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	<title>Economia e Politica</title>
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	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:58:35 +0000</pubDate>
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		<title>Una proposta sulla democrazia industriale</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:57:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci sono molti buoni motivi per proporre la democrazia industriale.
Dodici paesi dell&#8217;Unione Europea, soprattutto nell&#8217;area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), adottano già per legge sistemi avanzati di corporate governance basati sulla codeterminazione. Uno studio comparativo dell&#8217;European Trade Union Institute[1], (il centro di ricerca e formazione della Confederazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ue4.jpg" height="177" width="374" />Ci sono molti buoni motivi per proporre la democrazia industriale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dodici paesi dell&#8217;Unione Europea, soprattutto nell&#8217;area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), adottano già per legge sistemi avanzati di corporate governance basati sulla codeterminazione. Uno studio comparativo dell&#8217;European Trade Union Institute<strong>[1]</strong>, (il centro di ricerca e formazione della Confederazione dei Sindacati Europei) sui 27 Paesi della UE dimostra che questi 12 paesi hanno livelli di performance – per quanto riguarda la crescita del PIL, dell&#8217;occupazione (anche per età e genere), della produttività, degli investimenti per la ricerca e per le energie rinnovabili, ecc. – migliori degli altri 15 paesi che, come l&#8217;Italia, hanno invece adottato il modello anglosassone di corporate governance. Un altro studio condotto sulle aziende tedesche quotate in borsa<strong>[2]</strong> dimostra che in Germania le società che hanno adottato il sistema della cogestione (Mitbestimmung) hanno performance migliori di quelle ancorate al modello anglosassone, e che quindi non prevedono forme di partecipazione dei lavoratori nei board delle imprese<strong>[3]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Recentemente il giornalista economico Vittorio Malagutti si è recato a Wolfsburg, Germania del Nord, per fornire un&#8217;analisi aggiornata sul campo della situazione della Volkswagen, confrontata con quella della Fiat<strong>[4]</strong>. La società dell&#8217;auto tedesca – che una ventina di anni fa versava in condizioni analoghe a quella della Fiat - ha macinato ricavi per 159 miliardi di euro, quasi tre volte Fiat-Chrysler, con profitti per 15,8 miliardi, più che raddoppiati rispetto al 2010. “Dalla immensa fabbrica di Wolfsburg escono 800mila auto all’anno, circa 100mila più di quanto produce in totale la Fiat nei suoi cinque impianti italiani&#8230;negli anni scorsi il gruppo tedesco è riuscito a delocalizzare la produzione, dal Messico alla Cina via Slovacchia, senza tagliare un posto di lavoro in Germania&#8230;. La paga base di un operaio si aggira, al netto di tasse e contributi, sui 2700 euro, ma con qualche ora di straordinario è facile arrivare a quota 3mila. In altre parole, a Wolfsburg il lavoro alla catena di montaggio è pagato all’incirca il doppio rispetto a Mirafiori o nelle altre fabbriche Fiat. … tutto si muove esattamente nella direzione opposta a quella indicata da Sergio Marchionne alla Fiat&#8230;qui il sindacato è forte, fortissimo. La IG Metall, a cui è iscritto il 95% circa degli operai di Wolfsburg, partecipa a ogni singola scelta aziendale&#8230;. C’è il consiglio di fabbrica: 65 delegati in rappresentanza di tutti i reparti. E poi, al vertice del gruppo, il sindacato nomina la metà dei 20 membri del consiglio di sorveglianza, l’organo di controllo sulla gestione&#8230;. Una garanzia su tutte: fino al 2014 l’organico dei stabilimenti tedeschi non potrà diminuire. In cambio, ormai da otto anni tutti i nuovi assunti lavorano 35 ore settimanali invece delle 33 degli operai con maggiore anzianità&#8230; I dipendenti dei sei stabilimenti tedeschi di Volkswagen si sono appena visti riconoscere un bonus di 7500 euro, calcolato sulla base dello straordinario aumento dei profitti del gruppo&#8230;. … Il gruppo tedesco naviga nell’oro e può permettersi di finanziare agevolmente investimenti per oltre il 5% del fatturato. In altre parole il denaro guadagnato non viene accumulato in cassaforte sotto forma di liquidità, come fa Marchionne ormai da anni&#8230;.Regolazione minuziosa di ogni aspetto della vita aziendale contro deregulation; condivisione, invece di verticismo autoritario: questa, in breve, è la ricetta della cogestione, la Mitbestimmung che ha fatto grande l’industria tedesca e continua, pur tra mille difficoltà, a produrre profitti e benessere”<strong>[5]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Gli studi e le analisi sono chiare, e dimostrano che occorre esaminare con attenzione, ovviamente critica e accorta ma senza provincialismi, la questione cruciale della democrazia industriale: la quale invece purtroppo in Italia è ancora ignorata o sottovalutata perfino dalla migliore cultura economica, politica e sindacale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Luciano Gallino ha scritto uno dei libri<strong>[6]</strong> più interessanti e approfonditi sulle cause strutturali della drammatica crisi attuale, originata dal predominio rapace della finanza iperspeculativa sull&#8217;economia e dalla crescente divaricazione dei redditi da lavoro e da capitale. Per Gallino la democratizzazione dell&#8217;economia potrebbe passare (anche se lui stesso si dichiara scettico a riguardo) per una gestione socialmente responsabile ed economicamente mirata degli investimenti dei fondi pensione gestiti anche dalle organizzazioni sindacali. Gallino non prende però in esame, come possibile via di uscita dal “finanzcapitalismo”, la possibilità di adottare la codeterminazione come modello alternativo al sistema anglosassone di corporate governance: eppure il sistema tedesco, seppure certamente anch&#8217;esso criticabile, sembra funzionare, mentre il modello anglosassone – che, come noto, punta a massimizzare il valore finanziario dell&#8217;impresa a esclusivo vantaggio degli azionisti, e presuppone il comando monocratico del management sui dipendenti - è certamente responsabile della finanziarizzazione spinta delle aziende, e quindi della crisi attuale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In Germania i lavoratori (inscritti o meno al sindacato) da una parte eleggono il consiglio di fabbrica come organismo di difesa sindacale, dall&#8217;altra eleggono anche dei loro rappresentanti nel consiglio di sorveglianza delle imprese - senza però avere alcuna partecipazione al capitale e all&#8217;utile dell&#8217;impresa stessa -. Il consiglio di sorveglianza è un organismo che ha compiti rilevantissimi: definisce le strategie, nomina il consiglio di gestione, approva i bilanci e decide sulle operazioni straordinarie, come le fusioni, le ristrutturazioni, le acquisizioni e le cessioni, e la delocalizzazione delle unità produttive.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Noi suggeriamo che la democrazia dal basso nelle aziende - anche se ovviamente è molto difficile da conquistare – può rappresentare una delle principali (se non la principale) soluzione per uscire dalla crisi. La questione è tanto più attuale considerando l&#8217;attenzione crescente sui cosiddetti beni comuni, cioè sulle risorse condivise e tendenzialmente non esclusive e non rivali, come le conoscenze, l&#8217;informazione, l&#8217;ambiente, Internet e le reti, analizzate in profondità dalla socio-economista Elinor Ostrom, premio Nobel dell&#8217;economia<strong>[7]</strong>. La “scoperta” principale della Ostrom è che, contrariamente a quanto sosteneva Garrett Hardin nella “tragedia dei beni comuni”, le comunità sono in grado di gestire in maniera efficiente e sostenibile i beni comuni, come le foreste, i pascoli, le acque, le zone costiere di pesca, e di evitare così la tragedia del loro sovra-consumo competitivo e del loro esaurimento. Ostrom introduce elementi di ottimismo per quanto riguarda la gestione dei commons: le comunità - non sempre ma a certe condizioni, cioè quando sono in grado di autoregolarsi - possono gestire i commons in maniera più efficiente e sostenibile dei privati e dello stato perché ne hanno esperienza diretta, perché acquisiscono competenze specifiche, e perché sono molto motivate a gestire in maniera ottimale risorse che per loro sono indispensabili e preziose. La vera tragedia accade invece quando i privati e lo stato gestiscono i beni comuni generando sprechi, inefficienze e privilegi. La studiosa dell&#8217;università dell&#8217;Indiana si esprime quindi a favore di un&#8217;economia policentrica<strong>[8]</strong>. basata sulla gestione comunitaria dei commons, sul mercato (per quanto riguarda i beni privati) e sull&#8217;intervento pubblico.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In Italia i referendum sull&#8217;acqua hanno dimostrato che la grande maggioranza dei cittadini apprezza il valore dei commons, e che l&#8217;opinione pubblica è ampiamente a favore della gestione pubblica e non privata di un bene così prezioso come l&#8217;acqua. A Napoli il Comune ha deciso di sperimentare forme partecipate di gestione dell&#8217;acqua. Ma la democratizzazione dell&#8217;economia riguarda anche e soprattutto un settore economico sempre più rilevante, quello immateriale: Internet, Wikipedia, il software libero non hanno padroni privati né pubblici ma sono gestiti dalle comunità di scienziati, ricercatori e utenti. E mettono a disposizione del pubblico globale informazioni e conoscenze libere, e la possibilità di comunicare direttamente senza filtri.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La sinistra italiana dovrebbe cominciare a discutere in maniera approfondita le questioni fondamentali dell&#8217;economia dei beni comuni e della democrazia nell&#8217;economia<strong>[9]</strong>. Questo dibattito risulterebbe importante per ricominciare a focalizzare l&#8217;attenzione sull&#8217;economia politica (come ci indica senz&#8217;altro Gallino) e per elaborare proposte di fuoriuscita dalla crisi in una prospettiva non sempre e solo difensiva, e non sempre rinunciataria. Il problema della democrazia nell&#8217;economia è cruciale non solo per ragioni etiche e sociali - cioè per contrastare la concezione del lavoro come merce da utilizzare, da comandare a piacere, e da dismettere quando si vuole - ma anche perché la codeterminazione funziona già e, nonostante le ambiguità e i limiti, funziona anche abbastanza bene, e costituisce un argine alle operazioni speculative e alle delocalizzazioni selvagge.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo l&#8217;ETUI la codeterminazione diventa particolarmente necessaria quando, come avviene attualmente, le maggiori società non hanno più un “padrone” e hanno invece come proprietari degli investitori istituzionali che - come le banche d&#8217;affari, i fondi pensione, gli hedge fund e i private equity – hanno solo degli obiettivi finanziari di alto rendimento nel breve o brevissimo termine<strong>[10]</strong>. I grandi investitori istituzionali hanno in portafoglio centinaia o migliaia di titoli di diverse società e non entrano nel merito della loro gestione: sono “proprietari assenti” di aziende da cui estraggono una rendita finanziaria – come lo stesso Gallino ci spiega in maniera magistrale -. In questo contesto la difesa e lo sviluppo delle attività produttive riguarda soprattutto i lavoratori, che dovrebbero quindi avere il diritto di co-decidere nei board delle imprese<strong>[11]</strong>. Germania docet. La cogestione dovrebbe riguardare in generale tutti i maggiori stakeholder: per esempio, per difendere, sviluppare e migliorare il welfare è necessario che anche gli utenti possano partecipare agli organismi direttivi degli enti pubblici.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">E&#8217; paradossale che questi temi strategici, che ci sono suggeriti dall&#8217;esempio dei paesi europei che stanno uscendo prima e meglio degli altri dalla crisi, siano praticamente ignorati anche da un sindacato molto impegnato nella difesa del lavoro come la Cgil.  Eppure il sindacato sa perfettamente (anche dal caso Fiat) che l&#8217;attività puramente rivendicativa, le lotte e gli scioperi, purtroppo hanno scarso successo nei tempi di crisi, soprattutto se le aziende globali possono delocalizzare come vogliono. Sarebbe invece molto importante, se non decisivo, avere il diritto stabilito dalla legge di essere informati e consultati sui piani aziendali, e di avere voce nel board dell&#8217;impresa. Sul piano giuridico in Italia la co-determinazione sembra possibile grazie all&#8217;articolo 46 della Costituzione per cui “la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende&#8221;. Sarebbe quindi davvero positivo che le migliori intelligenze cominciassero a discutere della democrazia nell&#8217;economia, sia sul piano economico che politico. Anche per evitare che invece nel futuro possano prevalere soluzioni neocorporative, come quelle che prevedono la partecipazione dei lavoratori agli utili o al capitale dell&#8217;impresa, senza però che sia concesso loro alcun potere decisionale nei board.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">*<em>Giornalista economico e saggista.</em></p>
<h6><span style="line-height: normal">[1] <em>The European Partecipation Index: a tool for Cross National quantitative comparison</em>, Sigurt Vitols, European Trade Union Institute, Ottobre 2010.</span><span style="line-height: normal"><br />
</span><span style="line-height: normal">[2]“Does good corporate governance include employee representation? Evidence from German corporate boards”, <em>Journal of Financial Economics</em>, 2006, Larry Fauver e Michael E. Fuerst.<br />
</span><span style="line-height: normal">[3] I due studi citati sopra sono riportati in MicroMega: </span><a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-modello-tedesco-per-la-democrazia-economica/">Il modello tedesco per la democrazia economica</a><span style="line-height: normal"> Enrico Grazzini, 5 aprile 2012.<br />
</span><span style="line-height: normal">[4] Il Fatto Quotidiano, </span><a target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/volkswagen-utili-e-lavoro-altro-che-marchionne/198251/">Viaggio nel cuore della Volkswagen, la fabbrica di auto che vende auto</a><span style="line-height: normal">, di Vittorio Malagutti, 18 marzo 2012.<br />
</span><span style="line-height: normal">[5] Il Fatto Quotidiano, Idem.<br />
</span><span style="line-height: normal">[6] Finanzcapitalismo, Luciano Gallino, Einaudi, 2011.<br />
</span><span style="line-height: normal">[7] Elinor Ostrom, <em>Governing the commons</em>, Cambrige University Press, 1988; ed. it. <em>Governare i beni collettivi</em>, Marsilio, 2006, e .C. Hess, E. Ostrom, La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Mondadori, Milano 2009.<br />
</span><span style="line-height: normal">[8] <em>“Beyond markets and states: polycentric governance of complex economic systems”</em>, discorso tenuto in occasione della cerimonia per il premio Nobel, 8 dicembre 2009<br />
</span><span style="line-height: normal">[9] Vedi Enrico Grazzini, <em>“Il bene di tutti. L’economia della condivisione per uscire dalla crisi”</em>, Editori Riuniti, 2011, e <em>“L’economia della conoscenza oltre il capitalismo”</em>, Codice Edizioni, 2008.<br />
</span><span style="line-height: normal">[10] Vedi <em>The Sustainable Company; a New Approach to Corporate Governance</em>, a cura di Sigurt Vitols e Norbert Kluge. European Trade Union Institution, ETUI, 2011. Vedi anche la sintesi su Sbilanciamoci, </span><a target="_blank" href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Apriamo-le-porte-dell-impresa-sostenibile-11600">Apriamo le porte dell&#8217;impresa sostenibile</a><span style="line-height: normal">, Enrico Grazzini, 2011.<br />
</span><span style="line-height: normal">[11] Vedi <em>The Sustainable Company; a New Approach to Corporate Governance</em>, ETUI 2011, già citato.</span></h6>
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		<title>Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 17:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Produttività e crescita economica
In Italia e in Europa si ripete come un mantra la necessità di accompagnare la crescita al risanamento dei conti pubblici. La crescita economica è riconducibile a molte e complesse fonti. Secondo molti economisti, una delle più importanti è l’aumento della produttività globale, sebbene i meccanismi che legano questa alla crescita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/moro-11.jpg" height="306" width="418" />1.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span>Produttività e crescita economica</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In Italia e in Europa si ripete come un mantra la necessità di accompagnare la crescita al risanamento dei conti pubblici. La crescita economica è riconducibile a molte e complesse fonti. Secondo molti economisti, una delle più importanti è l’aumento della produttività globale, sebbene i meccanismi che legano questa alla crescita siano diversi a seconda della prospettiva di analisi adottata.<strong>[1]</strong> Proprio con lo scopo dichiarato di innalzare la produttività italiana e, in questo modo, di spingere la crescita, da tempo entrambe stagnanti, è stata presentata dal ministro Fornero una proposta di riforma del mercato del lavoro. La logica sottostante a tale riforma, in accordo con il senso comune del <em>mainstream </em>economico e politico, è che il declino della produttività  in Italia dipende da un mercato del lavoro troppo poco deregolamentato. A nostro avviso si tratta di una logica non solo errata ma anche controproducente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Prima di affrontare il discorso sulle cause del declino della produttività italiana, va precisato che definire e misurare la produttività e la sua evoluzione nel tempo è piuttosto complesso. Le misure utilizzabili sono molteplici. L’indicatore più comune è la <em>produttività generica del lavoro</em>, nella forma del rapporto tra la quantità di valore aggiunto prodotto (QV) e il numero delle ore di lavoro (H) impiegate per produrlo (P = QV/H). Tale indicatore presenta, però, il limite di non far emergere esplicitamente il ruolo degli investimenti e dell’innovazione tecnologica. Infatti, un lavoratore è più produttivo di un altro <strong>se dispone di mezzi di produzione (macchine e attrezzature) quantitativamente e qualitativamente maggiori</strong>, se beneficia di una migliore formazione e soprattutto di un più intenso progresso tecnologico. Inoltre, un lavoratore può essere più produttivo di un altro perché l’organizzazione della produzione gli consente di utilizzare con maggiore <em>efficienza</em> i fattori a sua disposizione, sebbene questi siano comparabili per quantità e tecnologia.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tornando alla riforma del mercato del lavoro italiano, è praticamente impossibile trovare nella letteratura scientifica esempi di una relazione positiva tra deregolamentazione (aumento della licenziabilità/precarietà) e aumento della produttività. Al contrario, se ne trovano molti secondo cui la diminuzione della produttività dipende proprio dall’aumento della precarietà. La scarsa crescita - nell’ultimo decennio decrescita - della produttività italiana è dovuta, secondo questi studi, proprio alla deregolamentazione e all’aumento della precarietà realizzatesi a partire dalla metà degli anni ’90 con quelle riforme - Pacchetto Treu e Legge Biagi -, che oggi il ministro Fornero vuole replicare in forma molto più accentuata. A dire questo sono, in particolare, due studi, uno del Fondo monetario internazionale, ad opera di Hanan Morsy e Silvia Sgherri<strong>[2]</strong>, e uno di due economisti di prestigiose università Usa, Ian Dew-Becker  di Harvard e Rober J. Gordon della Northwestern University<strong>[3]</strong>. Il punto di partenza di questi studi è l’osservazione secondo cui negli anni ’90 il divario di produttività della Ue con gli Usa smette di ridursi. La ragione, secondo questi studi, sta nella applicazione dei principi dell’OECD <em>Jobs strategy</em> (1994) e dell’Agenda di Lisbona (2000), secondo i quali la disoccupazione non si deve combattere con il welfare state ma con la deregolamentazione del mercato del lavoro. L’aumento della precarietà, unitamente all’aumento dell’immissione di forza lavoro femminile e immigrata, ha innalzato il tasso di attività<strong>[4]</strong> e, quindi, l’offerta di lavoro in presenza di una domanda stagnante. L’aumento dell’offerta rispetto alla domanda e il carattere dell’offerta, composta di giovani precari, donne e immigrati, cioè di settori sottopagati, hanno condotto alla riduzione complessiva del prezzo della forza lavoro, cioè delle retribuzioni. Ebbene, quando c’è abbondanza di forza lavoro a buon mercato, le imprese tendono ad evitare nuovi investimenti e innovazione tecnologica, potendo puntare ad una riduzione dei costi perseguita attraverso i bassi salari. Sempre secondo i due studi citati, l’Italia e la Spagna, all’interno della Ue, hanno attuato in modo più incisivo le controriforme del mercato del lavoro. È per questo che in questi Paesi gli effetti sono stati più devastanti e la produttività è calata maggiormente.</p>
<p>2.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span>Relazione tra declino della produttività, deregolamentazione e bassi salari</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una conferma ai due studi citati viene dal confronto, che abbiamo condotto qui di seguito, tra l’andamento storico della produttività oraria italiana con quello degli altri maggiori Paesi industrializzati e con l’andamento del grado di protezione del lavoro, misurato dall’Ocse con l’indice EPL, e delle retribuzioni reali orarie. Contrariamente a quanto il senso comune ritiene, l’Italia nel lungo periodo ha presentato nella manifattura un tasso di crescita medio della produttività generica del lavoro (<em>output per hour</em>) molto più alto che nella media dei maggiori Paesi sviluppati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/moro-1-0.jpg" style="width: 543px; height: 422px" height="428" width="585" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se consideriamo il periodo tra 1950 e 2000, l’Italia risulta al secondo posto per incremento della produttività sia per ora lavorata (quasi il + 5%  medio annuo) sia per addetto, inferiore al solo Giappone.<strong>[5]</strong> Tuttavia, la frenata nella produttività non è una novità dell’ultimo decennio (Graf. n. 1). L’Italia, dopo aver mantenuto negli anni ’50 e ’60 una crescita della produttività piuttosto alta (5,7% e 6,5%), fa registrare, fra le prime sei economie mondiali, la maggiore crescita della produttività negli anni ’70 (+6,8% annuo), cui segue negli anni ’80 un periodo di crescita più modesta (+3,8%), ma pur sempre maggiore di quella di Giappone, Germania e Usa. È solo negli anni’90 che si registra una netta inversione di tendenza, allorché L’Italia registra, fra i sei paesi considerati, la crescita più bassa (+2,3%). Negli anni  tra 2000 e 2009 la produttività manifatturiera italiana subisce un vero tracollo e, unico caso fra i paesi più industrializzati, la sua crescita diventa decrescita (-0,2%).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Le ragioni di questo crollo nel ventennio tra 1990 e 2009 sono comprensibili a partire dal confronto dell’andamento della produttività oraria con quello della deregolamentazione e delle retribuzioni orarie reali. Negli anni ’70  la crescita molto sostenuta della produttività fu dovuta all’aumento, da parte delle imprese, della quota di capitale per addetto e dell’innovazione tecnologica, allo scopo di recuperare le quote di profitto perse per i miglioramenti legislativi e salariali, seguiti all’Autunno caldo. Infatti, tra 1970 e 1979 l’Italia si posiziona su tredici Paesi al secondo posto, dopo il Belgio, anche nella crescita della retribuzione oraria (+5,65%). Al contrario, la riduzione della produttività negli ultimi 20 anni coincide con le controriforme del mercato del lavoro sia del governo Prodi nel ’97 (Pacchetto Treu), sia di quello Berlusconi nel 2003 (legge Biagi). Infatti, mentre nel 1996 l’indice EPL italiano (3,57)  risultava ben al di sopra di quello tedesco (3,09) e francese (2,98), proprio tra 1997 e 2003 crolla al di sotto di quello dei due altri Paesi europei (Graf. n. 2).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/moro-21.jpg" height="335" width="517" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Anche in questo caso la retribuzione segue l’andamento della deregolamentazione. Tra 1990 e 2009 l’Italia risulta all’ultimo posto su 18 Paesi nella crescita media della retribuzione oraria reale (+0,84%). In ogni caso, è da osservare che le retribuzioni crescono sempre meno della produttività, determinando così una diminuzione della quota di prodotto che va al lavoro rispetto a quella che va al capitale (salario relativo). La tendenza al declino della produttività, anche in rapporto agli altri maggiori Paesi europei, è confermata anche dall’andamento della produttività totale dei fattori, una misura statistica della produttività costruita per tenere conto anche dell’apporto del fattore capitale e della tecnologia. La PTF in Italia scende da un indice 87 nel 1985 a 82,8 nel 2002, mentre in Germania sale da 87,7 a  88,4, in Francia da 88,3 a 89,9, e nel Regno Unito da 87,1 a 93,1.<strong>[6]</strong> La più ridotta crescita della produttività è stata compensata da una durata maggiore del lavoro. Infatti, le ore effettivamente lavorate annualmente per addetto in Italia (1.817 nel 2007) risultano superiori alla media Ocse (1.769 ore annue) e a quelle degli altri principali Paesi industrializzati, soprattutto del 27% rispetto alla Germania (1.431 ore annue) e del 17% rispetto alla Francia (1.553 ore annue)<strong>[7]</strong>.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/moro-31.jpg" height="325" width="489" /></p>
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<p>3.<span style="white-space: pre" class="Apple-tab-span"> </span>Innovazione e investimenti pubblici per aumentare produttività e crescita</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Dunque, c’è una relazione diretta, come dimostra il confronto delle serie storiche considerate, tra il rallentamento della crescita della produttività e la riduzione del grado di protezione del lavoro e delle retribuzioni. Queste ultime due variabili risultano, come evidenziato anche dalle ricerche citate sopra, collegate tra loro, in quanto alla minore protezione del lavoro corrisponde una stagnazione della crescita delle retribuzioni. L’aumento della produttività è, al contrario, dipendente, in primo luogo, dal progresso tecnologico e, in secondo luogo, dalla disponibilità di capitale per addetto. Per l’Italia viene stimato che nel periodo tra 1970 e 1983 il 18% dell’aumento del prodotto dipese dall’aumento di capitale e ben l’82% dal progresso tecnico.<strong>[8]</strong> Non a caso, infatti, nel periodo considerato si riscontrò la maggiore crescita della produttività italiana dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Tuttavia, queste stime trascurano il ruolo delle modificazioni nella composizione settoriale della produzione. Tale aspetto ha una non secondaria importanza proprio in Italia, dove la struttura manifatturiera è caratterizzata da settori a bassa intensità di capitale, in modo relativamente maggiore rispetto ad altri Paesi avanzati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ovviamente il declino delle performance economiche italiane dipende da una molteplicità e complessità di fattori macroeconomici, oltre alla deregolamentazione del mercato del lavoro, come abbiamo avuto modo di far notare altrove<strong>[9]</strong>. Ad ogni modo, una ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro, cui non può non seguire una contrazione delle retribuzioni reali, otterrebbe, come già le riforme che l’hanno preceduta, l’effetto contrario rispetto a quello dichiarato, ovvero la riduzione della produttività e con essa la contrazione della struttura industriale e dell’occupazione nel nostro Paese.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crescita economica e soprattutto dell’occupazione non possono trovare una spinta nello scambio tra occupazione e flessibilità (che è poi precarietà), come è stato tentato con risultati disastrosi negli ultimi venti anni e come il governo Monti propone nuovamente di fare. Solo il progresso tecnico e l’incremento del valore aggiunto per addetto, e quindi la produzione di beni e di servizi ad alto valore aggiunto e ad alta intensità di capitale possono portare maggiore crescita e occupazione vera, che non sia cioè sottoccupazione precaria.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si tratta, come evidente, di una soluzione razionale,  ma non per questo facile da tradurre in realtà. Questo perché la riconfigurazione della struttura industriale su settori più avanzati e i forti investimenti richiesti per l’innovazione tecnologica in quelli tradizionali non possono venire che in parte minima dagli investitori privati. <strong>Questi, infatti, come abbiamo visto, tendono a preferire l’utilizzo della contrazione delle retribuzioni e del costo del lavoro come leva competitiva principale. Inoltre, alla ricerca di una maggiore redditività degli investimenti, che risulta peraltro in calo in molti settori maturi della manifattura, tendono a indirizzare i capitali o verso settori monopolistici, come le utility o le reti, oppure verso investimenti esteri sia produttivi che di portafoglio.[10]</strong> Rimane così l’intervento pubblico, che in effetti è sempre stato il volano delle ridefinizioni della struttura industriale, specialmente in Italia, ma che è, in questa fase storica, tutt’altro che scontato. Infatti, la tendenza dominante delle politiche pubbliche, in Italia ed in Europa, vede la combinazione di ulteriori privatizzazioni, sussidi alle imprese private e contrazione della spesa sociale. Il tutto nel tentativo di comprimere il debito pubblico, reso vano proprio dalla decrescita e dalla stagnazione economica, accentuata proprio dall’annullamento del tradizionale intervento anticiclico statale. Infatti, per il 2012 si prevede una contrazione del Pil dell’1,2%, secondo il governo, e dell’1,9% contro una contrazione media dell’Eurozona dello 0,3%, secondo il Fondo Monetario Internazionale<strong>[11]</strong>, mentre il debito salirà  al 123,4% sul Pil, a dispetto delle pesanti manovre governative.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si tratta, quindi, di determinare non un semplice mutamento di partiti o di coalizioni al governo ma della politica di governo dei processi riproduttivi complessivi. Un risultato che non può affidarsi all’”illuminazione” razionalistica delle élite, ma deve basarsi sulla volontà e capacità di costringere chi detiene le leve dell’accumulazione del capitale, a livello non solo italiano bensì europeo, a rettificare la linea che si è data. Un compito estremamente arduo, che non può essere assolto nel breve periodo e che richiede un radicale ripensamento sia del rapporto tra Stato e economia sia del modo di produzione stesso.</p>
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<h6>[1] Cfr. Kuznets, <em>Popolazione, tecnologia, sviluppo</em>, Il Mulino, Bologna 1990.<br />
[2] Morsy H. and Sgherri S., <em>After the crisis Assessing the Damage in Italy</em>. IMF Working Paper.<br />
[3]  Dew-Becker I. and Gordon R. J., <em>The Role of the Labour-Market Changes in the Slowdown of European Productivity Growth</em>, CEPR version, January 14, 2008.<br />
[4] Ricordiamo che il<em> tasso di attività </em>“corretto” è dato dal rapporto tra le forze di lavoro (occupati, disoccupati in cerca di lavoro, persone in cerca di prima occupazione e tutti quelli che in qualche modo si sono dichiarati disponibili a lavorare) con la popolazione in età lavorativa. Le riforme del mercato del lavoro hanno avuto lo scopo non di aumentare l’occupazione (tantomeno quella regolare) e il <em>tasso di occupazione</em> (occupati su forze di lavoro), ma di aumentare il tasso di attività cioè di spingere all’interno delle forze di lavoro anche i settori della popolazione che, per varie ragioni, rimanevano fuori dal mercato del lavoro.<br />
[5] Sulla produttività oraria (<em>output per hour</em>) e sulle retribuzioni orarie internazionali (<em>real hourly compensation</em>): Bureau of Labor Statistics,<a target="_blank" href="http://www.bls.gov/ilc/"> International comparison of manufacturing productivity and unit labor costs trends</a>, for annual 2009, December 21, 2010. La composizione del panel del Bureau of Labor Statistics varia a seconda dell’indicatore e del periodo, in quanto non sempre sono disponibili tutti i dati di tutti i Paesi. Su questo indicatore e questo periodo abbiamo i dati di Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia.<br />
[6] Su indice base = 100 della TPF degli Usa. Banca d’Italia, Eurosistema <a target="_blank" href="http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td09/td729_09/td_729_09/en_tema_729.pdf">Trade-revealed TFP</a>, by A. Finicelli, P. Pagano e M. Sbracia.</h6>
<h6>[7] Oecd Factbook 2010, “<a target="_blank" href="http://www.oecd-ilibrary.org/economics/oecd-factbook_18147364">Labour – Employment and Hours worked</a>”.<br />
[8] R. Guarini e F. Tassinari,<em> Statistica economica</em>, Il mulino, Bologna, 2000, p. 331.<br />
[9] Vedi D. Moro, <a target="_blank" href="http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6151/">Non solo debito, i perché del declino italiano</a>, “Il manifesto”, 28 dicembre 2011.<br />
[10]  Vedi D. Moro, <a target="_blank" href="http://www.marx21.it/">Le cause del debito europeo e il che fare</a>, “Marx ventuno”, n.5 2011 –<br />
[11]  IMF, <em>World economic outlook</em>.</h6>
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		<title>Chi salverà l’Europa dall’euro?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 22:49:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo gli articoli apparsi sull’Economist e sul Washington Post e il reportage di Repubblica, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/grecia.jpg" style="width: 344px; height: 187px" height="240" width="448" />Dopo gli articoli apparsi sull’<a target="_blank" href="http://www.economist.com/node/21542174">Economist </a>e sul <a target="_blank" href="http://www.washingtonpost.com/business/modern-monetary-theory-is-an-unconventional-take-on-economic-strategy/2012/02/15/gIQAR8uPMR_story.html">Washington Post</a> e il reportage di <a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-rivoluzione-che-viene-dagli-usa/">Repubblica</a>, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il dibattito in corso, e che si può riassumere più o meno così:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>La crisi dell’euro non è un problema della moneta unica europea, che invece ha dimostrato di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto interno ed estero, grazie alla BCE. È piuttosto un problema di alcuni stati che hanno fallito su due fronti: la competitività e l’equilibrio dei conti pubblici. In altre parole, se fossimo tutti come la Germania l’area dell’euro godrebbe di ottima salute. Per quei paesi che hanno fallito, e che possono ancora rimboccarsi le maniche per evitare di uscire dall’euro, la ricetta è una sola: austerità e riforme strutturali, e quindi sacrifici fino a quando le riforme non daranno i loro frutti. È un cammino non breve, né facile, ma è l’unico percorribile: solo riducendo sprechi e costi di produzione (anche attraverso una minor tutela del lavoro dipendente) si riacquisterà la competitività che consentirà di creare nuovi posti di lavoro.</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo la MMT, le ragioni della crisi non sono affatto queste, né le ricette sul tavolo dell’Europa (e dell’Italia) hanno una qualche possibilità di successo. E in considerazione del fatto che l’Europa, tra summit, annunci della BCE e nuovi trattati, entra ormai nel terzo anno della “sua” crisi, può essere utile esaminare alcune proposizioni neo-cartaliste e valutare le proposte per l’Europa che se ne possono trarre. Si tratta, d’altra parte, di proposte condivise da un più ampio fronte di economisti di formazione keynesiana e postkeynesiana, con i quali la MMT condivide alcuni principi di fondo.</p>
<p><u>1. La moneta è un istituzione politica, non una manifestazione delle leggi del mercato</u></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">È il punto centrale della teoria neo-cartalista. La moneta, come gli scienziati sociali non economisti ben sanno, è un fenomeno politico-istituzionale, sia dal punto di vista storico che logico. È documento (‘carta’) emessa dallo stato. Non è la soluzione dei privati al problema dei costi di transazione. In un celebre articolo del 1998, Charles Goodhart<strong>[1]</strong> mosse una serie irresistibile di obiezioni alla teoria privata della moneta, concludendo che la costruzione dell’euro è a rischio: la separazione tra moneta e sovranità politica, spesso elogiata dagli architetti dell’euro come la vera forza della nuova moneta unica, costituisce invece un elemento di profonda fragilità. A distanza di oltre un decennio, I fatti danno ragione a Goodhart.</p>
<p><u>2. Ogni taglio della spesa e ogni aumento delle tasse riduce la ricchezza finanziaria di famiglie e imprese</u></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si tratta di un principio che si ricava dalla contabilità settoriale: il disavanzo finanziario di un settore corrisponde sempre ad un equivalente avanzo finanziario di un altro settore. Nel caso del disavanzo pubblico, la maggior ricchezza finanziaria del settore privato corrisponde all’emissione dei titoli e/o delle riserve bancarie prodotti dal disavanzo<strong>[2]</strong>. In altre parole, il disavanzo pubblico crea (non distrugge) risparmio privato.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ciò significa che lo sforzo coordinato dell’Europa nel ridurre i disavanzi pubblici comporta una pari riduzione delle attività finanziarie di famiglie e imprese, con effetti depressivi su consumi, investimenti e occupazione. <strong>[3]</strong> È vero: anche nella letteratura <em>mainstream </em>non si legge più che l’austerità è espansiva. Ma qui c’è un aspetto in più: il disavanzo del settore pubblico è considerato l’unica sorgente <em>netta </em>di ricchezza finanziaria per il settore privato. L’unica alternativa, e cioè un avanzo commerciale con l’estero, è un gioco a somma a zero tra l’esportatore netto e l’importatore netto. Anche la Cina l’ha capito e si sta prudentemente spostando verso un maggior peso dei consumi interni, anche grazie al ruolo della politica fiscale. Gli Europei preferiscono invece la sterile virtù dei bilanci in pareggio.</p>
<p><u>3. Solo uno stato che si lega le mani rinunciando alla propria sovranità monetaria può trovarsi nell’impossibilità di pagare il servizio del debito</u></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La politica fiscale di uno stato la cui moneta non sia vincolata da accordi di cambio è sempre libera di perseguire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Il rischio di default dei titoli pubblici entra in gioco solo quando un paese intende garantire un tasso di conversione fisso della propria moneta con una valuta estera, oppure quando un paese rinuncia alla propria moneta.<strong>[4]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi europea è dunque una crisi, in primo luogo, di sovranità monetaria. Questa, invece che essere trasferita dalla periferia al centro dell’Unione, è finita nelle mani della BCE, che ha poteri di gestione delle riserve nel sistema dei pagamenti, ma non di politica fiscale. In queste condizioni, era solo una questione di tempo (e di avverse condizioni dell’economia mondiale) prima che i paesi con i disavanzi pubblici e commerciali maggiori si trovassero in condizioni di rischio di default e si manifestasse la “crisi del debito sovrano”, che “sovrano”, in realtà non è più.</p>
<p><u>4. L’inflazione non è generata da tassi d’interesse troppo bassi, ma si manifesta invece per cause esterne (il prezzo del petrolio) oppure, per cause interne, a causa di un disavanzo pubblico eccessivo rispetto alla capacità produttiva del paese</u></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questa è la parte più eminentemente teorica. Più che di Modern Monetary Theory (che è un termine a mio parere poco pregnante) bisognerebbe parlare di “teoria del monopolio della moneta”.  In altre parole, l’offerta di moneta è vista come un caso di monopolio del settore pubblico che è in grado, come insegna la teoria del monopolio, di fissarne il prezzo, lasciando che la quantità si aggiusti alla domanda. Allo stesso modo, lo stato è in grado di ancorare i prezzi (invece che all’oro) alla merce base dell’economia: il lavoro. Invece che utilizzare la disoccupazione come strumento per stabilizzare i salari, lo stato diventa il datore di lavoro di ultima istanza e fissa un salario minimo, dando un lavoro ai disoccupati.<strong>[5]</strong></p>
<p><strong>Che fare?</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La crisi del debito “NON-sovrano” è diventata rapidamente una profonda crisi dell’occupazione e del futuro stesso dell’Europa  e delle sue più giovani generazioni. La ricetta che più spesso viene ripetuta da politici, media e istituzioni è quella che conosciamo. L’alternativa offerta dall’approccio qui descritto si può invece riassumere in due pilastri fondamentali, cha partono dalla premessa che la crisi dell’euro è duplice: A) di finanziamento degli stati e B) di insufficiente domanda aggregata. E occorre una duplice risposta.</p>
<p><u>A. La crisi finanziaria si risolve unicamente con il coinvolgimento della BCE</u></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il susseguirsi di piani di salvataggio è un esercizio tecnicamente inefficace e pericoloso: paesi non sovrani non possono essere finanziati da altri paesi non sovrani. Se non è politicamente accettabile che la BCE diventi il prestatore di ultima istanza dei 17 paesi, occorre allora trovare una soluzione che, aggirando l’ostacolo politico, faccia comunque riscorso al monopolista della moneta in Europa: la BCE. Sta alla leadership politica europea, che si è fin qui dimostrata inadeguata alla straordinaria sfida che abbiamo davanti, battere un colpo!</p>
<p><u>B. L’occupazione (e, di conseguenza, anche il credito bancario) cresce al crescere della domanda aggregata, e non per effetto delle liberalizzazioni, del pareggio di bilancio, o del ‘quantitative easing’ della BCE</u></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per uscire dalla recessione non bastano gli strumenti della BCE. Ed è chiaro che in un’unione monetaria non è possibile, per i motivi discussi sopra, affidarsi alle politiche fiscali espansive indipendenti dei singoli paesi, e che quindi una qualche forma di coordinamento fiscale è il prezzo inevitabile da pagare all’integrazione europea. Ma allora o si decide di elevare il limite del disavanzo concesso a tutti i paesi (una strada politicamente in salita all’attuale stato delle cose), oppure occorre trovare una strada comune che dia nuovo ossigeno all’economia europea oberata da una pressione fiscale troppo alta per la dimensione attuale di spesa pubblica.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una strada meno soggetta a veti politici potrebbe essere <a target="_blank" href="http://www.mecpoc.org/2012/03/adding-long-needed-aggregate-demand-to-euroland/">questa</a>. L’Europa dovrebbe tenere un summit nel corso del quale i 17 paesi dell’euro concordano un considerevole taglio fiscale nell’intera area dell’euro. Può trattarsi di una riduzione di un imposta regressiva come l’Iva, oppure delle imposte che gravano sui redditi medi e bassi. Contestualmente, i governi europei dovrebbero annunciare che il calo di introiti corrisponderà a una raccolta attraverso titoli europei emessi dall’European Financial Stability Facility (EFSF) con la garanzia della BCE. Nello stesso summit i paesi dell’euro dovrebbero anche preannunciare che nel corso del summit successivo daranno il via ad una seconda emissione di Eurobonds diretta a sostenere un programma ambizioso di infrastrutture nel campo della comunicazione digitale, dei trasporti e dell’ambiente.</p>
<p>È chiedere troppo a questa Europa?</p>
<p><em> *Andrea Terzi scrive su questi temi su </em><a target="_blank" href="http://www.mecpoc.org/">www.mecpoc.org</a>.</p>
<h6></h6>
<h6>[1] <span style="text-align: justify; line-height: normal">Charles A.E. Goodhart,<em> The two concepts of money: Implications for the analysis of optimal currency areas</em>, European Journal of Political Economy, Vol. 14, 1998, pp. 407–32.<br />
</span>[2] <span style="text-align: justify; line-height: normal">Andrea Terzi, </span><a target="_blank" href="http://www.cattolicanews.it/6361.html">Appunti di economia monetaria: Stock di moneta, flussi monetari, tassi d’interesse e saldi finanziari</a><span style="text-align: justify; line-height: normal">, EDUCatt, 2012.<br />
</span>[3] <span style="text-align: justify; line-height: normal">Davvero una riduzione delle tutele del lavoro dipendente può creare posti di lavoro nelle attuali condizioni di austerità? Non vorrei che quando ci si accorgerà che così non è, si cominci a dire che la riduzione doveva essere più ampia!<br />
</span>[4] <span style="text-align: justify; line-height: normal">Si veda Warren Mosler, <em>The seven deadly innocent frauds of economic policy</em>, Valance, 2010.<br />
</span>[5] <span style="text-align: justify; line-height: normal">Si veda, ad esempio, L. Randall Wray, <em>Keynes after 75 Years: Rethinking Money as a Public Monopoly </em>Working Paper No. 658, Levy Economics Institute, March 2011.</span></h6>
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		<title>L’Università “riformata” e il blocco della mobilità sociale</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 15:46:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che, nell’anno accademico 2011-2012, il numero di immatricolati nelle Università italiane rappresenta meno del 60% del totale dei diplomati nell’anno precedente, attestando il valore più basso di iscrizioni degli ultimi trenta anni. Nel Mezzogiorno, nello stesso anno, solo il 50% dei diplomati si è iscritto all’Università. Le cause del fenomeno sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/forges-1.jpg" style="width: 316px; height: 176px" height="183" width="476" />L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che, nell’anno accademico 2011-2012, il numero di immatricolati nelle Università italiane rappresenta meno del 60% del totale dei diplomati nell’anno precedente, attestando il valore più basso di iscrizioni degli ultimi trenta anni. Nel Mezzogiorno, nello stesso anno, solo il 50% dei diplomati si è iscritto all’Università. Le cause del fenomeno sono molteplici e in larghissima misura riconducibili alla “riforma” Gelmini, all’ideologia che ne è a fondamento e ai provvedimenti a questa correlati.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La “riforma” Gelmini nasce dal presupposto che l’Università italiana è malata, luogo di baronie, nepotismo<strong>[1]</strong>, poco produttiva. Da questo presupposto viene fatta derivare un’architettura normativa colbertistica (la 240/2010, con un numero ancora non precisato di decreti attuativi) il cui obiettivo dichiarato è introdurre criteri meritocratici nel funzionamento delle Istituzioni universitarie. All’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca) è demandato l’arduo compito di quantificare il merito. Va detto che il presupposto è sbagliato e che l’obiettivo della “riforma” – e dei provvedimenti associati a questa - è ben altro che quello dichiarato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il presupposto è sbagliato per quello che il CNRS francese definisce il “paradosso italiano”. Riguarda il fatto che, a fronte degli scarsissimi finanziamenti pubblici e privati alla ricerca scientifica, il numero (e la qualità) delle pubblicazioni scientifiche dei ricercatori italiani è significativamente alto. Si calcola che – nel periodo compreso fra il 2004 e il 2006 - il finanziamento pubblico alle Università italiane è stato circa pari all’1.13% del PIL, contro l’1.84% della media europea e che il finanziamento da parte di imprese private è stato pressoché irrilevante. In Italia, sono occupati nel settore della ricerca poco più di 3 lavoratori su mille occupati; in Francia lavorano 8 ricercatori su mille occupati. Fra il 1998 e il 2008, i ricercatori italiani, nel loro complesso, hanno prodotto quasi 380mila pubblicazioni, ponendo il nostro sistema della ricerca all’ottava posizione nel mondo e alla quarta posizione in Europa<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il vero obiettivo della “riforma” è andare incontro alle esigenze di gran parte del sistema industriale italiano, che di laureati non ha bisogno: dequalificare e depotenziare il sistema formativo<strong>[3]</strong>. Sia sufficiente richiamare il fatto che, su fonte Almalaurea, la domanda di lavoratori laureati sul totale dei lavoratori assunti in Italia è stata, nel 2011, del 12.5%, contro il 31% negli Stati Uniti, e in riduzione rispetto agli anni precedenti, con significative differenze regionali. Si rileva, infatti, che il tasso di occupazione dei laureati residenti al Nord è di circa dieci punti maggiore rispetto ai laureati residenti al Sud. Ovviamente nel computo dei “residenti al Nord” si includono anche i giovani meridionali che si sono spostati per studiare o dopo la fine degli studi in cerca di lavoro. Viene anche certificato che al Sud ci vuole più tempo per trovare un lavoro, che due laureati su tre, nel Mezzogiorno, non hanno trovato occupazione a tre anni dal conseguimento del titolo di studio e che la probabilità di trovare impiego è molto più bassa per le donne.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ed è del tutto evidente che, in una logica di “mercato” e di breve periodo, il finanziamento alla ricerca scientifica in un’economia popolata da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e scarsamente internazionalizzate è un puro costo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Una prima conclusione che si può trarre è la seguente: il calo delle immatricolazioni dipende <em>i</em>) dalla delegittimazione dell’Istituzione (risulta, cioè, sempre meno appetibile iscriversi all’Università, dipinta come luogo di baronaggio, nepotismo, nella quale è scarsa la qualità della didattica e della ricerca), <em>ii</em>) dalla riduzione quantitativa e qualitativa dei servizi offerti agli studenti, con contributi studenteschi in aumento – diretta conseguenza dei tagli al sistema formativo – e <em>iii</em>) soprattutto dal fatto che le imprese italiane esprimono una bassa domanda di lavoro qualificato. In più, l’altissima probabilità di ottenere, nella migliore delle ipotesi, un contratto precario – spesso in condizioni di sottoccupazione intellettuale - costituisce un ulteriore fattore che motiva la rinuncia agli studi<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In sostanza, e per quanto ciò possa apparire paradossale in prima approssimazione, le politiche formative messe in atto negli ultimi anni hanno generato una condizione per la quale <em>studiare non conviene</em>. Con una specificazione rilevante, per quanto ovvia. Un elevato titolo di studio costituisce un pre-requisito per carriere rapide e appetibili, ma solo per giovani che provengono da famiglie che, per <em>status </em>e reddito, possono garantire ai propri figli un adeguato posizionamento nel mercato del lavoro. Va rilevato, a riguardo, che coloro che magnificano il sistema formativo statunitense non tengono conto del fatto che, nel complesso, la produttività media dei ricercatori americani non è molto maggiore di quella degli italiani (v. <a target="_blank" href="http://www.roars.it/online/">www.roars.it</a>). In più – cosa di non poco conto – il sistema formativo statunitense non favorisce (semmai blocca) la mobilità sociale. Su questo aspetto, Italia e USA hanno caratteristiche comuni, essendo il grado di immobilità sociale sostanzialmente identico nei due Paesi, come certificato dall’OCSE, e il più alto fra i principali Paesi industrializzati (v. Fig.1).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/forges-1.jpg" height="183" width="476" /></p>
<p><em>Figura 1: grado di mobilità sociale nei principali Paesi OCSE</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">A ciò si aggiunge il fatto che le politiche di austerità realizzate nel corso dell’ultimo triennio, riducendo i redditi disponibili soprattutto delle famiglie più povere, e soprattutto nelle aree periferiche, hanno reso sempre più difficile sostenere il costo degli studi, così che <em>studiare è sempre più oneroso</em>. In più, come è stato efficacemente messo in evidenza (<a target="_blank" href="http://www.roars.it/online/?p=5213">http://www.roars.it/online/?p=5213</a>), il proposito governativo di abolire (o “attenuare”) il valore legale del titolo di studio – oltre a presentare difficoltà rilevanti di ordine giuridico - è del tutto inefficace per gli obiettivi che si propone e potrebbe avere il solo effetto di disincentivare ulteriormente le immatricolazioni alle Università.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il Governo Monti ha prontamente recepito le indicazioni europee in merito al perseguimento del rigore finanziario. Non si può dire invece, al momento, che abbia, con la medesima tempestività, recepito le raccomandazioni UE relative all’aumento della dotazione di capitale umano e, dunque, alla promozione della scolarizzazione<strong>[5]</strong>. L&#8217;inerzia, su questa materia, desta preoccupazione. In un’ottica di medio-lungo periodo, disporre di poca forza-lavoro qualificata, in una condizione nella quale la popolazione continua a invecchiare  (il numero di 19enni si è ridotto del 38% negli ultimi 25 anni), comporta riduzioni della capacità innovativa e del potenziale di crescita del sistema, con ulteriore peggioramento della competitività delle nostre imprese e ulteriore accentuazione del divario fra l’economia italiana (e ancor più meridionale) e le aree centrali dello sviluppo capitalistico.</p>
<h6>[1] Un fenomeno, questo, che innanzitutto nessun accademico negherebbe, che la gran parte della comunità accademica giudica come prassi censurabile ed eticamente inammissibile, che nuoce innanzitutto alla comunità accademica stessa, e che è da condannare senza appelli. Sorprende però che quasi nessuno faccia pubblicamente notare che l’Italia è un Paese familista, e che il familismo in Italia (e non solo nel Mezzogiorno) è un dato strutturale, che coinvolge pressoché tutti i settori della sua vita pubblica e larga parte delle attività private.</h6>
<h6>[2] Per un approfondimento, sia consentito rinviare al mio articolo “<a target="_blank" href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-inganni-della-riforma-gelmini./">Gli inganni della ‘riforma’ Gelmini</a>”.</h6>
<h6>[3] Il che si è realizzato con una decurtazione del fondo di finanziamento ordinario che dai 702 milioni di euro nel 2010 ha raggiunto, nel 2011, gli 835 milioni, come prescritto nel decreto-legge sul “diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”. Si rinvia a  <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/universita-e-ricerca/luniversita-che-piace-a-confindustria/">L&#8217;università che piace a Confindustria</a>.</h6>
<h6>[4] O anche il ritardo dell’acquisizione del titolo di studio. In fondo, se non altro per ragioni di “status”, può essere preferibile essere studente (anche se fuori corso) piuttosto che disoccupato.</h6>
<h6>[5] L’Unione europea si dà l’obiettivo di raggiungere, entro il 2020, una percentuale di popolazione con laurea (nella fascia d’età 30-34 anni) pari al 40%. Ad oggi, questa percentuale è, in Italia, ferma al 19%.</h6>
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		<title>Perchè il ministro sbaglia su salari e costo del lavoro</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 12:06:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[1. Confronti incongrui
Qualche giorno fa le agenzie di stampa hanno riportato che, secondo Eurostat, le retribuzioni lorde italiane nel 2009 erano ben al disotto della media Ue a 27. Quintultime, per la precisione, inferiori anche a quelle di Spagna e Grecia. Il ministro Fornero ha colto la palla al balzo per ribadire che le retribuzioni sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/20120306_fornero-donne-oggetto1.jpg" style="width: 403px; height: 236px" height="356" width="618" />1. Confronti incongrui</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Qualche giorno fa le agenzie di stampa hanno riportato che, secondo Eurostat, le retribuzioni lorde italiane nel 2009 erano ben al disotto della media Ue a 27. Quintultime, per la precisione, inferiori anche a quelle di Spagna e Grecia. Il ministro Fornero ha colto la palla al balzo per ribadire che le retribuzioni sono basse perché il costo del lavoro è alto. Come da sempre sostiene Confindustria, i lavoratori sarebbero pagati poco a causa di tasse sul lavoro troppo alte. Il governo, invece, si è affrettato a precisare che la tabella Eurostat era stata letta male e che retribuzioni e costo del lavoro italiani sono nella media Ue. Qual è la verità? Alcune precisazioni sono necessarie. In primo luogo, non è corretto confrontare retribuzioni e costo del lavoro annui. Orari e ore effettivamente lavorate variano da Paese a Paese. È come se al supermercato comparassimo i prezzi di confezioni di tonno di dimensioni diverse, senza impiegare una unità di misura comune, il prezzo in euro al chilo. Per un confronto corretto dobbiamo prendere le retribuzioni orarie. In secondo luogo, ha senso confrontare le retribuzioni di Paesi con gradi di sviluppo, Pil pro capite<strong>[1]</strong>, e costo della vita molto diversi? Cioè ha senso paragonare l’Italia con la media della Ue a 27, costituita anche da Paesi come Romania, Bulgaria, Estonia, ecc.? Ha molto più senso confrontare l’Italia con la media della Ue a 16 (area euro), e ha ancora più senso, all’interno dell’area euro, confrontare l’Italia con i Paesi con caratteristiche socio-economiche più simili. In terzo luogo, è corretto confrontare i salari complessivi di strutture economiche nazionali, in cui commercio, turismo, costruzioni, manifattura – cioè settori con retribuzioni differenti - pesano in modo diverso?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>2. Retribuzioni più basse della media Ue a 16</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Per tutte queste ragioni, abbiamo preso in considerazione la retribuzione oraria nella manifattura, che in Italia conta quasi 4,3 milioni di dipendenti, pari al 22,4% del totale (2007). Ebbene, secondo il Labour cost survey 2008 di Eurostat<strong>[2]</strong>, nella manifattura la retribuzione lorda italiana è di 16,95 euro/ora, ovvero inferiore, di ben 3,58 euro, rispetto alla media della Ue a 16 (l’area-euro), che era di 20,53 euro/ora. Viceversa, la retribuzione oraria italiana era superiore rispetto alla media della Ue a 27 (16,55 euro/ora), ma appena di 40 centesimi. Inoltre, va considerato che quest’ultima media è appiattita verso il basso dalla presenza di Paesi con retribuzioni bassissime di appena, ad esempio in Romania, 2,5 euro/ora. Nella manifattura, l’Italia, per numero di addetti e valore aggiunto prodotto, occupava nel 2008 il secondo posto dopo la Germania, appena prima della Francia. Se, dunque, andiamo a confrontare il nostro Paese con i due Paesi economicamente più simili, Germania e la Francia, il divario diviene ancora maggiore a sfavore delle retribuzioni italiane. Tale divario è replicato anche con gli altri Paesi dell’Europa occidentale, con la sola eccezione di Spagna e Portogallo. La differenza è che il divario dell’Italia con la Spagna (2,10 euro ora) è molto inferiore rispetto a quello dell’Italia con gli altri Paesi occidentali. Infatti, l’Italia è inferiore alla Germania (26,10 euro/ora) di 9,10 euro, alla Francia (22,10 euro/ora) di 5,10 euro, al Belgio (24 euro/ora) di 7 euro, e persino alla “periferica” Irlanda (23,44 euro/ora) di 6,44 euro (Tab.1). Per ultimo non va dimenticato che le retribuzioni considerate riguardano le aziende con oltre 9 dipendenti. Pertanto in Italia, dove le microimprese pesano di più che nel resto dell’Europa occidentale, le retribuzioni dell’intero settore manifatturiero sono, con tutta probabilità, ancora più basse.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><strong>3. Un costo del lavoro pure più basso della media Ue a 16</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il costo del lavoro, secondo tutti (o quasi), è nettamente più alto in Italia che in Europa, perché le imposte sul lavoro, come lamenta Confindustria e ripete la Fornero, sono maggiori. In realtà le cose non stanno in questo modo. Che cos’è il costo del lavoro? È la somma delle retribuzioni con le seguenti voci: tredicesima (e altre mensilità aggiuntive), TFR, eventuali straordinari, ferie e permessi maturati, e … contributi sociali. Questi ultimi riguardano i contributi a carico dell’azienda per pensione e assistenza sanitaria del lavoratore. Dove stanno le imposte allora? Da nessuna parte. Ci sono solo altre parti del salario, quella indiretta (sanità) e differita (pensione), che si aggiungono a quella percepita in busta paga. Eppure Confindustria si ostina a voler considerare imposte i contributi per l’assistenza sanitaria, perché sono compresi nell’Irap. Il quotidiano confindustriale “il Sole24ore”, in un confronto internazionale sulla pressione fiscale sulle imprese, ha aggiunto l’Irap alla imposta sulle società per azioni (Ires), facendo così risultare più alta una pressione fiscale che invece è inferiore a quella di molti Paesi avanzati. Vediamo ora il costo del lavoro italiano in rapporto a quello europeo. Ebbene, anche il costo del lavoro è inferiore a quello della Ue a 16 (area euro), di ben 3,80 euro/ora, essendo 24 euro/ora contro 27,8 euro/ora. Rispetto alla media della Ue a 27 è invece superiore di 2 euro, essendo quest’ultima di 22 euro/ora, sempre per la presenza di Paesi a basso reddito e sviluppo che abbassano la media. Rispetto agli altri Paesi dell’Europa Occidentale e in particolare alla Germania e alla Francia, il cui costo del lavoro è rispettivamente di 33,4 euro/ora e di 33,2 euro/ora, il divario è, come abbiamo visto nelle retribuzioni, sempre largamente a sfavore dell’Italia (Tab.1).</p>
<p><strong>4. Conclusioni. Si fa confusione per ridurre il salario diretto e indiretto</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Come giustamente ha fatto rilevare l’Istat, la tabella cui faceva riferimento il lancio d’agenzia comparava impropriamente le retribuzioni lorde italiane del 2006 con quelle della Ue del 2009. Tuttavia, la superficialità giornalistica non sposta di una virgola il dato di fondo, che è l’arretratezza salariale italiana. Infatti, come abbiamo visto, l’Italia presenta non solo retribuzioni inferiori ma anche un costo del lavoro inferiore alla media della Ue a 16, che è la media con cui il confronto è più corretto, e ancora più bassa rispetto a quella dell’Europa Occidentale, che è l’area economica di appartenenza dell’Italia. Le differenze tra retribuzioni orarie, inoltre, sono più ampie di quelle riscontrabili confrontando le retribuzioni annue. Infatti, tra Italia e Eurozona nelle retribuzioni annue c’è una differenza del -16,6%, che nelle retribuzioni orarie si allarga al -21,1%. Con la Germania la differenza si amplia dal -28,2 al -53,7%, e con la Francia dal -16 % al -30,1%<strong>[3]</strong>. Questo accade perché l’Italia presenta un numero maggiore di ore effettivamente lavorate annue. In Italia queste sono mediamente 1.817 contro le 1.431 della Germania e le 1.553 della Francia (2008)<strong>[4]</strong>. Orari più lunghi nascondono in parte l’entità dell’arretratezza salariale dell’Italia rispetto agli altri Paesi industrializzati dell’Europa. Questo vuol dire anche che dove le retribuzioni sono più basse si è costretti a lavorare di più. Altro dato importante è che non ci sono differenze apprezzabili tra retribuzioni e costo del lavoro relativamente al confronto con la media Ue sia a 15 che a 27. Non solo non ha senso dire che le retribuzioni sono basse perché il costo del lavoro è alto, perché non è vero, ma è altresì evidente che si usa questa argomentazione per tagliare ulteriormente il salario. Le presunte tasse da eliminare sono in realtà una parte del salario, cioè i contributi sociali e previdenziali. Insomma, si fa confusione per poter tagliare ulteriormente il salario, con la pretesa magari di volerlo aumentare. Uno degli obiettivi impliciti della attuale controriforma del mercato del lavoro è comprimere anche il salario indiretto, che aveva tenuto sinora relativamente meglio rispetto a quello diretto, come possiamo vedere nella Tab. n.1.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tab-1-moro.jpg" style="width: 542px; height: 514px" height="384" width="384" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Di solito Confindustria aggiunge nelle sue argomentazioni per il taglio del costo del lavoro che in Italia i salari sono bassi, oltre che per colpa del costo del lavoro troppo alto, anche per colpa della ridotta produttività. In realtà la produttività italiana è bassa proprio perché le retribuzioni e il costo del lavoro sono bassi. Infatti, lì dove c’è abbondanza di forza-lavoro a basso costo le imprese evitano di investire in mezzi tecnici, diminuendo la quota di capitale per addetto, e quindi la produttività del capitale. Non scordiamo che la produttività totale dei fattori si compone di produttività del lavoro e del capitale. Negli ultimi 15 anni non è certo la prima ad essere crollata, grazie a tempi di lavoro più intensi e più lunghi, bensì la seconda. Il calo della produttività totale dei fattori è stato causato proprio dalle controriforme del mercato del lavoro degli ultimi 15 anni, dal pacchetto Treu alla Legge 30, come hanno dimostrato due studi, uno del Fondo Monetario Internazionale e un altro di economisti dell’Università di Harvard e della Northwestern University<strong>[5]</strong>. Infatti, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unitamente alla maggiore offerta di forza lavoro femminile e immigrata (di base meno pagata), ha aumentato l’offerta totale di lavoro in presenza di domanda stagnante o più ridotta. Come sempre accade quando l’offerta di forza-lavoro è maggiore della domanda, i salari sono diminuiti e le imprese hanno perso la spinta a innovare e ad aumentare la quota di capitale tecnico per addetto, per mantenere alto il margine di profitto, che viene comunque garantito dai bassi salari. È significativo che in Italia e Spagna, dove le controriforme del mercato del lavoro sono state più intense e salari e costo del lavoro sono più bassi, il Margine operativo lordo (Mol) sul fatturato è nettamente più alto che in Germania e Francia (Graf.1).  In Italia e Spagna rispettivamente 7,5% e 8,9%, in Germania e Francia, 6,6% e 5,4%<strong>[6]</strong>. In conclusione, si può affermare che la nuova riforma del mercato del lavoro, introducendo nuova flessibilità in uscita e in entrata, non può che produrre una ulteriore contrazione, nello stesso tempo, di salario e produttività totale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graf-2-moro.jpg" style="width: 556px; height: 488px" height="593" width="858" /></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Economista, consultente Filmcams-CGIL.</em></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"></h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">[1] Il Pil procapite (2010) della Romania è di 11.600 USD, della Bulgaria 13.500 della Polonia 18.800. Quello dell’Italia di 30.500 e quelli di Germania e Francia, rispettivamente 35.700 e 33.100.<br />
[2] Vedi il sito di Eurostat. Eurostat, Statistics – Labour Market  - Labour cost survey 2008 – Labour cost, wages and salaries, direct remuneration (Nace Rev. 2).<br />
[3] Per le retribuzioni annue Ue vedi il Sole 24ore 28 febbraio 2012.<br />
[4] Oecd Factbook 2010, “Labour – Employment and Hours worked”. <a target="_blank" href="http://www.oecd-ilibrary.org/economics/oecd-factbook_18147364">http://www.oecd-ilibrary.org/economics/oecd-factbook_18147364</a><br />
[5] Hanan Morsy and Silvia Sgherri, After the crisis Assessing the Damage in Italy. IMF Working Paper. Ian Dew-Becker and Rober J. Gordon, The Role of the Labour-Market Changes in the Slowdown of European Productivity Growth, CEPR version, January 14, 2008.<br />
[6] Eurostat, Statistics – Annual detailed enterprise statistics for industry (NACE Rev.2 B-E). Gross operating surplus/turnover (gross operating rate) (%).</h6>
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		<title>Punizione, pagamento, prevenzione. La Grecia di oggi come la Germania di ieri</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 09:15:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/atene_15_672-458_resize.jpg" style="width: 266px; height: 172px" height="448" width="672" />La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a quanto era successo, in ben altro momento, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Il paragone storico sembrerà irriverente; le implicazioni economiche probabilmente no.<br />
Il ventotto giugno del 1919 la delegazione tedesca alla Conferenza di Parigi, guidata dal ministro degli Esteri Brockdorff-Rantzau è chiamata, nel Salone degli Specchi della reggia di Versailles, a firmare il Trattato di Pace con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E’ l’atto finale, tragico, che sancisce un trattamento della nazione sconfitta assai più severo di quanto la delegazione tedesca, confinata all’Hotel des Rèservoirs di Versailles, possa immaginare: il bacino della Saar, la Polonia, la Slesia, ovvero il tredici per cento del territorio, il dieci per cento della popolazione e oltre centoventi miliardi di dollari di riparazioni (MacMillan, 2003).<br />
E’ la logica conclusione di un approccio, quello del primo ministro francese Clemenceau di fatto subito da Lloyd George e da Woodrow Wilson, che poggia su due assunti basilari: la Germania va considerata la responsabile unica del conflitto bellico; il Trattato di Pace deve, di conseguenza, caratterizzarsi per i principi di “Punizione-Pagamento-Prevenzione”(d’ora in avanti PPP; Trachtenberg, 1982).<br />
Il principio della responsabilità unica della Germania, da cui discende il rigore delle sanzioni è l’aspetto più criticato dalla società tedesca, anche da quella meno benevola nei confronti del militarismo prussiano. Max Weber afferma: “Noi non neghiamo la responsabilità di coloro che erano al potere prima e durante la guerra; crediamo però che tutte le grandi potenze d’Europa coinvolte nel conflitto siano colpevoli” (Luckau, 1971). Il modello PPP prevale su quello della responsabilità collettiva.<br />
Pochi giorni prima della stipula del Trattato e dopo le sue dimissioni dalla delegazione britannica, Keynes scrive a Lloyd George esprimendo, ancora una volta, tutto il suo dissenso per i contenuti degli accordi: “…ho continuato a sperare che trovaste il modo di fare del Trattato un documento giusto e conveniente. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta.” (Skidelsky,1992 e 1994).<br />
E questa insoddisfazione costituirà il retroterra delle memorabili pagine de <em>Le Conseguenze Economiche della Pace </em>e delle meno conosciute, ma forse più importanti, valutazioni, nel biennio che segue la Pace di Parigi, sulle relazioni monetarie internazionali.<br />
Keynes partecipa a numerosi incontri informali di esperti finanziari, molti dei quali presenti nelle delegazioni nazionali a Parigi, che s’incontrano ad Amsterdam, dapprima il tredici e il quattordici ottobre, successivamente il due e tre novembre e, infine, il venti e ventuno dicembre dello stesso anno a Cambridge (Markwell, 2006).<br />
In queste circostanze Keynes è libero di enfatizzare concetti del tutto radicali: l’interesse comune a evitare, per l’economia europea, una bancarotta della Germania; l’occasione persa, a Parigi, di discutere la possibilità della creazione di una valuta internazionale per gli scambi commerciali; la necessità dell’emissione di titoli pubblici da parte dei paesi sconfitti, garantiti dalle potenze vincitrici, e la possibilità, per gli emittenti, di stabilire autonomamente l’utilizzo dei fondi; il pericolo che l’estendersi di posizioni à la Clemenceau faccia sistematicamente prevalere cinismo e realismo sulla ‘moral solidarity’ e, dunque, sulla ‘economic solidarity’.<br />
La ricostruzione, sia pur sintetica e schematica, di questa fase cruciale della storia europea aiuta a riconsiderare alcuni tratti delle relazioni finanziarie statuali che, paradossalmente, si ripropongono, a distanza di circa un secolo. Ci riferiamo alle modalità con cui è affrontata oggi la crisi del debito sovrano in Europa, e, in particolare, quella della Grecia: l’attribuzione univoca delle responsabilità a un paese terzo, la mancata considerazione dell’economia “altra” come parte del proprio sviluppo futuro, la certezza indubitabile delle ricette proposte, l’incapacità di riflettere su posizioni più problematiche solo perché ritenute eterodosse. Modalità che la Germania era stata costretta a subire all’inizio del secolo scorso e che la società e la politica economica tedesca, solo semplicisticamente riconducibile alle opinioni della Cancelliera Merkel, esprime per una risoluzione della crisi europea, basata sui principi, così come a Versailles, di PPP (Engelen, 2010).<br />
A monte di tali certezze si riscontra l’incapacità di un’interpretazione articolata e non manichea delle responsabilità che, come nel caso della Grecia, rimandino non solo a fattori interni, ma anche alle contraddizioni implicite di un’area monetaria, quella europea, che determina variazioni implicite dei tassi di cambio reale al proprio interno, senza meccanismi endogeni di riequilibrio fiscale o di oneri espansivi per i paesi in surplus, ancorandosi pervicacemente a riforme del mercato del lavoro, a retrenchment fiscali e a deregolamentazioni interne per aumentare, magicamente, crescita e competitività nazionale (The Economist, 2011).<br />
Ancora: nel modello tedesco di attribuzione delle responsabilità i fattori globali sono del tutto secondari. Ci si limita a sporadiche valutazioni negative degli effetti destabilizzanti della vendita allo scoperto di <em>Credit Default Swap</em>, i <em>Naked CDS</em>, sui titoli del debito pubblico senza alcun cenno al ruolo delle banche internazionali. Di certo non alla Goldman Sachs che, per circa quindici anni, ha creato <em>Currency Swaps</em> in dollari e yen per consentire il finanziamento del settore pubblico greco a lungo termine (Frangakis, 2011). E nemmeno alla circostanza che, con il peggiorare della situazione ellenica, <em>JP Morgan</em>, <em>Goldman Sachs</em> e altre banche di affari hanno sostenuto la creazione da parte della <em>Markit Group</em> di Londra, di un nuovo indice, l’<em>iTraxx SovX Europe</em>, costituito dai <em>Sovereign</em> CDS più scambiati, inclusi quelli sui titoli greci. Ciò ha consentito alla stessa <em>Goldman Sachs</em> di speculare sul possibile <em>default</em> del suo ex cliente, aumentando, peraltro, il costo del rifinanziamento di Atene del debito pubblico.<br />
Il PPP trova la sua espressione accademica più esplicita e meno diplomatica nelle posizioni di Sinn, di certo uno degli economisti più ascoltati dalla Cancelliera tedesca. Questi i suoi realistici “comandamenti” per salvare l’Eurozona: “..ulteriori acquisti di titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea vanno proibiti…Il credito della Bundesbank ai paesi GIPS non deve incrementare..Se un paese non onora il proprio debito nei due anni successivi, deve essere avviata una procedura d’insolvenza…” (Sinn 2011).<br />
Il “modello Clemenceau” rivive, ed è sintomatico che a rilanciarlo siano proprio quel paese e quella società che, un secolo addietro, ebbe a soffrirne per cinismo, iniquità, depauperamento e disgregazione sociale. Modalità analoghe di “aggiustamento” si ritrovano oggi in Grecia, impegnata, dal febbraio del 2010 in poi, in una drammatica sequela di pacchetti di austerità che minano convivenza e speranza (Wikipedia, 2012). Il ricorso della storia rende la vittima di ieri il carnefice di oggi.<br />
Così come allora le sanzioni e le riparazioni richieste dagli Alleati alla Germania avevano possibilità nulle di essere onorate, oggi le manovre di consolidamento richieste dalla Germania, dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione hanno le medesime chance di innescare crescita della produzione e dell’occupazione e di rappresentare il paradigma di risoluzione della crisi. La politica economica europea è, in questa crisi, alla ricerca di certezze; dunque, il “modello PPP” ne assicura molte di più di quelle derivanti da una ricerca coraggiosa delle responsabilità collettive. Clemenceau è molto più tranquillizzante di Keynes.<br />
E, oggi dopo il travagliato salvataggio europeo dal default della Grecia, le decisioni di commissariamento dei partiti politici e dei ministeri ellenici evocano (Il Sole 24 Ore, 2012), con i necessari aggiornamenti della storia, l’occupazione francese della Ruhr.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Ordinario di Economia Politica nell&#8217;Università di Napoli &#8220;Federico II&#8221;. Dal febbraio 2012 membro della redazione di eep.</em></p>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Bibliografia</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">K.C. Engelen, 2010, Death of the (German) Euro, The International Economy, Spring.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">M. Frangakis, 2011, The Public Debt Crisis, 2011, Nicos Poulantzas.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il Sole 24 Ore, 2012, Se uno stato non è più sovrano, 22 Febbraio.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Luckau A., 1971, The German Delegation at the Paris Conference, New York.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">M. MacMillan, Peacemakers Six Months That Changed the World, John Murray Publishers, 2003.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">D. Markwell, John Maynard Keynes and the International Relations, Economic Paths to War and Peace, Oxford University Press, 2006.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">H.W. Sinn, How to Rescue the Euro: Ten Commandments, CESifo Forum 4/2011.<br />
R. Skidelsky, 1992, John Maynard Keynes: Hopes Betrayed 1883-1920, Papermac.<br />
R. Skidelsky, 1994, John Maynard Keynes: The Economist as Saviour 1920-1936. Papermac.</h6>
<h6 style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">The Economist, 2011, The Euro Crisis One Problem, Two Visions, Part I and II, December 2nd.<br />
M. Trachtenberg, 1982, Versailles after sixty years. Wikipedia, 2012, Greek Government Debt Crisis.</h6>
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		<title>Disuguaglianza e flessibilità: l’attacco al lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 15:37:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aumento della disuguaglianza nei redditi disponibili
Nelle scienze sociali, dopo decenni di scarso interesse, lo studio delle disuguaglianze ha guadagnato negli ultimi anni una posizione centrale nelle analisi e nelle ricerche.
Dalla vasta letteratura prodotta emerge chiaramente come, negli ultimi tre decenni, vi sia stato un aumento delle disuguaglianze sociali pressoché in tutti i paesi dell’OCSE (OECD [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/elia-1.jpg" style="width: 330px; height: 173px" height="447" width="865" />L&#8217;aumento della disuguaglianza nei redditi disponibili</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Nelle scienze sociali, dopo decenni di scarso interesse, lo studio delle disuguaglianze ha guadagnato negli ultimi anni una posizione centrale nelle analisi e nelle ricerche.<br />
Dalla vasta letteratura prodotta emerge chiaramente come, negli ultimi tre decenni, vi sia stato un aumento delle disuguaglianze sociali pressoché in tutti i paesi dell’OCSE (OECD 2011).<br />
Con una certa approssimazione temporale è possibile notare come la disuguaglianza, dalla fine degli anni settanta, sia cresciuta inizialmente nei paesi Anglosassoni (dove ha continuato ad aumentare progressivamente fino ad oggi), per poi interessare in diverso modo, dalla metà degli anni &#8216;80, anche i restanti paesi OCSE.<br />
Questo quadro generale presenta come accennato delle differenze interne all’insieme dei paesi considerati. In tal senso, si è soliti evidenziare come mentre i paesi Nord Europei presentano una relativa minor disuguaglianza, i paesi Anglosassoni fanno registrare una alta, e nel tempo crescente, disuguaglianza. Tra questi due macro gruppi andrebbero collocati i paesi Europei Continentali. L’Italia, insieme agli altri paesi Sud Europei ed il Giappone, registra livelli di disuguaglianza superiori al gruppo Continentale e prossimi a quelli Anglosassoni.<br />
Pur volendo considerare tale suddivisione l’aumento delle disuguaglianze ha riguardato tutti i macrogruppi.<br />
A conferma di quest’ultima osservazione è possibile notare come tra i paesi in cui più è aumentata la disuguaglianza, dalla metà degli anni ’80, vi siano la Finlandia, la Svezia e la Germania, paesi storicamente caratterizzati da una relativa minor disuguaglianza.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/elia-1.jpg" style="width: 537px; height: 359px" height="447" width="865" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Finora ci si è riferiti alla disuguaglianza come evidenziata dal reddito disponibile a seguito dell&#8217;intervento pubblico redistributivo attuato attraverso la tassazione ed i trasferimenti pubblici (Indice di Gini).<br />
Le cause principali per l&#8217;aumento della disuguaglianza nei redditi disponibili sono da ricercare nei mutamenti avvenuti nella distribuzione del reddito tra lavoro dipendente e capitale, con un sensibile aumento della quota di ricchezza a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro dipendente, così come nella progressiva minore capacità redistributiva dei sistemi fiscali (principalmente a causa di una riduzione della progressività fiscale) e dei sistemi di politiche sociali presenti nei vari contesti nazionali (OIL 2008; OECD 2011).<br />
Il reddito disponibile prima richiamato è esattamente il risultato della combinazione tra la distribuzione primaria tra lavoro e capitale e la successiva fase di redistribuzione attuata dallo Stato.</p>
<p><em>La distribuzione primaria del reddito ed il contesto italiano</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L&#8217;Italia, come visto, è un paese ad alta disuguaglianza sociale. A ciò andrebbe aggiunto che è anche uno dei paesi in cui più bassi sono i salari percepiti dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti(IRES CGIL 2010) e maggiore è la disuguaglianza nella distribuzione primaria.<br />
Su questo dato è necessario soffermarsi. Per l&#8217;Italia, come per qualunque altro contesto nazionale, ciò che pesa maggiormente nella disuguaglianza delle condizioni sociali finali è proprio la distribuzione primaria.<br />
La redistribuzione pubblica seppure riveste una indubbia rilevanza nel modificare la distribuzione primaria, in ogni caso, sulla disuguaglianza finale non può incidere nei termini di una inversione delle tendenze proprie della distribuzione di mercato.<br />
Tale incapacità, come segnalato in diversi autorevoli studi, è facilmente rilevabile proprio dal trend relativo all&#8217;aumento della disuguaglianza nell&#8217;ultimo trentennio nei paesi a capitalismo avanzato: in presenza di un generale peggioramento nella distribuzione della ricchezza sociale prodotta a sfavore del lavoro dipendente i sistemi di politiche pubbliche e sociali non sono state in grado di invertire il trend stesso (OECD 2011: 12; ILO 2008: 127).<br />
L’Italia fa parte di quei paesi in cui con più intensità si è mostrato il fenomeno in esame: dal 1977, anno in cui più alta è stata la quota del reddito destinata al lavoro, al 2006, i lavoratori e le lavoratrici hanno perso 15,1 punti percentuali rispetto al reddito prodotto. Una caduta della ricchezza destinata al lavoro più intensa di quella italiana si è verificata solo in Irlanda(-23%) ed in Giappone(-18%)(OECD 2008).
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/elia-2.jpg" style="width: 552px; height: 352px" height="451" width="892" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Diversi sono i fattori esplicativi di tali dinamiche individuati in letteratura(OIL 2008;Stirati 2006).<br />
Tra gli altri, sicuramente, le riforme del mercato del lavoro, con la massiccia diffusione del lavoro flessibile, si evidenziano per importanza.</p>
<p><em>La flessibilità come componente nell&#8217;aumento delle disuguaglianze primarie e dei redditi disponibili</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’Italia è uno di quei paesi in cui, nell&#8217;ultimo decennio, più si è sviluppata la flessibilità occupazionale. A confermarlo vi sono i dati relativi alla percentuale di occupati con tali modalità contrattuali, così come l’evoluzione degli indici di protezione dell’impiego utilizzati dall’OCSE per analizzare i cambiamenti nel mercato del lavoro dei singoli contesti nazionali; ad una riduzione di tali indici corrisponde un aumento della flessibilità occupazionale. L’Italia, in tal senso, è il paese in cui si è avuta la più intensa riduzione dell’indice di protezione per l’impiego a tempo determinato. A seguito della riduzione ora evidenziata l’indice di protezione dell’impiego a tempo determinato italiano risulta essere pienamente in linea con quello degli altri paesi UE. A ciò va aggiunto che oltre ad un indice per il lavoro a tempo determinato l’OCSE utilizza anche un indice di protezione per il lavoro a tempo indeterminato. Il valore di quest’ultimo indice in Italia è particolarmente basso (il più basso dopo quello della Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca) (Cfr. CNEL (2010), <em>Rapporto sul mercato del lavoro</em> 2009/2010: 283). Seguendo le considerazioni ora esposte, la tesi, da più parti sostenuta, di una particolare rigidità del mercato del lavoro italiano sembra essere decisamente da accantonare.<br />
Ma quale rapporto sussiste tra il lavoro flessibile e le dinamiche relative alla distribuzione primaria? Il lavoro flessibile influenza il <em>labour share</em> attraverso due fondamentali vie: da una parte i lavori flessibili sono pagati meno, anche a parità di mansioni svolte, e dall’altra la presenza di una sempre più larga componente della forza lavoro impiegata con tali tipologie contrattuali pone il lavoro dipendente, anche quello non flessibile, in grosse difficoltà nel confronto con il capitale (OIL 2008; Stirati 2008).<br />
Per quanto riguarda l’indebolimento contrattuale occorre tenere presente che se da una parte la flessibilità, com’è facilmente intuibile, accresce, per il tramite del possibile non rinnovo, la ricattabilità di coloro che con tali modalità contrattuali sono impiegati, dall’altra, anche gli occupati con contratti <em>tipici </em>si trovano a confrontarsi con quello che Leon (2008) ha definito un nuovo esercito industriale di riserva. Un esercito non più formato da disoccupati ma, appunto, da precari. In merito alla relazione esistente tra crescita dei salari e flessibilità, come altrove dimostrato (Brancaccio 2009:64), è possibile affermare che ad un aumento della flessibilità, considerata comparativamente a livello internazionale attraverso gli indici di protezione dell’impiego, faccia seguito una minor crescita dei salari in termini reali.<br />
Tenendo presente quanto fin qui evidenziato, pare naturale domandarsi quali motivazioni abbiano spinto a perseguire con tanta determinazione la strada della diffusione della flessibilità occupazionale.<br />
Seguire l’andamento degli ultimi decenni nei tassi di disoccupazione dei paesi a capitalismo avanzato può essere utile in tal senso. Com’è noto, negli anni ’80, in tutti i paesi in questione i tassi di disoccupazione sono cresciuti enormemente, tanto da far parlare del ritorno della disoccupazione di massa dopo il cosiddetto <em>trentennio glorioso</em> (Pugliese 1993). Nel contesto europeo negli anni &#8216;80 e &#8216;90, spesso all&#8217;interno di un confronto con gli USA,visti come punto di riferimento di differenti e migliori soluzioni, tra i politici e gli studiosi <em>mainstream</em> si è diffusa la convinzione che l’incapacità di ridurre la disoccupazione fosse correlata alle caratteristiche nella regolazione del mercato del lavoro.<br />
L&#8217;applicazione di tale visione al caso italiano ha seguito un preciso schema esplicativo di riferimento.<br />
In sintesi, un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, formalizzata attraverso normative a tutela del lavoro dipendente eccessivamente onerose per i datori di lavoro, frenava lo sviluppo dell&#8217;occupazione: nella gestione della forza-lavoro le imprese, sempre più condizionate da mercati  globalizzati in continua evoluzione e fortemente competitivi, non potevano essere bloccate da legislazioni rigide e troppo garantiste, che giocoforza rallentavano e ostacolavano scelte organizzativo produttive necessariamente collegate alla continua evoluzione e competizione ora richiamata. Di qui la soluzione: una riduzione delle tutele previste per il lavoro dipendente, così da potere permettere alle imprese di gestire la forza lavoro in <em>tempo reale</em>, seguendo le indicazioni e informazioni provenienti dai mercati e risultando, in tal modo, competitive.<br />
Il mezzo per ridurre le inopportune tutele presenti nella regolazione del mercato del lavoro sarebbe stato la flessibilizzazione, sia nell’utilizzo organizzativo che nell’inquadramento contrattuale, dell’occupazione dipendente.<br />
Sempre secondo tale schema esplicativo, ora sommariamente delineato, la riduzione delle tutele per il lavoro dipendente sarebbe stata controbilanciata da un sicuro aumento dell&#8217;occupazione. Come? E&#8217; semplice: essendo la disoccupazione causata dalle eccessive rigidità normative, con l&#8217;eliminazione di queste ultime, le imprese, con le loro esigenze produttive, ora liberate da appesantimenti di vario tipo, sarebbero riuscite ad essere competitive e quindi a generare domanda di lavoro.<br />
Rispetto a quest&#8217;ultima considerazione è necessario aggiungere un elemento, interno alle tesi a favore della flessibilizzazione, di particolare rilievo.<br />
L&#8217;alta disoccupazione, causata dalle rigidità normative, generava e genera evidentemente offerta di lavoro insoddisfatta. Tale offerta è composta in maniera preponderante da specifici segmenti della forza lavoro: i giovani e le donne (perlopiù definiti <em>outsiders</em>). E&#8217; facile comprendere come posta in questi termini la relazione tra flessibilità ed occupazione non possa che determinare una contrapposizione di  interessi tra differenti segmenti della forza lavoro. Da una parte, infatti, ci sono i garantiti o <em>super garantiti</em> (<em>insiders</em>): lavoratori a tempo indeterminato che godendo di alcuni privilegi, tra cui, il più discusso, quello a non vedersi licenziati senza giusta causa, rendono rigido il mercato del lavoro, generano disoccupazione e, quindi, offerta di lavoro non soddisfatta. Dall’altra parte ci sono, largamente sovrarappresentati, donne e giovani (i cosiddetti <em>outsiders</em>): coloro i quali hanno enormi difficoltà di primo inserimento e che sono spesso condannati a lunghi periodi di disoccupazione o inattività. Gli <em>outsiders</em>, rappresentando l&#8217;offerta di lavoro non soddisfatta, soffrirebbero per un&#8217;esclusione causata dai privilegi degli <em>insiders</em>.<br />
Riassumendo, la flessibilità si è resa necessaria per far aumentare sia l&#8217;occupazione generale che quella di specifici segmenti della forza lavoro.<br />
A questo punto è d&#8217;obbligo una verifica dei risultati, in termini occupazionali, conseguiti dalla flessibilità.<br />
Prima di giungere a sintetizzare tali risultati,tuttavia, è opportuno fare un passo indietro.<br />
Non può sfuggire che se pure si fosse prodotta nuova occupazione, qualora questa fosse stata accompagnata da una diminuzione dei salari per i già occupati, e da una forte riduzione delle tutele per i nuovi occupati, la flessibilità avrebbe rappresentato davvero un pessimo affare per il lavoro dipendente. Si partirebbe cioè dal presupposto per cui le condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori <em>insiders</em>, già davvero poco confortevoli dopo decenni di peggioramento nella distribuzione del reddito e nella disuguaglianza sociale finale, devono ulteriormente peggiorare per consentire agli <em>outsiders </em>di raggiungere delle occupazioni che come principali caratteristiche hanno i bassi salari e la precarietà sociale.<br />
In ogni caso, misurandosi con le risultanze empiriche prodotte, sembra proprio non ci sia bisogno di interrogarsi sulla natura della flessibilità come male necessario. L’evidenza empirica permette, infatti, di affermare che gli assunti propri dei sostenitori dell’instabilità occupazionale siano stati smentiti dall’evoluzione dei tassi di occupazione.<br />
Vediamo di riassumere i principali risultati: non esiste a livello internazionale alcuna significativa correlazione statistica tra l&#8217;aumento della flessibilità e la diminuzione della disoccupazione generale (OECD 2004; Stirati 2008); inoltre, per quanto riguarda la disoccupazione giovanile e femminile, effettivamente diminuita in Italia nell’ultimo decennio di sviluppo della flessibilità, comparando dati a livello internazionale, emerge come i tassi di disoccupazione dei cosiddetti <em>oustsiders </em>esprimano una correlazione statisticamente significativa con la disoccupazione complessiva di ogni singolo contesto nazionale e non con il suo livello di flessibilità (Stirati 2008: 186-188). In sostanza, per migliorare la condizione dei giovani e delle donne è necessario che i sistemi economico-produttivi, in ogni paese, generino più occupazione per tutto il lavoro dipendente (cosa che la flessibilità non è in grado di assicurare), non essendo affatto necessario che gli <em>outsiders</em> siano costretti a lavorare con contratti flessibili a basso salario. In tali termini la stessa interpretazione degli interessi di specifici segmenti della forza lavoro come di interessi contrapposti a quelli di una presunta maggioranza indebitamente supertutelata, alla prova dei fatti, si dimostra fuorviante e scorretta.</p>
<p><em>Conclusioni</em></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tenere presenti i risultati in termini occupazionali della flessibilità renderebbe molto più chiara la possibile lettura dei cambiamenti nel mercato del lavoro.<br />
In effetti, se la flessibilità non è in grado di migliorare la condizione degli <em>insiders </em>né quella degli <em>outsiders </em>la richiesta, tuttora molto pressante a livello accademico e, soprattutto, politico-istituzionale, per una sua (ulteriore) diffusione non può che essere interpretata, al pari degli iniziali progetti di riforma, come un tentativo di indebolire il lavoro dipendente; in ultima analisi, si tratta di scelte politiche fondate sulla tutela degli interessi del capitale e sul ridimensionamento della forza contrattuale del lavoro salariato.<br />
Tali scelte politiche sono evidenti anche considerando l’insistenza sul ridimensionamento della spesa pubblica e, quindi, sulla contrazione dei redditi disponibili a seguito della redistribuzione finale. In tale ottica le scelte politiche relative alla spesa pubblica, lungi dall’essere la risultante di oggettive necessità di compatibilità macroeconomiche, rappresentano un chiaro tentativo di comprimere quelle che, insieme al salario diretto, rappresentano le restanti componenti del salario sociale globale (la componente differita, le pensioni; la componente indiretta, i servizi pubblici).<br />
Concludendo, in un contesto come quello brevemente descritto, l’unico modo per invertire il progressivo aumento della disuguaglianza, sia quella primaria che quella finale, è un forte impegno politico e sindacale per l’aumento dei salari delle lavoratrici e dei lavoratori, passando altresì attraverso la stabilizzazione delle posizioni occupazionali flessibili, così come per un aumento della spesa per il più generale salario sociale globale.<br />
Una politica realmente progressista e, si direbbe, riformista (se questo termine non fosse ormai utilizzato perlopiù per connotare interventi peggiorativi delle condizioni sociali del lavoro) impone questo obiettivo.<br />
Le forze politiche e sindacali della sinistra purtroppo negli ultimi decenni si sono rivelate incapaci di analizzare attraverso la lente del conflitto capitale-lavoro gli andamenti della disuguaglianza sociale. Diversamente, dimostrandosi totalmente subalterne all’egemonia neoliberista, sia pure nella variante social-liberista (Bellofiore 2004), hanno interpretato le tendenze, i cambiamenti e gli sviluppi presenti nei paesi a capitalismo avanzato come il sintomo della fine del conflitto, in verità ineliminabile, tra capitale e lavoro salariato.<br />
Aspettando un salutare ravvedimento politico e sindacale la ricerca sociale dovrebbe, nel dibattito che gli è proprio, confrontarsi con la realtà concreta. Un’analisi critica delle tesi sui presunti effetti benefici della flessibilità merita, a pieno titolo, uno spazio all’interno di tale dibattito.
</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">*<em>Dottorando Università La Sapienza</em></p>
<h6><span style="line-height: normal">Bibliografia<br />
</span><span style="line-height: normal">Bellofiore, R. (2004),<em> “Contemporary Capitalism, European Policies, and Working-Class Conditions”</em>, International Journal of Political Economy, Vol. 34 n. 2.<br />
</span><span style="line-height: normal">Brancaccio E., (2009),<em> La Crisi del pensiero unico</em>, Milano, Franco Angeli<br />
</span><span style="line-height: normal">CNEL (2010), <em>Rapporto sul mercato  del lavoro 2009-2010</em><br />
</span><span style="line-height: normal">IRES CGIL (2010), <em>La crisi dei salari</em>, V rapporto ires-cgil 2000-2010<br />
</span><span style="line-height: normal">Leon P., (2008), <em>Le politiche economiche monetarie europee e la precarietà </em>in, Realfonzo R., Leon P.,  (2008), a cura di, <em>L’economia della precarietà</em>, Roma, Manifestolibri<br />
</span><span style="line-height: normal">OECD (2004), <em>Employment Protection Regulation and Labour Market Performance</em><br />
</span><span style="line-height: normal">OECD(2008), <em>Growing Unequal? Income distribution and Poverty in OCED Countries</em><br />
</span><span style="line-height: normal">OECD(2011), <em>Growing income inequality in OECD countries: what drives it and how can policy can tackle it?</em><br />
</span><span style="line-height: normal">OIL(2008), <em>World of Work Report</em><br />
</span><span style="line-height: normal">Pugliese E., (1993), <em>Sociologia della disoccupazione</em>, Bologna, Il Mulino<br />
</span><span style="line-height: normal">Stirati A., (2006), <em>Distribuzione del reddito e vincolo esterno alla crescita dei salari</em>, in S. Cesarotto, R. Realfonzo, a cura di, <em>Rive Gauche- critica della politica economica</em>, Roma, Manifestolibri<br />
</span><span style="line-height: normal">Stirati A., (2008), <em>La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni</em>, in, Realfonzo R., Leon P., a cura di, <em>L’economia della precarietà</em>, Roma, Manifestolibri </span></h6>
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		<title>Ugo Marani</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 09:03:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ugo Marani (Catanzaro 1948), è professore Ordinario di Politica Economica presso l&#8217;Università di Napoli Federico II, docente presso la Scuola Superiore Jean Monnet di S. Leucio, Caserta, Fellow di International Economics presso il Department of Economics della Catholic University of Leuven, Belgium, è stato presidente dell&#8217;Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati (A.I.S.S.E.C.) dal 2002 al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ugo Marani (Catanzaro 1948), è professore Ordinario di Politica Economica presso l&#8217;Università di Napoli Federico II, docente presso la Scuola Superiore Jean Monnet di S. Leucio, Caserta, Fellow di International Economics presso il Department of Economics della Catholic University of Leuven, Belgium, è stato presidente dell&#8217;Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati (A.I.S.S.E.C.) dal 2002 al 2006. Dal 2003 al gennaio 2012 ha ricoperto l’incarico di Presidente dell’Ires Campania. Collabora a numerose riviste nazionali e internazionali.</p>
<p>Tra le sue pubblicazioni: &#8220;Sul commercio estero italiano negli anni &#8216;60, 1975&#8243;, in A. Graziani (a cura di), <em>Crisi e ristrutturazione dell&#8217;economia italiana</em>, Einaudi, Torino, 1975; <em>Investimenti industriali e finanziamenti in Italia 1966-1976</em>, Boringhieri, Torino, 1980; &#8220;Aspetti macroeconomici del credito a medio e lungo termine&#8221;, in Aa.Vv., <em>Credito industriale e sviluppo del Mezzogiorno</em>, Isveimer, 1982; <em>Modelli di politica economica: il caso inglese</em>, Liguori, Napoli, 1984; <em>Politica monetaria e debito pubblico</em>, Franco Angeli, Milano, 1984; &#8220;Settore creditizio e struttura produttiva: un modello di sintesi&#8221;, in R. Brancati (a cura di), <em>Settore finanziario e struttura reale nell&#8217;economia regionale</em>, Giuffrè, Milano, 1989; <em>I gruppi bancari polifunzionali in Italia</em>, Monitor, Napoli, 1991; <em>Tassi di interesse e debito pubblico. Un&#8217;analisi del caso italiano</em>, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1991; &#8220;La struttura finanziaria dell&#8217;industria meridionale&#8221;, in D&#8217;Antonio M. (a cura di), <em>Il Mezzogiorno. Sviluppo o stagnazione?</em>, Il Mulino, Bologna, 1992; &#8220;Vecchi e nuovi vincoli alla politica fiscale&#8221;, in: Jossa B., Nardi A. (a cura di), <em>Lezioni di Macroeconomia</em>, Il Mulino, Bologna, 1992; <em>Il sistema creditizio italiano verso la banca universale. Un raffronto con l&#8217;esperienza tedesca</em>, Monitor, Napoli, 1994.</p>
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		<title>I salvatori dell’Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 08:56:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.
La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/mario-monti_o_cgo2.jpg" style="width: 346px; height: 232px" height="281" width="382" />Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012). Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti)  e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati. La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività. Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no. A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti. La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi. L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda. L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della impo¬sizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi). Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “con¬ciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Va notato che nel “secondo tempo” della manovra il governo ha messo la sordina al <em>leitmotiv </em>dell’equità, ed iniziato a decantare l’effetto che potrebbero avere sulla crescita del PIL italiano l’apertura di 5.000 nuove farmacie, una riduzione delle tariffe dei taxi, o il permettere licenziamenti arbitrari, e facendo intendere di aver lanciato una lotta senza quartiere all’evasione fiscale. La Guardia di Finanza è stata allora mandata ad occupare <em>manu militari </em>celebrati luoghi di turismo di lusso, per stanare l’evasore al semaforo, verificando la congruità del numero dei cavalli vapore dell’auto con la dichiarazione dei redditi dei proprietari. Il governo – ed i mezzi di informazione – sembrano aver dimenticato che non è neces¬sario fermare i SUV ai quadrivi di Cortina per controllare se il proprietario dichiari un reddito sufficiente; e, ciò che è peggio, hanno dimenticato che per l’ordinamento fiscale italiano non è necessariamente un evasore fiscale chi compra auto di lusso e <em>yacht </em>senza dichiarare neanche un euro di reddito. I possessori di ricchezza finanziaria non sono tenuti in quanto tali a compilare alcuna dichiarazione dei redditi: quel poco di tasse che pagano vengono trattenute alla fonte con aliquota secca – e bassa. La riprova è nei dati sul gettito delle imposte sostitutive sulle attività finanziarie, che nel 2010 è stato in tutto pari a circa 8 miliardi di euro, a fronte di circa 130 miliardi da ritenute sui redditi da lavoro dipendente e pensioni (che pagano i ¾ del gettito IRPEF). Se  gravare il lavoro del grosso del carico fiscale è il pilastro della politica fiscale dell’Europa unita, va notato che nel 2008, tra i 27 paesi dell’unione, l’Italia aveva il più elevato livello di imposte sul lavoro e contributi sociali in rapporto al salario lordo. Sembrava si fosse giunti al punto in cui il peso del debito pubblico a carico della parte attiva della popolazione fosse diventato insopportabilmente alto, e che fosse arrivato il tempo di spostare la tassazione sulle spalle di altri. Il governo Monti ha pensato diver¬sa¬mente, e questo può non sorprendere. Quello che sorprende è che partiti di centro-sinistra la pensino come Monti, e che, in nome della “responsabilità”, si attribuiscano il “merito” delle sue manovre. Eppure ci sono segnali che dovrebbero farli riflettere. Da un lato, la Grecia sta subendo una “cura” che ha portato le condizioni sociali ad un punto di rottura, e chi si distanzia dalla manovra è la destra, che ha appena annunciato di uscire dal governo per non approvare l’ennesima raffica di tagli, licenziamenti ecc. Dall’altro lato, è proprio per non lasciare alla destra la rappresentanza del montante malcontento che in Francia il candidato socialista alla presidenza si dichiara indisponibile ad appoggiare la ratifica del nuovo Trattato fiscale. In ballo ci sono non solo l’aumento dell&#8217;imposizione indiretta e i tagli alle pensioni, ma, più significativamente, ulteriori svuotamenti di sovranità di uno stato che i francesi evidentemente non considerano ancora un ferro vecchio. Quanto di elettoralistico e quanto invece di concreto vi sia in queste promesse si vedrà, e dipenderà in buona misura dagli sviluppi della crisi. Il fatto resta, però, che mentre in Francia la sinistra moderata si propone di aprire una breccia sul fronte del rigore ad ogni costo, in Italia difende politiche estreme di austerità che, come ha scritto un autorevole commentatore sul <em>Financial Times</em>, porteranno l’Europa “a sbattere”.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Quanto sta avvenendo in questi mesi riporta potentemente alla memoria quello che successe in Italia a cominciare dall’autunno 1976, quando la sinistra per la prima volta dopo il 1948 tornò ad appoggiare un governo (un monocolore democristiano guidato da Andreotti) sull’onda di una grave crisi valutaria, e di una sua grande vittoria elettorale. Poco dopo, di fronte a una nuova caduta del cambio e alla necessità di accedere ad un prestito del FMI, Andreotti approvò un pacchetto di pesantissimi aumenti delle imposte indirette, delle tariffe dei servizi pubblici e dei prezzi amministrati (in particolare tabacchi ed olii combustibili). In una “conversazione” televisiva sulla manovra il presidente del consiglio spiegò che i “sacrifici” richiesti agli italiani avrebbero favorito investi¬menti atti a rafforzare l’apparato produttivo e l’occupazione giovanile, e che il governo aveva avviato una serie di misure contro la piaga dell’evasione fiscale: il ministro delle finanze e il comandante della guardia di finanza erano già “al lavoro” per compilare gli elenchi dei “sabotatori dell’economia e della moneta nazionale”. Lungi dall’obiettare, lo sventurato PCI rispose: con la solennità di un Comitato Centrale dichiarò di lottare perché si facesse “una severa politica di austerità”, naturalmente aggiungendo che questa avrebbe dovuto essere “socialmente equa” e servire “ad avviare una grande politica di trasfor¬mazione della società”. Anche in quel caso l’equità, gli investimenti e la grande trasformazione si persero nelle nebbie (per non parlare della caccia ai “sabotatori”), ma poco dopo, di fronte a una situazione che naturalmente non miglio¬rava affatto, in particolare sul fronte della disoccupazione, i sindacati, spronati dal PCI, con¬clusero un singolare accordo con la Confindustria in cui si accettavano tagli ai salari, allungamenti dell’orario di lavoro, ecc., in cambio di nessuna contropartita – una manifestazione dell’ “autonomia” dei lavoratori, secondo esponenti della sinistra, alcuni dei quali accusavano i sindacati di non fare seriamente la “lotta all’inflazione”, e di “aver tutelato validamente gli interessi degli occupati a <em>danno dei disoccupati</em>” (G. Amendola, <em>Corriere della Sera</em>, 16 marzo 1977). Fu la “tregua” salariale. Il PCI rimase così a bagnomaria per un altro paio di anni, sostenendo il governo dei sacrifici contro promesse. All’inizio del 1979 si vide costretto a ritirare il suo appoggio, opponendosi ad un ulteriore congelamento dei salari, ed all’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo, ma senza veramente chiarire i motivi di questo passo – di fatto, lo stesso gruppo dirigente fu in parte contrario a questa svolta, e molti invitarono a non “buttare a mare una esperienza di governo nazionale” (Napolitano). Alle elezioni anticipate di qualche mese dopo il PCI, per la prima volta nella storia repubblicana, vide diminuire i suoi voti, perdendone un milione e mezzo. Da allora fu una frana continua. Forse il governo Monti rappresenta un ultimo movimento di assestamento.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">*<em>Università di Napoli “Federico II”</em></p>
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		<title>Se tre anni vi sembrano pochi… Le proposte del PD sul mercato del lavoro</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 23:28:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Sembra ormai di poter dire che nella trattativa sulla riforma del mercato del lavoro il PD intenda muoversi nel perimetro definito da due proposte elaborate negli anni scorsi dai suoi parlamentari: 1) il disegno di legge n. 2000/2010 presentato dal sen. Nerozzi, che prevede l&#8217;istituzione del “contratto unico di ingresso” (CUI);  2) la proposta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/contratto-di-lavoro.jpg" height="182" width="260" />Sembra ormai di poter dire che nella trattativa sulla riforma del mercato del lavoro il PD intenda muoversi nel perimetro definito da due proposte elaborate negli anni scorsi dai suoi parlamentari: 1) il disegno di legge n. 2000/2010 presentato dal sen. Nerozzi, che prevede l&#8217;istituzione del “contratto unico di ingresso” (CUI);  2) la proposta di legge n. 2630/2009 -  presentata dall&#8217;on. Madia, sostenuta tra gli altri da Cesare Damiano, che mira ad introdurre il “contratto unico di inserimento formativo” (CUIF).  La tesi spesso ripetuta in queste settimane è che ciascuna delle riforme proposte consentirebbe di ridurre la precarietà estendendo ai neoassunti, sia pure dopo un periodo iniziale, le attuali tutele contro i licenziamenti illegittimi, inclusa la reintegrazione prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma è davvero così? Per cercare di capirlo esaminiamole da vicino.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Il  CUI è un nuovo tipo di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato la cui principale caratteristica è la possibilità concessa al datore di lavoro per un periodo massimo di tre anni - la cd. “fase di ingresso” - di effettuare un licenziamento senza che il lavoratore possa ricorrere in giudizio, salvi i casi di licenziamento disciplinare, discriminatorio o determinato da un “motivo futile totalmente estraneo alle esigenze proprie del processo produttivo”, come ad esempio il tifo calcistico o l’antipatia personale,  rispetto ai quali continuerebbe ad applicarsi l’attuale normativa. Tale riduzione della tutela giudiziale verrebbe compensata dall&#8217;obbligo di corrispondere al lavoratore un modesto indennizzo, pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione. Al termine della fase di ingresso, il datore di lavoro dovrebbe necessariamente decidere se licenziare il lavoratore e corrispondergli l&#8217;indennizzo maturato, oppure mantenere in vita il rapporto di lavoro. In quest’ultimo caso inizierebbero ad applicarsi integralmente le attuali tutele, inclusa la reintegrazione prevista dall&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Secondo gli autori del disegno di legge, il passaggio del lavoratore alla fase della stabilità del CUI sarebbe molto probabile in virtù dell’interesse del datore di lavoro a non perdere l’investimento effettuato nella sua formazione (investimento per il quale non viene in realtà previsto alcun obbligo). Si tratta di un’argomentazione assai poco convincente, specie se riferita ai lavoratori adibiti a mansioni che non richiedono un particolare addestramento. Verosimilmente, molti di questi verrebbero licenziati e costretti ad iniziare altrove una nuova fase di ingresso (terminata tale fase non è ovviamente consentito assumere una seconda volta con il CUI il medesimo lavoratore). Eppure è soprattutto a questa tipologia di lavoratori che la nuova forma contrattuale si rivolge. Per coloro che percepiscono retribuzioni anche soltanto medie vengono infatti previste altre possibilità di impiego: 1) con il contratto a termine, ogniqualvolta la retribuzione superi i 25.000 euro lordi annui (poco meno di 1.400 euro netti per 13 mensilità), anche se la posizione è a tempo indeterminato (il carattere temporaneo della prestazione è richiesto solo in caso di retribuzione inferiore a quel limite);  2) con il rapporto di lavoro autonomo continuativo, di lavoro a progetto e di associazione in partecipazione, ogniqualvolta la retribuzione lorda annua superi i 30.000 euro (circa 1.600 euro netti per 13 mensilità), un limite ridotto della metà per i primi due anni di iscrizione alla gestione separata INPS.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Con la proposta Nerozzi un giovane alla prima esperienza lavorativa potrebbe avere perciò di fronte a sé cinque (o anche più) anni di precariato con lo stesso datore di lavoro: due da collaboratore, se inizialmente guadagnasse più di 15.000 euro lordi l’anno, e tre come dipendente assunto con il CUI. Al termine di tale periodo potrebbe essere licenziato e costretto ad iniziare altrove una nuova fase di ingresso, oppure, se percepisse circa 1.400 euro netti mensili potrebbe essere assunto per altri tre anni con un contratto a termine, nonostante il carattere ormai palesemente non temporaneo della prestazione. Alla fine di questo periodo nulla gli assicurerebbe ancora l’assunzione a tempo indeterminato. Potrebbe infatti vedere interrotto il rapporto di lavoro, o se fosse tanto bravo da meritare una retribuzione di 1.600 euro netti mensili potrebbe venir impiegato come collaboratore dal suo stesso datore di lavoro, esattamente come otto anni prima.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In sintesi, si può dire che la proposta Nerozzi crei due forme di precarietà: una per i lavoratori con una retribuzione bassa e costante nel tempo, molti dei quali sarebbero in tutta probabilità costretti a cambiare frequentemente occupazione senza mai raggiungere la fase della stabilità prevista dal CUI; un’altra per i lavoratori con una retribuzione moderatamente crescente, o comunque relativamente più elevata,  che potrebbero avere un rapporto più duraturo con lo stesso datore di lavoro, rinunciando però di fatto alle tutele contro i licenziamenti illegittimi. Chi raggiungerebbe allora la fase della stabilità? Molto probabilmente solo i lavoratori difficilmente sostituibili, che nessuno già oggi si sognerebbe di definire precari.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Veniamo ora alla proposta Madia, secondo la quale il lavoratore verrebbe di fatto assunto a termine per un periodo compreso tra un minimo di sei mesi ed un massimo di tre anni (la cd. fase di “abilitazione”, con durata predeterminata dai CCNL), senza tuttavia godere di molti dei diritti e delle tutele oggi previste dal contratto a tempo determinato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In primo luogo, durante la fase di abilitazione il lavoratore non verrebbe equiparato ai lavoratori a tempo indeterminato né per il trattamento economico né per quello previdenziale. A parità di inquadramento, il lavoratore assunto con il CUIF percepirebbe una retribuzione nettamente inferiore (viene previsto un livello minimo pari al “65 per cento della retribuzione di riferimento”). Essa aumenterebbe via via che venissero raggiunti gli obiettivi formativi fino al conseguimento della parità con il suo livello di riferimento entro la fine del periodo di abilitazione, secondo i tempi stabiliti dal CCNL. Inoltre, il datore di lavoro che dimostrasse l&#8217;effettivo svolgimento dell&#8217;attività di formazione godrebbe di sensibili sgravi contributivi, che l&#8217;attuale sistema previdenziale tradurrebbe in altrettante riduzioni delle future prestazioni. Infine, mentre il recesso del datore di lavoro dal contratto a tempo determinato, fino alla data di scadenza indicata all&#8217;assunzione, è ammesso solo per giusta causa (non è previsto il giustificato motivo, oggettivo o soggettivo), la proposta Madia prevede che nella fase di abilitazione il datore di lavoro possa recedere addirittura <em>ad nutum</em> (senza obbligo di motivazione, con il solo rispetto dei termini di preavviso). Una simile possibilità non viene oggi concessa neppure nei confronti degli apprendisti, esposti al libero recesso del datore di lavoro soltanto alla fine del periodo di tirocinio. Al termine dell’abilitazione, il datore di lavoro non avrebbe alcun obbligo di assunzione a tempo indeterminato, potendo interrompere il rapporto con il solo obbligo di un preavviso di almeno sessanta giorni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per incentivare la trasformazione a tempo indeterminato del contratto vengono previsti ulteriori e più consistenti sgravi contributivi (che comportano ulteriori e più consistenti tagli alla pensione del lavoratore) per un periodo esattamente pari a quello di abilitazione, detto stavolta di “consolidamento professionale”. In aggiunta all’ovvio divieto di riassumere il lavoratore con il CUIF viene previsto che si possano stipulare nuovi contratti di questo tipo solo se non se ne siano interrotti più della metà nei due anni precedenti. Tale vincolo non è tuttavia particolarmente stringente. Consente infatti di sostituire ogni anno la metà dei lavoratori assunti con la nuova forma contrattuale. Il datore di lavoro sarebbe perciò sostanzialmente libero di sfruttare permanentemente i vantaggi della fase di abilitazione senza mai assumere a tempo indeterminato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">È dunque ragionevole ritenere che anche con la riforma Madia i lavoratori facilmente sostituibili sarebbero costretti a cambiare frequentemente occupazione. I blandi vincoli all’utilizzo dei rapporti di collaborazione, di lavoro occasionale e a progetto (vietati solo per le basse qualifiche, da definirsi in sede di contrattazione nazionale), rendono inoltre probabile per i lavoratori di qualifica media e medio-alta l’instaurarsi di rapporti di lavoro più duraturi, ma di nuovo al prezzo di rinunciare alle tutele oggi previste per i dipendenti.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Di fronte a simili scenari appaiono del tutto secondari sia il ritorno al sistema delle causali per il contratto a tempo determinato sia la tanto propagandata abrogazione di alcune forme contrattuali (il lavoro intermittente e ripartito, l’apprendistato professionalizzante e per l’acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazione, il contratto di inserimento, il contratto di formazione e lavoro).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Sia concessa un’ultima considerazione. Le forme contrattuali proposte dal PD - il CUIF in modo particolare - presentano delle similarità con il <em>contrat nouvelles embauches</em> (CNE) francese. Introdotto nell’estate del 2005 dal Governo <em>de Villepin</em>, il CNE prevedeva che nei primi due anni (il cd. <em>période de consolidation</em>)  il datore di lavoro potesse effettuare un licenziamento senza doverne specificare i motivi, corrispondendo un indennizzo al lavoratore licenziato. Sia la magistratura francese che l’<em>International Labour Organization</em> hanno dichiarato contraria al diritto internazionale del lavoro la durata di due anni della fase iniziale del CNE, costringendo infine il Governo di centrodestra a fare marcia indietro. I dirigenti del PD sembrano invece in grado di convincere gli italiani che neppure tre anni sarebbero troppi. Evidentemente aveva ragione Agnelli: per le controriforme bisogna rivolgersi al centrosinistra.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>*Università di Roma &#8220;La Sapienza&#8221;</em></p>
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		<title>Finanza, spread, pensioni… storie di italica follia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 07:53:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/images-3.jpg" height="147" width="219" />La finanza aziendale è un’area disciplinare relativamente giovane,  nel più vasto ambito degli studi di business,  in Italia. Insegna i fondamenti teorici e gli strumenti decisionali per il direttore finanziario di un’azienda, cioè per chi assume decisioni finanziarie, essenzialmente decisioni di investimento e di finanziamento:  in breve,  come valutare la convenienza di un progetto di investimento, come scegliere se finanziarsi con debito o mezzi propri, come misurare il costo del capitale, come misurare il  valore creato da un’acquisizione o da un investimento in fondi comuni, come gestire i rischi.  Uno dei recenti decreti del Miur, attuativo della riforma Gelmini, ha appena declassato il settore scientifico-disciplinare <em>SECS-P09 - Finanza aziendale</em>, accorpandolo, a fini di reclutamento del personale docente, in uno più grande (come numero di docenti appartenenti)  e pre-esistente (quello della vecchia <em>Tecnica bancaria</em>, oggi <em>Economia degli Intermediari finanziari</em>), decretandone di fatto la sorte futura, in termini di sviluppo della ricerca, della didattica,  e dei ricercatori/docenti che le praticano, che è poi la sorte, di manzoniana memoria, del  vaso di coccio destinato a viaggiare tra i vasi di ferro, del nuovo e debole che non avanza se destinato a sgomitare (dati  il corporativismo della casta accademica e il trend decrescente dei fondi assegnati all’università per il personale) tra il consolidato e numericamente forte.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La classificazione dei saperi e degli ambiti di ricerca non è neutrale rispetto alle loro prospettive di sviluppo: la delimitazione dei campi, soprattutto al fine di allocare le risorse, consente ai nuovi saperi  di svilupparsi e crescere, senza dover lottare e forse soccombere rispetto a saperi (e relative corporazioni) più consolidati e potenti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo è accaduto, nonostante una serie di fattori avrebbero dovuto sconsigliarlo fortemente.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Primo fra tutti,  la dichiarata volontà dell’ ex ministro Gelmini di favorire l’internazionalizzazione dell’università italiana, di adeguare didattica e ricerca italiana agli standard internazionali dei paesi più evoluti. Una specie di mantra salvifico questo dell’internazionalizzazione della nostra accademia, che ha già prodotto svariati danni: la riforma del 3+2 del ministro Berlinguer (nel 1999) e la riforma Gelmini (nel 2010) fondano la loro ragion d’essere proprio su questo obiettivo dichiarato. Vale la pena di ricordare che in contesto  anglosassone (USA e UK), la Corporate Finance (termine inglese equivalente) è area scientifico-disciplinare autonoma e ben identificata dagli anni ‘30, oltreché presenza immancabile nella formazione universitaria<em> under </em>e<em> post graduate</em> di ogni <em>business school </em>degna di questo nome.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo “fattore contro” sono i segnali chiari e forti, che emergono dal mondo delle imprese, dell’esigenza di competenze di finanza aziendale dei futuri manager, come ampiamente rivela un’indagine recente riportata da Il Sole 24 ore (Bassi, <em>Gestione dei rischi e finanza aziendale al top delle richieste</em>, 8 aprile 2011).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Terzo fattore, l’evidente carenza di competenze di Finanza aziendale che si coglie leggendo sui giornali di questi ultimi mesi le analisi della crisi  e le proposte di riforma di ministri, economisti e valenti commentatori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Tre esempi sembrano eclatanti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Primo esempio.  Da più parti (a titolo di esempio Penati,  <em>La verità nascosta dietro lo spread</em>,  La Repubblica,  1 ottobre 2011) si spiega lo spread sui titoli di stato italiano, rispetto agli equivalenti tedeschi, uguale (o superiore) sui titoli a 1-2 anni rispetto a quelli a 10 anni come segue: i mercati assumerebbero che i rischi per l’Italia si concentrano in un futuro vicino, mentre “…<em>dopo,  non fa differenza</em>”. Da qui discenderebbe il senso di urgenza che dovrebbe guidare l’azione di governo nel fare presto le riforme, senza aspettare oltre:  urgenza che ha guidato la riforma del  governo tecnico e ha guidato parimenti la sua approvazione rapida, evitando in nome di questa urgenza modifiche da parte del parlamento o sulla spinta delle parti sociali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La finanza aziendale insegna che il tasso di rendimento sui  titoli comprende una parte che remunera il valore temporale del denaro (100 euro oggi non sono equivalenti a 100 euro tra un anno, perché nell’anno potrei guadagnare investendo in un investimento privo di rischio), e una parte che remunera il rischio che l’investimento comporta. Ora, ragionando in termini di spread dei rendimenti dei titoli italiani rispetto a quelli dei titoli tedeschi, la dinamica dello spread (da breve a lungo) dovrebbe essere attribuita alla componente “remunerazione del rischio”, perché la dinamica dei tassi privi di rischio, nell’ambito dell’Europa, dovrebbe essere omogenea e quindi già assunta nella dinamica dei tassi sui Bund<strong>[1]</strong>. Tuttavia,  va sottolineato che se lo spread  è costante (o decrescente) non significa che i titoli a maggiore scadenza sono considerati ugualmente (o meno) rischiosi, perché  il premio  per il rischio (supposto dal tasso) aumenta per effetto della capitalizzazione su un numero di anni maggiore. Quando attualizzo per esempio il flusso connesso al rimborso dei titoli fra dieci anni (ipotizziamo per semplicità titoli zero coupon), elevo a 10 anni sia la componente risk-free del tasso,  che la componente “compenso del rischio”  e quindi la correzione che opero per questa via sul flusso è maggiore, pur se lo spread è costante. A titolo di esempio, semplificando al massimo i calcoli, supponendo un tasso sui Bund a 2 anni del 4% e a 10 anni del 6% (cioè una struttura per scadenza crescente dei tassi privi di rischio),  e un tasso sui BTP italiani di corrispondente scadenza pari rispettivamente a 8%  e 9%, quindi uno spread decrescente da 4 (8% - 4%) a 3 (9% - 6%) punti percentuali, si può dimostrare che la penalizzazione che i titoli a 10 anni subiscono per effetto del rischio paese assegnato ai titoli dal mercato (rischio di insolvenza dell’Italia) è maggiore di quella dei titoli a 2 anni. Infatti, nel primo caso il flusso risk-adjusted è pari al 76% del flusso rischioso, contro il 93% nel secondo caso<strong>[2]</strong>. Analogamente, se anche ipotizzassimo uno spread a 10 anni ancora più basso (per esempio l’1%), il flusso risk-adjusted sarebbe del 91%, cioè una correzione che è ancora maggiore di quella dei titoli a 2 anni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Secondo esempio. Il ministro Fornero ha presentato (sul numero 10/2011 di <em>Italiani-Europei</em> e pubblicato per ampi stralci su La Repubblica del 26 novembre 2011) un suo studio sull’equità e sostenibilità del sistema pensionistico attualmente vigente in Italia, da cui parte il suo disegno di riforma del sistema pensionistico italiano. Ipotizza un sistema integralmente contributivo, che definisce oggettivo, e che porrebbe pari il valore attuale atteso dei benefici pensionistici ai quali l’individuo ha diritto (la somma oggi equivalente al valore complessivo dei trasferimenti previdenziali di cui l’individuo godrebbe data l’attuale aspettativa media di vita) al montante contributivo versato, dalla Fornero definito come saldo disponibile di un ipotetico conto corrente in cui l’individuo abbia depositato, senza mai ritirarli, i contributi previdenziali versati lungo la vita lavorativa. Definisce, il ministro, un indicatore (PVR= present value ratio) che rapporta, alla data della pensione, i due valori sopra definiti, precisamente il primo al secondo. Se l’indicatore è uguale a 1, il sistema è equo (oggettivamente equo, ci rassicura il ministro) e finanziariamente sostenibile dal punto di vista della comunità. Se maggiore di 1 privilegia il pensionato, a scapito delle generazioni future, se minore di 1 lo penalizza. La Fornero, basandosi sulle simulazioni svolte nel centro di ricerca CERP, dimostra che l’attuale sistema retributivo genera valori del PVR che vanno dall’ 1,5 al 3,5 a seconda dell’ente previdenziale considerato e quindi del tipo di mestiere del pensionato considerato: privilegerebbe, dunque,  oltre misura i lavoratori che vi appartengono, a scapito delle future generazioni, facendogli guadagnare tassi di rendimento rispettivamente del 50 e 250%. Lo studio ci pare presenti alcune lacune di metodo gravi, come chiaramente evidenziato già da alcuni (Jaccod, <a target="_blank" href="http://nonsolofinanza.posterous.com/">A proposito dei benefici pensionistici</a>):</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• il valore del PVR risulta molto sensibile al tasso utilizzato per calcolare montante e valore attuale, rispettivamente posti al denominatore e al numeratore del rapporto: quindi, non è un indicatore che possa essere definito oggettivo, come viene dichiarato. Un tasso maggiore riduce il numeratore (valore attuale delle pensioni future) e alza il denominatore (montante dei contributi versati). L’effetto,  inoltre,  non è uguale sulle due grandezze, perché le rendite hanno durata diversa. La sensibilità al tasso è infatti maggiore nel caso di una rendita di 40 anni (i contributi versati) rispetto ad una rendita di 15 anni (le pensioni attese). A titolo di esempio, passando da un tasso nominale (perché applicato a flussi nominali) del 2% ad uno del 4,5% e ipotizzando ammontari dei contributi e della pensione coerenti con gli attuali std retributivi di un lavoratore di medio reddito, il PVR passa da 1,7 a 0,85 , che significa che il nostro ex lavoratore di medio reddito si trasforma da pensionato privilegiato e affamatore delle generazioni future ad un lavoratore frodato dal sistema previdenziale;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• il tasso usato nelle simulazioni  è dell’1,5% reale, posto pari, viene detto, al tasso di crescita dell’economia (tasso definito come l’unico finanziariamente sostenibile). Ma perché, dal punto di vista dell’equità del singolo lavoratore, dovrebbe essere diverso dal costo opportunità del capitale (in finanza aziendale è definito come il tasso di rendimento di impieghi alternativi di pari durata e rischio) che l’individuo, singolarmente, avrebbe potuto lucrare investendo i contributi versati, e a cui rinuncia dopo il pensionamento, quando cioè comincia a prelevare mensilmente per campare?  In altre parole, perché convincerlo a versare i contributi all’INPS o all’INPDAP percependo solo un tasso reale dell’1,5% (non si capisce peraltro dallo studio quale tasso nominale sia stato usato) quando, da solo, avrebbe potuto investirli ad un tasso mediamente maggiore?  La media  dei  tassi medi annui risk-free EURIRS (per prestiti a 30 anni) nell’ultimo decennio è pari al  4,7%  e tassi nominali ben maggiori hanno lucrato i BTP di pari scadenza nei decenni precedenti;</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• usa un tasso uguale per capitalizzare i contributi versati e per attualizzare le pensioni future da percepire: i flussi rispettivi non sono però omogenei e confrontabili in termini di rischio. I contributi versati, alla data del pensionamento, sono certi (e lo sarebbero anche gli interessi prodotti),  mentre incerti sono i flussi delle pensioni future. Sono incerti sia come durata (vita residua dopo la pensione del lavoratore e di eventuali familiari candidati alla reversibilità: usare la vita media attesa, determinata sulle tavole attuariali, come fa la Fornero,  non risolve affatto il problema dal punto di vista del singolo lavoratore),  che come ammontare; dopo la morte del lavoratore, infatti, l’entità delle somme percepite dipende dalla presenza e dal legame di parentela dei familiari su cui potrebbe scattare la reversibilità. Inoltre, rischi derivano per ammontare e durata delle pensioni future anche da cambiamenti futuri della legislazione pensionistica, se intaccassero anche i diritti acquisiti (come,  peraltro,  accade con questa riforma).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Cade,  con ogni evidenza,  la presunta oggettiva equità del sistema contributivo descritto, se non tiene conto correttamente ed analiticamente degli aspetti citati, a cui va aggiunta la necessità di considerare flussi al netto delle imposte, essendo le aliquote fiscali degli interessi sui contributi differenti dai prelievi sui pagamenti delle pensioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Terzo esempio.  Una critica recente bipartisan  è quella all’eccessiva finanziarizzazione dell’economia mondiale. La finanza ne risulta demonizzata, come causa principale della crisi recente. Per misurare l’eccesso di finanziarizzazione si ricorre al confronto (si vedano, come esempi, Fumagalli, <em>Il diritto al default come contropotere finanziario</em>, <em>Il Manifesto</em>,  1 settembre 2011 e Panara, <em>Se la finanza si mangia l’economia,</em> <em>La Repubblica – Affari&amp;Finanza</em>, 23 gennaio 2012) tra PIL mondiale (74 mila miliardi di dollari nel 2010), valore del mercato obbligazionario mondiale (95 mila miliardi di dollari), valore delle borse mondiali (50 mila miliardi di dollari), valore dei derivati (466 mila miliardi di dollari) e si conclude che la finanza muove in aggregato 8 volte la ricchezza prodotta in termini reali. Ora, un primo errore si commette nel confrontare grandezze flusso (il PIL) con grandezze fondo (il valore dei mercati obbligazionario, azionario e dei derivati), distorcendo la prospettiva dell’analisi. Ma questo è solo un errore veniale (che però conferma le già citate carenze di finanza aziendale). Più grave è l’errore che si commette demonizzando la finanza tout court e  oscurando per questa via quello che è il vero problema: cioè non la finanza in quanto tale, ma l’uso vizioso e distorto che se ne fa, cioè gli “eccessi” della finanza. La finanza, quando è al servizio dell’economia reale, come fisiologicamente dovrebbe essere, non è negativa. Se i mercati finanziari servono a convogliare il denaro degli investitori verso gli impieghi produttivi, la finanza supporta lo sviluppo dell’economia reale. Le obbligazioni societarie servono a finanziare gli impieghi delle imprese e la borsa dovrebbe servire a raccogliere denari sul mercato per finanziare con capitale paziente gli investimenti reali delle imprese, soprattutto quelli strategici, di maggiore durata e di maggiore rilevanza per il loro <em>core business</em>. Quindi il problema non è la dimensione di questi mercati, se, come dovrebbe essere, a fronte di questi valori ci sono gli asset reali delle imprese, che da qualche parte devono trovare i capitali per essere finanziati. L’aspetto negativo è un altro. La borsa, negli ultimi anni, per esempio in Italia, non finanzia più l’industria e i servizi non finanziari, cioè l’economia reale. Per tutta una serie di ragioni (per le quali rinviamo alla puntuale analisi condotta da Coltorti  per lo studio  Consob sui 150 anni di borsa in Italia)<strong>[3]</strong>  il listino telematico copre l’80% delle banche (in termini di totale attivo tangibile di bilancio), circa metà delle compagnie di assicurazione (in termini di premi), e solo il 5% dell’industria e dei servizi (in termini di fatturato): dal listino risultano assenti sia il quarto capitalismo (cioè le medie imprese che rappresentano la punta di diamante della manifattura italiana, quella che esporta nel mondo l’<em>Italian style</em>), che importanti gruppi di dimensione elevata (Riva, Ferrero, Marcegaglia, Perfetti, Barilla, ecc.). In secondo luogo, dal 1997 ad oggi, la borsa italiana non indirizza più il risparmio verso gli impieghi produttivi, ma serve a far tornare agli investitori le somme non impiegate negli attivi delle imprese (tendenze analoghe sono rilevabili anche per le borse del Nord America e dell’Europa): i saldi tra finanza in entrata e finanza in uscita delle imprese quotate sono pesantemente negativi, cioè i dividendi distribuiti superano gli aumenti di capitale e su questi l’incidenza dell’industria è scesa dal 91% del periodo 1977-1986 al 51% nel triennio 2007-2010, a vantaggio delle banche. Oggi la borsa italiana sembra operare una sorta di selezione avversa:  premia chi distribuisce dividendi e riacquista azioni proprie, mentre affonda chi annuncia aumenti di capitale per finanziare sviluppi futuri o risanare gestioni compromesse da alti indebitamenti. Quindi,  le imprese virtuose, che vogliono crescere e svilupparsi, ne stanno alla larga.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Raccogliere denaro a titolo di debito dai risparmiatori emettendo obbligazioni per finanziare gli impieghi produttivi delle imprese non è un male in sè. Male è il conflitto di interessi che induce le banche a svolgere non  proprio virtuosamente il piazzamento sul mercato di queste obbligazioni. Quando, come è avvenuto nel caso Parmalat, tanto per ricordare un esempio recente e doloroso della storia italiana, le banche sono sia creditori (molto esposti) della Parmalat, che collocatori – lautamente  remunerati – presso gli investitori  delle sue obbligazioni, l’azzardo morale è assicurato, in assenza di adeguata regolamentazione: l’emissione delle obbligazioni di Parmalat, a gestione operativa già compromessa  e indebitamento bancario oltre il livello di guardia, servì alle banche per rientrare dei capitali prestati oltrechè per intascare alte commissioni; perché aspettarci che il rischio di insolvenza di quelle obbligazioni (ben chiaro alle banche) fosse altrettanto chiaramente da esse illustrato ai risparmiatori, potenziali investitori, al momento della sottoscrizione?</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Ancora. Finanziarizzazione è anche il cambio di mestiere che le imprese, almeno in alcuni settori, hanno fatto, da produttori di beni e servizi reali a banche, come dimostra la patologica composizione dei loro attivi, sbilanciata verso gli impieghi finanziari. Come esempio facciamo riferimento al settore auto (uno tra i settori maggiormente colpiti dalla crisi 2008-2009 e  maggiormente beneficiato dagli aiuti statali) che, prima della crisi (nel 2006) e  non per effetto della crisi, evidenzia, rispetto a 30 anni prima, una radicale trasformazione della composizione degli attivi di bilancio (dati Ufficio Studi Mediobanca-R&amp;S) per due aspetti:</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• una riduzione marcata dell’attivo immobilizzato e un’incidenza elevata dell’attivo circolante, specchio del trasferimento fuori delle imprese della produzione, terziarizzata</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">• un’incidenza patologicamente marcata degli attivi finanziari, che superano il 70% dell’attivo totale (nella forma di crediti concessi alla clientela per il finanziamento degli acquisti di auto), specchio della “difficoltà di vendere” delle imprese del settore o comunque di politiche aggressive “di gonfiaggio” dei consumi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Questo esempio mostra come la crisi reale ha generato la finanziarizzazione e non l’opposto: i crediti verso i clienti e l’eccessivo indebitamento delle imprese del settore hanno rappresentato un canale di trasmissione della crisi estremamente veloce, traducendo l’insolvenza dei clienti in insolvenza dei produttori.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">In conclusione, la finanza non è la strega da mandare al rogo, ma un sapere molto utile, che andrebbe insegnato nelle università, tutelato e sviluppato nella ricerca, imparato bene e utilizzato meglio, nel  governo delle imprese come in quello del paese, nell’investimento del patrimonio del piccolo risparmiatore, come in quello ben più ricco della previdenza statale.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><em>* Professore ordinario di Finanza aziendale – Università degli Studi di Roma Tre (venanzi@uniroma3.it)</em></p>
<h6></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Ipotizziamo qui per semplicità che il tasso sui Bund sia una proxy accettabile del tasso risk-free.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] La penalizzazione si può calcolare partendo dalla seguente identità:<br />
</span><em>Flusso atteso alla scadenza/(1+r)<sup>n</sup> = equivalente certo del flusso alla scadenza /(1 + tasso risk-free)<sup>n</sup></em><span style="line-height: normal">  , dove r è il tasso che comprende anche il compenso per il rischio e n il numero degli anni alla scadenza, mentre il tasso risk-free non lo contiene.  Nel caso del secondo termine dell’uguaglianza, infatti,  del rischio si tiene direttamente conto nel numeratore, dove al flusso atteso rischioso si sostituisce il suo corrispondente flusso certo, cioè già decurtato per tenere conto del rischio. Dalla uguaglianza, è possibile derivare che </span><em>equivalente certo del flusso alla scadenza/ flusso atteso alla scadenza = (1 + tasso risk-free)<sup>n</sup>/(1+r)<sup>n</sup></em><sup> </sup>: q<span style="line-height: normal">uesto rapporto misura la penalizzazione subita dal flusso per tenere conto del rischio, supposta dal tasso r. Con riferimento all’esempio riportato, se n=10, r=9% e tasso risk-free=6%, il rapporto misura 0,76 (76%), che significa un compenso totale per il rischio del 24% (100-76).</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal"><sup></sup></span></h6>
<h6><span style="font-size: 9px"><span style="line-height: normal"></span></span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[3] Coltorti F., 2011, <em>Borsa, territorio e sviluppo economico (1861-2011)</em>, in Consob, <em>Dall’unità ai nostri giorni: 150 anni di borsa in Italia</em>, Consob.</span></h6>
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		<title>Crisi: per “Economia e Politica” crescita e rigore inconciliabili</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 19:03:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(AGI) - Roma, 26 dic. - &#8220;Crescita e rigore, cioe&#8217; austerita&#8217;, sono inconciliabili&#8221;. E&#8217; il grido d&#8217;allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell&#8217;Universita&#8217; del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all&#8217;Universita&#8217; Roma Tre, che sulla rivista online &#8220;Economia e politica&#8221; contestano le certezze del premier Monti e della sua &#8220;manovra di &#8216;risanamento&#8217; aspramente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(AGI) - Roma, 26 dic. - &#8220;Crescita e rigore, cioe&#8217; austerita&#8217;, sono inconciliabili&#8221;. E&#8217; il grido d&#8217;allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell&#8217;Universita&#8217; del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all&#8217;Universita&#8217; Roma Tre, che sulla rivista online &#8220;Economia e politica&#8221; contestano le certezze del premier Monti e della sua &#8220;manovra di &#8216;risanamento&#8217; aspramente restrittiva&#8221;, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.<br />
&#8220;L&#8217;origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell&#8217;indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita&#8217; non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese&#8221;. Allora, a livello europeo &#8220;l&#8217;unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e&#8217; una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell&#8217;area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu&#8217; grande di quello cinese&#8221;, ma &#8220;porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita&#8217; per rilanciare l&#8217;economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti&#8221;.<br />
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, &#8220;sotto l&#8217;ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza&#8221;, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo&#8217; cosi&#8217; essere sintetizzata: &#8220;Far pagare le tasse a chi puo&#8217; e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c&#8217;e&#8217; invece una emergenza pensioni&#8221;. Insomma, &#8220;l&#8217;equita&#8217; va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno&#8221;, ma anche qui occorre fare attenzione: &#8220;La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l&#8217;attivita&#8217; produttiva e l&#8217;occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche&#8217; non c&#8217;e&#8217; mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo&#8221;. (AGI) Cav</p>
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		<title>Monti e la salvezza italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 15:47:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/ixzofhog0gvc.jpg" style="width: 373px; height: 254px" height="428" width="639" />Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “<a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/">Lettera degli economisti</a>” del 2010 e al più recente <a target="_blank" href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/per-un-cambiamento-della-politica-economica-in-italia-e-in-europa/">documento </a>contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Eppure i segnali che giungono dall’Europa vanno in direzione opposta. Sino all’ultimo vertice dell’Unione sembrava che si intendesse procedere sulla linea di un discutibile scambio implicito tra politiche di austerità e interventi della BCE. Per cui gli effetti devastanti delle politiche di austerità potevano essere almeno in parte mitigati da una politica interventista della BCE. Ma ora sembra che la linea della Merkel sia sempre più forte, peraltro sostenuta dallo stesso Monti, e che anche le possibilità di una azione meno conservatrice della BCE stiano tramontando. Pare resti dunque solo l’austerità sulla scena europea, e anche nelle bozze del nuovo accordo intergovernativo tra i 26 paesi torna la clausola che impone un obbligo rigido alla contrazione del rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno per tutti i paesi che superino la soglia del 60%. E accanto a ciò viene rafforzandosi il principio secondo cui tutte le Costituzioni nazionali dovrebbero introiettare l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico. Una linea, questa, vista favorevolmente dagli economisti ultraliberisti i quali ritengono che in tal modo si possano finalmente imporre “profonde riforme strutturali” nella direzione della flessibilità e delle privatizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Se il quadro dovesse restare immutato, la manovra salva-Italia di Monti condannerebbe il Paese a una profonda recessione e a una crescente instabilità finanziaria – come prevedono oggi numerose analisi macroeconomiche e le stesse agenzie di rating. Gli stessi obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica fissati dal governo, in particolare il perseguimento del pareggio di bilancio, sarebbero destinati ad allontanarsi di continuo, perché la riduzione del PIL (e quindi delle entrate fiscali) che scaturisce dal profilo restrittivo della manovra, sommandosi agli incrementi degli esborsi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, richiederebbe ulteriori manovre restrittive, le quali a loro volta genererebbero ulteriore recessione e speculazione. Questo è il quadro a tinte fosche che sembra di prepararsi per l’Italia, e per gli altri paesi periferici d’Europa, con il rischio di una repentina fine dell’euro, non prima che venga assestato un durissimo colpo agli elementi di socialdemocrazia ancora presenti in Europa.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La strada da seguire sarebbe tutt’altra. Al riparo sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza, in un quadro di politiche fiscali coordinate e finalizzate a contrastare i violenti processi di divergenza territoriale in atto in Europa e a ripristinare meccanismi anticongiunturali, l’Italia avrebbe bisogno davvero di una riforma strutturale. Far pagare le tasse a chi può e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’è invece una emergenza pensioni – l’Inps è in avanzo, e la spesa pensionistica italiana, a differenza di quanto spesso si afferma, non è più elevata, ma comparabile a quella degli altri paesi europei (a riguardo si rinvia a un recente contributo di <a target="_blank" href="http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Pensioni.-Perche-e-giusto-indignarsi-11015">Pizzuti</a>).</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Si fa un gran parlare di bilanciare rigore, equità e crescita, ma frequentemente manca una corretta consapevolezza del rapporto tra questi aspetti. L’equità va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. La crescita declinata – alla stregua della manovra Monti – come incentivi e benefici fiscali alle imprese invece non sostiene l’attività produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi perché non c’è mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo. Per questo crescita e rigore – se inteso quest’ultimo come misure restrittive, cioè austerità – sono inconciliabili, e non potremo avere crescita senza un mutamento del quadro istituzionale europeo e se non ci lasciamo alle spalle le politiche macroeconomiche restrittive.</p>
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		<title>Un vincolo di interesse</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Dec 2011 10:40:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato.jpg" style="width: 335px; height: 302px" height="332" width="493" /><em>Molti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del  3%,  il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE  si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico  non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene  considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tra marzo  1974 e ottobre 1979 i tassi di interesse reali in Italia si sono mantenuti negativi, da un minimo di -1,5% (settembre ’78) a un massimo di -16,5% (dicembre ’74) e la dinamica del debito pubblico, in presenza di tassi di crescita strutturalmente in declino, ma ancora in linea con quelli dei principali <em>partners </em>europei, appare sostenibile.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">  <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-1.jpg" height="399" width="519" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">E’ nel marzo del 1981 che, per la prima volta, i tassi di interesse reali diventano positivi: appena lo 0,3%, che però dopo un triennio diventa 6,4% per poi raggiungere il 7% nel marzo dell’86, l’8% nel ’92 fino a un massimo del 10,2% nella nera estate di quell’anno. Perché? Che cosa accade di particolare nel 1981?</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Succede che la Banca d’Italia, d’intesa con il ministro del Tesoro dell’epoca, abbandona ufficialmente la pratica di porsi come acquirente residuale dei titoli del debito pubblico rimasti eventualmente invenduti alle aste: si tratta del cosiddetto “divorzio”, evento considerato da molti come il possibile inizio di un percorso virtuoso dei conti pubblici e dell’intera economia italiana, costretta a ciò dall’avvio del processo di unificazione monetaria europea che impone un vincolo di cambio per restare dentro il meccanismo del <em>sistema monetario europeo</em>. Da quella decisione, almeno in Italia, la banca centrale accentua la sua caratteristica di istituzione indipendente, dal momento che i governi non potranno più contare sui suoi acquisti di titoli che saranno sottoposti all’unico giudizio del mercato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dal momento che, dopo trent’anni, i governi di alcuni paesi europei sono costretti a ricorrere nuovamente alla Banca centrale, europea stavolta, perché acquisti titoli (ricevendo in cambio un commissariamento in piena regola della sovranità nazionale in materia di politica economica), vale la pena ricordare che il contesto storico in cui si consuma il “divorzio” del 1981 è quello della svolta monetarista della politica monetaria statunitense, e dunque mondiale, che coincide con l’ascesa al vertice della Fed di Paul Volcker (successivamente superconsulente del presidente Obama) il quale guida l’istituzione dall’agosto del 1979 al settembre del 1987 con il preciso obiettivo di combattere l’inflazione, relegando in una posizione subordinata l’altro obiettivo statutario della Banca federale Usa, ossia il sostegno all’occupazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">A partire dalla riunione dell’<em>Open Market Committee</em> del 6 ottobre 1979 i tassi di sconto negli Usa cominciano a crescere, fino a raggiungere livelli stellari nei primi anni ‘80.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-2.jpg" height="332" width="545" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La politica monetaria italiana segue fedelmente il nuovo orientamento dominante e tra l’ottobre del 1979 e il marzo del 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia aumenta il tasso di sconto portandolo dal 10,5 al 19% e lo mantiene a livelli elevatissimi fino alla crisi della lira scoppiata nell’estate - autunno 1992; dal momento che nello stesso periodo il tasso di inflazione crolla dal 16,9% al 4,8%, il risultato è che i tassi di interesse reali diventano positivi.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Al centro della preoccupazione delle banche, allora come oggi, resta l’inflazione: i banchieri non sono generalmente entusiasti di vedersi restituire denaro che valga meno di quanto valesse al momento del prestito, ed è quello che succede con l’inflazione, ma non è possibile escludere una relazione positiva tra interesse  e inflazione<strong>[1]</strong>. Nel 1980 il tasso medio di inflazione (riferita ai prezzi al consumo) per i paesi del G7 fu del 12,7%, solo di poco inferiore al 13,8 toccato nel 1974; nel 1983, dopo lo shock delle politiche monetariste,  l’inflazione era scesa al 4,7%, ma contemporaneamente, per effetto di una crescita depressa dalle politiche di segno restrittivo, l’economia dei paesi occidentali conobbe (1982) la prima recessione in assoluto del dopoguerra con la diminuzione, seppur lieve, del reddito e della produzione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Proprio nel 1982 si manifestano i primi contraccolpi del “divorzio” con ripetuti sconfinamenti dal limite legale di utilizzo della linea di credito in conto corrente di cui il Tesoro beneficia presso la Banca centrale. Che cosa successe allora, e che cosa potrebbe succedere ancora? Che proprio poco dopo aver deciso di “legarsi le mani” per quanto riguarda l’emissione di titoli del debito pubblico l’economia occidentale era entrata in recessione e il governo non aveva tutti gli strumenti con cui combattere le conseguenze della fase negativa del ciclo. Il governo dell’epoca investì del problema il Parlamento, che autorizzò con una legge Bankitalia a concedere al Tesoro un’anticipazione straordinaria temporanea.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma il vero contraccolpo del “divorzio” sull’economia italiana dei primi anni ottanta fu – come anticipato sopra - il brusco innalzamento dei tassi di interesse reali. Finì di colpo una condizione economica che durava dal 1972; ancora nel 1980, in Italia, il tasso di interesse depurato dall’inflazione osservata ex post (oltre il 20%), era negativo per qualcosa come cinque punti percentuali; nei tre anni successivi l’interesse divenne positivo per valori compresi tra il 2 e il 3%, fino a superare il 6% nel 1984: in quell’anno la spesa per interessi rappresentava  il 12% del Pil italiano. Successivamente, anche se il rapporto tra deficit e Pil cominciava a calare (nel grafico a salire verso lo zero)  i tassi di interesse italiani continuavano ad essere più alti che altrove in termini reali, e questo per sostenere la parità del cambio all’interno dello <em>SME</em>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato-3.jpg" style="width: 564px; height: 444px" height="444" width="640" /></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La ragione riguarda la competitività: in un contesto in cui l’inflazione domestica è più elevata, il cambio reale si apprezza e i conti con l’estero si deteriorano, e dunque i tassi di interesse elevati servono a finanziare il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti. E’ dunque il vincolo estero il problema, non il vincolo di spesa, e la dinamica del debito pubblico italiano della seconda metà degli anni ’80 mostra il punto; nonostante comportamenti  “virtuosi” (la stabilizzazione o il miglioramento del rapporto deficit/Pil) la componente rappresentata dal tasso di interesse gioca un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile o esplosiva la dinamica complessiva del debito, e l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo prima e nell’eurozona poi, non sembra avere conseguito risultati risolutivi, visti gli esiti attuali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Durante i “terribili” anni settanta, quelli dei tassi di interesse reale negativi e della politica monetaria accomodante, il tasso di risparmio privato delle famiglie italiane superava il 31% del reddito nazionale (media periodo 1976-79); gli investimenti contavano per il 25% del Pil e la differenza positiva serviva a coprire un disavanzo di bilancio che oscillava annualmente tra il 5 e il 6%. Negli anni ottanta dei tassi di interesse reale positivi la quota di investimenti sul Pil cade dal 25 al 21% per continuare la sua diminuzione (proxy dell’accumulazione) durante gli anni novanta (17,5% nel 1996); nello stesso tempo diminuisce la quota di risparmi privati che perde sei punti in un decennio passando dal 32 al 26% (oggi è all’11%).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">La conclusione di questo breve ragionamento è che politiche fiscali recessive che arrivino al punto di scrivere in Costituzione il vincolo al pareggio di bilancio non solo sono controproducenti sul piano della crescita – qualsiasi punto di vista si abbia a riguardo della sua desiderabilità -  ma non costituiscono nemmeno un impedimento assoluto alla crescita del debito pubblico perché non tengono conto del ruolo del tasso di interesse. Un sacrificio inutile, in altre parole, se non si mette in discussione il dogma del mercato come istituzione capace di garantire in ogni circostanza il “prezzo giusto” a merci o a obbligazioni finanziarie. Dal momento che in una economia di mercato non c’è alcuna garanzia che il sistema raggiunga spontaneamente la piena occupazione del lavoro non solo nelle fasi cicliche negative, ma in generale in media sul ciclo, la spesa pubblica anche in disavanzo è e resta uno strumento fondamentale per il raggiungimento del pieno impiego ed è quindi insensato e pericoloso legarsi le mani. L’unica disciplina di bilancio che veramente serve a un paese riguarda la qualità e l’equità della politica fiscale, sul versante delle spese come su quello delle entrate;  i mitici “mercati” sono in grado di mandare – al più – segnali quantitativi: spendere meno o imporre più tasse, indipendentemente da chi paga e per che cosa si spende.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Rivedere lo statuto della Bce istituendo una norma per cui i rendimenti dei titoli del debito pubblico non possono eccedere un limite massimo che corrisponde al tasso effettivo di crescita dei paesi europei ribalterebbe il piano del discorso spostando sui banchieri centrali l’onere dell’adeguamento costituzionale.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><em>* <span style="line-height: 20px; font-family: 'Times New Roman', serif" class="Apple-style-span">Università di Teramo</span></em></p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Se questa proposizione appare ragionevolmente sostenibile sul piano microeconomico, c’è da aggiungere che – su un livello macro - esiste letteratura (sebbene non ampia) ed evidenza empirica secondo cui l&#8217;aumento </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">dei tassi di interesse monetari può generare effetti inflazionistici, a </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">ragione del fatto che - in contesti non concorrenziali - il suo aumento è </span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">un aumento delle passività finanziarie, dunque dei costi e dei prezzi.</span></h6>
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		<title>L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 11:25:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/de-leo.jpg" style="width: 384px; height: 298px" height="490" width="636" />1. L’esito della recente asta dei titoli pubblici tedeschi ha sollevato un interessante dibattito intorno alle specificità del meccanismo di collocamento dei titoli pubblici che sembrano distinguere la Germania dagli altri paesi dell’eurozona. Il dibattito prende spunto dai dettagli presenti nel resoconto ufficiale della procedura d’asta, laddove si comunica che sono stati emessi tutti i 6 miliardi di euro di titoli inizialmente previsti dal governo, ma al contempo si afferma che – di questi – solamente 3,6 sono stati collocati presso investitori privati. Si tratta dunque di capire esattamente cosa è successo a quei 2,4 miliardi di euro di titoli residui, che sono stati dichiarati emessi, ma non sono stati sottoscritti dai partecipanti all’asta.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il resoconto ufficiale dell’asta definisce quella particolare quota dell’emissione come “Ammontare messo da parte per operazioni sul mercato secondario”. Dunque il 40% dei titoli emessi è stato trattenuto con lo scopo di essere successivamente venduto sul mercato secondario: una quota consistente dei titoli è stata, in altri termini, emessa ma non collocata presso gli investitori privati. Una simile operazione sembra possibile solamente qualora si ammetta l’intervento della Bundesbank, che avrebbe sottoscritto una parte della nuova emissione – come suggeriscono numerosi commentatori<strong>[1]</strong>. Ciò significherebbe che la Germania opera al di fuori delle regole comuni dell’eurozona<strong>[2]</strong>, ossia in deroga a quegli stessi principi che hanno impedito, ad esempio, alla Banca Centrale Greca di intervenire a sostegno dei titoli pubblici ellenici tra il Dicembre 2009 ed il Maggio 2010, quando la spirale nei tassi di interesse pretesi dai mercati finanziari internazionali in sede d’asta ha di fatto costretto Atene a ricorrere ad un prestito istituzionale, vincolato all’adozione delle cosiddette misure di austerità. L’“eccezione tedesca” alle regole europee sull’emissione di titoli del debito pubblico appare ancora più significativa se si considera che la pratica di trattenere una quota (anche consistente) dell’emissione “per operazioni sul mercato secondario” non costituisce affatto un’anomalia nelle ordinarie operazioni di collocamento dei <em>bund</em>, ma ne rappresenta piuttosto il regolare funzionamento: come illustrato dal seguente grafico, la Germania trattiene regolarmente una quota delle emissioni, esattamente come accaduto in quest’ultima, discussa, asta di <em>bund </em>decennali.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"> <img border="0" src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/de-leo.jpg" style="width: 552px; height: 455px" height="490" width="636" /></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Cercheremo di dimostrare che la Bundesbank sostiene attivamente il collocamento dei titoli pubblici tedeschi, esercitando un’influenza dominante sul prezzo dei titoli di nuova emissione, senza però ricorrere alla sottoscrizione degli stessi sul mercato primario, ma articolando il proprio intervento in modo tale da aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e praticare di fatto il finanziamento diretto del debito pubblico tedesco.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">2.Iniziamo col dire che il dibattito sull’asta dei titoli tedeschi ha il grande pregio di restituire il meccanismo di emissione dei titoli pubblici – fatto di regolamenti, prassi e rapporti di forza tra governi, banche private nazionali e internazionali – ad un contesto istituzionale più complesso di quella ‘forma di mercato’ che gli viene attribuita dalle istituzioni europee, e che giustifica il divieto di acquisto dei titoli pubblici imposto alle banche centrali, chiamate appunto a non interferire con il regolare funzionamento del mercato del credito.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Vogliamo capire come sia possibile che un titolo pubblico venga emesso, ma non collocato. Precisiamo innanzitutto cosa si intende per collocamento: un titolo si definisce collocato quando viene sottoscritto per la prima volta. L’ufficio governativo responsabile dell’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco è l’Agenzia per il debito (<em>Finanzagentur</em>), la quale gestisce le procedure d’asta e poi trattiene i titoli non collocati presso quella platea di investitori privati che hanno l’accesso riservato al mercato primario, platea costituita da una quarantina di banche e società finanziarie tedesche ed internazionali. L’idea, suggerita da molti commentatori, che i titoli non collocati vengano di fatto sottoscritti dalla banca centrale tedesca è stata immediatamente contestata, poiché sembra scaturire da una errata interpretazione del particolare ruolo svolto da quest’ultima all’interno del processo di emissione dei titoli. Come vedremo, sebbene sia effettivamente possibile confutare la tesi secondo cui la Bundesbank sottoscrive i titoli pubblici tedeschi direttamente sul mercato primario, la banca centrale tedesca può contare su altri e diversi canali per intervenire sui titoli di nuova emissione, con risultati assolutamente equivalenti all’azione diretta sul mercato primario.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La Bundesbank agisce per conto dell’Agenzia per il debito tedesca in qualità di “banca custode e non di prestatore di ultima istanza”, come sostiene Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore del 26 Novembre 2011: i titoli trattenuti risultano in sostanza congelati presso la banca centrale tedesca, senza che questa corrisponda al governo alcuna somma di denaro in cambio, ossia senza che quei titoli risultino effettivamente sottoscritti. Spiega ancora la Bufacchi: “L`agenzia del debito tedesco riprende poi quei titoli invenduti e li ricolloca in <em>tranche </em>sul secondario, nell`arco di qualche giorno o in casi di mercati ostici di qualche settimana.” Dunque sembra, a prima vista, che la Germania non stia procedendo alla cosiddetta ‘monetizzazione’ del debito pubblico. A confermare questa interpretazione interviene anche la prestigiosa rivista <em>The Economist</em>, pubblicando sul proprio sito l’articolo <em>Fun with bunds</em> in cui, “per evitare che i <em>bloggers</em> passino molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, si affida la soluzione al dilemma alle parole di un rappresentate della PIMCO, una delle più importanti società private di investimento a livello internazionale: “La <em>Finanzagentur </em>ha emesso solamente 3,6 miliardi in cambio di liquidità. Loro hanno collocato 3,6 miliardi sul mercato ed hanno trattenuto 2,4 miliardi sui loro libri contabili. In futuro potranno vendere l’ammontare trattenuto sul mercato secondario, ottenendo la corrispondente liquidità. Potreste aver letto che la Bundesbank ha acquistato la quota dell’emissione che non è stata collocata in asta; ciò non è corretto. La Bundesbank non sta finanziando la Germania; opera semplicemente come un’agenzia per la <em>Finanzagentur</em>.”</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La pratica dell’Agenzia tedesca per il debito, consistente nel trattenere una quota dell’emissione, viene dunque presentata, molto semplicemente, come un metodo per procrastinare il collocamento di quei titoli, in attesa di più favorevoli condizioni sui mercati finanziari: una mera questione di <em>tempo</em>, poiché i titoli emessi ma non anche collocati saranno, prima o poi, effettivamente collocati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">3. Dopo aver “passato molto tempo immersi nei meccanismi d’asta delle obbligazioni europee”, è forse possibile mettere in discussione la validità di questa lettura del problema, ed incentrare l’interpretazione del particolare meccanismo di emissione dei titoli pubblici tedeschi non tanto sul ‘quando’ i titoli trattenuti verranno sottoscritti, quanto piuttosto sul ‘dove’ quei titoli verranno poi, effettivamente, collocati.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La struttura istituzionale conferita generalmente agli odierni processi di emissione dei titoli del debito pubblico si fonda su una netta distinzione tra il mercato primario, dove i governi collocano i titoli di nuova emissione, ed il mercato secondario, dove i titoli già emessi possono essere liberamente scambiati. Tale distinzione è rilevante, all’interno della cornice istituzionale dell’eurozona, poiché il Trattato di Maastricht (comma 1 art. 101<strong>[2]</strong>) vieta esplicitamente alle banche centrali dell’eurozona l’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi membri solamente sul mercato primario: la BCE e le banche centrali dei paesi membri sono dunque lasciate libere di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi membri dell’eurozona sul mercato secondario, e siamo certi che stiano operando in questo senso quantomeno a partire dal Maggio 2010, nel contesto del Securities Markets Programme<strong>[4]</strong>. Si noti come la chiara distinzione tra mercato primario e mercato secondario, ovvero la regola per cui sul mercato secondario possono essere scambiati solamente titoli già emessi sul mercato primario, sia il presupposto della logica seguita dalle istituzioni europee, le quali prevedono contemporaneamente il divieto imposto da Maastricht, che si riferisce al mercato primario, ed il Securities Markets Programme, che limita al mercato secondario la libertà di intervento delle banche centrali. Nelle parole dell’allora Governatore della BCE Trichet: “le nostre azioni sono pienamente conformi al divieto di finanziamento monetario [del debito pubblico] e dunque alla nostra indipendenza finanziaria. Il Trattato vieta l’acquisto <em>diretto</em>, da parte della BCE, dei titoli del debito emessi dai governi. Noi stiamo acquistando quei titoli <em>solamente sul mercato secondario</em>, e dunque restiamo ancorati ai principi del Trattato”.<strong>[5]</strong></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Alla luce di quanto detto circa la pratica – operata negli anni dalla Germania – di destinare una quota rilevante delle emissione ad operazioni sul mercato secondario, risulta evidente che, quando consideriamo il mercato dei titoli pubblici tedeschi, la distinzione tra mercato primario e mercato secondario si fa quantomeno labile: tramite la quota di titoli di nuova emissione regolarmente trattenuta dall’Agenzia del debito, infatti, la Germania è in grado di collocare i propri titoli del debito pubblico direttamente sul mercato secondario. Ciò è rilevante perché se il mercato primario dei titoli pubblici è esplicitamente riservato, in tutti i paesi dell’eurozona, ad un gruppo di investitori privati, sul mercato secondario operano – accanto agli investitori privati – anche le banche centrali dei paesi membri. Questo significa che il tasso di interesse che si determina sul mercato primario può essere spinto al rialzo da una carenza di domanda di titoli che non ha ragione di esistere sul mercato secondario, laddove l’azione della banca centrale implica una domanda potenzialmente infinita per i titoli pubblici: sul mercato primario, dove non operano le banche centrali, può sussistere una situazione di eccesso di offerta di titoli che conduce ad un rialzo nei tassi di interesse, quale quello osservato in Grecia nei primi mesi del 2010, ed in Italia a partire dall’Agosto 2011, mentre sul mercato secondario l’intervento della banca centrale ha il potere di creare tutta la domanda necessaria a spingere al ribasso il rendimento dei titoli pubblici. Pertanto, il semplice fatto che il collocamento dei <em>bund </em>di nuova emissione avvenga, in parte, direttamente sul mercato secondario ha un impatto significativo sul tasso di interesse dei titoli pubblici tedeschi, garantendo alla Germania un minor costo dell’indebitamento pubblico, a prescindere dalla possibilità (pure presente) che i titoli di nuova emissione collocati sul mercato secondario vengano sottoscritti direttamente dalla Bundesbank. La particolare struttura istituzionale del processo di emissione dei titoli pubblici tedeschi sopprime di fatto la distinzione tra mercato primario e mercato secondario, aprendo lo spazio per il finanziamento del debito pubblico tramite la banca centrale – spazio negato agli altri paesi membri dell’eurozona.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Il complesso meccanismo di emissione dei titoli pubblici appena descritto consente alla Germania di proporre, in asta, un tasso dell’interesse molto basso, come avvenuto il 23 Novembre: se gli investitori privati si rifiutano di sottoscrivere i titoli del debito pubblico tedeschi a quei tassi, giudicati poco remunerativi, lo Stato trattiene la quota dell’emissione non collocata e procede, successivamente, al collocamento di quei titoli sul mercato secondario, dove l’azione della banca centrale è in grado di orientare i livelli del tasso dell’interesse vigente, o addirittura di tradursi in un intervento diretto, con la Bundesbank che sottoscrive i titoli del debito non collocati sul mercato primario. In assenza di un simile meccanismo, i governi sono costretti ad accettare il tasso di interesse che gli investitori privati pretendono sul mercato primario, laddove la loro disponibilità a sottoscrivere i titoli pubblici rappresenta l’unica possibilità che lo stato ha di finanziare il proprio debito. L’“eccezione tedesca” può essere concepita come un metodo che permette di aggirare i divieti imposti dal Trattato di Maastricht, e viene da chiedersi per quale motivo gli altri paesi dell’eurozona non si siano dotati di un simile dispositivo, capace di arginare le pretese dei mercati finanziari internazionali sui rendimenti dei propri titoli pubblici.</p>
<h6><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[1] Alesina e Giavazzi sul Corriere dela Sera del 24 Novembre 2011 affermano che “l’asta dei Bund è stata sottoscritta solo grazie alla Bundesbank che ha acquistato il 40% dei titoli offerti da Berlino.”. Lo stesso giorno, simili affermazioni compaiono sui più importanti quotidiani. Sul Sole 24 Ore Bufacchi sostiene che: “va scartata la maxi-quota, pari al 39% dei 6 miliardi, che è stata sottoscritta dalla Buba [Bundesbank] per essere rivenduta sul secondario per via del peculiare meccanismo usato fin dagli anni 70 nelle aste dei titoli di Stato tedeschi.”; Quadrio Curzio commenta che “senza l’intervento della Bundesbank poteva andare anche peggio” sul Messaggero; Tabellini afferma, sul Sole 24 Ore, che: “la Bundesbank di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza quanto meno in via temporanea nei confronti dello Stato tedesco. I titoli non venduti in asta infatti sono stati assorbiti dalla Bundesbank, che da sempre svolge questo ruolo per garantire la liquidità dei titoli tedeschi.”<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[2] “La banca centrale tedesca ha subito assorbito tutti i titoli invenduti. È esattamente ciò che la Bundesbank stessa non vuole che la BCE faccia con Italia e Spagna. [&#8230;] ha comprato direttamente dal governo, un comportamento in apparenza illegale ai termini del trattato: finanziamento monetario del deficit.” Fubini, Corriere della Sera del 24 Novembre 2011.<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[3] “È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l&#8217;acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.” (Cfr. Versione consolidata del Trattato che istituisce la Comunità Europea, Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee, 24/12/2002, corsivo nostro).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[4] “Nei termini definiti in questa Decisione, le banche centrali dell’Eurosistema possono acquistare […] sul mercato secondario titoli di debito […] emessi dai governi centrali o da enti pubblici dei Paesi Membri e denominati in euro.” (Cfr. Decision of the European Central Bank of 14 May 2010 establishing a securities markets programme, Official Journal of the European Union, 20/05/2010, corsivo nostro).<br />
</span><span style="line-height: normal" class="Apple-style-span">[5] Cfr. Speech by Jean-Claude Trichet, President of the ECB, at the 38th Economic Conference of the Oesterreichische Nationalbank, Vienna, 31 May 2010.</span></h6>
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