuna retorica antimafiosa, anzi descrive l&#8217;inevitabilit&agrave; flagrante e spesso innocua degli intrecci sociali tra persone per bene e &laquo;pidocchi&raquo;.<br />
A chi parla della Sicilia con i soliti luoghi comuni, fidandosi delle caramelle zuccherate spacciate per letteratura, uno dei protagonisti del romanzo risponde: &laquo;Bisognerebbe mettere mano alla pistola ogni volta che qualcuno dice della splendida decadenza e dell&#8217;irredimibilit&agrave; di questo posto, come fanno Camilleri Pirandello Tomasi. Bisognerebbe appiccare il fuoco, incendiare tutto, cambiare i connotati toponomastici e geografici di quest&#8217;isola, togliere ogni punto di riferimento agli isolani e al resto del mondo. Bisognerebbe, ecco, bisognerebbe che qualcuno si decidesse a scrivere un piccolo manuale per organizzare una guerra lampo, radere al suolo la Sicilia e resettare la mente di quelli un po&#8217; cretini come te&raquo;.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/cNQMsUw4tas" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/05/12/piccola-guerra-lampo-per-radere-al-suolo-la-sicilia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/05/12/piccola-guerra-lampo-per-radere-al-suolo-la-sicilia/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Il sonno della ragione produce Grillo</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/hADtQnEwFUw/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/04/14/il-sonno-della-ragione-produce-grillo/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Apr 2013 20:19:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=13702</guid>
		<description><![CDATA[Il giorno delle surreali consultazioni in diretta streaming, tra Pier Luigi Bersani e quella band di politici comici arrivata terza alle elezioni, sar&#224; ricordato come il momento preciso in cui &#232; morto il Pci, il Partito comunista italiano. Una fine ingloriosa catturata dalla webcam della Casaleggio associati, il neo Politburo del pianeta Gaia prossimo venturo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il giorno delle surreali consultazioni in diretta streaming, tra Pier Luigi Bersani e quella band di politici comici arrivata terza alle elezioni, sar&agrave; ricordato come il momento preciso in cui &egrave; morto il Pci, il Partito comunista italiano. Una fine ingloriosa catturata dalla webcam della Casaleggio associati, il neo Politburo del pianeta Gaia prossimo venturo. L&#8217;umiliazione cui si &egrave; autosottoposto Bersani, quella mattina di fine marzo, non sarebbe mai stata possibile a cultura e tradizione del Pci ancora vigenti.<br />
<br />
Invece di seguire il metodo Jack Bauer della serie tv 24 &ndash; cio&egrave; spegnere la webcam e prenderli a sberle, quei bambini in gita scolastica a Montecitorio accompagnati da Rocco Casalino del Grande Fratello e cos&igrave; supponenti nella loro nullit&agrave; e ignoranza piena di risentimento &ndash; Bersani ha continuato a blandire gli improbabili interlocutori nell&#8217;acrobatica speranza di convincerli. Quelli stessi che un paio d&#8217;ore prima avevano detto che il pagamento dei debiti pregressi della Pubblica amministrazione a imprese e professionisti con l&#8217;acqua alla gola era &laquo;una porcata da fine legislatura&raquo;.<br />
<br />
Ma davvero il segretario del Pd e il suo staff pensavano di poter coinvolgere nel futuro del Paese questi rivoluzionari da collana Urania, laurea in Alabama e master in Dagospia? Questi figli di una casta padrona rimasta senza pi&ugrave; un euro da distribuire e quindi riconvertita via Gabibbo all&#8217;assalto della Bastiglia? Questi zeri assoluti che sospettano complotti anche in un bicchiere di acqua gassata, mandavano provoloni Dop a Ch&aacute;vez e delirano di microchip sottocutanei impiantati surrettiziamente dagli americani, di scie chimiche prodotte dalle multinazionali, di piante di aloe anticancro e di mooncups per cicli femminili ecosostenibili? Pare di s&igrave;, a conferma che ha ragione Giuliano Ferrara quando scrive che il pragmatismo da Padania rossa &egrave; una filosofia buona per le parafarmacie e gli asili nido, non per la politica (non &egrave; un caso che le chiavi del vecchio Pci non siano mai state lasciate ai compagni emiliani).<br />
<br />
E allora che cosa pu&ograve; fare, per evitare altre umiliazioni, un partito come il Pd a vocazione maggioritaria e ora anche suicida? Consegnarsi a Matteo Renzi, certo. Ma baster&agrave;? Improbabile.<br />
Una via d&#8217;uscita pu&ograve; arrivare dall&#8217;America, come spesso capita. Non da Barack Obama, questa volta, ma da un partito ancora pi&ugrave; disastrato del Pd, il Grand Old Party, il Partito repubblicano. Dopo l&#8217;ennesima batosta elettorale e un flirt letale con il web populismo testone dei Tea Party, i conservatori americani hanno iniziato a ragionare sul futuro. Qualche giorno fa hanno elaborato un documento di cento pagine, carinamente chiamato l&#8217;Autopsia, con alcune proposte per risuscitare. Un&#8217;analisi impietosa. Un&#8217;autopsia completa delle idee da rottamare e delle battaglie da abbandonare.<br />
<br />
Gli errori sull&#8217;immigrazione, sui diritti dei gay, sull&#8217;immagine di partito per soli ricchi. Si pu&ograve; ripartire solo riconoscendo e superando i propri tab&ugrave;, &egrave; la lezione.<br />
La stessa cosa dovrebbe fare il Pd (per non parlare del Pdl). Il Pd dovrebbe abbandonare ogni politica economica che continui a sembrare dettata da invidia e rancore sociale. Battersi soltanto contro la povert&agrave;, non contro la ricchezza. Togliersi di dosso la fastidiosissima aria di superiorit&agrave; antropologica. Smetterla di considerare gli altri come &laquo;impresentabili&raquo; (Lucia Annunziata), &laquo;troie&raquo; (Franco Battiato), &laquo;mafiosi&raquo; (pi&ugrave; o meno tutti). Desistere dal dare di &laquo;fascisti&raquo; o di &laquo;costole della sinistra&raquo;, a seconda della convenienza politica del momento. Non funziona pi&ugrave;. Non ha mai funzionato. Anzi spesso &egrave; stato controproducente, come dimostra l&#8217;approdo finale del giustizialismo manettaro, nato in area Pds e l&#8217;Unit&agrave; ma finito ad azzannare il collo dello stesso Pd.<br />
&Egrave; pericoloso, anche. In questa situazione di crisi finanziaria, di conti sballati e di mercati in subbuglio ci si fa molto male a inseguire chi parla di decrescita felice e vuole indire un referendum contro l&#8217;euro, senza peraltro sapere che &egrave; incostituzionale a norma dell&#8217;articolo 75.<br />
<br />
Invettiva personale a parte, la storia di copertina di questo numero racconta l&#8217;attacco all&#8217;Europa, lo spettro del populismo che si aggira per il continente e che rischia di affondarci. Spiega che cosa vuol dire esattamente uscire dall&#8217;Europa e soprattutto se sia possibile o conveniente (non lo &egrave;). Ascolta anche le voci pi&ugrave; ragionevoli contro l&#8217;esperimento europeo dallo storico Niall Ferguson al direttore della Die Zeit Josef Joffe, ben contrastati per&ograve; da Daniel Cohn-Bendit e da sir Peter Mandelson. Buona lettura. <br />
<br />
Christian Rocca*<br />
<em>L&#8217;autore di questo articolo &egrave; cresciuto ad Alcamo (Tp) e non si d&agrave; pace che sia diventata la citt&agrave; pi&ugrave; grillina d&#8217;Italia (48,1%).</em></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/hADtQnEwFUw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/04/14/il-sonno-della-ragione-produce-grillo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/04/14/il-sonno-della-ragione-produce-grillo/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Attacco all’Europa</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/GzUqqWRHybs/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/04/14/attacco-alleuropa/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Apr 2013 20:17:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=13700</guid>
		<description><![CDATA[Nel nuovo disco di Johnny Marr, l&#8217;anima musicale dei favolosi Smiths, c&#8217;&#232; una bella canzone intitolata European Me, &#171;Io europeo&#187;. Il testo &#232; sufficientemente criptico da potersi prendere la libert&#224; di interpretarlo, soprattutto dopo aver ascoltato il primo verso: &#171;Now there is no turning back&#187;. Gi&#224;, cari europei, ora non si pu&#242; tornare indietro. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nuovo disco di Johnny Marr, l&#8217;anima musicale dei favolosi Smiths, c&#8217;&egrave; una bella canzone intitolata European Me, &laquo;Io europeo&raquo;. Il testo &egrave; sufficientemente criptico da potersi prendere la libert&agrave; di interpretarlo, soprattutto dopo aver ascoltato il primo verso: &laquo;Now there is no turning back&raquo;. Gi&agrave;, cari europei, ora non si pu&ograve; tornare indietro. Non si pu&ograve;, nonostante la consapevolezza dei tanti misfatti compiuti in nome dell&#8217;Europa: primo fra tutti la scelta di separare l&#8217;unione economica da quella politica, ovvero di cedere la sovranit&agrave; monetaria a Francoforte senza acquisire quella decisionale a Bruxelles. Il gran confronto pubblicato nelle pagine seguenti tra quattro grandi intellettuali europei &ndash; Niall Ferguson, Daniel Cohn-Bendit, Peter Mandelson e Josef Joffe &ndash; &egrave; il nostro contributo al dibattito sullo stato dell&#8217;esperimento europeo.<br />
Quasi tre anni fa, il Sole 24 ORE ha pubblicato una lunga, dettagliata e rigorosa inchiesta dalle capitali europee sull&#8217;inarrestabile crescita dei nuovi populismi, quegli stantii minestroni ideologici resi ulteriormente indigeribili dalla rabbia sociale e dalla distanza abissale tra i cittadini e la burocrazia di Bruxelles. Tre anni dopo siamo arrivati al redde rationem: ora c&#8217;&egrave; un vero attacco al cuore dell&#8217;Unione europea, un attacco sferrato dall&#8217;interno del continente, una reazione endogena alla crisi economica. L&#8217;Europa &egrave; diventata il nostro stesso nemico, la colpa di ogni male nazionale, il bersaglio di ogni lamentela corporativa.<br />
<br />
Non &egrave; stato sempre cos&igrave;. Fino a vent&#8217;anni fa, l&#8217;Europa era il sogno, la speranza, la scommessa di un nuovo inizio: la liberazione pacifica dei Paesi dell&#8217;Est, l&#8217;unificazione delle due Germanie, l&#8217;abolizione delle frontiere, la libera circolazione delle idee e delle persone, il progetto Erasmus. Ora &egrave; rimasta soltanto la Champions League a ricordarci che siamo ancora un&#8217;Unione. Per il resto benvenuti a Euroland, l&#8217;arida terra dell&#8217;Euro, l&#8217;Unione monetaria dove le nove parole pi&ugrave; spaventose che un europeo possa sentirsi rivolgere sono: &laquo;Salve, sono dell&#8217;Europa e sono qui per aiutarti&raquo;.<br />
<br />
Quando si &egrave; deciso di puntare sulla moneta unica, a Maastricht nel 1992, pi&ugrave; o meno dieci anni prima dell&#8217;effettiva adozione della single european currency, erano in molti a prevedere guai per la societ&agrave; europea in mancanza di un&#8217;analoga espansione dell&#8217;Unione politica e democratica. Pi&ugrave; Europa, pi&ugrave; Europa, si diceva allora. E lo si &egrave; ripetuto anche quando si &egrave; provato ad eleggere come presidente del Consiglio europeo un politico globale come Tony Blair, qualcuno capace di interpretare il ruolo di rappresentante unitario dell&#8217;Europa, invece di un oscuro burocrate come Herman Van Rompuy (chi?, appunto).<br />
<br />
Ma nemmeno i pi&ugrave; tenaci federalisti potevano immaginare che dieci anni dopo l&#8217;adozione della moneta unica l&#8217;intero progetto europeo fosse sul punto di saltare. Gli eurocrati troveranno il modo di salvare l&#8217;Euro e i Paesi in difficolt&agrave;, almeno si spera. Ma il tempo non &egrave; trascorso senza aver sfilacciato la bandiera stellata dell&#8217;Unione. Gli strappi sono evidenti. Oggi la minaccia maggiore all&#8217;esperimento europeo &egrave; la perdita di legittimit&agrave; dello spirito europeo, la sua scarsa credibilit&agrave;, ancora pi&ugrave; delle banche troppo esposte e degli Stati troppo indebitati. Questa volta cavarsela con la solita invocazione &laquo;pi&ugrave; Europa, ci vuole pi&ugrave; Europa&raquo; non sar&agrave; sufficiente.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/GzUqqWRHybs" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/04/14/attacco-alleuropa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/04/14/attacco-alleuropa/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>1993, l’inizio della storia</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/BmczQfMD6zI/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/12/1993-linizio-della-storia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 13:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=13025</guid>
		<description><![CDATA[Il prologo &#232; del 1992. Francis Fukuyama aveva scritto La fine della storia, un libro che ha ispirato la stagione dell&#8217;interventismo democratico dell&#8217;Occidente, dalla Bosnia al Kosovo, fino all&#8217;Afghanistan e all&#8217;Iraq. La tesi nasceva dalla caduta del Muro di Berlino e dall&#8217;archiviazione dell&#8217;impero comunista nella spazzatura della storia: finalmente la vittoria della democrazia liberale poteva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il prologo &egrave; del 1992. Francis Fukuyama aveva scritto La fine della storia, un libro che ha ispirato la stagione dell&#8217;interventismo democratico dell&#8217;Occidente, dalla Bosnia al Kosovo, fino all&#8217;Afghanistan e all&#8217;Iraq. La tesi nasceva dalla caduta del Muro di Berlino e dall&#8217;archiviazione dell&#8217;impero comunista nella spazzatura della storia: finalmente la vittoria della democrazia liberale poteva essere dichiarata, sosteneva Fukuyama. Nessuno avrebbe potuto fermare il progresso. Era fatta. La storia era finita.<br />
<br />
Questa idea ottimista della storia &egrave; stata il collante ideologico che negli anni a venire, dal 1993 in poi, ha convinto i giovani leader occidentali, soprattutto di sinistra, dell&#8217;ineluttabilit&agrave; di un futuro democratico per tutti. Qualche mese dopo l&#8217;uscita del libro, in pieno 1993, un altro professore americano decisamente pi&ugrave; scettico, Samuel P. Huntington, ha scritto un saggio in risposta allo studio di Fukuyama. Si intitolava Lo scontro delle civilt&agrave;. Dopo l&#8217;11 settembre 2001, &egrave; diventato uno dei libri pi&ugrave; citati, spesso a sproposito. Huntington non era favorevole allo scontro di civilt&agrave;, n&eacute; aveva posto le basi per l&#8217;interventismo di George W. Bush (semmai era contrario), piuttosto metteva in guardia la societ&agrave; spensierata del 1993 dai pericoli di cotanto ottimismo e prevedeva che lo scontro tra le civilt&agrave; sarebbe stato inevitabile. Quell&#8217;anno, c&#8217;&egrave; stato il primo attentato islamista alle Torri gemelle e tre anni dopo, nel 1996, Osama Bin Laden ha dichiarato guerra santa all&#8217;America.<br />
<br />
Huntington aveva ragione, ma Fukuyama non aveva torto. Lo scontro delle civilt&agrave; era inevitabile, tanto pi&ugrave; che era saltato il tappo sovietico, ma la generazione di intellettuali e di politici che aveva partecipato e assistito all&#8217;entusiasmante crollo di una visione criminale della societ&agrave; non poteva pi&ugrave; accettare l&#8217;ineluttabilit&agrave; del male, anche perch&eacute; quando si &egrave; girata dall&#8217;altra parte, a Srebenica e in Ruanda, le conseguenze e il peso morale sono stati insopportabili. Nel 1993 si &egrave; iniziata ad accarezzare l&#8217;idea &ndash; probabilmente ingenua, ma eticamente doverosa &ndash; che si potesse davvero raddrizzare il legno storto dell&#8217;umanit&agrave;.<br />
<br />
In Italia, invece, nel 1993 c&#8217;&egrave; stato uno scontro di incivilt&agrave;: da una parte la corruzione politica e dall&#8217;altra la via giudiziaria al potere. Il 1993 &egrave; stato l&#8217;anno delle tangenti, dei suicidi, della carcerazione usata come strumento di confessione, dei partiti diventati bande da sgominare, dei processi sommari in piazza e sui giornali anzich&eacute; nelle aule dei tribunali. Da quello scontro di opposte incivilt&agrave; di vent&#8217;anni fa purtroppo non siamo ancora usciti. Anche nel nostro piccolo la storia &egrave; iniziata in quel 1993.</p>
<p>Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/BmczQfMD6zI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/12/1993-linizio-della-storia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/12/1993-linizio-della-storia/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>L’invidia sociale non aiuta a vincere le elezioni</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/0W8Fg6LjQ9Q/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/10/linvidia-sociale-non-aiuta-a-vincere-le-elezioni/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 10 Mar 2013 11:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12849</guid>
		<description><![CDATA[C&#8217;&#232; chi non si spiega come abbia fatto il Partito Democratico a &#34;non vincere&#34; le elezioni di fine febbraio. Suggerisco di partire da uno dei giganti della sinistra europea: il socialdemocratico svedese Olof Palme. Negli anni Ottanta, ogni volta che sentiva aria di revanscismo sociale proveniente dalla sua parte politica, Palme diceva una cosa semplice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&egrave; chi non si spiega come abbia fatto il Partito Democratico a &quot;non vincere&quot; le elezioni di fine febbraio. Suggerisco di partire da uno dei giganti della sinistra europea: il socialdemocratico svedese Olof Palme. Negli anni Ottanta, ogni volta che sentiva aria di revanscismo sociale proveniente dalla sua parte politica, Palme diceva una cosa semplice semplice: &laquo;Non dobbiamo combattere la ricchezza, dobbiamo combattere la povert&agrave;&raquo;. Qualche decennio prima, la sinistra liberal americana &ndash; appunto liberale e non socialista &ndash; aveva impostato la politica sociale sulla &laquo;guerra alla povert&agrave;&raquo; (Lyndon B. Johnson, 1964) e senza mai porsi il problema di punire la ricchezza. Ehi, i Dems sono di sinistra, ma prima di tutto sono americani.<br />
Walter Veltroni fece sua l&#8217;idea di Palme quando fond&ograve; il Pd e lo port&ograve; a superare il 33%. Un risultato immenso, soprattutto paragonato alle elezioni appena concluse. D&#8217;accordo, Veltroni fu sconfitto da un Berlusconi allora imbattibile, non da quello a pezzi di questo giro, ma &egrave; facile continuare a perdere se non si capisce che il partito guidato da Pierluigi Bersani &egrave; nato proprio intorno a quel principio apparentemente banale enunciato da Palme. Un principio rivoluzionario nel contesto politico e sociale comunista e cattolico del nostro Paese.<br />
Mentre Veltroni riallineava, con qualche ritardo, la sinistra italiana a quella riformista occidentale, il claim dei partiti comunisti, rifondati e no, continuava a essere quello di far piangere i ricchi. Veltroni perse le elezioni 2008, ma sembr&ograve; vincere la battaglia ideologica interna, anche perch&eacute; grazie alla famigerata &laquo;vocazione maggioritaria&raquo; lasci&ograve; i comunisti fuori dal Parlamento, costruendo cos&igrave; le prime mura di una nuova casa per la sinistra moderna e riformatrice. Matteo Renzi &egrave; il prodotto di quella nuova &egrave;ra.<br />
A questo giro, &egrave; stato fatto un passo indietro: Olof Palme &egrave; stato dimenticato.<br />
Tutto &egrave; cominciato durante le primarie tra Bersani e Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze &egrave; stato accusato di essere una quinta colonna della destra berlusconiana, proprio perch&eacute; voleva rimuovere dal suo partito le incrostazioni ideologiche del passato. Il colpo del ko gli &egrave; arrivato quando &egrave; andato a cena con un gruppo di finanzieri milanesi, il pi&ugrave; noto dei quali era Davide Serra. La cena delle Cayman. &laquo;Chi ha base alle Cayman non dia consigli&raquo;, disse Bersani. &laquo;Certa finanza non &egrave; trasparente, sono banditi tra virgolette&raquo;. In quella cena non era successo nulla, ovviamente. E i finanzieri non sono criminali ipso facto, a meno che non si pensi sia criminale far circolare e far fruttare il capitale (a Siena, invece, pare si possa).<br />
Blame the rich, prendersela con i ricchi, &egrave; diventato il mantra della campagna elettorale del centrosinistra. Un po&#8217; per rincorrere il populismo degli antipolitici, un po&#8217; per riflesso condizionato dei leader ex Pci, un po&#8217; perch&eacute; la base &egrave; sempre stata mobilitata con queste parole d&#8217;ordine. L&#8217;ipotesi di patrimoniale e le liste con Nichi Vendola, l&#8217;ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani e l&#8217;ideologo dell&#8217;operaismo italiano Mario Tronti, sono state un altro esempio, anche se poi nelle liste c&#8217;erano candidati d&#8217;altro tipo. Ci sono stati tre episodi a confermare il ritorno al passato e a dare ragione a Mario Monti quando ha detto che il Pd in realt&agrave; &egrave; nato nel 1921, ed &egrave; diretta espressione del Partito comunista, non del nuovo partito riformista immaginato al Lingotto nel 2007 e da Renzi nel 2012.<br />
C&#8217;&egrave; stato il caso Giulia Ichino, apprezzata editor della Mondadori e figlia del politico e giuslavorista Pietro Ichino che ha lasciato il Pd proprio per il ritorno al passato sui temi del lavoro (Ichino senior ora sta con Monti). Durante un&#8217;assemblea del Pd, una militante di partito, autodefinitasi precaria, ha accusato Giulia Ichino di essere una raccomandata del padre, perch&eacute; altrimenti sarebbe inspiegabile per una ragazza giovane la conquista di un posto fisso cos&igrave; prestigioso. Alla fine dell&#8217;intervento, Bersani ha abbracciato la precaria. A nessuno &egrave; venuto in mente che Giulia Ichino ha studiato, lavorato e meritato quel posto. No, niente, nemmeno quando molti scrittori hanno espresso sgomento e solidariet&agrave; alla loro editor. L&#8217;idea che i vertici del Pd hanno lasciato passare &egrave; che se ce l&#8217;hai fatta, c&#8217;&egrave; qualcosa sotto. Se non ce l&#8217;hai fatta, la colpa &egrave; di chi ti ha fregato il posto. Un grande esempio.<br />
Poi c&#8217;&egrave; stata la questione delle multe per divieto di sosta. Bersani ha detto che gli piacerebbe far pagare le multe in base al reddito. Punire i ricchi. Lo fanno anche all&#8217;estero, dice. S&igrave;, all&#8217;estero fanno anche l&#8217;infibulazione, c&#8217;&egrave; la pena di morte e in Arabia Saudita non fanno nemmeno guidare le donne. Non &egrave; un argomento, l&#8217;estero. L&#8217;argomento &egrave; la nostalgia per la lotta di classe.<br />
Tra i tanti a disposizione, Bersani se l&#8217;&egrave; presa con Beppe Grillo nel modo pi&ugrave; surreale: &laquo;Son figlio di un meccanico, non sono un miliardario come lui&raquo;. Siamo oltre le insinuazioni sul padre di Giulia Ichino. Bersani non ha detto che Grillo &egrave; figlio di un miliardario, ovvero un privilegiato rispetto al figlio di un meccanico. No, lo ha accusato di essere miliardario. Guadagnare tanto &egrave; riprovevole, con tanti saluti a Olof Palme. Difficile convincere un Paese con l&#8217;invidia sociale. Difficile governarlo agitando la clava della giustizia sociale. Molto difficile.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/0W8Fg6LjQ9Q" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/10/linvidia-sociale-non-aiuta-a-vincere-le-elezioni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/10/linvidia-sociale-non-aiuta-a-vincere-le-elezioni/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Cybertutto</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/_XGxI9RzTCA/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/10/cybertutto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 10 Mar 2013 11:48:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12847</guid>
		<description><![CDATA[Vent&#8217;anni fa, nel 1993, il browser Mosaic ha consentito a centinaia di migliaia di persone di esplorare gli arcani del World Wide Web. Dieci anni dopo, nel 2003, il New York Times ha sdoganato l&#8217;idea che si potesse incontrare il proprio partner su Internet, rendendola accettabile in societ&#224;.
1993. 2003. 2013. In vent&#8217;anni &#232; cambiato tutto. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vent&#8217;anni fa, nel 1993, il browser Mosaic ha consentito a centinaia di migliaia di persone di esplorare gli arcani del World Wide Web. Dieci anni dopo, nel 2003, il New York Times ha sdoganato l&#8217;idea che si potesse incontrare il proprio partner su Internet, rendendola accettabile in societ&agrave;.<br />
1993. 2003. 2013. In vent&#8217;anni &egrave; cambiato tutto. Autostrade informatiche, globalizzazione, i Radiohead. Ma anche la politica e l&#8217;arte (leggete Mattia Feltri e Massimiliano Gioni a pagina 81).<br />
Il mondo &egrave; diventato inevitabilmente cyber. &laquo;La cibernetica &ndash; si legge sulla Treccani, naturalmente online &ndash; &egrave; la disciplina che si occupa dello studio unitario dei processi riguardanti &quot;la comunicazione e il controllo nell&#8217;animale e nella macchina&quot; (secondo la definizione di N. Wiener, 1947): partendo dalle ipotesi che vi sia una sostanziale analogia tra i &quot;meccanismi di regolazione&quot; delle macchine e quelli degli esseri viventi e che alla base di questi meccanismi vi siano processi di comunicazione e di analisi di informazioni, la cibernetica si propone da un lato di studiare e di realizzare macchine ad alto grado di automatismo, atte a sostituire l&#8217;uomo nella sua funzione di controllore e di pilota di macchine e di impianti, e dall&#8217;altro lato, inversamente, di servirsi delle macchine anzidette per studiare determinate funzioni fisiologiche e dell&#8217;intelligenza&raquo;. <br />
Ci siamo. Non &egrave; pi&ugrave; science fiction. Il domani, come scrive Francesco Pacifico, &egrave; quel posto ancestrale dove si fanno le solite cose di sempre in tutt&#8217;altro modo. Viviamo gi&agrave; nel futuro popolato di macchine automatiche che sostituiscono l&#8217;uomo nella funzioni di controllore di altre macchine. Accendete il vostro iPhone. Chiedete a Siri. Fatevi geolocalizzare e tutto quanto.<br />
Rimorchiare online, e poi fidanzarsi o sposarsi, non &egrave; pi&ugrave; una roba da sfigati. L&#8217;amore pu&ograve; essere dettato da un algoritmo. Il sesso spesso &egrave; tristemente virtuale. La guerra diventa informatica. C&#8217;&egrave; meno mistero nella ricerca di Dio che nel diabolico search di Google. Tutta la vita &egrave; cyber e dobbiamo accettarne le conseguenze, raccontano in questo numero Alessandro Piperno, Violetta Bellocchio, Michele Dalai, padre Antonio Spadaro e Daniele Raineri. Non si distingue pi&ugrave; tra virtuale e reale, e forse &egrave; giusto cos&igrave;. Non ha senso parlare di realt&agrave; virtuale, per fortuna. Siamo ben oltre la virtualit&agrave; reale, semmai. Facciamocene una ragione e godiamoci la vita indiretta.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/_XGxI9RzTCA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/10/cybertutto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/03/10/cybertutto/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>La città visibile</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/vovmYrF1rH8/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/02/08/la-citta-visibile/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2013 17:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12584</guid>
		<description><![CDATA[D&#8217;accordo, speravamo in un Paese normale e anche questa volta abbiamo dovuto rimandare. Ma leggendo a pagina 123 il formidabile ritorno di Tom Wolfe a Wall Street, 25 anni dopo il Fal&#242; delle vanit&#224; popolato dai Padroni dell&#8217;Universo, il dispiacere passa presto.
Volevamo anche un confronto elettorale moderno, tra visioni ideali contrapposte, come succede in America [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>D&#8217;accordo, speravamo in un Paese normale e anche questa volta abbiamo dovuto rimandare. Ma leggendo a pagina 123 il formidabile ritorno di Tom Wolfe a Wall Street, 25 anni dopo il Fal&ograve; delle vanit&agrave; popolato dai Padroni dell&#8217;Universo, il dispiacere passa presto.<br />
Volevamo anche un confronto elettorale moderno, tra visioni ideali contrapposte, come succede in America o in Gran Bretagna o in Francia o in Germania&#8230; e niente, non &egrave; possibile, siamo diversi, pais&agrave;. Eppure il viaggio di Alessandro Piperno agli inferi del capitalismo, a pagina 31, paradossalmente mantiene viva la speranza di salvezza. Credevamo, inoltre, che fosse arrivato il momento di poter vivere in una democrazia compiuta, invece siamo ancora intrappolati nelle identiche trame di venti anni fa. Ecco, l&#8217;articolo arbasiniano di Michele Masneri su Milano (a pagina 46) e l&#8217;it&#8217;s-all-about-me-journalism di Francesco Pacifico sul quartiere romano del Pigneto (a pagina 61) dimostrano come in realt&agrave; siamo un Paese migliore di quello che noi stessi raccontiamo.<br />
Anche Lorenzo Cherubini &egrave; mica male: a pagina 21 spiega il mistero irrisolto di Sanremo, scomodando Nietzsche, L&eacute;vi-Strauss e soprattutto Pippo Baudo. C&#8217;&egrave; molto altro, in questo numero-antidoto di IL: fotografie vertiginose di Antonino Savojardo sulla Milano che sale e di Thomas Cristofoletti sulla bizzarra e pericolosa pesca dei percebe in Galizia; illustrazioni impareggiabili di Francesco Muzzi, Giacomo Gambineri, Davide Mottes, Umberto Mischi. Basterebbero soltanto queste pagine per essere ottimisti, alla vigilia del voto del 24 e 25 febbraio, ma a pagina 33 trovate anche 24 vere ragioni per cui dopo le elezioni l&#8217;Italia ce la far&agrave;. &laquo;We will prevail&raquo;, prometteva un presidente americano. Be&#8217;, speriamo.</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/vovmYrF1rH8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/02/08/la-citta-visibile/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2013/02/08/la-citta-visibile/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/125</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/7tKX03njKl4/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/23/gommalacca125/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 23 Dec 2012 16:01:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12411</guid>
		<description><![CDATA[Altro che liste elettorali, il listone del best of 2012]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- Disco dell&#8217;anno<br />
Tempest di Bob Dylan. Sorry non c&rsquo;&egrave; partita.<br />
<br />
- Disco dell&#8217;anno, Dylan a parte<br />
Young man in America, di Anais Mitchell. Pastorale americana. <br />
<br />
- Miglior disco alt country<br />
Mr. M dei Lambchop. &laquo;Don&rsquo;t know what the fuck they talk about&raquo;.<br />
<br />
- Miglior disco di blues bianco<br />
Blunderbuss di Jack White. Da Nashville il ritorno dei Led Zeppelin e degli Who.<br />
<br />
- Miglior nuovo disco anni 80<br />
Sunken Condos di Donald Fagen. Atmosfere rarefatte, raffinate<br />
<br />
- Miglior nuovo disco anni 70<br />
Psychedelic Pill di Neil Young. He has the fire<br />
<br />
- Migliore cover di Neil Young<br />
After the Gold Rush cantata da Patti Smith con un coro di bambini. <br />
<br />
- Miglior disco di Natale<br />
Silver &amp; Gold di Sufjan Stevens<br />
<br />
- Migliori dischi che sembrano di Sufjan Stevens<br />
Put Your Back N.2 di Perfume Genius e Kiss full of teeth dei Gabriel &amp; The Hounds<br />
<br />
- Miglior cover di una canzone di Sufjan Stevens<br />
Holland di Brad Mehldau in Where do you start. Jazz<br />
<br />
- Miglior cover di Human nature di Michael Jackson dai tempi di Miles Davis:<br />
Vijay Iyer in Accelerando. Jazz<br />
<br />
- Miglior disco di esordienti<br />
The Lion&rsquo;s roar dei First aid kit. Due ragazzine folk di Stoccolma, Tennessee<br />
<br />
- Miglior disco di esordienti che si ispirano a Radiohead, Fleet Foxes, Art of noises e al Bristol Sound:<br />
Awesome Wave degli Alt-J<br />
<br />
- Miglior disco soul<br />
Locked down di Dr. John. Sciamano di New Orleans, con tocco Black Keys<br />
<br />
- Miglior disco neosoul<br />
Boys and Girls degli Alabama Shakes. Suono Motown pi&ugrave; Led Zeppelin<br />
<br />
- Miglior disco nato durante una crociera Costa Concordia <br />
Banga di Patti Smith<br />
<br />
- Miglior disco di musicista dimenticato<br />
Dennis Coffey di Dennis Coffey. Funk rock energetico e galattico.<br />
<br />
- Canzone d&#8217;amore dell&#8217;anno<br />
Live and die degli Avett Brothers. &laquo;You and I, we&rsquo;re the same.<br />
Live and die, we&rsquo;re the same. You rejoice, I complain. But you and I, we&rsquo;re the same&raquo;.<br />
<br />
- Migliore canzone dell&rsquo;anno dedicata alla figlia <br />
The fire &amp; the flames di James Yorkston. Amore assoluto<br />
<br />
- Miglior ritorno sulla scena<br />
The bravest man in the universe di Bobby Womack. Ultimo sopravvissuto di un&rsquo;epoca soul che non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave;.<br />
<br />
- Miglior documentario musicale<br />
Searching for Sugar Man. La commovente storia di Sixto Rodriguez e della sua inconsapevole musica anti apartheid. <br />
<br />
- Miglior documentario musicale italiano<br />
Finestre Rotte di Stefano Pistolini con Francesco De Gregori<br />
<br />
- Miglior documentario musicale del 41 esimo parallelo Napoli-NewYork<br />
Enzo Avitabile Music Life. Premio Oscar newyorchese Jonatham Demme celebra musicista napoletano.<br />
<br />
- Miglior disco per convertirsi al cristianesimo<br />
Precious remedies against Satan&rsquo;s devices dei Welcome Vagon. Il cristianesimo &egrave; cool<br />
<br />
- Miglior disco di maschio alfa<br />
Born and raised di John Mayer. Maschio traditore seriale prova a redimersi con disco ispirato alla stagione di Laurel Canyon.<br />
<br />
- Migliore canzone di femmina beta<br />
She&#8217;s 22 di Norah Jones. Manifesto della depressione post abbandono: &laquo;Lei ha 22 anni/e ti ama/e non saprai mai quanto questa cosa mi deprime/Lei ti rende felice?/Vorrei tu fossi felice&raquo;.<br />
<br />
- Miglior disco deprimente<br />
Old ideas di Leonard Cohen. L&rsquo;ennesimo addio di un &laquo;lazy bastard living in a suit&raquo;<br />
<br />
- Miglior disco pre elettorale<br />
Lions &amp; Lambs dei Communist daughter. Serve altro?<br />
<br />
- Miglior disco italiano d&rsquo;Oltremare <br />
Italia 1988-2012 di Jovanotti. ItaloAmericana. <br />
Christian Rocca<br />
<br />
(questa &egrave; una versione pi&ugrave; completa della rubrica pubblicata sulla Domenica del Sole 24 Ore)</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/7tKX03njKl4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/23/gommalacca125/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/23/gommalacca125/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/124</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/zpBqT0UX7Ac/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/16/gommalacca124/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2012 13:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/16/gommalacca124/</guid>
		<description><![CDATA[Un paio di settimane fa è uscito il nuovo disco di Francesco De Gregori, Sulla strada, anticipato dal brano omonimo, molto bello e quasi un classico della più recente fase musicale degregoriana. Qualche giorno fa è uscito in dvd un film documentario su e con De Gregori diretto da Stefano Pistolini dal titolo Finestre Rotte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Un paio di settimane fa è uscito il nuovo disco di Francesco De Gregori, Sulla strada, anticipato dal brano omonimo, molto bello e quasi un classico della più recente fase musicale degregoriana. Qualche giorno fa è uscito in dvd un film documentario su e con De Gregori diretto da Stefano Pistolini dal titolo Finestre Rotte, una canzone degregoriana ispirata a Broken Windows, la teoria dello studioso James Q. Wilson messa in pratica negli anni 90 per sconfiggere la microcriminalità di New York. Anche il film è sulla strada, perché De Gregori e Pistolini hanno scelto di chiacchierare sul ciglio di una statale, con le macchine che sfrecciano e ogni tanto incrociano le immagini e impastano il suono. 
<p>Una location inusuale, ma narrativamente molto efficace. Sarà la sensazione di temporaneità, di urgenza ed emergenza che si prova sostando ai bordi della carreggiata o forse no, ma nel film De Gregori racconta di sé come non ha mai fatto, compresi i dettagli del famigerato processo popolare subito nel 1976 dai collettivi studenteschi al Palalido di Milano. 
<p>C&#8217;è una sequenza che mi ha colpito molto, specie dopo aver ascoltato il nuovo disco. Alcuni passanti riconoscono De Gregori davanti a un rifugio dolomitico. Lo chiamano, lo circondano, gli chiedono di mettersi in posa. De Gregori, con cortesia, declina e prova a sviare, fa un passo avanti e due indietro, poi scansa di lato, ma non riesce a liberarsi. Poi fa capire che non sta scherzando. 
<p>Il brano numero 7 dell&#8217;album, Guarda che non sono io, racconta in musica quella scena: «Cammino per la strada. Qualcuno mi vede. E mi chiama per nome. Si ferma e mi ringrazia. Vuole sapere qualcosa. Di una vecchia canzone. Ed io gli dico &#8220;Scusami però non so di cosa stai parlando. Sono qui con le mie buste della spesa. Lo vedi, sto scappando. Se credi di conoscermi. Non è un problema mio. E guarda che non sto scherzando. Guarda come sta piovendo. Guarda che ti stai bagnando. Guarda che ti stai sbagliando. Guarda che non sono io&#8221;». 
<p>Una canzone sincera e bellissima, ma di crudeltà assoluta anche con se stesso («guarda che non sono io la mia fotografia. Che non vale niente e che ti porti via»). Poi lo senti cantare Passo d&#8217;uomo e pronunciare con la voce nasale «massicciata» o «idromele e cioccolato» e non puoi fare a meno di chiamarlo, abbracciarlo e fotografarlo.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/zpBqT0UX7Ac" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/16/gommalacca124/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/16/gommalacca124/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Un Victory Lab per la politica</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/I2_r8s_eYxk/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/06/un-victory-lab-per-la-politica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 06 Dec 2012 20:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/06/un-victory-lab-per-la-politica/</guid>
		<description><![CDATA[Un tempo si diceva, non sapendo di che cosa si stesse parlando, che la politica americana fosse solo spettacolo, intrattenimento e ostaggio delle lobby economiche. Un&#8217;americanata, appunto.
Non sapendo, o facendo finta di non sapere, che al di là dell&#8217;oceano quegli zoticoni yankee in realtà votavano con il medesimo sistema elettorale e si autogovernavano serenamente con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Un tempo si diceva, non sapendo di che cosa si stesse parlando, che la politica americana fosse solo spettacolo, intrattenimento e ostaggio delle lobby economiche. Un&#8217;americanata, appunto.
<P>Non sapendo, o facendo finta di non sapere, che al di là dell&#8217;oceano quegli zoticoni yankee in realtà votavano con il medesimo sistema elettorale e si autogovernavano serenamente con lo stesso sistema istituzionale da oltre due secoli. Da oltre duecento anni. 
<P>Ora pensate a quante ne abbiamo passate noi in più di duecento anni. A quanti sistemi politici, istituzionali ed elettorali ci siamo dovuti piegare: monarchie assolute, dittature, fascismi, nazismi, comunismi, con il contorno di terrorismi neri, rossi e comiche finali. Di là, invece, nel Paese considerato di scarsa cultura civile da chi incensava le magnifiche sorti e progressive prima dei fasci e poi del proletariato, si è cominciato con la democrazia e non si è più tornati indietro, anche al costo di combattere una terribile guerra di secessione proprio quando l&#8217;Italia diventava una. 
In questi duecento anni, gli americani hanno certamente spettacolarizzato la politica e speso fino all&#8217;inverosimile per far funzionare il loro processo democratico (un miliardo di dollari a testa Obama e Romney) ma si sono risparmiati regni, regimi o repubbliche definite da fantomatici numeri progressivi.
<P>All&#8217;alba del 2013 si è finalmente iniziato a capire che c&#8217;è da imparare qualcosa da chi da quarant&#8217;anni seleziona la classe dirigente con le primarie e senza l&#8217;intermediazione degli apparati. Il centrosinistra si è (più o meno) affidato alle primarie di stampo americano per scegliere il candidato premier alle elezioni del prossimo anno e perfino in quel che è rimasto del partito azienda di Silvio Berlusconi se ne è discusso. Pierluigi Bersani, Matteo Renzi e anche Nichi Vendola hanno condotto una campagna all&#8217;americana, organizzandosi in comitati elettorali autonomi, convocando convention, affrontando dibattiti televisivi, presentandosi agli elettori ciascuno con le proprie narrazioni e pure con il merchandising. 
<P>Pochi mesi dopo la campagna elettorale vinta trionfalmente da Obama è doveroso, anche se impietoso, fare un paragone tra il modello americano e i nostri incoraggianti sforzi di liberarci dalle scorie del passato. Le nostre campagne elettorali, anche le più raffinate, sono ancora molto amatoriali e poco professionali se paragonate alle complesse macchine organizzative della politica americana. Sono ancora centrate sul modello tradizionale dei partiti, dei sindacati e delle consorterie locali.
<P>Ma, in assenza dei partiti di un tempo e, per fortuna, senza la capillarità sindacale di una volta, restano le consorterie locali a dettare legge. Per non parlare di chi, invece, punta sul populismo becero furbescamente coltivato sul web.
Siamo certamente sulla strada del rinnovamento politico e si spera anche istituzionale, ma è come se al momento dell&#8217;appuntamento decisivo non sapessimo che cosa metterci. Ora per esempio guardiamo al modello americano, sia pure in modo dilettantesco, ma non abbiamo capito che le elezioni presidenziali Obama-Romney hanno determinato un cambiamento epocale nella conduzione delle campagne elettorali. Un cambiamento che è bene studiare, per evitare altri 50 anni di rincorse a vuoto. Nel numero di IL dedicato alle elezioni americane (IL 45) è stato segnalato il saggio di Sasha Issenberg intitolato The Victory Lab che, prima del voto, ha spiegato come i comitati dei due candidati alla Casa Bianca conoscessero i propri elettori ancora prima che questi avessero deciso per chi votare.
<P>L&#8217;idea potrebbe spaventare, e certamente scatenerà ulteriori prese di distanza dal super professionistico modello americano, ma nel 2013 rinunciare a usare algoritmi e analisi dei dati comportamentali dei cittadini per sviluppare la formula che individua i propri elettori equivale a gareggiare in Formula 1 con la bicicletta. 
<P>Al di là dei lustrini e delle spillette, degli spot e dell&#8217;organizzazione sul territorio, le campagne elettorali americane si concentrano principalmente su raffinate tecniche persuasive tenute sotto traccia, e svelate soltanto a elezioni finite, fondate sui principi della behavioral psychology e volte a convincere i propri potenziali elettori ad andare a votare.
<P>I racconti post elettorali hanno confermato lo scenario di The Victory Lab. Al quartier generale di Obama ha lavorato quello che il New York Times ha definito un «Dream Team accademico» di sociologi ed economisti seguaci della psicologia cognitiva, la scienza che studia i fattori emozionali, psicologici e irrazionali alla base delle scelte degli individui.
<P>A loro si sono aggiunti analisti e geni tecnologici che hanno unificato i database, creato app incrociate con i dati di Facebook per personalizzare e incrementare la raccolta fondi ed elaborato modelli per finalizzare i messaggi tv e aumentare l&#8217;efficacia delle telefonate, dei porta a porta e delle sollecitazioni al voto via social media. 
<P>C&#8217;è molto da imparare da Obama-Romney 2012 e non curatevi di chi dirà che le elezioni somiglieranno alle tecniche per aumentare l&#8217;efficienza delle vendite nei supermercati. Personalizzazione dei messaggi e strumenti tagliati su misura, al contrario, rendono obsolete le costosissime campagne tv e migliorano l&#8217;efficacia delle vecchie campagne porta a porta. Ottimizzano i risultati di un prodotto, ma non potranno mai sostituirlo. Il segreto è saperli mettere a disposizione di un candidato che vale, di una proposta credibile e di una visione convincente del futuro. 
<P>L&#8217;Obama Victory Lab docet.
<P>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/I2_r8s_eYxk" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/06/un-victory-lab-per-la-politica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/06/un-victory-lab-per-la-politica/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/123</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/wGHYZwARd-M/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/02/gommalacca123/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 02 Dec 2012 10:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/02/gommalacca123/</guid>
		<description><![CDATA[Duncan Sheik è mio coetaneo. Nei tanto deprecati anni Ottanta è diventato maggiorenne, ventenne, adulto. Cantautore di culto nato nel New Jersey, più di dieci anni fa ha registrato un paio di dischi formidabili, anche se per pochi intimi, e poi si è dedicato con grande successo a scrivere musical per Broadway e colonne sonore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Duncan Sheik è mio coetaneo. Nei tanto deprecati anni Ottanta è diventato maggiorenne, ventenne, adulto. Cantautore di culto nato nel New Jersey, più di dieci anni fa ha registrato un paio di dischi formidabili, anche se per pochi intimi, e poi si è dedicato con grande successo a scrivere musical per Broadway e colonne sonore per il cinema. Un anno e mezzo fa, consapevole che ormai il suo lavoro è un altro, ha pubblicato un disco-omaggio alla musica della sua adolescenza, Covers 80’s. Una compilation di brani dei Depeche Mode, dei Talk Talk, dei Japan, degli Smiths, dei Tears for Fear e degli altri campioni della new wave britannica. Sheik aveva ridotto all’osso quei brani vibranti di tastiere e di diavolerie elettroniche, ricreandoli per sottrazione come se non fossero nati nei luccicanti anni Ottanta ma al tempo della recessione, quando tutto viene ridotto al minimo, all’essenziale e per necessità si va alla riscoperta delle radici. Insomma, un disco di ballate alt-country molto bello, però capace come le madeleine proustiane di riattivare la memoria dell’adolescenza felice e spensierata. 
<p>Qualche giorno fa, Duncan Sheik è tornato sul luogo del delitto pubblicando Covers Eighties Remixed. Sheik ha rivestito quegli stessi brani che l’anno scorso aveva spogliato del tutto, ricaricandoli di una pesante produzione elettronica che prova a rigenerare e attualizzare le atmosfere sonore di venticinque anni fa. 
<p>Uhm. L’operazione non è riuscita. 
<p>Non che il disco sia brutto, anzi, ma nel momento esatto in cui ho ascoltato la versione 2012 di Life’s what you make it, uno dei tanti capolavori dei Talk Talk, ho sentito il bisogno fisico di cercare tra i miei vecchi ellepì i vinili originali del gruppo inglese e di riascoltarli sul piatto. Life’s what you make it è dentro The colour of Spring (1986), cronologicamente il terz’ultimo disco dei Talk Talk, ma in realtà è il primo della trilogia che secondo alcuni critici ha anticipato il post rock e influenzato generazioni di musicisti contemporanei, dai Radiohead ai Sigur Ros. Gli altri due dischi della trilogia sono The spirit of Eden (1988) e Laughing Stock (1991). Nessuno dei tre ha avuto il successo che meritava, soprattutto perché non conteneva canzoni tradizionali, e certamente non ha venduto quanto i primi, fortunatissimi, due dischi: The party’s over (riascoltate Talk Talk e Today) e It’s my life (Dum dum girl, Such a shame, Renee, It’s my life). I primi due erano una miscela new romantic delle canzoni dei Roxy Music e dei Duran Duran, godibilissima ma inesorabilmente ancorata a quell’epoca. Quei tre vinili da collezione, invece, sono una combinazione unica di suoni rarefatti e ambientali e di melodie rallentate e contemplative, anticipatrici di quasi tutto il rock e il post rock successivo. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/wGHYZwARd-M" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/02/gommalacca123/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/12/02/gommalacca123/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/122</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/mBXwiOVyl9I/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/25/gommalacca122/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Nov 2012 12:27:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/25/gommalacca122/</guid>
		<description><![CDATA[Quando è uscito, a inizio maggio, il disco non è stato recensito da nessun grande quotidiano inglese, nonostante lì le segnalazioni musicali siano le più formidabili del globo. Loro sono gli Alt-J, un gruppo nato nel 2007 nel campus dell&#8217;Università di Leeds e col tempo trasferitosi a Cambridge, sempre in Inghilterra. Eppure qualche giorno fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Quando è uscito, a inizio maggio, il disco non è stato recensito da nessun grande quotidiano inglese, nonostante lì le segnalazioni musicali siano le più formidabili del globo. Loro sono gli Alt-J, un gruppo nato nel 2007 nel campus dell&#8217;Università di Leeds e col tempo trasferitosi a Cambridge, sempre in Inghilterra. Eppure qualche giorno fa il loro debut album, Awesome Wave, ha vinto il Mercury Prize, il premio che dal 1992 va al miglior disco britannico dell&#8217;anno (l&#8217;anno scorso è stato premiato Let England Shake di PJ Harvey, l&#8217;unica musicista ad averlo vinto due volte). 
<p>Dopo aver fatto mea culpa, le pagine dei giornali inglesi hanno gridato al miracolo e rilanciato gli Alt-J come i nuovi Radiohead oppure, a seconda dei giudizi, a definirli «ripugnanti, creepy, come i Radiohead». Il primo impatto, in effetti, è molto Radiohead. Sequenze ossessive, linee di basso in primo piano, voce nasale. Follia generale, soprattutto. Testi, poi, incomprensibili e senza senso. Il verso «triangles are my favorite shape», ripetuto fino a noia in Tessellat, pare sia la spiegazione del nome che i quattro ragazzini emaciati di Leeds (il batterista si chiama Thom, come Thom Yorke) si sono voluti dare: combinando i tasti alt e J sulla tastiera dei Mac, infatti, sullo schermo viene fuori una d, la delta dell&#8217;alfabeto greco (non provateci con la tastiera italiana, però, otterreste una meno esoterica ª).
<p>Nel disco si sentono cori a cappella, influenze dell&#8217;era New Wave, Bristol sound, armonie folk alla Fleet Foxes, echi degli Art of Noises di Peter Gunn. E, appunto, i Radiohead a far da collante. Un trionfo di musica alternativa. Manna dal cielo indie. Hype a mille (e tutto esaurito nelle tre date italiane del 28-29-30). Gli Alt-J negano che la loro sia musica sperimentale, ma soltanto ciò che a loro piace ascoltare. Più scorrono i minuti di un disco che è una suite più che una raccolta di canzoni, più non si capisce se si stia sviluppando il capolavoro di nuovi geni della musica rock-pop oppure l&#8217;opera prima di un gruppo di ciarlatani. C&#8217;è chi dice che quello degli Alt-J sia un nuovo non-genere. A me, come suggerisce il titolo del disco, per ora pare un&#8217;onda fichissima.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/mBXwiOVyl9I" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/25/gommalacca122/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/25/gommalacca122/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Genio civile</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/Mwcd46Es92U/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/genio-civile/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 14:11:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/genio-civile/</guid>
		<description><![CDATA[Nei momenti difficili, soprattutto nei momenti difficili, si deve scommettere su chi immagina il progresso e progetta il cambiamento. Abbiamo bisogno di ingegneri, di progettisti, di geni. Geni civili al potere. La formazione umanistica è fondamentale, ma da sola non basta.
La scuola di Atene, affrescata in Vaticano cinque secoli fa da Raffaello, mostra in modo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nei momenti difficili, soprattutto nei momenti difficili, si deve scommettere su chi immagina il progresso e progetta il cambiamento. Abbiamo bisogno di ingegneri, di progettisti, di geni. Geni civili al potere. La formazione umanistica è fondamentale, ma da sola non basta.
<p>La scuola di Atene, affrescata in Vaticano cinque secoli fa da Raffaello, mostra in modo magnifico come la filosofia, la retorica e l&#8217;arte siano naturalmente intrecciate con la scienza, la matematica e la tecnica. Un Governo di politecnici può essere un&#8217;assicurazione sul futuro, una scommessa di innovazione, una speranza di modernizzazione politica, civile e sociale. Per questo motivo, a pochi mesi dalle elezioni nazionali, abbiamo deciso di dedicare la storia di copertina a quella che gli americani chiamano ingenuity, l&#8217;ingegnosità al potere, ovvero l&#8217;ingrediente politico, culturale e personale che ci è mancato più di ogni altro in questi due decenni di Seconda repubblica. 
<p>Il Politecnico di Milano è uno dei grandi centri di innovazione del nostro Paese. Ma anche una delle più sottovalutate eccellenze, perché in fondo a noi italiani piace molto descriverci come un popolo allegro, spensierato e composto di santi, poeti e navigatori, prima di piangerci addosso di fronte alle meraviglie di ingegneristica hi-tech altrui. 
<p>Ci sono diversi modi di investire sul futuro, oltre a tenere nel giusto conto l&#8217;ingegnosità degli ingegneri. Prendete la MacArthur Foundation, un fondo nato nel 1978 grazie all&#8217;eredità di un miliardo di dollari lasciata dal banchiere John MacArthur. Come in tutti gli anni trascorsi dalla morte del signor MacArthur, poche settimane fa la Fondazione ha selezionato i beneficiari del suo «premio per geni», conferendo a ciascuno di loro una dote da 500mila dollari in cinque anni, senza alcun obbligo o vincolo sull&#8217;uso del denaro. I vincitori del MacArthur award, meglio noto come «Genius award», quest&#8217;anno sono stati 23.
<p>Due sono ingegneri: Melody Swartz del Politecnico di Losanna e Daniel Spielman di Yale. Ma la genialità non è solo progettuale e infatti il premio è stato assegnato, tra gli altri, anche allo scrittore Junot Díaz, al musicista indie Chris Thile, al giornalista del Washington Post David Finkel e poi a medici, ricercatori, artisti. Qualche anno fa ha ricevuto il premio per geni anche una delle colonne di IL, Paul Berman, il curatore della Lettera da New York che chiude ogni mese il nostro magazine. L&#8217;anno scorso lo ha vinto un italiano di 67 anni che vive in New Jersey dal 1967, Ubaldo Vitali, di professione artista e restauratore di oggetti d&#8217;argento.
<p>Discipline umanistiche e scientifiche. Insieme. Come in un capolavoro del Rinascimento.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/Mwcd46Es92U" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/genio-civile/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/genio-civile/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>2012, eppure c’è ancora chi rivendica la storia del Pci</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/8q8Ew5uKA2c/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/2012-eppure-ce-ancora-chi-rivendica-la-storia-del-pci/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 14:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/2012-eppure-ce-ancora-chi-rivendica-la-storia-del-pci/</guid>
		<description><![CDATA[C&#8217;è una frase di Massimo D&#8217;Alema, in un&#8217;intervista a Dario Di Vico del Corriere della Sera uscita a fine ottobre, che spiega involontariamente, ma proprio per questo in modo chiaro, perché le primarie del Pd si sono trasformate in una sfida all&#8217;O.K. Corral che difficilmente potrà concludersi con serenità il giorno del voto (25 novembre). [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[C&#8217;è una frase di Massimo D&#8217;Alema, in un&#8217;intervista a Dario Di Vico del Corriere della Sera uscita a fine ottobre, che spiega involontariamente, ma proprio per questo in modo chiaro, perché le primarie del Pd si sono trasformate in una sfida all&#8217;O.K. Corral che difficilmente potrà concludersi con serenità il giorno del voto (25 novembre). L&#8217;acredine tra i principali leader del centrosinistra non nasce da un tentativo berlusconiano di conquista del Pd, come hanno provato grottescamente a far credere alcuni dirigenti del partito che in realtà si sentono minacciati dalla rivoluzione annunciata da Matteo Renzi. Ma non è nemmeno, come si dice volgarmente dall&#8217;altra parte, una reazione dettata dalla ferocia di una classe dirigente che lotta per sopravvivere al programma di rottamazione lanciato dal sindaco di Firenze. 
<p>La spiegazione è molto più consistente. Più seria. È politica, ideologica, culturale. La spiegazione si trova nella frase rivelatoria di D&#8217;Alema, cui va dato atto di non aver sviato: «Difendo una storia e una tradizione che Renzi vuole rottamare». D&#8217;Alema non è andato oltre, e oltre non poteva andare, perché questa storia e questa tradizione che si sente in dovere di difendere dalla minaccia renziana è quella del Partito comunista italiano di cui è stato dirigente e deputato e, a sua volta, riluttante rottamatore. 
<p>Il Partito comunista italiano. Nel 2012, quasi 2013, c&#8217;è ancora chi motiva le proprie scelte politiche in difesa della storia e della tradizione del Partito comunista. Venticinque anni dopo la caduta del Muro e altrettanti dopo l&#8217;archiviazione nella spazzatura della storia di un&#8217;ideologia imperiale e totalitaria che per decenni ha tenuto i popoli di mezza Europa e di mezzo mondo in carceri a cielo aperto (e in alcuni casi ancora li detiene). D&#8217;Alema ovviamente intendeva la storia del movimento operaio e la difesa dei diritti dei lavoratori, di cui il Pci è stato protagonista, assieme ad altri. Ma il Pci è anche, se non soprattutto, partecipe di quell&#8217;altra tradizione e di quell&#8217;altra storia, anche se attenuata da qualche tiepida presa di distanza, fortemente esagerata in interviste definite «storiche» ma senza conseguenze reali e rivendicate in particolare quando il fratello maggiore sovietico è crollato sotto il peso del fallimento. Questo D&#8217;Alema non lo dice, così come non lo dicono i suoi compagni di allora, anche i più riformatori, perché da noi non si usa, al contrario di quanto ha fatto la sinistra tedesca, francese e inglese.
<p>Da noi non si riconosce di aver parteggiato per gli avversari del mondo libero, di essersi schierati, come dicono i democratici americani, dalla parte sbagliata della storia. Da noi non si è abbandonato formalmente il marxismo, come ha fatto la sinistra tedesca a Bad Godesberg già nel 1959, per poi magari ricominciare sgravati da un peso. Liberissimi di non farlo, ovvio, ma non si può pretendere di avere ragione adesso che non si è più marxisti e anche allora quando lo si era. Non si può rivendicare una coerenza ideologica nell&#8217;aver sfilato al fianco del movimento dei Partigiani della pace, cioè dell&#8217;Unione Sovietica, e poi di aver bombardato l&#8217;ultimo regime comunista europeo degli Anni 90. Non è credibile aver auspicato la dittatura del proletariato e poi, continuando a difendere quella storia e quella tradizione, guidare da Palazzo Chigi una merchant bank che non parla inglese (copyright Guido Rossi). Non si può difendere la storia e la tradizione di chi si è battuto contro le basi Nato che hanno sconfitto il comunismo e poi vantare una familiarità, «bye-bye Condi», con una studiosa antisovietica della destra repubblicana. 
<p>La sfida del Pd è questa: sarà un partito democratico come quelli delle più moderne sinistre europee e anglosassoni oppure sarà ancora incoerentemente legato a un&#8217;imbarazzante tradizione del passato?
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/8q8Ew5uKA2c" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/2012-eppure-ce-ancora-chi-rivendica-la-storia-del-pci/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/2012-eppure-ce-ancora-chi-rivendica-la-storia-del-pci/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/121</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/4PombC59jH0/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/gommalacca121/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 13:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/gommalacca121/</guid>
		<description><![CDATA[Le schitarrate psichedeliche di Driftin’ back. L’epica semplicità del verso «and every mornin’ comes the sun» di Ramada Inn. Il falsetto con cui pronuncia «Ontario» in Born in Ontario. Il coro con cui inizia She’s always dancing. Le diverse tonalità usate per ripetere «she has the fire». Ciascuno di questi momenti provoca gioia immensa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Le schitarrate psichedeliche di Driftin’ back. L’epica semplicità del verso «and every mornin’ comes the sun» di Ramada Inn. Il falsetto con cui pronuncia «Ontario» in Born in Ontario. Il coro con cui inizia She’s always dancing. Le diverse tonalità usate per ripetere «she has the fire». Ciascuno di questi momenti provoca gioia immensa e pelle d’oca nell’attempato fan di Neil Young. Il vecchio Neil è giunto al suo trentacinquesimo album intitolato Psychedelic Pill, doppio cd da quasi un’ora e mezzo, scritto come colonna sonora virtuale dell’autobiografia appena uscita in America Waging the heavy peace. 
<p>Neil fa sempre le cose in grande: quattro mesi fa ha pubblicato un disco di canzoni tradizionali, Americana, ma in giro c’è anche il documentario Neil Young Journeys diretto da Jonathan Demme, il Premio Oscar per Il Silenzio degli Innocenti, l’autore del più straordinario documentario musicale di tutti i tempi, Stop Making Sense dei Talking Heads, il regista di due precedenti film su Neil Young, Heart of Gold e The trunk show, e ultimamente dell’omaggio cinematografico al musicista napoletano Enzo Avitabile presentato a settembre al Festival di Venezia e la settimana scorsa al Festival dei documentari di New York.
<p>Ma qui l’entusiasmo è tutto per Psychedelic Pill, un disco che inizia con un brano di 27 minuti. Un compendio del sound più rockettaro di Neil Young, mister-sempre-la-stessa-meravigliosa-canzone, a volte acustica a volte elettrica. Qui siamo in territorio elettrico con i Crazy Horse, la band che lo accompagna da decenni e che sul palco finisce sempre per accalcarsi davanti alla batteria di Ralph Molina con Neil, Billy Talbot e Frank Poncho Sampedro agitati e ciondolanti pericolosamente testa a testa, spalla a spalla, chitarra a chitarra.
<p>Niente di nuovo, dunque, come canta a un certo punto lo stesso Neil («brand new songs with familiar chords»). Un’autobiografia in musica, con un paio di cori alla Beach Boys mescolati al vecchio rock&#038;roll e  e omaggi espliciti a Bob Dylan («First time I heard Like a Rolling Stone, I felt tha magic and took it home, gave it a twist and made it mine») e soprattutto  alla psichedelia country-rock dei Grateful Dead. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/4PombC59jH0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/gommalacca121/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/18/gommalacca121/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/120</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/dYHaNwTlcyY/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/11/gommalacca120/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2012 15:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/11/gommalacca120/</guid>
		<description><![CDATA[Il mondo è un posto migliore. Martedì prossimo escono cinquantotto (58) nuove canzoni di Sufjan Stevens raccolte in un cofanetto di 5 cd intitolato Silver &#038; Gold. Sono canzoni di Natale scritte da Stevens per amici e familiari, assieme a canti tradizionali travolti dal frullatore di suoni di uno dei più formidabili geni musicali degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il mondo è un posto migliore. Martedì prossimo escono cinquantotto (58) nuove canzoni di Sufjan Stevens raccolte in un cofanetto di 5 cd intitolato Silver &#038; Gold. Sono canzoni di Natale scritte da Stevens per amici e familiari, assieme a canti tradizionali travolti dal frullatore di suoni di uno dei più formidabili geni musicali degli ultimi dieci anni. Lo so, Gommalacca lo avrà scritto già una trentina di volte, ma dovete portare pazienza.  
<p>Silver &#038; Gold è la seconda compilation natalizia di Stevens: i primi cinque cd (Songs for Christmas) sono usciti nel 2006. Ogni anno, armato di banjo e drum machine, ma anche di zufoli, campane e cori di bambini d’ordinanza, Stevens registra in casa una serie di canzoni sacre e profane dove mescola autobiografia, fantasie religiose e storie popolari per poi farne un cd da regalare ai suoi durante le feste. Poi li raccoglie in un cofanetto e, ogni cinque anni, li condivide con i fan, assieme ad adesivi psichedelici, poster apocalittici, tatuaggi temporanei e mini saggi mistici di Sufjan medesimo e del suo amico e pastore presbiteriano hipster di Williamsburg Vito Aiuto (di cui avete già letto su queste colonne e più ampiamente sull’ultimo numero di IL). 
<p>Circolano già cinque canzoni: la rockettara Mr. Frosty Man, l’allucinogena Ding-a-ling-a-ring-a-ling, la tenera Silver&#038;Gold, la celestiale Angels we have heard on high e i fenomenali 12 minuti e 28 secondi di Christmas Unicorn. Ma la bulimia musicale di Stevens è inarrestabile. La notte precedente le elezioni americane, per celebrare il grande spettacolo democratico che stava iniziando, Sufjan ha messo in rete un’incredibile versione orchestrale e destrutturata di Star Spangled Banner. L’inno americano. Quello. The land of the free and the home of the brave. Una delle cose più belle sentite negli ultimi anni. Ve l’ho detto che il mondo è un posto migliore?
<p>Christian Rocca <img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/dYHaNwTlcyY" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/11/gommalacca120/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/11/gommalacca120/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Un buon presidente</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/i4-CpnJ-N2k/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/08/un-buon-presidente/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2012 16:34:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12287</guid>
		<description><![CDATA[Non &#232; pi&#249; il presidente del cambiamento, Barack Obama. Nessuno si aspetta dal suo secondo mandato che possa governare con un risolutivo tocco di bacchetta magica, come illusoriamente il mondo aveva sperato quattro anni fa. La bacchetta magica non esiste. Non &#232; mai esistita. Tantomeno adesso che il presidente ha vinto le elezioni conducendo una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non &egrave; pi&ugrave; il presidente del cambiamento, Barack Obama. Nessuno si aspetta dal suo secondo mandato che possa governare con un risolutivo tocco di bacchetta magica, come illusoriamente il mondo aveva sperato quattro anni fa. La bacchetta magica non esiste. Non &egrave; mai esistita. Tantomeno adesso che il presidente ha vinto le elezioni conducendo una campagna elettorale meno poetica e pi&ugrave; ruvida rispetto al 2008. Al dunque Obama &egrave; stato riconfermato alla Casa Bianca perch&eacute; &egrave; stato un buon presidente e malgrado la congiuntura non lo abbia favorito. <br />
La sua squadra economica, perfezionando gli strumenti messi a disposizione dal predecessore George W. Bush e usufruendo della politica monetaria della Federal Reserve, ha salvato il sistema finanziario globale, ha ristrutturato l&#8217;industria automobilistica, ha stimolato l&#8217;economia e ha contenuto i danni di una recessione che si pensava potesse diventare una nuova grande depressione. <br />
Obama, inoltre, &egrave; riuscito ad ampliare la rete di copertura sanitaria degli americani, conquistando una riforma che i suoi predecessori hanno inseguito per decenni. E poi ha eliminato Osama Bin Laden, combattendo con la medesima tenacia di Bush la guerra al terrorismo e favorendo i cambiamenti di regime nella regione mediorientale. Non &egrave; poco. Certo, le polemiche, le critiche e i dubbi non sono mancati. Il debito pubblico &egrave; cresciuto a dismisura, la destra lo ha accusato di socialismo e la sinistra di aver venduto l&#8217;anima a Wall Street. Il tasso di disoccupazione &egrave; rimasto pericolosamente vicino all&#8217;8%, ma se prima di ieri nessun presidente era mai stato rieletto con questi dati negativi sul lavoro, la rielezione di Obama non &egrave; soltanto storica, sottolinea anche che l&#8217;alternativa repubblicana non &egrave; mai stata convincente. <br />
L&#8217;offerta conservatrice di Mitt Romney &egrave; rimasta estranea alle esigenze delle molteplici minoranze che compongono l&#8217;elettorato statunitense. Il disastro della destra repubblicana, infestata dal populismo spesso rivolto al passato dei Tea Party, ha aiutato Obama anche alle elezioni del Congresso, consentendo ai democratici di guadagnare seggi alla Camera (che resta per&ograve; a maggioranza repubblicana) e soprattutto al Senato. <br />
Al Congresso si giocher&agrave; la prossima sfida, a partire da come conciliare tagli sociali e aumenti fiscali in modo da risanare il bilancio. Obama tender&agrave; la mano e prover&agrave; a coinvolgere Romney. I repubblicani dovranno invece decidere se continuare la campagna elettorale oppure avviare una collaborazione con il presidente e quindi ripartire.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/i4-CpnJ-N2k" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/08/un-buon-presidente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/08/un-buon-presidente/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>E ora dodici milioni di posti di lavoro (più o meno)</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/3gkOfN1q3T0/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/e-ora-dodici-milioni-di-posti-di-lavoro-piu-o-meno/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Nov 2012 13:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/e-ora-dodici-milioni-di-posti-di-lavoro-piu-o-meno/</guid>
		<description><![CDATA[NEW YORK. Dal nostro inviato. Sono stati i posti di lavoro, quelli che mancano e quelli che si spera prima o poi arriveranno, a decidere in un modo o nell’altro le elezioni presidenziali di ieri. Obama può vantare un’economia che oggi impiega in termini assoluti più persone rispetto a quella che ha trovato quando è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[NEW YORK. Dal nostro inviato. Sono stati i posti di lavoro, quelli che mancano e quelli che si spera prima o poi arriveranno, a decidere in un modo o nell’altro le elezioni presidenziali di ieri. Obama può vantare un’economia che oggi impiega in termini assoluti più persone rispetto a quella che ha trovato quando è entrato, il 20 gennaio 2009, alla Casa Bianca. Ma la ripresa obamiana non è stata sufficiente a recuperare del tutto il crollo dell’occupazione iniziato con la crisi del 2008 e peraltro la percentuale dei senza lavoro oggi è leggermente superiore rispetto al suo primo giorno da presidente (7,9% contro il 7,7). Obama ha chiesto più tempo, un secondo mandato, per completare il piano di ripresa, provando inoltre a spiegare che le ricette economiche dei repubblicani sono state quelle che hanno favorito la crisi e l’esplosione del debito pubblico. <p>Secondo Mitt Romney, invece, sono state le politiche del presidente ad aver peggiorato la situazione («he made it worse») e ha promesso dodici milioni di posti in quattro anni. Il motivo per cui le elezioni sono state un testa a testa è che nessuno dei due contendenti in realtà ha convinto in pieno gli elettori. 
<p>Gli economisti parlano di jobless recovery, di una tendenza ormai comune nei paesi industrializzati dell’occidente di lenta ma costante ripresa economica senza però un adeguato e sufficiente aumento dell’occupazione. I posti di lavoro perduti non torneranno più, dice il mantra accademico. Bisogna abituarsi. Questo è il New Normal, la nuova normalità. 
<p>Eppure sembra improbabile che gli americani tirino i remi in barca. L’America non è l’Europa. È un paese costantemente votato all’ottimismo e alla ricerca della felicità personale, non importa chi occupa la scrivania dello Studio Ovale. L’America non si arrende. Trova sempre un modo di rialzarsi, un modo di farcela.  
<p>Il saggista Matthew Yglesias, per esempio, è certo che il prossimo presidente sarà molto fortunato perché grazie alle politiche monetarie della Federal Reserve assisterà a un boom economico e per questo sarà considerato un genio. Gli studi di Moody’s Analytics e di Macroeconomic Advisers confermano che nei prossimi quattro anni ci sarà un’enorme crescita occupazionale, di 11,7 milioni di posti secondo Moody’s e di 12,3 milioni secondo MA, quindi non molto distante dalla promessa di Romney. E, questo, a prescindere da chi sarà presidente. <p>Secondo l’ufficio del Bilancio del Congresso, nello stesso periodo saranno creati 9,6 milioni di posti di lavoro, un numero leggermente più basso, ma sempre straordinario e nonostante gli studiosi del Congresso abbiano considerato l’aumento delle tasse automatico e il taglio della spesa lineare previsti in caso democratici e repubblicani non trovassero entro la fine dell’anno un accordo sulla riduzione del debito. Lo troveranno.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/3gkOfN1q3T0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/e-ora-dodici-milioni-di-posti-di-lavoro-piu-o-meno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/e-ora-dodici-milioni-di-posti-di-lavoro-piu-o-meno/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Obama e il super bilancio del Pentagono</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/AwCpOA0WEBo/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/obama-e-il-super-bilancio-del-pentagono/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 Nov 2012 13:54:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/obama-e-il-super-bilancio-del-pentagono/</guid>
		<description><![CDATA[NEW YORK. Dal nostro inviato. 
Un sottomarino nucleare costa due miliardi di dollari. Barack Obama ne vuole costruire due l’anno. Mitt Romney uno in più rispetto al presidente. A Groton, in Connecticut, i 20 mila dipendenti di quella che il New York Times ha definito la «Capitale mondiale dei sottomarini» hanno seguito con particolare attenzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[NEW YORK. Dal nostro inviato. 
<p>Un sottomarino nucleare costa due miliardi di dollari. Barack Obama ne vuole costruire due l’anno. Mitt Romney uno in più rispetto al presidente. A Groton, in Connecticut, i 20 mila dipendenti di quella che il New York Times ha definito la «Capitale mondiale dei sottomarini» hanno seguito con particolare attenzione i risultati delle elezioni presidenziali. L’industria aerospaziale e di difesa americana dà lavoro a oltre 3 milioni e mezzo di persone (3.534.807 per la precisione), tra personale del Pentagono, dell’industria privata degli armamenti e dell’indotto, buona parte dei quali negli Stati decisivi Florida, Virginia e Ohio. Soltanto per gli impiegati direttamente dal Dipartimento della Difesa, secondo uno studio di Deloitte, il Pentagono distribuisce ogni anno 84,2 miliardi di dollari in salari e 17,3 miliardi di tasse. 
<p>Eppure i repubblicani accusano il presidente di voler diminuire la spesa militare, mettendo a rischio un moltiplicatore importante dell’economia e dell’occupazione americana, oltre che lo strumento principale di difesa e di egemonia mondiale. Obama, in realtà, ha richiesto e gestito bilanci del Pentagono maggiori rispetto a quelli del predecessore George W. Bush: 551, 555, 547 e quest’anno 541 miliardi dollari annui come spesa base, a cui aggiungere il costo delle operazioni oltremare, cioè le guerre: 117 miliardi di dollari ancora quest’anno senza più l’Iraq. 
<p>Nei prossimi anni, a leggere il Program Objectives Memoranda 2013, il Pentagono di Obama prevede di mantenere la spesa militare attuale, in termini assoluti la più grande della storia americana, il 34% in più rispetto al 2001, aumentata soltanto dal costo dell’inflazione. Con Obama i 525 miliardi di dollari del 2013 diventeranno 634 miliardi nel 2022, con Romney invece diventeranno 989 miliardi. Romney vuole un bilancio del Pentagono pari al 4% del Prodotto interno lordo, senza specificare però per quale motivo strategico aumentare così tanto la spesa, tanto più che ai tempi di Bush e di Donald Rumsfeld è iniziata una riorganizzazione del Pentagono più centrata su forze speciali leggere e hi-tech, ampiamente utilizzate da Obama nella guerra al terrorismo. 
<p>I repubblicani sostengono che la flotta navale e aerea comincia a mostrare gli anni, i democratici rispondono che gli Stati Uniti spendono comunque il 39% della spesa globale degli armamenti, cui aggiungere il 29,5% dei paesi alleati, contro il 17% dei nemici Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Gli uomini di Romney ribattono che dal 2000 la Cina ha quadruplicato il budget militare e che la Russia nei prossimi 10 anni investirà più di 775 miliardi. Gli obamiani replicano che, comunque, gli Stati Uniti investono nella difesa cinque volte più della Cina e dieci volte più della Russia. Al dunque la differenza è che Obama ha in programma la costruzione di 307 navi da qui al 2042,  mentre Romney ne vuole 350.
<p>Entrambi i piani, però, rischiano di essere stracciati dai tagli automatici di 987 miliardi in 10 anni che entreranno in funzione se il Congresso non troverà un accordo entro la fine dell’anno sulla riduzione del debito pubblico. L’influenza della spesa militare sull’economia è visibile nel dato dell’ultimo trimestre: il pil è aumentato del 2% grazie a un imprevisto aumento del 13% della spesa militare tra luglio e agosto. Senza questo apporto extra del Pentagono, l’economia sarebbe aumentata soltanto dell’1,3 per cento. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/AwCpOA0WEBo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/obama-e-il-super-bilancio-del-pentagono/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/07/obama-e-il-super-bilancio-del-pentagono/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>La Casa Bianca e molto altro</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/OdNQfj1DWbY/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/la-casa-bianca-e-molto-altro/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 13:49:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/la-casa-bianca-e-molto-altro/</guid>
		<description><![CDATA[Senatori, deputati, governatori, sindaci, sceriffi, giudici, procuratori e poi referendum su referendum, propositivi e abrogativi. Oggi in America non si vota soltanto per confermare Barack Obama alla Casa Bianca o eleggere Mitt Romney. Presidenza a parte, la partita più importante dell’election day è quella del Congresso.
In palio ci sono 435 seggi da deputato (l’intera Camera) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Senatori, deputati, governatori, sindaci, sceriffi, giudici, procuratori e poi referendum su referendum, propositivi e abrogativi. Oggi in America non si vota soltanto per confermare Barack Obama alla Casa Bianca o eleggere Mitt Romney. Presidenza a parte, la partita più importante dell’election day è quella del Congresso.
<p>In palio ci sono 435 seggi da deputato (l’intera Camera) e 33 posti da rappresentati degli Stati a Washington (un terzo del Senato). I programmi di Obama o di Romney dovranno passare il vaglio del Congresso prima di diventare operative, quindi per il prossimo presidente trovarsi davanti una maggioranza del proprio partito oppure una di segno avverso è decisivo, oltre che motivo di ripensamento di strategie e di politiche. 
<p>Oggi i repubblicani guidano la Camera con un margine di 49 seggi e i democratici hanno la leadership del Senato per 6 seggi. Da questo dato è dipeso lo stallo istituzionale esploso sulla questione dei tagli alla spesa pubblica e dell’aumento delle tasse per risanare il debito federale, con la Casa Bianca più volte in difficoltà a trattare con una Camera repubblicana che detiene il potere di spesa ed è poco disponibile a concedere soldi per le iniziative politiche ed economiche del presidente. Questa contrapposizione difficilmente cambierà stasera, chiunque sarà eletto presidente.
<p>Eppure le prospettive sembravano favorevoli ai repubblicani, non solo per la contingenza economica negativa per il partito del presidente in carica, ma perché la gran parte dei 33 seggi in palio al Senato è di democratici eletti in Stati conservatori. Come alle midterm del 2010, però, in alcuni casi alle primarie hanno prevalso candidati agguerriti vicini ai Tea Party con scarso appeal per l’elettorato delle elezioni generali. Missouri e Indiana sono i due esempi, due stati che Romney dovrebbe vincere facilmente, ma dove i candidati si sono rivelati talmente inadeguati e gaffeur da aver compromesso le possibilità repubblicane di conquista del Senato. Anche alla Camera è improbabile che si registri un cambiamento di maggioranza. I repubblicani dovrebbero invece aumentare di poco il numero di governatori: oggi sono 29 del Grand Old Party, 20 democratici e 1 indipendente.
<p> I referendum sono di ogni tipo, pro e contro il matrimonio gay, per limitare il diritto ad abortire, contro la pena di morte, contro la riforma sanitaria, per l’eutanasia, per l’uso medico della marijuana e, più o meno ovunque, contro le tasse. Molto spesso, in realtà, sono uno strumento studiato dai comitati dei candidati presidente per mobilitare i militanti e diminuire il rischio di astensionismo di settori determinati del proprio elettorato.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/OdNQfj1DWbY" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/la-casa-bianca-e-molto-altro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/la-casa-bianca-e-molto-altro/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Nessuno sa niente</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/Wx1lG3Hh9lo/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/nessuno-sa-niente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2012 13:37:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IlSole24Ore.com]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/nessuno-sa-niente/</guid>
		<description><![CDATA[Le previsioni elettorali sono soltanto sensazioni, a questo punto. Nessuno sa niente. Le cose certe, a urne aperte, sono queste:
1) Per i sondaggi, unanimi, Obama è in vantaggio costante su Romney da quasi un anno
2) Romney dopo il dibattito di Denver ha recuperato punti su punti, fino ad avvicinarsi al presidente
3) Obama parte da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Le previsioni elettorali sono soltanto sensazioni, a questo punto. Nessuno sa niente. Le cose certe, a urne aperte, sono queste:
<p>1) Per i sondaggi, unanimi, Obama è in vantaggio costante su Romney da quasi un anno
<p>2) Romney dopo il dibattito di Denver ha recuperato punti su punti, fino ad avvicinarsi al presidente
<p>3) Obama parte da un numero di Stati dal peso specifico più decisivo rispetto a quelli di Romney
<p>4) La strada di Obama verso quota 270 è più facile, gli basta vincere la Florida o l&#8217;Ohio o il Colorado o la Virginia o una combinazione di stati medi e piccoli
<p>5) La strada di Romney è più difficile perché oltre agli stati vinti da McCain quattro anni fa (facile) deve strappare a Obama anche North Carolina, Indiana, Florida, Virginia, Colorado e Ohio (difficile). Può vincere in molti di questi must win states, ma vincerli tutti tutti pare improbabile, un miracolo, anche perché i sondaggi in molti dei casi vedono Obama in vantaggio anche a livello locale. Una strada alternativa per arrivare a 270 è sostituire l&#8217;Ohio con Pennsylvania (difficilissimo) oppure con una combinazione di Iowa e Wisconsin o Iowa e New Hampshire (forse più facile).
<p>Tutto ciò fa pensare a una vittoria di Obama, ma torniamo alle sensazioni, anche perché a causa dell&#8217;uragano Sandy l&#8217;impetuoso recupero di Romney iniziato a Denver, il cosiddetto momentum, a un certo punto si è arrestato (non solo per Sandy, ma anche per la polemica inutile, mal curata e poco presidenziale sulla Jeep).
C&#8217;è da dire, però, che Obama sembra più nervoso di Romney, e non è un buon segno per il presidente. Non è più l&#8217;uomo del domani, del sogno e del cambiamento. La sua campagna è arida, negativa, furiosa. Molto più di quella di Romney. E in America vince sempre il candidato più ottimista.
Al presidente è scappato, addirittura, che il voto sarebbe una «vendetta», anche se i giornali non gli hanno dato peso per le solite ragioni di pregiudizio pro liberal. Una dozzina di giornali che nel 2008 aveva dato la preferenza a Obama ha deciso questa volta di puntare sull&#8217;avversario repubblicano. Soltanto uno pro McCain ha deciso invece di sostenere Obama. Contano poco, ma segnalano un cambiamento d&#8217;umore.
<p>Più interessante, la previsione di tre big del mondo repubblicano, George Will, Michael Barone e Peggy Noonam, intellettuali conservatori, seri e credibili. Nessuno dei tre è un fan di Romney, anzi ne hanno scritto male più volte. Ora, invece, si sono avventurati a scrivere che Romney vincerà.
<p>La svolta pro Romney è stata il dibattito di Denver, dove Obama è sembrato un leader debole, incapace di argomentare che cosa vuole fare nel secondo mandato. Romney è parso per la prima volta pragmatico, moderato, affidabile, smentendo mesi di campagna negativa molto efficace degli obamiani. Un altro colpo alla leadership del presidente è stato dato anche dalla pessima gestione mediatica dell&#8217;attacco di Al Qaeda a Bengasi. Se Obama dovesse perdere, sarà anche per Bengasi oltre che per Denver.
<p>Sono solo sensazioni, comunque. Nessuno sa niente. La cosa più credibile, tenendo conto di tutti i dati certi, è che Obama venga rieletto, con Romney in recupero tra North Carolina, Indiana, Colorado, Florida e Virginia. Ma con l&#8217;Ohio a far da muro di difesa del presidente. Ma, appunto, nessuno sa niente.
<p>Christian Rocca

<p>Articolo sul <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-05/nessuno-niente-224438.shtml">Sole 24Ore.com</a><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/Wx1lG3Hh9lo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/nessuno-sa-niente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/06/nessuno-sa-niente/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/119</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/ZQ3umN_r4yc/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/04/gommalacca119/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2012 14:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/04/gommalacca119/</guid>
		<description><![CDATA[
Nashville, la città della musica country. Nashville, il capolavoro di Robert Altman del 1975, con premio Oscar a Keith Corradine per la migliore canzone originale: I&#8217;m easy. Ora c&#8217;è un&#8217;altra Nashville. Una serie televisiva, tra le migliori di quest&#8217;anno, costruita intorno alla musica. In onda su Abc, e non ancora in Italia, Nashville è giunta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
Nashville, la città della musica country. Nashville, il capolavoro di Robert Altman del 1975, con premio Oscar a Keith Corradine per la migliore canzone originale: I&#8217;m easy. Ora c&#8217;è un&#8217;altra Nashville. Una serie televisiva, tra le migliori di quest&#8217;anno, costruita intorno alla musica. In onda su Abc, e non ancora in Italia, Nashville è giunta alla quarta puntata ed è uno dei grandi successi della tv statunitense di questa stagione. Scritta da Callie Khouri, premio Oscar per Thelma &#038; Louise, e moglie di T-Bone Burnett, cantautore, già chitarrista di Bob Dylan e oggi uno dei più rispettati produttori della scena musicale americana, in Nashville si intrecciano complicate storie di amore e di musica. Esattamente come nel film di Altman, anche se il ritratto arido e ingenuo di quel mondo allora non piacque né alla città né ai protagonisti della country music.
<p>La serie tv invece è un omaggio esplicito a questo sottovalutato (fuori dall&#8217;America) genere musicale. Il cuore della serie è la città, la Music Row, la via del centro piena di bar che offrono il palco e un microfono a chiunque voglia esibirsi. La città col grattacielo che sembra la maschera di Batman e con le piscine a forma di chitarra Gibson. La città dello storico Ryman Auditorium e del grande concerto settimanale Grand Ole Opry che va in onda sulle radio nazionali ininterrottamente dal 1925. Le storie d&#8217;amore e familiari si intrecciano come in Dallas, ma al posto del petrolio qui c&#8217;è la musica prodotta da T-Bone Burnett. Strepitosa. Ascoltate, per esempio, No one will ever love you (like I do), cantata da due dei protagonisti.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/ZQ3umN_r4yc" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/04/gommalacca119/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/11/04/gommalacca119/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/118</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/0HgwK4dmrws/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/28/gommalacca118/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Oct 2012 18:43:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12199</guid>
		<description><![CDATA[C&#8217;è qualcosa di speciale in Donald Fagen. Già leader degli Steely Dan, il gruppo che negli anni Settanta ha coniugato il groove dei Sessanta con la modernità degli Ottanta, e per questo amatissimi dalla critica, Fagen è uno di quei musicisti che scrive canzoni riconoscibili alla prima nota. Non puoi sbagliare. L&#8217;atmosfera rarefatta, la voce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[C&#8217;è qualcosa di speciale in Donald Fagen. Già leader degli Steely Dan, il gruppo che negli anni Settanta ha coniugato il groove dei Sessanta con la modernità degli Ottanta, e per questo amatissimi dalla critica, Fagen è uno di quei musicisti che scrive canzoni riconoscibili alla prima nota. Non puoi sbagliare. L&#8217;atmosfera rarefatta, la voce vellutata e il basso in primo piano che stai ascoltando sono sicuramente di Donald Fagen, un misto di soul e jazz, di funk e pop, tutto molto raffinato e notturno. In realtà sembra che Fagen suoni sempre la stessa canzone, anche se ogni volta che ne parte una non vorresti staccartene per nessun motivo al mondo (e, particolare da non trascurare, le bambine di sei mesi improvvisamente si placano, ammirate e sorridenti). Non è che ne abbia scritte molte di canzoni, Donald Fagen. I suoi dischi solistici post Steely Dan sono soltanto quattro in trent&#8217;anni. Sunken Condos è il quarto. 
<p>Proprio trent&#8217;anni fa, nell&#8217;ottobre 1982, uscì The Nightfly. Un capolavoro. Ancora oggi giudicato uno dei migliori dischi della storia del pop rock. Undici anni dopo è uscito Kamakiriad. Sei anni fa Morph the Cat, strepitoso non solo per il sound, ma anche per i testi molto newyorchesi. Sunken Condos segna il ritorno all&#8217;attività solistica, e questa volta si è fatto aiutare da un ancora ventenne trombettista jazz che si chiama Michael Leonhart.
<p>Di nuovo, Sunken Condos è un classico disco di Donald Fagen, certamente zuccheroso, forse leggermente più jazzato, grazie anche all&#8217;apporto di musicisti come Kurt Rosenwinkel, ma non è un disco jazz. È un disco di Donald Fagen, con testi meravigliosi come I&#8217;m not the same without you, dove racconta di essere stato lasciato da una donna e per questo di essere talmente migliorato come persona da essere diventato anche più alto. Come ha scritto un critico musicale americano, Fagen occupa da decenni uno specifico spazio sonoro, non si rinnova mai e va avanti per la sua strada, anche perché lo spazio è suo e soltanto suo e chi non è interessato può tenersi alla larga. 
<p>Ma è impossibile.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/0HgwK4dmrws" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/28/gommalacca118/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/28/gommalacca118/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Il nuovo sogno americano</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/oxFexuyVxcI/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/22/il-nuovo-sogno-americano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2012 18:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/?p=12176</guid>
		<description><![CDATA[It&#8217;s the American Dream, stupid. La grande sfida tra Barack Obama e Mitt Romney si gioca sul Sogno Americano. S&#236;, d&#8217;accordo, il dibattito &#232; sull&#8217;economia, sul debito pubblico, sul welfare state, sulla sanit&#224;, sui posti di lavoro, sulle tasse, sul costo della benzina, sui tagli al Pentagono, sulla politica di sicurezza nazionale, ma al dunque [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>It&#8217;s the American Dream, stupid. La grande sfida tra Barack Obama e Mitt Romney si gioca sul Sogno Americano. S&igrave;, d&#8217;accordo, il dibattito &egrave; sull&#8217;economia, sul debito pubblico, sul welfare state, sulla sanit&agrave;, sui posti di lavoro, sulle tasse, sul costo della benzina, sui tagli al Pentagono, sulla politica di sicurezza nazionale, ma al dunque le elezioni presidenziali del 6 novembre saranno vinte dal tedoforo pi&ugrave; bravo a tenere viva la fiaccola dell&#8217;American Dream.<br />
Il sogno americano &egrave; provarci, farcela, realizzarsi. Guardate la determinazione dei due ragazzi squattrinati di How to make It in America, la deliziosa serie tv Hbo ancora inedita in Italia: Ben e Cam inseguono il sogno di conquistare la scena fashion di New York, ma sono inadeguati e non ci riescono, eppure si rialzano e ricominciano ogni volta da capo come se nulla fosse. &Egrave; questo il sogno americano, l&#8217;essenza stessa dell&#8217;America: non il raggiungimento della felicit&agrave;, ma la garanzia di essere liberi, ma liberi veramente, di esercitare il diritto a ricercarla.<br />
Alla convention repubblicana di Tampa, dove l&#8217;ex governatore del Massachusetts Romney ha cercato con qualche difficolt&agrave; di spiegare agli elettori l&#8217;America che ha in mente, si sono ascoltate commoventi storie di persone che si sono fatte da sole, gente capace di realizzare i propri sogni grazie all&#8217;ingegno, all&#8217;abnegazione e alle opportunit&agrave; garantite dall&#8217;inaudita libert&agrave; americana. Alla convention democratica di Charlotte, dove il presidente Obama ha sottolineato l&#8217;importanza di finire il lavoro iniziato quattro anni fa, si sono ascoltate commoventi storie di chi invece ce l&#8217;ha fatta grazie alla safety net, alla rete di protezione, che lo Stato fornisce ai cittadini pi&ugrave; bisognosi. Punti di partenza distanti, quelli di Obama e Romney, ma il sogno americano &egrave; il medesimo, anche se inevitabilmente declinato in modo diverso.<br />
I conservatori credono che l&#8217;America si riprender&agrave; tornando alle origini, rinnovando lo spirito della frontiera, liberando totalmente i cittadini da ogni costrizione imposta dallo Stato. I liberal rispondono che bisogna andare avanti sulla strada intrapresa da Obama, al costo di essere accusati di voler inseguire il modello europeo, perch&eacute; non si pu&ograve; tornare indietro a quell&#8217;America degli anni Venti super individualista, molto ingiusta e poco protetta che piace ai nostalgici repubblicani.<br />
C&#8217;&egrave; il forte rischio di caricatura in questa retorica di una parte e dell&#8217;altra che passa dal bianco al nero senza alcuna sfumatura di grigio, anche perch&eacute; la grandezza dell&#8217;America sta proprio nella combinazione di questi due elementi: libert&agrave; e Stato minimo. Del resto Bill Clinton era quello che da sinistra diceva che l&#8217;era dello statalismo era finita e George W. Bush era quello che da destra professava un conservatorismo solidale. Ovviamente sia i liberal sia i conservatori sanno che questa accusa reciproca &egrave; posticcia, ma non frenano la foga propagandistica e sostengono acrobaticamente che in caso di prevalenza della visione altrui il Paese scivoler&agrave; sbadatamente verso l&#8217;inferno e render&agrave; irraggiungibile il &laquo;runaway American dream&raquo;, quel fuggente sogno americano su cui Bruce Springsteen ha costruito la sua pastorale. Siamo in pieno stile paranoico della politica americana, come da antico ma ancora attuale saggio di Richard Hofstadter (1964).<br />
Obama e Romney promettono per&ograve; di perpetuare il sogno americano. Sono entrambi convinti che l&#8217;America sia l&#8217;ultima grande speranza dell&#8217;uomo su questa terra, il Paese pi&ugrave; formidabile della storia, la nazione eccezionale destinata per scelta e per costituzione a diffondere la libert&agrave; nel mondo. Questa non &egrave; una trovata da campagna elettorale, ma l&#8217;essenza della cultura e della tradizione politica americana. L&#8217;ideologia democratica e repubblicana nata oltre due secoli fa con la Rivoluzione americana si &egrave; fusa con il millenarismo protestante, ha scritto il Premio Pulitzer Gordon S. Wood nel libro The Idea of America, riuscendo in questo modo a convincere sinceramente gli americani di essere il popolo eletto da Dio, dotato di qualit&agrave; e virt&ugrave; peculiari e incaricato della responsabilit&agrave; speciale di guidare il mondo verso la libert&agrave; e il governo democratico globale.<br />
Prima ancora i Padri pellegrini parlavano di una citt&agrave; illuminata sopra la collina che avrebbe guidato l&#8217;America, la nuova Gerusalemme, verso la Terra promessa. La religione mormone, nata in America e di cui Romney &egrave; stato vescovo, &egrave; un prodotto tipico di questo modo di pensare, per quanto stramba &egrave; addirittura la quintessenza dello spirito americano: per i mormoni l&#8217;America &egrave; la nuova Zion, il Paradiso in Terra, il luogo fisico del Giardino dell&#8217;Eden e il posto dove Ges&ugrave; risorger&agrave; &ndash; individuato con precisione da Google Maps nella Jackson County del Missouri. Sono cose che fanno storcere il naso, se non di pi&ugrave;, a cattolici e a laici, ma solo in America poteva nascere una religione di questo tipo e infatti i due geni comici di South Park e Team America, Trey Parker e Matt Stone, hanno puntato su ingenuit&agrave;, semplicit&agrave; e ottimismo dei mormoni per scherzare ancora una volta su ingenuit&agrave;, semplicit&agrave; e ottimismo degli americani in The Book of Mormon, lo show di straordinario successo a Broadway e nel 2013 in arrivo in Europa.<br />
Lo storico James Adams, nel libro The Epic of America uscito nel pieno della Grande Recessione degli anni Trenta, &egrave; stato il primo a usare l&#8217;espressione American Dream: &laquo;Il sogno americano di una vita migliore, pi&ugrave; ricca e pi&ugrave; felice per tutti i cittadini di ogni ceto &egrave; il pi&ugrave; grande contributo finora mai dato al pensiero e al benessere del mondo&raquo;. &laquo;Quel sogno &ndash; ha scritto Adams &ndash; &egrave; stato realizzato in modo pi&ugrave; pieno qui che altrove nel mondo, anche se in modo imperfetto tra noi stessi&raquo;. Sessant&#8217;anni dopo Bill Clinton ha semplificato alla sua maniera il concetto: &laquo;Chi lavora duro e rispetta le regole non dovrebbe essere povero&raquo;.<br />
Siamo ancora qui. Obama e Romney non escono da questo binario. Un osservatore straniero che non abbia letto Alexis de Tocqueville (1) o sia intriso di pregiudizi pu&ograve; pensare che questa sia una forma di fanatismo nazionalista, ma la retorica del sogno americano non &egrave; patriottismo, &egrave; un&#8217;idea rivoluzionaria che attrae gente che vive in tutto il mondo e che spesso in America non c&#8217;&egrave; mai stata: gli ebrei russi che nel Novecento scappavano dai pogrom, i berlinesi assediati dai sovietici, i sindacalisti polacchi di Solidarnosc, i curdi massacrati da Saddam e cos&igrave; via.<br />
Questa forte tradizione identitaria &egrave; la fonte primaria dell&#8217;urgenza americana per la missione divina, per il destino manifesto e per l&#8217;imperativo morale di voler aiutare il resto dell&#8217;umanit&agrave;, anche se naturalmente la realizzazione spesso non &egrave; all&#8217;altezza dei principi fondatori. E infatti c&#8217;&egrave; chi non la beve, chi pensa che in realt&agrave; il sogno americano sia un incubo colmo di ingiustizia, di ignoranza e di diseguaglianza. Senza scomodare gli antiamericani di professione, seguaci a loro volta di ideologie illiberali alternative a quella americanista, non possono sfuggire i dati sulle difficolt&agrave; del ceto medio, le statistiche su chi ha perso il lavoro, su chi non pu&ograve; pi&ugrave; pagare il mutuo della casa, su chi non pu&ograve; permettersi le cure mediche.<br />
La vita degli americani &egrave; molto pi&ugrave; dura di quella degli europei occidentali, provate a fare un giro nello sperduto West del Paese, nella sterminata campagna del Sud, nelle praterie del Midwest. &laquo;Il capitalismo produce vincitori e vinti &ndash; ha scritto lo storico Jon Meacham nel saggio Rinnovare il sogno americano &ndash;.  Alcuni sogni sono veri, altri no. Uguaglianza dei risultati per&ograve; non &egrave; la stessa cosa di uguaglianza di opportunit&agrave; e l&#8217;uguaglianza di opportunit&agrave; &egrave; il cuore dell&#8217;idea americana&raquo;. Basta guardare la prima puntata della serie televisiva The Newsroom di Aaron Sorkin o un documentario di Michael Moore o un film di Spike Lee o una biopic di Oliver Stone per cogliere quanto sia diffuso anche tra le &eacute;lite il rifiuto dell&#8217;idea che l&#8217;America sia davvero un&#8217;eccezione nel pianeta. Eppure, come diceva Christopher Hitchens, la Rivoluzione americana &egrave; l&#8217;unica rivoluzione del mondo ancora attrattiva e con un potenziale, l&#8217;unica che sta ancora in piedi e anche la pi&ugrave; longeva. Una cosa che trenta o quaranta anni fa in pochi avrebbero previsto (mentre scrivo guardo una copertina di Time di fine settembre 1987, il titolo &egrave; sull&#8217;irresistibile macchina da guerra spaziale dell&#8217;Unione Sovietica, foriera di ulteriori e progressivi successi. Due anni dopo l&#8217;Unione Sovietica &egrave; scomparsa).<br />
Il destino dell&#8217;America, ha scritto il patriota ungherese Louis Kossuth nel 1852, &egrave; essere la pietra angolare della libert&agrave;. Nel momento in cui l&#8217;America dovesse perdere questa consapevolezza sarebbe l&#8217;inizio del suo declino. Ecco perch&eacute; la sfida tra Obama e Romney si gioca sulla rappresentazione dell&#8217;American Dream. Ecco perch&eacute; i repubblicani, oltre a sottolineare con qualche ragione la persistente crisi economica e l&#8217;aumento del debito pubblico nell&#8217;America di Obama, provano meno lealmente a mettere in dubbio che le ricette socialisteggianti del presidente, e il presidente stesso, non siano sufficientemente in linea con la tradizione americana. Non c&#8217;entra il razzismo contro il presidente nero. C&#8217;entra, semmai, che solo sul tradimento dell&#8217;epopea del sogno americano, e sul timore che la protezione eccessiva dello Stato possa fiaccare il carattere americano, risieda la chance dei repubblicani di riconquistare la Casa Bianca.<br />
L&#8217;accusa a Obama non viene dismessa come bassa propaganda elettorale perch&eacute; effettivamente la ripresa tarda a farsi sentire e perch&eacute; &egrave; vero che le politiche del presidente hanno ulteriormente aumentato il debito pubblico, ma continua a suonare poco credibile perch&eacute; la Casa Bianca non ha fatto altro che affrontare la crisi economica iniziata prima della sua elezione con le stesse misure (e con gli stessi uomini) di George W. Bush alla fine del suo mandato. Obama, poi, ha gioco facile a replicare agli avversari che grazie al suo intervento pubblico il sistema finanziario, l&#8217;industria automobilistica e l&#8217;economia americana si sono salvati (&laquo;Detroit is alive and Osama is dead&raquo;, &egrave; la sintesi efficace dei suoi primi quattro anni). Anche se poi &egrave; obbligato a dire, come alla convention di Charlotte, che &laquo;lo Stato non pu&ograve; risolvere tutto&raquo;, per poi aggiungere &laquo;ma non &egrave; nemmeno la causa di tutti i mali&raquo;. Il paradosso di Obama &egrave; proprio questo: &egrave; accusato da destra e sinistra in coro e per i motivi opposti. I repubblicani dicono che &egrave; un socialista, il Nobel per l&#8217;Economia Paul Krugman lo accusa di essere un repubblicano moderato. I conservatori sostengono sia un presidente anti business, i radical che si sia venduto a Wall Street (Obama, tra l&#8217;altro, &egrave; uno degli obiettivi polemici del movimento Occupy Wall Street).<br />
La destra spiega che la riforma sanitaria obamiana &egrave; il primo passo verso l&#8217;europeizzazione dell&#8217;America, la sinistra lamenta che per la smania di conquistare consensi al centro, peraltro mai arrivati, Obama abbia sprecato l&#8217;occasione di cambiare sul serio il sistema sanitario americano che, invece, rimane gestito e pagato dai privati. La stessa cosa &egrave; successa sulla politica estera e di sicurezza nazionale. Obama &egrave; contemporaneamente il presidente che va in giro a scusarsi con il mondo (secondo i repubblicani) ma anche il pi&ugrave; feroce utilizzatore della supremazia militare americana (secondo i suoi critici di sinistra). Obama &egrave; accusato dai conservatori di non aver sostenuto le primavere arabe e ora che laggi&ugrave; si sente l&#8217;arrivo dell&#8217;autunno &egrave; criticato dagli stessi repubblicani per averle aiutate fin troppo a danno dei tradizionali amici degli Stati Uniti. Da sinistra lo spingevano a intervenire in Libia per fermare i massacri annunciati da Gheddafi, salvo poi criticarlo per aver abbattuto con la forza il dittatore libico in linea con la politica del regime change cara a Bush. Ora l&#8217;asse polemico si &egrave; spostato pi&ugrave; a est, in Siria, e finch&eacute; Obama non interverr&agrave; direttamente ricever&agrave; critiche apocalittiche di indifferenza morale e inadeguatezza a guidare l&#8217;America sia dalla destra sia dalla sinistra.<br />
Obama &egrave; contemporaneamente Nobel per la Pace e guerrafondaio. Colui che ha salvato Wall Street ma anche il suo fustigatore. Il presidente che ha ristabilito lo status dell&#8217;America nel mondo e quello che vuole gestire il suo inevitabile declino. Quello che si inchina ai leader del mondo e quello che li rimuove o minaccia di rimuoverli. A Obama arrivano strali per non aver chiuso Guant&aacute;namo, ma anche perch&eacute; lo voleva chiudere. Gli arrivano elogi di sinistra e critiche di destra per aver terminato l&#8217;era delle tecniche avanzate di interrogatorio dei terroristi dell&#8217;era Bush, ma anche critiche di sinistra ed elogi di destra per aver triplicato il numero dei soldati in Afghanistan (2). S&igrave;, Obama ha soddisfatto la sinistra per aver ritirato i soldati dall&#8217;Iraq, sia pure secondo il calendario stabilito da Bush e dal governo iracheno, ma l&#8217;ha delusa perch&eacute; ha bombardato un giorno s&igrave; e uno no il Pakistan con gli aerei senza pilota, i droni, guidati come un videogame dalle basi militari in Nevada.<br />
Obama aveva promesso un&#8217;Amministrazione trasparente e un uso limitato della prerogativa presidenziale di decidere senza il consenso del Congresso, ma i primi quattro anni hanno fatto rimpiangere anche al mondo liberal la franchezza, l&#8217;apertura e la disponibilit&agrave; di Bush. Per cambiare il regime iracheno, Bush ha ottenuto un voto del Congresso, istituzione che peraltro aveva dato il consenso al regime change gi&agrave; ai tempi di Clinton, mentre per cacciare Gheddafi e per autorizzare i 284 bombardamenti sul Pakistan Obama ha fatto tutto da solo (secondo uno studio della New America Foundation, negli anni di Obama sono stati uccisi con i droni tra le 1.503 e le 2.642 persone, soltanto il 2 per cento leader di primo piano, gli altri militanti comuni; e poi tra 474 e 881 civili, di cui 176 bambini). Obama ha pure autorizzato, ed eseguito, l&#8217;uccisione di cittadini americani sospettati di terrorismo dalle agenzie di intelligence, una decisione leggermente pi&ugrave; irriguardosa rispetto al mega scandalo bushiano sul programma di intercettazione di telefonate tra sospetti terroristi e possibili loro contatti americani. Obama non solo non ha chiuso Guant&aacute;namo, ma ha recuperato le Corti speciali militari ideate da Bush, approvate dal Congresso e confermate dalla Corte Suprema e addirittura per un gruppo di combattenti islamisti catturati in Afghanistan ha deciso, formalmente, di procedere alla detenzione infinita e senza processo.<br />
Qualche ragione di lamentela la sinistra che si aspettava un ribaltone delle politiche bushiane ce l&#8217;ha, ma la destra che lo accusa di essere un debole contro il terrorismo sconfina nel ridicolo. Obama non &egrave; un terzomondista, filo islamico e antiamericano e non &egrave; nemmeno un pericoloso guerrafondaio. Resta per&ograve; il dubbio che nemmeno lui sappia che cosa sia. Obama &egrave; uno che costruisce ponti. Lo ha fatto per tutta la vita: tra la cultura del Midwest di sua madre e dei nonni che lo hanno cresciuto e quella africana di suo padre; tra l&#8217;&eacute;lite accademica della costa East e la South Side nera di Chicago; tra il mondo liberal e quello conservatore. Obama ha sempre cercato di occupare un punto di equilibrio tra posizioni divergenti.<br />
Otto anni fa ha entusiasmato la Convention democratica di Boston con un discorso sull&#8217;unit&agrave; nazionale e su quella piattaforma politica &egrave; diventato senatore, ha vinto le primarie ed &egrave; stato eletto presidente. Aveva convinto gli americani di sinistra e di destra, e quelli di centro. Al primo anno alla Casa Bianca, insistendo sulla riforma sanitaria in un momento di crisi in cui ci si aspettava interventi sul lavoro, ha perso il consenso degli elettori moderati. Al secondo anno, per recuperare, si &egrave; spostato al centro sulla guerra al terrorismo, sulla politica fiscale e sui temi sociali e cos&igrave; ha perso l&#8217;ala radical della sua coalizione elettorale, senza peraltro riconquistare chi aveva perso l&#8217;anno precedente. Al terzo Obama era a terra, quasi senza pi&ugrave; speranza di riprendersi. Al quarto si &egrave; rialzato: il consenso della sua parte &egrave; tornato, grazie alla tenuta dell&#8217;economia, alle posizioni sui gay e all&#8217;inadeguatezza dei suoi avversari.<br />
L&#8217;Obama del 2012 non &egrave; pi&ugrave; quello capace di costruire ponti, ma l&#8217;America &egrave; cos&igrave; spaccata a met&agrave; che &egrave; probabile che le elezioni si decidano mobilitando il numero pi&ugrave; alto dei propri elettori, rinunciando a conquistare gli indecisi, gli indipendenti e quelli dell&#8217;altro schieramento. Il giornalista Sasha Issenberg va addirittura oltre e, nel saggio The Victory Lab, spiega come i comitati elettorali pi&ugrave; all&#8217;avanguardia &ndash; e quindi certamente quelli di Obama e di Romney &ndash; conoscano i propri elettori ancora prima che questi abbiano deciso per chi votare grazie ad algoritmi e analisi dei dati comportamentali. In un Paese con una bassa affluenza alle urne come gli Stati Uniti, oggi le campagne si concentrano principalmente su raffinate tecniche persuasive tenute sotto traccia, fondate sui principi della behavioral psychology (3) e volte a convincere i propri potenziali elettori ad andare a votare.<br />
Obama non &egrave; un ideologo, &egrave; un pragmatico. La sua formazione politica e ideale &egrave; quella del classico liberal della sinistra accademica, ma &egrave; un politico accorto e consapevole che la realt&agrave; non &egrave; quella dei campus universitari e per questo agisce di conseguenza. Mitt Romney non &egrave; molto diverso. Non &egrave; un ideologo di destra, tutt&#8217;altro. Da governatore del Massachusetts ha varato la riforma sanitaria che &egrave; stata poi presa a modello da Obama nel 2009. Romney sembra in difficolt&agrave; a gestire le sue convinzioni con quelle pi&ugrave; estremiste della Right Nation. Ma anche lui &egrave; un politico pragmatico, un businessman abituato a prendere decisioni ponderate e mai spericolate come ha documentato in una splendida inchiesta su Time il reporter investigativo e Premio Pulitzer Barton Gellman. La sua fede mormone lo mette nel campo dei conservatori sociali, ma in caso di elezione non sarebbe meno agganciato alla realt&agrave; dell&#8217;attuale presidente. Gi&agrave; non vuole pi&ugrave; abrogare nella sua interezza la riforma sanitaria, del resto ispirata non solo alla sua ma anche a una proposta del centro studi reaganiano Heritage Foundation (4).<br />
La differenza con Obama sulla riduzione delle tasse riguarda solo le famiglie che guadagnano pi&ugrave; di 250mila dollari: Romney vuole mantenere le attuali aliquote, Obama vuole tornare a quelle dell&#8217;era Clinton. Romney si presenta come un candidato pi&ugrave; pro business di Obama, anche per il suo passato da investitore in Bain Capital, ma al di l&agrave; di qualche mossa elettorale, subito rintuzzata da rassicurazioni di ogni tipo sia a Wall Street sia a chi temeva politiche protezioniste, Obama si &egrave; sempre mostrato attento all&#8217;industria finanziaria, ai trattati di libero scambio e i suoi tre chief of staff in passato sono stati banchieri. Romney &egrave; retoricamente pi&ugrave; spavaldo sulla politica estera, ma difficilmente potrebbe essere pi&ugrave; interventista di Obama. Sar&agrave; pi&ugrave; amico di Israele, Paese cui per&ograve; Obama ha fornito le bombe anti bunker per colpire le centrali sotterranee iraniane che Bush invece aveva negato. Ma le differenze strategiche sull&#8217;Iran nucleare con la Casa Bianca attuale sono inesistenti. I sondaggi, nel momento in cui questo numero di IL va in stampa, indicano una facile rielezione di Obama, anche se c&#8217;&egrave; chi contesta la correttezza di rilevazioni che si basano ancora sui modelli statistici di quattro anni. E se avesse ragione Sasha Issenberg nel saggio Victory Lab, potremmo davvero non sapere nulla di che cosa sta succedendo. Ma chiunque vinca il 6 novembre, state certi che alla Casa Bianca ci sar&agrave; un presidente americano.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/oxFexuyVxcI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/22/il-nuovo-sogno-americano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/22/il-nuovo-sogno-americano/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Storia di una copertina</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/EfFvHEhCFr8/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/19/storia-di-una-copertina/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 22:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/19/storia-di-una-copertina/</guid>
		<description><![CDATA[Con la copertina di questo numero &#8220;americano&#8221; di IL, abbiamo reso omaggio a uno dei più influenti architetti della storia moderna, Frank Lloyd Wright. FLW è famoso per le sue case e per i suoi edifici, meno per l&#8217;attività di illustratore. Nel 1927, FLW era in bolletta, guadagnava poco o niente dalla sua attività professionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<a href="http://www.camilloblog.it/wp-content/uploads/2012/10/20121018-1857311.jpg"><img src="http://www.camilloblog.it/wp-content/uploads/2012/10/20121018-1857311.jpg" alt="20121018-185731.jpg" class="alignnone size-full" /></a><br /><br />Con la copertina di questo numero &#8220;americano&#8221; di IL, abbiamo reso omaggio a uno dei più influenti architetti della storia moderna, Frank Lloyd Wright. FLW è famoso per le sue case e per i suoi edifici, meno per l&#8217;attività di illustratore. Nel 1927, FLW era in bolletta, guadagnava poco o niente dalla sua attività professionale e viveva ospite di sua sorella a New York. Per pagare i debiti mise all&#8217;asta 300 preziosi disegni di arte giapponese, ma nemmeno così riuscì a mettere i conti a posto. Era disperato, ma si convinse che sua sorella, illustratrice per alcune riviste femminili, potesse aiutarlo a conquistare il mondo dei periodici. Disegnò una serie di dodici copertine geometriche e astratte, una per ciascun mese dell&#8217;anno, e provò a venderle alla rivista Liberty. Gli andò male, perché erano gli anni in cui lo stile predominante delle illustrazioni era quello realista e romantico di Norman Rockwell. 
<p>Liberty non pubblicò nessuna di quelle cover. 
<p>Una delle copertine rifiutate è July Fourth, 4 di luglio, festa dell&#8217;indipendenza americana. Il tema è la bandiera a stelle e strisce, con variazioni giocose per dare profondità e dinamismo alla composizione e con una prospettiva in grado di creare l&#8217;impressione visiva di una strada, probabilmente quella della parata del 4 luglio. Dieci anni dopo, nel 1937, Frank Lloyd Wright non era più uno squattrinato, l&#8217;America lo aveva ormai riconosciuto come uno dei suoi più cari geni. La rivista Town &#038; Country salì sul carro del vincitore e pubblicò per il numero di luglio 1937 la copertina disegnata dieci anni prima dall&#8217;architetto del Wisconsin. 
<p>La cover originale di Town &#038; Country, ormai introvabile se non a prezzi da collezione, è quella che vedete su questa pagina (e scandita dal libro di Penny Fowler: Frank Lloyd Wright: Graphic Artist, edito da Pomegranate Europe). È rimasta l&#8217;unica cover pubblicata a firma Frank Lloyd Wright. Con l&#8217;art director Francesco Franchi e l&#8217;illustratrice Elena Giavaldi abbiamo provato a reinterpretare July Fourth, sovrapponendo all&#8217;idea di Frank Lloyd Wright un&#8217;aletta completamente ridisegnata ma integrata nell&#8217;illustrazione originale. Per complicarci la vita abbiamo creato anche un terzo livello, un modo per tenere insieme sia la nuova sia l&#8217;antica versione dell&#8217;illustrazione di FLW con la cover della guida di Madrid (progettata da Davide Di Gennaro con i disegni di Elena Giavaldi) che avete trovato tra l&#8217;aletta e la copertina. Più o meno è l&#8217;equivalente grafico di un triplo salto mortale all&#8217;indietro carpiato con quattro avvitamenti, ma qui ci divertiamo così.
<p>Christian Rocca<br /><br /><a href="http://www.camilloblog.it/wp-content/uploads/2012/10/20121018-185905.jpg"><img src="http://www.camilloblog.it/wp-content/uploads/2012/10/20121018-185905.jpg" alt="20121018-185905.jpg" class="alignnone size-full" /></a><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/EfFvHEhCFr8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/19/storia-di-una-copertina/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/19/storia-di-una-copertina/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/117</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/RKrdvI6ll08/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/14/gommalacca117/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Oct 2012 09:22:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/14/gommalacca117/</guid>
		<description><![CDATA[Non ci sono soltanto Bob Dylan e i Rolling Stones a festeggiare i cinquant&#8217;anni di attività artistica e discografica. C&#8217;è anche Bettye Lavette, formidabile cantante soul e Rhythm &#038; Blues del Michigan. Una forza della natura, soprattutto dal vivo. 
A differenza dei Rolling Stones, Bettye Lavette oggi è nel suo prime time musicale (Dylan lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Non ci sono soltanto Bob Dylan e i Rolling Stones a festeggiare i cinquant&#8217;anni di attività artistica e discografica. C&#8217;è anche Bettye Lavette, formidabile cantante soul e Rhythm &#038; Blues del Michigan. Una forza della natura, soprattutto dal vivo. 
<p>A differenza dei Rolling Stones, Bettye Lavette oggi è nel suo prime time musicale (Dylan lo è sempre, ontologicamente). Il suo primo singolo è del 1962, da sedicenne. L&#8217;ultimo album è appena uscito con il titolo Thankful N&#8217; Thoughtful, più o meno in contemporanea con l&#8217;autobiografia A Woman Like Me, scritta assieme a David Ritz. In mezzo ci sono dischi, performance, spettacoli a Broadway. Nel 2005 è rinata grazie al genio di Joe Henry, cantautore e produttore costretto ogni volta a sentirsi definire «il cognato di Madonna» per aver sposato la sorella Ciccone meno nota. 
<p>Il primo disco di Bettye Lavette prodotto da Henry è I&#8217;ve Got My Own Hell To Raise, un&#8217;incredibile collezione di brani scritti da donne rock con cui la cantante ha conquistato i critici e il pubblico. Il disco successivo è ancora più bello: The Scene Of The Crime, registrato nei Fame Studios in Alabama con i Drive-by Truckers, una delle migliori band alt rock americane. Imperdibile.
<p>Nel giorno dell&#8217;inaugurazione del mandato di Obama, ha cantato al Lincoln Memorial l&#8217;inno della stagione dei diritti civili: A Change Is Gonna Come di Sam Cooke (ne è seguito un delizioso mini album Change Is Gonna Come Sessions, arricchito da una splendida cover di Ain&#8217;t No Sunshine). <p>Due anni fa il disco della consacrazione: Interpretations: The British Rock Songbook, meno dirompente dei precedenti, ma comunque un coraggioso riadattamento soul di intoccabili brani rock da Wish You Were Here dei Pink Floyd a All My Love dei Led Zeppelin, da No Time To Live dei Traffic a Isn&#8217;t A Pity di George Harrison. 
<p>Thankful N&#8217; Thoughtful inizia con Bob Dylan (e con chi sennò?). Il brano è Everything Is Broken da Oh Mercy, ma suona come una canzone nuova. Il disco continua con una meravigliosa versione di I&#8217;m Not The One dei Black Keys, e anche questa sembra sia stata scritta per lei. Questo è il segreto di Bettye Lavette: celebra Neil Young con Everybody 
Knows This Is Nowhere, Tom Waits con Yesterday is here, i Pogues con Dirty Old Town (in 2 versioni), Sly &#038; The Family Stone con il brano che dà il titolo all&#8217;album, ma non lo dà a sentire.
<p>Christian Rocca
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/RKrdvI6ll08" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/14/gommalacca117/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/14/gommalacca117/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/116</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/Y2lawvXHPBs/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/07/gommalacca116/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 07 Oct 2012 15:19:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/07/gommalacca116/</guid>
		<description><![CDATA[Se sei figlio di James Taylor e di Carly Simon dovresti fare l’idraulico, il commercialista, l’operatore sanitario, il pizzaiolo, anche il giornalista, certo non il cantautore. Ben Taylor, secondogenito di due giganti della canzone americana degli anni 70, invece si è dato alla musica. Non a una musica a caso, ma proprio a quella country [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Se sei figlio di James Taylor e di Carly Simon dovresti fare l’idraulico, il commercialista, l’operatore sanitario, il pizzaiolo, anche il giornalista, certo non il cantautore. Ben Taylor, secondogenito di due giganti della canzone americana degli anni 70, invece si è dato alla musica. Non a una musica a caso, ma proprio a quella country pop dei suoi genitori. <P>Anche la sorella è entrata nel business di famiglia, ma è stato sufficiente ascoltare l’album di Ben, Listening, per evitare indigestioni ulteriori e augurare al giovane Taylor di seguire l’altra sua grande passione, quella delle arti marziali: secondo Wikipedia è un fulmine di guerra in qigong, t’ai chi ch’uan, wing chun, kung fu, jiu-jitsu. 
<P>Ok, il disco è ben confezionato, qua e là suona come una raccolta di versioni sdolcinate delle canzoni di suo padre, ma è inadeguato al suo dna. 
<P>Le canzoni di Taylor senior sono ancora leggendarie – Carolina in My Mind, You&#8217;ve Got a Friend, How Sweet It Is (To Be Loved by You), Mexico, Shower the People – e per niente scalfite dal fatto che sia diventato l’Apicella di Obama, ma con la calvizie coperta da un cappellaccio da cowboy. 
La madre di Ben, poi. Carly Simon. Autrice di una delle canzoni più mitologiche e belle del country rock. You’re so vain, manifesto ideologico sulla vanità del maschio talmente preso da sé che pensa parli proprio di lui anche questa canzone sulla vanità del maschio scritta da chi, ingenua, c’è cascata («You&#8217;re so vain, you probably think this song is about you / You&#8217;re so vain, I’ll bet you think this song is about you / Don’t you? Don’t You?»). Sull’uomo in sciarpa albicocca che entrava alle feste con la stessa sicumera di chi sapeva di essere desiderato da ogni donna, e in particolare dalla «moglie di un caro amico», Carly Simon ha costruito una carriera fatta di mezze rivelazioni, indizi, indiscrezioni. Si è sempre pensato che l’uomo vanitoso fosse Mick Jagger, il quale canta nella versione originale, anche perché Angela Bowie, la famosa Angie, una volta ha confessato di essere lei la moglie del caro amico che va a letto con l’uomo vanitoso. Ma Carly ha detto che a quei tempi Mick non era il solo a portare una apricot scarf. Si è pensato che potesse essere Bowie. Warren Beatty si è autodenunciato. Ben Taylor è un’altra storia.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/Y2lawvXHPBs" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/07/gommalacca116/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/10/07/gommalacca116/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>Gommalacca/115</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/oZTrpaZeq20/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/30/gommalacca115/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 30 Sep 2012 09:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/30/gommalacca115/</guid>
		<description><![CDATA[Il disco della settimana è Babel dei Mumford &#038; Sons. Segue critica garbata. I Mumford &#038; Sons sono i Coldplay dell&#8217;indie folk, gli Arcade Fire da fienile di campagna britannica, una via di mezzo tra un gruppo eccezionale e una band insopportabilmente melensa. Irresistibili e fastidiosi. Geniali e ciarlatani. «Ragazzi carini con il mandolino», li [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il disco della settimana è Babel dei Mumford &#038; Sons. Segue critica garbata. I Mumford &#038; Sons sono i Coldplay dell&#8217;indie folk, gli Arcade Fire da fienile di campagna britannica, una via di mezzo tra un gruppo eccezionale e una band insopportabilmente melensa. Irresistibili e fastidiosi. Geniali e ciarlatani. «Ragazzi carini con il mandolino», li ha definiti con malignità il Guardian. Il loro primo disco, Sigh no more, ha venduto cinque milioni di copie, metà delle quali negli Stati Uniti, in un&#8217;epoca in cui nessuno compra dischi. Parentesi: l&#8217;altro giorno una collega di IL nata nel 1986 ha confessato di non aver mai comprato un disco fisico in vita sua. Solo download. Chiusa parentesi. I Mumford &#038; Sons sono assieme ad Adele la nuova ondata britannica, un miscuglio di cori tradizionali e violini e mandolini esportato due secoli fa in America dagli emigranti irlandesi e inglesi, rigenerato dalla bella gioventù britannica degli anni Sessanta ad usum dei grandi del folk rock americano e ora tornato di nuovo a influenzare la musica delle radici della scena indie degli Stati Uniti. I Mumford &#038; Sons sono i capofila dell&#8217;ennesimo giro transatlantico: con loro il folk torna in Gran Bretagna, anche se ormai molto americanizzato, ma soltanto per riconquistare ancora una volta l&#8217;America. Babel si fa ascoltare, grazie ai sing-along romantici alla Coldplay e a una dinamica sonora da stadio alla Arcade Fire. Una musica furba e coinvolgente, a tratti orchestrale, ricca di smandolinate che spesso suonano posticce e stucchevoli. Babel avrà un grande successo, con merito. Ma alla fine è molto più entusiasmante e certamente più genuino, oltre che più contemporaneo, un disco che al contrario di Babel venderà soltanto una manciata di copie: O&#8217; be joyful del duo Shovels and rope. Ascoltate il primo brano, Birmingham, mette di buon umore. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/oZTrpaZeq20" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/30/gommalacca115/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/30/gommalacca115/</feedburner:origLink></item>
		<item>
		<title>L’America cambia facce, perché noi no?</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/camilloblog_articoli/~3/Jvsx1JGKVms/</link>
		<comments>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/24/lamerica-cambia-facce-perche-noi-no/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Sep 2012 21:26:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/24/lamerica-cambia-facce-perche-noi-no/</guid>
		<description><![CDATA[Nel 2000 gli organizzatori della convention del Partito democratico americano non fecero entrare il trentanovenne Barack Obama allo Staples Center di Los Angeles dove il vicepresidente Al Gore ottenne la nomination presidenziale.
Quattro anni dopo Obama è stato scelto per pronunciare il keynote speech, il discorso politico più importante della convention immediatamente successiva, quella di Boston [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nel 2000 gli organizzatori della convention del Partito democratico americano non fecero entrare il trentanovenne Barack Obama allo Staples Center di Los Angeles dove il vicepresidente Al Gore ottenne la nomination presidenziale.
<p>Quattro anni dopo Obama è stato scelto per pronunciare il keynote speech, il discorso politico più importante della convention immediatamente successiva, quella di Boston che nominò John Kerry per la sfida, poi persa, contro George W. Bush. Nel 2008, il candidato presidente è diventato lui, il ragazzo nero che otto anni prima fu costretto ad ascoltare il capo del suo partito all&#8217;interno di una triste stanza di motel con un televisore sintonizzato sulla Cnn. Qualche giorno fa, Obama ha chiuso per la seconda e ultima volta la convention del suo partito (enfasi su &#8220;ultima volta&#8221;) spiegando perché si merita la riconferma alla Casa Bianca. 
<p>Quattro anni, figuriamoci otto o dodici, sono un&#8217;eternità nella politica americana. Un&#8217;era geologica. Da un ciclo presidenziale all&#8217;altro i partiti che si contendono la Casa Bianca cambiano radicalmente. Il brand resta lo stesso, a volte mutano i programmi, ma i leader sono diversi, oltre che legittimati da un lungo processo di selezione (le primarie) che forgia carattere, personalità e biografia. Ma non cambiano solo i leader perché poi nulla cambi dietro di loro: si rinnova tutta la classe dirigente, senza isterie, senza polemiche, senza i sopracciò di grandi vecchi o di fondatori convinti di essere proprietari del partito.
<p>Semmai funziona come nelle squadre di calcio. A un certo punto fisiologicamente si è costretti a cambiare formazione, i Del Piero non scendono più in campo, non perché si vuole loro male, anzi, ma perché lo impone l&#8217;inesorabile scorrere del tempo. Magari continuano a dare un sostegno ai nuovi goleador, da padri nobili, ma poi sul campo scendono le nuove leve, le stelle del vivaio, i campioni del futuro. 
<p>Il programma delle convention 2012 dei repubblicani e dei democratici – la prima si è tenuta a Tampa in Florida e la seconda a Charlotte in North Carolina – se messo a confronto con quello delle precedenti edizioni del 2008 a St. Paul, in Minnesota, e a Denver, in Colorado, sarebbe da far studiare ai nostri partiti. 
<p>I repubblicani 2012 non hanno presentato soltanto un candidato anti-Obama diverso rispetto a quello di quattro anni fa, ma hanno mostrato un partito con altri volti, storie e racconti. Nel 2008 all&#8217;attuale candidato Romney era stato concesso uno spazietto periferico, da terza fila. Quest&#8217;anno, tutti i big di quell&#8217;edizione sono rimasti a casa: da Sarah Palin a Rudy Giuliani, da Joe Lieberman a Fred Thompson, da Carly Fiorina a Meg Whitman. Per non parlare dei grossi nomi di otto anni prima: Bush, Cheney, Schwarzenegger, Bloomberg. Magari a ogni edizione si corre il rischio di diminuire il peso specifico degli oratori, ma i debuttanti di oggi diventeranno inesorabilmente i campioni di domani.
<p>A Tampa naturalmente ha parlato il candidato repubblicano del 2008, John McCain, per cortesia istituzionale più che altro. A Charlotte è intervenuto Bill Clinton, ma Clinton è un politico in pensione, un&#8217;icona pop, oltre che un&#8217;ancora di salvataggio per Obama in difficoltà con la working class bianca, religiosa e povera con cui invece l&#8217;ex presidente sa dialogare. 
Il discorso di McCain era fitto di parole d&#8217;ordine del 2008 e al Forum di Tampa è suonato antico, non contemporaneo, di un&#8217;epoca ormai perduta. Erano passati soltanto quattro anni, a conferma che alle facce nuove corrisponde davvero un cambiamento di contenuti, di proposte e di linguaggio. Romney ha lanciato un gruppo di volti nuovi, trentenni e quarantenni poco conosciuti a livello nazionale e internazionale, ma che sono già la spina dorsale del partito: il candidato vicepresidente Paul Ryan (42 anni), il senatore Marco Rubio (40), i governatori Scott Walker (44) e Nikki Haley (41).
<p>A Charlotte, Barack Obama ha affidato il keynote speech della convention al sindaco trentottenne di San Antonio Julian Castro, introdotto dal gemello Joaquin candidato alla Camera. Pur confermando la squadra del primo mandato, il presidente ha presentato al Paese una generazione di giovani amministratori locali, di nuove promesse, di prossimi leader. Il suo partito democratico è un&#8217;altra cosa rispetto a quello di Kerry 2004 e non è la fotocopia di quello che ha conquistato otto anni fa. 
<p>La classe dirigente americana, in sintesi, non è immobile, non è immutabile, non è immarcescibile. Cambia. La questione non è affatto generazionale, è democratica. Nel Paese di Obama e di Romney-Ryan, democraticamente il più longevo della storia dell&#8217;umanità, se qualcuno aspira alla leadership politica non scatta l&#8217;allarme degli apparati (che non ci sono), non si alzano le barricate dei vertici (che sono temporanei), non si grida alla lesa maestà (l&#8217;indipendenza dalla Corona è di oltre 200 anni fa). Gli si aprono le porte, e vinca il più bravo.
I partiti non sono proprietà privata dei leader pro tempore, non sono chiese guidate da cardinali infallibili, non sono aziende personali. Prima lo capiranno D&#8217;Alema, Berlusconi e gli altri, meglio sarà per noi.
<p>Christian Rocca
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/Jvsx1JGKVms" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/24/lamerica-cambia-facce-perche-noi-no/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		<feedburner:origLink>http://www.camilloblog.it/archivio/2012/09/24/lamerica-cambia-facce-perche-noi-no/</feedburner:origLink></item>
	</channel>
</rss>
