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	<title>Camillo » Articoli</title>
	
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		<title>Gommalacca/100</title>
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		<pubDate>Sun, 27 May 2012 12:09:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[John Mayer è un tipo complicato. Musicalmente è nato  in ambiente pop, ma con Born and Raised, prodotto da Dan Was, accompagnato da Graham Nash e David Crosby e con copiosi riferimenti a Neil Young, a Joni Michell e alla leggendaria stagione losangeliana di Laurel Canyon, ha consolidato il posizionamento nel country blues di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[John Mayer è un tipo complicato. Musicalmente è nato  in ambiente pop, ma con Born and Raised, prodotto da Dan Was, accompagnato da Graham Nash e David Crosby e con copiosi riferimenti a Neil Young, a Joni Michell e alla leggendaria stagione losangeliana di Laurel Canyon, ha consolidato il posizionamento nel country blues di qualità. Un tragitto tortuoso che è niente rispetto all’intreccio con la vita privata. Atteggiamenti ribaldi, interviste da ubriaco, ex fidanzate famose di cui ha raccontato particolari non proprio da gentleman. Jessica Simpson era puro «napalm sessuale», ha raccontato a Playboy, una specie di droga del piacere per cui avrebbe anche venduto sua madre se la ragazza gli avesse chiesto diecimila dollari, ahem, a dose. Jennifer Aniston, nell’eterna parte di Jennifer Aniston, pare l’abbia lasciato perché lui tuittava troppo. La diciannovenne star del country Taylor Swift, sedotta e abbandonata, non gliele ha mandate a dire con la canzone Dear John: «Caro John, capisco tutto adesso che te ne sei andato, ma non pensi che ero troppo giovane per  essere usata per un gioco? Forse la colpa è mia e del mio cieco ottimismo. O forse tua e dei tuoi bisogni malati di dare amore e poi di riprendertelo. So che aggiungerai il mio nome alla  tua lunga lista di persone tradite che non capiscono».
<p>Con Born and raised, John Mayer vuole far sapere alle ragazze che è cambiato, che non è più quello di una volta, che si è cancellato da Twitter. Si è trasferito sotto i cieli blu del Montana, come nelle migliori operazioni di marketing, e ora prova a cantare belle canzoni di redenzione. Non sempre romanticissime, in realtà: «Be’, Olivia è già presa. C’è solo un uomo in questo mondo che dorme accanto a lei. Ma non voglio rubarla, non si toglie l’amore a un uomo. Ma se Olivia bussasse alla mia porta, devo dire che la farei entrare» (Something like Olivia). Ci sono anche le timidissime scuse alla povera Swift: «Sono una brava persona, con un cuore grande così&#8230; Non sono uno che fa casini. Non ho mai voluto farle male, ma so bene di averle reso la vita difficile» (Shadow days). Niente per Jennifer Aniston.
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		<title>Gommalacca/99</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 12:53:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
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		<description><![CDATA[In attesa di un nuovo disco di Sufjan Stevens, eroe indie-folk di questa colonna, siamo andati alla ricerca di epigoni del grande e romantico frullatore di suoni del Michigan ora di stanza a Brooklyn. 
Ne abbiamo trovati due. Mike Hadreas, nome d’arte Perfume Genius, e Gabriel Levine, leader dei Gabriel &#038; The Hounds. Sono diversi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[In attesa di un nuovo disco di Sufjan Stevens, eroe indie-folk di questa colonna, siamo andati alla ricerca di epigoni del grande e romantico frullatore di suoni del Michigan ora di stanza a Brooklyn. 
<p>Ne abbiamo trovati due. Mike Hadreas, nome d’arte Perfume Genius, e Gabriel Levine, leader dei Gabriel &#038; The Hounds. Sono diversi l’uno dall’altro e, in fondo, anche perfettamente distinguibili da Sufjan Stevens.
<p>Perfume Genius è di Seattle e il suo Put Your Back N.2 It è una via di mezzo tra il Sufjan Stevens di Seven Swans e Antony and The Johnsons. Gabriel Levine è nato a Singapore da madre di Bali ma è cresciuto con il padre a Brooklyn e il suo Kiss full of teeth occupa il pericoloso incrocio tra il pop dei Coldplay, la britishness degli Smiths, le marcette dei Beirut, l’orchestralità da camera dei Sigur Ros, l’art rock dei Velvet Underground, l’immancabile richiamo agli spaghetti western e ovviamente la magia di Sufjan Stevens. Sembrerebbe un pasticcio, ma invece il disco funziona e sorprende, anche perché a suonare con Gabriel ci sono proprio Stevens, Jonsi dei Sigur Ros e  i musicisti dei Beirut, dei National e dei Clap Your hands say yeah. 
<p>Put Your Back N.2 di Perfume Genius è un viaggio personale, morboso e delirante intorno ai comportamenti umani. Perfume Genius racconta con poetica inquieta e ingenua la sua omosessualità, gli abusi subiti dalla madre da parte del nonno, gli istinti suicidi di chi scopre di non essere normale, l’inevitabile dipendenza dalle droghe e anche la tendenza a prostituirsi per riuscire finalmente a essere amati. E poi storie improbabili di uomini che girano film porno per pagare le medicine alla moglie e di violini ripieni di corpi umani ricoperti di seme maschile e poi appesi alla ringhiera assieme al bucato. Non è, insomma, un disco da consigliare ad adolescenti che parlano inglese. La musica però è celestiale. 
<p>Kiss full of teeth dei Gabriel &#038; The Hounds è certamente più sereno, ma solo un poco. «Un bacio pieno di denti» non è il massimo della vita, non è per niente passionale, non trasmette amore. Ma resta un bacio e talvolta ci si deve accontentare anche solo di questo. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/4uKO2VBI8Kw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Megachange 2050</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 20:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di leggere Megachange &#8211; The world in 2050, il saggio curato da Daniel Franklin e John Andrews per l&#8217;Economist, ero molto preoccupato: nel 2050 mia figlia Anna, nata meno di un mese fa, avr&#224; 38 anni e da ansioso neofita della paternit&#224; mi interrogavo in che mondo avrebbe vissuto. Megachange mi ha rassicurato: vivr&#224; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prima di leggere Megachange &ndash; The world in 2050, il saggio curato da Daniel Franklin e John Andrews per l&#8217;Economist, ero molto preoccupato: nel 2050 mia figlia Anna, nata meno di un mese fa, avr&agrave; 38 anni e da ansioso neofita della paternit&agrave; mi interrogavo in che mondo avrebbe vissuto. Megachange mi ha rassicurato: vivr&agrave; meglio di noi. Suona molto panglossiana, questa previsione da migliore dei mondi possibili.<br />
Una sventagliata di ottimismo eccessivo, visto che intorno sembra che tutto stia per crollare. Ma a differenza del dottor Pangloss, ideato da Voltaire in Candido per confutare l&#8217;ottimismo a oltranza del filosofo tedesco Leibniz, quelli dell&#8217;Economist sono solitamente noti per tenere i piedi saldamente per terra. <br />
Nessuno pu&ograve; pensare che la tradizionale austerit&agrave; e il tipico rigore del settimanale britannico siano stati contagiati dalla frivola e spensierata filosofia dell&#8217;happy-go-lucky.<br />
Eppure, si legge nell&#8217;introduzione, Megachange &egrave; un libro razionalmente ottimista o, perlomeno, fiducioso che con le scelte politiche e strategiche corrette sia davvero possibile un mondo migliore, anche al netto di quegli eventi isolati e inaspettati capaci di cambiare improvvisamente il corso delle cose che lo studioso Nassim Taleb definisce &laquo;cigni neri&raquo;.<br />
A leggere i venti saggi contenuti in Megachange, nel 2050 il mondo sar&agrave; pi&ugrave; ricco, pi&ugrave; sano, pi&ugrave; connesso, pi&ugrave; sostenibile, pi&ugrave; produttivo, pi&ugrave; innovativo, pi&ugrave; istruito, con meno diseguaglianze tra ricchi e poveri e tra uomini e donne e con maggiori opportunit&agrave; per miliardi di persone. Ci saranno troppe persone, &egrave; vero. Poco cibo per sfamare tutti e un pianeta pi&ugrave; caldo, ma anche pi&ugrave; posti di lavoro, alternative alimentari e una soluzione possibile per il surriscaldamento terrestre (anche se la soluzione, secondo la previsione di Megachange, sar&agrave; la scoperta della vita in altri pianeti).<br />
Gli Stati oggi sembrano Leviatani pronti a crollare sotto il peso di costi sociali insostenibili e di popolazioni sempre pi&ugrave; anziane, ma gli analisti dell&#8217;Economist prevedono un&#8217;alternativa pi&ugrave; rosea per il futuro delle nazioni, grazie a una serie di riforme lungimiranti, da attuare adesso, in grado di contenere la spesa per le pensioni e per la sanit&agrave;. Gli Stati del 2050 potrebbero essere pi&ugrave; in forma, pi&ugrave; efficienti, pi&ugrave; smart rispetto a quelli di oggi.<br />
Come ha scritto Adrian Wooldridge, &laquo;la distruzione creativa di cui parlava Joseph Schumpeter ci sta portando in un posto migliore&raquo;. Siamo tutti convinti di vivere in un periodo di particolare turbolenza, ma secondo l&#8217;economista austriaco molto amato dall&#8217;Economist c&#8217;&egrave; una precisa logica dietro questa turbolenza: gli imprenditori generano ininterrottamente innovazioni capaci di creare un vantaggio temporaneo rispetto ai concorrenti. Queste innovazioni creano scompiglio perch&eacute; i concorrenti provano ad adeguarsi ai nuovi business e le istituzioni faticano ad adattarsi alla nuova realt&agrave;. Ma &egrave; una turbolenza positiva, che spiega la nostra epoca di cambiamento perpetuo.<br />
Verrebbe da urlare evviva, senonch&eacute; &egrave; lo stesso saggio dell&#8217;Economist a mettere in guarda dalle previsioni perentorie, spesso sbagliate, fatte nel passato. Da quelle di chi diceva di essere certo che non ci sarebbero state pi&ugrave; guerre, a pochi mesi dallo scoppio della Prima guerra mondiale, a quelle di chi scommetteva su un fortissimo rialzo dei mercati azionari americani una settimana prima del crollo della Borsa di New York del 1929. <br />
Nessuno, ovviamente, pu&ograve; essere sicuro del futuro, ma gli analisti della grande famiglia allargata dell&#8217;Economist sostengono che valga la pena tentare di immaginarselo, sia pure con raziocinio, anche perch&eacute; prevedere che cosa accadr&agrave; nel 2050 &egrave; pi&ugrave; semplice che anticipare gli eventi del prossimo anno. <br />
Alcuni aspetti importanti dei prossimi decenni, sostengono i curatori del libro, sono facilmente prevedibili. La demografia, innanzitutto. Ci sono voluti 250mila anni prima che la popolazione mondiale raggiungesse quota un miliardo, nel 1800. Sono trascorsi invece soltanto una dozzina d&#8217;anni per aggiungere l&#8217;ultimo miliardo di abitanti del pianeta, che ha portato il totale, nell&#8217;ottobre 2011, a oltre sette miliardi. Nel 2050 saranno nove miliardi. Questi sono cambiamenti su grande scala e a velocit&agrave; incredibili. Megachange, appunto.<br />
Le tecnologie e la globalizzazione in pochissimo tempo hanno cambiato il mondo, incidendo in modo sensibile sulla vita della gente, sulle politiche delle nazioni, sulle strategie delle imprese, sulle prospettive del pianeta. Il libro prova a individuare le tendenze che stanno trasformando il pianeta. Il metodo scelto dalla redazione dell&#8217;Economist &egrave; partire dal passato, in modo da fornire ai lettori un&#8217;idea chiara della natura e della portata del cambiamento. I risultati sono spesso sorprendenti. Anthony Gottlieb prevede che la religione avr&agrave; un peso inferiore nel mondo in via di sviluppo, nonostante ultimamente la sensazione sia opposta. Zanny Minton Beddoes assicura che nei Paesi ricchi le diseguaglianze economiche diminuiranno.<br />
Nel 2050 la Cina crescer&agrave; soltanto del 2,5 per cento, dice Simon Cox, mentre l&#8217;Asia torner&agrave; a pesare, come nel 1820 e nei secoli precedenti, per pi&ugrave; di met&agrave; dell&#8217;economia mondiale. Questo per&ograve; non significa che l&#8217;inglese perder&agrave; il ruolo di lingua franca o che gli scienziati cinesi guideranno il mondo, a meno che il regime di Pechino dovesse aprirsi fino ad accettare quella piena libert&agrave; intellettuale che &egrave; precondizione per la circolazione delle idee e delle scoperte scientifiche. Edward Lucas sostiene che nei prossimi quarant&#8217;anni la democrazia far&agrave; passi da gigante nei Paesi autoritari e arretrer&agrave; in quelli liberi. Se saremo fortunati le nuove tecnologie trasformeranno gli Stati in fornitori di servizi ritagliati specificamente sulle esigenze dei cittadini, cos&igrave; come oggi gli algoritmi di Amazon sono capaci di individuare i gusti letterari e musicali del cliente. Potrebbe andare peggio, scrive Lucas proiettando nel futuro una delle grandi ossessioni dell&#8217;Economist: Silvio Berlusconi. Se saremo sfortunati, scrive, potremmo invece essere governati da politici a met&agrave; tra Berlusconi e Putin, cinici, bari e manipolatori dei media. Insomma, male che vada, nel 2050 sar&agrave; esattamente come adesso.<br />
Christian Rocca</p>
<p>Secondo l&#8217;Economist, sar&agrave; un mondo bellisssimo, male che vada avremo Berlusconi. <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-05-17/megachange-2050-112922.shtml?uuid=AbiGHtdF">Articolo</a> del titolare su Rane, la pluripremiata sezione culturale di IL.</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/YV8Q9zJqBFA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/98</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 20:11:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;anno in cui Bruce Springsteen, Leonard Cohen e Neil Young hanno pubblicato o stanno per uscire con un nuovo e celebrato album si sentiva la mancanza del Grande Vecchio: Sua Bobbità Dylan. A colmare la lacuna ci ha pensato Amnesty International, meritoria associazione in difesa dei diritti umani, con un disco quadruplo di cover dylaniane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nell&#8217;anno in cui Bruce Springsteen, Leonard Cohen e Neil Young hanno pubblicato o stanno per uscire con un nuovo e celebrato album si sentiva la mancanza del Grande Vecchio: Sua Bobbità Dylan. A colmare la lacuna ci ha pensato Amnesty International, meritoria associazione in difesa dei diritti umani, con un disco quadruplo di cover dylaniane confezionato per festeggiare il cinquantesimo compleanno dell’organizzazione e il primo mezzo secolo di carriera di Bob Dylan. Le canzoni sono settantasei. Il disco si apre con Johnny Cash che canta One too many morning assieme ai favolosi Avett Brother e si chiude con Dylan che canta Chimes of Freedom, la canzone che dà il titolo all’album.</DC> In mezzo c’è di tutto: versioni senza personalità, adattamenti imbarazzanti, arrangiamenti sorprendenti, rielaborazioni wow. Le canzoni di Dylan hanno una caratteristica comune: sono di Dylan perché le canta lui, con quella voce stridula e gracchiante. In mano a chiunque altro diventano un’altra cosa, con l’eccezione di One of us must know (sooner or later) cantata da Mick Hucknall come un clone di Dylan. Ci sono anche casi strani: i Gaslight Anthem suonano Changing of the guards come se fosse un pezzo di Springsteen, mentre Michael Franti canta Subterreranea homesick blues al modo di Jovanotti. Appropriarsi di Dylan spesso è un bene, come dimostrano Patty Smith, Bettye Lavette e Adele. Le versioni più riuscite della collezione sono quelle metalliche di Rise Against, di Tom Morello e della Dave Matthews Band.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/OPm5_MDU5Lo" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>La Costituzione più bella del mondo. No, non è la nostra</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 20:08:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[No, la nostra non è la Costituzione più bella del mondo. Siamo cresciuti, è vero, con l&#8217;idea opposta, quella di vivere nel migliore dei mondi costituzionali possibili. Ma è una favola che sarebbe finalmente il caso di smettere di raccontare. In questi anni chiunque abbia messo in dubbio l&#8217;attualità e l&#8217;efficacia della nostra Carta, nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[No, la nostra non è la Costituzione più bella del mondo. Siamo cresciuti, è vero, con l&#8217;idea opposta, quella di vivere nel migliore dei mondi costituzionali possibili. Ma è una favola che sarebbe finalmente il caso di smettere di raccontare. In questi anni chiunque abbia messo in dubbio l&#8217;attualità e l&#8217;efficacia della nostra Carta, nei principi ancora più che nelle procedure, è stato accusato di essere un pericoloso sovversivo.
<p>E, questo, nonostante nei decenni si sia affermata una prassi costituzionale – la cosiddetta &#8220;Costituzione materiale&#8221; esplicitamente teorizzata da Costantino Mortati – con cui la Costituzione originale è stata disapplicata e il dettato dei 139 articoli interpretato a piacere (avete notato, poi, che chi urla «giù le mani dalla Costituzione» si dimentica sempre che la Costituzione stessa, all&#8217;articolo 138, stabilisce le regole per cambiarla?).
<p>Nessuno nega che il testo del 1948 abbia svolto un compito importante e decisivo nell&#8217;Italia post fascista né che sia stato a lungo tutela e garanzia democratica di un Paese uscito malamente dalla dittatura mussoliniana. Ma dalla fine della Seconda guerra mondiale sono trascorsi sessantaquattro anni, e ventidue dalla caduta del Muro di Berlino. Non che il problema sia l&#8217;anzianità della Carta. L&#8217;età non c&#8217;entra niente con la sua inadeguatezza. Alcune Costituzioni, quelle nate nel modo giusto, addirittura migliorano con gli anni. La Costituzione americana, nata come esperimento democratico inaudito, è di due secoli fa ma ancora adesso è fresca come un fiore. La Costituzione non scritta inglese, anche se non confinata dentro un testo rigido e, per ciò, più facilmente adattabile ai nuovi tempi pur nella continuità della tradizione giuridica, è più antica di quella americana e funziona che è una meraviglia (via Montesquieu, duecento e rotti anni fa, è stata addirittura presa a modello dai Padri fondatori americani nonostante cercassero idee per affrancarsi definitivamente dalla Corona inglese).
<p>La Costituzione italiana è di un altro tipo: non è il prodotto di una rivoluzione democratica e liberale, non è frutto di una lotta di liberazione nazionale, ma è figlia di un particolare incrocio storico e politico post bellico. La nostra Costituzione è nata dalla devastazione di un Paese sconfitto e per molti versi è stata anche un ottimo compromesso ideologico che ci ha consentito di superare la Guerra civile e di allentare le tensioni tra i blocchi contrapposti. Se fino agli anni Settanta siamo stati l&#8217;unica democrazia del Mediterraneo, un Paese capace di superare la drammatica stagione del terrorismo rosso e una nazione in grado di ridurre a triste caricatura i tentativi di golpe della destra, il merito è anche di quel testo redatto dai Padri fondatori della nostra Repubblica.
<p>Oggi però non è più così. Siamo tutti consapevoli che la Costituzione del 1948 non è più all&#8217;altezza della situazione. Altrimenti non si spiegherebbero i tentativi di cambiarla, compresi quelli recentissimi di Alfano, Bersani e Casini, né lo scollamento tra ciò che prevede il testo scritto e la prassi costituzionale. Ma finché non capiremo che i piccoli aggiustamenti non sono sufficienti, che qualche ritocco qua e là è soltanto un palliativo, che serve a poco limare questo o aggiungere quell&#8217;altro, difficilmente saremo capaci di affrontare le sfide della globalizzazione e della modernità.
<p>Nelle pagine successive, Stefano Folli racconta perché nel passato sono falliti le proposte di modernizzare le nostre istituzioni, Sofia Ventura spiega in quale clima politico nascono le Costituzioni che funzionano, Stefano Pistolini ripercorre l&#8217;irripetibile febbre rivoluzionaria, egalitaria e sperimentale che travolse Filadelfia nel 1776, Edoardo Camurri nota con divertimento come le regole che gli adulti impongono ai bambini nell&#8217;Italia del 2012 siano in realtà il paradigma del nostro Paese e un&#8217;agenda programmatica per il i nostri nipoti.
<p>Non spetta a IL entrare nel merito dei principi e delle regole da cambiare nella Costituzione. Rientra però nei compiti di una rivista di attualità ribadire che la Costituzione va cambiata, ok, ma non a spizzichi e bocconi, non rubacchiando una norma alla Quinta repubblica francese e il resto al cancellierato tedesco o al presidenzialismo degli Stati Uniti. Le Costituzioni non nascono a tavolino. Il tentativo di migliorare la Carta con interventi rapsodici e successivi è stato il grande errore di questi anni. A confusione si è aggiunta confusione. A problemi si sono sommati altri problemi. Qualche miglioramento c&#8217;è anche stato, ma a danno di una visione di insieme, di un sistema coerente, di regole chiare.
<p>Negli anni Novanta, l&#8217;Italia ha introdotto leggi elettorali prima per tre quarti maggioritarie e per un quarto proporzionali, poi tornate proporzionali con super premio di maggioranza. Ma queste leggi sono state innestate in un sistema istituzionale parlamentare che è rimasto immutato e che mal si è conciliato con l&#8217;elezione diretta (di fatto) del presidente del Consiglio. Da qui gli scontri istituzionali tra Governo e capo dello Stato. Il ruolo del capo dello Stato fa storia a sé. Siamo cresciuti con l&#8217;idea, da Costituzione più bella del mondo, che il nostro presidente della Repubblica non avesse poteri e fosse una specie di badante della Costituzione col compito unico di tagliare nastri e accarezzare i bambini. In forza di tale mostruosità costituzionale, dettata dalla repulsione per le «derive plebiscitarie», il posto al Quirinale è stato a lungo riservato a un tecnico, a un notaio, a un garante, meglio se anziano e senza carisma, con l&#8217;unico obiettivo politico di farci trascorrere sette anni di noia istituzionale. Ma è un falso costituzionale. Lo dimostrano sia la Costituzione scritta sia la più recente prassi che da Oscar Luigi Scalfaro è giunta indenne fino a Giorgio Napolitano.
<p>I presidenti italiani pongono veti sui ministri, possono addirittura promuovere ribaltamenti dei risultati elettorali o governi d&#8217;emergenza del tutto privi di legittimità popolare, ma sempre nel pieno rispetto della lettera e dello spirito della Costituzione e nonostante le mini riforme politiche degli anni Novanta ci avessero convinto che spetta agli elettori scegliere direttamente il Governo e il premier. In realtà non è vero che il presidente della Repubblica italiana non abbia poteri. Semmai non esiste da nessuna altra parte che un presidente non eletto dal popolo abbia la quantità e la qualità dei poteri politici a disposizione del Quirinale. Il capo dello Stato è titolare dei due strumenti politici fondamentali in qualsiasi sistema democratico: spetta a lui sciogliere le Camere e a lui nominare il presidente del Consiglio, anche non tenendo conto del risultato delle urne.
<p>Il nostro capo dello Stato ha il potere di convocare il Parlamento in seduta straordinaria e di indirizzare il dibattito politico inviando messaggi formali. Il capo dello Stato, se gli garba, può rimandare alle Camere una legge approvata dai rappresentanti del popolo. I disegni di legge del Governo devono essere autorizzati dal presidente, il quale è anche il capo delle Forze armate e presiede il Consiglio supremo di difesa, cioè è titolare di uno degli strumenti più importanti di politica estera, oltre che di sicurezza nazionale. In quella sede, e con questi poteri, Carlo Azeglio Ciampi ha impedito al governo Berlusconi di partecipare all&#8217;intervento militare in Iraq, al contrario di quanto fece Scalfaro con il governo D&#8217;Alema ai tempi del Kosovo. Il presidente nomina cinque senatori a vita con cui può cambiare la maggioranza al Senato. Può sciogliere i consigli regionali, presiede l&#8217;organo di autogoverno della magistratura, nomina un terzo dei giudici costituzionali e può annullare reato e pena con la grazia. Sono poteri pienamente politici che sarebbe meglio fossero esercitati alla luce del sole, in modo moderno da un vero leader politico. Napolitano lo sta facendo, con molto garbo e grande senso dello Stato, e non importa che non sia stato eletto al Quirinale dal corpo elettorale. Il famoso titolo dell&#8217;Espresso, «Re Giorgio», lasciava intendere che Napolitano fosse andato in qualche modo oltre la Costituzione. Invece no, la Costituzione era stata disattesa nel passato.
<p>Accenni presidenzialisti, malgrado si dica il contrario, sono presenti nella lettera della Costituzione. C&#8217;è di più: la necessità del governo tecnico di Mario Monti di trovare di volta in volta in Parlamento i voti per le sue proposte ricorda, di fatto, il sistema americano con la netta divisione dei poteri più che un sistema tipicamente parlamentare. 
C&#8217;è da ripartire da zero. Modificare questo o quel potere, assegnarne o cancellarne altri, limitare le prerogative di questo o quell&#8217;organo è pura alchimia costituzionale, gioco a incastri per secchioni della politica. Ma le Costituzioni non sono puzzle. La riforma del titolo V della Costituzione, la successiva e sconclusionata introduzione di qualche principio federalista, l&#8217;eterno dibattito sul ruolo della magistratura e ora la discussione sul pareggio di bilancio e sulla libertà d&#8217;impresa sono cose che magari prese singolarmente hanno un senso, ma aggiunte a un&#8217;organizzazione dello Stato centralista e consociativa diventano facilmente indigeste.
<p>Se il problema fosse soltanto quello del funzionamento degli organi costituzionali, non saremmo neanche messi male. Piero Ostellino sostiene da anni, pressoché solitario, che la causa principale del ritardo del nostro Paese sia la struttura socio-economico-costituzionale ancora collettivista, dirigista, corporativa. Abbiamo un ordinamento giuridico che non si fonda sull&#8217;individuo ma sul lavoro, su un&#8217;astrazione collettiva stabilita dall&#8217;articolo 1 della Carta. Secondo Ostellino sono i principi della Costituzione, ancora più che le regole, a essere superati. Difficile dargli torto. L&#8217;articolo 2 chiede ai cittadini «l&#8217;adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; il 4 il «dovere di svolgere&#8230; un&#8217;attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»; il 33 vincola a «un esame di Stato» l&#8217;abilitazione a svolgere una professione; il 35 subordina «la libertà di emigrazione» all&#8217;«interesse generale»; il 41 dice che «l&#8217;iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale»; il 42 statuisce che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che&#8230; ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale». 
Se il problema fosse soltanto quello del funzionamento degli organi costituzionali, non saremmo neanche messi male. Piero Ostellino sostiene da anni, pressoché solitario, che la causa principale del ritardo del nostro Paese sia la struttura socio-economico-costituzionale ancora collettivista, dirigista, corporativa. Abbiamo un ordinamento giuridico che non si fonda sull&#8217;individuo ma sul lavoro, su un&#8217;astrazione collettiva stabilita dall&#8217;articolo 1 della Carta. Secondo Ostellino sono i principi della Costituzione, ancora più che le regole, a essere superati. Difficile dargli torto. <p>L&#8217;articolo 2 chiede ai cittadini «l&#8217;adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»; il 4 il «dovere di svolgere&#8230; un&#8217;attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»; il 33 vincola a «un esame di Stato» l&#8217;abilitazione a svolgere una professione; il 35 subordina «la libertà di emigrazione» all&#8217;«interesse generale»; il 41 dice che «l&#8217;iniziativa economica privata è libera», ma «non può svolgersi in contrasto con l&#8217;utilità sociale»; il 42 statuisce che «la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che&#8230; ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale». 
<p>Il problema, scrive Ostellino, è che spetta a chi detiene il potere stabilire che cosa siano «il progresso della società», «l&#8217;interesse generale», «l&#8217;utilità e la funzione sociale». Le potenzialità illiberali di questi principi astratti, più che la Costituzione più bella del mondo, ricordano «l&#8217;edificazione del socialismo» in Unione Sovietica e «il pensiero del Duce» nell&#8217;Italia fascista.
<p>Il presidente Giorgio Napolitano ci scuserà se qui a IL, grazie a una celebre copertina dell&#8217;Economist su un nostro ex premier, ci siamo sinceramente convinti che la Costituzione del 1948 e gli acrobatici tentativi di modificarla a tavolino sono unfit to lead Italy. Inadeguati a guidare l&#8217;Italia. 
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		<title>Gommalacca/97</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 17:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che talent show, nell’ultimo decennio le case discografiche si sono specializzate nel creare i «talenti sprecati show». Un modo, per la verità molto remunerativo, di rovinare il futuro artistico di ragazzi promettenti, anzi soprattutto di ragazze promettenti e anche molto carine. Gli esempi sono più d’uno: da Diana Krall a Corinne Bailey Rae. Brave, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Altro che talent show, nell’ultimo decennio le case discografiche si sono specializzate nel creare i «talenti sprecati show». Un modo, per la verità molto remunerativo, di rovinare il futuro artistico di ragazzi promettenti, anzi soprattutto di ragazze promettenti e anche molto carine. Gli esempi sono più d’uno: da Diana Krall a Corinne Bailey Rae. Brave, belle, capaci, ma costrette ad agire dentro il perimetro del pop-jazz da ascensore. Una noia infinita. Deve essere un complotto ordito dalle multinazionali per farci morire di tutti quei pizzichi necessari a rimanere svegli durante l’ascolto delle loro canzoni. 
Norah Jones è l’esempio più eclatante di talento sprecato, benché in questa epoca di fine del mercato discografico riesca comunque a vendere dischi a decine di milioni di copie. La cosa che lascia perplessi è il motivo per cui le major non provino a vendere altrettante copie sfruttando in pieno il talento della ragazza e appellandosi, come diceva Abramo Lincoln, ai migliori angeli della nostra natura, invece che all’easy listening da tinello. 
A 33 anni Norah Jones deve averlo capito e finalmente si è ribellata. Già da qualche anno suona con il suo gruppo alternativo, i Little Willies, senza infamia e senza lode. L’anno scorso, assieme a Danger Mouse e Jack White, ha partecipato al riuscitissimo progetto Rome di Daniele Luppi, ispirato alla musica degli spaghetti western anni Sessanta. Ora è uscito il suo nuovo disco Little Broken Hearts, prodotto proprio dal mago dei suoni Danger Mouse. Già dalla copertina si intuisce che è successo qualcosa: non c’è più la Norah Jones brava ragazza, ma una Norah Jones in versione femme fatale. Il disco è un gran disco, all’altezza del suo talento. Canzoni piacevoli, musica on the road e rimandi a Rome (All a dream su tutti). Little Broken Hearts è un album a tema unico: il cuore infranto, la malinconia di chi è stato lasciato, la vendetta. In Miriam, Norah Jones immagina di uccidere la sua rivale e canta sul registro di Adele. Ma è She’s 22 la canzone simbolo dell’album, il manifesto della depressione post abbandono amoroso: «Lei ha 22 anni/e ti ama/e non saprai mai quanto questa cosa mi deprime/Lei ti rende felice?/Vorrei tu fossi felice».
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		<title>Gommalacca/96</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 09:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa è la settimana di Jack White, l’anima dei White Stripes e dei meno fortunati Dead Weather. Uno che ama dire di avere tre padri, il papà biologico, Dio e naturalmente Bob Dylan. Nato John Anthony Gillis, una vaga somiglianza con Johnny Depp vestito da Robert Smith dei Cure, Jack White è l’unica vera stella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Questa è la settimana di Jack White, l’anima dei White Stripes e dei meno fortunati Dead Weather. Uno che ama dire di avere tre padri, il papà biologico, Dio e naturalmente Bob Dylan. Nato John Anthony Gillis, una vaga somiglianza con Johnny Depp vestito da Robert Smith dei Cure, Jack White è l’unica vera stella di questi tempi di mesto declino del business musicale e discografico. Il New York Times lo ha definito «la rock star più figa, strana e furba dei nostri tempi». Fosse nato nel 1945 o nel 1955, il chitarrista di Detroit sarebbe venerato come i grandi vecchi del rock. Ma invece è nato nel 1975 e malgrado i successi dei White Stripes non ha mai vissuto quel mondo vellutato e maledetto che ruotava intorno al circo del rock. 
<p>A un certo punto Jack White si è trasferito a Nashville alla scontata riscoperta delle radici della musica bianca, ha messo su una casa discografica di molte pretese e ha costruito uno studio di registrazione che è un gioiello per i suoni analogici, dove il digitale è visto come il diavolo. Ora finalmente è uscito il suo disco solista, Blunderbuss, l’archibugio. 
<p>Un disco importante, questo di Jack White, da ascoltare con serenità malgrado le frequenti schitarrate quasi progressive, le cavalcate con i pianoforti elettrici Wurlitzer e un’atmosfera che spazia dal blues bianco  al jazz rock, ma soprattutto ai Led Zeppelin e agli Who. 
<p>Ci sono da segnalare i testi, infine. Blunderbuss è un disco personale sul divorzio con Karen Elson, top model inglese che con White è diventata cantautrice elegante e raffinata. O forse è tutta finzione. Resta il fatto che a sentire la voce in falsetto di White in Blunderbuss, le donne sono la causa di ogni male. Sono perfide, viziose, fatali, soprattutto responsabili della fine delle relazioni, compresa la sua. Sono talmente un impiccio per l’umanità che, nota White, con i tacchi alti riescono anche a bucare le scialuppe di salvataggio. Lui, Jack, nel racconto si è ritagliato la parte della vittima di tante malvagità. Karen Elson partecipa come corista, e c’è già chi la paragona alla super tollerante Rita Marley che in Exodus cantava quanto fosse meravigliosa l’amante di suo marito Bob.
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		<title>Gommalacca/95</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 08:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ho ancora visto il film di Lucio Pellegrini intitolato È nata una star?, con Rocco Papaleo e Luciana Littizzetto e tratto dal romanzo di Nick Hornby. Gente di cui mi fido non ne è uscita entusiasta, ma mi è piaciuto troppo il film precedente di Pellegrini, Figli delle stelle, per dargliela facilmente vinta. Figli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Non ho ancora visto il film di Lucio Pellegrini intitolato È nata una star?, con Rocco Papaleo e Luciana Littizzetto e tratto dal romanzo di Nick Hornby. Gente di cui mi fido non ne è uscita entusiasta, ma mi è piaciuto troppo il film precedente di Pellegrini, Figli delle stelle, per dargliela facilmente vinta. Figli delle stelle (2010) è stato uno dei film italiani più divertenti degli ultimi tempi, con una storia piena di colpi di scena, tanto da non sembrare per niente uno di quei banali film nostrani girati tra cucinotto e tinello. I dialoghi di Figli delle Stelle sono divertenti, le situazioni paradossali e credibili allo stesso tempo, in quell’ora e mezzo succedono più cose che nel resto della produzione cinematografica italiana degli ultimi anni. Quando quella scombiccherata combriccola di  nevrotici terroristi-per-caso si scioglie a danzare sulle note di Figli delle stelle di Alan Sorrenti non ce n’è più per nessuno, anche se Gommalacca storicamente ha sempre preferito l’altra hit di Sorrenti: Tu sei l’unica donna per me («Dammi il tuo amore/non chiedermi niente/dimmi che/hai bisogno di me/tu sei sempre mia/anche quando vado via/ tu sei l’unica donna per me). 
La musica sembrerebbe ancora più importante in È nata una star?, e non solo perché l’autore del racconto è un noto appassionato come Hornby, quello di Alta Fedeltà. Questa volta, Pellegrini ha affidato la colonna sonora a uno dei migliori cantautori italiani: Dario Brunori, leader dei Brunori Sas, omaggiato su queste colonne a settembre scorso. Trentaquattro anni, di Joggi, frazione di Santa Caterina albanese, in provincia di Cosenza, il baffuto Brunori è una versione remixata di Rino Gaetano, Lucio Battisti, Francesco De Gregori ed Edoardo Bennato degli esordi. Il suo secondo album Vol 2 – Poveri cristi ricorda soprattutto Flavio Giurato, cantautore romano formidabile e dimenticato. Le canzoni di È nata una stella? sono (purtroppo) meno Giurato e più De Gregori-Bennato-Tenco, ma fanno album a sé, quasi fosse un Vol 3, più che una tradizionale colonna sonora. Un gran disco. Brunori sta girando l’Italia in questi giorni (lunedì a Roma, il  3 maggio a Milano) con un tour acustico senza baffi. 
<P>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/1Ep9SP1ZKMI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Intro a La Polizia del pensiero di Paul Berman</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 21:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In 1984, George Orwell si era inventato la &#8220;Thought Police&#8221;, la polizia del pensiero (nella traduzione italiana chiamata la psicopolizia), un espediente narrativo per fornire al sistema totalitario guidato dal Grande Fratello lo strumento di coercizione più invasivo che l&#8217;essere umano potesse immaginare e sopportare: il controllo del pensiero ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro.
Il controllo poliziesco del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[In 1984, George Orwell si era inventato la &#8220;Thought Police&#8221;, la polizia del pensiero (nella traduzione italiana chiamata la psicopolizia), un espediente narrativo per fornire al sistema totalitario guidato dal Grande Fratello lo strumento di coercizione più invasivo che l&#8217;essere umano potesse immaginare e sopportare: il controllo del pensiero ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro.
Il controllo poliziesco del pensiero significava annullamento del pensiero, cancellazione dell&#8217;individuo, schiavitù. «Il Grande Fratello vi guarda», minacciavano le scritte sulle strade di Oceania. I sudditi del regime di conseguenza erano costretti a non pensare. Erano costretti ad annullarsi per evitare guai. «Si doveva vivere (o meglio si viveva, per un&#8217;abitudine, che era diventata, infine, istinto) tenendo presente che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che, a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto», si legge già alle prime pagine di 1984, assieme a Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler uno dei testi letterari definitivi sul totalitarismo.
Che cosa c&#8217;entrano George Orwell e i sistemi totalitari del Novecento con l&#8217;ideologia militante dell&#8217;Islam radicale e la minaccia alla libertà di pensiero di cui parla questo saggio scritto da Paul Berman?
C&#8217;entrano. Oggi, argomenta Berman, l&#8217;Islam radicale si è posto l&#8217;obiettivo politico di restringere i limiti di ciò che è consentito pensare, sia nella società occidentale sia nel mondo islamico. L&#8217;ideologia islamista e le sue squadracce non minacciano soltanto la libertà di espressione, puntano addirittura a controllare la libertà di pensiero. L&#8217;Islam radicale si è trasformato nella psicopolizia del romanzo di Orwell. Se non ce ne accorgiamo, avverte Berman, possiamo dire addio società liberale. 
Paul Berman è un intellettuale americano liberal e di sinistra da anni impegnato a spiegare come la battaglia contro l&#8217;Islam politico è la diretta continuazione della lotta contro gli altri totalitarismi del Novecento, il nazifascismo e il comunismo. In Terrore e liberalismo (Einaudi, 2004), Berman aveva illuminato con precisione la connessione ideologica tra l&#8217;islamismo, il nazionalismo arabo e i movimenti totalitari del ventesimo secolo.
A poco a poco l&#8217;attenzione di Berman si è spostata sugli intellettuali del mondo libero, in particolare quelli che non sono stati capaci di individuare nell&#8217;estremismo islamico, e nemmeno nella dittatura nazionalista di Saddam Hussein, la versione moderna della minaccia totalitaria del secolo scorso. Affrontare e contrastare sul piano delle idee questo pericolo, secondo Berman, non è soltanto la cosa giusta da fare, ma quella moralmente doverosa.
Gli intellettuali, ha scritto Berman nel saggio del 2010 intitolato The Flight of Intellectuals (incomprensibilmente non ancora tradotto in italiano), scappano di fronte alla realtà e non assolvono il loro compito che in teoria è quello di spiegare all&#8217;opinione pubblica che cosa sta succedendo. I maître à penser occidentali vedono la minaccia di un movimento politico autoritario e totalitario che dice di agire in nome dell&#8217;Islam ma, invece di denunciare la barbarie e le intimidazioni, preferiscono fuggire dalle loro responsabilità. Stanno zitti. Rinunciano al loro ruolo. Depotenziano il dibattito. Evitano la discussione. Fanno anche di peggio: accusano i dissidenti e gli spiriti liberi di quelle società, ridicolizzano il loro coraggio. Li disprezzano, anche. Assieme a chiunque prenda le loro difese.
Non è stato sempre così. Nel 1989, il mondo intellettuale si è schierato con Salman Rushdie, quando lo scrittore è stato condannato a morte dalla fatwa religiosa emanata dall&#8217;ayatollah iraniano Khomeini, ma allora non era ancora evidente la capacità di intimidazione dell&#8217;Islam politico. In nome della libertà di espressione, durante il caso Rushdie le guide morali del mondo libero si sono mobilitate a favore dell&#8217;autore dei Versi satanici. I Rushdie dei nostri giorni – da Ayaan Hirsi Ali a Ibn Warraq – sono meno fortunati. Vengono liquidati come personaggi insignificanti, ignoranti, non rappresentativi. Non valgono quanto i leader del movimento islamista che fingono di essere moderati, come Tariq Ramadan.
Secondo Berman, la ragione di questa fuga degli intellettuali è più semplice di quanto possa sembrare: «Pensano sia meglio stare alla larga da autori che definiscono provocatori, temono sia troppo pericoloso sostenerli, sono intimiditi». 
Con la polizia del pensiero a vigilare, l&#8217;intimidazione e la paura diventano sentimenti decisamente più efficaci della rabbia e dell&#8217;orgoglio di chi denuncia l&#8217;oppressione e l&#8217;intolleranza. La nuova riflessione di Berman, contenuta in questo saggio pubblicato da IL in esclusiva italiana, si concentra su un rischio apparentemente lontano per la società aperta, ma che in realtà è più pericoloso e attuale degli atti di violenza terroristica. Un pericolo di tipo orwelliano.
Berman non è solo in questa battaglia. L&#8217;editorialista dell&#8217;Observer britannico, Nick Cohen, su questo tema ha scritto un saggio dal titolo You Can&#8217;t Read This Book (dedicato a Christopher Hitchens, uno che dal caso Rushdie fino al suo ultimo giorno di vita non si è mai dato alla fuga). Cohen sostiene che non è vero che stiamo vivendo un&#8217;epoca di libertà senza precedenti, come si usa dire con un pizzico di ingenuità. Chi offende la religione musulmana, anche solo con una vignetta o con un romanzo, mette a rischio la propria vita. Il risultato diretto è l&#8217;autocensura, la fine della società aperta. A vigilare che tutto vada secondo i precetti ideologici c&#8217;è la polizia del pensiero, temibile per la sua capacità di intimidire e facilitata nel compito coercitivo dall&#8217;abdicazione dell&#8217;élite culturale.
Bruce Bawer, scrittore americano in trasferta in Norvegia, definisce «nuovi Quisling» quegli intellettuali occidentali che si oppongono al dibattito sul totalitarismo musulmano e cercano di controllare la conversazione sull&#8217;Islam in modo che non offenda i suoi principi ideologici. &#8220;Nuovi Quisling&#8221; è un insulto feroce.
Vidkun Quisling è stato il gerarca fascista norvegese che ha governato il suo Paese con il pugno di ferro per conto dei nazisti. Quisling, insomma, è il simbolo del collaborazionismo con il male assoluto. In The New Quislings: How the International Left Used the Oslo Massacre to Silence Debate About Islam, appena pubblicato da Harper Collins ed edito da Adam Bellow, il figlio di Saul, Bawer ha replicato con veemenza a chi ha strumentalizzato la lucida follia assassina di Anders Breivik, il massacratore locale dei ragazzi di Oslo, per delegittimare i pochi critici dell&#8217;ideologia islamista.
Gli articoli di Bawer sono stati citati nel lungo e delirante manifesto lasciato da Breivik e, per questo, con una dose eccessiva di cinismo sono stati successivamente collegati all&#8217;azione omicida del solitario assassino norvegese. Da qui la passione personale, talvolta scomposta, di Bawer nel rilanciare attaccando chi ha approfittato di una strage di adolescenti per silenziare il dibattito sull&#8217;Islam. 
Il saggio di Paul Berman è più sereno, sine ira ac studio, senza ira né pregiudizi, ma il punto di arrivo è lo stesso: la società aperta non si può permettere di ignorare la campagna globale islamista per la limitazione della libertà di pensiero attraverso l&#8217;intimidazione.
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		<title>Via da Kabul e poi? Poi sarà molto peggio</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 20:59:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo tutti stanchi delle missioni militari internazionali, noi italiani, gli americani, tutti quanti. A marzo, in Afghanistan, è stato ucciso il sergente Michele Silvestri, 33 anni, il nostro cinquantesimo caduto in una guerra iniziata oltre dieci anni fa e, per ora, senza una realistica data di scadenza. Cambio di regime, nation building, democratizzazione, sono concetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Siamo tutti stanchi delle missioni militari internazionali, noi italiani, gli americani, tutti quanti. A marzo, in Afghanistan, è stato ucciso il sergente Michele Silvestri, 33 anni, il nostro cinquantesimo caduto in una guerra iniziata oltre dieci anni fa e, per ora, senza una realistica data di scadenza. Cambio di regime, nation building, democratizzazione, sono concetti liberali tornati di moda dopo le stragi di New York e Washington dell&#8217;11 settembre, ma che oggi mostrano i segni del tempo. Siamo tentati dall&#8217;abbandonare tutto, gli americani e anche noi, ma non sappiamo come fare. Non sappiamo che cosa fare.
Chi ha sempre criticato le operazioni militari post 11 settembre, almeno chi lo ha fatto in buona fede senza parteggiare per l&#8217;avversario, spiega che l&#8217;errore è stato ideologico, perché non si poteva realmente pensare di raddrizzare con la punta della baionetta il legno storto di una regione (e di una religione politica) che non ha mai conosciuto società e istituzioni aperte, libere e democratiche. Un ragionamento che sarebbe convincente, se fosse vero. 
L&#8217;America e i suoi alleati non si sono infatuati, con arroganza ideologica mista a ingenuità strategica, dell&#8217;idea di democratizzare il Medio Oriente per risolvere i problemi della regione. Ci sono arrivati, peraltro tardivamente, dopo il fallimento sul campo di tutti gli altri metodi.
Il grande storico militare americano, Victor Davis Hanson (VDH), ricorda che molti anni fa gli Stati Uniti hanno fornito armi ai ribelli afghani per cacciare i russi dopo un decennio di combattimenti. Poi se ne sono disinteressati, come si vorrebbe fare adesso, eppure l&#8217;Afghanistan è diventato il regno medievale dei talebani da dove sono partite le stragi dell&#8217;11 settembre 2001.
La stessa cosa è successa in Iraq nel 1991. Dopo aver cacciato Saddam Hussein dal Kuwait, la coalizione internazionale è tornata a casa. La conseguenza è stata l&#8217;assassinio di massa di curdi e di sciiti da parte di Saddam, dodici anni di no-fly zone, l&#8217;imbarazzante embargo Oil-for-food dell&#8217;Onu. Una volta rimosso Saddam nel 2003, si è pensato di non ripetere l&#8217;errore del 1991 e di aiutare gli iracheni liberati a costruire un nuovo Paese. In dieci anni, gli Stati Uniti hanno speso mille miliardi di dollari e sacrificato alcune migliaia di vite tra Iraq e Afghanistan.
Con tutte le difficoltà, oggi i due paesi sono in una situazione migliore rispetto a prima dell&#8217;intervento, anche se ancora lontani da una condizione di normalità. Ma quali sono le alternative al nation building, ai sacrifici umani, al mastodontico investimento finanziario che oggi appare insopportabile? Le modalità militari del cambio di regime in Libia, guidate dal Nobel per la pace Barack Obama, una volta rimosso Gheddafi non hanno prodotto effetti molto diversi nella fase post dittatoriale. Anche in Libia c&#8217;è il caos. 
Limitarsi a fornire aiuti e sostegno politico, senza intervenire militarmente, non porta stabilità né sopisce i sentimenti anti occidentali, come dimostra l&#8217;Egitto. Con l&#8217;Iran e la Siria, continua VDH, è stato tentato un altro approccio: nessuna relazione diplomatica, alternata a vari tentativi di engagement finiti sempre in modo disastroso.
L&#8217;Iran è a un passo dal dotarsi della Bomba, finanzia il terrorismo internazionale e minaccia l&#8217;esistenza di Israele. La Siria massacra a piacimento, e a migliaia, i suoi stessi cittadini. In passato si è puntato prevalentemente su un&#8217;altra strada, quella del rapporto amichevole con i dittatori per provare a tenerli sotto controllo. Il caso pakistano è l&#8217;emblema del fallimento della teoria dello status quo: con i soldi degli americani, i pakistani si sono dotati della Bomba, hanno provato a venderla clandestinamente ovunque e hanno creato dal nulla i talebani. Non è nemmeno il caso di aprire il capitolo Arabia Saudita, il paese di Bin Laden e di 15 dei 19 stragisti dell&#8217;11 settembre.
Siamo giustamente stanchi delle guerre, ma guai a farsi tentare dal disimpegno. Girarsi dall&#8217;altra parte non risolve niente e semmai facilita i dittatori ad acquisire armi nucleari e i fanatici a immaginare nuovi Ground Zero. Questo vuol dire che poi ci sarà da faticare molto di più.
<P>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/yaegkM46Vbw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/94</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 09:33:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è da ringraziare Dan Auerbach, uno dei due fenomenali Black Keys, per averci finalmente consentito di accogliere nella nostra discoteca un album di Dr. John. Tutti gli appassionati di musica sanno che esiste un certo Dr. John from New Orleans, sciamanico sacerdote del rhythm and blues in salsa cajun, il cui vero nome è Mac [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[C’è da ringraziare Dan Auerbach, uno dei due fenomenali Black Keys, per averci finalmente consentito di accogliere nella nostra discoteca un album di Dr. John. Tutti gli appassionati di musica sanno che esiste un certo Dr. John from New Orleans, sciamanico sacerdote del rhythm and blues in salsa cajun, il cui vero nome è Mac Rebennack. 
<p>Dr. John, per dire, è il musicista che ha dato il titolo, grazie al suo album del 1974 Desitively Bonnaroo, a uno dei più famosi raduni rock del mondo: il festival Bannaroo, «divertimento» nel dialetto di New Orleans, che si tiene ogni anno a Manchester, in Tennessee, e dove lui, Dr. John, ovviamente è ospite di diritto.
<p>Malgrado la rinomata fama di vendicatore vodoo di tutte le ingiustizie sociali e le mille collaborazioni eccellenti è difficile che i suoi dischi, anche quelli dell’epoca d’oro anni degli Settanta, siano mai entrati nelle case di un pubblico europeo. Può sembrare strano ma il circo rock è rimasto estraneo alle carnevalate da mardi gras e alle baracconate da guaritori ambulanti del west cui si è ispirato per indossare la maschera posticcia di dottore del blues. 
<p>L’anno scorso, sullo stesso palco del Bannaroo dove si è esibito anche Jovanotti, il settantenne Dr. John ha suonato con il giovane Auerbach. Quella fortunata collaborazione live tra un gigante in disarmo di New Orleans e un hipster di Akron, Ohio, si è spostata in uno studio di registrazione e il risultato è Locked down, un album imperdibile pubblicato dalla sempre più benemerita etichetta Nonesuch. Avrebbe potuto essere un disastro senza precedenti, questo incrocio intergenerazionale tra la musica creola di un tempo e l’alternative rock alla moda. Auerbach invece è riuscito a far diventare cool lo stregone, al contrario di quei produttori che lo avevano costretto alla caricatura di se stesso. La produzione di Auerbach è rispettosa e catartica, sul modello di Joe Henry con le dimenticate star del soul e di Rick Rubin con Johnny Cash. 
<p>Locked down è decisamente un disco di Dr. John, forse il più bello, apparentemente confusionario con quel mescolare di funk, afro-beat e blues, ma lucidissimo nel rintracciare le radici della musica dei Black Keys.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/mGWQUq6kqNg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Made in Italy, designed worldwide</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2012 19:43:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

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		<description><![CDATA[Una sera a cena in un ristorante milanese ho detto a Mario Bellini (1) che avrei voluto dedicare una copertina di IL al design, l&#8217;eccellenza italiana per antonomasia, un modo come un altro per celebrare quel magnifico circo hipster che sono il Salone del mobile e i suoi mille corollari. Davanti avevo uno dei giganti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Una sera a cena in un ristorante milanese ho detto a Mario Bellini (1) che avrei voluto dedicare una copertina di IL al design, l&#8217;eccellenza italiana per antonomasia, un modo come un altro per celebrare quel magnifico circo hipster che sono il Salone del mobile e i suoi mille corollari. Davanti avevo uno dei giganti della nostra scuola di design, l&#8217;ultimo esponente di quella straordinaria schiera di creatori di oggetti che negli anni Sessanta ha conquistato il mondo apparentemente con divani, lampade, sedie e tavoli, ma in realtà con una cosa sola: lo stile. 
Bellini ha frenato subito il mio entusiasmo amatoriale: «Guarda che &#8220;la scuola italiana di design&#8221; non c&#8217;è più da parecchio tempo». Nel breve intervallo tra l&#8217;antipasto e la pietanza, Bellini ha ribaltato le mie poche e banali certezze sul mito della creatività italiana alla conquista del mondo, ma facendolo ha aperto un mondo molto più interessante da raccontare in una cover story. 
Attenzione, però a non equivocare. Bellini non è uno di quei venerati maestri capace solo di guardare con nostalgia al passato, ai bei tempi che furono, all&#8217;epoca dorata della sua giovinezza. Tutt&#8217;altro. Il suo ragionamento è proiettato in avanti e, al contrario, sottolinea la grande vitalità del nostro sistema paese. 
I grandi designer sono solo occasionalmente italiani, mi ha ribadito Bellini. Ma questo non è affatto un male. Anzi. Intanto perché quello che era l&#8217;intero sistema del design italiano è comunque diventato il perno del nuovo mondo del design globale. Basta dare un&#8217;occhiata alle linee minimaliste del tavolo con cui nel 1962 Bellini, ventisettenne, ha vinto il primo Compasso d&#8217;Oro per capire quanto feconda continui a essere quella irripetibile stagione. 
Punto numero uno: la fine della scuola italiana di design non ci ha fatto perdere il vantaggio strategico nello stile, argomenta Bellini, perché abbiamo un solido sistema di impresari capaci di attrarre i più talentuosi designer del mondo. Non è una cosa da poco. Senza le aziende italiane non ci sarebbero molti dei celebrati designer di oggi. Le cose di design fioriscono in Italia, solo in Italia le sanno sviluppare, fare, comunicare. 
Gli imprenditori italiani, dice Bellini, sono come gli impresari teatrali di una volta: sempre alla ricerca dei migliori talenti su piazza. Ne hanno bisogno per tenere a bada la concorrenza, per diventare più grandi se si è medi, per emergere se non si è conosciuti. I migliori progettisti che ogni anno escono dalle migliaia di scuole di design di tutto il mondo sono subito appetibili dalle aziende italiane, costrette a mantenere e a migliorare le loro scuderie di campioni. L&#8217;impresario intelligente, dice Bellini, prende sia quelli che propongono oggetti invendibili, bizzarri, ma pieni di idee e che magari faranno discutere, sia quelli che progettano prodotti mainstream pronti a diventare un successo di mercato. Con i primi fanno immagine, con gli altri anche fatturato. 
Non siamo più l&#8217;Italia dei Castiglioni, degli Zanuso, dei Magistretti, degli Albini, dei Gardella, degli Scarpa. Non siamo più il Paese capace solo di esportare creatività e bellezza. Siamo la Germania. Siamo noi a importare cervelli, ad attrarre creatività, a reclutare i migliori. Siamo noi a offrire efficienza, tecnologia ed esperienza in grado di concretizzare le idee dei creativi di tutto il mondo. 
La settimana del mobile a Milano è la prova di questa tesi, spiegata dal punto di vista industriale dall&#8217;inchiesta di Paolo Bricco nelle pagine successive. Tutte le grandi città del mondo hanno una settimana del design, ricorda Bellini. Le loro settimane durano una settimana, poi finiscono e ci si rivede l&#8217;anno successivo. Quella di Milano, invece, dura un intero anno. Vengono tutti qui. Tutti. Architetti, artisti, scrittori, editori, fotografi, stilisti, critici d&#8217;arte, storici, giornalisti, produttori, ricercatori di nuove tecnologie, professori universitari, esperti di marketing, studenti e aspiranti designer. Il motivo è uno solo: Milano, la capitale del design che si trova al centro del network di ricerca e produzione dell&#8217;intero sistema. 
Negli anni Sessanta, Bellini era molto più giovane dei venerati maestri del design. Quelli lo guardavano con sospetto, quasi come un intruso. A poco a poco, però, ha cominciato a progettare oggetti incredibili e per venticinque anni non si è fermato un momento, fino alla consacrazione di una mostra personale al MoMa di New York. Ora lo chiamano &#8220;maestro&#8221; – ma lui ogni volta fa gli scongiuri – perché ha reinventato il linguaggio del letto, delle poltrone, dei divani, ha rinnovato le tecniche di costruzione delle sedie, ha anticipato l&#8217;idea dell&#8217;automobile monovolume. Le sue macchine per scrivere e le calcolatrici per Olivetti sono gli iMac di quarant&#8217;anni fa. Il suo mangiadischi colorato e portatile per Grundig/Minerva è l&#8217;iPad del Sessantotto. Mario Bellini ha vinto otto Compassi d&#8217;Oro per il design, ma a metà degli anni Ottanta ha deciso di rallentare la progettazione di oggetti per dedicarsi all&#8217;architettura. Sono suoi il nuovo padiglione delle arti islamiche al Louvre (che verrà inaugurato in autunno), la nuova sede della Deutsche Bank a Francoforte, la Fiera di Milano City con il nuovo centro congressi e molto altro in tutti gli angoli del mondo.
Il ritorno all&#8217;architettura di Bellini avvia un altro ragionamento sulla storia del design italiano. A svolgerlo è sempre lui, questa volta seduto su una Bellini chair grigio chiaro nel suo studio milanese vicino ai Navigli. All&#8217;inizio del secolo scorso i grandi designer erano anche grandi architetti, racconta Bellini, ma a un certo punto c&#8217;è stata una specie di separazione delle carriere. Sono nate le scuole di design, impregnate di ideologia, e sono cresciuti i primi designer puri. Secondo i dogmi di queste scuole, Bauhaus in testa, il design doveva educare il pubblico, doveva diffondere valori egalitari e democratici. Si doveva opporre ai dogmi dello stile. Si professava il good design, il design giusto. Ai tempi si chiamava ancora industrial design, a sottolineare che doveva soddisfare il mito del grande numero e gli istinti puritani. Doveva essere un modo di progettare guidato rigorosamente dal senso della misura e della necessità, quasi al limite del pauperismo. Doveva dotarsi di una maschera pudica in grado di controllare ostentazione e lusso. 
Bellini racconta tutto ciò prendendo le distanze, quasi come Tom Wolfe nel celebre libretto From Bauhaus to Our House, in italiano tradotto con Maledetti architetti, provando a sgombrare il campo del design da quell&#8217;ideologia masochistica e autopunitiva delle origini e da certi progetti pedagogici, velleitari e inutilizzabili (2).
Il merito dei designer italiani, spiega Bellini, è stato quello di cambiare quasi inconsapevolmente queste regole. Ci sono riusciti principalmente perché erano architetti a largo spettro, chiamati a disegnare anche oggetti e arredi con quella naturalezza derivante da un&#8217;equilibrata distanza critica dalle ideologie radicali del design tedesco. Grazie a quella stagione, scherza Bellini, la parola design non ha più alcun significato speciale. Design in inglese vuol dire progetto. Ma quando si dice &#8220;di design&#8221; si intende qualcosa più di un progetto. Anche perché tutto è un progetto. Un oggetto di design però sembra avere un significato liberatorio, catartico, emozionale. Il design è quel tocco in più alle cose che ci circondano, continua Bellini, alle cose che contribuiscono a costruire il manifesto del nostro stile di vita. Uno stile, conclude, seminato ormai in tutto il mondo ma coltivato prevalentemente in Italia.
<p>Christian Rocca
<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-04-12/nuovo-numero-181459.shtml?uuid=AbDNk4MF">Anteprima</a> di IL40, in edicola domattina (venerdì) con Il Sole 24 Ore. <img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/sUEJy-OHxOM" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/93</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 13:16:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[Uno che è figlio di Steve Earle ed è stato chiamato Townes in onore del mito della musica country alternativa Townes Van Zandt non dovrebbe cimentarsi con l’arte delle canzoni, tantomeno del genere cosiddetto “folk delle radici”. La pena per lo sventurato non può che essere un complesso edipico difficile da nascondere. Justin Townes Earle invece ha già fatto quattro dischi, uno più azzeccato dell’altro ed esattamente di quel genere cantautoriale che non avrebbe dovuto sfiorare. 
Suo padre Steve è una specie di Bruce Springsteen minore, più incazzato, più proletario, più rivoluzionario. Uno con la voce a metà tra il Boss e Tom Waits e che dice senza senso del ridicolo di essere più a sinistra di Mao Tse Tung. Il figlio, ormai trentenne, è evidentemente posseduto dal demone del padre, perlomeno a leggere i testi disperati delle sue canzoni. Il primo dei brani di questo suo ultimo album si apre con lui, Justin, che dice di aver appena sentito suo padre alla radio cantare di voler tornare a casa. 
La canzone di Justin si intitola Am I that lonely tonight? (sono davvero così solo stanotte?) ed è sufficiente a inquadrare il problema psicologico di Justin Townes che per il resto, nel nuovo disco Nothing’s gonna change the way you feel me now, canta storie alla Springsteen di ragazzi che vogliono abbandonare il paese in cui sono costretti a vivere. 
<p>In poco tempo, però, Justin Townes Earle si è costruito un seguito e una credibilità che oggi il padre si può sognare, in particolare adesso che si è perso in deliri complottistici alla Giulietto Chiesa. Il disco della svolta di Justin è stato Harlem River Blues. Con Nothing’s gonna change the way you feel me now, Justin ha provato a cambiare stile, sia pure con juicio. Ha aggiunto i fiati ai suoi lamenti folk, come a voler riacchiappare lo spirito del Memphis sound della Stax e delle altre etichette dell’epoca d’oro del soul. Non aspettatevi brani veloci e ritmati, con l’eccezione della banalotta Baby’s gotta a bad idea. Justin Townes Earle resta un cantautore alt country, capace però di presentarsi anche in una veste elegante e leggermente diversa. Tanto, come dice lui, Nothing’s gonna change the way you feel me now, niente potrà cambiare ciò che pensiamo di lui.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/SrzYyC2kCLA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/92</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 09:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell’agosto di due anni fa, su queste colonne si è parlato di Esperanza Spalding, contrabassista jazz allora venticinquenne. Capigliatura afro-chic, bellezza travolgente, tacchi a spillo. Origini nere da parte di padre. Gallesi, ispaniche, native american da parte di madre. Esperanza Spalding aveva già suonato due volte alla Casa Bianca e Obama se l’era portata anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nell’agosto di due anni fa, su queste colonne si è parlato di Esperanza Spalding, contrabassista jazz allora venticinquenne. Capigliatura afro-chic, bellezza travolgente, tacchi a spillo. Origini nere da parte di padre. Gallesi, ispaniche, native american da parte di madre. Esperanza Spalding aveva già suonato due volte alla Casa Bianca e Obama se l’era portata anche a Oslo, dove per la terza volta la musicista di Portland ha omaggiato il presidente nella serata della consegna del Nobel per la pace. Lodata da grandi musicisti e premiata dalla critica, Esperanza aveva mostrato fin dal primo disco grande capacità di mescolare funk, soul e jazz in modo moderno, pop e cool. Il disco di due anni fa, per cui ha vinto a sorpresa il Grammy, si intitolava Chamber Music Society. Era un album acustico, con gli archi, la prima parte di un dittico. Il titolo dell’album successivo sarebbe stato: Radio Music Society. 
<p>Con un leggero ritardo, perché sarebbe dovuto uscire nel 2011, Radio Music Society è arrivato. Anche questo è un disco di sintesi, di rimandi, di citazioni. Non proprio un album originale, ma un compendio molto piacevole della musica nera dei tre decenni Sessanta, Settanta e Ottanta. Funk, rock, jazz e soul, come già nel precedente Chamber, ma Radio Music Society in realtà è molto diverso. Non è acustico, innanzitutto. È un disco molto elettrico. 
<p>Fin dal primo e lungo brano, Radio song, il più bello della collezione, Esperanza riapre una porta sul mondo ovattato e sofisticato di Donald Fagen, se non proprio degli Steely Dan. Ci sono anche echi dei Return to forever di Chick Corea e dell’epica stagione del jazz rock anni Settanta, sottolineati dallo straordinario apporto di musicisti che hanno attraversato i generi come Joe Lovano al sassofono e Jack DeJohnette alla batteria. Il sound ricorda anche Stevie Wonder, uno dei miti di Esperanza Spalding. Nei brani lenti, la sua voce ricorda la Joni Mitchell degli album jazz e del capolavoro Shadows and light, quello con Pat Metheny alla chitarra, Jaco Pastorius al basso e Michael Brecker al sassofono. Miglior complimento non si potrebbe fare. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/BbBNVSzooGI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Manuale di giornalismo</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 09:53:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 2 maggio del 2000, mentre chiedeva al Parlamento la fiducia al suo governo, Giuliano Amato disse solennemente che con la formula «leadership collettiva» intendeva più Habermas che Verderami. Aveva in mente più lo «spazio pubblico» individuato dal filosofo tedesco Jurgen Habermas che la spartizione dei posti di governo insinuata sul Corriere della Sera dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il 2 maggio del 2000, mentre chiedeva al Parlamento la fiducia al suo governo, Giuliano Amato disse solennemente che con la formula «leadership collettiva» intendeva più Habermas che Verderami. Aveva in mente più lo «spazio pubblico» individuato dal filosofo tedesco Jurgen Habermas che la spartizione dei posti di governo insinuata sul Corriere della Sera dal più bravo dei retroscenisti italiani, Francesco Verderami. 
<p>Quella felice battuta di Amato, pronunciata nell’Aula di Monte Citorio, fotografava uno dei tratti caratteristici del giornalismo politico italiano. Quello che Alessandro Barbano, vicedirettore del Messaggero, nel suo Manuale di giornalismo appena pubblicato da Laterza definisce «lo slittamento della politica», ma anche del giornalismo, «da una dimensione pubblica-civile a una privata-confidenziale». Il giornalismo italiano, si legge nel libro di Barbano scritto in collaborazione con Vincenzo Sassu, ha accompagnato il passaggio dalla prima alla seconda repubblica trasformando il tradizionale, noioso e ingessato “pastone” di notizie dal Palazzo in una rappresentazione quasi ludica delle vicende politiche attraverso il non detto, le confidenze, i si dice. Il retroscena, appunto. 
<p>Il retroscena all’italiana, spiegano gli autori, però è molto diverso dal modello originario anglosassone, dove è chiaramente diretto a illuminare zone d’ombra o lati oscuri delle vicende pubbliche. Da noi, invece, il retroscena riguarda spesso ricostruzioni di pensieri, umori, punti di vista e deduzioni del giornalista, quasi sempre attribuite tra virgolette, cioè testualmente, ai protagonisti anche se è assai improbabile che abbiano parlato direttamente con il cronista. «Non si può non notare il rischio distorsivo di questa comunicazione», scrive Barbano. Succede, infatti, che quando il leader politico non si riconosce in quelle indiscrezioni riferite tra virgolette, prova inutilmente a smentirle. L’ultima parola spetta al giornalista pronto a ribadirne la veridicità sulla base dell’attendibilità della fonte, dichiarata tale unilateralmente e comunque tenuta segreta. «In sostanza – scrive Barbano – la dichiarata riservatezza delle frasi riportate funge da esimente per il giornalista di fronte all’eventualità di una smentita, sottraendolo all’obbligo di fornire prova della loro veridicità».
<p>Il libro di Barbano, professore di Giornalismo politico ed economico alla Sapienza di Roma, è un classico manuale di giornalismo, immaginato per essere adottato nelle scuole di formazione professionale. Spiega come si scrivono gli articoli, mostra le regole base, introduce all’arte della titolazione, elenca i vari modelli internazionali, ricostruisce la vita di redazione, racconta il citizen journalism, anticipa l’integrazione con i social media, definisce i confini etici e deontologici, indaga sui rapporti con i sistemi democratici e non nega la crisi globale dell&#8217;industria.
<p>Ma sia pure tra le righe, e senza per questo trasformarsi in pamphlet polemico, il Manuale di giornalismo di Alessandro Barbano illumina con precisione i mali del giornalismo italiano. Non solo il retroscenismo gossiparo che conduce a un «ping pong al ribasso tra politica e giornalismo», ma soprattutto il processo di omologazione dei giornali avviato negli anni Novanta, quando secondo le leggende redazionali, mai credibilmente smentite, i direttori e i capiredattori del Corriere della Sera, Repubblica, Stampa e Unità si telefonavano per concordare la gerarchia delle notizie di prima pagina del giorno successivo. Il fenomeno dei “giornali fotocopia”, argomento cui Barbano nel 2003 ha dedicato un altro saggio, è ulteriormente alimentato dalla diffusione delle tecnologie e dal costante timore autoreferenziale dei giornalisti di bucare le notizie pubblicate dagli altri. Il suggerimento di Barbano è fregarsene. Ciascuno faccia le proprie scelte. Senza curarsi degli altri.
<p>La ricerca dell’uniformità ha danneggiato maggiormente le testate regionali e locali, costrette da questa tendenza omologante a perdere la loro specificità e a diventare duplicati di serie B dei grandi quotidiani. «Il tratto dell’omologazione – aggiunge Barbano – coincide con quella che può definirsi prevalenza del politico, cioè una sopravvalutazione della dimensione politica e una sproporzione tra l’offerta di informazione politica e la domanda di informazione del lettore». In realtà basta sfogliare un qualsiasi giornale americano o inglese per rendersi conto che altrove i giornali non si occupano di politica in modo così ossessivo e stucchevole. Una ragione della specificità italiana c’è, sostiene Barbano: l’interdipendenza tra le proprietà editoriali, la politica e le carriere dei giornalisti. «L’offerta informativa in Italia risponde solo in parte alle regole del mercato – conclude – e per un’altra parte svolge un ruolo regolativo di conflitti tra le classi dirigenti del paese». La migliore lezione di giornalismo possibile.
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/ftI9hlZMang" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/91</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 11:41:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sole 24 Ore]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima cosa che viene in mente &egrave; che Ana&iuml;s Mitchell &egrave; la versione femminile di Sufjan Stevens, uno degli eroi di queste colonne. Ma il paragone non &egrave; quello giusto. Young Man in America di Ana&iuml;s Mitchell &egrave; la versione americana di Let England Shake di PJ Harvey, nonostante i suoni inconfondibilmente british (o forse proprio per questo). Young Man in America &egrave; la pastorale americana di Ana&iuml;s Mitchell, figlia trentenne di un romanziere (ritratto in copertina) e di una professoressa universitaria del Vermont.</p>
<p>Voce angelica alla Joanna Newsom, spirito ribelle alla Ani DiFranco, visione pop alla Cindy Lauper, Ana&iuml;s Mitchell aveva stupito con l&rsquo;album precedente intitolato Hadestown e definito da qualche ammiratore un&rsquo;opera folk capace di adattare la storia di Orfeo ed Euridice all&rsquo;epoca di un&rsquo;America post apocalittica e in piena depressione. Per altri, invece, Hadestown era una via di mezzo tra Tommy degli Who e il genio musicale di Sufjan Stevens. L&igrave; c&rsquo;erano Bon Iver e Ani DiFranco a darle una mano, qui ci sono il mandolinista Chris Thile dei Punch Brothers e la violinista Jenny Scheinman.</p>
<p>Young Man in America &egrave; un album ancora pi&ugrave; riuscito, un disco alla Sufjan Stevens senza Sufjan Stevens, un manifesto generazionale alla PJ Harvey senza PJ Harvey. Un album che racconta l&rsquo;eterno sogno americano, inseguito e infranto da una giovent&ugrave; ormai perduta e all&rsquo;immancabile ricerca di se stessa. Undici storie che, secondo i critici fan, sembrano tratte dai racconti di Cormac McCarthy, di William Faulkner, di Mary Flannery O&#8217;Connor, di Jack Kerouac.</p>
<p>Altri vedono nelle canzoni di Mitchell le epiche atmosfere cinematografiche di Fronte del Porto, di Rusty il selvaggio, del pi&ugrave; recente Into the wild. Ana&iuml;s Mitchell canta di gente che cerca di salvarsi dal proprio destino, di sfuggire al peso delle aspettative, di scappare dal proprio passato, dalla propria famiglia, da se stessa. Young man in America &egrave; folk delle radici americane, con fiati, archi e mandolini e un tocco soul. Un disco teso e drammatico, solo un pizzico artificiale nella cercare di riprodurre a tutti i costi l&#8217;America di Tom Joad. Un grande album, una grande cantautrice.</p>
<p>Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/pgCWbx0o6yQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>E’ la carta, bellezza</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 11:39:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 2006 il titolo di una famosa copertina dell&#8217;Economist, composta genialmente con i ritagli dei quotidiani al modo di una lettera anonima, chiedeva Who Killed the Newspaper?, chi ha ucciso i giornali? Facebook, YouTube e Twitter erano appena nati e non era ancora immaginabile che in cos&#236; poco tempo sarebbero diventati i principali veicoli di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2006 il titolo di una famosa copertina dell&#8217;Economist, composta genialmente con i ritagli dei quotidiani al modo di una lettera anonima, chiedeva Who Killed the Newspaper?, chi ha ucciso i giornali? Facebook, YouTube e Twitter erano appena nati e non era ancora immaginabile che in cos&igrave; poco tempo sarebbero diventati i principali veicoli di informazione per centinaia di milioni di persone.<br />
Eppure, anche senza i social network, nel 2006 il &laquo;complesso mediatico-industriale occidentale&raquo; sembrava giunto alla fine dei suoi giorni: la diffusione gratuita delle notizie su Internet aveva fatto saltare il modello di business tradizionale, le redazioni avevano cominciato a dimezzarsi, la diffusione a calare. La fine del mondo dell&#8217;informazione sembrava vicina e, soprattutto, certa. Un libro di Vittorio Sabadin del 2007 annunciava che l&#8217;ultima copia del New York Times sarebbe stata stampata nel 2043. <br />
C&#8217;era per&ograve; qualcosa che non tornava in quell&#8217;analisi apocalittica: a fronte dei licenziamenti, della riduzione degli investimenti pubblicitari e del crollo delle vendite, il risultato netto era comunque di una maggiore circolazione di informazione rispetto a prima. Maggiore, non inferiore. Il segnale era chiaro: non stavano morendo i giornali, stava finendo un certo modo di fare i giornali. A voler rubare le parole di Mark Twain, utilizzate per smentire la falsa notizia della sua morte, si pu&ograve; dire che la notizia della morte dei giornali di carta &egrave; fortemente esagerata.<br />
Nessuno pu&ograve; negare che l&#8217;industria dei media, in particolare dei media cartacei, &egrave; in crisi. Ogni giorno chiudono o minacciano di chiudere testate storiche. Le cronache raccontano di esuberi di personale, di prepensionamenti, di tagli e ridimensionamenti molto dolorosi. In Italia ha appena chiuso City, il free press della Rcs, ci sono problemi gravi al Manifesto e in molti altri quotidiani sovvenzionati dallo Stato e no. In America il glorioso Washington Post ha chiuso le sedi di corrispondenza nazionali e internazionali. Molti giornali ormai ragionano strategicamente secondo il principio del &laquo;digital first&raquo;, prima si pensa al digitale, poi alle costose edizioni cartacee. Altri hanno abbandonato del tutto la stampa, si sono trasformati in siti internet o hanno ridotto la periodicit&agrave; per contenere i costi. Un sito vagamente macabro tiene la contabilit&agrave; dei giornali americani che hanno fermato le rotative (Newspaper Death Watch). Un blog (Newspaperlayoffs.com) pubblica la mappa citt&agrave; per citt&agrave; dei posti di lavoro giornalistici perduti negli Stati Uniti (sono stati quasi 22mila dal 2009 a oggi). L&#8217;Annenberg School dell&#8217;Universit&agrave; della Southern California ha pubblicato uno studio secondo il quale tra cinque anni sopravviveranno su carta soltanto quattro giornali nazionali: Wall Street Journal, USA Today, New York Times, Washington Post. Oggi le testate di carta sono circa 1.400.<br />
In Gran Bretagna gli scandali delle segreterie telefoniche ascoltate illegalmente da giornalisti troppo disinvolti hanno ulteriormente colpito la stampa, con conseguenze giudiziarie, arresti e la chiusura di un popolarissimo settimanale tabloid. <br />
Ci sono per&ograve; forti segnali in controtendenza. Non solo le piccole, grandi e meravigliose storie che dal Sudafrica alla Libia a Milano raccontiamo in questo numero di IL. Dalla Gran Bretagna, per esempio, arriva la notizia che Rupert Murdoch ha lanciato un nuovo settimanale popolare, l&#8217;edizione domenicale del Sun. Murdoch fa parte di un gruppo di multimilionari globali che continua a investire sulla carta, nonostante tutti dicano che la carta sia morta. Li abbiamo definiti &laquo;The Believers&raquo;, quelli che ci credono ancora.<br />
Ci sono anche in Italia, i believers: Diego Della Valle e Giuseppe Rotelli ci credono cos&igrave; tanto da essere pronti a investire ancora altri soldi per aumentare il peso dentro il Corriere della Sera cartaceo. In Inghilterra c&#8217;&egrave; il successo dell&#8217;Economist, ormai giunto a un milione e mezzo di lettori. &laquo;Abbiamo impiegato 160 anni per raggiungere il milione di copie &ndash; ha detto il Ceo dell&#8217;Economist Andrew Rashbass &ndash; ma solo sette anni per arrivare a un milione e mezzo&raquo;. In Gran Bretagna c&#8217;&egrave; anche il caso dello Spectator, storica rivista conservatrice. Il suo direttore, Fraser Nelson, dice che grazie a Twitter e agli altri social network lo Spectator ha raggiunto nuove generazioni di lettori. Il risultato &egrave; la pi&ugrave; grande crescita di copie cartacee vendute degli ultimi decenni. In Francia c&#8217;&egrave; l&#8217;imprevisto successo di Lib&eacute;ration. L&#8217;informazione su carta va fortissimo in un&#8217;economia in crescita come il Brasile e in un Paese popoloso e con molte lingue come l&#8217;India. In entrambi i Paesi i dati di diffusione e di raccolta pubblicitaria sono incredibilmente positivi. La crescita in Brasile &egrave; a doppia cifra. In India, dove si vendono pi&ugrave; giornali che negli Stati Uniti, da qui al 2014 &egrave; previsto un ulteriore aumento delle vendite del 18 per cento.<br />
Secondo la World Association of Newspapers and News Publishers, nel 2010 la diffusione dei giornali di carta nell&#8217;area Asia e Pacifico &egrave; aumentata del 7 per cento rispetto al 2009 e del 16 per cento negli ultimi cinque anni. In America Latina le vendite sono cresciute del 2 per cento nel 2010 e del 4,5 per cento negli ultimi cinque anni. Il rallentamento europeo e nordamericano c&#8217;&egrave;, ma non ha fermato l&#8217;aumento del numero delle testate pubblicate nel mondo: nel 2010 erano 14.853, duecento in pi&ugrave; rispetto all&#8217;anno precedente. Poi forse c&#8217;&egrave; il dato pi&ugrave; clamoroso: si parla tanto di Internet, ma ogni giorno i giornali di carta raggiungono due miliardi e trecento milioni di persone, ovvero il venti per cento in pi&ugrave; rispetto al numero degli utenti totali della Rete (1,9 miliardi).<br />
La crescita del web resta imperiosa. Internet pi&ugrave; la crisi finanziaria hanno assestato un doppio colpo devastante ai giornali, ma il business dei media di carta si &egrave; adattato alla nuova realt&agrave; meglio di altri settori industriali. I media di carta hanno sfruttato tutte le piattaforme tecnologiche disponibili e hanno trovato nuove forme di ricavi (il New York Times ha 424mila lettori digitali paganti). I giornali sembrano aver trovato una via per uscire dalla crisi, limitando i costi e concentrandosi sulle cose che sanno fare meglio.<br />
Lo stesso Economist, che nel 2006 dava i giornali per morti, ora si interroga &laquo;sullo strano caso della sopravvivenza dell&#8217;inchiostro&raquo;. La crisi finanziaria e la circolazione gratuita delle informazioni su Internet hanno ribaltato il paradigma originario della stampa, che era quello di raccontare il mondo al pi&ugrave; alto numero di persone di un luogo specifico. Non &egrave; pi&ugrave; cos&igrave;, con l&#8217;eccezione delle eccellenze dell&#8217;informazione globale che continuano a svolgere questo compito per tutti. <br />
Oggi la strada per la rinascita dei giornali &egrave; crearsi una nicchia, puntare sui tratti distintivi, differenziarsi dai concorrenti, scommettere sulla qualit&agrave;. Immaginare riviste belle da vedere, da toccare, da possedere. Pi&ugrave; valore aggiunto, meno contenitori di notizie. Questo &egrave; lo slogan, che peraltro spiega le difficolt&agrave; maggiori che incontra la free press.<br />
La stampa di inizio ventunesimo secolo &egrave; pi&ugrave; specializzata, di maggiore qualit&agrave;, meno completa rispetto ai vecchi giornali omnibus. La sopravvivenza della carta non &egrave; garantita in eterno, gli ostacoli sono evidenti e le cose cambiano, ma se i giornali sapranno mettersi in discussione, continueranno a puntare sull&#8217;innovazione e a mantenere il dinamismo mostrato in questa fase critica, forse quando arriveranno tempi migliori saranno anche in grado di tornare agli antichi fasti. <br />
A favore dei giornali c&#8217;&egrave; anche una ragione sentimentale, come dice la signora Shaw-Lan Wang, proprietaria della casa di moda Lanvin e magnate dei media di Taiwan: la carta tocca il cuore, Internet no.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/wdouLmV36m4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Il declino del declino americano</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 11:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche la notizia del declino americano &#232; ampiamente esagerata. Cos&#236; come quella del prossimo &#34;secolo cinese&#34;. Dopo l&#8217;ubriacatura sull&#8217;inevitabile e imminente fine dell&#8217;egemonia di Washington, a vantaggio delle nuove ed emergenti potenze mondiali, la saggistica americana ha cominciato a cambiare registro: non &#232; vero niente, l&#8217;America &#232; sempre pi&#249; l&#8217;unica superpotenza globale e la crescita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche la notizia del declino americano &egrave; ampiamente esagerata. Cos&igrave; come quella del prossimo &quot;secolo cinese&quot;. Dopo l&#8217;ubriacatura sull&#8217;inevitabile e imminente fine dell&#8217;egemonia di Washington, a vantaggio delle nuove ed emergenti potenze mondiali, la saggistica americana ha cominciato a cambiare registro: non &egrave; vero niente, l&#8217;America &egrave; sempre pi&ugrave; l&#8217;unica superpotenza globale e la crescita della Cina e degli altri Paesi, per quanto importante, non &egrave; sufficiente a intaccare il dominio globale degli Stati Uniti. Anzi: il divario &egrave; aumentato, ma a favore dell&#8217;America.<br />
Una ricerca di Michael Beckley di Harvard, pubblicata da International Security, svela come oggi gli Stati Uniti siano pi&ugrave; ricchi, pi&ugrave; innovativi e militarmente pi&ugrave; potenti della Cina, rispetto a quanto lo fossero nel 1991. Rispetto a vent&#8217;anni fa, oggi il cittadino cinese medio guadagna 17mila dollari meno dell&#8217;equivalente americano. La Cina ha ridotto la differenza con l&#8217;America in termini di prodotto interno lordo, ma dal 1991 a oggi il suo mercato interno si &egrave; ulteriormente rimpicciolito rispetto a quello degli Stati Uniti. Il gap militare tra i due Paesi &egrave; ancora pi&ugrave; grande.<br />
Dal 1989 al 1994 il bilancio della Difesa cinese &egrave; raddoppiato, poi &egrave; raddoppiato una seconda volta dal 1994 al 1999 e una terza dal 2005 al 2009, eppure resta di una grandezza otto volte inferiore rispetto a quello americano (600 miliardi di dollari l&#8217;anno, senza considerare la spesa per le guerre in Iraq e in Afghanistan). La forbice America-Cina &egrave; aumentata anche sulla quota del mercato delle armi: la fetta americana &egrave; salita al 68%, quella cinese &egrave; scesa all&#8217;1,5 per cento.<br />
Questa crescita del dominio americano, malgrado la sempre forte percezione declinista, accade nel momento in cui l&#8217;economia cinese cresce del 9 per cento l&#8217;anno e l&#8217;America &egrave; attraversata dalla pi&ugrave; grande crisi dai tempi della Grande Depressione, mentre Barack Obama fatica a far capire agli elettori che la ripresa sta arrivando e i suoi avversari repubblicani immaginano invece scenari da tregenda a fini elettorali. Se in questa situazione di difficolt&agrave; l&#8217;America &egrave; sempre pi&ugrave; ricca, forte e potente dei suoi avversari, &egrave; facile intuire che cosa succeder&agrave; quando sar&agrave; uscita definitivamente dalla crisi e quando emergeranno le contraddizioni del modello capitalista di Stato cinese.<br />
UN MONDO AMERICANO-CENTRICO <br />
Anche il solitamente scettico Nobel per l&#8217;Economia Paul Krugman inizia a essere ottimista sulla ripresa, mentre un paper del McKinsey Global Institute nota che l&#8217;America sta riducendo il debito totale (privato e pubblico) a ritmi da competizione. Un rapporto di BP prevede invece che nel 2030 gli Stati Uniti saranno energeticamente autosufficienti. Lo scenarista George Friedman, ex direttore di Stratfor, nei suoi libri sostiene che siamo soltanto all&#8217;inizio dell&#8217;Era americana. Il motivo non &egrave; soltanto economico, ma anche geopolitico: gli Stati Uniti non possono essere attaccati n&eacute; via mare n&eacute; via terra, al contrario dei grandi imperi del passato. Gli Stati Uniti controllano gli oceani, lo spazio, il commercio. Guidano un sistema di alleanze internazionali che raggruppa il 70 per cento del potere economico mondiale.<br />
I principali competitor, la Russia e la Cina, non vanno oltre la Bielorussia e la Corea del Nord. Il mondo &egrave; americano-centrico, scrive Friedman, e perch&eacute; rimanga tale &egrave; sufficiente che i potenziali sfidanti asiatici, europei dell&#8217;Est e arabo-petroliferi abbiano da risolvere grane interne o regionali. L&#8217;impetuosa e contemporanea crescita dell&#8217;India, aggiunge l&#8217;analista della Brookings Institution Robert Kagan nel nuovo e celebrato saggio The World America Made (Knopf, 160 pagine), d&agrave; fastidio alla Cina ed &egrave; un altro vantaggio strategico per gli Stati Uniti. Le previsioni del sorpasso dell&#8217;economia cinese su quella americana entro i prossimi due decenni non sono campate in aria, sono credibili. Ma sottovalutano le difficolt&agrave; di tenere certi ritmi di crescita, i problemi sociali incipienti (in venti anni ci saranno 300 milioni di pensionati cinesi con un crollo del rapporto lavoratori-pensionati da 8-1 a 2-1 a causa della politica demografica del figlio unico) e altre variabili che potrebbero fermare l&#8217;impetuosa crescita di questi anni.<br />
LA PAURA DI PERDERE FA BENE <br />
Queste previsioni ignorano anche i punti di forza del sistema americano: il dinamismo, la competitivit&agrave;, la capacit&agrave; di rischiare, di adattarsi velocemente alle nuove realt&agrave;, la volont&agrave; di cambiare, di inventare e di crescere. &Egrave; gi&agrave; successo in passato, in particolare negli anni Settanta, quando sembrava che prima l&#8217;Unione Sovietica, poi la Germania e il Giappone e pi&ugrave; recentemente l&#8217;Europa avrebbero dovuto sorpassare gli Stati Uniti. L&#8217;America vive in un perenne stato di &quot;quasi declino&quot;, ma non &egrave; detto che questa filosofia declinista sia necessariamente un male, perch&eacute; la paura di perdere l&#8217;egemonia ha sempre convinto il sistema americano a raddoppiare gli sforzi per mantenere la leadership globale. In ogni caso anche se il sorpasso economico cinese dovesse effettivamente realizzarsi, cambierebbe poco.<br />
Ci&ograve; che conta &egrave; la ricchezza interna, la capacit&agrave; di innovazione, il livello di istruzione universitaria, l&#8217;abilit&agrave; di attrarre investimenti stranieri, un apparato militare in grado di difendere il potere globale. Gli Stati Uniti, e le altre potenze attuali, hanno un reddito pro capite superiore ai 40mila dollari. In Cina il reddito a persona &egrave; di poco pi&ugrave; di 4mila dollari, quanto in Angola, Algeria e Belize. Secondo le pi&ugrave; ottimistiche previsioni, il reddito pro capite cinese nel 2030 sar&agrave; ancora della met&agrave; rispetto a quello americano, pi&ugrave; o meno quanto quello odierno degli sloveni e dei greci.<br />
La Cina, ricorda Robert Kagan nel libro sul mito del declino americano che Obama ha consigliato di leggere, &egrave; stata la prima economia mondiale gi&agrave; all&#8217;inizio del diciannovesimo secolo, ma non guidava il mondo, anzi era sottomessa alle volont&agrave; di piccole nazioni europee. Negli anni dell&#8217;Impero britannico, per fare un altro esempio, anche l&#8217;India aveva un prodotto interno lordo pi&ugrave; grande di quello inglese, ma a dettare legge era Londra non Nuova Delhi. <br />
La sintesi finale di Barack Obama, pronunciata con solennit&agrave; nel discorso sullo Stato dell&#8217;Unione 2012, non lascia dubbi: &laquo;Chiunque dica che l&#8217;America &egrave; in declino, o che la nostra influenza &egrave; diminuita, non ha idea di che cosa sta dicendo&raquo;.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/gw5ZV4GXSmw" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Da Mariotti al Marriott</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 11:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
				<category><![CDATA[IL – Il mensile del Sole 24 ORE]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa storia comincia la notte di marted&#236; 3 gennaio 2012. Felice come sa esserlo soltanto un bambino al luna park, mi trovavo a Des Moines, in Iowa, per seguire lo spettacolo pi&#249; bello del mondo: il processo democratico di selezione del candidato repubblicano alle presidenziali americane. Nella lobby dell&#8217;Hotel Marriott, contemplavo la straordinaria composizione scenica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa storia comincia la notte di marted&igrave; 3 gennaio 2012. Felice come sa esserlo soltanto un bambino al luna park, mi trovavo a Des Moines, in Iowa, per seguire lo spettacolo pi&ugrave; bello del mondo: il processo democratico di selezione del candidato repubblicano alle presidenziali americane. Nella lobby dell&#8217;Hotel Marriott, contemplavo la straordinaria composizione scenica che si era creata intorno al bancone del bar.<br />
Sorseggiavo una coca-cola, prendevo appunti per l&#8217;articolo sul Sole 24 Ore del giorno successivo, &quot;tuittavo&quot; come un forsennato le ultime news su vincitori e vinti della prima tappa della lunga corsa verso la Casa Bianca 2012. Davanti a me c&#8217;era un meraviglioso quadro vivente con gli strateghi elettorali e i pi&ugrave; importanti giornalisti americani, ciascuno nella parte di se stesso. Sembrava di partecipare live a una puntata di West Wing. C&#8217;erano tutti, quella sera al Marriott di Des Moines: politici, consulenti, analisti, cronisti, editorialisti. Bivaccavano allegramente, si scambiavano gli ultimi pettegolezzi, recitavano inconsapevolmente la parte di avventori del bar di Guerre Stellari.<br />
Jason Horowitz, grande inviato del Washington Post, a un certo punto mi ha presentato al capannello di cronisti del New York Times e di altri grandi giornaloni. Quando ho detto che lavoravo al Sole 24 Ore, uno dei giornalisti si &egrave; girato di scatto. Era Sasha Issenberg, saggista di talento (The Sushi Economy) e collaboratore di Slate e Monocle, il meglio delle riviste online e di carta. &laquo;Il Sole 24 Ore &ndash; ha spiegato Issenberg a tutta la truppa giornalistica &ndash; pubblica il pi&ugrave; bel magazine del mondo&raquo;.<br />
Improvvisamente mi hanno guardato tutti con occhi diversi. Ero diventato &quot;l&#8217;inviato-del-giornale-con-il-magazine-pi&ugrave;-bello-del mondo&quot;. IL, ovviamente. <br />
Mi sono appropriato dei complimenti di Sasha e dell&#8217;ammirazione degli altri, dissimulando pateticamente la mia totale estraneit&agrave; a quel successo internazionale che era riuscito addirittura a scaldare una fredda notte invernale del midwest.<br />
Quando Roberto Napoletano mi ha proposto di guidare IL, e di sostituire il suo ideatore Walter Mariotti, mi &egrave; tornato in mente l&#8217;episodio del Marriott di Des Moines. Da Mariotti al Marriott: non ho avuto alcun dubbio e ho accettato con il massimo entusiasmo. Del resto chi non avrebbe voluto dirigere &laquo;il pi&ugrave; bel magazine del mondo&raquo;?<br />
A Mariotti vanno i complimenti rubati in Iowa, e non solo quelli, soprattutto per aver costruito la squadra di IL che ho imparato a conoscere confezionando questo numero. A Walter vanno anche i migliori auguri per la sua nuova sfida di ridare personalit&agrave; e stile a uno storico news-magazine. La mia prima decisione &egrave; stata di inviare una doppia email a Jason Horowitz e a Sasha Issenberg. In quanto corresponsabili della notte del Marriott, l&#8217;inviato del Washington Post e il giornalista di Monocle sono stati arruolati d&#8217;ufficio. Sono le prime due grandi firme di IL, Jason gi&agrave; su questo numero, Sasha molto presto. Non saranno le uniche novit&agrave; internazionali. Anche il saggista Paul Berman e l&#8217;inviato dell&#8217;Atlantic Graeme Wood scrivono appositamente per &laquo;il pi&ugrave; bel magazine del mondo&raquo;.<br />
Con loro, gi&agrave; su questo numero, ci sar&agrave; una nuova squadra di contributors: lo scrittore Francesco Pacifico, lo storico Andrea Romano, il funambolico paroliere Pasquale Panella, il geniale Guido Vitiello, l&#8217;immaginifico Stefano Pistolini, la formidabile Paola Peduzzi, l&#8217;imprenscidibile Francesco Costa, l&#8217;onnisciente Mariarosa Mancuso, la misteriosa Carla Bonelli e tante altre firme che numero dopo numero si aggiungeranno alla valorosa e storica squadra redazionale, grafica, infografica e fotografica di IL che per 38 numeri ha costruito il successo della &laquo;rivista pi&ugrave; bella del mondo&raquo;. <br />
Questo &egrave; il numero 39. Buon divertimento.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/2aWozzolMlg" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/90</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Mar 2012 12:08:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se Wrecking Ball di Bruce Springsteen vi è sembrato un album di denuncia, uno statement politico e sociale di un grande artista arrabbiato, ma col capriccio di rispolverare l’antica tradizione delle canzoni di protesta in modo da catturare al meglio lo spirito del tempo, allora dovreste correre ad ascoltare Agnostic Hymns &#038; Stoner Fables di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Se Wrecking Ball di Bruce Springsteen vi è sembrato un album di denuncia, uno statement politico e sociale di un grande artista arrabbiato, ma col capriccio di rispolverare l’antica tradizione delle canzoni di protesta in modo da catturare al meglio lo spirito del tempo, allora dovreste correre ad ascoltare Agnostic Hymns &#038; Stoner Fables di Todd Snider. Scoprirete che è questo l’album del vaffanculo alla casta di Wall Street, il disco contro l’1 per cento dei privilegiati, il manifesto contro gli  avidi speculatori. Il titolo perfetto sarebbe stato Occupy Nashville, per i testi antagonisti e la musica ben radicata nella tradizione country americana, ma non si può pretendere tutto e non lo si può nemmeno prendere sul serio. Eppure le requisitorie blues cantate e recitate da Snider col piglio da menestrello sono divertenti. 
<p>Snider è un cantautore folk, nato a Portland, in Oregon, nel 1966, arrivato ormai al dodicesimo album. Agnostic Hymns &#038; Stoner Fables è uscito la stessa settimana di Wrecking Ball. Anche qui ci sono storie di diseredati, di gente che non ha niente, di ingiustizie sociali. I cattivi sono i banchieri di New York, naturalmente. I gestori dei fondi pensione. Gli eroi sono gli «in between jobs», chi si trova tra un lavoro perduto per sempre e un posto futuro che probabilmente non ci sarà mai. Gente che perde la testa quando viene a sapere quanti soldi guadagnano i privilegiati: «I’ thinkin’ what’s keepin’ me from killin’ this guy. And takin’ his shit?», «Sto pensando a che cosa mi trattiene dall’ucciderne uno e a prendermi la sua roba di merda». Nel delirio di Snider c’è comunque qualcosa di meno posticcio rispetto all’analogo verso omicida di Springsteen: «Se avessi un’arma, andrei a caccia dei bastardi e gli sparerei a vista».
<p>La confezione è country blues, con un meraviglioso violino suonato da Amanda Shires a fare da contrappunto, come in Desire di Bob Dylan. Ecco, Snider è più Dylan che Springsteen. Un Dylan arrabbiato e sarcastico. Capace di scherzare sul rapporto d’amorosi sensi tra Mick Jagger e Keith Richards («it’s true love») nella canzone intitolata Brenda, che poi è il nomignolo con cui Keith chiamava Mick. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/8vTZw7mvWWI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Quella sana passione per la carta stampata</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 15:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni giorno i giornali di carta raggiungono due miliardi e trecento milioni di persone, mentre il numero delle connessioni di internet si ferma a un miliardo e novecento. Avete capito bene: nel mondo si leggono quotidianamente pi&ugrave; giornali cartacei di quanti siano gli utenti totali della rete. Siamo partiti da questo sorprendente dato numerico per costruire la prima copertina del nuovo IL, il mensile del Sole 24 ORE di attualit&agrave; e di approfondimento, giocando con la famosa frase usata da Mark Twain per smentire la notizia, &laquo;greatly exaggerated&raquo;, del suo decesso. &laquo;La notizia della mia morte &egrave; fortemente esagerata&raquo;, rispose il giornalista e romanziere americano a chi lo aveva dato prematuramente per morto. Con la nuova cover story di IL, abbiamo fatto urlare la stessa cosa ai giornali: ci siamo ancora, anzi forse ci stiamo adattando meglio di altri alla nuova realt&agrave; post crisi. Nessuno ovviamente nega le difficolt&agrave; della stampa, ma l&rsquo;epitaffio &egrave; prematuro, come dimostrano le storie raccontate in questo numero e i buoni risultati di chi ha l&rsquo;accortezza e la lungimiranza di ritagliarsi una nicchia, di puntare sull&rsquo;autorevolezza, di offrire un valore aggiunto e di scommettere sulla qualit&agrave;. <br />
Il mensile del Sole conferma questa tesi: IL, infatti, &egrave; stato appena selezionato come finalista nella categoria &ldquo;Magazine of the Year&rdquo;, rivista dell&rsquo;anno, alla 47esima edizione della Design Competition di Spd, la Society of Publication Designer che &egrave; la pi&ugrave; prestigiosa associazione di design editoriale del mondo.&nbsp;L&rsquo;unico giornale italiano in lizza, assieme a sei grandi riviste internazionali come Time, New York Magazine, Bloomberg Businessweek, GQ America, Lotus e Port.&nbsp;L&rsquo;11 maggio, a New York, sapremo se il lavoro del nostro art director Francesco Franchi e della super squadra di grafici, illustratori e fotografi che confeziona IL avr&agrave; vinto il premio di rivista pi&ugrave; bella dell&rsquo;anno o almeno uno degli altri tre in cui siamo finalisti. Comunque vada, la strada da percorrere &egrave; questa: IL sar&agrave; sempre il magazine graficamente, infograficamente, fotograficamente pi&ugrave; innovativo, originale e moderno in circolazione. <br />
La sfida ora &egrave; proporre ai lettori e alla classe dirigente italiana contenuti all&rsquo;altezza di questa formidabile confezione e, naturalmente, del&nbsp;Sole 24 ORE.&nbsp;L&rsquo;obiettivo &egrave; una rivista di attualit&agrave; e di approfondimento, di svago e di divertimento, ma con l&rsquo;ambizione di diventare il magazine delle idee, del dibattito culturale, del confronto tra opinioni. Con un occhio di riguardo agli stili e alle tendenze, alla moda, alla societ&agrave; e al costume, grazie anche alla nuova sezione Eccetera (cose leggere e vaganti).<br />
Grandi firme internazionali e giovani scrittori italiani hanno deciso di darci una mano, gi&agrave; da questo numero: grandi inviati del Washington Post come Jason Horowitz e saggisti di talento come Paul Berman; romanzieri come Francesco Pacifico e giocolieri delle parole come Pasquale Panella. Assieme, naturalmente, ai migliori illustratori e ai nuovi talenti della fotografia. <br />
Ma questo non &egrave; che l&rsquo;inizio. <br />
Buona lettura e buon divertimento.<br />
Christian Rocca</p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/lYZ0AQ8HJac" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/89</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 11:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni volta che ascolti una canzone di Bruce Springsteen non sai mai se uscire di casa a sventolare una bandiera americana oppure se cercare i cerini per appiccarle fuoco. In fondo sta qui la grandezza del Boss from New Jersey. Springsteen è la quintessenza dell’America, con le solite contraddizioni e tutto il resto. Springsteen è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Ogni volta che ascolti una canzone di Bruce Springsteen non sai mai se uscire di casa a sventolare una bandiera americana oppure se cercare i cerini per appiccarle fuoco. In fondo sta qui la grandezza del Boss from New Jersey. Springsteen è la quintessenza dell’America, con le solite contraddizioni e tutto il resto. Springsteen è un patriota. Chi studia la mistica del Boss spiega che le sue canzoni sono infarcite di un linguaggio conservatore, ma trasmettono un messaggio progressista e populista. Le bandiere, Gesù, Dio. La libertà. La voglia di riscatto. L’invito a rialzarsi. A farcela da soli. A superare le difficoltà di una vita orribile. Springsteen canta di uomini e donne che si dannano alla ricerca della felicità personale, non di gente che chiede assistenza allo Stato. 
<p>Questa volta, però, hanno scritto che questo Wrecking Ball è il lamento rabbioso di un uomo deluso  dall’ultima piega presa dalla storia americana. Un disco contro le ineguaglianze e le ingiustizie economiche, più arrabbiato e meno letterario dell’epica steinbeckiana di Tom Joad. Il Boss punta la casta di banchieri e privilegiati, ma come al solito non sai mai se la sua ricetta è quella di Occupy Wall Street o quella dei Tea Party.
<p>Il verso chiave del disco è nel brano iniziale: «Facciamo da soli, ovunque sventoli la bandiera». Ci sono brani che parlano di demolizioni, di cancellazioni di famiglie, fabbriche e comunità locali, di depressione, di soldi troppo facili, di gente costretta a lavorare in mezzo al fango mentre gli speculatori mandano tutto a scatafascio. In Jack of all trades, Springsteen supera il limite: «Se avessi un’arma, andrei a caccia dei bastardi e gli sparerei a vista». Tutto vero, ma alla fine tornano speranza e sogni. «Siamo ancora vivi», canta il Boss. «Ce la faremo, amore». 
<p>Wrecking Ball sarà ricordato come l’album arrabbiato, ma sono poche le canzoni che resteranno: Wrecking Ball, This depression e Land of hope and dreams, forse la più bella di tutte, grazie al commovente ultimo assolo di sax di Clarence Clemons. Wrecking Ball non è un capolavoro. Nella storia del rock, peraltro, c’è già un capolavoro con questo titolo: un album del 1995 di Emmylou Harris.
<p>Christian Rocca <img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/xt364GzHVUk" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/88</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 11:12:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[Quando un disco inizia con «Don’t know what the fuck they talk about», non so di che cazzo stanno parlando, sussurrato da un fragile crooner di mezza età chiaramente disorientato, si intuisce subito che siamo in zona capolavoro. Tanto più se il cantante è Kurt Wagner e il gruppo si chiama Lambchop, i costoletta d’agnello, from Nashville, Tennessee. Scusate la parzialità, ma i Lambchop sono da anni il gruppo preferito da questa colonna.
Quando l’alt country non era ancora di moda, i Lambchop c’erano già. Con la loro musica lenta, notturna e palloccolosa, arricchita da testi che sembrano poesia della quotidianità, i Lambchop sono partiti dal country della loro città, lo hanno fatto diventare cool, gli hanno dato un guizzo psichedelico, lo hanno avvicinato al soul e al jazz, fino a trasformarlo in una specie di lounge music per sinfonietta. 
<p>Sembrava che Kurt Wagner avesse deciso di cambiare registro, di tornare alle radici country, come ha fatto l’anno scorso con Cortney Tidwell nel progetto Kort, invece ha fatto un ulteriore passo avanti con Mr. M, disco dedicato all’amico scomparso Vic Chestnutt (un musicista suicidatosi nel 2009 e già ispiratore del malinconico Dark Night of the Soul di Danger Mouse assieme agli Sparklehorse).
<p>Mr. M, con Nixon, Is a woman e Damaged, è il più bel disco dei Lambchop. Forse il migliore in assoluto. Wagner ha definito «psycha-Sinatra» l’atmosfera di Mr. M, perché ispirata agli arrangiamenti anni Quaranta di The Voice, un orchestral sound destrutturato e suonato come se provenisse da un solo strumento. <p>Undici canzoni una più aggraziata dell’altro, a cominciare dal disperato brano iniziale, If not I’ll just die, fino alla dilatata spietatezza di Mr. Met. Wagner è arrabbiato con i suoi parenti, ma anche perché non riesce a contattare al telefono una persona che ama. Nenie apocalittiche e irreparabili, scatenate da piccoli episodi solo apparentemente innocui. Per la prima volta, poi, compare la parola Love. Betty’s Overture è di commovente bellezza, così come la strumentale Gar. Sembrano melodie sottratte da una colonna sonora anni Settanta. Un capolavoro, punto. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/DimjUcV1Vg0" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/87</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 11:06:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tramp significa vagabondo, ma nella storia della musica una cosa è dire «tramp», un’altra «vagabondo». Quando in Born to run Bruce Springsteen canta «tramps like us, baby, we were born to run» c’è il desiderio di fuga, la voglia di riscatto, la corsa verso l’ignoto che, per quanto oscuro, consentirà comunque di scoprire il mondo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Tramp significa vagabondo, ma nella storia della musica una cosa è dire «tramp», un’altra «vagabondo». Quando in Born to run Bruce Springsteen canta «tramps like us, baby, we were born to run» c’è il desiderio di fuga, la voglia di riscatto, la corsa verso l’ignoto che, per quanto oscuro, consentirà comunque di scoprire il mondo, di vivere la vita, di uscire dalla trappola. Il vagabondo, sorry, il tramp di Springsteen insegue a finestrini aperti e capelli scompigliati il fuggente sogno americano. Sa che l’autostrada a due corsie che ha appena imboccato lo potrà portare ovunque. Non vuole restare tramp a vita, vuole sfuggire il destino, vuole spezzare le catene, vuole evitare di diventare un rottame, vuole avere successo e, anche se non lo sa ancora, magari vuole comprarsi una bella villa in California. A Springsteen è successo esattamente questo, e proprio per la realizzazione di questo sogno tutto sommato borghese è stato accusato di essersi venduto. Solita storia. Chissà quanti elogi avrebbe ricevuto se, invece, avesse condotto una vita di stravizi, come da manuale del perfetto rocker maledetto.
<p>Quando i Nomadi cantano Io vagabondo, è tutta un’altra musica. «Io, vagabondo che son io» e «soldi in tasca non ne ho», cantati da un gruppo che già si chiama Nomadi, forse anche suo malgrado è l’inno surreale del borghese piccolo piccolo che sogna di fare un passo indietro, non in avanti come il Boss, anche se naturalmente per non più dei 3 minuti e 40 della canzone. I tramps, insomma, rischiano e cercano la redenzione. I vagabondi sono già arrivati, si atteggiano e non possono fare a meno del posto fisso. 
<p>Tutto questo perché è appena uscito un disco che si intitola proprio Tramp, cantato e suonato da una certa Sharon Van Etten, al terzo album di un’ancora giovane carriera. Un disco prodotto dal giro dei National, che può vantare la non banale collaborazione di Zach Condon, ovvero dei Beirut, e perfino un cameo di Sua Maestà Sufjan Stevens.
Grandi recensioni sui giornali americani e inglesi, per questa ragazza del New Jersey in inevitabile trasferta a Nashville. Ma corre un brivido lungo la schiena: Sharon è una tramp o una vagabonda? A rassicurare è Give out, la più bella delle dodici canzoni dell’album. Sharon Van Etten è una tramp per amore. «You’re the reason why I’ll move to the city, you’re why I’ll need to leave». Tramp è un album intimo e delicato, racconta di un abbandono amoroso e di un conseguente e necessario trampismo alla ricerca della felicità. 
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		<title>Gommalacca/86</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 10:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Radiohead acustici, con i violini e i mandolini. Impossibile resistere. Who’s Feeling Young Now? è il nuovo disco dei Punch Brothers, la band di origine blue-grass guidata da Chris Thile, autore nel 2006 di How to grow a woman from the ground uno dei dischi più belli del 2006. Musica da camera d’altri tempi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[I Radiohead acustici, con i violini e i mandolini. Impossibile resistere. Who’s Feeling Young Now? è il nuovo disco dei Punch Brothers, la band di origine blue-grass guidata da Chris Thile, autore nel 2006 di How to grow a woman from the ground uno dei dischi più belli del 2006. Musica da camera d’altri tempi, con gli archi, senza chitarre elettriche e senza batteria. Radici europee e suoni del south west americano frullati al modo radicale e geniale del gruppo di Thom Yorke. Tra le dodici canzoni di Who’s Feeling Young Now?, tra l’altro, c’è anche una cover di Kid A dei Radiohead che ha fatto girare la testa al critico musicale del New York Times. 
I Punch Brothers sono liberi come i Radiohead, ha scritto un giornale americano, perché rimescolano strutture, melodie e tradizioni senza per questo risultare indigesti. Non abbattono barriere, ma suonano come se nella musica non ci fossero limiti capaci di contenere folk, rock, jazz, funk, soul. I Punch Brothers suonano come se la musica fosse una tela bianca da riempire con le loro improvvisazioni acustiche. Anche per questo sono molto di moda in quel giro indipendente statunitense che cerca di diventare mainstream senza cedere alle sirene commerciali. Chris Thile è la star. Virtuoso del mandolino, voce fragile, faccia da giovane, carino e disoccupato, Thile negli ultimi due anni ha pubblicato un duetto con il chitarrista Michael Daves (Sleep with one eyes open) e l’ambizioso progetto The Goat rodeo sessions con il violoncellista classico Yo-Yo Ma, il violinista Stuart Duncan e il contrabbassista Edgar Meyer. 
I Punch Brothers sono però la sua creatura più originale, almeno da quando Chris Thile ha messo un punto finale alla formidabile esperienza della band di culto Nickel Creek. Nati nel 2006, grazie al violinista Gabe Witcher, al banjo player Noam Pikelny, al bassista Paul Kowert e al chitarrista Chris “Chritter” Eldridge, i Punch Brothers sono al terzo disco. Who’s Feeling Young Now? è più melodico del precedente Antifogmatic e più spontaneo del primo intitolato  semplicemente Punch. Who’s Feeling Young Now? è stato registrato a Nashville, presentato allo show televisivo di Jay Leno, acclamato dal New Yorker e dall’Observer inglese e ora anche qui.
Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/YKXt5O4prg8" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/85</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 20:29:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sarebbe da parlare del solito meraviglioso album di Leonard Cohen, se non fosse che ne hanno già parlato tutti e che non se può che parlare bene. Old ideas, si intitola. L’atto di resa di un «lazy bastard living in a suit», come sussurra il cantante settantasettenne di Montreal nel primo brano dell’album-epilogo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Ci sarebbe da parlare del solito meraviglioso album di Leonard Cohen, se non fosse che ne hanno già parlato tutti e che non se può che parlare bene. Old ideas, si intitola. L’atto di resa di un «lazy bastard living in a suit», come sussurra il cantante settantasettenne di Montreal nel primo brano dell’album-epilogo di una carriera da retrospettiva al MoMa. Amato da tutti, osannato da tutti, evocato da tutti. Ve l’hanno mai detto mai che Leonard Cohen è un poeta? 
Già, banalità. Ma Old Ideas – a cominciare da Going Home, dove per Home si intende l’eternità ultraterrena – è davvero una di quelle formidabili riflessioni letterarie sul tema dell’addio. Non molto diversa dalle sofisticate pagine sul senso della fine contenute nel nuovo romanzo di Julian Barnes The sense of an ending o, per restare nella contemporaneità, di Everyman (ma non solo) di Philip Roth. Sia pure con un registro satirico, anche La Versione di Barney di Mordecai Richler è una meditazione sulla vita nel momento in cui si avvicina la fine. 
Cohen e Richler, poi, sono entrambi di Montreal. Quando il New York Times per la prima volta scrisse un articolo su Richler, pubblicò per errore una foto di Cohen. Richler, divertito, disse che per il Times, probabilmente, Cohen o Richler era uguale: «“Un altro fottuto ebreo di Montreal”, avranno pensato in redazione». Chi ha visto La Versione di Barney al cinema si ricorderà che il vecchio, malinconico e solitario protagonista si fingeva un anonimo ascoltatore di Montreal per chiedere alla trasmissione radiofonica condotta dalla sua amata e ormai perduta Miriam di mandare in onda proprio I’m your man di Leonard Cohen. I’m your man è una delle canzoni simbolo di Cohen, stranamente assente dalla raccolta di cover coheniane allegata al numero di febbraio della rivista MOJO. C’è invece So Long, Marianne. Una canzone su un altro addio, ma più terreno: la fine di un amore («Addio Marianna, era tempo di ricominciare a ridere e piangere e piangere e ridere su tutto questo ancora»). La canta straordinariamente Bill Callahan, uno degli eroi di Gommalacca, probabilmente il più credibile degli eredi di Leonard Cohen.
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		<title>Gommalacca/84</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 22:36:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[Sul mio iTunes ci sono 7 versioni di Summertime, l’aria simbolo di Porgy and Bess, la celeberrima american folk opera di George Gershwin che racconta la vita anni 30 degli afroamericani a Charleston, in South Carolina. Ci sono gli immancabili 11 minuti di John Coltrane, la classicissima interpretazione di Billie Holiday, una versione di Sam Cooke che fa rivivere l’era delle marce per i diritti civili, un’edizione eterea dei Twilight Singers, un adattamento trip-hop dei Morcheeba, la variante di Joshua Redman con Brad Mehldau e quella che considero la più bella della mia collezione digitale a firma del sassofonista Greg Osby, un jazzista capace di mescolare modernità e tradizione. 
Joe Nocera ha scritto sul New York Times che in realtà esistono oltre 25 mila versioni della famosa ninna nanna che nell’opera di Gershwin prima Clara e poi Bess cantano al bambino di Clara. La Summertime che ha fatto giurisprudenza è quella del 1957 di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. Non è da meno quella di Miles Davis, dal disco con cui il trombettista ha rivisitato tutto Porgy and Bess. 
Non c’è jazzista che non si sia dedicato a Summertime, ma anche il mondo del rock ha reso omaggio a Gershwin. I Doors sono gli autori di una delle più incredibili versioni di Summertime. Ad ascoltarla sembra che sia stata scritta da loro, grazie al caratteristico tappeto sonoro creato dall’organo di Ray Manzarek e alla voce spiritata di Jim Morrison. Un favoloso assolo di chitarra di Robby Krieger completa la trasformazione di Summertime in una ninna nanna psicotropa per gli abitanti di una comune degli anni 60. L’assolo di chitarra si scioglie in un accenno di My Favorite Things, la più famosa delle canzoni del musical The Sound of Music, in italiano Tutti insieme appassionatamente, che è proprio il titolo dell’album di Coltrane che contiene Summertime. Nocera segnala anche una versione fricchettona cantata da Janis Joplin a Stoccolma nel 1969 con il tipico stile gridato-ma-sottovoce. Non sapevo che l’avessero cantata anche i REM, ma è una nenia deludente, monotona, anche se proprio per questo filologicamente corretta. Solo uno è riuscito a rendere Summertime più ninnanannesca dell’originale: Nick Drake, ovviamente. 
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		<title>Gommalacca/83</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 15:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Patti Smith si è messa a piangere quando le ha ascoltate cantare un’incredibile versione della sua Dancing Barefoot in un teatro di Stoccolma, e lo farete anche voi dopo aver cercato il titolo del brano assieme al nome del duo: First Kit Aid. Johanna e Klara Söderberg sono due sorelle svedesi, nate nel 1990 e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Patti Smith si è messa a piangere quando le ha ascoltate cantare un’incredibile versione della sua Dancing Barefoot in un teatro di Stoccolma, e lo farete anche voi dopo aver cercato il titolo del brano assieme al nome del duo: First Kit Aid. Johanna e Klara Söderberg sono due sorelle svedesi, nate nel 1990 e nel 1993, note per aver messo nel 2008 su YouTube una cover ancora più bucolica dell’originale di Tiger Mountain Peasant Song dei Fleet Foxes, gli alfieri del neo folk progressive americano. 
<p>I Fleet Foxes le hanno subito arruolate per aprire i loro concerti. Jack White dei White Stripes, dopo averle sentite nella piccola saletta della Rockwood Music Hall nel Lower East Side di New York, ha prodotto il primo singolo. Coner Oberst, cioè Bright Eyes, ha confezionato il loro nuovo album di composizioni originali uscito nei negozi questa settimana. Il disco dei First Kit Aid si intitola The Lion’s roar. Oberst canta anche nell’ultimo degli otti brani, uno dei migliori della raccolta. I Felice Brothers, altra band di culto della nuova era folk-rock, hanno dato una mano (e si sente in particolare in King of the world). La solitamente scettica Roseanne Cash, su Twitter, ha benedetto le due sorelline che, tra le altre cose, hanno reso un omaggio a suo padre Johnny Cash, alla di lui moglie June, a Gram Parsons dei Byrds e a Emmylou Harris in un romantico inno alle coppie musicali americane intitolato Emmylou. Le due svedesi conoscono la storia, ha scritto Roseanne segnalando il video della canzone, girato in California davanti al Joshua Tree, il mitico albero degli U2, ma soprattutto il luogo dove Gram Parsons, uno dei musicisti più influenti dell’era folk rock, andava a cercare gli Ufo e dove, nel 1973, ventiseienne, andò a morire per un’overdose di morfina e alcool. 
I First Kit Aid, cassetta di pronto soccorso, somigliano inevitabilmente ai Fleet Foxes, più che alla Joanna Newsom cui sono spesso paragonati. Le due sorelle di Enskede, sobborgo a sud di Stoccolma, vestono abiti a fiori, a metà tra un revival hippie e i costumi tradizionali da Solstizio d’estate svedese. Johanna e Klara sono piccoli geni delle armonie vocali. Ascoltate, in particolare, la delicatezza ipnotica di quel la-la-la-la-la-laaa in cui si scioglie la nilianghiana In the Hearts of Men. La Svezia non sarà nella Zona Euro, ma Stoccolma è ufficialmente in provincia di Nashville, Tennessee. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/FHeSKvR02K4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Run, Mitch Run</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 13:58:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Newt Gingrich ha vinto le primarie repubblicane della South Carolina, superando il 40 per cento dei consensi. Secondo &#232; arrivato Mitt Romney con il 27,8 per cento (una settimana fa era avanti anche di venti punti). Terzo Rick Santorum con il 17 per cento. Il risultato della South Carolina &#8211; assieme al clamoroso capovolgimento del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Newt Gingrich ha vinto le primarie repubblicane della South Carolina, superando il 40 per cento dei consensi. Secondo &egrave; arrivato Mitt Romney con il 27,8 per cento (una settimana fa era avanti anche di venti punti). Terzo Rick Santorum con il 17 per cento. Il risultato della South Carolina &ndash; assieme al clamoroso capovolgimento del risultato dell&#8217;Iowa del 3 gennaio, con la vittoria prima assegnata a Romney, poi dichiarata pareggio e infine consegnata a Santorum &ndash; riapre completamente una gara che sembrava chiusa a favore di Romney.<br />
<br />
Uno Stato a Santorum, uno a Romney, uno a Gingrich. Santorum &egrave; il candidato della destra religiosa e della working class conservatrice; Romney &egrave; quello moderato, tecnocratico e dell&#8217;establishment; Gingrich &egrave; l&#8217;alfiere della destra-destra e dei ribelli dei Tea Party. Nessuno dei tre riesce a mettere insieme tutte le anime del mondo conservatore, di cui fa parte anche l&#8217;ala super liberista e libertaria rappresentata da Ron Paul. <br />
Si ricomincia, dunque. Luned&igrave; prossimo, 30 gennaio, si vota in Florida. Ma sembra verificarsi la profezia di Bill Kristol, consegnata ai lettori italiani in un&#8217;intervista al Sole 24 Ore del 4 gennaio. Il direttore del Weekly Standard, quando sembrava ormai fatta per Romney, &egrave; stato l&#8217;unico opinionista a dire non solo che la partita non fosse conclusa, ma anche che una volta contati i primi voti e constatata la forte divisione tra i conservatori sarebbe arrivato il momento in cui qualcun altro, un nuovo candidato, avrebbe valutato l&#8217;opportunit&agrave; di scendere in campo. Kristol aveva raccontato al Sole che il governatore dell&#8217;Indiana Mitch Daniels ci stava facendo pi&ugrave; di un pensiero e che probabilmente avrebbe deciso proprio dopo la South Carolina e la Florida. <br />
<br />
C&#8217;&egrave; di pi&ugrave;. Dopodomani, marted&igrave; 26, Mitch Daniels terr&agrave; per conto dei repubblicani il contro discorso televisivo sullo Stato dell&#8217;Unione, pochi minuti dopo quello ufficiale pronunciato al Congresso da Barack Obama. Se Daniels dovesse andare bene, aumenterebbero le pressioni sull&#8217;ex capo dell&#8217;Ufficio del budget di Bush che ama girare in Harley Davidson. Il contro discorso sullo Stato dell&#8217;Unione per&ograve; &egrave; un&#8217;arma a doppio taglio. D&agrave; grande visibilit&agrave; ma alza l&#8217;asticella delle aspettative, tanto che in passato ha smorzato i sogni di gloria di pi&ugrave; d&#8217;uno (la scialba performance della democratica Kathleen Sebelius nell&#8217;ultimo anno di Bush le fece perdere la corsa per la vicepresidenza di Obama; la balbettante prova dell&#8217;astro nascente repubblicano Bobby Jindal, nel primo anno di Obama, ha cancellato ogni ipotesi di candidatura quest&#8217;anno). Mitch Daniels dovr&agrave; dare il meglio di s&eacute;, intanto su Internet da ieri notte circola gi&agrave; la prima petizione Run, Mitch run, candidati Mitch, candidati. Oltre ventimila le firme in poche ore.<br />
Christian Rocca<br />
<br />
<br />
<br />
</br>Articolo sul <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-01-22/rocca-usa-142119.shtml?uuid=Aa8vYChE">Sole24Ore.com</a></p><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/YGumBByKiTA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Gommalacca/82</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 12:12:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Rocca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Let England Shake di Polly Jean Harvey, detta PJ, è uscito esattamente un anno fa. Allora, Gommalacca non l’aveva ascoltato pour cause. Il valido motivo era il seguente: nei suoi venti anni di carriera, la quarantatreenne cantautrice britannica è passata dalle ballate dark al post punk al gothic rock a chissà cos’altro, producendo 7 dischi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Let England Shake di Polly Jean Harvey, detta PJ, è uscito esattamente un anno fa. Allora, Gommalacca non l’aveva ascoltato pour cause. Il valido motivo era il seguente: nei suoi venti anni di carriera, la quarantatreenne cantautrice britannica è passata dalle ballate dark al post punk al gothic rock a chissà cos’altro, producendo 7 dischi uno diverso dall’altro ma tutti caratterizzati dal fastidioso vezzo di dimostrare che lei, artista realmente indipendente al contrario di altri, non si sarebbe ripetuta, non si sarebbe arresa alle regole del mercato. Un anticonformismo stucchevole e molto conformista.
Eppure non ascoltare Let England Shake per il pregiudizio sulla posa artistica della sua autrice è stato un errore imperdonabile. I primi dubbi sono arrivati quando le riviste Mojo e Uncut hanno messo il disco di PJ Harvey al primo posto assoluto nella loro abituale classifica dei migliori 50 dischi dell’anno. Secondo la classifica di Q, invece, Let England Shake è al secondo posto del best of 2011.  
Fin dal primo ascolto si intuisce che gli elogi non sono esagerati. Let England Shake è un concept album stupendo, con melodie affascinanti, parodie di marce e di inni militari, avvolto in una confezione musicale epica che a volte ricorda Joanna Newsom, Bjork e Kate Bush. Let England Shake è un lamento psico-geografico, ma anche patriottico, sul nazionalismo che unisce e contemporaneamente divide, sulla decadenza e sulla rovina creati dalla guerra. Come ha scritto un critico inglese, PJ Harvey canta un’Inghilterra che sbanda verso l’Apocalisse, rovinata dalla cecità delle proprie virtù, capace di svendere le proprie risorse naturali e di mandare i propri ragazzi a morire «come grumi di carne» in terre straniere. Un disco che esprime il complicato sentimento di amore, di orgoglio e di fastidio che l’autrice prova per il proprio paese. Let England Shake è un album pacifista, ma non politico. Un disco letterario, non contro una guerra in particolare, ma contro tutte le guerre. Non parla di Iraq o di Afghanistan, ma della battaglia di Gallipoli del 1915. C’è disperazione e non c’è speranza, nei testi. Ci sono morte, omicidi, fanatismi, oppressione e malcontento, ma miracolosamente alla fine prevale un senso di straordinaria bellezza. 
<p>Christian Rocca<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/camilloblog_articoli/~4/SMEdsacqEGI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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