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	<title>Economia e Politica</title>
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	<description>Rivista online</description>
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	<title>Economia e Politica</title>
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		<title>Combattere l&#8217;inflazione da offerta quando il debito è alto: una questione italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/biagio-bossone/">Biagio Bossone</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 23:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 32 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[Banche e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[L'analisi]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli shock di offerta richiedono strumenti fiscali e industriali che la politica monetaria non possiede. Ma per un paese ad alto debito il loro impiego passa per un [&#8230;]</p>
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<p><em>Gli shock di offerta richiedono strumenti fiscali e industriali che la politica monetaria non possiede. Ma per un paese ad alto debito il loro impiego passa per un vincolo che il dibattito corrente ignora: la credibilità di portafoglio del sovrano.</em></p>



<p>Per un paese come l&#8217;Italia, la domanda su come si combatte l&#8217;inflazione da offerta non è un esercizio accademico. L&#8217;episodio del 2021-23 lo ha mostrato con chiarezza: uno shock originato fuori dai confini, nei mercati dell&#8217;energia e degli alimentari e nelle catene globali di fornitura, si è trasmesso ai prezzi interni ed è stato affrontato con l&#8217;unico strumento disponibile a livello di area, una restrizione monetaria rapida e severa. Ne è seguita una compressione della domanda e degli investimenti che ha colpito in modo asimmetrico proprio le economie a più alto debito, senza che la causa prima dell&#8217;inflazione, la scarsità relativa di beni e input, fosse in alcun modo rimossa. Con il cambiamento climatico e la frammentazione geopolitica destinati a rendere questi shock ricorrenti, la questione di quali strumenti alternativi esistano, e di chi possa permetterseli, diventa centrale per la politica economica italiana ed europea.</p>



<h5>Perché la leva monetaria è spuntata</h5>



<p>La logica convenzionale assegna alla banca centrale il compito di impedire che uno shock di offerta si trasformi in inflazione persistente attraverso il canale delle aspettative: la stretta serve a segnalare determinazione, ancorare le attese e prevenire gli effetti di secondo impatto su salari e prezzi. Il problema è che l&#8217;evidenza empirica accumulata negli ultimi anni indica che questo canale è assai più debole di quanto la teoria presuma. Famiglie e imprese <a href="https://www.omfif.org/2026/06/central-bank-credibility/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prestano una limitata attenzione</a> alla comunicazione delle banche centrali; le loro aspettative di inflazione si formano sui prezzi osservati quotidianamente — benzina e generi alimentari in testa — non sugli annunci di policy. Ne discende che la disinflazione guidata dai tassi opera in larga parte non attraverso le attese ma attraverso la compressione della domanda effettiva, con costi elevati in termini di investimenti, inclusi quelli che servirebbero proprio ad allentare i vincoli di offerta all&#8217;origine dell&#8217;inflazione.</p>



<h5>Il canale che conta: la teoria di portafoglio dell&#8217;inflazione</h5>



<p>Da questa evidenza si è indotti a trarre una conclusione radicale: giacché le aspettative rilevate dai sondaggi non rispondono alla banca centrale, la credibilità conta poco per il controllo dell&#8217;inflazione, e allora tanto vale trasferire l&#8217;intero compito alla politica fiscale. È una conclusione sbagliata, o meglio, che cerca la credibilità nel posto sbagliato. Nelle economie finanziariamente aperte il canale che disciplina i prezzi non passa per le attese di famiglie e imprese, ma per le&nbsp;<a href="https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-031-82544-6_13" target="_blank" rel="noreferrer noopener">decisioni di portafoglio</a>&nbsp;dei detentori di ricchezza: gli investitori, in particolare quelli esteri, che scelgono in ogni istante se detenere o dismettere la moneta e il debito di un sovrano, e la cui sensibilità al prezzo li rende pronti a reagire rapidamente a shock specifici del paese emittente, come mostra&nbsp;<a href="https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/speech/2026/old-exposures-new-actors-speech-by-catherine-l-mann.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l&#8217;evidenza recente sul mercato dei gilt britannici</a>. Ed è precisamente la credibilità attribuita al sovrano a guidare quelle scelte.</p>



<p>Questo canale opera in entrambe le direzioni e in modo non lineare. In un&#8217;economia ad alta credibilità, uno shock di offerta resta un evento di prezzi relativi: i portafogli non si muovono, il cambio tiene, l&#8217;inflazione importata resta contenuta e lo shock viene gradualmente riassorbito. In un&#8217;economia ad alto debito e bassa credibilità, lo stesso shock innesca la ricomposizione dei portafogli in uscita dalle passività sovrane, la pressione sul cambio e sui rendimenti, e un&#8217;inflazione importata che amplifica la perturbazione originaria. <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=7321219" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Recenti verifiche empiriche</a> su un panel di economie emergenti stimano che questa amplificazione diventa statisticamente ed economicamente rilevante una volta che il debito pubblico supera all&#8217;incirca il 70 per cento del PIL: al di sopra di quella soglia, l&#8217;interazione tra fragilità del bilancio pubblico e velocità di ricomposizione dei portafogli produce effetti sui prezzi e sul cambio che al di sotto semplicemente non si osservano.</p>



<p>Il confronto tra i casi nazionali illustra il punto meglio di ogni regressione. L&#8217;Argentina ha fatto ricorso per decenni a controlli dei prezzi in regime di dominanza fiscale, con l&#8217;unico risultato di accelerare la fuga dalle passività sovrane e di radicare l&#8217;inflazione. La Spagna del 2022 ha impiegato strumenti concettualmente simili, tetti e sussidi sui prezzi dell&#8217;energia, con successo misurabile. La differenza non sta nella qualità tecnica degli interventi, ma nel bilancio di chi li ha adottati: la Spagna operava sotto l&#8217;ombrello di credibilità dell&#8217;euro, che neutralizza il canale di portafoglio per i singoli paesi membri. Un ombrello, va ricordato, né illimitato né incondizionato, come la crisi del debito sovrano del 2011-12 ha dimostrato proprio all&#8217;Italia.</p>



<h5>Gli strumenti fiscali e industriali, e il loro vincolo</h5>



<p>Su cosa possa fare la politica fiscale e industriale contro l&#8217;inflazione da offerta si sta formando una cospicua letteratura. Uno <a href="https://www.ucl.ac.uk/bartlett/sites/bartlett/files/2026-06/Environmental%20breakdown%20and%20inflation%20management_0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">studio fresco di stampa</a> dell&#8217;Institute for Innovation and Public Purpose dello University College London ne offre una sistemazione organica, nella prospettiva degli shock da degrado ambientale: trasferimenti mirati e sgravi temporanei per proteggere i redditi reali; tetti temporanei ai prezzi di panieri ristretti di beni essenziali e imposte sui profitti straordinari; scorte cuscinetto fisiche e &#8216;virtuali&#8217;, queste ultime intese come interventi coordinati sui mercati dei derivati per sgonfiare i picchi speculativi, sul modello dei rilasci della riserva strategica petrolifera americana del 2022, che secondo <a href="https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy0887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l&#8217;analisi dello stesso Tesoro statunitense</a> ridussero in modo misurabile i prezzi dei carburanti; e, nel medio periodo, politica industriale e della concorrenza per la resilienza delle filiere. Lo studio propone inoltre un organismo permanente di coordinamento per il monitoraggio dei prezzi sistemicamente rilevanti.</p>



<p>È una direzione di ricerca condivisibile e, per gli shock di offerta, superiore alla sola leva monetaria. Ma questa letteratura ha un punto cieco, che discende direttamente dall&#8217;aver liquidato la credibilità insieme al canale delle aspettative: ogni strumento della nuova cassetta degli attrezzi è intensivo di credibilità. Tetti, trasferimenti, sussidi e scorte attingono tutti al bilancio del sovrano. Impiegati da un governo le cui passività gli investitori stanno già dismettendo, non stabilizzano i prezzi: accelerano la fuga e, con essa, l&#8217;inflazione che vorrebbero combattere. La questione rilevante non è dunque se gli strumenti fiscali funzionino, ma a quali condizioni un paese ad alto debito possa permetterseli.</p>



<h5>Implicazioni per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa</h5>



<p>Da questa impostazione discendono indicazioni operative precise, che per un paese con un debito pubblico ampiamente sopra la soglia critica assumono un rilievo particolare.</p>



<p>Primo: gli interventi fiscali anti-inflazione devono essere basati su regole, non discrezionali. Stabilizzatori pre-legiferati, con soglie di attivazione, massimali e clausole di scadenza definiti ex ante e incardinati nella programmazione di bilancio di medio termine, offrono rapidità di risposta segnalando al tempo stesso ai mercati che l&#8217;intervento è delimitato per costruzione. Per l&#8217;Italia, che opera dentro il nuovo quadro europeo di regole fiscali, questa impostazione ha il pregio ulteriore di rendere gli interventi compatibili con i piani di spesa concordati, sottraendoli alla logica dei decreti emergenziali che i mercati leggono come segnale di indisciplina.</p>



<p>Secondo: la funzione di sorveglianza sui prezzi sistemicamente rilevanti, alimentari, energia, input critici, dovrebbe essere attribuita formalmente alle banche centrali, nel nostro caso all&#8217;Eurosistema e alle banche centrali nazionali, non a organismi politici. Le banche centrali non devono fissare i prezzi, ma sono nella posizione migliore per monitorarli in tempo reale, modellarne la propagazione e segnalare ai governi quando un intervento settoriale è giustificato. I dati granulari e l&#8217;intelligenza artificiale rendono oggi questa sorveglianza tecnicamente matura e poco costosa, e l&#8217;ancoraggio a un&#8217;istituzione indipendente preserva la separazione tra diagnosi e decisione politica.</p>



<p>Terzo: le scorte cuscinetto hanno senso soprattutto a livello europeo. Per la dimensione dei mercati rilevanti e per la natura comune degli shock, riserve strategiche di energia, materie prime critiche e derrate, con regole di ingaggio trasparenti che includano la facoltà di operare contro il posizionamento speculativo sui derivati, sono un bene pubblico europeo più che nazionale, e per un paese ad alto debito hanno il vantaggio di non gravare sul bilancio del singolo sovrano.</p>



<p>Quarto, e più generale: serve un&#8217;esplicita divisione del lavoro. Di fronte a uno shock di offerta, il compito della politica monetaria non è comprimere la domanda fino al rientro dei prezzi importati, ma presidiare il canale di portafoglio con uno strumento dedicato — un backstop condizionato alla sostenibilità di bilancio e attivabile solo in caso di dislocazione disordinata dei rendimenti sovrani, sul modello del Transmission Protection Instrument della BCE, con criteri di attivazione resi pubblici e verificabili anziché lasciati all&#8217;opacità attuale. Spetta invece alla politica fiscale e industriale la gestione dello shock reale, con gli stessi criteri di prevedibilità applicati all&#8217;altro lato del bilancio: soglie e regole ex ante per gli stabilizzatori, come indicato al punto Primo, così come criteri trasparenti per il backstop monetario. Ciascuna autorità fa ciò che può effettivamente fare, secondo una logica di accountability coerente su entrambi i lati, e a nessuna deve chiedersi di compensare i limiti dell&#8217;altra..</p>



<p>L&#8217;inflazione da offerta è destinata a tornare. Per l&#8217;Italia, la lezione è tanto scomoda quanto chiara: gli strumenti per affrontarla senza sacrificare crescita e investimenti esistono, ma il loro prezzo di ammissione è la credibilità del bilancio pubblico. Alla fine, ogni politica anti-inflazione si paga nella valuta della credibilità; e per chi ha molto debito, quel tasso di cambio non è mai alla pari.</p>
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		<title>Giardini, foreste e l’armonia del modello economico ortodosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/riccardo-leoncini/">Riccardo Leoncini</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 12:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 32 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche tempo fa, mentre camminavo verso la fine del mio trekking in una foresta indiana, all’avvicinarci del posto di ritrovo, ho fatto notare alla mia guida che dopo [&#8230;]</p>
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<p>Qualche tempo fa, mentre camminavo verso la fine del mio trekking in una foresta indiana, all’avvicinarci del posto di ritrovo, ho fatto notare alla mia guida che dopo aver camminato nel silenzio della foresta, i rumori che sempre più distinti si facevano largo fra piante e fogliame indicavano che ci avvicinavamo al punto di ritrovo comune. Anche io, completamente perso nel bel mezzo della foresta, capivo che stavamo tornando alla civilizzazione. Quando l’ho fatto notare, lui si è messo a ridere e ha confermato dicendomi: “Ora siamo al sicuro!”. Questa sua risposta mi è sembrata la perfetta metafora della nostra condizione: siamo al sicuro soltanto quando siamo (finalmente) fuori dalla natura. La natura, di cui, da buoni ecologisti della domenica, siamo paladini e santi protettori, in realtà ci fa paura. Tuttavia, non è soltanto la paura che esprime la nostra relazione con la natura, e tuttavia ci fornisce una metafora della modernità che vale la pena di approfondire.</p>



<p>Immagino ciascuno di noi abbia presente un giardino. Da quelli più o meno (disastrosamente) curati di casa nostra a quelli regalmente curati di Versailles. Ebbene, secondo me, questi giardini, ma in realtà tutti i giardini (perché stiamo parlando del concetto stesso di giardino, e non di uno in particolare) costituiscono il punto più avanzato del trionfo dell’uomo sulla natura. Probabilmente il primo giardino è stato pensato nel momento in cui l’uomo ha intellettualmente compreso che sarebbe stato in grado di controllare l’entropia del sistema semplicemente allargando i confini del proprio io e inglobando il disordine esterno nel proprio ordine interno. Mettere ordine nel caos costituiva l’unico modo per sopravvivere in un ambiente decisamente ostile, in cui il passaggio da predatore a preda era funzione di un numero veramente limitato di parametri: forza, velocità, ed eventualmente resistenza. L’unico modo per non dover vivere in continua tensione adrenalinica, guardandosi intorno in continuazione per prevedere e quindi prevenire il possibile attacco, cioè l’unico modo per sopravvivere nel caos primigenio era quello di ridurre l’entropia dell’ambiente circostante per trasformare le equazioni non lineari che generano il caos in funzioni lineari che si “comportassero bene” e che garantissero che ogni alterazione dell’equilibrio sarebbe stata ricondotta all’ordine (all’equilibrio) da un meccanismo di feedback negativo endogeno.</p>



<p>Poiché un sistema aperto importa ed esporta entropia dall’ambiente esterno, se l’ambiente esterno è fortemente entropico, il bilancio sarà negativo per il sistema. Allora, per diminuire l’entropia un modo possibile è quello di assorbirla convertendola in ordine interno, cioè creando strutture di maggior energia interna. Ergo, il giardino rappresenta il trionfo dell’ordine borghese, il momento in cui l’uomo realizza la propria divinità: produrre l’ambiente a propria immagine e somiglianza. La raffinatezza estetica del giardino rappresenta la raffinatezza estetica di colui che lo progetta, lo mette in opera e lo cura. Ognuno a suo modo ingloba una parte di ambiente e con il suo mestiere speciale mantiene l’entropia ad un livello accettabile.</p>



<p>Riesco appena ad immaginare l’epifania primordiale che deve aver provato la prima persona che ha vissuto l’illuminante scoperta di possedere un vero e proprio superpotere. Superpotere, che gli avrebbe permesso di costruire un giardino. E di mostrare l’accecante bellezza e la sovrumana potenza del proprio ordine interiore ai suoi concittadini. Immagino (anche se so che sembra poco probabile, al limite dell’assurdo), che quell’uomo, dopo aver inglobato l’entropia dell’ambiente immediatamente circostante all’interno del proprio giardino, poi, ingolosito dalla ineluttabile espansione di questo superpotere, abbia inglobato anche quelli che da allora sarebbero diventati i suoi sudditi. Il suo giardino, che diventa il suo regno, è la dimostrazione a tutti i suoi sudditi che l’ordine costituito dall’assorbimento dell’entropia ambientale poteva garantire un benessere di gran lunga superiore a tutta la comunità rispetto ai tempi bui del caos primordiale.</p>



<p>Ma poiché più entropia si assorbe dall’esterno più entropia si genera all’interno, questa entropia interna deve essere gestita da un numero crescente di persone: più il giardino si allarga più giardinieri dovranno essere al suo servizio. Un esercito di persone necessarie al solo mantenimento del livello entropico dell’ambiente interno. L&#8217;ordine dal caos è il desiderio primordiale, la magia suprema. Gaia e Urano, e Tartaro naturalmente, in cui ammucchiare nascondendoli gli abissi infernali, e poi Atun che genera l&#8217;ordine dopo Nun il caos, e poi Pangu, il gigante che separando la terra dal cielo porta ordine nel caos. E poi, Quetzalcoatl, Brahma, Odino e chissà quanti altri ci hanno dato l’onnipotenza della certezza dell’ordine. Lo stato da cui tutto prende forma e sostanza. Come diceva M.A. Escher “ordine è la ripetizione di unità. Il caos è la molteplicità senza ritmo” e, chiosa finale “adoriamo il caos perché ci piace produrre l’ordine<strong>”</strong></p>



<p>Nessuna meraviglia, dunque, se anche l’economia, la disciplina più impertinentemente piena di sé, abbia creato la sua cosmogonia portatile nell&#8217;equilibrio economico generale, delirio di onnipotenza allo stato puro. La realtà, così complicata, insondabile, sorprendente e proprio per questi motivi a volte catastrofica, viene addomesticata ad un insieme di equazioni lineari che si risolvono tutte insieme e che danno il risultato migliore possibile per la società. L’ottimo Paretiano che mette tutto a posto dando a ciascuno quello che si merita e facendo scorrere tutte le transazioni sul velluto del mercato, anzi degli <em>n</em> mercati necessari a soddisfare tutti, ma proprio tutti oggi e domani. E l’entropia? Espulsa, fuori dal dominio, negli spazi caotici della sociologia e della psicologia, dove tutto può accadere a causa della mancanza della razionalità, attributo così fondamentale, così intrinsecamente scientifico.</p>



<p>La rottura dell’equilibrio, che può avvenire soltanto a causa di un evento imprevisto, metterebbe immediatamente in atto forze che tenderebbero a ristabilirlo. “…proprio come se una pietra appesa a una corda venisse spostata dalla sua posizione di equilibrio, la forza di gravità tenderebbe immediatamente a riportarla nella sua posizione di equilibrio.” (Alfred Marshall, <em>Principles of Economics</em>, VIII ed., p. 288, mia traduzione)</p>



<p>Come ogni giardino che si rispetti, anche l’equilibrio economico generale ha bisogno di giardinieri che se ne prendano cura continuamente, che rassettino e rimettano in ordine la cintura protettiva dei teoremi così necessari a difenderne il core, il cuore pulsante del sistema economico. L’equilibrio e la sua stabilità sono la terra promessa, il giardino delle meraviglie in cui perdersi e giocare senza alcuna incertezza (al massimo un po’ di calcolabile rischio), ma con il solo piacere di risultati rotondi e precisi.</p>



<p>Come ha scritto Laplace, in piena trance da onnipotenza scientifica, per un agente che conoscesse posizione e velocità di tutte le particelle dell’universo e le leggi che regolano i rapporti fra di loro, e avesse capacità di calcolo sufficiente, ebbene, per questa persona nulla sarebbe incerto, e il futuro, come il passato, sarebbe presente davanti ai suoi occhi. La megamacchina deterministica in piena azione, in grado di pianificare il giardino non solo nel suo stato attuale, ma per i secoli a venire. E così è l’equilibrio economico generale. E poiché il presente è figlio del passato e padre del futuro, lo stato attuale è l’elemento fondamentale da cui si transita, sia in avanti che all’indietro. Il giardino è quindi la piena realizzazione dell’onnipotenza umana. Gestire passato, presente e futuro con un unico sguardo, un modello unico fondamentale capace di fornire le coordinate di un disegno elaborato da una mente talmente superiore da sentirsi in grado di sostituire il caos con la certezza onnipotente della matematica.</p>



<p>Tuttavia, il mondo non è fatto di soli giardini ordinati e precisi, ma anche di boschi. Foreste e giungle che ribaltano il nostro senso comune sprofondandoci nell’incertezza (la true uncertainty di Frank Knight), cioè nella mancanza di conoscenza quantificabile sull’occorrenza di un evento: a differenza del rischio, che fornendoci conoscenza quantificabile, stabilisce probabilità calcolabili, l’incertezza certifica l’esistenza di un limite alla nostra conoscenza della natura, e stabilisce la nostra ignoranza sulla prevedibilità degli eventi futuri. Un mondo caratterizzato da incertezza forte distrugge qualunque pretesa di divinità. L’ordine che nasce da questi modelli nasce dal caos (deterministico) e dipende in maniera cruciale da un minestrone di condizioni iniziali, in cui il minimo cambiamento altera in maniera strutturale il risultato finale. Soltanto in una foresta di questo tipo le farfalle hanno un ruolo che non sia meramente estetico. E l’ordine è un filo di rasoio, su cui il sistema si inerpica in maniera caotica, per raggiungere uno stato in cui la dissipazione di entropia segue una regola dinamicamente instabile. L’equilibrio dinamico è faticosamente raggiunto e faticosamente mantenuto, ma è quello in cui le capacità innovative del sistema si dispiegano al massimo grado.</p>



<p>All&#8217;opposto del giardino, la logica prevalente del bosco, della foresta, della giungla è quella del disordine e della devianza. Diversamente dal giardino, in un bosco ogni pianta non ha un posto preassegnato in cui tranquillamente crescere, ma deve trovare da sé la propria nicchia ecologica in cui potersi sviluppare ed eventualmente evolvere. E se la nicchia non esiste, va creata. Ma questa creazione è di fatto quasi sempre a somma zero, cioè va a scapito di altre piante. Il disordine del bosco è puramente predatorio, il processo di crescita del bosco è basato sul principio della pura sopraffazione.</p>



<p>Il bosco, la foresta, la giungla crescono attraverso un processo doloroso di distruzione, attraverso il quale altre piante maggiormente adatte o adattabili all’ambiente esterno prevalgono e si diffondono. Il processo dinamico è quello di un disequilibrio continuo, che continuamente demolisce l’equilibrio nel momento in cui si ottiene. Il bosco, la foresta, la giungla sono in perpetuo mutamento, mai fermi mai uguali a sé stessi, ma proprio questo processo incessante di rinnovamento è quello che li mantiene immutabili nel tempo. Una specie di ossimoro: la continuità nella transizione continua. La stabilità nel continuo mutamento. L’equilibrio dinamico figlio di una tensione continua fra due equilibri (anche soltanto immaginati o semplicemente previsti).</p>



<p>La pressione competitiva in un bosco è talmente elevata da spingere alla cooperazione specie concorrenti, che si adattano a cooperare fra di loro per abbassare la pressione e aumentare la probabilità di sopravvivenza. La simbiosi, che modifica un parametro del modello preda predatore, e che prende forme differenti a seconda del beneficio o del danno che una specie porta all’altra, crea una nicchia ecologica di rara sofisticazione all’interno della quale è possibile trovare un microambiente favorevole da sfruttare a fini evolutivi.</p>



<p>L’idea che un sistema economico sia più simile ad un bosco che non ad un giardino, era già presente in Alfred Marshall, che in quanto segue (che di fatto è la continuazione della citazione fatta più sopra), sembra proprio scrivere a Laplace una risposta assai perspicace e definitiva. Infatti, “…nella vita reale [le] oscillazioni sono raramente ritmiche come quelle di una pietra appesa liberamente a una corda; il paragone sarebbe più esatto se si supponesse che la corda fosse appesa nelle acque turbolente del canale di un mulino, il cui flusso fosse a volte lasciato scorrere liberamente e altre volte parzialmente interrotto. Né queste complessità sono sufficienti a illustrare tutti i disturbi di cui devono occuparsi sia gli economisti che i commercianti. Se la persona che tiene la corda muove la mano con movimenti in parte ritmici e in parte arbitrari, l&#8217;illustrazione non supererà le difficoltà di alcuni problemi di valore molto reali e pratici. Infatti, nella pratica, le curve di domanda e offerta non rimangono invariate per molto tempo, ma cambiano costantemente; e ogni cambiamento in esse altera la quantità di equilibrio e il prezzo di equilibrio, dando così nuove posizioni ai centri attorno ai quali la quantità e il prezzo tendono a oscillare.” (Alfred Marshall, <em>Principles of Economics</em>, VIII ed., p. 288, mia traduzione).</p>



<p>Non a caso, nella prefazione all’ottava edizione dei suoi Principles, Marshall pone in epigrafe la spiegazione di tutto ciò: “La Mecca dell&#8217;economista risiede nella biologia economica piuttosto che nella dinamica economica. Ma le concezioni biologiche sono più complesse di quelle meccaniche; un volume sui Fondamenti deve quindi dedicare uno spazio relativamente ampio alle analogie meccaniche; e si fa spesso uso del termine “equilibrio”, che suggerisce un&#8217;analogia statica.” (Alfred Marshall, <em>Principles of Economics</em>, VIII ed., p. xii, mia traduzione). In pratica, Marshall si rende conto (ma piazza i relativi commenti addirittura nell’appendice H) che il giardino neoclassico che lui ha così contribuito a costruire non funziona benissimo. Anzi, nello spazio di una sola appendice, ci rivela, in primis, che “se per qualsiasi altro motivo l&#8217;offerta dovesse diminuire, il prezzo dell&#8217;offerta non tornerebbe indietro seguendo lo stesso percorso che aveva seguito in precedenza, ma seguirebbe un percorso più basso. L&#8217;elenco dei prezzi dell&#8217;offerta che era valido per il movimento in avanti non sarebbe valido per il movimento all&#8217;indietro, ma dovrebbe essere sostituito da un listino prezzi più basso.”, cioè contrariamente all’idea dei modelli lineari che possono essere navigati in su e in giù a piacimento, nelle condizioni della vita reale esiste la freccia del tempo, e, in secundis, che potrebbero tranquillamente esistere equilibri multipli: “era tacitamente sottinteso, come avviene comunemente, che potesse esserci una sola posizione di equilibrio stabile in un mercato: tuttavia, in realtà, in determinate condizioni ipotizzabili, sebbene rare, possono esserci due o più posizioni di equilibrio reale tra domanda e offerta, ognuna delle quali è ugualmente coerente con le circostanze generali del mercato e ognuna delle quali, una volta raggiunta, sarebbe stabile fino al verificarsi di un grave sconvolgimento.” Insomma, una teoria del disequilibrio.</p>



<p>D’altronde, come ha ben mostrato Schumpeter, l’equilibrio economico generale è inerentemente instabile grazie alla distruzione creatrice dell’attività innovativa (che è incerta per definizione). L’introduzione dell’attività innovativa, in apparenza una semplice addizione al modello di equilibrio economico generale, in realtà distrugge alla base il modello di giardino così faticosamente costruito creando un gran bosco di dinamiche economiche. Se gli agenti perseguono l’innovazione, la sua essenza, su cui gli agenti fondano la loro competitività, è quella di saper fare qualcosa di diverso rispetto agli altri, e così facendo guadagnare un vantaggio competitivo. Ma questo mina alla base il concetto stesso di impresa rappresentativa. L’impresa rappresentativa costituisce il tipico esempio di essenzialismo platonico, cioè ogni entità è identificata da poche caratteristiche distintive che ne rappresentano le qualità essenziali. Qualità essenziali che costituiscono il minimo comun denominatore di quella “specie”, che ne rappresentano l’essenza: ogni variazione rispetto all’idealtipo platonico costituisce un’aberrazione.</p>



<p>Per ragionare di innovazione e sviluppo economico, occorre quindi mutare qualitativamente approccio, e fare riferimento al pensiero popolazionista così tipico della moderna biologia. In questo caso, l’unità di analisi non è la singola entità, ma la popolazione. In questo modo di pensare lo sviluppo, varietà e diversità sono fondamentali. Le caratteristiche di una popolazione non possono che essere descritte tramite la loro distribuzione: non esiste (non può esistere) l’individuo tipico. Ma c’è di più, lo sviluppo di una popolazione è correlato positivamente alla varietà dei suoi componenti. Dovrebbe apparire ora evidente che il pensiero evolutivo rappresenta un modello che non può applicare al proprio giardino, ma ad una foresta, in cui ogni specie è a sua volta preda e predatore, e in cui il successo è un concetto assai relativo, il disordine è di fatto l’ordine con cui il sistema si sviluppa, e l’ordine che si può generare dal caos è un ordine dinamico in cui un sistema si viene a trovare quando riesce a mettere in equilibrio l’esportazione con l’importazione di disordine. E questo equilibrio termodinamico costituisce quell’edge of chaos in cui il sistema risulta produrre al suo interno il massimo dell’innovazione possibile. Il capitalismo basato su un modello di questo genere è fortemente innovativo ma altrettanto fortemente instabile.</p>



<p>Soltanto se una di queste specie acquisisce un peso preponderante, può modificare l’ambiente a proprio vantaggio. Come, espandendo il proprio ambiente interno e acquisendo ambiente esterno da convertire in ordine. Ma poiché questo è impossibile che succeda con sole forse dell’evoluzione, occorre un’appropriazione originale che conferisca ad un qualche agente (o ad una specie) la possibilità di inglobare l’ambiente esterno in maniera strutturale, vincendo la resistenza degli altri agenti.</p>



<p>Vuoi vedere che Marx aveva ragione?</p>
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		<title>I beni pubblici tra dinamiche di mercato ed effetti sull’imprenditorialità</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/i-beni-pubblici-tra-dinamiche-di-mercato-ed-effetti-sullimprenditorialita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=i-beni-pubblici-tra-dinamiche-di-mercato-ed-effetti-sullimprenditorialita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/antonella-laino/">Antonella Laino</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/manuela-ciani-scarnicci/">Manuela Ciani Scarnicci</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/marco-imperio/">Marco Imperio</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 14:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 32 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[Beni pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[business development]]></category>
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		<category><![CDATA[public goods]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo aziendale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The paper focuses on aspects relating to the function of public goods, highlighting their importance for the proper functioning of society and the regulation of public supply in relation to market demand. After discussing the classification of goods and identifying the characteristics of public goods, with particular attention to the phenomenon of free riding and the effects of markets, the paper examines the contribution that public goods can make to business development, recognising the importance that arises from both their enhancement and their responsible, sustainable and efficient use. The work, including through a review of the literature, aims to contribute to studies on the topic discussed.</p>
<p>---</p>
<p>Il paper si sofferma su aspetti relativi alla funzione dei beni pubblici, rilevandone l'importanza per la corretta funzionalità della società e la regolazione della fornitura pubblica in relazione alla domanda di mercato. Dopo aver trattato la classificazione dei beni e individuato le caratteristiche dei beni pubblici con particolare attenzione al fenomeno del free riding e agli effetti dei mercati, il paper esamina l'apporto che i beni pubblici possono fornire allo sviluppo delle imprese, riconoscendo l'importanza che scaturisce sia dalla valorizzazione che dal loro utilizzo responsabile, sostenibile ed efficiente. Il lavoro, anche attraverso una disamina della letteratura, mira a fornire un contributo agli studi sull'argomento trattato.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>I beni, definibili come entità di tipo materiale e immateriale dirette alla soddisfazione dei bisogni, detengono un loro grado di utilità e di rilevanza economica.</p>



<p>Essi hanno assunto nel corso dei tempi&nbsp; una crescente importanza e &nbsp;tale da essere oggetto di studi multidisciplinari diretti anche ad analisi ed elaborazioni di classificazioni, tra le quali ricorderemo quelle, ad esempio, tra beni materiali e beni immateriali, tra beni primari e secondari e, ancora, quella diretta a suddividere i beni in quattro tipologie in base alla rivalità e all’escludibilità, così come di seguito trattato.</p>



<p>Nello specifico, il contributo si soffermerà sui beni pubblici nella consapevolezza sia delle criticità di economia politica generabili nell’ambito dei mercati e nelle dinamiche di utilizzo sia dell’utilità degli stessi beni in termini imprenditoriali e di collettività.</p>



<h5>2. I beni pubblici tra caratteristiche e aspetti di produzione</h5>



<p>La teoria dei beni pubblici venne trattata nel 1954 da Samuelson, il quale, divenuto poi Premio Nobel per l’Economia nel 1970, &nbsp;evidenziò, in relazione ai beni pubblici (puri), il livello di interesse pubblico.</p>



<p>Samuelson &#8211; ispirandosi a Sax &nbsp;e, tra l’altro, considerando le analisi di Bergson (1954) sul welfare con l’obiettivo di identificare la quantità di bene pubblico ottimale da produrre &#8211; affermò che &#8220;<em>l’ottimo paretiano si ottiene quando la somma dei saggi marginali di sostituzione tra bene pubblico e bene privato di tutti gli individui eguaglia il saggio marginale di trasformazione degli stessi </em>(Samuelson, 1954)&#8221;. Al contempo, Samuelson rilevò il possesso da parte dei beni pubblici delle caratteristiche di non escludibilità e non rivalità. La non escludibilità di soggetti dal consumo dei beni pubblici deriva dagli eccessivi costi che occorrerebbero, e quindi dall’assenza di convenienza, ovvero dall’impossibilità di attuarla. La non rivalità determina la possibilità di consumo del bene pubblico in modo contemporaneo da parte di più soggetti.</p>



<p>Nel corso dei tempi sono state elaborate varie classificazioni riferite ai beni, tra cui ricorderemo, a titolo esemplificativo, quella di Auster che, nel 1977, suddivise i beni pubblici in puri e affollati.</p>



<p>I beni pubblici, suddivisibili nel Codice Civile italiano in beni demaniali e beni patrimoniali indisponibili (artt. 826-831), possono essere oggetto di categorizzazione anche in beni riservati, beni destinati e collettivi.</p>



<p>In merito ai beni pubblici occorre ricordare l’esistenza di quelli dotati di globalità che, individuati nel 1995 da Stiglitz per esistenza, estendono i loro benefici nel tempo e nello spazio.</p>



<p>Alcuni beni pubblici, ad esempio, sono l’illuminazione pubblica, il faro costiero, la difesa del territorio nazionale, la sicurezza, varie infrastrutture. Anche la conoscenza e l’istruzione sono beni pubblici che, tra l’altro, promuovono in modo sostanziale la crescita economica. Sussistono ovviamente casi specifici, per quanto anzidetto, che non determinano l’appartenenza all’ambito del bene pubblico. Difatti, le autostrade, pur essendo infrastrutture, non costituiscono un bene pubblico.</p>



<p>Nel 1955 Samuelson affermò che la presenza di beni pubblici induce ad ottenere un beneficio personale non ottenibile nei mercati dei beni privati caratterizzati da ambiti concorrenziali e autoregolamentati (Samuelson, 1955).</p>



<p>I beni pubblici sono producibili dal settore pubblico o anche teoricamente dall’ambito privato. La produzione di tali beni da parte di soggetti privati non consentirà, tuttavia, di poter trarre ricavi, determinando la non attrattività per convenienza produttiva degli stessi. Del resto, l’eventuale produzione di beni pubblici da parte del settore privato avverrebbe in una quantità non efficiente e tale da richiedere anche l’intervento del settore pubblico. Occorre, tuttavia, precisare che la produzione pubblica risulta solitamente maggiormente costosa, meno efficiente e di qualità inferiore. Occorrerà, al contempo, ricercare l’efficienza nella fornitura del bene pubblico, al fine anche di razionalizzare la spesa pubblica. Samuelson, pur nei limiti della non osservabilità delle preferenze individuali e degli opportunismi nonché degli elevati costi di accesso alle informazioni,&nbsp; affermò che l’efficienza nella fornitura del bene pubblico è data dalla &#8220;<em>somma delle disponibilità marginali a pagare di tutti gli individui ed è uguale al costo marginale di produzione del bene </em>(Samuelson, 1954)&#8221;. Del resto, i beni pubblici sono caratterizzati dalla somma verticale delle disponibilità a pagare, a differenza dei beni privati con somma orizzontale delle domande.</p>



<p>La quantità dei beni pubblici da offrire potrà essere determinata, nella sua ottimalità, ricorrendo a una frontiera riferita alla possibile produzione tra beni privati e beni pubblici.</p>



<h5>3. La classificazione dei beni</h5>



<p>Le caratteristiche di escludibilità e rivalità risultano determinanti per attuare una categorizzazione dei beni. L’escludibilità di un bene, generata dalla possibilità di impedire a un soggetto di godere dello stesso, richiederà la presenza, tra l’altro, di condizioni tecniche, legali, economiche e sociali. A titolo esemplificativo, l’escludibilità potrebbe essere attuabile sotto un profilo tecnico, legale ed economico ma non sociale per l’assenza della volontà di una collettività diretta a escludere soggetti. La rivalità è riferita, invece, alla limitazione o impossibilità di godere di un bene per l’utilizzo dello stesso da parte di altro soggetto.</p>



<p>La combinazione dei criteri di escludibilità e rivalità determina la presenza delle seguenti quattro tipologie di beni: beni privati, beni comuni, beni tariffabili o beni di club, beni pubblici. I beni privati sono escludibili e rivali. I beni comuni sono, invece, rivali ma non escludibili, mentre i beni tariffabili, definiti anche beni di club, sono escludibili ma non rivali e, tra l’altro, definiti anche beni misti, poiché presentano, anche se solo parzialmente, caratteristiche dei beni pubblici puri. I beni pubblici, infine, si contraddistinguono per essere non rivali e non escludibili. I beni pubblici non sono di esclusiva pertinenza del settore pubblico, così come i beni privati non sono di esclusiva pertinenza del settore privato.</p>



<p>Occorre precisare che taluni beni presentano una natura che può determinare difficoltà nella loro classificazione in relazione alle caratteristiche di escludibilità e rivalità, così come sussistono diversi gradi di non rivalità e non escludibilità nel consumo.</p>



<h5>4. La generazione del comportamento opportunistico dei free riders</h5>



<p>La non escludibilità dei beni pubblici determina l’insorgere del fenomeno del free riding, che costituisce un comportamento opportunistico diretto al godimento di un bene, disponibile per tutti, e quindi non escludibile per alcuni, senza il pagamento di un relativo corrispettivo.</p>



<p>Il free rider &#8211; definito anche come &#8220;<em>l’agente economico che attua un comportamento opportunistico finalizzato a fruire pienamente di un bene (o&nbsp; servizio) prodotto collettivamente, senza contribuire in maniera efficiente alla sua costituzione</em> (<a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/free-rider_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/">https://www.treccani.it/enciclopedia/free-rider_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/</a>)&#8221; e come &#8220;<em>l’individuo che beneficia di un servizio o di un bene collettivo senza sopportare alcun onere</em> (<a href="https://dizionari.simone.it/6/free-rider" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://dizionari.simone.it/6/free-rider</a>)&#8221; &#8211; agisce in modo &nbsp;razionale con l’obiettivo di massimizzare la propria utilità e di conseguire un vantaggio. I free riders raggiungono benefici senza sostenere incombenze e senza contribuire volontariamente con oneri per l’utilizzo del bene. Si giungerà quindi alla produzione del bene, ma in modo inefficiente a causa del mancato apporto dei free riders. Questi ultimi sono incentivati a non contribuire, ponendo a rischio l’efficienza della produzione.</p>



<p>I comportamenti dei free riders, definiti passeggeri non paganti, generano, quindi, fallimenti di mercato, in quanto diffondono inefficienze. Queste ultime derivano anche dalla non propensione dei free riders a rilevare le proprie preferenze con la conseguente creazione di un contesto di maggiore incertezza che non consente all’operatore di realizzare e fornire una quantità efficiente e sufficiente di beni pubblici. L’operatore, in particolar modo pubblico, dovrà pertanto cercare di comprendere la quantità efficiente di produzione, cercando di minimizzare gli opportunismi di mercato e le asimmetrie informative, promuovendo contesti propedeutici alla manifestazione da parte dei soggetti delle proprie preferenze.&nbsp; La rilevazione delle preferenze può essere pertanto considerata un altro problema riferito ai beni pubblici che spesso viene ricondotto alla non escludibilità e talvolta all’informazione imperfetta (Cowen, 1992).</p>



<p>Occorrerà contrastare il fenomeno del free riding, ricorrere a una regolazione normativa così come del resto ebbe modo anche di affermare il filosofo Mill nel 1848, promuovere il volontariato, ridurre i beni pubblici in taluni casi per giustificate razionalizzazioni, introdurre elementi punitivi, e altro.</p>



<h5>5. Gli effetti dei beni pubblici sui mercati</h5>



<p>I beni pubblici, talvolta comunque non valutati in modo coerente e ponderato dagli individui, possono condurre per le loro caratteristiche a un contesto di inefficienza allocativa nel mercato con conseguente beneficio privato inferiore al costo e, quindi, al fallimento. Quest’ultimo, caratterizzato&nbsp; da un’incompletezza della struttura dei mercati con inidoneità a offerte efficienti, presenta una situazione nella quale l’allocazione delle risorse o dei servizi nel libero mercato non risulta idonea.</p>



<p>I fallimenti di mercato, oggetto di specifico studio a partire dall’inizio degli anni Trenta del secolo passato, si rinvengono non solo con i beni pubblici ma anche con asimmetrie informative, potere di mercato ed esternalità (Laino, 2013).</p>



<p>La fornitura di beni pubblici si contraddistingue per la correlata creazione di esternalità che, non incluse nei prezzi di mercato, determinano fallimenti di mercato (Imperio, 2025) e, in generale, problemi che possono essere risolti facendo ricorso alla contrattazione (Shavell, 2007).</p>



<p>Gli anzidetti fallimenti, registrabili in modo completo o parziale e derivanti &#8220;<em>dall’insuccesso del mercato nel realizzare gli obiettivi socialmente condivisi</em> (Franzoni, 2003)&#8221;, potranno essere contrastati con il ricorso all’intervento pubblico nel solco dell’efficienza e dell’equità, al fine di cercare di rendere massima l’efficienza sociale o il benessere sociale con considerazione anche dei costi e benefici marginali sociali relativi alla produzione e al consumo. In tal modo, l’intervento pubblico assumerà il compito di cercare di sanare le distorsioni dei mercati. Esistono varie soluzioni per prevenire i fallimenti di mercato e tra queste, con riferimento ai beni pubblici, Islam afferma che &#8220;<em>in un libero mercato, beni pubblici come parchi pubblici, illuminazione stradale, aria […] e così via sono inclusi. I consumatori non devono pagare per usufruirne. Il governo dovrebbe adottare una politica adeguata per creare un equilibrio tra beni privati e pubblici e superare i fallimenti di mercato </em>(Islam, 2019)&#8221;. Appare, pertanto, fondamentale l’intervento pubblico in tema di equilibrio di mercato. All’uopo, sempre Islam, afferma che &#8220;<em>senza l&#8217;intervento del governo, il fallimento del mercato non può essere mitigato </em>(Islam, 2019)&#8221;.</p>



<p>L’impegno da parte dell’ambito pubblico e statale è da ritenersi basilare e fondamentale per la produzione efficiente di beni pubblici e per superare criticità, al fine di promuovere il contrasto ai fallimenti di mercato.</p>



<h5>6. I beni pubblici tra decremento e incremento</h5>



<p>Nel corso dei tempi abbiamo, tra l’altro, assistito anche a decrementi o incrementi dei beni pubblici prodotti o detenuti dallo Stato, a seguito di vari e relativi processi.</p>



<p>La riduzione dei beni pubblici potrebbe prevedere ad esempio &nbsp;una diminuzione di infrastrutture e istruzione per motivi riconducibili ad aspetti di concorrenza fiscale e a esigenze di bilancio dirette al contenimento della spesa. Tale riduzione dei beni pubblici determina varie implicazioni che, dirette a generare opportunità e criticità, andranno poste in relazione a molteplici variabili.</p>



<p>Lejour e Verbon (1997), in un apposito studio riferito a un contesto internazionale, hanno rilevato che la riduzione dell’offerta di beni pubblici, unitamente alla diminuzione allineata della tassazione del capitale, conduce al miglioramento del benessere, mentre Christl e Köppl-Turyna (2017) hanno evidenziato che la riduzione dei beni pubblici, anche attraverso il minor numero di risorse umane impiegate nell’ambito pubblico, consente di diminuire le aliquote fiscali e la spesa pubblica (Christl e Köppl-Turyna, 2017). La tematica della riduzione dei beni pubblici è stata anche trattata nel 1993 da Lipton nell’evidenziare, in un contesto di compressione dello Stato, &#8220;<em>processi anti-competitivi di riduzione dei beni e servizi&nbsp; pubblici </em>(Lipton, 1991)&#8221; con il sostenimento dei costi da parte del settore privato.</p>



<p>Tale riduzione è stata collegata, anche e in parte nonché secondo parte della letteratura e degli economisti, all’eccessivo incremento dei beni pubblici che, estendibile per considerazione agli effetti opposti della diminuzione, avvenne nel diciottesimo secolo (Tanimoto e Wong, 2019). In relazione alle dinamiche di mercato, &#8220;<em>l&#8217;aumento dell&#8217;offerta di beni pubblici implica un aumento del gettito fiscale richiesto e quindi una variazione del prezzo al netto delle imposte del bene tassato</em> (Currie et al., 2016)&#8221;.</p>



<h5>7. I beni pubblici come asset per lo sviluppo aziendale</h5>



<p>Dopo aver rilevato gli effetti generabili dai beni pubblici, e anche taluni processi di mercato, occorre anche evidenziare che alcuni beni pubblici possono assolvere una funzione positiva di collegamento sinergico nella società, determinando condivisione in materia di solidarietà e giustizia e contesti di sviluppo. L’utilizzo responsabile, efficiente e sostenibile, anche sotto un profilo ambientale&nbsp; (Ciani Scarnicci, 2014), dei beni pubblici, potrebbe consentire agli stessi di assumere una funzione di rilievo per i territori e per le aziende.</p>



<p>Nel 1971 Olson affermò che la fornitura di beni pubblici rappresenta la funzione principale o il prodotto fondamentale dell’organizzazione, mentre, in epoca successiva, Quintavalla ha evidenziato che &#8220;<em>un ambiente innovativo e la circolazione di informazioni e conoscenza rappresentano un elemento fondamentale per lo sviluppo delle imprese locali e per l’attrazione di risorse imprenditoriali </em>(Rizzi e Quintavalla, 2004)&#8221;. Ruolo delle infrastrutture per lo sviluppo enunciato, invece, nella seguente affermazione: &#8220;<em>l’importanza delle infrastrutture deriva dal fatto che permettono di aumentare la produttività delle attività economiche di quell’area e dunque di attrarre investimenti e capitali</em> (Coniglio, 2007)&#8221;. Nel 2024 Forges Davanzati ha evidenziato, nel solco dell’influenza del settore pubblico sul settore privato, quanto segue: &#8220;<em>il miglioramento qualitativo delle prestazioni offerte dal settore pubblico è una pre-condizione essenziale per ottenere guadagni di efficienza nel settore privato</em> (Forges Davanzati, 2024)&#8221;.</p>



<p>Del resto, la presenza in un’area geografica di una migliore e più celere viabilità e, ad esempio, di aeroporti faciliterà trasferimenti più efficienti di beni e persone con un migliore posizionamento delle imprese. Contesti di minore sicurezza pubblica in determinate zone comporteranno una minore attrattività verso imprese estere in tema di internazionalizzazione ed eventuale apertura di uffici o luoghi di produzione. Una minore sicurezza avrà impatti negativi sulle transazioni e sulle attività ma anche a livello psicologico sulle risorse umane. L’elevata qualità dell’istruzione consentirà alle imprese di poter disporre, nel caso di coinvolgimento delle stesse, di risorse umane maggiormente preparate e con basi più solide che consentano un più facile inserimento e un più celere apporto. La diffusione di conoscenza, intercettata dalle imprese, permetterà di avere maggiori informazioni e maggiori risorse per poter conseguire quell’obiettivo della massima crescita piuttosto che il massimo profitto (Penrose, 1957) e per&nbsp; poter fronteggiare al meglio e con maggiore facilità eventuali e relative problematiche.</p>



<p>Inoltre, alcuni beni pubblici vengono a costituire voci significative e non trascurabili e, quindi, da valorizzare &nbsp;per consentire, attraverso anche valori numerici associabili, di individuare la competitività delle imprese e la loro minore o maggiore capacità di poter espletare attività d’impresa.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <strong>Figura 1 – I beni pubblici</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img width="827" height="303" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/08/image.png" alt="" class="wp-image-15545" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/08/image.png 827w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/08/image-300x110.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/08/image-768x281.png 768w" sizes="(max-width: 827px) 100vw, 827px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori.</figcaption></figure></div>



<h5>8. Conclusioni</h5>



<p>I beni pubblici, individuabili tramite le loro caratteristiche di non rivalità e non escludibilità, richiederanno considerazione da parte dei soggetti nei diversi livelli e ambiti e andranno monitorati e valutati, anche tramite la tecnica dell’analisi dei costi e dei benefici, al fine di promuovere un’azione pubblica incisiva che possa determinarne una salvaguardia e un utilizzo strategico efficace, sostenibile e responsabile nonché propedeutico in ambiti a una possibile promozione del benessere sociale. Occorrerà pertanto una condivisibile regolamentazione pubblica che diffonda anche una cultura costruttiva e sinergica tra i soggetti singoli o aggregati e verso il pubblico e che consenta di comprendere esigenze e, quindi, preferenze, di contrastare i fallimenti, e di mitigare effetti negativi quali quelli ad esempio, derivanti dal fenomeno del free riding.</p>



<p>Il razionale e informato utilizzo dei beni pubblici, favorito dalla diffusione, tra l’altro, della digitalizzazione e delle nuove tecnologie anche riferibili all’Intelligenza Artificiale, consentirà in molti casi ai decisori, ai soggetti e anche alle imprese di disporre di ulteriori asset per il progresso. Uno sviluppo delle imprese che, ascrivibile anche alla collaborazione tra ambito pubblico e privato, potrebbe consentire ricadute poi positive per il territorio e per la comunità in un eventuale ciclo virtuoso e solidale che si auspica possa essere attuato nel solco di quella costruttiva connettività necessaria per operare in mercati sempre più competitivi.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>I paragrafi 4, 5 e 6 sono rispettivamente afferenti agli autori A. Laino, M. Ciani Scarnicci e M. Imperio</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Riferimenti bibliografici</h5>



<p>Auster, R.D. (1977). <em>Private Markets in Public Goods (or Qualities)</em>. &#8220;The Quarterly Journal of Economics&#8221;, 91(3), pp. 419-430.</p>



<p>Bergson, A. (1954). <em>On the Concept of Social Welfare</em>. &#8220;The Quarterly Journal of Economics&#8221;, 68(2), pp. 233-252.</p>



<p>Christl, M., Köppl-Turyna, M. (2017). <em>Tax competition and the political economy of public employment: a model for</em> <em>Austria</em>. &#8220;Agenda Austria Working Paper&#8221;, 4.</p>



<p>Ciani Scarnicci, M. (2014). <em>Crescita economica e tutela ambientale</em>, pp. 78-94. In Ciani Scarnicci M., Marcelli A., Pinelli P.,&nbsp; Romani A., Russo R. (2014). <em>Economia, ambiente e sviluppo sostenibile</em>. Milano: FrancoAngeli.</p>



<p>Coniglio, T. (2007). <em>L’imperativo della competitività. Sicurezza nazionale ed economia di mercato nell’era della globalizzazione</em>. Milano: FrancoAngeli.</p>



<p>Cowen, T. (1992).&nbsp;<em>Public Goods and Market Failures: A Critical Examination</em>. New Brunswick, NJ: Transaction Publishers.</p>



<p>Currie, D., Peel, D., Peters, W. (2016). <em>Microeconomic Analysis. Essays in Macroeconomics and Economic &nbsp;Development</em>. New York: Routledge Revivals.</p>



<p>Forges Davanzati, G. (2024). <em>Come e perché potenziare la pubblica amministrazione italiana</em>. &#8220;Economia e Politica&#8221;, 28(2), pp. 1-5.</p>



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<p>Imperio, M. (2025). <em>Le esternalità positive derivanti dalle attività di ricerca e sviluppo</em>. &#8220;Economia e Politica&#8221;, 30(2), pp. 1-8.</p>



<p>Islam, M.D. (2019). <em>Market Failure: Reasons and Its Accomplishments</em>. &#8220;International Journal of Economics and Financial Research&#8221;, 5(12), pp. 276-281.</p>



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<p>Lipton, M. (1991).<em>The State-Market Dilemma, Civil Society, and structural adjustment</em>. &#8220;The round table&#8221;, 371, pp. 21-31.</p>



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<p>Shavell, S. (2007). <em>Analisi economica del diritto</em>. Torino: Giappichelli Editore.</p>



<p>Stiglitz, J.E. (1995). <em>The theory of international public goods and the architecture of international organizations.</em></p>



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<p>&#8220;United Nations Background&#8221; Paper 7. Un. Department for Economics and Social Information and Policy Analysis.</p>



<p>Codice Civile italiano, artt. 826-831.</p>



<p><a href="https://dizionari.simone.it/6/free-rider" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://dizionari.simone.it/6/free-rider</a></p>



<p><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/free-rider_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.treccani.it/enciclopedia/free-rider_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/</a></p>
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		<title>Il capitalismo fragile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/guglielmo-forges-davanzati/">Guglielmo Forges Davanzati</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 32 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l&#8217;America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati <em>Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l&#8217;America di Trump </em>(Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi &#8211; è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi &#8211; di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’<em>homo oeconomicus</em>, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal <em>de gustibus non est disputandum</em>), dati i vincoli esogeni di scarsità. L’agire economico viene così concepito secondo una dinamica di impulso-risposta basata su incentivi, ai quali gli agenti economici rispondono sempre calcolando. In tal senso, in questa struttura teorica, non si fa, a rigore, riferimento alla fiducia, ma al rischio.</p>



<p>Il libro si interroga, nella sezione introduttiva e poi nella parte conclusiva, sulla razionalità delle scelte che hanno portato Donald Trump alla Presidenza degli USA, sgombrando il campo dalla teoria del ‘pazzo al potere’. Non è, tuttavia, un testo strettamente su Trump, sugli effetti dei dazi, sulle cause delle guerre in corso o sul disordine globale attuale. La gran parte della trattazione – accessibile anche ai non addetti ai lavori – riguarda il dibattito macroeconomico fra neoclassici e keynesiani e attiene alla formazione delle aspettative, alla funzione degli investimenti e dei consumi, al commercio estero, al ruolo delle politiche fiscali e monetarie.</p>



<p>Togati ritiene che Trump non sia un “asteroide” e che, pure a fronte di consolidate opinioni nell’ambito dell’orientamento dominante, sia impossibile e sostanzialmente anche indesiderabile tornare alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta; delle cui storture l’attuale Presidente USA è appunto, secondo l’autore, la massima espressione. L’emergere di Trump nella scena politica statunitense viene ricondotto da Togati a una crisi di sfiducia. Su questo tema, l’autore sposta correttamente l’attenzione su uno dei fondamentali <em>discrimen</em> fra l’approccio neoclassico e quello keynesiano, laddove quest’ultimo – soprattutto nella tematizzazione degli <em>animal spirits</em> – considera le fondamentali decisioni economiche come dominate da un&#8217;incertezza radicale, per sua natura non misurabile. E, infatti, la teoria economica dominante tende a presentarsi come scienza per sua natura assiomatica.</p>



<p>Il tema posto da Togati, con particolare riferimento al nesso fiducia-crescita, si presta ad alcune considerazioni che richiamano il fatto che la produzione politica di sfiducia da parte di Trump sia parte di un progetto ideologico di estremizzazione delle connotazioni liberali e liberiste dell’economia e della società statunitense.</p>



<ol type="1"><li>Sebbene la gran parte degli economisti abbiano sostanzialmente sempre pensato che la fiducia istituzionale sia un fondamentale presupposto per il corretto funzionamento di un sistema economico, il modello di Trump sposta l’angolo visuale sulla fiducia privata – al <em>deal</em> – ovvero all’accordo fra privati, nel quale il più abile riesce a ottenere il massimo tornaconto. In questo schema, l’apparato delle norme formali conta sempre meno, spingendo il sistema a un grado di deregolamentazione che probabilmente non si è mai conosciuto prima. Ciò potrebbe dar conto del superamento dei dispositivi che hanno governato, negli ultimi decenni, l’ordine internazionale (si pensi, all’estremo, all’idea dell’acquisto della striscia di Gaza da impiegare per fini turistici).</li><li>L’incessante delegittimazione degli organi di stampa – e la continua produzione di <em>fake news</em> – sembra essere funzionale a far diventare la parola del leader l’unica fonte di discernimento fra ciò che è vero e ciò che è falso.</li></ol>



<p>Per quanto possa apparire paradossale, la scommessa di Trump è ripristinare in pieno l’egemonia americana – e far fronte alla deindustrializzazione prodotta negli anni della globalizzazione – proprio mediante il ricorso alla produzione politica di incertezza e della correlata sfiducia. Ciò sia sul piano interno, sia sul piano esterno. In politica interna, lo smantellamento del settore pubblico – descritto come sola fonte di inefficienza (si pensi al piano <em>Schedule F</em>) – dovrebbe servire a stimolare gli investimenti privati, a ragione dei minori costi di produzione e della minore burocrazia. Per quanto attiene alla politica internazionale, il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Steven Miran, consigliere di Trump, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera USA. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno &#8211; gli shock geopolitici che i conflitti producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni. Ciò per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, può spingere le imprese statunitensi a tornare in patria. A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il c.d. <em>“friend-shoring”</em> – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in Paesi politicamente non ostili.</p>



<p>Il testo di Togati consente di cogliere un fondamentale rischio associato a questa strategia: il continuo cambiamento delle regole del gioco, attuato mediante i canali social direttamente gestiti dalla Presidenza USA, può facilmente dar luogo a un crollo degli investimenti per effetto del deterioramento degli <em>animal spirits</em> e, dunque, come conseguenza proprio del venir meno del patto istituzionale della fiducia.</p>
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		<title>Demografia, patrimonio abitativo e illiquidità immobiliare: una lettura keynesiana del mercato residenziale italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/pietro-pagliarulo/">Pietro Pagliarulo</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/guido-tortorella-esposito/">Guido Tortorella Esposito</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 23:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 32 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
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		<category><![CDATA[studenti fuori sede]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mercato residenziale italiano viene spesso analizzato attraverso due chiavi: la scarsità dell'offerta nelle aree urbane più dinamiche e la crescita dei prezzi delle abitazioni. Questa lettura coglie un aspetto reale del problema, ma rischia di oscurarne la dimensione storico-distributiva. Il presente articolo propone un’interpretazione keynesiana, corredata dall’analisi di un indicatore, studiato con metodo cliometrico, della crisi abitativa italiana come crisi di giustizia sociale e di accesso allo spazio urbano. L’Italia dispone di un ampio stock residenziale, detenuto in larga misura dalle famiglie e assunto nel secondo dopoguerra come forma di welfare patrimoniale; tuttavia, tale patrimonio è sempre meno coerente con una struttura demografica segnata dall’invecchiamento, da famiglie più piccole, dall’aumento delle persone sole e da una forte polarizzazione territoriale. Nelle città attrattive, questa rigidità si traduce in esclusione: i redditi da lavoro, quelli degli studenti e le condizioni delle fasce sociali più deboli non riescono più a sostenere il costo dell’abitare. La rendita immobiliare, le locazioni brevi, l’investimento patrimoniale e la trasformazione turistica o finanziaria dello stock residenziale producono un progressivo svuotamento sociale delle porzioni centrali e semicentrali della città. Il contributo propone inoltre un Indice di Liquidità Abitativa Sociale (ILAS), la cui prima stima nazionale sperimentale restituisce un valore prossimo a 56/100: un risultato che indica non la scarsità assoluta di case, ma l’insufficiente capacità del patrimonio residenziale di tradursi in un effettivo accesso all’abitazione. In questa prospettiva, la questione della casa non riguarda soltanto la quantità di abitazioni, ma anche il diritto alla città, la mobilità sociale, la distribuzione della rendita urbana e la domanda effettiva. La casa non è considerata solo come bene patrimoniale, ma anche come infrastruttura della riproduzione sociale e della mobilità del lavoro. L’illiquidità immobiliare segnala quindi un fallimento macrosociale: il risparmio immobilizzato e la rendita urbana sottraggono capacità di spesa, di investimento produttivo e di accesso alle opportunità, rendendo necessaria una politica pubblica della residenzialità intesa come forma di socializzazione dell’investimento.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>La casa come istituzione patrimoniale e come frattura sociale</h5>



<p>La questione abitativa italiana viene solitamente descritta attraverso il lessico dell’emergenza: affitti elevati nelle grandi città, scarsità di alloggi accessibili, difficoltà degli studenti fuori sede, aumento dei prezzi nelle aree metropolitane e il peso crescente delle locazioni brevi. Tutti questi fenomeni sono reali. Tuttavia, se osservati isolatamente, rischiano di fornire una spiegazione insufficiente. L’Italia non è semplicemente un paese povero di abitazioni. È un paese in cui il patrimonio residenziale è molto ampio, ma distribuito, utilizzato e trasmesso secondo logiche storiche che oggi appaiono sempre meno coerenti con la trasformazione demografica e sociale della domanda abitativa.</p>



<p>Nel periodo 2021-2023 il patrimonio abitativo italiano ha superato i 35,6 milioni di unità. Le abitazioni occupate da residenti sono poco più di 26 milioni, pari a circa il 73% dello stock; quelle non occupate o occupate da non residenti sono circa 9,5 milioni. Nello stesso quadro, quasi tre quarti delle famiglie vivono in abitazioni di proprietà. Questi dati rendono evidente il tratto specifico del modello italiano: la casa non è soltanto un bene di consumo durevole o una merce urbana, ma una forma storica di accumulazione familiare (ISTAT, 2026).</p>



<p>Questa centralità della proprietà non può essere interpretata come mera preferenza culturale. Nel secondo dopoguerra e, poi, lungo il ciclo di crescita della seconda metà del Novecento, la casa di proprietà ha svolto una funzione di protezione sociale. In un paese caratterizzato da divari territoriali persistenti, welfare pubblico incompleto, instabilità del lavoro e debolezza del mercato delle locazioni, l’abitazione di proprietà è diventata un’assicurazione familiare, una garanzia patrimoniale, una riserva ereditaria e uno strumento di trasmissione intergenerazionale della ricchezza.</p>



<p>Il dato patrimoniale conferma tale funzione. Alla fine del 2024, la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 11.732 miliardi di euro; l’aumento delle attività non finanziarie è stato trainato dalla componente abitazioni, cresciuta per il terzo anno consecutivo. La casa italiana, dunque, non è soltanto un bene residenziale. È una forma di welfare patrimoniale. Proprio questa funzione, tuttavia, genera una contraddizione. Il bene che ha protetto molte famiglie diventa anche un fattore di irrigidimento del sistema abitativo e di selezione sociale (Banca d’Italia e ISTAT, 2026).</p>



<p>Quando l’abitazione è insieme ricchezza, memoria familiare, garanzia, eredità e bene rifugio, la sua disponibilità alla vendita o alla locazione non dipende soltanto dal prezzo di mercato. Dipende dai vincoli successori, dalle aspettative patrimoniali, dai regimi fiscali, dalle relazioni familiari, dai costi di ristrutturazione e dalla geografia dei legami sociali. Qui si colloca il primo nucleo della questione: l’Italia non presenta soltanto una disuguaglianza tra proprietari e inquilini, ma una frattura più profonda tra famiglie dotate di patrimonio immobiliare trasmissibile e famiglie costrette ad accedere al mercato senza capitale ereditato.</p>



<p>In questo senso, la crisi abitativa contemporanea è anche una crisi della mobilità sociale. La casa protegge chi la possiede, ma può escludere chi ne resta fuori. La disuguaglianza abitativa non è soltanto l’effetto di canoni troppo elevati; è il risultato di una lunga sedimentazione storica in cui la sicurezza abitativa è stata privatizzata all’interno della famiglia proprietaria. Finché i prezzi delle case e degli affitti restano proporzionati ai redditi da lavoro, questa privatizzazione può apparire socialmente sostenibile. Quando invece i costi dell’abitare crescono più rapidamente dei redditi, essa diventa un meccanismo di esclusione.</p>



<h5>Demografia, accesso e diritto alla città</h5>



<p>La trasformazione demografica rende questa tensione ancora più evidente. Le abitazioni italiane sono il prodotto di una lunga storia di accumulazione materiale, fiscale e familiare; la domanda abitativa, invece, cambia rapidamente. Secondo le previsioni dell&#8217;ISTAT, la popolazione residente è destinata a diminuire nel medio-lungo periodo, mentre aumenterà il peso relativo della popolazione anziana. Il cambiamento più rilevante, però, riguarda la struttura dei nuclei familiari. Le persone sole, pari a 9,7 milioni nel 2024, sono previste in aumento fino a 11 milioni nel 2050; tra queste, gli ultrasessantacinquenni soli passerebbero da 4,6 a 6,5 milioni. La dimensione media familiare dovrebbe scendere da 2,21 componenti nel 2024 a 2,03 nel 2050, mentre le coppie con figli diminuirebbero in modo significativo (ISTAT, 2025).</p>



<p>Questi dati modificano radicalmente il modo in cui occorre leggere il mercato immobiliare. Uno stock abitativo formatosi in una fase storica di nuclei più numerosi, maggiore stabilità territoriale e più forte centralità della famiglia con figli deve ora confrontarsi con una popolazione più anziana, più sola e più frammentata. Cresce la domanda di abitazioni piccole, accessibili, vicine ai servizi sanitari e sociali, servite dal trasporto pubblico e meno onerose nella gestione. Ma una parte rilevante dello stock esistente è composta da abitazioni grandi, ereditate, sottoutilizzate, situate in territori a domanda debole o inadatte alle esigenze di una popolazione anziana.</p>



<p>La condizione abitativa degli anziani è particolarmente rilevante. Nel 2023 le famiglie composte esclusivamente da persone di almeno 65 anni erano quasi 6,9 milioni, pari a circa un quarto delle famiglie italiane. Oltre l’83% delle famiglie composte solo da anziani vive in una casa di proprietà, una quota molto superiore alla media nazionale. Tale dato non va letto in modo univoco. Da un lato, la proprietà della casa garantisce stabilità e protezione in età avanzata. Dall’altro, può generare immobilità abitativa: molti anziani rimangono in abitazioni divenute troppo grandi, costose da riscaldare, difficili da mantenere o lontane dai servizi (ISTAT, 2024).</p>



<p>Non si tratta, evidentemente, di sostenere politiche che inducano gli anziani a lasciare la propria casa. Una simile impostazione sarebbe socialmente inaccettabile. Il punto è diverso: una società che invecchia deve disporre di strumenti capaci di rendere volontaria, sicura e conveniente la riallocazione abitativa, quando questa corrisponde a un bisogno reale. In assenza di tali strumenti, la casa continua a svolgere una funzione di protezione individuale, ma il sistema abitativo nel suo complesso diventa meno adattabile.</p>



<p>Questa rigidità demografica si affianca alla polarizzazione territoriale. Le città attrattive concentrano università, lavoro qualificato, servizi, mobilità, funzioni direzionali, turismo e capitale immobiliare. Le aree interne e molti territori periferici perdono invece popolazione giovane, servizi e una domanda stabile. La demografia nazionale può essere stagnante o in declino, ma la domanda abitativa locale può aumentare in modo significativo in alcune città. È per questo che i prezzi possono crescere anche in un paese che perde popolazione: non è la quantità aggregata di abitanti a determinare la pressione abitativa, ma la geografia selettiva delle opportunità.</p>



<p>La questione dell’accesso all’abitazione diventa dunque una questione di diritto alla città. Se studenti, giovani lavoratori, famiglie monoreddito, insegnanti, lavoratori dei servizi, migranti e anziani a basso reddito sono progressivamente espulsi dalle aree centrali e semicentrali, la città perde la propria composizione sociale. Non è soltanto un problema di mercato; è un problema di cittadinanza. L’abitare vicino ai servizi, alle università, ai luoghi di lavoro e alle reti di trasporto offre la concreta possibilità di studiare, lavorare, curarsi e partecipare alla vita urbana.</p>



<h5>Milano come caso-limite: rendita, studenti e svuotamento residenziale</h5>



<p>Milano costituisce oggi il laboratorio più visibile di questa contraddizione. La città è al tempo stesso il principale polo italiano dell’attrazione economica e universitaria e uno dei mercati residenziali meno accessibili per chi dispone esclusivamente di reddito da lavoro. Non è un caso che gli studi dell’Osservatorio Casa Abbordabile, promosso in collaborazione con il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, si siano incentrati proprio sul rapporto tra redditi, salari e costi dell’abitare. Nel terzo rapporto OCA, presentato nel 2026, si osserva che la forbice tra redditi/salari e costi abitativi continua ad allargarsi e che il fenomeno riguarda non soltanto la città amministrativa, ma l’intera regione urbana milanese (Politecnico di Milano, 2026).</p>



<p>I dati sono eloquenti. Nel 2024, secondo la sintesi del Politecnico di Milano sul rapporto OCA, i prezzi di compravendita a Milano crescono dell’8,5% rispetto all’anno precedente e i canoni di locazione del 6,8%, mentre i salari medi aumentano del 4,2%; la crescita è ancora più contenuta per le categorie di dipendenti privati definite dall’INPS come “operai” e “impiegati”. Il canone medio ponderato dei nuovi contratti di locazione registrati dall’Agenzia delle Entrate passa da 189 a 201 euro al metro quadrato annuo. L’effetto distributivo è chiaro: abitare a Milano dipende sempre meno dal reddito da lavoro e sempre più dal possesso di patrimonio, dall’aiuto familiare o dalla capacità di accedere a rendite pregresse.</p>



<p>La questione studentesca rende questa frattura ancora più evidente. Secondo l’Unione degli Universitari, richiamando dati di Immobiliare.it Insights, nel 2025 il prezzo medio nazionale di una stanza singola sarebbe salito da 461 a 613 euro mensili in un anno, mentre Milano guiderebbe la classifica con una media di 732 euro per stanza singola. Anche assumendo cautela rispetto alla natura delle fonti e alla forte variabilità locale dei canoni, il dato indica una tendenza difficilmente contestabile: per una parte crescente degli studenti fuori sede, il diritto allo studio è condizionato dal mercato immobiliare privato. La selezione universitaria non passa più soltanto dal merito o dal reddito familiare, ma anche dalla possibilità di sostenere un canone in una città ad alta rendita (UDU, 2025; RaiNews, 2025).</p>



<p>In questo senso, la casa diventa un filtro sociale dell’istruzione. Gli studenti privi di patrimonio familiare, di un sostegno economico stabile o di reti locali sono spinti verso soluzioni periferiche, come il pendolarismo forzato, le coabitazioni sovraffollate o la rinuncia. La crisi abitativa studentesca non è quindi un fenomeno secondario rispetto al mercato residenziale; ne rappresenta una delle espressioni più nette. Essa mostra come lo spazio urbano attrattivo possa trasformare un’opportunità collettiva – l’università, il lavoro, la mobilità sociale – in un privilegio condizionato dalla rendita.</p>



<p>A questa dinamica si aggiunge il ruolo delle locazioni brevi e della trasformazione turistica dello stock residenziale. Il punto non è demonizzare ogni forma di affitto breve, né ignorare il reddito che tale mercato può generare per piccoli proprietari e operatori locali. Una lettura cliometrica deve evitare semplificazioni morali. Tuttavia, quando la locazione breve diventa una destinazione sistematica dello stock abitativo, soprattutto nelle aree centrali e semicentrali, essa modifica la funzione sociale della casa. L’abitazione non è più prevalentemente un’infrastruttura residenziale, bensì un’unità di rendimento temporaneo.</p>



<p>Il Rapporto Federproprietà-Censis del 2025, basato su dati di Inside Airbnb, indica per Milano 18.384 annunci di affitti brevi della durata fino a 30 giorni, con una quota molto elevata di interi appartamenti e una presenza significativa di host con più annunci. La concentrazione massima si registra nel Centro Storico, con 35 annunci per 1.000 residenti, seguita da aree come Stazione Centrale-Greco-Crescenzago e Porta Genova-Giambellino-Lorenteggio. Il dato segnala una pressione selettiva sulle zone più accessibili, servite e simbolicamente centrali della città (Censis, 2025).</p>



<p>Qui lo svuotamento residenziale non va inteso soltanto come una semplice perdita numerica di abitanti. È anche una trasformazione qualitativa del tessuto urbano. Quando una quota crescente di abitazioni è orientata al turismo, all’investimento o alla locazione transitoria, il quartiere cambia funzione. Si riduce la stabilità della popolazione, si indeboliscono le relazioni di prossimità, cambiano le economie di vicinato, cresce la pressione sui canoni ordinari e si restringe lo spazio disponibile per le famiglie a reddito medio-basso, gli studenti e i lavoratori dei servizi. La città resta piena, ma può svuotarsi socialmente.</p>



<p>È significativo che la 24ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano, dedicata alle disuguaglianze, abbia incluso il progetto “Lo spazio delle disuguaglianze. Ambiente, mobilità e cittadinanze”, curato dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani e da CRAFT del Politecnico di Milano. La scheda ufficiale dell’esposizione parla esplicitamente della mancanza di un pieno diritto di cittadinanza, dovuta a processi di esclusione da case e servizi; i temi sono affrontati sia a scala globale sia a quella dell’area metropolitana milanese. L’installazione comprende un plastico dell’area milanese, accompagnato dalla proiezione di dati, e un modello fisico realizzato anche tramite stampa 3D. Il valore di tale dispositivo non è meramente espositivo: guardare Milano dall’alto significa rendere visibile la geografia materiale dell’accesso diseguale alla casa, ai servizi e alla mobilità (Triennale Milano, 2025).</p>



<p>Quella rappresentazione ha una forza particolare perché sottrae il problema abitativo alla percezione individuale. L’affitto troppo alto dello studente, la stanza sovraffollata, il lavoratore espulso dal centro, la famiglia costretta a spostarsi sempre più lontano, l’anziano che resta in una casa inadatta non sono episodi separati. Sono punti della stessa mappa. La città attrattiva genera crescita, ma distribuisce in modo diseguale i costi della propria attrattività. La rendita urbana si appropria di una quota crescente dei benefici della concentrazione, mentre i costi vengono scaricati sui soggetti con minore potere contrattuale.</p>



<h5>Un&#8217;impostazione keynesiana: casa, domanda effettiva e socializzazione dell’investimento</h5>



<p>Una lettura keynesiana consente di precisare ulteriormente la natura economico-politica della crisi abitativa. Nel quadro della Teoria generale, il livello dell’attività economica non è determinato automaticamente dalla flessibilità dei prezzi, bensì dalla domanda effettiva, dalle aspettative e dalla propensione all’investimento. Trasposta al mercato residenziale, questa impostazione implica che la casa non possa essere trattata come una merce qualunque: essa condiziona la capacità delle famiglie di consumare, studiare, lavorare, formarsi e partecipare alla vita urbana. Quando una quota crescente del reddito corrente viene assorbita da mutui, canoni e costi di trasporto, la domanda effettiva disponibile per il resto dell’economia si riduce e la città attrattiva diventa un dispositivo di redistribuzione regressiva della rendita (Keynes 1936).</p>



<p>Il punto keynesiano non consiste nel negare il ruolo dei prezzi relativi, ma nel rifiutare l’idea che il solo aggiustamento di mercato produca spontaneamente un equilibrio socialmente desiderabile. Nel settore abitativo, l’offerta reagisce lentamente perché dipende da suolo, regolamentazione urbanistica, tempi di costruzione, credito, aspettative di rivalutazione e convenienze patrimoniali. La domanda, invece, è spesso rigida: studenti, lavoratori, anziani e famiglie devono abitare in prossimità di servizi e opportunità. Ne deriva un assetto in cui il prezzo non equilibra soltanto domanda e offerta, ma seleziona socialmente l’accesso allo spazio urbano.</p>



<p>In questa prospettiva, la rendita urbana può essere intesa come una forma di appropriazione privata dei benefici collettivamente prodotti. Università, trasporti, ospedali, investimenti pubblici, infrastrutture culturali e la concentrazione di lavoro qualificato aumentano l’attrattività di alcune aree; tuttavia, una parte rilevante di tale valore viene capitalizzata nei prezzi degli immobili e nei canoni di locazione. La città keynesiana è dunque attraversata da una tensione: la spesa pubblica e le economie di agglomerazione accrescono la capacità produttiva e sociale del territorio, ma la rendita immobiliare può catturarne i frutti, riducendo l’accessibilità per i soggetti che rendono possibile quella stessa vitalità urbana.</p>



<p>Il nesso tra abitazione e incertezza è altrettanto centrale. In Keynes, l’investimento dipende da aspettative incerte, da convenzioni e dalla preferenza per la liquidità. Nel mercato immobiliare italiano, la casa spesso funge da bene rifugio: assorbe il risparmio familiare, protegge dalla precarietà e offre una garanzia patrimoniale in un contesto percepito come instabile. Tuttavia, questa razionalità microeconomica produce un effetto macroeconomico ambiguo: l’accumulazione immobiliare difensiva può sottrarre risorse all’investimento produttivo, irrigidire la mobilità del lavoro e trasformare l’abitazione in un deposito di valore più che in un’infrastruttura di cittadinanza (Minsky 1986; Kregel 1980).</p>



<p>Da qui discende l’attualità della nozione keynesiana di socializzazione dell’investimento. Essa non deve essere intesa come sostituzione integrale del mercato, ma come orientamento pubblico delle decisioni di investimento quando gli esiti spontanei producono disoccupazione, sottoutilizzo delle risorse o squilibri distributivi persistenti. Applicata alla casa, tale nozione suggerisce che studentati accessibili, edilizia residenziale pubblica e cooperativa, rigenerazione dello stock vuoto, fiscalità selettiva sugli usi improduttivi e garanzie per la locazione stabile non siano meri interventi assistenziali, bensì strumenti di politica macroeconomica e territoriale.</p>



<p>La crisi abitativa può quindi essere interpretata come un problema di domanda effettiva territorialmente compressa. Il caro casa riduce il reddito disponibile dei ceti medi e popolari, ostacola la mobilità verso i luoghi della formazione e del lavoro, aumenta il pendolarismo, ritarda l’autonomia giovanile e amplifica la dipendenza dal patrimonio familiare. In termini keynesiani, ciò produce un moltiplicatore negativo: il reddito che avrebbe potuto alimentare consumi locali, capitale umano e investimenti sociali viene trasferito verso rendite patrimoniali, spesso con una minore propensione al consumo e una maggiore propensione all’accumulazione finanziaria o immobiliare.</p>



<p>L’integrazione tra cliometria e impostazione keynesiana consente pertanto di passare da una diagnosi descrittiva a un’ipotesi verificabile. Occorre misurare non solo i prezzi, i canoni e gli stock, ma anche l’effetto del costo dell’abitare sulla domanda effettiva, sulla mobilità sociale, sulle scelte formative, sulla partecipazione al mercato del lavoro e sulla distribuzione territoriale del reddito disponibile. In tal modo, la questione abitativa diventa un terreno privilegiato per ricongiungere la storia economica, la macroeconomia keynesiana e la giustizia urbana.</p>



<h5>Illiquidità immobiliare e speculazione: una lettura cliometrica</h5>



<p>Il concetto di illiquidità immobiliare va quindi precisato. Non indica soltanto la difficoltà di vendere rapidamente un immobile. Nel caso italiano, e in particolare nelle città attrattive, esso indica la difficoltà di trasformare lo stock residenziale in abitazioni socialmente accessibili. Una casa può essere altamente liquida dal punto di vista dell’investitore – perché facilmente affittabile a breve termine, rivendibile o utilizzabile come riserva patrimoniale – e al tempo stesso illiquida dal punto di vista sociale, perché sottratta alla residenza stabile o offerta a canoni incompatibili con i redditi locali.</p>



<p>La speculazione immobiliare non va intesa soltanto come un&#8217;operazione eccezionale di grandi capitali. Essa opera anche attraverso microdecisioni diffuse e razionali: trattenere un immobile vuoto in attesa di rivalutazione, preferire la locazione breve a quella ordinaria, frazionare gli spazi, spostare l’offerta verso canoni transitori, comprare non per abitare ma per proteggere il capitale. La somma di queste scelte produce un effetto macrosociale: riduce l’accesso all’abitazione per chi dipende dal reddito corrente.</p>



<p>Questa è la ragione per cui la crisi abitativa non può essere letta soltanto come una scarsità. In alcune aree c’è scarsità fisica dell’offerta accessibile; in altre c’è abbondanza patrimoniale ma sottoutilizzo; in altre ancora c’è elevata valorizzazione ma bassa residenzialità. L’errore consisterebbe nell’applicare la stessa politica a tutti i territori. Una politica cliometricamente fondata deve distinguere regimi diversi: città ad alta pressione e bassa accessibilità; aree interne con stock inutilizzato e domanda debole; territori turistici con forte concorrenza tra residenza e rendita; province intermedie segnate dall&#8217;invecchiamento proprietario e da bassa rotazione.</p>



<p>In questa prospettiva, si può proporre un indicatore territoriale della liquidità immobiliare, demografica e sociale. Esso dovrebbe combinare il rapporto tra compravendite e stock abitativo, la quota di abitazioni non occupate, l’incidenza della popolazione anziana, la quota di persone sole, la variazione della popolazione giovane-adulta, il rapporto tra canoni e redditi disponibili, la presenza di locazioni brevi e l’offerta di alloggi per studenti o a canone accessibile. L’obiettivo non è produrre una classifica astratta, ma misurare la capacità effettiva di un territorio di trasformare il patrimonio immobiliare in diritto all’abitare.</p>



<p>In chiave keynesiana, tale indicatore deve essere affiancato da variabili capaci di cogliere gli effetti macroeconomici e distributivi dell’abitare: quota del reddito assorbita da canone, mutuo e trasporto; reddito disponibile residuo; propensione al consumo dei nuclei in affitto; incidenza della rendita immobiliare sul valore aggiunto urbano; quota degli investimenti pubblici e cooperativi in residenzialità; variazione della mobilità studentesca e lavorativa in rapporto ai costi abitativi. Un modello panel territoriale o una serie storica locale potrebbe stimare se l’aumento del rapporto canone/reddito comprime i consumi, le iscrizioni universitarie fuori sede, la mobilità del lavoro e la formazione di nuovi nuclei familiari. In questo modo, la casa diventa non solo variabile patrimoniale, ma anche variabile keynesiana della domanda effettiva e della capacità sociale.</p>



<h5>Una prima stima nazionale dell’Indice di Liquidità Abitativa Sociale</h5>



<p>Per rendere verificabile questa ipotesi si propone una prima applicazione nazionale dell’Indice di Liquidità Abitativa Sociale (ILAS). L’indice non misura la liquidità finanziaria dell’immobile, cioè la facilità con cui esso può essere compravenduto, ma la liquidità sociale del patrimonio abitativo: la capacità di trasformare lo stock residenziale esistente in accesso effettivo all’abitazione per famiglie in affitto, studenti fuori sede, giovani lavoratori, anziani soli e soggetti privi di patrimonio immobiliare ereditato. Il valore è espresso su una scala 0-100: un valore elevato indica una maggiore capacità sociale di riallocazione dello stock; un valore basso segnala illiquidità sociale, cioè la presenza di patrimonio abitativo non adeguatamente convertibile in diritto all’abitare.</p>



<p>La versione sperimentale dell’indice combina sei dimensioni normalizzate tra 0 e 1: quota di abitazioni occupate da residenti, intensità del mercato immobiliare, accessibilità economica, copertura abitativa studentesca, compatibilità demografica e pressione della patrimonializzazione immobiliare. La forma operativa può essere scritta come segue:</p>



<p><em>ILAS = 100 × [0,20 S_stock + 0,15 S_mercato + 0,25 S_accessibilità + 0,15 S_studenti + 0,15 S_demografia + 0,10 S_patrimonio]</em></p>



<p>I pesi sono attribuiti secondo un criterio teorico-normativo. Il peso maggiore è attribuito all’accessibilità economica, poiché un sistema abitativo può essere formalmente abbondante e persino vivace nelle compravendite, ma restare socialmente illiquido se canoni, mutui, utenze e costi di trasporto assorbono una quota eccessiva del reddito disponibile. Seguono lo stock effettivamente utilizzato, la mobilità del mercato, la copertura abitativa studentesca e la compatibilità demografica. La patrimonializzazione immobiliare riveste un peso più contenuto non perché sia marginale, bensì perché agisce come condizione storico-istituzionale di fondo più che come indicatore immediato dell’accesso abitativo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="906" height="373" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/07/image-1.png" alt="" class="wp-image-15532" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/07/image-1.png 906w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/07/image-1-300x124.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/07/image-1-768x316.png 768w" sizes="(max-width: 906px) 100vw, 906px" /></figure>



<p>Per la prima stima nazionale sono stati utilizzati dati istituzionali recenti. L’ISTAT segnala, per il periodo 2021-2023, oltre 35,6 milioni di abitazioni e una quota di abitazioni occupate da residenti pari a circa il 73%. L’Agenzia delle Entrate-OMI misura l’intensità del mercato immobiliare attraverso l’IMI; nella stima si assume un valore nazionale intorno al 2,20% e lo si normalizza rispetto a una soglia teorica del 4%, pari a una rotazione media dello stock ogni venticinque anni. La soglia del 4% non è un parametro ufficiale, ma una convenzione prudenziale: serve a distinguere una condizione di forte rigidità patrimoniale da una maggiore capacità di riallocazione nel tempo.</p>



<p>Per l’accessibilità economica si utilizza il tasso di sovraccarico dei costi abitativi di Eurostat, definito come la quota della popolazione che vive in famiglie in cui i costi abitativi superano il 40% del reddito disponibile. La normalizzazione assume come soglia critica il 20% della popolazione in sovraccarico: anche in questo caso non si tratta di una soglia istituzionale, bensì di un parametro metodologico prudenziale. Per la componente studentesca, il fabbisogno viene stimato moltiplicando gli idonei DSU nei corsi di laurea per la quota di borsisti fuori sede; i posti alloggio DSU e Atenei disponibili al 1° novembre 2024, pari a 44.686 posti di gestione regionale e 6.389 posti di gestione degli Atenei, coprono circa il 43% di tale fabbisogno stimato. La proxy è prudente, perché considera solo il fabbisogno DSU e non l’intera platea degli studenti fuori sede presenti nelle città universitarie.</p>



<p>Le componenti demografiche e patrimoniali incorporano due rigidità strutturali. La prima assume come riferimento la quota di famiglie composte esclusivamente da anziani, pari al 25,9% secondo l’ISTAT, e la normalizza rispetto a una soglia teorica del 40%, che indica una condizione in cui l’invecchiamento della struttura familiare diventa un fattore sistemico di rigidità abitativa. La seconda considera il peso delle abitazioni sulla ricchezza lorda delle famiglie, pari al 44,3%, normalizzato rispetto a una soglia teorica del 60%, oltre la quale la casa tende a diventare la forma dominante della ricchezza familiare e quindi un bene rifugio più che un&#8217;infrastruttura sociale.</p>



<p>Applicando questi valori, la stima sperimentale restituisce:</p>



<p><em>ILAS <sub>Italia</sub> = 100 × [0,20(0,73) + 0,15(0,55) + 0,25(0,75) + 0,15(0,429) + 0,15(0,352) + 0,10(0,262)] ≈ 55,9/100</em></p>



<p>Il risultato, arrotondabile a 56/100, non indica una crisi assoluta di quantità. Descrive una condizione intermedia ma fragile: l’Italia possiede molte case, conserva una quota elevata di abitazioni occupate da residenti e mostra, a livello nazionale, un sovraccarico abitativo inferiore alla media europea. Tuttavia, la bassa rotazione del mercato, la centralità patrimoniale della casa, l’insufficiente copertura abitativa per gli studenti fuori sede e il disallineamento tra stock e nuova struttura demografica riducono la capacità del sistema di trasformare il patrimonio residenziale in un accesso effettivo all’abitazione. L’ILAS conferma dunque l’ipotesi di fondo: la crisi abitativa italiana non è soltanto una crisi di offerta, ma anche una crisi di riallocazione sociale dello spazio residenziale.</p>



<p>Il pieno valore cliometrico dell’indice emergerà, tuttavia, solo nell’applicazione territoriale. Una stima regionale, provinciale o comunale consentirebbe di distinguere tra città ad alta pressione abitativa, aree interne con stock vuoto, territori turistici con concorrenza tra residenza e rendita e province caratterizzate dall&#8217;invecchiamento della proprietà. In una versione panel, l’indice potrebbe essere stimato nel tempo mediante variabili standardizzate: IMI, quota di abitazioni occupate, rapporto canone/reddito, stock vuoto, sovraccarico abitativo e rapporto tra posti letto accessibili e studenti fuori sede. L’obiettivo non sarebbe produrre una classifica amministrativa, ma costruire una mappa storica della capacità sociale dei territori di convertire la ricchezza immobiliare in diritto all’abitare.</p>



<p>La dimensione cliometrica del paper consiste proprio in questo passaggio: non limitarsi a denunciare il caro casa, ma collocarlo all&#8217;interno di una traiettoria storica e di una base empirica verificabile. La casa di proprietà come welfare familiare, la crescita della ricchezza immobiliare, l’invecchiamento, la riduzione della dimensione familiare, la polarizzazione urbana, le locazioni brevi e la difficoltà degli studenti non sono fenomeni separati. Sono segmenti di una stessa trasformazione: il passaggio da una società in cui la casa stabilizzava il compromesso sociale a una in cui l’accesso alla casa diventa uno dei principali meccanismi di selezione.</p>



<h5>Rendere liquido senza finanziarizzare</h5>



<p>La conclusione politica non è che il mercato immobiliare debba essere semplicemente liberalizzato o reso più appetibile agli investitori. Sarebbe una conclusione sbagliata. Rendere più liquido il patrimonio abitativo non significa trasformare la casa in una mera merce finanziaria. Significa, al contrario, aumentare la capacità dello stock esistente di tornare a svolgere una funzione residenziale, sociale e territoriale.</p>



<p>Questa distinzione è essenziale. La finanziarizzazione aumenta quando l’immobile è trattato principalmente come veicolo di rendimento, di estrazione turistica o di conservazione patrimoniale. La liquidità sociale aumenta quando una casa sottoutilizzata viene rimessa in affitto stabile, quando un anziano può scegliere di trasferirsi in un’abitazione più adatta senza perdere sicurezza, quando un immobile ereditato viene riattivato, quando le aree interne recuperano patrimonio abitativo collegandolo a servizi, lavoro e mobilità, quando la fiscalità favorisce l’uso residenziale e non la semplice immobilizzazione patrimoniale.</p>



<p>Da questo punto di vista, le politiche abitative non possono più limitarsi a sostenere la proprietà o a incentivare genericamente la nuova costruzione. Servono strumenti capaci di distinguere i contesti. Nelle città attrattive, occorre rafforzare l’offerta di locazioni stabili e accessibili, regolare gli usi turistici nelle aree sature, aumentare l’offerta pubblica e cooperativa, vincolare una parte delle trasformazioni urbane alla residenzialità sociale e studentesca. Nei territori a bassa domanda, occorre invece riattivare lo stock vuoto attraverso servizi, infrastrutture, rigenerazione e politiche di reinsediamento. Nei contesti universitari, il diritto allo studio deve essere considerato anche come diritto all’abitare.</p>



<p>La questione degli studenti è, in questo senso, centrale. L’ampliamento degli studentati non può limitarsi a generare nuova rendita privata sotto forma di residenze costose e poco accessibili. Deve essere parte di una politica pubblica della residenzialità universitaria, capace di calmierare il mercato e di sottrarre una quota della domanda studentesca alla pura competizione con famiglie, lavoratori e turisti. Senza questo intervento, l’università rischia di diventare territorialmente selettiva: aperta formalmente, ma materialmente accessibile solo a chi può pagare la città.</p>



<p>La stessa fiscalità immobiliare dovrebbe essere ripensata in funzione dell’uso sociale dello stock. Un’abitazione tenuta vuota, un immobile destinato stabilmente alla locazione breve in un’area satura, una casa ereditata e lasciata inattiva, una residenza affittata con contratti transitori ripetuti non generano gli stessi effetti sociali di un affitto stabile a canone sostenibile. La neutralità fiscale tra usi diversi dello stesso bene favorisce spesso l’uso a maggiore rendimento privato, non quello a maggiore utilità sociale.</p>



<p>La politica abitativa, in una prospettiva keynesiana, deve perciò essere interpretata come politica anticiclica e strutturale insieme. Anticiclica, perché gli investimenti pubblici in residenzialità, il riuso dello stock e i servizi di prossimità attivano l’occupazione, le filiere edilizie, la manutenzione urbana e i consumi locali. Strutturale, perché riducono la dipendenza dell’accesso alla città dalla ricchezza ereditata, liberano reddito disponibile, rendono più fluida la mobilità del lavoro e sostengono la formazione del capitale umano. La socializzazione dell’investimento abitativo non coincide dunque con una generica espansione edilizia, bensì con un’allocazione istituzionalmente guidata dello stock e dei nuovi investimenti verso bisogni sociali verificabili.</p>



<p>In conclusione, il mercato residenziale italiano non presenta soltanto un problema di offerta. Presenta un problema di giustizia abitativa. Lo stock abitativo è il prodotto di un’Italia più giovane, più familiare, più stanziale e più orientata alla proprietà; la domanda abitativa nasce invece da un’Italia più anziana, più sola, più diseguale e più polarizzata. Nelle città attrattive, questa frattura si traduce in espulsione: chi non eredita, non possiede, non ha sostegno familiare o non dispone di redditi elevati viene progressivamente allontanato dai luoghi in cui si concentrano opportunità, servizi e formazione.</p>



<p>L’Italia non ha soltanto bisogno di più case. Ha bisogno di rendere socialmente disponibile il patrimonio abitativo esistente e di impedire che la rendita urbana diventi il criterio principale per l&#8217;allocazione dello spazio. La liquidità immobiliare, demografica e sociale non è la velocità speculativa del capitale, bensì la capacità di una società di riallocare il proprio spazio abitativo in base ai bisogni storici della popolazione. In un paese che invecchia, perde giovani e concentra le opportunità in poche aree urbane, questa capacità diventerà una delle principali questioni di economia politica nei prossimi decenni.</p>



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<p>Unione degli Universitari &#8211; UDU (2025), <em>Affitti alle stelle: in un anno +152 euro</em>.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/demografia-patrimonio-abitativo-e-illiquidita-immobiliare-una-lettura-keynesiana-del-mercato-residenziale-italiano/">Demografia, patrimonio abitativo e illiquidità immobiliare: una lettura keynesiana del mercato residenziale italiano</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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		<title>Prezzi all’importazione, propagazione dell&#8217;inflazione e distribuzione: evidenze e politiche</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/prezzi-allimportazione-propagazione-dellinflazione-e-distribuzione-evidenze-e-politiche/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=prezzi-allimportazione-propagazione-dellinflazione-e-distribuzione-evidenze-e-politiche</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/davide-romaniello/">Davide Romaniello</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/antonella-stirati/">Antonella Stirati</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 09:51:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I recenti eventi geopolitici e gli shock dei prezzi dei combustibili faranno ripartire l'inflazione. Ne analizziamo gli effetti da una prospettiva di inflazione da costi, sulla scorta dei contributi di Stirati (2001) e di Romaniello e Stirati (2024), con particolare attenzione agli effetti distributivi. Questo quadro mostra come gli aumenti dei costi degli input importati possano generare una inflazione che ha una certa persistenza, anche in assenza di variazioni dei salari nominali o dei margini delle imprese e della loro profittabilità. L'esperienza italiana dell’episodio inflazionistico del 2021-2023 è utile per mostrare la propagazione degli shock energetici attraverso le reti produttive e mettere in luce gli aumenti dei margini di profitto verificatisi specificamente nel settore dell’energia. La recente volatilità dei prezzi energetici e le valutazioni della BCE (2026) confermano la perdurante rilevanza di questi canali. L’esperienza precedente e la comparazione internazionale suggeriscono di agire attraverso la regolazione dei prezzi dell’energia e, nel medio-lungo periodo, attraverso investimenti per un affrancamento dalle fonti energetiche importate</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h5>Introduzione</h5>



<p>I recenti aumenti dei prezzi dei combustibili hanno riacceso in Europa i timori di un&#8217;inflazione trainata dai costi, alimentati dall&#8217;acuirsi delle tensioni geopolitiche. La BCE, dal canto suo, ha avvertito che questi shock incidono non soltanto direttamente tramite i costi dell&#8217;energia, ma anche attraverso effetti indiretti e di secondo impatto sui prezzi (Lagarde, 2026). I dati statunitensi confermano questo quadro: l&#8217;inflazione resta al di sopra dell&#8217;obiettivo a causa della lentezza degli spillover settoriali (Ho, 2026). Quanto sta avvenendo in Italia &#8211; fortemente dipendente dalle importazioni di energia per circa il 75% del suo fabbisogno – ricorda l&#8217;impennata del 2021-2023, quando gli shock sulle fonti importate, nonostante l’anemica crescita dei salari, hanno alimentato pressioni inflazionistiche persistenti. Le recenti osservazioni del FOMC <a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a> (marzo 2026) sottolineano preoccupazioni analoghe: gli shock dei prezzi dell&#8217;energia generano una trasmissione ritardata, in particolare attraverso i canali manifatturieri (Powell, 2026). Il FMI (Kammer, 2026) prevede un tasso di inflazione nell&#8217;UE del 5% entro il 2027, rafforzando l&#8217;idea che tali pressioni possano rivelarsi durevoli. Sulla stessa linea, anche il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta <a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>, ha paventato il rischio di un’inflazione al 6% nel caso in cui il conflitto non terminasse.</p>



<p>In questo contributo riprendiamo l’analisi sviluppata in Romaniello e Stirati (2024) per riflettere sul probabile impatto degli shock odierni, ponendo l&#8217;accento sui canali da costi e sugli attesi effetti distributivi. Le impennate dei prezzi degli input importati innescano un processo inflazionistico attraverso la propagazione lungo le catene produttive, anche senza che intervengano spirali salari-prezzi o aumenti dei mark-up delle imprese. Le quote settoriali e aggregata dei profitti aumentano, e i salari reali diminuiscono, anche a profittabilità invariata (almeno fino a quando il costo dei beni importati rimane più elevato).</p>



<p>L&#8217;obiettivo di questa nota è dimostrare che tale meccanismo è rilevante anche nel contesto attuale. Il recente aumento dei prezzi dei combustibili suggerisce che le pressioni inflazionistiche possano nuovamente originare da shock di costo esterni e le risposte di policy messe in campo dal Governo &#8211; come le riduzioni temporanee delle accise o i sussidi ad alcune imprese e settori &#8211; sebbene possano attenuare l&#8217;impatto immediato sui prezzi al consumo e costi di produzione, non possono eliminare a lungo andare i meccanismi di propagazione l&#8217;inflazione. Tali misure risultano quindi molto costose per il bilancio pubblico ma poco efficaci.</p>



<p>Comprendere i meccanismi di propagazione è quindi importante per strutturare interventi di politica economica tempestivi ed efficaci. In primo luogo, distinguere tra inflazione trainata dai costi e inflazione guidata dalla domanda è essenziale per evitare risposte inadeguate. Se i costi delle importazioni e la loro propagazione dominano &#8211; come suggerisce la situazione attuale &#8211; le politiche di compressione della domanda, alti tassi di interesse, contenimento salariale, rischiano di essere al tempo stesso inefficaci e costose in termini di produzione e occupazione. Individuare i canali di propagazione dei costi è quindi importante per domare l&#8217;inflazione senza eccessivi danni macroeconomici.</p>



<p>L&#8217;attuale aumento dei prezzi dell&#8217;energia, quindi, può essere interpretato come una nuova manifestazione dello stesso meccanismo individuato per l&#8217;episodio 2021-2023, suggerendo che le pressioni inflazionistiche possano riemergere attraverso canali di trasmissione da costi analoghi. Se gli aumenti dei costi si propagano attraverso gli input intermedi, alimentando le pressioni sui prezzi mentre i salari nominali rimangono indietro, la riduzione dei salari reali si aggrava, in un contesto già estremamente deteriorato.</p>



<h5>Quadro analitico</h5>



<p>Per chiarire la trasmissione degli shock dei prezzi all&#8217;importazione, ci basiamo sul quadro analitico sviluppato in Stirati (2001) e Romaniello e Stirati (2024). Diversamente dai modelli standard che rappresentano l&#8217;economia come un settore verticalmente integrato, questo approccio tiene esplicitamente conto dei legami intersettoriali e della propagazione degli aumenti dei costi attraverso le reti produttive. Un aumento del costo degli input importati accresce i costi di produzione sia direttamente (per le imprese che utilizzano input importati) sia indirettamente, attraverso i beni intermedi scambiati tra imprese e settori. Ciò genera successivi cicli di aumenti dei costi e di aggiustamenti dei prezzi. L&#8217;impatto cumulato dello shock dipende non solo dalla sua entità, ma anche dalla struttura della produzione: la presenza di input intermedi prodotti internamente amplifica l&#8217;impulso iniziale derivante dai prezzi dei beni importati attraverso una catena di interazioni costi-prezzi. Si può mostrare che, dato un certo aumento iniziale al tempo t<sub>0</sub> del costo degli input importati pari a m, l&#8217;effetto cumulato sul livello dei prezzi sarà: <a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="295" height="103" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-10.png" alt="" class="wp-image-15506"/></figure></div>



<p>Dove <em>P</em>* è il livello dei prezzi verso cui l&#8217;economia tende a convergere come risultato di cicli successivi di aggiustamento dei prezzi alle variazioni dei costi del capitale circolante, <em>Β</em> è la frazione dei costi totali di produzione al tempo t<sub>0</sub> rappresentata dal costo degli inputs importati al momento dell&#8217;acquisto più il dato saggio di profitto applicato su di essi; analogamente <em>α</em> è la frazione dei costi totali rappresentata dagli input prodotti internamente al loro costo storico al momento dell&#8217;acquisto in t<sub>0</sub> più il saggio di profitto applicato al loro valore. Per semplicità assumiamo che tutto il capitale sia circolante e duri &#8216;un periodo&#8217;. I costi del lavoro non compaiono poiché assumiamo che non vi sia alcuna variazione dei salari nominali. Poiché per definizione <em>α</em> &lt; 1, il denominatore dell&#8217;equazione 1) agisce come un &#8216;moltiplicatore&#8217; dell&#8217;effetto dell&#8217;impulso iniziale proveniente dagli input importati (nel caso dell&#8217;Italia, sulla base dei dati contabili, il suo valore è vicino a 0,5). È importante sottolineare che questo meccanismo non richiede variazioni dei salari nominali o dei mark-up. Anche con salari nominali costanti e con un dato saggio nominale di rendimento del capitale, un aumento iniziale, una tantum, dei costi degli input importati conduce sia a un livello dei prezzi più elevato, raggiunto attraverso un processo di inflazione (gradualmente decrescente), sia a un aumento della quota dei profitti (misurata sul valore aggiunto). L&#8217;aumento della quota dei profitti riflette l&#8217;accresciuto valore del capitale circolante piuttosto che variazioni della profittabilità reale. Quando il prezzo relativo degli input intermedi aumenta, il margine operativo lordo cresce rispetto al valore aggiunto, anche se il saggio di profitto reale &#8211; valutato al costo di rimpiazzo del capitale &#8211; rimane sostanzialmente invariato o persino diminuisce. Pertanto, gli aumenti della quota dei profitti non dovrebbero essere interpretati come evidenza di margini più elevati o di maggiore profittabilità.</p>



<p>Infine, il processo di propagazione è intrinsecamente dotato di una certa persistenza. Anche quando lo shock iniziale sui prezzi all&#8217;importazione è temporaneo, gli aggiustamenti dei prezzi interni si dispiegano gradualmente a causa dei ritardi di produzione, delle rigidità contrattuali e del ricambio degli input intermedi. Di conseguenza, l&#8217;inflazione può rimanere al di sopra dell&#8217;obiettivo per un certo tempo anche dopo che l&#8217;impulso iniziale si è attenuato.</p>



<h5>Implicazioni per le recenti dinamiche e per le politiche di intervento</h5>



<p>Il quadro analitico sviluppato sopra offre una chiave di lettura utile per interpretare le recenti dinamiche dell&#8217;inflazione nelle economie avanzate. L&#8217;impennata dell&#8217;inflazione osservata nel 2021-2023, in particolare nei paesi con una forte dipendenza dall&#8217;energia importata come l&#8217;Italia, è coerente con un meccanismo da costi che origina dai prezzi all&#8217;importazione, come descritto sopra. Il forte aumento dei prezzi dell&#8217;energia e dei beni intermedi importati ha inizialmente colpito alcuni settori, ma si è successivamente propagato attraverso la struttura produttiva, generando cicli successivi di aggiustamenti dei prezzi, con i legami intersettoriali che amplificano e prolungano l&#8217;impatto dello shock iniziale.</p>



<p>Allo stesso tempo, gli aumenti dei salari nominali sono rimasti relativamente contenuti, determinando una sostanziale diminuzione dei salari reali. La dinamica salariale non ha svolto un ruolo nell&#8217;innescare il processo inflazionistico, che invece è stato l&#8217;esito di un meccanismo di propagazione innescato dai costi degli input. Questo mancato recupero dei salari nominali è proseguito anche negli anni successivi, contribuendo a un deterioramento della distribuzione del reddito che in Italia è risultato particolarmente marcato (OECD, 2025; ILO, 2025).</p>



<p>Mentre durante il precedente boom inflazionistico 2021-23 i dati da noi analizzati <em>non</em> mostrano in Italia un aumento generalizzato dei margini di profitto nel manifatturiero e nei servizi, <em>un aumento significativo dei profitti si osserva nei settori di produzione e distribuzione dell’energia</em> (Romaniello e Stirati, 2024). Questo è riconducibile al modo in cui sono regolati i prezzi dell’energia:</p>



<ol type="i"><li> il collegamento ai prezzi del gas stabiliti sul mercato olandese: il prezzo di gas ed elettricità per i clienti domestici (sia imprese sia famiglie) è allineato al TTF (Confindustria, 2023), dove i contratti futures sul gas sono negoziati prevalentemente anche da operatori puramente finanziari. Ciò espone il mercato a speculazione e forte volatilità dei prezzi;</li><li>il prezzo dell&#8217;energia sul mercato all&#8217;ingrosso europeo è determinato con il System Marginal Price. Nel fissare il prezzo dell&#8217;energia, non si tiene conto della fonte da cui è stata prodotta (rinnovabile, gas, carbone o nucleare). Alla fine dell&#8217;asta, invece, tutti gli intermediari pagano il prezzo marginale, ossia l&#8217;ultimo prezzo accettato, di solito il più alto tra quelli offerti (un meccanismo originariamente concepito per sostenere le fonti verdi)</li></ol>



<p>In questo contesto, le misure fiscali temporanee volte ad attenuare l&#8217;impatto degli shock dei prezzi dell&#8217;energia &#8211; come le riduzioni delle accise introdotte dal Governo italiano fin dalle prime settimane di marzo &#8211; possono ridurre l&#8217;impatto iniziale, ma pur essendo molto costose, non sono in grado di eliminare l’impulso iniziale e il processo di propagazione. Ciò perché, come abbiamo mostrato, in presenza di costi degli input più elevati, le pressioni inflazionistiche possono continuare attraverso successivi cicli di trasmissione dei costi. D’altra parte, la tassazione degli extra-profitti nel settore energetico, di cui tanto di discute, equivarrebbe a ‘chiudere la stalla dopo che i buoi sono già scappati’. Infatti, si ammette che in questi settori i prezzi aumentano più dei costi effettivi, facendo aumentare i profitti, ma si interviene <em>ex post </em>sui profitti invece che <em>ex ante</em> sulla formazione dei prezzi, senza quindi prevenire la propagazione dell’inflazione e la riduzione del potere d’acquisto.</p>



<p>La comparazione tra paesi mette invece in luce l&#8217;importanza degli<strong> interventi di regolazione dei prezzi</strong>. Per esempio, l’introduzione in Spagna del cosiddetto price cap vale a dire un tetto al prezzo del gas nella produzione elettrica (la cosiddetta &#8220;eccezione iberica&#8221;) ha indebolito la trasmissione degli shock dei prezzi dell&#8217;energia ai prezzi interni. Limitando il pass-through dai costi dell&#8217;energia importata ai prezzi dell&#8217;elettricità, la politica ha ridotto sia l&#8217;impulso inflazionistico iniziale sia la sua propagazione tra i settori. Nei termini del quadro analitico, tali misure agiscono non solo sulla dimensione dello shock iniziale, ma anche sulla sua trasmissione attraverso gli input intermedi. Più in generale, <em>gli interventi immediati dovrebbero mirare a un disaccoppiamento tra i prezzi del gas nel mercato europeo del gas, altamente speculativo e volatile, e i prezzi interni del gas e dell&#8217;elettricità per famiglie e imprese</em>, <em>agganciandoli ai prezzi medi effettivi di approvvigionamento. </em>Piuttosto che tassare gli extraprofitti occorre limitare la crescita dei prezzi e, visti i rischi legati alla situazione geopolitica, si potrebbe tentare di praticare una razionalizzazione dei consumi e dell’utilizzo delle scorte attraverso misure amministrative ben disegnate e focalizzate e campagne di ‘moral suasion’.</p>



<p>Inoltre, il caso spagnolo suggerisce che le politiche volte a ridurre la dipendenza dall&#8217;energia fossile importata e a limitare i meccanismi di pass-through possono attenuare sia l&#8217;impatto iniziale degli shock sia la loro propagazione. La transizione verso energia a basse emissioni di carbonio prodotta internamente può rafforzare ulteriormente questo effetto, riducendo l&#8217;esposizione strutturale alla volatilità dei prezzi internazionali delle materie prime (Krammer, 2026). Per contro, le misure fiscali puramente temporanee attenuano soprattutto gli effetti di breve periodo senza affrontare le dinamiche strutturali sottostanti. In contrasto con quanto qui argomentato, le recenti indicazioni del FMI (Gourinchas, 2026; IMF, 2026) appaiono orientate soprattutto a prevenire qualsiasi ulteriore impulso all&#8217;inflazione derivante dall&#8217;adeguamento dei salari nominali agli aumenti dei prezzi e dalle risposte delle imprese all&#8217;aumento dei costi del lavoro. Tuttavia, ciò equivale di fatto a proporre che l&#8217;onere dell&#8217;aumento dei costi delle importazioni debba essere sostenuto interamente dai lavoratori &#8211; come è già in larga misura avvenuto in Italia dopo l&#8217;impennata dei prezzi dell&#8217;energia del 2021-2023. Come dimostra l&#8217;esercizio econometrico di Romaniello e Stirati (2024), uno shock iniziale sui beni intermedi importati o sui beni energetici può generare effetti duraturi sull&#8217;indice dei prezzi al consumo, una marcata diminuzione dei salari reali &#8211; riflesso di un aumento relativamente maggiore dell&#8217;IAPC rispetto ai salari nominali &#8211; e un aumento persistente della quota dei profitti legato all’aumento del prezzo relativo degli inputs, anche in assenza di aumenti nei margini di profitto delle imprese. In mancanza di un&#8217;adeguata politica salariale o di interventi sui prezzi, è quindi probabile che l&#8217;onere dello shock attuale ricada in misura sproporzionata &#8211; se non esclusiva &#8211; sul lavoro, con conseguenze negative per i consumi e la domanda aggregata. Ciò è particolarmente preoccupante in un paese in cui i salari reali oscillano da lungo tempo tra stagnazione e declino e in cui i gruppi a basso reddito rimangono particolarmente esposti. Secondo l&#8217;Istat (2025), l&#8217;incidenza della povertà <em>assoluta</em> tra le famiglie in cui la persona principale percettore di reddito è un operaio/a ha raggiunto il 15,6% nel 2024. In questo contesto, le politiche dovrebbero mirare a contenere i prezzi dell&#8217;energia e la conseguente pressione inflazionistica, e a distribuire i costi delle variazioni avverse delle ragioni di scambio nel modo più equo possibile tra imprese, lavoratori dipendenti e altri strati sociali.</p>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>Abbiamo riesaminato le implicazioni dei recenti shock del prezzo del petrolio utilizzando il quadro analitico ed empirico sviluppato in Romaniello e Stirati (2024). L&#8217;analisi mostra che gli shock dei prezzi all&#8217;importazione possono generare inflazione persistente e cambiamenti nella distribuzione del reddito attraverso meccanismi di propagazione input-output.</p>



<p>Nel caso italiano, l&#8217;inflazione è stata in larga misura trainata dai prezzi dell&#8217;energia ed è stata associata a una diminuzione dei salari reali e a un aumento della quota dei profitti senza un incremento generalizzato della profittabilità in rapporto al valore del capitale nella manifattura e nei servizi. Aumenti dei margini e della profittabilità si sono invece manifestati nei settori di produzione e distribuzione dell’energia. Questi risultati mettono in evidenza l&#8217;importanza della trasmissione strutturale degli incrementi di costo, e della necessità di intervenire a monte sulla <em>regolazione dei prezzi dell’energia</em>. Nel contesto attuale, caratterizzato da una rinnovata volatilità dei prezzi dell&#8217;energia, questi meccanismi rimangono centrali per comprendere la dinamica dell&#8217;inflazione e per disegnare risposte di policy che contengano l&#8217;inflazione limitando al contempo gli effetti distributivi e macroeconomici avversi.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Riferimenti bibliografici</h5>



<p>Gourinchas, P. O. (2026). <em>War darkens global economic outlook and reshapes policy priorities</em>. IMF Blog. International Monetary Fund. <a href="https://www.imf.org/en/blogs/articles/2026/04/14/war-darkens-global-economic-outlook-and-reshapes-policy-priorities" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.imf.org/en/blogs/articles/2026/04/14/war-darkens-global-economic-outlook-and-reshapes-policy-priorities</a></p>



<p>Ho, P. (2026). <em>Are we there yet? The road back to 2 percent inflation</em> (Economic Brief No. 26-09). Federal Reserve Bank of Richmond.</p>



<p><a href="https://www.richmondfed.org/publications/research/economic_brief/2026/eb_26-09" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.richmondfed.org/publications/research/economic_brief/2026/eb_26-09</a></p>



<p>International Labour Organization. (2024). <em>Global wage report 2024–25: Is wage inequality decreasing globally?</em> International Labour Office. <a href="https://www.ilo.org/sites/default/files/2024-11/GWR-2024_Layout_E_RGB_Web.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ilo.org/sites/default/files/2024-11/GWR-2024_Layout_E_RGB_Web.pdf</a></p>



<p>International Monetary Fund. (2026). <em>World economic outlook: Global economy in the shadow of war</em>. <a href="https://www.imf.org/en/publications/weo/issues/2026/04/14/world-economic-outlook-april-2026" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.imf.org/en/publications/weo/issues/2026/04/14/world-economic-outlook-april-2026</a></p>



<p>Istat. (2025). <em>Le statistiche dell&#8217;Istat sulla povertà: Anno 2024</em>. Istituto Nazionale di Statistica. <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/La-poverta-in-italia-_-Anno-2024.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/La-poverta-in-italia-_-Anno-2024.pdf</a></p>



<p>Kammer, A. (2026). <em>Reforming Europe under pressure</em>. IMF Blog. International Monetary Fund. <a href="https://www.imf.org/en/blogs/articles/2026/04/17/reforming-europe-under-pressure" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.imf.org/en/blogs/articles/2026/04/17/reforming-europe-under-pressure</a></p>



<p>Lagarde, C. (2026). <em>Navigating energy shocks: risks and policy responses</em> [Keynote speech]. &#8220;The ECB and Its Watchers&#8221; Conference, Goethe University Frankfurt. European Central Bank. <a href="https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260325~ac2916a211.en.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260325~ac2916a211.en.html</a></p>



<p>OECD. (2025). <em>OECD employment outlook 2025: Can we get through the demographic crunch?</em> OECD Publishing. <a href="https://doi.org/10.1787/194a947b-en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.1787/194a947b-en</a></p>



<p>Powell, J. H. (2026). <em>Transcript of Chair Powell&#8217;s press conference</em> [Press conference transcript]. Board of Governors of the Federal Reserve System.</p>



<p><a href="https://www.federalreserve.gov/mediacenter/files/FOMCpresconf20260318.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.federalreserve.gov/mediacenter/files/FOMCpresconf20260318.pdf</a></p>



<p>Romaniello, D., &amp; Stirati, A. (2024). Cost-push and conflict inflation: A discussion of the Italian case. <em>Review of Political Economy</em>, <em>36</em>(4), 1351–1380. <a href="https://doi.org/10.1080/09538259.2024.2373738" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.1080/09538259.2024.2373738</a></p>



<p>Stirati, A. (2001). Inflation, unemployment and hysteresis: an alternative view.&nbsp;<em>Review of Political Economy</em>,&nbsp;<em>13</em>(4), 427-451.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Federal Open Market Committee (Comitato Federale del Mercato Aperto), è l&#8217;organo decisionale della Federal Reserve (la banca centrale degli Stati Uniti)</p>



<p><a id="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2026/20260529-panetta/index.html?dotcache=refresh" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2026/20260529-panetta/index.html?dotcache=refresh</a></p>



<div class="wp-container-1 wp-block-group foot-notes"><div class="wp-block-group__inner-container">
<p><a id="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Per la dimostrazione si vedano Stirati (2001) e Romaniello e Stirati (2024). Sia <em>P</em><sub>t</sub>&nbsp;il livello aggregato dei prezzi. La differenza tra i livelli dei prezzi tra un qualsiasi periodo t e t-1 dopo la variazione m nelle ragioni di scambio è data da: </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="114" height="16" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image004.png" alt="" class="wp-image-15514"/></figure>



<p>così che l&#8217;aumento cumulato è </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="121" height="19" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image005.png" alt="" class="wp-image-15515"/></figure>



<p>. Poiché </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="58" height="16" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image006-1.png" alt="" class="wp-image-15517"/></figure>



<p><em>, per </em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="36" height="16" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image007.png" alt="" class="wp-image-15518"/></figure>



<p><em>, la serie converge e</em> </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="100" height="26" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image008.png" alt="" class="wp-image-15519"/></figure>
</div></div>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/prezzi-allimportazione-propagazione-dellinflazione-e-distribuzione-evidenze-e-politiche/">Prezzi all’importazione, propagazione dell&#8217;inflazione e distribuzione: evidenze e politiche</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I maestri del pensiero economico. Seconda edizione del corso on line</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/i-maestri-del-pensiero-economico-seconda-edizione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=i-maestri-del-pensiero-economico-seconda-edizione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/redazione/">Redazione</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 13:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È quasi al via la seconda edizione del corso di alta formazione on line organizzato dal Consorzio universitario Promos Ricerche in collaborazione con Economia e Politica, e con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/i-maestri-del-pensiero-economico-seconda-edizione/">I maestri del pensiero economico. Seconda edizione del corso on line</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È quasi al via la seconda edizione del corso di alta formazione <em>on line</em> organizzato dal <em>Consorzio universitario Promos Ricerche</em> in collaborazione con <em>Economia e Politica</em>, e con il patrocinio dell’<em>AISPE</em>, l’Associazione Italiana per la Storia del Pensiero Economico.</p>



<p>Il corso, intitolato “I maestri del pensiero economico”, consiste di <em>dieci lezioni in diretta on line, di 3 ore </em>ciascuna, tenute da autorevoli economisti e storici del pensiero economico delle Università italiane, molti dei quali collaborano a vario titolo con <em>Economia e Politica</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="800" height="450" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801.jpg" alt="" class="wp-image-15494" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801.jpg 800w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801-300x169.jpg 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>Il corso affronta i grandi interrogativi che da secoli sono al centro della riflessione dei giganti del pensiero economico.</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Che cosa è la ricchezza? Come viene creata? C’è una differenza tra valore e prezzo? Esiste una mano invisibile del mercato? E un equilibrio economico generale? O i mercati sono dominati dallo squilibrio? L’offerta tende a determinare la domanda, o è vero il contrario? C’è una differenza tra crescita e sviluppo? E come si innesca lo sviluppo? La distribuzione del reddito rispetta un principio di efficienza ed equità? O esiste un conflitto distributivo tra classi sociali? Possono essere definiti dei livelli “naturali” della disoccupazione e del pil? Quali sono le conseguenze dell’inflazione? Dove nasce la moneta? E dove muore? Quali sono le funzioni dei mercati monetari e finanziari nell’economia contemporanea? Cosa distingue l’economia monetaria dall’economia di baratto?</p></blockquote>



<p>Quesiti cruciali, al centro delle controversie tra le scuole di economica politica, per la cui piena comprensione è ancora essenziale leggere e discutere le opere dei grandi maestri dell’economia politica. Quesiti per i quali, è bene esserne consapevoli, non esiste un’unica risposta.</p>



<p>Il corso &#8211; il cui <em>coordinamento scientifico è affidato a Riccardo Realfonzo</em>, direttore di <em>Economia e Politica</em> &#8211; proverà a fornire le sue risposte, salendo sulle spalle dei “giganti”.</p>



<p>I maestri su cui si concentreranno le lezioni vanno dal visionario padre del pensiero economico contemporaneo, <em>Adam Smith</em>; al potente fondatore della critica dell’economia politica, <em>Karl Marx</em>; all’elegante sistematizzatore dell’equilibrio economico generale, <em>Leon Walras</em>; al rivoluzionario macroeconomista del Novecento, <em>John Maynard Keynes</em>; fino all’ultima lezione, dedicata a <em>Olivier Blanchard</em>, unico economista vivente considerato, che permetterà di fare un punto sul nuovo pensiero dominante (il “nuovo consenso”) e sui suoi numerosi critici.</p>



<p>Il tutto passando per il più rigoroso degli economisti “classici”, <em>David Ricardo</em>; per l’economista di formazione neoclassica che si scoprì eterodosso, <em>Knut Wicksell</em>; per l’innovatore della moneta e dello sviluppo, <em>Joseph Alois Schumpeter</em>. Naturalmente, non potevano essere trascurati gli straordinari contributi degli economisti italiani, che in questo corso si concentrano su due eccellenze assolute: il lavoro di <em>Piero Sraffa</em> a critica dell’economia politica marginalista e per la riabilitazione della teoria classico-ricardiana; il pionieristico contributo di <em>Augusto Graziani</em> sul circuito monetario, che riprende e fonde le intuizioni di Marx, Wicksell, Schumpeter e Keynes. Da sottolineare che Graziani &#8211; insieme agli indimenticati Luciano Gallino e Pierangelo Garegnani &#8211; fu componente del primo Consiglio Scientifico di <em>Economia e Politica</em>.</p>



<p>Gli studiosi, economisti e storici del pensiero economico, cui sono affidate le lezioni di questo ambizioso corso, sono tra i maggiori esperti del settore, non solo sul piano nazionale.</p>



<p>Ecco di seguito i temi delle lezioni e i relatori:</p>



<ol><li><strong>Adam Smith</strong>. L’origine della ricchezza delle nazioni, tra lavoro comandato e lavoro contenuto (<em>Guglielmo Forges Davanzati</em>, Università del Salento)</li><li><strong>David Riccardo</strong>. I Principi di Economia Politica e la caduta tendenziale del saggio di profitto (<em>Nadia Garbellini</em>, Università di Modena e Reggio Emilia)</li><li><strong>Karl Marx</strong>. D-M-D’, forza lavoro, plusvalore e sfruttamento (<em>Marco Passarella</em>, Università dell’Aquila)</li><li><strong>Leon Walras</strong>. Programma di ricerca neoclassico e teoria dell&#8217;equilibrio economico generale (<em>Guido Tortorella Esposito</em>, Università del Sannio)</li><li><strong>Knut Wicksell</strong>. Interesse naturale e interesse monetario (<em>Stefano Lucarelli,</em> Università di Bergamo)</li><li><strong>Joseph Alois Schumpeter</strong>. Essenza della moneta e sviluppo economico (<em>Lilia Costabile</em>, Università di Napoli Federico II)</li><li><strong>John Maynard Keynes</strong>. Incertezza, domanda aggregata e finance motive (<em>Giuseppe Fontana</em>, Università di Leeds)</li><li><strong>Piero Sraffa</strong>. La produzione di merci a mezzo di merci (<em>Paolo Trabucchi</em>, Università di Roma Tre)</li><li><strong>Augusto Graziani</strong>. La teoria del circuito monetario (<em>Riccardo Realfonzo</em>, Università del Sannio)</li><li><strong>Olivier Blanchard</strong>. Il nuovo mainstream e i suoi critici (<em></em><em>Samuele Bibi</em>, Aalborg University)</li></ol>



<p>Tutte le informazioni sono disponibili nella <a href="https://www.promosricerche.org/dettaglio-attivita/corso-di-alta-formazione-on-line-i-maestri-del-pensiero-economico-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pagina del Consorzio Promos Ricerche</a>.</p>
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		<title>Una fiscalità mission-oriented per la Blue Economy</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/una-fiscalita-mission-oriented-per-la-blue-economy/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=una-fiscalita-mission-oriented-per-la-blue-economy</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/benedetta-coluccia/">Benedetta Coluccia</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/pasquale-sasso/">Pasquale Sasso</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:51:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fiscalità agroalimentare è oggi un nodo strategico per la politica economica, dove sostenibilità, competitività e coesione territoriale si intrecciano. Nel quadro del Green Deal europeo e dell’Agenda 2030, la leva fiscale può assumere una funzione mission-oriented, orientando produzione e consumo verso modelli coerenti con gli obiettivi ambientali e sociali. Il paper analizza criticamente la fiscalità agroalimentare italiana, evidenziandone la frammentazione e la scarsa integrazione con la transizione ecologica, e propone un caso di studio sull’ostricoltura come infrastruttura ecologica. Il confronto con altri Paesi europei mostra l’anomalia italiana, che applica l’aliquota IVA ordinaria del 22% a un settore sostenibile, mentre altrove prevalgono regimi agevolati. Si propone una riforma fiscale selettiva e mission-oriented che riconosca i servizi ecosistemici prodotti dall’ostricoltura, favorendo innovazione, sostenibilità e competitività nella blue economy italiana.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>La fiscalità agroalimentare rappresenta oggi un terreno cruciale per la politica economica, in cui si intersecano obiettivi di gettito, redistribuzione, competitività e sostenibilità ambientale (Tabeau et al., 2017). Nel contesto europeo e internazionale, l’<em>Agenda 2030</em> per lo sviluppo sostenibileoffre una cornice strategica entro cui la fiscalità può svolgere un ruolo indiretto ma rilevante (United Nations, 2015). In particolare, il Goal 2 (Fame Zero) promuove sistemi alimentari sostenibili e accesso universale a un’alimentazione sicura e nutriente, obiettivi cui strumenti fiscali mirati possono contribuire sostenendo pratiche agricole resilienti e favorendo l’accessibilità dei beni primari (United Nations, 2015a). Il Goal 12 (Consumo e produzione responsabili) richiama la necessità di ridurre sprechi e di internalizzare le esternalità ambientali, ambito nel quale la leva fiscale si configura come un correttivo essenziale (United Nations, 2015b). Infine, il Goal 13 (Lotta al cambiamento climatico) evidenzia l’urgenza di azioni volte a ridurre le emissioni, obiettivo per il quale la fiscalità ambientale può rappresentare un incentivo decisivo all’adozione di tecnologie e pratiche a basse emissioni (United Nations, 2015c). All’interno del Green Deal europeo (European Commission, 2019), la dimensione agroalimentare trova un perno strategico nella <em>S</em><em>trategia Farm to Fork</em>, che connette in modo esplicito politiche agricole, sanitarie e ambientali (European Commission, 2020). Questa strategia sottolinea il ruolo della leva fiscale e della regolamentazione dei prezzi come strumenti per orientare la domanda verso prodotti più sostenibili, riducendo l’uso di pesticidi, fertilizzanti e antibiotici, e favorendo un modello di produzione circolare. La Farm to Fork si integra con la<strong><em> </em></strong><em>Biodiversity Strategy for 2030</em>, che mette in evidenza l’uso di incentivi fiscali e disincentivi ambientali come leve fondamentali per guidare i comportamenti di produttori e consumatori (European Commission, 2020a)Accanto a questi driver ambientali e sanitari, la fiscalità agroalimentare si innesta anche in politiche a marcata valenza economica. Tra queste, la <em>Politica Agricola Comune</em> (PAC) rimane lo strumento principale di sostegno al settore, con una crescente enfasi sulla condizionalità ambientale e sugli eco-schemi, che in prospettiva possono essere rafforzati da misure fiscali complementari a livello nazionale (European Commission, 2021). Inoltre, il<em>Next Generation EU</em> apre una dimensione di investimento che include incentivi fiscali per innovazione, digitalizzazione e resilienza delle filiere agroalimentari (European Commission, 2020b). Infine, il <em>Piano d’azione per l’economia circolare</em> e la <em>Strategia industriale europea</em> evidenziano la necessità di strumenti fiscali volti a ridurre gli sprechi alimentari e a favorire il recupero delle risorse, promuovendo competitività e autonomia strategica dell’UE nei mercati globali (European Commission, 2020c; 2020d).</p>



<p>In tale prospettiva, la leva fiscale non è più soltanto uno strumento neutro di finanziamento della spesa pubblica, ma può diventare un meccanismo mission-oriented, capace di orientare comportamenti produttivi e di consumo verso traiettorie coerenti con gli obiettivi climatici ed ecologici (Mazzucato, 2018). Questa impostazione trova oggi una legittimazione diretta nel quadro normativo europeo, grazie alla revisione della Direttiva IVA 2006/112/CE operata con la Direttiva (UE) 2022/542. Con tale riforma, il Consiglio dell’Unione Europea ha ampliato le possibilità per gli Stati membri di modulare le aliquote fiscali in chiave ambientale e sociale, consentendo l’applicazione di aliquote ridotte, super-ridotte o persino pari a zero su specifici beni e servizi di interesse pubblico. In questo modo, la fiscalità indiretta viene riconosciuta come leva capace di sostenere obiettivi redistributivi e di sostenibilità, aprendo al tempo stesso la strada all’eliminazione graduale delle agevolazioni concesse a beni e servizi dannosi per l’ambiente. Si tratta di un passaggio cruciale che rafforza la coerenza tra politiche fiscali e traiettorie di transizione ecologica delineate dal Green Deal, ponendo le basi per sperimentazioni innovative anche nel settore agroalimentare.</p>



<p>Il presente lavoro si inserisce in questo filone di ricerca e policy, ponendosi tre obiettivi principali.</p>



<ol type="1"><li>analizzare criticamente l’assetto della fiscalità agroalimentare in Italia, evidenziandone limiti e potenzialità rispetto al contesto europeo;</li><li>confrontare il modello italiano con esperienze fiscali innovative emergenti in altri Paesi dell’UE, dove la leva tributaria è utilizzata non solo come strumento di gettito, ma anche come incentivo/disincentivo alla sostenibilità;</li><li>proporre un caso di studio originale sull’ostricoltura come infrastruttura ecologica, esplorando la possibilità di una riforma fiscale che, attraverso la riduzione selettiva dell’IVA, possa valorizzare i servizi ecosistemici forniti da questa attività, quali il sequestro del carbonio, il miglioramento della qualità delle acque e la protezione della biodiversità.</li></ol>



<h5>2. La fiscalità agricola in Italia</h5>



<p>Il sistema della fiscalità agricola in Italia affonda le sue radici nel Secondo Dopoguerra, in un contesto caratterizzato da forte instabilità dei redditi, frammentazione aziendale e necessità di garantire sicurezza alimentare e coesione territoriale (Fanfani, 2022). In tale scenario, il legislatore optò per un’impostazione semplificata, ancorando la tassazione al reddito catastale, con l’intento di ridurre gli oneri amministrativi in un settore poco capitalizzato e scarsamente strutturato. Questa scelta, codificata nell’articolo 32 del TUIR, ha consolidato nel tempo un regime che determina il reddito agrario sulla base di tariffe d’estimo, sganciandolo dal reddito effettivo d’impresa. Se da un lato ciò garantisce prevedibilità e riduce i costi di compliance, dall’altro limita l’aderenza al principio di capacità contributiva e non fornisce incentivi all’efficienza produttiva né all’innovazione tecnologica e ambientale, con possibili effetti distorsivi nel lungo periodo (Leone, 2024).Sul versante dell’imposta sul valore aggiunto, il settore agricolo beneficia di aliquote ridotte (4% e 10%) su specifiche categorie merceologiche e di regimi forfettari disciplinati dall’articolo 34 della normativa IVA (D.P.R. 633/1972), finalizzati a contenere i prezzi dei beni alimentari di base e a semplificare gli adempimenti (Repubblica Italiana, 1972). Sebbene tale impostazione risponda a logiche redistributive e di sostegno ai consumatori, essa non distingue tra produzioni in termini di impatto ambientale, applicando agevolazioni anche a filiere caratterizzate da un uso intensivo di risorse naturali o da emissioni elevate.Negli ultimi anni, l’architettura della fiscalità agricola italiana si è progressivamente arricchita di nuovi strumenti, che si affiancano al tradizionale impianto catastale e alle agevolazioni IVA. I crediti d’imposta legati alla digitalizzazione e alla transizione ecologica, i pagamenti diretti e gli eco-schemi introdotti dalla nuova Politica Agricola Comune &#8211; definiti dal Regolamento (UE) 2021/2115 &#8211; e le misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno contribuito a sostenere la stabilità dei redditi e a stimolare investimenti nella modernizzazione delle imprese (European Parliament and Council, 2021; Governo Italiano, 2021). Tuttavia, l’insieme di questi interventi non dà ancora luogo a un vero e proprio quadro organico di fiscalità ambientale. La loro efficacia rimane infatti frammentata e solo parzialmente orientata agli obiettivi di mitigazione climatica, di uso efficiente delle risorse e di tutela della biodiversità, che rappresentano oggi priorità imprescindibili nelle strategie europee.</p>



<p>In questa prospettiva, il limite maggiore non è soltanto la frammentazione degli strumenti, ma l’assenza di una visione unitaria che riconosca la fiscalità agricola come infrastruttura strategica del Paese. Un’architettura fiscale coerente potrebbe, infatti, diventare il perno di una <em>politica industriale agroalimentare verde</em>, capace di integrare obiettivi di competitività internazionale, sovranità alimentare e resilienza territoriale. La fiscalità non deve più essere vista come mero correttivo, ma come volano di trasformazione sistemica delle filiere. A ciò si aggiunge una criticità di fondo: il sistema continua a privilegiare una logica compensativa, più attenta a proteggere il settore dalle oscillazioni dei mercati che a incentivare trasformazioni strutturali. Questo approccio rischia di consolidare la dipendenza dagli aiuti pubblici e non favorisce una piena integrazione delle leve fiscali con le politiche industriali e climatiche. Anche la condizionalità ambientale, pur presente in forme crescenti, rimane ancora debole e non sufficiente a spingere verso una transizione sistemica. Se non verrà superata questa impostazione, l’Italia rischia di restare ancorata a un modello difensivo e frammentato, rinunciando a una leva che potrebbe orientare l’agricoltura verso modelli ad alta intensità di conoscenza, sostenibili e competitivi nei mercati globali. Al contrario, una fiscalità mission-oriented consentirebbe di premiare chi investe in innovazione e sostenibilità, di rafforzare la coesione delle comunità rurali e costiere, e di posizionare il Paese come leader europeo nella transizione agroecologica. In questa chiave, la riforma fiscale non è più un tema tecnico, ma un atto strategico di politica economica nazionale, capace di incidere sulla produttività di lungo periodo e sulla resilienza del sistema alimentare nel suo complesso (Kiesel et al., 2022; Kanter et al., 2018; Baldock 2015; 2017; 2020).</p>



<h5>3. Il presupposto fiscale di sostenibilità</h5>



<p>La riflessione sulla fiscalità ambientale trae origine dall’impostazione <em>pigouviana</em>, che individua nelle imposte correttive lo strumento per internalizzare le esternalità negative, integrare i segnali di prezzo e orientare i comportamenti individuali verso esiti più efficienti e socialmente desiderabili (Pigou, 1920). Trasposta all’ambito agroalimentare, questa prospettiva implica la necessità di superare il criterio merceologico tradizionale e di ancorare la tassazione a parametri di impatto ambientale, come le emissioni di gas serra, il consumo idrico o l’uso del suolo (Manta et al., 2023). Tuttavia, l’impostazione pigouviana classica, pur fondamentale, appare oggi incompleta: essa si concentra sulla correzione delle distorsioni, ma non considera il potenziale della fiscalità come leva proattiva di politica industriale e ambientale. L’approccio mission-oriented, sempre più discusso in ambito europeo, suggerisce che le imposte possano essere progettate non solo per disincentivare attività dannose, ma anche per premiare innovazione, resilienza e pratiche ad alto valore sociale ed ecologico, contribuendo a guidare le traiettorie di sviluppo del sistema agroalimentare nazionale. L’Italia continua tuttavia ad applicare un’impostazione categoriale, basata su aliquote ridotte per specifici prodotti alimentari, senza distinguere in base all’impronta ecologica: ciò determina l’assenza di incentivi fiscali a favore delle produzioni sostenibili e la mancata penalizzazione di quelle più inquinanti, con un conseguente disallineamento rispetto alle strategie europee sull’economia circolare e sui sistemi alimentari sostenibili. Questa rigidità rischia di tradursi non solo in una perdita di coerenza ambientale, ma anche in un handicap competitivo per il Paese; mentre altri Stati membri integrano la fiscalità con le loro strategie industriali e climatiche, l’Italia continua a mantenere un sistema di aliquote che non premia la sostenibilità e non riconosce i benefici pubblici generati da filiere virtuose. In un contesto segnato da sfide globali come la sicurezza alimentare, l’adattamento climatico e la dipendenza dalle importazioni, la fiscalità ambientale dovrebbe essere letta come strumento di sovranità economica e resilienza territoriale, oltre che di sostenibilità. Un cambiamento significativo è giunto con la Direttiva (UE) 2022/542, che ha modificato la Direttiva IVA 2006/112/CE, ampliando il margine di discrezionalità degli Stati membri nell’applicare aliquote ridotte, super-ridotte o persino pari a zero a beni e servizi di interesse generale, inclusi quelli legati alla transizione ambientale (European Council, 2006; 2022). Questo aggiornamento apre la strada a riforme nazionali capaci di riconoscere, anche nel settore agroalimentare, i benefici ambientali di filiere a basso impatto. Per l’Italia si tratta di un’occasione cruciale, dove la possibilità di modulare selettivamente l’IVA non è più un’opzione marginale, ma un meccanismo strategico per orientare la domanda interna, sostenere le imprese innovative e favorire la transizione ecologica senza compromettere la competitività. In questo senso, l’allineamento con le direttive europee non deve essere visto come un vincolo burocratico, ma come leva per valorizzare i settori in cui il Paese ha vantaggi naturali e reputazionali, come l’agroalimentare di qualità e la blue economy. Il nuovo Piano d’Azione europeo per l’Economia Circolare (European Commission, 2020c) insiste, a sua volta, sull’uso della leva fiscale per favorire prodotti durevoli, riparabili e a ridotta intensità di risorse, offrendo una cornice che potrebbe essere applicata anche al comparto alimentare attraverso una differenziazione selettiva dell’IVA. Nel dibattito internazionale emergono numerose proposte in questa direzione: diversi Paesi europei stanno considerando l’introduzione di prelievi mirati su prodotti ad alta intensità di emissioni e, parallelamente, la riduzione delle aliquote su alimenti con migliori profili nutrizionali e ambientali. La letteratura economica mostra come tali misure, se accompagnate da strumenti di compensazione per i nuclei a reddito più basso, possano generare benefici ambientali e sanitari senza produrre effetti regressivi eccessivi, contribuendo al tempo stesso a una maggiore coerenza tra politiche fiscali, sociali e climatiche (Dorband et al., 2019; Carattini et al., 2017; OECD; 2019).</p>



<p>Alla luce di queste dinamiche, la sfida per l’Italia non è solo tecnica ma strategica: ripensare la fiscalità agroalimentare in chiave ambientale significa rafforzare la competitività del Made in Italy, attrarre investimenti sostenibili, sostenere la leadership del Paese nei mercati premium e, soprattutto, costruire un nuovo patto tra Stato, imprese e cittadini fondato sulla sostenibilità e sulla giustizia fiscale.</p>



<h5>4. Il meccanismo economico mission‑oriented</h5>



<p>L’approccio mission-oriented attribuisce alle politiche pubbliche una funzione di indirizzo strategico e trasformativo, superando la visione tradizionale che le riduce a strumenti di correzione dei fallimenti di mercato (Mazzucato, 2018). Secondo questa prospettiva, l’azione pubblica deve essere orientata verso obiettivi ambiziosi e di lungo periodo, capaci di mobilitare risorse finanziarie, capacità tecnologiche e innovazione privata intorno a missioni di interesse collettivo. Questa impostazione si fonda sull’idea che le politiche non debbano limitarsi a mitigare i rischi, ma debbano plasmare mercati, tecnologie e filiere produttive, creando nuove opportunità economiche e rafforzando la competitività del sistema Paese. In questo senso, le missioni non sono meri obiettivi ambientali o sociali: esse rappresentano strategie industriali integrate, in cui la fiscalità, insieme alla spesa e alla regolazione, diventa un pilastro di politica economica. Nel settore agricolo e agroalimentare, tale visione trova una traduzione concreta nel tentativo di utilizzare strumenti di spesa, regolazione e fiscalità per accelerare la transizione ecologica, favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici e garantire la sicurezza alimentare, configurando così un modello in cui il sostegno pubblico non è più concepito come compensazione passiva, ma come leva proattiva di trasformazione. In questa direzione si colloca la riforma della Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo 2023–2027, che ha introdotto gli eco-schemi come strumenti innovativi di pagamento mirati a premiare pratiche agricole sostenibili e generatrici di beni pubblici ambientali, quali la rotazione colturale, l’inerbimento, la gestione del carbonio nei suoli, la piantumazione di siepi e lo sviluppo di sistemi agroforestali (Regolamento (UE) 2021/2115). L’elemento innovativo risiede non soltanto nella natura delle pratiche sostenute, ma soprattutto nella logica di condizionalità e di misurabilità che lega parte del sostegno a risultati concreti e verificabili, rafforzando la coerenza tra spesa agricola e obiettivi climatici ed ecologici. Un analogo orientamento mission-oriented si osserva nel dominio blu con l’istituzione del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (EMFAF/FEAMPA) attraverso il Regolamento (UE) 2021/1139, che sostiene investimenti volti a promuovere sostenibilità, tracciabilità, qualità e resilienza climatica delle imprese acquicole. Anche in questo caso l’obiettivo non è soltanto quello di stabilizzare un settore esposto a forti shock ambientali ed economici, ma di orientarne strutturalmente lo sviluppo verso la tutela degli ecosistemi marini e la riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive. A livello nazionale e regionale, i Programmi di Sviluppo Rurale hanno consolidato le misure agro-climatico-ambientali (ACA), basate su impegni pluriennali remunerati per la tutela della biodiversità, la riduzione dell’uso di input chimici, la protezione delle risorse idriche e del suolo (European Parliament &amp; Council, 2021a). L’efficacia di tali strumenti dipende dalla capacità di definire target chiari, predisporre sistemi di monitoraggio credibili e garantire un livello di remunerazione adeguato al costo delle pratiche sostenibili richieste agli agricoltori, evitando così che gli incentivi si riducano a meri trasferimenti compensativi senza reale impatto ambientale. Nonostante questi progressi, permane un significativo disallineamento tra la logica mission-oriented che caratterizza la spesa europea e nazionale e l’assetto della fiscalità italiana. Le aliquote IVA continuano infatti a riflettere criteri merceologici tradizionali, senza considerare i profili di impatto ambientale delle diverse produzioni. Ne deriva un’incoerenza strutturale: da un lato, risorse pubbliche sempre più consistenti vengono destinate a sostenere la transizione ecologica e la produzione di beni pubblici ambientali; dall’altro, il sistema fiscale resta neutrale rispetto a tali obiettivi, continuando ad applicare trattamenti favorevoli anche a filiere caratterizzate da un elevato consumo di risorse e da emissioni significative. Questa contraddizione non è un dettaglio tecnico: essa rischia di indebolire l’efficacia complessiva delle politiche verdi, generando uno spreco di risorse pubbliche e privando il Paese di uno strumento strategico per la competitività, la resilienza territoriale e la leadership europea. In un contesto internazionale in cui gli incentivi fiscali sono utilizzati per attrarre investimenti, stimolare innovazione e rafforzare la sicurezza alimentare, l’Italia non può permettersi che la fiscalità resti ancorata a una logica neutrale e settoriale. In assenza di una riforma che integri la fiscalità nella logica mission-oriented delineata dall’Unione Europea, la capacità dell’Italia di perseguire traiettorie coerenti con il Green Deal e con le missioni di sostenibilità rischia di restare parziale e frammentata. Al contrario, una fiscalità ambientale mission-oriented consentirebbe di trasformare i segnali fiscali in volano di innovazione sistemica, rafforzando la coerenza tra spesa, mercato e comportamenti dei consumatori e consolidando il ruolo dell’Italia come attore guida della transizione agroalimentare europea.</p>



<h5>5. Le ostriche come infrastruttura ecologica</h5>



<p>Le ostriche (<em>Ostreidae</em>) sono organismi bivalvi filtratori che svolgono un ruolo cruciale nei cicli biogeochimici e nella salute degli ecosistemi costieri. La loro capacità di filtrazione consente la rimozione diretta dalla colonna d’acqua di fitoplancton, particolato organico e nutrienti, migliorando la qualità ambientale e riducendo i fenomeni di eutrofizzazione. Un singolo individuo adulto di <em>Crassostrea virginica</em> può filtrare circa 6–7 litri d’acqua all’ora, con capacità massime di oltre 160 litri al giorno a 20 °C (Turner et al., 2019). La riduzione di solidi sospesi e di materia organica migliora la trasparenza dell’acqua e genera effetti positivi a cascata sull’intero ecosistema, favorendo condizioni di equilibrio che sostengono vegetazione acquatica sommersa e comunità ittiche. Oltre alla filtrazione, le ostriche contribuiscono tramite processi di biodeposizione: le feci e i pseudofeci si accumulano nei sedimenti, concentrando carbonio e azoto e stimolando l’attività microbica. Ciò alimenta processi di nitrificazione e denitrificazione bentonica, con picchi di flussi di ammonio fino a 3,5 mmol N m⁻² h⁻¹ e tassi di denitrificazione compresi tra 0,25 e 1,59 mmol N₂–N m⁻² h⁻¹, tra i più alti registrati negli ambienti acquatici (Kellogg et al., 2013). Attraverso questo accoppiamento microbico, l’azoto reattivo viene trasformato in azoto gassoso e rimosso permanentemente dal sistema, garantendo un servizio ecosistemico fondamentale per il contenimento dell’inquinamento da nutrienti. La stessa raccolta commerciale delle ostriche contribuisce a questo processo, rimuovendo nutrienti assimilati nei tessuti e nei gusci: in alcune aree di produzione, il prelievo annuo raggiunge i 38 kg di azoto per ettaro (Dvarskas et al., 2020). Il confronto con altre specie di bivalvi, come i mitili (<em>Mytilus</em>), permette di evidenziare la specificità dell’ostricoltura come infrastruttura ecologica. Sebbene i mitili abbiano un’efficienza filtrante elevata per ettaro grazie alla possibilità di coltivazioni a densità molto alta (fino a 3 milioni di individui/ha), le ostriche garantiscono un contributo unico alla denitrificazione, che nei mitili è minima o assente (Higgins et al., 2011; Chen et al., 2025). Inoltre, mentre i mitili sospesi interagiscono poco con il benthos, le ostriche coltivate a fondo o su reef promuovono una forte interazione con i sedimenti, intensificando i processi di rimozione permanente dell’azoto. Ne deriva che, a parità di nutrienti rimossi per ettaro (30–60 kg N/ha/anno nelle ostriche e 50–80 kg N/ha/anno nei mitili), il valore qualitativo dei servizi ecosistemici ostricoli risulta superiore, poiché combina assimilazione diretta con un processo bentonico di denitrificazione che contribuisce a ridurre l’azoto reattivo a livello di sistema (Kellogg et al., 2013; Dvarskas et al., 2020).</p>



<p>La performance delle ostriche varia anche in relazione alle condizioni ambientali. Studi comparativi dimostrano che a temperature elevate le ostriche possono eguagliare o superare i mitili in termini di volume filtrato per grammo di biomassa, mentre in condizioni fredde (&lt;10 °C) la loro attività rallenta drasticamente, a differenza dei mitili che continuano a filtrare, seppur a tassi ridotti (Comeau et al., 2008; Richard et al., 2022). Ciò implica che la resilienza delle due specie varia in base al contesto climatico e che i benefici ecosistemici dell’ostricoltura sono massimizzati in ambienti temperati. A questi effetti ecologici diretti si aggiunge il ruolo strutturale delle ostriche come ingegneri dell’ecosistema: i loro reef tridimensionali creano habitat complessi che sostengono biodiversità, migliorano la produttività locale e offrono protezione costiera. Le valutazioni di ciclo di vita (LCA) hanno inoltre mostrato che l’ostricoltura possiede un’impronta carbonica molto più bassa rispetto alle principali fonti proteiche terrestri, e inferiore anche ad altre forme di acquacoltura intensiva, in particolare nei sistemi estensivi e a basso input (Froehlich et al., 2018; MacLeod et al., 2020; Parker &amp; Tyedmers, 2015; Ray et al., 2019; MacLeod;2020; Hou, 2025; Dias et al., 2025). Questi dati confermano che le ostriche non sono solo una risorsa alimentare, ma una vera e propria infrastruttura ecologica multifunzionale, capace di generare benefici misurabili in termini di qualità delle acque, cicli biogeochimici, biodiversità e mitigazione climatica. Alla luce di tali evidenze, emerge con chiarezza la necessità di un riconoscimento istituzionale e fiscale dei servizi ecosistemici prodotti dall’ostricoltura. L’attuale sistema di tassazione, ancora ancorato a criteri merceologici, non discrimina in base all’impatto ambientale né premia attività che generano beni pubblici ambientali. In coerenza con la Direttiva (UE) 2022/542, che offre agli Stati membri maggiore flessibilità nell’applicazione di aliquote ridotte o super-ridotte a beni e servizi di interesse generale, una riforma fiscale orientata alla sostenibilità potrebbe prevedere l’introduzione di aliquote IVA agevolate per i prodotti ostricoli, accompagnate da crediti d’imposta ambientali o meccanismi di super-ammortamento per investimenti in qualità delle acque e tracciabilità. In tal modo, la leva fiscale diverrebbe strumento di valorizzazione dei servizi ecosistemici e di promozione di un modello produttivo coerente con le missioni ambientali europee, trasformando l’ostricoltura in un laboratorio esemplare di fiscalità mission-oriented.</p>



<p>Per riassumere i principali indicatori di performance produttiva ed ecologica dell’ostricoltura, la Tabella 1 presenta una sintesi dei servizi ecosistemici associati, delle evidenze quantitative e delle fonti di riferimento, permettendo di visualizzare in forma schematica il ruolo multifunzionale delle ostriche.</p>



<p><strong>Tabella 1 &#8211; Servizi ecosistemici e performance produttive delle ostriche</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="615" height="473" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-8.png" alt="" class="wp-image-15487" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-8.png 615w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-8-300x231.png 300w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></figure></div>



<h5>6. I dati di produzione europei</h5>



<p>L’acquacoltura è oggi il settore più dinamico della produzione alimentare acquatica e negli ultimi decenni ha assunto un ruolo centrale per la sicurezza alimentare globale. Secondo i dati FAO (2022), la produzione mondiale ha raggiunto circa 94 milioni di tonnellate di animali acquatici allevati, a cui si aggiungono quasi 37 milioni di tonnellate di alghe, per un valore economico complessivo superiore a 250 miliardi di dollari. Questo dato segna il sorpasso storico dell’acquacoltura sulla pesca di cattura destinata al consumo umano, evidenziando una transizione strutturale nei sistemi alimentari globali.</p>



<p>La crescita del comparto è stata trainata principalmente dall’Asia, che concentra circa l’88% della produzione totale, con la Cina in posizione dominante sia in termini di volume sia di valore. L’Europa, pur con una tradizione consolidata e una forte specializzazione in alcune specie, contribuisce con quote marginali rispetto ai grandi produttori asiatici. Tuttavia, il settore europeo si distingue per l’attenzione alla dimensione qualitativa, alla tracciabilità e alla sostenibilità ambientale, aspetti che rappresentano un elemento competitivo distintivo rispetto al mercato internazionale.</p>



<p>A livello europeo, la produzione aggregata di acquacoltura si è mantenuta pressoché stabile negli ultimi vent’anni, attestandosi intorno a 1,2 milioni di tonnellate l’anno. Nel 2020 il valore della produzione ha raggiunto 3,9 miliardi di euro, con una composizione bilanciata tra pesci (50% in termini di peso) e molluschi e crostacei (49%). La stagnazione produttiva, in contrasto con l’espansione osservata a livello mondiale, è stata riconosciuta come una criticità strutturale già dalla Comunicazione della Commissione del 2002 (“Una strategia per lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura europea”, COM(2002)0511), che fissava obiettivi ambiziosi in termini di crescita della produzione e creazione di posti di lavoro. Questi target, tuttavia, non sono stati raggiunti (European Commission, 2002). Le strategie successive del 2009 e del 2013 hanno quindi puntato su competitività, sostenibilità e semplificazione amministrativa, fino agli Orientamenti strategici 2021–2030, che legano esplicitamente lo sviluppo dell’acquacoltura al Green Deal europeo e alla transizione ecologica (European Commission, 2009, 2013, 2021a).</p>



<p>Nell’Unione europea, la produzione si concentra in pochi Stati membri. Nel 2020 i principali produttori erano la Spagna (24%), la Francia (21%), la Grecia (11%) e l’Italia (10%), che insieme rappresentavano circa i due terzi della produzione complessiva. In termini di valore, però, la Francia occupa il primo posto (22%), seguita da Spagna e Grecia (entrambe 15%) e dall’Italia (9%). Questa distribuzione riflette tanto i vantaggi comparati quanto le specializzazioni nazionali: la Spagna nella mitilicoltura, l’Italia nelle vongole, la Francia nelle ostriche, la Grecia nei pesci marini come orate e branzini.</p>



<p>All’interno del comparto europeo, i molluschi bivalvi hanno un ruolo particolarmente rilevante, costituendo quasi la metà della produzione complessiva. Nel 2020, i mitili rappresentavano il 30% del volume, seguiti dalla trota (17%), dalle ostriche (9%) e dall’orata (8%). La prevalenza dei bivalvi riflette sia le condizioni ecologiche favorevoli di molte aree costiere europee, sia l’elevata domanda di mercato per specie tradizionalmente integrate nella dieta mediterranea e atlantica. Inoltre, il loro allevamento è considerato una delle forme più sostenibili di acquacoltura, grazie al basso impatto in termini di input energetici e all’erogazione di servizi ecosistemici positivi (filtrazione delle acque, miglioramento della qualità ambientale, protezione costiera).</p>



<p><a></a><a></a><a></a><a></a><a></a><a></a>All’interno dei molluschi bivalvi, l’ostricoltura merita un’attenzione specifica, sia per la rilevanza economica crescente a livello globale sia per le particolari dinamiche che caratterizzano il mercato europeo. A livello globale, i dati mostrano una fortissima concentrazione della produzione in Asia, con la Cina in posizione di assoluto dominio e con volumi che superano di gran lunga quelli degli altri Paesi (Tabella 1). Come evidenziato dalla Figura 1, il valore della produzione mondiale ha superato nel 2023 gli 11 miliardi di dollari, con una traiettoria di crescita costante che riflette l’aumento della domanda e l’espansione delle catene del valore legate a questo prodotto (FAO, 2023).</p>



<p><strong>Tabella 2- Primi 10 Paesi al mondo per produzione di ostriche (tonnellate, 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="382" height="344" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-4.png" alt="" class="wp-image-15483" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-4.png 382w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-4-300x270.png 300w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p><strong>Figura 1 – Valore globale della produzione di ostriche (valori in migliaia di USD)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="609" height="287" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1.png" alt="" class="wp-image-15465" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1.png 609w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-300x141.png 300w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>L’Europa, pur incidendo solo marginalmente sui volumi mondiali, assume un ruolo di rilievo in termini di valore e di reputazione. La Figura 2 mostra infatti la presenza della Francia tra i primi cinque Paesi al mondo per valore della produzione. Con circa 90.000 tonnellate annue e oltre 550 milioni di dollari di fatturato, la Francia non compete sul terreno delle quantità, ma si afferma per il posizionamento qualitativo, grazie a standard elevati di tracciabilità, sicurezza alimentare e certificazione. Questo modello dimostra come, anche in un contesto dominato dalle economie di scala asiatiche, sia possibile competere puntando su qualità e reputazione.</p>



<p><strong>Figura 2 – Primi 5 Paesi per valore della produzione di ostriche (migliaia di USD, 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="833" height="504" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5.png" alt="" class="wp-image-15484" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5.png 833w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5-300x182.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5-768x465.png 768w" sizes="(max-width: 833px) 100vw, 833px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>A livello intra-europeo, la fotografia offerta dalla Figura 3e dalla Tabella 2 conferma una forte polarizzazione: la Francia domina, mentre Paesi come Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi presentano produzioni ridotte – nell’ordine di poche migliaia di tonnellate – e valori economici compresi tra 5 e 58 milioni di dollari. Questa frammentazione evidenzia da un lato la resilienza di mercati nazionali con tradizioni di consumo consolidate, dall’altro la difficoltà di generare economie di scala e di competere sui mercati globali.</p>



<p><strong>Figura 3 – I maggiori produttori di ostriche in Europa (anno 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="952" height="542" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6.png" alt="" class="wp-image-15485" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6.png 952w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6-300x171.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6-768x437.png 768w" sizes="(max-width: 952px) 100vw, 952px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p><strong>Tabella 3 &#8211; Valore, volume e prezzo medio della produzione di ostriche in Europa (migliaia di USD, tonnellate e USD/kg, 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="640" height="254" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-7.png" alt="" class="wp-image-15486" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-7.png 640w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-7-300x119.png 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>Il caso dell’Italia è particolarmente significativo. Come mostra la Figura 4, la produzione rimane stabile e marginale, intorno alle 300 tonnellate annue. Eppure, il prezzo medio delle ostriche italiane raggiunge i 9 USD/kg, il più elevato in Europa (Tabella 2). Questa forbice riflette una strategia produttiva diversa: non la quantità, ma la valorizzazione del legame con i territori (Sacca di Goro, Golfo di Olbia, laguna veneta), con un’offerta di nicchia rivolta a segmenti premium del mercato. Tuttavia, il limite strutturale è evidente: senza un rafforzamento della filiera, il comparto italiano rischia di restare confinato a iniziative locali, senza incidere realmente né sul mercato interno né su quello internazionale.</p>



<p><strong>Figura 4 – Andamento della produzione di ostriche in Italia (tonnellate)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="597" height="303" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png" alt="" class="wp-image-15467" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png 597w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-300x152.png 300w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>In conclusione, le evidenze suggeriscono un settore “a due velocità”: da un lato l’Asia, guidata dalla Cina, caratterizzata da produzioni di massa e da economie di scala; dall’altro l’Europa, e in particolare la Francia, che costruisce la sua competitività su qualità, certificazioni e reputazione. L’Italia, pur con volumi minimi, può trasformare la sua marginalità in un vantaggio competitivo se riuscirà a consolidare il posizionamento di nicchia e a rafforzare le strategie di marketing territoriale. Resta però una criticità di fondo: la scarsa capacità europea di espandere i volumi e di incidere realmente sugli equilibri del mercato globale, dominato da pochi player asiatici.</p>



<h5>7. Il quadro fiscale europeo</h5>



<p>Il regime fiscale applicato alle ostriche nei principali Paesi europei è molto diversificato e riflette non solo differenze nei sistemi tributari nazionali, ma anche approcci divergenti rispetto al ruolo che l’ostricoltura può giocare nella politica alimentare, economica e culturale. L’IVA, oltre a essere uno strumento di gettito, diventa così un meccanismo di politica economica e di governance del settore (Tabella 4). In Francia, primo produttore europeo e quinto al mondo, le ostriche fresche sono soggette a un’aliquota IVA ridotta del 10%. Questa scelta si inserisce in una strategia più ampia di valorizzazione del <em>patrimoine gastronomique</em>, che non riguarda soltanto il sostegno alla filiera, ma anche la salvaguardia di un simbolo culturale profondamente radicato nell’identità nazionale. Al regime fiscale si affiancano politiche pubbliche mirate – investimenti in ricerca e innovazione, promozione del prodotto sui mercati internazionali, strumenti di gestione del rischio in caso di crisi ambientali o sanitarie – che creano un ecosistema competitivo. Non a caso, la Francia non solo guida la produzione europea (oltre 90.000 tonnellate annue), ma primeggia anche in valore, superando i 550 milioni di USD. L’aliquota agevolata, quindi, va letta come parte integrante di una politica industriale del mare, che lega fiscalità, cultura e sviluppo territoriale. L’Irlanda adotta un’impostazione opposta ma altrettanto significativa: le ostriche fresche e non trasformate rientrano nell’aliquota zero, mentre i prodotti trasformati si collocano al 9%, con un’aliquota standard al 23%. Tale regime ha un duplice effetto. Da un lato sostiene i consumatori interni, abbattendo i costi di accesso a un prodotto che, pur essendo percepito come pregiato, è anche parte integrante della tradizione alimentare locale. Dall’altro, rafforza l’orientamento all’export di un settore che, con oltre 10.000 tonnellate annue, ha sviluppato relazioni commerciali consolidate con mercati esteri ad alta capacità di spesa. In questo senso, l’IVA a zero non è solo una misura fiscale, ma uno strumento di politica industriale e commerciale che favorisce la competitività internazionale. Il Portogallo applica un’aliquota ridotta del 6% alle ostriche fresche, coerente con quella riservata agli alimenti di prima necessità. L’approccio riflette una visione della fiscalità come strumento di tutela della sovranità alimentare e della tradizione culinaria, in particolare nelle regioni costiere come l’Algarve, dove l’ostricoltura è radicata e rappresenta un’importante risorsa economica e occupazionale. In questo caso, la leva fiscale assume anche una funzione redistributiva, sostenendo le economie periferiche e locali rispetto ai grandi centri urbani. Nel Regno Unito, le ostriche fresche rientrano anch’esse nell’aliquota zero, in continuità con il regime comunitario pre-Brexit, mentre quelle trasformate sono tassate con l’aliquota standard del 20%. La scelta conferma una visione di lungo periodo in cui i prodotti freschi e non trasformati sono considerati beni alimentari essenziali. Tale impostazione fiscale sostiene i consumi interni e tutela i piccoli produttori locali, che operano spesso in contesti ecologici delicati e con volumi limitati, garantendo un equilibrio tra sostenibilità e competitività. In Spagna, le ostriche fresche sono tassate con l’aliquota ridotta del 10%, in un sistema che prevede un’aliquota standard del 21% e una super-ridotta al 4% per i beni primari. L’inserimento delle ostriche nella fascia intermedia risponde a una logica di sostegno alla filiera ittica, collocandole allo stesso livello di altri prodotti freschi. La scelta fiscale, tuttavia, non è sufficiente da sola a stimolare la crescita di un comparto che rimane limitato nei volumi, segnalando che il sostegno tributario deve essere accompagnato da politiche strutturali di promozione e innovazione. Nei Paesi Bassi, le ostriche fresche beneficiano dell’aliquota del 9%, in un contesto dove lo standard è fissato al 21%. L’inserimento del prodotto nella fascia ridotta è parte di una strategia più ampia di promozione del consumo sostenibile e di diversificazione delle fonti proteiche, che include alghe, molluschi e altri prodotti del mare. Il regime fiscale è integrato da campagne pubbliche di educazione alimentare e salute, segnalando una visione in cui la fiscalità è utilizzata non solo per sostenere un settore economico, ma per orientare i comportamenti dei consumatori verso diete più sostenibili. In Italia, invece, la situazione è profondamente diversa: le ostriche fresche sono tassate con l’aliquota ordinaria del 22%. Ciò contrasta con la scelta di molti altri Paesi europei che applicano regimi ridotti o nulli e contribuisce a rafforzare la percezione del prodotto come bene di lusso, piuttosto che come alimento accessibile. La conseguenza è duplice: da un lato, si penalizza la competitività di un comparto già fragile e marginale (con appena 300 tonnellate annue); dall’altro, si limita la possibilità di sviluppare una domanda interna più ampia. Questo approccio fiscale appare in controtendenza rispetto alle strategie mediterranee (Francia, Spagna, Portogallo), che utilizzano la leva tributaria come strumento di tutela culturale e promozione territoriale.</p>



<p>In sintesi, il confronto mette in luce due modelli principali:</p>



<p>L’Italia si colloca in posizione anomala, con un’aliquota ordinaria che indebolisce ulteriormente un comparto già marginale. Da un punto di vista critico, questa scelta fiscale sembra riflettere la mancanza di una strategia nazionale specifica per l’ostricoltura e, più in generale, per il sostegno alle produzioni ittiche innovative e di nicchia. In prospettiva, un riallineamento dell’aliquota italiana a quelle ridotte applicate in altri Paesi europei potrebbe non solo favorire la crescita del comparto, ma anche valorizzare meglio le produzioni locali, oggi circoscritte e ad alto valore unitario.</p>



<p><strong>Tabella 4 &#8211; Produzione e regime IVA sulle ostriche nei principali Paesi europei (2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="617" height="426" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-9.png" alt="" class="wp-image-15488" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-9.png 617w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-9-300x207.png 300w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati <em>FAO</em> (2023) e su dati ufficiali tratti dai portali fiscali nazionali: <em>impots.gouv.fr</em> (Francia), <em>revenue.ie</em> (Irlanda), <em>gov.uk</em> (Regno Unito), <em>agenciatributaria.es</em> (Spagna), <em>portaldasfinancas.gov.pt</em> (Portogallo), <em>belastingdienst.nl</em> (Paesi Bassi), <em>agenziaentrate.gov.it</em> (Italia).</figcaption></figure></div>



<h5>8. Il caso italiano</h5>



<p>Il comparto ostricolo italiano si colloca in una posizione di marcata marginalità all’interno del panorama europeo, caratterizzandosi per volumi produttivi estremamente ridotti ma per un prezzo medio unitario significativamente superiore alla media continentale. Tale configurazione riflette un modello produttivo di nicchia, radicato in specifici distretti costieri – tra cui la Sacca di Goro, il Golfo di Olbia e la laguna veneta – nei quali operatori di dimensione prevalentemente micro hanno consolidato un’offerta orientata a segmenti premium. A fronte di una produzione interna di circa 300 tonnellate annue, la domanda nazionale supera stabilmente le 8.000 tonnellate, determinando un tasso di dipendenza dall’import superiore al 90%, con un ruolo dominante della Francia come fornitore. Ne deriva un saldo strutturalmente negativo che, pur non assumendo dimensioni macroeconomiche rilevanti, limita la capacità del Paese di valorizzare in maniera endogena le opportunità connesse all’ostricoltura.</p>



<p>La dinamica commerciale italiana presenta tuttavia una peculiarità: nonostante la produzione marginale, l’Italia risulta tra gli esportatori di rilievo, con un valore delle esportazioni pari a circa 378 milioni di euro nel 2023 (FAO, 2023). Tale apparente anomalia si spiega attraverso la combinazione di due fattori: (i) la presenza di micro-flussi di alta qualità destinati alla ristorazione internazionale di fascia alta, che intercettano segmenti di mercato disposti a riconoscere un premium price legato all’origine territoriale; (ii) il fenomeno delle riesportazioni, attraverso cui prodotti importati vengono rilavorati o semplicemente transitano per hub logistici nazionali, beneficiando del valore reputazionale del marchio made in Italy. Questo modello conferma la capacità del Paese di utilizzare il proprio capitale simbolico per collocarsi nelle catene globali del valore, pur senza disporre di volumi produttivi significativi.</p>



<p>In tale quadro, l’assetto fiscale costituisce una variabile cruciale. L’Italia rappresenta un unicum in Europa, applicando alle ostriche l’aliquota ordinaria del 22%, mentre altri molluschi bivalvi – quali cozze e vongole – beneficiano dell’aliquota ridotta del 10%, così come la maggior parte dei prodotti ittici freschi. Questa asimmetria genera un evidente squilibrio competitivo e configura una distorsione distributiva che grava principalmente sul consumatore finale, traducendosi in prezzi superiori rispetto ad altri prodotti analoghi. La scelta di collocare l’ostrica tra i beni di lusso, al pari di beni e servizi superflui, contrasta con gli orientamenti di altri Paesi europei (Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi), dove l’IVA ridotta è stata utilizzata come strumento di promozione territoriale, salvaguardia culturale e sostegno alle economie costiere. L’anomalia italiana, pertanto, non può essere interpretata unicamente come un fattore penalizzante: essa rappresenta anche uno spazio potenziale di policy, in quanto l’introduzione di un’aliquota agevolata consentirebbe non solo di rafforzare la competitività del comparto, ma anche di attribuire un riconoscimento fiscale ai servizi ecosistemici generati dall’ostricoltura.</p>



<p>Parallelamente, la resilienza del settore è condizionata da fattori ecologici e istituzionali. Negli ultimi anni, l’invasione del granchio blu (Callinectes sapidus) ha determinato effetti dirompenti sulle principali produzioni molluschicole italiane, in particolare vongole e cozze, causando tassi di abbandono superiori al 30% nelle aree maggiormente colpite (Polesine, Goro). In questo contesto, l’ostricoltura si configura come una coltura relativamente più resiliente: la maggiore resistenza strutturale dei gusci riduce la vulnerabilità agli attacchi del predatore, aprendo spazi di diversificazione produttiva. La possibilità di riconversione verso l’ostricoltura assume quindi rilevanza strategica, non soltanto in termini di stabilizzazione economica, ma anche come forma di adattamento del settore ai nuovi equilibri ecologici indotti dalle specie aliene. Tuttavia, la persistenza di barriere burocratiche – legate alla gestione delle concessioni, ai conflitti d’uso degli spazi costieri e alla frammentazione della governance – continua a limitare la capacità di pianificazione e di investimento a lungo termine.</p>



<p>Il recente dibattito sull’IVA ha reso evidente la carenza di consapevolezza pubblica circa la funzione economica ed ecologica dell’ostricoltura. In sede politica e mediatica, la riduzione dell’imposta è stata talvolta semplificata come misura a favore di un bene elitario, trascurando il fatto che un allineamento fiscale avrebbe un impatto strutturale sul settore: incentivare i consumi interni, favorire la sostituzione parziale delle importazioni, sostenere la diversificazione degli allevamenti colpiti dal granchio blu e valorizzare i servizi ecosistemici forniti dalle ostriche. In questo senso, l’IVA non costituisce soltanto un tributo neutrale, ma un vero e proprio strumento di politica industriale e ambientale, in grado di incidere sugli equilibri produttivi e distributivi.</p>



<p>Le prospettive di sviluppo del comparto dipendono dunque dalla capacità di coniugare strumenti fiscali, innovazione tecnologica e governance territoriale in una logica integrata. L’ampio divario tra domanda e offerta interne, la reputazione internazionale del marchio italiano e la resilienza ecologica del prodotto rappresentano punti di forza potenzialmente in grado di sostenere una traiettoria di crescita selettiva. Tuttavia, senza un adeguato riconoscimento istituzionale e fiscale, il settore rischia di rimanere confinato a una condizione marginale, incapace di trasformare la propria specificità in vantaggio competitivo sistemico. In tale prospettiva, la riduzione dell’IVA non dovrebbe essere interpretata come un mero intervento di equità tributaria, ma come parte di una strategia più ampia di fiscalità mission-oriented, finalizzata a integrare obiettivi economici, sociali e ambientali e ad assicurare la sostenibilità di lungo periodo dell’ostricoltura italiana.</p>



<p>&nbsp;Alla luce di quanto discusso, è possibile sintetizzare la posizione dell’ostricoltura italiana attraverso un’analisi SWOT che mette in evidenza punti di forza e debolezza interni, insieme a opportunità e minacce derivanti dal contesto esterno.</p>



<p><strong>Figura 5 – Analisi SWOT</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="479" height="307" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-3.png" alt="" class="wp-image-15469" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-3.png 479w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-3-300x192.png 300w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></figure></div>



<h5>8. Conclusioni e prospettive di policy</h5>



<p>L’analisi svolta nelle sezioni precedenti ha messo in evidenza come l’ostricoltura italiana rappresenti un comparto piccolo in termini quantitativi, ma ricco di potenzialità economiche, ambientali e sociali. Come già sottolineato nella sezione 5, il settore europeo si distingue dai giganti asiatici non per volumi, ma per qualità, tracciabilità e sostenibilità, con la Francia come riferimento competitivo. L’Italia, come discusso nella sezione 7, occupa oggi una posizione marginale sul piano produttivo – con circa 300 tonnellate annue – ma capace di collocarsi in segmenti di mercato ad alto valore unitario (9 USD/kg, il prezzo medio più alto in Europa). Questo conferma che il nostro Paese, pur restando un importatore netto, dispone delle condizioni per sviluppare un modello distintivo fondato sul legame con i territori e sul brand <em>made in Italy</em>.</p>



<p>Il nodo cruciale, tuttavia, è rappresentato dal quadro fiscale. Come evidenziato nella sezione 6, l’Italia si colloca in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei, applicando l’aliquota IVA ordinaria del 22% alle ostriche, mentre altrove prevalgono regimi agevolati (Francia 10%, Spagna 10%, Portogallo 6%, Paesi Bassi 9%, Irlanda e Regno Unito addirittura 0% per il prodotto fresco). Questo scarto indebolisce la competitività di un comparto che già soffre per volumi ridotti e per una forte frammentazione imprenditoriale. Una revisione dell’aliquota non avrebbe soltanto effetti di riduzione dei prezzi finali e stimolo alla domanda, ma assumerebbe un valore strategico più ampio: significherebbe riconoscere istituzionalmente che le ostriche non sono solo un prodotto gastronomico di pregio, ma anche un bene con rilevanti esternalità positive.</p>



<p>Da un punto di vista ambientale, infatti, come discusso nella sezione 4, l’ostricoltura è una delle attività acquicole più sostenibili: filtra l’acqua, contribuisce alla riduzione dei nutrienti, sequestra carbonio nei sedimenti e crea habitat che favoriscono la biodiversità. In questa prospettiva, un trattamento fiscale agevolato potrebbe essere interpretato come un “premio” ai servizi ecosistemici generati, in linea con la Direttiva (UE) 2022/542 che consente agli Stati membri di applicare aliquote ridotte o super-ridotte a beni di interesse ambientale e sociale. Il riconoscimento fiscale diventerebbe così un presupposto per trasformare l’ostricoltura in un laboratorio di fiscalità mission-oriented, dove la leva tributaria non serve solo a contenere i prezzi, ma anche a incentivare modelli produttivi coerenti con il Green Deal europeo e con la strategia Farm to Fork.</p>



<p>Un intervento in questa direzione avrebbe anche un valore geopolitico; significherebbe ridurre la dipendenza dalle importazioni francesi e rafforzare l’autonomia strategica del Paese in un comparto simbolico della blue economy. L’Italia, Paese marittimo per eccellenza, non può accettare che un prodotto intrinsecamente legato alla qualità delle sue acque resti appannaggio quasi esclusivo dei competitor esteri.</p>



<p>Una fiscalità ripensata in questa chiave avrebbe quindi un triplice effetto:</p>



<ol type="1"><li>economico, rafforzando la competitività delle imprese italiane e incentivando nuovi investimenti nella filiera;</li><li>ambientale, premiando un’attività che genera benefici collettivi e contribuendo agli obiettivi di mitigazione climatica, tutela della biodiversità e della resilienza verso specie alloctone;</li><li>sociale e territoriale, favorendo lo sviluppo di comunità costiere spesso fragili e creando nuove opportunità occupazionali, soprattutto per i giovani.</li></ol>



<p>In conclusione, l’Italia dispone oggi di un’occasione unica per colmare il divario con i principali partner europei e trasformare un comparto marginale in una leva strategica della blue economy. Una riforma fiscale mirata – fondata su un’aliquota IVA ridotta e accompagnata da politiche di sostegno e semplificazione – potrebbe rappresentare la chiave per un cambio di paradigma: dall’ostricoltura come attività di nicchia all’ostricoltura come asset nazionale di sostenibilità, innovazione e competitività internazionale.</p>



<p>Alla luce delle evidenze emerse, la fiscalità assume quindi una valenza che travalica il piano meramente tributario: essa diviene un dispositivo di governance strategica, capace di orientare percorsi di riconversione produttiva (ad esempio in risposta alla pressione del granchio blu), di ridurre la dipendenza dalle importazioni e di consolidare un posizionamento distintivo sui mercati internazionali. La combinazione di strumenti fiscali, innovazione tecnologica e governance multilivello costituisce dunque la condizione necessaria affinché l’ostricoltura italiana possa evolvere da settore residuale a pilastro della transizione ecologica e della resilienza territoriale del Paese.</p>



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<h5>Bibliografia</h5>



<p>Baldock, D. (2015). Twisted together: European agriculture, environment and the Common Agricultural Policy. In&nbsp;Research Handbook on EU Agriculture Law&nbsp;(pp. 125-149). Edward Elgar Publishing.</p>



<p>Baldock, D. (2020). Locating the CAP in an escalating green agenda.&nbsp;Italian Review of Agricultural Economics (REA),&nbsp;75(3), 13-18.</p>



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]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>La nuova mappa di Roma: partecipazione, territori e identità</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-partecipazione-territori-e-identita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-nuova-mappa-di-roma-partecipazione-territori-e-identita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/andrea-catarci/">Andrea Catarci</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/salvatore-monni/">Salvatore Monni</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 22:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.economiaepolitica.it/?p=15455</guid>

					<description><![CDATA[<p>Questo articolo analizza la fase di partecipazione alla costruzione della nuova mappa di Roma, svoltasi tra ottobre 2025 e gennaio 2026 sul portale di Roma Capitale. Attraverso l’esame di 4.036 segnalazioni inviate da cittadini, comitati e realtà locali, il contributo mette in evidenza una distribuzione disomogenea della partecipazione, che disegna una vera e propria geografia dell’attivazione civica. L’analisi dei contenuti mostra come il dibattito si concentri su identità, confini e denominazione dei quartieri, restituendo una geografia vissuta che affianca e, in alcuni casi, mette in discussione quella amministrativa. La partecipazione emerge così non come elemento accessorio, ma come componente centrale di un processo tecnico, culturale e politico di ridefinizione dello spazio urbano.</p>
<p>---</p>
<p>This paper examines the public participation phase in the development of the new map of Rome, carried out between October 2025 and January 2026 through the official Rome Capital platform. Drawing on 4,036 contributions submitted by residents, local committees, and civic groups, the analysis reveals a markedly uneven distribution of participation, outlining a distinct geography of civic engagement. Content analysis shows that the debate primarily revolves around neighbourhood identity, boundaries, and naming, reflecting a lived geography that complements and, at times, challenges official administrative divisions. The findings suggest that participation should not be considered a marginal component, but rather a central element in a broader technical, cultural, and political process of redefining urban space.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-partecipazione-territori-e-identita/">La nuova mappa di Roma: partecipazione, territori e identità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel precedente articolo pubblicato lo scorso settembre su <em>economiaepolitica.it</em>, <a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-un-cantiere-aperto-per-la-citta-che-verra/">la nuova mappa di Roma: un cantiere aperto per la città che verrà</a> [1], abbiamo ricostruito il percorso che ha portato Roma Capitale ad avviare una profonda revisione della propria geografia urbana.&nbsp; Un percorso avviato nel dicembre 2021 insieme ai Municipi, chiamati a individuare i quartieri “percepiti” come parti costitutive dei rispettivi territori [2], e successivamente sviluppato attraverso il lavoro di un comitato scientifico composto da università, Istat e uffici comunali, fino alla definizione di una nuova mappa articolata in 327 quartieri, 22 rioni e 104 zone funzionali. Questo lavoro è stato <a href="https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/2025-quartieri-roma-nuova-mappa-citta.page" target="_blank" rel="noreferrer noopener">presentato pubblicamente il 20 ottobre 2025 presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secol</a>o e, a partire da quella data e fino al 20 gennaio 2026, cittadinanza e realtà organizzate hanno avuto la possibilità di partecipare attivamente al processo attraverso il <a href="https://www.comune.roma.it/web/it/i-quartieri-di-roma-tutti-i-mun.page" target="_blank" rel="noreferrer noopener">portale di Roma Capitale</a>, esplorando le mappe nel dettaglio ed esprimendo osservazioni, proposte e valutazioni sui toponimi individuati, sui confini dei quartieri e, più in generale, sulla rappresentazione della città.</p>



<p>Va ricordato che il lavoro illustrato a ottobre 2025 non rappresenta una versione definitiva della nuova mappa di Roma. I contributi raccolti attraverso la piattaforma istituzionale sono oggetto di analisi da parte del gruppo tecnico-scientifico, impegnato congiuntamente ai Municipi nella valutazione delle osservazioni e nel recepimento delle proposte ritenute convincenti.</p>



<p>Il lavoro è dunque ancora in evoluzione, destinato a essere modificato e affinato alla luce delle osservazioni ricevute di cui, in questo saggio, si propone una lettura ragionata, utile a comprendere orientamenti, criticità e domande di riconoscimento territoriale.</p>



<p>È in questo passaggio che la mappa, da costruzione prevalentemente tecnico-istituzionale, seppur già arricchita dal contributo di singole persone, organizzazioni sociali e testimoni privilegiati, si trasforma sulla base di un confronto che pone al centro la cittadinanza attiva, in cui è la geografia amministrativa a misurarsi con quella vissuta e non il contrario. Tradizionalmente, la definizione delle geografie urbane, dai confini amministrativi ai nomi dei quartieri, è delegata esclusivamente a tecnici e istituzioni. In questo caso, come già sottolineato, non è stato così: il percorso non si è esaurito in una suddivisione a opera di urbanisti e cartografi o in elaborazioni di statistici e <em>data analyst</em> ma è stato concepito fin dall’inizio come un processo aperto, destinato a svilupparsi nello scambio bidirezionale tra gli esiti dell’approccio scientifico e la percezione identitaria, riconoscendo il valore delle conoscenze diffuse e dell’esperienza quotidiana dei territori, in un vero e proprio cambio di paradigma che affianca alle fonti documentali degli esperti il senso di identità e di appartenenza delle romane e dei romani.</p>



<p>In questo quadro si colloca la fase di partecipazione svolta tra il 20 ottobre 2025 e il 20 gennaio 2026, durante la quale il portale di Roma Capitale ha raccolto oltre quattromila interventi di cittadine e cittadini, comitati e realtà locali. Parallelamente, si è sviluppato un dibattito più ampio, articolato in diverse forme: nel confronto diretto tra l’Ufficio “Partecipazione e Quartieri” di Roma Capitale con quasi 300 comitati di quartiere, nello svolgimento di numerose riunioni di commissioni municipali dedicate al tema, nonché nell’attenzione dei media e delle piattaforme <em>social</em>.</p>



<h5>La partecipazione nei numeri</h5>



<p>Complessivamente, attraverso il portale istituzionale sono state raccolte <strong>4.036 segnalazioni</strong>. Di queste, <strong>3.713 riguardano questioni relative ai singoli municipi, mentre 323 non sono riconducibili a uno specifico ambito territoriale</strong>. La distribuzione degli interventi non è uniforme: al contrario, si osserva una marcata concentrazione in alcuni municipi, segno di una diversa intensità della discussione pubblica locale e di livelli differenziati di attivazione civica.</p>



<p><strong><em>Tabella 1. Distribuzione delle segnalazioni dei cittadini per Municipio</em></strong></p>



<figure class="wp-block-table aligncenter"><table><tbody><tr><td><strong>Municipio</strong></td><td><strong>Segnalazioni</strong></td><td><strong>%</strong></td></tr><tr><td>Roma I</td><td>471</td><td><strong>11,67</strong></td></tr><tr><td>Roma II</td><td>196</td><td>4,86</td></tr><tr><td>Roma III</td><td>689</td><td><strong>17,07</strong></td></tr><tr><td>Roma IV</td><td>248</td><td>6,14</td></tr><tr><td>Roma V</td><td>354</td><td>8,77</td></tr><tr><td>Roma VI</td><td>119</td><td>2,95</td></tr><tr><td>Roma VII</td><td>497</td><td><strong>12,31</strong></td></tr><tr><td>Roma VIII</td><td>144</td><td>3,57</td></tr><tr><td>Roma IX</td><td>312</td><td>7,73</td></tr><tr><td>Roma X</td><td>120</td><td>2,97</td></tr><tr><td>Roma XI</td><td>71</td><td>1,76</td></tr><tr><td>Roma XII</td><td>132</td><td>3,27</td></tr><tr><td>Roma XIII</td><td>123</td><td>3,05</td></tr><tr><td>Roma XIV</td><td>136</td><td>3,37</td></tr><tr><td>Roma XV</td><td>101</td><td>2,50</td></tr><tr><td><em>n.d.</em></td><td><strong><em>323</em></strong></td><td>8,00</td></tr><tr><td><strong><em>Totale</em></strong></td><td><strong><em>4036</em></strong></td><td><strong><em>100</em></strong></td></tr></tbody></table><figcaption>Fonte: ns elaborazioni</figcaption></figure>



<p>Il dato più evidente è la maggiore partecipazione in alcuni territori: il <strong>Municipio Roma III</strong> (Montesacro–Talenti, area nord-est della città) con il 17,1%, il <strong>Municipio Roma VII</strong> (Appio-Latino, quadrante sud-est) con il 12,3% e il <strong>Municipio Roma I</strong> (Centro storico) con il 11,7% <strong>concentrano da soli circa il 40% delle segnalazioni</strong> complessive.</p>



<p>Al contrario, in altri municipi come l’XI (area sud-ovest) e il XV (quadrante nord) il numero di contributi risulta più contenuto, a fronte però di numerose interlocuzioni dirette, sia in forma bilaterale sia di gruppo, che hanno probabilmente compensato la minor presenza sul portale [3] [4].</p>



<p>Alcuni quartieri risultano particolarmente ricorrenti nel dibattito: Talenti, Acilia, Pigneto, Nomentano, Balduina, Marranella, Mandrione, Mostacciano, Torrino. In questi casi è emersa una diffusa insoddisfazione rispetto alla proposta iniziale che ha portato a modifiche rilevanti nei confini e nella denominazione dei quartieri di appartenenza.</p>



<p><strong><em>Figura 1: Principali quartieri citati nelle segnalazioni dei cittadini.</em></strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="515" height="268" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image.png" alt="" class="wp-image-15456" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image.png 515w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-300x156.png 300w" sizes="(max-width: 515px) 100vw, 515px" /><figcaption>Fonte: ns elaborazione</figcaption></figure></div>



<p>Si tratta di aree molto diverse tra loro: quartieri storici e consolidati convivono con realtà più recenti, spesso sviluppatesi fuori o ai margini del Grande Raccordo Anulare. Questo dato segnala la presenza di veri e propri epicentri della discussione pubblica, nei quali il tema dell’identità territoriale appare più intenso e strutturato anche per un particolare attivismo dei singoli comitati di quartiere. In questi contesti la partecipazione assume la forma di un confronto collettivo sulla definizione del quartiere, dei suoi confini e del suo riconoscimento istituzionale.</p>



<h5>Una geografia vissuta</h5>



<p>Oltre ai numeri, ciò che colpisce di più è il contenuto dei contributi. Dall’analisi dei testi emergono, infatti, tre grandi temi.</p>



<p><strong>Il primo riguarda l’identità</strong>. Molti interventi chiedono il riconoscimento dei quartieri così come sono percepiti dai residenti, spesso facendo riferimento a nomi storici o consolidati nell’uso quotidiano. Non è raro che venga rivendicata l’esistenza di un quartiere che, pur non essendo formalmente riconosciuto, rappresenta un riferimento identitario forte: una realtà che vive nella percezione dei cittadini anche quando non trova riscontro nelle rappresentazioni ufficiali.</p>



<p><strong>Il secondo tema è quello dei confini.</strong> Numerose osservazioni segnalano incongruenze, propongono correzioni e ridefiniscono appartenenze, confermando come i confini dei quartieri siano spesso oggetto di negoziazione sociale e non semplicemente dati amministrativi. In questo senso, nomi e confini non sono elementi neutrali bensì strumenti attraverso cui si costruiscono identità e si definiscono inclusioni ed esclusioni.</p>



<p><strong>Il terzo riguarda la distanza tra rappresentazione ufficiale e uso sociale dello spazio</strong>. Emergono con chiarezza quartieri “reali”, cioè denominazioni e articolazioni territoriali che, pur essendo consolidate nelle pratiche quotidiane di chi vive la città, non trovano riscontro nelle classificazioni amministrative. Esiste, insomma, una città invisibile che reclama riconoscimento e protagonismo, a 65 anni dal riordino complessivo della toponomastica del 1961, che individuava 22 rioni e 35 quartieri e a 49 anni dall’ultima ricognizione disponibile, quella del 1977, che suddivideva Roma in 155 zone urbanistiche. Basti pensare che, nel quadro attuale, ancora non definitivo ma ormai prossimo a esserlo, <strong>la città risulta composta da 22 rioni e 333 quartieri</strong>, delineando una Roma inedita e, per molti aspetti, ancora poco conosciuta.</p>



<p>C’è poi un altro elemento che emerge con chiarezza dall’analisi lessicale dei contributi: le parole più ricorrenti come “quartiere”, “zona”, “nome”, “parte” rimandano a un dibattito fortemente centrato sulla definizione e sul riconoscimento dei territori. Non si tratta di segnalazioni generiche ma di interventi che entrano nel merito della geografia urbana, spesso accompagnati da richieste puntuali. In altre parole, il dibattito non è affatto astratto, ma investe direttamente le identità locali, in linea con una consolidata letteratura sul rapporto tra spazio e individui che evidenzia come la denominazione dei quartieri e degli spazi della vita quotidiana contribuisca a rafforzare proprio il senso di appartenenza e l’identità territoriale [5] [6] [7].</p>



<p>Un altro aspetto importante riguarda le modalità attraverso cui questo confronto si è sviluppato. La discussione non si è limitata alla piattaforma istituzionale ma ha trovato ampia risonanza anche sui principali quotidiani nazionali e locali, oltre che sui social media. Le pagine e i gruppi delle <em>community</em> di quartiere hanno rappresentato spazi di confronto attivo, nei quali cittadini e cittadine hanno discusso nomi, confini e identità territoriali, spesso anticipando temi e contenuti poi formalizzati attraverso la partecipazione sul portale di Roma Capitale o in incontri diretti. La partecipazione online istituzionale si è dunque innestata su un dibattito già vivo e diffuso, contribuendo a strutturarlo e a renderlo più visibile.</p>



<h5>Un cantiere aperto</h5>



<p>Il percorso resta aperto. Le osservazioni raccolte tra ottobre 2025 e gennaio 2026 rappresentano un prezioso punto di partenza per l’ulteriore rielaborazione in corso, insieme al continuo confronto con i municipi e con gli attori territoriali, in particolare i comitati di quartiere. È proprio in questa “negoziazione” tra sapere esperto e conoscenza diffusa che si gioca la qualità del risultato finale: da un lato, la rappresentazione è indispensabile per la programmazione delle politiche pubbliche; dall’altro, il processo spinge la città a conoscersi meglio e a ridefinire sé stessa.</p>



<p>Per la prima volta in modo esplicito e strutturato, insomma, la nuova mappa non sarà soltanto disegnata: è già, da oltre quattro anni, oggetto di discussione, confronto, contestazione e negoziazione, in un percorso che ne ha fatto un dispositivo condiviso e costruito collettivamente, per restituire una città riconosciuta nei suoi molteplici significati e nelle sue identità.</p>



<h5>Riferimenti bibliografici</h5>



<p>[1] Catarci, A., Monni, S. (2025), “<a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-un-cantiere-aperto-per-la-citta-che-verra/">La nuova mappa di Roma: un cantiere aperto per la città che verrà</a>”, <em>economiaepolitica</em>, Anno XVII, n. 30, sem. 2.</p>



<p>[2] Catarci, A., Monni, S. (2024), ”<a href="https://eticaeconomia.it/come-cambia-roma-una-analisi-preliminare-condotta-con-i-municipi-di-roma-capitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Come cambia Roma. Una analisi preliminare condotta con i municipi di Roma Capitale</a>“, in&nbsp;<a href="http://www.eticaeconomia.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">eticaeconomia</a>, 14 maggio 2024.</p>



<p>[3] Lelo, K, Monni, S., Tomassi, F. (2019) “<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788868439880" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana</a>“. Donzelli Editore, Roma.</p>



<p>[4] Lelo, K, Monni, S.,Tomassi, F. (2021) “<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788855222563" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le Sette Rome. La capitale delle disuguaglianze raccontata in 29 mappe</a>”.&nbsp;Donzelli Editore, Roma.</p>



<p>[5] Tuan, Y.-F. (1977), <a href="https://archive.org/details/spaceplaceperspe0000tuan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Space and Place: The Perspective of Experience</a>, Minneapolis: University of Minnesota Press</p>



<p>[6] Relph, E. (1976), <a href="https://archive.org/details/placeplacelessne0000relp/page/160/mode/2up" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Place and Placelessness</a>, &nbsp;London: Pion.<strong>[7]</strong> Lewicka, M. (2011), “<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0272494410000861" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Place attachment: How far have we come in the last 40 years</a>?”, <em>Journal of Environmental Psychology</em>, 31(3), 207–230.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-partecipazione-territori-e-identita/">La nuova mappa di Roma: partecipazione, territori e identità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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		<title>Preferenza per la Liquidità, insicurezza e declino del Tasso Naturale di Interesse</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/banche-e-finanza/preferenza-per-la-liquidita-insicurezza-e-declino-del-tasso-naturale-di-interesse/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=preferenza-per-la-liquidita-insicurezza-e-declino-del-tasso-naturale-di-interesse</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/biagio-bossone/">Biagio Bossone</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[Banche e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando le banche centrali guarderanno retrospettivamente al primo quarto del XXI secolo, una caratteristica potrebbe emergere più chiaramente di ogni altra: la persistente debolezza del tasso reale di interesse ritenuto compatibile con la piena occupazione e la stabilità dei prezzi - il cosiddetto tasso naturale, o r*. Dopo la crisi finanziaria globale, questo tasso è diminuito, ha faticato a risalire durante la successiva espansione ed è rimasto sorprendentemente contenuto anche dopo uno dei cicli di restrizione monetaria più aggressivi degli ultimi decenni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando le banche centrali guarderanno retrospettivamente al primo quarto del XXI secolo, una caratteristica potrebbe emergere più chiaramente di ogni altra: la persistente debolezza del tasso reale di interesse ritenuto compatibile con la piena occupazione e la stabilità dei prezzi &#8211; il cosiddetto tasso naturale, o r*. Dopo la crisi finanziaria globale, questo tasso è diminuito, ha faticato a risalire durante la successiva espansione ed è rimasto sorprendentemente contenuto anche dopo uno dei cicli di restrizione monetaria più aggressivi degli ultimi decenni.</p>



<p>Nelle interpretazioni convenzionali, l&#8217;evoluzione di r* è attribuita a fattori strutturali come l&#8217;invecchiamento demografico, il rallentamento della produttività o l&#8217;eccesso globale di risparmio. Tuttavia, questa prospettiva trascura un elemento fondamentale: il ruolo delle aspettative, del sentiment e delle scelte patrimoniali che ne derivano. In un&#8217;economia monetaria, il tasso di interesse non emerge da un equilibrio puramente reale, ma riflette il premio richiesto dagli operatori per rinunciare alla liquidità in un futuro percepito come incerto. Di conseguenza, esso dipende dal grado di fiducia collettiva nella stabilità dell&#8217;ambiente economico, come evidenziato da approcci recenti che integrano esplicitamente il ruolo del sentiment nella formazione degli equilibri macroeconomici (<a href="https://link.springer.com/book/10.1007/978-3-032-08617-4?utm_source=chatgpt.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bossone 2026</a>).</p>



<p>Negli ultimi quindici anni, una successione ravvicinata di crisi ha profondamente modificato tale percezione, rafforzando la domanda di sicurezza e comprimendo i rendimenti reali di lungo periodo. Gli sviluppi più recenti del 2025–2026 &#8211; dalla guerra commerciale innescata dall&#8217;amministrazione Trump all&#8217;escalation in Medio Oriente, fino all&#8217;incertezza sull&#8217;indipendenza della Fed &#8211; non hanno fatto che approfondire questo solco.</p>



<h5>Un quindicennio che ha trasformato le aspettative</h5>



<p>Ciò che distingue l&#8217;epoca recente è l&#8217;accumulo di shock profondi e ravvicinati. La crisi finanziaria globale ha incrinato la fiducia nella stabilità del sistema bancario. La crisi del debito sovrano nell&#8217;area dell&#8217;euro ha messo in discussione la coesione istituzionale dell&#8217;unione monetaria. Le tensioni geopolitiche e commerciali hanno iniziato a invertire decenni di integrazione economica. La pandemia ha provocato la paralisi improvvisa dell&#8217;attività economica, seguita da inflazione inattesa e da un rapido ciclo restrittivo. A questi eventi si sono aggiunti nuovi conflitti armati, una crescente frammentazione politica globale e, nel corso del 2025, il nuovo e potente fattore destabilizzante legato alla politica commerciale degli Stati Uniti, con l’annuncio da parte dell&#8217;amministrazione Trump di dazi generalizzati su quasi tutti i partner commerciali.</p>



<p>L&#8217;<a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-outlook.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OCSE ha rivisto al ribasso</a> le stime di crescita mondiale per il biennio 2025–2026, avvertendo che un&#8217;ulteriore escalation tariffaria avrebbe potuto dar luogo a un repricing dirompente nei mercati finanziari. Il commercio mondiale, secondo <a href="https://www.confindustria.it/en/publications/uncertainty-and-tariffs-deteriorate-the-picture-even-as-rates-and-energy-prices-fall/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Centro Studi della Confindustria</a>, è atteso in sostanziale stagnazione nel biennio 2025–2026.</p>



<p>Questi episodi non hanno semplicemente aumentato l&#8217;incertezza nel breve periodo. Hanno modificato in modo duraturo il modo in cui famiglie, imprese e investitori valutano il futuro. Eventi un tempo considerati estremamente improbabili sono entrati nell&#8217;esperienza vissuta. L&#8217;incertezza è diventata una condizione percepita come persistente, influenzando direttamente le scelte patrimoniali e, quando il futuro è percepito come fragile, gli operatori modificano la composizione dei propri bilanci, privilegiando sicurezza e liquidità.</p>



<h5>Il ritorno della preferenza per la liquidità</h5>



<p>La teoria keynesiana della preferenza per la liquidità fornisce la chiave per comprendere questo processo. Come Keynes sottolineava, il tasso di interesse non è semplicemente il prezzo che equilibra risparmio e investimento, ma il premio richiesto per rinunciare alla liquidità in un mondo incerto.</p>



<p>Quando la fiducia nel futuro diminuisce, famiglie, imprese e intermediari finanziari cercano protezione aumentando la quota di attività liquide nei loro portafogli. Questo comportamento non rappresenta una semplice risposta ai differenziali di rendimento, ma una ristrutturazione patrimoniale più profonda.</p>



<p>Negli ultimi anni, le imprese hanno accumulato riserve di liquidità, le famiglie hanno rafforzato il risparmio precauzionale, le banche hanno ridotto l&#8217;esposizione ai rischi e gli investitori globali hanno aumentato la domanda di attività sicure, in particolare titoli pubblici. Queste scelte riflettono la necessità di proteggersi da un futuro percepito come meno stabile.</p>



<p>Un segnale eloquente proviene dall&#8217;oro, tradizionale bene rifugio. L’oro ha chiuso il 2025 <a href="https://www.milanofinanza.it/news/oro-a-5-400-dollari-metalli-preziosi-verso-nuovi-record-nel-2026-l-analisi-di-cracco-ceo-di-gold-202512191014237689" target="_blank" rel="noreferrer noopener">con un rialzo di circa il 63%</a> — il miglior risultato annuale dal 1979 — spinto, come sottolinea il <a href="https://www.focusrisparmio.com/news/blackrock-nel-2026-buone-prospettive-di-crescita-grazie-allai" target="_blank" rel="noreferrer noopener">BlackRock Investment Institute</a>, dalla frammentazione geopolitica globale e dalla ricerca strutturale di asset capaci di diversificare il rischio. Il quadro si è però complicato nel 2026: tra marzo e aprile, nelle settimane di maggiore tensione geopolitica, il metallo giallo <a href="https://patrimoniefinanza.com/2026/05/10/oro-vs-guerra-e-rendimenti-perche-il-bene-rifugio-per-eccellenza-non-ha-protetto-nel-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha mostrato improvvise correzioni</a>, venduto in modo aggressivo proprio nel pieno delle tensioni.</p>



<p>Questo comportamento, apparentemente paradossale, non contraddice la tesi sulla preferenza per la liquidità: segnala semmai che, nelle fasi di stress acuto, gli investitori liquidano anche l&#8217;oro anticipando possibili esigenze di cassa straordinarie e immediate, rivelando quanto la domanda di liquidità pura possa prevalere persino sul bene rifugio per eccellenza. Di conseguenza, la preferenza per la liquidità diventa una forza macroeconomica persistente. Gli operatori accettano rendimenti inferiori in cambio della sicurezza offerta dalla liquidità, comprimendo i tassi reali di lungo periodo.</p>



<p>L&#8217;aumento dei tassi ufficiali non elimina automaticamente questa dinamica. Se la liquidità è detenuta come forma di protezione contro l&#8217;incertezza sistemica, gli incentivi offerti da rendimenti più elevati possono non essere sufficienti a indurre una significativa riallocazione dei portafogli. La domanda di liquidità rimane elevata e i tassi reali di equilibrio restano contenuti.</p>



<h5>Le stime di r*: un dibattito ancora aperto</h5>



<p>Il quadro che emerge dalle stime empiriche di r* secondo i principali modelli all’uopo utilizzati è, nel complesso, coerente con la tesi qui sostenuta — sebbene con sfumature importanti. Nel secondo trimestre del 2025, il <a href="https://www.newyorkfed.org/research/policy/rstar" target="_blank" rel="noreferrer noopener">modello HLW</a> aggiornato dalla Federal Reserve di New York stimava r* per gli Stati Uniti a circa 0,84% in termini reali — un livello ancora contenuto, che sommato all&#8217;obiettivo di inflazione del 2% implicava un tasso nominale neutro di poco inferiore al 3%. Il modello continua ancor oggi a non mostrare evidenza convincente che l&#8217;era dei tassi naturali storicamente bassi si sia conclusa. La <a href="https://www.richmondfed.org/research/national_economy/natural_rate_interest" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Federal Reserve di Richmond</a> riporta una stima mediana del tasso naturale pari all&#8217;1,68% nel quarto trimestre del 2025, anch&#8217;essa ben al di sotto dei livelli pre-crisi finanziaria globale.</p>



<p>Una divergenza significativa emerge confrontando le stime basate su modelli macroeconomici con quelle ricavate dai mercati finanziari. Nel 2025, i rendimenti reali impliciti nei <a href="https://libertystreeteconomics.newyorkfed.org/2025/08/are-financial-markets-good-predictors-of-r-star/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">TIPS</a> (Treasury Inflation-Protected Securities — titoli del Tesoro americano indicizzati all&#8217;inflazione) <a href="https://tipswatch.com/2025/06/23/lets-take-the-long-view-on-real-yields/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">si collocavano tra il 2,25% e il 2,50%</a>, suggerendo che r* potrebbe essere in qualche misura risalito. Tuttavia, la <a href="https://libertystreeteconomics.newyorkfed.org/2025/08/are-financial-markets-good-predictors-of-r-star/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fed di New York</a> ha mostrato che queste misure di mercato incorporano premi al rischio variabili e hanno scarso potere predittivo sui tassi reali futuri, a differenza del modello HLW.</p>



<p>Questa divergenza riflette esattamente il meccanismo qui descritto: il mercato prezza un premio per il rischio — non necessariamente una risalita strutturale di r*. La preferenza per la liquidità si manifesta anche nel fatto che gli investitori richiedono rendimenti più elevati per detenere attività rischiose, senza che questo implichi una normalizzazione del tasso naturale.</p>



<h5>Quando il tasso naturale diventa dipendente dalle credenze</h5>



<p>Poiché la preferenza per la liquidità riflette il grado di fiducia degli operatori nella stabilità del futuro, il tasso naturale diventa inevitabilmente dipendente dal regime di credenze prevalente. Quando il contesto economico appare stabile e prevedibile, la preferenza per la liquidità si riduce, la propensione al rischio aumenta e i tassi tendono a salire. Quando invece prevale un senso diffuso di vulnerabilità, gli operatori privilegiano la sicurezza, comprimendo i rendimenti.</p>



<p>Il tasso naturale non appare quindi come un <a href="https://blogs.lse.ac.uk/businessreview/2026/01/16/why-the-natural-rate-of-interest-is-no-longer-just-a-number/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parametro determinato esclusivamente</a> da fattori demografici o tecnologici, ma come un esito emergente delle scelte patrimoniali collettive e del contesto istituzionale. Questo aiuta a spiegare perché il forte aumento dei tassi ufficiali negli anni 2022–2024 non abbia prodotto un aumento corrispondente delle stime strutturali di r*. Se la preferenza per la liquidità rimane elevata, i tassi reali di equilibrio restano compressi.</p>



<p>Un ulteriore elemento di fragilità istituzionale, emerso con forza nel 2026, riguarda l&#8217;indipendenza della Federal Reserve. Le pressioni esercitate dall&#8217;amministrazione Trump su Jerome Powell — il cui mandato è scaduto il 15 maggio 2026 — la nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed e l&#8217;incertezza sulla composizione futura del FOMC hanno aggiunto un nuovo fattore di rischio nelle aspettative degli operatori. Come evidenziano <a href="https://www.wellington.com/it-it/consulenti-finanziari/approfondimenti/outlook-mercato-obbligazionario-tassi-interesse" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le analisi di Wellington Management</a>, la potenziale riduzione dell&#8217;indipendenza della banca centrale rischia di consolidare l&#8217;inflazione e di erodere la cooperazione tra i decisori politici a livello globale — esattamente il tipo di incertezza istituzionale che alimenta la preferenza per la liquidità.</p>



<h5>Uno spazio di manovra monetaria più ristretto e più incerto</h5>



<p>Un tasso naturale depresso dalla preferenza per la liquidità restringe lo spazio operativo delle banche centrali. Gli sviluppi recenti rendono questa diagnosi, se possibile, ancora più pertinente.</p>



<p>La Banca Centrale Europea ha completato tra il 2024 e il giugno 2025 un ciclo di otto tagli consecutivi, portando il tasso sui depositi dal 4,00% al 2,00%. Da allora, la BCE è entrata in una fase di pausa prolungata. Al 19 marzo 2026, il tasso sui depositi restava invariato al 2,00%. L&#8217;incertezza geopolitica &#8211; in particolare l&#8217;escalation in Medio Oriente e i conseguenti rischi energetici &#8211; ha complicato il quadro, con l&#8217;inflazione nell&#8217;area euro rivista al rialzo verso il 2,6% per il 2026 rispetto alle previsioni precedenti.</p>



<p>Il fatto che la BCE abbia ritenuto necessario portare i tassi al 2% &#8211; un livello ritenuto da molti analisti compatibile con la neutralità &#8211; prima di fermarsi, conferma implicitamente che lo spazio di manovra verso il basso rimane limitato. Il consenso tra gli economisti è che i tassi resteranno stabili per la maggior parte del 2026, con uno scenario di potenziali rialzi se le pressioni energetiche dovessero persistere.</p>



<p>La Federal Reserve si trova in una posizione particolarmente delicata. Con i <a href="https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/openmarket.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fed funds</a> nel range 3,50%–3,75%, dopo tre tagli nel 2025, la distanza dal tasso neutro implicito nelle proiezioni FOMC (circa il 3%) è diventata modesta. Al meeting di marzo 2026, Powell ha mantenuto i tassi invariati, sottolineando l&#8217;incertezza elevata e i rischi bidirezionali: inflazione persistente da un lato, indebolimento del mercato del lavoro dall&#8217;altro.</p>



<p>Questa posizione illustra esattamente la trappola sopra richiamata: quando la preferenza per la liquidità mantiene r* basso, i tassi ufficiali devono scendere molto per stimolare la domanda, ma tagli eccessivi rischiano di riaccendere l&#8217;inflazione in un contesto di shock dal lato dell&#8217;offerta (dazi, energia). La trasmissione della politica monetaria diventa meno prevedibile e più asimmetrica.</p>



<p>Ciò accresce l&#8217;importanza della stabilità istituzionale e della credibilità delle politiche economiche. Un contesto percepito come stabile può ridurre il bisogno di protezione patrimoniale e contribuire a normalizzare i tassi di interesse. Tuttavia, molte delle fonti di insicurezza contemporanee — geopolitiche, commerciali, tecnologiche e ambientali — sfuggono al controllo diretto delle autorità monetarie.</p>



<h5>Un futuro ancora plasmato dal passato e da nuovi shock</h5>



<p>Le cicatrici delle crisi recenti si attenueranno solo gradualmente. Le forze che comprimono r* non si sono attenuate. Si sono semmai intensificate.</p>



<p>La guerra commerciale ha aggiunto incertezza strutturale alle catene del valore globali. I conflitti armati in corso mantengono elevata la volatilità energetica. L&#8217;incertezza sulla successione alla guida della Fed solleva interrogativi sulla credibilità futura della politica monetaria americana. L&#8217;intelligenza artificiale, pur rappresentando un potenziale driver di produttività, introduce incertezza tanto sulla distribuzione dei guadagni e sui suoi effetti sul mercato del lavoro, quanto sulle dinamiche inflattive e sulla <a href="https://blogs.lse.ac.uk/businessreview/2025/10/08/ai-is-changing-inflation-dynamics-and-challenging-central-banks/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gestione stessa della politica monetaria</a>.  </p>



<p>Se il futuro è percepito come fragile, è naturale che famiglie, imprese e investitori cerchino protezione nella liquidità. E se la liquidità diventa una forma privilegiata di sicurezza, i tassi di interesse reali rimangono contenuti. Il tasso naturale riflette quindi non un equilibrio indipendente dalla moneta, ma il grado di fiducia collettiva nella stabilità del futuro economico. Finché l&#8217;insicurezza resterà elevata, le forze che comprimono i tassi continueranno a operare, indipendentemente dall&#8217;orientamento immediato della politica monetaria.</p>
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		<title>Ricordo di Ugo Marani</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/ricordo-di-ugo-marani/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=ricordo-di-ugo-marani</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/rosaria-rita-canale/">Rosaria Rita Canale</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 12 maggio ci ha lasciato Ugo Marani, membro del Consiglio Scientifico della nostra rivista. Mente con eccezionali capacità di ricerca e di raffinata cultura, persona visionaria e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il 12 maggio ci ha lasciato Ugo Marani, membro del Consiglio Scientifico della nostra rivista. Mente con eccezionali capacità di ricerca e di raffinata cultura, persona visionaria e di grande umanità. La redazione di Economia e Politica partecipa al dolore della famiglia e di coloro che, avendo incrociato il suo percorso sia nell’accademia sia fuori, si sentono privi degli stimoli che le sue intuizioni e il suo rigore analitico erano capaci di fornire</em>.</p>



<p>Trasferitosi a Napoli &#8211; da Catanzaro dove era nato nel 1948 &#8211; per gli studi universitari, si forma alla “Scuola di Portici”, centro fecondo dove la ricerca economica era sempre guidata dall’attenzione verso le dinamiche istituzionali e sociali del nostro Paese e internazionali. Ed è qui che si pongono le fondamenta di quelli che saranno i suoi filoni di ricerca negli anni a venire: il Mezzogiorno, le dinamiche dell’economia italiana e dell’unione monetaria europea all’interno dei complessi scenari internazionali. Le sue linee di ricerca erano caratterizzate da rigore metodologico, attenzione ai fenomeni istituzionali, capacità di collegare dinamiche locali e globali.</p>



<p>Diventato presto Ordinario presso la “Federico II”, contrastava con determinazione la progressiva tendenza dell’accademia a ridurre il ruolo della Politica Economica a mera attività di regolazione dei mercati, convinto com’era che al contrario dovesse fornire una direzione allo sviluppo del paese, alla riduzione dei divari territoriali e alla costruzione di un modello di Unione Europea con una visione strategica.</p>



<p>Numerose sono le sue pubblicazioni sul tema del dualismo territoriale in Italia e sul ruolo del sistema bancario nell’accentuazione delle divergenze, così come sulle interrelazioni perverse &#8211; attivate a partire dal divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981 &#8211; fra debito pubblico e tassi d’interesse. La convinzione che le dinamiche di politica fiscale fossero condizionate dall’azione della Banca Centrale aprì la strada alla critica dell’architettura istituzionale dell’Unione Monetaria Europea, alla rilevazione dei suoi effetti asimmetrici e all’analisi delle conseguenze devastanti delle politiche di austerità.&nbsp; Consolidò la sua posizione critica presso il Department of Economics della Catholic University of Leuven dove fu Fellow di International Economics. La sua visione ampia, sempre capace di inserire le sue analisi all’interno del contesto internazionale e globale, lo condussero ad individuare gli squilibri della bilancia dei pagamenti come fonte di profonda instabilità economica con potenziali effetti devastanti sugli equilibri politici. Potremmo definirla oggi profetica.</p>



<p>Persona con visioni marcate che contrastavano l’allontanamento dell’accademia dall’analisi delle dinamiche sociali e l’oggettività dell’analisi economica, Ugo Marani è stato capace di fornire strumenti per costruire una visione a chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo percorso. Non da ultimo sono da rilevare le sue doti di coraggio nell’affermare posizioni scomode e poco convenzionali sia all’interno del dibattito accademico che pubblico.</p>
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		<title>La mobilità sanitaria in Italia negli ultimi anni. I viaggi della salute per avere una cura migliore.</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/la-mobilita-sanitaria-in-italia-negli-ultimi-anni-i-viaggi-della-salute-per-avere-una-cura-migliore/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-mobilita-sanitaria-in-italia-negli-ultimi-anni-i-viaggi-della-salute-per-avere-una-cura-migliore</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/roberta-di-stefano/">Roberta Di Stefano</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano garantisce a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria presso le strutture della propria regione di residenza. Al tempo stesso, però, la normativa riconosce al cittadino il diritto di ricevere prestazioni sanitarie a carico del SSN anche in strutture (pubbliche e private accreditate) presenti in aree diverse da quelle di residenza generando, così, il c.d. fenomeno della mobilità sanitaria interregionale.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/la-mobilita-sanitaria-in-italia-negli-ultimi-anni-i-viaggi-della-salute-per-avere-una-cura-migliore/">La mobilità sanitaria in Italia negli ultimi anni. I viaggi della salute per avere una cura migliore.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano garantisce a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria presso le strutture della propria regione di residenza. Al tempo stesso, però, la normativa riconosce al cittadino il diritto di ricevere prestazioni sanitarie a carico del SSN anche in strutture (pubbliche e private accreditate) presenti in aree diverse da quelle di residenza generando, così, il c.d. fenomeno della mobilità sanitaria interregionale. Lo spostamento di persone bisognose di cure e terapie può essere determinato da diversi fattori: la ricerca di strutture altamente specializzate o a causa di liste d’attesa troppo lunghe, oppure perché si ha la percezione di una qualità inferiore del servizio sanitario nella propria zona e/o il bisogno di tecnologie avanzate e trattamenti innovativi. La “migrazione” di centinaia di migliaia di persone da una regione all’altra per prestazioni sanitarie non disponibili o non adeguatamente erogate nel proprio territorio di residenza porta con sé anche profonde implicazioni di natura economica e sociale, significative per le regioni meno attrezzate, in particolare del Mezzogiorno d’Italia, che evidenziano un divario strutturale tra Nord e Sud del Paese nell’assistenza sanitaria.</p>



<p>Da un punto di vista teorico si individuano tre tipologie di mobilità sanitaria: regionale (pazienti che si spostano all’interno della regione in cui risiedono), interregionale (persone che si muovono da una regione ad un’altra per sottoporsi a cure migliori rispetto a quelle offerte dalla regione di provenienza) e internazionale (soggetti alla ricerca di cure specifiche non disponibilio non ritenute all’altezza nel proprio Stato o per tempi di attesa molto lunghi o se si necessita di interventi sanitari mentre si trovano all’estero).</p>



<p>La mobilità può essere attiva o passiva. Il primo caso costituisce un indice di qualità e attrazione di un territorio ed economicamente costituisce di una voce di credito, di somme in entrata dirette a coprire i costi delle prestazioni sanitarie fruite da pazienti provenienti da altre regioni, mentre quella passiva rappresenta un indice di fuga dei propri assistiti che si spostano in una regione diversa da quella di residenza per ricevere cure e costituisce una voce di debito per quest’ultima che deve rimborsare i fondi alla regione che ha erogato i servizi e le cure dei propri pazienti-residenti <a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>. Il saldo derivante dalla differenza tra crediti e debiti decreta se una regione può definirsi attrattiva o se invece subisce una “fuga” dei propri cittadini-pazienti verso altre realtà territoriali.</p>



<p>In generale, la missione di spesa “Tutela della salute” interessa la quota maggiore delle risorse regionali e negli ultimi cinque anni sono stati spesi a livello nazionale somme che vanno da 126,9 miliardi di euro nel 2020 a 143,9 nel 2024 (+13,3%, in crescita costante nel quinquennio). Al proprio interno sono ricomprese le spese per la mobilità passiva, concordati in ambito di Conferenza Stato-Regioni, che costituiscono in media poco più del 3% delle spese correnti (valori percentuali più elevati che si collocano tra il 4 % e il 5 riguardano le regioni del Sud). Per stabilire il valore della mobilità sanitaria passiva e calcolare le differenze con quella attiva sono stati utilizzati dati economici aggregati. I saldi calcolati evidenziano importi positivi esclusivamente per le regioni settentrionali a differenza di quelle centrali e meridionali che registrano costantemente saldi negativi (Tabella 1) <a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>. In media, i residenti nelle regioni del Nord-ovest beneficiano di saldi pro-capite positivi che vanno da 42,8 euro nel 2020 (dato più elevato nel quinquennio) a 33,3 nel 2024 (importo più basso nel 2022 con 11,8 euro per residente), quelli del Nord-est da 39,8 euro a 62,2 (importo maggiore quest’ultimo, il dato minore è di 39,2 euro nel 2021). Gli abitanti del Centro presentano dati negativi che vanno da -9,4 euro (importo migliore) a -20 (nel 2022 il dato peggiore, pari a -20,4 euro), così come quelli del Sud, da -71,7 euro a -74,9 (quest’ultimo anche il più consistente, valore più contenuto pari a -35,1 euro nel 2022) e delle Isole, da -50 euro a -53,3 (al contempo importo peggiore, -36,1 euro nel 2022 quello migliore).</p>



<p><em>Tabella 1 –  Costi e saldi per mobilità sanitaria per ripartizione geografica da Riparto (a). Anni 2020-2024, (valori assoluti in milioni di euro e valori percentuali)</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" width="1020" height="177" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4.png" alt="" class="wp-image-15437" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4.png 1020w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4-300x52.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4-768x133.png 768w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /><figcaption>(a) Importi da Intesa Conferenza Stato-Regioni ai sensi dell&#8217;art. 115, comma 1, lettera a) del decreto legislativo su proposta del Ministero della salute di deliberazione del CIPESS concernente il riparto tra le regioni e Province autonome delle disponibilità finanziarie per il SSN. Gli importi totali comprendono anche le quote relative all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù (OPGB) e all’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (ACISMOM) ma non sono state incluse nelle analisi di dettaglio regionale.<br />(b) L’importo dell’anno 2022 della ripartizione territoriale del SUD non è in linea con quelli precedenti e successivi in quanto per la regione Calabria la compensazione del saldo di mobilità 2020 è stata posticipata al 2026.</figcaption></figure></div>



<p>Il fenomeno della mobilità può essere analizzato anche utilizzando i dati contenuti nei Rapporti di AGENAS <a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a> che offrono un’analisi dettagliata dei flussi sanitari interregionali in Italia e che forniscono strumenti conoscitivi per organizzare e gestire meglio il contesto sanitario regionale al fine di ridurre le diseguaglianze tra territori nell’accesso alle cure. Si distinguono diverse componenti all’interno della mobilità di cui le prevalenti sono quella per ricoveri ospedalieri e quella per prestazioni erogate in regime di specialistica ambulatoriale. L’attività ospedaliera viene articolata in tre categorie: casuale, apparente e effettiva. L’attività ambulatoriale considerata è quella effettiva di I livello. L’analisi che segue ha come base informativa i dati della componente effettiva della mobilità.</p>



<p>La spesa totale della mobilità (ospedaliera più ambulatoriale, pari a 2,74 miliardi di euro nel 2022 e a seguire 2,96 nel 2023 e 3,2 nel 2024), mostra importi in crescita nei tre anni che, nel dettaglio, vanno da poco meno di 20 milioni di euro nel caso di Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano fino ad oltrepassare i 200 milioni per Campania, Lombardia, Puglia e Lazio, a cui si aggiungono Veneto e Calabria negli ultimi due anni e Emilia-Romagna nel 2024.</p>



<p>Di questi il peso della componente ospedaliera per ricoveri acuti e post-acuti rappresenta la parte prevalente che nel triennio registra valori inferiori al 72% per Friuli-Venezia Giulia e Sicilia e superiori all’80% nel caso di Toscana, Liguria, Basilicata e Molise (Figura 1).</p>



<p><em>Figura 1 – Costi totali della mobilità effettiva e costi della mobilità ospedaliera. Anni 2022-2024 (a) per regione (importi in milioni di euro e valori percentuali)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="998" height="469" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5.png" alt="" class="wp-image-15438" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5.png 998w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5-300x141.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5-768x361.png 768w" sizes="(max-width: 998px) 100vw, 998px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas. Gli importi del 2024 sono stimati.</figcaption></figure>



<p>I saldi tra costi e ricavi nel periodo 2022-2024 mostrano che solo alcune regioni registrano importi complessivi positivi (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Piemonte, Molise e Provincia autonoma di Trento), mentre tutte le restanti regioni evidenziano saldi negativi (in particolare, Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, Figura 2).</p>



<p><em>Figura 2 – Saldi della mobilità effettiva ospedaliera. Anni 2022-2024 (a) per regione (importi in milioni di euro)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="991" height="369" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6.png" alt="" class="wp-image-15439" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6.png 991w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6-300x112.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6-768x286.png 768w" sizes="(max-width: 991px) 100vw, 991px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas. I valori del 2024 sono stimati.</figcaption></figure>



<p>I ricavi per la mobilità effettiva ospedaliera calcolati come peso percentuale di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto rappresentano da soli il 56,3 del totale Italia nel 2022 (57,1 nel 2023) mentre per i costi i valori percentuali delle stesse regioni risultano pari a 21,6 nel 2022 (21,2 nel 2023). La Campania, inoltre, è l’unica a registrare, in entrambi gli anni, un peso percentuale a doppia cifra dei costi per la mobilità ospedaliera sul totale nazionale, rispettivamente 10,6 e 10,1. Valori percentuali inferiori a quelli indicati si registrano, per i costi come per i ricavi, per le restanti Regioni e Province autonome.</p>



<p>Analoghe considerazioni possono essere fatte per la mobilità ambulatoriale. Il peso percentuale dei ricavi sul totale nazionale di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna è pari a 48,4 nel 2022 e a 48,2 nel 2023, mentre per i costi i relativi pesi percentuali risultano, rispettivamente, pari a 23,2 e 22,8. Il Lazio è la sola altra regione a presentare valori percentuali dei ricavi superiori al 10 per cento (10,1 e 10,8). La Campania si conferma come la regione che rileva il dato percentuale dei costi per prestazioni ambulatoriali maggiore, rispettivamente, 9,4 nel 2022 e 9,5 nel 2023. Anche nel caso delle prestazioni ambulatoriali, tutte le rimanenti regioni rilevano, per i costi e per i ricavi, valori percentuali inferiori a quelli evidenziati.</p>



<p>Passando al numero di ricoveri rilevati nel biennio 2022-2023, i volumi sono in crescita in tutte le Regioni e Province autonome sia per i saldi passivi sia per quelli attivi; tra tutte Calabria, Campania, Sardegna, Sicilia e Puglia per la prima, Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio e Veneto per la seconda. Analizzando, invece, le prestazioni ambulatoriali i saldi differiscono nei due anni per la componente passiva e quella attiva. Nel primo caso Piemonte, Calabria e Sicilia rilevano le maggiori differenze positive tra i due anni (l’unica regione a registrare un valore negativo è la Lombardia). Nel caso della mobilità ambulatoriale attiva saldi più consistenti si rilevano in Lombardia, Lazio e Campania, mentre differenze negative si rilevano in Emilia-Romagna, Marche, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia e Molise. Se l’analisi viene effettuata per singolo esercizio, nel 2022 il numero di ricoveri ospedalieri cresce maggiormente in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, mentre diminuisce particolarmente in Campania, Calabria e Puglia. Le regioni settentrionali sono le uniche a mostrare saldi positivi. Analoghe considerazioni possono essere fatte per l’esercizio successivo (Figura 3).</p>



<p><em>Figura 3 – Numero di ricoveri per mobilità effettiva ospedaliera e saldi. Anni 2022-2023 (a) per regione e ripartizione territoriale (importi in migliaia)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="965" height="776" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7.png" alt="" class="wp-image-15440" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7.png 965w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7-300x241.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7-768x618.png 768w" sizes="(max-width: 965px) 100vw, 965px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas.</figcaption></figure>



<p>Il numero di prestazioni ambulatoriali nel 2022 si incrementa in molte regioni, maggiormente in Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Toscana, mentre diminuisce in particolar modo in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Nell’esercizio successivo, si rileva una crescita generale dei saldi, su tutti Lombardia, Lazio e Campania in positivo, Emilia-Romagna, Marche e Basilicata in negativo. A livello di ripartizioni territoriali le regioni meridionali registrano saldi negativi per le prestazioni ambulatoriali nel 2022, mentre nel 2023 la sola ripartizione del Nord-ovest registra una differenza negativa (Figura 4).</p>



<p><em>Figura 4 – Numero di prestazioni ambulatoriali e saldi. Anni 2022-2023 (a) per regione e ripartizione territoriale (importi in milioni)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="963" height="712" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8.png" alt="" class="wp-image-15441" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8.png 963w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8-300x222.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8-768x568.png 768w" sizes="(max-width: 963px) 100vw, 963px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas.</figcaption></figure>



<p>La spesa e il volume dei ricoveri e delle prestazioni specialistiche ambulatoriali rappresentano, pertanto, una quota significativa per la mobilità sanitaria totale. Le regioni del Nord confermano un diffuso saldo economico positivo confermandosi come più “attrattive” erogando un numero maggiore di prestazioni a cittadini non residenti a differenza delle regioni del Sud che mostrano marcati saldi negativi risultando, pertanto, meno qualitative.</p>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>La mobilità sanitaria descrive un Paese che, sul fronte della salute, mostra ancora forti disuguaglianze tra territori. Alcuni pazienti scelgono di spostarsi per ottenere il meglio, altri lo fanno per necessità, dovendo spesso sostenere anche pesanti sacrifici. Affrontare il tema in modo strutturale significa garantire un equo accesso a cure di qualità a tutti a prescindere da luogo di residenza. Un corretto stanziamento delle risorse diagnostiche e terapeutiche, l’adozione di politiche dirette a rafforzare il sistema sanitario locale in termini di strutture, ma anche di personale, aiuterebbe a contenere il fenomeno con ricadute positive non solo in campo strettamente sanitario, ma anche per altri settori delle aree interessate che gravitano intorno al tema salute. Ridurre l’entità rilevata dello spostamento di pazienti da una regione all’altra potrebbe essere aiutata, se non evitata in alcuni casi, se si investissero risorse anche nel miglioramento delle informazioni disponibili per l’orientamento e la ricerca di cure più appropriate evitando spostamenti non necessari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire all’autore e non investono la responsabilità dell’istituzione di appartenenza.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Sitografia</h5>



<p>Istat &#8211; <a href="https://www.istat.it/dati/banche-dati/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.istat.it/dati/banche-dati/</a></p>



<p>MEF &#8211; <a href="https://openbdap.mef.gov.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://openbdap.mef.gov.it/</a></p>



<p>Conferenza Stato-Regioni &#8211; <a href="https://www.unificata.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unificata.it/</a></p>



<p>AGENAS &#8211; <a href="https://www.agenas.gov.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.agenas.gov.it/</a></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Focus per l’anno 2022</h5>



<p>Per l’esercizio 2022 è possibile scendere ulteriormente nell’analisi dei dati e sono stati calcolati i saldi tra crediti e debiti intercorsi tra le regioni per ricoveri ospedalieri e per prestazioni ambulatoriali. I dati mostrano come gli spostamenti dalle regioni meridionali verso quelle del centro-nord siano stati piuttosto consistenti/rilevanti a conferma di un andamento che si protrae da tempo. Per i ricoveri ospedalieri, gli utenti si sono spostati verso una regione diversa da quella di residenza non soltanto in quelle limitrofe, di “confine” regionale, ma anche e soprattutto verso alcune specifiche aree territoriali quali Lombardia (principalmente da Puglia, Campania e Sicilia), Emilia-Romagna (da Marche, Toscana e Puglia), Veneto (da Sicilia, Puglia e Campania) e Toscana (da Lazio, Campania e Umbria). I saldi per le prestazioni ambulatoriali evidenziano che sono poche le regioni che registrano importi complessivi positivi (Lombardia, Veneto, Toscana, Molise, Emilia-Romagna, Lazio e Friuli-Venezia Giulia), mentre tutte le restanti regioni mostrano saldi negativi (in particolare Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). Le regioni meridionali generano una forte “fuga” di persone che si rivolgono a strutture presenti nel Centro-nord per la cura di specifiche categorie diagnostiche. Le loro strutture esercitano una forte attrattività generando consistenti ricavi per i propri sistemi sanitari regionali che accentuano ancor di più i divari, già notevoli, presenti tra le due aree del Paese.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> La regione che eroga la prestazione viene rimborsata da quella di residenza del cittadino attraverso un meccanismo di compensazione interregionale della mobilità sanitaria in ambito di riparto del fabbisogno sanitario nazionale (FSN). Questo processo è disciplinato da uno specifico accordo tra regioni che individua le tipologie di prestazioni soggette a compensazione, i tracciati, le modalità e le tempistiche che regolano la trasmissione dei dati. Secondo le tempistiche previste dalla procedura, tale compensazione si ha con il riparto del FSN relativo a due anni dopo quello di riferimento.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Gli importi presenti nella Tabella 1 sono tratti dagli “Accordi presi in ambito di Conferenza Stato-Regioni (Intesa ai sensi dell’articolo 115, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, sulla proposta del Ministro della salute di deliberazione del CIPESS concernente il riparto tra le Regioni delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale)”. È da precisare, inoltre, che tali importi sono rendicontati dagli enti territoriali con gli stessi importi anche nei conti consuntivi approvati annualmente classificandoli con varie voci economiche da Piano dei conti.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> L’AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) pubblica il rapporto dal titolo “La mobilità sanitaria in Italia”. La prima edizione (pubblicata nel 2024) analizza i dati dell’esercizio 2022, mentre quella successiva (diffusa nel 2025) esamina i dati relativi al 2023 (agenas/monitor/quaderno/mobilita-sanitaria).</p>
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			</item>
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		<title>Ridurre il costo del lavoro per rilanciare l’economia: una ricetta sbagliata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/paolo-angelone/">Paolo Angelone</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/rosaria-rita-canale/">Rosaria Rita Canale</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[C22]]></category>
		<category><![CDATA[Costo del lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[produttività]]></category>
		<category><![CDATA[Serie storiche]]></category>
		<category><![CDATA[wage share]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura economica prevalente insiste sulla riduzione del costo del lavoro come strumento di crescita e competitività. Questo lavoro ribalta questa concezione analizzando il caso italiano dagli anni ’60 ai nostri giorni. Sostiene infatti – supportato da un’analisi empirica che tiene conto delle dinamiche del sistema economico nel lungo periodo – che, al contrario, la continua riduzione del costo del lavoro ha fornito alle imprese un ampio bacino di lavoratori sottopagati, ha disincentivato investimenti e riorganizzazioni produttive e favorito la diffusione di attività a basso valore aggiunto, contribuendo al declino di crescita e produttività del Paese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>Introduzione</h5>



<p>L&#8217;economia italiana attraversa un periodo difficile. Secondo il database macroeconomico annuale della Direzione Generale per gli Affari Economici e Finanziari (AMECO) della Commissione Europea, nel 2023 il PIL reale non è ancora tornato ai livelli del 2007, anno di inizio della crisi dei mutui subprime; la produttività reale del lavoro registra una stagnazione dal 2001 e i salari lordi reali sono in contrazione dagli anni &#8217;90.</p>



<p>La letteratura economica, attraverso diverse posizioni teoriche, concorda sul fatto che la bassa produttività sia un fattore chiave della scarsa performance economica italiana. Le istituzioni internazionali più influenti, come l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Commissione Europea (CE), in linea con la letteratura prevalente, individuano le cause principali nelle inefficienze della pubblica amministrazione e nell&#8217;eccessiva regolamentazione che scoraggia gli investimenti e la concorrenza. Raccomandano pertanto liberalizzazioni, privatizzazioni (FMI, 2020, 2023; OCSE, 2021; CE, 2023) e riforme per la flessibilizzazione del mercato del lavoro (FMI, 2020; OCSE, 2021.</p>



<p>Ridurre il costo del lavoro per rilanciare occupazione, investimenti e crescita economica. Questo è il mantra che ascoltiamo da decenni nonché concetto-pilastro delle politiche neoliberiste che hanno caratterizzato generalmente tutte le riforme del lavoro avvenute nei paesi occidentali. Questa congettura trova la sua base nelle teorie marginaliste e neoclassiche e si riflette tutt’oggi nei programmi di governo, nei documenti strategici e nelle raccomandazioni dei più autorevoli organismi internazionali.</p>



<p>Al contrario, molti autori eterodossi, osservando il fenomeno da diverse prospettive, sostengono che la riduzione del costo e la flessibilizzazione del mercato del lavoro consentono agli imprenditori di utilizzare lavoratori più economici, scoraggiando così gli investimenti in innovazione, macchinari e miglioramenti organizzativi, portando in ultima analisi a un calo della produttività e a un sistema produttivo meno dinamico e innovativo (Marx, 1867; Sylos Labini, 1984; Graziani, 2000, Tronti, 2009; Vergeer e Kleinknecht, 2010, 2014; Hein e Tarassow, 2010; Storm e C.W.M. Naastepad, 2011; Kleinknecht et al., 2014; Lisi e Malo, 2017; Cirillo e Ricci, 2019)</p>



<p>Questo breve contributo si inserisce in questa seconda linea di pensiero e, presentando i risultati del lavoro scientifico dal titolo <a><em>Italian labour productivity: a wage-led decline</em></a> (Angelone e Canale, 2025<em>) </em>prova a contribuire al ribaltamento della concezione dominante. Il lavoro si focalizza sul caso italiano nel periodo 1960-2023, sostenendo la tesi che la scarsa performance della produttività in Italia sia determinata dalla costante riduzione del costo del lavoro che ha disincentivato investimenti e miglioramenti produttivi e favorito la diffusione di attività produttive a basso valore aggiunto. La dinamica salariale non rappresenta poi solo un fattore autonomo che influenza la produttività, ma è in grado di innescare dinamiche perverse di accumulazione di capitale, di dare forma alla distribuzione delle attività produttive tra settori e tra regioni, nonché alla domanda interna e ai flussi migratori. Pertanto, il suo effetto sulla crescita della produttività dovrebbe essere valutato alla luce dei numerosi effetti endogeni che determina.</p>



<h5>La dinamica di wage share e produttività in Italia</h5>



<p>Per costo del lavoro si intende il valore complessivo assorbito dal fattore lavoro, composto dal salario lordo e dai contributi e altri oneri a carico del datore di lavoro. Spesso è trattato in termini unitari come Unit Labour Cost (ULC) ovvero la quota mediamente assorbita dal fattore lavoro per ogni unità di ricchezza prodotta; dalla prospettiva della distribuzione funzionale del reddito l’ULC trova corrispondenza nella quota salari al costo dei fattori, detta Wage share at factor costs (WS), ovvero la quota percentuale dell’intero valore aggiunto annuale prodotto in un paese che va a remunerare i salari complessivi lordi.</p>



<p>Sin dal secondo dopoguerra il costo del lavoro è stato un elemento centrale per gli indirizzi di politica economica del nostro paese che ha lo ha usato come strumento competitivo nei riguardi dei vicini mercati dell’Europa Occidentale dove, invece, era più elevato. L’esportazione di beni manufatti relativamente più economici ha fatto da volano per la crescita del paese. Con il processo di globalizzazione e l’allargamento dell’Unione Europea ad Est questo modello non è riuscito a rinnovarsi ed ha mostrato tutte le sue crepe.</p>



<p>Generalmente in tutti i paesi Occidentali la WS registra un crollo a partire dagli anni 80 e il nostro Paese non fa eccezione. La motivazione principale risiede nella riduzione del potere contrattuale dei lavoratori eroso dalla globalizzazione, dall’indebolimento dei sindacati e dalle politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro.</p>



<p>La Figura 1 ricostruisce la dinamica del WS dagli anni 60 ad oggi alla luce degli eventi principali che hanno riguardato le retribuzioni dei lavoratori.</p>



<p><strong>Figura 1: Andamento del WS in Italia e principali shock per il mercato del lavoro (1960-2023).</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="276" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image.png" alt="" class="wp-image-15426" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image.png 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-300x129.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption>Fonte: Angelone e Canale (2025)</figcaption></figure></div>



<p>Nonostante una tendenza alla riduzione del WS sia evidente anche prima, un’analisi di break strutturale (Bai-Perron test, Bai and Perron, 1998) identifica come momenti di svolta nella dinamica italiana gli anni 1983 e 1992, in corrispondenza di alcuni episodi centrali nella dinamica salariale italiana. Nel 1983/1984 si registrano i primi allentamenti del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione noto come Scala Mobile. Nel 1992/1993 viene completamente soppresso il meccanismo di Scala Mobile e sostituito da un nuovo protocollo di relazioni industriali che prevede un meccanismo di contrattazione su due livelli: un livello centrale e nazionale che dovrebbe garantire il potere di acquisto dei lavoratori agganciandolo all’inflazione programmata per il triennio successivo, ed un secondo livello di contrattazione integrativa che dovrebbe redistribuire al fattore lavoro gli aumenti di produttività. Questo secondo livello non si è mai davvero affermato, anche a causa della generale piccola dimensione aziendale, di fatto precludendo ai lavoratori gli aumenti di produttività (Angelone, Canale e Ferreiro, 2025).</p>



<p>Il tasso di crescita della produttività del lavoro italiana – intesa come valore aggiunto prodotto mediamente da ogni lavoratore full-time – registra un rallentamento nell’ultimo ventennio del secolo scorso ed una stagnazione a partire dagli anni 2000. La scarsa performance in termini di produttività ha suscitato l’attenzione di diversi organismi internazionali che l’hanno identificata fra i maggiori elementi di criticità, nonché fra le principali cause del deludente andamento economico del paese. Tuttavia, il declino della produttività viene considerato come un fattore autonomo, privo di legami con la distribuzione del reddito e l’andamento del costo del lavoro. La Figura 2 mostra invece che le due variabili sono, almeno a prima vista, caratterizzate da un andamento comune: i tassi di crescita della produttività – nonostante alcune oscillazioni dovuti ad eventi congiunturali &#8211; e il wage share al costo dei fattori sono accomunati da un lento declino. La letteratura mainstream direbbe tutt’al più che è il declino della produttività ad aver reso difficile pagare il lavoro in modo adeguato.</p>



<p><strong>Figura 2: Quota salari (in grigio) e tasso di crescita della produttività del lavoro (in nero)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="246" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-2.png" alt="" class="wp-image-15428" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-2.png 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-2-300x115.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption>Fonte: Angelone e Canale (2025)</figcaption></figure></div>



<h5>Modello e risultati</h5>



<p>Il modello econometrico utilizzato<a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a> è in grado di identificare un legame stabile nel lungo periodo e si caratterizza per l’utilizzo dei valori degli anni precedenti sia della variabile dipendente che di quella esplicativa per verificarne gli effetti di persistenza nel tempo ed eventuali effetti reciproci. È in grado poi di identificare la direzione di causalità fra le variabili (è il wage share a determinare la produttività o la produttività a determinare quanto può essere la quota di valore aggiunto da destinare al lavoro?).</p>



<p>Può essere così sintetizzato:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="301" height="23" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-1.png" alt="" class="wp-image-15425"/></figure></div>



<p>Con:</p>



<p>π = produttività del lavoro</p>



<p>WS = Wage share</p>



<p>X = una combinazione da 0 a 2 variabili di controllo</p>



<p>i = 0; 1; 2;</p>



<p>j = 1; 2</p>



<p>β; γ; φ = coefficienti</p>



<p>Le variabili cosiddette di controllo, inserite in modo parsimonioso per ridurre le distorsioni derivanti dalla scarsa ed inevitabile numerosità dei dati, ma allo stesso tempo assicurarsi che i risultati non dipendano da altri fattori che influiscono sulla crescita della produttività sono le seguenti: il tasso di crescita del PIL per tener conto della congiuntura e dell’andamento della domanda aggregata (GDP growth); il tasso di disoccupazione per controllare che la riduzione della produttività non dipenda dall’aumento dell’occupazione nei settori economicamente più marginali (Unemployment rate); il cosiddetto effetto Baumol (Baumol effect) per considerare il fenomeno di terziarizzazione della struttura produttiva; la quota di consumi del settore pubblico per escludere legami con un settore pubblico “asfissiante” (Public consumption) ed infine il catching-up effect per controllare l’andamento della produttività in base al differenziale rispetto ai paesi europei con standard economici migliori. La Tabella 1 presenta i risultati</p>



<p><strong>Tabella 1 &#8211; Modelli ARDL: coefficienti e tests; variabile dipendente: tasso di crescita della produttività del lavoro</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="164" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-3.png" alt="" class="wp-image-15427" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-3.png 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-3-300x77.png 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Fonte: Angelone e Canale (2025)</figcaption></figure></div>



<p>Come ulteriore controllo di robustezza della stima, si è utilizzato – pur non presentandolo in questa sede &#8211; un ulteriore modello noto come metodo delle <em>Instrumental-Variable</em> (IV), dove il WS è costituito non dal suo valore reale ma dal valore stimato in base ad elementi legati solo al potere contrattuale dei lavoratori, dal profilo sindacale ed istituzionale, quali il tasso di densità sindacale ed alcune variabili dummy che riflettono gli scioperi ed i cambiamenti istituzionali identificati dalla analisi di break strutturale. Questa operazione è effettuata per scongiurare eventuale casualità inversa depurando l’andamento del WS da qualsiasi influenza da parte dell’andamento della produttività. Anche in questo caso i risultati confermano l’effetto di lungo periodo del WS sul tasso di crescita della produttività del lavoro.</p>



<p>Senza addentrarci ulteriormente in specifiche econometriche presentate nel dettaglio nel lavoro scientifico a cui si fa riferimento, dall’analisi dei dati emergono con chiarezza alcune conclusioni che mettono fortemente in discussione le tesi del paradigma neoliberale e che inducono a riflettere sulle strategie su cui puntare per sostenere la crescita in Italia:</p>



<ol type="1"><li>la direzione di causalità è unidirezionale e si muove dal wage share verso la crescita della produttività</li><li>per ogni aumento di un punto percentuale della WS, il tasso di crescita della produttività aumenta di circa 0,2 punti percentuali</li><li>Questo risultato è indipendente dall’andamento del PIL, dalla domanda aggregata, dalla dinamica della disoccupazione, dalla quota del settore dei servizi sul PIL, dalla presenza dei consumi pubblici e dalle dinamiche europee e internazionali di produttività</li></ol>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>Il modello produttivo italiano si è da tempo basato sul contenimento salariale (Graziani, 2000). Questa strategia di politica economica ha permesso all&#8217;Italia di raggiungere elevati livelli di crescita in un mondo occidentale in fase di sviluppo industriale e di crescente apertura ai mercati internazionali, ma negli anni successivi ne ha minato la competitività e il potenziale di crescita. Queste dinamiche, innescate anche dal passaggio del modello di politica economica dal paradigma keynesiano a quello neoliberista e dall&#8217;ingresso nell&#8217;Unione Monetaria Europea, hanno bloccato l&#8217;Italia in un rallentamento della produttività e in una riduzione dei tassi di crescita.</p>



<p>La drastica riduzione del costo del lavoro, verificatasi con maggiore intensità negli ultimi decenni, ha contribuito in modo significativo alla scarsa performance di crescita dell&#8217;intero Paese. A partire dagli anni &#8217;80, il potere contrattuale dei lavoratori è diminuito drasticamente: le autorità di politica economica hanno cercato di rispondere alla maggiore competitività internazionale, esercitando una pressione al ribasso sui livelli salariali, attraverso maggiori misure di flessibilizzazione del mercato del lavoro, una riduzione delle tutele dei lavoratori, un aumento dell&#8217;outsourcing e la diffusione di contratti di lavoro atipici. Il risultato è stato un progressivo calo della produttività.</p>



<p>La strategia di contenimento salariale, attuata con alterne fortune durante l&#8217;intero periodo preso in esame, ha aperto la strada alla costruzione di un modello produttivo che ha generato effetti negativi sul Paese. Questi effetti &#8211; sebbene non possano essere direttamente desunti dai risultati presentati &#8211; possono essere riconosciuti nel basso livello di accumulazione di capitale, nell&#8217;ampliamento delle attività produttive a basso valore aggiunto, nell&#8217;elevato numero di piccole e medie imprese e nel ritardo di sviluppo di alcune regioni rispetto ad altre. Inoltre &#8211; estendendo ulteriormente l&#8217;interpretazione &#8211; la bassa remunerazione del lavoro potrebbe aver dato impulso alla migrazione all&#8217;estero di individui altamente qualificati, impoverendo ulteriormente la disponibilità di risorse e di capitale umano, ampliando così la distanza tra il Nord e il Sud del Paese.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>Questo articolo presenta in sintesi i risultati del paper scientifico “Italian labour productivity: a wage-led decline” pubblicato nel 2025 sulla rivista Structural Change and Economic Dynamics.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Bibliografia</h5>



<p>Angelone P. and Canale R.R., 2025. Italian labour productivity: a wage-led decline. Structural Change and Economic Dynamics, 74:493-503. <a href="https://doi.org/10.1016/j.strueco.2025.05.011" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.1016/j.strueco.2025.05.011</a>.</p>



<p>Angelone, P., Canale, R. R., and Ferreiro, J. 2025. Productivity, Growth and Labour Market Dynamics in Italy (1960-2023). Panoeconomicus, 1-33. https://doi.org/10.2298/PAN240923013A</p>



<p>Bai, J., Perron, P., 1998. Estimating and Testing Linear Models with Multiple Structural Changes. Econometrica 66 (1), 47–78. <a href="https://doi.org/10.2307/2998540" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.2307/2998540</a>.</p>



<p>Cirillo, V., Ricci, A., 2019. Produttività, salari e profitti: il ruolo dei contratti a tempo determinato Inap paper, 16/2019. https://oa.inapp.gov.it/handle/20.500.12916/ 350.</p>



<p>European commission (EC), 2023. 2023 Country Report – Italy. https://economy-finan ce.ec.europa.eu/document/download/0e12cef2-cade-4af0-a439-c6a8a0070ad3_en? filename=IT_SWD_2023_612_en.pdf</p>



<p>Graziani, A., 2000. Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea. Bollati Boringhieri, Torino.</p>



<p>Hein, E., Tarassow, A., 2010. Distribution, aggregate demand and productivity growth: theory and empirical results for six OECD countries based on a post-Kaleckian model. Camb. J Econ 34 (4), 727–754. <a href="https://doi.org/10.1093/cje/bep066" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.1093/cje/bep066</a>.</p>



<p>International Monetary Fund (IMF), 2020. Italy Country Report No. 20/79. https://doi. org/10.5089/9781513537436.002.</p>



<p>International Monetary Fund (IMF), 2023. Italy Country Report No. 23/273. https://doi. org/10.5089/9798400249198.002.</p>



<p>Kleinknecht, A., Van Schaik, F.N., Zhou, H., 2014. Is flexible labour good for innovation? Evidence from firm-level data. Camb. J Econ 38 (5), 1207–1219. https://doi.org/ 10.1093/cje/bet077.</p>



<p>Lisi, D., Malo, M.A., 2017. The impact of temporary employment on productivity. J. Labour Mark. Res. 50, 91–112. https://doi.org/10.1007/s12651-017-0222-8.</p>



<p>Marx, K., 1867. Il capitale. Critica all’economia politica. In: Volume 1 Il processo di produzione del capitale, 1974. De Agostini S.p.A, Novara, p. 2013. Edizione UTET a cura di A. Macchioro e B. Maffi.</p>



<p>Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), 2021. OECD Economic Surveys: Italy 2021. OECD Publishing, Paris. https://doi.org/10.1787/ 07d8b9cd-en</p>



<p>Pesaran, M.H., Shin, Y., 1999. An autoregressive distributed-lag modelling approach to cointegration analysis. In: Econometrics and Economic Theory in the 20th Century: The Ragnar Frisch Centennial Symposium. Econometric Society Monographs, 1999. Cambridge University Press, pp. 371–413. https://doi.org/10.1017/ CCOL521633230.011.</p>



<p>Storm, S., Naastepad, C.W.M., 2011. The productivity and investment effects of wage-led growth. Int. J. Labour Res. 3 (2), 197–217. https://labordoc.ilo.org/discovery/de livery/41ILO_INST:41ILO_V2/12102246160002676.</p>



<p>Sylos Labini, P., 1984. Le forze dello sviluppo e del declino. Laterza, Roma-Bari.</p>



<p>Tronti, L., 2009. La crisi di produttività dell’economia italiana: scambio politico ed estensione del mercato. Econ. lav. Riv. politica sind. sociol. relaz. ind. 2, 139–157. <a href="https://doi.org/10.7384/70834" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://doi.org/10.7384/70834</a>.</p>



<p>Vergeer, R., Kleinknecht, A., 2010. The impact of labor market deregulation on productivity: a panel data analysis of 19 OECD countries (1960–2004). J Post Keynes Econ 33 (2), 371–408. https://doi.org/10.2753/PKE0160-3477330208. Vergeer, R., Kleinknecht, A., 2014. Do labour market reforms reduce labour productivity growth? A panel data analysis of 20 OECD countries (1960–2004). Int. Labour Rev. 153 (3), 365–393. https://doi.org/10.1111/j.1564-913X.2014.00209.x</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Auto-regressive distributed lag (ARDL) model noto anche come Error-correction model (ECM) che identifica cointegrazione fra le variabili e coefficienti ritenuti validi nel lungo periodo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/il-circuito-imperialista-e-la-riproduzione-delle-disuguaglianze-tra-paesi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-circuito-imperialista-e-la-riproduzione-delle-disuguaglianze-tra-paesi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/leonardo-bargigli/">Leonardo Bargigli</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/francesco-macheda/">Francesco Macheda</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 23:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le teorie economiche prevalenti hanno generalmente liquidato il militarismo come una ricerca irrazionale di rendite che distorce l'efficienza dei mercati, oppure si sono concentrate sul suo impatto sulla performance economica interna. Entrambe queste prospettive, tuttavia, trascurano la dinamica di reciproco rafforzamento tra la potenza militare e la riproduzione delle asimmetrie economiche globali. Questo articolo introduce invece quello che chiamiamo il circuito imperialista, dove il predominio tecnologico e finanziario fornisce il fondamento del predominio militare, che è determinante per riprodurre la divisione globale del lavoro che sostiene il medesimo predominio tecnologico e finanziario. Empiricamente, utilizziamo un modello markoviano a variabili nascoste per raggruppare dinamicamente dati panel nazionali (1988-2023), identificando una struttura gerarchica rigida, in cui alla stabilità del Centro imperialista corrisponde l'esistenza di una Periferia impoverita e una limitata mobilità ascendente dalla Semiperiferia. La convalida empirica del ruolo del militarismo quale strumento di soppressione dello sviluppo nella Periferia può orientare la progettazione di politiche volte a contrastare la dipendenza tecnologico-militare dei paesi meno sviluppati, riducendo in ultima analisi le disuguaglianze globali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne &amp; Smith, 1990; Dunne, 2021; Deger, 1986). Queste letture, pur cogliendo aspetti reali, tendono a oscurare la funzione essenziale del potere militare nella riproduzione delle asimmetrie globali.</p>



<p>Poiché le gerarchie internazionali sono persistenti, occorre spiegare non solo come esse emergano, ma come vengano continuamente riprodotte. In un nostro <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">recente lavoro</a> proponiamo di farlo introducendo l’idea di un circuito di retroazione imperialista (imperialist feedback loop). La dinamica dell’imperialismo è circolare: (i) da una parte il dominio tecnologico e finanziario delle economie del Centro fornisce capacità produttive e vantaggi monetari che sostengono il dominio militare; (ii) dall’altra il dominio militare, a sua volta, viene impiegato per preservare una divisione internazionale del lavoro asimmetrica e regimi valutari gerarchici che alimentano rendite tecnologiche e finanziarie. Il militarismo non è quindi un’anomalia nel funzionamento del capitalismo globale, ma una componente strutturale che contribuisce a stabilizzare il vantaggio del Centro e la subordinazione della Periferia.</p>



<p>La nostra argomentazione teorica è accompagnata da un contributo empirico mirato, che ha l’obiettivo identificare una struttura gerarchica del sistema mondiale che possa evolvere nel tempo. Per questo applichiamo un modello di clustering dinamico, basato su un processo markoviano con variabili nascoste, ad un set di&nbsp; 88 paesi, con dati che coprono il periodo 1988-2023. L’esercizio identifica una struttura mondiale tripartita (Centro, Semiperiferia, Periferia) sorprendentemente stabile.</p>



<h5>2. Ipotesi teorica: l’imperialismo come circuito di retroazione dinamico</h5>



<p>Il cuore teorico del nostro studio è il circuito imperialista, articolato in tre legami (links) tra dominio tecnologico, finanziario e militare. L’idea di fondo è che il Centro mantenga il proprio vantaggio perché dispone di condizioni strutturali che rendono sostenibili livelli elevati di potenza militare e che permettono di usare tale potenza per proteggere le proprie rendite e restringere le possibilità di rafforzamento della Periferia.</p>



<h5>2.1. Link 1 &#8211; Dal dominio tecnologico al dominio militare</h5>



<p>Il primo link evidenzia che la supremazia tecnologica del Centro rappresenta il fondamento strutturale della sua superiorità militare. Le teorie dell’imperialismo, della dipendenza e del sistema-mondo insistono sul carattere gerarchico della divisione internazionale del lavoro (Amin, 1976; Wallerstein, 1979; Chase-Dunn, 1989; Hickel et al., 2022 e 2024). Il Centro si specializza in settori ad alto valore aggiunto, mentre periferia e semi-periferia restano confinate in attività a bassa produttività. A livello macroeconomico, una maggiore produttività genera risorse economiche che consentono investimenti di lungo periodo in capacità militari moderne, che richiedono ricerca e sviluppo continui, capacità manifatturiera avanzata, capitale umano specializzato, con costi iniziali elevati di progettazione, test e dispiegamento. Ne deriva che un paese tecnologicamente avanzato può potenziare l’apparato militare senza comprimere drasticamente consumi interni o spesa civile, riducendo le frizioni politiche che spesso accompagnano le espansioni militari combinate con l’austerità. A livello microeconomico, l’innovazione tecnologica è la chiave della modernizzazione bellica. I sistemi militari contemporanei incorporano tecnologie emergenti e disruptive, spesso originate nel settore civile: infrastrutture digitali, sensoristica, software, automazione, materiali avanzati, piattaforme ad alta complessità. L’economia che domina i settori knowledge-intensive è anche quella che può trasformare più rapidamente il progresso civile in superiorità militare, grazie a ecosistemi di R&amp;S, capacità di coordinamento industriale e controllo di supply chain strategiche.</p>



<h5>2.2. Link 2 &#8211; Dal dominio finanziario alla maggiore spesa militare</h5>



<p>Il secondo link specifica come il dominio finanziario ampli lo spazio fiscale e riduca i trade-off macroeconomici della spesa militare. Il punto di partenza è che la finanza è un ambito ad alta intensità di conoscenza fortemente monopolizzato dal Centro, e che il controllo monopolistico dei settori avanzati contribuisce alla stabilità della bilancia dei pagamenti delle economie centrali, sia attraverso i surplus commerciali sia attraverso i redditi da investimenti esteri quando parte della produzione è delocalizzata (Lane &amp; Milesi-Ferretti, 2018). Al contrario, le economie periferiche sono costrette ad accumulare riserve in valuta estera per gestire i vincoli della propria bilancia dei pagamenti. Ciò crea domanda esterna per il debito dei paesi centrali, approfondendone i mercati finanziari e riducendo i rischi di mismatch valutario. Ne discende che i costi di finanziamento sovrano del Centro tendono a essere più bassi, a parità di fattori, rispetto a quelli dei debitori periferici, che spesso non possono indebitarsi internazionalmente nella propria valuta e sono costretti a pagare forti premi per rischio di cambio (Lane &amp; Milesi-Ferretti, 2005; Liao, 2016). Un ulteriore beneficio per le economie centrali è dato dalla sopravvalutazione del cambio. Poiché molte delle merci vendute dal Centro sono protette dal monopolio (anche quando prodotte altrove), l’arbitraggio che porterebbe i cambi nominali ad allinearsi verso la parità di potere d’acquisto (PPA) è ostacolato. Ne risulta un differenziale persistente tra cambio PPA e cambio di mercato che consente al Centro di importare energia, cibo, materie prime e beni manifatturieri a prezzi ribassati. La sopravvalutazione del cambio equivale a un sussidio nascosto dei termini di scambio, che libera risorse domestiche per allocazioni strategiche, inclusa la spesa militare (Amin, 1976; Gabaix &amp; Maggiori, 2015). In definitiva, il privilegio monetario si traduce in uno spazio fiscale più ampio, grazie al quale il Centro può sostenere una spesa pubblica elevata, senza innescare inflazione o fughe di capitali.</p>



<h5>2.3. Link 3 &#8211; Dal dominio militare all’estrazione di valore</h5>



<p>Il terzo link descrive come il potere militare sia strumentale a mantenere una gerarchia nella divisione internazionale del lavoro, preservando i vantaggi del Centro nei settori ad alto valore aggiunto e limitando l’upgrade strutturale della Periferia. Non è necessario l’uso diretto e continuo della forza; spesso è sufficiente una minaccia credibile, che disciplina scelte economiche e politiche e spinge all’allineamento con gli interessi del Centro.</p>



<p>Questo link agisce attraverso cinque meccanismi principali. Il primo consiste nella produzione di insicurezza persistente che erode le basi endogene dell’innovazione nelle economie periferiche. Attacchi mirati su centri di ricerca, infrastrutture tecnologiche e sistemi educativi incentivano l’emigrazione di scienziati, ingegneri e tecnici verso il Centro, generando un flusso unidirezionale di capitale umano e interrompendo cicli di apprendimento domestico. Il risultato è una trappola di specializzazione a bassa o media tecnologia (Al Saraf &amp; Garfield, 2008; Sassoon, 2010; Tigau, 2019; Tozan, 2023).</p>



<p>Il secondo meccanismo consiste nel regime change. Interventi militari o minacce credibili possono sostituire progetti sovrani di sviluppo con governi clienti che implementano programmi di aggiustamento strutturale, soprattutto su liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione del lavoro. La liberalizzazione amplia l’accesso del capitale del Centro ai mercati domestici; la privatizzazione facilita il trasferimento di asset verso le multinazionali estere; la deregolamentazione del lavoro è condizione per massimizzare rendimenti della produzione. In questo quadro, le forze militari e paramilitari diventano gli strumenti per mantenere un ambiente regolatorio che sopprime domande salariali e riduce il rischio di conflitto industriale, comprimendo i costi locali rispetto ai prezzi globali (Williamson, 2009; Linares, 2003; Burgess, 2010; Adly, 2021; Erol &amp; Şahin, 2023).</p>



<p>Il terzo meccanismo consiste nella proiezione d’influenza che passa attraverso le esportazioni di armi e le reti di alleanze dirette dal Centro. I regimi clienti vengono spinti ad assorbire volumi di export bellico provenienti dalle economie centrali, deviando allo scopo le loro scarse risorse dagli investimenti produttivi e rendendoli dipendenti per la loro sicurezza. Il controllo delle forniture militari permette di orientare le condizioni e la direzione dei conflitti, spesso indirizzandoli contro attori non allineati, senza necessità di interventi militari diretti da parte degli esportatori. In questa architettura, la Semiperiferia svolge un ruolo duale. Da una parte, resta subordinata e trasferisce risorse tramite gli acquisti di armi; dall’altra può agire attivamente per plasmare una geopolitica regionale coerente con gli interessi del Centro (Buzuev, 1990: 108-109; Li, 2008: 96) oppure per assumere un orientamento autonomo, esponendosi a gravi rischi di intervento.</p>



<p>Il quarto meccanismo consiste negli interventi militari e nei regimi clienti che garantiscono accesso privilegiato a energia e materie prime a prezzi sistematicamente sottovalutati, mentre la militarizzazione dei corridoi marittimi strategici consolida il dominio del Centro sui flussi commerciali. Si crea così un regime logistico separato, dove le imprese del Centro (o di Paesi sotto il suo ombrello di sicurezza) beneficiano di costi di trasporto e coordinamento ridotti, mentre le economie emergenti escluse da tali infrastrutture militari-logistiche affrontano costi più alti, con un effetto di esclusione competitiva che frena traiettorie di accumulazione non allineate e rafforza specializzazioni diseguali (Khalili, 2020).</p>



<p>Il quinto meccanismo consiste nella preservazione di regimi valutari gerarchici. La componente maggioritaria delle transazioni globali e delle passività esterne (debito sovrano e corporate) è denominata in valute di riserva. I tentativi da parte dei paesi periferici di creare blocchi monetari regionali, denominare scambi in valute alternative o costruire infrastrutture autonome di pagamenti transfrontalieri minacciano le condizioni che consentono al Centro di ridurre i costi produttivi attraverso le importazioni a basso prezzo; in risposta, interventi diretti o indiretti e minacce credibili funzionano come strumenti coercitivi per preservare l’egemonia valutaria (Lee, 2011; Scott, 2011; Sylla, 2021; Wilson, 2020; Taylor, 2019).</p>



<p>Nel complesso, i cinque meccanismi alimentano una vera e propria “apartheid tecnologica”, che relega i Paesi periferici al ruolo di fornitori di input a basso costo, disciplina i loro mercati del lavoro, comprime i loro salari e permette viceversa al Centro di sostenere livelli salariali elevati e alta occupazione. In questa chiave, l’appartenenza al Centro non si misura con il metro della conquista militare territoriale ma con la capacità di creare condizioni economiche interne favorevoli attraverso la svalutazione sistematica di lavoro e risorse in altre aree (Macheda &amp; Nadalini, 2022: 60; Freeman, 2008).</p>



<h5>3. Metodologia empirica</h5>



<p>Per testare empiricamente la tesi del circuito di retroazione, ricaviamo la struttura gerarchica dei Paesi attraverso un modello di clustering dinamico per dati panel multivariati. Ogni paese <em>i</em>, in ciascun anno <em>t</em>, è descritto da un vettore di caratteristiche <em>y<sub>it</sub></em>. L’idea è che esistano <em>k</em> gruppi di Paesi, con <em>k </em>prefissato, e che l’appartenenza di ciascun Paese a un cluster <em>c<sub>it</sub></em> sia una variabile latente che evolve nel tempo (Joao et al., 2023). Le caratteristiche osservate <em>y<sub>it</sub></em> sono la somma di una media specifica del cluster <em>μ<sub>c<small><sub>it</sub></small></sub></em>, variabile nel tempo, e di un termine di errore distribuito secondo la distribuzione <em>t</em> di Student con matrice di scala potenzialmente variabile per cluster e nel tempo. La dinamica di <em>c<sub>it</sub></em> è governata da una catena di Markov, cosicché la probabilità a <em>t</em> di transitare dal cluster <em>j</em> al cluster <em>h</em> è <em>π<sub>jht</sub></em> ed è comune a tutti i Paesi. Gli output principali della stima sono le medie temporali dei cluster, che ne descrivono i profili strutturali; la matrice di transizione tra cluster, che misura la probabilità con cui i paesi possono passare da un cluster all’altro; le probabilità condizionate filtrate di appartenenza del paese <em>i </em>&nbsp;al cluster <em>j</em>, che servono per assegnare univocamente i primi ai secondi in ciascun periodo.</p>



<p>Poiché <em>k</em> rappresenta il numero di partizioni del sistema mondiale, sulla base dell’analisi teorica abbiamo un <em>prior</em> forte per fissare il numero di cluster a <em>k</em>=3, coerentemente con la tripartizione tra Centro, Semiperiferia e Periferia. Tuttavia, la nostra scelta finale a favore di <em>k</em>=3 è sostenuta da una validazione preliminare basata su algoritmi standard di clustering e criteri diagnostici, e viene controllata attraverso stime alternative (ovvero stimando il modello per <em>k</em>=2, 3, 4, 5) per verificare la robustezza della classificazione. I nostri test evidenziano che, se scegliamo di fissare un valore di <em>k &gt; 3</em>, i cluster in sovrannumero rispetto ai primi 3 saranno sempre vuoti, il che indica che <em>k</em>=3 fornisce la ripartizione dei paesi più dettagliata e non ridondante. Per maggiori dettagli si rimanda al <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">paper completo</a>.</p>



<h5>4. Dati</h5>



<p>Gli indicatori sono selezionati bilanciando completezza informativa e dimensione del campione, con l’obiettivo di includere un numero significativo di paesi a reddito medio e basso. Le variabili selezionate sono complessivamente dieci, ed ognuna di esse è esplicitamente collegata a una delle tre dimensioni dell’analisi (tecnologica, finanziaria, militare).</p>



<p>Per rappresentare la dimensione tecnologica usiamo il PIL pro capite misurato a tassi di cambio PPP, la produttività totale dei fattori (TFP) relativa agli Stati Uniti, e l’Economic Complexity Index (ECI), che misura l’intensità di conoscenza del paniere di esportazioni di un Paese in termini di diversità e ubiquità e funge da proxy più specifico di monopolio tecnologico (Hidalgo &amp; Hausmann, 2009). Per rappresentare la dimensione finanziaria usiamo lo stock di FDI attivi rispetto al PIL, il reddito netto da investimenti sul PIL, e il rapporto tra tasso di cambio di mercato e cambio PPA, inteso a catturare sopravvalutazione valutaria. Per misurare la dimensione militare usiamo la spesa militare sul PIL, la spesa militare pro capite, le esportazioni e le importazioni pro capite di armi. Riguardo a questa dimensione, ipotizziamo che l’export di armi abbia una maggiore capacità discriminante, poiché le altre misure sono influenzate maggiormente dalle contingenze difensive. In effetti, analisi preliminari di correlazione suggeriscono che le esportazioni militari siano più fortemente associate alle variabili tecnologiche e finanziarie rispetto agli altri indicatori militari e in particolare alle importazioni di armi, confermando l’ipotesi che l’export bellico catturi meglio la capacità di proiezione esterna.</p>



<p>Per ottenere un panel bilanciato abbiamo interpolato linearmente alcuni valori mancanti e colmato i gap residui usando l’ultimo valore disponibile; i paesi con valori mancanti sono stati esclusi. Il campione finale contiene 3.168 osservazioni per 88 paesi nel periodo 1988-2023. Per maggiori informazioni sul dataset si rimanda al <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">paper completo</a>. Nella stima del nostro modello di riferimento includiamo 9 delle 10 variabili appena elencate, escludendo le importazioni militari pro capite per i motivi descritti sopra.</p>



<h5>5. Risultati</h5>



<h5>5.1. Composizione dei cluster e transizioni</h5>



<p>I risultati rivelano una stabile gerarchia tripartita. Il Centro (Figura 1) è quasi completamente stabile. I 20 paesi che rimangono al suo interno per l&#8217;intero periodo 1988-2023 sono i principali stati coloniali d’insediamento (Australia, Canada, Israele, Stati Uniti), le ex potenze coloniali, i paesi nordici e le due principali “propaggini” tedesche (Austria, Svizzera). Nel periodo considerato, solo cinque paesi sono transitati dalla Semiperiferia verso il Centro: Estonia (2023), Ungheria (2006), Nuova Zelanda (1991), Corea del Sud (2007) e Portogallo (2009). I primi quattro sono entrati definitivamente nel Centro, mentre l’ultimo è rientrato nella Semiperiferia l&#8217;anno successivo. Tutti i 25 paesi che hanno fatto parte del Centro nel periodo considerato sono classificati come ad alto reddito nel 2024 secondo i dati della Banca Mondiale e, con le eccezioni di Ungheria e Singapore, sono classificati come democrazie secondo gli indicatori V-Dem (Herre 2021).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg" alt="" class="wp-image-15411" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 1. Paesi del Centro e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La Periferia è composta da paesi situati principalmente nell&#8217;emisfero australe (Figura 2), la maggior parte dei quali occupa gli strati inferiori della distribuzione del reddito globale. 39 dei 46 paesi appartenenti alla Periferia per almeno un anno erano a basso reddito (4), a reddito medio-basso (18) o a reddito medio-alto (17), mentre solo 7 di essi erano ad alto reddito nel 2024. Invece, nessuno dei 14 paesi che si trovano nella Periferia per l&#8217;intero periodo è registrato come ad alto reddito. Guardando ai regimi politici, la Periferia è quasi equamente divisa tra democrazie (24) e autocrazie (22) (Ibid.), suggerendo che la posizione economica piuttosto che il regime politico sia la caratteristica principale che definisce questo gruppo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.jpeg" alt="" class="wp-image-15413" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 2. Paesi periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La Semiperiferia (Figura 3) comprende paesi sia dell&#8217;emisfero settentrionale che meridionale. 32 dei 54 paesi appartenenti a questo gruppo per almeno un anno, erano a reddito medio-basso (9) o a reddito medio-alto (23) nel 2024, mentre 22 di essi erano ad alto reddito. Il gruppo di 17 paesi che fa stabilmente parte della Semiperiferia per l’intero periodo, include 8 paesi dell&#8217;Europa orientale ad alto reddito, tra cui la Russia, mentre i componenti a reddito medio-alto includono Brasile, Cina e Sudafrica. India e molte altre economie asiatiche oscillano tra la Semiperiferia e la Periferia. La maggior parte dei paesi della Semiperiferia (33 su 54) era governata da democrazie liberali o elettorali nel 2024, secondo i dati V-Dem.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.jpeg" alt="" class="wp-image-15414" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 3. Paesi semi-periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La mobilità dalla Periferia al Centro è completamente assente, e nessun paese del Centro è transitato verso la Periferia. Si contano in media 2,9 transizioni all&#8217;anno, pari al 3,2% dei paesi del campione. Questi dati evidenziano la stabilità della composizione dei cluster, basata su una gerarchia consolidata tra paesi rimasta sostanzialmente stabile dal 1988. Il 94% delle transizioni si è verificato tra periferia e semiperiferia, con una leggera tendenza alla riduzione delle dimensioni di quest&#8217;ultima. Questi risultati confermano il divario tra Centro, da un lato, e Periferia e Semiperiferia, dall&#8217;altro, sottolineando al contempo la natura complessa e ambivalente di quest’ultima.</p>



<p>Secondo il dataset Colpus (Chin e Kirkpatrick 2023), i paesi della Periferia (Semiperiferia) hanno subito un totale di 37 (28) colpi di stato nel periodo considerato, mentre i paesi del Centro hanno subito un solo incidente di questo tipo. La stabilità politica del Centro è coerente con l’ipotesi che tecnologia e finanza sostengano le capacità militari senza eccessive frizioni interne. Allo stesso tempo, questi paesi mostrano il più alto tasso di coinvolgimento nei conflitti nel periodo considerato, sia per i conflitti interstatali che per quelli intrastatali internazionalizzati, in cui intervengono tipicamente come attori esterni a supporto di una delle parti in conflitto. I paesi semiperiferici sono maggiormente colpiti dall&#8217;instabilità interna che porta a conflitti intrastatali, mentre il loro coinvolgimento in conflitti intrastatali internazionalizzati è principalmente correlato a eventi che si verificano sul loro territorio. Nel complesso, questi risultati contraddicono i quadri teorici liberali (ad esempio, Acemoglu e Robinson 2012), che caratterizzano il militarismo come una politica atavica dei regimi autocratici, sottolineando invece la postura aggressiva dei paesi del Centro. Allo stesso tempo, la Semiperiferia appare come il bersaglio principale delle politiche interventiste.</p>



<p><em>Tabella 1. Coinvolgimento nei conflitti, medie per cluster, 1988-2023</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="696" height="229" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.png" alt="" class="wp-image-15417" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.png 696w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x99.png 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori sui dati sui conflitti tratti dall’Uppsala Conflict Data Program (2024). Nota: i valori sono la somma, nell&#8217;intero periodo, del numero di conflitti verificatisi in ciascun anno nei paesi del cluster, divisa per il numero di paesi del cluster.</figcaption></figure></div>



<h5>5.2. Profili strutturali dei cluster: tecnologia, finanza e export bellico</h5>



<p>Analizzando l’evoluzione delle medie dei cluster nel tempo (Figura 4), si osserva che il Centro mantiene un vantaggio persistente in tutte le variabili tecnologiche e finanziarie. Un risultato importante è che, mentre il gap nell’ECI tra Centro e Semiperiferia tende a ridursi, la distanza in termini di PIL pro capite resta stabile o si amplia. Interpretiamo questa apparente contraddizione come l’esito della crescente dominanza finanziaria del Centro. Anche quando alcune economie semiperiferiche diventano capaci di competere in settori tecnologici in precedenza dominati dal Centro, quest’ultimo riesce a catturare una quota maggiore del valore generato dalle catene globali di produzione proprio grazie alle rendite finanziarie. Questa supremazia tecnologico-finanziaria sostiene la dominanza militare del Centro, soprattutto nel ruolo di principale esportatore di armi. Il vantaggio del Centro nelle esportazioni di armamenti si amplia nel periodo, riflettendo sia il controllo monopolistico sulla produzione militare avanzata sia il ruolo dell’export bellico nella sua politica estera. Crucialmente, il Centro mantiene la preminenza militare senza un onere fiscale sproporzionato. Infatti, la spesa militare in quota di PIL rimane relativamente contenuta. In termini coerenti con l’ipotesi teorica, tecnologia e finanza “sussidiano” la potenza militare riducendo i trade-off domestici.</p>



<p>La Periferia resta strutturalmente svantaggiata su tecnologia e finanza. La quasi totale assenza di esportazioni di armi ne conferma l’esclusione dalla produzione militare avanzata. Al tempo stesso, l’alta incidenza di conflitti interni forza molti paesi periferici a essere importatori di armi. Questo vincolo esterno limita il loro upgrading tecnologico, frena la crescita e riduce le risorse fiscali disponibili. Ne deriva un circuito vizioso: la periferia sopporta un onere di spesa militare comparabile agli altri cluster, pur avendo una spesa pro capite circa un ordine di grandezza inferiore rispetto al Centro.</p>



<p><em>Figura 4. Medie temporali dei cluster</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="605" height="491" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.gif" alt="" class="wp-image-15410" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.gif 605w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x243.gif 300w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption>Fonti: PIL pro capite e tassi di cambio: Banca Mondiale; Produttività totale dei fattori: Penn World Tables; Economic Complexity Index: Observatory for Economic Complexity; Stock IDE e Reddito da investimenti: FMI; Spese e esportazioni militari: SIPRI.</figcaption></figure></div>



<p>La Semiperiferia occupa una posizione intermedia ma gravata da tensioni specifiche. Se il recupero tecnologico non si traduce in un equivalente avanzamento di reddito, ciò dipende verosimilmente dalla difficoltà di colmare il divario finanziario con il Centro in termini di accumulazione di FDI attivi, redditi da investimenti e apprezzamento valutario. Inoltre, per proiettare la propria influenza su una sfera geografica più vasta, la politica estera del Centro richiede una rete ampia di alleati e clienti che aumentino la loro spesa militare. In parallelo, i paesi semiperiferici alla ricerca di una maggiore autonomia sono spinti a spendere di più per difendersi. Nei dati, questa duplice tendenza si riflette in una traiettoria crescente della spesa militare pro capite dalla prima metà degli anni 2000. Tuttavia, a differenza del Centro, la Semiperiferia non beneficia della stessa combinazione di rendite da export bellico e privilegi finanziari. Di conseguenza, la crescente spesa militare diventa un drenaggio netto di risorse, visibile nella quota di spesa militare/PIL più elevata rispetto sia al Centro sia alla Periferia.</p>



<h5>5.3. Confronto tra Stati Uniti, Europa Occidentale, Cina e Russia</h5>



<p>Passando dal profilo medio dei cluster ai singoli paesi, rileviamo che Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea più Regno Unito risultano stabili membri del Centro, mentre Cina e Russia risultano stabilmente nella Semiperiferia. All’interno di questo gruppo, la Cina concentra gran parte del catch-up tecnologico misurato dall’ECI, mentre la Russia accumula un ritardo crescente. Anche all’interno del Centro si osserva una significativa divergenza, con i paesi europei che perdono terreno rispetto agli Stati Uniti in termini di produttività totale dei fattori.</p>



<p><em>Figura 5. Paragone tra Paesi</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="605" height="453" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.gif" alt="" class="wp-image-15412" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.gif 605w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2-300x225.gif 300w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption>Fonti: vedi Figura 4.</figcaption></figure></div>



<p>Sul piano finanziario, l’accumulazione di IDE attivi nel Centro è trainata soprattutto dall’Europa Occidentale, che ha trasformato i propri surplus di conto corrente in esportazione di capitale finanziario, in gran parte destinato agli USA. Russia e Cina registrano anch’esse surplus commerciali, ma la loro capacità di accumulare FDI in uscita appare limitata, rispettivamente, dalla bassa capacità tecnologica nel caso della Russia e da misure protezionistiche che colpiscono gli investimenti nel caso della Cina. Inoltre, il valore del Renminbi appare convergere verso la parità di potere d’acquisto, con scarsa evidenza di una sistematica sottovalutazione.</p>



<p>L’aumento della spesa militare nella Semiperiferia è attribuibile in larga parte alla Russia, le cui esportazioni militari sono diminuite in coincidenza con la guerra in Ucraina, che ha assorbito la maggior parte della produzione bellica. La Cina mostra una crescita della spesa militare pro capite più lenta del PIL, con un rapporto spesa/PIL in calo e export bellico contenuto. Nel Centro, l’aumento della quota della spesa militare sul PIL è guidato soprattutto dagli stati europei. In presenza di piani per un’intensità di spesa militare comparabile a quella degli anni Ottanta, le prospettive di crescita più deboli espongono la componente europea del Centro a un rischio maggiore di disequilibrio strategico (Kennedy, 1988), nel tentativo di finanziare impegni militari elevati su basi economiche meno favorevoli.</p>



<h5>5.4. Analisi di sensitività</h5>



<p>Una misura di accordo annuale tra assegnazioni di partizioni diverse mostra che un modello costruito solo con tre variabili chiave &#8211; ECI, quota di FDI in uscita sul PIL ed esportazioni di armi pro capite &#8211; replica oltre l’80% delle assegnazioni annuali del modello completo dopo il 2005 (Figura 6). Viceversa, un modello che include tutte le altre variabili ma esclude simultaneamente questa triade scende sotto il 70% di accordo nello stesso periodo.</p>



<p><em>Figura 6. Quota di assegnazioni identiche per anno tra il modello di riferimento (9 variabili) e: a) un modello con 3 variabili (ECI, IDE in uscita sul PIL e esportazioni militari pro capite); b) un modello con 6 variabili (escludendo le precedenti)</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="418" height="373" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.gif" alt="" class="wp-image-15409" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.gif 418w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x268.gif 300w" sizes="(max-width: 418px) 100vw, 418px" /></figure></div>



<p>Questo risultato convalida le premesse teoriche del Par. 2 sotto due profili. Il primo profilo è che, tra le variabili-chiave, sono rappresentate tutte le dimensioni individuate: tecnologica, finanziaria e militare. Sebbene il predominio tecnologico rappresenti la base del predominio finanziario e militare, queste due dimensioni mantengono una rilevanza indipendente. Si evidenzia così che lo sviluppo tecnologico non sfocia necessariamente nel militarismo. Piuttosto, quest’ultimo è il frutto di una combinazione di scelte politiche che dirigono lo sviluppo tecnologico in determinate direzioni piuttosto che in altre. Il secondo profilo è che le variabili chiave per le dimensioni tecnologica e militare sono quelle che, ex ante, abbiamo identificato come le più aderenti alla nostra analisi: ECI perché misura più precisamente il monopolio tecnologico; le esportazioni militari perché sono più collegate ad una proiezione esterna della forza. Nell’ambito della dimensione finanziaria, il rapporto attività IDE/PIL è più informativo rispetto al reddito netto da investimenti, che è più suscettibile all’elusione degli utili attraverso i paradisi fiscali. Inoltre, la divergenza delle posizioni patrimoniali negli IDE si è ampliata notevolmente durante il periodo preso in esame, mentre la sopravvalutazione della valuta è rimasta relativamente stabile. Questa divergenza contribuisce a spiegare il maggiore potere discriminatorio degli IDE, che è in linea con le teorie classiche dell’imperialismo, che identificano l’esportazione di capitali come una caratteristica distintiva dell’imperialismo (Lenin 1968/1917).</p>



<h5>6. Conclusioni</h5>



<p>Secondo le argomentazioni della Sez. 2, l’imperialismo contemporaneo opera come un circuito dinamico tra dominio tecnologico, finanziario e militare, che riproduce la disuguaglianza economica globale tra i paesi. Il dominio tecnologico monopolistico del Centro genera le risorse necessarie per la supremazia militare. Questo vantaggio tecnologico, a sua volta, garantisce il dominio finanziario, che espande lo spazio fiscale per la spesa militare. La spesa militare non è un costo finale ma un investimento strategico, impiegato sia direttamente che indirettamente per soffocare le capacità di sviluppo della Periferia.</p>



<p>La nostra argomentazione generale non contraddice necessariamente l’ipotesi che i paesi europei possano presto trovarsi schiacciati dai propri crescenti impegni di spesa militare. In effetti, secondo gli ultimi sviluppi, gli Stati Uniti si trovano in una posizione molto migliore per continuare a beneficiare del circuito imperialista rispetto alle loro controparti europee. Questo vantaggio vale finché gli Stati Uniti mantengono il loro (leggero) vantaggio tecnologico contro la Cina e il loro (solido) vantaggio finanziario rispetto al resto del mondo, scaricando con successo i propri impegni militari sugli alleati. I paesi europei, al contrario, restano sempre più indietro sul fronte tecnologico, detengono un vacillante monopolio finanziario e sembrano meno capaci di proiettare il potere lontano dai propri confini, essendo assorbiti da una guerra costosa e fallimentare sul teatro europeo. Le attuali élite europee sembrano aver frainteso la logica di base dell’imperialismo contemporaneo, se scommettono sulla spesa militare come motore della domanda interna. La nostra analisi suggerisce che, all’interno della logica dell’imperialismo, la spesa militare serve come mezzo per attuare una politica estera che garantisca vantaggi estrattivi. Quando vengono staccate da quel progetto imperialista “coerente” – o quando non riescono a raggiungere gli obiettivi pianificati – tali spese diventano uno spreco di risorse.</p>



<p>Nei nostri dati l’ascesa tecnologica della Cina rappresenta l’unico segnale evidente di una convergenza della Periferia verso il Centro. Le aggressioni esterne, la dipendenza tecnologico-militare e la presenza di regimi monetari gerarchici contribuiscono a bloccare la crescita economica dei paesi periferici e semiperiferici, rendendo inefficaci le classiche politiche di sostegno allo sviluppo. Una strategia praticabile dovrebbe concentrarsi sulla costruzione di canali efficaci per il trasferimento tecnologico all’interno della Periferia e sull’implementazione di circuiti finanziari separati dai sistemi di pagamento del Centro. D&#8217;altro canto, un contesto internazionale sicuro e pacifico allevierebbe i paesi periferici dall&#8217;onere di spese militari eccessive. Sebbene nell&#8217;attuale contesto la costruzione di una deterrenza militare credibile sia essenziale per ridurre la probabilità di un intervento straniero, i costi di questa politica non possono essere trascurati. Pertanto, il rispetto del diritto internazionale è fondamentale per attenuare i vincoli coercitivi radicati nel predominio militare e per ampliare l&#8217;autonomia politica degli stati periferici e semi-periferici impegnati in progetti di sviluppo sovrano. L’autonomia, a sua volta, consentirebbe a queste economie di rafforzare le proprie capacità produttive, aprendo così la strada a una distribuzione più equa del reddito nell’economia mondiale.</p>



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		<title>Il PNRR e gli strumenti per le politiche economiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/maria-pomponio/">Maria Pomponio</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il volume Il PNRR dell’Italia. Metodi e strumenti per politiche economiche possibili, a cura di Pierciro Galeone e Walter Tortorella (Carocci 2026), con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, si colloca in un punto interessante (e scomodo) del ciclo di vita del PNRR: abbastanza tardi da poter parlare di architettura istituzionale e meccanismi attuativi con evidenze concrete, ma ancora troppo presto per una valutazione seria degli impatti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il volume <strong><em>Il PNRR dell’Italia. Metodi e strumenti per politiche economiche possibili</em></strong>, a cura di Pierciro Galeone e Walter Tortorella (Carocci 2026), con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, si colloca in un punto interessante (e scomodo) del ciclo di vita del PNRR: abbastanza tardi da poter parlare di architettura istituzionale e meccanismi attuativi con evidenze concrete, ma ancora troppo presto per una valutazione seria degli impatti. L’operazione editoriale è ambiziosa perché non si limita a “raccontare” il PNRR: prova a ragionare se vi sono elementi per individuare un metodo trasferibile, cioè a trasformare un intervento eccezionale in una grammatica di politiche ordinarie. È una scommessa tipicamente da economia pubblica: istituzioni, incentivi, vincoli di bilancio e – soprattutto – come si misura (e si paga) il valore pubblico.</p>



<p>Il filo rosso più convincente sta nella lettura del PNRR come contratto di performance: l’allocazione ed erogazione delle risorse avviene per tranches legate a Milestone e Target, segnando il passaggio da una logica input-oriented a una logica output-oriented. Questa impostazione, in teoria, dovrebbe spostare l’amministrazione dal “quanto si è speso” al “quanto si è prodotto”. Ma il volume è onesto nel riconoscere che l’innovazione è reale e, insieme, fragile: la centralizzazione degli obiettivi e la necessità di un monitoraggio “fisico” dei risultati si innestano su un’attuazione fortemente decentrata e diseguale in capacità amministrativa.</p>



<p>Dove il libro diventa davvero utile per un economista pubblico è quando smonta la retorica dell’efficienza procedurale come sinonimo di efficacia sociale. In particolare, viene messo a fuoco un rischio sistemico: la performance “schiacciata” su adempimenti e realizzazioni immediate, più che su risultati e impatti. È un punto cruciale, perché la <em>valutazione</em> nel PNRR tende a coincidere con la <em>verifica</em> (compliance) invece che con l’analisi controfattuale degli effetti. Il testo richiama esplicitamente la necessità di una valutazione ex post più sistematica per evitare la focalizzazione su indicatori facili da misurare a scapito di obiettivi complessi (qualità, distribuzione, accessibilità reale). Qui sta una prima criticità: se gli output diventano la moneta unica, le amministrazioni razionalmente “ottimizzano” per ciò che entra in Regis e nei cruscotti, non per ciò che cambia la vita delle persone.</p>



<p>La seconda criticità, collegata, è di natura allocativa: la logica dei bandi competitivi può trasformare il PNRR in una macchina che premia capacità progettuale più che fabbisogni e impatti modesti. Non è un dettaglio: significa che l’uguaglianza formale delle regole può produrre disuguaglianza sostanziale di risultati, soprattutto quando il vincolo vero è il capitale umano amministrativo. Il volume suggerisce implicitamente una via da manuale di policy design: programmazione più cooperativa e basata su evidenze condivise, riducendo competizione sterile e frammentazione territoriale.</p>



<p>Ma il punto più spinoso riguarda la distanza tra <em>output</em> e <em>outcome</em> (e tra outcome e impatto). Il libro riconosce che gli impatti veri saranno apprezzabili solo nel medio periodo e rimanda alla valutazione indipendente prevista dalla Commissione entro il 2028. Questo è corretto, ma lascia aperto un problema: se l’orizzonte valutativo serio è “dopo”, allora l’architettura di incentivi “durante” rischia di non essere allineata agli outcome. In altre parole: possiamo anche consegnare scuole, nidi, piattaforme digitali; ma senza misurare qualità dei servizi, riduzione dei divari, effetti su partecipazione femminile, mobilità sociale, produttività urbana, rischiamo un catalogo di opere più che una trasformazione strutturale.</p>



<p>E qui subentra anche il tema del debito, che nel volume è affrontato con chiarezza, ma che merita una lettura ancora più ragionieristica (in senso buono). L’Italia è il paese con il maggior ricorso ai prestiti: il 63,1% del PNRR italiano è <em>loans</em>, con 122,6 miliardi su 194,4. Questo non è un fatto neutro: significa che una quota importante del successo del PNRR dovrà materializzarsi come crescita potenziale e gettito futuro, altrimenti l’operazione si traduce in debito senza capacità fiscale aggiuntiva. Il libro esplicita anche l’elefante nella stanza: l’Italia parte da un debito/PIL elevato (135,3% nel 2024) e somma al tema del rimborso quello della spesa corrente necessaria a far funzionare le opere realizzate.</p>



<p>Qui la critica si fa netta: il PNRR, per costruzione, finanzia principalmente capitale, ma gli outcome richiedono spesa corrente (personale, manutenzione, gestione). Il volume lo dice senza giri di parole: “non basta finanziare gli investimenti: serve anche spesa corrente per metterli a terra, gestirli e mantenerli nel tempo”, e una politica <em>performance-based</em> non può ignorare l’impatto sulla spesa corrente e i vincoli di finanza pubblica. Se questo nodo non viene sciolto, il rischio è quello evocato anche in altre parti del testo: un rimbalzo fino al 2026, senza effetti strutturali duraturi sulla crescita potenziale.</p>



<p>C’è poi il “debito comune” europeo, che il volume descrive bene nella sua ambivalenza: innovazione solidale e, insieme, partita politica ancora aperta su chi pagherà davvero. Gli Stati hanno accettato l’aumento del tetto delle risorse proprie UE come garanzia e il rimborso è previsto 2028–2058 tramite nuove entrate proprie o, in mancanza, maggiori contributi nazionali. Inoltre, gli interessi si pagano subito, mentre il capitale inizia dopo il 2032. Tradotto: il costo fiscale non è “posticipato” quanto piace raccontare, e si innesta su nuove regole di bilancio e su pressioni concorrenti (spesa sociale, difesa, transizione).</p>



<p>In conclusione, il libro riesce nell’obiettivo principale: mostra che il PNRR non è solo un piano di spesa, ma un esperimento istituzionale nato da eventi eccezionali (Covid prima e guerra Russo-Ucraina) su come si può provare a governare una politica pubblica complessa in un conteso, quell’UE, decisamente fragile. La sua utilità maggiore sta nel mettere in evidenza i trade-off reali (centralizzazione vs adattamento territoriale; velocità vs qualità; output verificabili vs outcome desiderati). Si tratta di usare questo volume come base per la fase post-PNRR, ma con due correttivi: (1) spostare l’ossessione del monitoraggio dalla produzione di output alla misurazione degli outcome, con valutazioni robuste e comparabili; (2) portare il tema del debito dentro la policy design, finanziando (o almeno pianificando) la corrente necessaria a rendere gli investimenti <em>funzionanti</em> e non solo <em>inaugurabili</em>. Se no, rischiamo la politica pubblica più italiana di tutte: bellissimo nastro tagliato, e poi cartello “chiuso per mancanza di personale”.</p>
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