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	<title>Ospitalieri</title>
	
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	<description>"Good people sleep peaceably in their beds at night only because rough men stand ready to do violence on their behalf"</description>
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		<title>1935 – il radar italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 15:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bisquì</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella Seconda Guerra Mondiale le nuove armi furono invece impiegate in base ai nuovi concetti militari, che sostituirono la guerra di trincea con la guerra di movimento ed i bombardamenti strategici. In aggiunta l’efficienza delle nuove armi fu moltiplicata dai progressi nelle nuove tecnologie. Tra di esse l’elettronica rese disponibili dei dispositivi quali l’ecogoniometro (il sonar), il calcolatore elettronico ed il radar: lo strumento del quale trattiamo in questo capitolo.</p>
<p><span id="more-1362"></span></p>
<p><strong>IL RADAR ITALIANO</strong>.</p>
<p>Nessuno praticamente lo sa, ma noi italiani eravamo allo stesso livello degli altri anche nello sviluppo del radar negli anni precedenti la guerra. La prima intuizione sulle possibilità tecniche del mezzo venne naturalmente a Marconi, che già nel 1922 scriveva ‘…apparati con cui una nave potrebbe proiettare un fascio di questi raggi, i quali sarebbero riflessi incontrando un oggetto metallico…’.</p>
<p>Nel 1935 egli organizzò anche una dimostrazione per ufficiali dell’esercito sulla rivelazione di reparti in marcia (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).</p>
<p>Il successo tecnico fu evidente ma l’applicazione in sé non era molto interessante per l’Esercito e la cosa non ebbe seguito: si sa che Marconi condusse esperimenti anche da un noto albergo di Sestri Levante che si trova su uno sperone roccioso, ma niente di più. E’ probabile che la voce popolare sul raggio della morte derivi proprio da questi esperimenti.</p>
<p>Esistevano in Italia nel 1935 le capacità teoriche ed industriali richieste per la costruzione del radar, e questo si può affermare tenendo conto della costruzione di una ionosonda ad impulsi dall’Istituto di ricerca delle Regie Poste, e l’incarico dell’IMST (Istituto Militare Superiore delle Trasmissioni) al professor Tiberio per le ricerche sul Radio Detector Telemetro, o RDT la prima definizione italiana del radar.</p>
<p>Il lavoro fu affidato al professor Ugo Tiberio, in quanto lo stesso già lavorava sulla materia dal 1933 e fu il primo al mondo a pubblicare lo studio teorico sul funzionamento e l’equazione fondamentale del radar nel suo articolo ‘Misura di distanze per mezzo di onde ultracorte’ pubblicato sulla rivista Alta Frequenza del Maggio 1939 (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).</p>
<p>Il professor Tiberio era docente universitario di Elettrotecnica presso l’Università di Palermo ed insegnante presso la Accademia Navale di Livorno. Svolse le sue ricerche dal 1936 al 1943 presso il RIEC (Regio Istituto Elettrotecnico Comunicazioni) della Regia Marina lavorando allo sviluppo del rilevamento dei radiolocalizzatori.</p>
<p>Egli elaborò prima la teoria completa del funzionamento del radar, e procedette poi ad una campagna di prove con strumenti autocostruiti. Dal 1936 i prototipi passarono dall’EC- 1 all’EC- ter, che fu lo strumento dimostrato a quegli asini dei nostri Ammiragli nell’Aprile 1941, dopo che gli Inglesi ci avevano affondato due incrociatori della squadra navale in mare, sparandoci addosso nel buio da breve distanza, come a delle anatre.</p>
<p>Entro l’estate 1943 quasi tutte le nostre navi montavano il GUFO per scoperta navale (portata 12 km), avevamo pronto il FOLAGA per la difesa costiera ed un modello per la scoperta di aerei in avvicinamento l’ARGO con portata di 250 km!</p>
<p>Cosa era successo negli anni antecedenti la guerra, mentre gli Ammiragli dormivano sonni profondi e tranquilli?</p>
<p>Nel 1938 la Direzione Armi Navali richiese alla SAFAR di Milano lo studio e la realizzazione di prototipi del sistema di radiolocalizzatore navale, e lo richiese con tanta energia che non si combinò niente fino alla dichiarazione di guerra del Giugno 1940 quando fu deciso che la guerra sarebbe finita in pochi mesi… e si poteva lasciar perdere (Stato Maggiore della Marina, Notiziario della Marina n. 10 Ottobre 1998).</p>
<p>Il libro del Baroni è una vera miniera di informazioni, ed invito i lettori interessati all’argomento a procurarselo, e per gli scopi di questo scritto mi bastano due citazioni:</p>
<p>Nel 1942 il Ministero dell’Aeronautica non ritenne interessante il progetto rivoluzionario di un radar di bordo per aerei da caccia che funzionava scansionando su di un piano bidimensionale il raggio elettromagnetico di localizzazione, rendendo visibile addirittura la sagoma del bersaglio invece che la sua traccia generica. Anni di anticipo sugli americani, progettista l’ingegner Castellani della SAFAR.</p>
<p>Dopo la fine della guerra si venne a sapere che i nostri disturbatori radar prodotti dall’IMST avevano sempre accecato e reso inutilizzabili i radar inglesi a difesa di Malta.</p>
<p>Abbiamo perso il treno come al solito per la stessa miscela di incapacità, ignoranza e supponenza che sono difetti gravi nelle persone comuni, ma sostanziano il tradimento nei supremi capi militari di un paese che si avvia alla guerra. Chi non è all’altezza del suo compito abbia la decenza di andarsene prima di fare danno.</p>
<p><strong>CONCLUSIONI.</strong></p>
<p>Ancora una volta avevamo le idee, avevamo gli uomini, avevamo le capacità industriali ed avevamo il tempo necessario: che cosa non ha funzionato?</p>
<p>Franco Bandini, nel suo bel libro ‘Tecnica della sconfitta’, dice che in Italia il meccanismo della selezione funziona al contrario portando al comando invariabilmente i più incapaci, io non lo credo. Dico però che non riesco a credere che i nostri Ammiragli siano stati incapaci fino al punto di non capire quale vantaggio avrebbero avuto le nostre navi dall’avere un radar a bordo.</p>
<p>Oppure fino al punto di non capire quale pericolo fosse per le nostre navi se il radar l’avessero avuto gli Inglesi.</p>
<p>Dico che nessuno può essere così ottuso da rinunciare al radar come mezzo di ricerca dei sommergibili nemici che ci affondavano regolarmente i convogli di rifornimento per il Nord Africa.</p>
<p>Dico che questi Ammiragli sono gli stessi che, unici al mondo, hanno consegnato la flotta al nemico invece di affondarla quando il Re si è arreso.</p>
<p>Hanno macchiato per sempre l’onore della nostra Marina: solo alcuni comandanti isolati hanno affondato le loro navi, altri si sono fatti internare nei porti di paesi neutrali. Fecia di Cossato, l’eroico comandante di sommergibili, si suicidò per la vergogna.</p>
<p>Migliaia di Ufficiali e marinai, della Marina Militare e di quella Mercantile sono in fondo al mare nelle loro navi: morti facendo il loro dovere e lasciando le famiglie nella disperazione. Loro, gli Ammiragli del Re, sono rimasti a prendere stipendio, liquidazione e pensione.</p>
<p>Articolo tratto da : <a href="http://ricordare.wordpress.com/perche-ricordare/42l-il-radar-italiano/">Ricordare</a></p>
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		<title>Italia sovrapopolata</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 17:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bisquì</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Aldo Carpanelli (revisione del 21/02/2007) Avvicinarsi ai fenomeni prendendoli in esame su scala globale è sicuramente un modo di procedere prezioso per gli “addetti ai lavori”. Quel tipo di approccio può probabilmente permetter loro di studiare con maggiore efficacia &#8230; <a href="http://www.diavolineri.net/ospitalieri/2010/01/11/italia-sovrapopolata/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di <a href="http://www.oilcrash.com/italia/italia_a.htm">Aldo Carpanelli</a></em></strong></p>
<p><span id="more-1095"></span></p>
<p><strong><em>(revisione del 21/02/2007)</em></strong><strong><em> </em></strong></p>
<p>Avvicinarsi ai fenomeni prendendoli in esame su scala globale è sicuramente un modo di procedere prezioso per gli “addetti ai lavori”. Quel tipo di approccio può probabilmente permetter loro di studiare con maggiore efficacia un sistema complesso nel quale i dettagli devono essere inseriti in un quadro d’insieme d’ampie proporzioni.</p>
<p>Un approccio globale soffre però di gravi difetti: chi non dispone di una formazione specifica spesso si trova in difficoltà di fronte al compito di cogliere appieno il significato di un quadro così vasto. È una evidente ovvietà il fatto che, quando le cifre in gioco diventano astronomiche, la mente di noi persone comuni fatica ad afferrare il significato quantitativo di numeri “fuori portata” e perde il senso delle proporzioni. <sup>[1]</sup> Ciò appare ancor più vero e preoccupante alla luce dei rapporti del PISA  (<em>“Programme for International Student Assessment”</em>) sullo stato dell’istruzione. <sup>[2]</sup></p>
<p>Tra i fenomeni per i quali occorre impiegare numeri non certo valutabili con l’aritmetica delle dieci dita, si colloca anche il trascurato, sminuito e spesso mistificato problema del rapporto tra l’estensione di un territorio e la popolazione che vi dimora. Nella consapevolezza che la ricerca di soluzioni per un problema parte dal riconoscere l’esistenza e la natura del problema stesso, e allo scopo di ricondurre ad una dimensione più umana numeri che purtroppo richiedono l’uso di dieci cifre, mi occuperò qui (senza pretesa di rigore scientifico) esclusivamente degli aspetti nazionali della questione.</p>
<hr size="1" />La superficie globale del territorio italiano, è di 301.230 chilometri quadrati. <sup>[3]</sup></p>
<p>La popolazione umana censita ivi residente sfonda ormai il tetto dei 59.000.000 individui. <sup>[4]</sup> Come è ovvio, <strong>questo dato non comprende gli individui illegalmente dimoranti sul territorio, <em>alias</em> i cosiddetti “clandestini”, la presenza dei quali rende imprecise per difetto quelle rilevazioni che potrebbero altrimenti avere valenza assoluta. In questo scritto, fingerò che il fenomeno della clandestinità non esista</strong> (il lettore tenga ben presente questa precisazione).</p>
<p>Anche per i nostri quindicenni, per quanto vituperati dal PISA, sarebbe molto semplice ricavare <strong>la quantità di superficie territoriale “lorda” disponibile per ogni abitante: 0,51 ettari</strong> <sup>[5]</sup> (il dato lordo mondiale è di 2,27 ettari pro-capite). <sup>[6]</sup> Il dato lordo costituisce già un buon indicatore sullo stato di affollamento “fisico” del nostro territorio, ma non è veramente indicativo della quantità di territorio produttivo a disposizione di ciascuno di noi.</p>
<p>Fin dalla terza elementare ci viene insegnato che “l’Italia ha un territorio prevalentemente montuoso”, senza però soffermarsi più di tanto sulle implicazioni di questa apparentemente bucolica affermazione. Una prima implicazione è che la presenza di una così ampia percentuale di territori montuosi, insieme ad altri fattori quale l’urbanizzazione del territorio, abbatte la quantità di terreno produttivo disponibile per ciascuno di noi. <strong>La SAU (Superficie Agricola Utilizzata) italiana, secondo i dati rilevati nel censimento del 2000, era di soli 132.000 chilometri quadrati</strong>. <sup>[7]</sup> Calcolatrice alla mano, considerando la popolazione di quell’anno, <sup>[8]</sup> ciò si traduceva in 0,232 ettari di terreno agricolo produttivo pro-capite. <sup>[9]</sup> Per maggiore precisione, <strong>2.317 m<sup>2</sup> a testa</strong>. Secondo diverse fonti, la disponibilità mondiale si attesterebbe su una quantità attorno ai 2.150 m<sup>2</sup> pro-capite. <sup>[10]</sup></p>
<p>Sono cifre che dovrebbero indurre alla riflessione: ci si sente spesso ricordare che il pianeta è sovrappopolato, <strong>ma mai l’Italia viene inclusa tra i Paesi più affollati, neppure nei libri di testo scolastici</strong>. Viene da chiedersi quale forma di censura o autocensura possa essere così forte da indurre a celare un dato di fatto tanto arido quanto incontestabile.</p>
<p>Già, i dati di fatto… Secondo l’ISTAT, <sup>[11]</sup> mentre nell’ultimo quinquennio il saldo naturale è divenuto moderatamente vantaggioso (con un lieve calo complessivo valutabile intorno alle 70.000 unità), l’incremento dovuto all’immigrazione (regolare) è andato crescendo progressivamente, vanificando la virtuosa continenza riproduttiva interna. Come risultato, <strong>nel periodo 2001-2006, la popolazione in Italia è purtroppo ulteriormente cresciuta di oltre due milioni di individui</strong>. <sup>[12]</sup></p>
<p>Che è accaduto alla SAU nel frattempo? Non sono riuscito a reperire dati più aggiornati di quelli già a mia disposizione. Una semplice osservazione relativa all’ampliamento delle superfici urbanizzate o comunque cementificate negli ultimi tre anni, sotto gli occhi di chiunque non intenda fingersi cieco, mi induce a credere empiricamente che essa si sia ulteriormente ridotta. L’impressione parrebbe confermata da Maria Cristina Treu, che afferma: «Secondo i dati Eurostat, in Italia […] <strong>ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna</strong> […]». <sup>[13]</sup> Dando credito alle sue parole, mi limiterò a sottrarre alla SAU censita nel 2000 gli ettari sacrificati annualmente alla follia cementificatrice. <strong>I 13.200.000 ettari di SAU si riducono così a 12.600.000</strong>.</p>
<p>Ho ancora accanto la mia calcolatrice. <strong>Rapportando la popolazione attuale con la SAU così aggiornata, si ottiene una superficie produttiva utile di 0,213 ettari pro-capite. Più precisamente, 2.135 metri quadrati a testa. Parrebbe che, dal 2000 ad oggi, abbiamo già perso almeno 180 metri quadrati di superficie produttiva a testa</strong>. In soli sei anni e secondo un calcolo molto prudente. Ma, come già ammesso, potrebbe essere che i calcoli non siano il mio forte, quindi…</p>
<p>…tralasciamo per un attimo i dati e lanciamoci lungo la china della riflessione qualitativa piuttosto che di quella quantitativa.</p>
<p>Potrebbe venirvi in mente che vaste superfici di territorio collinare e montano anticamente destinate all’agricoltura sono state abbandonate, per cui potreste essere indotti a pensare che <strong>sarebbe sufficiente recuperare ai fini agricoli quelle aree per risolvere il problema</strong>. Sarebbe effettivamente così, <strong>se non si dovessero fare i conti con la situazione idrogeologica del nostro territorio</strong>.</p>
<p>La precarietà dei nostri monti è nota. <sup>[14]</sup> I più diffusi luoghi comuni la attribuiscono al degrado del territorio conseguente all’abbandono di quelle zone da parte della popolazione che un tempo vi risiedeva. Quello che quei luoghi comuni non tengono in considerazione sono le condizioni e lo stile di vita di quegli antichi residenti, molto diversi dalle nostre abitudini odierne, e gli effetti a lungo termine della loro presenza su quei territori. Osservazioni empiriche di prima mano mi permettono di affermare che il degrado e il dissesto non avvengono a causa dell’abbandono, ma a causa delle attività precedenti a quell’abbandono: in primo luogo le attività agricole. Se pensiamo ai mezzi che i nostri antenati impiegavano per coltivare i propri piccoli campi sparsi lungo i pendii e li confrontiamo con quelli oggi a nostra disposizione, ci rendiamo conto di due cose: 1) l’agricoltura moderna è molto più aggressiva nei confronti del territorio di quanto non fosse quella antica e 2) la coltivazione in ambienti montani e collinari non può essere neppure lontanamente produttiva quanto quella in ambienti di pianura (se non forse nel caso di produzioni di nicchia inadatte ad alimentare una popolazione di 59 milioni di individui), mentre una sua pratica di tipo industriale ha come risultato effetti devastanti in termini di erosione e dissesto. Questo taglia la testa al toro: <strong>le aree montane e collinari non possono costituire una valvola di sfogo per le nostre esigenze di produzione alimentare</strong>. Ma, abbiamo veramente bisogno di una maggiore produzione alimentare? Un altro luogo comune vuole che venga posta la classica obiezione: «Se davvero abbiamo una produzione tanto deficitaria, perché ogni anno vengono distrutti a causa della sovrapproduzione tonnellate di arance e pomodori?»</p>
<p>Il fatto è che non esiste sovrapproduzione, anzi…</p>
<p>Ancora una volta, l’ISTAT può offrire spunti sui quali spendere qualche pensiero, <sup>[15]</sup> nonostante i dati siano solitamente strutturati secondo un taglio economico che si rivela poco funzionale ad un’analisi per la quale sarebbe più utile disporre di dati relativi al tonnellaggio delle merci scambiate, piuttosto che di quelli relativi al loro valore in euro o in dollari. Parrebbe comunque che gran parte dei prodotti agricoli di maggior importazione rientrino tra quelli “di base” (cereali, olive, carne e pesce, latte, uova, zucchero), mentre tra i prodotti agricoli per i quali parrebbe che ci si possa considerare autosufficienti rientrano una quantità di merci altamente deperibili che in gran parte supponiamo non vengano impiegate per l’alimentazione ma finiscano nella pattumiera per una serie di ragioni “logistiche”. <sup>[16]</sup> Questo parrebbe lasciar ben sperare: basterebbe tagliare gli sprechi…</p>
<p>…e invece no, perché gli sprechi, per quanto riguarda quel particolare tipo di produzione, sono in certa misura fisiologici. Certo, una loro riduzione è possibile con un grande sforzo di ottimizzazione, ma non si può trattare di una riduzione drastica, a causa delle caratteristiche intrinseche del sistema di produzione e distribuzione che, già oggi, risulta favorito dall’impiego di notevoli quantità di conservanti, dalle tecniche di refrigerazione, da mezzi di trasporto efficienti e veloci.</p>
<p>Vi renderete sicuramente conto che la questione, anche affrontandola ad un livello così superficiale, sta diventando tremendamente complicata.</p>
<p>Già, perché non abbiamo ancora considerato che <strong>l’agricoltura italiana, per la natura della tecnologia impiegata, ha oggigiorno una produttività per unità di superficie veramente strepitosa</strong>, in costante crescita da diversi decenni.</p>
<p>Ecco alcuni esempi, scelti a caso tra i dati forniti dalla FAO: <sup>[17]</sup></p>
<blockquote>
<table style="border: 1px solid #663333; font-size: smaller; width: 549px; height: 284px;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="2">
<tbody>
<tr align="RIGHT" valign="TOP" bgcolor="#663333">
<td></td>
<td><strong> <span style="color: #ffff00;">1961 (q/h)</span></strong></td>
<td><strong> <span style="color: #ffff00;">2002 (q/h)</span></strong></td>
<td>
<div><img src="http://www.diavolineri.net/immagini/delta.gif" border="0" alt="variazione" width="12" height="12" align="BOTTOM" /><strong> <span style="color: #ffff00;">%</span></strong></div>
</td>
</tr>
<tr align="RIGHT" valign="TOP">
<td class="fao" align="LEFT">frumento</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">19,103</td>
<td class="fao">32,320</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">+69,188%</td>
</tr>
<tr align="RIGHT" valign="TOP">
<td class="fao" align="LEFT" bgcolor="#dddddd">mais</td>
<td class="fao" bgcolor="#cccccc">32,882</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">95,597</td>
<td class="fao" bgcolor="#cccccc">+190,727%</td>
</tr>
<tr align="RIGHT" valign="TOP">
<td class="fao" align="LEFT">fagioli</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">52,003</td>
<td class="fao">88,374</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">+69,940%</td>
</tr>
<tr align="RIGHT" valign="TOP">
<td class="fao" align="LEFT" bgcolor="#dddddd">mele</td>
<td class="fao" bgcolor="#cccccc">206,972</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">363,252</td>
<td class="fao" bgcolor="#cccccc">+75,508%</td>
</tr>
<tr align="RIGHT" valign="TOP">
<td class="fao" align="LEFT">albicocche</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">46,154</td>
<td class="fao">136,533</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">+195,821%</td>
</tr>
<tr align="RIGHT" valign="TOP">
<td class="fao" align="LEFT" bgcolor="#dddddd"><em>eccetera…</em></td>
<td class="fao" bgcolor="#cccccc">…</td>
<td class="fao" bgcolor="#dddddd">…</td>
<td class="fao" bgcolor="#cccccc">…</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</blockquote>
<p>Analizzare dati riferiti ad annate precedenti al 1961, porterebbe agli anni nei quali la cosiddetta Rivoluzione Verde non aveva ancora avuto luogo, e il divario si farebbe ancora più evidente (e comunque, la FAO non riportava quei dati nel sito da me consultato).</p>
<p><strong>Cosa porta a una produzione tanto elevata? La tecnologia e l’impiego dei combustibili fossili, questi ultimi tanto sotto forma di energia quanto sotto forma di fertilizzanti e di pesticidi</strong>.</p>
<p>Perché preoccuparsi, allora? La tecnologia, da sempre, va migliorando, per cui la produzione aumenterà ancora, e ancora…</p>
<p>Non è così, purtroppo. <strong>La tecnologia avanza “a balzi” e talora, se le condizioni non sono favorevoli al suo sviluppo, retrocede. Ebbene, stiamo entrando in una fase tutt’altro che favorevole allo sviluppo della tecnologia</strong>. Quando inizierà il calo della produzione petrolifera, <sup>[18]</sup> parallelamente alla crescita della domanda determinata dallo sviluppo dei Paesi emergenti, ci troveremo di fronte a seri e repentini problemi non solo di ordine energetico, ma anche di ordine alimentare. La tecnologia non è in grado di sostituirsi alla mera disponibilità di terreno agricolo.</p>
<p><strong>La nostra agricoltura, privata delle basi tecnologiche e, soprattutto, delle materie prime per implementarle concretamente, si troverebbe costretta a retrocedere verso livelli di produzione per unità di superficie simili a quelli del periodo anteguerra.</strong> Chiedete a qualche anziano contadino di vostra conoscenza quali erano i livelli di produzione e il carico di lavoro necessario per ottenerli, e cominciate a preoccuparvi seriamente. <strong>Contare sull’alta tecnologia come mezzo di sopravvivenza non è mai un buon modo di procedere</strong>.</p>
<p>La valutazione del grado di sovrappopolamento dell’Italia non può prescindere dall’esame di altri aspetti non meno importanti di quelli fin qui citati. Ritengo che molte altre questioni dovrebbero entrare a far parte dell’analisi parziale e approssimativa che vi ho proposto. La sempre più pressante <strong>crisi idrica</strong> con la quale già oggi ci troviamo a misurarci (spesso uscendone cronicamente perdenti). L’<strong>inquinamento</strong>, che riduce ulteriormente, contaminandolo, un territorio già fisicamente limitato. La <strong>congestione</strong>, che rende sempre più tormentosa la mobilità. L’<strong>affollamento</strong>, che riduce i nostri spazi di libertà costringendoci ad accettare regole sempre più vincolanti. L’<strong>inflazionamento dell’individuo</strong>, il cui valore viene eroso e reso risibile dal crescere della cosiddetta “massa”…</p>
<p>Ecco come Fabrizio Argonauta, cofondatore del MIDD <sup>[19]</sup>, propone alcune tematiche di rilievo per suggerire opportuni spunti d’indagine:</p>
<blockquote>
<table style="border: 1px solid #999;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="10">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#dddddd">
<ol type="1">
<li><strong>ACQUA</strong> — Siamo portati a pensare che la penuria d’acqua sia un problema di Paesi altri dal nostro ma sono ormai anni che il fiume Po tocca in estate i minimi idrometrici mentre alcune zone del nostro meridione soffrono la siccità da ancora più tempo. L’inverno 2006/07 ha avuto temperature estive senza precipitazioni nevose di rilievo — che sono la riserva idrica alpina per la pianura Padana popolata da decine di milioni di abitanti per i quali la disponibilità d’acqua è una necessità  primaria — e l’estate che verrà è prevista la più asciutta a memoria d’uomo. I cambiamenti climatici portano con sé una variazione del regime delle precipitazioni, mentre la popolazione continua ad aumentare accrescendo le esigenze e riducendo le disponibilità idriche pro-capite. Due tendenze che non tarderanno a rendere drammatiche le crisi idriche già ricorrenti su tutto il territorio italiano.</li>
<li><strong>ARIA</strong> — La concentrazione massima consentita di polveri sottili nell’aria delle nostre città è superata costantemente e la miscela di veleni che respiriamo è per lo più causato dalle industrie, dagli impianti di riscaldamento e dal parco veicoli circolanti. La pianura Padana vista dal satellite è come un catino colmo di veleni mentre la sua popolazione continua ad aumentare accrescendo in modo direttamente proporzionale le emissioni industriali, quelle degli impianti di riscaldamento e quelle del parco veicoli circolanti. Non possiamo qui tacere sul grave fatto che l’Italia pur avendo sottoscritto il trattato di Kyoto sulla riduzione delle emissioni in atmosfera le ha aumentate anno dopo anno invece di ridurle. Vorremmo che i sostenitori della crescita<br />
spiegassero come l’aggiunta ogni quinquennio di una nuova metropoli delle dimensioni di Milano dovrebbe aiutare a migliorare la situazione.</li>
<li><strong>ENERGIA</strong> — Energeticamente parlando l’Italia è un Paese ricco solo di sole e con la crisi energetica mondiale all’orizzonte risulta facile comprendere che non è possibile alcun piano energetico rassicurante a popolazione stabile, figuriamoci a popolazione crescente! Anche riuscendo ipoteticamente a contenere l’impiego pro capite d’energia, l’aumento degli utilizzatori inevitabilmente vanificherebbe ogni sforzo aumentando la richiesta e l’impiego energetici complessivi.</li>
<li><strong>GIUTIZIA</strong> — Lo sfacelo del sistema giuridico italiano è regolarmente raccontato nei dettagli ad ogni apertura di anno giudiziario per voce della stessa magistratura e sappiamo che i crimini aumentano con l’aumentare della popolazione, specie di quella giunta disperata clandestinamente. Con l’aumentare della popolazione la crisi della giustizia diverrà una disfatta ed il rischio vero è quello di perdere la pacifica convivenza.</li>
<li><strong>LAVORO</strong> — Il combinato disposto dell’automazione e della delocalizzazione industriale verso paesi esteri riduce i posti di lavoro mentre contemporaneamente l’aumentare della popolazione dimorante in Italia aumenta il numero di lavoratori disoccupati così come di quelli schiavizzati. Interessante a proposito notare come la creazione di posti di lavoro aumenti col tempo il numero assoluto dei disoccupati. Anche se sembra un paradosso, pensate ad una città con un tasso di disoccupazione per esempio del 10% nella quale un nuovo insediamento industriale riducesse della metà la disoccupazione (5%). Si da il caso però che la mobilità di chi è in cerca di lavoro porterà in città (urbanizzazione) molte persone sino a ricondurre la disoccupazione al 10% ma sarà un 10% su di un numero totale maggiore e dunque i disoccupati saranno aumentati in numero assoluto rispetto al passato. Il famoso esercito di riserva a disposizione dei condottieri d’industria.</li>
<li><strong>LIBERTÀ</strong> — Assumendo il principio liberale che prevede un limite alle libertà personali solo quando infrangono le libertà altrui diviene intuitivo comprendere che le libertà personali di ognuno sono inversamente proporzionali al numero delle persone coinvolte in uno spazio dato. In altre parole, e per fare un esempio su tutti, pensate alla mobilità urbana: semafori, divieti, sanzioni, restrizioni, limitazioni d’ogni tipo — tutte cose che restringono la libertà personale di movimento — esistono perché le strade sono sovraffollate e le restrizioni aumentano con l’aumentare dei veicoli circolanti. Più siamo e minori sono le libertà di ognuno, in ogni campo.</li>
<li><strong>PAESAGGIO</strong> — “L’occhio vuole la sua parte”. Su questo motto si fonda buona parte della nostra industria turistica. Peccato che nell’ultimo mezzo secolo siamo talmente cresciuti in numero e desiderio di disponibilità materiali che abbiamo scientificamente lavorato alla distruzione del Bel Paese. È come se stessimo segando il ramo sul quale siamo seduti. Gli<br />
scricchiolii e le oscillazioni che sentiamo sono il chiaro segnale del danno che abbiamo già apportato. Ogni ulteriore colpo di sega è un evidente segno di autolesionismo acefalo. Non resta che smettere di<br />
segare, ovvero di crescere.</li>
<li><strong>RIFIUTI</strong> — Quella dei rifiuti solidi urbani, specie nel Sud, è una conclamata emergenza nazionale. Non vogliamo qui entrare nel merito della diatriba termovalorizzatori sì o termovalorizzatori no. Riduzione degli imballaggi sì o riduzione degli imballaggi no. Noi vogliamo qui semplicemente segnalare che l’aumento del numero di individui presenti sul nostro territorio, con i propri desideri e le proprie necessità, annullerà i benefici di ogni soluzione adottata a prescindere dal suo grado d’efficienza o dalle sue controindicazioni. Agli attuali tassi di crescita della popolazione dimorante in Italia non si scorge una soluzione al costante aumento dei rifiuti. Non a caso il napoletano, che ha un tasso record in Italia di abitanti per chilometro quadrato, è il luogo dove il problema si manifesta più drammaticamente.</li>
<li><strong>SALUTE</strong> — Carenza di acqua e aria pure, prodotti agricoli e zootecnici contenenti veleni, vittime della strada, montagne di rifiuti anche tossici, ricomparsa di malattie infettive un tempo debellate e comparsa di nuovi ceppi virali sono tutte condizioni imposte dal sovraffollamento. È normale che oltre un certo livello di sovraffollamento la salute pubblica risulti minata. Già sentiamo i commenti dei lietopensanti che ci dicono che la durata della vita media è aumentata e dunque quelli sulla salute sono allarmi ingiustificati. Invece no: anche se la tecnologia applicata alla scienza medica riesce a mantenere in vita nonostante i danni causati alla salute dal sovraffollamento che vita è? Vita per noi è aria pulita, acqua pura, cibo sano, la massima libertà individuale possibile, spazio vitale pro capite a disposizione ed integrità psicofisica. Non una condizione più o meno acuta di patologie fisiche e psicologiche che ci accompagnano sino a tarda età costringendoci ad una sequenza di cure per tirare avanti alla meno peggio e per di più ingrassando le industrie farmaceutiche. Questa per noi non è salute, questa per noi non è vita auspicabile.</li>
</ol>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</blockquote>
<p>Le generazioni che ci hanno preceduto, ci hanno coinvolto in una spirale impazzita. Il motore che spinge quella spirale è stato troppo a lungo lasciato senza controlli di sorta, accumulando un’inerzia che rende difficile arrestarne il moto. Stiamo parlando dello <strong>sbilanciamento tra l’entità numerica e lo stile di vita di una popolazione, e l’estensione e la capacità rigenerativa del territorio che la ospita</strong>. Che risulti da rigorose analisi scientifiche o dall’intuito e dalla saggezza popolare, è evidente: <strong>siamo troppi in Italia e siamo troppi nel mondo</strong>.</p>
<p>S’è fatto uso ed abuso del termine <em>sostenibilità</em> <sup>[20]</sup>. È opportuno ed urgente semplificare e condividere il vero significato di quel termine, e ritengo che quel significato debba necessariamente implicare l’inderogabile necessità di un consistente decremento demografico. <strong>Tutti conosciamo bene la natura delle soluzioni indispensabili per poter perseguire in ogni realtà locale il decremento demografico e con esso la sostenibilità, ma manca l’onestà intellettuale necessaria per riconoscerne pubblicamente l’opportunità e per proporne pubblicamente l’implementazione</strong>. Un aiuto a comprendere quanto quelle soluzioni siano urgenti può venire dall’approfondire personalmente i temi che ho appena sfiorato in questa pagina, a partire dalla superficie agricola pro-capite disponibile in Italia, in calo di circa 30 metri quadrati all’anno.</p>
<p>Contate con me: 2.130… 2.100… 2.070… 2.040…</p>
<p><em>Aldo Carpanelli</em></p>
<h3><span style="color: #0000dd;">Note e riferimenti</span></h3>
<table style="font-family: &amp;amp;amp; font-size: smaller;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="4">
<tbody>
<tr valign="top">
<td align="right">[1]</td>
<td>Vedi <a href="http://www.oilcrash.com/italia/bart_ape.htm">http://www.oilcrash.com/italia/bart_ape.htm</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[2]</td>
<td>Su <a href="http://ospitiweb.indire.it/adi/Pisa2003/Pisa2003_commento.htm" target="blank">http://ospitiweb.indire.it/adi/Pisa2003/Pisa2003_commento.htm</a>, per citare una fonte tra le tante (non necessariamente la più autorevole) si legge: «Nella prova di matematica, il campione italiano è nettamente al di sotto della media OCSE e si colloca al quart’ultimo posto, […]. Peggio dell’Italia figurano solo […] Portogallo, Grecia, Turchia e Messico.» Poco oltre si legge: «Nei test relativi al problem solving non si va meglio. Questo test è una novità che permette di valutare le capacità degli studenti di combinare apprendimenti di varia natura, non correlati ai programmi d’insegnamento, per risolvere problemi […]. In questo esercizio gli studenti italiani si situano al quart’ultimo posto fra i 29 paesi dell’OCSE.»</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[3]</td>
<td><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Italia" target="_blank">http://it.wikipedia.org/wiki/Italia</a>, come al 21/02/2007.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[4]</td>
<td>Al 31 dicembre 2005 (ultimo dato confermato come definitivo dall’ISTAT) la popolazione regolarmente registrata ammontava a 58.751.711 individui. Il dato tendenziale fornito dall’ISTAT per il giugno 2006 era salito a 58.883.958 (dato provvisorio). Una estrapolazione prudenziale ricavata con un semplice calcolo aritmetico suggerirebbe, a inizio 2007, una popolazione di almeno 59.016.000 individui. Ai quali occorrerebbe aggiungere i dimoranti non registrati che, come sappiamo, sono alquanto numerosi anche se per loro stessa natura non esattamente quantificabili.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[5]</td>
<td>Un calcolo analogo, nel 2004, aveva dato come risultato un valore più elevato: 0,52 ettari pro-capite.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[6]</td>
<td>Terre emerse totali: 14.940.000 km<sup>2</sup> (<a href="http://www.matematicamente.it/mazzucato/TavoleGlobo.pdf" target="_blank">http://www.matematicamente.it/mazzucato/TavoleGlobo.pdf</a>).</p>
<p>Popolazione totale (stima 21/02/2007, h 18:10): 6.577.788.590 (<a href="http://www.census.gov/" target="_blank">http://www.census.gov/</a>).</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[7]</td>
<td>L’ultimo censimento in merito risale al 2000. Un sunto delle sue risultanze è reperibile su <a href="http://censagr.istat.it/principalirisultati.pdf" target="_blank">http://censagr.istat.it/principalirisultati.pdf</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[8]</td>
<td>Nel 2000, la popolazione italiana residente assommava a 56.960.692 individui. (ISTAT)</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[9]</td>
<td>Lo stesso calcolo, nel 2004, aveva dato un risultato di 0,228 ettari pro-capite.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[10]</td>
<td>Le fonti di più facile accesso sono scarsamente attendibili. Giova infatti notare che sulla superficie agricola globale, evidentemente si hanno le idee un po’ confuse circa il vero valore e significato dei numeri.</p>
<p>A puro titolo di esempio, per spiegare questa affermazione, riporto che, a fronte di un totale di 14.940.000 km<sup>2</sup> di terre emerse globali, su <a href="http://www.agrometeorologia.it/notizie.shtml" target="_blank">http://www.agrometeorologia.it/notizie.shtml</a> c’è chi ha l’ardire di affermare perentoriamente che “Per far fronte al continuo aumento della richiesta di produzione globale sarà necessario migliorare le tecniche colturali e razionalizzare l’utilizzo dell’acqua, che attualmente interessa solo il 20% circa della superficie agricola mondiale (stimata in circa 5 miliardi di ettari).” Netto e secco. Eppure, un semplice calcolo permetterebbe di rilevare che 5 miliardi di ettari corrispondono a ben 50 milioni di km<sup>2</sup>, ovvero oltre tre volte più del totale delle terre emerse del globo. Staremmo dunque coltivando non solo anche i deserti e le terre antartiche, ma pure una bella fetta di oceani!<br />
All’estremo opposto, su <a href="http://www.progettogaia.it/materiali/mostra.pdf" target="_blank">http://www.progettogaia.it/materiali/mostra.pdf</a> , veniamo informati che &#8220;Il picco di superficie agricola mondiale si è avuto infatti nel 1981 con 732 milioni di ettari, da allora la superficie è scesa a 656 milioni di ettari.&#8221; Con la popolazione globale attuale, ciò significherebbe una ben poco realistica superficie agricola pro-capite di 990 mq. Se avete un minimo di dimestichezza con l’agricoltura, non faticherete a comprendere quanto anche questo dato sia difficilmente attendibile.</p>
<p>Volendo accettare il presupposto della buona fede di chi scrive simili “stranezze”, vale la pena di rileggere le affermazioni circa i rilevamenti del PISA. L’alternativa è rimanere scandalizzati di fronte ad un uso così spregiudicato e fuorviante dei numeri.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[11]</td>
<td><a href="http://demo.istat.it" target="_blank">http://demo.istat.it</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[12]</td>
<td>2002: +325.326; 2003: +567.175; 2004: +574.130; 2005: +289.336; 2006: +132.247 (primo semestre; dato provvisorio); ai dati ufficiali ISTAT appena riportati occorre aggiungere l’incremento del secondo semestre del 2006 ed un numero imprecisato di immigrati illegali non registrati e quindi non censibili.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[13]</td>
<td>Su <a href="http://www.aspoitalia.net/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=123&amp;Itemid=38" target="_blank">http://www.aspoitalia.net/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=123&amp;Itemid=38</a> si riporta da una relazione di Maria Cristina Treu che: “Secondo i dati Eurostat, in Italia […] ogni anno si consumano 100.000 ha di campagna […]”. Il curriculum di Maria Cristina Treu, utile per valutarne l’attendibilità, è reperibile su <a href="http://www.fondazionepolitecnico.it/pagine/pagina.aspx?ID=Maria_Cristi001&amp;L=IT" target="_blank">http://www.fondazionepolitecnico.it/pagine/pagina.aspx?ID=Maria_Cristi001&amp;L=IT</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[14]</td>
<td>Buona lettura: <a href="http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=%22dissesto+idrogeologico%22+italia&amp;btnG=Cerca+con+Google&amp;meta=" target="_blank">http://www.google.it/search?hl=it&amp;q=%22dissesto+idrogeologico%22+italia&amp;btnG=Cerca+con+Google&amp;meta=</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[15]</td>
<td>A questo proposito è interessante consultare gli annuari, particolarmente ai capitoli “Commercio con l’estero”.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[16]</td>
<td>Un calcolo prudenziale e che va preso con puro valore indicativo, parrebbe suggerire che ciascuno di noi disponga ogni giorno di circa due chilogrammi e mezzo di alimenti. Dato che immagino che ben pochi tra voi ingurgitino due chilogrammi e mezzo di cibarie al giorno, la “ipotesi pattumiera” è tutt’altro che peregrina.</td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[17]</td>
<td><a href="http://faostat.fao.org/" target="_blank">http://faostat.fao.org/</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[18]</td>
<td><a href="http://www.aspoitalia.net/index.php" target="_blank">http://www.aspoitalia.net/index.php</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[19]</td>
<td><a href="http://www.oilcrash.com/italia/midd_inv.htm">http://www.oilcrash.com/italia/midd_inv.htm</a></td>
</tr>
<tr valign="top">
<td align="right">[20]</td>
<td>Si considerino, a questo proposito, le ponderate riflessioni di Albert Bartlett, disponibili in italiano presso <a href="http://www.oilcrash.com/italia/bartlet2.htm">http://www.oilcrash.com/italia/bartlet2.htm</a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>Afganistan : regole d’ingaggio, equipaggiamento e combattimenti</title>
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		<comments>http://www.diavolineri.net/ospitalieri/2007/03/30/afganistan-regole-dingaggio-equipaggiamento-e-combattimenti/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Mar 2007 11:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bisquì</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Regole d&#8217;ingaggio ed equipaggiamento : Dall&#8217;aprile 2006, quando la Nato assunse il controllo anche delle province &#8220;calde&#8221; del sud, le regole d&#8217;ingaggio sono comuni a tutti i contingenti internazionali in Afghanistan, italiani inclusi. Esse consentono di aprire il fuoco per &#8230; <a href="http://www.diavolineri.net/ospitalieri/2007/03/30/afganistan-regole-dingaggio-equipaggiamento-e-combattimenti/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Regole d&#8217;ingaggio ed equipaggiamento</strong> :</p>
<p>Dall&rsquo;aprile 2006, quando la Nato assunse il controllo anche delle province &ldquo;calde&rdquo; del sud, le regole d&rsquo;ingaggio sono comuni a tutti i contingenti internazionali in Afghanistan, italiani inclusi. Esse consentono di aprire il fuoco per difendersi, per proteggere i civili, aiutare le truppe afgane ma anche di condurre attacchi preventivi contro formazioni talebane. Le limitazioni imposte dal governo al contingente italiano riguardano invece i &ldquo;caveat&rdquo; nazionali, cio&egrave; quelle eccezioni che Italia, Germania, Spagna e Francia hanno imposto alla Nato e che negano la possibilit&agrave; di impiegare i contingenti di questi paesi fuori dai loro settori abituali. I caveat hanno finora impedito che italiani e tedeschi aiutassero i britannici sotto attacco dei talebani nel sud del paese, scatenando le proteste degli alleati che impiegano le loro truppe in prima linea. Nel settore italiano sarebbero necessari rinforzi sia in termini di truppe che di mezzi. La carenza di reparti di fanteria richiederebbe l&rsquo;invio di almeno tre compagnie di fanti (almeno 300 uomini) e alcuni mortai da 120 millimetri in grado di colpire a distanza le postazioni nemiche. Sul fronte aereo sono presenti solo elicotteri da trasporto CH 47 italiani e Couguar spagnoli. L&rsquo;<a href="http://www.esercito.difesa.it/root/equipaggiamenti/velivoli_elic.asp#comb" target="blank">invio</a> di due coppie di A-129 Mangusta, elicotteri da combattimento gi&agrave; impiegati in Iraq, potrebbe garantire una maggiore capacit&agrave; di sorveglianza e di intervento in caso di scontri.<br />
Anche le dotazioni di mezzi sono troppo leggere e potrebbero essere inviati blindati pesanti centauro dotati di un cannone da 105 millimetri. Finora non &egrave; stata assunta nessuna decisione in tema di rinforzi se non la conferma che giungeranno presto a Herat due velivoli teleguidati da sorveglianza <a href="http://www.aeronautica.difesa.it/SitoAM/Default.asp?idsez=22&amp;idarg=345&amp;idente=122" target="blank" class="broken_link">Predator</a>, senza pilota e disarmati.</p>
<p><span id="more-394"></span></p>
<p><strong>Evoluzione dei combattimenti</strong> :</p>
<p>Le quattro province dell&rsquo;Afghanistan occidentale poste sotto il Comando della Regione Ovest della Nato <a href="http://blog.panorama.it/mondo/2007/03/26/herat-il-far-west-e-arrivato-anche-qui/" target="_blank">guidato dal generale Antonio Satta</a> sono interessate da una crescente instabilit&agrave; confermata anche dalla dozzina di attacchi e attentati subiti dalle truppe italiane, alleate e afghane dall&rsquo;inizio dell&rsquo;anno. L&rsquo;ultimo, ieri, ha visto un ordigno stradale esplodere al passaggio di una colonna di veicoli italiani nella provincia di Farah: non si sono registrati feriti grazie soprattutto all&rsquo;impiego dei <a href="http://www.esercito.difesa.it/root/equipaggiamenti/mezzi_ruo.asp#tattici" target="blank">nuovi veicoli blindati Lince</a> protetti sotto lo scafo contro le esplosioni di mine e ordigni stradali. L&rsquo;escalation della violenza, evidente soprattutto nella provincia di Farah, dipende da tre fattori.<br />
Il primo riguarda la <a href="http://www.nato.int/docu/review/2006/issue1/italian/summaries.html" target="_blank">coltivazione dell&rsquo;oppio</a> che vede proprio la <a href="http://www.lettera22.it/showart.php?id=6881&amp;rubrica=64" target="_blank" class="broken_link">provincia di Farah</a> una delle pi&ugrave; importanti aree di produzione dell&#8217;ovest della nazione. Inoltre, come preannunciato, la primavera sta portando in tutto l&rsquo;Afghanistan un incremento delle azioni talebane tese a dimostrare che il governo del presidente Karzai e le truppe dell&rsquo;International Security Assistance Force (<a href="http://www.nato.int/isaf" target="blank">Isaf</a>) non garantiscono il controllo del territorio.<br />
Il <a href="http://blog.panorama.it/mondo/2007/03/26/herat-il-far-west-e-arrivato-anche-qui/" target="_blank">settore occidentale a guida italiana</a> &egrave; un bersaglio appetibile dai talebani perch&eacute; uno dei pi&ugrave; sguarniti: appena 2.000 soldati alleati, circa la met&agrave; italiani, per presidiare un&rsquo;area grande come il Nord Italia.<br />
Considerato che i tre quarti di queste forze sono impiegati per presidiare basi militari e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Provincial_Reconstruction_Team" target="_blank"><em>Provincial Reconstruction Team</em></a> (centri per la ricostruzione civile) ne restano solo poche centinaia (soprattutto forze speciali del 9&deg; paracadutisti Col Moschin e degli incursori del CONSUBIN) per operare sul terreno al fianco delle truppe governative, mentre Roma e Madrid per ragioni politiche hanno finora rifiutato<a href="http://blog.panorama.it/mondo/2007/03/26/afghanistan-gli-italiani-armati-per-la-pace/"> l&rsquo;invio di rinforzi.</a><br />
La terza ragione per la quale i talebani penetrano sempre pi&ugrave; pesantemente nel settore italiano &egrave; dovuta agli effetti dell&rsquo;<a href="http://diavolineri.net/ospitalieri/2007/03/28/enduring-freedom-operazione-achille/"><em>Operazione Achille</em></a>, la grande offensiva condotta dai  <a href="http://www.mod.uk/DefenceInternet/DefenceNews/InDepth/OperationsInAfghanistan.htm" target="_blank">britannici</a>, canadesi e americani nella provincia meridionale di Helmand e dagli olandesi in quella di Oruzgan. Un&rsquo;offensiva congiunta, scatenata il 6 marzo, che coinvolge 5.000 soldati alleati e 1.500 afghani che ha gi&agrave; consentito di eliminare centinaia di guerriglieri spingendo il grosso delle forze talebane a verso nord in una sacca che proprio le truppe italiane e spagnole dovrebbero chiudere ai confini tra Helmand e Farah. I talebani, consapevoli della carenza di truppe alleate nelle province occidentali cercano scampo proprio a Farah e Ghor portando una minaccia diretta al contingente italiano le cui regole d&rsquo;ingaggio consentono di affrontare ogni tipo di minaccia. <a href="http://www.diavolineri.net/immagini/afganistan/afg_ad1.gif" target="_blank" rel="lightbox[394]" title="Afganistan : regole d’ingaggio, equipaggiamento e combattimenti">Qui trovate la cartina per riconoscere le province</a></p>
<p>Gianadrea Gaiani</p>
<p><strong>220 soldati italiani pronti a combattere.</strong></p>
<p>Italiani e spagnoli: guarda caso le due componenti nazionali della task-force  di reazione rapida schierata ad Herat. Una forza di cui fanno parte<strong>&nbsp;</strong>una compagnia di paracadutisti spagnoli<strong>&nbsp;</strong>e 220 soldati italiani: uomini che il governo Prodi ha inviato in Afghanistan,  senza troppo clamore, negli ultimi mesi in vista di missioni esplicitamente &lsquo;combat&rsquo;.  Parliamo infatti di forze speciale di professionisti addestrati al combattimento:  il &lsquo;Col Moschin&rsquo;, ovvero il battaglione d&rsquo;&eacute;lite della Brigata Paracadutisti &lsquo;Folgore&rsquo;,  e il &lsquo;Comsubin&rsquo;, gli incursori della Marina, insomma i nostri <em>marines</em>. Oltre a queste truppe d&rsquo;assalto, in tutto 120 (assolutamente insufficenti sia come numero che come equipaggiamento), ci sono poi un centinaio di paracadutisti del  66&deg; reggimento di fanteria &lsquo;Trieste&rsquo; della<strong>&nbsp;</strong>Brigata Aeromobile &lsquo;Friuli&rsquo;, dotati di mezzi blindati &lsquo;Puma&rsquo; e di alcuni dei nuovissimi  &lsquo;Lince&rsquo;.</p>
<div>E&rsquo; pi&ugrave; che probabile che queste truppe italiane siano state impiegate &ldquo;clandestinamente&rdquo;  nell&rsquo;operazione &lsquo;Wyconda Pincer&rsquo;. Lo ipotizzava, a dicembre, anche il settimanale  <em>Panorama</em>, secondo il quale la task force italiana &ldquo;sarebbe gi&agrave; stata impegnata con successo  in diverse operazioni di combattimento<strong>&rdquo;. </strong></div>
<div>Se finora i soldati italiani &ldquo;in missione di pace&rdquo; sono stati impiegati in guerra  di nascosto, per non violare i &lsquo;caveat&rsquo; che regolano l&rsquo;uso delle nostre truppe,  nei prossimi mesi il Col Moschin, il Comsubin e la Brigata &lsquo;Friuli&rsquo; potrebbero  entrare in azione alla luce del sole. Se infatti i talebani dovessero aprire un  fronte occidentale portando la guerra in casa dei militari italiani (cosa gi&agrave; avvenuta con la conquista di diversi villaggi poi abbandonati in un paio di giorni) , il generale  Satta avr&agrave; il dovere di impiegare la task-force italo-spagnola schierata ad Herat:  non ci saranno pi&ugrave; scuse per evitare l&rsquo;inevitabile. A meno di non ritirare le  nostre truppe dall&rsquo;Afghanistan.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div><strong>Dotazioni</strong></div>
<p><a href="http://www.esercito.difesa.it/root/equipaggiamenti/mezzi.asp">Veicoli da supporto e ricognizione</a> : <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Puma_(AFV)">Puma</a> ; attualmente in uso presso i reparti -&nbsp; <a href="http://www.ferreamole.it/images/vtlm/index.htm" class="broken_link">Lince</a> ; in consegna dopo gli ultimi attentati</p>
<p><a href="http://www.esercito.difesa.it/root/equipaggiamenti/velivoli_elic.asp">Componente aerea di supporto e ricognizione&nbsp;</a> : Mangusta ; (da consegnare se inserito nel decreto legge)</p>
<p><a href="http://www.esercito.difesa.it/root/equipaggiamenti/armi.asp">Le Armi</a> : mortaio da 120mm (da consegnare se inserito nel decreto legge)</p>
<p>Veicoli corazzati : nessuno</p>
<p>Aerei da supporto e ricognizione : nessuno</p>
<p>Artiglieria : nessuna</p>
<p><strong>Confronto con la missione UNIFILL II in Libano</strong> : La forza di pace inviata in Libano &egrave; costituita dalla &quot;Pinerolo&quot; che &egrave; una <a href="http://www.esercito.difesa.it/root/unita_sez/unita_Brig_Pinerolo.asp">brigata corazzata</a></p>
<p>Le persone intelligenti dovrebbero farsi sorgere il dubbio :</p>
<ul>
<li>perch&egrave; in una guerra contro i narcotafficati ed i terroristi, alla richiesta della NATO di un rinforzo del contingente &egrave; stato risposto con un diniego?</li>
<li>perch&egrave; in una missione di pace &egrave; stata inviata un&#8217;intera brigata corazzata rinforzata,tra l&#8217;altro, con un reggimento di fanteria di marina in un luogo dove non ci sono combattimenti?</li>
</ul>
<p>La logica &egrave; quella che andiamo denunciando da tempo : quella di bloccare Israele ed impedirgli di difendersi, a favore di hezbollah e lasciare campo libero ai narcotrafficanti in Afganistan, non a caso <a href="http://www.diavolineri.net/immagini/afganistan/map-poppy-2000.jpg" target="_blank" rel="lightbox[394]" title="Afganistan : regole d’ingaggio, equipaggiamento e combattimenti">le province sutto il controllo italiano che non conoscevano produzione di oppio sono diventate quelle pi&ugrave; produttive</a></p>
<p><a href="http://www.analisidifesa.it/">Da</a></p>
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</ul>


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		<title>Afganistan : Col Moschin e GOIM impegnati in combattimento</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2007 14:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bisquì</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forze speciali italiane sono sempre pi&#249; attive nel contrasto alle penetrazioni talebane nell&#8217;Afghanistan Occidentale. Sono stati almeno quattro gli scontri nelle ultime tre settimane ma potrebbero essere di pi&#249; dal momento che vengono resi noti al pubblico solo gli attacchi &#8230; <a href="http://www.diavolineri.net/ospitalieri/2007/04/05/afganistan-col-moschin-e-goim-impegnati-in-combattimento/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forze speciali italiane sono sempre pi&ugrave; attive nel contrasto alle penetrazioni talebane nell&rsquo;Afghanistan Occidentale. Sono stati almeno quattro gli scontri nelle ultime tre settimane ma potrebbero essere di pi&ugrave; dal momento che vengono resi noti al pubblico solo gli attacchi condotti con ordigni stradali e le azioni a fuoco nelle quali si registrano feriti tra i nostri militari. Il 29 marzo un incursore della Marina &egrave; rimasto lievemente ferito in un combattimento nei pressi di Shindand, a sud di Herat, non lontano dalla provincia di Farah divenuta sempre pi&ugrave; calda in seguito alla penetrazione di milizie talebane da sud.<br />
Il 20 marzo nella provincia di Farah un incursore del 9&deg; reggimento &ldquo;Col Moschin&rdquo; &egrave; stato ferito in uno scontro con i talebani e il 25 un ordigno &egrave; esploso al passaggio di veicoli delle forze speciali sempre nella provincia di Farah. In quel caso la blindatura dei nuovi Lince, recentemente in distribuzione ai reparti in Afghanistan e Libano, ha impedito che vi fossero feriti.</p>
<p><span id="more-401"></span></p>
<p>Il generale Antonio Satta, comandante del Regional Command West, ha riferito di un attacco compiuto con armi da fuoco portatili condotto da &ldquo;<strong>un piccolo gruppo di sconosciuti</strong>&rdquo; ma ha confermato &ldquo;<strong>l&#8217;intensificarsi dell&#8217;attivit&agrave; della guerriglia</strong>&rdquo;. Come sempre nessuna notizia viene diffusa circa l&rsquo;esito dei combattimenti o il numero di talebani eliminati dai nostri incursori e lo stesso Satta, intervistato in proposito dopo l&rsquo;attacco del 20 marzo, aveva dichiarato che &ldquo;<strong>era buio, non siamo in grado di dire quali danni abbiano subito gli aggressori</strong>&rdquo;. ( e se lo facessimo arrestare per reticenza? )</p>
<p><font size="3"><strong>Silenzio, si combatte !</strong></font><br />
<a href="http://diavolineri.net/ospitalieri/2007/04/02/loperazione-achille-coinvolge-gli-italiani/">Gli ultimi scontri sostenuti dai nostri incursori</a> hanno riproposto l&rsquo;ormai trita ed ipocrita versione ufficiale dei fatti. Come in tutti gli altri casi di attacchi alle truppe italiane si &egrave; trattato di &ldquo;<strong>elementi ostili</strong>&rdquo; (gente che casualmente si trovava di passaggio) che hanno aperto il fuoco sui militari impegnati in un &ldquo;<strong>normale pattugliamento</strong>&rdquo;.</p>
<p>E&#8217; certo che le forze speciali vengono impiegate per operazioni di ricognizione a lungo raggio e soprattutto di contro interdizione. Ci&ograve; significa che gli incursori del 9&deg; reggimento &ldquo;Col Moschin&rdquo; dell&rsquo;Esercito e del Gruppo Operativo Incursori della Marina (reparti che hanno avuto entrambi un ferito nell&rsquo;ultima settimana) cercano, trovano, sopprimono e si spera annientano le forze talebane penetrate da sud nel settore italiano.<br />
A Herat &egrave; stato basato un Task Group di forze speciali che comprende circa 200 effettivi, il pi&ugrave; grande dai tempi dell&rsquo;operazioni Ibis in Somalia. Accanto agli incursori vi sono i ranger del 4&deg; reggimento e team del 185&deg; reggimento acquisizione obiettivi che si occupano di presidiare posizioni occultate nei pressi delle vie di comunicazione per segnalare il passaggio di forze nemiche (tutti reparti con armamento leggero).<br />
Ci&ograve; nonostante numerose fonti, italiane e alleate, confermano anonimamente che gli italiani, soprattutto le forze speciali, hanno affrontato combattimenti in molte occasioni soprattutto nella provincia di Farah dove dal settembre scorso si registra una crescente presenza talebana che ha subito un ulteriore incremento nelle ultime settimane a causa dell&rsquo;Operazione &ldquo;<a href="http://diavolineri.net/ospitalieri/2007/03/28/enduring-freedom-operazione-achille/">Achille</a>&rdquo;.</p>
<p>Premendo da sud e da ovest, le truppe anglo-americane, canadesi, olandesi e governative afgane stanno spingendo il nemico a cercare scampo nel settore italiano con penetrazioni crescenti a Farah, nella provincia di Ghor e nella parte meridionale di quella di Herat, appunto a Shindand dove si &egrave; verificato l&rsquo;ultimo scontro a fuoco.<br />
Per le forze speciali italiane, affiancate a Herat da un reparto americano, l&rsquo;impegno &egrave; reso ancora pi&ugrave; gravoso dalla carenza di reparti di manovra, unit&agrave; di fanteria impiegabili dove necessario.<br />
Le forze speciali costituiscono la pi&ugrave; importante pedina operativa a disposizione del generale Satta che nelle quattro province occidentali dispone di appena 2.000 militari alleati, met&agrave; dei quali italiani.</p>
<p><strong>Forze assorbite per lo pi&ugrave; dai compiti di presidio delle tre basi e comandi militari e dei quattro Provincial Reconstruction Team che curano le attivit&agrave; di ricostruzione, lasciando ben pochi militari disponibili per controllare il territorio e contrastare le penetrazioni nemiche</strong>.</p>
<p>Ci&ograve; significa poche truppe per affrontare in combattimento i talebani, appena 400 militari tra forze speciali e la forza di reazione rapida italo-spagnola, mentre ce ne vorrebbero almeno un migliaio per poter fronteggiare la crescente minaccia. Oltre ad essere combattenti temibili e ben addestrati, i talebani sono affiancati da un buon numero di <a href="http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1433269">veterani arabi, uzbeki e tagiki di al-Qaeda</a>, come ha ammesso in un&rsquo;intervista il mullah Dadullah, comandante dei talebani nel sud Afghanistan.</p>
<p align="justify"><font size="3"><strong>Carenze evidenti</strong></font><br />
Bench&eacute; tutte le forze politiche concordino a parole sull&rsquo;escalation della minaccia talebana e sulla necessit&agrave; di inviare rinforzi in truppe e mezzi, autorevoli fonti militari fanno notare che <a href="http://diavolineri.net/ospitalieri/2007/04/01/operazione-achille-pochi-uomini-e-mezzi-insufficienti/">occorrerebbero strumenti adeguati</a> ad affrontare il nemico e a esprimere una forte deterrenza. Cio&egrave; a sconfiggere i talebani o a indurli a non cercare il confronto con i nostri militari. Il settore a comando italiano &egrave; l&rsquo;unico in tutto l&rsquo;Afghanistan a non disporre di artiglieria, blindati e corazzati da combattimento, di jet ed elicotteri d&rsquo;attacco e neppure di un vero reparto da combattimento a livello reggimento. Con le forze a disposizione italiani, spagnoli e lituani possono difendere le loro basi effettuando solo limitate operazioni di contrasto alla penetrazione talebana anche perch&eacute; privi di aerei con i quali controllare il territorio. I velivoli senza pilota Predator, promessi dal ministro Arturo Parisi al vertice NATO di Siviglia, sono stati concessi dal governo perch&eacute; disarmati e quindi &ldquo;digeribili&rdquo; anche alla sinistra dell&rsquo;Unione. Servirebbero ora per sorvegliare dal cielo i confini tra le province di Helmand e Farah ma sono ancora in Italia e non saranno operativi a Herat prima di maggio. Non sono mai arrivati neppure i cacciabombardieri AMX, promessi dal governo Berlusconi e poi negati da Prodi.</p>
<p align="justify"><font size="3"><strong>Anche I francesi combattono</strong></font><br />
Quindi, mentre i <a href="http://diavolineri.net/ospitalieri/2007/04/04/afganistan-intanto-che-da-noi-si-chiacchiera/">Canadesi intraprendono azioni per rinforzare i contingenti</a> e gli Inglesi li imitano,&nbsp;anche alleati che hanno posto <a href="http://diavolineri.net/ospitalieri/2007/03/30/afganistan-regole-dingaggio-equipaggiamento-e-combattimenti/">caveat simili a quelli italiani per evitare di impiegare le loro truppe</a> sui fronti caldi del sud stanno tornando sui loro passi. <strong>La Francia</strong> ha gi&agrave; impiegato in combattimento i suoi cacciabombardieri Rafale, tre basati in Tagikistan e tre sulla portaerei Charles De Gaulle in navigazione nel Mare Arabico. Il 28 marzo un Rafale ha compiuto una missione di guerra in appoggio alle truppe olandesi nella provincia di Oruzgan sganciando due bombe da 250 chilogrammi a guida laser sulle postazioni talebane. Anche <strong>la Germania</strong>, che annunci&ograve; l&rsquo;invio di sei bombardieri Tornado pi&ugrave; o meno simultaneamente alla decisione italiana di schierare in Afghanistan i Predator che arriveranno (forse) a Luglio 2007, &egrave; passata dalle parole ai fatti in tempi rapidi e i sei jet saranno a disposizione della NATO dal 9 Aprile.<br />
Per non parlare dei britannici che dopo aver stanziato altri 400 milioni di sterline per sostenere le operazioni in Iraq e Afghanistan (dove da giugno vi saranno quasi 8.000 militari di Londra), ha investito altri 230 milioni per acquistare sei elicotteri EH-101 Merlin destinati originariamente alla <strong>Danimarca</strong> e mettere in servizio altri 8 CH-47 Chinook (originariamente acquistati per le forze speciali ma fermi a terra per problemi tecnici) per rinforzare le truppe nella provincia di Helmand.</p>
<p align="justify">Tutto questo mentre la sinistra massimalista che condiziona il governo, risponde ad interviste in <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=168717">questo modo</a></p>
<p align="justify"><a href="http://www.analisidifesa.it/">Da</a></p>
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		<title>Risikoooooo!!!</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Feb 2007 15:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bisquì</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IRAN: CHIRAC, NESSUN PROBLEMA SE TEHERAN SGANCIA TESTATA NUCLEARE SU ISRAELE, LA RADIAMO AL SUOLO. IL PRESIDENTE FRANCESE POI RITRATTA DICHIARAZIONI RILASCIATE ALL&#8217;HERALD TRIBUNE Parigi, 1 feb. (Adnkronos/Dpa)Gaffe del Presidente francese Jacques Chirac sull&#8217;Iran. Il capo dell&#8217;Eliseo e&#8217; apparso evidentemente &#8230; <a href="http://www.diavolineri.net/ospitalieri/2007/02/02/risikoooooo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IRAN: CHIRAC, NESSUN PROBLEMA SE TEHERAN SGANCIA TESTATA NUCLEARE SU ISRAELE, LA RADIAMO AL SUOLO. IL PRESIDENTE FRANCESE POI RITRATTA DICHIARAZIONI RILASCIATE ALL&#8217;HERALD TRIBUNE</p>
<p><span id="more-343"></span></p>
<p>Parigi, 1 feb. (Adnkronos/Dpa)<br />Gaffe del Presidente francese Jacques Chirac sull&#8217;Iran. Il capo dell&#8217;Eliseo e&#8217; apparso evidentemente imbarazzato dopo aver dichiarato che non vi sara&#8217; alcun grave pericolo se l&#8217;Iran sara&#8217; in possesso di una o due testate nucleari. Chirac lunedi&#8217; scorso aveva rilasciato una intervista all&#8217;Herald Tribune, pubblicata oggi dal quotidiano americano basato in Europa. &#8221;Direi che cio&#8217; che e&#8217; pericoloso (relativamente alla crisi nucleare iraniana, ndr) non e&#8217; il loro possesso di una bomba nucleare. Una o forse di una seconda testata poco dopo, beh, questo non e&#8217; molto pericoloso&#8221;. &#8221;Dove sgancerebbero la bomba? Su Israele? Prima che arrivi a 200 metri nell&#8217;atmosfera, Teheran sarebbe gia&#8217; stata rasa al suolo&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>Se un&#8217;affermazione del genere l&#8217;avesse fatta Bush invece del pacifista Chirac, che sarebbe successo? Intanto prendo nota del silenzio assordante dei pacifisti : nessuna manifestazione oceanica con bandiere francesi bruciate?</p>
<p>E prodoff, che dice&#8230;che dice del suo amichetto pacifista? Che dice del suo interlocutore privilegiato per sponsorizzare la pace nel medioriente?<br />Silenzio sig presidente dei cogxxni che l&#8217;hanno votato?</p>
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