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	<title>Dario Nardella - Vicesindaco di Firenze ...</title>
	
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		<title>Italia ce la puoi fare!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 12:01:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Mi complimento per l’apporto di fantasia e per l’ispirazione fiduciosa che caratterizzano il racconto e le proposte…” Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica. Si svolgerà lunedì 14 maggio a Roma la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/invito-digitale-012.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1257" title="invito digitale-01" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/invito-digitale-012-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><em>“Mi complimento per l’apporto di fantasia e per l’ispirazione fiduciosa che caratterizzano il racconto e le proposte…”</em> Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica.</p>
<p style="text-align: left;">Si svolgerà <strong>lunedì 14 maggio a Roma </strong>la presentazione del volume “Italia ce la puoi fare&#8221;. 15 giovani, un racconto, 150 proposte”, edito da Mauro Pagliai e realizzato dai giovani partecipanti a Eunomia Master.</p>
<p style="text-align: left;">L&#8217;iniziativa sarà ospitata a Palazzo Incontro (via dei Prefetti 22) alle 18.<br />
Accanto agli autori interverranno il vicesindaco di Firenze e direttore dell&#8217;Associazione Eunomia Dario Nardella, il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il deputato dell&#8217;Unione di Centro Roberto Rao e Tobia Zevi, responsabile della Cooperazione internazionale per la Provincia di Roma.<br />
L&#8217;incontro sarà aperto da una tavola rotonda dal titolo “Farcela, nonostante tutto”.</p>
<p style="text-align: left;">Il volume “Italia ce la puoi fare” vuole scattare una fotografia del nostro Paese attraverso il racconto di una donna determinata e idealista di nome Italia. <span id="more-1254"></span>15 temi e 15 autori per altrettanti racconti brevi che ripercorrono la sua vita dall’infanzia alla maturità toccando vizi e virtù della società italiana.<br />
Gli autori, giovani affermati in vari settori della vita pubblica, sono accomunati dalla partecipazione ad Eunomia Master, il corso di alta formazione politico istituzionale che ogni anno l&#8217;Associazione Eunomia organizza a Villa Morghen a Settignano (Firenze).<br />
In ogni capitolo, affrontando un argomento specifico, avanzano proposte concrete per cambiare il Paese. Italia ce la puoi fare” è dunque un grido di speranza, un appello a contare sulla passione e sulle nuove energie del nostro tempo.<br />
<strong></strong></p>
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		<title>L’Uomo Planetario nella Terra del Tramonto.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 14:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>darionardella2011@gmail.com</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Balducci è un uomo contemporaneo. Di lui abbiamo una lettura sempre più lucida a mano a mano che ci si allontana dalla sua epoca. Figlio di un’altra epoca e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/Ernesto_balducci.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1246" title="Ernesto_balducci" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/Ernesto_balducci.jpg" alt="" width="164" height="202" /></a>Balducci è un uomo contemporaneo. Di lui abbiamo una lettura sempre più lucida a mano a mano che ci si allontana dalla sua epoca. Figlio di un’altra epoca e di altre vicende storiche, conservò una veggente contemporaneità, simbolo di una intelligenza superiore che mise e mette tutt&#8217;ora a nudo un ritardo della nostra società  ad affrontare e risolvere i temi e le criticità di un mondo in estremo cambiamento.</p>
<p>Balducci, fu un uomo di rottura con la cultura ormai sedimentatasi e dominante e per questo spesso osteggiato. Solo oggi comprendiamo appieno significato e potenzialità della sua opera.</p>
<p>Nei suoi scritti troviamo le sfide del nostro presente, sfide che già allora Balducci vedeva di fronte a  quello che definì l’Uomo Planetario. I grandi temi dei diritti umani e dell’ambiente, della solidarietà e della pace, degli errori derivanti da una visione eurocentrica del mondo, la necessità del superamento di ogni frattura culturale fra credenti e non, la netta distinzione fra religione e fede, tutto in lui era già chiaro. Sosteneva, in quella che viene definita una teleologia antropologica, che al centro di tutto è l’uomo, ed è attraverso l’uomo che è possibile arrivare a Dio. Va quindi capovolta, a suo parere, l’idea che solo attraverso Dio all’uomo sia concesso di assumere dignità e risalto.</p>
<p>Il tema delle identità, delle religioni, di un mondo sempre più globale sono al centro del nostro tempo.<span id="more-1245"></span></p>
<p>Un approccio “laico” alla religione, possibile quanto più forte è la fede, in cui la religione si riconosce e si apprezza con le conquiste universali della cultura dell’occidente, dello stato di diritto, del metodo scientifico. Non si oppone loro come fossero delle minacce.</p>
<p> La crisi della modernità spinge Balducci a definire i termini di un patto sociale fondativo della comunità mondiale. Questo patto, il ci raggiungimento non è scontato neanche per i nostri contemporanei porta ad una visione moderna delle istituzioni e del diritto.</p>
<p>Balducci vede nel deperimento degli Stati e nella crescita del diritto cosmopolitico un elemento connaturato alle leggi evolutive della specie umana.<br />
Da qui il progetto planetario, un progetto che coincide con la «comunità mondiale», un&#8217;entità che sta nascendo «in forza delle leggi evolutive della specie, quelle stesse leggi che hanno portato dalla tribù alla città, dalla città allo Stato-nazione.»<br />
Balducci, per leggere le spinte in atto verso la formazione della comunità mondiale, recupera due categorie del giusnaturalismo: il pactum unionis e il pactum subiectionis. La prima spinta è identificata nella prospettiva del pacifismo antropologico, il cui orizzonte è una società coesa da rapporti di spontanea reciprocità e dall&#8217;opzione preferenziale per la nonviolenza.<br />
La seconda spinta sta nella prospettiva del realismo politico, orientato a estendere al pianeta il processo di unificazione che aveva riposto nello Stato il monopolio della forza. La dialettica di queste due spinte deve portare alla comunità mondiale.<br />
Le città diventano così il luogo ideale nelle quali far vivere la nuova comunità cosmopolitica.<br />
Non è un caso se queste riflessioni sono maturate nel pensiero di un uomo che si è formato nel clima culturale di una delle capitali del pensiero umanistico come Firenze. Ed è la Firenze di Giorgio La Pira quella a cui trae ispirazione Balducci. Una città la cui tradizione umanistico-letteraria fu in quel periodo attraversata da aspri conflitti sociali e ideologici.<br />
Balducci visse una Firenze proscenio di importanti confronti tra intellettuali delle più diverse culture e ne fu protagonista appunto. La Rivista &#8220;Testimonianze&#8221; da lui fondata nel 1958 e di cui, immagino, parleranno  diffusamente gli ospiti di questa tavola rotonda, fu forse la più incisiva testimonianza del ruolo che Balducci ebbe nel contesto intellettuale fiorentino di quegli anni.<br />
Si tratta di un&#8217;esperienza quella fiorentina vissuta con grande intensità (anche negli aspetti più difficili e dolorosi) così come intenso fu il<br />
rapporto tra lui e Giorgio La Pira. Balducci divise l&#8217;amicizia con il Sindaco &#8220;santo&#8221; con Nicola Pistelli, Lorenzo Milani, Gianni Meucci, uomini ai quali fu unito da una forte condivisione di esperienze ed ideali spirituali e intellettuali. Proprio a loro, infatti, il padre scolopio<br />
dedicò questa biografia di Giorgio La Pira. &#8220;La Pira non potrà mai essere per me un aspetto storiografico per il semplice fatto che fu e resta un dato autobiografico&#8221; scriveva Balducci, che nel sindaco cattolico fiorentino ritrovava la concretizzazione di molte delle sue aspirazioni ideali a partire dal progetto di costruzione di una città della pace, Firenze, proprio nell&#8217;esplosione delle contraddizioni locali e internazionali legate alle crisi economiche e politiche.</p>
<p>Balducci amava di La Pira il suo essere appunto &#8220;sindaco planetario&#8221; potremmo dire: &#8220;difendeva le industrie e non gli industriali&#8221; scriveva di lui, &#8220;si poneva storicamente come ponte tra oriente e occidente in vista dello scopo più alto da raggiungere, la pace e la cooperazione tra i popoli&#8221;. È sorprendente la coincidenza di pensiero tra i due uomini che si trae da questo racconto e il segno indelebile che hanno lasciato con la loro opera, intellettuale, politica, spirituale su una città. Quel segno si è tradotto concretamente nei progetti di cui Firenze è stata protagonista in trent&#8217;anni, dallo sviluppo delle periferie, alla costruzione di un solido e solidale tessuto sociale, alla nascita di un moderno sistema di relazioni internazionali tra comunità locali, alla fioritura di istituzioni culturali ed educative che ancora oggi &#8211; non senza fatica &#8211; continuano ad operare. Sta a noi, amministratori, intellettuali, politici stabilire quanto ancora profondo resti il solco di quel segno, per Firenze e per l&#8217;Italia intera con una consapevolezza. Che la crisi economica, culturale e politica globale di oggi ci mette avanti una sfida e ci costringe a giocarla. La sfida si racchiude ancora una volta in un interrogativo che Balducci evocava con insistenza già allora: È possibile, in una economia di mercato, costruire una società in cui tutto sia finalizzato all&#8217;uomo?<br />
Si tratta di una sfida che oggi possiamo tradurre nella lotta tra economia reale ed economia virtuale, tra un&#8217;economia fondata sul lavoro e un&#8217;economia finanziarizzata, tra una un&#8217;idea di società aperta all&#8217;integrazione alla multiculturalità, ai bisogni concreti delle classi sociali umili, ed un&#8217;idea di società chiusa, impaurita, intollerante.<br />
Oggi più che mai, se ci soffermiamo sul dato preoccupante dell&#8217;astensione dal voto di centinaia di migliaia di italiani alle recenti elezioni<br />
amministrative, non possiamo eludere queste sfide e queste domande, per il bene dei nostri figli e dei nostri nipoti.<br />
La politica come servizio verso l&#8217;uomo appunto avrebbe detto Ernesto Balducci.</p>
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		<title>La Costituzione Italiana quale salvaguardia di una società democratica.</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 11:32:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di PAOLO GROSSI Abbiamo, da poco, lasciato alle nostre spalle un intiero anno, nel quale abbiamo ricordato la ricorrenza dei 150 anni di Stato italiano unitario in una fitta sequela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> <a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/firma-costituzione-italiana.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1241" title="firma-costituzione-italiana" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/firma-costituzione-italiana-300x193.jpg" alt="" width="300" height="193" /></a>di PAOLO GROSSI</strong></p>
<p>Abbiamo, da poco, lasciato alle nostre spalle un intiero anno, nel quale abbiamo ricordato la ricorrenza dei 150 anni di Stato italiano unitario in una fitta sequela di convegni, mostre, concerti, conferenze, lezioni. Non si è trattato di celebrare fatuamente, ma piuttosto di rammemorare ripercorrendo un secolo e mezzo di eventi e di personaggi. La memoria è un esercizio civilissimo: conferisce a una comunità il fondamento della tradizione e, se non è viziata da atteggiamenti apologetici, èduca nella visione impietosa dei fatti positivi e negativi di cui il passato è gremito.<span id="more-1237"></span></p>
<p>1861-2011: si stagliano alla nostra attenzione, nella vicenda storica italiana, in tutto il loro messaggio disastroso, due guerre immani, due inutili stragi che si sarebbe potuto e dovuto evitare, e il ventennio di una dittatura soffocante. Ma,accanto, in tutta la loro luminosità, momenti di rinascita e di crescita. Fra questi, che costituiscono ancora oggi la ricchezza del nostro popolo, spicca quello straordinario biennio tra il 1946 e il 1948, quando, nel clima aperto delle libertà riconquistate, si può cominciare a guardare con speranza al futuro e si può, soprattutto, avviare, al di sopra di tante rovine, il processo di fondazione di uno Stato profondamente nuovo in ragione delle sue nuove basi e strutture autenticamente democratiche.</p>
<p>Grazie al referendum istituzionale si pone fine a una monarchia bollata dalla propria inettitudine e dalle tante complicità con la dittatura; grazie a libere elezioni una Assemblea Costituente lavora alacremente a disegnare le intelaiature portanti della nuova Repubblica.</p>
<p>Appena ci si voltava all’indietro – io, vecchio, serbo un ricordo nitidissimo di allora – erano i cùmuli di macerie a contrassegnare il paesaggio italiano, ma nell’animo di ciascuno di noi, vecchio  o giovane o addirittura ragazzo come chi Vi parla, avevano ripreso a fèrvere due sproni formidabili, la speranza e il coraggio, l’uno filiazione diretta dell’altra. E nella generale gran voglia di futuro, si cominciò a disegnare progetti e si consolidò la coscienza che, d’ora in avanti, il popolo italiano poteva realizzarli perché era ritornato finalmente padrone di sé.</p>
<p>Avendo avuto la ventura di vivere quegli anni lontani e di essere ancora – grazie a Dio – immerso nella vita, non può non affiorare tuttavia in me un sentimento forte di rammarico: sessantasei anni di democrazia parlamentare in Italia non sono valsi a conservare nei giovani la speranza e il coraggio di allora, ed è oggi per me desolante riscontrare in essi disperazione e timore nel futuro.</p>
<p>Ho detto che, nel’46, si attuava una svolta autenticamente democratica. E prima del ventennio fascista? E nei lunghi anni dal 1861 al 1922? Certamente, si era sempre più consolidata l’unità politica del regno d’Italia, ormai comprendente l’intiera penisola dopo la prima guerra mondiale, ma l’assetto socio-politico era ben lontano dall’incarnare una sostanziale democrazia.</p>
<p>Gaetano Salvemini, il grande storico che fu uno dei più prestigiosi Maestri dell’Ateneo fiorentino, rientrato in Italia dall’esilio al quale lo aveva costretto la dittatura, nel 1952, in un saggio destinato a ‘Il Ponte’, la Rivista fondata e diretta da Piero Calamandrei, fu pronto a porsi la domanda frontale:”Fu l’Italia prefascista una democrazia?”, dàndovi una risposta nettamente negativa. La ragione primaria risiedeva nell’essere il regno costituito nel 1861 una struttura politica esprimente non la complessità del popolo italiano, ma solo quella parte detentrice del potere economico.</p>
<p>Alcune circostanze storiche sono di una lampante evidenza: nel 1861 può votare meno del 2% dell’elettorato maschile, essendo il voto strettamente legato alla titolarità di un determinato censo, ed è faticosissima – costantemente osteggiata – la conquista del suffragio universale realizzata assai tardi nel 1913. Non ebbero torto, negli anni Settanta dell’Ottocento, due intellettuali toscani, politicamente conservatori ma osservatori attenti e obiettivi del paesaggio sociale circostante, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, a rilevare crudamente:”le classi inferiori, che sono pure la maggioranza della nazione, non partecipano al gioco delle forze politiche…queste classi e i loro interessi non entrano per nulla nella vita del paese; sono escluse da essa”. Parole forti e schiette assolutamente lontane da quelle indulgenze apologetiche a cui ci ha abituato per troppi anni una passata storiografia filo-sabauda.</p>
<p>Per una decisa scelta democratica (peraltro resa incompiuta dalla esclusione delle donne dall’esercizio del voto) occorre attendere il 1913; subito dopo, gli anni della guerra; dal’22 scorre pesante il ventennio fascista. Per aversi, in Italia, un rinnovamento autenticamente democratico occorre arrivare a quel decisivo 1946 con l’inaugurazione della Repubblica, alla cui base sta un popolo intiero di uomini e donne paritariamente investiti del potere di costruire uno Stato fedelmente corrispondente al bene comune; a quel decisivo 1946, quando comincia il suo lavoro la appena eletta Assemblea Costituente.</p>
<p>Vi si trovano riuniti intellettuali e uomini di azione, cui è attribuito il cómpito di scrivere i principii e le regole che fungeranno da supporto giuridico alla novissima realtà politica. In due anni di lavoro serrato, nella piena coscienza della responsabilità enorme che incombe su ciascuno dei suoi membri, la Assemblea Costituente riesce ad elaborare il testo della nuova Costituzione; che è nuova sotto un profilo fondamentale: vuole esprimere valori e interessi largamente condivisi, vuole essere lo specchio fedele della intiera realtà popolare in tutta la sua complessità.</p>
<p>Quanta diversità fra la nostra Carta varata il 1 gennaio 1948 e le ‘carte dei diritti’ delle quali sono costellati il Settecento e l’Ottocento! Per riferirci alle più celebri e conosciute, quanta diversità dalle ‘dichiarazioni’ e ‘costituzioni’ ripetutamente promulgate nel sessennio rivoluzionario francese dal 1789 al 1795!</p>
<p>Quelle ‘carte’ erano le prime manifestazioni del costituzionalismo, un grande movimento di pensiero e di azione che si sviluppa durante la modernità e si rinnova arricchèndosi nel corso del Novecento, secolo pos-moderno. Quelle prime ‘carte’ rappresentavano un primo passo e conseguivano una prima e rilevante conquista: l’eliminazione delle iniquità di un regime – come quello francese pre-rivoluzionario – in cui contavano i ceti, in cui alcuni ceti erano privilegiati derivando dalla appartenenza ad essi  la esclusiva fruizione di parecchi privilegii.</p>
<p>Il  fine primario era, allora, la liberazione del singolo individuo dai vincoli e dai condizionamenti cetuali, l’affermazione della uguaglianza fra tutti i cittadini. E si sancì – e anche si realizzò – la loro uguaglianza giuridica, si stabilì che la legge dovesse essere uguale per tutti (come sta ancora scritto nelle aule dei nostri Tribunali)  e che, conseguentemente, tutti dovessero essere uguali di fronte alla legge.</p>
<p>Allora, ci si arrestò qui, a questa prima conquista, non volendosi render conto che occorreva fare un passo ulteriore. Poiché restavano le disuguaglianze di fatto, poiché l’estremamente ricco restava estremamente ricco ed estremamente povero l’estremamente povero, il paesaggio giuridico che la rivoluzione francese veniva a disegnare, quello di un popolo fatto da soggetti tutti uguali come le statue uscite da un medesimo stampo, peccava di astrattezza e veniva ad essere beffardo per l’indigente cui poco importava quella uguaglianza giuridica più simile a una inutile decorazione che a un aiuto effettivo nelle difficoltà della vita quotidiana.</p>
<p>Quella borghesia, che aveva voluto e fatto la rivoluzione, che aveva eliminato i vecchi ceti privilegiati e conquistato il potere, era paga del risultato raggiunto,nella lucida consapevolezza che arrestarsi alle affermazioni d’una uguaglianza giuridica, arrestarsi a una conquista che non coinvolgesse modificazioni nell’assetto economico-sociale, era congeniale ai proprii interessi di classe. In astratto, giustizia era fatta, perché si erano tolti tutti gli ostacoli giuridici che, nell’antico regime, impedivano al povero di diventare ricco; se ciò non fosse di fatto avvenuto, poteva essere imputato ormai unicamente alla sua incapacità o alla sua pigrizia.</p>
<p>Da quanto si è detto, si capisce bene che, per oltrepassare una siffatta visione e attuazione dell’assetto sociale, occorreva che all’ossatura borghese dello Stato nato dalla rivoluzione si sostituisse uno Stato disponibile all’ascolto e all’appagamento degli interessi dell’intiera comunità popolare, che allo Stato mono/classe sette-ottocentesco si sostituisse uno Stato effettivamente pluri/classe.</p>
<p>Il che si  realizza in quel secolo pos-moderno che è il Novecento, quando l’apparato vetero-statuale non è più in grado di controllare la società e di arginare le sue pretese, quando si ha – nel 1913 – il cedimento al suffragio universale maschile, quando – con la prima catastrofe bellica – i vecchi assetti politici coercitivi si frantumano. E’ in questo clima nuovo che prendono forma carte costituzionali, che sono profondamente nuove perché non si limitano a redigere cataloghi di situazioni giuridiche astratte e ad affermare una astratta uguaglianza giuridica fra individui astratti che sono modelli di uomo e non uomini in carne ed ossa; al contrario, càlano ad analizzare soggetti concreti sorpresi nella loro vita quotidiana, nei loro affanni, nelle loro difficoltà, anche nelle loro miserie.</p>
<p>Insomma, il nuovo Stato pluri-classe, che è nuovo perché è pluri-classe, esprime e dà vita a un nuovo costituzionalismo che si vuol misurare con quelle creature carnali che sono i comuni cittadini, con tutti, nessuno escluso, dal più ricco al più povero. E fioriscono nuove Costituzioni, come quella redatta nella Germania pos-bellica, nel 1919, e la nostra del 1948 di cui si sta discorrendo.</p>
<p>La Costituzione della repubblica democratica tedesca, che, per essersi la assemblea costituente radunata nella città sassone di Weimar, in questo nome si identifica, avrà vita breve. La drammatica situazione economica del <em>Reich</em> repubblicano nato dalle rovine dell’Impero guglielmino  impedisce una consolidazione della struttura socio-politica e spiana la strada,appena dopo quattordici  anni, alla conquista del potere da parte di Hitler e all’inizio della mostruosa dittatura nazista. Una sorte opposta ha fortunatamente arriso alla Costituzione italiana, la cui longevità constatiamo con soddisfazione.</p>
<p>Una Costituzione, la nostra, dal carattere così squisitamente popolare, poteva concretizzarsi unicamente in una realtà politica quale quella italiana dell’immediato secondo dopoguerra nata dalla Resistenza (che oggi ricordiamo con gratitudine) e realizzante una effettiva democrazia pluralistica.</p>
<p>Grandezza della nostra Costituzione! Permettètemi che ceda a questo émpito che mi viene spontaneo, ma permettétemi anche che Ve ne dia una motivazione condivisibile.</p>
<p>E’ una grandezza che si origina da un atteggiamento preciso che in essa si rinviene: non vuole galleggiare astratta al di sopra della società, non è una gabbia logica entro cui costringere i fatti della vita, né una vetrina museale dove sono esposti modelli perfetti ma artificiosi. No. Il soggetto, a cui la Costituzione pensa e che ne è il sostanziale protagonista, è l’uomo comune; in esso ciascuno di noi si può riconoscere. Ciascuno di noi può constatare soddisfatto: è di me che la Costituzione parla, per me è stata scritta.</p>
<p>Se si è potuti arrivare a questo risultato che ha dello straordinario, lo si deve al metodo di lavoro a cui i Padri Costituenti hanno improntato tutta la loro operosità. Nel chiuso del loro palazzo e della loro aula potevano sentirsi scissi da quella platea popolare che, pure, con una stragrande affluenza li aveva eletti; potevano sentirsi unicamente investiti di un potere supremo e potevano compiacersi di esercitarlo. Prevalse, invece, in loro un salvante senso di responsabilità, né mancò mai in essi il dovere di corrispondere a una chiamata. Corrispondenza che un solo atteggiamento e anche un solo angolo di osservazione potevano far raggiungere appieno: guardare alla società senza filtri deformanti, guardare al popolo come storia vivente.</p>
<p>La loro finalità – come risulta chiaro dagli ‘atti’ assembleari – fu di leggere attentamente, quasi umilmente, nelle trame della comunità italiana, leggervi valori e interessi diffusi e condivisi, registrarli fedelmente in modo che la Costituzione scritta, quel libriccino scandito in 139 articoli e assurto al rango di norma fondamentale della nuova Italia, fosse lo specchio fedele di una realtà viva.</p>
<p>E’ per questo che, ai giovani qui presenti in numerosa schiera, io rivolgo un invito: a conoscere il testo costituzionale, perché solo da una conoscenza provveduta può scaturire l’apprezzamento. Purtroppo, a causa della insipienza dei programmi ministeriali, la Costituzione riceve una attenzione irrisoria quale oggetto di studio nelle nostre scuole medie, e si genera negli studenti una ignoranza tanto più deplorevole in quanto si tratta di una guida validissima per il cittadino. A questa ignoranza siete chiamati a supplire con l’arma della spontanea disponibilità individuale.</p>
<p>Ieri mi trovavo a Iesi, nelle civilissime Marche, ospite del Sindaco, per parlare a studenti medii e universitarii nella vigilia del 25 aprile e mi ha consolato la notizia che il prossimo 2 giugno, giorno di festa nazionale, si distribuirà a cura del Comune il testo della Carta a ogni ragazzo/ragazza nel compimento del suo diciottesimo anno. Un esempio che spero possa essere ripetuto in tanti Comuni italiani.</p>
<p>Che cos’è, dunque, per il cittadino italiano la Costituzione varata nel 1948? L’ho detto or ora: la norma fondamentale della Repubblica, la legge suprema sovraordinata a ogni altra legge. Ma desidero rispondere alla domanda con maggiore semplicità: è il breviario giuridico del cittadino, di ognuno di noi, e lo riguarda da vicino perché la Costituzione non si misura su dei modelli astratti ma su un personaggio concreto sorpreso nella sua vita quotidiana.</p>
<p>Per togliere ambiguità a un discorso eccessivamente generico, scendiamo a un esempio illuminante: il principio di uguaglianza. Già sappiamo che il termine <em>égalité</em>, uguaglianza, era messo bene in evidenza sui vessilli della rivoluzione francese, e sappiamo anche che si trattava di uguaglianza giuridica. E’ il tema dell’articolo 3 della nostra Costituzione, e certamente uno dei suoi càrdini portanti; ed è un articolo che, nel comma primo, afferma la “pari dignità sociale” di ogni cittadino e la sua uguaglianza davanti alla legge “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.</p>
<p>Si raccoglie in questo comma il messaggio liberatorio del primo costituzionalismo, delle ‘carte dei diritti’ della modernità. Ma si fa anche quel secondo passo, che la modernità giuridica –intrisa di liberalismo borghese – non ha voluto fare.Consentìtemi, in proposito, di leggerVi l’intiero secondo comma dello stesso articolo:”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando <em>di fatto</em> [corsivo mio] la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.</p>
<p>Il discorso si fa qui concreto e compaiono quei fatti, quella grezza fattualità, che le vecchie ‘carte’ non prendevano in considerazione ma nella quale era immerso fino al collo il cittadino comune. Con il contenuto di questo articolo 3 siamo lontanissimi dal proporre una soluzione di tipo sovietico e una collettivizzazione che avrebbe generato una uguaglianza coattiva non meno iniqua delle disuguaglianze borghesi. Si discende, però, sul terreno dei fatti impegnando la Repubblica a una azione <em>concreta</em> per rendere <em>concretamente </em> più equa la situazione del cittadino <em>concreto</em> verificata nella sua debolezza sociale ed economica.</p>
<p>Ho detto più sopra ‘breviario’. Lo ripeto: la Costituzione è il breviario giuridico del cittadino comune italiano nell’esercizio della vita di ogni giorno. Mi verrebbe quasi di dire: una guida da tenere nella tasca della giacca. Apriàmola e scorriàmola: dopo i ‘Principĩ fondamentali’, dove si parla della persona e dei suoi diritti fondamentali, nonché di dimensioni essenziali del soggetto come la religione e la cultura, ecco la ‘Parte Prima’ concernente i ‘Diritti e doveri del cittadino’, dove il titolo primo è rivolto soprattutto alle libertà e dove i Titoli secondo e terzo riguardano la famiglia, la salute, l’istruzione, il lavoro e la tutela sindacale, l’iniziativa economica, la proprietà, il risparmio. Il Titolo quarto disegna, invece, il singolo come membro attivamente partecipe della comunità politica. Il breviario ci appare in tutta la sua trasparenza.</p>
<p>Prevedo, tuttavia, una possibile obbiezione: può darsi che il nostro testo costituzionale sia nato con i caratteri positivi sopra menzionati, ma si tratta pur sempre di un testo elaborato nel biennio 1946/1948 ed entrato in vigore il 1 gennaio 1948. Sono tempi lontani, addirittura remoti, ed è lecito dubitare che quel testo abbia potuto sopportare l’usura di un sessantennio gremito di tante novità sotto ogni profilo.A questo proposito, mi piace ricordare un invito fatto ai colleghi costituenti da Piero Calamandrei, un giurista che ha lasciato una traccia negli studii processualistici e costituzionalistici, uno dei più preparati avvocati nella sua Firenze, membro della Assemblea; l’invito a redigere una Costituzione <em>presbite</em>, che “deve vedere lontano, non essere miope”. Erano sagge parole, giacché la norma fondamentale di una grande comunità nazionale è progettata e redatta per fornire ad essa un basamento solido e durevole, e non per essere modificabile a ogni variazione nella maggioranza parlamentare. Oggi, sessantaquattro anni dopo quel 1 gennaio 1948, si è in grado di verificare se abbiamo a che fare con una sorta di reliquia giuridica o con quel breviario efficace e coerente con le odierne esigenze, di cui ho parlato più sopra.</p>
<p>Quando, nel 2008, si celebrò il primo sessantennio di vita, ci fu unanimità di voci nel considerare ancora perfettamente idonea e valevole la nostra ‘carta’ almeno per quanto attiene ai principii fondamentali e alla prima parte, ma una voce autorevolissima si è levata appena ieri per riaffermare questa convinzione; è quella di Giorgio Napolitano che, il 22 aprile 2009, a Torino, in occasione della Biennale della democrazia, riprendendo il termine stravagante ma puntualissimo di Calamandrei, constatava con soddisfazione la presbiopia di quello sguardo apparentemente così lontano, collocato com’era alle origini della nostra riscoperta democratica.</p>
<p>Sì, i Padri Costituenti vollero essere e furono presbiti, costruirono per la lunga durata,ma ci riuscirono grazie al metodo di osservazione e di elaborazione da loro adottato, ossia leggendo nelle trame più profonde della società italiana.</p>
<p>Si badi: non intendo affermare che la Assemblea Costituente abbia sempre deliberato con una assoluta unanimità e che si sia trattato quasi di un coro di angeli. In essa sedevano personaggi di diversa ideologia – cattolici, marxisti, liberali – e ci fu spesso una dialettica intensa. Ma ci fu anche una sempre ricercata sinergia nel fissare e disegnare i temi e i problemi ritenuti càrdini della nuova entità politica.</p>
<p>In altra occasione, mi è capitato di qualificare la Carta del’48 un atto di ragione, volendo sottolineare che, al di là delle passioni individuali e di gruppo, prevalse il tentativo di tessere una veste giuridica corrispondente al bene comune, risultato che si sarebbe potuto ottenere scrutando insieme, sinergicamente, con visione serena e obbiettiva, i reali valori vissuti dal nostro popolo, soffocati ma non spenti dalla dittatura fascista e che la Resistenza aveva ravvivato. Atto di ragione significa, dunque, atto di conoscenza e lettura spassionata di una realtà storica.</p>
<p>Ne abbiamo la riprova sol che si legga pazientemente, negli  ‘atti’ della Assemblea Costituente (e consentìtemi di formulare un pressante invito a leggerli, perché si tratta di lettura assai fruttuosa), particolarmente negli ‘atti’ relativi alla Prima Sotto-Commissione entro la cosiddetta Commissione dei Settantacinque. Il tema centrale: diritti e doveri del cittadino, ed è palese l’approccio con cui i Padri Costituenti lo affrontano, lo analizzano, lo definiscono.</p>
<p>Qui ebbe un ruolo determinante un predecessore del Sindaco Renzi sul seggio di primo cittadino di Firenze, Giorgio La Pira, con cui io ebbi, proprio negli anni del suo governo fiorentino, una affettuosa familiarità, essendo lui il mio amato docente di diritto romano e l’organizzatore dei ‘Convegni per la pace e la civiltà cristiana’ da me frequentati assiduamente in questo stesso palazzo, nel vicino salone dei Dugento. Afferma La Pira, quasi a conclusione di un itinerario: ”Questa prima parte con la determinazione progressiva che in essa viene fatta dei diritti essenziali della persona e di quelli della comunità, verrebbe a costituire uno specchio fedele della reale struttura della società”.</p>
<p>Se mi avete ascoltato con un po’di attenzione, udendo questa frase lapiriana tratta dagli ‘atti’ assembleari, avrete notato che parecchi termini da me usati sono esattamente gli stessi. La Costituzione in gestazione non doveva, agli occhi di La Pira e delle personalità intellettualmente più robuste della Assemblea, riflettere la vittoria di una parte, il successo di un singolo o di un gruppo; doveva, al contrario, riflettere la <em>reale struttura della società </em>dove persona e comunità convivevano e dovevano convivere armonicamente ; una struttura non artificiosa, non falsata da visioni personali o di partito, ma <em>reale</em>, ossia da leggere nella sua oggettività, da <em>riconoscere</em> (ecco un termine che ritorna spesso negli ‘atti’) in un terreno più decantato di quello della azione politica quotidiana (e, quindi, della quotidiana rissa tra parti avverse), che era, per l’appunto, il terreno della storia, della tradizione, del costume di un popolo.</p>
<p>Si deve a questo approccio salvifico se la Costituzione italiana, nel suo nucleo essenziale, conservi intatta la sua valenza quale norma fondamentale della Repubblica: il popolo italiano – con i suoi valori storici – era (ed è) il suo vero protagonista, perché su di esso era stata modellata. Non è davvero un espediente retorico individuare qui la sua cifra autentica.</p>
<p>La nostra Costituzione, agli occhi dello storico del diritto, è, quindi, testimonianza alta e rara di scelte democratiche vissute e attuate dai Padri Costituenti. Portatrice di un siffatto carattere, continua necessariamente ad essere anche la più efficace salvaguardia della società italiana quale società democratica.</p>
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		<title>L’Antipolitica come richiesta di una politica diversa.</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:01:29 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[le mie videolettere]]></category>

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		<description><![CDATA[Elezioni, il tasso di affluenza è altalenante. Perchè? Riflettiamo sulla possibilità che il fenomeno dell&#8217;astensione sia una  domanda latente  di una politica dai connotati diversi. Il segnale di svolta adesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Elezioni, il tasso di affluenza è altalenante.</p>
<p>Perchè?</p>
<p>Riflettiamo sulla possibilità che il fenomeno dell&#8217;astensione sia una  domanda latente  di una politica dai connotati diversi.</p>
<p>Il segnale di svolta adesso viene dalla Francia.</p>
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		<title>Un ricordo di Gino Bartali a 12 anni dalla sua scomparsa</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 08:05:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ “E vai che io sto qui che aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali da quella curva spuntera&#8217; quel naso triste da italiano allegro tra i francesi che si incazzano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/barta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1214" title="barta" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/barta-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a> “E vai che io sto qui che aspetto Bartali<a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/Gino%20Bartali1.jpg"></a><a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/Gino%20Bartali.jpg"></a><br />
scalpitando sui miei sandali<br />
da quella curva spuntera&#8217;<br />
quel naso triste da italiano allegro<br />
tra i francesi che si incazzano<br />
e i giornali che svolazzano..”</p>
<p>Nell&#8217;anniversario della scomparsa del Ginettaccio, lo voglio ricordare con le parole del cantautore Paolo Conte, il modo migliore per immortalare la semplicità dell&#8217;uomo e la forza d’animo dello sportivo.</p>
<p>Il “ Naso di quel triste italiano allegro” era il naso di chi è stato campione italiano del ciclismo , di chi ebbe una delle più lunghe e piene carriere di successo della storia del ciclismo.<span id="more-1210"></span>Un grande sportivo ma non solo, uomo di grande cuore per tutti coloro che lo ricordano e che lo hanno conosciuto. Schietto, semplice , nel senso più alto del termine e profondamente amato per la sua purezza d’animo e per lo spirito con cui affrontava ogni sfida sull’asfalto.</p>
<p>Bartali come tutti i campioni, ha travalicato la semplice figura del fuoriclasse ed è diventato per milioni di italiani il simbolo di una certa filosofia di vita: &#8220;Se lo sport non è scuola di vita e non è solidarietà, non serve a niente&#8221; .</p>
<p>Il ragazzo di toscana pedalava senza perdere fiato: il suo corpo, le sue gambe, la sua mente e i suoi sogni erano il suo percorso, la sua strada.</p>
<p>La sua storia di uomo ebbe inizio alla vigilia della prima guerra mondiale a Ponte a Ema , lì dove poco dopo aver imparato a camminare già si ritrovò su quello che in quegli anni costituiva il principale mezzo di locomozione per l&#8217;Italia intera: una bicicletta.</p>
<p>Ventisette anni sempre in sella e sempre con lo stesso entusiasmo. Bartali fu sempre pronto a riscattarsi dimostrando che nessuno gli avrebbe impedito di continuare a pedalare. Non a caso fu soprannominato “l’intramontabile”. Pertanto neanche le difficili vicissitudini di una guerra distrussero il profondo legame tra Bartali e la bicicletta. Lui, aveva la stoffa del campione, possedeva le due qualità di sportivo per eccellenza: la testardaggine e la resistenza fisica.</p>
<p>Il ciclismo è uno sport dal sapore davvero speciale. Il sapore della fatica che ogni falcata impone al corridore accompagnata dal timore di un improvviso cedimento. Gino Bartali era fisicamente piccolo ma aveva una cassa toracica che gli permetteva di avere fiato quando affrontava le salite in sella alla sua bicicletta.</p>
<p>Il ciclismo è uno sport che vive tra le strade delle città, e che sembra abbia il potere di attrarre a sé la gente andandola a chiamare fino a casa. Per partecipare basta affacciarsi alle finestre delle proprie case. Ed in tutte le città della penisola le folle urlavano il suo nome con la certezza che il loro eroe sarebbe riuscito a trionfare, ed così avvenne.</p>
<p>Vinto il Giro d’Italia e forte nella convinzione di voler partecipare al Tour de France Gino voleva dimostrare che anche un ragazzo che veniva dalla povera Italia poteva trionfare pur non avendo a disposizione grandi mezzi. La prima sfida di Bartali in Francia si concluse con una brutta caduta, una sventura che fece capire a molti quanto una sorte avversa non significava la sconfitta.</p>
<p>Gli anni della Seconda Guerra Mondiale furono per tutti un periodo di drammatiche difficoltà ed anche Bartali ne risentì.</p>
<p>Il ciclismo di quegli anni era però uno sport povero, che per conquistare una nuova alba necessitava della forza di sognare degli atleti, e fu così che subito dopo la tragedia bellica anche Gino ritornò sulla sua bicicletta. Era pronto a recuperare quegli anni di carriera e quei trofei che la follia della guerra gli avevano impedito di conquistare. Ma proprio in quel momento di riscatto per Bartali, stava emergendo un giovane ciclista combattivo e velocissimo: Fausto Coppi.</p>
<p>Nel 1949 Bartali doveva confermare il titolo vinto l’anno precedente al Tour de France ma quell’anno gareggiava anche Fausto Coppi, verso il quale Gino provava sia grande stima ma anche una fervida rivalità. La loro amicizia era potente e spesso riusciva a monopolizzare la gara; si tramutava in una sfida perenne che li contrapponeva come due ciclopi che dovevano lottare l&#8217;uno contro l&#8217;altro ignorando tutti gli altri ciclisti.</p>
<p>L’Italia spaccata in due aveva voglia di immedesimarsi in nuovi miti e la contrapposizione Bartali-Coppi spaccò l’opinione pubblica del paese. La maggioranza del paese per varie ragioni culturali decise di sostenere Gino Bartali. I diversi stili di vita dei due campioni quindi divisero la cultura popolare e li resero qualcosa di più di due idoli sportivi. Chiedersi se due ciclisti possano assemblare realmente due diversi pensieri politici è legittimo, ma a questa idea ormai entrata nell&#8217;immaginario popolare c&#8217;è una precisa risposta storica. Nel 1948, quando fu tentato l’assassinio di Palmiro Togliatti, uno dei fondatori del Partito, nel paese stava per esplodere una rivolta popolare. Ma quel giorno stesso Bartali vinse il Tour de France e le radio diedero quasi più spazio a quel trionfo che al grave fatto di cronaca. Da quel giorno tutte le vittorie sia di Bartali che di Coppi iniziarono ad assumere anche un preciso significato culturale.</p>
<p>Ai nostri giorni queste cronache lontane nel tempo costituiscono una pura memoria storica ed è proprio per onorare campioni come Gino Bartali che il ciclismo deve mantenere una propria dimensione agonistica di meraviglioso sport indifferente alle polemiche del doping e alla logica del denaro. Soltanto così è possibile constatare che spesso le favole di uomini del passato possono rivelarci molti segreti per affrontare il futuro.</p>
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		<title>12-13 Maggio 2012 “Notte Blu” di Firenze.</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 12:30:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[ti segnalo]]></category>

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		<description><![CDATA[La &#8221; Notte Blu &#8221; di Firenze una non-stop di eventi, gare, tornei, esibizioni, pedalate, regate, mostre e spettacoli per 27h di Sport e Intrattenimento sotto un  cielo di stelle. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/images1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1243" title="images" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/images1.jpg" alt="" width="240" height="159" /></a>La &#8221; <strong>Notte Blu</strong> &#8221; di Firenze una non-stop di eventi, gare, tornei, esibizioni, pedalate, regate, mostre e spettacoli per 27h di Sport e Intrattenimento sotto un  cielo di stelle.</p>
<p>Programma ricco di eventi, che giorno dopo giorno si arricchirà di nuove opportunità tra cui la possibilità per tutti di poter provare le attività proposte.</p>
<p>Sport, Giochi, Arte e Cultura, Spettacoli: queste le parole che vi accompagneranno nella &#8221; Notte Blu&#8221; di Firenze.</p>
<p>L&#8217;appuntamento è <strong>sabato 12 Maggio</strong> in<strong> Piazza della Signoria</strong> dove si darà avvio allo spettacolo con  il <em>Corteo storico della Repubblica Fiorentina</em>.</p>
<p>Il programma dettagliato della &#8220;Notte Blu&#8221; di Firenze al Link di seguito.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-1201" title="pdf_icon" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/05/pdf_icon.gif" alt="" width="16" height="16" /> <a href="http://sportinforma.comune.fi.it/export/sites/sport/materiali/mondialiciclismo2013/programma_notte_blu_FINALISSIMO.pdf">Scarica il programma</a></p>
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		<title>Stop agli alcolici d’asporto, vendita vietata dalle 22 alle 6</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 18:56:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il divieto riguarda centro storico e Cascine Firenze, 24 aprile 2012 &#8211; Niente più alcolici da asporto di ogni gradazione e in qualunque tipo di contenitore dalle 22 alle 6 in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il divieto riguarda centro storico e Cascine</p>
<p><img title="Alcolici (Isopix)" src="http://www.lanazione.it/firenze/cronaca/2012/04/24/702419/images/1066487-Bicchieri.jpg" border="0" alt="Alcolici (Isopix)" width="409" height="281" /></p>
<p><strong>Firenze</strong>, 24 aprile 2012 &#8211; Niente <strong>più alcolici da asporto di ogni gradazione e in qualunque tipo di contenitore dalle 22 alle 6 in tutto il centro storico </strong>e nel parco delle Cascine. La nuova ordinanza è stata firmata oggi dal prefetto di Firenze Luigi Varratta e sarà in vigore <strong>dal 26 aprile al 26 settembre. </strong></p>
<p><span id="more-1192"></span>La decisione è arrivata dopo un incontro ieri tra il prefetto e il <strong>vice sindaco Dario Nardella</strong>: i due, spiega la prefettura in una nota, hanno convenuto sulla necessità di intervenire nuovamente con un provvedimento ad hoc per prevenire e contrastare i fenomeni di vandalismo e disturbo della quiete pubblica, causati dall`uso eccessivo di bevande alcoliche, che hanno caratterizzato di recente la movida fiorentina.</p>
<p>L`ordinanza del prefetto mira a <strong>frenare anche l`impiego delle bottiglie di vetro </strong>che, oltre a costituire potenziali fonte di rischio per l`incolumità pubblica e di danneggiamento al patrimonio artistico, vengono spesso abbandonate nelle vie e nelle piazze incidendo sul decoro cittadino. Nel parco delle Cascine (tutta l`area compresa tra il canale Macinante, il torrente Mugnone, il fiume Arno e Piazza Vittorio Veneto) sarà anche vietato detenere, salvo il possesso finalizzato alla vendita autorizzata, confezioni di bevande alcoliche che, per la loro quantità, non siano destinabili esclusivamente all`uso personale.</p>
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		<title>“Dehors, piazze e mercati questa è una rivoluzione vera”.</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 11:27:23 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[ti segnalo]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;intervista di Marzio Fatucchi al Vicesindaco Dario Nardella da il Corriere Fiorentino. L&#8217;Opera del Duomo, da giugno, vuole mettere uno stop alle centinaia di persone che bivaccano sui gradini in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;intervista di <strong>Marzio Fatucchi </strong>al Vicesindaco Dario Nardella da il <em>Corriere Fiorentino. </em></p>
<p>L&#8217;Opera del Duomo, da giugno, vuole mettere uno stop alle centinaia di persone che bivaccano sui gradini in piazza San Giovanni. E lo farà con dei vigilantes.L&#8217;annuncio di Franco Lucchesi (su La Nazione) viene preso con le molle dal vicesindaco Dario Nardella. &#8221; Credo che ci siano problemi giuridici a che dei vigilantes privati possano allontanare da un luogo aperto al pubblico delle persone: la polizia privata non ha le competenze ed i poteri della polizia municipale e delle forze dell&#8217;ordine&#8221; .Quegli agenti privati potranno però  avere una «forza di dissuasione».«La collaborazione tra tutte le istituzioni e la polizia municipale, tra le forze dell&#8217;ordine e quelle di sicurezza private, è sempre benvenuta &#8220;-chiosa Nardella- &#8220;Certo, è un tema di ordine pubblico e va affrontata da chi è preposto a farlo». Dopo i dehors, che verranno cambiati in tutto il centro «entro l&#8217;anno, oppure non verrà concesso che siano allestiti di nuovo», il vento del cambiamento soffia da Palazzo Vecchio sulle manifestazioni pubbliche nelle piazze della città e l&#8217;arredo urbano per le altre aree dove sono nati i centri commerciali naturali, le «unioni» delle botteghe.</p>
<p>Il vicesindaco Dario Nardella è sicuro: «Noi stiamo facendo una rivoluzione, sfido chiunque a dire che il lavoro che facciamo sull&#8217;uso del suolo pubblico non lo sia. Non c&#8217;è altra città d&#8217;arte in Italia che abbia fatto quanto noi: abbiamo affrontato il tema, anche culturale e non solo economico, di come si usa il suolo pubblico a Firenze». <span id="more-1188"></span></p>
<p><strong>Una rivoluzione lenta, però. Partiamo parlando dei dehors: ancora si vedono strutture in plastica, che sarebbero vietate; alcuni sono addossati a monumenti o chiese, un altro divieto non rispettato.</strong> « In questi ultimi anni il suolo pubblico è diventato uno dei primi temi del governo della città, assieme al recupero del vuoto urbano. Intanto, è aumentato l&#8217;uso, in modo eccessivo, del suolo pubblico, a causa del cambiamento degli stili di vita, delle nuove tendenze del turismo. E ne è nato un grande business, non per il Comune. I numeri? Secondo le nostre stime, un dehors di venti metri quadri, in una buona posizione in centro, porta un introito giornaliero fino a 3 mila euro. Facendo una media, per difetto, questo significa che i 7 mila metri quadri di dehors fiorentini possono far fatturare 187 milioni l&#8217;anno. Questo è l&#8217;interesse privato che sta dietro ai dehors».</p>
<p><strong>Avete intenzione di aumentare la tassa sul suolo pubblico?</strong> «No, non in questo momento di crisi. Ma è diventato necessario per l&#8217;amministrazione occuparsi di questi fenomeni. Con regole chiare».</p>
<p><strong>Regole che però tardano a trovare applicazione.</strong>«Cento autorizzazioni sono state date per i nuovi dehors. Altre 80 sono sotto verifica della commissione comunale, verranno date se rispetteranno alcune condizioni. Venti richieste sono state rifiutate. Se i locali non rispetteranno i parametri definiti, non apriranno. Bilanciare gli interessi privati (ma esclusivi) e gli interessi pubblici è comunque un processo molto complesso, faticosissimo. Abbiamo preso di petto tutti questi punti, e ritengo che questa sia una vera e propria rivoluzione: da 4o anni nessuno si era preoccupato di gestire questo problema. E si sono visti i risultati».</p>
<p><strong>Avevate indetto un concorso per i dehors, poi le linee guida sono state reinterpretate, anche dalla sovrintendenza. Infine, nonostante i progetti, vi siete ritrovati con alcune strutture in piazza della Repubblica che non convincevano la sovrintendente&#8230;</strong>«Come tutti i grandi cambiamenti, è un&#8217;illusione che sia possibile farla in due minuti. E&#8217;  fisiologico il momento di rallentamento, sono necessari surplus di valutazione».</p>
<p><strong>E quanto durerà questo «surplus»?</strong>«Il tempo che ci vuole. Mi pento di aver annunciato un calendario: essendo la prima città a fare un piano del genere, la mole di lavoro per gli uffici è stata enorme. Alla fine di quest&#8217;anno, avremo completato tutto il lavoro sul centro storico».<strong></strong></p>
<p><strong>Ma quella plastica che voi avete vietato, quando verrà tolta da piazza Strozzi?</strong>«Non posso dare tempi precisi, è la commissione a valutare. Farò in modo che in tutte le piazze e strade importanti, da Santa Croce a piazza Strozzi, la partita sia chiusa entro l&#8217;anno».</p>
<p><strong>Evidentemente, però, i «rendering», le simulazioni di come verranno i progetti, non hanno sempre reso l&#8217;idea concreta di realizzazione.</strong> «I rendering sono obbligatori per i dehors, e lo diventeranno anche per le manifestazioni di piazza. Su cui sta per partire un&#8217;altra rivoluzione. Questo processo di concorso pubblico nato per i dehors, con il coinvolgimento di professionisti e della sovrintendenza, verrà utilizzato sia per gli eventi in tutte le piazze che per i centri commerciali naturali: a breve porteremo in giunta un atto di indirizzo per lanciare un progetto di arredo urbano, d&#8217;intesa con i privati, per fioriere, panchine, anche posacenere in queste strade. E poi bandiere nei giorni di festa si partirà da via de&#8217; Neri. Non stiamo parlando di bello o meno, che è un fattore estetico e soggettivo, io parlo di decoro urbano». <strong></strong></p>
<p><strong>E&#8217; quello che avete annunciato anche per San Lorenzo</strong>. «E per tutti gli ambulanti del centro. Voglio dare una stima, anche questa al ribasso: il valore dei 520 banchi, sul mercato delle licenze, supera il miliardo di euro (basandosi sui valori che i commercianti hanno indicato quando hanno presentato il ricorso al Tar contro lo spostamento dei banchi di San Lorenzo). Il loro fatturato vale 190 milioni, sempre secondo i dati che ci hanno fornito loro. Sono cifre indicative, credo molto inferiori a quelle reali: affideremo uno studio all&#8217;Università di Firenze. San Lorenzo è una sfida alla rendita, oltre che una questione di decoro urbano».</p>
<p><strong>Una sfida che è finita davanti al Consiglio di Stato.</strong> «Noi ci lavoriamo da due anni, ora gli ambulanti sono di fronte a un passo decisivo. O c&#8217;è una proposta complessiva su tutti i mercati turistici del centro, che vada nel senso di maggior decoro, qualità e interesse pubblico, oppure diventa molto difficile trovare un accordo. Io li ho convocati per i primi di maggio».</p>
<p><strong>Prima del giudizio del Consiglio di Stato. O fanno una proposta su tutto il centro, non più solo per San Lorenzo, o niente accordo? </strong>« Abbiamo ridotto le manifestazioni in molte piazze del centro: in Santa Croce, dal 2010 al 2011, sono scese da 21 a 24, in piazza della Repubblica da 45 a 29 (spostandole in parte in piazza Strozzi), in piazza Signoria da 26 a 23 (ma la maggior parte sono di diretta competenza del Comune). Mentre sono aumentate molto nelle altre zone, fuori dal centro, della città: da 36 a 123. Abbiamo decongestionato il quadrilatero romano e le piazze storiche, valorizzando quelle secondarie e le periferie. Le autorizzazioni complessive che prevedono occupazione di suolo pubblico sono scese, dal 2010 al 2011, da 1.834 a 1.540. Dopo questa battaglia, passeremo a intervenire, come detto, anche sulla qualità delle manifestazioni, sugli allestimenti. In attesa di capire come verrà applicata la direttiva Bolkestein agli ambulanti: il ministro Passera ha annunciato una accelerata. In futuro, sarà possibile rifare anche i bandi».<strong></strong></p>
<p><strong>Addio al contestato mercatino tedesco in Santa Croce? </strong>«Ci sarà, ma il tipo di installazione sarà più consono allo spazio urbano: più leggera, meno impattante. Non ci sarà l&#8217;effetto accampamento».</p>
<p><strong>E&#8217; soddisfatto del rinnovo dell&#8217;ordinanza contro la vendita di alcol nei minimarket del centro firmata dal prefetto Luigi Varratta?</strong> «Certo. E credo che ci sarà una rinnovata collaborazione tra polizia municipale e le altre forze dell&#8217;ordine, a partire dalla questura, per arginare i fenomeni negativi della movida».</p>
<p>Da <em>Il Corriere Fiorentino</em> 25/04/2012.</p>
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		<title>L’Artigiano non è un mestiere da “sfigati”!</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 12:14:40 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/04/IMG_5884.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1174" title="IMG_5884" src="http://www.darionardella.it/wp-content/uploads/2012/04/IMG_5884-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Lo scorso sabato 21 Aprile 2012 si è aperta la 76° Mostra dell&#8217;Artigianato e vorrei  approfittare dell&#8217;evento per esprimere, secondo me, cos&#8217; è l&#8217;Artigianato al giorno d&#8217;oggi, o  meglio cosa l&#8217;Artigianato può rappresentare per chi entra oggi nel mondo del lavoro.</p>
<p>La mia è una prospettiva che parte da  questa riflessione: l&#8217;Artigianato non più come lavoro di tradizioni ormai passate ma come economia del ventunesimo secolo.</p>
<p>Questo perchè? Perchè l&#8217;economia al giorno d&#8217;oggi ci chiede di interpretare, o meglio di reinterpretare ogni realtà produttiva sul territorio  in modo da adattarla a un contesto multiculturale. Ed io sostengo l&#8217;idea , passatemi la contraddizione, di una tradizione d&#8217;ultima generazione.<span id="more-1173"></span></p>
<p>Credo nell&#8217;Artigianato come una dimenzione di concetto e di produzione dove si possa rivivere  il passato in chiave contemporanea; dove valori e fattori del nostro tempo, quali creatività e tecnologia, si possano combinare con l&#8217;usanza tradizionale.</p>
<p>Credo per questo che l&#8217;investimento debba coinvolgere l&#8217;Artigianato in modo da renderlo fiorente  ma sopratutto più forte agli attacchi della crisi, che colpisce le grandi come le piccole imprese sul territorio nazionale.Del resto, anche i dati confermano, che chi investe nell&#8217; innovazione meglio trova soluzioni efficienti.</p>
<p>Unire gli &#8216;antichi ferri del mestiere&#8217; e i nuovi strumenti tecnologici credo sia necessario per compiere questo processo d&#8217;innovazione.</p>
<p>Io credo nell&#8217;Artigianato, e sopratutto credo che Firenze, quale citta&#8217; d&#8217;Arte, Cultura e Maestranze, possa comprendere e sfruttare le proprie potenzialita&#8217;.</p>
<p>Firenze,capoluogo della Regione, desidera che la Mostra dell&#8217;Artigianato non sia  solo un&#8217;occasione d&#8217;incontro con questa realta&#8217; per il solo periodo di esposizione ma che questa continui ad alimentare i progetti che in essa acquistano maggiore visibilità.</p>
<p>Parlare di Artigianato nel futuro significa parlare in altri termini di Design e ci tengo a ricordare che nell&#8217;esportazione il design è ancora italiano!</p>
<p>Il mio appello va ai giovani , a tutti coloro che desiderano esprimere la loro creatività o dote: non crediate che l&#8217;artigianato sia un mestiere passato, superato, per così dire, concedetemi il termine, da &#8221; sfigati&#8221;; quello dell&#8217;artigiano e&#8217; al contrario un mestiere che racchiude in se valori del passato che aspettano solo voi per poter essere reinterpretati in chiave contemporanea.</p>
<p>I nuovi strumenti del mestiere vi appartengono già.</p>
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		<title>Sport ed Economia: possibile sposalizio?</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 16:31:40 +0000</pubDate>
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