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	<title>Da Capo al Fine</title>
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	<description>Il primo podcast italiano dedicato alla musica classica</description>
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		<title>Il multiculturalismo al Festival di Sanremo come strumento di emancipazione</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2022 10:27:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Jazz, blues e musica classica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Festival di Sanremo è da sempre passato nelle case dei telespettatori come “La celebrazione della musica italiana”. Ed effettivamente, fino a qualche anno fa, è stato così. Di recente però, il trend si è notevolmente invertito, e stiamo assistendo ad un maggiore multiculturalismo, che non va altro che a creare una nuova identità artistica e culturale. Un piccolo cenno storico sul Festival Il Primo Festival di Sanremo ebbe luogo il 29 Gennaio 1951, presentato da Nunzio Filogamo. Si trattava di uno spettacolo completamente diverso da quello che siamo abituati a vedere oggi: gli spettatori infatti sedevano su dei tavolini</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Festival di Sanremo è da sempre passato nelle case dei telespettatori come “La celebrazione della musica italiana”. Ed effettivamente, fino a qualche anno fa, è stato così. Di recente però, il trend si è notevolmente invertito, e stiamo assistendo ad un maggiore multiculturalismo, che non va altro che a creare una nuova identità artistica e culturale.</p>
<h2>Un piccolo cenno storico sul Festival</h2>
<p>Il Primo Festival di Sanremo ebbe luogo il 29 Gennaio 1951, presentato da Nunzio Filogamo. Si trattava di uno spettacolo completamente diverso da quello che siamo abituati a vedere oggi: gli spettatori infatti sedevano su dei tavolini in stile cabaret, e godevano della musica mentre cenavano. Inizialmente il pubblico era molto risicato, tant’è che alla seconda serata vennero invitate delle persone gratuitamente per riempire i tavoli lasciati vuoti.</p>
<p>Da allora il Festival si è fatto sempre più strada nel cuore e nella testa degli italiani, fino a diventare una delle trasmissioni musicali più seguita in assoluto. Sanremo divenne importante non solo per la celebrazione della musica italiana, ma anche perché il vincitore sarebbe andato a rappresentare il nostro Paese all’Eurovision Song Contest.</p>
<p>Se però andiamo a guardare le statistiche relative agli ascolti, notiamo come il trend sia in profonda discesa dalla prima edizione trasmessa in televisione (1987). Passiamo da una media di 15-16 milioni di spettatori negli Anni ’80 e ’90, fino ad una media 8-11 milioni di spettatori per quanto riguarda le ultime 4 edizioni. Secondo alcuni esperti, la motivazione di questo calo sarebbe il forte cambiamento che la musica italiana ha subito in questi 30 anni.</p>
<p>Molti spettatori consideravano Sanremo come un Festival “noioso”, fatto di “musica troppo leggera” ed ormai antiquata, che cantava solo di amore e sofferenze. Tuttavia, le ultime edizioni ci hanno saputo dimostrare come il ricambio generazionale ci stia regalando nuove entità, e di come il multiculturalismo stia prevalendo sempre di più anche in Italia.</p>
<h2>L’edizione 2019 e l’inizio del cambiamento</h2>
<p>Particolare fu l’edizione del 2019, dove a trionfare fu Mahmood, cantante di cittadinanza italiana ma con padre egiziano, e dalle chiare fisionomie africane. Per molti questa edizione fu “falsata”, dal momento che il voto dei telespettatori aveva premiato in minima parte il cantante di “Soldi”.</p>
<p>Erano infatti anni molto duri per il tema dell’immigrazione in Italia, e la vittoria di un cantante figlio di un immigrato, avrebbe messo a tacere molte persone, dimostrando quanti talenti il multiculturalismo potesse portare nel nostro Paese. Per altri invece, questo fu l’inizio di una vera e propria rivoluzione all’interno di Sanremo.</p>
<p>Dal 2019 in poi, difatti, i vincitori del Festival erano molto più incentrati sul genere Rock/Rap/R&#038;B, piuttosto che sulla tradizionale musica leggera e malinconica che, da sempre, aveva caratterizzato questo contest musicale. A completare questa rivoluzione, lo scorso anno, ci hanno pensato i Maneskin, con la loro canzone piena di energia, di rabbia e di emotività “Zitti e Buoni”.</p>
<p>Affermiamo “a completare”, in quanto il successo di questa canzone contagiò il mondo, arrivando persino a vincere l’Eurovision Song Contest quello stesso anno. Non più i classici cantanti vestiti in giacca e cravatta e dai toni melodiosi, ma dei ragazzi scalmanati con magliette e pantaloni strappati, più vicini al mondo dei giovani che mai.</p>
<p><a href="https://www.truffa.net/news/ecco-il-festival-di-sanremo-di-ibra-quote-e-favoriti-da-puntare.html" target="_blank"><img loading="lazy" src="/wp-content/uploads/2022/06/dacapoalfine-it-festival-di-sanremo-baner.jpg" alt="quote Festival di Sanremo secondo Truffa" width="910" height="200" class="aligncenter size-full wp-image-45" srcset="https://www.dacapoalfine.it/wp-content/uploads/2022/06/dacapoalfine-it-festival-di-sanremo-baner.jpg 910w, https://www.dacapoalfine.it/wp-content/uploads/2022/06/dacapoalfine-it-festival-di-sanremo-baner-300x66.jpg 300w, https://www.dacapoalfine.it/wp-content/uploads/2022/06/dacapoalfine-it-festival-di-sanremo-baner-768x169.jpg 768w, https://www.dacapoalfine.it/wp-content/uploads/2022/06/dacapoalfine-it-festival-di-sanremo-baner-465x102.jpg 465w, https://www.dacapoalfine.it/wp-content/uploads/2022/06/dacapoalfine-it-festival-di-sanremo-baner-695x153.jpg 695w" sizes="(max-width: 910px) 100vw, 910px" /></a></p>
<h2>Il multiculturalismo mostrato a Sanremo può portare davvero all’emancipazione?</h2>
<p>Questa è la domanda fondamentale che abbiamo voluto porci durante la redazione di questo articolo.
Sicuramente quanto si è visto in queste ultime edizioni sta portando una notevole ondata di cambiamento non solo all’interno del Festival, ma all’interno dell’intero sistema televisivo italiano. Un sistema che cominciava a diventare stantio, che aizzava il pubblico in un tutti contro tutti disastroso.</p>
<p>D’altronde, non ci può essere luogo diverso dal Festival per portare una rivoluzione di questo genere: basti pensare al “travestimento” di Renato Zero, che nel 1978 lasciò tutti a bocca aperta; una tradizione portata avanti, negli anni più recenti, anche da Achille Lauro. In molti hanno criticato le sue messe in scena, ma il messaggio era molto chiaro.</p>
<p>Il cantante trap ha infatti dichiarato che con i suoi travestimenti vuole unire musica, arte e religione, affinchè le emozioni trasmesse possano davvero colpire lo spettatore, non solo dal lato acustico, ma anche da quello visivo. Ad ogni modo, il suo tentativo sembra aver colpito positivamente soltanto i giovani, più aperti mentalmente e capaci di capire a fondo l’obiettivo portato dal cantante romano. Gli spettatori “medi” di Sanremo (quindi le persone over 40) si sono lamentate della sua performance, additandola addirittura come qualcosa di satanico, che andava contro la religione e ne usurpava i suoi principi.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Come già detto più volte, stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione all’interno del Festival di Sanremo. Sono sempre di più le persone che preferiscono trasgressività e multiculturalismo, invece delle classiche personalità pulite e pacate che hanno, da sempre, caratterizzato questa competizione musicale italiana.</p>
<p>L’emancipazione che ne deriva, da questa rivoluzione, non solo andrà a stravolgere i canoni di cultura e distruggerà gli stereotipi che caratterizzano il nostro Paese, ma potrebbero persino rivoluzionare il Festival stesso. Secondo la nostra esperienza ed opinione, potrebbero non volerci così tante edizioni prima di vedere trionfare una canzone ed un cantante completamente straniero.</p>
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			<dc:creator>Giovanna Piccioni</dc:creator></item>
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		<title>Robert Johnson – il bluesman che fece un patto col Diavolo</title>
		<link>https://www.dacapoalfine.it/robert-johnson-il-bluesman-che-fece-un-patto-col-diavolo.html</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 12:51:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Jazz, blues e musica classica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana” &#8211; Eric Clapton Spesso e volentieri, le persone se ne inventano di ogni per non riconoscere il talento o spiegare una passione travolgente come quella con la quale suonava Paganini. Robert Johnson, però, di talento non ne aveva. Secondo alcuni dei più grandi bluesmen dell’epoca, Johnson “suonava la chitarra solo per fare rumore”. Inoltre, di solito sono gli altri a dirlo, gli altri</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Per me <strong>Robert Johnson</strong> è il più importante musicista blues mai vissuto. Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana”
&#8211; Eric Clapton</p>
<p>Spesso e volentieri, le persone se ne inventano di ogni per non riconoscere il talento o spiegare una passione travolgente come quella con la quale suonava Paganini. 
Robert Johnson, però, di talento non ne aveva. Secondo alcuni dei più grandi bluesmen dell’epoca, Johnson “suonava la chitarra solo per fare rumore”. 
Inoltre, di solito sono gli altri a dirlo, gli altri a diffamare il talento. Ma Johnson stesso, se glielo chiedevi, non si tirava indietro e ti raccontava molto volentieri come aveva fatto il patto col Diavolo. </p>
<h2>La Gioventù</h2>
<p>Nato nel 1911 a Hazlehurst, Robert Leroy Johnson fu una delle più grandi leggende del panorama blues, nonché uno strumentista di un’abilità inaudita. Da molti è oggigiorno considerato antesignano del Rock, colui che con la sua abilità con la chitarra mise giù quelli che poi diventarono I modelli ai quali si rifece la musica rock. </p>
<p>Fin da quando era piccolissimo, Johnson, nato Spencer poiché prese il nome da nubile della madre e solo dopo che venne a conoscenza di chi fosse il padre biologico lo cambiò in Johnson, aveva una passione per la musica.</p>
<p>C’era addirittura chi diceva che fosse ossessionato per la chitarra, al punto che, piuttosto che andare a lavorare nei campi, si faceva picchiare dal patrigno che lo definiva uno scansafatiche. E seppure Johnson non avesse talento, egli aveva delle dita lunghe e affusolate perfette per suonare la chitarra che non voleva rovinarsi andando a suonare nei campi. </p>
<p>Per quanto si impegnasse, però, la sua capacità con la chitarra non saliva mai al di sopra del mediocre. Questo però a Johnson non importava. Quando aveva solo 18 anni si recò a Memphis, dove incontrò Virginia Travis. Ben presto I due si sposarono. Era un periodo felice per Johnson, ma fu breve. Virginia rimase incinta, ma sia lei che il neonato morirono durante il parto. 
Il dolore fece impazzire Johnson che cominciò a girovagare senza sosta per il Mississippi, affogano il suo dolore in donne e alcol. Per un anno, nessuno lo vide.</p>
<h2>Il Patto</h2>
<p>Si sa, nelle leggende c’è sempre qualcosa di vero. Quello che in questo caso si sa è che, appena un anno dopo la morte della moglie, Johnson tornò alla sua città natia. Chitarra in mano, prese il palco. Quello che un tempo era stato un uomo che I suoi amici avevano detto suonare solo per fare rumore, si esibì in una performance complicatissima e perfetta. Niente a che vedere con il Robert che tutti conoscevano. </p>
<p>Le versioni su cosa sia successo durante l’anno di vagabondaggio di Robert sono molte, ma tutte includono alcuni elementi:</p>
<ul>
<li>Un crocevia
</li>
<li>Un uomo incappucciato
</li>
<li>Il Diavolo
</li>
</ul>
<p>È importante menzionare che Johnson fosse afroamericano. Questo perché secondo il suo racconto, una notte, dopo che Johnson aveva passato mesi e mesi a logorarsi dentro le case nelle quale si spostava a strimpellare la chitarra senza risultati, disperato, si diresse verso un crocevia.
Nella cultura africana, importata negli Stati Uniti e nel Mississippi in particolare dagli schiavi nera, se desideri qualcosa con tutto te stesso, se vai a un crocevia a mezzanotte e aspetti ti apparirà Satana. 
E questo è proprio quello che Johnson fece. Mentre si trovava a Clarksdale, a mezzanotte, egli si diresse all’incrocio fra 61 e 49esima a mezzanotte. Qua gli apparse un alto uomo vestito di nero, il cappuccio calato sugli occhi. In cambio della sua anima, il Diavolo diede a Johnson un talento senza uguali nel suonare la chitarra. </p>
<p>Il Diavolo, secondo Johnson, ascoltò la sua richiesta, poi prese la sua chitarra e la accordò. Quando gliela ridiede, Johnson era diventato uno dei più grandi strumentisti di tutti I tempi.</p>
<h2>La Morte</h2>
<p>Il neotrovato talento di Johnson non tardò a essere notato. La sua vita, però, non fu mai una tranquilla; tutti I suoi testi parlavano di demoni e spiriti che lo inseguivano, e saltava da una città all’altra come se stesse scappando da qualcosa. 
In tutta la sua carriera, Johnson incise solo 29 pezzi. 29 pezzi che rappresentarono l’apice della musica blues e di cui uno dei più famosi è Me and the Devil Blues.</p>
<p>Come tanti altri grandi dopo di lui, Johnson morì a soli 27 anni. Come la sua vita, della quale si hanno solo due foto, anche la sua morte è avvolta nel mistero. Non si sa infatti se sia morto avvelenato, come dicono alcuni, o se lo abbiano accoltellato, come dicono altri. L’unico modo per scoprirlo sarebbe fare un’autopsia, ma questo non fu mai possibile perché, nonostante si abbia il certificato di <a href="https://www.r3m.it/2019/08/13/la-leggenda-sulla-morte-di-robert-johnson/" target="_blank">morte di Robert Johnson</a>, non si sa dove sia seppellito il corpo. Sappiamo però dove non si trova il suo corpo, ovvero sotto le sue tre lapidi a Greenwood. 
Una misteriosa signora sostenne che il suo corpo si trovasse a Morgan City, ma visto che ancora non è stato trovato, la veridicità della constatazione rimane ancora da verificare.</p>
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			<dc:creator>Giovanna Piccioni</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Jazz it up: le origini del jazz sotto vari punti di vista</title>
		<link>https://www.dacapoalfine.it/jazz-it-up-le-origini-del-jazz-sotto-vari-punti-di-vista.html</link>
		
		
		<pubDate>Tue, 15 Feb 2022 12:46:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Jazz, blues e musica classica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che il jazz sia uno dei generi musicali più amati e rinomati di sempre non è un segreto, ma le sue origini sono ancora avvolte da un velo di mistero dovuto all’assenza di testimonianze scritte. Questo ha reso difficile, ma non impossibile, ricostruirne la storia, le influenze e le motivazioni dietro a questo genere di musica famoso, eppure nebuloso. Vediamo quindi di fare un po’ di chiarezza. Partiamo così: Le origini del genere Il jazz, in quanto genere musicale, fu considerato tale solo dall’inizio del 1900. Questo non vuol dire che prima non esistesse, o che la sua nascita non</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Che il jazz sia uno dei generi musicali più amati e rinomati di sempre non è un segreto, ma le sue origini sono ancora avvolte da un velo di mistero dovuto all’assenza di testimonianze scritte. Questo ha reso difficile, ma non impossibile, ricostruirne la storia, le influenze e le motivazioni dietro a questo genere di musica famoso, eppure nebuloso. Vediamo quindi di fare un po’ di chiarezza. Partiamo così:</p>
<h2>Le origini del genere</h2>
<p>Il jazz, in quanto genere musicale, fu considerato tale solo dall’inizio del 1900. Questo non vuol dire che prima non esistesse, o che la sua nascita non sia addirittura da attribuire al tardo Ottocento. Il Jazz è un genere figlio della comunità afroamericana della Louisiana, comunità che fino a pochi anni prima era stata schiavizzata, è proprio nella tradizione degli schiavi afroamericani che troviamo il seme che fece germinare questo genere. Come altri generi con origini analoghe, però, le condizioni disumane in cui venivano tenuti gli schiavi fece sì che non ci siano documenti relativi alla nascita. Esistono però fonti orali risalenti ai primi anni del Novecento ed è grazie a quelle che possiamo collocarne la nascita nei primi anni del Novecento. </p>
<h2>Le origini del ritmo</h2>
<p>Dal punto di vista musicale, il Jazz è la commistione di vari generi musicali tipici della comunità afroamericana. 
L’influenza più forte sono senza dubbio i work songs; durante la tratta degli schiavi, gli uomini, donne e bambini costretti a lavorare dei campi erano stati privati della loro dignità fondamentale di esseri umani. Ai figli di schiavi nati nelle piantagioni non veniva insegnato a scrivere, e l’unica forma di espressione che veniva concessa loro era il canto. I canti inventati dagli schiavi neri erano solitamente caratterizzati da una sorta di botta e risposta fra un solista e un coro e vennero chiamati work songs, ovvero canti di lavoro. </p>
<p>I work songs si fusero con gli spiritual songs (che poi si svilupparono a dare il gospel), il ragtime e il blues, da cui il jazz prende la sua famigerata blue note. Il genere che ne uscì fu proprio il jazz. </p>
<h2>Le origini della parola</h2>
<p>Se il genere jazz fu considerato un genere solo dall’inizio del 1900, è ovvio che la parola “jazz” risalga ai primi anni del 1900 e che sia dai primi del 1900 che il genere ha questo nome, giusto?
Sbagliato. 
Se vi è una parvenza di linea cronologica che ci illustri l’evoluzione del jazz, soprattutto dopo il primo decennio del Novecento, lo stesso non si può dire della parola “jazz”.</p>
<p>Innanzitutto, riteniamo doveroso sottolineare che il nome originale del genere non era “jazz” scritto con due Z, bensì “jass”. </p>
<p>Da dove venga la parola jass non è tutt’ora chiaro, ma ecco le ipotesi più accreditate:
“Jaser”: abbiamo già detto che il jazz nasce in Louisiana. Molti di voi sapranno che una buona percentuale della Louisiana è tutt’ora francofona. In particolare, si parla il francese cajun. Non sorprenderà quindi sapere che la prima teoria sull’origine della parola jazz derivi dalla parola jaser che nel francese tradizionale vuol dire gracchiare, fare rumore, ma in cajun al tempo voleva dire copulare.
A sostegno di questa teoria ci sono articoli su giornali del periodo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni Venti che definivano il jass &#8220;fracasso&#8221;, &#8220;rumore sgradevole&#8221;, musica &#8220;cacofonica”.</p>
<p><a href="https://www.musicajazz.it/la-leggenda-di-freddie-keppard/" target="_blank">Freddie Keppard</a>: nonostante il jazz non fosse molto apprezzato negli ambienti tradizionali, sono recentemente venute alla luce testimonianza di artisti che nei primi decenni del 1900 si trovavano a New Orleans. Secondo queste testimonianze, la parola jass non fu usata per riferirsi al genere musicale fino al 1917. Come mai proprio quell’anno? Era il 1917 quando Freddie Keppard descrivette il jazz usando la parola jass in una lettera a Joe &#8220;King&#8221; Oliver, mentore di un tale jazzista di nome Louis Armstrong.
Nascita a San Francisco: recentemente il ricercatore Gerald Cohen ha notato che, seppure la lettera giunse a Oliver nel 1917, ci sono usi precedenti della parola jass. Essa appare infatti sul giornale di San Francisco San Francisco Chronicle nel 1913. In questa circostanza però la parola non sarebbe stata usata per riferirsi al genere musicale, bensì per indicare energia ed effervescenza. E il cronista dove l’aveva sentita? Da un altro cronista che l’avrebbe sentita usare dai veri protagonisti di ogni film ambientato nei primi anni del 1900: dei giocatori di dadi.</p>
<h2>Le origini dei gruppi</h2>
<p>Non tutte le persone di colore erano schiavi ai tempi della schiavitù. Si faceva infatti una distinzione fra creoli, discendenti di origine e africana ed europea degli abitanti della Louisiana francese, di discendenza africana e neri. Durante la schiavitù, i creoli di colore erano perfettamente integrati nella vita cittadina, e ricevettero quindi un’educazione musicale di stampo europeo. I neri afroamericani, invece, discendenti di famiglie di schiavi non potevano permettersi questo lusso, ed erano prevalentemente autodidatti. Quando nel 1865 la schiavitù volse al termine, il razzismo si aggravò al punto tale che la discriminazione raziale si allargò anche ai creoli. La richiesta di musica di intrattenimento, però, era sempre crescente. Musicisti creoli e neri cominciarono a collaborare, integrando le loro diverse educazioni musicali e portando così alla formazione dei primi gruppi jazz.</p>
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			<dc:creator>Giovanna Piccioni</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Cambialo un po’, non far vedere che hai copiato</title>
		<link>https://www.dacapoalfine.it/cambialo-un-po-non-far-vedere-che-hai-copiato.html</link>
		
		
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 12:39:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Jazz, blues e musica classica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I più dotti di voi conosceranno senz’altro la famosa citazione di Stravinsky: “Un buon compositore non imita; ruba.” Nonostante non esistano prove che ci possano dire se la frase fu effettivamente pronunciata da lui, il mondo della musica classica è senza dubbio ricco di opere che non furono composte da coloro a cui furono attribuite. Per la maggior parte di esse sarebbe errato parlare di plagio, visto che, come con i diritti di testi e libri oggi, i diritti d’autore apparteneva a coloro che li acquistavano. Sarebbe più corretto dire che alcune di queste opere furono scritte da dei ghostwriter.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I più dotti di voi conosceranno senz’altro la famosa citazione di Stravinsky: “Un buon compositore non imita; ruba.”
Nonostante non esistano prove che ci possano dire se la frase fu effettivamente pronunciata da lui, il mondo della musica classica è senza dubbio ricco di opere che non furono composte da coloro a cui furono attribuite. Per la maggior parte di esse sarebbe errato parlare di plagio, visto che, come con i diritti di testi e libri oggi, i diritti d’autore apparteneva a coloro che li acquistavano. Sarebbe più corretto dire che alcune di queste opere furono scritte da dei ghostwriter. Che si parli di plagio o ghostwriting, eccovi cinque delle opere classiche più famose che non furono scritte dal loro autore ufficiale. </p>
<h2>La Marsigliese &#8211; Claude De Lisle</h2>
<p>La Marsigliese è una delle opere più famose a livello globale. Oggigiorno inno francese, fu commissionata nel 1792 da Philippe-Frédéric de Dietrich, sindaco di Strasburgo, al capitano Claude Joseph Rouget de Lisle. Originariamente intitolata Esercito del Reno, la Marsigliese doveva essere un canto patriottico volto allo spronare l’armata francese impegnata sul fronte tedesco. </p>
<p>Abbiamo parlato di ghostwriting, ma l’odierno inno francese fu effettivamente frutto di un plagio. 
Claude De Lisle consegnò lo spartito nel 1792. Solitamente, De Lisle firmava i suoi spartiti, ma così non fu in occasione. Che fosse una svista o uno scrupolo morale non ci è dato saperlo. Quello che sappiamo è che scavando nella storia della musica scopriamo che la paternità della melodia non è francese, bensì italiana. 
In particolare, la melodia della Marsigliese può essere ritrovata, tale e quale, nell’opera “Tema e Variazioni in do maggiore” fu scritto nel 1781, ben undici anni prima, da Gian Battista Viotti. 
Veloce, qualcuno lo vada a dire ai Måneskin.</p>
<h2>Italien &#8211; Felix Mendelssohn</h2>
<p>Felix Mendelssohn non mancava certo di talento. Riuscite a pensare a qualche sua composizione? No?
Ci pensiamo noi, ecco alcune delle più famose:</p>
<ul>
<li>La Marcia Nuziale (sì, proprio quella che sentite tutt’oggi a ogni matrimonio) 
</li>
<li>La Scozzese (Sinfonia n. 3 in la minore, op 56)
</li>
<li>Sogno di una notte di mezza estate, composta da undici pezzi
</li>
</ul>
<p>Eppure, c’è una sua sinfonia che lui stesso ammise non essere stata composta da lui. Stiamo parlando della Italien. L’Italien vinse a Mendelssohn un sacco di complimenti da parte della Regina Vittoria stessa, che la definì la sua sinfonia preferita. Un grande onore per Mendelssohn, se solo fosse veramente stata farina del suo sacco. 
In realtà, l’Italien fu composta da una donna. Sorella di Felix e virtuosa del pianoforte, Fanny Mendelssohn era una compositrice incredibilmente prolifica. L’ottocento non era però una società nella quale una compositrice sarebbe stata vista di buon occhio, e per questo motivo Fanny permise al fratello di pubblicare l’Italien, e altre opere, sotto suo nome. </p>
<p>Felix stesso però non nascondeva chi avesse effettivamente scritto l’opera. Si narra infatti che quando la Regina Vittoria si offrì di cantare l’Italien per Felix, lui ammise che in realtà la composizione era opera di sua sorella. </p>
<h2>La Parigi &#8211; Wolfgand Amadeus Mozart</h2>
<p>Abbiamo già menzionato la paternità italiana della Marsigliese e vi abbiamo anche detto che avremmo parlato di ghostwriting.  Dubito vi aspettaste però che colui che si fosse avvalso di ghostwriter fosse Wolfgang Amadeus Mozart.</p>
<p>Come? Mozart commissionava le sue opere ad altri? Inaudito!</p>
<p>Beh, diciamo che non era Mozart stesso a commissionare le opere. Spesso e volentieri erano ricchi nobili i committenti che si premuravano di acquistare i diritti delle opere e poi ne assegnavano la paternità a chi volevano loro. 
Questa teoria sopra citata è fra le più caritatevoli che abbiamo nei confronti di Mozart, soprattutto alla luce di alcuni documenti che sono emersi recentemente, ma andiamo con ordine. </p>
<p>Nel libro “Mozart. La caduta degli dèi” pubblicato nel 2019 da Luca Bianchini e Anna Trombetta, viene messo in evidenza come la sua produzione sia ricca in maniera eccessiva per un uomo che ha vissuto soli trent’anni. </p>
<p>Ma non era un uomo qualsiasi; era Mozart direte voi. 
Ma pur sempre di un essere umano si tratta. 
La Sinfonia n. 31 in Re maggiore K 297, nota anche come Pariser Sinfonie (Sinfonia Parigi), e comunemente chiamata la Parigi è una delle composizioni più famose del genio austriaco. La paternità dell’opera sarebbe però ancora una volta italiana, in particolare di Andrea Lucchesi (o Luchesi). </p>
<p>Lucchesi, a sua volta compositore, ovviamente, fu Kapellmeister della corte di Bonn. Si vocifera che fra i suoi allievi ci fosse anche Ludwig Van Beethoven. Il talento per comporre la Parigi, quindi, non gli mancava. Stabilito questo, passiamo alle prove: che la Parigi non sia di Mozart è praticamente certo. La partitura della Parigi si può infatti trovare a Ratisbona. Nonostante il documento sia firmato da Mozart, se lo si guarda attentamente si può notare che sotto alla firma blu di Mozart si intravede un secondo nome appena accennato che è stato evidentemente <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/03/le-sinfonie-di-mozart-che-forse-non-sono-di-mozart-quella-firma-per-oscurare-litaliano-luchesi/2579089/" target="_blank">cancellato</a>. Ma a chi apparterrebbe la firma originale? A Luchesi, ovviamente. 
Come Mozart abbia acquisito la paternità della Parigi non ci è dato saperlo. Quello che è certo è che non è sua, e che se adesso la andrete ad ascoltare, scommettiamo la vedrete sotto una luce completamente diversa. Non c’è di che.</p>
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			<dc:creator>Giovanna Piccioni</dc:creator></item>
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		<title>Benvenutə nella nostra incredibile community</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 12:35:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Jazz, blues e musica classica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ciao, Anche senza averti ancora incontrato posso immaginare che abbiamo delle cose che ci accomunano: la musica classica, il blues e il jazz. Magari sono tutti e tre, magari solo uno. Magari ti ha costretto a iscriverti quel tuo noiosissimo amico che non ti lascia mai in pace. In ogni caso, grazie per essere qua con noi, e benvenutə sul nostro portale. Scommetto che, oltre alla sopra menzionata passione per la musica, tu abbia anche in comune con noi la voglia e il bisogno di appartenere a una community che abbia I tuoi stessi interessi, le tue stesse passioni, ma</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao, </p>
<p>Anche senza averti ancora incontrato posso immaginare che abbiamo delle cose che ci accomunano: la musica classica, il blues e il jazz. Magari sono tutti e tre, magari solo uno. Magari ti ha costretto a iscriverti quel tuo noiosissimo amico che non ti lascia mai in pace. 
In ogni caso, grazie per essere qua con noi, e benvenutə sul nostro portale. 
Scommetto che, oltre alla sopra menzionata passione per la musica, tu abbia anche in comune con noi la voglia e il bisogno di appartenere a una community che abbia I tuoi stessi interessi, le tue stesse passioni, ma che non la pensi esattamente come te. 
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<p>Per ora è tutto dal quartier generale, benvenuti!</p>
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