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	<title>Casa famiglia Rosa Luxemburg</title>
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	<description>Una casa per ragazze e ragazzi in difficoltà</description>
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		<title>È tutto sbagliato.</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2021 18:48:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Volevo dare parola ad un’idea che mi gira in testa da diverso tempo. Ve lo dico subito. Le riflessioni che seguono risentono di una certa radicalità. Che credo sia necessaria però in questa fase di estrema debolezza delle case famiglia. Non posso nemmeno scendere troppo nel dettaglio e non è questo lo spazio. Accennerò appena [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Volevo dare parola ad un’idea che mi gira in testa da diverso tempo. Ve lo dico subito. Le riflessioni che seguono risentono di una certa radicalità. Che credo sia necessaria però in questa fase di estrema debolezza delle case famiglia. Non posso nemmeno scendere troppo nel dettaglio e non è questo lo spazio. Accennerò appena alla questione. Se alla fine non sarai d’accordo, nessun problema. Non si tratta di convincere nessuno. Al limite è in gioco qualcos’altro. Se sentirai che queste righe ti riguardano sarà già tanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo da un dato. Le ragazzine e i ragazzini ospiti in casa famiglia presentano sempre più dei sintomi che fenomenologicamente si presentano “al limite”. Da un punto di vista strutturale parliamo di psicosi in adolescenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo non solo alle diagnosi border line. Pensiamo ai disturbi di personalità, ai vari sintomi, ai tagli, l’anoressia, la bulimia, l’esplosione di rabbia, ma anche allucinazioni e pensiero delirante. Oggi i ragazzini e le ragazzine che ospitiamo in casa famiglia presentano come minimo un disturbo post traumatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi è tutto sbagliato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parliamoci chiaro. Le case famiglia non sono attrezzate. Pur se in realtà lo sono. Mi spiego. Le case famiglia sono un dispositivo di aiuto prezioso in questi casi. Sono uno spazio perfetto per queste situazioni al limite. Mi spingerei a dire che sono l’unico. Proprio rispetto a ciò che non hanno e non sono. Non sono comunità terapeutiche e non hanno le rigidità di un’istituzione troppo ingessata. Le case famiglie sono aperte, mantengono una vocazione sociale, ma soprattutto finché si chiamano “casa famiglia” vuol dire che hanno come matrice una scena famigliare. Ovvero rapporti affettivi. Lavoro costante sul legame. Gruppo. Notte. Non posso entrare nel merito di ognuno di questi strumenti, ma tutti si leggono nel senso dell’ emersione di un transfert concreto. Questo in casa famiglia c’è, anche se la struttura non sa neanche che esiste una cosa del genere. E l’unica strada da percorrere se si vuole essere trasformativi è quella del transfert.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema delle case famiglia è che non lo sanno fare. Meglio. Lo fanno, ma non lo sanno. Tutto qui. A volte le cose vanno bene. Altre vanno male. Ma sempre manca una lettura clinica di ciò che avviene. Adesso incazzatevi tutti, ma la cosa sta così. È inutile discutere di progetti educativi con ragazzini che soffrono. E in fondo voi che avete un’enorme e preziosa esperienza lo sapete bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi ragazzini vi mettono in crisi. Ma in futuro sarà sempre peggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I servizi sociali. Tutto sbagliato. La sensibilità di molte colleghe, la loro preparazione, non sfiora neanche da lontano la complessità di queste situazioni. Molto spesso si muovono come se dovessero trattare casi sociali. Altre volte si arrabbiano con le strutture perché non sono “contenitive”. Ignorando il senso profondo del termine “contenitore”. Alcune sanno che dovrebbero avere ben altri interlocutori. Ma sono lucciole nelle tenebre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tribunale. Tutto sbagliato. Il tribunale si divide in due. Ci sono i giudici bravi. Ascoltano quello che le strutture hanno da dire e sono consapevoli che le case famiglia, nel gruppo di aiuto, hanno un ruolo centrale. Questi almeno ci provano. Poi ci sono i giudici che hanno un problema con la castrazione. Ogni loro intervento risente della necessità di rimarcare che loro comandano. A questi non gliene frega niente dei ragazzini. Per qualche oscuro disegno del destino lavorano in un tribunale che si occupa di minorenni e sono scontenti. Si vede. Non sanno neanche come è fatto un ragazzino. L’unica cosa che interessa loro è che in quella mezz’ora nella quale ti fanno la grazia di parlare, loro possano comandare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembrano ragazzini delle medie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma è tutto sbagliato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sarebbero le asl… sarebbero anche attrezzate per questo lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però la maggior parte di loro non ha proprio in testa che esiste uno spazio intermedio tra le case famiglia e le comunità terapeutiche. E ragiona a compartimenti stagni. E ciò perché infatti quello spazio non esiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo se vogliamo il punto. Non esiste per la Regione Lazio, per quelle case famiglia che credono con ingenuità che possono continuare a considerarsi solo come contesti educativi. Non esiste per i sevizi sociali e per il tribunale. Non esiste per la legge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se io so che invece esiste. E stiamo sprecando un sacco di tempo a discutere con i servizi che non riconoscono questo spazio. Io so che molte strutture ospitano ragazzini e ragazzine con grandi e gravi difficoltà. Io so che operatori e operatrici con enorme passione cercano di dedicarsi a loro, raggiungendoli in quei vuoti popolati di mostri nei quali si sono rifugiati da quando erano bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi sono la speranza per quei ragazzini. Ma di quei vuoti popolati di mostri dovrebbero almeno conoscere la fauna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto ciò ci sono due possibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sarebbe quella che la regione Lazio riconoscesse altre strutture da porre tra case famiglia e comunità terapeutiche. Alcune regioni lo fanno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’altra, che mi convince di più, è che le case famiglia possano attrezzarsi con un piano terapeutico, una competenza che dovrebbe essere loro riconosciuta. E già mi viene da ridere a pensare che qualcosa tipo una professionalità sia riconosciuta alle case famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma per ora tutto quello che è, è il deserto.</p>
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		<title>Sanpa</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2021 16:55:43 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Caro Vincenzo,</p><p>L&#8217;amore non basta, l&#8217;amore è possesso&#8230;</p></blockquote></figure>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img data-attachment-id="752" data-permalink="https://sulbordo.org/a28efc10-074b-4aa9-86fe-f424f3cb1737-jpeg-2/" data-orig-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2021/01/a28efc10-074b-4aa9-86fe-f424f3cb1737-1.jpeg" data-orig-size="800,531" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2021/01/a28efc10-074b-4aa9-86fe-f424f3cb1737-1.jpeg?w=800" src="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2021/01/a28efc10-074b-4aa9-86fe-f424f3cb1737-1.jpeg" alt="" class="wp-image-752" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Lo abbiamo visto due volte Sanpa. La prima volta sul divano della casa famiglia, con i ragazzi, tutto insieme in una lunga e veloce abbuffata. Ci siamo fatti attraversare da mille emozioni. Ci siamo commossi e ci siamo rivisti nelle prime immagini della comunità, c’ha fatto saltare in piedi arrabbiati, con la voglia di prendere a schiaffi Vincenzo Muccioli (il suo Sole Piatti, per intenderci), ci siamo sentiti presi da mille domande in quella stanza d’albergo, appesi ad ogni parola di Fabio Cantelli, ad ogni suo interrogativo, seguendo passo passo il lavoro immenso che lui coraggiosamente affronta nel tentativo di trovare un significato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda volta Sanpa l’abbiamo visto per necessità impellente. Forse la necessità di provare anche noi a dare un senso ad alcuni passaggi ambigui. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi abbiamo iniziato a sentire amici e conoscenti parlarne. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Persone dentro e fuori le realtà di aiuto. Insomma anche questo ci ha colpiti. Non ci saremmo mai aspettati che una storia di quel tipo, che per noi è realtà quotidiana, monopolizzasse l’attenzione di tante persone. Un pò come se i nostri discorsi quotidiani, le domande che ci poniamo, grazie a questo documentario, avessero sconfinato fuori dalle nostre riunioni o fuori da quel piccolo mondo che sono le istituzioni di aiuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sanpa ha una portata simbolica pazzesca. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lungi da noi parlare dell’estetica del documentario, lavoro che non saremmo in grado di fare. Ma dentro c’è la vita e la morte, l’amore e la violenza, il potere e la caduta. Ci sono le catene e l’orrore, la carne viva e tanti corpi. Qualcosa di primitivo e potentissimo, ma anche illusorio e fuorviante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo aspettato diversi giorni prima di trovare il coraggio di scrivere qualcosa. Di trovare anche la voglia di farlo. Perché Sanpa è un piccolo capolavoro di confusione e orrore e per quanto attira a sé, altrettanto ci respinge.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Crediamo che a questa forza di attrazione e alla confusione che segue, molte persone abbiano risposto in modo, secondo noi, folle. Pensiamo per capirci a frasi tipo “ma lui ne ha salvati tanti”, “a quell’epoca c’era solo San patrignano”, oppure quella più odiosamente scivolosa “per lui erano come dei figli, e che faresti se un figlio esce di casa e rischia di morire, non lo legheresti con delle catene?”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entriamo subito nel vivo e rispondiamo. Bè, cazzo: certo che no!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste domande però ci sono rimaste in mente in modo terribile e sollevano almeno un paio di questioni. Intanto è tutto detto male e le parole come dice Moretti, sono importanti. Il verbo “salvare”, che presuppone un salvatore e forse forse anche un colpevole, ci è dannatamente odioso. Sentiamo già chi dice che si tratta di un salvare la vita e ci possiamo anche stare. Ma allora dopo che hai salvato la vita, togliti dalle scatole e fai passare chi ha un ruolo di cura. Ma all&#8217;epoca non c’era nessuno. E questa è una roba assurda da dire. Tanto che è vero il contrario. Oggi non c’è quasi nessuno che vive realtà comunitarie. Oggi. Alla fine degli anni settanta, inizio ottanta, era pieno il mondo. C’erano state comunità come paradigma di un nuovo vivere sociale, in Italia c’era Basaglia e appena fuori dai nostri confini nazionali decine di esperienze di cura della malattia mentale, in piccoli gruppi, spalla a spalla con i medici, psicologi ed educatori. Laing vi dice niente? A Roma c’era Marco Lombardo Radice. Bastava guardare un metro oltre le colline riminesi per trovare esempi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E veniamo alle catene di cui ci sembra ci sia un certo desiderio nella popolazione. E ciò è inquietante. Come si fa a non vedere in quelle catene, nello schifo della piccionaia, della porcilaia, la disumanità del lager? Le catene sono un&#8217;immagine disumanizzante del tossico, punitiva, umiliante. Ci mostrano non tanto il desiderio di salvare una vita, ma quanto come fosse considerata quella vita. Lo schiavo negro, l’ebreo, lo zingaro, l’animale, tutte quelle categorie con le quali l’immaginario umano gioca al gioco di capire il male. In quel momento toccò al tossico essere la rappresentazione del male, aiutandoci a dare una spiegazione facile e concreta, rassicurante. Eccolo là il male, stretto in catene e gettato negli escrementi, finalmente al suo posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo affettuosamente odiato chiunque ci abbia detto “ma loro volevano essere incatenati”. Personalmente l&#8217;immagine di quei ragazzi in catene ci ha offeso così come i diversi passaggi in cui Vincenzo Muccioli si difende mettendo avanti l’amore. Crediamo sia sincero così come molto pericoloso. Proprio in quanto in ognuno di noi c’è quel maledetto desiderio di riconoscere il male e confinarlo in qualunque posto che non sia in noi e perché si gioca sul terreno dell’ambiguità come se “salvezza” e libertà fossero opposti tra i quali scegliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E già risuonano altri discorsi. In Cina non c’è più Covid, forse il problema è l’eccessiva libertà degli stati democratici. A Taranto bisogna scegliere tra salute e lavoro. Hitler era un genio che ha risollevato l’economia tedesca dopo la prima guerra mondiale. Mussolini ha fatto molto per gli italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisognerebbe piuttosto avere il coraggio di farsi domande su tali questioni finchè non appare chiaro l’inganno. E l’inganno è la domanda stessa, troppo semplice per tenere insieme gli estremi tra cui si muove. Vita e morte appunto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora pensandoci bene ci è venuto in mente un passaggio di un lavoro di Marco Lombardo Radice. Marco aveva la responsabilità del reparto di neuropsichiatria infantile, proprio in quegl’anni, che aveva organizzato come una piccola comunità. In quel lavoro si pone la questione del trattamento sanitario obbligatorio. Rimane dentro la contraddizione enorme posta da quella domanda. E ci vuole coraggio e tantissimo rispetto per l’umano per tenersi dentro le strettoie di tali domande. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio quell’ostentazione di sicurezza che ci ha fatto odiare San Patrignano. Il non porsi mai nel dolore di chi è costretto a prendere delle decisioni terribili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli stessi motivi ci ha molto colpiti Red Ronnie, in un passaggio specifico delle sue interviste. Due ragazzi si sono suicidati e uno è stato ucciso. Lui candidamente dice qualcosa di incredibile. Si stupisce che solo così pochi ragazzi siano morti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa frase è qualcosa di gigantesco, che ci dovrebbe far pensare per una vita intera. Perché lui ha ragione e al tempo stesso copre il punto fondamentale. Perché il punto, caro Red, qui è il <em>come</em> anche quell’unico ragazzo sia morto. Perché se avessi il coraggio di sostare un attimo in più su quella vicenda avresti anche potuto aiutare l’amico Muccioli a porsi delle domande sui limiti della sua creatura. Invece succede che quella frase gigantesca, perda la sua verità e venga presa nel vortice di continuare a coprire l’orrore e la violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora veniamo al punto, ciò che ci ha sconcertato e ci ha fatto amare Sanpa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’elenco delle contraddizioni infatti sarebbe facile, sarebbe potenzialmente infinito, così come ciò che a quella comunità e al suo fondatore è mancato. Niente lavoro su quell’amore iniziale, niente supervisione, niente riflessione sul gruppo, sul metodo, niente dubbi, mai neanche uno. L’ostentazione del potere nell’immagine di una comunità più volte ripresa nel documentario, nel suo crescere bulimico, migliaia di ragazzi, mentre tutto il mondo della scienza suggeriva il lavoro sui piccoli gruppi. L’odio che ci ha suscitato ogni politico mentre mangia e sfila in quello show room dell’inganno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E dunque è per questo che Cantelli ci ha fatto stare letteralmente per giorni con un nodo in gola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Amiamo pensare che chiunque si occupi di realtà di aiuto e abbia un’esperienza comunitaria sia stato letteralmente paralizzato dalle sue riflessioni. E il motivo è che chiunque di noi, seppure non le ha mai pensate quelle cose lì, comunque non può non conoscerle. Quelle cose lì, cioè il punto esteso tra la vita e la morte, nel quale ogni legge, ogni convinzione, ogni punto fermo su noi stessi, dilegua e diventa tutto relativo. C&#8217;è un territorio angoscioso, grigio, freddo, nel quale chi ha la responsabilità della vita altrui è guardato da uno specchio e ciò che si riflette è sempre terribile, incomprensibile e indecidibile col senso comune. Aiutando ragazze e ragazzi si assiste a cose incredibili, tutti i giorni! </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle case famiglia per adolescenti ad esempio se ne fa esperienza ogni volta, ogni singola volta, che dall’esterno istituzioni che hanno una funzione di controllo, provano a verificare il nostro lavoro. L’impressione costante è che non lo capiscano mai, mancando delle coordinate stesse per farsi un’idea. Partono quindi da un preconcetto e si finisce sempre nella migliore delle ipotesi a non incontrarsi, nella peggiore ad essere crocifissi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di ciò, secondo il nostro punto di vista, fa parte soprattutto la prima fase della narrazione di Sanpa. L’andare a riacchiappare i ragazzi per strada, la notte, quel luogo dell’inizio pieno di polvere e fango, le mille sigarette, i corpi svestiti, il sudore. E anche una certa dose di violenza difficilissima da giudicare. Molto oltre il buon giudizio borghese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non possiamo non considerare che proprio perché non c’è giudizio saldo che tiene in quelle circostanze dell’esistenza, tanto più si deve avere qualcosa dentro che si mantiene fermo. E non è l’amore. È qualcosa che dà anche fastidio a noi che amiamo così tanto i ragazzi, che come Muccioli passiamo il tempo abbracciati con loro. È un elemento terzo, qualcosa che deve stare tra noi e loro, a turbare quel rapporto, ma senza il quale non c’è crescita. Ed è la Legge. Che caro Vincenzo, e qui mi avrebbe fatto piacere parlarne proprio con tutti voi, c’è anche quando forzi e sposti sul limite i suoi confini. Una Legge che ti avrebbe imposto quanto meno di farti domande e farti aiutare. Per poi rimanere su quel limite perché solo stando al limite aiuti chi sta al limite. E questa era un’intuizione incredibilmente potente!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non dico certo da psicologi e medici. Oggi, come in quegli anni, non capiscono. Ed è vero che devi stare in quella situazione per capirla. Avresti potuto però mettere in forma quel tuo amore così potente e qui anche tu alla fine ci hai commosso. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sai quando? Quando ti sei spento per i tradimenti dei tuoi più cari ragazzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nostro amore, tuo e nostro, nei confronti di quei ragazzi è sempre stato la grande risorsa, quella che si vede subito chi ce l’ha e a chi manca. Ma è anche qualcosa di dannatamente problematico. Avresti potuto farti delle domande e scoprire che in quella dipendenza da soldatini che andavi creando c’era altrettanto odio. Ma qui per rispetto sentiamo di doverci fermare. Se San Patrignano è stata la creazione di una persona, niente di più ovvio di ritrovarvi tutte le contraddizioni di quell&#8217;essere umano. Se ne fa cenno alla fine del documentario (l’AIDS, l&#8217;omosessualità, la misoginia) e ci sembra di sentire lo stesso Vincenzo Muccioli nelle parole del suo medico. “Non me lo dovresti chiedere, fermati qui”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A noi piace un’ultima potentissima immagine di quel racconto, nella quale chiaramente ci siamo rivisti tutti quanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La comunità, quando funziona, è sempre un luogo organizzato. È un gruppo di lavoro, c’è un assetto più o meno gerarchico, più o meno democratico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che Sanpa ci ha mostrato e che amiamo pensare che abbia conquistato il cuore di tante persone anche fuori dall’aiutio, è ciò che rende una comunità che funziona, una comunità che funziona bene. Quella piccola casetta sporca sulla collina, i due Moratti, quell’omone che, come una grande madre, si abbracciava tutti e tutt’intorno quelle facce vive di ragazze e ragazzi. Noi immaginiamo come quelle persone sofferenti abbiano trovato lì una forza enorme. Delle relazioni, il calore, pranzi e cene tutti insieme. I due miliardari che invece di passare il fine settimana a Milano tra feste con gli amici e ricevimenti dell’alta società, le scarpe nel fango, si tenevano abbracciati quelle ragazze, fino al giorno prima devastate dalla vita. Sentendosi anche loro, come tutti noi, a qualche livello fuori dalla vita, tra le righe. Quella era la casa di tutti voi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti saresti dovuto fermare lì. Ogni comunità che sopravvive negli anni e lavora bene ha quella matrice affettiva iniziale che ben raccontano quelle immagini. E ciò fa ancora più incazzare, perché tu ce l’avevi. Negli anni successivi non ti restava che lavorare su questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci piace pensare che in questi tempi cupi quelle immagini abbiano concorso al successo di pubblico di Sanpa. Qualcosa che per “noi di comunità” è pane quotidiano. Qualcosa che ha fatto intravedere per un attimo un modo alternativo, un mondo diverso. Giovanni Lindo Ferretti avrebbe detto “non vorrei essere che lì in questa incerta ora, un contesto economicamente fallimentare, socialmente insignificante, politicamente perdente, eppure lì riluce la vita nella sua essenzialità, riluce la vita nel suo mistero”. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quel punto in poi, invece, tu sei andato in un’altra direzione.</p>
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		<title>In casa famiglia si sta male</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2020 11:37:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L’altro giorno ero al telefono con una signora dell’amministrazione di una Asl. Conosco solo telefonicamente la signora ma confesso che ogni tanto la uso. La uso come valvola di sfogo. Perché isabella ha la capacità sempre più rara di saper ascoltare. Isabella è come una barista&#8230; ha quell&#8217;abilità di farti sfogare e capirti senza dire [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">L’altro giorno ero al telefono con una signora dell’amministrazione di una Asl. Conosco solo telefonicamente la signora ma confesso che ogni tanto la uso. La uso come valvola di sfogo. Perché isabella ha la capacità sempre più rara di saper ascoltare. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Isabella è come una barista&#8230; ha quell&#8217;abilità di farti sfogare e capirti senza dire niente. Non siamo amici ma in qualche modo Isabella mi capisce. </p>



<p class="wp-block-paragraph">T: sai Isabella a volte guardo la casa famiglia e mi accorgo che mi stupisco che siamo ancora aperti dopo vent&#8217;anni. Ma come cazzo abbiamo fatto?!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Isabella sorride e risponde da bar. </p>



<p class="wp-block-paragraph">I: Il sociale fa schifo&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ci salutiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma io continuo a riflettere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero. Mi stupisco non solo che la nostra realtà sia ancora lì, ma che tutte le case famiglia esistano. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi viene in mente Wittgestein quando scriveva che il mistero non è il mondo, ma il fatto stesso che ci sia un mondo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma Wittgetsein diceva anche che non esiste l’enigma e che se una domanda è posta in modo compiuto allora deve essere possibile trovare anche una risposta. E quindi io ho continuato a pensarci. A prendere sul serio il mio stupore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché non dovrebbero esistere le case famiglia tanto da meravigliarmi che invece ci sono? Mi sono chiesto se fosse un mio desiderio, se fossi stanco dopo tanti anni di combattere sempre con le stesse cose, anche perché non mi sento per niente don Chisciotte e alcune difficoltà sarebbe splendido se fossero solo mulini a vento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E pensa che ti ripensa ad un certo punto mi è venuta in mente una giudice del tribunale per i minorenni. Niente meno. Una giudice. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma il fatto si era svolto il giorno prima. Una collega psicologa della casa famiglia aveva portato una nostra ragazza ad un incontro con la giudice in tribunale. Incontro terribile nel quale la giudice si era dimostra professionista di quell’ascolto sospettoso di cui altre volte abbiamo detto. L’ascolto sospettoso è un modo di relazionarsi con l&#8217;interlocutore che ricorda la paranoia. Come se ogni parola fosse valutata con il sospetto che l&#8217;interlocutore nasconda qualcosa. È per capirci l&#8217;interrogatorio della polizia. Ma il poliziotto è costretto dal suo mestiere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il discorso diventa quindi impossibile e spiacevole. Tu, psicologo, educatore della casa famiglia, sei in un discorso il cui significante è la clinica. L’altro, assistente sociale, giudice, è in un discorso in cui significante è la luce della lampada da terzo grado puntata sul sospetto. Tu non lo sai ma sei appena diventato un soggetto sospetto di nascondere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E che cosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La giudice in questione ad un certo punto ha svelato l’arcano, commentando che la ragazza, che detto per inciso ha chiesto in tutti i modi di essere allontanata dalla sua famiglia fino a minacciare il suicidio, ha detto all’inizio del colloquio con la giudice che lei stava bene in casa famiglia e avrebbe avuto piacere a rimanerci. </p>



<p class="wp-block-paragraph">G: capite? Questo ha destato il mio sospetto, un campanello d’allarme!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora fermiamoci un momento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo racconto potrebbe chiudersi qui. Sarebbe solo ridicolo. Farebbe molto arrabbiare ma qualsiasi persona dotata di buon senso ne coglierebbe subito l&#8217;aspetto comico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si prende sul serio un fatto simile, allora bisogna essere non seri, ma serissimi. Ed io credo che sia un fatto serissimo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La giudice è stata senza volerlo estremamente onesta e nell’avvenire di quello scambio ridicolo, comico, emerge qualcosa di estremamente inquietante appunto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Emerge un pensiero, o forse un tic nevrotico, che potremmo dire così. </p>



<p class="wp-block-paragraph">“È impossibile che un ragazzo in casa famiglia stia bene”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo credo che è quanto pensino in molti. Ma c&#8217;è dell’altro purtroppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ragazzo in casa famiglia non può stare bene. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non solo nel senso che la casa famiglia non è un luogo dove si può stare bene. Anche. Molti si stupiscono che ad esempio noi facciamo delle vacanze estive con i ragazzi. Che quando abbiamo tempo libero stiamo tutti insieme in comunità. E che i ragazzi e noi ci divertiamo un sacco. La casa famiglia deve essere un luogo che fa scomparire i ragazzi dall’orizzonte sociale. Quei problemi non vanno visti. I problemi delle famiglie. Gesù ma perché ne devi parlare?!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Figurati se puoi raccontare un piacere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma oltre a ciò c&#8217;è qualcosa, per la mia sensibilità, di più allarmante. Ovvero che il ragazzo in questione non può stare bene nel senso che non deve stare bene. È come se per molte persone la sofferenza fosse una colpa, legata a doppio nodo ad un’espiazione. E allora tu, casa famiglia, come ti permetti di farli stare bene e tu operatore come ti permetti di star bene con quel ragazzo colpevole. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma sorvegliare e punire. Violenza e fascismo (che poi sono sinonimi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hai più senso nei discorsi con questi uomini e donne delle istituzioni se sei un sorvegliante. Ti capiscono di più e forse forse fai loro meno paura. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi ad un certo punto mi è sembrato tutto più chiaro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi sono venuti in mente altri mille modi per non farci esistere. Tutti ugualmente perversi. Perversi perché invece ci si chiede di esistere. Ad esempio su un piano economico. Il nostro interlocutore è un’istituzione mai responsabile, che può ritardare senza fine i pagamenti. Ma tu non puoi perché il durc mica aspetta. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiunque se ritardi un pagamento può portarti in tribunale, ma hai mai provato a portare un municipio in tribunale per lo stesso motivo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vogliamo parlare del covid? Che oggi è sempre attuale? Ci fanno ispezioni come se fossimo una RSA, con questionari dai quali emerge chiaramente una nessuna conoscenza della nostra realtà.  E va pure bene se ci aiuta a stare più sicuri. Siamo valutati come una struttura sanitaria?! Viva dio, sono anni che diciamo che ci deve essere nelle nostre realtà un’integrazione tra sociale e sanitario. Ma prova a chiamare la asl per sapere se la regione Lazio ha messo gli operatori tra gli aventi diritto al vaccino. In un primo momento avevano incluso i veterinari, ma non gli operatori delle case famiglia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Semplicemente tu non esisti e se malauguratamente provi ad essere, come il discorso della ragazza che nel suo candore ha osato dire di stare bene&#8230; che gli piace&#8230; bè allora è sospetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco qui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi stupisco che noi e tanti altri esistiamo ancora. È un fatto culturale e antropologico. Che ci minaccia e contro il quale dobbiamo scorgere un pericolo per la cura stessa dei ragazzini e la sopravvivenza delle realtà d’aiuto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per una buona fetta della società e delle istituzioni in realtà noi non dovremmo esistere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E dunque la questione si pone in modo terribile. Perché per voi in realtà quei ragazzi non dovrebbero esistere. Dai, vi fanno schifo. E vi facciamo schifo anche noi. Figuriamoci provare piacere!</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una società nella quale neanche la violenza sulle donne riesce a “bucare” figuriamoci la casa famiglia e ciò fin dentro le istituzioni, cara giudice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però a questo punto mi concedo un ultimo passaggio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando esisti da tanti anni e ti accorgi che sei stato costretto ad essere militante, perché ogni dispositivo che avrebbe avuto un ruolo di aiuto nei tuoi confronti, in realtà punta a non farti essere, ti sei guadagnato comunque un diritto. E ti autorizzi da solo ad esistere. Se non altro perché sei in prima linea, sul campo, e chi sopravvive così per tanti anni ad un certo punto può anche accorgersi di essere un modello. E di avere molte storie da raccontare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti di noi hanno studiato, molto più di quanto abbiate fatto voi, e istituzioni scientifiche ci hanno reso in grado di essere professionisti liberi e radicali. A noi basta questo&#8230; perché le istituzioni che rappresentate in modo pessimo ci chiedono comunque di aiutare ragazzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono stati momenti in passato nei quali gli operatori hanno dovuto difendere gli assistiti dalle stesse istituzioni. E forse forse è arrivato il momento di dire che in questa storia voi siete i cattivi e che il vostro pensiero non solo non aiuta i ragazzini che noi aiutiamo, ma li danneggia. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La stessa giudice, di cui sopra, a conclusione del colloquio, ha chiesto alla ragazza: “ma tu non ce li hai degli zii, perché in casa famiglia si sta così male”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cara giudice, tu stai male! Sei violenta e fascista. </p>
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		<title>Lettera (quasi) d’amore alle assistenti sociali.</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 14:50:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Alcune riflessioni su una futura collaborazione, originate dallo sconforto degli ultimi anni. L’essere umano è immerso in mille domande di cui la risposta è irrisolvibile. L’origine dell’universo, il senso della vita, le meccaniche dell’amore. Ma forse, per chi ha avuto modo di fare esperienza di aiuto ai ragazzi in casa famiglia, la domanda che più [&#8230;]]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading">Alcune riflessioni su una futura collaborazione, originate dallo sconforto degli ultimi anni. </h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img data-attachment-id="738" data-permalink="https://sulbordo.org/2020/10/12/lettera-quasi-damore-alle-assistenti-sociali/img_1928-1/" data-orig-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/10/img_1928-1.jpg" data-orig-size="3024,4032" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;2&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 11 Pro Max&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1602427971&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;400&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.03030303030303&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}" data-image-title="img_1928-1" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/10/img_1928-1.jpg?w=768" src="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/10/img_1928-1.jpg" alt="" class="wp-image-738" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’essere umano è immerso in mille domande di cui la risposta è irrisolvibile. L’origine dell’universo, il senso della vita, le meccaniche dell’amore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma forse, per chi ha avuto modo di fare esperienza di aiuto ai ragazzi in casa famiglia, la domanda che più si pone ammantata di mistero è il rapporto tra la casa famiglia e il servizio sociale. A volte una domanda inquietante, di cui le sacerdotesse del servizio sociale sembrano possedere i misteri, altre volte gli operatori tendono a dimenticare, negli anni di lavoro, queste presenze trascendentali che sono e non sono colleghe, che sono il ponte tra tutte le decisioni in casa famiglia e sono tutto intorno, un pò come dio. Tanto che come di dio ci si interroga sull’esistenza. Esiste il servizio sociale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proveremo in breve ad entrare in tale questione, consapevoli di quanto sia rischioso avventurarsi in un territorio di cui nessuno ha il coraggio di domandare!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Veniamo subito al punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a che servono, per noi che lavoriamo in casa famiglia, queste assistenti sociali?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E perché a volte spariscono per anni, salvo poi ritrovarle nelle questioni che riguardano la vita dei ragazzi con posizioni diametralmente diverse dalle nostre?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altre volte a sorpresa suonano alla nostra porta nella loro versione Geheime Staatspolizei (Gestapo) e svolgono il loro ruolo di controllo della comunità. Le vedi aggirarsi con professionalità ostentata, ma ti sembra che non sappiano bene cosa stanno verificando e il loro ascolto si fa sospettoso&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ricordo che anni fa si diceva che i ragazzi “sono in carico” al servizio sociale. Su mandato del Tribunale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il termine <em>incarico</em> ci aiuta in questa breve riflessione. Può essere letto alla lettera, ovvero come un’assunzione del peso, quasi del corpo. C&#8217;è il corpo umano al centro di un incarico, e ci piace pensare all’immagine di un prendere in braccio affettuoso. Quando un bambino piange lo prendi in braccio solitamente. Anche se pure su questo fronte già si sentono i moderni coach… non lo prendere in braccio, che poi si abitua! In senso figurato (ma neanche troppo) anche un adolescente che sta male va preso in braccio, contenuto, consolato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si percepisce allora il gravoso dell’incarico. Perché nell’atto di incaricare c’è un affidamento ad altri di una funzione e di un ufficio provvisorio. I ragazzi sono affidati al servizio sociale. E qui forse c’è un primo crinale scivoloso. Perché il termine affidamento è un ginepraio quando i ragazzi, “affidati” ai servizi sociali, sono collocati in una comunità che ha il compito di aiutarli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vediamo come si fa tutto già più complesso. L’affidamento ai servizi dovrebbe essere interpretato come l’affidamento di un compito, che ben si accompagna con l’incarico che gli viene dato. In quanto è piuttosto problematico considerare i ragazzi affidati ai servizi, come si intendono affidati ad una famiglia affidataria. Non vivono con i servizi, e come potrebbero farlo? Non sono loro che li curano. Come potrebbero farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che viene affidato è un incarico appunto, un compito, un incarico delicato, gravoso, di fiducia, a volte penoso. Sta di fatto che per questo incarico debbono fare qualcosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E cosa? Perché qui crediamo sia il punto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’unico compito che il Tribunale può dare alle istituzioni rispetto ai ragazzi che affrontano indicibili agonie è un compito di cura. Un compito è diverso da un ruolo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo a ciò che spetta loro fare in relazione al proprio ufficio. Ovvero gli strumenti che si debbono fornire alle persone in difficoltà, a tutela e garanzia dei diritti sociali appunto, strumenti che consistono nelle prestazioni offerte dallo Stato in quanto (ancora) viviamo in uno stato sociale che si fonda sull’eguaglianza sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco che interviene sulla scena la casa famiglia. Uno strumento individuato dai servizi. Ma uno strumento particolare, che si esplica nel ruolo specifico di <em>curanti</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Cantava Renato Zero. Ci piace pensare al ruolo degli attori, in quanto la casa famiglia è una grande messa in scena (di sintomi) e un dispositivo per far emergere rappresentazioni, altre scene. Così nel ruolo torna il concetto di peso; il peso nell’attuarsi di una situazione, nel realizzarla. Così che un ragazzo possa dire “è tutta colpa tua!”. Il termine è spesso usato anche nei giochi, giochi di ruolo, giochi in cui i partecipanti drammatizzano una particolare situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma&#8230; ci siamo un pò dilungati, interrogando dei termini, per aver una maggiore chiarezza. Ci sembra che questa si ritiri e divenga ambigua, soprattutto quando i servizi si irrigidiscono su la percezione di un affidamento a loro che si avvicina al concetto di affidamento famigliare. Un compito impossibile che spesso si traduce nella frustrazione di non potere controllare ciò che avviene in casa famiglia e con il conseguente inasprimento di un inutile controllo, che diviene un sospetto e una diffidenza a priori. Di tale ambiguità è responsabile anche la casa famiglia, ma questo tra poco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La comunità dal canto suo spesso, non sapendo bene quale sia il suo ruolo, gioca in difesa e si fa esecutore. I ragazzi non sanno chi sono i genitori. Oppure, sempre non sapendo quale sia il suo compito, si burocratizza sui progetti educativi. I servizi sono contenti perché i pezzi di carta sono più gestibili delle persone. I ragazzi scappano o quando vogliono finalmente “usare” gli operatori, vengono mandati via.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ora non ho neanche accennato al lavoro di equipe. Chiaramente sarebbe un’ottima soluzione e via d’uscita dal ginepraio. Ma non è così scontato… anzi. Il lavoro di gruppo è quanto già si fa in casa famiglia. Si lavora in gruppo non per coprire i turni, come qualche ingenuo che fa le Leggi pensa. Un operatore, due operatori, genitore uno, genitore due.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si lavora in gruppo perché ormai sempre più i nostri assistiti presentano un funzionamento al limite (le istituzioni li chiamano border line) ed è auspicabile, per aiutarli, essere tanti. Perché il gruppo riceve le scissioni e supervisionato ci lavora, in direzione di una loro integrazione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò che invece comunemente accade è solo che in gruppo si litiga. A volte proviamo ad inserire tale vertice di lettura, ma spesso siamo vissuti dai servizi come rompi palle, arroganti o peggio ancora riprende l’ascolto sospettoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In alcune riunioni abbiamo assistito a veri fenomeni di allucinazione negativa. Come quando cerchi di parlare del trattamento in quanto terapeuta e la collega dei servizi nel migliore dei casi non ti riconosce alcun ruolo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Care assistenti sociali, ma che problema avete?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appunto perché si torna difensivamente ad arroccarsi nelle proprie posizioni, che prese singolarmente non fanno che riprodurre una separazione netta nell’anima dei ragazzi tra i buoni e i cattivi. Insomma un bel casino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema caro servizio sociale te lo dico io ed è che le ragazze e i ragazzi di cui ci occupiamo presentano situazioni sempre più difficili. E dunque tutto quanto, anche il vostro ruolo, va ripensato. Cambiamento che, lasciatevelo dire, sulla prima linea sta avvenendo da tempo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E noi ci teniamo a voi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questi livelli di sofferenza non si scherza e non si può perdere tempo. Negli anni personalmente ho visto alcune di voi venire a pranzo, seguirci in strada a cercare i ragazzi… ecco appunto le fughe. Prendiamo questo esempio semplice. Se voi rispondete alle fughe come fallimento della casa famiglia dimostrate che non state capendo. Se rispondete alle fughe amministrativamente, avanzando il discorso che i giorni fuori della casa famiglia non verranno pagati, proprio non volete capire. Le fughe sono un sintomo e quando i ragazzi si nascondono vanno trovati. Col vostro aiuto magari. Ma non deve accadere che voi impediate tutto ciò.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il modello che tutti noi, insieme, dobbiamo seguire è tutto sommato semplice. Un ragazzo che sta male va dal dottore. Ce lo portano i genitori e voi qui avete questo ruolo. Il medico fa una diagnosi e propone una cura. La condivide con i genitori i quali hanno i compito (il dovere) di lasciare che quel medico si occupi della sofferenza dei loro figli. Quel ragazzo sofferente si troverà allora tutto intorno un bel gruppo di adulti, che sa il proprio mestiere e sa cosa fare. I genitori si fidano del medico e il medico non ha altro parametro che la clinica. Ovvero… ovvero il trattamento terapeutico, l’arte (la scienza!) di curare la sofferenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo il trattamento impone al medico un ruolo genitoriale perché così funziona il trattamento di ferite all’origine della vita. Ciò può creare ambiguità ma non lo scegliamo né noi né voi. È un metodo che va condiviso ed è l’unico metodo di aiuto che insieme possiamo proporre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Servizi sociali e case famiglia non debbono avere altra indicazione che la clinica. Deve essere l’unico parametro. E quando voi svolgete il vostro ruolo di controllo, utilissimo, dovete essere più coraggiose, dovete comprendere profondamente se c’è nel gruppo dei curanti questo parametro e come viene realizzato. Altrimenti è tutto fallimentare. Il vostro e il nostro ruolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scriviamo queste riflessioni proprio perché ci fa profondamente arrabbiare ogni volta che non capite e vi imputate venendo meno ad un ascolto silenzioso, a delle proposte che solo voi potreste fare e ad un dialogo serio che aiuterebbe i ragazzi. Ci fa arrabbiare perché sempre più vediamo il coraggio dei ragazzi e delle ragazze scontrarsi con l’incomprensione dei servizi. Di colleghe che parlano con i ragazzi ospiti delle comunità una volta l’anno. Su via! </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se deve essere così una risposta al vostro ruolo dovreste darvela da sole ed è il nulla. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Viceversa frequentate le comunità, venite a pranzo, a cena, in vacanza. Alcune di voi lo fanno e sono preziose colleghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo che decidete da che parte stare noi vi aspettiamo con affetto, ma andando avanti nel nostro lavoro, anche senza di voi o contro di voi. Vi aspettiamo dalla parte dei ragazzini. Perché ci troverete sempre dalla parte dei ragazzini. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso&#8230; se sei un’assistente sociale e sei arrivata fin qui, magari odiandoci un po&#8217;, ma con curiosità e coraggio, vuol dire che forse ci stiamo capendo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In questi venti anni abbiamo avuto l’onore di lavorare con alcune di voi che hanno letteralmente fatto scuola, da cui abbiamo imparato tanto. Colleghe e colleghi della “vecchia scuola” con cui siamo stati in strada, nei campi Rom, nelle case dei ragazzi dove quell’agonia si respira, nell’inferno del carcere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Cara amica, avrai capito che senza di te non possiamo lavorare, ma che come sai tutto sta cambiando. E il nostro è solo un invito a cambiare insieme. </p>
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		<title>La nascita di una madre.</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2020 22:06:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Proponiamo un commento al libro, “la nascita di una madre”. L’Autrice ci porta nella profondità dell’incontro tra due menti alle prese con la comune esperienza della perdita. Il genitore adottivo e il bambino ferito. Sottolineiamo l’importanza di nuove forme di famiglia e di genitorialità. Nuove forme che comprendono ancora i gruppi di aiuti delle comunità che si occupano di orfani dell’anima. 

Molto spesso in casa famiglia abbiamo ospitato e ospitiamo ragazzini con alle spalle un’adozione fallita. Sappiamo quanto sia difficile conoscendo bene l’orrore del trauma di questi ragazzi. 

Pensiamo da ultimo che un filo leghi le esperienze di adozione, affidamento e comunità. Una nuova e più moderna concezione di aiuto e di genitorialità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Waterman B. (2010) Roma: Ma.Gi.</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img data-attachment-id="722" data-permalink="https://sulbordo.org/bb96444a-19ed-48ad-8667-1bcccd257d22-jpeg-2/" data-orig-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/09/bb96444a-19ed-48ad-8667-1bcccd257d22-1.jpeg" data-orig-size="3024,4032" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;2&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 11 Pro Max&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1590509304&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;20&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.00058411214953271&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;,&quot;latitude&quot;:&quot;42.268891666667&quot;,&quot;longitude&quot;:&quot;12.152133333333&quot;}" data-image-title="" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/09/bb96444a-19ed-48ad-8667-1bcccd257d22-1.jpeg?w=768" src="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/09/bb96444a-19ed-48ad-8667-1bcccd257d22-1.jpeg" alt="" class="wp-image-722" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Nel linguaggio comune si dice solitamente che un’idea è stata “partorita”. La metafora del parto ben si addice al venire al mondo, alla presenza, di un’idea così come di un libro. E’ una presenza che segue ad un momento di fusione, nel quale l’idea e l’ideatore sono un tutt’uno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal senso B. Waterman nel primo capitolo del suo libro La nascita di una madre, può ben parlare del “concepimento di questo libro”. Un lavoro che confina molto e spesso sconfina con l’esperienza stessa dell’autrice, ovvero le vicissitudini di una madre non biologica alle prese con l’esperienza della maternità. Esperienza che l’autrice definisce come universale. “E’ mia intenzione dimostrare  l’universalità delle vicissitudini della maternità, ferme restando le divergenze specifiche nelle esperienze di madri biologiche e non”(p.16).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qui si dipartono le strade battute da questa ricerca. Perché se la maternità biologica  si fonda e ha inizio, almeno in prima battuta, su una “fase di comunione in utero, seguita dall’esperienza di non uno né due nel periodo post partum (Oxenhandler, 2001, p.25), le madri non biologiche devono affrontare fin dall’inizio le specifiche caratteristiche temperamentali e genetiche del figlio e le eventuali divergenze attribuibili al diverso background familiare ed etnico” (p.17). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque queste diverse esperienze si inscrivono a giusto titolo nell’universale esperienza della maternità, ma in modo proprio, ovvero non come comunione, ma come incontro: “incontro tra due menti” diverse tra loro, che comporta una grande eccitazione, ma anche il confronto tra queste differenze. L’impressione che si ha nella lettura del libro della Waterman è che quest’incontro sia al tempo stesso preludio e conseguenza di uno statuto della famiglia ormai diverso rispetto alla concezione della famiglia tradizionale e che in questo incontro, tra la madre non biologica, affidataria o adottiva e il bambino solo, ad incontrarsi siano contenuti psichici diversi ma molto vicini tra loro. Menti che presentano incidenti di percorso molto simili, traumi assimilabili, dettati dal lutto e dall’abbandono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia da un punto di vista sociale che intrapsichico dunque, i nuovi assetti vengono definiti dall’Autrice alla luce delle relazioni di attaccamento. Gli stessi stili di attaccamento sono i pennelli con cui la Waterman dipinge e descrive l’esperienza critica e feconda della maternità non biologica e risentono della necessità di nuove definizioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“E’ dunque giunto il momento di includere nel concetto di maternità il percorso interiore  compiuto dalle madri non biologiche. L’ideale della famiglia nucleare non costituisce più la realtà per molti bambini che crescono nella società attuale né per le loro madri. La prospettiva futura sullo sviluppo infantile dovrà includere i legami di attaccamento tra madri non biologiche e i loro bambini” (p.19).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella descritta dalla Waterman è la realtà assistenziale della democratica California. Una realtà in cui uomini e donne formano nuovi nuclei familiari con l’eredità di passati matrimoni, nella quale coppie gay e lesbiche hanno libero accesso al sistema di affidamento, così come madri single non riuscendo a procreare decidono di adottare bambini senza madri. Gruppi sempre più articolati ed estesi, all’apparenza indifferenziati, erosi,  assistiti da una rete di agenzie, professionisti, gruppi di auto-aiuto che supportano le difficoltà di una realtà familiare esistente di fatto e di diritto, ma non ancora metabolizzata completamente dal sistema sociale che non garantisce sempre adeguati riti di passaggio a sancire queste nuove esperienze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se il libro si pone l’obiettivo di aiutare le madri non biologiche affinché “imparino a non lasciarsi trasportare dall’emozione, ricorrendo piuttosto ad una sana e costruttiva pausa di riflessione” (p.22), un altro obiettivo del libro è proprio quello di mettere in discussione la supremazia ideologica della cosiddetta famiglia nucleare tradizionale, nonché il mito della madre biologica perfetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque <em>La nascita di una madre</em> si propone come un libro che desidera aggiornare gli aspetti sociali riferiti alla famiglia e alla maternità, con una funzione di contenimento rispetto a quelle vicissitudini che la decisione di divenire madre di un figlio non biologico porta con sé. Libro concepito e libro contenitore dunque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui l’Autrice, attraverso il concetto di “preoccupazione materna primaria” (Winnicott 1956) ci porta nel cuore di quest’incontro del tutto particolare. Winnicott definisce la preoccupazione materna primaria come una “malattia normale”, un ambiente creato dalla madre che permette al bambino la continuità del suo essere, attraverso un’elevata sensibilità dei bisogni del bambino. “Devoto” è il termine che secondo Winnicott contiene il senso ultimo di questa malattia dalla quale la madre guarendo porta il figlio verso la strutturazione di un io. Preoccupazione temporanea dunque, in quanto le carenze materne in questa fase sono percepite dal bambino come minacce di annichilimento, che però non conducono all’annichilimento. “Un sé che può permettersi di morire” lo definisce lo stesso Winnicott.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nell’incontro descritto da B. Waterman l’evoluzione si fa più complessa, in quanto questo ambiente facilitante diviene ricettacolo per numerose proiezioni. “Il bambino attribuisce sentimenti propri alla madre, che finisce per identificarsi con tali emozioni, contenendole al posto del bambino” (p.63). La funzione di contenimento rimane e anzi viene rafforzata dal fatto che questi bambini sono alle prese con una seconda fase, una riedizione della fase primaria nella quale possiamo dire che qualcosa era andato storto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei numerosi casi clinici, film, stralci di giornali e riviste, discussioni con colleghe e amiche, nonché nella narrazione di un’esperienza personale ci sembra di rintracciare proprio questo tema, ovvero la necessità di forgiare un attaccamento significativo per generare un senso di appartenenza, all’interno di una “seconda possibilità”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A maggior ragione proprio lì dove tutto ciò è reduce da una prima esperienza fallimentare, in quanto la “seconda mamma” parte proprio da un incontro tra due storie già scritte e diverse tra loro. “La preoccupazione materna primaria aiuta il bambino a sperimentare se stesso in maniera diversa, nel contesto di una relazione soddisfacente e lo incoraggia a liberarsi delle precedenti proiezioni genitoriali distruttive” (p.66).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo forse è uno dei punti di maggiore interesse del lavoro della Waterman. In quanto entrambi, mamma e bambino, nel loro incontro fanno i conti con una perdita importante e insieme cercano un’elaborazione possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso una grande ricchezza di materiale e un’analisi molto chiara e onesta l’Autrice ci accompagna nelle difficoltà incontrare dalle donne che decidono di adottare e di rinascere nella maternità. Sono difficoltà legate all’elaborazione di un lutto, della perdita, della delusione di non poter dare alla luce un figlio. “In una cultura basata sul progresso, sull’onnipotenza e sul controllo assoluto della natura, risulta ancor più difficile accettare le limitazioni umane” (p.53). Le madri non biologiche, come quelle biologiche, sono alle prese con la loro storia. Ma le prime sentono sulle loro spalle l’ombra della perdita sempre in agguato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal senso, seguendo lo stile della Waterman fatto di molteplici rimandi al mito e ad una dimensione allegorica, ci viene in aiuto quella che nell’iconografia delle fiabe è il personaggio della matrigna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella parola composta inglese stepmother (matrigna), step deriva dal Middle English <em>steif</em>, che indica la mancanza di qualcosa (in origine il termine si applicava infatti agli orfani). Dunque una stepmother è la madre di un bambino che ha subito una perdita. Il lutto e il senso di perdita costituiscono la sua raison d’etre. Nelle favole la matrigna entra in scena dopo un decesso, richiamata dal senso della perdita. Spesso, in seguito alle sue oscure macchinazioni, il male si rivolge contro se stesso, conducendo alla risoluzione finale del lutto. La matrigna è la forza che spinge il bambino a smettere di piangere e a passare all’azione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa figura è racchiusa tutta l’ambivalenza del ruolo di madre non biologica, che tiene in sé il fattore di cambiamento, ma anche la sua appartenenza al regno delle ombre. Ciò che ne deriva è una crescita eroica per questi bambini che hanno subito una perdita. L’eroismo sta proprio nel fatto che questo loro rapporto non si stabilisce dal nulla, ma emerge a seguito della perdita straziante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si giunge così ad esplorare l’altro lato di questo rapporto particolare. Se da un lato abbiamo la matrigna con il suo lutto e le sue oscure macchinazioni che rappresentano il suo modo di elaborare il lutto, dall’altro lato abbiamo il bambino che ha fatto esperienza della perdita nelle prime fasi della sua vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Waterman descrive molto approfonditamente questi bambini e i loro traumi. Sottolinea nella narrazione soprattutto le difficoltà a cui i nuovi genitori sono sottoposti. In quanto questa perdita verrà trasmessa nel rapporto con la nuova famiglia attraverso aspetti controtransferali molto “concreti”. In tal senso “i bambini impegnati nel processo di elaborazione del lutto hanno un disperato bisogno di genitori capaci di tollerare la loro rabbia e l’inconsolabile dolore, senza lasciarsi distruggere dall’intensità di queste emozioni, ma condividendo con i bambini l’orrore delle loro prime esperienze” (p.121).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nascita di una madre è, se vogliamo, anche una lunga carrellata di storie di bambini senza madre e del loro coraggioso lavoro per superare i profondi traumi subiti. La Waterman ci fornisce una generosa panoramica sull’espressione di questa rabbia e dei conflitti inevitabili che si instaurano con la nascita di nuove famiglie che al loro interno portano il peso dell’abbandono.Tanto che si potrebbe invertire il titolo e con lo stesso gioco di parole parlare sia della nascita di una madre che del divenire un figlio, da parte di bambini che sembrano venire al mondo fondati nel trauma più che nell’amore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così che, seguendo Winnicott ci sembra di poter dire che quella che l’Autrice definisce come una “terapia d’urto” (p.116), da parte di genitori acquisiti che aiutano bambini che hanno subito traumi nei primi anni di vita a recuperare un senso stabile di sé e del rapporto con gli altri, sia possibile proprio in quanto anche questi genitori hanno subito ed elaborato il trauma del loro lutto, entrando in scena dunque proprio grazie alle loro lacune. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sembra interessante aggiungere che questo tipo di “terapia” risulta centrale anche nella fase dell’adolescenza, con ragazzi che a vario titolo e con storie differenti, si trovano nella possibilità, propria di questa fase della crescita, di riaffrontare quelle vecchie ferite. Nel libro non mancano esempi di adolescenti in affidamento o in casa famiglia, seguiti da genitori single aiutati da professionisti e da diverse agenzie sociali, o anche da gruppi di adulti impegnati con ragazzi difficili. Per l’autrice queste sono comunque cornici familiari nelle quali i ragazzi possono esprimere la loro rabbia, come se il conflitto appunto rimandasse alla possibilità di una futura relazione. E la Waterman non si stanca di sottolineare, in un dialogo continuo con i genitori affidatari, che questo conflitto è inevitabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sembra indicativo degli obiettivi e della prospettiva del libro che l’Autrice chiuda il suo lavoro con un capitolo dedicato agli “orfani moderni” (p.233). Con  Punnett (2002) l’autrice chiama questi bambini e ragazzi “orfani dell’anima” (p.234). Come se in loro fosse mancata oltre che una base sicura, qualcuno che li sapesse tenere a mente. Qui non è centrale la natura del rapporto madre bambino. Che sia o meno biologico questi orfani dell’anima hanno mancato l’appuntamento con la possibilità stessa di avere una psiche, cresciuti senza poter contare almeno su una figura di attaccamento stabile capace di tenerli a mente. Rappresentano l’estremo negativo di tutte le situazioni e storie narrate nel libro, come un ultimo anello in cui si racchiude il rischio e la meta ultima di una serie di fallimenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso questi orfani moderni emerge con maggiore chiarezza quanto sia importante il dispositivo di cura che in qualche modo può assumere su di sé il peso della trasformazione di questo tipo di sofferenza. L’Autrice usa per definirli i loro stessi fallimenti, ovvero su un piano concreto tutti gli affidamenti falliti, i collocamenti in casa famiglia e le fughe messe in atto da questi ragazzi. Ciò che emerge è il fallimento stesso come messa in scena di un contenuto inconscio scisso e non narrabile altrimenti che attraverso una disperata e concreta scia di abbandoni. Qui ogni base sicura fallisce il suo mandato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A maggior ragione si avverte il bisogno di una riscrittura del concetto tradizionale di famiglia, nel senso che in questi casi particolari di ragazzi gravi “le figure di attaccamento non biologiche o i legami stabiliti con i membri della famiglia allargata possono rappresentare l’unica ancora di salvezza” (p.238). Questi ragazzi si curano in gruppo, senza rischiare l’istituzionalizzazione, o meglio il concetto stesso di istituzionalizzazione. Ad emergere come dispositivo terapeutico è un gruppo di adulti che si prenda cura di loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal senso la Waterman auspica una modifica radicale delle politiche sociali, che includa modelli familiari alternativi e sappia dare il giusto peso all’educazione e alla cura di questa categoria di bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Come membri della società, abbiamo l’obbligo di sostenere i genitori non biologici, i cui sforzi sono spesso ignorati o sottovalutati” (p.246).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se durante tutto il libro l’Autrice non risparmia insegnamenti e raccomandazioni per questo tipo di genitori, ci sembra che uno di questi insegnamenti possa essere rivolto proprio a chi si occupa di aiuto ad adolescenti gravi, ovvero la possibilità di intervenire da parte di figure terze in mutate condizioni familiari sul senso e sugli affetti di perdita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una personale risposta dell’Autrice sta nella richiesta di una maggiore cura nel definire gli aspetti rituali rispetto a questi ruoli insiti nelle famiglie allargate e post-moderne. Un rito è sempre segno di appartenenza e rende possibile al soggetto una rappresentazione della propria sofferenza che non ceda alla vergogna e al silenzio, in una sorta di comunione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ne è un esempio il rituale giapponese chiamato mizuko kujo, per le donne che hanno perso un figlio. La cerimonia si basa sul riconoscimento del neonato mediante la costruzione di una lapide con un nome postumo, “sormontata da una statua di Jizo, lo spirito protettore dei bambini” (p.38). Gli spiriti sono onorati attraverso questi riti detti dei “bambini acquatici” e le madri confortate dall’idea di aver agevolato il bambino verso la sua successiva rincarnazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bibliografia </p>



<p class="wp-block-paragraph">BALDINI T. (2010). Gruppalità come metodologia di cura presso “comunità di tipo familiare”. AeP adolescenza e psicoanalisi. V-2, 71-82.</p>



<p class="wp-block-paragraph">WINNICOTT D.W. (1956). La preoccupazione materna primaria. In: Winnicott D.W. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: G.Martinelli (1991).</p>
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		<title>Sul lavoro di gruppo</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2020 13:57:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le seguenti riflessioni avranno per oggetto le comunità di tipo familiare orientate psicodinamicamente. In particolare, ci proponiamo di mostrare come esse possano rappresentare dispositivi di aiuto atti a favorire i processi di psichizzazione, lavorando sulle cause della sofferenza e riportando quest’ultime a dinamiche inter ed intrapsichiche. La casa famiglia è una metafora dell’esperienza familiare in [&#8230;]]]></description>
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</div>


<p class="wp-block-paragraph">Le seguenti riflessioni avranno per oggetto le comunità di tipo familiare orientate psicodinamicamente.</p>


<p class="wp-block-paragraph">In particolare, ci proponiamo di mostrare come esse possano rappresentare dispositivi di aiuto atti a favorire i processi di psichizzazione, lavorando sulle cause della sofferenza e riportando quest’ultime a dinamiche inter ed intrapsichiche.</p>


<p class="wp-block-paragraph">La casa famiglia è una metafora dell’esperienza familiare in cui la scena ha una apertura necessariamente concreta in quanto lo psichico dei nostri ragazzi soffre il peso di una forza che slega e della conseguente impossibilità a rappresentare (pensare). La cura si svolge in una cornice collettiva che coinvolge tanto gli operatori quanto gli ospiti all’interno della quale, in una dimensione di compartecipazione, si possono recuperare nuove narrazioni di sé. </p>


<p class="wp-block-paragraph">La comunità nel suo insieme può essere concepita come un campo mentale complesso che si articola in più territori mentali, diversi gruppi, confinanti e sovrapposti: ciò che è possibile in un campo può arricchirsi e trasferirsi negli altri. Allo stesso modo, le problematicità di un campo possono migrare ed acquisire forma in un altro dei territori mentali della comunità.</p>


<p class="wp-block-paragraph">La cura nella comunità può essere perciò pensata come cura dei gruppi che la abitano e come loro manutenzione costante. Nella dimensione gruppale sono possibili regressioni che permettono la condivisione della frammentarietà e che innescano un primo processo trasformativo volto ad ampliare l’esperienza psichica sul piano rappresentazionale.</p>


<p class="wp-block-paragraph">Tutto il lavoro nelle comunità ad orientamento psicodinamico si declina nel senso della gruppalità e tutto ciò che accade viene sottoposto al vaglio del lavoro del Gruppo operatori nel contesto di incontri col supervisore, vera fucina dinamica della officina comunità psicodinamica.</p>


<p class="wp-block-paragraph">Durante gli incontri di supervisione, tutto l’accaduto viene letto in termini di fenomeni transferali e controtransferali: l’attenzione si focalizza quindi sugli affetti scissi e proiettati da parte dei ragazzi su adulti che li intercettano coi propri recettori affettivi e si fanno da tali affetti avvicinare, creando di fatto un insieme psichico disomogeneo e disarticolato che rappresenta la proiezione del mondo interno di ciascun ragazzo e del gruppo ragazzi nel mondo interno di ciascun operatore e in quello del Gruppo operatori.</p>


<p class="wp-block-paragraph">Quindi inizia il lavoro atto a dotare di significati i fenomeni affettivi che si evidenziano, svolto dal supervisore in intima connessione col Gruppo operatori. Nel tempo, tali significati e le risorse psichiche del gruppo dinamico degli operatori costruiscono un grande mosaico dinamico, un sistema che lega tutto e ripetutamente compone ciò che era instabile, conferendogli stabilità.</p>


<p class="wp-block-paragraph">Tali passaggi sono precipitati in momenti gruppali e nella loro concretezza si manifesta la portata della cura. Le possibilità di stabilire legami, sempre esclusivamente emergenti dall&#8217;esperienza, risale la china della rappresentabilità, attraverso un continuo processo nel quale le gruppalità si approssimano. L’esperienza indicibile del dolore trova quindi nel gruppo degli operatori un luogo psichico (Lupinacci, Biondo 2015). </p>


<p class="wp-block-paragraph">Ciò accade in cucina, dopo cena, nelle notti popolate dì fantasmi, dando due calci al pallone o la mattina quando suona la sveglia. </p>


<p class="wp-block-paragraph">Attraverso la ripetizione ciclica di tale esperienza il gruppo gradualmente evolve e passa dal gruppo anonimo dell’Orda al gruppo civile: inizia cioè a pensare e non più agire.</p>


<p class="wp-block-paragraph">La comunità familiare ad orientamento psicodinamico si presta quindi ad essere luogo di rappresentazione metaforico e metonimico degli affetti originari degli assistiti. I ragazzi trasferiscono sugli operatori aspetti rudimentali del loro psichismo e gli operatori si offrono come oggetto concreto di transfert multipli. Lentamente attraverso nuove identificazioni la storia passata si lega a quella presente; si creano così scenari e rappresentazioni inedite, che per i bambini ed i giovani in difficoltà diventano significanti ed acquisiscono una funzione di guida nei complessi meandri della psiche e della sofferenza.</p>
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		<title>Come gli hippie hanno salvato le case famiglia</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Aug 2020 16:11:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un paradigma per i progetti d’aiuto
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Brevi accenni dovuti a tedio domenicale sulle case famiglia e su la nostra struttura. A mò di “spiegone” per chi non ci conosce e ripassino per chi ci segue con amore da sempre. </strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter is-resized"><img data-attachment-id="599" data-permalink="https://sulbordo.org/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8-jpeg/" data-orig-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg" data-orig-size="3024,4032" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;2&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;iPhone 11 Pro Max&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1598725834&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;6&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;20&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0081967213114754&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;,&quot;latitude&quot;:&quot;42.268886111111&quot;,&quot;longitude&quot;:&quot;12.15215&quot;}" data-image-title="" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg?w=768" src="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg" alt="" class="wp-image-599" width="683" height="911" srcset="https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg?w=683&amp;h=911 683w, https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg?w=1366&amp;h=1821 1366w, https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg?w=113&amp;h=150 113w, https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg?w=225&amp;h=300 225w, https://sulbordo.org/wp-content/uploads/2020/08/34291939-2ec8-441e-831b-beec72e528b8.jpeg?w=768&amp;h=1024 768w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Volevamo dirvi qualcosa sulla casa famiglia Rosa Luxemburg. L&#8217;esigenza nasce dall’insofferenza spesso provata dalle comunicazioni telegrafiche e sempre frammentate che i <em>social impongono. 
</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma le foto sono belle e costituiscono buona parte della nostra narrazione, ma ogni tanto tocca pure condividere parole. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si corre secondo noi il rischio di perdere un&#8217;unità del discorso che pure è necessaria. Necessaria a comprendere ed interpretare cosa c&#8217;è ad esempio dietro le immagini che scorrono sui nostri <em>social</em>. D&#8217;altra parte non corriamo qui il rischio di imporre letture lunghe a chi non legge oltre le dieci righe. Chi non fosse interessato può passare subito ad altro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La casa famiglia Rosa Luxemburg è il gruppo che la anima. La matrice di questo gruppo si è costituita circa 20 anni fa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per matrice intendiamo ciò che anima un gruppo appunto, a prescindere dai suoi elementi che via via negli anni si sono susseguiti. Il termine matrice viene da madre, dalla materia fondamentale di cui è costituito un elemento, è una forma che dà forma, un codice di riconoscimento, è ciò che costituisce l’origine, la causa fondamentale, l’elemento ispiratore di un fatto o di un avvenimento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La matrice è ciò che rimane. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi siamo nati in modo particolare rispetto ad altre realtà dell&#8217;aiuto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Eravamo un gruppo di ragazzi un po&#8217; sgangherati, ideologicamente orientati e con l’idea che la casa famiglia fosse una sorta di comune nella quale un gruppo di adulti si costituisce intorno all’utopia che avrebbe salvato il mondo se quei ragazzini fossero stati salvati. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò continua ad essere probabilmente l’anima del nostro lavoro. Un’anima romantica. Non ci siamo costituiti intorno ad un progetto sociale, con l’idea di fare soldi, o perché ad esempio eravamo psicologi o educatori che avevano studiato per questo e si affacciavano nel mondo del lavoro. Negli anni non abbiamo fatto altri progetti e non abbiamo intenzione di farli. Ma in venti anni abbiamo visto aprire e chiudere tanti progetti, nati senza anima. E noi siamo ancora qui col sorriso ogni volta che stiamo con i ragazzi. Forse per questo per noi termini come burn out non hanno mai avuto cittadinanza a Rosa Luxemburg. Noi ci sentiamo male lontani dalla nostra casa. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse esperienze precedenti, di case famiglia <em>vecchia scuola</em>, con la famiglia che vi abitava all’interno, hanno segnato la nostra immagine di comunità, oltre a quell’utopia pre-politica del mondo salvato dai ragazzini. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivata la psicoanalisi e i tanti anni  che abbiamo dedicato alla formazione e che ancora ci impegnano tanto. Perché avevamo due domande semplici a cui nessuno sapeva rispondere. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima suonava così. A cosa serve la casa famiglia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui nel tempo ci fu evidente che l’unico obiettivo sensato che potevamo darci era la riduzione della sofferenza dei ragazzi. Un po&#8217; come qualcuno che sta male e si rivolge ad un medico. Il nostro unico criterio è questo, la sofferenza dei ragazzi e poter intervenire in direzione di una diminuzione del loro soffrire. Quindi il nostro unico parametro è la clinica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò ci ha portato e ci porta spesso a simpatiche discussioni con i servizi sociali. In quanto per noi questo punto è centrale e non discutibile. È una questione etica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La psicoanalisi è stata utile perché ci ha risposto alla seconda domanda che poteva suonare così: come si aiutano i ragazzi? Una domanda che interrogava circa il metodo, niente meno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è scontato pensare che le case famiglia abbiano un metodo. Perché di fatto, con buona pace dei nostri colleghi operatori, la questione del metodo non ci sembra sia stata mai posta e affrontata seriamente all’interno del nostro ambiente. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi invece lo abbiamo fatto perché se non puoi dire il metodo, o hai delle parole d’ordine, tipo la fine che ha fatto il termine empatia, o alcune orribili parole di matrice anglosassone come empowerment, o improvvisi. In entrambi i casi sei disonesto. Lo abbiamo fatto pubblicando articoli su riviste scientifiche, andando ad interrogare argomenti mai battuti prima e sui quali c&#8217;è ancora grande imbarazzo da parte dei servizi, come la sessualità, l&#8217;omosessualità, la transessualità dei nostri assistiti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo studiato e scritto molto su questi argomenti, aiutati da chi ne sapeva più di noi e da una supervisione durata circa 13 anni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrebbe dire che a Rosa Luxemburg, nonostante sia sempre rimasta quella matrice utopica, nulla è lasciato al caso e tutto viene pensato dal gruppo in termini di transfert e contro transfert (o transfert dell’operatore o del gruppo di operatori). Tutto ciò che accade per noi ha un senso ed è sintomo, lì dove via via ci è apparso sempre più chiaro, con gli psicoanalisti di lingua francese, che la comunità è un dispositivo di aiuto, che fa emergere i sintomi (che dunque non vanno considerati il male), che lavora sulla possibilità che i ragazzi si creino uno psichico e che questo psichismo ha come espressione la rappresentazione come opposto dell’agito. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto da noi è intriso fin nelle fondamenta da questo specifico modo di funzionare della comunità. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Che continuiamo a chiamare casa famiglia proprio in quanto il termine famiglia per noi non ha nessun valore ideologico ma rappresenta una scena, la scena nella quale i ragazzi si sono feriti e una scena che da noi i ragazzini possono ritrovare sufficientemente concreta per poter fare degli investimenti affettivi e ripetere gli esiti di un’anima ferita all’origine della propria esistenza. Tutto qui. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La psicoanalisi ci ha formato anche in un altro senso. Ovvero ci ha consegnato all&#8217;evidenza che l’unico strumento che si ha in casa famiglia è un’equazione personale e di gruppo. Che anche per gli operatori vale lo stesso discorso che vale per i ragazzi e dunque quella scena famigliare farà emergere fantasmi e sintomi di ciascuno dei soggetti impegnati nella relazione. Dunque abbiamo lavorato tanto su noi stessi, le nostre analisi personali, i nostri percorsi di formazione e di supervisione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche questa decisione ci sembrava una scelta etica perchè stavamo studiando per essere la realtà più formata e di livello più alto che un ragazzino in difficoltà potesse incontrare come risposta ad una sua richiesta di aiuto. E così è stato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche perché, lavorando in prima linea da due decenni, ci sembra evidente che la sofferenza della popolazione di adolescenti in difficoltà si aggravi, così come avviene sui grandi numeri in tutto il mondo. La clinica attuale da tempo non presenta casi “sociali” sempre che siano esistiti, ma situazioni di ragazzi con funzionamenti al limite che arrivano da noi in tenerissima età. Così ci è sembrato importante, mantenendo la definizione di “casa famiglia” considerare comunque il nostro progetto come sociale e sanitario al tempo stesso. Lì dove la regione Lazio ancora distingue tra strutture sociali e comunità terapeutiche. Distinzione a nostro avviso ingenua nel migliore dei casi, lontana galassie dall’attuale utenza dei servizi sociali. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Da ultimo, proprio perché siamo rimasti una casa famiglia “originale”, e qui intendiamo anche il nostro legame con la rivoluzione di Basaglia, le origini del lavoro in piccoli gruppi, il legame col territorio e la presenza di un forte aspetto politico del nostro mestiere, pensiamo che i ragazzi, fatte queste premesse, si curino semplicemente stando all’interno di un clan di adulti, aperto ai servizi, alle famiglie dei ragazzi, al territorio, che si occupa di ragazzini, un clan di adulti che ha il proprio mestiere e le proprie idee forti. Da ciò è derivato il nostro impegno ambientalistico, la costituzione di una fattoria all&#8217;interno della struttura, la ricerca di un contatto con la natura che la vita in campagna ci ha agevolato. Pensiamo che questo faccia parte di un progetto terapeutico non nel senso della vecchia concezione dei laboratori e della pet terapy. Noi crediamo che laboratori in un contesto famigliare non abbiano senso, e anzi andrebbero a snaturare quel setting concreto che consente un transfert concreto, uno spazio transizionale, di gioco e  di illusione. Non crediamo in qualcosa che sia <em>terapy</em> lì dove da noi ogni cosa lo è dal momento in cui viene pensata e sentita. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La nostra è un’esperienza autentica e forte, politica ci verrebbe da dire, una presa di posizione sociale, rispetto alla polis, alla Legge e al mondo, che ci connota come attivisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiaramente tutto ciò ha a che fare con l&#8217;aiuto, così come aiuta sempre avere una famiglia con delle idee chiare, attiva e sensibile all’interno della società di cui fa parte, che riconosce ed è riconosciuta da essa, pur rimanendo sempre interessata a proporre con il proprio esempio uno stile di vita alternativo (parola che purtroppo si usa sempre di meno). </p>
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		<title>Conoscere, scoprire, spostare, imparare. Dove i prati diventano boschi.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Dec 2019 23:44:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riflessioni brevi sulle case famiglia che decidono di ospitare ed aiutare ragazze e ragazzi che vivono situazioni di estrema difficoltà. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultimo anno abbiamo fatto un’esperienza molto particolare. Un’esperienza al limite.</p>
<p>La casa famiglia rosa luxemburg è nata con l’idea di posizionarsi in uno spazio mediano tra il sociale ed il terapeutico. Questo perché fin dal principio avevamo avuto bisogno di un progetto “al limite” per ospitare ragazzi “al limite”.</p>
<p>Ci corre l’obbligo di precisare un paio di concetti importanti per quanto stiamo cercando di chiarire.</p>
<p>Quando usiamo la definizione “al limite” abbiamo in mente tutta quell’area cosiddetta border line per definire il funzionamento mentale dei nostri assistiti. È anche un modo per dire e definire di cosa essi soffrano. In quanto se si parla di casa famiglia si parla anche e soprattutto delle sofferenze delle ragazze e dei ragazzi che in essa vivono e di chi abbiamo cura. Ma abbiamo anche in mente che per poterli aiutare i dispositivi oggi a nostra disposizione sono limitati. Ovvero un adolescente in carico al servizio sociale, sempre più spesso presenta delle “ferite all’origine” dei traumi in precocissima età, che esitano in adolescenza in condotte distruttive e devianti.</p>
<p>Dunque per aiutarli si ha l’impressione di dover spingere su un limite, spingere “al limite”, ciò che siamo soliti utilizzare. Come fossero loro stessi a chiederci di andare a prenderli dove stanno.</p>
<p>Dunque abbiamo fin da subito cercato di capire dove si colloca il limite della casa famiglia. I nostri ragazzi sempre più spesso hanno bisogno di interventi integrati. Che siano sociali, ma anche trasformativi, di cura, in altri termini terapeutici.</p>
<p>Nell’ultimo anno abbiamo fatto un’esperienza molto particolare proprio grazie a ragazze e ragazzi con delle vite molto difficili che ci hanno insegnato tanto.</p>
<p>Abbiamo capito che la casa famiglia ben si presta in questo senso. Perché ha un assetto comunitario ed è ormai noto che certe sofferenze si curano “in gruppo”. Il gruppo aiuta i ragazzi in quanto dà loro la possibilità di fare molteplici investimenti affettivi, integrare ciò che in loro è scisso e poter fare l’esperienza di legami affettivi forti. In questo invece la casa famiglia non è una comunità. Mantiene il suo vertice orientato dall’esperienza famigliare. In che senso? Per farla breve è come se dicessimo: tu ti sei ammalato in famiglia e in una scena “come se” fosse una famiglia ti curerai. In quanto in quella scena è tutto disposto per far emergere il sintomo nella ripetizione dei legami, che si vanno creando. E per noi i sintomi sono importanti.</p>
<p>Seguendo tali riflessioni già da anni abbiamo ritenuto superficiali e dannosa la distinzione che spesso viene applicata in contesti come il nostro, tra educativo e psicologico. Se si conosce a fondo il funzionamento mentale di adolescenti sofferenti e come si lavora nel senso di una diminuzione della sofferenza, allora è anche chiaro che un aiuto non si potrà distinguere declinandolo di volta in volta tra il polo educativo e quello psi. Rifarsi il letto, andare a scuola, una chiacchierata con un adulto piuttosto che a cena tutti insieme, sono operazioni che hanno un valore enorme. E tutto concorre ad una crescita armonica dove ogni istanza del mondo interno possa ritrovare un giusto collocamento. Poter fare legami, sia affettivi che di pensiero, poter pensare la sofferenza piuttosto che agirla è il nostro obiettivo principale e a stento riusciamo a pensare in termini di educativo vs psicologico.</p>
<p>Così l’aver ospitato e aiutato molti ragazzi con una diagnosi, con delle psicopatologie già in età precoce, con una sofferenza mentale medio grave, ci ha insegnato nell’ultimo periodo che in casa famiglia c’è un grosso problema da risolvere. E veniamo al limite che abbiamo incontrato.</p>
<p>Deve venire giù anche la distinzione tra sociale e sanitario.</p>
<p>Ma se quella tra educativo e psicologico è più una questione di assetto interno del gruppo e di modalità di lavoro, di formazione degli operatori e del servizio sciale, la distinzione tra sociale e sanitario ha una portata più ampia, politica ed istituzionale.</p>
<p>Vogliamo dire che per accogliere ed aiutare questa nuova generazione di ragazze e ragazzi sempre più giovani e sempre più difficili (e chi lavora nei servizi sa cosa stiamo dicendo) c’è bisogno di un passo avanti più concreto.</p>
<p>La casa famiglia non si dovrebbe snaturare, ovvero non dovrebbe diventare comunità terapeutica. Abbiamo molto da imparare dagli amici delle comunità ma sono pochi quelli che lavorano con gli adolescenti e questo la dice lunga. L’eccesso di istituzionalizzazione non è utile e forse nemmeno praticabile lì dove però un eccesso di scena famigliare porta troppo velocemente a contattare ciò che è traumatico per loro. L’istituzione aiuta un io fragile che in essa trova un contenitore ed un appoggio, ma non deve l’istituzione entrare a gamba tesa nel gruppo di affetti che caratterizza la casa famiglia.</p>
<p>E allora cosa fare?</p>
<p>Ci piacerebbe uno spazio di aiuto, riconosciuto dalle istituzioni, come a metà tra sociale e terapeutico. Nella Regione Lazio servirebbe mettere mano ad una nuova definizione che consenta la nascita di strutture nuove o riconosca l’intervento, di chi ha le qualifiche giuste, in quanto francamente terapeutico. E cosa cambierebbe? Cambierebbe tutto. Cambierebbero i nostri interlocutori, un riconoscimento professionale che anche le case famiglia stesse sembrano avere timore nel chiedere e delle risorse che oggi sono fantascienza.</p>
<p>Da parte nostra quello che possiamo dire fin da ora, al termine di questo anno di follia, è che servirebbe tanta passione, servirebbe l’impegno e la partecipazione di tutto il territorio, istituzioni (pensiamo al comune, la asl, le scuole, i carabinieri) e cittadini, servirebbe tollerare che tutta casa possa essere distrutta e ricostruita, ma sopratutto servirebbe essere molto ma molto preparati. Perché i giovani non dormiranno</p>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2018 15:03:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riflessioni di fine anno E anche il 2018 sta finendo. E come è consuetudine la fine dell’anno porta con sé la necessità di un bilancio. Il 2018 è stato il quindicesimo anno di attività nella nostra casa famiglia per adolescenti. Il ventesimo anno di “militanza” nel sociale. Ma su ciò torniamo alla fine. Abbiamo continuato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Riflessioni di fine anno</h2>
<p>E anche il 2018 sta finendo.</p>
<p>E come è consuetudine la fine dell’anno porta con sé la necessità di un bilancio.</p>
<p>Il 2018 è stato il quindicesimo anno di attività nella nostra casa famiglia per adolescenti. Il ventesimo anno di “militanza” nel sociale. Ma su ciò torniamo alla fine.</p>
<p>Abbiamo continuato a lavorare come siamo soliti fare. Posizionare la casa famiglia nello spazio di mezzo tra sociale e terapeutico, o detto in termini che ci piacciono di più, conciliare in un unico intervento lo psichico e l’educativo, nella cura di ragazzi che soffrono, richiede tanto tempo. Se consideriamo la storia&#8230; questa idea ci venne in mente negli anni in cui lavoravamo con la giustizia minorile e allora la chiamavamo la comunità filtro.</p>
<p>L’urgenza rimane la stessa ma forse qualcosa si muove nel mondo delle case famiglia. Noi crediamo fortemente nel dato clinico. Lamentarci perché “non esistono più i ragazzi di una volta” è dannoso per noi oltre che ingenuo. Esiste la sofferenza e la cura della stessa. In tal senso i progetti sociali che si occupano di adolescenti hanno la responsabilità di essere pronti nel momento giusto.</p>
<p>Oggi più che mai la sfida è quella di collocarsi in un’area di mezzo tra le comunità terapeutiche e le case famiglia. Il dato che noi osserviamo, che condividiamo con gli amici del servizio sociale, è che l’età di ingresso in comunità si è molto abbassata. Parliamo oggi di pre adolescenti che presentano problematiche molto complesse.</p>
<p>Crediamo che tutte le case famiglia saranno chiamate (già lo sono) a collocarsi lì in mezzo.</p>
<p>Lavorando in tal senso cambia tutta l’impostazione della struttura. Noi personalmente abbiamo trovato nella teoria psicoanalitica una metodologia che ci aiuta ad aiutare, a comprendere profondamente quelle tre cose che per noi dal principio sono state fondamentali. Come funziona la mente dell’adolescente, come si ammala e come si cura.</p>
<p>L’anno che passa ci ha visto sempre impegnati su questo fronte.</p>
<p>In casa famiglia il gruppo di mezzo è cresciuto e ci ha dato belle soddisfazioni. Per noi è stato entusiasmante provare come attraverso un simile training nascano con naturalezza degli operatori. Questo punto è veramente importante. C’è un’esperienza fondamentale nell’origine, alla nascita di un operatore, che deve essere piacevole e di totale immersione. Ma su questo diremo meglio in seguito. Il ruolo dell’operatore rimane quanto di più difficile e centrale.</p>
<p>Sul piano della diffusione e condivisione della nostra esperienza e delle nostre idee abbiamo lavorato su un tema specifico. Quello dell’identità di genere. Abbiamo completato un lavoro per la rivista Adolescenza e Psicoanalisi che vedrà la stampa all’inizio dell’anno prossimo. Il tema è stato per noi importante avendo avuto l’onore di poter occuparci di transessualità in adolescenza. Appena sarà pubblicato posteremo il link dell’articolo.</p>
<p>Lesra e Rubin, di cui siamo soci, continua a formare gi vani che si appassionano alla causa e la Fenacopsi sta creando interessanti e utilissime convergenze tra strutture che si occupano di adolescenti e condividono un vertice teorico psicoanalitico.</p>
<p>C’è da dire che durante l’anno abbiamo anche dovuto fare i conti con un lavoro che complessivamente si è rallentato parecchio sul piano delle organizzazioni che raggruppano case famiglia. Non abbiamo spinto come siamo soliti fare e di questo ci dispiace. Andrà meglio il prossimo anno. La Regione Lazio comunque ha votato per un adeguamento delle rette nelle strutture e ciò ci rallegra molto. Si può fare ancora di più!</p>
<p>Ad esempio, seguendo il filo del ragionamento di cui sopra, sarebbe importante, anche a livello legislativo, che ci fosse un riconoscimento del lavoro che alcune strutture fanno al confine tra sociale e sanitario. Qualcosa del genere si muove pensando alle diverse situazioni in cui Municipi e Asl si trovano a fare una presa in carico integrata. Crediamo che adesso stia a noi dimostrare in che senso si svolga un lavoro terapeutico anche in casa famiglia.</p>
<p>Per quanto ci riguarda il 2018 ci conferma nell’idea di dover mantenere l’impianto di base di una struttura sociale, organizzata su un modello famigliare. Il bersaglio da non mancare sta nella formazione del gruppo di lavoro, nella supervisione e nella capacità che ne consegue di saper mettere mano alla sofferenza.</p>
<p>Forse una cosa che non è mai cambiata, dal 2003 ad oggi, è l’idea che la casa famiglia debba comunque rispondere ad un modello simile a quello di un ospedale, discostandosi da esso il più possibile. Ma come un ospedale accoglie persone che stanno male, ha dei protocolli e se ne esce con una sofferenza diminuita o guarita del tutto, così anche noi dobbiamo rispondere con altrettanta serietà. Altrimenti è tutto molto relativo e poco credibile.</p>
<p>Ci rendiamo conto che ciò può incontrare diverse resistenze. Ma le case famiglia di fatto sempre più ospitano ragazze e ragazzi che soffrono e sapere come affrontare tutto ciò è responsabilità nostra. I piani educativi individualizzati in tutto ciò diventano una bella ingenuità per molti di loro, semplicemente perché non sono accessibili. E noi non siamo agenzie per il collocamento.</p>
<p>Il 2018 si conferma per noi all’insegna di una formazione nella psicoanalisi di livello sempre più alto. Crediamo che avere operatori che, nella nostra struttura, possano applicare una formazione svolta nelle istituzioni psicoanalitiche più accreditate sia oltre che sinonimo di una garanzia di lavoro anche un gesto bello e di responsabilità nei confronti dei nostri assistiti. Loro debbono trovarci preparati e per loro solo il meglio.</p>
<p>Due cose per concludere.</p>
<p>Il giardino di Rosa Luxemburg ha preso letteralmente vita. Avevamo fatto l’esperienza dell’orto negli ultimi anni. Da cittadini ci siamo appassionati e divertiti moltissimo con i ragazzi. Allevare animali inizia ad essere un’esperienza veramente affascinante. In campagna quando ci si occupa dei campi e del lavoro con gli animali si dice che si va a “governare”. Tale è la misura di quanta responsabilità si dia a questa attività e all’onore che si fa a chi alleva.</p>
<p>L’anno prossimo sarà il nostro ventesimo anno di “militanza” dicevamo.</p>
<p>A noi piace condividerlo in due modi diversi. Stiamo lavorando ad un articolo da pubblicare su Marco Lombardo Radice. Chi lo ha conosciuto e ci conosce sa quanto tale riflessione ci riguardi da vicino e metta in questione le radici stesse della tradizione che seguiamo.</p>
<p>Da ultimo abbiamo in mente, in primavera, di festeggiare questi 20 anni in modo particolare. Stiamo scrivendo un testo (discorsivo questa volta e lunghetto&#8230;) nel quale vengono raccontati questi anni, le persone conosciute, la nostra storia,tutto ciò che è accaduto nel lavoro di aiuto e che ci ha portato ad essere come siamo. Lo condivideremo con le persone che abbiamo avuto sempre vicine e sapienti interlocutrici in questi 20 anni. Ci è sembrato necessario e bello in quanto sappiamo che il lavoro nel sociale difficilmente supera i pochi anni di attività e poter vantare venti anni di turni in casa famiglia per noi costituisce un paradigma che va con attenzione condiviso. È una strada che per chi vuole diventare un operatore.</p>
<p>Insomma è tutto.</p>
<p>Da parte nostra Buon Anno! Possiate passare dei momenti felici in compagnia dei Vostri affetti più cari.</p>
<p>Ma soprattutto&#8230; fate i buoni!</p>
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		<title>E chiudendo gli occhi immagino il campeggio</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Aug 2018 13:53:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il campeggio è giunto alla sua ultima giornata. Ci viene in mente, contando il tempo che passa, che questo è il nostro quindicesimo anno di casa famiglia e undicesimo di estati passate in campeggio con i ragazzi. Undici estati tutte molto diverse e uguali tra loro. Sono diverse perché i gruppi in un decennio cambiano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il campeggio è giunto alla sua ultima giornata.</p>
<p>Ci viene in mente, contando il tempo che passa, che questo è il nostro quindicesimo anno di casa famiglia e undicesimo di estati passate in campeggio con i ragazzi.</p>
<p>Undici estati tutte molto diverse e uguali tra loro.</p>
<p>Sono diverse perché i gruppi in un decennio cambiano per forza di cose, anche semplicemente per età. E fa impressione pensare che alcuni ragazzi di quei primi anni sono oggi trentenni. Forse perché ci mette ancor più sotto gli occhi i nostri quaranta&#8230; in questi giorni con Valeria infatti ci divertivamo a trovare le differenze tra quelle settimane di tanti anni fa e questa ultima. Gruppi diversi dicevamo. Ma in campeggio il gruppo degli operatori si è modificato di pochissimo in 10 anni. Eppure&#8230; sembriamo e forse siamo persone diverse.</p>
<p>Ma c’è qualcosa che accomuna tutte queste esperienze negli anni, anche attraverso la nostra crescita e i tanti ragazzi portati in campeggio.</p>
<p>La settimana “tipo” qui è sempre uguale. E i posti che scegliamo, come ad esempio la riviera romagnola, ben si prestano a questo tempo sospeso. Trovi ancora vecchietti a ballare il liscio, giovani che cercano la discoteca e l’amore, famiglie allargate che prendono l’ombra giocando a carte, la spiaggia, la frittura di pesce e la carne alla brace.</p>
<p>Tali ripetizioni e le giornate tutte uguali, forse una certa prevedibilità, è molto utile ai nostri ragazzi.</p>
<p>Così nel tempo anche noi abbiamo sviluppato le nostre tradizioni. La piadina, la sera in cui le ragazze si vestono di rosso, la banana split, il caffè dopo pranzo e le lunghe chiacchierate.</p>
<p>L’estate ci ha sempre stimolato nel lavoro in comunità. Abbiamo scritto spesso dell’estate. Di come sia importante nel metodo investire molto sul piacere e lavorare poi sulla sua assenza.</p>
<p>Diremmo quasi che l’estate ha contribuito a fare di Rosa Luxemburg la struttura che è. Non solo fondata su un intervento educativo ma trasformativa di una sofferenza, nell’ottica della sua riduzione. Educativo e psicologico sono categorie che prese di per sè non servono nel lavoro che facciamo, al limite caratterizzano un approccio ingenuo.</p>
<p>Dobbiamo molto alle esperienze di questi anni con i ragazzi in estate e se siamo riusciti a far passare l’idea che il lavoro in comunità richiede molto studio e molta passione, che può essere spiegato e misurato perché segue un metodo e una teoria forte&#8230; bè l’estate è il cuore di tutto ciò. Il vero rifornimento di piacere e di rapporti che servirà poi per tutto l’anno che viene.</p>
<p>Da ultimo quest’anno è doveroso ringraziare alcune persone vecchie e nuove.</p>
<p>Valeria, una vera veterano del campeggio e centro di gravità permanente della casa famiglia, Francesca la vera mente del gruppo e instancabile donna di mare. Francesca e Valeria scusate se qualche riga sopra abbiamo svelato la vostra età!</p>
<p>E poi Valentina ed Alessandra che ci hanno permesso con il loro aiuto e supporto costante di passare una bellissima settimana. I ragazzi più grandi&#8230; grazie cari, si sente che siete cresciuti e state andando nella giusta direzione. E tutti i ragazzi della casa famiglia Rosa Luxemburg che ci hanno fatto morire dal ridere (anche quando a momenti abbiamo dovuto litigare col tipo delle biciclette perché ne abbiamo scassate un paio) e passare dei bellissimi pranzi e cene (un po’ affollati e con un inquinamento acustico notevole per tutto il campeggio!!!!).</p>
<p>Grazie anche a quelle famiglie che in questi giorni hanno conosciuto i nostri ragazzi, che hanno passato tempo con noi, li hanno invitati a cena con i loro figli. Voi non sapete quanto bene avete fatto!</p>
<p>Torneremo qui in inverno per prenotare il prossimo anno, il prossimo gruppo, per quelli che saremo. Già immagino Cesenatico immobile col freddo, prepararsi all’estate. Se starai in silenzio potrai sentire i suoi accordi &nbsp;lontani&#8230; e ancor più lontano gli strilli di Jacopino che ride, s’incazza e torna a ridere.</p>
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