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	<title>Contrordine compagni</title>
	
	<link>http://www.cottica.net</link>
	<description>Il blog di Alberto Cottica: creatività e economia nella grande rete</description>
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		<title>Wikicrazia ULTIMATE video</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 08:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avevo solo otto minuti, quindi ho dovuto prepararmi davvero bene. Sono contento del risultato: a quanto mi hanno detto, nel mio talk sul concetto di Wikicrazia a Happy Birthday Web sono riuscito a essere chiaro, pur rimanendo nei tempi. Ho montato il video con immagini delle slides principali, in modo da restituire in parte l&#8217;esperienza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/UN-NkOw0QhE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Avevo solo otto minuti, quindi ho dovuto prepararmi davvero bene. Sono contento del risultato: a quanto mi hanno detto, nel mio talk sul concetto di Wikicrazia a <a href="http://www.happybirthdayweb.it/">Happy Birthday Web</a> sono riuscito a essere chiaro, pur rimanendo nei tempi. Ho montato il video con immagini delle slides principali, in modo da restituire in parte l&#8217;esperienza di essere in sala, nel bellissimo Tempio di Adriano. Grazie a Assetcamere, all&#8217;organizzazione (impeccabile) e a Riccardo Luna che mi ha invitato.</p>
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		<title>La fatica della diversità: arricchire la governance senza che perda di coerenza</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2012/02/02/diversity-is-hard-how-to-enrich-governance-without-losing-coherence/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 08:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-government 2.0]]></category>
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		<description><![CDATA[Non tutti concordano sull&#8217;idea che i processi partecipativi conducano a migliori decisioni pubbliche. Certamente essi consentono al decisore l&#8217;accesso alla straordinaria ricchezza di informazioni ed esperienza viva accumulata dai cittadini: questo è il vantaggio, e non è poco. Ma ci sono anche due svantaggi. questa informazione non è organizzata. Non è solo questione di linguaggi: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/02/discussion-by-whatleydude.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/02/discussion-by-whatleydude.jpg" alt="Photo: whatleydude @ flickr.com" title="Photo: whatleydude @ flickr.com" width="360" height="270" class="alignnone size-full wp-image-4437" margin-left="5"/></a><br />
Non tutti concordano sull&#8217;idea che i processi partecipativi conducano a migliori decisioni pubbliche. Certamente essi consentono al decisore l&#8217;accesso alla straordinaria ricchezza di informazioni ed esperienza viva accumulata dai cittadini: questo è il vantaggio, e non è poco. Ma ci sono anche due svantaggi.</p>
<ul>
<li><strong>questa informazione non è organizzata</strong>. Non è solo questione di linguaggi: persone diverse hanno esperienze diverse, e vedono le cose in modo diverso. Se chiedete a qualcuno un parere sulla pedonalizzazione di una strada del centro città, per esempio, riceverete una risposta completamente diversa a seconda non solo del suo ruolo rispetto al provvedimento (abita in quella strada? O ci lavora?), ma anche del suo sistema di valori, del suo stile di vita e della sua personalità. Un ciclista appassionato, o semplicemente una persona fisicamente in forma, tenderà a vedere i vantaggi della pedonalizzazione, mentre una persona più pigra ne vedrà più gli svantaggi. Dipende da chi si incontra! La partecipazione dei cittadini (quando i partecipanti non sono molti, cioè quasi sempre) introduce un elemento di casualità nella procedura decisionale – e questo è un problema per i decisori pubblici, che devono potere giustificare le loro scelte. </li>
<li><strong>la discussione può diventare faticosa</strong>. Discutere è una tecnica, e non tutti la padroneggiano allo stesso modo. I decisori pubblici sì, perché è parte del loro lavoro; i cittadini non sempre. Alcuni sono aggressivi o logorroici; altri fanno riferimento a valori o informazioni non accettati da tutti (&#8220;inutile pedonalizzare, tanto il mondo finirà fra otto mesi, l&#8217;ha detto Nostradamus!&#8221;). Alcuni possono tentare la mossa retorica di delegittimare il processo se non ottengono quello che vogliono (&#8220;Inutile chiamare i cittadini se poi non li stai a sentire!&#8221;). <em>Stili</em> diversi di discussione possono impedirne la convergenza tanto quanto <em>posizioni</em> diverse.</li>
</ul>
<p>Io sono convinto che questi problemi siano superabili a costi molto bassi – e l&#8217;ho scritto in <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a>. A una condizione: che i cittadini partecipanti siano reclutati da una comunità di persone orientata alla governance collaborativa. Preferibilmente da una comunità online. Infatti:</p>
<ul>
<li><strong>i membri di queste comunità si validano a vicenda </strong> in modo ricorsivo (come fa Pagerank con le pagine web). Una persona che esprime posizioni sagge e condivise conquisterà reputazione e autorevolezza. Se la comunità è online queste persone si vedono molto bene dall&#8217;accumulo di commenti, condivisioni, likes, retweets, +1, qualunque sia la moneta reputazionale di quella comunità. &#8220;Pescare&#8221; dalle comunità aperte le persone più apprezzate riduce la casualità della partecipazione. </li>
<li><strong>la comunità socializza alla discussione costruttiva</strong>. Se la comunità è gestita bene, i trolls vengono isolati. Le persone sensate e rispettose discutono tra loro, ricompensando ogni contributo saggio con la moneta reputazionale citata prima. Anche questo è più semplice online, dove le tecnologie di interazione non consentono a nessuno di impossessarsi della parola e tenerla, o gridare, o interrompere. I membri più stimati di queste comunità sono di solito persone con cui discutere è utile, e perfino piacevole anche se non si è d&#8217;accordo con le loro posizioni.</li>
</ul>
<p>E siccome ne sono convinto, sto per tentare un esperimento senza rete: convocare, con status di esperti, alcuni membri della comunità di Edgeryders per farli discutere con gli accademici e i funzionari delle istituzioni europee (se ti interessa partecipare, <a href="http://goo.gl/mzXel">informazioni qui</a>). Arricchiranno la discussione senza aumentarne l&#8217;entropia?</p>
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		<item>
		<title>Wikicrazia a Venezia: le frontiere delle politiche pubbliche al tempo della crisi</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2012/01/21/wikicrazia-a-venezia-le-frontiere-delle-politiche-pubbliche-al-tempo-della-crisi/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 10:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[complexity economics]]></category>
		<category><![CDATA[Wikicrazia]]></category>
		<category><![CDATA[complexity]]></category>
		<category><![CDATA[Dragon Trainer]]></category>
		<category><![CDATA[IUAV]]></category>

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		<description><![CDATA[La prossima settimana sarò a Venezia. Lunedì 23, insieme a Luigi Di Prinzio, Silvia Rebeschini e gli amici della Scuola di dottorato Nuove tecnologie dell&#8217;informazione territorio-ambiente, faremo il punto sulle frontiere delle politiche pubbliche collaborative al tempo della crisi. A quasi un anno mezzo dalla pubblicazione di Wikicrazia, queste frontiere sono in rapido movimento, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prossima settimana sarò a Venezia. Lunedì 23, insieme a Luigi Di Prinzio, Silvia Rebeschini e gli amici della Scuola di dottorato Nuove tecnologie dell&#8217;informazione territorio-ambiente, faremo il punto sulle frontiere delle politiche pubbliche collaborative al tempo della crisi. A quasi un anno mezzo dalla pubblicazione di <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">Wikicrazia</a>, queste frontiere sono in rapido movimento, e ha molto senso fermarsi un momento per aggiornarne le mappe. <a href="http://www.ricercasit.it/dottorato/Content.aspx?page=273">Info pratiche qui</a>. </p>
<p>Il seminario è ovviamente collaborativo. Se avete delle esperienze di politiche pubbliche collaborative e volete condividerle (in un formato sintetico, per stimolare la discussione) scrivete a Silvia: srebeschini[chiocciola]gmail[punto]com. </p>
<p>Martedì e mercoledì mi fermo in laguna. Sarò ospite dell&#8217;European Center for Living Technology per l&#8217;incontro di inizio del progetto MD &#8211; Emergence by Design, nell&#8217;ambito del quale dirigerò lo sviluppo di un software per assistere i managers di comunità online (nome in codice: <a href="http://www.cottica.net/2011/09/15/dragon-trainer-begins/">Dragon Trainer</a>). L&#8217;incontro dell&#8217;ECLT non è aperto al pubblico, ma se ti interessa questa roba prova a scrivermi e vedo se riesco a farti entrare.</p>
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		<title>Clay Shirky: Mai sottovalutare Hollywood</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2012/01/20/mai-sottovalutare-hollywoodpick-up-the-pitchforks-david-pogue-underestimates-hollywoodlang_en/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 21:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>clay</dc:creator>
				<category><![CDATA[vita digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo studioso di media digitali Clay Shirky ha pubblicato un post in cui descrive le conseguenze del SOPA e, in generale, delle strategie sulla legislazione dell&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento (SOPA, PIPA, ACTA etc.). L&#8217;ho trovato così chiaro e fulminante che ho deciso di tradurlo in italiano. Per chi preferisce l&#8217;inglese, l&#8217;originale è qui. – Alberto Ieri David [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/vIuZU9q55XU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>Lo studioso di media digitali Clay Shirky ha pubblicato un post in cui descrive le conseguenze del SOPA e, in generale, delle strategie sulla legislazione dell&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento (SOPA, PIPA, ACTA etc.). L&#8217;ho trovato così chiaro e fulminante che ho deciso di tradurlo in italiano. Per chi preferisce l&#8217;inglese,<a href="http://www.shirky.com/weblog/2012/01/pick-up-the-pitchforks-david-pogue-underestimates-hollywood/"> l&#8217;originale è qui</a>. – Alberto</em></p>
<p>Ieri David Pogue, uno degli editorialisti sulla tecnologia del New York Times, ha consigliato di abbassare i toni allarmisti sul SOPA, suggerendo che gli oppositori della legge (e della legge gemella in discussione al Senato, PIPA) <a href="http://pogue.blogs.nytimes.com/2012/01/19/put-down-the-pitchforks-on-sopa/?ref=personaltechemail&amp;nl=technology&amp;emc=cta1">mettano giù i forconi</a>. Ce l&#8217;ha soprattutto con chi ha criticato il SOPA senza capirne davvero il testo. Dopo questo preambolo, Pogue descrive il SOPA dimostrando che non lo capisce neppure lui.</p>
<p>Ecco la sua descrizione del problema:</p>
<blockquote><p>Se il braccio legale dell&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento andasse fuori controllo, dicono [gli oppositori], potrebbe accusare quasi qualunque sito di pirateria. YouTube, perché molti video includono pezzetti di show televisivi e musica soggetta a copyright. Facebook, perché la gente spesso linka a video e canzoni proprietarie. Google e Bing dovrebbero rimuovere tutti i link a tutti i siti a rischio. Un gran mal di testa, insomma.</p></blockquote>
<p>Questa è la prospettiva di Pogue: lasciare che Hollywood decida se un sito a contenuto <em>user generated</em> faciliti la pirateria non significherebbe nulla di più grave di &#8220;un gran mal di testa&#8221; (io avrei detto &#8220;una violazione del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_emendamento_della_Costituzione_degli_Stati_Uniti_d'America">Primo Emendamento</a>&#8220;). Per arrivare a una conclusione così, dovreste credere che le aziende media tradizionali abbiano una posizione di equilibrio tra il loro desiderio di avere controllo e il rispetto dei diritti del cittadino, e in effetti Pogue ritiene che sia così (ecco perché scrive che cose brutte accaddrebbero solo se il braccio legale dell&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento andasse fuori controllo.</p>
<p><em>Se</em> andasse fuori controllo? Questa è un&#8217;industria che esige di essere pagata dai campi di boy scouts se i bambini cantano <em>Tanti auguri a te</em> o <em>God Bless America,</em> un&#8217;industria che fa inviare lettere dagli avvocati per un video di 29 secondi di un bambino di un anno che balla su Prince. Le aziende dei media tradizionali in America sono oppositori implacabili di qualunque aumento della capacità dei cittadini di creare, archiviare, modificare o condividere media. Hanno combattuto le audiocassette e le fotocopiatrici. Hanno giurato che i videoregistratori avrebbero distrutto Hollywood. Hanno cercato di distruggere Tivo. Hanno cercato di distruggere MiniDisc. Hanno cercato di distruggere le <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Player_piano">pianole</a>. Fanno così ogniqualvolta una tecnologia aumenta la libertà degli utenti sui media. Tutte le volte. Assolutamente tutte le volte.</p>
<p>E non soltanto vogliono il controllo – lo vogliono a basso costo e ad alta velocità. Pogue parla di come questi progetti di legge consentano al governo di fare causa. Quello che non dice è che sono scritti in modo da consentire un sistema &#8220;basato sul mercato&#8221; che consente alle aziende dei media di di ottenere ingiunzioni contro i siti che non gli piacciono, o che sono scritte in modo che le imprese che ospitano conversazioni tra utenti siano incentivate a censurare preventivamente i loro utenti, anziché attendere l&#8217;azione legale di qualcuno che detiene un diritto d&#8217;autore violato, come accade ora.</p>
<p>Conosco David Pogue, è una persona intelligente. Non credo che stia tentando di oscurare il modo in cui le proposte di legge consentirebbero alle aziende dei media di evitare i processi e  imporre una censura &#8220;basata sul mercato&#8221;. Penso che, semplicemente, non riesca a concepire che SOPA e PIPA siano cattive come effettivamente sono.</p>
<p>Questo è un problema generale. C&#8217;è una conversazione ragionevole da fare sui grandi siti commerciali progettati per la violazione del diritto d&#8217;autore. E siccome c&#8217;è una conversazione ragionevole da fare, Pogue (e molti altri) pensa che, di conseguenza, il  cuore del SOPA debba essere ragionevole. Certamente Hollywood non proverebbe a cercare vie legali diverse dal processo, giusto? O a creare un sistema di <em>enforcement </em>parallelo? O a sottrarre risorse legali ai cittadini ingiustamente censurati? Non arriverebbero certo a concepire che diffondere lo streaming di un video di Michael Jackson comporti più carcere di quello comminato al medico che ha ucciso lo stesso Jackson. Giusto?</p>
<p>Hollywood vuole farsi giustizia da sé – hanno fatto aggiungere ai nostri rappresentanti politici una clausola del <em>vigilante, </em>per proteggere censori troppo zelanti dalle sfide legali degli utenti – e, come in un episodio di <em>Scooby Doo</em>™, ci sarebbero riusciti, se non fosse stato per noi, ragazzi impiccioni.</p>
<p>Chris Dodd, il lobbista in capo della Motion Picture Association of America, mentre guardava un pacchetto legislativo pagato quasi cento milioni di dollari andare in fumo, si è ridotto a una strana difesa indiretta, citando le credenziali di difesa del Primo Emendamento degli sponsor del SOPA, come se queste significassero che quindi anche questa proposta di legge è pulita. Eppure la primissima sezione di sostanza del SOPA, la sezione 2.a.1, si tradisce, dimostrando un certo nervosismo sulla propria costituzionalità: &#8220;nulla, in questa legge, implicherà il controllo preventivo sulla libera espressione&#8221;. Capito? Questa proposta di legge non vuole il controllo preventivo. Assolutamente  no! Come potete pensare una cosa del genere?</p>
<p>E gli argomenti come quello di Pogue sono pericolosi non perché siano pro SOPA – lo stesso Pogue è contento che SOPA sia a rischio – ma perché oscurano il fatto storico più importante: l&#8217;industria americana dei media prova a ridurre la libertà degli utenti. Tutte le volte. Assolutamente tutte le volte.</p>
<p>Dovremmo essere orgogliosi della posizione che abbiamo preso a favore di cose come le notifiche legali, i processi e le prove prima di censurare qualcuno, ma dobbiamo stare pronti a rifarlo l&#8217;anno prossimo, e quello dopo. Il rischio non è che SOPA passi. Il rischio è che pensiamo di avere vinto. Non è così: ritorneranno. Preparatevi a combattere di nuovo la stessa battaglia.</p>
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		<item>
		<title>Perché creare un servizio open government sarebbe un errore</title>
		<link>http://feedproxy.google.com/~r/ControordineCompagni/~3/phh953S-kJo/</link>
		<comments>http://www.cottica.net/2012/01/16/why-the-italian-government-should-not-create-open-government-central/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 08:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wikicrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Barca]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Profumo]]></category>
		<category><![CDATA[governo aperto]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Italy]]></category>
		<category><![CDATA[open government]]></category>

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		<description><![CDATA[A giudicare dai segnali che mi arrivano dall&#8217;Italia, il nuovo governo è deciso ad adottare pratiche di governo aperto. È plausibile: molti ministri sono abbastanza curiosi per indagare nuove strade, e abbastanza attrezzati intellettualmente per stare in questo spazio da protagonisti. Fabrizio Barca, per esempio, ha scritto una recensione del mio libro Wikicrazia che mostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/10/open-data-icon.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/10/open-data-icon.jpg" alt="" title="open data icon by OKF on flickr.com" width="180" height="180" class="alignleft size-full wp-image-4206" marginleft="5px" /></a>A giudicare dai segnali che mi arrivano dall&#8217;Italia, il nuovo governo è deciso ad adottare pratiche di governo aperto. È plausibile: molti ministri sono abbastanza curiosi per indagare nuove strade, e abbastanza attrezzati intellettualmente per stare in questo spazio da protagonisti. Fabrizio Barca, per esempio, ha scritto <a href="http://www.eticaeconomia.it/wikicrazia.html">una recensione del mio libro</a> <em>Wikicrazia</em> che mostra una comprensione profonda e non acritica del tema. Il più convinto è forse Francesco Profumo, che nel 2011, appena nominato presidente del CNR, si stava già muovendo per aprirne la governance. Non a caso, Profumo ha rivendicato e ottenuto la delega all&#8217;innovazione.</p>
<p>Il problema interessante è come realizzare l&#8217;apertura della pubblica amministrazione italiana, superandone le inevitabili resistenze. Semplificando al massimo, consideriamo due possibilità: una strategia top-down, imperniata sulla produzione di norme e linee guida, e una bottom-up, imperniata sulla costruzione di capacity nelle varie amministrazioni non solo dello Stato, ma anche e soprattutto delle Regioni. </p>
<p>La strategia top-down consiste nel costituire un forte nucleo tecnico per l&#8217;Open Government presso il Dipartimento per l&#8217;innovazione. Questo nucleo scrive <em>regole</em> che impongono l&#8217;adozione di pratiche di trasparenza radicale e collaborazione con i cittadini; e produce strumenti perché le altre amministrazioni possano incamminarsi su questo percorso (per esempio linee guida, definizioni, allegati tecnici). Se ha successo, questa strategia costruisce una nuova istituzione al centro, che sa fare open government. </p>
<p>La strategia bottom-up consiste nell&#8217;infiltrare l&#8217;agire delle diverse amministrazioni dello Stato e delle Regioni di <em>progetti e politiche</em> aperte e trasparente. L&#8217;obiettivo non è accentrare le competenze, ma piuttosto decentrarle; e non è strutturare l&#8217;apertura e la trasparenza come una specie di aggiunta a valle del modo normale di costruire policies, ma piuttosto incorporarle in tutto il ciclo di vita delle policies stesse, dalla progettazione alla valutazione ex post. Se ha successo, questa strategia costruisce, nelle istituzioni esistenti, nuova capacità di fare in modo aperto pubblica istruzione, sanità, infrastrutture, e così via.</p>
<p>È chiaro che le due strategie non sono alternative, ma complementari. Servono strumenti nazionali: per esempio,  ci vuole un Freedom of Information Act italiano, una garanzia di trasparenza di ultima istanza, e questo non si può fare che dal centro. Ma io credo che la strategia che ho chiamato bottom-up dovrebbe essere quella principale. La ragione è questa: un nucleo tecnico che &#8220;possiede&#8221; l&#8217;open government rischia di essere vissuto con fastidio dalle amministrazioni operative; e queste possono fare fallire le politiche di governo aperto semplicemente non cooperando, o considerandole come un adempimento, un dovere burocratico. Sarebbe un disastro. Ascolto e collaborazione non si possono fare controvoglia. Il governo aperto per forza si capovolgerebbe in una triste mascherata. </p>
<p>Un consiglio non richiesto a Profumo: ministro, resista alla tentazione di concentrare le intelligenze intorno a sé. Promuova piuttosto una comunità di pratica degli amministratori italiani che fanno governo aperto; organizzi una conferenza annuale, rilanci <a href="http://www.innovatoripa.it/">Innovatori PA</a>, apra canali per mandare i funzionari desiderosi di imparare a lavorare un anno con le amministrazioni all&#8217;avanguardia mondiale in questo capo; usi l&#8217;autorevolezza della sua delega per premiare chi fa bene, a qualunque livello; apra spazi per la società civile. Non crei un altro silo verticalmente separato dagli altri; lasci piuttosto che gli uomini e le donne dell&#8217;open government stiano in trincea, dove le politiche pubbliche vengono fatte davvero e non solo dibattute o valutate. Cerchi, insomma, di stimolare la <em>domanda</em> di apertura da parte delle amministrazioni operative, piuttosto che imporgliela. Si rischia che il risultato sia la solita situazione &#8220;a macchia di leopardo&#8221; italiana, con alcune amministrazioni all&#8217;avanguardia e altre no. Ma tutto sommato, meglio questo che una mancanza di trasparenza uniforme.</p>
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		<title>Etnografia accresciuta: elaborare dati qualitativi da conversazioni massive</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 08:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-government 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[analisi qualitativa]]></category>
		<category><![CDATA[Atlas.it]]></category>
		<category><![CDATA[Edgeryders]]></category>
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		<category><![CDATA[WEFT-QDA]]></category>
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		<description><![CDATA[Sto lavorando su un progetto chiamato Edgeryders, un esercizio di collaborazione su larga scala per ridisegnare le politiche pubbliche sui giovani. L&#8217;idea è di fare in modo che i partecipanti condividano le loro esperienze su temi rilevanti: per esempio, come guadagnarsi da vivere in un mercato del lavoro precario, o come influenzare le decisioni politiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/01/AugEthn1.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/01/AugEthn1.jpg" alt="" title="AugEthn1" width="600" height="261" class="alignright size-full wp-image-4353" /></a><br />
Sto lavorando su un progetto chiamato <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int">Edgeryders</a>, un esercizio di collaborazione su larga scala per ridisegnare le politiche pubbliche sui giovani. L&#8217;idea è di fare in modo che i partecipanti condividano le loro esperienze su temi rilevanti: per esempio, come guadagnarsi da vivere in un mercato del lavoro precario, o come influenzare le decisioni politiche. Man mano che il progetto issa le vele, fa quello che fanno i progetti di crowdsourcing: aggrega un torrente di dati esperienziali. Nel <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">mio libro e <a href="http://www.scribd.com/doc/28718158/Harnessing-the-Unexpected-a-public-administration-interacts-with-creatives-on-the-web">altrove</a> ho sostenuto che le conversazioni rispettose convergono: si raggiunge un consenso e si passa oltre. Il problema è come trasmettere questa convergenza in modo verificable a osservatori esterni – nel caso di Edgeryders, ai governi europei e alla Commissione. Pretendere che essi si leggano i dati grezzi, anche in piccola parte, non è realistico. Cosa possiamo fare?</p>
<p>Io punto sull&#8217;etnografia. I metodi etnografici sono paticolarmente adatti a questo tipo di indagine, perché sono progettati per incorporare il punto di vista delle persone che studiano. I aggiungerei che sono anche adatti all&#8217;etica della rete: non siamo le cavie, siamo il laboratorio &#8211; così come non siamo i consumatori ma i protagonisti dei nostri luoghi di ritrovo online. L&#8217;etnografia moderna usa software come <a href="en.wikipedia.org/wiki/Atlas.ti">Atlas.ti</a> la sua controparte open source <a href="http://www.pressure.to/qda/">Weft QDA</a> per annotare le trascrizioni delle interviste.</p>
<p>I vantaggi di raccogliere i dati via social network online come Edgeryders sono due.</p>
<ul>
<li>I dati sono già in forma scritta. Un costo molto significativo dell&#8217;analisi etnografica, la trascrizione delle interviste, viene quindi evitato (nel 2006 costava 100 euro per ogni ora di registrazione).</li>
<li>Decisivo: <em>i dati sono connessi in una conversazione</em>. I participanti commentano, contraddicono, lodano gli uni gli altri. Ciò che appare come &#8220;interviste&#8221; diverse (guardate <a href="http://goo.gl/7v02i">questo esempio</a> grandioso) sono in realtà collegate tra loro da una ragnatela di legami sociali, che sono codificati in un database e si prestano all&#8217;analisi quantitativa.</li>
</ul>
<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/01/AugEthn2.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2012/01/AugEthn2.jpg" alt="" title="AugEthn2" width="595" height="297" class="alignright size-full wp-image-4354" /></a></p>
<p>Per sfruttare queste caratteristiche, stiamo provando a sviluppare una metodologia che chiamo <em>etnografia accresciuta</em>. Dovrebbe funzionare più o meno così:</p>
<ol>
<li>per prima cosa, organizza il materiale per partecipante. In Edgeryders, questo significa raccogliere tutti i mission reports (una specie di blog post), i commenti e le informazioni del profilo utente associati a ciascun utente. Questo produce una specie di super-intervista per ciascun partecipante attivo. Annota il materiale, da bravo etnografo.</li>
<li>poi, specifica una rete per rappresentare la conversazione. In prima approssimazione, io comincerei considerando l&#8217;intero social network online come un&#8217;unica grande conversazione, di cui i partecipanti sono i nodi. Un link viene creato tra due partecipanti, Alice e Bob, a seconda di una qualche interazione scritta nel database. La più intuitiva è che Alice e Bob sono connessi tra loro se almeno uno di loro ha commentato un mission report dell&#8217;altro, o se entrambi hanno commentato un mission report di una terza persona. Edgeryders è progettato con una ridondanza nel tipo di relazioni che i partecipanti possono intrattenere, per dare modo alla comunità di evolvere (per exaptation) diversi significati per diversi tipi di relazioni.</li>
<li>computa le metriche della rete e cerca di interpretarle, cercando informazioni di struttura utili. Una delle prima cose che proverei è calcolare le misure di centralità per ciascun partecipante. Questo potrebbe aiutare a risolvere un classico problema dell&#8217;etnografia: il ricercatore arriva in un&#8217;isola remota per studiare una comunità che non conosce. Intervista una persona, e raccoglie molta informazione. Come interpretarla? Molto dipende da se questa persona è un membro rispettato della comunità o lo scemo del villaggio &#8211; e il ricercatore può non avere un modo semplice di capirlo, perché non conosce (ancora) la cultura che sta studiando. Ma in una conversazione rispettosa e orientata ai fatti, lo scemo del villaggio difficilmente è centrale.<br />
Certo, questo è solo un abbozzo. Non ho dubbi che si possano fare molti trucchi intelligenti con l&#8217;&#8221;etnografia su database&#8221;. Il problema è trovare ricercatori che possano avvantaggiarsi di questo tipo di analisi: etnografi competenti che possano assorbire anche i risultati dell&#8217;analisi di rete. Lettori: ne conoscete? C&#8217;è qualcuno interessato a continuare questa conversazione, e magari dare una mano a me e alla mia squadra?</p>
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		<item>
		<title>Semi che germogliano: la lunga marcia di Visioni Urbane</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 08:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[industrie creative e sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[Wikicrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
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		<description><![CDATA[Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a Visioni Urbane, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/46208300@N06/5463207574/" title="08 di Drugo starsailor, su Flickr"><img src="http://farm6.staticflickr.com/5175/5463207574_a4d64df4bf.jpg" width="500" height="333" alt="08"></a></p>
<p>Era il 2007 quando ho iniziato a lavorare a <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net">Visioni Urbane</a>, un progetto della Regione Basilicata che si proponeva di realizzare alcuni spazi per la cultura. Nel gruppo di lavoro rappresentavo il Ministero dello sviluppo economico; il mio compito era di spingere il progetto nella direzione di investire molto sulle competenze creative e imprenditoriali invece che nella costruzione di edifici.</p>
<p>I risultati di Visioni Urbane hanno superato le migliori previsioni. Il progetto – almeno per ora – ha avuto successo: la scena creativa lucana, in precedenza divisa da una cultura di sospetto reciproco, ha collaborato con generosità e competenza con la Regione per progettare una rete di nuovi centri per la cultura. Quattro di questi sono stati anche realizzati, non costruendo nuovi edifici ma recuperando edifici pubblici esistenti ma in decadenza e non utilizzati (in questo modo, circa 3 milioni di euro di nuovi investimenti in mattoni hanno messo a valore 10 milioni di euro di investimenti pubblici già effettuati), mentre un quinto, a causa di problemi strutturali insanabili, ha dovuto essere demolito ed è attualmente in corso di ricostruzione. La gestione di tutti e quattro i centri completati è stata messa a bando; in tre casi è già stata assegnata, mentre il quarto bando scade a gennaio. Due dei tre bandi già assegnati sono stati vinti da consorzi di associazioni e piccole imprese della comunità di creativi raccolta intorno al progetto. </p>
<p>Questi sono già ottimi risultati. Ma ancora più notevole è il fallout di Visioni Urbane: il piccolo gruppo di funzionari che lo ha condotto, e che risponde direttamente al Presidente della Regione, ha esteso l&#8217;approccio del progetto ad altre policies, parzialmente integrate con VU stesso. A quanto ne so io:</p>
<ul>
<li>la rete di coordinamento tra i centri immaginata per Visioni Urbane si è evoluta in una fondazione di comunità, partecipata dalle associazioni e le imprese della comunità creativa, da diversi enti locali e dalla Fondazione per il Sud (che funziona da acceleratore, perché raddoppia la dotazione finanziaria raccolta dagli altri soci). La comunità <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net/2011/11/29/facciamo-fondazione-lappello-dei-creativi-di-vu/">appoggia energicamente</a> questa operazione.</li>
<li>la linea di apertura a collaborazioni nazionali e internazionali di VU ha attecchito; i bandi per lo startup dei centri <a href="http://www.visioniurbanebasilicata.net/international-partners-wanted/">saranno aperti</a> anche a soggetti esterni al territorio. </li>
<li>il gruppo di VU è stato protagonista nel lanciare la candidatura di Matera a <a href="http://www.matera-basilicata2019.it/en/chi-siamo.html">capitale europea della cultura nel 2019</a>. La responsabile del progetto e il direttore vengono entrambi dall&#8217;esperienza di Visioni Urbane.</li>
<li>la Basilicata ha costituito una film commission negli ultimi mesi del 2011. La comunità creativa ha chiesto più volte che il metodo molto partecipato di Visioni Urbane venisse applicato anche in quel caso. Non sono sicuro, però, che questo sia effettivamente accaduto.</li>
</ul>
<p>Visioni Urbane è stato un progetto generativo. Nei primi tempi è stato necessario fare un investimento iniziale di attenzione, tempo e libertà. Attenzione ai dettagli, per imparare a fare fruttare al massimo ogni occasione e ogni euro di denaro pubblico; e tempo e libertà di azione per crescere, esplorare le alternative a disposizione, rimettere in discussione il proprio modo di pensare la policy (ne ho parlato <a href="http://www.cottica.net/wikicrazia">nel mio libro</a>). Questo ha ridotto, inizialmente, l&#8217;efficienza amministrativa misurata in velocità di spesa (ci abbiamo messo diversi anni a spendere quattro milioni di euro), ma ha lasciato all&#8217;amministrazione nuovi strumenti per analizzare e per fare. In tempi di crisi e di risorse calanti, è un pensiero che mi dà speranza.</p>
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		<item>
		<title>Avanti i pensatori radicali!</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2011/12/19/bring-on-the-radicals/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 08:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[complexity economics]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Social innovation]]></category>
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		<category><![CDATA[Geoff Mulgan]]></category>
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		<category><![CDATA[Stewart Brand]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="526" height="374"><param name="movie" value="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf"></param><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always"/><param name="wmode" value="transparent"></param><param name="bgColor" value="#ffffff"></param><param name="flashvars" value="vu=http://video.ted.com/talk/stream/2010/Blank/NuclearDebate_2010-320k.mp4&#038;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/DebateNuclear-2010.embed_thumbnail.jpg&#038;vw=512&#038;vh=288&#038;ap=0&#038;ti=881&#038;lang=&#038;introDuration=15330&#038;adDuration=4000&#038;postAdDuration=830&#038;adKeys=talk=debate_does_the_world_need_nuclear_energy;year=2010;theme=technology_history_and_destiny;theme=tales_of_invention;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=design_like_you_give_a_damn;theme=what_s_next_in_tech;theme=a_greener_future;event=TED2010;tag=climate+change;tag=economics;tag=energy;tag=environment;tag=green;tag=law;tag=nuclear+weapons;tag=politics;&#038;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" /><embed src="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" pluginspace="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" bgColor="#ffffff" width="526" height="374" allowFullScreen="true" allowScriptAccess="always" flashvars="vu=http://video.ted.com/talk/stream/2010/Blank/NuclearDebate_2010-320k.mp4&#038;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/DebateNuclear-2010.embed_thumbnail.jpg&#038;vw=512&#038;vh=288&#038;ap=0&#038;ti=881&#038;lang=&#038;introDuration=15330&#038;adDuration=4000&#038;postAdDuration=830&#038;adKeys=talk=debate_does_the_world_need_nuclear_energy;year=2010;theme=technology_history_and_destiny;theme=tales_of_invention;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=design_like_you_give_a_damn;theme=what_s_next_in_tech;theme=a_greener_future;event=TED2010;tag=climate+change;tag=economics;tag=energy;tag=environment;tag=green;tag=law;tag=nuclear+weapons;tag=politics;&#038;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;"></embed></object></p>
<p>&#8220;Sei un radicale!&#8221; Quando ero un adolescente scontroso e polemico, mio padre intendeva questa frase come una critica. Nel mondo in cui siamo cresciuti, essere nella media era una buona cosa: bianco, maschio, un diploma superiore o una laurea presso un&#8217;università non troppo prestigiosa, un lavoro fisso, un appartamento ipotecato, 2.3 figli e una tessera del sindacato. L&#8217;obiettivo era essere una persona seria, e come tale protetta dall&#8217;ombrello della NATO e del welfare state europeo.</p>
<p>Il sogno di stabilità e inclusione sociale di una buona fetta della popolazione (certo non di tutta) è stato bello finché è durato. Ma sembra che l&#8217;egemonia della cultura moderata abbia condotto a una conseguenza imprevista: l&#8217;incapacità collettiva di riconoscere l&#8217;ascesa di problemi globali (disuguaglianze terribili, riscaldamento del pianeta, il rinselvatichimento dei ricchi e la società della sorveglianza) e affrontarli in modo credibile, pensando al di fuori dagli  schemi. Non è tanto un problema di conoscenza (anche se certo, ci serve più conoscenza): per almeno alcuni di questi problemi abbiamo risultati scientifici indiscutibili, <a href="http://www.newstatesman.com/books/2010/01/earth-brand-climate-nuclear">come ha osservato Stewart Brand</a> (vedi anche il video qui sopra). La capacità cognitiva dell&#8217;elettore mediano, quello che fa vincere le elezioni&#8230; quella no, non l&#8217;abbiamo. </p>
<p>Che fare? In termini di velocità di reazione e rapporto risultati-risorse, credo che l&#8217;opzione di gran lunga la migliore sia mettere in campo i pensatori radicali. Esistono, e costituiscono una riserva di pensiero non utilizzata: <a href="http://edgeryders.ppa.coe.int/share-your-ryde/mission_case/subtle-art-precarity">come ha scritto di recente Vinay Gupta</a>, molti dei problemi veramente importanti per l&#8217;umanità (e quasi tutte le soluzioni candidate a risolverli) occupano i pensieri e le giornate di molte persone interessanti. Quasi tutte sono povere, perché <em>i loro progetti sono fuori dalla sfera finanziabile</em> (con questo termine, Vinay intende l&#8217;insieme di quelle idee e progetti che i decision makers di buon senso nel mondo accademico, nel settore privato e nel governo ritengono &#8220;seri&#8221; e quindi meritevoli di attenzione). Questa riserva potrebbe essere messa a valore per mettere in piedi una risposta di policy in qualche modo evolutiva: dare a queste persone lo spazio per collaudare le loro soluzioni, provandone molte, ciascuna in un ambiente ben controllato e con risorse economiche limitate. Provare tutto: geoingegneria, colonizzazione dello spazio, autosufficienza energetica di piccole comunità, reputazione al posto del denaro. Scartare le cose che non funzionano, e investire su quelle che funzionano. Ripetere. Nassim Taleb lo chiamerebbe &#8220;posizionarsi per <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Black_swan_theory#Coping_with_black_swan_events">intercettare i Cigni Neri positivi</a>&#8220;: ciascuna di queste idee ha una piccola probabilità di produrre benefici enormi, quindi ha senso fare piccoli investimenti in tutte.</p>
<p> Per questa ragione, applaudo <a href="http://www.guardian.co.uk/theobserver/2011/dec/11/new-radicals-making-britain-better-place">la recente mossa di NESTA</a> (l&#8217;agenzia britannica per la scienza, la tecnologia e le arti) di cercare e raccogliere intorno a se i pensatori radicali che potrebbero trasformare la società britannica. A quanto ne so, è la prima volta che la parola &#8220;radicale&#8221; viene usata in un&#8217;accezione positiva in un contesto di politiche pubbliche. Non mi sorprende che sia stata NESTA a farlo: il suo direttore, Geoff Mulgan, è uno dei policy makers più interessanti che conosco. <a href="http://www.guardian.co.uk/theobserver/2011/dec/11/britains-new-radicals-how-to-apply">La call di NESTA</a> non è molto operativa: non ci sono risorse significative, o piani espliciti di dare leve vere a questi pensatori radicali.  Ma è un inizio. Prevedo un&#8217;ondata di pensiero più radicale nelle politiche pubbliche: gli scienziati e i policy makers interagiscono in modo più stretto, e un po&#8217; della hybris dei primi rimane attaccata ai secondi. Speriamo che non sia troppo tardi.</p>
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		<title>Lo zen e l’arte della committenza dei siti web nella pubblica amministrazione: perché i burocrati dovrebbero sporcarsi le mani con la tecnologia</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 08:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-government 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[appalto]]></category>
		<category><![CDATA[Drupal]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi anni ho lavorato per diverse amministrazioni pubbliche. Gran parte del mio lavoro consiste nel concepire e dirigere progetti che si svolgono prevalentemente attraverso canali Internet. Mi sembra venuto il momento di fare qualche riflessione sulle cose che ho imparato. Come sempre, le lezioni più importanti mi vengono dagli errori commessi – e quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni ho lavorato per diverse amministrazioni pubbliche. Gran parte del mio lavoro consiste nel concepire e dirigere progetti che si svolgono prevalentemente attraverso canali Internet. Mi sembra venuto il momento di fare qualche riflessione sulle cose che ho imparato. Come sempre, le lezioni più importanti mi vengono dagli errori commessi – e quando si è trattato di fare errori non mi sono mai tirato indietro. </p>
<ul>
<li>
<strong>Usare software-as-service non è una buona idea</strong>, anche se ci sono eccezioni. Il mio gruppo e io abbiamo commesso questo errore con <a href="http://progettokublai.ning.com">Kublai</a>, decidendo di aprire la nostra piattaforma su Ning. Questo ci ha permesso  di essere online in mezz’ora, e non è un vantaggio da poco; ma, in compenso, ha sequestrato il nostro database – costruito a spese e per iniziativa di un Ministero italiano – e lo ha messo in mano a un’azienda privata americana, <em>per sempre</em>. Un anno dopo Ning ha cambiato CEO e modello di business: ha sostituito la licenza aperta della sua piattaforma con una full copyright, sganciato le API e ritirato i tools di migrazione. Per potere fare un’analisi di rete Ruggero Rossi <a href="http://www.cottica.net/tag/ruggero-rossi/tesikublai.altervista.org/tesi.php">ha dovuto scrivere un web crawler</a> – è un po’ come dovere scassinare la porta di casa propria. Ci è andata ancora bene: il servizio era gratuito (a quel tempo non esisteva il servizio a pagamento su Ning). Se l’azienda avesse chiuso i battenti e formattato l’hard disk con il database di Kublai non avremmo potuto dire niente. Non rispondevano nemmeno alle mail. Non intendo mai più prendere in considerazione soluzioni che non contemplino un database su un server a cui la mia amministrazione ha accesso root. </p>
</li>
<li>
<strong>Usare software proprietario non è una buona idea</strong>, di nuovo con alcune eccezioni. È costoso ed equivale a una delega perpetua al proprio fornitore, o quasi. Se una grande software house ti scrive un software su misura di cui poi ti vende la licenza nessuno, tranne quella stessa software house, potrà mai farti la minima modifica al codice. Rischi di trovarti in una situazione di totale impotenza, in cui cambiare il colore dello sfondo o il font ti costa molto in termini di denaro (le famose “billable hours” americane, in cui tu chiami e quelli attaccano il tassametro) e attrito amministrativo. Inoltre, è politicamente discutibile: il software proprietario non è riutilizzabile da altre amministrazioni se non pagando per altre licenze, e questo non è bene, soprattutto in tempi di tagli e di (sacrosanta) diffidenza dei cittadini verso la saggezza delle amministrazioni nello spendere.
	</li>
<li>
<strong>Questo lascia solo il software libero o open source</strong>. Dal 2007 uso WordPress in progetti pubblici; per la piattaforma di <a href=”http://edgeryders.ppa.coe.int”>Edgeryders</a>, più o meno terminata in questi giorni, il mio gruppo di lavoro si è avventurato in Drupal. Lavorare sul software libero può essere faticoso e frustrante. Funzionalità che sulla carta dovrebbero essere disponibili semplicemente installando un modulo o un plug-in risultano non esserlo; i tempi si allungano; la gran parte del lavoro viene assorbita dal debugging. Nel frattempo, il resto delle attività rischia di inchiodarsi. Credo che l’esperienza possa mitigare il problema, ma mai veramente risolverlo. Il software libero è per definizione organico, “sporco”, vive di hacks e non solo di soluzioni eleganti e razionali.</p>
</li>
</ul>
<p>Nonostante i problemi, la mia esperienza di committente di Drupal si annuncia positiva, come lo è stata prima quella con WordPress. Il motivo è questo: queste piattaforme consentono, e anzi richiedono, l’emersione di una figura intermedia di “admin avanzato” tra quella dello sviluppatore e quella dell’utente. Ciò accade perché le interfacce di amministrazione di WordPress e  Drupal sono intuitive e potentissime; soprattutto Drupal ti consente un controllo molto preciso sul sito. Puoi fare queries dal database, formattare il risultato e visualizzarlo su una pagina, un blocco o una mail; puoi impostare regole del tipo SE [condizione] ALLORA [azione]. Queste attività non sono programmazione, ma sono al confine. Inoltre – e qui faccio riferimento alla mia esperienza con WordPress – quando l’interfaccia di admin non ti basta più, in rete trovi facilmente tutorial e informazioni per mettere le mani in parti del codice non core: io dal punto di vista tecnico sono uno sprovveduto, ma fino a mettere le mani nel CSS del blog (e, per cose moolto semplici, tipo incollare del Javascript, nei files PHP) ci arrivo. Ci è voluto un piccolo investimento, testimoniato dalla presenza nella mia biblioteca di libri della serie “for Dummies”. Questo ti dà una libertà inestimabile: quella di sviluppare in modo anche grezzo, lanciare e poi continuare a fare piccoli cambiamenti al tuo sito man mano che il progetto evolve. Fidati: ne sentirai il bisogno, fin dal primo giorno. </p>
<p>Il trucco sta in questo: il ruolo di admin avanzato un po’ smanettone è perfetto per un amministratore pubblico che deve commissionare software. Arrivare a conoscere bene l’architettura di queste piattaforme e a personalizzarle in modo avanzato non significa essere sviluppatori, ma significa che puoi dialogare in modo costruttivo con i tuoi sviluppatori, avere un approccio realistico alle cose che si possono e che non si possono fare, quanto tempo ci vuole, quanto costano. Inoltre, l’admin avanzato può provare a concettualizzare i propri obiettivi in termini del software, e quindi esprimere una domanda molto sofisticata nei confronti degli sviluppatori. Per esempio, su Edgeryders è necessario ricoinvolgere continuamente gli utenti nella conversazione; questo si fa attraverso le notifiche email e il feed di attività recenti. In Drupal, queste funzioni vengono svolte da certi moduli non-core. Se l’amministratore pubblico sa questo, può chiedere non “un sito web che dia l’idea di un luogo vivo”, ma “activity stream deve loggare tipi di attività a cui normalmente non è agganciato”, che è tutt’altra cosa.</p>
<p>Quando ho iniziato a andare in moto, mi sono letto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lo_Zen_e_l%27arte_della_manutenzione_della_motocicletta">Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta</a>. La lezione di quel testo è questa: l’attività di guidare la moto non è veramente separabile da quella di farne la manutenzione. I motociclisti “romantici”, che non intendono sporcarsi le mani, non lo accettano, e delegano anche la più semplice delle operazioni di manutenzione a meccanici professionisti. Ma pagano il pegno dell’impotenza di quando le loro moto si fermano, e loro non sanno perché, né come fare a ripartire. Questa impotenza può essere disastrosa nella pubblica amministrazione: nei progetti che dirigo io tipicamente il costo della tecnologia incide per meno del 10% del budget, eppure se la tecnologia non funziona <em>blocca l’intero progetto</em>. </p>
<p>Conclusione. Fare committenza è impossibile se non capisci quello che stai comprando. La comunità del software libero, nella mia esperienza, è disposta a condividere la propria conoscenza, le aziende che fanno software proprietario molto meno. Se ti trovi, come me, a commissionare un semplice progetto tecnologico per il settore pubblico ti consiglio di rivolgersi a questa comunità, armarti di pazienza, e investire un po&#8217; di tempo per sporcarti le mani con la tecnologia che poi gli sviluppatori useranno. Installa e configura siti di prova, aggiungi funzionalità, prova a cambiarne l&#8217;estetica. Passa un po&#8217; di tempo con gli hackers. Mostrati desideroso di imparare e fai molte domande. <strong>Soprattutto, non cedere alla tentazione del &#8220;non è il mio lavoro, fallo funzionare e mandami la fattura&#8221;. Non è così che funziona</strong>. Ti richiederà molto tempo, ma sempre poco in confronto a quello che poi risparmierai una volta in produzione. Il sistema non è perfetto, ma è di gran lunga meglio delle alternative. In realtà, credo che sarebbe molto utile organizzare un corso per pubblici amministratori volto a formare committenti migliori di software libero. Qualcuno là fuori è interessato? Io parteciperei subito.</p>
<p><em>Thanks Freddy Mascheretti, Ivan Vaghi, Paolo Mainardi and Claudio Beatrice for their patience and suggestions</em></p>
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		<title>The Internet vs. the democratic deficit: collaborazione online per rompere il ghiaccio tra cittadini e istituzioni internazionali</title>
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		<comments>http://www.cottica.net/2011/11/28/the-internet-vs-the-democratic-deficit-collaborazione-online-per-rompere-il-ghiaccio-tra-cittadini-e-istituzioni-internazionali/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 07:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[e-government 2.0]]></category>
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		<description><![CDATA[Global problems demand global governance: ce lo ripetiamo da anni. E in effetti, a partire dal dopoguerra, le istituzioni internazionali si sono moltiplicate e sono giunte a ricoprire ruoli importanti in quasi tutti i campi. Non ci sono solo le Nazioni Unite con la loro galassia di agenzie, ma anche le istituzioni gemelle di Bretton [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/11/Europa.jpg"><img src="http://www.cottica.net/wp-content/uploads/2011/11/Europa-200x300.jpg" alt="" title="Europa" width="200" height="300" class="alignright size-medium wp-image-4267" style="margin-left: 5px; margin-right: -5px;" /></a><em>Global problems demand global governance:</em> ce lo ripetiamo da anni. E in effetti, a partire dal dopoguerra, le istituzioni internazionali si sono moltiplicate e sono giunte a ricoprire ruoli importanti in quasi tutti i campi. Non ci sono solo le Nazioni Unite con la loro galassia di agenzie, ma anche le istituzioni gemelle di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale; l’OCSE; l’OPEC; il World Economic Forum; le alleanze militari strutturate come NATO e SEATO; il Club di Madrid; l’Agenzia Atomica Internazionale; il WTO e tante altre. In Europa questa tendenza è moltiplicata dal progetto di unificazione del continente: il peso specifico di Bruxelles sulle politiche degli stati membri dell’Unione Europea è ormai decisivo. Qualcuno ha calcolato che il 70% degli atti legislativi promulgati dai parlamenti degli stati europei consiste nel recepire direttive europee – il che rende i parlamenti nazionali poco più che elementi decorativi.</p>
<p>Questo sistema è estremamente efficiente. Con un parlamento di 736 membri (quello italiano ne ha 946) e una burocrazia di soli 33.000 dipendenti l’Unione Europea gestisce la prima economia del mondo, con 500 milioni di abitanti (in Italia i dipendenti pubblici <a href="http://www.idealista.it/news/archivio/2010/06/09/08720-quanti-dipendenti-pubblici-ci-sono-europa-tabella?page=#comentario-32531">sono 3,4 milioni</a>, ma questa cifra comprende anche figure operative come medici, insegnanti e poliziotti e non solo impiegati come nel caso dell&#8217;UE). Ma c’è un problema: molti europei sentono le istituzioni dell’unione lontane, inaccessibili, in qualche modo al di fuori del loro controllo. La Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, non viene eletta; presidente e commissari vengono indicati dagli stati membri. Il Parlamento Europeo viene eletto dal popolo, ma i parlamentari faticano a conciliare il lavoro quotidiano a Bruxelles con la necessità di mantenersi in contatto con i loro collegi, che peraltro sono molto grandi. Risultato: queste istituzioni sentono spesso di lavorare in un vuoto, uno spazio artificiale. Studiano documenti che arrivano da luoghi lontani, ma le vite dei cittadini arrivano loro come una trasmissione radio molto disturbata. La combinazione di isolamento dal territorio e bisogno di informazione di alta qualità crea spazio per le lobby, e infatti a Bruxelles ci sono molti lobbisti. Nel gergo politico europeo, questa situazione si chiama deficit democratico.</p>
<p>L’Internet sociale, credo, ha la potenzialità per rompere la barriera di isolamento dai territori che circonda gli uomini e le donne delle istituzioni internazionali. Il filtraggio sociale permette di intrattenere conversazioni su scala molto vasta senza troppi rischi di sovraccarico informativo. Nella mia esperienza passata con <a href=”http://www.progettokublai.net”>Kublai</a> si è visto che un’amministrazione centrale può aprire un dialogo diretto con i singoli individui nei territori, saltando i livelli amministrativi locali, e che questa discussione disintermediata è uno straordinario luogo di apprendimento per l’istituzione. Il mio gruppo ed io stiamo provando ad applicare una tattica simile alla scala continentale con <a href=”http://edgeryders.ppa.coe.int”>Edgeryders</a>. Singoli politici stanno esplorando questo spazio in modo più agile di quanto possa fare un’istituzione: due esempi sono l’europarlamentare olandese <a href="https://twitter.com/#!/MarietjeD66">Marietje Schaake</a> e il Commissario europeo all&#8217;agenda digitale <a href="https://twitter.com/#!/NeelieKroesEU">Neelie Kroes</a>. </p>
<p>Le istituzioni internazionali sono interessate. Domani (29 novembre 2011) il Parlamento Europeo – e in particolare il suo vicepresidente <a href="https://twitter.com/#!/search/gianni%20pittella">Gianni Pittella</a> organizza una discussione su questo tema, con <a href="http://www.primapersona.eu/?p=11">un programma piuttosto ricco</a>: avrò l’onore di presentare Edgeryders. Il 9 dicembre terrò un webinar con l’United Nations Development Programme/Eastern Europe and Central  Asia. Spero che questa strada porti lontano, perché abbiamo assoluto bisogno sia di governance internazionale che di legittimità democratica.</p>
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