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	<title>Economia e Politica</title>
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	<description>Rivista online</description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Jun 2026 13:45:34 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Economia e Politica</title>
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	<item>
		<title>I maestri del pensiero economico. Seconda edizione del corso on line</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/redazione/">Redazione</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 13:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[L'analisi]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È quasi al via la seconda edizione del corso di alta formazione on line organizzato dal Consorzio universitario Promos Ricerche in collaborazione con Economia e Politica, e con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/i-maestri-del-pensiero-economico-seconda-edizione/">I maestri del pensiero economico. Seconda edizione del corso on line</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È quasi al via la seconda edizione del corso di alta formazione <em>on line</em> organizzato dal <em>Consorzio universitario Promos Ricerche</em> in collaborazione con <em>Economia e Politica</em>, e con il patrocinio dell’<em>AISPE</em>, l’Associazione Italiana per la Storia del Pensiero Economico.</p>



<p>Il corso, intitolato “I maestri del pensiero economico”, consiste di <em>dieci lezioni in diretta on line, di 3 ore </em>ciascuna, tenute da autorevoli economisti e storici del pensiero economico delle Università italiane, molti dei quali collaborano a vario titolo con <em>Economia e Politica</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img width="800" height="450" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801.jpg" alt="" class="wp-image-15494" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801.jpg 800w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801-300x169.jpg 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/maestri-pensiero-economico_2ed_2026061801-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>Il corso affronta i grandi interrogativi che da secoli sono al centro della riflessione dei giganti del pensiero economico.</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Che cosa è la ricchezza? Come viene creata? C’è una differenza tra valore e prezzo? Esiste una mano invisibile del mercato? E un equilibrio economico generale? O i mercati sono dominati dallo squilibrio? L’offerta tende a determinare la domanda, o è vero il contrario? C’è una differenza tra crescita e sviluppo? E come si innesca lo sviluppo? La distribuzione del reddito rispetta un principio di efficienza ed equità? O esiste un conflitto distributivo tra classi sociali? Possono essere definiti dei livelli “naturali” della disoccupazione e del pil? Quali sono le conseguenze dell’inflazione? Dove nasce la moneta? E dove muore? Quali sono le funzioni dei mercati monetari e finanziari nell’economia contemporanea? Cosa distingue l’economia monetaria dall’economia di baratto?</p></blockquote>



<p>Quesiti cruciali, al centro delle controversie tra le scuole di economica politica, per la cui piena comprensione è ancora essenziale leggere e discutere le opere dei grandi maestri dell’economia politica. Quesiti per i quali, è bene esserne consapevoli, non esiste un’unica risposta.</p>



<p>Il corso &#8211; il cui <em>coordinamento scientifico è affidato a Riccardo Realfonzo</em>, direttore di <em>Economia e Politica</em> &#8211; proverà a fornire le sue risposte, salendo sulle spalle dei “giganti”.</p>



<p>I maestri su cui si concentreranno le lezioni vanno dal visionario padre del pensiero economico contemporaneo, <em>Adam Smith</em>; al potente fondatore della critica dell’economia politica, <em>Karl Marx</em>; all’elegante sistematizzatore dell’equilibrio economico generale, <em>Leon Walras</em>; al rivoluzionario macroeconomista del Novecento, <em>John Maynard Keynes</em>; fino all’ultima lezione, dedicata a <em>Olivier Blanchard</em>, unico economista vivente considerato, che permetterà di fare un punto sul nuovo pensiero dominante (il “nuovo consenso”) e sui suoi numerosi critici.</p>



<p>Il tutto passando per il più rigoroso degli economisti “classici”, <em>David Ricardo</em>; per l’economista di formazione neoclassica che si scoprì eterodosso, <em>Knut Wicksell</em>; per l’innovatore della moneta e dello sviluppo, <em>Joseph Alois Schumpeter</em>. Naturalmente, non potevano essere trascurati gli straordinari contributi degli economisti italiani, che in questo corso si concentrano su due eccellenze assolute: il lavoro di <em>Piero Sraffa</em> a critica dell’economia politica marginalista e per la riabilitazione della teoria classico-ricardiana; il pionieristico contributo di <em>Augusto Graziani</em> sul circuito monetario, che riprende e fonde le intuizioni di Marx, Wicksell, Schumpeter e Keynes. Da sottolineare che Graziani &#8211; insieme agli indimenticati Luciano Gallino e Pierangelo Garegnani &#8211; fu componente del primo Consiglio Scientifico di <em>Economia e Politica</em>.</p>



<p>Gli studiosi, economisti e storici del pensiero economico, cui sono affidate le lezioni di questo ambizioso corso, sono tra i maggiori esperti del settore, non solo sul piano nazionale.</p>



<p>Ecco di seguito i temi delle lezioni e i relatori:</p>



<ol><li><strong>Adam Smith</strong>. L’origine della ricchezza delle nazioni, tra lavoro comandato e lavoro contenuto (<em>Guglielmo Forges Davanzati</em>, Università del Salento)</li><li><strong>David Riccardo</strong>. I Principi di Economia Politica e la caduta tendenziale del saggio di profitto (<em>Nadia Garbellini</em>, Università di Modena e Reggio Emilia)</li><li><strong>Karl Marx</strong>. D-M-D’, forza lavoro, plusvalore e sfruttamento (<em>Marco Passarella</em>, Università dell’Aquila)</li><li><strong>Leon Walras</strong>. Programma di ricerca neoclassico e teoria dell&#8217;equilibrio economico generale (<em>Guido Tortorella Esposito</em>, Università del Sannio)</li><li><strong>Knut Wicksell</strong>. Interesse naturale e interesse monetario (<em>Stefano Lucarelli,</em> Università di Bergamo)</li><li><strong>Joseph Alois Schumpeter</strong>. Essenza della moneta e sviluppo economico (<em>Lilia Costabile</em>, Università di Napoli Federico II)</li><li><strong>John Maynard Keynes</strong>. Incertezza, domanda aggregata e finance motive (<em>Giuseppe Fontana</em>, Università di Leeds)</li><li><strong>Piero Sraffa</strong>. La produzione di merci a mezzo di merci (<em>Paolo Trabucchi</em>, Università di Roma Tre)</li><li><strong>Augusto Graziani</strong>. La teoria del circuito monetario (<em>Riccardo Realfonzo</em>, Università del Sannio)</li><li><strong>Olivier Blanchard</strong>. Il nuovo mainstream e i suoi critici (<em></em><em>Samuele Bibi</em>, Aalborg University)</li></ol>



<p>Tutte le informazioni sono disponibili nella <a href="https://www.promosricerche.org/dettaglio-attivita/corso-di-alta-formazione-on-line-i-maestri-del-pensiero-economico-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pagina del Consorzio Promos Ricerche</a>.</p>
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		<title>Una fiscalità mission-oriented per la Blue Economy</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/una-fiscalita-mission-oriented-per-la-blue-economy/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=una-fiscalita-mission-oriented-per-la-blue-economy</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/benedetta-coluccia/">Benedetta Coluccia</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/pasquale-sasso/">Pasquale Sasso</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:51:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fiscalità agroalimentare è oggi un nodo strategico per la politica economica, dove sostenibilità, competitività e coesione territoriale si intrecciano. Nel quadro del Green Deal europeo e dell’Agenda 2030, la leva fiscale può assumere una funzione mission-oriented, orientando produzione e consumo verso modelli coerenti con gli obiettivi ambientali e sociali. Il paper analizza criticamente la fiscalità agroalimentare italiana, evidenziandone la frammentazione e la scarsa integrazione con la transizione ecologica, e propone un caso di studio sull’ostricoltura come infrastruttura ecologica. Il confronto con altri Paesi europei mostra l’anomalia italiana, che applica l’aliquota IVA ordinaria del 22% a un settore sostenibile, mentre altrove prevalgono regimi agevolati. Si propone una riforma fiscale selettiva e mission-oriented che riconosca i servizi ecosistemici prodotti dall’ostricoltura, favorendo innovazione, sostenibilità e competitività nella blue economy italiana.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/una-fiscalita-mission-oriented-per-la-blue-economy/">Una fiscalità mission-oriented per la Blue Economy</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>La fiscalità agroalimentare rappresenta oggi un terreno cruciale per la politica economica, in cui si intersecano obiettivi di gettito, redistribuzione, competitività e sostenibilità ambientale (Tabeau et al., 2017). Nel contesto europeo e internazionale, l’<em>Agenda 2030</em> per lo sviluppo sostenibileoffre una cornice strategica entro cui la fiscalità può svolgere un ruolo indiretto ma rilevante (United Nations, 2015). In particolare, il Goal 2 (Fame Zero) promuove sistemi alimentari sostenibili e accesso universale a un’alimentazione sicura e nutriente, obiettivi cui strumenti fiscali mirati possono contribuire sostenendo pratiche agricole resilienti e favorendo l’accessibilità dei beni primari (United Nations, 2015a). Il Goal 12 (Consumo e produzione responsabili) richiama la necessità di ridurre sprechi e di internalizzare le esternalità ambientali, ambito nel quale la leva fiscale si configura come un correttivo essenziale (United Nations, 2015b). Infine, il Goal 13 (Lotta al cambiamento climatico) evidenzia l’urgenza di azioni volte a ridurre le emissioni, obiettivo per il quale la fiscalità ambientale può rappresentare un incentivo decisivo all’adozione di tecnologie e pratiche a basse emissioni (United Nations, 2015c). All’interno del Green Deal europeo (European Commission, 2019), la dimensione agroalimentare trova un perno strategico nella <em>S</em><em>trategia Farm to Fork</em>, che connette in modo esplicito politiche agricole, sanitarie e ambientali (European Commission, 2020). Questa strategia sottolinea il ruolo della leva fiscale e della regolamentazione dei prezzi come strumenti per orientare la domanda verso prodotti più sostenibili, riducendo l’uso di pesticidi, fertilizzanti e antibiotici, e favorendo un modello di produzione circolare. La Farm to Fork si integra con la<strong><em> </em></strong><em>Biodiversity Strategy for 2030</em>, che mette in evidenza l’uso di incentivi fiscali e disincentivi ambientali come leve fondamentali per guidare i comportamenti di produttori e consumatori (European Commission, 2020a)Accanto a questi driver ambientali e sanitari, la fiscalità agroalimentare si innesta anche in politiche a marcata valenza economica. Tra queste, la <em>Politica Agricola Comune</em> (PAC) rimane lo strumento principale di sostegno al settore, con una crescente enfasi sulla condizionalità ambientale e sugli eco-schemi, che in prospettiva possono essere rafforzati da misure fiscali complementari a livello nazionale (European Commission, 2021). Inoltre, il<em>Next Generation EU</em> apre una dimensione di investimento che include incentivi fiscali per innovazione, digitalizzazione e resilienza delle filiere agroalimentari (European Commission, 2020b). Infine, il <em>Piano d’azione per l’economia circolare</em> e la <em>Strategia industriale europea</em> evidenziano la necessità di strumenti fiscali volti a ridurre gli sprechi alimentari e a favorire il recupero delle risorse, promuovendo competitività e autonomia strategica dell’UE nei mercati globali (European Commission, 2020c; 2020d).</p>



<p>In tale prospettiva, la leva fiscale non è più soltanto uno strumento neutro di finanziamento della spesa pubblica, ma può diventare un meccanismo mission-oriented, capace di orientare comportamenti produttivi e di consumo verso traiettorie coerenti con gli obiettivi climatici ed ecologici (Mazzucato, 2018). Questa impostazione trova oggi una legittimazione diretta nel quadro normativo europeo, grazie alla revisione della Direttiva IVA 2006/112/CE operata con la Direttiva (UE) 2022/542. Con tale riforma, il Consiglio dell’Unione Europea ha ampliato le possibilità per gli Stati membri di modulare le aliquote fiscali in chiave ambientale e sociale, consentendo l’applicazione di aliquote ridotte, super-ridotte o persino pari a zero su specifici beni e servizi di interesse pubblico. In questo modo, la fiscalità indiretta viene riconosciuta come leva capace di sostenere obiettivi redistributivi e di sostenibilità, aprendo al tempo stesso la strada all’eliminazione graduale delle agevolazioni concesse a beni e servizi dannosi per l’ambiente. Si tratta di un passaggio cruciale che rafforza la coerenza tra politiche fiscali e traiettorie di transizione ecologica delineate dal Green Deal, ponendo le basi per sperimentazioni innovative anche nel settore agroalimentare.</p>



<p>Il presente lavoro si inserisce in questo filone di ricerca e policy, ponendosi tre obiettivi principali.</p>



<ol type="1"><li>analizzare criticamente l’assetto della fiscalità agroalimentare in Italia, evidenziandone limiti e potenzialità rispetto al contesto europeo;</li><li>confrontare il modello italiano con esperienze fiscali innovative emergenti in altri Paesi dell’UE, dove la leva tributaria è utilizzata non solo come strumento di gettito, ma anche come incentivo/disincentivo alla sostenibilità;</li><li>proporre un caso di studio originale sull’ostricoltura come infrastruttura ecologica, esplorando la possibilità di una riforma fiscale che, attraverso la riduzione selettiva dell’IVA, possa valorizzare i servizi ecosistemici forniti da questa attività, quali il sequestro del carbonio, il miglioramento della qualità delle acque e la protezione della biodiversità.</li></ol>



<h5>2. La fiscalità agricola in Italia</h5>



<p>Il sistema della fiscalità agricola in Italia affonda le sue radici nel Secondo Dopoguerra, in un contesto caratterizzato da forte instabilità dei redditi, frammentazione aziendale e necessità di garantire sicurezza alimentare e coesione territoriale (Fanfani, 2022). In tale scenario, il legislatore optò per un’impostazione semplificata, ancorando la tassazione al reddito catastale, con l’intento di ridurre gli oneri amministrativi in un settore poco capitalizzato e scarsamente strutturato. Questa scelta, codificata nell’articolo 32 del TUIR, ha consolidato nel tempo un regime che determina il reddito agrario sulla base di tariffe d’estimo, sganciandolo dal reddito effettivo d’impresa. Se da un lato ciò garantisce prevedibilità e riduce i costi di compliance, dall’altro limita l’aderenza al principio di capacità contributiva e non fornisce incentivi all’efficienza produttiva né all’innovazione tecnologica e ambientale, con possibili effetti distorsivi nel lungo periodo (Leone, 2024).Sul versante dell’imposta sul valore aggiunto, il settore agricolo beneficia di aliquote ridotte (4% e 10%) su specifiche categorie merceologiche e di regimi forfettari disciplinati dall’articolo 34 della normativa IVA (D.P.R. 633/1972), finalizzati a contenere i prezzi dei beni alimentari di base e a semplificare gli adempimenti (Repubblica Italiana, 1972). Sebbene tale impostazione risponda a logiche redistributive e di sostegno ai consumatori, essa non distingue tra produzioni in termini di impatto ambientale, applicando agevolazioni anche a filiere caratterizzate da un uso intensivo di risorse naturali o da emissioni elevate.Negli ultimi anni, l’architettura della fiscalità agricola italiana si è progressivamente arricchita di nuovi strumenti, che si affiancano al tradizionale impianto catastale e alle agevolazioni IVA. I crediti d’imposta legati alla digitalizzazione e alla transizione ecologica, i pagamenti diretti e gli eco-schemi introdotti dalla nuova Politica Agricola Comune &#8211; definiti dal Regolamento (UE) 2021/2115 &#8211; e le misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno contribuito a sostenere la stabilità dei redditi e a stimolare investimenti nella modernizzazione delle imprese (European Parliament and Council, 2021; Governo Italiano, 2021). Tuttavia, l’insieme di questi interventi non dà ancora luogo a un vero e proprio quadro organico di fiscalità ambientale. La loro efficacia rimane infatti frammentata e solo parzialmente orientata agli obiettivi di mitigazione climatica, di uso efficiente delle risorse e di tutela della biodiversità, che rappresentano oggi priorità imprescindibili nelle strategie europee.</p>



<p>In questa prospettiva, il limite maggiore non è soltanto la frammentazione degli strumenti, ma l’assenza di una visione unitaria che riconosca la fiscalità agricola come infrastruttura strategica del Paese. Un’architettura fiscale coerente potrebbe, infatti, diventare il perno di una <em>politica industriale agroalimentare verde</em>, capace di integrare obiettivi di competitività internazionale, sovranità alimentare e resilienza territoriale. La fiscalità non deve più essere vista come mero correttivo, ma come volano di trasformazione sistemica delle filiere. A ciò si aggiunge una criticità di fondo: il sistema continua a privilegiare una logica compensativa, più attenta a proteggere il settore dalle oscillazioni dei mercati che a incentivare trasformazioni strutturali. Questo approccio rischia di consolidare la dipendenza dagli aiuti pubblici e non favorisce una piena integrazione delle leve fiscali con le politiche industriali e climatiche. Anche la condizionalità ambientale, pur presente in forme crescenti, rimane ancora debole e non sufficiente a spingere verso una transizione sistemica. Se non verrà superata questa impostazione, l’Italia rischia di restare ancorata a un modello difensivo e frammentato, rinunciando a una leva che potrebbe orientare l’agricoltura verso modelli ad alta intensità di conoscenza, sostenibili e competitivi nei mercati globali. Al contrario, una fiscalità mission-oriented consentirebbe di premiare chi investe in innovazione e sostenibilità, di rafforzare la coesione delle comunità rurali e costiere, e di posizionare il Paese come leader europeo nella transizione agroecologica. In questa chiave, la riforma fiscale non è più un tema tecnico, ma un atto strategico di politica economica nazionale, capace di incidere sulla produttività di lungo periodo e sulla resilienza del sistema alimentare nel suo complesso (Kiesel et al., 2022; Kanter et al., 2018; Baldock 2015; 2017; 2020).</p>



<h5>3. Il presupposto fiscale di sostenibilità</h5>



<p>La riflessione sulla fiscalità ambientale trae origine dall’impostazione <em>pigouviana</em>, che individua nelle imposte correttive lo strumento per internalizzare le esternalità negative, integrare i segnali di prezzo e orientare i comportamenti individuali verso esiti più efficienti e socialmente desiderabili (Pigou, 1920). Trasposta all’ambito agroalimentare, questa prospettiva implica la necessità di superare il criterio merceologico tradizionale e di ancorare la tassazione a parametri di impatto ambientale, come le emissioni di gas serra, il consumo idrico o l’uso del suolo (Manta et al., 2023). Tuttavia, l’impostazione pigouviana classica, pur fondamentale, appare oggi incompleta: essa si concentra sulla correzione delle distorsioni, ma non considera il potenziale della fiscalità come leva proattiva di politica industriale e ambientale. L’approccio mission-oriented, sempre più discusso in ambito europeo, suggerisce che le imposte possano essere progettate non solo per disincentivare attività dannose, ma anche per premiare innovazione, resilienza e pratiche ad alto valore sociale ed ecologico, contribuendo a guidare le traiettorie di sviluppo del sistema agroalimentare nazionale. L’Italia continua tuttavia ad applicare un’impostazione categoriale, basata su aliquote ridotte per specifici prodotti alimentari, senza distinguere in base all’impronta ecologica: ciò determina l’assenza di incentivi fiscali a favore delle produzioni sostenibili e la mancata penalizzazione di quelle più inquinanti, con un conseguente disallineamento rispetto alle strategie europee sull’economia circolare e sui sistemi alimentari sostenibili. Questa rigidità rischia di tradursi non solo in una perdita di coerenza ambientale, ma anche in un handicap competitivo per il Paese; mentre altri Stati membri integrano la fiscalità con le loro strategie industriali e climatiche, l’Italia continua a mantenere un sistema di aliquote che non premia la sostenibilità e non riconosce i benefici pubblici generati da filiere virtuose. In un contesto segnato da sfide globali come la sicurezza alimentare, l’adattamento climatico e la dipendenza dalle importazioni, la fiscalità ambientale dovrebbe essere letta come strumento di sovranità economica e resilienza territoriale, oltre che di sostenibilità. Un cambiamento significativo è giunto con la Direttiva (UE) 2022/542, che ha modificato la Direttiva IVA 2006/112/CE, ampliando il margine di discrezionalità degli Stati membri nell’applicare aliquote ridotte, super-ridotte o persino pari a zero a beni e servizi di interesse generale, inclusi quelli legati alla transizione ambientale (European Council, 2006; 2022). Questo aggiornamento apre la strada a riforme nazionali capaci di riconoscere, anche nel settore agroalimentare, i benefici ambientali di filiere a basso impatto. Per l’Italia si tratta di un’occasione cruciale, dove la possibilità di modulare selettivamente l’IVA non è più un’opzione marginale, ma un meccanismo strategico per orientare la domanda interna, sostenere le imprese innovative e favorire la transizione ecologica senza compromettere la competitività. In questo senso, l’allineamento con le direttive europee non deve essere visto come un vincolo burocratico, ma come leva per valorizzare i settori in cui il Paese ha vantaggi naturali e reputazionali, come l’agroalimentare di qualità e la blue economy. Il nuovo Piano d’Azione europeo per l’Economia Circolare (European Commission, 2020c) insiste, a sua volta, sull’uso della leva fiscale per favorire prodotti durevoli, riparabili e a ridotta intensità di risorse, offrendo una cornice che potrebbe essere applicata anche al comparto alimentare attraverso una differenziazione selettiva dell’IVA. Nel dibattito internazionale emergono numerose proposte in questa direzione: diversi Paesi europei stanno considerando l’introduzione di prelievi mirati su prodotti ad alta intensità di emissioni e, parallelamente, la riduzione delle aliquote su alimenti con migliori profili nutrizionali e ambientali. La letteratura economica mostra come tali misure, se accompagnate da strumenti di compensazione per i nuclei a reddito più basso, possano generare benefici ambientali e sanitari senza produrre effetti regressivi eccessivi, contribuendo al tempo stesso a una maggiore coerenza tra politiche fiscali, sociali e climatiche (Dorband et al., 2019; Carattini et al., 2017; OECD; 2019).</p>



<p>Alla luce di queste dinamiche, la sfida per l’Italia non è solo tecnica ma strategica: ripensare la fiscalità agroalimentare in chiave ambientale significa rafforzare la competitività del Made in Italy, attrarre investimenti sostenibili, sostenere la leadership del Paese nei mercati premium e, soprattutto, costruire un nuovo patto tra Stato, imprese e cittadini fondato sulla sostenibilità e sulla giustizia fiscale.</p>



<h5>4. Il meccanismo economico mission‑oriented</h5>



<p>L’approccio mission-oriented attribuisce alle politiche pubbliche una funzione di indirizzo strategico e trasformativo, superando la visione tradizionale che le riduce a strumenti di correzione dei fallimenti di mercato (Mazzucato, 2018). Secondo questa prospettiva, l’azione pubblica deve essere orientata verso obiettivi ambiziosi e di lungo periodo, capaci di mobilitare risorse finanziarie, capacità tecnologiche e innovazione privata intorno a missioni di interesse collettivo. Questa impostazione si fonda sull’idea che le politiche non debbano limitarsi a mitigare i rischi, ma debbano plasmare mercati, tecnologie e filiere produttive, creando nuove opportunità economiche e rafforzando la competitività del sistema Paese. In questo senso, le missioni non sono meri obiettivi ambientali o sociali: esse rappresentano strategie industriali integrate, in cui la fiscalità, insieme alla spesa e alla regolazione, diventa un pilastro di politica economica. Nel settore agricolo e agroalimentare, tale visione trova una traduzione concreta nel tentativo di utilizzare strumenti di spesa, regolazione e fiscalità per accelerare la transizione ecologica, favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici e garantire la sicurezza alimentare, configurando così un modello in cui il sostegno pubblico non è più concepito come compensazione passiva, ma come leva proattiva di trasformazione. In questa direzione si colloca la riforma della Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo 2023–2027, che ha introdotto gli eco-schemi come strumenti innovativi di pagamento mirati a premiare pratiche agricole sostenibili e generatrici di beni pubblici ambientali, quali la rotazione colturale, l’inerbimento, la gestione del carbonio nei suoli, la piantumazione di siepi e lo sviluppo di sistemi agroforestali (Regolamento (UE) 2021/2115). L’elemento innovativo risiede non soltanto nella natura delle pratiche sostenute, ma soprattutto nella logica di condizionalità e di misurabilità che lega parte del sostegno a risultati concreti e verificabili, rafforzando la coerenza tra spesa agricola e obiettivi climatici ed ecologici. Un analogo orientamento mission-oriented si osserva nel dominio blu con l’istituzione del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (EMFAF/FEAMPA) attraverso il Regolamento (UE) 2021/1139, che sostiene investimenti volti a promuovere sostenibilità, tracciabilità, qualità e resilienza climatica delle imprese acquicole. Anche in questo caso l’obiettivo non è soltanto quello di stabilizzare un settore esposto a forti shock ambientali ed economici, ma di orientarne strutturalmente lo sviluppo verso la tutela degli ecosistemi marini e la riduzione dell’impatto ambientale delle attività produttive. A livello nazionale e regionale, i Programmi di Sviluppo Rurale hanno consolidato le misure agro-climatico-ambientali (ACA), basate su impegni pluriennali remunerati per la tutela della biodiversità, la riduzione dell’uso di input chimici, la protezione delle risorse idriche e del suolo (European Parliament &amp; Council, 2021a). L’efficacia di tali strumenti dipende dalla capacità di definire target chiari, predisporre sistemi di monitoraggio credibili e garantire un livello di remunerazione adeguato al costo delle pratiche sostenibili richieste agli agricoltori, evitando così che gli incentivi si riducano a meri trasferimenti compensativi senza reale impatto ambientale. Nonostante questi progressi, permane un significativo disallineamento tra la logica mission-oriented che caratterizza la spesa europea e nazionale e l’assetto della fiscalità italiana. Le aliquote IVA continuano infatti a riflettere criteri merceologici tradizionali, senza considerare i profili di impatto ambientale delle diverse produzioni. Ne deriva un’incoerenza strutturale: da un lato, risorse pubbliche sempre più consistenti vengono destinate a sostenere la transizione ecologica e la produzione di beni pubblici ambientali; dall’altro, il sistema fiscale resta neutrale rispetto a tali obiettivi, continuando ad applicare trattamenti favorevoli anche a filiere caratterizzate da un elevato consumo di risorse e da emissioni significative. Questa contraddizione non è un dettaglio tecnico: essa rischia di indebolire l’efficacia complessiva delle politiche verdi, generando uno spreco di risorse pubbliche e privando il Paese di uno strumento strategico per la competitività, la resilienza territoriale e la leadership europea. In un contesto internazionale in cui gli incentivi fiscali sono utilizzati per attrarre investimenti, stimolare innovazione e rafforzare la sicurezza alimentare, l’Italia non può permettersi che la fiscalità resti ancorata a una logica neutrale e settoriale. In assenza di una riforma che integri la fiscalità nella logica mission-oriented delineata dall’Unione Europea, la capacità dell’Italia di perseguire traiettorie coerenti con il Green Deal e con le missioni di sostenibilità rischia di restare parziale e frammentata. Al contrario, una fiscalità ambientale mission-oriented consentirebbe di trasformare i segnali fiscali in volano di innovazione sistemica, rafforzando la coerenza tra spesa, mercato e comportamenti dei consumatori e consolidando il ruolo dell’Italia come attore guida della transizione agroalimentare europea.</p>



<h5>5. Le ostriche come infrastruttura ecologica</h5>



<p>Le ostriche (<em>Ostreidae</em>) sono organismi bivalvi filtratori che svolgono un ruolo cruciale nei cicli biogeochimici e nella salute degli ecosistemi costieri. La loro capacità di filtrazione consente la rimozione diretta dalla colonna d’acqua di fitoplancton, particolato organico e nutrienti, migliorando la qualità ambientale e riducendo i fenomeni di eutrofizzazione. Un singolo individuo adulto di <em>Crassostrea virginica</em> può filtrare circa 6–7 litri d’acqua all’ora, con capacità massime di oltre 160 litri al giorno a 20 °C (Turner et al., 2019). La riduzione di solidi sospesi e di materia organica migliora la trasparenza dell’acqua e genera effetti positivi a cascata sull’intero ecosistema, favorendo condizioni di equilibrio che sostengono vegetazione acquatica sommersa e comunità ittiche. Oltre alla filtrazione, le ostriche contribuiscono tramite processi di biodeposizione: le feci e i pseudofeci si accumulano nei sedimenti, concentrando carbonio e azoto e stimolando l’attività microbica. Ciò alimenta processi di nitrificazione e denitrificazione bentonica, con picchi di flussi di ammonio fino a 3,5 mmol N m⁻² h⁻¹ e tassi di denitrificazione compresi tra 0,25 e 1,59 mmol N₂–N m⁻² h⁻¹, tra i più alti registrati negli ambienti acquatici (Kellogg et al., 2013). Attraverso questo accoppiamento microbico, l’azoto reattivo viene trasformato in azoto gassoso e rimosso permanentemente dal sistema, garantendo un servizio ecosistemico fondamentale per il contenimento dell’inquinamento da nutrienti. La stessa raccolta commerciale delle ostriche contribuisce a questo processo, rimuovendo nutrienti assimilati nei tessuti e nei gusci: in alcune aree di produzione, il prelievo annuo raggiunge i 38 kg di azoto per ettaro (Dvarskas et al., 2020). Il confronto con altre specie di bivalvi, come i mitili (<em>Mytilus</em>), permette di evidenziare la specificità dell’ostricoltura come infrastruttura ecologica. Sebbene i mitili abbiano un’efficienza filtrante elevata per ettaro grazie alla possibilità di coltivazioni a densità molto alta (fino a 3 milioni di individui/ha), le ostriche garantiscono un contributo unico alla denitrificazione, che nei mitili è minima o assente (Higgins et al., 2011; Chen et al., 2025). Inoltre, mentre i mitili sospesi interagiscono poco con il benthos, le ostriche coltivate a fondo o su reef promuovono una forte interazione con i sedimenti, intensificando i processi di rimozione permanente dell’azoto. Ne deriva che, a parità di nutrienti rimossi per ettaro (30–60 kg N/ha/anno nelle ostriche e 50–80 kg N/ha/anno nei mitili), il valore qualitativo dei servizi ecosistemici ostricoli risulta superiore, poiché combina assimilazione diretta con un processo bentonico di denitrificazione che contribuisce a ridurre l’azoto reattivo a livello di sistema (Kellogg et al., 2013; Dvarskas et al., 2020).</p>



<p>La performance delle ostriche varia anche in relazione alle condizioni ambientali. Studi comparativi dimostrano che a temperature elevate le ostriche possono eguagliare o superare i mitili in termini di volume filtrato per grammo di biomassa, mentre in condizioni fredde (&lt;10 °C) la loro attività rallenta drasticamente, a differenza dei mitili che continuano a filtrare, seppur a tassi ridotti (Comeau et al., 2008; Richard et al., 2022). Ciò implica che la resilienza delle due specie varia in base al contesto climatico e che i benefici ecosistemici dell’ostricoltura sono massimizzati in ambienti temperati. A questi effetti ecologici diretti si aggiunge il ruolo strutturale delle ostriche come ingegneri dell’ecosistema: i loro reef tridimensionali creano habitat complessi che sostengono biodiversità, migliorano la produttività locale e offrono protezione costiera. Le valutazioni di ciclo di vita (LCA) hanno inoltre mostrato che l’ostricoltura possiede un’impronta carbonica molto più bassa rispetto alle principali fonti proteiche terrestri, e inferiore anche ad altre forme di acquacoltura intensiva, in particolare nei sistemi estensivi e a basso input (Froehlich et al., 2018; MacLeod et al., 2020; Parker &amp; Tyedmers, 2015; Ray et al., 2019; MacLeod;2020; Hou, 2025; Dias et al., 2025). Questi dati confermano che le ostriche non sono solo una risorsa alimentare, ma una vera e propria infrastruttura ecologica multifunzionale, capace di generare benefici misurabili in termini di qualità delle acque, cicli biogeochimici, biodiversità e mitigazione climatica. Alla luce di tali evidenze, emerge con chiarezza la necessità di un riconoscimento istituzionale e fiscale dei servizi ecosistemici prodotti dall’ostricoltura. L’attuale sistema di tassazione, ancora ancorato a criteri merceologici, non discrimina in base all’impatto ambientale né premia attività che generano beni pubblici ambientali. In coerenza con la Direttiva (UE) 2022/542, che offre agli Stati membri maggiore flessibilità nell’applicazione di aliquote ridotte o super-ridotte a beni e servizi di interesse generale, una riforma fiscale orientata alla sostenibilità potrebbe prevedere l’introduzione di aliquote IVA agevolate per i prodotti ostricoli, accompagnate da crediti d’imposta ambientali o meccanismi di super-ammortamento per investimenti in qualità delle acque e tracciabilità. In tal modo, la leva fiscale diverrebbe strumento di valorizzazione dei servizi ecosistemici e di promozione di un modello produttivo coerente con le missioni ambientali europee, trasformando l’ostricoltura in un laboratorio esemplare di fiscalità mission-oriented.</p>



<p>Per riassumere i principali indicatori di performance produttiva ed ecologica dell’ostricoltura, la Tabella 1 presenta una sintesi dei servizi ecosistemici associati, delle evidenze quantitative e delle fonti di riferimento, permettendo di visualizzare in forma schematica il ruolo multifunzionale delle ostriche.</p>



<p><strong>Tabella 1 &#8211; Servizi ecosistemici e performance produttive delle ostriche</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="615" height="473" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-8.png" alt="" class="wp-image-15487" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-8.png 615w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-8-300x231.png 300w" sizes="(max-width: 615px) 100vw, 615px" /></figure></div>



<h5>6. I dati di produzione europei</h5>



<p>L’acquacoltura è oggi il settore più dinamico della produzione alimentare acquatica e negli ultimi decenni ha assunto un ruolo centrale per la sicurezza alimentare globale. Secondo i dati FAO (2022), la produzione mondiale ha raggiunto circa 94 milioni di tonnellate di animali acquatici allevati, a cui si aggiungono quasi 37 milioni di tonnellate di alghe, per un valore economico complessivo superiore a 250 miliardi di dollari. Questo dato segna il sorpasso storico dell’acquacoltura sulla pesca di cattura destinata al consumo umano, evidenziando una transizione strutturale nei sistemi alimentari globali.</p>



<p>La crescita del comparto è stata trainata principalmente dall’Asia, che concentra circa l’88% della produzione totale, con la Cina in posizione dominante sia in termini di volume sia di valore. L’Europa, pur con una tradizione consolidata e una forte specializzazione in alcune specie, contribuisce con quote marginali rispetto ai grandi produttori asiatici. Tuttavia, il settore europeo si distingue per l’attenzione alla dimensione qualitativa, alla tracciabilità e alla sostenibilità ambientale, aspetti che rappresentano un elemento competitivo distintivo rispetto al mercato internazionale.</p>



<p>A livello europeo, la produzione aggregata di acquacoltura si è mantenuta pressoché stabile negli ultimi vent’anni, attestandosi intorno a 1,2 milioni di tonnellate l’anno. Nel 2020 il valore della produzione ha raggiunto 3,9 miliardi di euro, con una composizione bilanciata tra pesci (50% in termini di peso) e molluschi e crostacei (49%). La stagnazione produttiva, in contrasto con l’espansione osservata a livello mondiale, è stata riconosciuta come una criticità strutturale già dalla Comunicazione della Commissione del 2002 (“Una strategia per lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura europea”, COM(2002)0511), che fissava obiettivi ambiziosi in termini di crescita della produzione e creazione di posti di lavoro. Questi target, tuttavia, non sono stati raggiunti (European Commission, 2002). Le strategie successive del 2009 e del 2013 hanno quindi puntato su competitività, sostenibilità e semplificazione amministrativa, fino agli Orientamenti strategici 2021–2030, che legano esplicitamente lo sviluppo dell’acquacoltura al Green Deal europeo e alla transizione ecologica (European Commission, 2009, 2013, 2021a).</p>



<p>Nell’Unione europea, la produzione si concentra in pochi Stati membri. Nel 2020 i principali produttori erano la Spagna (24%), la Francia (21%), la Grecia (11%) e l’Italia (10%), che insieme rappresentavano circa i due terzi della produzione complessiva. In termini di valore, però, la Francia occupa il primo posto (22%), seguita da Spagna e Grecia (entrambe 15%) e dall’Italia (9%). Questa distribuzione riflette tanto i vantaggi comparati quanto le specializzazioni nazionali: la Spagna nella mitilicoltura, l’Italia nelle vongole, la Francia nelle ostriche, la Grecia nei pesci marini come orate e branzini.</p>



<p>All’interno del comparto europeo, i molluschi bivalvi hanno un ruolo particolarmente rilevante, costituendo quasi la metà della produzione complessiva. Nel 2020, i mitili rappresentavano il 30% del volume, seguiti dalla trota (17%), dalle ostriche (9%) e dall’orata (8%). La prevalenza dei bivalvi riflette sia le condizioni ecologiche favorevoli di molte aree costiere europee, sia l’elevata domanda di mercato per specie tradizionalmente integrate nella dieta mediterranea e atlantica. Inoltre, il loro allevamento è considerato una delle forme più sostenibili di acquacoltura, grazie al basso impatto in termini di input energetici e all’erogazione di servizi ecosistemici positivi (filtrazione delle acque, miglioramento della qualità ambientale, protezione costiera).</p>



<p><a></a><a></a><a></a><a></a><a></a><a></a>All’interno dei molluschi bivalvi, l’ostricoltura merita un’attenzione specifica, sia per la rilevanza economica crescente a livello globale sia per le particolari dinamiche che caratterizzano il mercato europeo. A livello globale, i dati mostrano una fortissima concentrazione della produzione in Asia, con la Cina in posizione di assoluto dominio e con volumi che superano di gran lunga quelli degli altri Paesi (Tabella 1). Come evidenziato dalla Figura 1, il valore della produzione mondiale ha superato nel 2023 gli 11 miliardi di dollari, con una traiettoria di crescita costante che riflette l’aumento della domanda e l’espansione delle catene del valore legate a questo prodotto (FAO, 2023).</p>



<p><strong>Tabella 2- Primi 10 Paesi al mondo per produzione di ostriche (tonnellate, 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="382" height="344" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-4.png" alt="" class="wp-image-15483" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-4.png 382w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-4-300x270.png 300w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p><strong>Figura 1 – Valore globale della produzione di ostriche (valori in migliaia di USD)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="609" height="287" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1.png" alt="" class="wp-image-15465" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1.png 609w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-1-300x141.png 300w" sizes="(max-width: 609px) 100vw, 609px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>L’Europa, pur incidendo solo marginalmente sui volumi mondiali, assume un ruolo di rilievo in termini di valore e di reputazione. La Figura 2 mostra infatti la presenza della Francia tra i primi cinque Paesi al mondo per valore della produzione. Con circa 90.000 tonnellate annue e oltre 550 milioni di dollari di fatturato, la Francia non compete sul terreno delle quantità, ma si afferma per il posizionamento qualitativo, grazie a standard elevati di tracciabilità, sicurezza alimentare e certificazione. Questo modello dimostra come, anche in un contesto dominato dalle economie di scala asiatiche, sia possibile competere puntando su qualità e reputazione.</p>



<p><strong>Figura 2 – Primi 5 Paesi per valore della produzione di ostriche (migliaia di USD, 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="833" height="504" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5.png" alt="" class="wp-image-15484" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5.png 833w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5-300x182.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-5-768x465.png 768w" sizes="(max-width: 833px) 100vw, 833px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>A livello intra-europeo, la fotografia offerta dalla Figura 3e dalla Tabella 2 conferma una forte polarizzazione: la Francia domina, mentre Paesi come Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Paesi Bassi presentano produzioni ridotte – nell’ordine di poche migliaia di tonnellate – e valori economici compresi tra 5 e 58 milioni di dollari. Questa frammentazione evidenzia da un lato la resilienza di mercati nazionali con tradizioni di consumo consolidate, dall’altro la difficoltà di generare economie di scala e di competere sui mercati globali.</p>



<p><strong>Figura 3 – I maggiori produttori di ostriche in Europa (anno 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="952" height="542" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6.png" alt="" class="wp-image-15485" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6.png 952w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6-300x171.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-6-768x437.png 768w" sizes="(max-width: 952px) 100vw, 952px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p><strong>Tabella 3 &#8211; Valore, volume e prezzo medio della produzione di ostriche in Europa (migliaia di USD, tonnellate e USD/kg, 2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="640" height="254" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-7.png" alt="" class="wp-image-15486" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-7.png 640w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-7-300x119.png 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>Il caso dell’Italia è particolarmente significativo. Come mostra la Figura 4, la produzione rimane stabile e marginale, intorno alle 300 tonnellate annue. Eppure, il prezzo medio delle ostriche italiane raggiunge i 9 USD/kg, il più elevato in Europa (Tabella 2). Questa forbice riflette una strategia produttiva diversa: non la quantità, ma la valorizzazione del legame con i territori (Sacca di Goro, Golfo di Olbia, laguna veneta), con un’offerta di nicchia rivolta a segmenti premium del mercato. Tuttavia, il limite strutturale è evidente: senza un rafforzamento della filiera, il comparto italiano rischia di restare confinato a iniziative locali, senza incidere realmente né sul mercato interno né su quello internazionale.</p>



<p><strong>Figura 4 – Andamento della produzione di ostriche in Italia (tonnellate)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="597" height="303" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png" alt="" class="wp-image-15467" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2.png 597w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-2-300x152.png 300w" sizes="(max-width: 597px) 100vw, 597px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati FAO (2023)</figcaption></figure></div>



<p>In conclusione, le evidenze suggeriscono un settore “a due velocità”: da un lato l’Asia, guidata dalla Cina, caratterizzata da produzioni di massa e da economie di scala; dall’altro l’Europa, e in particolare la Francia, che costruisce la sua competitività su qualità, certificazioni e reputazione. L’Italia, pur con volumi minimi, può trasformare la sua marginalità in un vantaggio competitivo se riuscirà a consolidare il posizionamento di nicchia e a rafforzare le strategie di marketing territoriale. Resta però una criticità di fondo: la scarsa capacità europea di espandere i volumi e di incidere realmente sugli equilibri del mercato globale, dominato da pochi player asiatici.</p>



<h5>7. Il quadro fiscale europeo</h5>



<p>Il regime fiscale applicato alle ostriche nei principali Paesi europei è molto diversificato e riflette non solo differenze nei sistemi tributari nazionali, ma anche approcci divergenti rispetto al ruolo che l’ostricoltura può giocare nella politica alimentare, economica e culturale. L’IVA, oltre a essere uno strumento di gettito, diventa così un meccanismo di politica economica e di governance del settore (Tabella 4). In Francia, primo produttore europeo e quinto al mondo, le ostriche fresche sono soggette a un’aliquota IVA ridotta del 10%. Questa scelta si inserisce in una strategia più ampia di valorizzazione del <em>patrimoine gastronomique</em>, che non riguarda soltanto il sostegno alla filiera, ma anche la salvaguardia di un simbolo culturale profondamente radicato nell’identità nazionale. Al regime fiscale si affiancano politiche pubbliche mirate – investimenti in ricerca e innovazione, promozione del prodotto sui mercati internazionali, strumenti di gestione del rischio in caso di crisi ambientali o sanitarie – che creano un ecosistema competitivo. Non a caso, la Francia non solo guida la produzione europea (oltre 90.000 tonnellate annue), ma primeggia anche in valore, superando i 550 milioni di USD. L’aliquota agevolata, quindi, va letta come parte integrante di una politica industriale del mare, che lega fiscalità, cultura e sviluppo territoriale. L’Irlanda adotta un’impostazione opposta ma altrettanto significativa: le ostriche fresche e non trasformate rientrano nell’aliquota zero, mentre i prodotti trasformati si collocano al 9%, con un’aliquota standard al 23%. Tale regime ha un duplice effetto. Da un lato sostiene i consumatori interni, abbattendo i costi di accesso a un prodotto che, pur essendo percepito come pregiato, è anche parte integrante della tradizione alimentare locale. Dall’altro, rafforza l’orientamento all’export di un settore che, con oltre 10.000 tonnellate annue, ha sviluppato relazioni commerciali consolidate con mercati esteri ad alta capacità di spesa. In questo senso, l’IVA a zero non è solo una misura fiscale, ma uno strumento di politica industriale e commerciale che favorisce la competitività internazionale. Il Portogallo applica un’aliquota ridotta del 6% alle ostriche fresche, coerente con quella riservata agli alimenti di prima necessità. L’approccio riflette una visione della fiscalità come strumento di tutela della sovranità alimentare e della tradizione culinaria, in particolare nelle regioni costiere come l’Algarve, dove l’ostricoltura è radicata e rappresenta un’importante risorsa economica e occupazionale. In questo caso, la leva fiscale assume anche una funzione redistributiva, sostenendo le economie periferiche e locali rispetto ai grandi centri urbani. Nel Regno Unito, le ostriche fresche rientrano anch’esse nell’aliquota zero, in continuità con il regime comunitario pre-Brexit, mentre quelle trasformate sono tassate con l’aliquota standard del 20%. La scelta conferma una visione di lungo periodo in cui i prodotti freschi e non trasformati sono considerati beni alimentari essenziali. Tale impostazione fiscale sostiene i consumi interni e tutela i piccoli produttori locali, che operano spesso in contesti ecologici delicati e con volumi limitati, garantendo un equilibrio tra sostenibilità e competitività. In Spagna, le ostriche fresche sono tassate con l’aliquota ridotta del 10%, in un sistema che prevede un’aliquota standard del 21% e una super-ridotta al 4% per i beni primari. L’inserimento delle ostriche nella fascia intermedia risponde a una logica di sostegno alla filiera ittica, collocandole allo stesso livello di altri prodotti freschi. La scelta fiscale, tuttavia, non è sufficiente da sola a stimolare la crescita di un comparto che rimane limitato nei volumi, segnalando che il sostegno tributario deve essere accompagnato da politiche strutturali di promozione e innovazione. Nei Paesi Bassi, le ostriche fresche beneficiano dell’aliquota del 9%, in un contesto dove lo standard è fissato al 21%. L’inserimento del prodotto nella fascia ridotta è parte di una strategia più ampia di promozione del consumo sostenibile e di diversificazione delle fonti proteiche, che include alghe, molluschi e altri prodotti del mare. Il regime fiscale è integrato da campagne pubbliche di educazione alimentare e salute, segnalando una visione in cui la fiscalità è utilizzata non solo per sostenere un settore economico, ma per orientare i comportamenti dei consumatori verso diete più sostenibili. In Italia, invece, la situazione è profondamente diversa: le ostriche fresche sono tassate con l’aliquota ordinaria del 22%. Ciò contrasta con la scelta di molti altri Paesi europei che applicano regimi ridotti o nulli e contribuisce a rafforzare la percezione del prodotto come bene di lusso, piuttosto che come alimento accessibile. La conseguenza è duplice: da un lato, si penalizza la competitività di un comparto già fragile e marginale (con appena 300 tonnellate annue); dall’altro, si limita la possibilità di sviluppare una domanda interna più ampia. Questo approccio fiscale appare in controtendenza rispetto alle strategie mediterranee (Francia, Spagna, Portogallo), che utilizzano la leva tributaria come strumento di tutela culturale e promozione territoriale.</p>



<p>In sintesi, il confronto mette in luce due modelli principali:</p>



<p>L’Italia si colloca in posizione anomala, con un’aliquota ordinaria che indebolisce ulteriormente un comparto già marginale. Da un punto di vista critico, questa scelta fiscale sembra riflettere la mancanza di una strategia nazionale specifica per l’ostricoltura e, più in generale, per il sostegno alle produzioni ittiche innovative e di nicchia. In prospettiva, un riallineamento dell’aliquota italiana a quelle ridotte applicate in altri Paesi europei potrebbe non solo favorire la crescita del comparto, ma anche valorizzare meglio le produzioni locali, oggi circoscritte e ad alto valore unitario.</p>



<p><strong>Tabella 4 &#8211; Produzione e regime IVA sulle ostriche nei principali Paesi europei (2023)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="617" height="426" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-9.png" alt="" class="wp-image-15488" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-9.png 617w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-9-300x207.png 300w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori su dati <em>FAO</em> (2023) e su dati ufficiali tratti dai portali fiscali nazionali: <em>impots.gouv.fr</em> (Francia), <em>revenue.ie</em> (Irlanda), <em>gov.uk</em> (Regno Unito), <em>agenciatributaria.es</em> (Spagna), <em>portaldasfinancas.gov.pt</em> (Portogallo), <em>belastingdienst.nl</em> (Paesi Bassi), <em>agenziaentrate.gov.it</em> (Italia).</figcaption></figure></div>



<h5>8. Il caso italiano</h5>



<p>Il comparto ostricolo italiano si colloca in una posizione di marcata marginalità all’interno del panorama europeo, caratterizzandosi per volumi produttivi estremamente ridotti ma per un prezzo medio unitario significativamente superiore alla media continentale. Tale configurazione riflette un modello produttivo di nicchia, radicato in specifici distretti costieri – tra cui la Sacca di Goro, il Golfo di Olbia e la laguna veneta – nei quali operatori di dimensione prevalentemente micro hanno consolidato un’offerta orientata a segmenti premium. A fronte di una produzione interna di circa 300 tonnellate annue, la domanda nazionale supera stabilmente le 8.000 tonnellate, determinando un tasso di dipendenza dall’import superiore al 90%, con un ruolo dominante della Francia come fornitore. Ne deriva un saldo strutturalmente negativo che, pur non assumendo dimensioni macroeconomiche rilevanti, limita la capacità del Paese di valorizzare in maniera endogena le opportunità connesse all’ostricoltura.</p>



<p>La dinamica commerciale italiana presenta tuttavia una peculiarità: nonostante la produzione marginale, l’Italia risulta tra gli esportatori di rilievo, con un valore delle esportazioni pari a circa 378 milioni di euro nel 2023 (FAO, 2023). Tale apparente anomalia si spiega attraverso la combinazione di due fattori: (i) la presenza di micro-flussi di alta qualità destinati alla ristorazione internazionale di fascia alta, che intercettano segmenti di mercato disposti a riconoscere un premium price legato all’origine territoriale; (ii) il fenomeno delle riesportazioni, attraverso cui prodotti importati vengono rilavorati o semplicemente transitano per hub logistici nazionali, beneficiando del valore reputazionale del marchio made in Italy. Questo modello conferma la capacità del Paese di utilizzare il proprio capitale simbolico per collocarsi nelle catene globali del valore, pur senza disporre di volumi produttivi significativi.</p>



<p>In tale quadro, l’assetto fiscale costituisce una variabile cruciale. L’Italia rappresenta un unicum in Europa, applicando alle ostriche l’aliquota ordinaria del 22%, mentre altri molluschi bivalvi – quali cozze e vongole – beneficiano dell’aliquota ridotta del 10%, così come la maggior parte dei prodotti ittici freschi. Questa asimmetria genera un evidente squilibrio competitivo e configura una distorsione distributiva che grava principalmente sul consumatore finale, traducendosi in prezzi superiori rispetto ad altri prodotti analoghi. La scelta di collocare l’ostrica tra i beni di lusso, al pari di beni e servizi superflui, contrasta con gli orientamenti di altri Paesi europei (Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi), dove l’IVA ridotta è stata utilizzata come strumento di promozione territoriale, salvaguardia culturale e sostegno alle economie costiere. L’anomalia italiana, pertanto, non può essere interpretata unicamente come un fattore penalizzante: essa rappresenta anche uno spazio potenziale di policy, in quanto l’introduzione di un’aliquota agevolata consentirebbe non solo di rafforzare la competitività del comparto, ma anche di attribuire un riconoscimento fiscale ai servizi ecosistemici generati dall’ostricoltura.</p>



<p>Parallelamente, la resilienza del settore è condizionata da fattori ecologici e istituzionali. Negli ultimi anni, l’invasione del granchio blu (Callinectes sapidus) ha determinato effetti dirompenti sulle principali produzioni molluschicole italiane, in particolare vongole e cozze, causando tassi di abbandono superiori al 30% nelle aree maggiormente colpite (Polesine, Goro). In questo contesto, l’ostricoltura si configura come una coltura relativamente più resiliente: la maggiore resistenza strutturale dei gusci riduce la vulnerabilità agli attacchi del predatore, aprendo spazi di diversificazione produttiva. La possibilità di riconversione verso l’ostricoltura assume quindi rilevanza strategica, non soltanto in termini di stabilizzazione economica, ma anche come forma di adattamento del settore ai nuovi equilibri ecologici indotti dalle specie aliene. Tuttavia, la persistenza di barriere burocratiche – legate alla gestione delle concessioni, ai conflitti d’uso degli spazi costieri e alla frammentazione della governance – continua a limitare la capacità di pianificazione e di investimento a lungo termine.</p>



<p>Il recente dibattito sull’IVA ha reso evidente la carenza di consapevolezza pubblica circa la funzione economica ed ecologica dell’ostricoltura. In sede politica e mediatica, la riduzione dell’imposta è stata talvolta semplificata come misura a favore di un bene elitario, trascurando il fatto che un allineamento fiscale avrebbe un impatto strutturale sul settore: incentivare i consumi interni, favorire la sostituzione parziale delle importazioni, sostenere la diversificazione degli allevamenti colpiti dal granchio blu e valorizzare i servizi ecosistemici forniti dalle ostriche. In questo senso, l’IVA non costituisce soltanto un tributo neutrale, ma un vero e proprio strumento di politica industriale e ambientale, in grado di incidere sugli equilibri produttivi e distributivi.</p>



<p>Le prospettive di sviluppo del comparto dipendono dunque dalla capacità di coniugare strumenti fiscali, innovazione tecnologica e governance territoriale in una logica integrata. L’ampio divario tra domanda e offerta interne, la reputazione internazionale del marchio italiano e la resilienza ecologica del prodotto rappresentano punti di forza potenzialmente in grado di sostenere una traiettoria di crescita selettiva. Tuttavia, senza un adeguato riconoscimento istituzionale e fiscale, il settore rischia di rimanere confinato a una condizione marginale, incapace di trasformare la propria specificità in vantaggio competitivo sistemico. In tale prospettiva, la riduzione dell’IVA non dovrebbe essere interpretata come un mero intervento di equità tributaria, ma come parte di una strategia più ampia di fiscalità mission-oriented, finalizzata a integrare obiettivi economici, sociali e ambientali e ad assicurare la sostenibilità di lungo periodo dell’ostricoltura italiana.</p>



<p>&nbsp;Alla luce di quanto discusso, è possibile sintetizzare la posizione dell’ostricoltura italiana attraverso un’analisi SWOT che mette in evidenza punti di forza e debolezza interni, insieme a opportunità e minacce derivanti dal contesto esterno.</p>



<p><strong>Figura 5 – Analisi SWOT</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="479" height="307" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-3.png" alt="" class="wp-image-15469" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-3.png 479w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-3-300x192.png 300w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></figure></div>



<h5>8. Conclusioni e prospettive di policy</h5>



<p>L’analisi svolta nelle sezioni precedenti ha messo in evidenza come l’ostricoltura italiana rappresenti un comparto piccolo in termini quantitativi, ma ricco di potenzialità economiche, ambientali e sociali. Come già sottolineato nella sezione 5, il settore europeo si distingue dai giganti asiatici non per volumi, ma per qualità, tracciabilità e sostenibilità, con la Francia come riferimento competitivo. L’Italia, come discusso nella sezione 7, occupa oggi una posizione marginale sul piano produttivo – con circa 300 tonnellate annue – ma capace di collocarsi in segmenti di mercato ad alto valore unitario (9 USD/kg, il prezzo medio più alto in Europa). Questo conferma che il nostro Paese, pur restando un importatore netto, dispone delle condizioni per sviluppare un modello distintivo fondato sul legame con i territori e sul brand <em>made in Italy</em>.</p>



<p>Il nodo cruciale, tuttavia, è rappresentato dal quadro fiscale. Come evidenziato nella sezione 6, l’Italia si colloca in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei, applicando l’aliquota IVA ordinaria del 22% alle ostriche, mentre altrove prevalgono regimi agevolati (Francia 10%, Spagna 10%, Portogallo 6%, Paesi Bassi 9%, Irlanda e Regno Unito addirittura 0% per il prodotto fresco). Questo scarto indebolisce la competitività di un comparto che già soffre per volumi ridotti e per una forte frammentazione imprenditoriale. Una revisione dell’aliquota non avrebbe soltanto effetti di riduzione dei prezzi finali e stimolo alla domanda, ma assumerebbe un valore strategico più ampio: significherebbe riconoscere istituzionalmente che le ostriche non sono solo un prodotto gastronomico di pregio, ma anche un bene con rilevanti esternalità positive.</p>



<p>Da un punto di vista ambientale, infatti, come discusso nella sezione 4, l’ostricoltura è una delle attività acquicole più sostenibili: filtra l’acqua, contribuisce alla riduzione dei nutrienti, sequestra carbonio nei sedimenti e crea habitat che favoriscono la biodiversità. In questa prospettiva, un trattamento fiscale agevolato potrebbe essere interpretato come un “premio” ai servizi ecosistemici generati, in linea con la Direttiva (UE) 2022/542 che consente agli Stati membri di applicare aliquote ridotte o super-ridotte a beni di interesse ambientale e sociale. Il riconoscimento fiscale diventerebbe così un presupposto per trasformare l’ostricoltura in un laboratorio di fiscalità mission-oriented, dove la leva tributaria non serve solo a contenere i prezzi, ma anche a incentivare modelli produttivi coerenti con il Green Deal europeo e con la strategia Farm to Fork.</p>



<p>Un intervento in questa direzione avrebbe anche un valore geopolitico; significherebbe ridurre la dipendenza dalle importazioni francesi e rafforzare l’autonomia strategica del Paese in un comparto simbolico della blue economy. L’Italia, Paese marittimo per eccellenza, non può accettare che un prodotto intrinsecamente legato alla qualità delle sue acque resti appannaggio quasi esclusivo dei competitor esteri.</p>



<p>Una fiscalità ripensata in questa chiave avrebbe quindi un triplice effetto:</p>



<ol type="1"><li>economico, rafforzando la competitività delle imprese italiane e incentivando nuovi investimenti nella filiera;</li><li>ambientale, premiando un’attività che genera benefici collettivi e contribuendo agli obiettivi di mitigazione climatica, tutela della biodiversità e della resilienza verso specie alloctone;</li><li>sociale e territoriale, favorendo lo sviluppo di comunità costiere spesso fragili e creando nuove opportunità occupazionali, soprattutto per i giovani.</li></ol>



<p>In conclusione, l’Italia dispone oggi di un’occasione unica per colmare il divario con i principali partner europei e trasformare un comparto marginale in una leva strategica della blue economy. Una riforma fiscale mirata – fondata su un’aliquota IVA ridotta e accompagnata da politiche di sostegno e semplificazione – potrebbe rappresentare la chiave per un cambio di paradigma: dall’ostricoltura come attività di nicchia all’ostricoltura come asset nazionale di sostenibilità, innovazione e competitività internazionale.</p>



<p>Alla luce delle evidenze emerse, la fiscalità assume quindi una valenza che travalica il piano meramente tributario: essa diviene un dispositivo di governance strategica, capace di orientare percorsi di riconversione produttiva (ad esempio in risposta alla pressione del granchio blu), di ridurre la dipendenza dalle importazioni e di consolidare un posizionamento distintivo sui mercati internazionali. La combinazione di strumenti fiscali, innovazione tecnologica e governance multilivello costituisce dunque la condizione necessaria affinché l’ostricoltura italiana possa evolvere da settore residuale a pilastro della transizione ecologica e della resilienza territoriale del Paese.</p>



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<p>Agencia Tributaria (2023). <em>Tipos de IVA</em>. Gobierno de España. Disponibile su: <a href="https://sede.agenciatributaria.gob.es/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://sede.agenciatributaria.gob.es/</a> (Accesso 30/09/2025).</p>



<p>Autoridade Tributária e Aduaneira (2023). <em>Imposto sobre o valor acrescentado (IVA)</em><strong>.</strong> Disponibile su: <a href="https://www.portaldasfinancas.gov.pt/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.portaldasfinancas.gov.pt/</a> (Accesso 30/09/2025).</p>



<p>Belastingdienst (2023). <em>BTW-tarieven</em>. Disponibile su: <a href="https://www.belastingdienst.nl/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.belastingdienst.nl/</a> (Accesso 30/09/2025).</p>



<p>Agenzia delle Entrate (2023). <em>Aliquote IVA</em><strong>.</strong> Disponibile su: <a href="https://www.agenziaentrate.gov.it/">https://www.agenziaentrate.gov.it/</a> (Accesso 30/09/2025).</p>
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		<title>La nuova mappa di Roma: partecipazione, territori e identità</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-partecipazione-territori-e-identita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-nuova-mappa-di-roma-partecipazione-territori-e-identita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/andrea-catarci/">Andrea Catarci</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/salvatore-monni/">Salvatore Monni</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 22:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[L'analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo articolo analizza la fase di partecipazione alla costruzione della nuova mappa di Roma, svoltasi tra ottobre 2025 e gennaio 2026 sul portale di Roma Capitale. Attraverso l’esame di 4.036 segnalazioni inviate da cittadini, comitati e realtà locali, il contributo mette in evidenza una distribuzione disomogenea della partecipazione, che disegna una vera e propria geografia dell’attivazione civica. L’analisi dei contenuti mostra come il dibattito si concentri su identità, confini e denominazione dei quartieri, restituendo una geografia vissuta che affianca e, in alcuni casi, mette in discussione quella amministrativa. La partecipazione emerge così non come elemento accessorio, ma come componente centrale di un processo tecnico, culturale e politico di ridefinizione dello spazio urbano.</p>
<p>---</p>
<p>This paper examines the public participation phase in the development of the new map of Rome, carried out between October 2025 and January 2026 through the official Rome Capital platform. Drawing on 4,036 contributions submitted by residents, local committees, and civic groups, the analysis reveals a markedly uneven distribution of participation, outlining a distinct geography of civic engagement. Content analysis shows that the debate primarily revolves around neighbourhood identity, boundaries, and naming, reflecting a lived geography that complements and, at times, challenges official administrative divisions. The findings suggest that participation should not be considered a marginal component, but rather a central element in a broader technical, cultural, and political process of redefining urban space.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel precedente articolo pubblicato lo scorso settembre su <em>economiaepolitica.it</em>, <a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-un-cantiere-aperto-per-la-citta-che-verra/">la nuova mappa di Roma: un cantiere aperto per la città che verrà</a> [1], abbiamo ricostruito il percorso che ha portato Roma Capitale ad avviare una profonda revisione della propria geografia urbana.&nbsp; Un percorso avviato nel dicembre 2021 insieme ai Municipi, chiamati a individuare i quartieri “percepiti” come parti costitutive dei rispettivi territori [2], e successivamente sviluppato attraverso il lavoro di un comitato scientifico composto da università, Istat e uffici comunali, fino alla definizione di una nuova mappa articolata in 327 quartieri, 22 rioni e 104 zone funzionali. Questo lavoro è stato <a href="https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/2025-quartieri-roma-nuova-mappa-citta.page" target="_blank" rel="noreferrer noopener">presentato pubblicamente il 20 ottobre 2025 presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secol</a>o e, a partire da quella data e fino al 20 gennaio 2026, cittadinanza e realtà organizzate hanno avuto la possibilità di partecipare attivamente al processo attraverso il <a href="https://www.comune.roma.it/web/it/i-quartieri-di-roma-tutti-i-mun.page" target="_blank" rel="noreferrer noopener">portale di Roma Capitale</a>, esplorando le mappe nel dettaglio ed esprimendo osservazioni, proposte e valutazioni sui toponimi individuati, sui confini dei quartieri e, più in generale, sulla rappresentazione della città.</p>



<p>Va ricordato che il lavoro illustrato a ottobre 2025 non rappresenta una versione definitiva della nuova mappa di Roma. I contributi raccolti attraverso la piattaforma istituzionale sono oggetto di analisi da parte del gruppo tecnico-scientifico, impegnato congiuntamente ai Municipi nella valutazione delle osservazioni e nel recepimento delle proposte ritenute convincenti.</p>



<p>Il lavoro è dunque ancora in evoluzione, destinato a essere modificato e affinato alla luce delle osservazioni ricevute di cui, in questo saggio, si propone una lettura ragionata, utile a comprendere orientamenti, criticità e domande di riconoscimento territoriale.</p>



<p>È in questo passaggio che la mappa, da costruzione prevalentemente tecnico-istituzionale, seppur già arricchita dal contributo di singole persone, organizzazioni sociali e testimoni privilegiati, si trasforma sulla base di un confronto che pone al centro la cittadinanza attiva, in cui è la geografia amministrativa a misurarsi con quella vissuta e non il contrario. Tradizionalmente, la definizione delle geografie urbane, dai confini amministrativi ai nomi dei quartieri, è delegata esclusivamente a tecnici e istituzioni. In questo caso, come già sottolineato, non è stato così: il percorso non si è esaurito in una suddivisione a opera di urbanisti e cartografi o in elaborazioni di statistici e <em>data analyst</em> ma è stato concepito fin dall’inizio come un processo aperto, destinato a svilupparsi nello scambio bidirezionale tra gli esiti dell’approccio scientifico e la percezione identitaria, riconoscendo il valore delle conoscenze diffuse e dell’esperienza quotidiana dei territori, in un vero e proprio cambio di paradigma che affianca alle fonti documentali degli esperti il senso di identità e di appartenenza delle romane e dei romani.</p>



<p>In questo quadro si colloca la fase di partecipazione svolta tra il 20 ottobre 2025 e il 20 gennaio 2026, durante la quale il portale di Roma Capitale ha raccolto oltre quattromila interventi di cittadine e cittadini, comitati e realtà locali. Parallelamente, si è sviluppato un dibattito più ampio, articolato in diverse forme: nel confronto diretto tra l’Ufficio “Partecipazione e Quartieri” di Roma Capitale con quasi 300 comitati di quartiere, nello svolgimento di numerose riunioni di commissioni municipali dedicate al tema, nonché nell’attenzione dei media e delle piattaforme <em>social</em>.</p>



<h5>La partecipazione nei numeri</h5>



<p>Complessivamente, attraverso il portale istituzionale sono state raccolte <strong>4.036 segnalazioni</strong>. Di queste, <strong>3.713 riguardano questioni relative ai singoli municipi, mentre 323 non sono riconducibili a uno specifico ambito territoriale</strong>. La distribuzione degli interventi non è uniforme: al contrario, si osserva una marcata concentrazione in alcuni municipi, segno di una diversa intensità della discussione pubblica locale e di livelli differenziati di attivazione civica.</p>



<p><strong><em>Tabella 1. Distribuzione delle segnalazioni dei cittadini per Municipio</em></strong></p>



<figure class="wp-block-table aligncenter"><table><tbody><tr><td><strong>Municipio</strong></td><td><strong>Segnalazioni</strong></td><td><strong>%</strong></td></tr><tr><td>Roma I</td><td>471</td><td><strong>11,67</strong></td></tr><tr><td>Roma II</td><td>196</td><td>4,86</td></tr><tr><td>Roma III</td><td>689</td><td><strong>17,07</strong></td></tr><tr><td>Roma IV</td><td>248</td><td>6,14</td></tr><tr><td>Roma V</td><td>354</td><td>8,77</td></tr><tr><td>Roma VI</td><td>119</td><td>2,95</td></tr><tr><td>Roma VII</td><td>497</td><td><strong>12,31</strong></td></tr><tr><td>Roma VIII</td><td>144</td><td>3,57</td></tr><tr><td>Roma IX</td><td>312</td><td>7,73</td></tr><tr><td>Roma X</td><td>120</td><td>2,97</td></tr><tr><td>Roma XI</td><td>71</td><td>1,76</td></tr><tr><td>Roma XII</td><td>132</td><td>3,27</td></tr><tr><td>Roma XIII</td><td>123</td><td>3,05</td></tr><tr><td>Roma XIV</td><td>136</td><td>3,37</td></tr><tr><td>Roma XV</td><td>101</td><td>2,50</td></tr><tr><td><em>n.d.</em></td><td><strong><em>323</em></strong></td><td>8,00</td></tr><tr><td><strong><em>Totale</em></strong></td><td><strong><em>4036</em></strong></td><td><strong><em>100</em></strong></td></tr></tbody></table><figcaption>Fonte: ns elaborazioni</figcaption></figure>



<p>Il dato più evidente è la maggiore partecipazione in alcuni territori: il <strong>Municipio Roma III</strong> (Montesacro–Talenti, area nord-est della città) con il 17,1%, il <strong>Municipio Roma VII</strong> (Appio-Latino, quadrante sud-est) con il 12,3% e il <strong>Municipio Roma I</strong> (Centro storico) con il 11,7% <strong>concentrano da soli circa il 40% delle segnalazioni</strong> complessive.</p>



<p>Al contrario, in altri municipi come l’XI (area sud-ovest) e il XV (quadrante nord) il numero di contributi risulta più contenuto, a fronte però di numerose interlocuzioni dirette, sia in forma bilaterale sia di gruppo, che hanno probabilmente compensato la minor presenza sul portale [3] [4].</p>



<p>Alcuni quartieri risultano particolarmente ricorrenti nel dibattito: Talenti, Acilia, Pigneto, Nomentano, Balduina, Marranella, Mandrione, Mostacciano, Torrino. In questi casi è emersa una diffusa insoddisfazione rispetto alla proposta iniziale che ha portato a modifiche rilevanti nei confini e nella denominazione dei quartieri di appartenenza.</p>



<p><strong><em>Figura 1: Principali quartieri citati nelle segnalazioni dei cittadini.</em></strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="515" height="268" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image.png" alt="" class="wp-image-15456" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image.png 515w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/06/image-300x156.png 300w" sizes="(max-width: 515px) 100vw, 515px" /><figcaption>Fonte: ns elaborazione</figcaption></figure></div>



<p>Si tratta di aree molto diverse tra loro: quartieri storici e consolidati convivono con realtà più recenti, spesso sviluppatesi fuori o ai margini del Grande Raccordo Anulare. Questo dato segnala la presenza di veri e propri epicentri della discussione pubblica, nei quali il tema dell’identità territoriale appare più intenso e strutturato anche per un particolare attivismo dei singoli comitati di quartiere. In questi contesti la partecipazione assume la forma di un confronto collettivo sulla definizione del quartiere, dei suoi confini e del suo riconoscimento istituzionale.</p>



<h5>Una geografia vissuta</h5>



<p>Oltre ai numeri, ciò che colpisce di più è il contenuto dei contributi. Dall’analisi dei testi emergono, infatti, tre grandi temi.</p>



<p><strong>Il primo riguarda l’identità</strong>. Molti interventi chiedono il riconoscimento dei quartieri così come sono percepiti dai residenti, spesso facendo riferimento a nomi storici o consolidati nell’uso quotidiano. Non è raro che venga rivendicata l’esistenza di un quartiere che, pur non essendo formalmente riconosciuto, rappresenta un riferimento identitario forte: una realtà che vive nella percezione dei cittadini anche quando non trova riscontro nelle rappresentazioni ufficiali.</p>



<p><strong>Il secondo tema è quello dei confini.</strong> Numerose osservazioni segnalano incongruenze, propongono correzioni e ridefiniscono appartenenze, confermando come i confini dei quartieri siano spesso oggetto di negoziazione sociale e non semplicemente dati amministrativi. In questo senso, nomi e confini non sono elementi neutrali bensì strumenti attraverso cui si costruiscono identità e si definiscono inclusioni ed esclusioni.</p>



<p><strong>Il terzo riguarda la distanza tra rappresentazione ufficiale e uso sociale dello spazio</strong>. Emergono con chiarezza quartieri “reali”, cioè denominazioni e articolazioni territoriali che, pur essendo consolidate nelle pratiche quotidiane di chi vive la città, non trovano riscontro nelle classificazioni amministrative. Esiste, insomma, una città invisibile che reclama riconoscimento e protagonismo, a 65 anni dal riordino complessivo della toponomastica del 1961, che individuava 22 rioni e 35 quartieri e a 49 anni dall’ultima ricognizione disponibile, quella del 1977, che suddivideva Roma in 155 zone urbanistiche. Basti pensare che, nel quadro attuale, ancora non definitivo ma ormai prossimo a esserlo, <strong>la città risulta composta da 22 rioni e 333 quartieri</strong>, delineando una Roma inedita e, per molti aspetti, ancora poco conosciuta.</p>



<p>C’è poi un altro elemento che emerge con chiarezza dall’analisi lessicale dei contributi: le parole più ricorrenti come “quartiere”, “zona”, “nome”, “parte” rimandano a un dibattito fortemente centrato sulla definizione e sul riconoscimento dei territori. Non si tratta di segnalazioni generiche ma di interventi che entrano nel merito della geografia urbana, spesso accompagnati da richieste puntuali. In altre parole, il dibattito non è affatto astratto, ma investe direttamente le identità locali, in linea con una consolidata letteratura sul rapporto tra spazio e individui che evidenzia come la denominazione dei quartieri e degli spazi della vita quotidiana contribuisca a rafforzare proprio il senso di appartenenza e l’identità territoriale [5] [6] [7].</p>



<p>Un altro aspetto importante riguarda le modalità attraverso cui questo confronto si è sviluppato. La discussione non si è limitata alla piattaforma istituzionale ma ha trovato ampia risonanza anche sui principali quotidiani nazionali e locali, oltre che sui social media. Le pagine e i gruppi delle <em>community</em> di quartiere hanno rappresentato spazi di confronto attivo, nei quali cittadini e cittadine hanno discusso nomi, confini e identità territoriali, spesso anticipando temi e contenuti poi formalizzati attraverso la partecipazione sul portale di Roma Capitale o in incontri diretti. La partecipazione online istituzionale si è dunque innestata su un dibattito già vivo e diffuso, contribuendo a strutturarlo e a renderlo più visibile.</p>



<h5>Un cantiere aperto</h5>



<p>Il percorso resta aperto. Le osservazioni raccolte tra ottobre 2025 e gennaio 2026 rappresentano un prezioso punto di partenza per l’ulteriore rielaborazione in corso, insieme al continuo confronto con i municipi e con gli attori territoriali, in particolare i comitati di quartiere. È proprio in questa “negoziazione” tra sapere esperto e conoscenza diffusa che si gioca la qualità del risultato finale: da un lato, la rappresentazione è indispensabile per la programmazione delle politiche pubbliche; dall’altro, il processo spinge la città a conoscersi meglio e a ridefinire sé stessa.</p>



<p>Per la prima volta in modo esplicito e strutturato, insomma, la nuova mappa non sarà soltanto disegnata: è già, da oltre quattro anni, oggetto di discussione, confronto, contestazione e negoziazione, in un percorso che ne ha fatto un dispositivo condiviso e costruito collettivamente, per restituire una città riconosciuta nei suoi molteplici significati e nelle sue identità.</p>



<h5>Riferimenti bibliografici</h5>



<p>[1] Catarci, A., Monni, S. (2025), “<a href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-un-cantiere-aperto-per-la-citta-che-verra/">La nuova mappa di Roma: un cantiere aperto per la città che verrà</a>”, <em>economiaepolitica</em>, Anno XVII, n. 30, sem. 2.</p>



<p>[2] Catarci, A., Monni, S. (2024), ”<a href="https://eticaeconomia.it/come-cambia-roma-una-analisi-preliminare-condotta-con-i-municipi-di-roma-capitale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Come cambia Roma. Una analisi preliminare condotta con i municipi di Roma Capitale</a>“, in&nbsp;<a href="http://www.eticaeconomia.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">eticaeconomia</a>, 14 maggio 2024.</p>



<p>[3] Lelo, K, Monni, S., Tomassi, F. (2019) “<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788868439880" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana</a>“. Donzelli Editore, Roma.</p>



<p>[4] Lelo, K, Monni, S.,Tomassi, F. (2021) “<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788855222563" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le Sette Rome. La capitale delle disuguaglianze raccontata in 29 mappe</a>”.&nbsp;Donzelli Editore, Roma.</p>



<p>[5] Tuan, Y.-F. (1977), <a href="https://archive.org/details/spaceplaceperspe0000tuan" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Space and Place: The Perspective of Experience</a>, Minneapolis: University of Minnesota Press</p>



<p>[6] Relph, E. (1976), <a href="https://archive.org/details/placeplacelessne0000relp/page/160/mode/2up" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Place and Placelessness</a>, &nbsp;London: Pion.<strong>[7]</strong> Lewicka, M. (2011), “<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0272494410000861" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Place attachment: How far have we come in the last 40 years</a>?”, <em>Journal of Environmental Psychology</em>, 31(3), 207–230.</p>
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		<title>Preferenza per la Liquidità, insicurezza e declino del Tasso Naturale di Interesse</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/banche-e-finanza/preferenza-per-la-liquidita-insicurezza-e-declino-del-tasso-naturale-di-interesse/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=preferenza-per-la-liquidita-insicurezza-e-declino-del-tasso-naturale-di-interesse</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/biagio-bossone/">Biagio Bossone</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[Banche e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando le banche centrali guarderanno retrospettivamente al primo quarto del XXI secolo, una caratteristica potrebbe emergere più chiaramente di ogni altra: la persistente debolezza del tasso reale di interesse ritenuto compatibile con la piena occupazione e la stabilità dei prezzi - il cosiddetto tasso naturale, o r*. Dopo la crisi finanziaria globale, questo tasso è diminuito, ha faticato a risalire durante la successiva espansione ed è rimasto sorprendentemente contenuto anche dopo uno dei cicli di restrizione monetaria più aggressivi degli ultimi decenni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando le banche centrali guarderanno retrospettivamente al primo quarto del XXI secolo, una caratteristica potrebbe emergere più chiaramente di ogni altra: la persistente debolezza del tasso reale di interesse ritenuto compatibile con la piena occupazione e la stabilità dei prezzi &#8211; il cosiddetto tasso naturale, o r*. Dopo la crisi finanziaria globale, questo tasso è diminuito, ha faticato a risalire durante la successiva espansione ed è rimasto sorprendentemente contenuto anche dopo uno dei cicli di restrizione monetaria più aggressivi degli ultimi decenni.</p>



<p>Nelle interpretazioni convenzionali, l&#8217;evoluzione di r* è attribuita a fattori strutturali come l&#8217;invecchiamento demografico, il rallentamento della produttività o l&#8217;eccesso globale di risparmio. Tuttavia, questa prospettiva trascura un elemento fondamentale: il ruolo delle aspettative, del sentiment e delle scelte patrimoniali che ne derivano. In un&#8217;economia monetaria, il tasso di interesse non emerge da un equilibrio puramente reale, ma riflette il premio richiesto dagli operatori per rinunciare alla liquidità in un futuro percepito come incerto. Di conseguenza, esso dipende dal grado di fiducia collettiva nella stabilità dell&#8217;ambiente economico, come evidenziato da approcci recenti che integrano esplicitamente il ruolo del sentiment nella formazione degli equilibri macroeconomici (<a href="https://link.springer.com/book/10.1007/978-3-032-08617-4?utm_source=chatgpt.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bossone 2026</a>).</p>



<p>Negli ultimi quindici anni, una successione ravvicinata di crisi ha profondamente modificato tale percezione, rafforzando la domanda di sicurezza e comprimendo i rendimenti reali di lungo periodo. Gli sviluppi più recenti del 2025–2026 &#8211; dalla guerra commerciale innescata dall&#8217;amministrazione Trump all&#8217;escalation in Medio Oriente, fino all&#8217;incertezza sull&#8217;indipendenza della Fed &#8211; non hanno fatto che approfondire questo solco.</p>



<h5>Un quindicennio che ha trasformato le aspettative</h5>



<p>Ciò che distingue l&#8217;epoca recente è l&#8217;accumulo di shock profondi e ravvicinati. La crisi finanziaria globale ha incrinato la fiducia nella stabilità del sistema bancario. La crisi del debito sovrano nell&#8217;area dell&#8217;euro ha messo in discussione la coesione istituzionale dell&#8217;unione monetaria. Le tensioni geopolitiche e commerciali hanno iniziato a invertire decenni di integrazione economica. La pandemia ha provocato la paralisi improvvisa dell&#8217;attività economica, seguita da inflazione inattesa e da un rapido ciclo restrittivo. A questi eventi si sono aggiunti nuovi conflitti armati, una crescente frammentazione politica globale e, nel corso del 2025, il nuovo e potente fattore destabilizzante legato alla politica commerciale degli Stati Uniti, con l’annuncio da parte dell&#8217;amministrazione Trump di dazi generalizzati su quasi tutti i partner commerciali.</p>



<p>L&#8217;<a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-outlook.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OCSE ha rivisto al ribasso</a> le stime di crescita mondiale per il biennio 2025–2026, avvertendo che un&#8217;ulteriore escalation tariffaria avrebbe potuto dar luogo a un repricing dirompente nei mercati finanziari. Il commercio mondiale, secondo <a href="https://www.confindustria.it/en/publications/uncertainty-and-tariffs-deteriorate-the-picture-even-as-rates-and-energy-prices-fall/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il Centro Studi della Confindustria</a>, è atteso in sostanziale stagnazione nel biennio 2025–2026.</p>



<p>Questi episodi non hanno semplicemente aumentato l&#8217;incertezza nel breve periodo. Hanno modificato in modo duraturo il modo in cui famiglie, imprese e investitori valutano il futuro. Eventi un tempo considerati estremamente improbabili sono entrati nell&#8217;esperienza vissuta. L&#8217;incertezza è diventata una condizione percepita come persistente, influenzando direttamente le scelte patrimoniali e, quando il futuro è percepito come fragile, gli operatori modificano la composizione dei propri bilanci, privilegiando sicurezza e liquidità.</p>



<h5>Il ritorno della preferenza per la liquidità</h5>



<p>La teoria keynesiana della preferenza per la liquidità fornisce la chiave per comprendere questo processo. Come Keynes sottolineava, il tasso di interesse non è semplicemente il prezzo che equilibra risparmio e investimento, ma il premio richiesto per rinunciare alla liquidità in un mondo incerto.</p>



<p>Quando la fiducia nel futuro diminuisce, famiglie, imprese e intermediari finanziari cercano protezione aumentando la quota di attività liquide nei loro portafogli. Questo comportamento non rappresenta una semplice risposta ai differenziali di rendimento, ma una ristrutturazione patrimoniale più profonda.</p>



<p>Negli ultimi anni, le imprese hanno accumulato riserve di liquidità, le famiglie hanno rafforzato il risparmio precauzionale, le banche hanno ridotto l&#8217;esposizione ai rischi e gli investitori globali hanno aumentato la domanda di attività sicure, in particolare titoli pubblici. Queste scelte riflettono la necessità di proteggersi da un futuro percepito come meno stabile.</p>



<p>Un segnale eloquente proviene dall&#8217;oro, tradizionale bene rifugio. L’oro ha chiuso il 2025 <a href="https://www.milanofinanza.it/news/oro-a-5-400-dollari-metalli-preziosi-verso-nuovi-record-nel-2026-l-analisi-di-cracco-ceo-di-gold-202512191014237689" target="_blank" rel="noreferrer noopener">con un rialzo di circa il 63%</a> — il miglior risultato annuale dal 1979 — spinto, come sottolinea il <a href="https://www.focusrisparmio.com/news/blackrock-nel-2026-buone-prospettive-di-crescita-grazie-allai" target="_blank" rel="noreferrer noopener">BlackRock Investment Institute</a>, dalla frammentazione geopolitica globale e dalla ricerca strutturale di asset capaci di diversificare il rischio. Il quadro si è però complicato nel 2026: tra marzo e aprile, nelle settimane di maggiore tensione geopolitica, il metallo giallo <a href="https://patrimoniefinanza.com/2026/05/10/oro-vs-guerra-e-rendimenti-perche-il-bene-rifugio-per-eccellenza-non-ha-protetto-nel-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha mostrato improvvise correzioni</a>, venduto in modo aggressivo proprio nel pieno delle tensioni.</p>



<p>Questo comportamento, apparentemente paradossale, non contraddice la tesi sulla preferenza per la liquidità: segnala semmai che, nelle fasi di stress acuto, gli investitori liquidano anche l&#8217;oro anticipando possibili esigenze di cassa straordinarie e immediate, rivelando quanto la domanda di liquidità pura possa prevalere persino sul bene rifugio per eccellenza. Di conseguenza, la preferenza per la liquidità diventa una forza macroeconomica persistente. Gli operatori accettano rendimenti inferiori in cambio della sicurezza offerta dalla liquidità, comprimendo i tassi reali di lungo periodo.</p>



<p>L&#8217;aumento dei tassi ufficiali non elimina automaticamente questa dinamica. Se la liquidità è detenuta come forma di protezione contro l&#8217;incertezza sistemica, gli incentivi offerti da rendimenti più elevati possono non essere sufficienti a indurre una significativa riallocazione dei portafogli. La domanda di liquidità rimane elevata e i tassi reali di equilibrio restano contenuti.</p>



<h5>Le stime di r*: un dibattito ancora aperto</h5>



<p>Il quadro che emerge dalle stime empiriche di r* secondo i principali modelli all’uopo utilizzati è, nel complesso, coerente con la tesi qui sostenuta — sebbene con sfumature importanti. Nel secondo trimestre del 2025, il <a href="https://www.newyorkfed.org/research/policy/rstar" target="_blank" rel="noreferrer noopener">modello HLW</a> aggiornato dalla Federal Reserve di New York stimava r* per gli Stati Uniti a circa 0,84% in termini reali — un livello ancora contenuto, che sommato all&#8217;obiettivo di inflazione del 2% implicava un tasso nominale neutro di poco inferiore al 3%. Il modello continua ancor oggi a non mostrare evidenza convincente che l&#8217;era dei tassi naturali storicamente bassi si sia conclusa. La <a href="https://www.richmondfed.org/research/national_economy/natural_rate_interest" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Federal Reserve di Richmond</a> riporta una stima mediana del tasso naturale pari all&#8217;1,68% nel quarto trimestre del 2025, anch&#8217;essa ben al di sotto dei livelli pre-crisi finanziaria globale.</p>



<p>Una divergenza significativa emerge confrontando le stime basate su modelli macroeconomici con quelle ricavate dai mercati finanziari. Nel 2025, i rendimenti reali impliciti nei <a href="https://libertystreeteconomics.newyorkfed.org/2025/08/are-financial-markets-good-predictors-of-r-star/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">TIPS</a> (Treasury Inflation-Protected Securities — titoli del Tesoro americano indicizzati all&#8217;inflazione) <a href="https://tipswatch.com/2025/06/23/lets-take-the-long-view-on-real-yields/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">si collocavano tra il 2,25% e il 2,50%</a>, suggerendo che r* potrebbe essere in qualche misura risalito. Tuttavia, la <a href="https://libertystreeteconomics.newyorkfed.org/2025/08/are-financial-markets-good-predictors-of-r-star/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fed di New York</a> ha mostrato che queste misure di mercato incorporano premi al rischio variabili e hanno scarso potere predittivo sui tassi reali futuri, a differenza del modello HLW.</p>



<p>Questa divergenza riflette esattamente il meccanismo qui descritto: il mercato prezza un premio per il rischio — non necessariamente una risalita strutturale di r*. La preferenza per la liquidità si manifesta anche nel fatto che gli investitori richiedono rendimenti più elevati per detenere attività rischiose, senza che questo implichi una normalizzazione del tasso naturale.</p>



<h5>Quando il tasso naturale diventa dipendente dalle credenze</h5>



<p>Poiché la preferenza per la liquidità riflette il grado di fiducia degli operatori nella stabilità del futuro, il tasso naturale diventa inevitabilmente dipendente dal regime di credenze prevalente. Quando il contesto economico appare stabile e prevedibile, la preferenza per la liquidità si riduce, la propensione al rischio aumenta e i tassi tendono a salire. Quando invece prevale un senso diffuso di vulnerabilità, gli operatori privilegiano la sicurezza, comprimendo i rendimenti.</p>



<p>Il tasso naturale non appare quindi come un <a href="https://blogs.lse.ac.uk/businessreview/2026/01/16/why-the-natural-rate-of-interest-is-no-longer-just-a-number/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parametro determinato esclusivamente</a> da fattori demografici o tecnologici, ma come un esito emergente delle scelte patrimoniali collettive e del contesto istituzionale. Questo aiuta a spiegare perché il forte aumento dei tassi ufficiali negli anni 2022–2024 non abbia prodotto un aumento corrispondente delle stime strutturali di r*. Se la preferenza per la liquidità rimane elevata, i tassi reali di equilibrio restano compressi.</p>



<p>Un ulteriore elemento di fragilità istituzionale, emerso con forza nel 2026, riguarda l&#8217;indipendenza della Federal Reserve. Le pressioni esercitate dall&#8217;amministrazione Trump su Jerome Powell — il cui mandato è scaduto il 15 maggio 2026 — la nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed e l&#8217;incertezza sulla composizione futura del FOMC hanno aggiunto un nuovo fattore di rischio nelle aspettative degli operatori. Come evidenziano <a href="https://www.wellington.com/it-it/consulenti-finanziari/approfondimenti/outlook-mercato-obbligazionario-tassi-interesse" target="_blank" rel="noreferrer noopener">le analisi di Wellington Management</a>, la potenziale riduzione dell&#8217;indipendenza della banca centrale rischia di consolidare l&#8217;inflazione e di erodere la cooperazione tra i decisori politici a livello globale — esattamente il tipo di incertezza istituzionale che alimenta la preferenza per la liquidità.</p>



<h5>Uno spazio di manovra monetaria più ristretto e più incerto</h5>



<p>Un tasso naturale depresso dalla preferenza per la liquidità restringe lo spazio operativo delle banche centrali. Gli sviluppi recenti rendono questa diagnosi, se possibile, ancora più pertinente.</p>



<p>La Banca Centrale Europea ha completato tra il 2024 e il giugno 2025 un ciclo di otto tagli consecutivi, portando il tasso sui depositi dal 4,00% al 2,00%. Da allora, la BCE è entrata in una fase di pausa prolungata. Al 19 marzo 2026, il tasso sui depositi restava invariato al 2,00%. L&#8217;incertezza geopolitica &#8211; in particolare l&#8217;escalation in Medio Oriente e i conseguenti rischi energetici &#8211; ha complicato il quadro, con l&#8217;inflazione nell&#8217;area euro rivista al rialzo verso il 2,6% per il 2026 rispetto alle previsioni precedenti.</p>



<p>Il fatto che la BCE abbia ritenuto necessario portare i tassi al 2% &#8211; un livello ritenuto da molti analisti compatibile con la neutralità &#8211; prima di fermarsi, conferma implicitamente che lo spazio di manovra verso il basso rimane limitato. Il consenso tra gli economisti è che i tassi resteranno stabili per la maggior parte del 2026, con uno scenario di potenziali rialzi se le pressioni energetiche dovessero persistere.</p>



<p>La Federal Reserve si trova in una posizione particolarmente delicata. Con i <a href="https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/openmarket.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fed funds</a> nel range 3,50%–3,75%, dopo tre tagli nel 2025, la distanza dal tasso neutro implicito nelle proiezioni FOMC (circa il 3%) è diventata modesta. Al meeting di marzo 2026, Powell ha mantenuto i tassi invariati, sottolineando l&#8217;incertezza elevata e i rischi bidirezionali: inflazione persistente da un lato, indebolimento del mercato del lavoro dall&#8217;altro.</p>



<p>Questa posizione illustra esattamente la trappola sopra richiamata: quando la preferenza per la liquidità mantiene r* basso, i tassi ufficiali devono scendere molto per stimolare la domanda, ma tagli eccessivi rischiano di riaccendere l&#8217;inflazione in un contesto di shock dal lato dell&#8217;offerta (dazi, energia). La trasmissione della politica monetaria diventa meno prevedibile e più asimmetrica.</p>



<p>Ciò accresce l&#8217;importanza della stabilità istituzionale e della credibilità delle politiche economiche. Un contesto percepito come stabile può ridurre il bisogno di protezione patrimoniale e contribuire a normalizzare i tassi di interesse. Tuttavia, molte delle fonti di insicurezza contemporanee — geopolitiche, commerciali, tecnologiche e ambientali — sfuggono al controllo diretto delle autorità monetarie.</p>



<h5>Un futuro ancora plasmato dal passato e da nuovi shock</h5>



<p>Le cicatrici delle crisi recenti si attenueranno solo gradualmente. Le forze che comprimono r* non si sono attenuate. Si sono semmai intensificate.</p>



<p>La guerra commerciale ha aggiunto incertezza strutturale alle catene del valore globali. I conflitti armati in corso mantengono elevata la volatilità energetica. L&#8217;incertezza sulla successione alla guida della Fed solleva interrogativi sulla credibilità futura della politica monetaria americana. L&#8217;intelligenza artificiale, pur rappresentando un potenziale driver di produttività, introduce incertezza tanto sulla distribuzione dei guadagni e sui suoi effetti sul mercato del lavoro, quanto sulle dinamiche inflattive e sulla <a href="https://blogs.lse.ac.uk/businessreview/2025/10/08/ai-is-changing-inflation-dynamics-and-challenging-central-banks/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">gestione stessa della politica monetaria</a>.  </p>



<p>Se il futuro è percepito come fragile, è naturale che famiglie, imprese e investitori cerchino protezione nella liquidità. E se la liquidità diventa una forma privilegiata di sicurezza, i tassi di interesse reali rimangono contenuti. Il tasso naturale riflette quindi non un equilibrio indipendente dalla moneta, ma il grado di fiducia collettiva nella stabilità del futuro economico. Finché l&#8217;insicurezza resterà elevata, le forze che comprimono i tassi continueranno a operare, indipendentemente dall&#8217;orientamento immediato della politica monetaria.</p>
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		<title>Ricordo di Ugo Marani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/rosaria-rita-canale/">Rosaria Rita Canale</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 12 maggio ci ha lasciato Ugo Marani, membro del Consiglio Scientifico della nostra rivista. Mente con eccezionali capacità di ricerca e di raffinata cultura, persona visionaria e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il 12 maggio ci ha lasciato Ugo Marani, membro del Consiglio Scientifico della nostra rivista. Mente con eccezionali capacità di ricerca e di raffinata cultura, persona visionaria e di grande umanità. La redazione di Economia e Politica partecipa al dolore della famiglia e di coloro che, avendo incrociato il suo percorso sia nell’accademia sia fuori, si sentono privi degli stimoli che le sue intuizioni e il suo rigore analitico erano capaci di fornire</em>.</p>



<p>Trasferitosi a Napoli &#8211; da Catanzaro dove era nato nel 1948 &#8211; per gli studi universitari, si forma alla “Scuola di Portici”, centro fecondo dove la ricerca economica era sempre guidata dall’attenzione verso le dinamiche istituzionali e sociali del nostro Paese e internazionali. Ed è qui che si pongono le fondamenta di quelli che saranno i suoi filoni di ricerca negli anni a venire: il Mezzogiorno, le dinamiche dell’economia italiana e dell’unione monetaria europea all’interno dei complessi scenari internazionali. Le sue linee di ricerca erano caratterizzate da rigore metodologico, attenzione ai fenomeni istituzionali, capacità di collegare dinamiche locali e globali.</p>



<p>Diventato presto Ordinario presso la “Federico II”, contrastava con determinazione la progressiva tendenza dell’accademia a ridurre il ruolo della Politica Economica a mera attività di regolazione dei mercati, convinto com’era che al contrario dovesse fornire una direzione allo sviluppo del paese, alla riduzione dei divari territoriali e alla costruzione di un modello di Unione Europea con una visione strategica.</p>



<p>Numerose sono le sue pubblicazioni sul tema del dualismo territoriale in Italia e sul ruolo del sistema bancario nell’accentuazione delle divergenze, così come sulle interrelazioni perverse &#8211; attivate a partire dal divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro nel 1981 &#8211; fra debito pubblico e tassi d’interesse. La convinzione che le dinamiche di politica fiscale fossero condizionate dall’azione della Banca Centrale aprì la strada alla critica dell’architettura istituzionale dell’Unione Monetaria Europea, alla rilevazione dei suoi effetti asimmetrici e all’analisi delle conseguenze devastanti delle politiche di austerità.&nbsp; Consolidò la sua posizione critica presso il Department of Economics della Catholic University of Leuven dove fu Fellow di International Economics. La sua visione ampia, sempre capace di inserire le sue analisi all’interno del contesto internazionale e globale, lo condussero ad individuare gli squilibri della bilancia dei pagamenti come fonte di profonda instabilità economica con potenziali effetti devastanti sugli equilibri politici. Potremmo definirla oggi profetica.</p>



<p>Persona con visioni marcate che contrastavano l’allontanamento dell’accademia dall’analisi delle dinamiche sociali e l’oggettività dell’analisi economica, Ugo Marani è stato capace di fornire strumenti per costruire una visione a chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo percorso. Non da ultimo sono da rilevare le sue doti di coraggio nell’affermare posizioni scomode e poco convenzionali sia all’interno del dibattito accademico che pubblico.</p>
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		<title>La mobilità sanitaria in Italia negli ultimi anni. I viaggi della salute per avere una cura migliore.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/roberta-di-stefano/">Roberta Di Stefano</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano garantisce a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria presso le strutture della propria regione di residenza. Al tempo stesso, però, la normativa riconosce al cittadino il diritto di ricevere prestazioni sanitarie a carico del SSN anche in strutture (pubbliche e private accreditate) presenti in aree diverse da quelle di residenza generando, così, il c.d. fenomeno della mobilità sanitaria interregionale.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/la-mobilita-sanitaria-in-italia-negli-ultimi-anni-i-viaggi-della-salute-per-avere-una-cura-migliore/">La mobilità sanitaria in Italia negli ultimi anni. I viaggi della salute per avere una cura migliore.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano garantisce a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria presso le strutture della propria regione di residenza. Al tempo stesso, però, la normativa riconosce al cittadino il diritto di ricevere prestazioni sanitarie a carico del SSN anche in strutture (pubbliche e private accreditate) presenti in aree diverse da quelle di residenza generando, così, il c.d. fenomeno della mobilità sanitaria interregionale. Lo spostamento di persone bisognose di cure e terapie può essere determinato da diversi fattori: la ricerca di strutture altamente specializzate o a causa di liste d’attesa troppo lunghe, oppure perché si ha la percezione di una qualità inferiore del servizio sanitario nella propria zona e/o il bisogno di tecnologie avanzate e trattamenti innovativi. La “migrazione” di centinaia di migliaia di persone da una regione all’altra per prestazioni sanitarie non disponibili o non adeguatamente erogate nel proprio territorio di residenza porta con sé anche profonde implicazioni di natura economica e sociale, significative per le regioni meno attrezzate, in particolare del Mezzogiorno d’Italia, che evidenziano un divario strutturale tra Nord e Sud del Paese nell’assistenza sanitaria.</p>



<p>Da un punto di vista teorico si individuano tre tipologie di mobilità sanitaria: regionale (pazienti che si spostano all’interno della regione in cui risiedono), interregionale (persone che si muovono da una regione ad un’altra per sottoporsi a cure migliori rispetto a quelle offerte dalla regione di provenienza) e internazionale (soggetti alla ricerca di cure specifiche non disponibilio non ritenute all’altezza nel proprio Stato o per tempi di attesa molto lunghi o se si necessita di interventi sanitari mentre si trovano all’estero).</p>



<p>La mobilità può essere attiva o passiva. Il primo caso costituisce un indice di qualità e attrazione di un territorio ed economicamente costituisce di una voce di credito, di somme in entrata dirette a coprire i costi delle prestazioni sanitarie fruite da pazienti provenienti da altre regioni, mentre quella passiva rappresenta un indice di fuga dei propri assistiti che si spostano in una regione diversa da quella di residenza per ricevere cure e costituisce una voce di debito per quest’ultima che deve rimborsare i fondi alla regione che ha erogato i servizi e le cure dei propri pazienti-residenti <a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>. Il saldo derivante dalla differenza tra crediti e debiti decreta se una regione può definirsi attrattiva o se invece subisce una “fuga” dei propri cittadini-pazienti verso altre realtà territoriali.</p>



<p>In generale, la missione di spesa “Tutela della salute” interessa la quota maggiore delle risorse regionali e negli ultimi cinque anni sono stati spesi a livello nazionale somme che vanno da 126,9 miliardi di euro nel 2020 a 143,9 nel 2024 (+13,3%, in crescita costante nel quinquennio). Al proprio interno sono ricomprese le spese per la mobilità passiva, concordati in ambito di Conferenza Stato-Regioni, che costituiscono in media poco più del 3% delle spese correnti (valori percentuali più elevati che si collocano tra il 4 % e il 5 riguardano le regioni del Sud). Per stabilire il valore della mobilità sanitaria passiva e calcolare le differenze con quella attiva sono stati utilizzati dati economici aggregati. I saldi calcolati evidenziano importi positivi esclusivamente per le regioni settentrionali a differenza di quelle centrali e meridionali che registrano costantemente saldi negativi (Tabella 1) <a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a>. In media, i residenti nelle regioni del Nord-ovest beneficiano di saldi pro-capite positivi che vanno da 42,8 euro nel 2020 (dato più elevato nel quinquennio) a 33,3 nel 2024 (importo più basso nel 2022 con 11,8 euro per residente), quelli del Nord-est da 39,8 euro a 62,2 (importo maggiore quest’ultimo, il dato minore è di 39,2 euro nel 2021). Gli abitanti del Centro presentano dati negativi che vanno da -9,4 euro (importo migliore) a -20 (nel 2022 il dato peggiore, pari a -20,4 euro), così come quelli del Sud, da -71,7 euro a -74,9 (quest’ultimo anche il più consistente, valore più contenuto pari a -35,1 euro nel 2022) e delle Isole, da -50 euro a -53,3 (al contempo importo peggiore, -36,1 euro nel 2022 quello migliore).</p>



<p><em>Tabella 1 –  Costi e saldi per mobilità sanitaria per ripartizione geografica da Riparto (a). Anni 2020-2024, (valori assoluti in milioni di euro e valori percentuali)</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-full"><img loading="lazy" width="1020" height="177" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4.png" alt="" class="wp-image-15437" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4.png 1020w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4-300x52.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-4-768x133.png 768w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /><figcaption>(a) Importi da Intesa Conferenza Stato-Regioni ai sensi dell&#8217;art. 115, comma 1, lettera a) del decreto legislativo su proposta del Ministero della salute di deliberazione del CIPESS concernente il riparto tra le regioni e Province autonome delle disponibilità finanziarie per il SSN. Gli importi totali comprendono anche le quote relative all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù (OPGB) e all’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta (ACISMOM) ma non sono state incluse nelle analisi di dettaglio regionale.<br />(b) L’importo dell’anno 2022 della ripartizione territoriale del SUD non è in linea con quelli precedenti e successivi in quanto per la regione Calabria la compensazione del saldo di mobilità 2020 è stata posticipata al 2026.</figcaption></figure></div>



<p>Il fenomeno della mobilità può essere analizzato anche utilizzando i dati contenuti nei Rapporti di AGENAS <a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a> che offrono un’analisi dettagliata dei flussi sanitari interregionali in Italia e che forniscono strumenti conoscitivi per organizzare e gestire meglio il contesto sanitario regionale al fine di ridurre le diseguaglianze tra territori nell’accesso alle cure. Si distinguono diverse componenti all’interno della mobilità di cui le prevalenti sono quella per ricoveri ospedalieri e quella per prestazioni erogate in regime di specialistica ambulatoriale. L’attività ospedaliera viene articolata in tre categorie: casuale, apparente e effettiva. L’attività ambulatoriale considerata è quella effettiva di I livello. L’analisi che segue ha come base informativa i dati della componente effettiva della mobilità.</p>



<p>La spesa totale della mobilità (ospedaliera più ambulatoriale, pari a 2,74 miliardi di euro nel 2022 e a seguire 2,96 nel 2023 e 3,2 nel 2024), mostra importi in crescita nei tre anni che, nel dettaglio, vanno da poco meno di 20 milioni di euro nel caso di Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano fino ad oltrepassare i 200 milioni per Campania, Lombardia, Puglia e Lazio, a cui si aggiungono Veneto e Calabria negli ultimi due anni e Emilia-Romagna nel 2024.</p>



<p>Di questi il peso della componente ospedaliera per ricoveri acuti e post-acuti rappresenta la parte prevalente che nel triennio registra valori inferiori al 72% per Friuli-Venezia Giulia e Sicilia e superiori all’80% nel caso di Toscana, Liguria, Basilicata e Molise (Figura 1).</p>



<p><em>Figura 1 – Costi totali della mobilità effettiva e costi della mobilità ospedaliera. Anni 2022-2024 (a) per regione (importi in milioni di euro e valori percentuali)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="998" height="469" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5.png" alt="" class="wp-image-15438" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5.png 998w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5-300x141.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-5-768x361.png 768w" sizes="(max-width: 998px) 100vw, 998px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas. Gli importi del 2024 sono stimati.</figcaption></figure>



<p>I saldi tra costi e ricavi nel periodo 2022-2024 mostrano che solo alcune regioni registrano importi complessivi positivi (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Piemonte, Molise e Provincia autonoma di Trento), mentre tutte le restanti regioni evidenziano saldi negativi (in particolare, Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, Figura 2).</p>



<p><em>Figura 2 – Saldi della mobilità effettiva ospedaliera. Anni 2022-2024 (a) per regione (importi in milioni di euro)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="991" height="369" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6.png" alt="" class="wp-image-15439" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6.png 991w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6-300x112.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-6-768x286.png 768w" sizes="(max-width: 991px) 100vw, 991px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas. I valori del 2024 sono stimati.</figcaption></figure>



<p>I ricavi per la mobilità effettiva ospedaliera calcolati come peso percentuale di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto rappresentano da soli il 56,3 del totale Italia nel 2022 (57,1 nel 2023) mentre per i costi i valori percentuali delle stesse regioni risultano pari a 21,6 nel 2022 (21,2 nel 2023). La Campania, inoltre, è l’unica a registrare, in entrambi gli anni, un peso percentuale a doppia cifra dei costi per la mobilità ospedaliera sul totale nazionale, rispettivamente 10,6 e 10,1. Valori percentuali inferiori a quelli indicati si registrano, per i costi come per i ricavi, per le restanti Regioni e Province autonome.</p>



<p>Analoghe considerazioni possono essere fatte per la mobilità ambulatoriale. Il peso percentuale dei ricavi sul totale nazionale di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna è pari a 48,4 nel 2022 e a 48,2 nel 2023, mentre per i costi i relativi pesi percentuali risultano, rispettivamente, pari a 23,2 e 22,8. Il Lazio è la sola altra regione a presentare valori percentuali dei ricavi superiori al 10 per cento (10,1 e 10,8). La Campania si conferma come la regione che rileva il dato percentuale dei costi per prestazioni ambulatoriali maggiore, rispettivamente, 9,4 nel 2022 e 9,5 nel 2023. Anche nel caso delle prestazioni ambulatoriali, tutte le rimanenti regioni rilevano, per i costi e per i ricavi, valori percentuali inferiori a quelli evidenziati.</p>



<p>Passando al numero di ricoveri rilevati nel biennio 2022-2023, i volumi sono in crescita in tutte le Regioni e Province autonome sia per i saldi passivi sia per quelli attivi; tra tutte Calabria, Campania, Sardegna, Sicilia e Puglia per la prima, Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio e Veneto per la seconda. Analizzando, invece, le prestazioni ambulatoriali i saldi differiscono nei due anni per la componente passiva e quella attiva. Nel primo caso Piemonte, Calabria e Sicilia rilevano le maggiori differenze positive tra i due anni (l’unica regione a registrare un valore negativo è la Lombardia). Nel caso della mobilità ambulatoriale attiva saldi più consistenti si rilevano in Lombardia, Lazio e Campania, mentre differenze negative si rilevano in Emilia-Romagna, Marche, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia e Molise. Se l’analisi viene effettuata per singolo esercizio, nel 2022 il numero di ricoveri ospedalieri cresce maggiormente in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, mentre diminuisce particolarmente in Campania, Calabria e Puglia. Le regioni settentrionali sono le uniche a mostrare saldi positivi. Analoghe considerazioni possono essere fatte per l’esercizio successivo (Figura 3).</p>



<p><em>Figura 3 – Numero di ricoveri per mobilità effettiva ospedaliera e saldi. Anni 2022-2023 (a) per regione e ripartizione territoriale (importi in migliaia)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="965" height="776" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7.png" alt="" class="wp-image-15440" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7.png 965w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7-300x241.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-7-768x618.png 768w" sizes="(max-width: 965px) 100vw, 965px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas.</figcaption></figure>



<p>Il numero di prestazioni ambulatoriali nel 2022 si incrementa in molte regioni, maggiormente in Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Toscana, mentre diminuisce in particolar modo in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Nell’esercizio successivo, si rileva una crescita generale dei saldi, su tutti Lombardia, Lazio e Campania in positivo, Emilia-Romagna, Marche e Basilicata in negativo. A livello di ripartizioni territoriali le regioni meridionali registrano saldi negativi per le prestazioni ambulatoriali nel 2022, mentre nel 2023 la sola ripartizione del Nord-ovest registra una differenza negativa (Figura 4).</p>



<p><em>Figura 4 – Numero di prestazioni ambulatoriali e saldi. Anni 2022-2023 (a) per regione e ripartizione territoriale (importi in milioni)</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="963" height="712" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8.png" alt="" class="wp-image-15441" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8.png 963w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8-300x222.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-8-768x568.png 768w" sizes="(max-width: 963px) 100vw, 963px" /><figcaption>(a) Elaborazioni su dati Agenas.</figcaption></figure>



<p>La spesa e il volume dei ricoveri e delle prestazioni specialistiche ambulatoriali rappresentano, pertanto, una quota significativa per la mobilità sanitaria totale. Le regioni del Nord confermano un diffuso saldo economico positivo confermandosi come più “attrattive” erogando un numero maggiore di prestazioni a cittadini non residenti a differenza delle regioni del Sud che mostrano marcati saldi negativi risultando, pertanto, meno qualitative.</p>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>La mobilità sanitaria descrive un Paese che, sul fronte della salute, mostra ancora forti disuguaglianze tra territori. Alcuni pazienti scelgono di spostarsi per ottenere il meglio, altri lo fanno per necessità, dovendo spesso sostenere anche pesanti sacrifici. Affrontare il tema in modo strutturale significa garantire un equo accesso a cure di qualità a tutti a prescindere da luogo di residenza. Un corretto stanziamento delle risorse diagnostiche e terapeutiche, l’adozione di politiche dirette a rafforzare il sistema sanitario locale in termini di strutture, ma anche di personale, aiuterebbe a contenere il fenomeno con ricadute positive non solo in campo strettamente sanitario, ma anche per altri settori delle aree interessate che gravitano intorno al tema salute. Ridurre l’entità rilevata dello spostamento di pazienti da una regione all’altra potrebbe essere aiutata, se non evitata in alcuni casi, se si investissero risorse anche nel miglioramento delle informazioni disponibili per l’orientamento e la ricerca di cure più appropriate evitando spostamenti non necessari.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire all’autore e non investono la responsabilità dell’istituzione di appartenenza.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Sitografia</h5>



<p>Istat &#8211; <a href="https://www.istat.it/dati/banche-dati/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.istat.it/dati/banche-dati/</a></p>



<p>MEF &#8211; <a href="https://openbdap.mef.gov.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://openbdap.mef.gov.it/</a></p>



<p>Conferenza Stato-Regioni &#8211; <a href="https://www.unificata.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unificata.it/</a></p>



<p>AGENAS &#8211; <a href="https://www.agenas.gov.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.agenas.gov.it/</a></p>



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<h5>Focus per l’anno 2022</h5>



<p>Per l’esercizio 2022 è possibile scendere ulteriormente nell’analisi dei dati e sono stati calcolati i saldi tra crediti e debiti intercorsi tra le regioni per ricoveri ospedalieri e per prestazioni ambulatoriali. I dati mostrano come gli spostamenti dalle regioni meridionali verso quelle del centro-nord siano stati piuttosto consistenti/rilevanti a conferma di un andamento che si protrae da tempo. Per i ricoveri ospedalieri, gli utenti si sono spostati verso una regione diversa da quella di residenza non soltanto in quelle limitrofe, di “confine” regionale, ma anche e soprattutto verso alcune specifiche aree territoriali quali Lombardia (principalmente da Puglia, Campania e Sicilia), Emilia-Romagna (da Marche, Toscana e Puglia), Veneto (da Sicilia, Puglia e Campania) e Toscana (da Lazio, Campania e Umbria). I saldi per le prestazioni ambulatoriali evidenziano che sono poche le regioni che registrano importi complessivi positivi (Lombardia, Veneto, Toscana, Molise, Emilia-Romagna, Lazio e Friuli-Venezia Giulia), mentre tutte le restanti regioni mostrano saldi negativi (in particolare Campania, Calabria, Sicilia e Puglia). Le regioni meridionali generano una forte “fuga” di persone che si rivolgono a strutture presenti nel Centro-nord per la cura di specifiche categorie diagnostiche. Le loro strutture esercitano una forte attrattività generando consistenti ricavi per i propri sistemi sanitari regionali che accentuano ancor di più i divari, già notevoli, presenti tra le due aree del Paese.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> La regione che eroga la prestazione viene rimborsata da quella di residenza del cittadino attraverso un meccanismo di compensazione interregionale della mobilità sanitaria in ambito di riparto del fabbisogno sanitario nazionale (FSN). Questo processo è disciplinato da uno specifico accordo tra regioni che individua le tipologie di prestazioni soggette a compensazione, i tracciati, le modalità e le tempistiche che regolano la trasmissione dei dati. Secondo le tempistiche previste dalla procedura, tale compensazione si ha con il riparto del FSN relativo a due anni dopo quello di riferimento.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Gli importi presenti nella Tabella 1 sono tratti dagli “Accordi presi in ambito di Conferenza Stato-Regioni (Intesa ai sensi dell’articolo 115, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, sulla proposta del Ministro della salute di deliberazione del CIPESS concernente il riparto tra le Regioni delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale)”. È da precisare, inoltre, che tali importi sono rendicontati dagli enti territoriali con gli stessi importi anche nei conti consuntivi approvati annualmente classificandoli con varie voci economiche da Piano dei conti.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> L’AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) pubblica il rapporto dal titolo “La mobilità sanitaria in Italia”. La prima edizione (pubblicata nel 2024) analizza i dati dell’esercizio 2022, mentre quella successiva (diffusa nel 2025) esamina i dati relativi al 2023 (agenas/monitor/quaderno/mobilita-sanitaria).</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/la-mobilita-sanitaria-in-italia-negli-ultimi-anni-i-viaggi-della-salute-per-avere-una-cura-migliore/">La mobilità sanitaria in Italia negli ultimi anni. I viaggi della salute per avere una cura migliore.</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ridurre il costo del lavoro per rilanciare l’economia: una ricetta sbagliata</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/ridurre-il-costo-del-lavoro-per-rilanciare-leconomia-una-ricetta-sbagliata/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=ridurre-il-costo-del-lavoro-per-rilanciare-leconomia-una-ricetta-sbagliata</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/paolo-angelone/">Paolo Angelone</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/rosaria-rita-canale/">Rosaria Rita Canale</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 22:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[C22]]></category>
		<category><![CDATA[Costo del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[E24]]></category>
		<category><![CDATA[E25]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[papers]]></category>
		<category><![CDATA[produttività]]></category>
		<category><![CDATA[Serie storiche]]></category>
		<category><![CDATA[wage share]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.economiaepolitica.it/?p=15424</guid>

					<description><![CDATA[<p>La letteratura economica prevalente insiste sulla riduzione del costo del lavoro come strumento di crescita e competitività. Questo lavoro ribalta questa concezione analizzando il caso italiano dagli anni ’60 ai nostri giorni. Sostiene infatti – supportato da un’analisi empirica che tiene conto delle dinamiche del sistema economico nel lungo periodo – che, al contrario, la continua riduzione del costo del lavoro ha fornito alle imprese un ampio bacino di lavoratori sottopagati, ha disincentivato investimenti e riorganizzazioni produttive e favorito la diffusione di attività a basso valore aggiunto, contribuendo al declino di crescita e produttività del Paese.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/ridurre-il-costo-del-lavoro-per-rilanciare-leconomia-una-ricetta-sbagliata/">Ridurre il costo del lavoro per rilanciare l’economia: una ricetta sbagliata</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h5>Introduzione</h5>



<p>L&#8217;economia italiana attraversa un periodo difficile. Secondo il database macroeconomico annuale della Direzione Generale per gli Affari Economici e Finanziari (AMECO) della Commissione Europea, nel 2023 il PIL reale non è ancora tornato ai livelli del 2007, anno di inizio della crisi dei mutui subprime; la produttività reale del lavoro registra una stagnazione dal 2001 e i salari lordi reali sono in contrazione dagli anni &#8217;90.</p>



<p>La letteratura economica, attraverso diverse posizioni teoriche, concorda sul fatto che la bassa produttività sia un fattore chiave della scarsa performance economica italiana. Le istituzioni internazionali più influenti, come l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Commissione Europea (CE), in linea con la letteratura prevalente, individuano le cause principali nelle inefficienze della pubblica amministrazione e nell&#8217;eccessiva regolamentazione che scoraggia gli investimenti e la concorrenza. Raccomandano pertanto liberalizzazioni, privatizzazioni (FMI, 2020, 2023; OCSE, 2021; CE, 2023) e riforme per la flessibilizzazione del mercato del lavoro (FMI, 2020; OCSE, 2021.</p>



<p>Ridurre il costo del lavoro per rilanciare occupazione, investimenti e crescita economica. Questo è il mantra che ascoltiamo da decenni nonché concetto-pilastro delle politiche neoliberiste che hanno caratterizzato generalmente tutte le riforme del lavoro avvenute nei paesi occidentali. Questa congettura trova la sua base nelle teorie marginaliste e neoclassiche e si riflette tutt’oggi nei programmi di governo, nei documenti strategici e nelle raccomandazioni dei più autorevoli organismi internazionali.</p>



<p>Al contrario, molti autori eterodossi, osservando il fenomeno da diverse prospettive, sostengono che la riduzione del costo e la flessibilizzazione del mercato del lavoro consentono agli imprenditori di utilizzare lavoratori più economici, scoraggiando così gli investimenti in innovazione, macchinari e miglioramenti organizzativi, portando in ultima analisi a un calo della produttività e a un sistema produttivo meno dinamico e innovativo (Marx, 1867; Sylos Labini, 1984; Graziani, 2000, Tronti, 2009; Vergeer e Kleinknecht, 2010, 2014; Hein e Tarassow, 2010; Storm e C.W.M. Naastepad, 2011; Kleinknecht et al., 2014; Lisi e Malo, 2017; Cirillo e Ricci, 2019)</p>



<p>Questo breve contributo si inserisce in questa seconda linea di pensiero e, presentando i risultati del lavoro scientifico dal titolo <a><em>Italian labour productivity: a wage-led decline</em></a> (Angelone e Canale, 2025<em>) </em>prova a contribuire al ribaltamento della concezione dominante. Il lavoro si focalizza sul caso italiano nel periodo 1960-2023, sostenendo la tesi che la scarsa performance della produttività in Italia sia determinata dalla costante riduzione del costo del lavoro che ha disincentivato investimenti e miglioramenti produttivi e favorito la diffusione di attività produttive a basso valore aggiunto. La dinamica salariale non rappresenta poi solo un fattore autonomo che influenza la produttività, ma è in grado di innescare dinamiche perverse di accumulazione di capitale, di dare forma alla distribuzione delle attività produttive tra settori e tra regioni, nonché alla domanda interna e ai flussi migratori. Pertanto, il suo effetto sulla crescita della produttività dovrebbe essere valutato alla luce dei numerosi effetti endogeni che determina.</p>



<h5>La dinamica di wage share e produttività in Italia</h5>



<p>Per costo del lavoro si intende il valore complessivo assorbito dal fattore lavoro, composto dal salario lordo e dai contributi e altri oneri a carico del datore di lavoro. Spesso è trattato in termini unitari come Unit Labour Cost (ULC) ovvero la quota mediamente assorbita dal fattore lavoro per ogni unità di ricchezza prodotta; dalla prospettiva della distribuzione funzionale del reddito l’ULC trova corrispondenza nella quota salari al costo dei fattori, detta Wage share at factor costs (WS), ovvero la quota percentuale dell’intero valore aggiunto annuale prodotto in un paese che va a remunerare i salari complessivi lordi.</p>



<p>Sin dal secondo dopoguerra il costo del lavoro è stato un elemento centrale per gli indirizzi di politica economica del nostro paese che ha lo ha usato come strumento competitivo nei riguardi dei vicini mercati dell’Europa Occidentale dove, invece, era più elevato. L’esportazione di beni manufatti relativamente più economici ha fatto da volano per la crescita del paese. Con il processo di globalizzazione e l’allargamento dell’Unione Europea ad Est questo modello non è riuscito a rinnovarsi ed ha mostrato tutte le sue crepe.</p>



<p>Generalmente in tutti i paesi Occidentali la WS registra un crollo a partire dagli anni 80 e il nostro Paese non fa eccezione. La motivazione principale risiede nella riduzione del potere contrattuale dei lavoratori eroso dalla globalizzazione, dall’indebolimento dei sindacati e dalle politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro.</p>



<p>La Figura 1 ricostruisce la dinamica del WS dagli anni 60 ad oggi alla luce degli eventi principali che hanno riguardato le retribuzioni dei lavoratori.</p>



<p><strong>Figura 1: Andamento del WS in Italia e principali shock per il mercato del lavoro (1960-2023).</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="276" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image.png" alt="" class="wp-image-15426" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image.png 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-300x129.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption>Fonte: Angelone e Canale (2025)</figcaption></figure></div>



<p>Nonostante una tendenza alla riduzione del WS sia evidente anche prima, un’analisi di break strutturale (Bai-Perron test, Bai and Perron, 1998) identifica come momenti di svolta nella dinamica italiana gli anni 1983 e 1992, in corrispondenza di alcuni episodi centrali nella dinamica salariale italiana. Nel 1983/1984 si registrano i primi allentamenti del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione noto come Scala Mobile. Nel 1992/1993 viene completamente soppresso il meccanismo di Scala Mobile e sostituito da un nuovo protocollo di relazioni industriali che prevede un meccanismo di contrattazione su due livelli: un livello centrale e nazionale che dovrebbe garantire il potere di acquisto dei lavoratori agganciandolo all’inflazione programmata per il triennio successivo, ed un secondo livello di contrattazione integrativa che dovrebbe redistribuire al fattore lavoro gli aumenti di produttività. Questo secondo livello non si è mai davvero affermato, anche a causa della generale piccola dimensione aziendale, di fatto precludendo ai lavoratori gli aumenti di produttività (Angelone, Canale e Ferreiro, 2025).</p>



<p>Il tasso di crescita della produttività del lavoro italiana – intesa come valore aggiunto prodotto mediamente da ogni lavoratore full-time – registra un rallentamento nell’ultimo ventennio del secolo scorso ed una stagnazione a partire dagli anni 2000. La scarsa performance in termini di produttività ha suscitato l’attenzione di diversi organismi internazionali che l’hanno identificata fra i maggiori elementi di criticità, nonché fra le principali cause del deludente andamento economico del paese. Tuttavia, il declino della produttività viene considerato come un fattore autonomo, privo di legami con la distribuzione del reddito e l’andamento del costo del lavoro. La Figura 2 mostra invece che le due variabili sono, almeno a prima vista, caratterizzate da un andamento comune: i tassi di crescita della produttività – nonostante alcune oscillazioni dovuti ad eventi congiunturali &#8211; e il wage share al costo dei fattori sono accomunati da un lento declino. La letteratura mainstream direbbe tutt’al più che è il declino della produttività ad aver reso difficile pagare il lavoro in modo adeguato.</p>



<p><strong>Figura 2: Quota salari (in grigio) e tasso di crescita della produttività del lavoro (in nero)</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="246" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-2.png" alt="" class="wp-image-15428" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-2.png 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-2-300x115.png 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption>Fonte: Angelone e Canale (2025)</figcaption></figure></div>



<h5>Modello e risultati</h5>



<p>Il modello econometrico utilizzato<a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a> è in grado di identificare un legame stabile nel lungo periodo e si caratterizza per l’utilizzo dei valori degli anni precedenti sia della variabile dipendente che di quella esplicativa per verificarne gli effetti di persistenza nel tempo ed eventuali effetti reciproci. È in grado poi di identificare la direzione di causalità fra le variabili (è il wage share a determinare la produttività o la produttività a determinare quanto può essere la quota di valore aggiunto da destinare al lavoro?).</p>



<p>Può essere così sintetizzato:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="301" height="23" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-1.png" alt="" class="wp-image-15425"/></figure></div>



<p>Con:</p>



<p>π = produttività del lavoro</p>



<p>WS = Wage share</p>



<p>X = una combinazione da 0 a 2 variabili di controllo</p>



<p>i = 0; 1; 2;</p>



<p>j = 1; 2</p>



<p>β; γ; φ = coefficienti</p>



<p>Le variabili cosiddette di controllo, inserite in modo parsimonioso per ridurre le distorsioni derivanti dalla scarsa ed inevitabile numerosità dei dati, ma allo stesso tempo assicurarsi che i risultati non dipendano da altri fattori che influiscono sulla crescita della produttività sono le seguenti: il tasso di crescita del PIL per tener conto della congiuntura e dell’andamento della domanda aggregata (GDP growth); il tasso di disoccupazione per controllare che la riduzione della produttività non dipenda dall’aumento dell’occupazione nei settori economicamente più marginali (Unemployment rate); il cosiddetto effetto Baumol (Baumol effect) per considerare il fenomeno di terziarizzazione della struttura produttiva; la quota di consumi del settore pubblico per escludere legami con un settore pubblico “asfissiante” (Public consumption) ed infine il catching-up effect per controllare l’andamento della produttività in base al differenziale rispetto ai paesi europei con standard economici migliori. La Tabella 1 presenta i risultati</p>



<p><strong>Tabella 1 &#8211; Modelli ARDL: coefficienti e tests; variabile dipendente: tasso di crescita della produttività del lavoro</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="164" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-3.png" alt="" class="wp-image-15427" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-3.png 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/04/image-3-300x77.png 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Fonte: Angelone e Canale (2025)</figcaption></figure></div>



<p>Come ulteriore controllo di robustezza della stima, si è utilizzato – pur non presentandolo in questa sede &#8211; un ulteriore modello noto come metodo delle <em>Instrumental-Variable</em> (IV), dove il WS è costituito non dal suo valore reale ma dal valore stimato in base ad elementi legati solo al potere contrattuale dei lavoratori, dal profilo sindacale ed istituzionale, quali il tasso di densità sindacale ed alcune variabili dummy che riflettono gli scioperi ed i cambiamenti istituzionali identificati dalla analisi di break strutturale. Questa operazione è effettuata per scongiurare eventuale casualità inversa depurando l’andamento del WS da qualsiasi influenza da parte dell’andamento della produttività. Anche in questo caso i risultati confermano l’effetto di lungo periodo del WS sul tasso di crescita della produttività del lavoro.</p>



<p>Senza addentrarci ulteriormente in specifiche econometriche presentate nel dettaglio nel lavoro scientifico a cui si fa riferimento, dall’analisi dei dati emergono con chiarezza alcune conclusioni che mettono fortemente in discussione le tesi del paradigma neoliberale e che inducono a riflettere sulle strategie su cui puntare per sostenere la crescita in Italia:</p>



<ol type="1"><li>la direzione di causalità è unidirezionale e si muove dal wage share verso la crescita della produttività</li><li>per ogni aumento di un punto percentuale della WS, il tasso di crescita della produttività aumenta di circa 0,2 punti percentuali</li><li>Questo risultato è indipendente dall’andamento del PIL, dalla domanda aggregata, dalla dinamica della disoccupazione, dalla quota del settore dei servizi sul PIL, dalla presenza dei consumi pubblici e dalle dinamiche europee e internazionali di produttività</li></ol>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>Il modello produttivo italiano si è da tempo basato sul contenimento salariale (Graziani, 2000). Questa strategia di politica economica ha permesso all&#8217;Italia di raggiungere elevati livelli di crescita in un mondo occidentale in fase di sviluppo industriale e di crescente apertura ai mercati internazionali, ma negli anni successivi ne ha minato la competitività e il potenziale di crescita. Queste dinamiche, innescate anche dal passaggio del modello di politica economica dal paradigma keynesiano a quello neoliberista e dall&#8217;ingresso nell&#8217;Unione Monetaria Europea, hanno bloccato l&#8217;Italia in un rallentamento della produttività e in una riduzione dei tassi di crescita.</p>



<p>La drastica riduzione del costo del lavoro, verificatasi con maggiore intensità negli ultimi decenni, ha contribuito in modo significativo alla scarsa performance di crescita dell&#8217;intero Paese. A partire dagli anni &#8217;80, il potere contrattuale dei lavoratori è diminuito drasticamente: le autorità di politica economica hanno cercato di rispondere alla maggiore competitività internazionale, esercitando una pressione al ribasso sui livelli salariali, attraverso maggiori misure di flessibilizzazione del mercato del lavoro, una riduzione delle tutele dei lavoratori, un aumento dell&#8217;outsourcing e la diffusione di contratti di lavoro atipici. Il risultato è stato un progressivo calo della produttività.</p>



<p>La strategia di contenimento salariale, attuata con alterne fortune durante l&#8217;intero periodo preso in esame, ha aperto la strada alla costruzione di un modello produttivo che ha generato effetti negativi sul Paese. Questi effetti &#8211; sebbene non possano essere direttamente desunti dai risultati presentati &#8211; possono essere riconosciuti nel basso livello di accumulazione di capitale, nell&#8217;ampliamento delle attività produttive a basso valore aggiunto, nell&#8217;elevato numero di piccole e medie imprese e nel ritardo di sviluppo di alcune regioni rispetto ad altre. Inoltre &#8211; estendendo ulteriormente l&#8217;interpretazione &#8211; la bassa remunerazione del lavoro potrebbe aver dato impulso alla migrazione all&#8217;estero di individui altamente qualificati, impoverendo ulteriormente la disponibilità di risorse e di capitale umano, ampliando così la distanza tra il Nord e il Sud del Paese.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><em>Questo articolo presenta in sintesi i risultati del paper scientifico “Italian labour productivity: a wage-led decline” pubblicato nel 2025 sulla rivista Structural Change and Economic Dynamics.</em></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Bibliografia</h5>



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<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Auto-regressive distributed lag (ARDL) model noto anche come Error-correction model (ECM) che identifica cointegrazione fra le variabili e coefficienti ritenuti validi nel lungo periodo.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/ridurre-il-costo-del-lavoro-per-rilanciare-leconomia-una-ricetta-sbagliata/">Ridurre il costo del lavoro per rilanciare l’economia: una ricetta sbagliata</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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		<title>Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/il-circuito-imperialista-e-la-riproduzione-delle-disuguaglianze-tra-paesi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-circuito-imperialista-e-la-riproduzione-delle-disuguaglianze-tra-paesi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/leonardo-bargigli/">Leonardo Bargigli</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/francesco-macheda/">Francesco Macheda</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 23:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le teorie economiche prevalenti hanno generalmente liquidato il militarismo come una ricerca irrazionale di rendite che distorce l'efficienza dei mercati, oppure si sono concentrate sul suo impatto sulla performance economica interna. Entrambe queste prospettive, tuttavia, trascurano la dinamica di reciproco rafforzamento tra la potenza militare e la riproduzione delle asimmetrie economiche globali. Questo articolo introduce invece quello che chiamiamo il circuito imperialista, dove il predominio tecnologico e finanziario fornisce il fondamento del predominio militare, che è determinante per riprodurre la divisione globale del lavoro che sostiene il medesimo predominio tecnologico e finanziario. Empiricamente, utilizziamo un modello markoviano a variabili nascoste per raggruppare dinamicamente dati panel nazionali (1988-2023), identificando una struttura gerarchica rigida, in cui alla stabilità del Centro imperialista corrisponde l'esistenza di una Periferia impoverita e una limitata mobilità ascendente dalla Semiperiferia. La convalida empirica del ruolo del militarismo quale strumento di soppressione dello sviluppo nella Periferia può orientare la progettazione di politiche volte a contrastare la dipendenza tecnologico-militare dei paesi meno sviluppati, riducendo in ultima analisi le disuguaglianze globali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne &amp; Smith, 1990; Dunne, 2021; Deger, 1986). Queste letture, pur cogliendo aspetti reali, tendono a oscurare la funzione essenziale del potere militare nella riproduzione delle asimmetrie globali.</p>



<p>Poiché le gerarchie internazionali sono persistenti, occorre spiegare non solo come esse emergano, ma come vengano continuamente riprodotte. In un nostro <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">recente lavoro</a> proponiamo di farlo introducendo l’idea di un circuito di retroazione imperialista (imperialist feedback loop). La dinamica dell’imperialismo è circolare: (i) da una parte il dominio tecnologico e finanziario delle economie del Centro fornisce capacità produttive e vantaggi monetari che sostengono il dominio militare; (ii) dall’altra il dominio militare, a sua volta, viene impiegato per preservare una divisione internazionale del lavoro asimmetrica e regimi valutari gerarchici che alimentano rendite tecnologiche e finanziarie. Il militarismo non è quindi un’anomalia nel funzionamento del capitalismo globale, ma una componente strutturale che contribuisce a stabilizzare il vantaggio del Centro e la subordinazione della Periferia.</p>



<p>La nostra argomentazione teorica è accompagnata da un contributo empirico mirato, che ha l’obiettivo identificare una struttura gerarchica del sistema mondiale che possa evolvere nel tempo. Per questo applichiamo un modello di clustering dinamico, basato su un processo markoviano con variabili nascoste, ad un set di&nbsp; 88 paesi, con dati che coprono il periodo 1988-2023. L’esercizio identifica una struttura mondiale tripartita (Centro, Semiperiferia, Periferia) sorprendentemente stabile.</p>



<h5>2. Ipotesi teorica: l’imperialismo come circuito di retroazione dinamico</h5>



<p>Il cuore teorico del nostro studio è il circuito imperialista, articolato in tre legami (links) tra dominio tecnologico, finanziario e militare. L’idea di fondo è che il Centro mantenga il proprio vantaggio perché dispone di condizioni strutturali che rendono sostenibili livelli elevati di potenza militare e che permettono di usare tale potenza per proteggere le proprie rendite e restringere le possibilità di rafforzamento della Periferia.</p>



<h5>2.1. Link 1 &#8211; Dal dominio tecnologico al dominio militare</h5>



<p>Il primo link evidenzia che la supremazia tecnologica del Centro rappresenta il fondamento strutturale della sua superiorità militare. Le teorie dell’imperialismo, della dipendenza e del sistema-mondo insistono sul carattere gerarchico della divisione internazionale del lavoro (Amin, 1976; Wallerstein, 1979; Chase-Dunn, 1989; Hickel et al., 2022 e 2024). Il Centro si specializza in settori ad alto valore aggiunto, mentre periferia e semi-periferia restano confinate in attività a bassa produttività. A livello macroeconomico, una maggiore produttività genera risorse economiche che consentono investimenti di lungo periodo in capacità militari moderne, che richiedono ricerca e sviluppo continui, capacità manifatturiera avanzata, capitale umano specializzato, con costi iniziali elevati di progettazione, test e dispiegamento. Ne deriva che un paese tecnologicamente avanzato può potenziare l’apparato militare senza comprimere drasticamente consumi interni o spesa civile, riducendo le frizioni politiche che spesso accompagnano le espansioni militari combinate con l’austerità. A livello microeconomico, l’innovazione tecnologica è la chiave della modernizzazione bellica. I sistemi militari contemporanei incorporano tecnologie emergenti e disruptive, spesso originate nel settore civile: infrastrutture digitali, sensoristica, software, automazione, materiali avanzati, piattaforme ad alta complessità. L’economia che domina i settori knowledge-intensive è anche quella che può trasformare più rapidamente il progresso civile in superiorità militare, grazie a ecosistemi di R&amp;S, capacità di coordinamento industriale e controllo di supply chain strategiche.</p>



<h5>2.2. Link 2 &#8211; Dal dominio finanziario alla maggiore spesa militare</h5>



<p>Il secondo link specifica come il dominio finanziario ampli lo spazio fiscale e riduca i trade-off macroeconomici della spesa militare. Il punto di partenza è che la finanza è un ambito ad alta intensità di conoscenza fortemente monopolizzato dal Centro, e che il controllo monopolistico dei settori avanzati contribuisce alla stabilità della bilancia dei pagamenti delle economie centrali, sia attraverso i surplus commerciali sia attraverso i redditi da investimenti esteri quando parte della produzione è delocalizzata (Lane &amp; Milesi-Ferretti, 2018). Al contrario, le economie periferiche sono costrette ad accumulare riserve in valuta estera per gestire i vincoli della propria bilancia dei pagamenti. Ciò crea domanda esterna per il debito dei paesi centrali, approfondendone i mercati finanziari e riducendo i rischi di mismatch valutario. Ne discende che i costi di finanziamento sovrano del Centro tendono a essere più bassi, a parità di fattori, rispetto a quelli dei debitori periferici, che spesso non possono indebitarsi internazionalmente nella propria valuta e sono costretti a pagare forti premi per rischio di cambio (Lane &amp; Milesi-Ferretti, 2005; Liao, 2016). Un ulteriore beneficio per le economie centrali è dato dalla sopravvalutazione del cambio. Poiché molte delle merci vendute dal Centro sono protette dal monopolio (anche quando prodotte altrove), l’arbitraggio che porterebbe i cambi nominali ad allinearsi verso la parità di potere d’acquisto (PPA) è ostacolato. Ne risulta un differenziale persistente tra cambio PPA e cambio di mercato che consente al Centro di importare energia, cibo, materie prime e beni manifatturieri a prezzi ribassati. La sopravvalutazione del cambio equivale a un sussidio nascosto dei termini di scambio, che libera risorse domestiche per allocazioni strategiche, inclusa la spesa militare (Amin, 1976; Gabaix &amp; Maggiori, 2015). In definitiva, il privilegio monetario si traduce in uno spazio fiscale più ampio, grazie al quale il Centro può sostenere una spesa pubblica elevata, senza innescare inflazione o fughe di capitali.</p>



<h5>2.3. Link 3 &#8211; Dal dominio militare all’estrazione di valore</h5>



<p>Il terzo link descrive come il potere militare sia strumentale a mantenere una gerarchia nella divisione internazionale del lavoro, preservando i vantaggi del Centro nei settori ad alto valore aggiunto e limitando l’upgrade strutturale della Periferia. Non è necessario l’uso diretto e continuo della forza; spesso è sufficiente una minaccia credibile, che disciplina scelte economiche e politiche e spinge all’allineamento con gli interessi del Centro.</p>



<p>Questo link agisce attraverso cinque meccanismi principali. Il primo consiste nella produzione di insicurezza persistente che erode le basi endogene dell’innovazione nelle economie periferiche. Attacchi mirati su centri di ricerca, infrastrutture tecnologiche e sistemi educativi incentivano l’emigrazione di scienziati, ingegneri e tecnici verso il Centro, generando un flusso unidirezionale di capitale umano e interrompendo cicli di apprendimento domestico. Il risultato è una trappola di specializzazione a bassa o media tecnologia (Al Saraf &amp; Garfield, 2008; Sassoon, 2010; Tigau, 2019; Tozan, 2023).</p>



<p>Il secondo meccanismo consiste nel regime change. Interventi militari o minacce credibili possono sostituire progetti sovrani di sviluppo con governi clienti che implementano programmi di aggiustamento strutturale, soprattutto su liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione del lavoro. La liberalizzazione amplia l’accesso del capitale del Centro ai mercati domestici; la privatizzazione facilita il trasferimento di asset verso le multinazionali estere; la deregolamentazione del lavoro è condizione per massimizzare rendimenti della produzione. In questo quadro, le forze militari e paramilitari diventano gli strumenti per mantenere un ambiente regolatorio che sopprime domande salariali e riduce il rischio di conflitto industriale, comprimendo i costi locali rispetto ai prezzi globali (Williamson, 2009; Linares, 2003; Burgess, 2010; Adly, 2021; Erol &amp; Şahin, 2023).</p>



<p>Il terzo meccanismo consiste nella proiezione d’influenza che passa attraverso le esportazioni di armi e le reti di alleanze dirette dal Centro. I regimi clienti vengono spinti ad assorbire volumi di export bellico provenienti dalle economie centrali, deviando allo scopo le loro scarse risorse dagli investimenti produttivi e rendendoli dipendenti per la loro sicurezza. Il controllo delle forniture militari permette di orientare le condizioni e la direzione dei conflitti, spesso indirizzandoli contro attori non allineati, senza necessità di interventi militari diretti da parte degli esportatori. In questa architettura, la Semiperiferia svolge un ruolo duale. Da una parte, resta subordinata e trasferisce risorse tramite gli acquisti di armi; dall’altra può agire attivamente per plasmare una geopolitica regionale coerente con gli interessi del Centro (Buzuev, 1990: 108-109; Li, 2008: 96) oppure per assumere un orientamento autonomo, esponendosi a gravi rischi di intervento.</p>



<p>Il quarto meccanismo consiste negli interventi militari e nei regimi clienti che garantiscono accesso privilegiato a energia e materie prime a prezzi sistematicamente sottovalutati, mentre la militarizzazione dei corridoi marittimi strategici consolida il dominio del Centro sui flussi commerciali. Si crea così un regime logistico separato, dove le imprese del Centro (o di Paesi sotto il suo ombrello di sicurezza) beneficiano di costi di trasporto e coordinamento ridotti, mentre le economie emergenti escluse da tali infrastrutture militari-logistiche affrontano costi più alti, con un effetto di esclusione competitiva che frena traiettorie di accumulazione non allineate e rafforza specializzazioni diseguali (Khalili, 2020).</p>



<p>Il quinto meccanismo consiste nella preservazione di regimi valutari gerarchici. La componente maggioritaria delle transazioni globali e delle passività esterne (debito sovrano e corporate) è denominata in valute di riserva. I tentativi da parte dei paesi periferici di creare blocchi monetari regionali, denominare scambi in valute alternative o costruire infrastrutture autonome di pagamenti transfrontalieri minacciano le condizioni che consentono al Centro di ridurre i costi produttivi attraverso le importazioni a basso prezzo; in risposta, interventi diretti o indiretti e minacce credibili funzionano come strumenti coercitivi per preservare l’egemonia valutaria (Lee, 2011; Scott, 2011; Sylla, 2021; Wilson, 2020; Taylor, 2019).</p>



<p>Nel complesso, i cinque meccanismi alimentano una vera e propria “apartheid tecnologica”, che relega i Paesi periferici al ruolo di fornitori di input a basso costo, disciplina i loro mercati del lavoro, comprime i loro salari e permette viceversa al Centro di sostenere livelli salariali elevati e alta occupazione. In questa chiave, l’appartenenza al Centro non si misura con il metro della conquista militare territoriale ma con la capacità di creare condizioni economiche interne favorevoli attraverso la svalutazione sistematica di lavoro e risorse in altre aree (Macheda &amp; Nadalini, 2022: 60; Freeman, 2008).</p>



<h5>3. Metodologia empirica</h5>



<p>Per testare empiricamente la tesi del circuito di retroazione, ricaviamo la struttura gerarchica dei Paesi attraverso un modello di clustering dinamico per dati panel multivariati. Ogni paese <em>i</em>, in ciascun anno <em>t</em>, è descritto da un vettore di caratteristiche <em>y<sub>it</sub></em>. L’idea è che esistano <em>k</em> gruppi di Paesi, con <em>k </em>prefissato, e che l’appartenenza di ciascun Paese a un cluster <em>c<sub>it</sub></em> sia una variabile latente che evolve nel tempo (Joao et al., 2023). Le caratteristiche osservate <em>y<sub>it</sub></em> sono la somma di una media specifica del cluster <em>μ<sub>c<small><sub>it</sub></small></sub></em>, variabile nel tempo, e di un termine di errore distribuito secondo la distribuzione <em>t</em> di Student con matrice di scala potenzialmente variabile per cluster e nel tempo. La dinamica di <em>c<sub>it</sub></em> è governata da una catena di Markov, cosicché la probabilità a <em>t</em> di transitare dal cluster <em>j</em> al cluster <em>h</em> è <em>π<sub>jht</sub></em> ed è comune a tutti i Paesi. Gli output principali della stima sono le medie temporali dei cluster, che ne descrivono i profili strutturali; la matrice di transizione tra cluster, che misura la probabilità con cui i paesi possono passare da un cluster all’altro; le probabilità condizionate filtrate di appartenenza del paese <em>i </em>&nbsp;al cluster <em>j</em>, che servono per assegnare univocamente i primi ai secondi in ciascun periodo.</p>



<p>Poiché <em>k</em> rappresenta il numero di partizioni del sistema mondiale, sulla base dell’analisi teorica abbiamo un <em>prior</em> forte per fissare il numero di cluster a <em>k</em>=3, coerentemente con la tripartizione tra Centro, Semiperiferia e Periferia. Tuttavia, la nostra scelta finale a favore di <em>k</em>=3 è sostenuta da una validazione preliminare basata su algoritmi standard di clustering e criteri diagnostici, e viene controllata attraverso stime alternative (ovvero stimando il modello per <em>k</em>=2, 3, 4, 5) per verificare la robustezza della classificazione. I nostri test evidenziano che, se scegliamo di fissare un valore di <em>k &gt; 3</em>, i cluster in sovrannumero rispetto ai primi 3 saranno sempre vuoti, il che indica che <em>k</em>=3 fornisce la ripartizione dei paesi più dettagliata e non ridondante. Per maggiori dettagli si rimanda al <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">paper completo</a>.</p>



<h5>4. Dati</h5>



<p>Gli indicatori sono selezionati bilanciando completezza informativa e dimensione del campione, con l’obiettivo di includere un numero significativo di paesi a reddito medio e basso. Le variabili selezionate sono complessivamente dieci, ed ognuna di esse è esplicitamente collegata a una delle tre dimensioni dell’analisi (tecnologica, finanziaria, militare).</p>



<p>Per rappresentare la dimensione tecnologica usiamo il PIL pro capite misurato a tassi di cambio PPP, la produttività totale dei fattori (TFP) relativa agli Stati Uniti, e l’Economic Complexity Index (ECI), che misura l’intensità di conoscenza del paniere di esportazioni di un Paese in termini di diversità e ubiquità e funge da proxy più specifico di monopolio tecnologico (Hidalgo &amp; Hausmann, 2009). Per rappresentare la dimensione finanziaria usiamo lo stock di FDI attivi rispetto al PIL, il reddito netto da investimenti sul PIL, e il rapporto tra tasso di cambio di mercato e cambio PPA, inteso a catturare sopravvalutazione valutaria. Per misurare la dimensione militare usiamo la spesa militare sul PIL, la spesa militare pro capite, le esportazioni e le importazioni pro capite di armi. Riguardo a questa dimensione, ipotizziamo che l’export di armi abbia una maggiore capacità discriminante, poiché le altre misure sono influenzate maggiormente dalle contingenze difensive. In effetti, analisi preliminari di correlazione suggeriscono che le esportazioni militari siano più fortemente associate alle variabili tecnologiche e finanziarie rispetto agli altri indicatori militari e in particolare alle importazioni di armi, confermando l’ipotesi che l’export bellico catturi meglio la capacità di proiezione esterna.</p>



<p>Per ottenere un panel bilanciato abbiamo interpolato linearmente alcuni valori mancanti e colmato i gap residui usando l’ultimo valore disponibile; i paesi con valori mancanti sono stati esclusi. Il campione finale contiene 3.168 osservazioni per 88 paesi nel periodo 1988-2023. Per maggiori informazioni sul dataset si rimanda al <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">paper completo</a>. Nella stima del nostro modello di riferimento includiamo 9 delle 10 variabili appena elencate, escludendo le importazioni militari pro capite per i motivi descritti sopra.</p>



<h5>5. Risultati</h5>



<h5>5.1. Composizione dei cluster e transizioni</h5>



<p>I risultati rivelano una stabile gerarchia tripartita. Il Centro (Figura 1) è quasi completamente stabile. I 20 paesi che rimangono al suo interno per l&#8217;intero periodo 1988-2023 sono i principali stati coloniali d’insediamento (Australia, Canada, Israele, Stati Uniti), le ex potenze coloniali, i paesi nordici e le due principali “propaggini” tedesche (Austria, Svizzera). Nel periodo considerato, solo cinque paesi sono transitati dalla Semiperiferia verso il Centro: Estonia (2023), Ungheria (2006), Nuova Zelanda (1991), Corea del Sud (2007) e Portogallo (2009). I primi quattro sono entrati definitivamente nel Centro, mentre l’ultimo è rientrato nella Semiperiferia l&#8217;anno successivo. Tutti i 25 paesi che hanno fatto parte del Centro nel periodo considerato sono classificati come ad alto reddito nel 2024 secondo i dati della Banca Mondiale e, con le eccezioni di Ungheria e Singapore, sono classificati come democrazie secondo gli indicatori V-Dem (Herre 2021).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg" alt="" class="wp-image-15411" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 1. Paesi del Centro e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La Periferia è composta da paesi situati principalmente nell&#8217;emisfero australe (Figura 2), la maggior parte dei quali occupa gli strati inferiori della distribuzione del reddito globale. 39 dei 46 paesi appartenenti alla Periferia per almeno un anno erano a basso reddito (4), a reddito medio-basso (18) o a reddito medio-alto (17), mentre solo 7 di essi erano ad alto reddito nel 2024. Invece, nessuno dei 14 paesi che si trovano nella Periferia per l&#8217;intero periodo è registrato come ad alto reddito. Guardando ai regimi politici, la Periferia è quasi equamente divisa tra democrazie (24) e autocrazie (22) (Ibid.), suggerendo che la posizione economica piuttosto che il regime politico sia la caratteristica principale che definisce questo gruppo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.jpeg" alt="" class="wp-image-15413" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 2. Paesi periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La Semiperiferia (Figura 3) comprende paesi sia dell&#8217;emisfero settentrionale che meridionale. 32 dei 54 paesi appartenenti a questo gruppo per almeno un anno, erano a reddito medio-basso (9) o a reddito medio-alto (23) nel 2024, mentre 22 di essi erano ad alto reddito. Il gruppo di 17 paesi che fa stabilmente parte della Semiperiferia per l’intero periodo, include 8 paesi dell&#8217;Europa orientale ad alto reddito, tra cui la Russia, mentre i componenti a reddito medio-alto includono Brasile, Cina e Sudafrica. India e molte altre economie asiatiche oscillano tra la Semiperiferia e la Periferia. La maggior parte dei paesi della Semiperiferia (33 su 54) era governata da democrazie liberali o elettorali nel 2024, secondo i dati V-Dem.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.jpeg" alt="" class="wp-image-15414" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 3. Paesi semi-periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La mobilità dalla Periferia al Centro è completamente assente, e nessun paese del Centro è transitato verso la Periferia. Si contano in media 2,9 transizioni all&#8217;anno, pari al 3,2% dei paesi del campione. Questi dati evidenziano la stabilità della composizione dei cluster, basata su una gerarchia consolidata tra paesi rimasta sostanzialmente stabile dal 1988. Il 94% delle transizioni si è verificato tra periferia e semiperiferia, con una leggera tendenza alla riduzione delle dimensioni di quest&#8217;ultima. Questi risultati confermano il divario tra Centro, da un lato, e Periferia e Semiperiferia, dall&#8217;altro, sottolineando al contempo la natura complessa e ambivalente di quest’ultima.</p>



<p>Secondo il dataset Colpus (Chin e Kirkpatrick 2023), i paesi della Periferia (Semiperiferia) hanno subito un totale di 37 (28) colpi di stato nel periodo considerato, mentre i paesi del Centro hanno subito un solo incidente di questo tipo. La stabilità politica del Centro è coerente con l’ipotesi che tecnologia e finanza sostengano le capacità militari senza eccessive frizioni interne. Allo stesso tempo, questi paesi mostrano il più alto tasso di coinvolgimento nei conflitti nel periodo considerato, sia per i conflitti interstatali che per quelli intrastatali internazionalizzati, in cui intervengono tipicamente come attori esterni a supporto di una delle parti in conflitto. I paesi semiperiferici sono maggiormente colpiti dall&#8217;instabilità interna che porta a conflitti intrastatali, mentre il loro coinvolgimento in conflitti intrastatali internazionalizzati è principalmente correlato a eventi che si verificano sul loro territorio. Nel complesso, questi risultati contraddicono i quadri teorici liberali (ad esempio, Acemoglu e Robinson 2012), che caratterizzano il militarismo come una politica atavica dei regimi autocratici, sottolineando invece la postura aggressiva dei paesi del Centro. Allo stesso tempo, la Semiperiferia appare come il bersaglio principale delle politiche interventiste.</p>



<p><em>Tabella 1. Coinvolgimento nei conflitti, medie per cluster, 1988-2023</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="696" height="229" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.png" alt="" class="wp-image-15417" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.png 696w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x99.png 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori sui dati sui conflitti tratti dall’Uppsala Conflict Data Program (2024). Nota: i valori sono la somma, nell&#8217;intero periodo, del numero di conflitti verificatisi in ciascun anno nei paesi del cluster, divisa per il numero di paesi del cluster.</figcaption></figure></div>



<h5>5.2. Profili strutturali dei cluster: tecnologia, finanza e export bellico</h5>



<p>Analizzando l’evoluzione delle medie dei cluster nel tempo (Figura 4), si osserva che il Centro mantiene un vantaggio persistente in tutte le variabili tecnologiche e finanziarie. Un risultato importante è che, mentre il gap nell’ECI tra Centro e Semiperiferia tende a ridursi, la distanza in termini di PIL pro capite resta stabile o si amplia. Interpretiamo questa apparente contraddizione come l’esito della crescente dominanza finanziaria del Centro. Anche quando alcune economie semiperiferiche diventano capaci di competere in settori tecnologici in precedenza dominati dal Centro, quest’ultimo riesce a catturare una quota maggiore del valore generato dalle catene globali di produzione proprio grazie alle rendite finanziarie. Questa supremazia tecnologico-finanziaria sostiene la dominanza militare del Centro, soprattutto nel ruolo di principale esportatore di armi. Il vantaggio del Centro nelle esportazioni di armamenti si amplia nel periodo, riflettendo sia il controllo monopolistico sulla produzione militare avanzata sia il ruolo dell’export bellico nella sua politica estera. Crucialmente, il Centro mantiene la preminenza militare senza un onere fiscale sproporzionato. Infatti, la spesa militare in quota di PIL rimane relativamente contenuta. In termini coerenti con l’ipotesi teorica, tecnologia e finanza “sussidiano” la potenza militare riducendo i trade-off domestici.</p>



<p>La Periferia resta strutturalmente svantaggiata su tecnologia e finanza. La quasi totale assenza di esportazioni di armi ne conferma l’esclusione dalla produzione militare avanzata. Al tempo stesso, l’alta incidenza di conflitti interni forza molti paesi periferici a essere importatori di armi. Questo vincolo esterno limita il loro upgrading tecnologico, frena la crescita e riduce le risorse fiscali disponibili. Ne deriva un circuito vizioso: la periferia sopporta un onere di spesa militare comparabile agli altri cluster, pur avendo una spesa pro capite circa un ordine di grandezza inferiore rispetto al Centro.</p>



<p><em>Figura 4. Medie temporali dei cluster</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="605" height="491" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.gif" alt="" class="wp-image-15410" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.gif 605w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x243.gif 300w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption>Fonti: PIL pro capite e tassi di cambio: Banca Mondiale; Produttività totale dei fattori: Penn World Tables; Economic Complexity Index: Observatory for Economic Complexity; Stock IDE e Reddito da investimenti: FMI; Spese e esportazioni militari: SIPRI.</figcaption></figure></div>



<p>La Semiperiferia occupa una posizione intermedia ma gravata da tensioni specifiche. Se il recupero tecnologico non si traduce in un equivalente avanzamento di reddito, ciò dipende verosimilmente dalla difficoltà di colmare il divario finanziario con il Centro in termini di accumulazione di FDI attivi, redditi da investimenti e apprezzamento valutario. Inoltre, per proiettare la propria influenza su una sfera geografica più vasta, la politica estera del Centro richiede una rete ampia di alleati e clienti che aumentino la loro spesa militare. In parallelo, i paesi semiperiferici alla ricerca di una maggiore autonomia sono spinti a spendere di più per difendersi. Nei dati, questa duplice tendenza si riflette in una traiettoria crescente della spesa militare pro capite dalla prima metà degli anni 2000. Tuttavia, a differenza del Centro, la Semiperiferia non beneficia della stessa combinazione di rendite da export bellico e privilegi finanziari. Di conseguenza, la crescente spesa militare diventa un drenaggio netto di risorse, visibile nella quota di spesa militare/PIL più elevata rispetto sia al Centro sia alla Periferia.</p>



<h5>5.3. Confronto tra Stati Uniti, Europa Occidentale, Cina e Russia</h5>



<p>Passando dal profilo medio dei cluster ai singoli paesi, rileviamo che Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea più Regno Unito risultano stabili membri del Centro, mentre Cina e Russia risultano stabilmente nella Semiperiferia. All’interno di questo gruppo, la Cina concentra gran parte del catch-up tecnologico misurato dall’ECI, mentre la Russia accumula un ritardo crescente. Anche all’interno del Centro si osserva una significativa divergenza, con i paesi europei che perdono terreno rispetto agli Stati Uniti in termini di produttività totale dei fattori.</p>



<p><em>Figura 5. Paragone tra Paesi</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="605" height="453" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.gif" alt="" class="wp-image-15412" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.gif 605w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2-300x225.gif 300w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption>Fonti: vedi Figura 4.</figcaption></figure></div>



<p>Sul piano finanziario, l’accumulazione di IDE attivi nel Centro è trainata soprattutto dall’Europa Occidentale, che ha trasformato i propri surplus di conto corrente in esportazione di capitale finanziario, in gran parte destinato agli USA. Russia e Cina registrano anch’esse surplus commerciali, ma la loro capacità di accumulare FDI in uscita appare limitata, rispettivamente, dalla bassa capacità tecnologica nel caso della Russia e da misure protezionistiche che colpiscono gli investimenti nel caso della Cina. Inoltre, il valore del Renminbi appare convergere verso la parità di potere d’acquisto, con scarsa evidenza di una sistematica sottovalutazione.</p>



<p>L’aumento della spesa militare nella Semiperiferia è attribuibile in larga parte alla Russia, le cui esportazioni militari sono diminuite in coincidenza con la guerra in Ucraina, che ha assorbito la maggior parte della produzione bellica. La Cina mostra una crescita della spesa militare pro capite più lenta del PIL, con un rapporto spesa/PIL in calo e export bellico contenuto. Nel Centro, l’aumento della quota della spesa militare sul PIL è guidato soprattutto dagli stati europei. In presenza di piani per un’intensità di spesa militare comparabile a quella degli anni Ottanta, le prospettive di crescita più deboli espongono la componente europea del Centro a un rischio maggiore di disequilibrio strategico (Kennedy, 1988), nel tentativo di finanziare impegni militari elevati su basi economiche meno favorevoli.</p>



<h5>5.4. Analisi di sensitività</h5>



<p>Una misura di accordo annuale tra assegnazioni di partizioni diverse mostra che un modello costruito solo con tre variabili chiave &#8211; ECI, quota di FDI in uscita sul PIL ed esportazioni di armi pro capite &#8211; replica oltre l’80% delle assegnazioni annuali del modello completo dopo il 2005 (Figura 6). Viceversa, un modello che include tutte le altre variabili ma esclude simultaneamente questa triade scende sotto il 70% di accordo nello stesso periodo.</p>



<p><em>Figura 6. Quota di assegnazioni identiche per anno tra il modello di riferimento (9 variabili) e: a) un modello con 3 variabili (ECI, IDE in uscita sul PIL e esportazioni militari pro capite); b) un modello con 6 variabili (escludendo le precedenti)</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="418" height="373" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.gif" alt="" class="wp-image-15409" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.gif 418w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x268.gif 300w" sizes="(max-width: 418px) 100vw, 418px" /></figure></div>



<p>Questo risultato convalida le premesse teoriche del Par. 2 sotto due profili. Il primo profilo è che, tra le variabili-chiave, sono rappresentate tutte le dimensioni individuate: tecnologica, finanziaria e militare. Sebbene il predominio tecnologico rappresenti la base del predominio finanziario e militare, queste due dimensioni mantengono una rilevanza indipendente. Si evidenzia così che lo sviluppo tecnologico non sfocia necessariamente nel militarismo. Piuttosto, quest’ultimo è il frutto di una combinazione di scelte politiche che dirigono lo sviluppo tecnologico in determinate direzioni piuttosto che in altre. Il secondo profilo è che le variabili chiave per le dimensioni tecnologica e militare sono quelle che, ex ante, abbiamo identificato come le più aderenti alla nostra analisi: ECI perché misura più precisamente il monopolio tecnologico; le esportazioni militari perché sono più collegate ad una proiezione esterna della forza. Nell’ambito della dimensione finanziaria, il rapporto attività IDE/PIL è più informativo rispetto al reddito netto da investimenti, che è più suscettibile all’elusione degli utili attraverso i paradisi fiscali. Inoltre, la divergenza delle posizioni patrimoniali negli IDE si è ampliata notevolmente durante il periodo preso in esame, mentre la sopravvalutazione della valuta è rimasta relativamente stabile. Questa divergenza contribuisce a spiegare il maggiore potere discriminatorio degli IDE, che è in linea con le teorie classiche dell’imperialismo, che identificano l’esportazione di capitali come una caratteristica distintiva dell’imperialismo (Lenin 1968/1917).</p>



<h5>6. Conclusioni</h5>



<p>Secondo le argomentazioni della Sez. 2, l’imperialismo contemporaneo opera come un circuito dinamico tra dominio tecnologico, finanziario e militare, che riproduce la disuguaglianza economica globale tra i paesi. Il dominio tecnologico monopolistico del Centro genera le risorse necessarie per la supremazia militare. Questo vantaggio tecnologico, a sua volta, garantisce il dominio finanziario, che espande lo spazio fiscale per la spesa militare. La spesa militare non è un costo finale ma un investimento strategico, impiegato sia direttamente che indirettamente per soffocare le capacità di sviluppo della Periferia.</p>



<p>La nostra argomentazione generale non contraddice necessariamente l’ipotesi che i paesi europei possano presto trovarsi schiacciati dai propri crescenti impegni di spesa militare. In effetti, secondo gli ultimi sviluppi, gli Stati Uniti si trovano in una posizione molto migliore per continuare a beneficiare del circuito imperialista rispetto alle loro controparti europee. Questo vantaggio vale finché gli Stati Uniti mantengono il loro (leggero) vantaggio tecnologico contro la Cina e il loro (solido) vantaggio finanziario rispetto al resto del mondo, scaricando con successo i propri impegni militari sugli alleati. I paesi europei, al contrario, restano sempre più indietro sul fronte tecnologico, detengono un vacillante monopolio finanziario e sembrano meno capaci di proiettare il potere lontano dai propri confini, essendo assorbiti da una guerra costosa e fallimentare sul teatro europeo. Le attuali élite europee sembrano aver frainteso la logica di base dell’imperialismo contemporaneo, se scommettono sulla spesa militare come motore della domanda interna. La nostra analisi suggerisce che, all’interno della logica dell’imperialismo, la spesa militare serve come mezzo per attuare una politica estera che garantisca vantaggi estrattivi. Quando vengono staccate da quel progetto imperialista “coerente” – o quando non riescono a raggiungere gli obiettivi pianificati – tali spese diventano uno spreco di risorse.</p>



<p>Nei nostri dati l’ascesa tecnologica della Cina rappresenta l’unico segnale evidente di una convergenza della Periferia verso il Centro. Le aggressioni esterne, la dipendenza tecnologico-militare e la presenza di regimi monetari gerarchici contribuiscono a bloccare la crescita economica dei paesi periferici e semiperiferici, rendendo inefficaci le classiche politiche di sostegno allo sviluppo. Una strategia praticabile dovrebbe concentrarsi sulla costruzione di canali efficaci per il trasferimento tecnologico all’interno della Periferia e sull’implementazione di circuiti finanziari separati dai sistemi di pagamento del Centro. D&#8217;altro canto, un contesto internazionale sicuro e pacifico allevierebbe i paesi periferici dall&#8217;onere di spese militari eccessive. Sebbene nell&#8217;attuale contesto la costruzione di una deterrenza militare credibile sia essenziale per ridurre la probabilità di un intervento straniero, i costi di questa politica non possono essere trascurati. Pertanto, il rispetto del diritto internazionale è fondamentale per attenuare i vincoli coercitivi radicati nel predominio militare e per ampliare l&#8217;autonomia politica degli stati periferici e semi-periferici impegnati in progetti di sviluppo sovrano. L’autonomia, a sua volta, consentirebbe a queste economie di rafforzare le proprie capacità produttive, aprendo così la strada a una distribuzione più equa del reddito nell’economia mondiale.</p>



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		<title>Il PNRR e gli strumenti per le politiche economiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/maria-pomponio/">Maria Pomponio</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il volume Il PNRR dell’Italia. Metodi e strumenti per politiche economiche possibili, a cura di Pierciro Galeone e Walter Tortorella (Carocci 2026), con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, si colloca in un punto interessante (e scomodo) del ciclo di vita del PNRR: abbastanza tardi da poter parlare di architettura istituzionale e meccanismi attuativi con evidenze concrete, ma ancora troppo presto per una valutazione seria degli impatti.</p>
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<p>Il volume <strong><em>Il PNRR dell’Italia. Metodi e strumenti per politiche economiche possibili</em></strong>, a cura di Pierciro Galeone e Walter Tortorella (Carocci 2026), con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, si colloca in un punto interessante (e scomodo) del ciclo di vita del PNRR: abbastanza tardi da poter parlare di architettura istituzionale e meccanismi attuativi con evidenze concrete, ma ancora troppo presto per una valutazione seria degli impatti. L’operazione editoriale è ambiziosa perché non si limita a “raccontare” il PNRR: prova a ragionare se vi sono elementi per individuare un metodo trasferibile, cioè a trasformare un intervento eccezionale in una grammatica di politiche ordinarie. È una scommessa tipicamente da economia pubblica: istituzioni, incentivi, vincoli di bilancio e – soprattutto – come si misura (e si paga) il valore pubblico.</p>



<p>Il filo rosso più convincente sta nella lettura del PNRR come contratto di performance: l’allocazione ed erogazione delle risorse avviene per tranches legate a Milestone e Target, segnando il passaggio da una logica input-oriented a una logica output-oriented. Questa impostazione, in teoria, dovrebbe spostare l’amministrazione dal “quanto si è speso” al “quanto si è prodotto”. Ma il volume è onesto nel riconoscere che l’innovazione è reale e, insieme, fragile: la centralizzazione degli obiettivi e la necessità di un monitoraggio “fisico” dei risultati si innestano su un’attuazione fortemente decentrata e diseguale in capacità amministrativa.</p>



<p>Dove il libro diventa davvero utile per un economista pubblico è quando smonta la retorica dell’efficienza procedurale come sinonimo di efficacia sociale. In particolare, viene messo a fuoco un rischio sistemico: la performance “schiacciata” su adempimenti e realizzazioni immediate, più che su risultati e impatti. È un punto cruciale, perché la <em>valutazione</em> nel PNRR tende a coincidere con la <em>verifica</em> (compliance) invece che con l’analisi controfattuale degli effetti. Il testo richiama esplicitamente la necessità di una valutazione ex post più sistematica per evitare la focalizzazione su indicatori facili da misurare a scapito di obiettivi complessi (qualità, distribuzione, accessibilità reale). Qui sta una prima criticità: se gli output diventano la moneta unica, le amministrazioni razionalmente “ottimizzano” per ciò che entra in Regis e nei cruscotti, non per ciò che cambia la vita delle persone.</p>



<p>La seconda criticità, collegata, è di natura allocativa: la logica dei bandi competitivi può trasformare il PNRR in una macchina che premia capacità progettuale più che fabbisogni e impatti modesti. Non è un dettaglio: significa che l’uguaglianza formale delle regole può produrre disuguaglianza sostanziale di risultati, soprattutto quando il vincolo vero è il capitale umano amministrativo. Il volume suggerisce implicitamente una via da manuale di policy design: programmazione più cooperativa e basata su evidenze condivise, riducendo competizione sterile e frammentazione territoriale.</p>



<p>Ma il punto più spinoso riguarda la distanza tra <em>output</em> e <em>outcome</em> (e tra outcome e impatto). Il libro riconosce che gli impatti veri saranno apprezzabili solo nel medio periodo e rimanda alla valutazione indipendente prevista dalla Commissione entro il 2028. Questo è corretto, ma lascia aperto un problema: se l’orizzonte valutativo serio è “dopo”, allora l’architettura di incentivi “durante” rischia di non essere allineata agli outcome. In altre parole: possiamo anche consegnare scuole, nidi, piattaforme digitali; ma senza misurare qualità dei servizi, riduzione dei divari, effetti su partecipazione femminile, mobilità sociale, produttività urbana, rischiamo un catalogo di opere più che una trasformazione strutturale.</p>



<p>E qui subentra anche il tema del debito, che nel volume è affrontato con chiarezza, ma che merita una lettura ancora più ragionieristica (in senso buono). L’Italia è il paese con il maggior ricorso ai prestiti: il 63,1% del PNRR italiano è <em>loans</em>, con 122,6 miliardi su 194,4. Questo non è un fatto neutro: significa che una quota importante del successo del PNRR dovrà materializzarsi come crescita potenziale e gettito futuro, altrimenti l’operazione si traduce in debito senza capacità fiscale aggiuntiva. Il libro esplicita anche l’elefante nella stanza: l’Italia parte da un debito/PIL elevato (135,3% nel 2024) e somma al tema del rimborso quello della spesa corrente necessaria a far funzionare le opere realizzate.</p>



<p>Qui la critica si fa netta: il PNRR, per costruzione, finanzia principalmente capitale, ma gli outcome richiedono spesa corrente (personale, manutenzione, gestione). Il volume lo dice senza giri di parole: “non basta finanziare gli investimenti: serve anche spesa corrente per metterli a terra, gestirli e mantenerli nel tempo”, e una politica <em>performance-based</em> non può ignorare l’impatto sulla spesa corrente e i vincoli di finanza pubblica. Se questo nodo non viene sciolto, il rischio è quello evocato anche in altre parti del testo: un rimbalzo fino al 2026, senza effetti strutturali duraturi sulla crescita potenziale.</p>



<p>C’è poi il “debito comune” europeo, che il volume descrive bene nella sua ambivalenza: innovazione solidale e, insieme, partita politica ancora aperta su chi pagherà davvero. Gli Stati hanno accettato l’aumento del tetto delle risorse proprie UE come garanzia e il rimborso è previsto 2028–2058 tramite nuove entrate proprie o, in mancanza, maggiori contributi nazionali. Inoltre, gli interessi si pagano subito, mentre il capitale inizia dopo il 2032. Tradotto: il costo fiscale non è “posticipato” quanto piace raccontare, e si innesta su nuove regole di bilancio e su pressioni concorrenti (spesa sociale, difesa, transizione).</p>



<p>In conclusione, il libro riesce nell’obiettivo principale: mostra che il PNRR non è solo un piano di spesa, ma un esperimento istituzionale nato da eventi eccezionali (Covid prima e guerra Russo-Ucraina) su come si può provare a governare una politica pubblica complessa in un conteso, quell’UE, decisamente fragile. La sua utilità maggiore sta nel mettere in evidenza i trade-off reali (centralizzazione vs adattamento territoriale; velocità vs qualità; output verificabili vs outcome desiderati). Si tratta di usare questo volume come base per la fase post-PNRR, ma con due correttivi: (1) spostare l’ossessione del monitoraggio dalla produzione di output alla misurazione degli outcome, con valutazioni robuste e comparabili; (2) portare il tema del debito dentro la policy design, finanziando (o almeno pianificando) la corrente necessaria a rendere gli investimenti <em>funzionanti</em> e non solo <em>inaugurabili</em>. Se no, rischiamo la politica pubblica più italiana di tutte: bellissimo nastro tagliato, e poi cartello “chiuso per mancanza di personale”.</p>
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		<title>L&#8217;impatto della politica monetaria sugli investimenti residenziali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/giacomo-sbrenna/">Giacomo Sbrenna</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 23:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ultimi decenni hanno visto l’alternarsi di vari cicli di politica monetaria, dalla fase fortemente espansiva a seguito della crisi del 2008, alla fase restrittiva a seguito del periodo inflattivo post-pandemico. Gli effetti di queste politiche non sempre hanno soddisfatto le aspettative dei policymaker, aprendo un dibattito sull’efficacia delle stesse. Studi diversi, condotti da differenti prospettive teoriche, hanno evidenziato un'ampia gamma di canali attraverso i quali la politica monetaria può influenzare l'economia (Hannsgen, 2007; Lane, 2022). Inoltre, gli effetti variano considerevolmente quando si va a scorporare il PIL nelle sue componenti, soprattutto quelle autonome, al centro del dibattito di teoria economica per quanto riguarda crescita e occupazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>Introduzione</h5>



<p>Gli ultimi decenni hanno visto l’alternarsi di vari cicli di politica monetaria, dalla fase fortemente espansiva a seguito della crisi del 2008, alla fase restrittiva a seguito del periodo inflattivo post-pandemico. Gli effetti di queste politiche non sempre hanno soddisfatto le aspettative dei policymaker, aprendo un dibattito sull’efficacia delle stesse. Studi diversi, condotti da differenti prospettive teoriche, hanno evidenziato un&#8217;ampia gamma di canali attraverso i quali la politica monetaria può influenzare l&#8217;economia (Hannsgen, 2007; Lane, 2022). Inoltre, gli effetti variano considerevolmente quando si va a scorporare il PIL nelle sue componenti, soprattutto quelle autonome, al centro del dibattito di teoria economica per quanto riguarda crescita e occupazione.</p>



<p>Un sottocomponente della domanda che ultimamente è al centro del dibattito sono gli investimenti residenziali (Krugman, 2018). Sia la letteratura mainstream che quella eterodossa hanno attribuito grande importanza al ruolo svolto da questa componente sull&#8217;economia nel suo complesso e all&#8217;influenza che la politica monetaria esercita sul suo andamento (Leamer, 2015; Teixeira &amp; Petrini, 2023). Nella letteratura mainstream, i canali attraverso i quali questa influenza si manifesta sono molteplici. In primo luogo, vi è il classico canale diretto che vede il tasso di interesse come costo d&#8217;uso del capitale e che quindi influisce in ultima istanza sulla domanda di investimenti residenziali. Viene spesso incluso l&#8217;impatto delle politiche monetarie sulle aspettative di variazione dei prezzi delle case. Vi è poi l’effetto ricchezza standard sul consumo derivante dall&#8217;ipotesi del ciclo vitale à la Modigliani. Inoltre, vi è il classico canale di bilancio data la possibilità di usare l’immobile come garanzia (Mishkin, 2007). Da una prospettiva eterodossa, i canali teorici degli investimenti residenziali sono duplici. In primo luogo, il tasso di interesse influisce sui prezzi delle abitazioni e sui pagamenti variabili degli interessi attraverso il canale del flusso di cassa. In secondo luogo, esso influisce sul tasso di interesse proprio attraverso il canale della domanda di credito (Barbieri Goes, 2023).</p>



<p>Dagli anni Novanta, si è registrato un rinnovato interesse non solo per l&#8217;effetto delle politiche monetarie ma anche per le eventuali risposte asimmetriche (Morgan, 1993), intese come differenza nei risultati in funzione di una terza variabile di &#8220;stato&#8221;. Il concetto di asimmetria può essere declinato secondo molteplici aspetti. Nella trattazione degli gli shock monetari, nell&#8217;ultimo ventennio, il mondo accademico ha concentrato la propria produzione scientifica principalmente sulle asimmetrie legate al segno dello shock ovvero alla presenza di risposte diverse quando viene considerata una politica monetaria restrittiva piuttosto che una espansiva (Barnichon et al., 2017; Jordà et al., 2020).</p>



<p>In questo studio, dopo una breve revisione della metodologia, il focus si concentrerà sugli effetti asimmetrici della politica monetaria sugli investimenti residenziali. In particolare, dallo studio appare chiaro come un diverso segno dello shock, e quindi l’attuazione di una politica espansiva piuttosto che restrittiva, ha come risultato una risposta asimmetrica sulla componente di domanda autonoma presa in esame. Nelle implicazioni di politica economica, quindi, verrà discusso come questa asimmetria mini all’efficacia dello strumento della politica monetaria in sé, e in particolare l’attuazione di politiche espansive, soprattutto per quando riguarda il suo effetto sugli investimenti residenziali.&nbsp;</p>



<h5>Evidenze Empiriche</h5>



<p>L’analisi macroeconometrica presente in questo lavoro è sviluppata utilizzando dati trimestrali dal 1960 al 2019 per gli Stati Uniti. Il dataset in questione comprende il PIL (<em>gdp</em>) e gli Investimenti Residenziali (<em>invr</em>), l’indice dei prezzi al consumo (<em>p</em>), il tasso di cambio reale effettivo (<em>reer</em>) e il FED funds rare (<em>i</em>). Le fonti per i dati delle componenti della domanda sono l’OCSE, i tassi di cambio reali sono stati presi da BRUEGEL e il tasso di interesse direttamente da FRED. Tutte le variabili sono destagionalizzate e, ad esclusione del tasso FED, espresse in logaritmi e termini reali.</p>



<p>In questa sezione sono stimati, attraverso la metodologia delle Local Projections (Jordà, 2023; Alpanda &amp; Zubairy, 2019), gli effetti della politica monetaria sul PIL e sulla componente degli investimenti residenziali. La metodologia applicata per le stime, così come l’identificazione del modello è presente in dettaglio all’interno dell’Appendice di questo lavoro.</p>



<p>Le Funzioni di Risposta a Impulso (IRFs) per quanto riguarda il PIL, con intervalli di confidenza al 68% e 90%, sono presenti in Figura (2). Come prevedibile, la produzione, nel suo valore aggregato, presenta una risposta negativa rispetto a uno shock di politica monetare, anche se significativa solo al 68%. La storia appare diversa quando si considera invece uno shock restrittivo rispetto ad uno espansivo. Nel primo caso, l’impatto sulla produzione risulta non solo più intenso del doppio ma anche significativo con un intervallo al 90%. Al contrario, una politica espansiva non sembra produrre alcun tipo di effetto significativo sul livello di produzione dell’economia. Inoltre, è interessante notare come una politica monetaria restrittiva sembra presentare un effetto permanente o quantomeno di lungo periodo sul livello di produzione avendo effetti significativi a cinque anni.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="788" height="573" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image.png" alt="" class="wp-image-15385" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image.png 788w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-300x218.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-768x558.png 768w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /><figcaption><strong>Figura 1</strong>. IRFs cumulata lineare e dipendente dal segno dello shock per l&#8217;andamento del PIL a seguito di uno shock di Politica Monetaria.</figcaption></figure></div>



<p>La risposta del PIL deve per forza riflettere, in aggregato, il comportamento delle sue componenti. In generale, la letteratura identifica negli Investimenti Residenziali uno dei driver principali del suo andamento. In Figura (3) sono presenti le IRFs per quanto riguarda quest’ultima componente a fronte di uno shock del FFR. Possiamo innanzi tutto notare come l’intensità delle risposte, sia per quanto riguarda il caso lineare, sia nel caso delle asimmetrie, risulti sempre maggiore della risposta del PIL nel suo generale. La risposta degli investimenti residenziali a uno shock lineare è infatti persistente e significativa al 90% a più di 4 anni di distanza. Analizzando poi la non linearità rispetto al segno, i risultati rispecchiano quelli dell’analisi precedente, con gli effetti di una politica monetaria restrittiva persistenti e fortemente significativi anche al 90%, allo stesso tempo la risposta ad una politica monetaria espansiva non è mai significativa per qualsiasi di confidenza. Inoltre, l’effetto sugli investimenti residenziali di una politica monetaria restrittiva è oltre quattro volte più intenso rispetto a quello del PIL.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="788" height="573" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1.png" alt="" class="wp-image-15386" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1.png 788w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1-300x218.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1-768x558.png 768w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /><figcaption><strong>Figura 2.</strong> IRFs cumulata lineare e dipendente dal segno dello shock per l&#8217;andamento degli Investimenti Residenziali a seguito di uno shock di Politica Monetaria.</figcaption></figure></div>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>Questo breve contributo ha analizzato la presenza di asimmetrie nei canali di trasmissione della politica monetaria e in particolare nella risposta del PIL e degli investimenti residenziali a shock di politica monetaria espansivi o restrittivi. Ciò è interessante anche a fronte dei rialzi avvenuti negli ultimi anni nelle principali economie avanzate a seguito della pandemia, dei conflitti bellici e del picco inflazionistico.</p>



<p>Da un lato politiche monetaria restrittive hanno un effetto significativo sull’economia reale, politiche espansive sembrano produrre effetti deboli e poco significativi. L’analisi si è particolarmente incentrata sugli effetti sulla componente degli investimenti residenziali. Per quanto in volume non sia una delle componenti principali del PIL nel suo aggregato, vari studi hanno sottolineato come il suo andamento possa essere tra i principali driver dei livelli di crescita e produzione dell’economia nel suo complesso (Leamer, 2015; Teixeira &amp; Petrini, 2023). Inoltre, la politica monetaria, come ipotizzato da un punto di vista teorico, si conferma uno strumento efficace nell’influenzare in maniera fortemente significativa questa componente. A fronte dei risultati ottenuti, appare quindi plausibile che l’effetto sull’economia reale della politica monetaria, con effetti più che significati in caso di politiche restrittive e quasi inefficaci nel caso di politiche espansive, passi principalmente attraverso questo canale.</p>



<p>Da questo studio si possono trarre varie implicazioni di politica economica. In generale la politica monetaria appare uno strumento incompleto, confermando l’idea keynesiana di un ruolo predominante nella politica fiscale. Inoltre, la risposta asimmetrica conferma come l’utilizzo di politiche monetari espansive non ha effetti significativi sulla componente degli investimenti residenziali e sul PIL in generale. Ne segue che in caso di recessione o contrazioni della produzione, l’utilizzo di stimoli di politica monetaria può non risultare lo strumento più appropriato data la sua generale inefficacia. La presenza di asimmetrie inoltre è in netto contrasto con tutta una serie di regole di politica monetaria, dalla Taylor Rule all’Inflation Targeting, che vedono nelle variazioni in entrambe le direzioni del tasso di interesse risultati perfettamente speculari. Se le risposte sono asimmetriche, come appare chiaramente da questo studio, gli effetti di un aumento del tasso dell’interessa di policy differiscono da quelli di una sua diminuzione. Oltre alle varie critiche a queste regole monetarie quindi, si aggiunge un’ulteriore problematicità, la loro formulazione perfettamente simmetrica non prevede quegli effetti asimmetrici che emergono nell’osservazione empirica del fenomeno monetario, rendendole intrinsecamente errate.</p>



<p>Per concludere, l’idea sviluppatasi durante la Grande Recessione statunitense, e notoriamente tradotta in metafora come “non si può spingere una corda”, sembra più viva che mai e confermata dai risultati empirici. La politica monetaria può avere un ruolo fondamentale nell’influenzare l’economia reale, e specialmente nel frenarla. Rimane però essenzialmente uno strumento relativamente incompleto e asimmetrico. Appare chiaro come la coordinazione tra politica monetaria e fiscale sia quindi un tema di fondamentale importanza per ottenere soddisfacenti risultati di policy, soprattutto viste le molteplici sfide della contemporaneità, dalle guerre, fino al cambiamento climatico.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Bibliografia</h5>



<p>Alpanda, S., &amp; Zubairy, S. (2019). Household Debt Overhang and Transmission of Monetary Policy. <em>Journal of Money, Credit and Banking</em>, <em>51</em>(5), 1265–1307.</p>



<p>Barbieri Goes, M. C. (2023). A tale of three prices: Monetary policy and autonomous consumption in the US. <em>Structural Change and Economic Dynamics</em>.</p>



<p>Barnichon, R., Matthes, C., &amp; Sablik, T. (2017). Are the Effects of Monetary Policy Asymmetric? <em>Federal Reserve Bank of Richmond Economic Brief</em>, <em>17</em>(3).</p>



<p>Deleidi, M., Iafrate, F., &amp; Levrero, E. S. (2023). Government investment fiscal multipliers: Evidence from Euro-area countries. <em>Macroeconomic Dynamics</em>, <em>27</em>(2), 331–349.</p>



<p>Hannsgen, G. (2007). The transmission mechanism of monetary policy: A critical review. In <em>A handbook of alternative monetary economics</em> (p. 205). Edward Elgar Publishing Cheltenham.</p>



<p>Jordà, Ò. (2005). Estimation and Inference of Impulse Responses by Local Projections. <em>American Economic Review</em>, <em>95</em>(1), 161–182.</p>



<p>Jordà, Ò. (2023). Local Projections for Applied Economics. <em>Annual Review of Economics</em>, <em>15</em>(1), 607–631.</p>



<p>Jordà, Ò., Singh, S. R., &amp; Taylor, A. M. (2020). The long-run effects of monetary policy. <em>Federal Reserve Bank of San Francisco Working Paper n. 26666</em>.</p>



<p>Krugman, P. (2018). Why Was Trump’s Tax Cut a Fizzle? <em>The New York Times</em>. https://www.nytimes.com/2018/11/15/opinion/tax-cut-fail-trump.html</p>



<p>Lane, P. R. (2022). The transmission of monetary policy. <em>Speech at the SUERF, CGEG|COLUMBIA|SIPA, EIB, SOCIÉTÉ GÉNÉRALE Conference on “EU and US Perspectives: New Directions for Economic Policy”</em>. https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2022/html/ecb.sp221011~5062b44330.en.html</p>



<p>Leamer, E. E. (2015). Housing Really Is the Business Cycle: What Survives the Lessons of 2008–09? <em>Journal of Money, Credit and Banking</em>, <em>47</em>(S1), 43–50.</p>



<p>Mishkin, F. S. (2007). Housing and the Monetary Transmission Mechanism. <em>NBER Working Paper 13518</em>.</p>



<p>Morgan, D. P. (1993). <em>Asymmetric Effects of Monetary Policy</em>. <em>Federal Reserve Bank of Kansas City Economic Review</em> (78), 22–33.</p>



<p>Plagborg-Møller, M. (2019). Bayesian inference on structural impulse response functions. <em>Quantitative Economics</em>, <em>10</em>(1), 145–184.</p>



<p>Ramey, V. A., &amp; Zubairy, S. (2018). Government Spending Multipliers in Good Times and in Bad: Evidence from US Historical Data. <em>Journal of Political Economy</em>, <em>126</em>(2), 850–901.</p>



<p>Teixeira, L., &amp; Petrini, G. (2023). Long-run effective demand and residential investment: A Sraffian supermultiplier based analysis. <em>Review of Keynesian Economics</em>, <em>11</em>(1), 72–99.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Appendice</h5>



<p>In linea con la recente letteratura macroeconometrica, applichiamo la metodologia delle Local Projections (Jordà, 2023). Le funzioni di risposta a impulso (IRF) possono essere quindi calcolate attraverso una sequenza di proiezioni delle variabili endogene, spostate in avanti nel tempo, sui loro stessi ritardi e possono essere stimate utilizzando uno stimatore OLS correggendo per eteroschedasticità e autocorrelazione (Jordà, 2005). Se correttamente specificate, le loro stime funzionano tanto bene quanto i più complessi modelli autoregressivi (Plagborg-Møller, 2019). Nel caso dello studio di effetti asimmetrici, data la possibile diversa persistenza dello shock in analisi, la classica stima delle Local Projections può essere modificata così da rappresentare gli effetti cumulati delle IRF della nostra variabile dipendente rispetto all’effetto cumulato della variabile di policy. Seguendo questa specificazione, la possibile risposta diversa allo shock per quanto riguarda la variabile di policy viene controllata così da evitare distorsioni nelle risposte della variabile di interesse.</p>



<p>Seguendo il contributo di Ramey &amp; Zubairy (2018) e (Alpanda &amp; Zubairy, 2019), le IRFs cumulate possono essere stimate seguendo la metodologia “one-step” come segue:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="985" height="228" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3.png" alt="" class="wp-image-15389" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3.png 985w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3-300x69.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3-768x178.png 768w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></figure></div>



<p>dove <em>y</em> rappresenta la variabile d’interesse, <em>S<sub>t</sub></em> la variabile di stato della non linearità, <em>σt</em> la componente di trend deterministica, <em>Ψ(L)</em> un operatore polinomiale dei Lag, <strong>x</strong> un vettore contenente le variabili di controllo e la variabile di policy. I parametri a cui siamo interessati sono <em>β<sup>+</sup></em>e <em>β<sup>&#8211;</sup></em> che rappresentano rispettivamente la risposta asimmetrica della variabile dipendente allo shock della variabile di policy in caso di espansione e contrazione. Inoltre, lo shock non lineare viene utilizzato come strumento per le rispettive interazioni degli strumenti di policy cumulati con gli indicatori dei due stati. Le IRF stimate rappresenteranno quindi gli stessi risultati della rispettiva stima in tre step, derivata come rapporto tra le due IRF cumulate.</p>



<p>Per risolvere il problema dell’endogeneità, lo shock di politica monetaria è ottenuto dai residui di un modello autoregressivo VAR (Deleidi et al., 2023). In particolare, questo è specificato usando FFR, il PIL, i prezzi e il tasso di cambio reale, con tre ritardi ognuno. La scelta dei ritardi è suggerita dal criterio di informazione di Akaike. Nei fatti, questo shock riflette quei movimenti del tasso dell’interesse che non sono collegati a variazioni delle altre variabili o dai loro ritardi, rappresentando quindi quello che è un movimento inaspettato dello strumento principale della politica monetaria. La serie temporale dello Shock così ricavata, presente in Figura (A1), appare perfettamente bilanciata nel segno, e presenta una volatilità minore nel periodo più recente, come ampiamente riscontrato in generale nella letteratura.</p>



<p>Nel caso specifico dell’asimmetria rispetto al segno dello shock, la variabile di stato presente in Equazione (A1) sarà quindi una dummy con valori pari a uno in caso di valori positivi nella serie e zero in caso contrario.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="724" height="527" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-2.png" alt="" class="wp-image-15387" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-2.png 724w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-2-300x218.png 300w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /><figcaption><strong>Figura A1.</strong> Serie storica dello Shock di Politica Monetaria estimato utilizzando i residui del VAR(3)</figcaption></figure></div>
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		<title>Dal Green Deal all&#8217;Industrial Deal: Ripensare la Regolamentazione per Aumentare la Competitività Europea?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/paola-coletti/">Paola Coletti</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 23:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’articolo analizza il cambio strategico dell'Unione Europea dal Green Deal al Clean Industrial Deal (CID), una svolta determinata a causa delle crisi geopolitiche, pressioni economiche per il rilancio della competitività e un cambiamento politico che ha determinato una svolta a destra all'interno delle istituzioni dell'UE. Il nuovo quadro strategico dà priorità ad una nuova concettualizzazione di "competitività sostenibile" e a un significativo impulso rispetto alla semplificazione amministrativa per ridurre gli oneri amministrativi e sostenere l’iniziativa industriale. I pacchetti omnibus di iniziative legate alla semplificazione introducono alcune modifiche chiave alla Direttiva sulla Rendicontazione della Sostenibilità Aziendale (CSRD), al principio della Due Diligence, al Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM) e propongono la modifica delle disposizioni sulla Responsabilità Civile a livello UE.. I sostenitori inquadrano queste azioni come un miglioramento della regolamentazione per garantire gli obiettivi verdi con meno oneri. Tuttavia, i critici sostengono che ciò costituisca una deregolamentazione che mina l'ambizione originale del Green Deal, indebolisce la responsabilità aziendale e rischia di creare incertezza normativa annullando protezioni chiave per la sostenibilità. La tensione centrale rimane quella di bilanciare la vitalità industriale con l'impegno ecologico iniziale dell'UE.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Nel 2019, la Commissione Von der Leyen ha lanciato l&#8217;ambizioso <em>Green Deal</em>, una politica faro volta a posizionare l&#8217;UE come il primo continente a impatto climatico zero <a id="_ednref1" href="#_edn1"><sup>[1]</sup></a>. La complessità della questione ha richiesto un approccio diverso: anziché una legge strutturata, è stato elaborato un framework legato all’approccio delle politiche pubbliche che delineava linee strategiche di azione con indicatori misurabili <a id="_ednref2" href="#_edn2"><sup>[2]</sup></a>. A questo si aggiunge la <em>Climate Law</em> che ha istituito un quadro coercitivo per il raggiungimento degli obiettivi verdi della Commissione <a id="_ednref3" href="#_edn3"><sup>[3]</sup></a>. Nonostante gli ambiziosi obiettivi della Commissione UE, la politica verde ha incontrato diversi ostacoli, sia a livello politico che economico.</p>



<p>In seguito alle elezioni europee di giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni UE è cambiata, con una decisa virata a destra sia all&#8217;interno del Parlamento che della Commissione. Questo spostamento ha rafforzato l&#8217;influenza dei partiti che sono di tradizione ostili a misure ambientali rigorose, portando a una percepita diluizione degli obiettivi, se non addirittura ritirata dell&#8217;ambizioso Green Deal europeo. Il Partito Popolare Europeo (PPE) di centro-destra detiene una posizione cruciale per influenzare pesantemente l&#8217;agenda legislativa e moderare le ambizioni ambientali iniziali del Green Deal.</p>



<p>L&#8217;attuazione del Green Deal ha continuato a incontrare difficoltà, in gran parte dovute a crisi esterne che hanno imposto una riconsiderazione degli obiettivi politici <a id="_ednref4" href="#_edn4"><sup>[4]</sup></a>. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica, spingendo alcuni Stati membri a considerare modelli energetici anche meno sostenibili. Contemporaneamente, l&#8217;instabilità globale ha favorito un <em>favor</em> della politica verso il riarmo. Inoltre, le pressioni economiche, evidenziate nel rapporto Draghi sulla competitività, hanno rivelato la vulnerabilità dell&#8217;Europa nel raggiungere gli obiettivi climatici mantenendo la competitività globale <a id="_ednref5" href="#_edn5"><sup>[5]</sup></a>. Il rapporto ha sostenuto il rafforzamento della catena di approvvigionamento interna all&#8217;UE e la sovranità strategica per ridurre l&#8217;esposizione alle fluttuazioni del mercato globale e alle tensioni geopolitiche.</p>



<p>L&#8217;articolo analizzerà il cambiamento nella composizione politica del Parlamento e l&#8217;evoluzione della strategia europea, sottolineando come l&#8217;obiettivo originale e più ampio del <em>Green Deal</em> si sia spostato verso un nuovo approccio, più incentrato sull&#8217;industria, quello del <em>Clean Industrial Deal</em>, concentrandosi su una specifica tendenza: lo sforzo per ridurre la burocrazia e semplificare le normative. Successivamente, l&#8217;articolo discuterà le implicazioni di questa svolta, valutando se il nuovo focus industriale avvenga a scapito delle ambizioni ambientali iniziali delle istituzioni comunitarie. La sezione finale riassume i principali risultati, portando un contributo critico al tema.</p>



<h5>2. Il cambiamento nella composizione politica del Parlamento UE</h5>



<p>Nel giugno 2024, le elezioni europee hanno notevolmente spostato la composizione politica delle istituzioni dell&#8217;Unione Europea, risultando in un movimento verso destra sia all&#8217;interno del Parlamento Europeo che della Commissione (figura 1). Questo cambiamento ha rafforzato la rappresentanza dei partiti più ostili a misure ambientali rigorose, di conseguenza portando a una percepita diluizione del Green Deal europeo <a id="_ednref6" href="#_edn6"><sup>[6]</sup></a>.</p>



<p>La ragione fondamentale di questa ritirata della politica climatica è la frammentazione della maggioranza di governo di von der Leyen <a id="_ednref7" href="#_edn7"><sup>[7]</sup></a>. Il PPE si è sempre più discostato dai suoi tradizionali alleati pro-europei, scegliendo invece di votare frequentemente con gruppi di destra e di estrema destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l&#8217;agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del Green Deal.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="578" height="325" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.jpeg" alt="" class="wp-image-15370" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.jpeg 578w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /></figure></div>



<p>La forza trainante primaria di questa ricalibrazione politica è la necessità per la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen di placare il suo stesso blocco politico, il Partito Popolare Europeo (PPE), il più grande raggruppamento di centro-destra nel Parlamento. Il gruppo della Sinistra (GUE/NGL) nel Parlamento Europeo ha lanciato una dura accusa contro la Presidente della Commissione von der Leyen, sostenendo che avesse effettivamente &#8220;ucciso&#8221; il Green Deal. Questa critica deriva dalla sua svolta verso il <em>Clean Industrial Deal</em>, un nuovo quadro che ora ingloba il piano per ridurre le emissioni dell&#8217;Unione Europea del 90% entro il 2050.</p>



<p>La figura 2 illustra lo stato di avanzamento delle proposte legislative relative al Green Deal, cercando di fornire una panoramica convincente e quantificabile dello slancio legislativo e del tasso di successo del Green Deal europeo <a id="_ednref8" href="#_edn8"><sup>[8]</sup></a>. Il risultato più saliente è la dominanza della categoria &#8220;Adottate/Completate&#8221;, che rappresenta un sostanziale 60% di tutte le iniziative.</p>



<p>Fig. 2- Grean Deal- Legislative Train Schedule</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="692" height="303" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.png" alt="" class="wp-image-15376" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.png 692w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image-300x131.png 300w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /><figcaption>Fonte: Elaborazione su dati del Parlamento UE (<a href="https://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-a-european-green-deal" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-a-european-green-deal</a>)</figcaption></figure></div>



<p>Al contrario, la percentuale di proposte che si sono bloccate o fallite ammonta al 37%, così suddivisa: le proposte <strong>&#8220;</strong>Presentate&#8221; ammontano al 13%, rappresentando un moderato volume di iniziative attualmente in fase di considerazione ma non ancora finalizzate; le iniziative &#8220;Annunciate&#8221; costituiscono il 15%, indicando uno sviluppo politico in corso e una futura azione legislativa<sup>42</sup>. Le percentuali combinate per le proposte che sono state effettivamente interrotte—&#8221;Bloccate&#8221; (3%) e &#8220;Ritirate&#8221; (3%)—totalizzano solo il 6%.</p>



<p>I recenti cambiamenti nella politica europea rivelano un quadro complicato, con diverse iniziative ambientali ed economiche che subiscono modifiche significative.&nbsp; Sul Regolamento sulla Deforestazione, l&#8217;attuazione di un&#8217;importante legge progettata per combattere la deforestazione globale è stata posticipata di un anno. Questo ritardo incide sulla tempistica del blocco per garantire che le merci importate non contribuiscano alla distruzione delle foreste in tutto il mondo. Al contempo, all&#8217;industria automobilistica è stata concessa una moratoria sugli obiettivi ambientali<sup>. </sup>La conformità agli Standard sulle Emissioni è stata estesa, dando ai produttori di auto due anni aggiuntivi per rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti. Infine, in un importante cambio di rotta per i finanziamenti UE, la Commissione ha approvato l&#8217;uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) per gli investimenti nella difesa. Questi fondi erano stati originariamente stanziati per la ripresa economica post-pandemia, l&#8217;azione per il clima e la digitalizzazione. Questa decisione pone di fatto la spesa militare alla pari degli obiettivi iniziali del RRF di affrontare il cambiamento climatico e promuovere la transizione digitale.</p>



<h5>3. Dal Green Deal al Clean Industrial Deal (CID): la pressione del settore industriale</h5>



<p>In un contesto geopolitico instabile, la Commissione sta definendo gli obiettivi politici, identificando iniziative che sembrano rivelare un significativo cambiamento di paradigma, definendo un nuovo piano per la Prosperità e la Competitività Sostenibile in Europa, chiamato <em>Compass </em><a id="_ednref9" href="#_edn9"><sup>[9]</sup></a>, in linea con il rapporto Draghi, che ha evidenziato l&#8217;urgente necessità di investimenti nell&#8217;economia europea in difficoltà, e la <em>Dichiarazione di Budapest</em> sul <em>New European Competitiveness Deal </em><a id="_ednref10" href="#_edn10"><sup>[10]</sup></a>.</p>



<p>Nel <em>Compass</em>, la Commissione riconosce che l&#8217;UE ha compiuto importanti progressi per quanto riguarda l&#8217;ambizione climatica e conferma gli obiettivi stabiliti nel Green Deal europeo, avendo dimostrato &#8220;la capacità di ridurre con successo le emissioni garantendo al contempo la crescita economica&#8221; <a id="_ednref11" href="#_edn11"><sup>[11]</sup></a>. Tuttavia, rispetto alla dialettica precedente del Green Deal, sembra emergere una distanza terminologica e concettuale nell&#8217;approccio al rapporto tra crescita economica e questione ambientale, che ora è inquadrata in termini di competitività sostenibile. Con una leggera variazione lessicale, ciò essenzialmente rievoca il paradigma dello sviluppo sostenibile, mentre sono assenti riferimenti al principio di transizione ecologica.</p>



<p>Per far fronte agli ostacoli incontrati dalle industrie europee &#8211; in particolare gli alti costi energetici e la forte concorrenza a livello globale &#8211; il Clean Industrial Deal (CID) è la nuova iniziativa della Commissione Europea, che aggiunge una &#8220;svolta industriale&#8221; al Green Deal Europeo <a id="_ednref12" href="#_edn12"><sup>[12]</sup></a>. Il CID mira ad affrontare l&#8217;urgente necessità di combinare gli sforzi di decarbonizzazione con la competitività e la sicurezza economica. Tuttavia, la sua attuazione di successo rischia a causa dell’ampio raggio di azione, della potenziale mancanza di coordinamento e delle questioni di finanziamento irrisolte. Inoltre, mentre il CID si concentra sulla decarbonizzazione, è meno incisivo sugli standard ambientali e sulle considerazioni di sostenibilità più ampie.</p>



<p>Questa nuova politica industriale sostenibile mira a promuovere la competitività sostenibile attraverso quattro dimensioni: sostenibilità ambientale, produttività, equità e stabilità macroeconomica. Il <em>Clean Industrial Deal</em> propone azioni specifiche volte a rendere la decarbonizzazione un fattore di crescita industriale. Queste misure includono la riduzione dei prezzi dell&#8217;energia, il sostegno alla creazione di posti di lavoro e la fornitura di condizioni favorevoli per le aziende, concentrandosi su: a) Industrie ad alta intensità energetica come l&#8217;acciaio, i metalli e i prodotti chimici, che richiedono supporto per decarbonizzare, passare all&#8217;energia pulita e affrontare costi elevati, concorrenza internazionale e requisiti normativi;&nbsp; b) Il settore delle tecnologie pulite (<em>clean-tech</em>), che svolge un ruolo centrale nella futura competitività ed è importante per la trasformazione industriale, la circolarità e la decarbonizzazione <a id="_ednref13" href="#_edn13"><sup>[13]</sup></a>.</p>



<p>I pacchetti <em>omnibus</em> di semplificazione presentati sembrano diluire gli obiettivi legislativi e ritardare ulteriormente le leggi sulla sostenibilità esistenti, sollevando dubbi sull&#8217;impatto duraturo del Green Deal Europeo originale.</p>



<p>Il <em>Clean Industrial Deal</em> è stato presentato ad Anversa per le imprese per sottolineare l&#8217;impegno della Commissione UE ad affrontare le preoccupazioni sulla competitività sollevate dall&#8217;industria anche attraverso la &#8220;Dichiarazione di Anversa&#8221; <a id="_ednref14" href="#_edn14"><sup>[14]</sup></a>, che ha spinto la Commissione UE a evitare di vincolare le imprese con regole dettagliate o rigide e prevenire una rendicontazione eccessiva. Per garantire l&#8217;efficacia della regolamentazione, ogni nuova proposta dovrebbe essere attentamente verificata (utilizzando un &#8220;Controllo di Competitività&#8221; e un &#8220;Test di Stress sull&#8217;Innovazione&#8221;) da un comitato normativo per considerare l&#8217;effetto cumulativo della regolamentazione.</p>



<p>Uno dei reclami sollevati dalle industrie europee è quindi relativo alla burocrazia. La discussione riguarda la natura onerosa della regolamentazione ambientale, in particolare quella proveniente dall&#8217;Unione Europea. Questa percepita &#8220;eccessiva regolamentazione&#8221; ha portato a lamentele dal settore aziendale secondo cui i mandati di protezione ambientale impongono oneri amministrativi indebiti che in ultima analisi minano la competitività. Ad esempio, il solo volume del diritto ambientale dell&#8217;UE — oltre 450 atti giuridici derivati vincolanti, oltre alle disposizioni dei Trattati — sottolinea la profondità dell&#8217;impegno dell&#8217;UE per la gestione ambientale, ma evidenzia anche la complessità <a id="_ednref15" href="#_edn15"><sup>[15]</sup></a>.</p>



<p>Nel presentare il nuovo piano, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato la necessità di alleviare gli oneri per le imprese che lottano con shock esterni e concorrenza globale. Una componente chiave di questa strategia è la rivitalizzazione dei principi di &#8220;migliore regolamentazione&#8221; per ridurre gli ostacoli burocratici, promuovere la reindustrializzazione e l&#8217;innovazione del settore privato, il tutto nel rispetto degli obiettivi di decarbonizzazione del Green Deal (-55% di gas serra entro il 2030, -90% entro il 2040 e neutralità carbonica entro il 2050) <a id="_ednref16" href="#_edn16"><sup>[16]</sup></a>. Le semplificazioni proposte saranno attuate attraverso pacchetti&#8221;omnibus&#8221; interconnessi che coprono varie aree legislative. Stime provvisorie suggeriscono che queste proposte, se adottate, potrebbero generare miliardi di euro di risparmi annuali sui costi amministrativi e mobilitare miliardi di euro in investimenti pubblici e privati aggiuntivi.</p>



<p>Per aumentare la competitività e facilitare la crescita e l&#8217;innovazione aziendale, la Commissione Europea ha fissato nuovi obiettivi: ridurre gli oneri amministrativi complessivi di almeno il 25% e quelli che impattano specificamente le PMI di almeno il 35% prima della fine del suo mandato. Il Commissario per l&#8217;Economia Valdis Dombrovskis ha proposto un pacchetto di semplificazione inteso a eliminare gli oneri amministrativi per l&#8217;80% delle imprese. Questo è inquadrato non come deregolamentazione, ma come risposta alle richieste dell&#8217;industria di frenare il declino industriale, in particolare per le PMI.</p>



<p>Gli obiettivi di semplificazione chiave includono:</p>



<ul><li>Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e Tassonomia UE: L&#8217;obiettivo è sia semplificare il processo sia garantire che i requisiti di rendicontazione siano proporzionali alle dimensioni e all&#8217;impatto di un&#8217;azienda<sup>79</sup>. Un cambiamento importante è che si stima che l&#8217;80% delle imprese sarà completamente esente dagli obblighi CSRD. La direttiva concentrerà invece la sua attenzione sulle grandi imprese che hanno l&#8217;impronta ambientale e sociale più significativa, con flessibilità nelle scadenze, poiché gli obblighi per alcune aziende sono posticipati fino al 2028.</li><li>Due Diligence: L&#8217;obiettivo è ridurre l&#8217;onere amministrativo non necessario. Le proposte aggiornate cercano di restringere il focus degli obblighi ai partner commerciali diretti e di ridurre significativamente la frequenza delle valutazioni complete. Invece di controlli annuali, l&#8217;intervallo per le valutazioni periodiche sarà esteso da un anno a cinque anni, con controlli mirati richiesti solo quando sorge un problema specifico.</li><li>Armonizzazione: Un obiettivo più ampio per tutti questi cambiamenti è l&#8217;Armonizzazione. Aumentando l&#8217;allineamento delle regole a livello UE, l&#8217;UE spera di garantire un campo da gioco veramente uniforme in tutti gli Stati membri.</li><li>Responsabilità Civile: Ci sono proposte per rimuovere le attuali disposizioni sulla responsabilità a livello UE. Questa mossa è intesa a proteggere le imprese da rivendicazioni sproporzionate o eccessive, garantendo al contempo che le vittime mantengano il loro diritto fondamentale a un risarcimento equo.</li><li><em>Carbon Border Adjustment Mechanism</em> (CBAM): è prevista una significativa semplificazione. L&#8217;attuale meccanismo è stato segnalato come problematico perché i suoi requisiti di documentazione sono così sostanziali e costosi da applicarsi anche a importazioni molto piccole, a volte anche solo di 150€. In questi casi a basso impatto, l&#8217;onere amministrativo sui piccoli importatori spesso supera completamente i minimi benefici ambientali. Per affrontare questo problema, il piano è di esonerare i piccoli importatori (principalmente PMI e individui) poiché rappresentano emissioni incorporate trascurabili. Per tutte le altre imprese, le regole rimanenti — che coprono tutto, dall&#8217;autorizzazione dei dichiaranti al calcolo delle emissioni incorporate e alla rendicontazione — saranno snellite e semplificate.</li></ul>



<h5>4. Una Strategia Europea Riformulata: Più Industria, Meno Verde?</h5>



<p>La strategia più ampia della Commissione mira a rivitalizzare il mercato unico concentrandosi sulla semplificazione amministrativa, aggiornando le normative obsolete, combattendo le regole nazionali protezionistiche e favorendo una maggiore cooperazione tra gli Stati membri. Le priorità identificate includono la riduzione delle barriere interne, lo sviluppo del mercato dei servizi, il supporto alle PMI, l&#8217;accelerazione della digitalizzazione, la riduzione della burocrazia e il rafforzamento della cooperazione interstatale.</p>



<p>L&#8217;iniziale &#8220;ondata di semplificazione&#8221; ha deluso i sostenitori di standard di sostenibilità più rigorosi. Apparentemente mirata a ridurre la burocrazia, la Commissione ha invece scelto di restringere l&#8217;ambito e ritardare proposte legislative chiave in materia ambientala. Questa mossa rischia di minare gli obiettivi originali del <em>Green Deal europeo,</em> in particolare indebolendo potenzialmente i meccanismi di tariffazione del carbonio, che sono il suo fondamento.Specificamente, le modifiche proposte al <em>Carbon Border Adjustment Mechanism,</em> pur potenzialmente esentando il 90% delle merci importate ma coprendo comunque il 99% delle emissioni, sollevano preoccupazioni a causa di una mancanza di trasparenza nel processo di semplificazione.</p>



<p>Inoltre, la consultazione per queste proposte di semplificazione, comprese quelle per la rendicontazione della sostenibilità, ha attirato critiche dalla società civile per essere opaca ed escludere le parti interessate chiave. In netto contrasto con le ambizioni del CID, la spinta della Commissione per la semplificazione — mirata a ridurre gli oneri amministrativi di almeno per tutte le imprese e in particolare per le PMI — sembra dare priorità ai principi della concorrenza. Ciò ha portato ai controversi pacchetti legislativi <em>Omnibus,</em> che posticipano l&#8217;applicazione di nuove regole sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale e sulla due diligence (nota come &#8220;stop the clock&#8221;), creando incertezza normativa per le aziende conformi e proponendo una riduzione degli obblighi di rendicontazione, limitando la loro applicazione principalmente alle grandi aziende.</p>



<p>I critici temono che questa semplificazione costituisca una deregolamentazione che mina gli obiettivi della transizione pulita escludendo la maggioranza delle PMI nazionali ed europee dagli obblighi cruciali di due diligence ambientale e sui diritti umani. La proposta Omnibus della Commissione indebolisce significativamente le regole UE sulla <em>due diligence</em> aziendale, mettendo a repentaglio gli impegni per i diritti umani e l&#8217;ambiente, limitando gli obblighi ai soli partner commerciali diretti, riducendo la frequenza del monitoraggio da annuale a ogni cinque anni e tagliando i requisiti di informazione per la mappatura della catena del valore. Queste limitazioni riducono gli oneri di conformità sulle grandi imprese, ma diminuiscono criticamente gli effetti positivi di &#8220;trascinamento&#8221; (<em>drag-along</em>) sulle PMI e sulle aziende più piccole nelle loro catene di approvvigionamento.</p>



<p>Restringendo la <em>due diligence</em> obbligatoria ai partner commerciali diretti — una deviazione significativa dall&#8217;intento originale della direttiva — la proposta riduce notevolmente la responsabilità aziendale per l&#8217;intera catena di approvvigionamento. Questa mossa compromette gravemente la capacità del quadro di condurre una gestione strutturata del rischio e di far rispettare la conformità con le leggi ambientali, climatiche e sul lavoro lungo tutta la catena del valore. In definitiva, questa &#8220;semplificazione&#8221; limita di fatto la responsabilità delle grandi aziende in relazione ai rischi ambientali e alle ricadute sui lavoratori. Il mancato adeguamento proporzionale degli obblighi di <em>due diligence</em> per le PMI, unita alla limitazione delle informazioni sulla catena del valore che le grandi aziende possono mappare, non aumenta gli standard di protezione né promuove una diffusa cultura della conformità. La decisione della Commissione di rinunciare a parti importanti della recente legislazione sulla rendicontazione della sostenibilità e sulla due diligence segnala un passo indietro nelle protezioni e minaccia gli obiettivi di una transizione ecologica giusta <a id="_ednref17" href="#_edn17"><sup>[17]</sup></a>.</p>



<p>Inoltre, la proposta indebolisce la protezione delle vittime eliminando la responsabilità civile UE, che costringe le vittime a fare affidamento sui tribunali nazionali, e rimuovendo l&#8217;opzione per le azioni rappresentative (rendendo più difficile per le ONG rappresentare le vittime). In sostanza, le iniziative di &#8220;semplificazione&#8221; proposte sembrano essere considerate una significativa deregolamentazione che in alcuni casi abbassa i livelli di protezione, suscitando una forte opposizione da centinaia di organizzazioni della società civile in tutta Europa. Le reazioni dei gruppi della società civile avvertono che questa &#8220;semplificazione&#8221; è una deregolamentazione intesa a dare priorità agli interessi aziendali rispetto alla responsabilità ambientale e sociale <a id="_ednref18" href="#_edn18"><sup>[18]</sup></a>. Modificando regole complesse e nuove, la proposta non solo abbassa gli standard, ma crea anche una dannosa incertezza per le aziende che richiedono stabilità normativa.</p>



<p>Sorprendentemente, anche le imprese hanno mostrato preoccupazione per la decisione della Commissione di rinegoziare leggi esistenti del Green Deal (su rendicontazione, due diligence e tassonomia). Sebbene sostengano la dichiarata continuità del Green Deal, temono che la revisione dei testi adottati creerà incertezza normativa e penalizzerà le aziende che hanno già investito pesantemente per soddisfare i nuovi standard di conformità. Il 4 febbraio 2025, una dichiarazione congiunta è stata firmata dall&#8217;E<em>uropean Sustainable Investment Forum (Eurosif), dall&#8217;Institutional Investors Group on Climate Change (IIGCC) e dai Principles for Responsible Investment (PRI),</em> appoggiata da 211 entità <a id="_ednref19" href="#_edn19"><sup>[19]</sup></a>. Il documento consta di una &#8220;Dichiarazione congiunta degli investitori sulla Legislazione Omnibus&#8221; in risposta alle proposte di semplificazione o modifica degli elementi chiave del quadro di finanza sostenibile dell&#8217;UE. Il messaggio chiave della dichiarazione è un invito a preservare i principi fondamentali e l&#8217;ambizione delle normative sulla sostenibilità esistenti, sostenendo solo una semplificazione mirata e sensata anziché un indebolimento fondamentale delle regole. Le imprese hanno sottolineato la necessità critica di una divulgazione di sostenibilità di alta qualità e comparabile per poter agire azioni efficaci verso la transizione verde <a id="_ednref20" href="#_edn20"><sup>[20]</sup></a>.</p>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>All&#8217;interno di questa strategia generale, il <em>Clean Industrial Deal</em> ha affrontato critiche secondo cui rappresenterebbe una ritirata dagli obiettivi del Green Deal. L&#8217;ambizione europea con il nuovo orientamento politico è quella di attuare azioni concrete che snelliscano la burocrazia e rendano le normative UE più accessibili ed efficaci per le imprese. Il pacchetto di semplificazione è inteso a segnalare che l&#8217;Europa rimane un mercato impegnativo per gli investimenti, ma anche semplice in cui operare. Semplificare regole eccessivamente complesse è ritenuto cruciale per aumentare la competitività dell&#8217;Europa.</p>



<p>Tuttavia, alcuni rappresentanti istituzionali come la Vicepresidente Teresa Ribera sostengono che non compromette gli obiettivi ecologici, ma cerca piuttosto di sviluppare un&#8217;industria sostenibile specializzata nell&#8217;azione per il clima. Séjourné, il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e la Strategia Industriale, sostiene che l&#8217;Europa si sta riformando per semplificare le sue regole &#8220;senza una motosega&#8221; ma attraverso un dialogo con gli attori economici.</p>



<p>Sebbene la Commissione UE riaffermi gli obiettivi verdi modificando i metodi per raggiungerli in modo più efficace, queste iniziative sono state viste come deregolamentazione e non come un modo per raggiungere gli obiettivi con meno oneri per le imprese, specialmente le PMI, consentendo loro di concentrarsi sulla crescita, l&#8217;occupazione e l&#8217;innovazione, e in definitiva garantendo la doppia transizione verde e digitale. Di fronte a un nuovo panorama politico e a significative lamentele contro le politiche del Green Deal, la Commissione sta virando verso un paradigma di &#8220;sviluppo sostenibile&#8221;. Questo approccio dà la priorità al conciliare la crescita economica con gli obiettivi ambientali, abbandonando parzialmente l&#8217;ambizione &#8220;rivoluzionaria&#8221; della transizione ecologica. Concentrando la sua politica sul principio fondante dell&#8217;UE del mercato, la Commissione sembra trascurare il fallimento del concetto di sviluppo sostenibile nel fermare il degrado ambientale e la perdita di capitale naturale.</p>



<p>Alcuni autori sottolineano che il rischio di <em>greenwashing</em> è probabilmente intensificato dal fatto che &#8220;gli attori geopolitici al di fuori dell&#8217;UE continueranno a permettere alle loro aziende di operare senza essere ritenute responsabili del danno che causano all&#8217;ambiente e al clima&#8221;.</p>



<p>A questo punto, rimane difficile accertare in modo definitivo la traiettoria di queste iniziative. Mentre alcuni critici vedono la spinta allo &#8220;snellimento normativo&#8221; e il cambiamento di focus come al limite della deregolamentazione o persino del <em>greenwashing</em> — un <em>rebranding</em> degli impegni esistenti senza una nuova azione sostanziale — altri sostengono che l&#8217;urgenza dell&#8217;attuale crisi economica costringe le istituzioni a ripensare e affinare fondamentalmente alcuni strumenti verdi. Le prossime azioni politiche saranno cruciali nel chiarire la vera inclinazione della politica europea, in particolare se l&#8217;imperativo per la competitività industriale possa essere integrato con ambiziosi obiettivi climatici, o se il pendolo stia definitivamente oscillando lontano dall&#8217;aspetto Green delle promesse iniziali.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a id="_edn1" href="#_ednref1">[1]</a> European Green deal available at: <a href="https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_en</a></p>



<p><a href="#_ednref2" id="_edn2">[2]</a> Coletti P. [2025], Understanding and Implementing Environmental Public Policies, Taylor &amp;Francis: London</p>



<p><a href="#_ednref3" id="_edn3">[3]</a> Bevilacqua D., Chiti E. [2024]. Green Deal: Come costruire una nuova Europa, Il Mulino, Bologna.</p>



<p><a id="_edn4" href="#_ednref4">[4]</a> Report Draghi “ The Future of European Competitiveness, September 2024: <a href="https://commission.europa.eu/document/download/97e481fd-2dc3-412d-be4c-f152a8232961_en?filename=The%20future%20of%20European%20competitiveness%20_%20A%20competitiveness%20strategy%20for%20Europe.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://commission.europa.eu/document/download/97e481fd-2dc3-412d-be4c-f152a8232961_en?filename=The%20future%20of%20European%20competitiveness%20_%20A%20competitiveness%20strategy%20for%20Europe.pdf</a>; Commissione Ue, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale, al Comitato delle regioni e alla Banca europea per gli investimenti. Analisi annuale della crescita sostenibile 2022, Bruxelles, 24.11.2021, COM(2021) 740 final, 1.</p>



<p><a id="_edn5" href="#_ednref5">[5]</a>&nbsp; Si veda: <a href="https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/green-deal-elezioni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://fondazionefeltrinelli.it/scopri/green-deal-elezioni/</a></p>



<p><a id="_edn6" href="#_ednref6">[6]</a> “Ursula von der Leyen amputates the Green Deal to save its life” – Politico available at: <a href="https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-green-deal-eu-politics-economy-policy/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.politico.eu/article/ursula-von-der-leyen-green-deal-eu-politics-economy-policy/</a></p>



<p><a id="_edn7" href="#_ednref7">[7]</a> Cassetti L. (2025),&nbsp; L’effettiva implementazione del Green Deal europeo e le aspettative sulla protezione della natura e degli ecosistemi al cospetto delle sfide globali su competitività e sicurezza, Federalismi n, 13/2025 available at: <a href="https://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=52186&amp;dpath=document&amp;dfile=07052025161845.pdf&amp;content=L%E2%80%99effettiva%2Bimplementazione%2Bdel%2BGreen%2BDeal%2Beuropeo%2Be%2Ble%2Baspettative%2Bsulla%2Bprotezione%2Bdella%2Bnatura%2Be%2Bdegli%2Becosistemi%2Bal%2Bcospetto%2Bdelle%2Bsfide%2Bglobali%2Bsu%2Bcompetitivit%C3%A0%2Be%2Bsicurezza%2B%2D%2Bstato%2B%2D%2Bdottrina%2B%2D%2B" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=52186&amp;dpath=document&amp;dfile=07052025161845.pdf&amp;content=L%E2%80%99effettiva%2Bimplementazione%2Bdel%2BGreen%2BDeal%2Beuropeo%2Be%2Ble%2Baspettative%2Bsulla%2Bprotezione%2Bdella%2Bnatura%2Be%2Bdegli%2Becosistemi%2Bal%2Bcospetto%2Bdelle%2Bsfide%2Bglobali%2Bsu%2Bcompetitivit%C3%A0%2Be%2Bsicurezza%2B%2D%2Bstato%2B%2D%2Bdottrina%2B%2D%2B</a></p>



<p><a href="#_ednref8" id="_edn8">[8]</a></p>



<p><a id="_edn9" href="#_ednref9">[9]</a> EU Commission (2025), Communication from the Commission to the European Parliament, the European Council, the Council, The EU Economic and ocial Committee and the Committee of the Region, A Competitiveness Compass for the EU, COM (2025) 30 final available at: <a href="https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/competitiveness-compass_en" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/competitiveness-compass_en</a>;</p>



<p><a id="_edn10" href="#_ednref10">[10]</a> Budapest Declaration on the New European Competitiveness Deal avaible at: <a href="https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2024/11/08/the-budapest-declaration/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2024/11/08/the-budapest-declaration/</a></p>



<p><a href="#_ednref11" id="_edn11">[11]</a> Ursula Von Der Leyen, La scelta dell’Europa.&nbsp; Orientamenti&nbsp; politici&nbsp; per&nbsp; la&nbsp; prossima&nbsp; commissione&nbsp; europea&nbsp; 2024 -2029, Strasburgo, 18 luglio 2024, p. 31</p>



<p><a id="_edn12" href="#_ednref12">[12]</a> Rodrik D. (2014). Green industrial policy.Oxford Review of Economic Policy, 30(3), 469–491. 10.1093/oxrep/gru025; van den Bijgaart, I., Lindman, Å., Löfgren, Å., &amp; Söderholm, P. (2025). Green industrial policy: Key challenges and policy design in decarbonizing the basic materials industries. Encyclopedia of Energy, Natural Resource, and Environmental Economics (Second Edition), 1, 213–221. 10.1016/B978-0-323-91013-2.00014-9; OECD. (2024). Green industrial policies for the net-zero transition. OECD Net Zero+ Policy Papers No. 2 available at: <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/10/green-industrial-policies-for-the-net-zero-transition_1e066699/ccc326d3-en.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/10/green-industrial-policies-for-the-net-zero-transition_1e066699/ccc326d3-en.pdf</a></p>



<p><a href="#_ednref13" id="_edn13">[13]</a> Acemoglu D. Akcigit U. Hanley D. Kerr W. (2016). Transition to clean technology.Journal of Political Economy, 124(1), 52–104. 10.1086/684511</p>



<p><a id="_edn14" href="#_ednref14">[14]</a> Antwerp Declaration available at:&nbsp; <a href="https://antwerp-declaration.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://antwerp-declaration.eu/</a></p>



<p><a id="_edn15" href="#_ednref15">[15]</a> Martens Center, EU red Tape an endless struggle or a solvable problem, available at: <a href="https://www.martenscentre.eu/blog/eu-red-tape-an-endless-struggle-or-a-solvable-problem/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.martenscentre.eu/blog/eu-red-tape-an-endless-struggle-or-a-solvable-problem/</a></p>



<p><a id="_edn16" href="#_ednref16">[16]</a> Si veda:&nbsp;<a href="https://media.business-humanrights.org/media/documents/Omnibus_Business_Statement_17_January_2025.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://media.business-humanrights.org/media/documents/Omnibus_Business_Statement_17_January_2025.pdf</a></p>



<p><a id="_edn17" href="#_ednref17">[17]</a> De Santis V. (2025) La transizione ecologica “tradita”(?) Orientamenti politici dell’Unione tra competitività, semplificazione ambientale e deregolazione: <a href="https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=52180" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=52180</a></p>



<p><a id="_edn18" href="#_ednref18">[18]</a> Letter Social Impact Agenda &#8211; 21 February&nbsp; 2025 available at: <a href="https://www.socialimpactagenda.it/wp-content/uploads/2025/02/LETTERA-COMMISSARI-UE_ITA.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.socialimpactagenda.it/wp-content/uploads/2025/02/LETTERA-COMMISSARI-UE_ITA.pdf</a>. “The&nbsp; big&nbsp; EU&nbsp; deregulation.&nbsp; Disastrous Omnibus proposal erodes EU’s corporate accountability commitments and slashes human rights and environmental protections”- 10TH March&nbsp; 2025,&nbsp; available at:&nbsp; <a href="https://caneurope.org/content/uploads/2025/03/Joint-CSO-statement-reacting-to-Omnibus-publication-March-2025.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://caneurope.org/content/uploads/2025/03/Joint-CSO-statement-reacting-to-Omnibus-publication-March-2025.pdf</a>.</p>



<p><a id="_edn19" href="#_ednref19">[19]</a> Investor Joint Statement on Omnibus legislation available at: <a href="https://www.eurosif.org/wp-content/uploads/2025/02/IIGCC-PRI-Eurosif_Joint-Statement-on-Proposed-Omnibus-Legislation_040225-FINAL.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.eurosif.org/wp-content/uploads/2025/02/IIGCC-PRI-Eurosif_Joint-Statement-on-Proposed-Omnibus-Legislation_040225-FINAL.pdf</a></p>



<p><a id="_edn20" href="#_ednref20">[20]</a> De Sadeleer N. (2025), The European Green Deal: greenwashing compounded by deregulation (Omnibus law) or a genuine paradigm shift? European Journal of Risk Regulation (2025), 1–32: DOI 10.1017/err.2025.20</p>
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		<title>L&#8217;Unione Europea come paradigma del declino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/luigi-pandolfi/">Luigi Pandolfi</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel saggio Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel saggio <em>Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci</em> (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della crisi europea. Contro la narrazione secondo cui le difficoltà dell’Unione sarebbero riconducibili a shock esogeni, a inefficienze nazionali o a un deficit di integrazione, l’autore sostiene che la crisi costituisce un esito endogeno dell’assetto istituzionale europeo. In questa prospettiva, l’Italia emerge come uno dei casi più emblematici degli effetti sistemici prodotti dall’Unione monetaria.</p>



<p>Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.</p>



<p>L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.</p>



<p>All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è stato che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.</p>



<p>Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.</p>



<p>Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.</p>



<p>L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.</p>



<p>Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.</p>



<p>Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi da già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.</p>



<p>Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.</p>



<p>Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina — ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico — non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.</p>



<p>Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.</p>
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		<title>Le esternalità positive derivanti dalle attività di ricerca e sviluppo</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/le-esternalita-positive-derivanti-dalle-attivita-di-ricerca-e-sviluppo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-esternalita-positive-derivanti-dalle-attivita-di-ricerca-e-sviluppo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/marco-imperio/">Marco Imperio</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 23:10:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[externalities]]></category>
		<category><![CDATA[innovation]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
		<category><![CDATA[positive externalities]]></category>
		<category><![CDATA[social benefits]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The paper initially introduces externalities with discussions on definitions, generative dynamics, classifications, and aspects of market failures. It then subsequently analyzes positive externalities, with particular reference to those from research and development.</p>
<p>The paper, characterized by a literature review and the limitation of the lack of quantitative analysis, contributes to the studies on externalities, particularly positive ones, from research and development, recognizing their rapid diffusion and significant importance in business and social contexts increasingly characterized by growing interaction also resulting from the global economy and digitalization.</p>
<p>---</p>
<p>Il paper introduce inizialmente le esternalità con trattazioni su definizioni, dinamiche generative, classificazioni e aspetti riferiti ai fallimenti di mercato. Successivamente vengono analizzate le esternalità positive, con particolare riferimento a quelle derivanti dalla ricerca e dallo sviluppo.</p>
<p>Il paper, caratterizzato da una revisione della letteratura e dal limite della mancanza di analisi quantitative, contribuisce agli studi sulle esternalità, in particolare quelle positive, derivanti dalla ricerca e dallo sviluppo, riconoscendone la rapida diffusione e la significativa importanza in contesti imprenditoriali e sociali sempre più caratterizzati da una crescente interazione anche derivante dall’economia globale e dalla digitalizzazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Eventi maggiori o minori determinano effetti individuabili ed effetti non individuabili verso soggetti terzi estranei che, pur non considerati inizialmente o anche non prevedibili, possono assumere una valenza significativa per microcontesti o per macrocontesti. Tra gli effetti non prevedibili, e con riferimento alle transazioni di mercato, &nbsp;ricorderemo le esternalità che, diversamente&nbsp; classificabili e caratterizzate da specificità, assumono varia importanza, potendo determinare effetti positivi o negativi.</p>



<p>Con riferimento agli effetti benefici, assumono un ruolo di considerevole importanza la ricerca e l’innovazione, in quanto capaci di generare effetti di benessere sociale. Tuttavia, le esternalità andranno sempre monitorate con identificazione e misurazione (Bator, 1958) e, talvolta, anche contrastate con il ricorso ad idonee soluzioni nella consapevolezza della lora funzione in relazione ai fallimenti di mercato.</p>



<h5>2. Le esternalità tra definizioni e dinamiche generative</h5>



<p>Le esternalità derivano da benefici (esternalità positive) e da costi (esternalità negative) generati verso terzi, a seguito dell’attività espletata da un agente economico. Le esternalità sono caratterizzate dall’assenza della mediazione dei mercati e dalla non presenza della compensazione. Esse, inoltre, non influenzano il prezzo di mercato dei servizi o dei prodotti.</p>



<p>Esse – in quanto definite anche come «<em>l’insieme degli effetti, positivi o negativi, che l&#8217;attività di un operatore comporta per altri agenti economici</em> (https://dizionari.simone.it/)» e anche come «gli effetti che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa, ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità (www.treccani.it)» nonché come «<em>un costo o un beneficio indiretto per una terza parte non coinvolta che deriva dall’attività di un’altra parte (o di altre parti),</em> (Sabry, 2024)» &#8211; rappresentano, pertanto, influenze esercitate all’esterno della transazione di mercato sul benessere di terzi soggetti esterni e non coinvolti nell’anzidetta transazione.</p>



<p>Le esternalità, generate dall’assenza di un mercato per le relative attività che le determinano, non sono incluse nei prezzi di mercato, in quanto le stesse sono esterne agli agenti economici che le generano. Gli agenti economici che producono le esternalità non sono incentivati a considerare gli effetti generati dalle loro attività. Tale mancanza, così come la non adeguata e chiara definizione dei diritti di proprietà (Paniagua e Rayamajhee, 2024) con la conseguente considerazione dei costi di transazione, genera tali esternalità.</p>



<h5>3. La classificazione</h5>



<p>Le esternalità sono suddivisibili in una prima differenziazione in esternalità positive e negative.</p>



<p>Le esternalità positive incrementano il benessere di altra impresa o soggetto, determinando un beneficio non traducibile in un corrispettivo per il beneficiante. Sono esternalità positive i brevetti idonei a promuovere altri brevetti, la ricerca, lo sviluppo, e altro.</p>



<p>Le esternalità negative, maggiormente diffuse rispetto alle esternalità positive, comportano una diminuzione del benessere per altra impresa o per altro soggetto con la mancata produzione nei mercati di un livello di output efficiente sotto un profilo sociale. Esse arrecano, pertanto, un danno a soggetti terzi senza generare un beneficio compensativo al soggetto danneggiato. Tra le esternalità negative&nbsp; rammentiamo le forme di inquinamento prodotte ad esempio da un’industria, il fumo, e altro.</p>



<p>Le esternalità possono essere, inoltre, riferite alla produzione o al consumo. Di conseguenza, si rileveranno esternalità positive di produzione, esternalità positive di consumo, esternalità negative di produzione e esternalità negative di consumo.</p>



<p>Nel corso dei tempi numerose sono state, le categorizzazioni delle esternalità e tra queste ricordiamo quelle generate o subite da imprese e/o da organizzazioni e/o individui privati, quelle basate sulla suddivisione in esternalità di proprietà, tecniche e di beni pubblici (Bator, 1958), quelle unilaterali o reciproche, quelle di rete con effetto diretto o con effetto indiretto, quelle domestiche e internazionali (Alideri, 2016).</p>



<p>In merito a quest’ultima suddivisione, Fossati definisce le esternalità unilaterali come «<em>quelle che sono imposte da un soggetto ad uno o più individui in modo unidirezionale</em> (Fossati, 2000, p. 76), mentre le esternalità reciproche, individuate da Coase, come quelle nelle quali «<em>gli individui con il loro comportamento interagiscono fra loro in modo tale da creare reciproci danni e/o benefici reciproci</em> (Fossati 2000, p. 76)».</p>



<h5>4. Esternalità e fallimenti di mercato</h5>



<p>Le esternalità possono rappresentare una delle principali cause dei fallimenti di mercato, unitamente anche ai beni pubblici contraddistinti dalla non rivalità e dalla non escludibilità nei consumi, al potere di mercato, alle informazioni asimmetriche con selezione avversa (opportunismo pre-contrattuale) o azzardo morale (opportunismo post-contrattuale) e con informazioni, quindi, non condivise in modo totale tra i soggetti partecipanti all’attività economica (Franzoni, 2003).</p>



<p>Le anzidette esternalità, unitamente anche alle altre cause precedentemente citate, determinano un contesto di mancata realizzazione degli obiettivi condivisi di tipo sociale, non comportano la massimizzazione del surplus per i cittadini e generano contesti di mancata allocazione dei beni e dei servizi con modalità di piena efficienza.</p>



<p>Del resto, l’assenza del corrispettivo per il beneficio o delle compensazioni di riparazione dovute per il danno generato dalle esternalità conducono a un contesto di assenza di mercato con conseguente fallimento di mercato. Le esternalità, pertanto, sono collegabili a un mercato incompleto o a un mercato assente (Cornes e Sandler, 1996).</p>



<p>Inoltre, l’esistenza delle esternalità, derivante «<em>dalla mancanza di una chiara struttura di diritti di proprietà e dalla difficoltà di discriminare l’uso di taluni beni</em> (Arnone e Leogrande, 2025, p. 356)», determina l’alterazione delle condizioni di efficienza economica e la non completezza dei mercati in ragione della presenza di aspetti non conosciuti. L’anzidetta alterazione potrà assumere una maggiore o minore portata in relazione anche alla rilevanza o alla irrilevanza delle esternalità in senso paretiano (Buchanan e Stubblebine, 1962).</p>



<p>In relazione ai possibili rimedi alle esternalità positive, l’economista inglese Artur C. Pigou, professore universitario presso l’Università di Cambridge, evidenziò nel 1920 il possibile ricorso a tassazioni per le attività che producono esternalità negative e a sussidi per la produzione nel caso di esternalità positive (Pigou, 1920). Tuttavia, tale ultimo rimedio dovrebbe anche tener conto delle conseguenti possibili variazioni dei contesti di mercato e dell’incentivazione di ulteriori imprese a giungere sul mercato non solo con maggiori produzioni, ma anche con la generazione di inquinamento (esternalità negative).</p>



<p>Altro rimedio alle esternalità, a titolo esemplificativo, può scaturire dall’intervento pubblico diretto a determinare regolamentazione ovvero a incentivare l’innovazione e la ricerca. Pigou affermò, inoltre, il rimedio prodotto dall’internalizzare le esternalità. Ricordiamo l’importante ruolo assunto dal teorema di Coase in merito ai possibili rimedi di privati alle esternalità e alla capacità del mercato, in presenza di negoziazioni senza costi, di allocare le risorse in modo efficiente.</p>



<p>L’economista inglese Ronald Coase, premio Nobel per l’Economia del 1991 e professore dell’Università di Chicago nonché illustre esponente dell’analisi economica del diritto (Law and Economics) avviatasi con la sua pubblicazione del 1960, si soffermò, come soluzione per la problematica di numerose esternalità, sul ricorso all’assegnazione dei diritti di proprietà e sulla riduzione dei costi di transazione (Coase, 1960). In merito alla relazione tra esternalità e costi di transazione, risulta possibile affermare che costi di transazione bassi o minimi&nbsp; richiedano soluzioni derivanti dagli scambi e dalle contrattazioni di mercato (Shavell, 2007), mentre elevati costi di transazione inducano alla necessità dell’intervento pubblico (Demsetz, 1996). Parte della letteratura riterrebbe opportuno quantificare le esternalità, richiedendo in caso di costi un intervento di pagamento (tasse) al settore pubblico, e ciò indipendentemente dalla diretta responsabilità (Farquhar et al., 2017).</p>



<h5>5. Le esternalità positive</h5>



<p>Le esternalità positive, già introdotte precedentemente, presentano un beneficio sociale maggiore di quello privato (personale) atteso che i benefici privati non considerano i benefici esterni. Il beneficio marginale sociale considera quelli sociali tanto da essere costituito dalla somma dei benefici marginali privati e di quelli marginali esterni. In relazione alle esternalità positive, si verificano rendimenti privati inferiori rispetto a quelli sociali.</p>



<p>In merito alla classificazione delle esternalità in positive di produzione o positive di consumo, ricordiamo che le esternalità positive di produzione si verificano nel momento in cui la produzione di un’impresa incrementa il benessere di terzi senza la ricezione di alcun compenso da parte dell’impresa, mentre le esternalità positive di consumo si verificano con l’incremento del benessere di altri a seguito del consumo di un soggetto e senza la presenza di una ricompensa. L’invenzione rappresenta un’esternalità positiva di produzione, mentre l’istruzione costituisce un’esternalità positiva di consumo.</p>



<p>L’esistenza delle esternalità positive comporta che terzi soggetti estranei abbiano un beneficio gratuito dalla transazione, determinando il non effettivo valore economico del prezzo del bene o servizio da cui scaturisce l’esternalità. Emerge, pertanto, una correlazione tra le esternalità positive e il fenomeno del free-rider</p>



<p>Talvolta, cittadini potrebbero accettare tasse suppletive per l’istituzione di parchi o l’abbellimento della città in ragione delle possibili esternalità positive generabili, tra cui la migliore qualità della vita e la maggiore attrattività turistica con positive ricadute sul territorio anche in termini economici.</p>



<h5>6. La ricerca e lo sviluppo tra aspetti storici e gestionali</h5>



<p>L’attività di ricerca e sviluppo (R&amp;S ) è «<em>riconosciuta come la principale fonte del cambio tecnologico</em> (Alideri, 2016, p. 7)» ed è caratterizzata da rischi e incertezze. La ricerca è suddivisibile in basica, applicata e sperimentale, mentre lo sviluppo si indirizza sulla progettazione e sul design (Denicolai, 2010). La ricerca e lo sviluppo rappresentano elementi chiave e prioritari per la competitività, lo sviluppo e l’innovazione da porsi in correlazione anche con gli investimenti attuati che, nello specifico segmento del contesto italiano, non sono stati adeguati probabilmente anche per le politiche di liberalizzazione dell’ultimo trentennio circa, cui poi è subentrata nuovamente una maggiore attenzione per le politiche industriali. Gli investimenti in ricerca e sviluppo &#8211; definibili scarsi nel contesto nazionale dall’Unità d’Italia, avendo generato anche un elemento di debolezza storico-economica &#8211; sono, peraltro, risultati inferiori rispetto al valore medio europeo a dimostrazione di come questo ambito sia stato oggetto di una minore attenzione da parte dei decisori politici a differenza di altre tipologie di spese, determinando, tuttavia, in taluni contesti e così come in quello del Mezzogiorno d’Italia, effetti maggiormente negativi in ragione del divario economico tra Nord e Sud. Divario economico che si è incrementato nel «<em>periodo nel quale è stato minore l’intervento pubblico correttivo (a partire, in particolare, dallo smantellamento della Cassa per il Mezzogiorno e dalla privatizzazione dell’IRI)</em>, (Forges Davanzati e Scardino, 2023)».</p>



<p>Nel 1981 e in Italia, gli investimenti nel campo della ricerca e dello sviluppo (di carattere pubblico e privato) erano quantificabili nello 0,88% del Pil nazionale rispetto alla media dell’UE pari all’1,70% (Villari, 2018).</p>



<p>Negli anni 1996-1998 gli investimenti nella ricerca del Mezzogiorno d’Italia erano pari appena al 14,9% del totale nazionale (Funaro, 2003).</p>



<p>Nel 2017 si è registrata in Italia una spesa per ricerca e sviluppo di 23,8 miliardi di euro, pari all’1,38% del Pil. Nel medesimo anno la media di spesa dell’UE era pari al 2,07% del Pil (Istat, 2010).</p>



<p>L’anno 2022, invece, si è contraddistinto per una spesa di 27,3 miliardi euro con un trend positivo del 5,0% rispetto all’anno precedente e con un incremento nel Sud (con esclusione della Sicilia e della Sardegna) pari al 6,1% (www.istat.it).</p>



<p>Apporto alla ricerca e allo sviluppo, che &#8211; in termini di investimenti diretti a colmare il divario esistente con il valore medio europeo creatosi anche per le minori disponibilità derivanti dal lento tasso di crescita dell’economia nazionale (Forges Davanzati e Giangrande, 2019) &#8211; richiederà investimenti del settore pubblico nel campo delle innovazioni (Ciaffi et al., 2023) e che andrà, tra l’altro, espletato dalle imprese e, in particolar modo, dalle imprese familiari. Queste ultime, definibili come quelle imprese in cui «<em>una o poche famiglie, collegate da vincoli di parentela, di affinità o da solide alleanze, detengono una quota di capitale di rischio sufficiente per assicurare il controllo dell’impresa </em>(Corbetta, 1995)».</p>



<p>Tale processo con specifico indirizzo di risorse non sarà, tuttavia, facile da attuare anche per la presenza di crisi congiunturali e di possibili problematicità; tuttavia risulta possibile confidare che la lungimiranza degli imprenditori &#8211; anche in quella visione di lungo periodo che poi rappresenta una tipica strategie di business non convenzionale delle family business &#8211; possa indirizzare verso tali scelte. Imprese familiari che risultano talvolta caratterizzate da taluni aspetti propedeutici all’innovazione riferibili alla flessibilità organizzativa e da benefiche ricadute derivanti dal paradosso dell’innovazione con una minore propensione ad avviare attività di innovazione per l’avversione al rischio e con una capacità maggiore, anche per la minore burocrazia, nel raggiungere risultati innovativi (De Massis et al., 2016).</p>



<p>Con considerazione delle criticità, tra l’altro, presenti in termini di investimento nella ricerca e nello sviluppo, sarà pertanto fondamentale annoverare anche all’interno dell’impresa figure di collaboratori abbastanza specializzate che possano ben gestire il processo, anche manageriale, con consapevolezza delle eccedenze e delle carenze di tipo tecnologico (Misani et al., 2021), le fasi della ricerca, lo sviluppo e dell’innovazione, gli investimenti anche con valutazioni dei costi e dei benefici, le relazioni con i fornitori, con i clienti e in generale con gli stakeholders. Le interazioni e i dialoghi con i portatori d’interesse dovranno anche tenere conto della centralità dell’individuo e della funzione espletata dall’ICT in termini di comunicazione degli individui (De Chiara, 2015). Andrà creato, inoltre e all’interno dell’impresa, un ambiente propenso alla ricerca e allo sviluppo, e al contempo stesso, idoneo a poterla  monitorare e gestire. Ciò, nella consapevolezza, che i risultati della ricerca e dell’innovazione potrebbero divenire asset distintivi per le aziende ma potrebbero determinare anche effetti negativi per la stessa in termini, tra l’altro, reputazionali. Di conseguenza, andranno compiute scelte strategiche non sempre facili e che potranno anche porre a rischio la coesione nella compagine aziendale. Occorrerà salvaguardare la legittimazione che deriva dalla complementarietà dei valori del sistema dell’impresa e quelli del contesto economico e sociale, cercando, talvolta, di comunicare gli impatti sociali e ambientali delle scelte dell’impresa, al fine di creare un contesto di maggiore comprensione e sinergia tra impresa e portatori di interesse. Del resto, le imprese sono chiamate ad attuare numerose scelte, tra cui anche, nell’ambito tematico trattato, la possibile attuazione di politiche di <em>open innovation</em> che favoriscano utilizzi consapevoli della conoscenza in entrata e in uscita, promuovendo l’innovazione nei mercati tramite network e reti.</p>



<p>La ricerca e lo sviluppo, pur richiedendo investimenti nell’ambito dell’impresa, favoriscono, nel caso di successo, il raggiungimento di vantaggi competitivi con la possibile generazione di maggiori ricavi e utili per l’impresa e, di conseguenza, un maggior legame con i territori dove operano le stesse imprese.</p>



<h5>7. Le esternalità positive generate dalla ricerca e dallo sviluppo</h5>



<p>Tra le esternalità positive risulta possibile citare quelle derivanti, appunto, dalla ricerca e dallo sviluppo. Assistiamo, pertanto, ad una diffusione di esternalità positive, nonostante, i non adeguati investimenti in taluni ambiti geografici; ciò, con la considerazione, che, comunque, la ricerca e l’innovazione possono anche determinare esternalità negative.</p>



<p>Occorrerà, al contempo, evitare un’eccessiva differenza tra il ritorno privato dell’agente che realizza l’attività economica di ricerca e sviluppo in termini di ottenimento dei vantaggi&nbsp; e il ritorno sociale (Cohendet et al., 2001), e andranno, quindi, salvaguardate la ricerca e lo sviluppo nelle imprese, pur caratterizzate da possibili criticità, anche attraverso quell’adeguata tutela prevista a livello legislativo per la proprietà intellettuale generata a seguito di tali attività; ciò nella consapevolezza che detta tutela incentiva l’innovazione e, allo stesso tempo, l’inventore o creatore o artista. &nbsp;</p>



<p>Esistono, comunque e nei contesti di mercato, dei meccanismi spontanei che tutelano l’agente impegnato nella ricerca e nello sviluppo, consentendo allo stesso di non disperdere alcune tipologie di conoscenze e saperi, definibili come intrasferibili (Cohendet et al., 2001).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un’incentivazione dell’innovazione che, in definitiva, dovrà tenere conto di più e vari aspetti, oltre al flusso delle esternalità positive,&nbsp; tra cui: efficienza, accesso, surplus sociale, costi di transazione e altro.</p>



<p>In tale contesto, occorre anche evidenziare gli effetti negativi prodotti sui brevetti in termini di rendita dello specifico monopolista. In considerazione di quanto anzidetto e in un contesto di esternalità positive, potrebbe apparire utile il ricorso alternativo all’intervento pubblico, in luogo dei brevetti, al fine di promuovere la ricerca e determinare un più largo accesso. Tuttavia, occorre anche aggiungere che il ricorso a tale intervento pubblico potrebbe determinare effetti distorsivi sul mercato, anche in termini allocativi, in ragione di prelievi che l’ambito pubblico imporrebbe per reperire quelle fonti necessarie a supportare le anzidette ricerche.</p>



<p>La ricerca e lo sviluppo rappresentano una componente fondamentale dell’innovazione che, bene immateriale assimilato ai beni pubblici con conseguente assunzione della non rivalità e della non escludibilità nel consumo, poi e a sua volta, e grazie alla ricerca e allo sviluppo, determina la crescita e il progresso economico. Gli effetti delle esternalità derivanti dalla ricerca e dallo sviluppo andranno previsti con fasi preparatorie (Hevner e Storey, 2021) e andranno anche considerati in relazione all’equità intergenerazionale e intercomunitaria (Cohendet et al., 2001). Ciò, nella consapevolezza, anche dell’esistenza di differenziazioni riferite alle esternalità di ricerca e sviluppo che, derivanti anche da peculiarità di generazione e sviluppo, avranno una loro influenza sugli effetti prodotti. In merito ad una possibile differenziazione in verticali e orizzontali, Tarek et al. hanno affermato che «<em>le esternalità verticali legate alla ricerca e sviluppo (R&amp;S) superano quelle orizzontali in relazione alla varietà di prodotti scambiati, quando queste esternalità sono trasmesse attraverso flussi di importazione e brevetti </em>(traduzione, Tarek et al., 2018)».</p>



<p>Le esternalità positive, generate dalla ricerca e sviluppo, incrementano, in definitiva, la diffusione della conoscenza, tra l’altro, tecnologica, nei mercati e nella società e consentono di accrescere il benessere sociale che viene generato anche in fase successiva dall’innovazione in ragione del maggiore coinvolgimento determinato numericamente per i soggetti.</p>



<h5>8. Conclusioni</h5>



<p>In una società sempre più basata sull’economia globale e sulla digitalizzazione, si rileva la maggiore e crescente diffusione delle esternalità anche con particolare riferimento a quelle che scaturiscono dalla ricerca e dallo sviluppo. Esse non andranno trascurate anche per le loro potenzialità, in un contesto attuale maggiormente accessibile e connesso, nel poter contribuire a determinare trasformazioni e impatti significativi specie se sommati e correlati.</p>



<p>Tali esternalità trattate contribuiscono alla circolazione di &#8220;saperi&#8221; con conseguenti benefici per la collettività e anche per le imprese che non dovranno solo essere considerate in una visione di breve o medio periodo ma anche di lungo periodo. Alcune conoscenze potrebbero, infatti, essere utilizzate per implementare un’innovazione. Questa innovazione, realizzatasi solo grazie a quella specifica conoscenza individuata casualmente in un determinato momento e&nbsp; non utile in una determinata fase storica, potrebbe, poi, divenire fondamentale nel futuro.</p>



<p>Le esternalità da ricerca e sviluppo, derivanti anche da rendicontazioni parziali e quindi non esaustive degli effetti della transazione, andranno considerate il più possibile anche attraverso adeguate attività preparatorie dirette alla quantificazione. Tali processi preparatori andranno attuati nel solco di responsabili comportamenti sociali che possano tutelare anche l’ambiente e i territori, generando benefici idonei ad accrescere il benessere per la società.</p>



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<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



<p>Alideri, L. (2016). <em>Esternalità di conoscenza tra imprese: Aspetti metodologici ed empirici</em>. Torino: Giappichelli Editore.</p>



<p>Arnone, M., Leogrande, A. (2025). <em>Manuale di Economia Politica</em>. Bologna: Società Editrice Esculapio.</p>



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<p>Buchanan, J. M., Stubblebine, W. C.&nbsp; (1962). <em>Externality</em>. &#8220;Economica&#8221;, 29(116),&nbsp; pp. 371–384.</p>



<p>Ciaffi, G., Deleidi, M., Levrero, E.S. (2023). <em>L’impatto macroeconomico della spesa pubblica in ricerca e sviluppo</em>. &#8220;Economia e Politica&#8221;, 15/1(25), 14 aprile 2023.</p>



<p>Coase, R.H. (1960). <em>The Problem of social </em>cost. &#8220;The Journal of Law &amp; Economics&#8221;, 3, pp. 1-44.</p>



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<p>Forges Davanzati, G., Scardino, G.I. (2023). <em>Una ipotesi di rafforzamento della Pubblica Amministrazione nel Mezzogiorno</em>. &#8220;Economia e Politica&#8221;, 15/1(25).</p>



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<p>Hevner, A.R., Storey, V. (2021). <em>Externalities of Design Science Research: Preparation for Project Success</em>. &#8220;The Next Wave of Sociotechnical Design&#8221;, conference paper, pp. 118-130.</p>



<p>Istat (2020). Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo.</p>



<p>Misani, N., Ordanini, A., Perrini F. (2021). <em>Economia e gestione delle imprese</em>. Milano: Egea.&nbsp;</p>



<p>Paniagua, P., Rayamajhee, V. (2024). <em>On the nature and structure of externalities</em>. &#8220;Public Choice&#8221;, 201, pp. 387-408.</p>



<p>Pigou, A.C. (1920). <em>The economics of welfare.</em> London (UK): Macmillan and co.&nbsp;</p>



<p>Sabry, F. (2024). <em>Esternalità: Svelare le forze invisibili, padroneggiare</em>. S.l.: Un miliardo di ben informato [Italian].</p>



<p>Shavell, S. (2007). <em>&nbsp;Analisi economica del diritto</em>. Torino: Giappichelli Editore.</p>



<p>Tarek, H.B., Mighri, Z., Aouadi, S. (2018).&nbsp; <em>Efectos de las externalidades horizontales y verticales de la investigación y el desarrollo sobre los diversos productos en Túnez: enfoque de </em>flujo.<strong> </strong>&#8220;Mondes en développement&#8221;, 3(183), pp. 133-150.</p>



<p>Villari, R. (2018). <em>Mille anni di storia: Dalla città medievale all&#8217;unità dell’Europa. </em>Bari: Editori Laterza.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>dizionari.simone.it</p>



<p>www.istat.it</p>



<p>www.treccani.it</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Consultazioni dei siti web avvenute nel mese di agosto dell’anno 2025.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/le-esternalita-positive-derivanti-dalle-attivita-di-ricerca-e-sviluppo/">Le esternalità positive derivanti dalle attività di ricerca e sviluppo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Adriano Giannola e Marcello Messori: Augusto Graziani e l&#8217;economia italiana</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/augusto-graziani/adriano-giannola-e-marcello-messori-augusto-graziani-e-leconomia-italiana/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=adriano-giannola-e-marcello-messori-augusto-graziani-e-leconomia-italiana</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/redazione/">Redazione</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 23:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[L'insegnamento di Augusto Graziani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.economiaepolitica.it/?p=15331</guid>

					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo le relazioni di Adriano Giannola e Marcello Messori al Convegno “The legacy of Augusto Graziani, between theory and economic policy” (Università del Sannio, Benevento, Italy, 9-10 May [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/augusto-graziani/adriano-giannola-e-marcello-messori-augusto-graziani-e-leconomia-italiana/">Adriano Giannola e Marcello Messori: Augusto Graziani e l&#8217;economia italiana</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote"><p>Pubblichiamo le relazioni di <strong>Adriano Giannola</strong> e <strong>Marcello Messori</strong> al Convegno “The legacy of Augusto Graziani, between theory and economic policy” (Università del Sannio, Benevento, Italy, 9-10 May 2024).</p></blockquote>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="800" height="400" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori.jpg" alt="" class="wp-image-15332" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori.jpg 800w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori-300x150.jpg 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori-768x384.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption><strong>Adriano Giannola</strong> e <strong>Marcello Messori</strong></figcaption></figure>



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<h5>Intervento di Adriano Giannola</h5>



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<h5>Intervento di Marcello Messori</h5>



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</div><figcaption>(italiano)</figcaption></figure>
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			</item>
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		<title>La Grecia ritorna all&#8217;inizio dell&#8217;Ottocento: 13 ore di lavoro giornaliere</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/la-grecia-ritorna-allinizio-dellottocento-13-ore-di-lavoro-giornaliere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-grecia-ritorna-allinizio-dellottocento-13-ore-di-lavoro-giornaliere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/domenico-moro/">Domenico Moro</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 23:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 15 ottobre il parlamento greco ha approvato la legge, presentata dal governo di destra di Nea Dimokratia, che porta la durata dell’orario di lavoro a 13 ore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 15 ottobre il parlamento greco ha approvato la legge, presentata dal governo di destra di Nea Dimokratia, che porta la durata dell’orario di lavoro a 13 ore giornaliere. Si tratta di un balzo all’indietro di due secoli. Infatti, durante la Rivoluzione industriale, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la durata massima della giornata lavorativa era compresa tra le 13 e le 15 ore giornaliere.</p>



<p>Il movimento operaio, però, sin dall’inizio dette luogo a intense lotte, spesso sanguinose e coincidenti con sommovimenti rivoluzionari, che portarono alla progressiva riduzione della giornata lavorativa. Nel 1848 la rivoluzione in Francia portò l’orario di lavoro a 10 ore. Nel 1872 in Inghilterra la giornata lavorativa scese a 9 ore. Ma fu solo nel 1917 in Russia che, con la Rivoluzione d’ottobre, l’orario venne portato per la prima volta alle attuali 8 ore giornaliere. La riduzione della giornata di lavoro incontrò sempre forti resistenze da parte degli imprenditori, che paventavano il crollo dei profitti. In realtà, la riduzione dell’orario di lavoro, è sempre stata più che compensata dall’aumento della produttività, grazie alle continue innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato le condizioni di lavoro.</p>



<p>Ad ogni modo, l’orario di lavoro in Grecia era già più lungo che negli altri paesi dell’area euro prima dell’approvazione della giornata delle 13 ore. Secondo l’International Labour Organization (ILO), nel 2024 l’orario di lavoro settimanale era di 39,8 ore in Grecia, a fronte delle 36,1 ore in Italia, delle 35,5 ore in Francia e delle 33,6 in Germania <a id="_ednref1" href="#_edn1"><sup>[i]</sup></a>. Bisogna aggiungere, poi, che la legge che porta le ore di lavoro a 13 prevede delle limitazioni: l’aumento è su base volontaria e per un massimo di 37 giorni all’anno. Inoltre, il lavoro extra sarà compensato con un aumento della retribuzione del 40%. Malgrado tali limitazioni, si tratta di un grave arretramento per i lavoratori greci e potenzialmente per tutti quelli europei, che porta all’inversione della tendenza storica alla riduzione dell’orario di lavoro.</p>



<p>Dunque, per quale ragione l’orario di lavoro è aumentato? Per rispondere dobbiamo rifarci al meccanismo attraverso il quale funziona il rapporto tra forza lavoro e capitale. Il capitalismo si basa sull’accumulazione allargata, cioè l’aumento continuo del capitale investito, attraverso la realizzazione del massimo profitto. Il profitto è formato dal plusvalore, cioè dal valore in più prodotto dal lavoratore salariato. La giornata lavorativa, infatti, è divisa in due parti: il lavoro necessario, in cui il lavoratore lavora per un ammontare di ore equivalente ai beni che sono necessari per la sua riproduzione, e il pluslavoro, in cui lavora gratis per il datore di lavoro, producendo appunto il plusvalore.&nbsp;</p>



<p>Ora, ammettendo che il prezzo della forza lavoro, cioè il salario, corrisponda al lavoro necessario, esistono due modalità per aumentare il saggio di plusvalore e con esso il saggio di profitto. La prima è basata sull’estrazione del cosiddetto plusvalore assoluto, che consiste nell’aumento del plusvalore attraverso l’allungamento della giornata di lavoro <a id="_ednref2" href="#_edn2"><sup>[ii]</sup></a>. In questa modalità, il lavoro necessario rimane uguale, ma il pluslavoro aumenta. Quindi, il plusvalore aumenta perché aumentano le ore di lavoro.</p>



<p>Il secondo metodo, è basato sull’estrazione del cosiddetto plusvalore relativo, cioè sulla riduzione del tempo di lavoro necessario. Dal momento che il tempo di lavoro necessario corrisponde al tempo necessario alla produzione di quei beni che rientrano nella riproduzione del lavoratore (cibo, vestiario abitazione, trasporto, ecc.), quando il tempo di lavoro necessario alla produzione di questi beni si riduce, si riduce anche lavoro necessario. In questa modalità, il pluslavoro aumenta perché viene diminuito il tempo di lavoro necessario. Quindi, il plusvalore aumenta perché aumenta la produttività del lavoro, grazie all’introduzione di macchine sempre più moderne e a una organizzazione del lavoro sempre più efficiente.</p>



<p>La storia dell’industria dal XVIII secolo a oggi, ci dice che il capitale ha estratto il plusvalore assoluto soprattutto alle sue origini, aumentando a dismisura l’orario di lavoro fino a 15 ore al giorno. Quando, però, l’industria capitalistica è maturata, il capitale si è basato soprattutto sulla estrazione di plusvalore relativo. Anzi, è stata proprio la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a accentuare la tendenza, già tipica del capitalismo, all’aumento della forza produttiva del lavoro umano, mediante l’innovazione tecnologico-scientifica.</p>



<p>Tutto questo discorso, però, presuppone una condizione e cioè che il salario coincida col tempo di lavoro necessario. Tale condizione nella realtà può, però, venire meno. Prima di proseguire, dobbiamo ritornare sul concetto di lavoro necessario cioè di valore della forza lavoro. Quest’ultimo, infatti, è determinato non soltanto dal tempo di lavoro necessario alla produzione dei beni necessari alla riproduzione del lavoratore, ma anche da condizioni “morali”, che per un dato paese e per un dato periodo storico sono determinate. Ad esempio, se è vero che l’automobile è diventata parte dei beni necessari da quando è stato possibile, grazie al fordismo, realizzarne modelli in un tempo di lavoro inferiore e quindi alla portata delle tasche del lavoratore medio, è altresì vero che l’automobile è da tempo considerata, nei paesi arrivati a un certo grado di sviluppo, un bene da cui non si può prescindere secondo lo standard vitale generalmente accettato per il lavoratore salariato.</p>



<p>Quindi, il valore della forza lavoro corrisponde a una quantità e qualità di beni storicamente e geograficamente determinata. Tuttavia, il capitale può ridurre il salario al di sotto del valore della forza lavoro ed è questo il terzo metodo per aumentare il plusvalore che dobbiamo tenere presente se vogliamo capire perché in Grecia è aumentato l’orario di lavoro. Infatti, se prendiamo in esame la retribuzione oraria media del lavoratore dipendente in Grecia, vediamo che questa è l’unica nella Ue a 27 a essere diminuita, in termini nominali, negli ultimi anni. In particolare, secondo Eurostat, l’istituto di statistica europeo, tra 2010 e 2022, è calata da 10,97 a 9,32 euro (-15%) <a id="_ednref3" href="#_edn3"><sup>[iii]</sup></a>.</p>



<p>Cosa deduciamo dal ragionamento che abbiamo fatto e dai dati che abbiamo citato? Deduciamo che in Grecia l’aumento dell’orario di lavoro dipende direttamente dalla diminuzione del salario orario. Il lavoratore greco, infatti, se vuole mantenere inalterato il proprio tenore di vita (il valore della propria forza lavoro), è costretto a lavorare per un numero maggiore di ore. Questa condizione è confermata anche dal governo greco. La ministra del lavoro, Niki Kerameos, ha dichiarato: “Ci sono lavoratori che chiedono di lavorare più ore…Alcuni lavoratori si spostano tra un primo e un secondo datore di lavoro nella stessa giornata di lavoro.” Ancora più chiara al proposito è l’opposizione, attraverso le parole di Sokratis Famellos, presidente di Syriza: “La Grecia è un paese di impiegati poveri, che lavorano più della media europea ma sono pagati meno e non riescono ad arrivare a fine mese” <a id="_ednref4" href="#_edn4"><sup>[iv]</sup></a>. La legge delle 13 ore, quindi, non fa altro che sancire legalmente un allungamento della giornata lavorativa che nella pratica è già esistente, sia mediante il doppio lavoro, a cui molti lavoratori sono costretti dal basso salario, sia mediante il lavoro in nero per salari miseri e orari più lunghi del normale, che è diffuso nel settore turistico, in Grecia molto ampio.</p>



<p>Vale la pena, infine, definire due fattori che stanno alla base della riduzione del salario al di sotto del valore della forza lavoro. Il primo è rappresentato dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Infatti, la continua innovazione tecnologica, che, come abbiamo detto, è tipica del capitalismo, porta a ridurre la forza lavoro in rapporto ai mezzi di produzione impiegati. Dal momento che solo la forza lavoro produce plusvalore, ne risulta che avremo una diminuzione del plusvalore in rapporto al capitale totale e, quindi, dal momento che il saggio di profitto è il rapporto tra plusvalore e capitale totale, anche una diminuzione del saggio di profitto. Quando il capitale produce meno plusvalore che in precedenza, si dice che c’è una sovraccumulazione di capitale. La riduzione del salario al di sotto del valore della forza lavoro è, per l’appunto, uno dei metodi utilizzati dal capitale per contrastare la legge della caduta del saggio di profitto <a id="_ednref5" href="#_edn5"><sup>[v]</sup></a>.</p>



<p>L’altro fattore risiede nell’appartenenza della Grecia all’unione economica e valutaria europea. La Grecia, tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, rischiò il default a causa dell’ampio debito pubblico, aggravato da un altrettanto grande debito commerciale con l’estero. Per salvarsi, accettò il piano di aiuti della troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), che prevedeva un prestito di 300 miliardi di euro. In cambio del prestito, però, la troika impose alla Grecia un pacchetto di misure improntate a una forte austerity. Tra queste misure c’era anche la drastica riduzione dei salari per aumentare la competitività dell’export di beni greci. Furono congelati gli stipendi statali e furono tagliati i bonus, le tredicesime e le quattordicesime mentre il salario minimo mensile fu tagliato del 22%, passando da 750 a 586 euro, per i lavoratori al di sopra dei 25 anni mentre per quelli al di sotto fu tagliato del 32%.</p>



<p>In realtà, non è solo la Grecia a subire l’influenza di questi due fattori. La sovraccumulazione di capitale attanaglia tutta l’area euro, mentre l’austerity e la compressione dei salari si è registrata anche in altri paesi, sempre dell’area euro. Ad esempio, anche in Italia, il governo Monti (novembre 2011- aprile 2012), oltre a tagliare drasticamente la spesa pubblica, ridusse il costo del lavoro in modo da eliminare il debito commerciale, rendendo più competitive le esportazioni e frenando le importazioni. L’adesione a una valuta europea, che non è controllata dai singoli stati, e che, quindi, non può essere svalutata per rendere le esportazioni più a buon mercato, è una delle cause dei tagli non solo al welfare ma anche al salario, sia di quello differito (le pensioni) sia di quello percepito direttamente in busta paga. In conclusione, l’introduzione della giornata di 13 ore in Grecia, anche se è frutto della specifica situazione economica e lavorativa in quel paese, rappresenta un segnale negativo per tutti i lavoratori europei. La legge delle 13 ore, inoltre, è una legge assurda su una base razionale (sebbene sia razionale dal punto di vista del capitale). Infatti, le massicce dosi di automazione e di digitalizzazione introdotte negli ultimi anni nei processi lavorativi hanno aumentato la produttività, che verrà ulteriormente accentuata dall’introduzione dell’intelligenza artificiale. Tutto questo rende attuale l’esatto contrario della legge approvata dal parlamento greco, cioè la necessità di ridurre la durata della giornata lavorativa.</p>



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<p><a href="#_ednref1" id="_edn1">[i]</a> ILO, Statistics on working time, Average hours worked per employed person.</p>



<p><a href="#_ednref2" id="_edn2">[ii]</a> Sul plusvalore assoluto e relativo, vedere di Karl Marx, <em>Il capitale</em>, libro I, Terza-Quinta sezione, Newton Compton, Roma 1996.</p>



<p><a href="#_ednref3" id="_edn3">[iii]</a> Eurostat, Structure of earning survey: hourly earnings.</p>



<p><a href="#_ednref4" id="_edn4">[iv]</a> Lorenzo Pace, “Il Parlamento greco approva la legge sulla giornata lavorativa di 13 ore”, <em>il Sole24ore</em>, 16 ottobre 2025.</p>



<p><a href="#_ednref5" id="_edn5">[v]</a> Sulla legge della caduta del saggio di profitto, vedere di Karl Marx, <em>Il capitale</em>, libro III, Terza sezione, op. cit.</p>
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