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	<title>Economia e Politica</title>
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	<description>Rivista online</description>
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	<title>Economia e Politica</title>
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		<title>Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/leonardo-bargigli/">Leonardo Bargigli</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/francesco-macheda/">Francesco Macheda</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 23:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[L'analisi]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le teorie economiche prevalenti hanno generalmente liquidato il militarismo come una ricerca irrazionale di rendite che distorce l'efficienza dei mercati, oppure si sono concentrate sul suo impatto sulla performance economica interna. Entrambe queste prospettive, tuttavia, trascurano la dinamica di reciproco rafforzamento tra la potenza militare e la riproduzione delle asimmetrie economiche globali. Questo articolo introduce invece quello che chiamiamo il circuito imperialista, dove il predominio tecnologico e finanziario fornisce il fondamento del predominio militare, che è determinante per riprodurre la divisione globale del lavoro che sostiene il medesimo predominio tecnologico e finanziario. Empiricamente, utilizziamo un modello markoviano a variabili nascoste per raggruppare dinamicamente dati panel nazionali (1988-2023), identificando una struttura gerarchica rigida, in cui alla stabilità del Centro imperialista corrisponde l'esistenza di una Periferia impoverita e una limitata mobilità ascendente dalla Semiperiferia. La convalida empirica del ruolo del militarismo quale strumento di soppressione dello sviluppo nella Periferia può orientare la progettazione di politiche volte a contrastare la dipendenza tecnologico-militare dei paesi meno sviluppati, riducendo in ultima analisi le disuguaglianze globali.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/il-circuito-imperialista-e-la-riproduzione-delle-disuguaglianze-tra-paesi/">Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne &amp; Smith, 1990; Dunne, 2021; Deger, 1986). Queste letture, pur cogliendo aspetti reali, tendono a oscurare la funzione essenziale del potere militare nella riproduzione delle asimmetrie globali.</p>



<p>Poiché le gerarchie internazionali sono persistenti, occorre spiegare non solo come esse emergano, ma come vengano continuamente riprodotte. In un nostro <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">recente lavoro</a> proponiamo di farlo introducendo l’idea di un circuito di retroazione imperialista (imperialist feedback loop). La dinamica dell’imperialismo è circolare: (i) da una parte il dominio tecnologico e finanziario delle economie del Centro fornisce capacità produttive e vantaggi monetari che sostengono il dominio militare; (ii) dall’altra il dominio militare, a sua volta, viene impiegato per preservare una divisione internazionale del lavoro asimmetrica e regimi valutari gerarchici che alimentano rendite tecnologiche e finanziarie. Il militarismo non è quindi un’anomalia nel funzionamento del capitalismo globale, ma una componente strutturale che contribuisce a stabilizzare il vantaggio del Centro e la subordinazione della Periferia.</p>



<p>La nostra argomentazione teorica è accompagnata da un contributo empirico mirato, che ha l’obiettivo identificare una struttura gerarchica del sistema mondiale che possa evolvere nel tempo. Per questo applichiamo un modello di clustering dinamico, basato su un processo markoviano con variabili nascoste, ad un set di&nbsp; 88 paesi, con dati che coprono il periodo 1988-2023. L’esercizio identifica una struttura mondiale tripartita (Centro, Semiperiferia, Periferia) sorprendentemente stabile.</p>



<h5>2. Ipotesi teorica: l’imperialismo come circuito di retroazione dinamico</h5>



<p>Il cuore teorico del nostro studio è il circuito imperialista, articolato in tre legami (links) tra dominio tecnologico, finanziario e militare. L’idea di fondo è che il Centro mantenga il proprio vantaggio perché dispone di condizioni strutturali che rendono sostenibili livelli elevati di potenza militare e che permettono di usare tale potenza per proteggere le proprie rendite e restringere le possibilità di rafforzamento della Periferia.</p>



<h5>2.1. Link 1 &#8211; Dal dominio tecnologico al dominio militare</h5>



<p>Il primo link evidenzia che la supremazia tecnologica del Centro rappresenta il fondamento strutturale della sua superiorità militare. Le teorie dell’imperialismo, della dipendenza e del sistema-mondo insistono sul carattere gerarchico della divisione internazionale del lavoro (Amin, 1976; Wallerstein, 1979; Chase-Dunn, 1989; Hickel et al., 2022 e 2024). Il Centro si specializza in settori ad alto valore aggiunto, mentre periferia e semi-periferia restano confinate in attività a bassa produttività. A livello macroeconomico, una maggiore produttività genera risorse economiche che consentono investimenti di lungo periodo in capacità militari moderne, che richiedono ricerca e sviluppo continui, capacità manifatturiera avanzata, capitale umano specializzato, con costi iniziali elevati di progettazione, test e dispiegamento. Ne deriva che un paese tecnologicamente avanzato può potenziare l’apparato militare senza comprimere drasticamente consumi interni o spesa civile, riducendo le frizioni politiche che spesso accompagnano le espansioni militari combinate con l’austerità. A livello microeconomico, l’innovazione tecnologica è la chiave della modernizzazione bellica. I sistemi militari contemporanei incorporano tecnologie emergenti e disruptive, spesso originate nel settore civile: infrastrutture digitali, sensoristica, software, automazione, materiali avanzati, piattaforme ad alta complessità. L’economia che domina i settori knowledge-intensive è anche quella che può trasformare più rapidamente il progresso civile in superiorità militare, grazie a ecosistemi di R&amp;S, capacità di coordinamento industriale e controllo di supply chain strategiche.</p>



<h5>2.2. Link 2 &#8211; Dal dominio finanziario alla maggiore spesa militare</h5>



<p>Il secondo link specifica come il dominio finanziario ampli lo spazio fiscale e riduca i trade-off macroeconomici della spesa militare. Il punto di partenza è che la finanza è un ambito ad alta intensità di conoscenza fortemente monopolizzato dal Centro, e che il controllo monopolistico dei settori avanzati contribuisce alla stabilità della bilancia dei pagamenti delle economie centrali, sia attraverso i surplus commerciali sia attraverso i redditi da investimenti esteri quando parte della produzione è delocalizzata (Lane &amp; Milesi-Ferretti, 2018). Al contrario, le economie periferiche sono costrette ad accumulare riserve in valuta estera per gestire i vincoli della propria bilancia dei pagamenti. Ciò crea domanda esterna per il debito dei paesi centrali, approfondendone i mercati finanziari e riducendo i rischi di mismatch valutario. Ne discende che i costi di finanziamento sovrano del Centro tendono a essere più bassi, a parità di fattori, rispetto a quelli dei debitori periferici, che spesso non possono indebitarsi internazionalmente nella propria valuta e sono costretti a pagare forti premi per rischio di cambio (Lane &amp; Milesi-Ferretti, 2005; Liao, 2016). Un ulteriore beneficio per le economie centrali è dato dalla sopravvalutazione del cambio. Poiché molte delle merci vendute dal Centro sono protette dal monopolio (anche quando prodotte altrove), l’arbitraggio che porterebbe i cambi nominali ad allinearsi verso la parità di potere d’acquisto (PPA) è ostacolato. Ne risulta un differenziale persistente tra cambio PPA e cambio di mercato che consente al Centro di importare energia, cibo, materie prime e beni manifatturieri a prezzi ribassati. La sopravvalutazione del cambio equivale a un sussidio nascosto dei termini di scambio, che libera risorse domestiche per allocazioni strategiche, inclusa la spesa militare (Amin, 1976; Gabaix &amp; Maggiori, 2015). In definitiva, il privilegio monetario si traduce in uno spazio fiscale più ampio, grazie al quale il Centro può sostenere una spesa pubblica elevata, senza innescare inflazione o fughe di capitali.</p>



<h5>2.3. Link 3 &#8211; Dal dominio militare all’estrazione di valore</h5>



<p>Il terzo link descrive come il potere militare sia strumentale a mantenere una gerarchia nella divisione internazionale del lavoro, preservando i vantaggi del Centro nei settori ad alto valore aggiunto e limitando l’upgrade strutturale della Periferia. Non è necessario l’uso diretto e continuo della forza; spesso è sufficiente una minaccia credibile, che disciplina scelte economiche e politiche e spinge all’allineamento con gli interessi del Centro.</p>



<p>Questo link agisce attraverso cinque meccanismi principali. Il primo consiste nella produzione di insicurezza persistente che erode le basi endogene dell’innovazione nelle economie periferiche. Attacchi mirati su centri di ricerca, infrastrutture tecnologiche e sistemi educativi incentivano l’emigrazione di scienziati, ingegneri e tecnici verso il Centro, generando un flusso unidirezionale di capitale umano e interrompendo cicli di apprendimento domestico. Il risultato è una trappola di specializzazione a bassa o media tecnologia (Al Saraf &amp; Garfield, 2008; Sassoon, 2010; Tigau, 2019; Tozan, 2023).</p>



<p>Il secondo meccanismo consiste nel regime change. Interventi militari o minacce credibili possono sostituire progetti sovrani di sviluppo con governi clienti che implementano programmi di aggiustamento strutturale, soprattutto su liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione del lavoro. La liberalizzazione amplia l’accesso del capitale del Centro ai mercati domestici; la privatizzazione facilita il trasferimento di asset verso le multinazionali estere; la deregolamentazione del lavoro è condizione per massimizzare rendimenti della produzione. In questo quadro, le forze militari e paramilitari diventano gli strumenti per mantenere un ambiente regolatorio che sopprime domande salariali e riduce il rischio di conflitto industriale, comprimendo i costi locali rispetto ai prezzi globali (Williamson, 2009; Linares, 2003; Burgess, 2010; Adly, 2021; Erol &amp; Şahin, 2023).</p>



<p>Il terzo meccanismo consiste nella proiezione d’influenza che passa attraverso le esportazioni di armi e le reti di alleanze dirette dal Centro. I regimi clienti vengono spinti ad assorbire volumi di export bellico provenienti dalle economie centrali, deviando allo scopo le loro scarse risorse dagli investimenti produttivi e rendendoli dipendenti per la loro sicurezza. Il controllo delle forniture militari permette di orientare le condizioni e la direzione dei conflitti, spesso indirizzandoli contro attori non allineati, senza necessità di interventi militari diretti da parte degli esportatori. In questa architettura, la Semiperiferia svolge un ruolo duale. Da una parte, resta subordinata e trasferisce risorse tramite gli acquisti di armi; dall’altra può agire attivamente per plasmare una geopolitica regionale coerente con gli interessi del Centro (Buzuev, 1990: 108-109; Li, 2008: 96) oppure per assumere un orientamento autonomo, esponendosi a gravi rischi di intervento.</p>



<p>Il quarto meccanismo consiste negli interventi militari e nei regimi clienti che garantiscono accesso privilegiato a energia e materie prime a prezzi sistematicamente sottovalutati, mentre la militarizzazione dei corridoi marittimi strategici consolida il dominio del Centro sui flussi commerciali. Si crea così un regime logistico separato, dove le imprese del Centro (o di Paesi sotto il suo ombrello di sicurezza) beneficiano di costi di trasporto e coordinamento ridotti, mentre le economie emergenti escluse da tali infrastrutture militari-logistiche affrontano costi più alti, con un effetto di esclusione competitiva che frena traiettorie di accumulazione non allineate e rafforza specializzazioni diseguali (Khalili, 2020).</p>



<p>Il quinto meccanismo consiste nella preservazione di regimi valutari gerarchici. La componente maggioritaria delle transazioni globali e delle passività esterne (debito sovrano e corporate) è denominata in valute di riserva. I tentativi da parte dei paesi periferici di creare blocchi monetari regionali, denominare scambi in valute alternative o costruire infrastrutture autonome di pagamenti transfrontalieri minacciano le condizioni che consentono al Centro di ridurre i costi produttivi attraverso le importazioni a basso prezzo; in risposta, interventi diretti o indiretti e minacce credibili funzionano come strumenti coercitivi per preservare l’egemonia valutaria (Lee, 2011; Scott, 2011; Sylla, 2021; Wilson, 2020; Taylor, 2019).</p>



<p>Nel complesso, i cinque meccanismi alimentano una vera e propria “apartheid tecnologica”, che relega i Paesi periferici al ruolo di fornitori di input a basso costo, disciplina i loro mercati del lavoro, comprime i loro salari e permette viceversa al Centro di sostenere livelli salariali elevati e alta occupazione. In questa chiave, l’appartenenza al Centro non si misura con il metro della conquista militare territoriale ma con la capacità di creare condizioni economiche interne favorevoli attraverso la svalutazione sistematica di lavoro e risorse in altre aree (Macheda &amp; Nadalini, 2022: 60; Freeman, 2008).</p>



<h5>3. Metodologia empirica</h5>



<p>Per testare empiricamente la tesi del circuito di retroazione, ricaviamo la struttura gerarchica dei Paesi attraverso un modello di clustering dinamico per dati panel multivariati. Ogni paese <em>i</em>, in ciascun anno <em>t</em>, è descritto da un vettore di caratteristiche <em>y<sub>it</sub></em>. L’idea è che esistano <em>k</em> gruppi di Paesi, con <em>k </em>prefissato, e che l’appartenenza di ciascun Paese a un cluster <em>c<sub>it</sub></em> sia una variabile latente che evolve nel tempo (Joao et al., 2023). Le caratteristiche osservate <em>y<sub>it</sub></em> sono la somma di una media specifica del cluster <em>μ<sub>c<small><sub>it</sub></small></sub></em>, variabile nel tempo, e di un termine di errore distribuito secondo la distribuzione <em>t</em> di Student con matrice di scala potenzialmente variabile per cluster e nel tempo. La dinamica di <em>c<sub>it</sub></em> è governata da una catena di Markov, cosicché la probabilità a <em>t</em> di transitare dal cluster <em>j</em> al cluster <em>h</em> è <em>π<sub>jht</sub></em> ed è comune a tutti i Paesi. Gli output principali della stima sono le medie temporali dei cluster, che ne descrivono i profili strutturali; la matrice di transizione tra cluster, che misura la probabilità con cui i paesi possono passare da un cluster all’altro; le probabilità condizionate filtrate di appartenenza del paese <em>i </em>&nbsp;al cluster <em>j</em>, che servono per assegnare univocamente i primi ai secondi in ciascun periodo.</p>



<p>Poiché <em>k</em> rappresenta il numero di partizioni del sistema mondiale, sulla base dell’analisi teorica abbiamo un <em>prior</em> forte per fissare il numero di cluster a <em>k</em>=3, coerentemente con la tripartizione tra Centro, Semiperiferia e Periferia. Tuttavia, la nostra scelta finale a favore di <em>k</em>=3 è sostenuta da una validazione preliminare basata su algoritmi standard di clustering e criteri diagnostici, e viene controllata attraverso stime alternative (ovvero stimando il modello per <em>k</em>=2, 3, 4, 5) per verificare la robustezza della classificazione. I nostri test evidenziano che, se scegliamo di fissare un valore di <em>k &gt; 3</em>, i cluster in sovrannumero rispetto ai primi 3 saranno sempre vuoti, il che indica che <em>k</em>=3 fornisce la ripartizione dei paesi più dettagliata e non ridondante. Per maggiori dettagli si rimanda al <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">paper completo</a>.</p>



<h5>4. Dati</h5>



<p>Gli indicatori sono selezionati bilanciando completezza informativa e dimensione del campione, con l’obiettivo di includere un numero significativo di paesi a reddito medio e basso. Le variabili selezionate sono complessivamente dieci, ed ognuna di esse è esplicitamente collegata a una delle tre dimensioni dell’analisi (tecnologica, finanziaria, militare).</p>



<p>Per rappresentare la dimensione tecnologica usiamo il PIL pro capite misurato a tassi di cambio PPP, la produttività totale dei fattori (TFP) relativa agli Stati Uniti, e l’Economic Complexity Index (ECI), che misura l’intensità di conoscenza del paniere di esportazioni di un Paese in termini di diversità e ubiquità e funge da proxy più specifico di monopolio tecnologico (Hidalgo &amp; Hausmann, 2009). Per rappresentare la dimensione finanziaria usiamo lo stock di FDI attivi rispetto al PIL, il reddito netto da investimenti sul PIL, e il rapporto tra tasso di cambio di mercato e cambio PPA, inteso a catturare sopravvalutazione valutaria. Per misurare la dimensione militare usiamo la spesa militare sul PIL, la spesa militare pro capite, le esportazioni e le importazioni pro capite di armi. Riguardo a questa dimensione, ipotizziamo che l’export di armi abbia una maggiore capacità discriminante, poiché le altre misure sono influenzate maggiormente dalle contingenze difensive. In effetti, analisi preliminari di correlazione suggeriscono che le esportazioni militari siano più fortemente associate alle variabili tecnologiche e finanziarie rispetto agli altri indicatori militari e in particolare alle importazioni di armi, confermando l’ipotesi che l’export bellico catturi meglio la capacità di proiezione esterna.</p>



<p>Per ottenere un panel bilanciato abbiamo interpolato linearmente alcuni valori mancanti e colmato i gap residui usando l’ultimo valore disponibile; i paesi con valori mancanti sono stati esclusi. Il campione finale contiene 3.168 osservazioni per 88 paesi nel periodo 1988-2023. Per maggiori informazioni sul dataset si rimanda al <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6072166" target="_blank" rel="noreferrer noopener">paper completo</a>. Nella stima del nostro modello di riferimento includiamo 9 delle 10 variabili appena elencate, escludendo le importazioni militari pro capite per i motivi descritti sopra.</p>



<h5>5. Risultati</h5>



<h5>5.1. Composizione dei cluster e transizioni</h5>



<p>I risultati rivelano una stabile gerarchia tripartita. Il Centro (Figura 1) è quasi completamente stabile. I 20 paesi che rimangono al suo interno per l&#8217;intero periodo 1988-2023 sono i principali stati coloniali d’insediamento (Australia, Canada, Israele, Stati Uniti), le ex potenze coloniali, i paesi nordici e le due principali “propaggini” tedesche (Austria, Svizzera). Nel periodo considerato, solo cinque paesi sono transitati dalla Semiperiferia verso il Centro: Estonia (2023), Ungheria (2006), Nuova Zelanda (1991), Corea del Sud (2007) e Portogallo (2009). I primi quattro sono entrati definitivamente nel Centro, mentre l’ultimo è rientrato nella Semiperiferia l&#8217;anno successivo. Tutti i 25 paesi che hanno fatto parte del Centro nel periodo considerato sono classificati come ad alto reddito nel 2024 secondo i dati della Banca Mondiale e, con le eccezioni di Ungheria e Singapore, sono classificati come democrazie secondo gli indicatori V-Dem (Herre 2021).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg" alt="" class="wp-image-15411" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 1. Paesi del Centro e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La Periferia è composta da paesi situati principalmente nell&#8217;emisfero australe (Figura 2), la maggior parte dei quali occupa gli strati inferiori della distribuzione del reddito globale. 39 dei 46 paesi appartenenti alla Periferia per almeno un anno erano a basso reddito (4), a reddito medio-basso (18) o a reddito medio-alto (17), mentre solo 7 di essi erano ad alto reddito nel 2024. Invece, nessuno dei 14 paesi che si trovano nella Periferia per l&#8217;intero periodo è registrato come ad alto reddito. Guardando ai regimi politici, la Periferia è quasi equamente divisa tra democrazie (24) e autocrazie (22) (Ibid.), suggerendo che la posizione economica piuttosto che il regime politico sia la caratteristica principale che definisce questo gruppo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.jpeg" alt="" class="wp-image-15413" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 2. Paesi periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La Semiperiferia (Figura 3) comprende paesi sia dell&#8217;emisfero settentrionale che meridionale. 32 dei 54 paesi appartenenti a questo gruppo per almeno un anno, erano a reddito medio-basso (9) o a reddito medio-alto (23) nel 2024, mentre 22 di essi erano ad alto reddito. Il gruppo di 17 paesi che fa stabilmente parte della Semiperiferia per l’intero periodo, include 8 paesi dell&#8217;Europa orientale ad alto reddito, tra cui la Russia, mentre i componenti a reddito medio-alto includono Brasile, Cina e Sudafrica. India e molte altre economie asiatiche oscillano tra la Semiperiferia e la Periferia. La maggior parte dei paesi della Semiperiferia (33 su 54) era governata da democrazie liberali o elettorali nel 2024, secondo i dati V-Dem.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="595" height="326" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.jpeg" alt="" class="wp-image-15414" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.jpeg 595w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2-300x164.jpeg 300w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption><em>Figura 3. Paesi semi-periferici e grado di stabilità dell’assegnazione al cluster.</em></figcaption></figure></div>



<p>La mobilità dalla Periferia al Centro è completamente assente, e nessun paese del Centro è transitato verso la Periferia. Si contano in media 2,9 transizioni all&#8217;anno, pari al 3,2% dei paesi del campione. Questi dati evidenziano la stabilità della composizione dei cluster, basata su una gerarchia consolidata tra paesi rimasta sostanzialmente stabile dal 1988. Il 94% delle transizioni si è verificato tra periferia e semiperiferia, con una leggera tendenza alla riduzione delle dimensioni di quest&#8217;ultima. Questi risultati confermano il divario tra Centro, da un lato, e Periferia e Semiperiferia, dall&#8217;altro, sottolineando al contempo la natura complessa e ambivalente di quest’ultima.</p>



<p>Secondo il dataset Colpus (Chin e Kirkpatrick 2023), i paesi della Periferia (Semiperiferia) hanno subito un totale di 37 (28) colpi di stato nel periodo considerato, mentre i paesi del Centro hanno subito un solo incidente di questo tipo. La stabilità politica del Centro è coerente con l’ipotesi che tecnologia e finanza sostengano le capacità militari senza eccessive frizioni interne. Allo stesso tempo, questi paesi mostrano il più alto tasso di coinvolgimento nei conflitti nel periodo considerato, sia per i conflitti interstatali che per quelli intrastatali internazionalizzati, in cui intervengono tipicamente come attori esterni a supporto di una delle parti in conflitto. I paesi semiperiferici sono maggiormente colpiti dall&#8217;instabilità interna che porta a conflitti intrastatali, mentre il loro coinvolgimento in conflitti intrastatali internazionalizzati è principalmente correlato a eventi che si verificano sul loro territorio. Nel complesso, questi risultati contraddicono i quadri teorici liberali (ad esempio, Acemoglu e Robinson 2012), che caratterizzano il militarismo come una politica atavica dei regimi autocratici, sottolineando invece la postura aggressiva dei paesi del Centro. Allo stesso tempo, la Semiperiferia appare come il bersaglio principale delle politiche interventiste.</p>



<p><em>Tabella 1. Coinvolgimento nei conflitti, medie per cluster, 1988-2023</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="696" height="229" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.png" alt="" class="wp-image-15417" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.png 696w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x99.png 300w" sizes="(max-width: 696px) 100vw, 696px" /><figcaption>Fonte: elaborazione degli autori sui dati sui conflitti tratti dall’Uppsala Conflict Data Program (2024). Nota: i valori sono la somma, nell&#8217;intero periodo, del numero di conflitti verificatisi in ciascun anno nei paesi del cluster, divisa per il numero di paesi del cluster.</figcaption></figure></div>



<h5>5.2. Profili strutturali dei cluster: tecnologia, finanza e export bellico</h5>



<p>Analizzando l’evoluzione delle medie dei cluster nel tempo (Figura 4), si osserva che il Centro mantiene un vantaggio persistente in tutte le variabili tecnologiche e finanziarie. Un risultato importante è che, mentre il gap nell’ECI tra Centro e Semiperiferia tende a ridursi, la distanza in termini di PIL pro capite resta stabile o si amplia. Interpretiamo questa apparente contraddizione come l’esito della crescente dominanza finanziaria del Centro. Anche quando alcune economie semiperiferiche diventano capaci di competere in settori tecnologici in precedenza dominati dal Centro, quest’ultimo riesce a catturare una quota maggiore del valore generato dalle catene globali di produzione proprio grazie alle rendite finanziarie. Questa supremazia tecnologico-finanziaria sostiene la dominanza militare del Centro, soprattutto nel ruolo di principale esportatore di armi. Il vantaggio del Centro nelle esportazioni di armamenti si amplia nel periodo, riflettendo sia il controllo monopolistico sulla produzione militare avanzata sia il ruolo dell’export bellico nella sua politica estera. Crucialmente, il Centro mantiene la preminenza militare senza un onere fiscale sproporzionato. Infatti, la spesa militare in quota di PIL rimane relativamente contenuta. In termini coerenti con l’ipotesi teorica, tecnologia e finanza “sussidiano” la potenza militare riducendo i trade-off domestici.</p>



<p>La Periferia resta strutturalmente svantaggiata su tecnologia e finanza. La quasi totale assenza di esportazioni di armi ne conferma l’esclusione dalla produzione militare avanzata. Al tempo stesso, l’alta incidenza di conflitti interni forza molti paesi periferici a essere importatori di armi. Questo vincolo esterno limita il loro upgrading tecnologico, frena la crescita e riduce le risorse fiscali disponibili. Ne deriva un circuito vizioso: la periferia sopporta un onere di spesa militare comparabile agli altri cluster, pur avendo una spesa pro capite circa un ordine di grandezza inferiore rispetto al Centro.</p>



<p><em>Figura 4. Medie temporali dei cluster</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="605" height="491" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.gif" alt="" class="wp-image-15410" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1.gif 605w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-1-300x243.gif 300w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption>Fonti: PIL pro capite e tassi di cambio: Banca Mondiale; Produttività totale dei fattori: Penn World Tables; Economic Complexity Index: Observatory for Economic Complexity; Stock IDE e Reddito da investimenti: FMI; Spese e esportazioni militari: SIPRI.</figcaption></figure></div>



<p>La Semiperiferia occupa una posizione intermedia ma gravata da tensioni specifiche. Se il recupero tecnologico non si traduce in un equivalente avanzamento di reddito, ciò dipende verosimilmente dalla difficoltà di colmare il divario finanziario con il Centro in termini di accumulazione di FDI attivi, redditi da investimenti e apprezzamento valutario. Inoltre, per proiettare la propria influenza su una sfera geografica più vasta, la politica estera del Centro richiede una rete ampia di alleati e clienti che aumentino la loro spesa militare. In parallelo, i paesi semiperiferici alla ricerca di una maggiore autonomia sono spinti a spendere di più per difendersi. Nei dati, questa duplice tendenza si riflette in una traiettoria crescente della spesa militare pro capite dalla prima metà degli anni 2000. Tuttavia, a differenza del Centro, la Semiperiferia non beneficia della stessa combinazione di rendite da export bellico e privilegi finanziari. Di conseguenza, la crescente spesa militare diventa un drenaggio netto di risorse, visibile nella quota di spesa militare/PIL più elevata rispetto sia al Centro sia alla Periferia.</p>



<h5>5.3. Confronto tra Stati Uniti, Europa Occidentale, Cina e Russia</h5>



<p>Passando dal profilo medio dei cluster ai singoli paesi, rileviamo che Stati Uniti e paesi dell’Unione Europea più Regno Unito risultano stabili membri del Centro, mentre Cina e Russia risultano stabilmente nella Semiperiferia. All’interno di questo gruppo, la Cina concentra gran parte del catch-up tecnologico misurato dall’ECI, mentre la Russia accumula un ritardo crescente. Anche all’interno del Centro si osserva una significativa divergenza, con i paesi europei che perdono terreno rispetto agli Stati Uniti in termini di produttività totale dei fattori.</p>



<p><em>Figura 5. Paragone tra Paesi</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="605" height="453" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.gif" alt="" class="wp-image-15412" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2.gif 605w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-2-300x225.gif 300w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /><figcaption>Fonti: vedi Figura 4.</figcaption></figure></div>



<p>Sul piano finanziario, l’accumulazione di IDE attivi nel Centro è trainata soprattutto dall’Europa Occidentale, che ha trasformato i propri surplus di conto corrente in esportazione di capitale finanziario, in gran parte destinato agli USA. Russia e Cina registrano anch’esse surplus commerciali, ma la loro capacità di accumulare FDI in uscita appare limitata, rispettivamente, dalla bassa capacità tecnologica nel caso della Russia e da misure protezionistiche che colpiscono gli investimenti nel caso della Cina. Inoltre, il valore del Renminbi appare convergere verso la parità di potere d’acquisto, con scarsa evidenza di una sistematica sottovalutazione.</p>



<p>L’aumento della spesa militare nella Semiperiferia è attribuibile in larga parte alla Russia, le cui esportazioni militari sono diminuite in coincidenza con la guerra in Ucraina, che ha assorbito la maggior parte della produzione bellica. La Cina mostra una crescita della spesa militare pro capite più lenta del PIL, con un rapporto spesa/PIL in calo e export bellico contenuto. Nel Centro, l’aumento della quota della spesa militare sul PIL è guidato soprattutto dagli stati europei. In presenza di piani per un’intensità di spesa militare comparabile a quella degli anni Ottanta, le prospettive di crescita più deboli espongono la componente europea del Centro a un rischio maggiore di disequilibrio strategico (Kennedy, 1988), nel tentativo di finanziare impegni militari elevati su basi economiche meno favorevoli.</p>



<h5>5.4. Analisi di sensitività</h5>



<p>Una misura di accordo annuale tra assegnazioni di partizioni diverse mostra che un modello costruito solo con tre variabili chiave &#8211; ECI, quota di FDI in uscita sul PIL ed esportazioni di armi pro capite &#8211; replica oltre l’80% delle assegnazioni annuali del modello completo dopo il 2005 (Figura 6). Viceversa, un modello che include tutte le altre variabili ma esclude simultaneamente questa triade scende sotto il 70% di accordo nello stesso periodo.</p>



<p><em>Figura 6. Quota di assegnazioni identiche per anno tra il modello di riferimento (9 variabili) e: a) un modello con 3 variabili (ECI, IDE in uscita sul PIL e esportazioni militari pro capite); b) un modello con 6 variabili (escludendo le precedenti)</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="418" height="373" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.gif" alt="" class="wp-image-15409" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image.gif 418w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/03/image-300x268.gif 300w" sizes="(max-width: 418px) 100vw, 418px" /></figure></div>



<p>Questo risultato convalida le premesse teoriche del Par. 2 sotto due profili. Il primo profilo è che, tra le variabili-chiave, sono rappresentate tutte le dimensioni individuate: tecnologica, finanziaria e militare. Sebbene il predominio tecnologico rappresenti la base del predominio finanziario e militare, queste due dimensioni mantengono una rilevanza indipendente. Si evidenzia così che lo sviluppo tecnologico non sfocia necessariamente nel militarismo. Piuttosto, quest’ultimo è il frutto di una combinazione di scelte politiche che dirigono lo sviluppo tecnologico in determinate direzioni piuttosto che in altre. Il secondo profilo è che le variabili chiave per le dimensioni tecnologica e militare sono quelle che, ex ante, abbiamo identificato come le più aderenti alla nostra analisi: ECI perché misura più precisamente il monopolio tecnologico; le esportazioni militari perché sono più collegate ad una proiezione esterna della forza. Nell’ambito della dimensione finanziaria, il rapporto attività IDE/PIL è più informativo rispetto al reddito netto da investimenti, che è più suscettibile all’elusione degli utili attraverso i paradisi fiscali. Inoltre, la divergenza delle posizioni patrimoniali negli IDE si è ampliata notevolmente durante il periodo preso in esame, mentre la sopravvalutazione della valuta è rimasta relativamente stabile. Questa divergenza contribuisce a spiegare il maggiore potere discriminatorio degli IDE, che è in linea con le teorie classiche dell’imperialismo, che identificano l’esportazione di capitali come una caratteristica distintiva dell’imperialismo (Lenin 1968/1917).</p>



<h5>6. Conclusioni</h5>



<p>Secondo le argomentazioni della Sez. 2, l’imperialismo contemporaneo opera come un circuito dinamico tra dominio tecnologico, finanziario e militare, che riproduce la disuguaglianza economica globale tra i paesi. Il dominio tecnologico monopolistico del Centro genera le risorse necessarie per la supremazia militare. Questo vantaggio tecnologico, a sua volta, garantisce il dominio finanziario, che espande lo spazio fiscale per la spesa militare. La spesa militare non è un costo finale ma un investimento strategico, impiegato sia direttamente che indirettamente per soffocare le capacità di sviluppo della Periferia.</p>



<p>La nostra argomentazione generale non contraddice necessariamente l’ipotesi che i paesi europei possano presto trovarsi schiacciati dai propri crescenti impegni di spesa militare. In effetti, secondo gli ultimi sviluppi, gli Stati Uniti si trovano in una posizione molto migliore per continuare a beneficiare del circuito imperialista rispetto alle loro controparti europee. Questo vantaggio vale finché gli Stati Uniti mantengono il loro (leggero) vantaggio tecnologico contro la Cina e il loro (solido) vantaggio finanziario rispetto al resto del mondo, scaricando con successo i propri impegni militari sugli alleati. I paesi europei, al contrario, restano sempre più indietro sul fronte tecnologico, detengono un vacillante monopolio finanziario e sembrano meno capaci di proiettare il potere lontano dai propri confini, essendo assorbiti da una guerra costosa e fallimentare sul teatro europeo. Le attuali élite europee sembrano aver frainteso la logica di base dell’imperialismo contemporaneo, se scommettono sulla spesa militare come motore della domanda interna. La nostra analisi suggerisce che, all’interno della logica dell’imperialismo, la spesa militare serve come mezzo per attuare una politica estera che garantisca vantaggi estrattivi. Quando vengono staccate da quel progetto imperialista “coerente” – o quando non riescono a raggiungere gli obiettivi pianificati – tali spese diventano uno spreco di risorse.</p>



<p>Nei nostri dati l’ascesa tecnologica della Cina rappresenta l’unico segnale evidente di una convergenza della Periferia verso il Centro. Le aggressioni esterne, la dipendenza tecnologico-militare e la presenza di regimi monetari gerarchici contribuiscono a bloccare la crescita economica dei paesi periferici e semiperiferici, rendendo inefficaci le classiche politiche di sostegno allo sviluppo. Una strategia praticabile dovrebbe concentrarsi sulla costruzione di canali efficaci per il trasferimento tecnologico all’interno della Periferia e sull’implementazione di circuiti finanziari separati dai sistemi di pagamento del Centro. D&#8217;altro canto, un contesto internazionale sicuro e pacifico allevierebbe i paesi periferici dall&#8217;onere di spese militari eccessive. Sebbene nell&#8217;attuale contesto la costruzione di una deterrenza militare credibile sia essenziale per ridurre la probabilità di un intervento straniero, i costi di questa politica non possono essere trascurati. Pertanto, il rispetto del diritto internazionale è fondamentale per attenuare i vincoli coercitivi radicati nel predominio militare e per ampliare l&#8217;autonomia politica degli stati periferici e semi-periferici impegnati in progetti di sviluppo sovrano. L’autonomia, a sua volta, consentirebbe a queste economie di rafforzare le proprie capacità produttive, aprendo così la strada a una distribuzione più equa del reddito nell’economia mondiale.</p>



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		<title>Il PNRR e gli strumenti per le politiche economiche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/maria-pomponio/">Maria Pomponio</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il volume Il PNRR dell’Italia. Metodi e strumenti per politiche economiche possibili, a cura di Pierciro Galeone e Walter Tortorella (Carocci 2026), con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, si colloca in un punto interessante (e scomodo) del ciclo di vita del PNRR: abbastanza tardi da poter parlare di architettura istituzionale e meccanismi attuativi con evidenze concrete, ma ancora troppo presto per una valutazione seria degli impatti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il volume <strong><em>Il PNRR dell’Italia. Metodi e strumenti per politiche economiche possibili</em></strong>, a cura di Pierciro Galeone e Walter Tortorella (Carocci 2026), con la Presentazione del Presidente dell’ANCI Gaetano Manfredi e la Prefazione del Presidente della Fondazione IFEL Alessandro Canelli, si colloca in un punto interessante (e scomodo) del ciclo di vita del PNRR: abbastanza tardi da poter parlare di architettura istituzionale e meccanismi attuativi con evidenze concrete, ma ancora troppo presto per una valutazione seria degli impatti. L’operazione editoriale è ambiziosa perché non si limita a “raccontare” il PNRR: prova a ragionare se vi sono elementi per individuare un metodo trasferibile, cioè a trasformare un intervento eccezionale in una grammatica di politiche ordinarie. È una scommessa tipicamente da economia pubblica: istituzioni, incentivi, vincoli di bilancio e – soprattutto – come si misura (e si paga) il valore pubblico.</p>



<p>Il filo rosso più convincente sta nella lettura del PNRR come contratto di performance: l’allocazione ed erogazione delle risorse avviene per tranches legate a Milestone e Target, segnando il passaggio da una logica input-oriented a una logica output-oriented. Questa impostazione, in teoria, dovrebbe spostare l’amministrazione dal “quanto si è speso” al “quanto si è prodotto”. Ma il volume è onesto nel riconoscere che l’innovazione è reale e, insieme, fragile: la centralizzazione degli obiettivi e la necessità di un monitoraggio “fisico” dei risultati si innestano su un’attuazione fortemente decentrata e diseguale in capacità amministrativa.</p>



<p>Dove il libro diventa davvero utile per un economista pubblico è quando smonta la retorica dell’efficienza procedurale come sinonimo di efficacia sociale. In particolare, viene messo a fuoco un rischio sistemico: la performance “schiacciata” su adempimenti e realizzazioni immediate, più che su risultati e impatti. È un punto cruciale, perché la <em>valutazione</em> nel PNRR tende a coincidere con la <em>verifica</em> (compliance) invece che con l’analisi controfattuale degli effetti. Il testo richiama esplicitamente la necessità di una valutazione ex post più sistematica per evitare la focalizzazione su indicatori facili da misurare a scapito di obiettivi complessi (qualità, distribuzione, accessibilità reale). Qui sta una prima criticità: se gli output diventano la moneta unica, le amministrazioni razionalmente “ottimizzano” per ciò che entra in Regis e nei cruscotti, non per ciò che cambia la vita delle persone.</p>



<p>La seconda criticità, collegata, è di natura allocativa: la logica dei bandi competitivi può trasformare il PNRR in una macchina che premia capacità progettuale più che fabbisogni e impatti modesti. Non è un dettaglio: significa che l’uguaglianza formale delle regole può produrre disuguaglianza sostanziale di risultati, soprattutto quando il vincolo vero è il capitale umano amministrativo. Il volume suggerisce implicitamente una via da manuale di policy design: programmazione più cooperativa e basata su evidenze condivise, riducendo competizione sterile e frammentazione territoriale.</p>



<p>Ma il punto più spinoso riguarda la distanza tra <em>output</em> e <em>outcome</em> (e tra outcome e impatto). Il libro riconosce che gli impatti veri saranno apprezzabili solo nel medio periodo e rimanda alla valutazione indipendente prevista dalla Commissione entro il 2028. Questo è corretto, ma lascia aperto un problema: se l’orizzonte valutativo serio è “dopo”, allora l’architettura di incentivi “durante” rischia di non essere allineata agli outcome. In altre parole: possiamo anche consegnare scuole, nidi, piattaforme digitali; ma senza misurare qualità dei servizi, riduzione dei divari, effetti su partecipazione femminile, mobilità sociale, produttività urbana, rischiamo un catalogo di opere più che una trasformazione strutturale.</p>



<p>E qui subentra anche il tema del debito, che nel volume è affrontato con chiarezza, ma che merita una lettura ancora più ragionieristica (in senso buono). L’Italia è il paese con il maggior ricorso ai prestiti: il 63,1% del PNRR italiano è <em>loans</em>, con 122,6 miliardi su 194,4. Questo non è un fatto neutro: significa che una quota importante del successo del PNRR dovrà materializzarsi come crescita potenziale e gettito futuro, altrimenti l’operazione si traduce in debito senza capacità fiscale aggiuntiva. Il libro esplicita anche l’elefante nella stanza: l’Italia parte da un debito/PIL elevato (135,3% nel 2024) e somma al tema del rimborso quello della spesa corrente necessaria a far funzionare le opere realizzate.</p>



<p>Qui la critica si fa netta: il PNRR, per costruzione, finanzia principalmente capitale, ma gli outcome richiedono spesa corrente (personale, manutenzione, gestione). Il volume lo dice senza giri di parole: “non basta finanziare gli investimenti: serve anche spesa corrente per metterli a terra, gestirli e mantenerli nel tempo”, e una politica <em>performance-based</em> non può ignorare l’impatto sulla spesa corrente e i vincoli di finanza pubblica. Se questo nodo non viene sciolto, il rischio è quello evocato anche in altre parti del testo: un rimbalzo fino al 2026, senza effetti strutturali duraturi sulla crescita potenziale.</p>



<p>C’è poi il “debito comune” europeo, che il volume descrive bene nella sua ambivalenza: innovazione solidale e, insieme, partita politica ancora aperta su chi pagherà davvero. Gli Stati hanno accettato l’aumento del tetto delle risorse proprie UE come garanzia e il rimborso è previsto 2028–2058 tramite nuove entrate proprie o, in mancanza, maggiori contributi nazionali. Inoltre, gli interessi si pagano subito, mentre il capitale inizia dopo il 2032. Tradotto: il costo fiscale non è “posticipato” quanto piace raccontare, e si innesta su nuove regole di bilancio e su pressioni concorrenti (spesa sociale, difesa, transizione).</p>



<p>In conclusione, il libro riesce nell’obiettivo principale: mostra che il PNRR non è solo un piano di spesa, ma un esperimento istituzionale nato da eventi eccezionali (Covid prima e guerra Russo-Ucraina) su come si può provare a governare una politica pubblica complessa in un conteso, quell’UE, decisamente fragile. La sua utilità maggiore sta nel mettere in evidenza i trade-off reali (centralizzazione vs adattamento territoriale; velocità vs qualità; output verificabili vs outcome desiderati). Si tratta di usare questo volume come base per la fase post-PNRR, ma con due correttivi: (1) spostare l’ossessione del monitoraggio dalla produzione di output alla misurazione degli outcome, con valutazioni robuste e comparabili; (2) portare il tema del debito dentro la policy design, finanziando (o almeno pianificando) la corrente necessaria a rendere gli investimenti <em>funzionanti</em> e non solo <em>inaugurabili</em>. Se no, rischiamo la politica pubblica più italiana di tutte: bellissimo nastro tagliato, e poi cartello “chiuso per mancanza di personale”.</p>
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		<title>L&#8217;impatto della politica monetaria sugli investimenti residenziali</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/limpatto-della-politica-monetaria-sugli-investimenti-residenziali/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=limpatto-della-politica-monetaria-sugli-investimenti-residenziali</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/giacomo-sbrenna/">Giacomo Sbrenna</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 23:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli ultimi decenni hanno visto l’alternarsi di vari cicli di politica monetaria, dalla fase fortemente espansiva a seguito della crisi del 2008, alla fase restrittiva a seguito del periodo inflattivo post-pandemico. Gli effetti di queste politiche non sempre hanno soddisfatto le aspettative dei policymaker, aprendo un dibattito sull’efficacia delle stesse. Studi diversi, condotti da differenti prospettive teoriche, hanno evidenziato un'ampia gamma di canali attraverso i quali la politica monetaria può influenzare l'economia (Hannsgen, 2007; Lane, 2022). Inoltre, gli effetti variano considerevolmente quando si va a scorporare il PIL nelle sue componenti, soprattutto quelle autonome, al centro del dibattito di teoria economica per quanto riguarda crescita e occupazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>Introduzione</h5>



<p>Gli ultimi decenni hanno visto l’alternarsi di vari cicli di politica monetaria, dalla fase fortemente espansiva a seguito della crisi del 2008, alla fase restrittiva a seguito del periodo inflattivo post-pandemico. Gli effetti di queste politiche non sempre hanno soddisfatto le aspettative dei policymaker, aprendo un dibattito sull’efficacia delle stesse. Studi diversi, condotti da differenti prospettive teoriche, hanno evidenziato un&#8217;ampia gamma di canali attraverso i quali la politica monetaria può influenzare l&#8217;economia (Hannsgen, 2007; Lane, 2022). Inoltre, gli effetti variano considerevolmente quando si va a scorporare il PIL nelle sue componenti, soprattutto quelle autonome, al centro del dibattito di teoria economica per quanto riguarda crescita e occupazione.</p>



<p>Un sottocomponente della domanda che ultimamente è al centro del dibattito sono gli investimenti residenziali (Krugman, 2018). Sia la letteratura mainstream che quella eterodossa hanno attribuito grande importanza al ruolo svolto da questa componente sull&#8217;economia nel suo complesso e all&#8217;influenza che la politica monetaria esercita sul suo andamento (Leamer, 2015; Teixeira &amp; Petrini, 2023). Nella letteratura mainstream, i canali attraverso i quali questa influenza si manifesta sono molteplici. In primo luogo, vi è il classico canale diretto che vede il tasso di interesse come costo d&#8217;uso del capitale e che quindi influisce in ultima istanza sulla domanda di investimenti residenziali. Viene spesso incluso l&#8217;impatto delle politiche monetarie sulle aspettative di variazione dei prezzi delle case. Vi è poi l’effetto ricchezza standard sul consumo derivante dall&#8217;ipotesi del ciclo vitale à la Modigliani. Inoltre, vi è il classico canale di bilancio data la possibilità di usare l’immobile come garanzia (Mishkin, 2007). Da una prospettiva eterodossa, i canali teorici degli investimenti residenziali sono duplici. In primo luogo, il tasso di interesse influisce sui prezzi delle abitazioni e sui pagamenti variabili degli interessi attraverso il canale del flusso di cassa. In secondo luogo, esso influisce sul tasso di interesse proprio attraverso il canale della domanda di credito (Barbieri Goes, 2023).</p>



<p>Dagli anni Novanta, si è registrato un rinnovato interesse non solo per l&#8217;effetto delle politiche monetarie ma anche per le eventuali risposte asimmetriche (Morgan, 1993), intese come differenza nei risultati in funzione di una terza variabile di &#8220;stato&#8221;. Il concetto di asimmetria può essere declinato secondo molteplici aspetti. Nella trattazione degli gli shock monetari, nell&#8217;ultimo ventennio, il mondo accademico ha concentrato la propria produzione scientifica principalmente sulle asimmetrie legate al segno dello shock ovvero alla presenza di risposte diverse quando viene considerata una politica monetaria restrittiva piuttosto che una espansiva (Barnichon et al., 2017; Jordà et al., 2020).</p>



<p>In questo studio, dopo una breve revisione della metodologia, il focus si concentrerà sugli effetti asimmetrici della politica monetaria sugli investimenti residenziali. In particolare, dallo studio appare chiaro come un diverso segno dello shock, e quindi l’attuazione di una politica espansiva piuttosto che restrittiva, ha come risultato una risposta asimmetrica sulla componente di domanda autonoma presa in esame. Nelle implicazioni di politica economica, quindi, verrà discusso come questa asimmetria mini all’efficacia dello strumento della politica monetaria in sé, e in particolare l’attuazione di politiche espansive, soprattutto per quando riguarda il suo effetto sugli investimenti residenziali.&nbsp;</p>



<h5>Evidenze Empiriche</h5>



<p>L’analisi macroeconometrica presente in questo lavoro è sviluppata utilizzando dati trimestrali dal 1960 al 2019 per gli Stati Uniti. Il dataset in questione comprende il PIL (<em>gdp</em>) e gli Investimenti Residenziali (<em>invr</em>), l’indice dei prezzi al consumo (<em>p</em>), il tasso di cambio reale effettivo (<em>reer</em>) e il FED funds rare (<em>i</em>). Le fonti per i dati delle componenti della domanda sono l’OCSE, i tassi di cambio reali sono stati presi da BRUEGEL e il tasso di interesse direttamente da FRED. Tutte le variabili sono destagionalizzate e, ad esclusione del tasso FED, espresse in logaritmi e termini reali.</p>



<p>In questa sezione sono stimati, attraverso la metodologia delle Local Projections (Jordà, 2023; Alpanda &amp; Zubairy, 2019), gli effetti della politica monetaria sul PIL e sulla componente degli investimenti residenziali. La metodologia applicata per le stime, così come l’identificazione del modello è presente in dettaglio all’interno dell’Appendice di questo lavoro.</p>



<p>Le Funzioni di Risposta a Impulso (IRFs) per quanto riguarda il PIL, con intervalli di confidenza al 68% e 90%, sono presenti in Figura (2). Come prevedibile, la produzione, nel suo valore aggregato, presenta una risposta negativa rispetto a uno shock di politica monetare, anche se significativa solo al 68%. La storia appare diversa quando si considera invece uno shock restrittivo rispetto ad uno espansivo. Nel primo caso, l’impatto sulla produzione risulta non solo più intenso del doppio ma anche significativo con un intervallo al 90%. Al contrario, una politica espansiva non sembra produrre alcun tipo di effetto significativo sul livello di produzione dell’economia. Inoltre, è interessante notare come una politica monetaria restrittiva sembra presentare un effetto permanente o quantomeno di lungo periodo sul livello di produzione avendo effetti significativi a cinque anni.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="788" height="573" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image.png" alt="" class="wp-image-15385" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image.png 788w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-300x218.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-768x558.png 768w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /><figcaption><strong>Figura 1</strong>. IRFs cumulata lineare e dipendente dal segno dello shock per l&#8217;andamento del PIL a seguito di uno shock di Politica Monetaria.</figcaption></figure></div>



<p>La risposta del PIL deve per forza riflettere, in aggregato, il comportamento delle sue componenti. In generale, la letteratura identifica negli Investimenti Residenziali uno dei driver principali del suo andamento. In Figura (3) sono presenti le IRFs per quanto riguarda quest’ultima componente a fronte di uno shock del FFR. Possiamo innanzi tutto notare come l’intensità delle risposte, sia per quanto riguarda il caso lineare, sia nel caso delle asimmetrie, risulti sempre maggiore della risposta del PIL nel suo generale. La risposta degli investimenti residenziali a uno shock lineare è infatti persistente e significativa al 90% a più di 4 anni di distanza. Analizzando poi la non linearità rispetto al segno, i risultati rispecchiano quelli dell’analisi precedente, con gli effetti di una politica monetaria restrittiva persistenti e fortemente significativi anche al 90%, allo stesso tempo la risposta ad una politica monetaria espansiva non è mai significativa per qualsiasi di confidenza. Inoltre, l’effetto sugli investimenti residenziali di una politica monetaria restrittiva è oltre quattro volte più intenso rispetto a quello del PIL.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="788" height="573" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1.png" alt="" class="wp-image-15386" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1.png 788w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1-300x218.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-1-768x558.png 768w" sizes="(max-width: 788px) 100vw, 788px" /><figcaption><strong>Figura 2.</strong> IRFs cumulata lineare e dipendente dal segno dello shock per l&#8217;andamento degli Investimenti Residenziali a seguito di uno shock di Politica Monetaria.</figcaption></figure></div>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>Questo breve contributo ha analizzato la presenza di asimmetrie nei canali di trasmissione della politica monetaria e in particolare nella risposta del PIL e degli investimenti residenziali a shock di politica monetaria espansivi o restrittivi. Ciò è interessante anche a fronte dei rialzi avvenuti negli ultimi anni nelle principali economie avanzate a seguito della pandemia, dei conflitti bellici e del picco inflazionistico.</p>



<p>Da un lato politiche monetaria restrittive hanno un effetto significativo sull’economia reale, politiche espansive sembrano produrre effetti deboli e poco significativi. L’analisi si è particolarmente incentrata sugli effetti sulla componente degli investimenti residenziali. Per quanto in volume non sia una delle componenti principali del PIL nel suo aggregato, vari studi hanno sottolineato come il suo andamento possa essere tra i principali driver dei livelli di crescita e produzione dell’economia nel suo complesso (Leamer, 2015; Teixeira &amp; Petrini, 2023). Inoltre, la politica monetaria, come ipotizzato da un punto di vista teorico, si conferma uno strumento efficace nell’influenzare in maniera fortemente significativa questa componente. A fronte dei risultati ottenuti, appare quindi plausibile che l’effetto sull’economia reale della politica monetaria, con effetti più che significati in caso di politiche restrittive e quasi inefficaci nel caso di politiche espansive, passi principalmente attraverso questo canale.</p>



<p>Da questo studio si possono trarre varie implicazioni di politica economica. In generale la politica monetaria appare uno strumento incompleto, confermando l’idea keynesiana di un ruolo predominante nella politica fiscale. Inoltre, la risposta asimmetrica conferma come l’utilizzo di politiche monetari espansive non ha effetti significativi sulla componente degli investimenti residenziali e sul PIL in generale. Ne segue che in caso di recessione o contrazioni della produzione, l’utilizzo di stimoli di politica monetaria può non risultare lo strumento più appropriato data la sua generale inefficacia. La presenza di asimmetrie inoltre è in netto contrasto con tutta una serie di regole di politica monetaria, dalla Taylor Rule all’Inflation Targeting, che vedono nelle variazioni in entrambe le direzioni del tasso di interesse risultati perfettamente speculari. Se le risposte sono asimmetriche, come appare chiaramente da questo studio, gli effetti di un aumento del tasso dell’interessa di policy differiscono da quelli di una sua diminuzione. Oltre alle varie critiche a queste regole monetarie quindi, si aggiunge un’ulteriore problematicità, la loro formulazione perfettamente simmetrica non prevede quegli effetti asimmetrici che emergono nell’osservazione empirica del fenomeno monetario, rendendole intrinsecamente errate.</p>



<p>Per concludere, l’idea sviluppatasi durante la Grande Recessione statunitense, e notoriamente tradotta in metafora come “non si può spingere una corda”, sembra più viva che mai e confermata dai risultati empirici. La politica monetaria può avere un ruolo fondamentale nell’influenzare l’economia reale, e specialmente nel frenarla. Rimane però essenzialmente uno strumento relativamente incompleto e asimmetrico. Appare chiaro come la coordinazione tra politica monetaria e fiscale sia quindi un tema di fondamentale importanza per ottenere soddisfacenti risultati di policy, soprattutto viste le molteplici sfide della contemporaneità, dalle guerre, fino al cambiamento climatico.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Bibliografia</h5>



<p>Alpanda, S., &amp; Zubairy, S. (2019). Household Debt Overhang and Transmission of Monetary Policy. <em>Journal of Money, Credit and Banking</em>, <em>51</em>(5), 1265–1307.</p>



<p>Barbieri Goes, M. C. (2023). A tale of three prices: Monetary policy and autonomous consumption in the US. <em>Structural Change and Economic Dynamics</em>.</p>



<p>Barnichon, R., Matthes, C., &amp; Sablik, T. (2017). Are the Effects of Monetary Policy Asymmetric? <em>Federal Reserve Bank of Richmond Economic Brief</em>, <em>17</em>(3).</p>



<p>Deleidi, M., Iafrate, F., &amp; Levrero, E. S. (2023). Government investment fiscal multipliers: Evidence from Euro-area countries. <em>Macroeconomic Dynamics</em>, <em>27</em>(2), 331–349.</p>



<p>Hannsgen, G. (2007). The transmission mechanism of monetary policy: A critical review. In <em>A handbook of alternative monetary economics</em> (p. 205). Edward Elgar Publishing Cheltenham.</p>



<p>Jordà, Ò. (2005). Estimation and Inference of Impulse Responses by Local Projections. <em>American Economic Review</em>, <em>95</em>(1), 161–182.</p>



<p>Jordà, Ò. (2023). Local Projections for Applied Economics. <em>Annual Review of Economics</em>, <em>15</em>(1), 607–631.</p>



<p>Jordà, Ò., Singh, S. R., &amp; Taylor, A. M. (2020). The long-run effects of monetary policy. <em>Federal Reserve Bank of San Francisco Working Paper n. 26666</em>.</p>



<p>Krugman, P. (2018). Why Was Trump’s Tax Cut a Fizzle? <em>The New York Times</em>. https://www.nytimes.com/2018/11/15/opinion/tax-cut-fail-trump.html</p>



<p>Lane, P. R. (2022). The transmission of monetary policy. <em>Speech at the SUERF, CGEG|COLUMBIA|SIPA, EIB, SOCIÉTÉ GÉNÉRALE Conference on “EU and US Perspectives: New Directions for Economic Policy”</em>. https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2022/html/ecb.sp221011~5062b44330.en.html</p>



<p>Leamer, E. E. (2015). Housing Really Is the Business Cycle: What Survives the Lessons of 2008–09? <em>Journal of Money, Credit and Banking</em>, <em>47</em>(S1), 43–50.</p>



<p>Mishkin, F. S. (2007). Housing and the Monetary Transmission Mechanism. <em>NBER Working Paper 13518</em>.</p>



<p>Morgan, D. P. (1993). <em>Asymmetric Effects of Monetary Policy</em>. <em>Federal Reserve Bank of Kansas City Economic Review</em> (78), 22–33.</p>



<p>Plagborg-Møller, M. (2019). Bayesian inference on structural impulse response functions. <em>Quantitative Economics</em>, <em>10</em>(1), 145–184.</p>



<p>Ramey, V. A., &amp; Zubairy, S. (2018). Government Spending Multipliers in Good Times and in Bad: Evidence from US Historical Data. <em>Journal of Political Economy</em>, <em>126</em>(2), 850–901.</p>



<p>Teixeira, L., &amp; Petrini, G. (2023). Long-run effective demand and residential investment: A Sraffian supermultiplier based analysis. <em>Review of Keynesian Economics</em>, <em>11</em>(1), 72–99.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Appendice</h5>



<p>In linea con la recente letteratura macroeconometrica, applichiamo la metodologia delle Local Projections (Jordà, 2023). Le funzioni di risposta a impulso (IRF) possono essere quindi calcolate attraverso una sequenza di proiezioni delle variabili endogene, spostate in avanti nel tempo, sui loro stessi ritardi e possono essere stimate utilizzando uno stimatore OLS correggendo per eteroschedasticità e autocorrelazione (Jordà, 2005). Se correttamente specificate, le loro stime funzionano tanto bene quanto i più complessi modelli autoregressivi (Plagborg-Møller, 2019). Nel caso dello studio di effetti asimmetrici, data la possibile diversa persistenza dello shock in analisi, la classica stima delle Local Projections può essere modificata così da rappresentare gli effetti cumulati delle IRF della nostra variabile dipendente rispetto all’effetto cumulato della variabile di policy. Seguendo questa specificazione, la possibile risposta diversa allo shock per quanto riguarda la variabile di policy viene controllata così da evitare distorsioni nelle risposte della variabile di interesse.</p>



<p>Seguendo il contributo di Ramey &amp; Zubairy (2018) e (Alpanda &amp; Zubairy, 2019), le IRFs cumulate possono essere stimate seguendo la metodologia “one-step” come segue:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="985" height="228" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3.png" alt="" class="wp-image-15389" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3.png 985w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3-300x69.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-3-768x178.png 768w" sizes="(max-width: 985px) 100vw, 985px" /></figure></div>



<p>dove <em>y</em> rappresenta la variabile d’interesse, <em>S<sub>t</sub></em> la variabile di stato della non linearità, <em>σt</em> la componente di trend deterministica, <em>Ψ(L)</em> un operatore polinomiale dei Lag, <strong>x</strong> un vettore contenente le variabili di controllo e la variabile di policy. I parametri a cui siamo interessati sono <em>β<sup>+</sup></em>e <em>β<sup>&#8211;</sup></em> che rappresentano rispettivamente la risposta asimmetrica della variabile dipendente allo shock della variabile di policy in caso di espansione e contrazione. Inoltre, lo shock non lineare viene utilizzato come strumento per le rispettive interazioni degli strumenti di policy cumulati con gli indicatori dei due stati. Le IRF stimate rappresenteranno quindi gli stessi risultati della rispettiva stima in tre step, derivata come rapporto tra le due IRF cumulate.</p>



<p>Per risolvere il problema dell’endogeneità, lo shock di politica monetaria è ottenuto dai residui di un modello autoregressivo VAR (Deleidi et al., 2023). In particolare, questo è specificato usando FFR, il PIL, i prezzi e il tasso di cambio reale, con tre ritardi ognuno. La scelta dei ritardi è suggerita dal criterio di informazione di Akaike. Nei fatti, questo shock riflette quei movimenti del tasso dell’interesse che non sono collegati a variazioni delle altre variabili o dai loro ritardi, rappresentando quindi quello che è un movimento inaspettato dello strumento principale della politica monetaria. La serie temporale dello Shock così ricavata, presente in Figura (A1), appare perfettamente bilanciata nel segno, e presenta una volatilità minore nel periodo più recente, come ampiamente riscontrato in generale nella letteratura.</p>



<p>Nel caso specifico dell’asimmetria rispetto al segno dello shock, la variabile di stato presente in Equazione (A1) sarà quindi una dummy con valori pari a uno in caso di valori positivi nella serie e zero in caso contrario.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="724" height="527" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-2.png" alt="" class="wp-image-15387" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-2.png 724w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/02/image-2-300x218.png 300w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /><figcaption><strong>Figura A1.</strong> Serie storica dello Shock di Politica Monetaria estimato utilizzando i residui del VAR(3)</figcaption></figure></div>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/limpatto-della-politica-monetaria-sugli-investimenti-residenziali/">L&#8217;impatto della politica monetaria sugli investimenti residenziali</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dal Green Deal all&#8217;Industrial Deal: Ripensare la Regolamentazione per Aumentare la Competitività Europea?</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/dal-green-deal-allindustrial-deal-ripensare-la-regolamentazione-per-aumentare-la-competitivita-europea/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=dal-green-deal-allindustrial-deal-ripensare-la-regolamentazione-per-aumentare-la-competitivita-europea</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/paola-coletti/">Paola Coletti</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 23:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’articolo analizza il cambio strategico dell'Unione Europea dal Green Deal al Clean Industrial Deal (CID), una svolta determinata a causa delle crisi geopolitiche, pressioni economiche per il rilancio della competitività e un cambiamento politico che ha determinato una svolta a destra all'interno delle istituzioni dell'UE. Il nuovo quadro strategico dà priorità ad una nuova concettualizzazione di "competitività sostenibile" e a un significativo impulso rispetto alla semplificazione amministrativa per ridurre gli oneri amministrativi e sostenere l’iniziativa industriale. I pacchetti omnibus di iniziative legate alla semplificazione introducono alcune modifiche chiave alla Direttiva sulla Rendicontazione della Sostenibilità Aziendale (CSRD), al principio della Due Diligence, al Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM) e propongono la modifica delle disposizioni sulla Responsabilità Civile a livello UE.. I sostenitori inquadrano queste azioni come un miglioramento della regolamentazione per garantire gli obiettivi verdi con meno oneri. Tuttavia, i critici sostengono che ciò costituisca una deregolamentazione che mina l'ambizione originale del Green Deal, indebolisce la responsabilità aziendale e rischia di creare incertezza normativa annullando protezioni chiave per la sostenibilità. La tensione centrale rimane quella di bilanciare la vitalità industriale con l'impegno ecologico iniziale dell'UE.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/dal-green-deal-allindustrial-deal-ripensare-la-regolamentazione-per-aumentare-la-competitivita-europea/">Dal Green Deal all&#8217;Industrial Deal: Ripensare la Regolamentazione per Aumentare la Competitività Europea?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Nel 2019, la Commissione Von der Leyen ha lanciato l&#8217;ambizioso <em>Green Deal</em>, una politica faro volta a posizionare l&#8217;UE come il primo continente a impatto climatico zero <a id="_ednref1" href="#_edn1"><sup>[1]</sup></a>. La complessità della questione ha richiesto un approccio diverso: anziché una legge strutturata, è stato elaborato un framework legato all’approccio delle politiche pubbliche che delineava linee strategiche di azione con indicatori misurabili <a id="_ednref2" href="#_edn2"><sup>[2]</sup></a>. A questo si aggiunge la <em>Climate Law</em> che ha istituito un quadro coercitivo per il raggiungimento degli obiettivi verdi della Commissione <a id="_ednref3" href="#_edn3"><sup>[3]</sup></a>. Nonostante gli ambiziosi obiettivi della Commissione UE, la politica verde ha incontrato diversi ostacoli, sia a livello politico che economico.</p>



<p>In seguito alle elezioni europee di giugno 2024, la composizione politica delle istituzioni UE è cambiata, con una decisa virata a destra sia all&#8217;interno del Parlamento che della Commissione. Questo spostamento ha rafforzato l&#8217;influenza dei partiti che sono di tradizione ostili a misure ambientali rigorose, portando a una percepita diluizione degli obiettivi, se non addirittura ritirata dell&#8217;ambizioso Green Deal europeo. Il Partito Popolare Europeo (PPE) di centro-destra detiene una posizione cruciale per influenzare pesantemente l&#8217;agenda legislativa e moderare le ambizioni ambientali iniziali del Green Deal.</p>



<p>L&#8217;attuazione del Green Deal ha continuato a incontrare difficoltà, in gran parte dovute a crisi esterne che hanno imposto una riconsiderazione degli obiettivi politici <a id="_ednref4" href="#_edn4"><sup>[4]</sup></a>. La guerra in Ucraina ha scatenato una crisi energetica, spingendo alcuni Stati membri a considerare modelli energetici anche meno sostenibili. Contemporaneamente, l&#8217;instabilità globale ha favorito un <em>favor</em> della politica verso il riarmo. Inoltre, le pressioni economiche, evidenziate nel rapporto Draghi sulla competitività, hanno rivelato la vulnerabilità dell&#8217;Europa nel raggiungere gli obiettivi climatici mantenendo la competitività globale <a id="_ednref5" href="#_edn5"><sup>[5]</sup></a>. Il rapporto ha sostenuto il rafforzamento della catena di approvvigionamento interna all&#8217;UE e la sovranità strategica per ridurre l&#8217;esposizione alle fluttuazioni del mercato globale e alle tensioni geopolitiche.</p>



<p>L&#8217;articolo analizzerà il cambiamento nella composizione politica del Parlamento e l&#8217;evoluzione della strategia europea, sottolineando come l&#8217;obiettivo originale e più ampio del <em>Green Deal</em> si sia spostato verso un nuovo approccio, più incentrato sull&#8217;industria, quello del <em>Clean Industrial Deal</em>, concentrandosi su una specifica tendenza: lo sforzo per ridurre la burocrazia e semplificare le normative. Successivamente, l&#8217;articolo discuterà le implicazioni di questa svolta, valutando se il nuovo focus industriale avvenga a scapito delle ambizioni ambientali iniziali delle istituzioni comunitarie. La sezione finale riassume i principali risultati, portando un contributo critico al tema.</p>



<h5>2. Il cambiamento nella composizione politica del Parlamento UE</h5>



<p>Nel giugno 2024, le elezioni europee hanno notevolmente spostato la composizione politica delle istituzioni dell&#8217;Unione Europea, risultando in un movimento verso destra sia all&#8217;interno del Parlamento Europeo che della Commissione (figura 1). Questo cambiamento ha rafforzato la rappresentanza dei partiti più ostili a misure ambientali rigorose, di conseguenza portando a una percepita diluizione del Green Deal europeo <a id="_ednref6" href="#_edn6"><sup>[6]</sup></a>.</p>



<p>La ragione fondamentale di questa ritirata della politica climatica è la frammentazione della maggioranza di governo di von der Leyen <a id="_ednref7" href="#_edn7"><sup>[7]</sup></a>. Il PPE si è sempre più discostato dai suoi tradizionali alleati pro-europei, scegliendo invece di votare frequentemente con gruppi di destra e di estrema destra, sfruttando così la sua posizione cruciale per influenzare l&#8217;agenda legislativa e moderare le ambizioni iniziali del Green Deal.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="578" height="325" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.jpeg" alt="" class="wp-image-15370" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.jpeg 578w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 578px) 100vw, 578px" /></figure></div>



<p>La forza trainante primaria di questa ricalibrazione politica è la necessità per la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen di placare il suo stesso blocco politico, il Partito Popolare Europeo (PPE), il più grande raggruppamento di centro-destra nel Parlamento. Il gruppo della Sinistra (GUE/NGL) nel Parlamento Europeo ha lanciato una dura accusa contro la Presidente della Commissione von der Leyen, sostenendo che avesse effettivamente &#8220;ucciso&#8221; il Green Deal. Questa critica deriva dalla sua svolta verso il <em>Clean Industrial Deal</em>, un nuovo quadro che ora ingloba il piano per ridurre le emissioni dell&#8217;Unione Europea del 90% entro il 2050.</p>



<p>La figura 2 illustra lo stato di avanzamento delle proposte legislative relative al Green Deal, cercando di fornire una panoramica convincente e quantificabile dello slancio legislativo e del tasso di successo del Green Deal europeo <a id="_ednref8" href="#_edn8"><sup>[8]</sup></a>. Il risultato più saliente è la dominanza della categoria &#8220;Adottate/Completate&#8221;, che rappresenta un sostanziale 60% di tutte le iniziative.</p>



<p>Fig. 2- Grean Deal- Legislative Train Schedule</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="692" height="303" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.png" alt="" class="wp-image-15376" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image.png 692w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2026/01/image-300x131.png 300w" sizes="(max-width: 692px) 100vw, 692px" /><figcaption>Fonte: Elaborazione su dati del Parlamento UE (<a href="https://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-a-european-green-deal" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.europarl.europa.eu/legislative-train/theme-a-european-green-deal</a>)</figcaption></figure></div>



<p>Al contrario, la percentuale di proposte che si sono bloccate o fallite ammonta al 37%, così suddivisa: le proposte <strong>&#8220;</strong>Presentate&#8221; ammontano al 13%, rappresentando un moderato volume di iniziative attualmente in fase di considerazione ma non ancora finalizzate; le iniziative &#8220;Annunciate&#8221; costituiscono il 15%, indicando uno sviluppo politico in corso e una futura azione legislativa<sup>42</sup>. Le percentuali combinate per le proposte che sono state effettivamente interrotte—&#8221;Bloccate&#8221; (3%) e &#8220;Ritirate&#8221; (3%)—totalizzano solo il 6%.</p>



<p>I recenti cambiamenti nella politica europea rivelano un quadro complicato, con diverse iniziative ambientali ed economiche che subiscono modifiche significative.&nbsp; Sul Regolamento sulla Deforestazione, l&#8217;attuazione di un&#8217;importante legge progettata per combattere la deforestazione globale è stata posticipata di un anno. Questo ritardo incide sulla tempistica del blocco per garantire che le merci importate non contribuiscano alla distruzione delle foreste in tutto il mondo. Al contempo, all&#8217;industria automobilistica è stata concessa una moratoria sugli obiettivi ambientali<sup>. </sup>La conformità agli Standard sulle Emissioni è stata estesa, dando ai produttori di auto due anni aggiuntivi per rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti. Infine, in un importante cambio di rotta per i finanziamenti UE, la Commissione ha approvato l&#8217;uso dei fondi Recovery and Resilience Facility (RRF) per gli investimenti nella difesa. Questi fondi erano stati originariamente stanziati per la ripresa economica post-pandemia, l&#8217;azione per il clima e la digitalizzazione. Questa decisione pone di fatto la spesa militare alla pari degli obiettivi iniziali del RRF di affrontare il cambiamento climatico e promuovere la transizione digitale.</p>



<h5>3. Dal Green Deal al Clean Industrial Deal (CID): la pressione del settore industriale</h5>



<p>In un contesto geopolitico instabile, la Commissione sta definendo gli obiettivi politici, identificando iniziative che sembrano rivelare un significativo cambiamento di paradigma, definendo un nuovo piano per la Prosperità e la Competitività Sostenibile in Europa, chiamato <em>Compass </em><a id="_ednref9" href="#_edn9"><sup>[9]</sup></a>, in linea con il rapporto Draghi, che ha evidenziato l&#8217;urgente necessità di investimenti nell&#8217;economia europea in difficoltà, e la <em>Dichiarazione di Budapest</em> sul <em>New European Competitiveness Deal </em><a id="_ednref10" href="#_edn10"><sup>[10]</sup></a>.</p>



<p>Nel <em>Compass</em>, la Commissione riconosce che l&#8217;UE ha compiuto importanti progressi per quanto riguarda l&#8217;ambizione climatica e conferma gli obiettivi stabiliti nel Green Deal europeo, avendo dimostrato &#8220;la capacità di ridurre con successo le emissioni garantendo al contempo la crescita economica&#8221; <a id="_ednref11" href="#_edn11"><sup>[11]</sup></a>. Tuttavia, rispetto alla dialettica precedente del Green Deal, sembra emergere una distanza terminologica e concettuale nell&#8217;approccio al rapporto tra crescita economica e questione ambientale, che ora è inquadrata in termini di competitività sostenibile. Con una leggera variazione lessicale, ciò essenzialmente rievoca il paradigma dello sviluppo sostenibile, mentre sono assenti riferimenti al principio di transizione ecologica.</p>



<p>Per far fronte agli ostacoli incontrati dalle industrie europee &#8211; in particolare gli alti costi energetici e la forte concorrenza a livello globale &#8211; il Clean Industrial Deal (CID) è la nuova iniziativa della Commissione Europea, che aggiunge una &#8220;svolta industriale&#8221; al Green Deal Europeo <a id="_ednref12" href="#_edn12"><sup>[12]</sup></a>. Il CID mira ad affrontare l&#8217;urgente necessità di combinare gli sforzi di decarbonizzazione con la competitività e la sicurezza economica. Tuttavia, la sua attuazione di successo rischia a causa dell’ampio raggio di azione, della potenziale mancanza di coordinamento e delle questioni di finanziamento irrisolte. Inoltre, mentre il CID si concentra sulla decarbonizzazione, è meno incisivo sugli standard ambientali e sulle considerazioni di sostenibilità più ampie.</p>



<p>Questa nuova politica industriale sostenibile mira a promuovere la competitività sostenibile attraverso quattro dimensioni: sostenibilità ambientale, produttività, equità e stabilità macroeconomica. Il <em>Clean Industrial Deal</em> propone azioni specifiche volte a rendere la decarbonizzazione un fattore di crescita industriale. Queste misure includono la riduzione dei prezzi dell&#8217;energia, il sostegno alla creazione di posti di lavoro e la fornitura di condizioni favorevoli per le aziende, concentrandosi su: a) Industrie ad alta intensità energetica come l&#8217;acciaio, i metalli e i prodotti chimici, che richiedono supporto per decarbonizzare, passare all&#8217;energia pulita e affrontare costi elevati, concorrenza internazionale e requisiti normativi;&nbsp; b) Il settore delle tecnologie pulite (<em>clean-tech</em>), che svolge un ruolo centrale nella futura competitività ed è importante per la trasformazione industriale, la circolarità e la decarbonizzazione <a id="_ednref13" href="#_edn13"><sup>[13]</sup></a>.</p>



<p>I pacchetti <em>omnibus</em> di semplificazione presentati sembrano diluire gli obiettivi legislativi e ritardare ulteriormente le leggi sulla sostenibilità esistenti, sollevando dubbi sull&#8217;impatto duraturo del Green Deal Europeo originale.</p>



<p>Il <em>Clean Industrial Deal</em> è stato presentato ad Anversa per le imprese per sottolineare l&#8217;impegno della Commissione UE ad affrontare le preoccupazioni sulla competitività sollevate dall&#8217;industria anche attraverso la &#8220;Dichiarazione di Anversa&#8221; <a id="_ednref14" href="#_edn14"><sup>[14]</sup></a>, che ha spinto la Commissione UE a evitare di vincolare le imprese con regole dettagliate o rigide e prevenire una rendicontazione eccessiva. Per garantire l&#8217;efficacia della regolamentazione, ogni nuova proposta dovrebbe essere attentamente verificata (utilizzando un &#8220;Controllo di Competitività&#8221; e un &#8220;Test di Stress sull&#8217;Innovazione&#8221;) da un comitato normativo per considerare l&#8217;effetto cumulativo della regolamentazione.</p>



<p>Uno dei reclami sollevati dalle industrie europee è quindi relativo alla burocrazia. La discussione riguarda la natura onerosa della regolamentazione ambientale, in particolare quella proveniente dall&#8217;Unione Europea. Questa percepita &#8220;eccessiva regolamentazione&#8221; ha portato a lamentele dal settore aziendale secondo cui i mandati di protezione ambientale impongono oneri amministrativi indebiti che in ultima analisi minano la competitività. Ad esempio, il solo volume del diritto ambientale dell&#8217;UE — oltre 450 atti giuridici derivati vincolanti, oltre alle disposizioni dei Trattati — sottolinea la profondità dell&#8217;impegno dell&#8217;UE per la gestione ambientale, ma evidenzia anche la complessità <a id="_ednref15" href="#_edn15"><sup>[15]</sup></a>.</p>



<p>Nel presentare il nuovo piano, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato la necessità di alleviare gli oneri per le imprese che lottano con shock esterni e concorrenza globale. Una componente chiave di questa strategia è la rivitalizzazione dei principi di &#8220;migliore regolamentazione&#8221; per ridurre gli ostacoli burocratici, promuovere la reindustrializzazione e l&#8217;innovazione del settore privato, il tutto nel rispetto degli obiettivi di decarbonizzazione del Green Deal (-55% di gas serra entro il 2030, -90% entro il 2040 e neutralità carbonica entro il 2050) <a id="_ednref16" href="#_edn16"><sup>[16]</sup></a>. Le semplificazioni proposte saranno attuate attraverso pacchetti&#8221;omnibus&#8221; interconnessi che coprono varie aree legislative. Stime provvisorie suggeriscono che queste proposte, se adottate, potrebbero generare miliardi di euro di risparmi annuali sui costi amministrativi e mobilitare miliardi di euro in investimenti pubblici e privati aggiuntivi.</p>



<p>Per aumentare la competitività e facilitare la crescita e l&#8217;innovazione aziendale, la Commissione Europea ha fissato nuovi obiettivi: ridurre gli oneri amministrativi complessivi di almeno il 25% e quelli che impattano specificamente le PMI di almeno il 35% prima della fine del suo mandato. Il Commissario per l&#8217;Economia Valdis Dombrovskis ha proposto un pacchetto di semplificazione inteso a eliminare gli oneri amministrativi per l&#8217;80% delle imprese. Questo è inquadrato non come deregolamentazione, ma come risposta alle richieste dell&#8217;industria di frenare il declino industriale, in particolare per le PMI.</p>



<p>Gli obiettivi di semplificazione chiave includono:</p>



<ul><li>Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e Tassonomia UE: L&#8217;obiettivo è sia semplificare il processo sia garantire che i requisiti di rendicontazione siano proporzionali alle dimensioni e all&#8217;impatto di un&#8217;azienda<sup>79</sup>. Un cambiamento importante è che si stima che l&#8217;80% delle imprese sarà completamente esente dagli obblighi CSRD. La direttiva concentrerà invece la sua attenzione sulle grandi imprese che hanno l&#8217;impronta ambientale e sociale più significativa, con flessibilità nelle scadenze, poiché gli obblighi per alcune aziende sono posticipati fino al 2028.</li><li>Due Diligence: L&#8217;obiettivo è ridurre l&#8217;onere amministrativo non necessario. Le proposte aggiornate cercano di restringere il focus degli obblighi ai partner commerciali diretti e di ridurre significativamente la frequenza delle valutazioni complete. Invece di controlli annuali, l&#8217;intervallo per le valutazioni periodiche sarà esteso da un anno a cinque anni, con controlli mirati richiesti solo quando sorge un problema specifico.</li><li>Armonizzazione: Un obiettivo più ampio per tutti questi cambiamenti è l&#8217;Armonizzazione. Aumentando l&#8217;allineamento delle regole a livello UE, l&#8217;UE spera di garantire un campo da gioco veramente uniforme in tutti gli Stati membri.</li><li>Responsabilità Civile: Ci sono proposte per rimuovere le attuali disposizioni sulla responsabilità a livello UE. Questa mossa è intesa a proteggere le imprese da rivendicazioni sproporzionate o eccessive, garantendo al contempo che le vittime mantengano il loro diritto fondamentale a un risarcimento equo.</li><li><em>Carbon Border Adjustment Mechanism</em> (CBAM): è prevista una significativa semplificazione. L&#8217;attuale meccanismo è stato segnalato come problematico perché i suoi requisiti di documentazione sono così sostanziali e costosi da applicarsi anche a importazioni molto piccole, a volte anche solo di 150€. In questi casi a basso impatto, l&#8217;onere amministrativo sui piccoli importatori spesso supera completamente i minimi benefici ambientali. Per affrontare questo problema, il piano è di esonerare i piccoli importatori (principalmente PMI e individui) poiché rappresentano emissioni incorporate trascurabili. Per tutte le altre imprese, le regole rimanenti — che coprono tutto, dall&#8217;autorizzazione dei dichiaranti al calcolo delle emissioni incorporate e alla rendicontazione — saranno snellite e semplificate.</li></ul>



<h5>4. Una Strategia Europea Riformulata: Più Industria, Meno Verde?</h5>



<p>La strategia più ampia della Commissione mira a rivitalizzare il mercato unico concentrandosi sulla semplificazione amministrativa, aggiornando le normative obsolete, combattendo le regole nazionali protezionistiche e favorendo una maggiore cooperazione tra gli Stati membri. Le priorità identificate includono la riduzione delle barriere interne, lo sviluppo del mercato dei servizi, il supporto alle PMI, l&#8217;accelerazione della digitalizzazione, la riduzione della burocrazia e il rafforzamento della cooperazione interstatale.</p>



<p>L&#8217;iniziale &#8220;ondata di semplificazione&#8221; ha deluso i sostenitori di standard di sostenibilità più rigorosi. Apparentemente mirata a ridurre la burocrazia, la Commissione ha invece scelto di restringere l&#8217;ambito e ritardare proposte legislative chiave in materia ambientala. Questa mossa rischia di minare gli obiettivi originali del <em>Green Deal europeo,</em> in particolare indebolendo potenzialmente i meccanismi di tariffazione del carbonio, che sono il suo fondamento.Specificamente, le modifiche proposte al <em>Carbon Border Adjustment Mechanism,</em> pur potenzialmente esentando il 90% delle merci importate ma coprendo comunque il 99% delle emissioni, sollevano preoccupazioni a causa di una mancanza di trasparenza nel processo di semplificazione.</p>



<p>Inoltre, la consultazione per queste proposte di semplificazione, comprese quelle per la rendicontazione della sostenibilità, ha attirato critiche dalla società civile per essere opaca ed escludere le parti interessate chiave. In netto contrasto con le ambizioni del CID, la spinta della Commissione per la semplificazione — mirata a ridurre gli oneri amministrativi di almeno per tutte le imprese e in particolare per le PMI — sembra dare priorità ai principi della concorrenza. Ciò ha portato ai controversi pacchetti legislativi <em>Omnibus,</em> che posticipano l&#8217;applicazione di nuove regole sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale e sulla due diligence (nota come &#8220;stop the clock&#8221;), creando incertezza normativa per le aziende conformi e proponendo una riduzione degli obblighi di rendicontazione, limitando la loro applicazione principalmente alle grandi aziende.</p>



<p>I critici temono che questa semplificazione costituisca una deregolamentazione che mina gli obiettivi della transizione pulita escludendo la maggioranza delle PMI nazionali ed europee dagli obblighi cruciali di due diligence ambientale e sui diritti umani. La proposta Omnibus della Commissione indebolisce significativamente le regole UE sulla <em>due diligence</em> aziendale, mettendo a repentaglio gli impegni per i diritti umani e l&#8217;ambiente, limitando gli obblighi ai soli partner commerciali diretti, riducendo la frequenza del monitoraggio da annuale a ogni cinque anni e tagliando i requisiti di informazione per la mappatura della catena del valore. Queste limitazioni riducono gli oneri di conformità sulle grandi imprese, ma diminuiscono criticamente gli effetti positivi di &#8220;trascinamento&#8221; (<em>drag-along</em>) sulle PMI e sulle aziende più piccole nelle loro catene di approvvigionamento.</p>



<p>Restringendo la <em>due diligence</em> obbligatoria ai partner commerciali diretti — una deviazione significativa dall&#8217;intento originale della direttiva — la proposta riduce notevolmente la responsabilità aziendale per l&#8217;intera catena di approvvigionamento. Questa mossa compromette gravemente la capacità del quadro di condurre una gestione strutturata del rischio e di far rispettare la conformità con le leggi ambientali, climatiche e sul lavoro lungo tutta la catena del valore. In definitiva, questa &#8220;semplificazione&#8221; limita di fatto la responsabilità delle grandi aziende in relazione ai rischi ambientali e alle ricadute sui lavoratori. Il mancato adeguamento proporzionale degli obblighi di <em>due diligence</em> per le PMI, unita alla limitazione delle informazioni sulla catena del valore che le grandi aziende possono mappare, non aumenta gli standard di protezione né promuove una diffusa cultura della conformità. La decisione della Commissione di rinunciare a parti importanti della recente legislazione sulla rendicontazione della sostenibilità e sulla due diligence segnala un passo indietro nelle protezioni e minaccia gli obiettivi di una transizione ecologica giusta <a id="_ednref17" href="#_edn17"><sup>[17]</sup></a>.</p>



<p>Inoltre, la proposta indebolisce la protezione delle vittime eliminando la responsabilità civile UE, che costringe le vittime a fare affidamento sui tribunali nazionali, e rimuovendo l&#8217;opzione per le azioni rappresentative (rendendo più difficile per le ONG rappresentare le vittime). In sostanza, le iniziative di &#8220;semplificazione&#8221; proposte sembrano essere considerate una significativa deregolamentazione che in alcuni casi abbassa i livelli di protezione, suscitando una forte opposizione da centinaia di organizzazioni della società civile in tutta Europa. Le reazioni dei gruppi della società civile avvertono che questa &#8220;semplificazione&#8221; è una deregolamentazione intesa a dare priorità agli interessi aziendali rispetto alla responsabilità ambientale e sociale <a id="_ednref18" href="#_edn18"><sup>[18]</sup></a>. Modificando regole complesse e nuove, la proposta non solo abbassa gli standard, ma crea anche una dannosa incertezza per le aziende che richiedono stabilità normativa.</p>



<p>Sorprendentemente, anche le imprese hanno mostrato preoccupazione per la decisione della Commissione di rinegoziare leggi esistenti del Green Deal (su rendicontazione, due diligence e tassonomia). Sebbene sostengano la dichiarata continuità del Green Deal, temono che la revisione dei testi adottati creerà incertezza normativa e penalizzerà le aziende che hanno già investito pesantemente per soddisfare i nuovi standard di conformità. Il 4 febbraio 2025, una dichiarazione congiunta è stata firmata dall&#8217;E<em>uropean Sustainable Investment Forum (Eurosif), dall&#8217;Institutional Investors Group on Climate Change (IIGCC) e dai Principles for Responsible Investment (PRI),</em> appoggiata da 211 entità <a id="_ednref19" href="#_edn19"><sup>[19]</sup></a>. Il documento consta di una &#8220;Dichiarazione congiunta degli investitori sulla Legislazione Omnibus&#8221; in risposta alle proposte di semplificazione o modifica degli elementi chiave del quadro di finanza sostenibile dell&#8217;UE. Il messaggio chiave della dichiarazione è un invito a preservare i principi fondamentali e l&#8217;ambizione delle normative sulla sostenibilità esistenti, sostenendo solo una semplificazione mirata e sensata anziché un indebolimento fondamentale delle regole. Le imprese hanno sottolineato la necessità critica di una divulgazione di sostenibilità di alta qualità e comparabile per poter agire azioni efficaci verso la transizione verde <a id="_ednref20" href="#_edn20"><sup>[20]</sup></a>.</p>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>All&#8217;interno di questa strategia generale, il <em>Clean Industrial Deal</em> ha affrontato critiche secondo cui rappresenterebbe una ritirata dagli obiettivi del Green Deal. L&#8217;ambizione europea con il nuovo orientamento politico è quella di attuare azioni concrete che snelliscano la burocrazia e rendano le normative UE più accessibili ed efficaci per le imprese. Il pacchetto di semplificazione è inteso a segnalare che l&#8217;Europa rimane un mercato impegnativo per gli investimenti, ma anche semplice in cui operare. Semplificare regole eccessivamente complesse è ritenuto cruciale per aumentare la competitività dell&#8217;Europa.</p>



<p>Tuttavia, alcuni rappresentanti istituzionali come la Vicepresidente Teresa Ribera sostengono che non compromette gli obiettivi ecologici, ma cerca piuttosto di sviluppare un&#8217;industria sostenibile specializzata nell&#8217;azione per il clima. Séjourné, il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e la Strategia Industriale, sostiene che l&#8217;Europa si sta riformando per semplificare le sue regole &#8220;senza una motosega&#8221; ma attraverso un dialogo con gli attori economici.</p>



<p>Sebbene la Commissione UE riaffermi gli obiettivi verdi modificando i metodi per raggiungerli in modo più efficace, queste iniziative sono state viste come deregolamentazione e non come un modo per raggiungere gli obiettivi con meno oneri per le imprese, specialmente le PMI, consentendo loro di concentrarsi sulla crescita, l&#8217;occupazione e l&#8217;innovazione, e in definitiva garantendo la doppia transizione verde e digitale. Di fronte a un nuovo panorama politico e a significative lamentele contro le politiche del Green Deal, la Commissione sta virando verso un paradigma di &#8220;sviluppo sostenibile&#8221;. Questo approccio dà la priorità al conciliare la crescita economica con gli obiettivi ambientali, abbandonando parzialmente l&#8217;ambizione &#8220;rivoluzionaria&#8221; della transizione ecologica. Concentrando la sua politica sul principio fondante dell&#8217;UE del mercato, la Commissione sembra trascurare il fallimento del concetto di sviluppo sostenibile nel fermare il degrado ambientale e la perdita di capitale naturale.</p>



<p>Alcuni autori sottolineano che il rischio di <em>greenwashing</em> è probabilmente intensificato dal fatto che &#8220;gli attori geopolitici al di fuori dell&#8217;UE continueranno a permettere alle loro aziende di operare senza essere ritenute responsabili del danno che causano all&#8217;ambiente e al clima&#8221;.</p>



<p>A questo punto, rimane difficile accertare in modo definitivo la traiettoria di queste iniziative. Mentre alcuni critici vedono la spinta allo &#8220;snellimento normativo&#8221; e il cambiamento di focus come al limite della deregolamentazione o persino del <em>greenwashing</em> — un <em>rebranding</em> degli impegni esistenti senza una nuova azione sostanziale — altri sostengono che l&#8217;urgenza dell&#8217;attuale crisi economica costringe le istituzioni a ripensare e affinare fondamentalmente alcuni strumenti verdi. Le prossime azioni politiche saranno cruciali nel chiarire la vera inclinazione della politica europea, in particolare se l&#8217;imperativo per la competitività industriale possa essere integrato con ambiziosi obiettivi climatici, o se il pendolo stia definitivamente oscillando lontano dall&#8217;aspetto Green delle promesse iniziali.</p>



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<p><a id="_edn14" href="#_ednref14">[14]</a> Antwerp Declaration available at:&nbsp; <a href="https://antwerp-declaration.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://antwerp-declaration.eu/</a></p>



<p><a id="_edn15" href="#_ednref15">[15]</a> Martens Center, EU red Tape an endless struggle or a solvable problem, available at: <a href="https://www.martenscentre.eu/blog/eu-red-tape-an-endless-struggle-or-a-solvable-problem/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.martenscentre.eu/blog/eu-red-tape-an-endless-struggle-or-a-solvable-problem/</a></p>



<p><a id="_edn16" href="#_ednref16">[16]</a> Si veda:&nbsp;<a href="https://media.business-humanrights.org/media/documents/Omnibus_Business_Statement_17_January_2025.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://media.business-humanrights.org/media/documents/Omnibus_Business_Statement_17_January_2025.pdf</a></p>



<p><a id="_edn17" href="#_ednref17">[17]</a> De Santis V. (2025) La transizione ecologica “tradita”(?) Orientamenti politici dell’Unione tra competitività, semplificazione ambientale e deregolazione: <a href="https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=52180" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=52180</a></p>



<p><a id="_edn18" href="#_ednref18">[18]</a> Letter Social Impact Agenda &#8211; 21 February&nbsp; 2025 available at: <a href="https://www.socialimpactagenda.it/wp-content/uploads/2025/02/LETTERA-COMMISSARI-UE_ITA.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.socialimpactagenda.it/wp-content/uploads/2025/02/LETTERA-COMMISSARI-UE_ITA.pdf</a>. “The&nbsp; big&nbsp; EU&nbsp; deregulation.&nbsp; Disastrous Omnibus proposal erodes EU’s corporate accountability commitments and slashes human rights and environmental protections”- 10TH March&nbsp; 2025,&nbsp; available at:&nbsp; <a href="https://caneurope.org/content/uploads/2025/03/Joint-CSO-statement-reacting-to-Omnibus-publication-March-2025.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://caneurope.org/content/uploads/2025/03/Joint-CSO-statement-reacting-to-Omnibus-publication-March-2025.pdf</a>.</p>



<p><a id="_edn19" href="#_ednref19">[19]</a> Investor Joint Statement on Omnibus legislation available at: <a href="https://www.eurosif.org/wp-content/uploads/2025/02/IIGCC-PRI-Eurosif_Joint-Statement-on-Proposed-Omnibus-Legislation_040225-FINAL.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.eurosif.org/wp-content/uploads/2025/02/IIGCC-PRI-Eurosif_Joint-Statement-on-Proposed-Omnibus-Legislation_040225-FINAL.pdf</a></p>



<p><a id="_edn20" href="#_ednref20">[20]</a> De Sadeleer N. (2025), The European Green Deal: greenwashing compounded by deregulation (Omnibus law) or a genuine paradigm shift? European Journal of Risk Regulation (2025), 1–32: DOI 10.1017/err.2025.20</p>
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		<title>L&#8217;Unione Europea come paradigma del declino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/luigi-pandolfi/">Luigi Pandolfi</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2026 anno 18 n. 31 sem. 1]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel saggio Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel saggio <em>Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci</em> (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della crisi europea. Contro la narrazione secondo cui le difficoltà dell’Unione sarebbero riconducibili a shock esogeni, a inefficienze nazionali o a un deficit di integrazione, l’autore sostiene che la crisi costituisce un esito endogeno dell’assetto istituzionale europeo. In questa prospettiva, l’Italia emerge come uno dei casi più emblematici degli effetti sistemici prodotti dall’Unione monetaria.</p>



<p>Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.</p>



<p>L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.</p>



<p>All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è stato che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.</p>



<p>Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.</p>



<p>Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.</p>



<p>L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.</p>



<p>Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.</p>



<p>Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi da già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.</p>



<p>Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.</p>



<p>Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina — ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico — non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.</p>



<p>Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.</p>
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		<title>Le esternalità positive derivanti dalle attività di ricerca e sviluppo</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/le-esternalita-positive-derivanti-dalle-attivita-di-ricerca-e-sviluppo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-esternalita-positive-derivanti-dalle-attivita-di-ricerca-e-sviluppo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/marco-imperio/">Marco Imperio</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 23:10:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[externalities]]></category>
		<category><![CDATA[innovation]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
		<category><![CDATA[positive externalities]]></category>
		<category><![CDATA[social benefits]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The paper initially introduces externalities with discussions on definitions, generative dynamics, classifications, and aspects of market failures. It then subsequently analyzes positive externalities, with particular reference to those from research and development.</p>
<p>The paper, characterized by a literature review and the limitation of the lack of quantitative analysis, contributes to the studies on externalities, particularly positive ones, from research and development, recognizing their rapid diffusion and significant importance in business and social contexts increasingly characterized by growing interaction also resulting from the global economy and digitalization.</p>
<p>---</p>
<p>Il paper introduce inizialmente le esternalità con trattazioni su definizioni, dinamiche generative, classificazioni e aspetti riferiti ai fallimenti di mercato. Successivamente vengono analizzate le esternalità positive, con particolare riferimento a quelle derivanti dalla ricerca e dallo sviluppo.</p>
<p>Il paper, caratterizzato da una revisione della letteratura e dal limite della mancanza di analisi quantitative, contribuisce agli studi sulle esternalità, in particolare quelle positive, derivanti dalla ricerca e dallo sviluppo, riconoscendone la rapida diffusione e la significativa importanza in contesti imprenditoriali e sociali sempre più caratterizzati da una crescente interazione anche derivante dall’economia globale e dalla digitalizzazione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Eventi maggiori o minori determinano effetti individuabili ed effetti non individuabili verso soggetti terzi estranei che, pur non considerati inizialmente o anche non prevedibili, possono assumere una valenza significativa per microcontesti o per macrocontesti. Tra gli effetti non prevedibili, e con riferimento alle transazioni di mercato, &nbsp;ricorderemo le esternalità che, diversamente&nbsp; classificabili e caratterizzate da specificità, assumono varia importanza, potendo determinare effetti positivi o negativi.</p>



<p>Con riferimento agli effetti benefici, assumono un ruolo di considerevole importanza la ricerca e l’innovazione, in quanto capaci di generare effetti di benessere sociale. Tuttavia, le esternalità andranno sempre monitorate con identificazione e misurazione (Bator, 1958) e, talvolta, anche contrastate con il ricorso ad idonee soluzioni nella consapevolezza della lora funzione in relazione ai fallimenti di mercato.</p>



<h5>2. Le esternalità tra definizioni e dinamiche generative</h5>



<p>Le esternalità derivano da benefici (esternalità positive) e da costi (esternalità negative) generati verso terzi, a seguito dell’attività espletata da un agente economico. Le esternalità sono caratterizzate dall’assenza della mediazione dei mercati e dalla non presenza della compensazione. Esse, inoltre, non influenzano il prezzo di mercato dei servizi o dei prodotti.</p>



<p>Esse – in quanto definite anche come «<em>l’insieme degli effetti, positivi o negativi, che l&#8217;attività di un operatore comporta per altri agenti economici</em> (https://dizionari.simone.it/)» e anche come «gli effetti che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa, ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità (www.treccani.it)» nonché come «<em>un costo o un beneficio indiretto per una terza parte non coinvolta che deriva dall’attività di un’altra parte (o di altre parti),</em> (Sabry, 2024)» &#8211; rappresentano, pertanto, influenze esercitate all’esterno della transazione di mercato sul benessere di terzi soggetti esterni e non coinvolti nell’anzidetta transazione.</p>



<p>Le esternalità, generate dall’assenza di un mercato per le relative attività che le determinano, non sono incluse nei prezzi di mercato, in quanto le stesse sono esterne agli agenti economici che le generano. Gli agenti economici che producono le esternalità non sono incentivati a considerare gli effetti generati dalle loro attività. Tale mancanza, così come la non adeguata e chiara definizione dei diritti di proprietà (Paniagua e Rayamajhee, 2024) con la conseguente considerazione dei costi di transazione, genera tali esternalità.</p>



<h5>3. La classificazione</h5>



<p>Le esternalità sono suddivisibili in una prima differenziazione in esternalità positive e negative.</p>



<p>Le esternalità positive incrementano il benessere di altra impresa o soggetto, determinando un beneficio non traducibile in un corrispettivo per il beneficiante. Sono esternalità positive i brevetti idonei a promuovere altri brevetti, la ricerca, lo sviluppo, e altro.</p>



<p>Le esternalità negative, maggiormente diffuse rispetto alle esternalità positive, comportano una diminuzione del benessere per altra impresa o per altro soggetto con la mancata produzione nei mercati di un livello di output efficiente sotto un profilo sociale. Esse arrecano, pertanto, un danno a soggetti terzi senza generare un beneficio compensativo al soggetto danneggiato. Tra le esternalità negative&nbsp; rammentiamo le forme di inquinamento prodotte ad esempio da un’industria, il fumo, e altro.</p>



<p>Le esternalità possono essere, inoltre, riferite alla produzione o al consumo. Di conseguenza, si rileveranno esternalità positive di produzione, esternalità positive di consumo, esternalità negative di produzione e esternalità negative di consumo.</p>



<p>Nel corso dei tempi numerose sono state, le categorizzazioni delle esternalità e tra queste ricordiamo quelle generate o subite da imprese e/o da organizzazioni e/o individui privati, quelle basate sulla suddivisione in esternalità di proprietà, tecniche e di beni pubblici (Bator, 1958), quelle unilaterali o reciproche, quelle di rete con effetto diretto o con effetto indiretto, quelle domestiche e internazionali (Alideri, 2016).</p>



<p>In merito a quest’ultima suddivisione, Fossati definisce le esternalità unilaterali come «<em>quelle che sono imposte da un soggetto ad uno o più individui in modo unidirezionale</em> (Fossati, 2000, p. 76), mentre le esternalità reciproche, individuate da Coase, come quelle nelle quali «<em>gli individui con il loro comportamento interagiscono fra loro in modo tale da creare reciproci danni e/o benefici reciproci</em> (Fossati 2000, p. 76)».</p>



<h5>4. Esternalità e fallimenti di mercato</h5>



<p>Le esternalità possono rappresentare una delle principali cause dei fallimenti di mercato, unitamente anche ai beni pubblici contraddistinti dalla non rivalità e dalla non escludibilità nei consumi, al potere di mercato, alle informazioni asimmetriche con selezione avversa (opportunismo pre-contrattuale) o azzardo morale (opportunismo post-contrattuale) e con informazioni, quindi, non condivise in modo totale tra i soggetti partecipanti all’attività economica (Franzoni, 2003).</p>



<p>Le anzidette esternalità, unitamente anche alle altre cause precedentemente citate, determinano un contesto di mancata realizzazione degli obiettivi condivisi di tipo sociale, non comportano la massimizzazione del surplus per i cittadini e generano contesti di mancata allocazione dei beni e dei servizi con modalità di piena efficienza.</p>



<p>Del resto, l’assenza del corrispettivo per il beneficio o delle compensazioni di riparazione dovute per il danno generato dalle esternalità conducono a un contesto di assenza di mercato con conseguente fallimento di mercato. Le esternalità, pertanto, sono collegabili a un mercato incompleto o a un mercato assente (Cornes e Sandler, 1996).</p>



<p>Inoltre, l’esistenza delle esternalità, derivante «<em>dalla mancanza di una chiara struttura di diritti di proprietà e dalla difficoltà di discriminare l’uso di taluni beni</em> (Arnone e Leogrande, 2025, p. 356)», determina l’alterazione delle condizioni di efficienza economica e la non completezza dei mercati in ragione della presenza di aspetti non conosciuti. L’anzidetta alterazione potrà assumere una maggiore o minore portata in relazione anche alla rilevanza o alla irrilevanza delle esternalità in senso paretiano (Buchanan e Stubblebine, 1962).</p>



<p>In relazione ai possibili rimedi alle esternalità positive, l’economista inglese Artur C. Pigou, professore universitario presso l’Università di Cambridge, evidenziò nel 1920 il possibile ricorso a tassazioni per le attività che producono esternalità negative e a sussidi per la produzione nel caso di esternalità positive (Pigou, 1920). Tuttavia, tale ultimo rimedio dovrebbe anche tener conto delle conseguenti possibili variazioni dei contesti di mercato e dell’incentivazione di ulteriori imprese a giungere sul mercato non solo con maggiori produzioni, ma anche con la generazione di inquinamento (esternalità negative).</p>



<p>Altro rimedio alle esternalità, a titolo esemplificativo, può scaturire dall’intervento pubblico diretto a determinare regolamentazione ovvero a incentivare l’innovazione e la ricerca. Pigou affermò, inoltre, il rimedio prodotto dall’internalizzare le esternalità. Ricordiamo l’importante ruolo assunto dal teorema di Coase in merito ai possibili rimedi di privati alle esternalità e alla capacità del mercato, in presenza di negoziazioni senza costi, di allocare le risorse in modo efficiente.</p>



<p>L’economista inglese Ronald Coase, premio Nobel per l’Economia del 1991 e professore dell’Università di Chicago nonché illustre esponente dell’analisi economica del diritto (Law and Economics) avviatasi con la sua pubblicazione del 1960, si soffermò, come soluzione per la problematica di numerose esternalità, sul ricorso all’assegnazione dei diritti di proprietà e sulla riduzione dei costi di transazione (Coase, 1960). In merito alla relazione tra esternalità e costi di transazione, risulta possibile affermare che costi di transazione bassi o minimi&nbsp; richiedano soluzioni derivanti dagli scambi e dalle contrattazioni di mercato (Shavell, 2007), mentre elevati costi di transazione inducano alla necessità dell’intervento pubblico (Demsetz, 1996). Parte della letteratura riterrebbe opportuno quantificare le esternalità, richiedendo in caso di costi un intervento di pagamento (tasse) al settore pubblico, e ciò indipendentemente dalla diretta responsabilità (Farquhar et al., 2017).</p>



<h5>5. Le esternalità positive</h5>



<p>Le esternalità positive, già introdotte precedentemente, presentano un beneficio sociale maggiore di quello privato (personale) atteso che i benefici privati non considerano i benefici esterni. Il beneficio marginale sociale considera quelli sociali tanto da essere costituito dalla somma dei benefici marginali privati e di quelli marginali esterni. In relazione alle esternalità positive, si verificano rendimenti privati inferiori rispetto a quelli sociali.</p>



<p>In merito alla classificazione delle esternalità in positive di produzione o positive di consumo, ricordiamo che le esternalità positive di produzione si verificano nel momento in cui la produzione di un’impresa incrementa il benessere di terzi senza la ricezione di alcun compenso da parte dell’impresa, mentre le esternalità positive di consumo si verificano con l’incremento del benessere di altri a seguito del consumo di un soggetto e senza la presenza di una ricompensa. L’invenzione rappresenta un’esternalità positiva di produzione, mentre l’istruzione costituisce un’esternalità positiva di consumo.</p>



<p>L’esistenza delle esternalità positive comporta che terzi soggetti estranei abbiano un beneficio gratuito dalla transazione, determinando il non effettivo valore economico del prezzo del bene o servizio da cui scaturisce l’esternalità. Emerge, pertanto, una correlazione tra le esternalità positive e il fenomeno del free-rider</p>



<p>Talvolta, cittadini potrebbero accettare tasse suppletive per l’istituzione di parchi o l’abbellimento della città in ragione delle possibili esternalità positive generabili, tra cui la migliore qualità della vita e la maggiore attrattività turistica con positive ricadute sul territorio anche in termini economici.</p>



<h5>6. La ricerca e lo sviluppo tra aspetti storici e gestionali</h5>



<p>L’attività di ricerca e sviluppo (R&amp;S ) è «<em>riconosciuta come la principale fonte del cambio tecnologico</em> (Alideri, 2016, p. 7)» ed è caratterizzata da rischi e incertezze. La ricerca è suddivisibile in basica, applicata e sperimentale, mentre lo sviluppo si indirizza sulla progettazione e sul design (Denicolai, 2010). La ricerca e lo sviluppo rappresentano elementi chiave e prioritari per la competitività, lo sviluppo e l’innovazione da porsi in correlazione anche con gli investimenti attuati che, nello specifico segmento del contesto italiano, non sono stati adeguati probabilmente anche per le politiche di liberalizzazione dell’ultimo trentennio circa, cui poi è subentrata nuovamente una maggiore attenzione per le politiche industriali. Gli investimenti in ricerca e sviluppo &#8211; definibili scarsi nel contesto nazionale dall’Unità d’Italia, avendo generato anche un elemento di debolezza storico-economica &#8211; sono, peraltro, risultati inferiori rispetto al valore medio europeo a dimostrazione di come questo ambito sia stato oggetto di una minore attenzione da parte dei decisori politici a differenza di altre tipologie di spese, determinando, tuttavia, in taluni contesti e così come in quello del Mezzogiorno d’Italia, effetti maggiormente negativi in ragione del divario economico tra Nord e Sud. Divario economico che si è incrementato nel «<em>periodo nel quale è stato minore l’intervento pubblico correttivo (a partire, in particolare, dallo smantellamento della Cassa per il Mezzogiorno e dalla privatizzazione dell’IRI)</em>, (Forges Davanzati e Scardino, 2023)».</p>



<p>Nel 1981 e in Italia, gli investimenti nel campo della ricerca e dello sviluppo (di carattere pubblico e privato) erano quantificabili nello 0,88% del Pil nazionale rispetto alla media dell’UE pari all’1,70% (Villari, 2018).</p>



<p>Negli anni 1996-1998 gli investimenti nella ricerca del Mezzogiorno d’Italia erano pari appena al 14,9% del totale nazionale (Funaro, 2003).</p>



<p>Nel 2017 si è registrata in Italia una spesa per ricerca e sviluppo di 23,8 miliardi di euro, pari all’1,38% del Pil. Nel medesimo anno la media di spesa dell’UE era pari al 2,07% del Pil (Istat, 2010).</p>



<p>L’anno 2022, invece, si è contraddistinto per una spesa di 27,3 miliardi euro con un trend positivo del 5,0% rispetto all’anno precedente e con un incremento nel Sud (con esclusione della Sicilia e della Sardegna) pari al 6,1% (www.istat.it).</p>



<p>Apporto alla ricerca e allo sviluppo, che &#8211; in termini di investimenti diretti a colmare il divario esistente con il valore medio europeo creatosi anche per le minori disponibilità derivanti dal lento tasso di crescita dell’economia nazionale (Forges Davanzati e Giangrande, 2019) &#8211; richiederà investimenti del settore pubblico nel campo delle innovazioni (Ciaffi et al., 2023) e che andrà, tra l’altro, espletato dalle imprese e, in particolar modo, dalle imprese familiari. Queste ultime, definibili come quelle imprese in cui «<em>una o poche famiglie, collegate da vincoli di parentela, di affinità o da solide alleanze, detengono una quota di capitale di rischio sufficiente per assicurare il controllo dell’impresa </em>(Corbetta, 1995)».</p>



<p>Tale processo con specifico indirizzo di risorse non sarà, tuttavia, facile da attuare anche per la presenza di crisi congiunturali e di possibili problematicità; tuttavia risulta possibile confidare che la lungimiranza degli imprenditori &#8211; anche in quella visione di lungo periodo che poi rappresenta una tipica strategie di business non convenzionale delle family business &#8211; possa indirizzare verso tali scelte. Imprese familiari che risultano talvolta caratterizzate da taluni aspetti propedeutici all’innovazione riferibili alla flessibilità organizzativa e da benefiche ricadute derivanti dal paradosso dell’innovazione con una minore propensione ad avviare attività di innovazione per l’avversione al rischio e con una capacità maggiore, anche per la minore burocrazia, nel raggiungere risultati innovativi (De Massis et al., 2016).</p>



<p>Con considerazione delle criticità, tra l’altro, presenti in termini di investimento nella ricerca e nello sviluppo, sarà pertanto fondamentale annoverare anche all’interno dell’impresa figure di collaboratori abbastanza specializzate che possano ben gestire il processo, anche manageriale, con consapevolezza delle eccedenze e delle carenze di tipo tecnologico (Misani et al., 2021), le fasi della ricerca, lo sviluppo e dell’innovazione, gli investimenti anche con valutazioni dei costi e dei benefici, le relazioni con i fornitori, con i clienti e in generale con gli stakeholders. Le interazioni e i dialoghi con i portatori d’interesse dovranno anche tenere conto della centralità dell’individuo e della funzione espletata dall’ICT in termini di comunicazione degli individui (De Chiara, 2015). Andrà creato, inoltre e all’interno dell’impresa, un ambiente propenso alla ricerca e allo sviluppo, e al contempo stesso, idoneo a poterla  monitorare e gestire. Ciò, nella consapevolezza, che i risultati della ricerca e dell’innovazione potrebbero divenire asset distintivi per le aziende ma potrebbero determinare anche effetti negativi per la stessa in termini, tra l’altro, reputazionali. Di conseguenza, andranno compiute scelte strategiche non sempre facili e che potranno anche porre a rischio la coesione nella compagine aziendale. Occorrerà salvaguardare la legittimazione che deriva dalla complementarietà dei valori del sistema dell’impresa e quelli del contesto economico e sociale, cercando, talvolta, di comunicare gli impatti sociali e ambientali delle scelte dell’impresa, al fine di creare un contesto di maggiore comprensione e sinergia tra impresa e portatori di interesse. Del resto, le imprese sono chiamate ad attuare numerose scelte, tra cui anche, nell’ambito tematico trattato, la possibile attuazione di politiche di <em>open innovation</em> che favoriscano utilizzi consapevoli della conoscenza in entrata e in uscita, promuovendo l’innovazione nei mercati tramite network e reti.</p>



<p>La ricerca e lo sviluppo, pur richiedendo investimenti nell’ambito dell’impresa, favoriscono, nel caso di successo, il raggiungimento di vantaggi competitivi con la possibile generazione di maggiori ricavi e utili per l’impresa e, di conseguenza, un maggior legame con i territori dove operano le stesse imprese.</p>



<h5>7. Le esternalità positive generate dalla ricerca e dallo sviluppo</h5>



<p>Tra le esternalità positive risulta possibile citare quelle derivanti, appunto, dalla ricerca e dallo sviluppo. Assistiamo, pertanto, ad una diffusione di esternalità positive, nonostante, i non adeguati investimenti in taluni ambiti geografici; ciò, con la considerazione, che, comunque, la ricerca e l’innovazione possono anche determinare esternalità negative.</p>



<p>Occorrerà, al contempo, evitare un’eccessiva differenza tra il ritorno privato dell’agente che realizza l’attività economica di ricerca e sviluppo in termini di ottenimento dei vantaggi&nbsp; e il ritorno sociale (Cohendet et al., 2001), e andranno, quindi, salvaguardate la ricerca e lo sviluppo nelle imprese, pur caratterizzate da possibili criticità, anche attraverso quell’adeguata tutela prevista a livello legislativo per la proprietà intellettuale generata a seguito di tali attività; ciò nella consapevolezza che detta tutela incentiva l’innovazione e, allo stesso tempo, l’inventore o creatore o artista. &nbsp;</p>



<p>Esistono, comunque e nei contesti di mercato, dei meccanismi spontanei che tutelano l’agente impegnato nella ricerca e nello sviluppo, consentendo allo stesso di non disperdere alcune tipologie di conoscenze e saperi, definibili come intrasferibili (Cohendet et al., 2001).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Un’incentivazione dell’innovazione che, in definitiva, dovrà tenere conto di più e vari aspetti, oltre al flusso delle esternalità positive,&nbsp; tra cui: efficienza, accesso, surplus sociale, costi di transazione e altro.</p>



<p>In tale contesto, occorre anche evidenziare gli effetti negativi prodotti sui brevetti in termini di rendita dello specifico monopolista. In considerazione di quanto anzidetto e in un contesto di esternalità positive, potrebbe apparire utile il ricorso alternativo all’intervento pubblico, in luogo dei brevetti, al fine di promuovere la ricerca e determinare un più largo accesso. Tuttavia, occorre anche aggiungere che il ricorso a tale intervento pubblico potrebbe determinare effetti distorsivi sul mercato, anche in termini allocativi, in ragione di prelievi che l’ambito pubblico imporrebbe per reperire quelle fonti necessarie a supportare le anzidette ricerche.</p>



<p>La ricerca e lo sviluppo rappresentano una componente fondamentale dell’innovazione che, bene immateriale assimilato ai beni pubblici con conseguente assunzione della non rivalità e della non escludibilità nel consumo, poi e a sua volta, e grazie alla ricerca e allo sviluppo, determina la crescita e il progresso economico. Gli effetti delle esternalità derivanti dalla ricerca e dallo sviluppo andranno previsti con fasi preparatorie (Hevner e Storey, 2021) e andranno anche considerati in relazione all’equità intergenerazionale e intercomunitaria (Cohendet et al., 2001). Ciò, nella consapevolezza, anche dell’esistenza di differenziazioni riferite alle esternalità di ricerca e sviluppo che, derivanti anche da peculiarità di generazione e sviluppo, avranno una loro influenza sugli effetti prodotti. In merito ad una possibile differenziazione in verticali e orizzontali, Tarek et al. hanno affermato che «<em>le esternalità verticali legate alla ricerca e sviluppo (R&amp;S) superano quelle orizzontali in relazione alla varietà di prodotti scambiati, quando queste esternalità sono trasmesse attraverso flussi di importazione e brevetti </em>(traduzione, Tarek et al., 2018)».</p>



<p>Le esternalità positive, generate dalla ricerca e sviluppo, incrementano, in definitiva, la diffusione della conoscenza, tra l’altro, tecnologica, nei mercati e nella società e consentono di accrescere il benessere sociale che viene generato anche in fase successiva dall’innovazione in ragione del maggiore coinvolgimento determinato numericamente per i soggetti.</p>



<h5>8. Conclusioni</h5>



<p>In una società sempre più basata sull’economia globale e sulla digitalizzazione, si rileva la maggiore e crescente diffusione delle esternalità anche con particolare riferimento a quelle che scaturiscono dalla ricerca e dallo sviluppo. Esse non andranno trascurate anche per le loro potenzialità, in un contesto attuale maggiormente accessibile e connesso, nel poter contribuire a determinare trasformazioni e impatti significativi specie se sommati e correlati.</p>



<p>Tali esternalità trattate contribuiscono alla circolazione di &#8220;saperi&#8221; con conseguenti benefici per la collettività e anche per le imprese che non dovranno solo essere considerate in una visione di breve o medio periodo ma anche di lungo periodo. Alcune conoscenze potrebbero, infatti, essere utilizzate per implementare un’innovazione. Questa innovazione, realizzatasi solo grazie a quella specifica conoscenza individuata casualmente in un determinato momento e&nbsp; non utile in una determinata fase storica, potrebbe, poi, divenire fondamentale nel futuro.</p>



<p>Le esternalità da ricerca e sviluppo, derivanti anche da rendicontazioni parziali e quindi non esaustive degli effetti della transazione, andranno considerate il più possibile anche attraverso adeguate attività preparatorie dirette alla quantificazione. Tali processi preparatori andranno attuati nel solco di responsabili comportamenti sociali che possano tutelare anche l’ambiente e i territori, generando benefici idonei ad accrescere il benessere per la società.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>



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<p>Istat (2020). Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo.</p>



<p>Misani, N., Ordanini, A., Perrini F. (2021). <em>Economia e gestione delle imprese</em>. Milano: Egea.&nbsp;</p>



<p>Paniagua, P., Rayamajhee, V. (2024). <em>On the nature and structure of externalities</em>. &#8220;Public Choice&#8221;, 201, pp. 387-408.</p>



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<p>Shavell, S. (2007). <em>&nbsp;Analisi economica del diritto</em>. Torino: Giappichelli Editore.</p>



<p>Tarek, H.B., Mighri, Z., Aouadi, S. (2018).&nbsp; <em>Efectos de las externalidades horizontales y verticales de la investigación y el desarrollo sobre los diversos productos en Túnez: enfoque de </em>flujo.<strong> </strong>&#8220;Mondes en développement&#8221;, 3(183), pp. 133-150.</p>



<p>Villari, R. (2018). <em>Mille anni di storia: Dalla città medievale all&#8217;unità dell’Europa. </em>Bari: Editori Laterza.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>dizionari.simone.it</p>



<p>www.istat.it</p>



<p>www.treccani.it</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Consultazioni dei siti web avvenute nel mese di agosto dell’anno 2025.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/le-esternalita-positive-derivanti-dalle-attivita-di-ricerca-e-sviluppo/">Le esternalità positive derivanti dalle attività di ricerca e sviluppo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Adriano Giannola e Marcello Messori: Augusto Graziani e l&#8217;economia italiana</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/augusto-graziani/adriano-giannola-e-marcello-messori-augusto-graziani-e-leconomia-italiana/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=adriano-giannola-e-marcello-messori-augusto-graziani-e-leconomia-italiana</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/redazione/">Redazione</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 23:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[L'insegnamento di Augusto Graziani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo le relazioni di Adriano Giannola e Marcello Messori al Convegno “The legacy of Augusto Graziani, between theory and economic policy” (Università del Sannio, Benevento, Italy, 9-10 May [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/augusto-graziani/adriano-giannola-e-marcello-messori-augusto-graziani-e-leconomia-italiana/">Adriano Giannola e Marcello Messori: Augusto Graziani e l&#8217;economia italiana</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote"><p>Pubblichiamo le relazioni di <strong>Adriano Giannola</strong> e <strong>Marcello Messori</strong> al Convegno “The legacy of Augusto Graziani, between theory and economic policy” (Università del Sannio, Benevento, Italy, 9-10 May 2024).</p></blockquote>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="800" height="400" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori.jpg" alt="" class="wp-image-15332" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori.jpg 800w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori-300x150.jpg 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/giannola-messori-768x384.jpg 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption><strong>Adriano Giannola</strong> e <strong>Marcello Messori</strong></figcaption></figure>



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<h5>Intervento di Adriano Giannola</h5>



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<h5>Intervento di Marcello Messori</h5>



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</div><figcaption>(italiano)</figcaption></figure>
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		<title>La Grecia ritorna all&#8217;inizio dell&#8217;Ottocento: 13 ore di lavoro giornaliere</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/la-grecia-ritorna-allinizio-dellottocento-13-ore-di-lavoro-giornaliere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-grecia-ritorna-allinizio-dellottocento-13-ore-di-lavoro-giornaliere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/domenico-moro/">Domenico Moro</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 23:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro e diritti]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 15 ottobre il parlamento greco ha approvato la legge, presentata dal governo di destra di Nea Dimokratia, che porta la durata dell’orario di lavoro a 13 ore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 15 ottobre il parlamento greco ha approvato la legge, presentata dal governo di destra di Nea Dimokratia, che porta la durata dell’orario di lavoro a 13 ore giornaliere. Si tratta di un balzo all’indietro di due secoli. Infatti, durante la Rivoluzione industriale, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la durata massima della giornata lavorativa era compresa tra le 13 e le 15 ore giornaliere.</p>



<p>Il movimento operaio, però, sin dall’inizio dette luogo a intense lotte, spesso sanguinose e coincidenti con sommovimenti rivoluzionari, che portarono alla progressiva riduzione della giornata lavorativa. Nel 1848 la rivoluzione in Francia portò l’orario di lavoro a 10 ore. Nel 1872 in Inghilterra la giornata lavorativa scese a 9 ore. Ma fu solo nel 1917 in Russia che, con la Rivoluzione d’ottobre, l’orario venne portato per la prima volta alle attuali 8 ore giornaliere. La riduzione della giornata di lavoro incontrò sempre forti resistenze da parte degli imprenditori, che paventavano il crollo dei profitti. In realtà, la riduzione dell’orario di lavoro, è sempre stata più che compensata dall’aumento della produttività, grazie alle continue innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato le condizioni di lavoro.</p>



<p>Ad ogni modo, l’orario di lavoro in Grecia era già più lungo che negli altri paesi dell’area euro prima dell’approvazione della giornata delle 13 ore. Secondo l’International Labour Organization (ILO), nel 2024 l’orario di lavoro settimanale era di 39,8 ore in Grecia, a fronte delle 36,1 ore in Italia, delle 35,5 ore in Francia e delle 33,6 in Germania <a id="_ednref1" href="#_edn1"><sup>[i]</sup></a>. Bisogna aggiungere, poi, che la legge che porta le ore di lavoro a 13 prevede delle limitazioni: l’aumento è su base volontaria e per un massimo di 37 giorni all’anno. Inoltre, il lavoro extra sarà compensato con un aumento della retribuzione del 40%. Malgrado tali limitazioni, si tratta di un grave arretramento per i lavoratori greci e potenzialmente per tutti quelli europei, che porta all’inversione della tendenza storica alla riduzione dell’orario di lavoro.</p>



<p>Dunque, per quale ragione l’orario di lavoro è aumentato? Per rispondere dobbiamo rifarci al meccanismo attraverso il quale funziona il rapporto tra forza lavoro e capitale. Il capitalismo si basa sull’accumulazione allargata, cioè l’aumento continuo del capitale investito, attraverso la realizzazione del massimo profitto. Il profitto è formato dal plusvalore, cioè dal valore in più prodotto dal lavoratore salariato. La giornata lavorativa, infatti, è divisa in due parti: il lavoro necessario, in cui il lavoratore lavora per un ammontare di ore equivalente ai beni che sono necessari per la sua riproduzione, e il pluslavoro, in cui lavora gratis per il datore di lavoro, producendo appunto il plusvalore.&nbsp;</p>



<p>Ora, ammettendo che il prezzo della forza lavoro, cioè il salario, corrisponda al lavoro necessario, esistono due modalità per aumentare il saggio di plusvalore e con esso il saggio di profitto. La prima è basata sull’estrazione del cosiddetto plusvalore assoluto, che consiste nell’aumento del plusvalore attraverso l’allungamento della giornata di lavoro <a id="_ednref2" href="#_edn2"><sup>[ii]</sup></a>. In questa modalità, il lavoro necessario rimane uguale, ma il pluslavoro aumenta. Quindi, il plusvalore aumenta perché aumentano le ore di lavoro.</p>



<p>Il secondo metodo, è basato sull’estrazione del cosiddetto plusvalore relativo, cioè sulla riduzione del tempo di lavoro necessario. Dal momento che il tempo di lavoro necessario corrisponde al tempo necessario alla produzione di quei beni che rientrano nella riproduzione del lavoratore (cibo, vestiario abitazione, trasporto, ecc.), quando il tempo di lavoro necessario alla produzione di questi beni si riduce, si riduce anche lavoro necessario. In questa modalità, il pluslavoro aumenta perché viene diminuito il tempo di lavoro necessario. Quindi, il plusvalore aumenta perché aumenta la produttività del lavoro, grazie all’introduzione di macchine sempre più moderne e a una organizzazione del lavoro sempre più efficiente.</p>



<p>La storia dell’industria dal XVIII secolo a oggi, ci dice che il capitale ha estratto il plusvalore assoluto soprattutto alle sue origini, aumentando a dismisura l’orario di lavoro fino a 15 ore al giorno. Quando, però, l’industria capitalistica è maturata, il capitale si è basato soprattutto sulla estrazione di plusvalore relativo. Anzi, è stata proprio la lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a accentuare la tendenza, già tipica del capitalismo, all’aumento della forza produttiva del lavoro umano, mediante l’innovazione tecnologico-scientifica.</p>



<p>Tutto questo discorso, però, presuppone una condizione e cioè che il salario coincida col tempo di lavoro necessario. Tale condizione nella realtà può, però, venire meno. Prima di proseguire, dobbiamo ritornare sul concetto di lavoro necessario cioè di valore della forza lavoro. Quest’ultimo, infatti, è determinato non soltanto dal tempo di lavoro necessario alla produzione dei beni necessari alla riproduzione del lavoratore, ma anche da condizioni “morali”, che per un dato paese e per un dato periodo storico sono determinate. Ad esempio, se è vero che l’automobile è diventata parte dei beni necessari da quando è stato possibile, grazie al fordismo, realizzarne modelli in un tempo di lavoro inferiore e quindi alla portata delle tasche del lavoratore medio, è altresì vero che l’automobile è da tempo considerata, nei paesi arrivati a un certo grado di sviluppo, un bene da cui non si può prescindere secondo lo standard vitale generalmente accettato per il lavoratore salariato.</p>



<p>Quindi, il valore della forza lavoro corrisponde a una quantità e qualità di beni storicamente e geograficamente determinata. Tuttavia, il capitale può ridurre il salario al di sotto del valore della forza lavoro ed è questo il terzo metodo per aumentare il plusvalore che dobbiamo tenere presente se vogliamo capire perché in Grecia è aumentato l’orario di lavoro. Infatti, se prendiamo in esame la retribuzione oraria media del lavoratore dipendente in Grecia, vediamo che questa è l’unica nella Ue a 27 a essere diminuita, in termini nominali, negli ultimi anni. In particolare, secondo Eurostat, l’istituto di statistica europeo, tra 2010 e 2022, è calata da 10,97 a 9,32 euro (-15%) <a id="_ednref3" href="#_edn3"><sup>[iii]</sup></a>.</p>



<p>Cosa deduciamo dal ragionamento che abbiamo fatto e dai dati che abbiamo citato? Deduciamo che in Grecia l’aumento dell’orario di lavoro dipende direttamente dalla diminuzione del salario orario. Il lavoratore greco, infatti, se vuole mantenere inalterato il proprio tenore di vita (il valore della propria forza lavoro), è costretto a lavorare per un numero maggiore di ore. Questa condizione è confermata anche dal governo greco. La ministra del lavoro, Niki Kerameos, ha dichiarato: “Ci sono lavoratori che chiedono di lavorare più ore…Alcuni lavoratori si spostano tra un primo e un secondo datore di lavoro nella stessa giornata di lavoro.” Ancora più chiara al proposito è l’opposizione, attraverso le parole di Sokratis Famellos, presidente di Syriza: “La Grecia è un paese di impiegati poveri, che lavorano più della media europea ma sono pagati meno e non riescono ad arrivare a fine mese” <a id="_ednref4" href="#_edn4"><sup>[iv]</sup></a>. La legge delle 13 ore, quindi, non fa altro che sancire legalmente un allungamento della giornata lavorativa che nella pratica è già esistente, sia mediante il doppio lavoro, a cui molti lavoratori sono costretti dal basso salario, sia mediante il lavoro in nero per salari miseri e orari più lunghi del normale, che è diffuso nel settore turistico, in Grecia molto ampio.</p>



<p>Vale la pena, infine, definire due fattori che stanno alla base della riduzione del salario al di sotto del valore della forza lavoro. Il primo è rappresentato dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Infatti, la continua innovazione tecnologica, che, come abbiamo detto, è tipica del capitalismo, porta a ridurre la forza lavoro in rapporto ai mezzi di produzione impiegati. Dal momento che solo la forza lavoro produce plusvalore, ne risulta che avremo una diminuzione del plusvalore in rapporto al capitale totale e, quindi, dal momento che il saggio di profitto è il rapporto tra plusvalore e capitale totale, anche una diminuzione del saggio di profitto. Quando il capitale produce meno plusvalore che in precedenza, si dice che c’è una sovraccumulazione di capitale. La riduzione del salario al di sotto del valore della forza lavoro è, per l’appunto, uno dei metodi utilizzati dal capitale per contrastare la legge della caduta del saggio di profitto <a id="_ednref5" href="#_edn5"><sup>[v]</sup></a>.</p>



<p>L’altro fattore risiede nell’appartenenza della Grecia all’unione economica e valutaria europea. La Grecia, tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, rischiò il default a causa dell’ampio debito pubblico, aggravato da un altrettanto grande debito commerciale con l’estero. Per salvarsi, accettò il piano di aiuti della troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale), che prevedeva un prestito di 300 miliardi di euro. In cambio del prestito, però, la troika impose alla Grecia un pacchetto di misure improntate a una forte austerity. Tra queste misure c’era anche la drastica riduzione dei salari per aumentare la competitività dell’export di beni greci. Furono congelati gli stipendi statali e furono tagliati i bonus, le tredicesime e le quattordicesime mentre il salario minimo mensile fu tagliato del 22%, passando da 750 a 586 euro, per i lavoratori al di sopra dei 25 anni mentre per quelli al di sotto fu tagliato del 32%.</p>



<p>In realtà, non è solo la Grecia a subire l’influenza di questi due fattori. La sovraccumulazione di capitale attanaglia tutta l’area euro, mentre l’austerity e la compressione dei salari si è registrata anche in altri paesi, sempre dell’area euro. Ad esempio, anche in Italia, il governo Monti (novembre 2011- aprile 2012), oltre a tagliare drasticamente la spesa pubblica, ridusse il costo del lavoro in modo da eliminare il debito commerciale, rendendo più competitive le esportazioni e frenando le importazioni. L’adesione a una valuta europea, che non è controllata dai singoli stati, e che, quindi, non può essere svalutata per rendere le esportazioni più a buon mercato, è una delle cause dei tagli non solo al welfare ma anche al salario, sia di quello differito (le pensioni) sia di quello percepito direttamente in busta paga. In conclusione, l’introduzione della giornata di 13 ore in Grecia, anche se è frutto della specifica situazione economica e lavorativa in quel paese, rappresenta un segnale negativo per tutti i lavoratori europei. La legge delle 13 ore, inoltre, è una legge assurda su una base razionale (sebbene sia razionale dal punto di vista del capitale). Infatti, le massicce dosi di automazione e di digitalizzazione introdotte negli ultimi anni nei processi lavorativi hanno aumentato la produttività, che verrà ulteriormente accentuata dall’introduzione dell’intelligenza artificiale. Tutto questo rende attuale l’esatto contrario della legge approvata dal parlamento greco, cioè la necessità di ridurre la durata della giornata lavorativa.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ednref1" id="_edn1">[i]</a> ILO, Statistics on working time, Average hours worked per employed person.</p>



<p><a href="#_ednref2" id="_edn2">[ii]</a> Sul plusvalore assoluto e relativo, vedere di Karl Marx, <em>Il capitale</em>, libro I, Terza-Quinta sezione, Newton Compton, Roma 1996.</p>



<p><a href="#_ednref3" id="_edn3">[iii]</a> Eurostat, Structure of earning survey: hourly earnings.</p>



<p><a href="#_ednref4" id="_edn4">[iv]</a> Lorenzo Pace, “Il Parlamento greco approva la legge sulla giornata lavorativa di 13 ore”, <em>il Sole24ore</em>, 16 ottobre 2025.</p>



<p><a href="#_ednref5" id="_edn5">[v]</a> Sulla legge della caduta del saggio di profitto, vedere di Karl Marx, <em>Il capitale</em>, libro III, Terza sezione, op. cit.</p>
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		<title>Intervento straordinario nel Mezzogiorno e modo di regolazione fordista</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/intervento-straordinario-nel-mezzogiorno-e-modo-di-regolazione-fordista/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=intervento-straordinario-nel-mezzogiorno-e-modo-di-regolazione-fordista</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/giovanni-scarano/">Giovanni Scarano</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 23:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'intervento straordinario nel Mezzogiorno ha rappresentato la principale forma di intervento dello Stato come soggetto di direzione, controllo e coordinamento dell'attività economica in Italia. Esso è diventato quindi, per i keynesiani, il principale emblema della concretizzazione di un'economia mista in Italia, mentre nella vulgata neoliberista esso è l'emblema dell'inefficienza dell'intervento diretto dello Stato nell'economia di mercato.<br />
Nel paper, ai fini di una adeguata valutazione dei pregi e dei limiti dell'intervento straordinario, si fa ricorso ad alcune categorie concettuali proposte dalla Scuola francese della teoria della regolazione, applicandole all'interpretazione delle diverse fasi in cui può essere scomposta la sua parabola.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. Introduzione</h5>



<p>Il tema dei differenziali di sviluppo e degli squilibri regionali non è più oggi un tema centrale del dibattito economico e politico italiano. Inoltre, ciò che per decenni si è configurato come la ‘questione meridionale’, con tutte le sue peculiarità storiche, sociali e geografiche, nel corrente dibattito residuo sui temi dei divari regionali ha finito per essere progressivamente sussunto in una più generale e vaga problematica di convergenza e di dinamica della produttività, che ha trovato il suo quadro di giustificazione e di riferimento normativo nelle politiche europee di coesione e sviluppo.</p>



<p>Ma le potenzialità effettive di sviluppo economico delle singole aree territoriali di un paese, di fatto, dipendono sia dalla loro struttura sociale interna, sia dal contesto delle relazioni esterne, nazionali e internazionali, in cui sono inserite, che possono favorire o ostacolare la loro integrazione funzionale nel sistema di divisione nazionale e internazionale del lavoro che caratterizza l’odierno mercato globale.</p>



<p>La ‘questione meridionale’, che ha a lungo costituito oggetto di riflessione delle diverse componenti e fasi del <em>pensiero meridionalista</em> (Salvadori 1963; Petrusewicz 1998), si fondava inizialmente sulla percezione di una problematica particolarità sociale e istituzionale delle regioni del Mezzogiorno d’Italia rispetto al resto del paese (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p>È solo a partire dal secondo dopoguerra che essa è stata ricondotta esclusivamente a un problema di ritardo nello sviluppo economico, che generava un’incapacità strutturale delle regioni meridionali nel contribuire, sul fronte sia dell’offerta che della domanda, a un’adeguata espansione del mercato nazionale (Barucci 1978). Ciò ha posto, per la prima volta, le premesse per la genesi di un interesse materiale ed effettivo del resto del paese nei confronti dello sviluppo economico del Mezzogiorno e per un intervento esogeno volto a un concreto e rapido stimolo della crescita dei redditi meridionali. Ma ha anche fatto sì che l’unica prospettiva strategica per le autorità di politica economica fosse quella di favorire una crescita economica a tappe forzate, senza porsi il problema se fosse più opportuno che ciò si realizzasse in modo endogeno e autopropulsivo o in modalità eterodirette e senza prospettive di autosostentamento nel lungo periodo. Lo sviluppo economico del Mezzogiorno divenne così un obiettivo di interesse nazionale, guidato da visioni tecnocratiche, ma volto a soddisfare interessi sostanzialmente esterni all’area (D’Antone 1996).</p>



<p>L’intervento straordinario nel Mezzogiorno ha indubbiamente costituito, in Italia, la principale forma di intervento dello Stato come soggetto di direzione, controllo e coordinamento dell’attività economica del paese. Esso è diventato quindi, per i simpatizzanti delle politiche keynesiane, il principale emblema della concretizzazione di un’economia mista e del cosiddetto ‘compromesso socialdemocratico’. Ciò spiega il riemergere di interesse per questa fase della politica economica italiana nelle relazioni di alcuni giovani studiosi di impostazione keynesiana o post-keynesiana nell’ambito di recenti convegni (Buscemi, Lofaro &amp; Pariboni 2025), al fine di porre in discussione, sulla base di rigorose analisi econometriche, la vulgata economica neoliberista corrente, secondo la quale l’intervento straordinario è stato l’emblema dell’inefficienza dell’intervento diretto dello Stato nell’economia di mercato e uno dei maggiori responsabili dell’esplosione del debito pubblico italiano (Lepore 2013; Forges Davanzati &amp; Patalano [in corso di pubblicazione]).</p>



<p>Senza alcun dubbio, nel suo primo ventennio, tra il 1950 e il 1970, l’intervento straordinario coincise di fatto con l’unico periodo della storia recente in cui i divari di reddito tra regioni meridionali e resto del paese hanno mostrato una tendenza a ridursi (CER-SVIMEZ 1998; Banca d’Italia 2010; Iuzzolino et al. 2011; Forges Davanzati &amp; Patalano [in corso di pubblicazione]). Le prospettive di convergenza del Mezzogiorno cambiarono però drasticamente già a partire dalla metà degli anni ’70, ben prima della fine dell’intervento straordinario. Dopo il 1975, il rapporto tra il PIL pro-capite del Mezzogiorno e quello del Centro-Nord ha oscillato tra 0,6 e 0,55, mostrando alla fine un netto trend di declino a partire dalla crisi dei debiti sovrani del 2011 e dei più stringenti orientamenti di austerity che ad essa sono seguiti (Fig. 1).</p>



<p><em>Fig. 1 – Rapporto tra PIL pro-capite del Mezzogiorno e PIL pro-capite del Centro-Nord (1950-2019)</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="752" height="452" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/image.png" alt="" class="wp-image-15323" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/image.png 752w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/12/image-300x180.png 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /><figcaption>Ns. elaborazione su dati ISTAT e Banca d’Italia.</figcaption></figure></div>



<p>Ma gli anni ’70 non sono stati protagonisti solo di un’inversione di tendenza nei processi di convergenza del Mezzogiorno. Essi hanno segnato, di fatto, una cesura netta di carattere generale nelle dinamiche di crescita e sviluppo e nelle forme di regolazione di tutte le economie avanzate. Secondo chi scrive, quindi, ai fini di una corretta valutazione storica  dei pregi e dei limiti dell’intervento straordinario, che eviti il rischio di cedere sia a demonizzazioni neoliberiste, sia a eccessivi entusiasmi keynesiani, può risultare utile il ricorso ad  alcune categorie concettuali, quali quelle di <em>regime dl accumulazione</em> e <em>di modo di regolazione</em>, che sono state proposte dalla Scuola francese della <em>teoria della regolazione</em> come schemi interpretativi della <em>Golden Age</em>, che caratterizzò i primi tre decenni del secondo dopoguerra, e della successiva cesura storica verificatasi negli anni ‘70.</p>



<p>Nelle pagine che seguono, dopo aver ricapitolato brevemente i punti salienti di queste due categorie concettuali, si cercherà di applicarle all’interpretazione delle diverse fasi in cui può essere scomposta la parabola dell’intervento straordinario.</p>



<h5>2. Regimi di accumulazione e modi di regolazione</h5>



<p>La teoria della regolazione evidenzia l&#8217;interazione tra istituzioni sociali, intese in senso lato, e il funzionamento dell’economia capitalistica, cercando di individuare le connessioni esistenti tra le dinamiche dello sviluppo della struttura istituzionale e le contemporanee fasi dello sviluppo economico (Scarano 2023). Secondo la sua prospettiva di lettura delle dinamiche del capitalismo moderno, gli sviluppi storici di quest’ultimo dipendono dalle istituzioni sociali, che, per garantire fasi di crescita stabile, devono però essere a loro volta in sintonia con i diversi <em>regimi di accumulazione</em> che si susseguono nel corso del tempo.</p>



<p>I <em>regimi di accumulazione</em> sono individuati come modelli sociali ed economici che consentono ai sistemi capitalistici di effettuare un’accumulazione di capitale stabile nel tempo, contrastando le contraddizioni tra sviluppo delle forze produttive ed esigenze di distribuzione del prodotto sociale tra lavoro e capitale (Scarano 2023). Ogni singolo regime di accumulazione è identificato da un insieme di modelli complementari di produzione e consumo in grado di riprodursi autonomamente per un lungo periodo di tempo.</p>



<p>Questi modelli regolari di accumulazione non escludono, ovviamente, delle fasi di crisi e tipicamente prendono forma tra due successive crisi strutturali. Secondo la teoria della regolazione, quindi, il capitalismo può sperimentare periodi transitori di crescita stabile solo attraverso due tipi di ‘patti sociali’ stabili: un equilibrio adeguato tra salari e profitti e l&#8217;accettazione da parte dell&#8217;intera società di una serie di regole, procedure e visioni culturali che possono costituire la base di consenso per politiche adeguate al regime di accumulazione (Aglietta 1979/2015; Lipietz 1987).</p>



<p>Se anche solo uno di questi due ‘patti sociali’ viene meno, allora è necessario che trovi attuazione un radicale processo di ristrutturazione del regime di accumulazione prima che la crescita economica possa riprendere e i conflitti sociali scomparire di nuovo (Cohen &amp; Kennedy 2013). Le crisi economiche e finanziarie, quindi, mettono periodicamente in evidenza le interruzioni nel regolare processo di riproduzione delle relazioni sociali e ne promuovono l’evoluzione verso nuove forme.</p>



<p>Secondo la teoria della regolazione, una stabilità prolungata del processo di crescita economica, in qualsiasi regime di accumulazione, può essere raggiunta solo quando quest’ultimo è ‘istituzionalizzato’ in un insieme di pratiche, norme e convenzioni che costituiscono, nel loro insieme, un <em>modo di regolazione</em>. L’insieme di un regime di accumulazione e di un modo di regolazione ad esso adeguato costituisce poi ciò che può essere definito un <em>modello di sviluppo</em>.</p>



<p>Il <em>modello di sviluppo fordista</em>, secondo i regolazionisti, è ciò che ha consentito e caratterizzato la lunga fase di crescita ininterrotta della <em>Golden Age</em>, ovvero del trentennio successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il fordismo è stato quindi un modello di sviluppo storicamente determinato, fondato su particolari condizioni economiche ed extraeconomiche favorevoli alla produzione e al consumo di massa e all&#8217;applicazione generalizzata di metodi scientifici nell&#8217;organizzazione dei processi produttivi (Amable 2002; Hein et al. 2015). Ma soprattutto, esso era fondato su un inedito ‘compromesso’ tra capitale e lavoro (Boyer 2010). La crisi strutturale della metà degli anni ‘70, caratterizzata a sua volta da una altrettanto inedita combinazione di stagnazione e inflazione, segnò infine l’esplodere delle contraddizioni comunque accumulatesi all’interno di questo modello di sviluppo e la fine dell’eccezionale fase espansiva ad esso connessa (Jessop 1997).</p>



<p>Nel fordismo, secondo i regolazionisti, il compromesso istituzionale fondamentale si fondava su un nuovo ruolo svolto dallo Stato, sul credito monetario, su una innovativa <em>relazione salariale</em> e su forme oligopolistiche di concorrenza, ma soprattutto su un rigoroso controllo governativo del commercio internazionale e dei movimenti di capitale (Boyer &amp; Saillard 2002). Dal punto di vista delle forme statali, il <em>modo di regolazione fordista</em> era caratterizzato dal ‘welfare state keynesiano’ (Jessop 1997), la cui caratteristica principale era quella di cercare di garantire la piena occupazione in un contesto di economie relativamente chiuse e di influenzare la distribuzione del reddito attraverso la regolamentazione della contrattazione collettiva, sostenendo così la crescita economica e garantendo livelli adeguati di domanda effettiva interna (Hein et al. 2015).</p>



<p>I modi di regolazione possono essere più o metro funzionali al <em>regime di accumulazione</em> prevalente. Essi, quindi, possono in alcune fasi favorire periodi di crescita stabili, ma possono anche contribuire a generare crisi e forme di riorganizzazione, cha e loro volta tenderanno a indurre cambiamenti profondi e strutturali nel sistema di regolazione richiesto (Boyer 1986, Bertoldi 1988; Rovida 1988).</p>



<p>I modi di regolazione capaci di sostenere in modo prolungato regimi di accumulazione capitalistica sono inoltre strettamente condizionati dal regime internazionale entro il quale operano, ovvero dall’insieme di regole e che governano i rapporti tra gli Stati, il loro commercio internazionale e i movimenti di capitali tra di essi. Tali regole, infatti, interagiscono e contribuiscono a determinare le forme istituzionali prevalenti in ciascun paese.</p>



<p>In questo contesto teorico, le politiche economiche keynesiane si configurano come parti integranti del modo di regolazione che ha permesso al regime di accumulazione fordista di uscire dalla lunga stagnazione causata dalla <em>Grande Depressione</em> degli anni ‘30 e di garantire un’accumulazione ininterrotta nei primi tre decenni del dopoguerra. Tuttavia, secondo i regolazionisti, le politiche keynesiane furono efficaci solo nel contrastare la disoccupazione determinata da una mancanza di domanda effettiva in una situazione di eccesso di produttività rispetto ai salari reali (Boyer 1986).</p>



<p>Il modo di regolazione fordista è riuscito quindi a svolgere il suo ruolo di sostegno dell’accumulazione capitalistica solo tra il 1948 e i primi anni ‘70. La crisi degli anni ‘70, secondo i regolazionisti, rappresenta di fatto il momento di esaurimento del regime di accumulazione fordista, dovuto allo sviluppo di nuove contraddizioni interne sul fronte della distribuzione del reddito tra salari e profitti (Boyer 1986). Il conflitto distributivo era infatti stato a lungo mitigato grazie agli extraprofitti monopolistici e a un continuo aumento della produttività, ottenuto intensificando la meccanizzazione dei processi produttivi. Ma la tendenza a ricorrere a processi produttivi sempre più <em>capital intensive</em> ha infine generato una crescita dello stock di capitale fisso tale da ridurre il tasso normale di profitto.</p>



<p>La crisi del regime di accumulazione fordista ha determinato anche la fine della sua specifica modalità di regolazione keynesiana, che aveva perso nel frattempo la sua efficacia e aveva infine contribuito a generare nuove contraddizioni interne (Lordon 2002). In particolare, le politiche di piena occupazione avevano contribuito a far aumentare i salari reali, riducendo ulteriormente la quota del profitto nel reddito nazionale e le prospettive di redditività dei nuovi investimenti.</p>



<h5>3. La parabola dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno</h5>



<p>A parere di chi scrive, lo schema interpretativo fornito dalla teoria della regolazione risulta utile anche per l’analisi e l’interpretazione della parabola dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno e dei suoi effetti sulle modalità di sviluppo economico regionale dell’area e sull’evoluzione delle sue relazioni col resto del paese. I <em>modi di regolazione</em> sono infatti determinati anche dalle relazioni e dalle mediazioni che si instaurano tra i diversi gruppi di interesse presenti nel corpo sociale, nonché dalle forme della loro rappresentanza all’interno delle istituzioni dello Stato e dalla loro capacità d’incidere sull’azione di queste ultime.</p>



<p>Nelle pagine che seguono, si propone una lettura della parabola dell’intervento straordinario che cerca d’inquadrarla nel contesto dell’evoluzione del regime di accumulazione e del modo di regolazione fordisti, fondati entrambi su un ruolo strategico affidato ai mercati nazionali regolamentati che è venuto meno nella successiva fase di globalizzazione neoliberista.</p>



<p><em><strong>3.1 Il primo decennio dell’intervento</strong></em></p>



<p>L’avvio dell’intervento straordinario e l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno furono di fatto il risultato del nuovo assetto economico che, nel quadro degli accordi di Bretton Woods, caratterizzò il nuovo ordine mondiale, sorto dagli esiti della Seconda Guerra Mondiale.</p>



<p>I nuovi interessi economici dominanti nel paese nell’immediato dopoguerra produssero infatti anche nuovi orientamenti dei principali centri nazionali di decisione economica, quali la Banca d’Italia e il Ministero del Bilancio. Tra la fine del 1946 e i primi mesi del 1947, mentre i principali interpreti della razionalizzazione capitalistica italiana postbellica, quali Menichella ed Einaudi, delineavano nuove impostazioni programmatiche che conferivano nuovi ruoli e nuove prospettive di sviluppo alle regioni meridionali, &nbsp;‘l’intelligenza tecnica’ dell’IRI (Barucci 1978), di concerto con il &nbsp;ministro dell’industria Morandi e gruppi dell’imprenditoria settentrionale, procedette a istituire la SVIMEZ (D’Antone 1996; Cafiero 2000).</p>



<p>La SVIMEZ, negli anni ’50, si configurò di fatto, insieme con la Banca d’Italia, come il centro d’ideazione dei principali interventi di politica economica in Italia (D’Antone 1996) e divenne la fucina di un’intera generazione di economisti, influenzati dai nuovi stimoli culturali di provenienza anglosassone, che elaborarono una nuova percezione della ‘questione meridionale’ e un nuovo modo di concepire l’impegno meridionalistico, dando vita a ciò che è stato definito <em>nuovo meridionalismo</em> (Rossi-Doria 1970; Barucci 1978; Saraceno 2005; Forges Davanzati &amp; Patalano, in corso di pubblicazione). Questo non solo aprì una nuova stagione di dibattito e di riflessione teorica, ma cercò di mettere in atto concrete politiche di sviluppo regionali, che furono non solo espressione dei nuovi orientamenti keynesiani, ma anche il frutto di una nuova visione, in cui lo spazio geografico, con le istituzioni e le forze sociali che in esso intervengono e contribuiscono a modellarlo, venivano viste come componenti essenziali delle dinamiche economiche (Fabiani &amp; Scarano 2000). Dimensioni sociali e istituzionali che tendono oggi a essere fortemente sottovalutate negli approcci economicistici <em>mainstream,</em> fondati sulle nozioni di convergenza e di produttività.</p>



<p>Fu infine proprio la SVIMEZ che avviò l’interlocuzione con l’<em>International Bank of Reconstruction and Development</em> (IBRD) – nata nel contesto degli accordi di Bretton Woods come concretizzazione istituzionale degli orientamenti americani sul modo di affrontare i problemi di sviluppo economico delle aree depresse – al fine di finanziare un cospicuo piano di intervento pubblico nel Mezzogiorno d’Italia. L’IBRD accettò il progetto, ponendo come condizione ineludibile l’istituzione di un ente territoriale unico che, sul modello della <em>Tennessee Valley Authority</em>, impedisse la dispersione dei finanziamenti in una pluralità di rivoli di difficile controllo. Fu così che nacque la <em>Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell&#8217;Italia Meridionale</em>, nota da allora in poi come CASMEZ o Cassa del Mezzogiorno, e lo sviluppo economico di quest’area si avviò a configurarsi come un progetto tecnocratico, guidato dall’alto in funzione di interessi generali di carattere nazionale.</p>



<p>Il nuovo meridionalismo individuava lo Stato, in qualità di principale ente di direzione delle traiettorie di sviluppo di un’economia mista, come il principale soggetto anche della soluzione dei problemi del Mezzogiorno. Nell’ambito del nuovo regime di accumulazione fordista, che andava affermandosi in quegli anni in tutti i paesi industrializzati, la scelta dello Stato come soggetto dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno appariva del tutto in sintonia con il ruolo di complemento essenziale dell’iniziativa privata che esso andava assumendo nei sistemi di ‘economia mista’ di tutto l’occidente capitalista. E il fine ultimo dell’intervento era quello di utilizzare lo sviluppo economico del Mezzogiorno come leva per l’allargamento del mercato nazionale che era necessario allo sviluppo dell’apparato produttivo dell’intero paese, in vista della ripresa del commercio estero favorita dal nuovo assetto internazionale del dopoguerra.</p>



<p>Il primo decennio dell&#8217;intervento straordinario, gestito dalla Cassa del Mezzogiorno, fu però ispirato da un approccio più <em>supply side </em>che <em>demand side</em>. Esso fu infatti caratterizzato prevalentemente da grandi opere pubbliche di bonifica e da investimenti infrastrutturali, che, pur attivando flussi di domanda pubblica e contribuendo a incrementare i tassi d’occupazione nell’immediato, erano esplicitamente volti a creare le condizioni necessarie per un successivo sviluppo sia agricolo, sia industriale.</p>



<p>L’intervento infrastrutturale, però, pur  potenziando in modo significativo la capacità produttiva del settore agricolo, non ebbe effetti di rilievo nello stimolo del settore industriale locale, fatta eccezione per il settore delle costruzioni, intorno al quale si formò un nuovo blocco sociale e politico che utilizzò il flusso esterno di risorse finanziarie per stabilire e rafforzare la propria egemonia economica e consolidare la sua capacità di governo politico dell’area (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p><em><strong>3.2 La fase d’industrializzazione dall’alto</strong></em></p>



<p>A partire dal 1957, la Cassa, facendosi interprete del progetto tecnocratico elaborato negli ambienti della SVIMEZ, avviò quindi una nuova fase di interventi che, nelle intenzioni originarie, avrebbero dovuto essere volti a creare un’industria meridionale capace di autosostenersi e di essere autopropulsiva (D’Antone 1996). Si manifestavano così, per la prima volta, orientamenti esplicitamente industrialisti nel modo di affrontare la ‘questione meridionale’, che si ponevano in netta contrapposizione con le visioni agricole e ruraliste che avevano caratterizzato le principali correnti del meridionalismo classico (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p>Ma l’intervento d’industrializzazione riuscì a trovare piena possibilità di attuazione solo nella misura in cui riuscì a farsi contemporaneamente interprete del bisogno di sostegno della domanda aggregata per i prodotti dell’industria settentrionale e delle più generali necessità del nuovo regime di accumulazione fordista e, soprattutto, a condizione di non creare nel Mezzogiorno poli di sviluppo che potessero entrare in concorrenza con le attività produttive settentrionali (Barucci 1978). Così, quando nel 1957 si passò dalla politica delle grandi opere pubbliche a carattere infrastrutturale a quella di una vera e propria industrializzazione guidata dall’alto, finì per prevalere quella che è stata poi definita la filosofia dello ‘sviluppo sbilanciato’ (Graziani 1979). Fu avviato, cioè, un processo di realizzazione di grandi impianti industriali, connotati poi in modo denigratorio come ‘cattedrali nel deserto’, insediati in aree ristrette e sotto il controllo quasi esclusivo delle partecipazioni statali.</p>



<p>Questi interventi ebbero indubbiamente un effetto positivo immediato sui livelli occupazionali delle zone d’insediamento, contribuendo a creare nuove figure professionali e sociali e favorendo rilevanti processi di crescita del reddito della domanda aggregata regionale. Ma non consentirono l’innescarsi di processi di sviluppo autopropulsivi, capaci di garantire il superamento dell’arretratezza e delle condizioni di dipendenza del Mezzogiorno.</p>



<p>Nel decennio tra il 1957 e il 1968, l’industrializzazione dall’alto di quest’area fu infatti effettuata prevalentemente in settori industriali di base, quali quello siderurgico e quello petrolchimico, che non erano in grado di stimolare un indotto locale e richiedevano flussi di materie prime che dovevano essere importate dall’estero. Secondo la stessa teoria dei <em>poli di sviluppo</em>, a cui l’intervento teoricamente si ispirava, i complessi industriali realizzati in questo periodo erano quindi poco adeguati a realizzare effetti di traino sull’economia locale. Nelle condizioni dell’industria manifatturiera meridionale, inoltre, non erano neppure in grado di fornire <em>forward linkages</em>, in quanto questi presuppongono un tessuto produttivo sviluppato che trovi ostacoli alla propria crescita in ‘colli di bottiglia’ sul fronte degli approvvigionamenti.</p>



<p>Questa fase dell’intervento straordinario coincideva però di fatto con l’avvio del <em>Mercato Comune Europeo</em>, di cui l’Italia era da poco entrata a far parte. La preoccupazione principale delle classi dirigenti nazionali era quindi quella di garantire un’adeguata competitività dell’industria italiana nel contesto del nuovo mercato europeo. &nbsp;Le forme d’industrializzazione del Mezzogiorno, conseguentemente, risposero all’esigenza di espandere rapidamente la base produttiva nazionale, finanziando con spesa pubblica l’espansione di quelle attività industriali di base che trovavano difficoltà a essere gestite dal capitale privato, sia a causa dell’entità degli investimenti richiesti dalle economie di scala, sia a causa di un loro più basso saggio del profitto. In questo quadro strategico, la localizzazione degli impianti di base nelle regioni meridionali forniva l’opportunità di rendere più giustificabile, sul piano dell’interesse generale, un ingente intervento di spesa pubblica a favore del sistema industriale settentrionale. L’intervento straordinario per il Mezzogiorno divenne così uno strumento di mediazione politica che incontrava il consenso sia delle lobby industriali del Centro-Nord, sia dei notabilati clientelari del Sud (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p>Nel frattempo, tra la metà degli anni ‘50 e i primi anni ‘70, si verificò nel Mezzogiorno una nuova ondata di emigrazione di massa che, diretta questa volta prevalentemente verso le regioni settentrionali del paese, non solo riproporzionò il rapporto tra capitale a lavoro nelle regioni del Sud, come auspicato da molti neomeridionalisti, ma determinò una nuova forma di integrazione funzionale tra Sud e Nord del paese, con il Mezzogiorno che fungeva da serbatoio di forza lavoro capace di moderare le dinamiche salariali dell’intero mercato del lavoro nazionale e di agevolare così i tassi di accumulazione delle regioni industrializzate (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p><em><strong>3.3 Il declino finale dell’intervento straordinario.</strong></em></p>



<p>L’esito finale di queste dinamiche fu che, alla fine degli anni ‘80, il Mezzogiorno non solo mostrava ancora un deficit di sviluppo economico e sociale, ma presentava anche tutte le caratteristiche di un’economia dipendente, che produceva solo una parte delle risorse necessarie a sostenere i suoi livelli di reddito e i suoi processi di sviluppo (Trigilia 1992; Bodo &amp; Viesti 1997).</p>



<p>I livelli di reddito erano indubbiamente cresciuti, ma erano ampiamente sostenuti, più che dal vero e proprio intervento straordinario, da un ingente flusso di trasferimenti esterni, sostenuti dalla fiscalità generale del paese. Ciò era in parte fisiologico in un paese con forti squilibri regionali e dotato di un sistema di welfare, funzionale al regime di accumulazione fordista, fondato su imposte progressive e spese assistenziali proporzionali alla numerosità della popolazione (Bodo &amp; Viesti 1997). Ma poiché in quegli anni, a causa delle tensioni legate alla stagflazione e alla crisi fiscale dello Stato (O’Connor 1973/2009), la politica fiscale del paese tendeva a fondarsi in modo crescente sul ricorso al debito pubblico, è chiaro che i trasferimenti al Mezzogiorno finirono per manifestarsi come uno dei principali problemi di sostenibilità di quest’ultimo.</p>



<p>Negli anni ‘80, il rapporto tra spesa pubblica e PIL regionale salì a un valore pari a 0,73, a fronte di un valore pari a 0,46 nel Centro-Nord. I finanziamenti pubblici mediati dalla Cassa per il Mezzogiorno sostennero i tassi di accumulazione al di sopra del 20% fino al 1992. Ma il flusso di spesa pubblica diretta verso le regioni meridionali assunse, nel suo complesso, prevalentemente la forma di sostegno diretto dei redditi e della capacità di consumo delle famiglie.&nbsp; I trasferimenti diretti alle famiglie raggiunsero, tra il 1988 e il 1992, un quinto del PIL meridionale, favorendo la formazione dei consensi politici delle reti clientelari (Bodo &amp; Viesti 1997). Ma non furono sufficienti né ad eliminare il divario tra i livelli di consumo delle regioni meridionali e quelle del Centro-Nord, che si attestarono al 70% di quelli delle seconde, né a contrastare la crescente disoccupazione meridionale.</p>



<p>Fu infine la crescita esponenziale del debito pubblico e della spesa per interessi, divenuta insostenibile nel contesto del nuovo assetto neoliberista delle relazioni internazionali e degli interessi finanziari del paese, incarnati nei principi di convergenza di Maastricht, che innescò la crisi fiscale del modello di sviluppo italiano degli anni ’80, del quale i trasferimenti verso il Mezzogiorno erano diventati una delle componenti principali. &nbsp;Il blocco sociale che si era formato intorno alla mediazione politica che garantiva al Mezzogiorno ingenti flussi di spesa pubblica e al Centro-Nord il 90% degli interessi sul debito pubblico, fu messo in crisi dalla minaccia incombente della necessità di un massiccio aumento della pressione fiscale. Incalzati da un lato dalla necessità di una rapida riduzione del debito pubblico e dall’altro dalla minaccia di una rivolta fiscale, che assumeva toni regionalistici e secessionisti, i governi che rapidamente si succedettero tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 furono costretti a una drastica riduzione del disavanzo primario, tagliando le voci di spesa. Ed è chiaro che la prima vittima di tutto ciò, data la connotazione strettamente settentrionale della rivolta fiscale, non poteva che essere l’intervento straordinario per il Mezzogiorno.</p>



<p>La fine dell’intervento straordinario nel 1992, associato alla più generale contrazione della spesa pubblica, generarono una netta contrazione dei tassi di crescita dell’economia meridionale. Tra il 1991 e il 1993 il tasso di crescita del Pil passò dal 2,1% al -1,2%. Le importazioni nette, che sono una misura dei trasferimenti di reddito dall’esterno, scesero dal 20% al 16% del Pil per giungere al 14% nel 1996. Il rapporto percentuale tra Pil pro capite meridionale e quello del centro-Nord passò dal 59% al 55%. Il tasso di accumulazione subì a sua volta una netta contrazione, passando dal 21% del 1992 al 16% del 1996. Il tasso di disoccupazione, nonostante la revisione nei criteri di misurazione effettuata dell’ISTAT nel 1993, che rese la sua definizione più restrittiva, crebbe di almeno 3 punti percentuali tra il 1991 e il 1998 (Svimez 1999).</p>



<h5>Conclusioni</h5>



<p>L’intervento straordinario nel Mezzogiorno si configura quindi come parte integrante di un <em>modo di regolazione</em> che ha accompagnato e favorito un <em>regime di accumulazione</em> che è entrato definitivamente in crisi negli anni ’70 del secolo scorso e che è difficilmente riproponibile nell’attuale fase di evoluzione del capitalismo mondiale (Scarano 2023). Non esistono più oggi le condizioni sociali oggettive per una riproposizione delle sue forme e dei suoi metodi e &nbsp;nuove forme di intervento sarebbero concepibili solo in relazione a un nuovo regime stabile di accumulazione che ha trovato finora difficoltà ad affermarsi. Si possono però trarre alcuni insegnamenti dai limiti e fallimenti di questo intervento che si sono evidenziati nel momento stesso in cui esso era funzionale al regime di accumulazione dominante.</p>



<p>Innanzitutto, l’analisi dello sviluppo regionale, ovvero dei diversi modelli di sviluppo (o sottosviluppo) che caratterizzano aree e regioni diverse, non può essere adeguatamente affrontata con l’approccio economicistico che caratterizza le teorie della convergenza e della produttività. Lo sviluppo economico è infatti un processo eminentemente ‘sociale’, che può essere compreso e guidato solo a condizione di tenere in debito conto, oltre agli elementi prettamente economici, anche una più ampia gamma di variabili sociali, istituzionali e culturali. I territori regionali sono infatti ‘luoghi’ dove economia, società e politica interagiscono strettamente.</p>



<p>Anche se le traiettorie di sviluppo di un territorio sono in parte determinate dal sistema delle sue ‘relazioni interne’, come è stato ampiamente evidenziato dalla letteratura sui distretti industriali degli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso, un ruolo fondamentale e a volte prevalente è giocato dal sistema delle relazioni esterne in cui ogni area territoriale si trova ad essere inserita, che la pone, a seconda dei casi, e in minore o maggiore misura, in condizioni di integrazione, di dominazione o di subordinazione (Fabiani &amp; Scarano 2000). Per comprendere le potenzialità di sviluppo di una regione e proporre strategie di realizzazione delle stesse, non è quindi sufficiente analizzare le caratteristiche ‘interne’ di un sistema regionale, ma occorre cogliere il suo inserimento funzionale nel sistema di relazioni esterne, specie nel caso di regioni, come il Mezzogiorno, che hanno alle spalle une lunga e condizionante storia di relazioni interregionali di carattere economico, politico e sociale.</p>



<p>Ogni forma di cambiamento socioeconomico, endogeno o eterodiretto che sia, si sviluppa a partire da condizioni storicamente determinate, che sono il risultato di processi cumulativi e di brusche ‘rotture’. Esso può essere spiegato solo in una prospettiva storica che identifichi continuità e rotture dei rapporti sociali di produzione e di consumo specifici di ogni area territoriale, nel contesto del regime di accumulazione e del modo di regolazione dominante in ogni periodo storico. L’analisi dei processi di sviluppo economico regionale richiede quindi un’attenzione particolare al rapporto intercorrente tra regime di accumulazione e modo di regolazione, sia all&#8217;interno delle singole aree regionali, sia nei loro rapporti col contesto esterno.</p>



<p>In secondo luogo, dall’esperienza dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno si può trarre l’insegnamento che, anche se da un punto di vista keynesiano le forme della spesa pubblica possono teoricamente risultare irrilevanti per quanto concerne gli stimoli alla crescita nel breve periodo, quando si procede a ingenti impegni di spesa pubblica sarebbe anche sempre opportuno inquadrarli in una visione strategica di più lungo periodo, volta a creare condizioni di successivo sviluppo autopropulsivo.</p>



<p>Dopo aver rimosso, nel corso del suo primo decennio, nella fase della riforma fondiaria e della bonifica, gli antichi vincoli feudali posti a un moderno sviluppo capitalistico e aver consentito un processo di modernizzazione delle strutture sociali, l’intervento straordinario ha finito invece per favorire una sostanziale subalternità funzionale dell&#8217;intera area territoriale. Ciò non significa che esso non abbia conseguito l&#8217;obiettivo di aumentare la ricchezza disponibile e i livelli di reddito e con essi il ruolo della domanda aggregata del Mezzogiorno nello sviluppo del sistema nazionale (Forges Davanzati &amp; Patalano, in corso di pubblicazione), ma che il contributo al sostegno della domanda aggregata ha favorito più lo sviluppo di altre aree del paese che lo sviluppo locale.</p>



<p>Le potenzialità di sviluppo di un territorio nel contesto della divisione nazionale e internazionale del lavoro non possono essere individuate mediante l’acritica applicazione di modelli troppo astratti e generali. Se, da un lato, la dimensione territoriale e locale può giocare un ruolo rilevante, essa va comunque contestualizzata nel sistema di relazioni esterne in cui ogni territorio è inserito e nelle dinamiche generali di evoluzione economica in atto. Le singole aree regionali possono assumere un proprio ruolo definito solo nel contesto delle relazioni esterne che le coordinano nel sistema di divisione nazionale e internazionale del lavoro.</p>



<p>Da questo punto di vista, il Mezzogiorno non può più essere considerato oggi, nel suo insieme, una semplice area produttiva arretrata e in ritardo di sviluppo, simile ad altre aree dell’Unione europea, come implicitamente presupposto negli approcci basati sulle teorie della convergenza e della produttività, quanto piuttosto un’area d’<em>integrazione dipendente </em>caratterizzata da forti squilibri interni (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p>L’integrazione dipendente non implica necessariamente maggiore povertà relativa, quanto piuttosto forme di assoggettamento di un’area territoriale a logiche eterodirette, che, in quanto tali, possono condurre a situazioni in cui i suoi interessi collettivi specifici vengono resi subalterni e funzionali a interessi esterni. Ciò implica che, quando gli interessi esterni cambiano, si possa assistere a un abbandono di tali aree al proprio destino, ormai inficiato dalle stesse condizioni strutturali che hanno regolato la subalternità funzionale. Quando un’area dipendente viene abbandonata a se stessa, quello che resta è un’arretratezza squilibrata, difficile da governare.</p>



<p>Inoltre, il Mezzogiorno non si configura oggi come una semplice area in ritardo di sviluppo solo a causa del retaggio della sua pregressa dipendenza funzionale, ma anche e soprattutto perché è un ampio insieme di aree arretrate contigue, poste congiuntamente all’estrema periferia del mercato europeo, penalizzate dalla distanza geografica sul fronte dei costi di trasporto, che rende più difficile il loro configurarsi come centri manifatturieri autonomi o inseriti in un sistema internazionale di subfornitura. In quanto tale il Mezzogiorno resta un’area unitaria, con una propria identità separata e con una problematica comune. Se infatti l’arretratezza territoriale contigua ad aree più sviluppate può generare possibilità di complementarità, l’arretratezza contigua all’arretratezza può generare solo isolamento (Fabiani &amp; Scarano 2000). E ciò renderebbe ancora auspicabile un intervento esterno di rottura del trend, con investimenti infrastrutturali, analoghi a quelli del primo decennio dell’intervento straordinario, capaci di ridurre il gap creato dalla distanza geografica dai mercati europei trainanti.</p>



<p>Ma se il Mezzogiorno è posto alla periferia del Mercato europeo, esso è invece in una posizione strategica all’interno del Mediterraneo, che sta tornando a essere un canale strategico per le nuove rotte commerciali che congiungono l’Europa e l’Atlantico con l’Asia. Il Mezzogiorno potrebbe quindi oggi inserirsi efficacemente nelle reti logistiche che devono sostenere questi nuovi traffici. Ma ciò richiederebbe nuovamente ingenti investimenti di capitali e capacità progettuali che necessiterebbero di nuove forme di intervento pubblico su larga scala, almeno sul fronte del coordinamento, degli incentivi e della regolamentazione.</p>



<p>Nel contesto degli odierni orientamenti di regolazione europea e internazionale, purtroppo, non si intravvedono più le condizioni oggettive per una convergenza di interessi volta a favorire un intervento esterno su ampia scala nel Mezzogiorno. E ciò potrebbe anche non essere un fatto del tutto negativo, se gli interventi esterni, come in passato, avvengono solo al fine di generare una subalterna dipendenza funzionale.</p>



<p>Nel contesto nazionale odierno, però, la debolezza economica del Mezzogiorno sembra essere ridiventata un problema di carattere esclusivamente sociale, in quanto possibile fonte di instabilità politica. Ciò fa correre il rischio che i problemi del Mezzogiorno tornino a essere percepiti, come nella fase del primo meridionalismo classico, solo ed esclusivamente come un problema etico, intorno al quale versare fiumi di retorica, di lamentele e di invettive, prive di prospettive realistiche nel modificare gli assetti esistenti e volte solo a invocare e giustificare interventi assistenziali (Fabiani &amp; Scarano 2000).</p>



<p>Si può quindi concludere che, senza dubbio alcuno, oggi continua a porsi una ‘questione meridionale’ sul fronte delle prospettive di benessere sociale delle popolazioni meridionali. Il Mezzogiorno è ancora un’area territoriale che necessiterebbe l’individuazione di una via di uscita dalle forme di dipendenza e di subalternità economica del passato. Tale via, però, può essere individuata solo mediante scelte coraggiose di ampio respiro e non mediante manovre di piccolo cabotaggio, volte ad accaparrarsi quote di fondi sociali europei destinati a contrarsi nel tempo, se non a sparire del tutto.</p>



<p>Da questo punto di vista, il vero nucleo della ‘questione meridionale’ risiede ancora oggi nel domandarsi se esiste la possibilità che emergano soggetti sociali, e quindi politici, interni al Mezzogiorno, capaci di farsi portatori di un progetto di ampio respiro e di interesse generale a livello locale.</p>



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		<title>La riconfigurazione della catena del valore globale dei semiconduttori tra tensioni geopolitiche e imperativi tecnologici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/maria-rita-pierleoni/">Maria Rita Pierleoni</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’industria globale dei semiconduttori è attualmente al centro di una profonda trasformazione strutturale, l’intento è quello di rendere l’intera catena del valore globale più resiliente in risposta a fattori interni, come l'impetuosa ascesa dell'intelligenza artificiale, ed esterni al mercato, come l'affermazione di un nuovo paradigma geopolitico che pone la sicurezza economica e la sovranità tecnologica al vertice delle agende governative.<br />
Il presente articolo, aggiornato con i dati e gli eventi più recenti del periodo 2024-2025, analizza questo scenario di riconfigurazione. L'analisi aggiornata rivela che il mercato globale ha superato le previsioni, proiettandosi verso il superamento dei 700 miliardi nel 2025, una crescita quasi interamente sostenuta dalla domanda di IA. Sul fronte dell’offerta di mercato, il panorama competitivo dei grandi player è stato conseguentemente ridefinito e alcuni comparti dell’industria stanno assumendo una centralità per la crescita del settore. Le politiche industriali avviate dai paesi maggiormente coinvolti nella catena del valore, stanno generando effetti tangibili, anche a supporto degli investimenti privati in corso su scala globale, che perseguono l’obiettivo della diversificazione e del rafforzamento delle capacità in segmenti e geografie chiave. Queste iniziative pubbliche e private sono inserite in uno scenario di competizione geopolitica che sta mettendo a dura prova il modello di interdipendenza globale, caratterizzante il settore per decenni, e lo sviluppo tecnologico globale. Infine, l’aggravarsi di vulnerabilità intrinseche all'ecosistema high-tech globale rappresenta, forse, il vero limite alla costruzione di una piena resilienza dell’industria dei semiconduttori. Tra queste la principale è la carenza di talenti che potrebbe rappresentare il principale freno operativo alla massiccia ondata di investimenti in nuovi impianti di produzione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5>1. La trasformazione della catena del valore</h5>



<p>La catena del valore globale dei semiconduttori è dinamica e iperspecializzata, in cui ogni paese governa una o più fasi del processo produttivo, ma nessuno le governa tutte. In altre parole, nessun paese è completamente indipendente nella produzione di semiconduttori, soprattutto di quelli di ultima generazione. Il settore si caratterizza, anche, per una continua corsa all’innovazione del prodotto, che riguarda non solo la dimensione dei wafer e dei nodi di processo, ma tutta la filiera produttiva. Oggi i segmenti della filiera in cui la capacità di innovazione tecnologica è elemento imprescindibile per ottenere successo e rimanere competitivi nel mercato, sono quelli della fabbricazione di chip di ultima generazione, come le memorie evolute, e dell’ATP &#8211; Assembly, Test &amp; Packaging, considerata in passato a basso valore aggiunto.</p>



<p>Con l&#8217;ascesa dell&#8217;IA generativa, le memorie<em> HBM</em> (High-Bandwidth Memory) sono diventate una componente inscindibile dagli acceleratori di IA. Le HBM, con la loro architettura di impilamento verticale (3D stacking) <a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a> sono le uniche a poter soddisfare le GPU ad alte prestazioni e, in particolare, il segmento <em>server. </em>Secondo le previsioni di Mordor Intelligence (2025), il mercato delle memorie ad alta larghezza di banda si è attestato a 3,17 miliardi di dollari nel 2025 e si prevede che salirà a 10,16 miliardi di dollari entro il 2030, con un CAGR del 26,2%. A fronte di una domanda in continua espansione, la loro disponibilità, per ora, è limitata e concentrata nelle mani di pochi attori <a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a> e ciò potrebbe diventare un collo di bottiglia, con ripercussioni negative sul numero di acceleratori IA prodotti e spediti <a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a>. Per quanto riguarda il packaging, l&#8217;approccio a <em>chiplet</em>, che prevede l&#8217;integrazione di più mattoncini di silicio specializzati (c.d. integrazione eterogenea) all&#8217;interno di un unico package, rappresenta una svolta fondamentale perché consente di combinare i componenti realizzati con processi tecnologici diversi, ottimizzando così prestazioni, costi e time-to-market. Il controllo di queste tecnologie di packaging avanzato è diventato un fattore competitivo essenziale <a id="_ftnref4" href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>.</p>



<p>Parallelamente all&#8217;innovazione nel packaging e nelle memorie, la <em>ricerca sui nuovi materiali</em> per la fabbricazione di semiconduttori a banda larga &#8211; come il carburo di silicio (SiC) e il Nitruro di Gallio (GaN) &#8211; continua a guadagnare centralità<strong>. </strong>Questi semiconduttori si vanno affermando come alternative superiori al silicio per le loro capacità di operare a tensioni, temperature e frequenze più elevate con maggiore efficienza, caratteristiche essenziali per le applicazioni di potenza, le infrastrutture per energie rinnovabili e le telecomunicazioni 5G <a id="_ftnref5" href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a>.</p>



<p>Guardando ancora più avanti, la filiera sta già iniziando a confrontarsi con la prossima discontinuità tecnologica: il <em>calcolo quantistico</em>. Sebbene ancora in una fase pionieristica, lo sviluppo di chip quantistici impone un ripensamento radicale dei processi manifatturieri, richiedendo competenze uniche in materiali superconduttori, architetture criogeniche e integrazione fotonica, spingendo così la ricerca verso paradigmi produttivi interamente nuovi (McKinsey, 2025; Deloitte, 2025).</p>



<p>Questi imperativi tecnologici hanno delle significative implicazioni anche sull’evoluzione dei modelli di business. Da un lato, si assiste ad una <em>iper-specializzazione </em>crescente, ad esempio aziende come NVIDIA si concentrano fortemente sull&#8217;eccellenza nel design di architetture per l&#8217;IA, affidando la produzione alle fonderie avanzate di TSMC, e dominando il mercato grazie all’ecosistema software CUDA <a id="_ftnref6" href="#_ftn6"><sup>[6]</sup></a>. Allo stesso modo, TSMC continua ad investire nella tecnologia di processo, divenendo di fatto un monopolista assoluto nella manifattura avanzata in termini di volumi e base di clienti sui nodi a 3 nm, e sta lavorando alla produzione di nodi a 2 nm. Dall&#8217;altro, emerge una tendenza all&#8217;<em>ibridazione </em>dei modelli di business tradizionali, ossia IDM, Fabless, Foundry, e OSAT. Ad esempio, Intel, azienda storicamente integrata, sta tentando di trasformarsi, aprendo i propri impianti a clienti esterni per competere nel mercato delle fonderie (strategia IDM 2.0). Al contempo, TSMC sta integrando con successo servizi a valle, come il suo packaging avanzato CoWoS (<em>Chip-on-Wafer-on-Substrate</em>), erodendo il mercato degli operatori specializzati (OSAT) e rafforzando il suo controllo sui nodi più critici della catena del valore per l&#8217;IA <a id="_ftnref7" href="#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>. Infine, la fabless Qualcomm, che mantiene una leadership nei chipset per smartphone, sta effettuando una diversificazione mirata verso nuovi mercati adiacenti e ad alta crescita, come quelli dell&#8217;elettronica per autoveicoli e dell&#8217;edge computing basato su IA <a id="_ftnref8" href="#_ftn8"><sup>[8]</sup></a>. Questa evoluzione dei modelli di business dimostra che la competizione non si gioca più solo all&#8217;interno di un singolo segmento, ma sulla capacità di controllare i punti di integrazione più critici e strategici dell&#8217;intera catena del valore. Il valore si sta spostando dalle singole fasi del processo produttivo (design, manifattura, packaging) alla capacità di assemblare sistemi complessi e performanti.</p>



<p>In questo contesto, non va dimenticato il ruolo cruciale svolto anche da altri stakeholder, come le Università e Centri di Ricerca, che forniscono la base di conoscenza scientifica e capitale umano qualificato. Ad esempio, nell&#8217;ambito dell&#8217;European Chips Act, tali istituzioni hanno assunto un ruolo di guida, nella progettazione e design di chip e nella conduzione di linee pilota, ossia impianti di R&amp;S avanzata per testare le innovazioni prima della produzione di massa.</p>



<h5>2. Le recenti dinamiche di mercato</h5>



<p>Il mercato globale dei semiconduttori, dopo la contrazione del 2023, ha evidenziato una robusta ripresa nel 2024, con proiezioni di ulteriore crescita a doppia cifra per il 2025. Nel comunicato del 4 agosto u.s., la WSTS ha rivisto a rialzo le sue stime per l&#8217;anno in corso, prevedendo una crescita pari a +15,4% ed un valore del mercato globale pari a 728 miliardi di dollari. La crescita è trainata principalmente dai robusti incrementi nei segmenti logici (+37%) e memoria (+20%), sostenuti dalla domanda di infrastrutture per data center e dalle prime applicazioni di AI edge. Anche i sensori hanno registrato una buona performance, con un aumento del 16%. Le categorie analog e micro hanno visto una crescita moderata (4%) e al contrario, i discreti e l&#8217;optoelettronica hanno registrato cali. Per il 2026 si prevede una crescita del 9,9% ed un valore del mercato pari a 800 miliardi di dollari. Questa traiettoria positiva posiziona l&#8217;industria sulla strada per raggiungere l&#8217;obiettivo di 1 trilione di dollari di fatturato entro il 2030. La forza trainante di questa crescita è quasi esclusivamente attribuibile al segmento di domanda legata all’IA nelle sue diverse applicazioni <a id="_ftnref9" href="#_ftn9"><sup>[9]</sup></a>.</p>



<p>L’esplosione della domanda di chip evoluti (GPU, AI ASIC, FPGA avanzati, memorie HBM, etc..) su scala globale sta generando effetti importanti sull’evoluzione del settore. In primo luogo, nell’ambito dei top players dell’industria ha permesso a NVIDIA – che domina il segmento delle GPU &#8211; di scalare la classifica arrivando ai vertici: nell&#8217;anno fiscale 2025, l&#8217;azienda ha registrato un fatturato totale di 130,5 miliardi di dollari (+114% su base annua), di cui 115,2 miliardi <a id="_ftnref10" href="#_ftn10"><sup>[10]</sup></a> provenienti dal segmento Data Center. In secondo luogo, ha portato alla rinascita, in termini di fatturato, del comparto delle memorie, le cui vendite sono cresciute del 78,9% nel 2024 (SIA, 2025). Yole Group prevede che le vendite di questo comparto supereranno i 200 miliardi di dollari nel 2025, trainate, appunto, dall’aumento dei carichi di lavoro dell’AI e dalla domanda di memorie HBM <a id="_ftnref11" href="#_ftn11"><sup>[11]</sup></a>. Tale dinamica di crescita è sostanzialmente dovuta ad un aumento dei prezzi di vendita dei dispositivi HBM, a fronte di volumi sostanzialmente stabili <a id="_ftnref12" href="#_ftn12"><sup>[12]</sup></a> (la capacità produttiva sta aumentando ma serve tempo per la piena operatività). Infine, l’emergere di alternative strategiche alle GPU, in seguito alle restrizioni all’esportazione statunitensi. Nello specifico, il segmento dei circuiti integrati specifici per applicazioni di intelligenza artificiale (AI ASIC), con previsioni di aumento di fatturato che si aggirano intorno al 45% tra il 2024 e il 2030, è quello a più rapida crescita del comparto dei processori <a id="_ftnref13" href="#_ftn13"><sup>[13]</sup></a>.</p>



<p>Se non si considera la domanda nei segmenti IA, il quadro appare molto più incerto e il sentiment rimane cauto. Aziende focalizzate su mercati finali tradizionali come quello industriale, delle comunicazioni e dell&#8217;elettronica di consumo, continuano a riportare una domanda debole e a esprimere prudenza. Per esempio, Texas Instruments ha riportato una crescita modesta e ha descritto la ripresa della domanda nel settore automotive come &#8220;superficiale&#8221;, segnalando una debolezza persistente al di fuori della Cina <a id="_ftnref14" href="#_ftn14"><sup>[14]</sup></a>. Analog Devices, pur registrando una crescita a due cifre, ha espresso cautela per il futuro a causa dell&#8217;incertezza macroeconomica e geopolitica <a id="_ftnref15" href="#_ftn15"><sup>[15]</sup></a>. Questa dicotomia è confermata da numerose analisi di settore che evidenziano come la domanda nei segmenti non-IA rimanga debole e incerta (McKinsey, 2025; Deloitte 2025).</p>



<p>Tale situazione ha ovviamente implicazioni dirette:</p>



<p>1. sulla gestione delle scorte e sui tempi di consegna; infatti, mentre l&#8217;inventario per i componenti generici e per i mercati tradizionali si è ampiamente normalizzato nella prima metà del 2025, per i chip legati all&#8217;IA la domanda supera l&#8217;offerta ovvero i tempi di consegna per le GPU di ultima generazione e per gli FPGA avanzati rimangono estremamente lunghi e si prevede che lo saranno per tutto il 2025 <a id="_ftnref16" href="#_ftn16"><sup>[16]</sup></a>.&nbsp;</p>



<p>2. Sulle strategie di investimento delle aziende, in quanto i produttori di memorie e le fonderie all&#8217;avanguardia stanno aumentando la spesa per soddisfare la domanda legata all&#8217;IA, mentre le aziende nei settori con domanda più debole, come l&#8217;automotive e l&#8217;industriale, adottano un approccio più cauto.&nbsp;</p>



<h5>3. Stato di attuazione delle strategie di investimento produttivo annunciate dai grandi players</h5>



<p>È in corso su scala globale un&#8217;ondata di costruzione di nuovi impianti per rimodellare la geografia della produzione di semiconduttori, supportata dagli incentivi governativi. Una recente analisi condotta da BCG e SIA (2024) prevede che gli investimenti privati, tra il 2024 e il 2032, arrivino a 2,3 trilioni di dollari, un&#8217;enorme accelerazione rispetto ai 720 miliardi del decennio precedente (2013-2022). Gli investimenti non si concentrano in una sola area, ma sono distribuiti a livello mondiale, e in particolare tra Stati Uniti, Asia (Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Cina) ed Europa.</p>



<p>In questo scenario emerge il grande sforzo i reshoring <a id="_ftnref17" href="#_ftn17"><sup>[17]</sup></a> degli Stati Uniti che stanno vivendo una rinascita nella fabbricazione di wafer con 80 nuovi progetti annunciati, sia in hub tradizionali (Texas, Arizona) sia in nuove aree &#8220;Greenfield&#8221; (Ohio). La strategia americana beneficia di un potente allineamento tra sussidi/incentivi pubblici e la domanda di mercato trainata dai suoi giganti tecnologici. &nbsp;Recentemente l’amministrazione Trump ha proposto di sostituire i sussidi federali con quote azionarie delle principali aziende produttrici di microchip <a id="_ftnref18" href="#_ftn18"><sup>[18]</sup></a>. Tra gli investimenti privati più significativi in corso di realizzazione, si cita quello di TSMC in Arizona che supera i 65 miliardi di dollari per la costruzione di <em>tre</em> impianti all&#8217;avanguardia con tecnologie a 4, 3 e 2 nm e A16 <a id="_ftnref19" href="#_ftn19"><sup>[19]</sup></a>. Questi investimenti soddisfano l’obiettivo generale del CHIPS Act statunitense di aumentare a circa il 20%, entro il 2030, la quota americana nella produzione globale di chip avanzati. Samsung sta consolidando la sua strategia di espansione produttiva nel sito di Taylor (Texas). La Società prevede investire oltre 40 miliardi di dollari nella regione, grazie all&#8217;aggiunta degli investimenti finanziati dal CHIPS and Science Act <a id="_ftnref20" href="#_ftn20"><sup>[20]</sup></a>. La traiettoria di Intel è marcatamente diversa, in quanto l&#8217;ambizioso progetto da 28 miliardi di dollari in Ohio ha subito significativi rallentamenti, e la nuova data di completamento ora è posticipata al 2030-2031 <a id="_ftnref21" href="#_ftn21"><sup>[21]</sup></a>.</p>



<p>Gli attori asiatici accelerano i loro investimenti con strategie sempre più mirate. Aziende locali a Taiwan hanno annunciato piani per la costruzione di sette nuove fab sull&#8217;isola. TSMC sta inoltre collaborando con Sony, DENSO e Toyota per potenziare le capacità produttive a Kumamoto, in Giappone, e le autorità giapponesi stanno aiutando la startup nazionale Rapidus a creare linee di produzione per chip all&#8217;avanguardia da 2 nanometri in un nuovo sito a Hokkaido. La Corea del Sud ha annunciato un piano di investimento da 471 miliardi di dollari entro il 2047, per costruire 16 nuove fab in un mega cluster di semiconduttori nella provincia di Gyeonggi, che coinvolgerà Samsung, SK Hynix e altre aziende del settore. Le aziende cinesi stanno realizzando nuovi investimenti in fab a Shenzhen, Tianjin e Shanghai. Inoltre, il governo cinese, in risposta alle sanzioni statunitensi, ha lanciato il suo terzo &#8220;Big Fund&#8221; da quasi 50 miliardi di dollari. La strategia ora è più mirata a colmare le debolezze della filiera nazionale, al fine di renderla indipendente e controllabile. Gli investimenti si concentreranno, infatti, su aree come i macchinari per la litografia, i materiali avanzati e, soprattutto, il software di progettazione (EDA) <a id="_ftnref22" href="#_ftn22"><sup>[22]</sup></a>.</p>



<p>L’Unione Europea, con <em>l’European Chips Act</em>, registra progressi in segmenti dove possiede già una forte base industriale. I nuovi investimenti includono quello di: 1. STMicroelectronics a Catania per la realizzazione di un campus integrato per la produzione di substrati e dispositivi in Carburo di Silicio (SiC) su wafer da 200mm, e 2)TSMC a Dresda, attraverso una joint venture con Bosch, Infineon e NXP, per la realizzazione di impianto di produzione di nodi maturi (da 28nm a 12nm).A questi si aggiunge l’investimento di Silicon Box a Novara per un impianto di packaging avanzato &#8211; da 3,2 miliardi di euro &#8211; basato su tecnologia <em>chiplet</em>, cruciale per l&#8217;ecosistema dell&#8217;IA e del calcolo ad alte prestazioni. Per quanto riguarda la produzione di chip evoluti, si segnala la sospensione da parte di Intel degli investimenti in Germania e in Polonia. Infine, grazie alla Chips Joint Undertaking sono state avviate iniziative chiave nei segmenti della ricerca e sviluppo lungo tutta la filiera produttiva, della progettazione e del design <a id="_ftnref23" href="#_ftn23"><sup>[23]</sup></a>. Tra queste, si citano il finanziamento delle prime cinque linee pilota per la ricerca e la prototipazione. Inoltre, di recente è stata inaugurata la piattaforma di progettazione Europea <a id="_ftnref24" href="#_ftn24"><sup>[24]</sup></a>. L&#8217;Unione Europea sembra, comunque, intenzionata a rivedere la propria strategia sui semiconduttori con un &#8220;Chips Act 2.0 <a id="_ftnref25" href="#_ftn25"><sup>[25]</sup></a>.</p>



<h5>4. La sfida della resilienza: tra interdipendenze e vulnerabilità</h5>



<p>La sfida più pressante per costruire la resilienza nel settore dei semiconduttori risiede, oggi, nel complesso e delicato equilibrio tra l&#8217;esigenza di autonomia dei principali attori globali – determinata da un contesto attuale caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e restrizioni tecnologiche <a id="_ftnref26" href="#_ftn26"><sup>[26]</sup></a> &#8211; e la natura della catena del valore dei semiconduttori, che è globale, concentrata e altamente specializzata.</p>



<p>In un contesto in cui i sistemi economici dei paesi risultano fortemente interconnessi, le tensioni tra Stati Uniti e Cina, le cui economie sono centrali per il commercio mondiale, producono a cascata effetti negativi anche sugli altri. Oxford Economics (2025) ha condotto di recente un’analisi globale comparativa tra i vari paesi sull&#8217;esposizione e la dipendenza economica da Stati Uniti e Cina. Un’escalation della politica commerciale americana verso la Cina, oltre i dazi fino alle sanzioni, pone un rischio significativo per le catene di approvvigionamento globali, con la preoccupazione che altre nazioni possano essere trascinate nello stallo geopolitico. In un simile scenario, le nazioni &#8220;doppiamente esposte&#8221;, ossia con profonde interconnessioni economiche con la Cina che con gli Stati Uniti, come il Giappone e la Corea del Sud, si troverebbero di fronte a una scelta drastica di allineamento, con conseguenze negative molto preoccupanti, prima fra tutte quella di una rapida e caotica riconfigurazione delle catene di fornitura, ben più radicale di quella attualmente in corso.</p>



<p>Le attuali politiche di riconfigurazione della catena del valore si focalizzano sulla diversificazione e il rafforzamento delle capacità in segmenti e geografie chiave. Esse sono certamente importanti perché perseguono l’obiettivo della creazione di una rete di fornitura geograficamente più diversificata e affidabile, riducendo la dipendenza da singole regioni ad alto rischio, ma non sono sufficienti a mitigare il rischio di uno shock acuto e sistemico, perché non eliminano le interdipendenze tra i paesi. La resilienza, quindi, non deriverà dalla duplicazione di ogni fase della filiera in ogni regione <a id="_ftnref27" href="#_ftn27"><sup>[27]</sup></a>, ma dalla creazione di un ecosistema globale più bilanciato e cooperativo tra nazioni alleate. Una seria minaccia a questa evoluzione è rappresentata dalla situazione geopolitica attuale che rende alcune vulnerabilità collettive più insidiose – in particolare la dipendenza da Taiwan per i chip evoluti e la crescente concentrazione della capacità produttiva dei &#8220;nodi maturi&#8221; in Cina &#8211; e potrebbe portare ad un ecosistema globale potenzialmente più fratturato.</p>



<p>A queste si aggiungono delle debolezze intrinseche all&#8217;ecosistema high-tech globale che si sono, di fatto, aggravate e che rappresentano il vero limite alla costruzione di una piena resilienza dell’industria globale dei semiconduttori. La prima riguarda la carenza di talenti che rappresenta il principale ostacolo all&#8217;operatività dei nuovi impianti. Negli Stati Uniti, si prevede che entro il 2030 quasi 67.000 nuovi posti di lavoro nel settore (il 58% del totale previsto) rischiano di non essere coperti a causa di un numero insufficiente di neolaureati (SIA e Oxford Economics, 2023). In Europa, la situazione è simile, con una carenza di talenti stimata in oltre 75.000 posizioni entro il 2030. La domanda di lavoro cresce del 5% annuo, ma l&#8217;offerta di laureati solo dell&#8217;1% (European Chips Skills Academy, 2025). Va segnalata, poi, la dipendenza da input critici, il caso più noto è quello dei macchinari per la litografia EUV, prodotti quasi esclusivamente dall&#8217;olandese ASML. La forte dipendenza geografica per le materie prime; in particolare la Cina controlla circa il 95% della produzione globale di gallio e germanio <a id="_ftnref28" href="#_ftn28"><sup>[28]</sup></a>, metalli essenziali per alcuni tipi di semiconduttori, e ha già utilizzato i controlli sulle esportazioni come leva geopolitica <a id="_ftnref29" href="#_ftn29"><sup>[29]</sup></a>. Vulnerabilità simili esistono per i gas nobili (es. neon), la cui fornitura è storicamente legata a poche regioni, come l&#8217;Ucraina. Inoltre, i costi energetici e la sostenibilità rappresentano altri aspetti critici per l’industria. La competitività dei costi energetici è un fattore determinante nelle decisioni di localizzazione degli investimenti, mentre la sostenibilità &#8211; ovvero la spinta verso una produzione più &#8220;verde&#8221; con un minor impatto ambientale e un maggiore ricorso a energie rinnovabili &#8211; sta diventando un imperativo strategico. Infine, la protezione dei dati di progettazione, dei processi di produzione e della supply chain logistica rappresenta una priorità assoluta per un’industria già esposta a crescenti rischi di spionaggio industriale, sabotaggio e furto di proprietà intellettuale.</p>



<p>Queste vulnerabilità segnalano in modo chiaro che disporre di adeguate risorse economiche è una condizione necessaria ma non sufficiente per la resilienza. Nello specifico il fattore limitante più serio è sempre più il capitale umano, in altre parole è plausibile ipotizzare che molte delle nuove fabbriche potrebbero operare a capacità ridotta o subire ritardi non per mancanza di fondi, ma per mancanza di personale qualificato.</p>



<h5>5. Conclusioni</h5>



<p>La riconfigurazione della catena del valore dei semiconduttori in atto si concentra sulla diversificazione e sul rafforzamento delle capacità in segmenti e geografie chiave. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il primo aspetto che emerge è che questa riconfigurazione segue una strategia di sovranità “focalizzata”, con l’intento di costruire ecosistemi di eccellenza in nicchie strategiche ad alto valore aggiunto, dove si possiede un vantaggio competitivo o si può creare una dipendenza favorevole. Il secondo aspetto, più critico, è che lo scenario attuale potrebbe non portare a un ecosistema globale più bilanciato, bensì ad uno potenzialmente fratturato. La logica della competizione geopolitica sta spingendo verso un mondo in cui le nazioni potrebbero essere costrette a scegliere un allineamento tecnologico (Usa vs Cina), mettendo a dura prova il modello di interdipendenza globale che ha caratterizzato il settore per decenni, e lo sviluppo tecnologico globale. Il nuovo paradigma geopolitico, che pone la sicurezza economica e la sovranità tecnologica al vertice delle agende governative, deve continuare a basarsi sulla collaborazione tra paesi. Una delle sfide principali sarà proprio quella di preservare questa collaborazione, anche perché pur contenendo alcune dipendenze critiche &#8211; come quella da Taiwan per i nodi logici avanzati &#8211; questa riconfigurazione potrebbe alimentarne di nuove, come la dipendenza dalla capacità cinese sui nodi maturi. Infine, il terzo aspetto osservato è che si vanno acuendo vulnerabilità strutturali, prima fra tutte la carenza di talento, che minaccia di diventare il vero collo di bottiglia per la crescita del settore. Sarà, pertanto, fondamentale investire in modo sistemico e massiccio sul capitale umano, promuovere la collaborazione stretta tra industria, ricerca e mondo accademico, e governare complesse alleanze tecnologiche internazionali tra nazioni che condividono valori e interessi strategici.</p>



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<p><em>Il contenuto dell’articolo riflette esclusivamente le opinioni dell’autore e non impegna in alcun modo l’Amministrazione.</em></p>



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<h5>Principali riferimenti bibliografici</h5>



<ul><li>Boston Consulting Group e Semiconductor Industry Association (2021). Strengthening the Global Semiconductor Supply Chain in an Uncertain Era.</li><li>Boston Consulting Group &amp; Semiconductor Industry Association. (2024). Emerging Resilience in the Semiconductor Supply Chain.</li><li>Deloitte, 2025. TMT Predictions 2025.</li><li>European Chips Skills Academy &amp; DECISION Etudes &amp; Conseil (2025). Skills Strategy Report 2024.</li><li>McKinsey &amp; Company (2025). Silicon squeeze: AI&#8217;s impact on the semiconductor industry.</li><li>McKinsey &amp; Company (2025). McKinsey Technology Trends Outlook 2025.</li><li>Oxford Economics (2025). US–China standoff: Sanctions and supply chain risks. Research Briefing – Global.</li><li>Semiconductor Industry Association. (Comunicato, 4 agosto 2025). Global Semiconductor Sales Increase 7.8% from Q1 to Q2; Month-to-Month Sales Tick Up 1.5% in June.</li><li>Semiconductor Industry Association e Oxford Economics (2023). Chipping Away: Assessing and Addressing the Labor Market Gap Facing the U.S. Semiconductor Industry.</li><li>World Semiconductor Trade Statistics (Comunicato, 5 agosto 2025). Global Semiconductor Market show continued growth in Q2 2025.</li></ul>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> I chip 3D sono dispositivi semiconduttori che utilizzano l&#8217;impilamento verticale di più circuiti integrati (IC) per ottenere prestazioni, densità e funzionalità migliorate. A differenza dei tradizionali chip 2D, che sono disposti uno accanto all&#8217;altro su un singolo piano, i chip 3D sfruttano la tecnologia through-silicon via (TSV) per impilare gli IC verticalmente, creando una struttura tridimensionale.</p>



<p><a id="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> Il mercato mostra caratteristiche oligopolistiche, poiché SK Hynix, Samsung e Micron forniscono complessivamente oltre il 95% della produzione globale. SK Hynix ha mantenuto la leadership grazie all&#8217;investimento iniziale nella tecnologia <em>Through-Silicon Via</em> (TSV) che rende possibile l’impilatura verticale dei chip di memoria, e ai contratti mono-fornitore con NVIDIA per le memorie HBM3E. Samsung sta concentrando i suoi sforzi sulla prossima generazione di memorie, l&#8217;HBM4, con lo scopo di produrre i primi campioni da inviare ai clienti per i test e la co-progettazione. Micron ha accelerato la crescita delle sue quote di mercato abbinando la sua HBM36E da 36 GB alla GPU MI350 di AMD, progettato per competere direttamente con le GPU Blackwell di NVIDIA. <a href="https://www.mordorintelligence.it/industry-reports/high-bandwidth-memory-market" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.mordorintelligence.it/industry-reports/high-bandwidth-memory-market</a>).</p>



<p><a id="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Se si osservano i <em>lead times</em> specifici per le diverse tipologie di semiconduttori, i tempi per molti componenti standard si sono normalizzati, ma persistono tensioni per i chip legati all&#8217;IA (HBM, GPU avanzate, FPGA), con <em>lead time</em> estremamente lunghi e prezzi in aumento. <a href="https://sourceability.com/post/q2-2025-electronic-component-lead-time-report" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://sourceability.com/post/q2-2025-electronic-component-lead-time-report</a></p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> L&#8217;importanza strategica di questa fase è testimoniata da investimenti mirati, come quello della società di Singapore Silicon Box che ha annunciato la costruzione di un impianto di packaging avanzato in Italia.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> La crescente importanza di questi materiali è confermata da investimenti su larga scala, come quello di Infineon, che sta realizzando a Kulim, in Malesia, un impianto da 5 miliardi di euro per la produzione di chip in SiC su wafer da 200mm.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> CUDA è un acronimo di <em>Compute Unified Device Architecture</em>, riguarda un&#8217;architettura hardware per l&#8217;elaborazione parallela creata da NVIDIA.</p>



<p><a id="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> <a href="https://my.idc.com/getdoc.jsp?containerId=US52212025#:~:text=The%20OSAT%20segment%2C%20represented%20by%20ASE%2C%20Amkor%2C,2025%20and%20to%20grow%2042%25%20by%202029" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://my.idc.com/getdoc.jsp?containerId=US52212025#:~:text=The%20OSAT%20segment%2C%20represented%20by%20ASE%2C%20Amkor%2C,2025%20and%20to%20grow%2042%25%20by%202029</a>.</p>



<p><a id="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> <a href="https://www.techi.com/qualcomm-stock-dividend-safe-investment/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.techi.com/qualcomm-stock-dividend-safe-investment/</a></p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Secondo una recente analisi di Oxford Economics, il segmento IA è rappresentato in prevalenza dalla domanda americana; questa dinamica da un lato spinge la crescita globale del settore, ma dall&#8217;altro la rende dipendente dalle decisioni di investimento e dalle politiche interne di un singolo paese. Oxford Economics, <em>AI investment is giving the US an edge – can it last</em>?; Research Briefing – Global, settembre 2025.</p>



<p><a id="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> NVIDIA Announces Financial Results for Fourth Quarter and Fiscal 2025. <a href="https://nvidianews.nvidia.com/news/nvidia-announces-financial-results-for-fourth-quarter-and-fiscal-2025" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://nvidianews.nvidia.com/news/nvidia-announces-financial-results-for-fourth-quarter-and-fiscal-2025</a></p>



<p><a id="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> <a href="https://www.elettronicaemercati.it/il-mercato-dei-chip-di-memoria-cresce-oltre-le-aspettative-trainato-da-hbm-e-ai-con-vendite-che-raggiungeranno-i-200-miliardi-di-dollari-nel-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.elettronicaemercati.it/il-mercato-dei-chip-di-memoria-cresce-oltre-le-aspettative-trainato-da-hbm-e-ai-con-vendite-che-raggiungeranno-i-200-miliardi-di-dollari-nel-2025/</a></p>



<p><a id="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> <a href="https://www.eenewseurope.com/en/ai-demand-is-driving-market-uncertainty-lies-ahead-says-semi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.eenewseurope.com/en/ai-demand-is-driving-market-uncertainty-lies-ahead-says-semi/</a></p>



<p><a id="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> <a href="https://www.elettronicaemercati.it/il-mercato-dei-processori-raggiungera-un-valore-di-mezzo-trilione-di-dollari-entro-il-2030-spinto-dai-chip-per-lai/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.elettronicaemercati.it/il-mercato-dei-processori-raggiungera-un-valore-di-mezzo-trilione-di-dollari-entro-il-2030-spinto-dai-chip-per-lai/</a></p>



<p><a id="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> <a href="https://www.manufacturingdive.com/news/texas-instruments-Q2-earnings-Q3-outlook-stirs-confusion-weak-demand-semiconductor-cycle/753809/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.manufacturingdive.com/news/texas-instruments-Q2-earnings-Q3-outlook-stirs-confusion-weak-demand-semiconductor-cycle/753809/</a></p>



<p><a id="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> <a href="https://www.analog.com/en/newsroom/press-releases/2025/5-22-25-adi-reports-fiscal-2nd-qtr-2025-financial-results.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.analog.com/en/newsroom/press-releases/2025/5-22-25-adi-reports-fiscal-2nd-qtr-2025-financial-results.html</a>&nbsp;</p>



<p><a id="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> <a href="https://sourceability.com/post/q2-2025-electronic-component-lead-time-report" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://sourceability.com/post/q2-2025-electronic-component-lead-time-report</a></p>



<p><a href="#_ftnref17" id="_ftn17">[17]</a> Secondo una recente analisi di Oxford Economics questo sforzo di <em>reshoring</em> potrebbe però essere complicato dalle future politiche commerciali.</p>



<p><a id="_ftn18" href="#_ftnref18"><sup>[18]</sup></a> Il caso più emblematico è quello di Intel. Alla fine di agosto la Casa Bianca ha annunciato la conversione di 8,9 miliardi di dollari di sovvenzioni concesse nell’ambito del CHIPS Act in una partecipazione azionaria del 9,9%. La nuova strategia industriale americana combina dazi, partecipazioni azionarie e riallocazioni di fondi (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/chips-act-la-rivoluzione-di-trump-2-0-218603" target="_blank" rel="noreferrer noopener">CHIPS Act: la rivoluzione di Trump 2.0 | ISPI</a>).</p>



<p><a href="#_ftnref19" id="_ftn19">[19]</a> I chip con tecnologia A16 rappresentano la prossima generazione di semiconduttori ultra-avanzati, annunciata dalla fonderia taiwanese TSMC nell&#8217;aprile del 2024. La &#8220;A&#8221; sta per Angstrom, un&#8217;unità di misura ancora più piccola del nanometro (nm). La tecnologia A16 si posiziona, quindi, nella classe da 1.6 nanometri, spingendo ancora più in là i limiti della miniaturizzazione. La sua più grande innovazione non è solo la dimensione ridotta, ma un cambiamento fondamentale nel modo in cui i chip vengono alimentati.</p>



<p><a id="_ftn20" href="#_ftnref20">[20]</a> <a href="https://news.samsung.com/us/samsung-electronics-to-receive-up-to-6-4-billion-in-direct-funding-under-the-chips-and-science-act/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://news.samsung.com/us/samsung-electronics-to-receive-up-to-6-4-billion-in-direct-funding-under-the-chips-and-science-act/</a></p>



<p><a id="_ftn21" href="#_ftnref21">[21]</a> <a href="https://newsroom.intel.com/corporate/ohio-one-construction-timeline-update" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://newsroom.intel.com/corporate/ohio-one-construction-timeline-update</a></p>



<p><a id="_ftn22" href="#_ftnref22">[22]</a> <a href="https://www.reuters.com/technology/china-sets-up-475-bln-state-fund-boost-semiconductor-industry-2024-05-27/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.reuters.com/technology/china-sets-up-475-bln-state-fund-boost-semiconductor-industry-2024-05-27/</a>; <a href="https://kr-asia.com/pulses/155174" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://kr-asia.com/pulses/155174</a>; <a href="https://www.startmag.it/innovazione/cina-fondo-microchip-terza-fase/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.startmag.it/innovazione/cina-fondo-microchip-terza-fase/</a></p>



<p><a id="_ftn23" href="#_ftnref23">[23]</a> <a href="https://www.chips-ju.europa.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.chips-ju.europa.eu/</a></p>



<p><a id="_ftn24" href="#_ftnref24">[24]</a> <a href="https://www.unipv.news/notizie/nasce-leu-chips-design-platform-portale-unico-europeo-la-progettazione-avanzata-nei" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.unipv.news/notizie/nasce-leu-chips-design-platform-portale-unico-europeo-la-progettazione-avanzata-nei</a></p>



<p><a id="_ftn25" href="#_ftnref25">[25]</a> <a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/commission-launches-public-consultation-and-call-evidence-evaluation-and-review-chips-act" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/news/commission-launches-public-consultation-and-call-evidence-evaluation-and-review-chips-act</a></p>



<p><a href="#_ftnref26" id="_ftn26">[26]</a> Di recente, il Dipartimento del Commercio statunitense ha aggiunto nuove società cinesi legate allo sviluppo di IA e supercomputing alla sua <em>Entity List,</em> inasprendo ulteriormente i controlli sulle esportazioni di tecnologia avanzata.</p>



<p><a href="#_ftnref27" id="_ftn27">[27]</a> Nella produzione di semiconduttori la piena autosufficienza dei paesi è un obiettivo economicamente impraticabile e tecnicamente complesso (BCG e SIA, 2021).</p>



<p><a id="_ftn28" href="#_ftnref28">[28]</a> <a href="https://pubs.usgs.gov/periodicals/mcs2024/mcs2024.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://pubs.usgs.gov/periodicals/mcs2024/mcs2024.pdf</a></p>



<p><a id="_ftn29" href="#_ftnref29">[29]</a> <a href="https://www.theguardian.com/world/2024/dec/04/us-china-microchips-export-bans-gallium-germanium" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.theguardian.com/world/2024/dec/04/us-china-microchips-export-bans-gallium-germanium</a></p>
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		<title>Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/guglielmo-forges-davanzati/">Guglielmo Forges Davanzati</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Nov 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Il pensiero economico]]></category>
		<category><![CDATA[social and political notes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, leggi economiche e guerre (Mondadori, Milano, 2025) Stefano Lucarelli adotta un’originale chiave interpretativa per dar conto delle guerre in corso, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel libro <em>Il tempo di Ares. Politiche internazionali, leggi economiche e guerre</em> (Mondadori, Milano, 2025) Stefano Lucarelli adotta un’originale chiave interpretativa per dar conto delle guerre in corso, sintetizzata in questi termini: “l’evidenza scientifica support[a] una «legge» di tendenza verso la centralizzazione del capitale che distrugge la democrazia e fomenta la guerra. Man mano che i mercati internazionali si aprono, la concorrenza fra capitali conduce ad un esito molto diverso da ciò che viene auspicato dai modelli teorici mainstream: la proprietà azionaria parcellizzata e diffusa viene sottoposta al controllo di fatto di pochi. Questo esito si accompagna ad una tendenza protezionistica da parte degli Stati Uniti, il Paese che più subisce i tentativi di controllo dei capitali provenienti da chi ha maturato maggiori surplus commerciali. Ed è il dragone cinese a essere divenuto il grande creditore degli Stati Uniti”.</p>



<p>Questa chiave interpretativa è in larga misura assente nella letteratura economica contemporanea e può farsi risalire – oltre che ovviamente a Marx – a Hilferding e, più di recente, al volume <em>Monopoly capital</em> di Baran e Sweezy del 1966. È noto, a riguardo, il passaggio di Marx – nel capitolo 25 del volume 1 del <em>Capitale &#8211; </em>che qui conviene riportare: “With the increasing mass of wealth which functions as capital, accumulation increases the concentration of that wealth in the hands of individual capitalists, and thereby widens the basis of production on a large scale and of the specific methods of capitalist production… It is the concentration of capitals already formed, destruction of their individual independence, expropriation of capitalist by capitalist, transformation of many small into few large capitals. This process differs from the former in this, that it only presupposes a change in the distribution of capital already to hand, and functioning… Capital grows in one place to a huge mass in a single hand, because it has in another place been lost by many. This is centralisation proper, as distinct from accumulation and concentration.”</p>



<p>La prima parte del volume è dedicata alla ricostruzione storica degli anni della guerra fredda: ricostruzione effettuata con le categorie interpretative della teoria dei giochi. Segue un resoconto del dibattito interno alla c.d. international political economy, ovvero della disciplina che studia i rapporti esistenti fra la sfera economica e la sfera politica nell’arena internazionale. Opportunamente Lucarelli si sofferma, in dettaglio, sugli antecedenti storici di questi approcci, proponendo una lettura accurata delle teorie dei mercantilisti, di Smith, di Ricardo e del marxismo sul commercio estero. Il paragrafo successivo è dedicato alla geopolitica e, a seguire, al problema dell’esistenza di leggi di movimento del capitalismo. Nella sezione successiva, l’autore mostra le fallacie del “mito illuminista” secondo il quale il libero commercio fra Paesi riduce la probabilità di conflitti armati e si sofferma sulla legge tendenziale della centralizzazione dei capitali.</p>



<p>È questo il vero e proprio nucleo analitico di questo libro ed è opportuno chiarirne il significato. Seguendo Marx, Lucarelli segnala che l’operare spontaneo del mercato produce di per sé fallimenti e operazioni di acquisizione e fusione. Queste dinamiche allontanano progressivamente il mercato dalla sua configurazione concorrenziale: si tratta della tendenza che Marx definiva “l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista”. In più, questa tendenza si associa progressivamente alla polarizzazione fra Paesi creditori e Paesi debitori. Sebbene spesso le guerre siano interpretate come eventi accidentali, secondo l’autore è proprio dal movimento verso la centralizzazione dei capitali che bisogna partire per comprenderne le cause. Lucarelli riporta ampia evidenza empirica a sostegno dell’aumento del grado di centralizzazione, sia per quanto riguarda la proprietà, sia per quanto riguarda il controllo. È interessante osservare – seguendo l’autore nel paragrafo che segue – che le imprese cinesi contribuiscono significativamente alla centralizzazione dei capitali su scala globale. Il fenomeno in atto costituisce un rilevante problema per la tenuta democratica soprattutto perché acuisce lo sbilanciamento fra Paesi in credito e Paesi in debito e, per conseguenza, crea i presupposti per protezionismo e guerre. La centralizzazione dei capitali, inoltre, oltre a essere un fenomeno di rilevanza economica, è anche un problema di carattere politico, dal momento che accentra il potere decisionale e, per questa via, indebolisce le istituzioni democratiche. L’autore suggerisce una misurazione del grado di centralizzazione basata sull’analisi delle reti complesse. In questo contesto, Lucarelli inserisce i dazi dell’amministrazione Trump, che, nella sua interpretazione, perseguono il fondamentale obiettivo di verificare quali siano i Paesi veramente amici degli Stati Uniti (e, per conseguenza, i worst offender).</p>



<p>Qui Lucarelli si discosta dall’obiettivo dichiarato del protezionismo dell’amministrazione Trump, ovvero, come ha chiarito l’economista Miran, fra i principali teorici dell’utilità dei dazi, dal fatto che i dazi sarebbero finalizzati alla re-industrializzazione del Paese e soprattutto all’aumento del gettito fiscale, in una condizione nella quale il debito pubblico in rapporto al Pil negli USA (e nel mondo) è in continuo aumento e in una condizione nella quale lo status di moneta di riserva internazionale del dollaro implica la sua rivalutazione. È probabilmente vero quanto scrive l’autore e cioè che la re-industrializzazione USA sarà un processo lento, ma questo non implica che nelle intenzioni il protezionismo risponda anche a questo obiettivo. La sezione 3 è dedicata alla libera circolazione dei capitali, che regge, secondo Lucarelli e con una tesi convincente, non sui c.d. fondamentali ma su comportamenti imitativi e gregari che rafforzano le ondate speculative. L’autore mette in evidenza il fatto che la liberalizzazione finanziaria – promossa dal Washington Consensus – è stata spesso associata al verificarsi di crisi, contrariamente all’aspettativa per la quale sarebbe stata fonte di stabilizzazione e di crescita globale. Le crisi, poi, sono strettamente associate a quella che l’autore definisce la “gestione dell’attenzione”, connessa al bombardamento mediatico.</p>



<p>Il volume tratta a seguire gli effetti delle politiche monetarie sulle crisi e si conclude con una ricostruzione della proposta keynesiana dell’International clearing union.</p>



<p>Ad avviso di chi scrive, due nessi sono probabilmente da approfondire e potrebbero essere oggetto di future ricerche:</p>



<ol type="1"><li>Il primo riguarda la relazione esistente fra centralizzazione dei capitali e stagnazione tecnologica. Esiste, come è noto, ampia evidenza empirica sul calo della produttività del lavoro negli ultimi decenni nei Paesi OCSE. Alcuni autori hanno fatto riferimento al c.d. paradosso della produttività, ovvero al fatto – messo in rilievo da Gordon (2004) – stando al quale pure a fronte dell’accelerazione dell’avanzamento tecnico, la produttività del lavoro risulta stagnante. Altri hanno proposto l’ipotesi di stagnazione secolare (cfr. Hansen, 1939; Summers, 2014a; b). Non è, quindi, sufficientemente chiaro come conciliare l’aumento dell’efficienza tecnica e organizzativa che dovrebbe derivare dalla centralizzazione dei capitali – per l’operare di economie di scala &#8211; con questi fenomeni. &nbsp;</li><li>In secondo luogo, si potrebbe approfondire la questione della diffusione geografica della centralizzazione dei capitali, per comprendere le ragioni per le quali questa è significativamente più presente in alcune aree (segnatamente gli USA) e meno in altre (p.e. l’Italia, che continua ad avere una struttura produttiva composta prevalentemente da imprese di piccole dimensioni con frammentazione dei controlli proprietari.</li></ol>



<p>In definitiva, il libro è da consigliare: accessibile anche ai non addetti ai lavori, è reso accattivante dai frequenti riferimenti alla mitologia greca.</p>



<h5>Riferimenti bibliografici</h5>



<p>Hansen,&nbsp;AH&nbsp;(1939).&nbsp;<em>Economic&nbsp;progressand&nbsp;declining&nbsp;population&nbsp;growth</em>,&nbsp;“<em>The American Economic Review”</em>, 29:&nbsp;1-15.&nbsp;</p>



<p>Gordon, R.J. (2004).&nbsp; <em>Five puzzles in the behavior of productivity, investment, and innovation</em>, “National Bureau of Economic Research”, working paper n. 10660.</p>



<p>Summers, L&nbsp;(2014a), <em>Reflections on the&nbsp;&#8216;new secular stagnation hypothesis&#8217;</em>,&nbsp;in&nbsp;C&nbsp;Teulings&nbsp;and R&nbsp;Baldwin (eds),&nbsp;<em>Secular stagnation: facts, causes and cures</em>, 27-38.&nbsp;</p>



<p>Summers, L&nbsp;(2014b), <em>US economic prospects:&nbsp;secular stagnation, hysteresis, and the zero lower bound</em>,&nbsp;<em>Business Economics</em>,&nbsp;49:&nbsp;65-73.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/il-pensiero-economico/il-tempo-di-ares-politiche-internazionali-leggi-economiche-e-guerre/">Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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		<title>Output potenziale vs piena occupazione: implicazioni per l’economia italiana di un cambio di paradigma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/davide-romaniello/">Davide Romaniello</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/antonella-stirati/">Antonella Stirati</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/output-potenziale-vs-piena-occupazione-implicazioni-per-leconomia-italiana-di-un-cambio-di-paradigma/">Output potenziale vs piena occupazione: implicazioni per l’economia italiana di un cambio di paradigma</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.economiaepolitica.it">Economia e Politica</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h5><strong>1. I</strong>ntroduzione</h5>



<p>Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita. Il lavoro riprende un articolo degli autori in corso di pubblicazione su <em>The Review of Evolutionary Political Economy</em> e si affianca al contributo di Claudia Ciccone recentemente apparso su questa rivista.</p>



<h5>2. Le nuove regole fiscali per i Paesi ad alto debito</h5>



<p>Le nuove regole fiscali dell’Unione Europea, entrate in vigore il 30 aprile 2024, prevedono che Commissione europea, governi e Consiglio europeo concordino un piano di aggiustamento strutturale della durata di 4–5 anni (estendibile a 7 in presenza di riforme e investimenti coerenti con gli obiettivi UE). Il parametro centrale sarà la crescita della <strong>spesa pubblica netta</strong>, cioè al netto di interessi sul debito, fondi UE, cofinanziamenti, misure straordinarie e variazioni cicliche dei sussidi di disoccupazione. Deviazioni superiori allo 0,3% in un anno o allo 0,6% cumulato attivano la procedura per <strong>disavanzo eccessivo</strong>, imponendo una riduzione del disavanzo dello 0,5% annuo. Inoltre, tutti i Paesi dovranno rispettare gli stessi obiettivi numerici: deficit totale massimo al 3% del PIL (e tendenziale verso l’1,5%), miglioramento del saldo primario strutturale di almeno 0,4% annuo (0,25% in caso di piano settennale) e riduzione del rapporto debito/PIL dell’1% l’anno. L’aggiustamento dovrà essere lineare e garantire, a fine periodo, un saldo primario tale da mantenere la riduzione del debito anche dopo il piano, considerando l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico.<br />Come si può comprendere da quanto sopra, queste ‘nuove’ regole sono il risultato di un compromesso e presentano aspetti contraddittori: alcuni elementi esclusi dal calcolo della spesa netta (come gli interessi) riemergono nei vincoli su deficit e debito. Inoltre, la valutazione della sostenibilità del debito (la Debt Sustainability Analysis, da qui in poi DSA) della Commissione dipende in modo cruciale da previsioni a medio-lungo termine sull’output potenziale, le cui stime e il cui ruolo nell’ambito delle regole precedenti sono state oggetto di forti critiche; e inoltre dalle stime a medio-lungo termine di inflazione e tassi di interesse, anche queste inevitabilmente incerte. Di conseguenza, le previsioni effettuate nell’ambito della DSA non possono rappresentare una base solida per regole vincolanti (cfr e.g. Heimberger, 2023, p. 15).</p>



<p>In sintesi<strong>,</strong> <em>la logica delle nuove regole è che la crescita della spesa netta debba restare sistematicamente inferiore a quella dell’output potenziale, così da assicurare un saldo primario positivo e il rispetto dei vincoli numerici sulle grandezze di bilancio</em>.</p>



<h5>3. Implicazioni di policy e natura autolesionistica delle regole fiscali</h5>



<p>Le stime dell’output potenziale, dunque, restano centrali per definire i percorsi di spesa ammessi nell’analisi di sostenibilità del debito e, come per il passato, introducono elementi di ‘prociclicità’ o, più correttamente, di ‘circolarità’ nelle politiche proposte dalla Commissione.<br />Il modello teorico che ispira le regole europee sottostima l’effetto recessivo dei tagli, limitandone l’effetto al solo breve periodo e ipotizzando un trend di lungo periodo del PIL potenziale indipendente dalle politiche fiscali restrittive, con gli effetti recessivi di queste ultime che si riassorbono entro tre anni senza lasciare cicatrici permanenti (Commissione europea, 2024; cfr. Ciccone, 2025). I meccanismi di riassorbimento, che la Commissione non illustra, richiamano, con riferimento a una parte della letteratura macroeconomica, l’idea che variazioni di salari, prezzi e tassi d’interesse siano in grado di riportare la domanda aggregata al livello di equilibrio, con meccanismi che presentano però difficoltà teoriche ed empiriche (Stirati, 2025; Heimberger et al., 2024).</p>



<p>Inoltre, questa visione “da manuale”, secondo cui le variazioni della domanda aggregata — e quindi le politiche fiscali — produrrebbero effetti solo transitori, è stata recentemente contestata dalla letteratura sull’isteresi, che ha ampiamente documentato effetti negativi <em>permanenti</em> sul livello del PIL anche nell’ambito di studi mainstream e di istituzioni internazionali (e.g. Ball e Onken, 2022; Blanchard et al., 2015; Cerra et al., 2023; Furlanetto, 2025).</p>



<p>Per l’Italia, i dati post-2008 (Figura 1) mostrano chiaramente i danni permanenti prodotti dalle recessioni 2008–09 e 2011–13, con cadute del PIL ancora non recuperate nel 2019. Al contrario, la sospensione delle regole fiscali durante la pandemia ha consentito una ripresa grazie alla possibilità di implementare politiche espansive.</p>



<p><strong><em>Figura 1.</em></strong><em> Prodotto interno lordo (PIL) in Italia: dati effettivi, proiezioni lineari e stime <strong>OCSE</strong> dell’output potenziale (scala logaritmica). Le linee tratteggiate rappresentano proiezioni lineari basate su tre diversi sottocampioni: 1980–2007, 1980–2011 e 1980–2019. Le serie dell’output potenziale per il 2011 e il 2019 provengono da <strong>AMECO</strong>, mentre la serie del 2007 è tratta dal <strong>World Economic Outlook</strong> del <strong>FMI</strong> (2007).</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="691" height="457" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image.png" alt="" class="wp-image-15293" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image.png 691w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-300x198.png 300w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></figure></div>



<p>Inoltre, va sottolineato che il consolidamento 2011–13 ha coinciso con un <em>aumento</em> del rapporto debito/PIL di circa 15 punti percentuali, rimasto elevato negli anni successivi (Figura 2), confermando che “le politiche di consolidamento di quegli anni furono controproducenti” (Fatás e Summers, 2018, p. 248, traduzione nostra).</p>



<p>Infine, la debole crescita italiana dalla metà degli anni ’90 può essere attribuita anche a un regime di “austerità permanente”: tra 1992 e 2019 l’Italia ha registrato surplus primari costanti, con una crescita della spesa pubblica molto più lenta che altrove nell’Eurozona e un aggravarsi della divergenza dalle altre grandi economie europee (Heimberger, 2025; Schuberth, 2024).</p>



<p><strong><em>Figura 2.</em></strong><em> Rapporto Debito-PIL in Italia. Le aree in grigio indicano i periodi di recessione. Fonte dati: AMECO</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="652" height="454" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-1.png" alt="" class="wp-image-15294" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-1.png 652w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-1-300x209.png 300w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure></div>



<p>Le implicazioni di policy di queste considerazioni sono rilevanti: poiché recessioni e consolidamenti lasciano cicatrici permanenti nelle economie, mentre le espansioni hanno effetti positivi persistenti (Girardi et al., 2020; Paternesi Meloni et al., 2022; Di Domenico et al., 2023), la politica macroeconomica dovrebbe puntare a mantenere l’attività su livelli elevati (Cerra et al., 2023) invece che essere orientata ciecamente al rispetto dei vincoli di bilancio.</p>



<p>Il riferimento, da parte della Commissione, a un output potenziale che viene ritenuto indipendente dalla domanda aggregata, ma di fatto non lo è, comporta il forte rischio di alimentare una circolarità recessiva in cui i vincoli alla spesa pubblica, rallentando la dinamica effettiva del PIL, determinano anche una riduzione delle stime dell’output potenziale, deficit strutturali stimati più alti e quindi la richiesta di nuove restrizioni.</p>



<p>Infine, come già menzionato, queste regole presentano il forte rischio di essere, oltre che autolesionistiche, anche controproducenti rispetto all’obiettivo di ridurre il debito/PIL. Già il Fondo Monetario Internazionale (2023, p. 73) ha sostenuto che in media i consolidamenti <em>non riducono</em> il debito. Per l’Italia, la stessa Commissione prevede che l’attuazione delle politiche proposte producano un aumento del debito/PIL fino al 2029 a causa degli effetti negativi sul denominatore, pur in un contesto di sottostima di questi ultimi. Infatti, per produrre queste stime viene utilizzato un moltiplicatore di 0,75, decisamente inferiore sia alla media delle stime internazionali (per una survey si veda Gechert, 2015) che alle stime specifiche per l’Italia (Giordano et al., 2007; Deleidi et al., 2021; Deleidi, 2022; Zezza e Guarascio, 2023). Con un moltiplicatore più plausibile (0,9) e dissipazione degli effetti negativi più dilazionata nel tempo (5 anni), l’aumento stimato del rapporto debito/PIL è molto maggiore (Heimberger et al., 2024). Inoltre, stime che abbandonano l’ipotesi di ritorno automatico all’output potenziale, assumendo invece che le politiche restrittive abbiano effetti permanenti sul, proiettano un debito vicino al 152% del PIL nel 2029 e oltre il 158% nel 2031 (Ciccone, 2025).</p>



<p>Lo scenario che si prospetta, fatto di politiche restrittive, stagnazione economica e <em>aumento</em> del rapporto debito/PIL, è evidentemente molto pericoloso e destabilizzante per l’Italia sia dal punto di vista finanziario, che economico e sociale.</p>



<p>Per queste ragioni, in questo contributo proponiamo un cambio di prospettiva: testiamo gli effetti, in termini di <strong>debito/PIL</strong> e <strong>deficit/PIL</strong>, di una politica fiscale orientata al raggiungimento di un tasso di disoccupazione ragionevolmente basso e realistico — obiettivo che, a nostro avviso, dovrebbe guidare la definizione delle regole fiscali degli Stati.</p>



<h5>4. Valutare l’impatto di una politica fiscale orientata alla bassa disoccupazione</h5>



<p>Poiché vogliamo definire un obiettivo in termini di tasso di disoccupazione, dobbiamo determinare quale crescita del PIL sia necessaria per raggiungerlo. A tal fine, stimiamo la relazione tra la variazione anno su anno del tasso di disoccupazione e il tasso di crescita del PIL reale:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="116" height="19" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-2.png" alt="" class="wp-image-15295"/></figure></div>



<p>dove <em>α</em>&nbsp;rappresenta la variazione del tasso di disoccupazione che si verificherebbe se il tasso di crescita del PIL fosse pari a zero, mentre <em>β</em>&nbsp;è il cosiddetto coefficiente di Okun e indica di quanti punti percentuali si riduce il tasso di disoccupazione per ogni aumento dell’1% del PIL.</p>



<p>In linea con gran parte della letteratura (Ball et al., 2017; Carnazza et al., 2021; Uxó et al., 2024), stimiamo una versione dinamica di tale relazione (Equazione A1, in appendice) per cogliere l’influenza della crescita del PIL reale passata sulla variazione corrente del tasso di disoccupazione. Limitiamo l’analisi a un periodo ridotto (1995-2024) per garantire che la regressione sia stimata su un arco temporale caratterizzato da tratti economici comuni. Inoltre, testiamo la presenza di break strutturali e ne identifichiamo due, nel 2012 e nel 2020. Di conseguenza, includiamo nel modello due variabili dummy, i cui coefficienti risultano significativi.</p>



<p>I nostri risultati indicano un coefficiente <em>β</em> cumulato pari a 0.225, coerente con la stima in Carnazza et al. (2021).</p>



<p>Dall’Equazione 1 possiamo ricavare il tasso di crescita necessario per ottenere la riduzione annua desiderata del tasso di disoccupazione (Equazione 2), ossia:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="103" height="39" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-9.png" alt="" class="wp-image-15304"/></figure></div>



<p>Pertanto, per una riduzione del tasso di disoccupazione di un punto percentuale all’anno e considerando i valori stimati di <em>β</em>&nbsp;e <em>α</em>, il tasso di crescita necessario risulta pari al 4,6% annuo. Fissiamo l’obiettivo di disoccupazione al 4,5%, valore pari al minimo del tasso di disoccupazione maschile raggiunto nell’ultimo decennio, in particolare nel 2007. <a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a> Benché un obiettivo del 4,5% possa apparire molto ambizioso, poiché livelli simili non si registrano da tempo, osserviamo che la definizione ufficiale di occupazione si è evoluta negli anni sino a considerare occupati anche coloro che lavorano solo un’ora a settimana, il che corre il rischio di celare fenomeni di sottoccupazione decisamente diffusi in Italia (Deleidi et al., 2024). <a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a> È inoltre importante notare che il rapporto tra disoccupati e unità di lavoro standard (ovvero l’occupazione <em>full-time equivalent</em>) è peggiorato negli ultimi anni rispetto allo stesso rapporto calcolato sugli occupati totali, principalmente a causa della stagnazione dell’occupazione a tempo pieno.</p>



<p>Per raggiungere l’obiettivo di disoccupazione al 4,5% entro il 2029 e considerando il livello effettivo nel primo trimestre del 2024 pari al 6,8%, &nbsp;la riduzione annua richiesta del tasso di disoccupazione è di 0,46 punti percentuali ottenibile a patto di avere un tasso di crescita del PIL reale pari al 2,6% annuo. Il target del 4,5% è inferiore al livello previsto dallo scenario di politica macroeconomica presentato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF, 2024, p. 43) per il 2029 (6,3%) ed è evidentemente più basso di quello stimato dal FMI (Fiscal Monitor, aprile 2024) per il periodo 2024–2029 (8,3%). Allo stesso tempo, anche il tasso di crescita del PIL reale richiesto è superiore a quello atteso dalle istituzioni che fluttua attorno a valori compresi tra 0 e 1, sia nello scenario della Commissione Europea che per il MEF.</p>



<p>Passiamo quindi a determinare l’incremento necessario della spesa pubblica ( <em>G</em> ) per ottenere il tasso di crescita obiettivo. Poiché la crescita economica non è trainata esclusivamente dalla spesa pubblica, iniziamo sottraendo dal tasso di crescita necessario a raggiungere l’obiettivo i contributi delle altre componenti della domanda aggregata. La parte restante, calcolata come residuo, rappresenterà la quota di crescita che deve essere sostenuta dalla spesa pubblica.</p>



<p>Facendo riferimento al modello di crescita del supermoltiplicatore sraffiano (Serrano, 1995; Cesaratto et al., 2003), consideriamo come motori della crescita di lungo periodo soltanto le componenti autonome della domanda aggregata che <strong>non</strong> creano capacità produttiva — vale a dire esportazioni, investimenti autonomi e consumi autonomi. In linea con la metodologia proposta da Girardi e Pariboni (2016) ed estesa da Spinato Morlin et al. (2024), definiamo gli investimenti autonomi come investimento residenziale, mentre per i consumi autonomi si farà riferimento al credito al consumo (per i dettagli circa le modalità di calcolo si veda l’Appendice). Al fine di calcolare i contributi alla crescita del prodotto forniti da queste componenti, consideriamo le previsioni di crescita fornite dal MEF nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine 2025–2029. <a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Queste proiezioni ci consentono di isolare la componente residua di crescita, che dovrebbe essere colmata dalla spesa pubblica. In altri termini, tale residuo individua la quota di crescita del PIL che deve essere sostenuta dalla politica fiscale</p>



<p>Una volta calcolato il tasso di crescita che deve essere indotto dalla spesa pubblica, determiniamo l’ammontare totale della spesa pubblica e la sua quota sul PIL applicando l’aritmetica del moltiplicatore fiscale, come descritto nell’Equazione 3.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="109" height="36" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-3.png" alt="" class="wp-image-15296"/></figure></div>



<p>Successivamente, utilizzando i livelli previsti del PIL nominale, stimiamo le entrate pubbliche totali applicando il rapporto entrate/PIL del dataset AMECO fino al 2026, anno in cui raggiunge il 47,9% e assumiamo che tale rapporto rimanga costante negli anni successivi. Inoltre, per analizzare l’evoluzione del debito pubblico, consideriamo due scenari di tasso d’interesse: uno basato sul <em>country-specific guidance calculation sheet</em> che accompagna il Debt Sustainability Monitor 2023 (European Commission, 2024), e l’altro allineato con il quadro di politica macroeconomica concordato congiuntamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Commissione Europea (MEF, 2024).</p>



<h5>5. Diversi scenari di politica fiscale espansiva</h5>



<p>Come primo scenario, considereremo una politica orientata al nostro obiettivo di disoccupazione e adottiamo un approccio prudente, facendo riferimento ai valori del moltiplicatore fiscale della Commissione Europea pari a 0,75. Successivamente, considereremo uno scenario con moltiplicatore pari a 1, seguito da un terzo scenario che utilizza un moltiplicatore più elevato, pari a 1,409, come stimato da Deleidi et al. (2021). Confronteremo, quindi, i nostri calcoli con lo scenario di aggiustamento proiettato dalla Commissione Europea nel Debt Sustainability Monitor 2023. <a id="_ftnref4" href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a> In tutti gli scenari, a differenza delle previsioni della Commissione Europea e in coerenza con la letteratura scientifica, non assumiamo alcun meccanismo automatico di convergenza del PIL effettivo verso il PIL potenziale, e assumiamo quindi che variazioni persistenti del livello di spesa pubblica generano variazioni persistenti del livello di PIL, di entità dipendente dal moltiplicatore fiscale, mentre i dati e le previsioni della Commissione sulle altre variabili rilevanti sono mantenuti costanti.</p>



<p>Il tasso di crescita del PIL reale previsto nel nostro scenario, fissato al 2,6% annuo tra il 2024 e il 2029, supera significativamente le stime fornite dalla Commissione Europea (CE) e anche quelle attese dal Ministero dell’Economia italiano. L’evoluzione della spesa pubblica, combinata con l’assunzione di una quota costante delle entrate governative e una crescita del PIL più elevata, si traduce in un miglioramento progressivo del saldo netto della Pubblica Amministrazione in percentuale del PIL. Come riportato nella Tabella 2, entro il 2029 le nostre proiezioni indicano un disavanzo pari a -2,7%, più favorevole rispetto alla stima della CE pari a -3,5%.</p>



<p><strong>Tabella 2. Disavanzo pubblico netto totale, % del PIL. Diversi scenari</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="903" height="222" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-4.png" alt="" class="wp-image-15298" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-4.png 903w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-4-300x74.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-4-768x189.png 768w" sizes="(max-width: 903px) 100vw, 903px" /><figcaption><em>La prima riga riporta il rapporto Deficit (totale)/PIL proiettato dalla Commissione Europea, come presentato nel <strong>Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine</strong> (MEF, 2024, p. 22). Le righe 2–4 mostrano i rapporti Deficit/PIL ottenuti dalle nostre simulazioni, basate su differenti ipotesi di moltiplicatore fiscale.</em></figcaption></figure></div>



<p>La <strong>Figura 3</strong> illustra l’evoluzione del rapporto Debito-PIL. Nel complesso, le nostre simulazioni mostrano traiettorie più accentuate rispetto alle previsioni della Commissione Europea. Tuttavia, questi risultati sono altamente sensibili al valore assunto per il moltiplicatore fiscale. In particolare, utilizzare un moltiplicatore inferiore a 1 tende a sottostimare gli effetti negativi delle politiche di austerità, sovrastimando al tempo stesso l’ammontare di spesa pubblica necessario per raggiungere un dato obiettivo di crescita. Nel primo scenario, con il moltiplicatore fissato a 0,75, adottando le previsioni sui tassi d’interesse del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), il rapporto debito/PIL raggiunge il 151,8% nel 2029, rispetto alla proiezione della CE pari al 139,7%. Sotto le ipotesi più pessimistiche del Debt Sustainability Monitor (DSM) sui tassi d’interesse, il rapporto sale al 153,8%. La contrazione dei disavanzi pubblici sul PIL al di sotto di quanto previsto dalla Commissione, anche in questo scenario, suggerisce tuttavia che la traiettoria del debito tenderebbe a scendere su orizzonti più lunghi. Si noti, in ogni caso, che i risultati ottenuti nelle proiezioni della Commissione dipendono in modo cruciale dall’assunzione di “dissipazione” degli effetti negativi del consolidamento sul PIL. A parità di politica restrittiva, ma senza tale assunzione, il rapporto debito/PIL aumenterebbe, probabilmente oltre quanto proiettato nel nostro scenario espansivo (cfr. Ciccone, 2025).</p>



<p><strong><em>Figura 3.</em></strong><em> Debito pubblico lordo in percentuale del PIL. Previsioni della Commissione Europea a confronto con le nostre proiezioni basate sulle tre ipotesi di moltiplicatore fiscale.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" width="1006" height="600" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-5.png" alt="" class="wp-image-15299" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-5.png 1006w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-5-300x179.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-5-768x458.png 768w" sizes="(max-width: 1006px) 100vw, 1006px" /><figcaption><em>La linea nera rappresenta lo scenario di aggiustamento della Commissione Europea. La linea blu corrisponde alla nostra simulazione con un moltiplicatore fiscale di 0,75, coerente con l’assunzione della Commissione; la linea arancione riflette uno scenario con moltiplicatore pari a 1; la linea viola si basa su un moltiplicatore keynesiano pari a 1,409. Ciascuno scenario è simulato sotto due ipotesi sui tassi d’interesse: le linee continue si riferiscono alle proiezioni della Commissione (DSM), mentre le linee tratteggiate riflettono le previsioni del MEF. Le fonti dei dati sono dettagliate in appendice.</em></figcaption></figure>



<p>L’aumento del valore del moltiplicatore fiscale introduce cambiamenti degni di nota sia negli esiti sul disavanzo sia su quelli sul debito. Con un moltiplicatore pari a 1, come adottato dal MEF nella <em>Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF) 2017,</em> il saldo netto della Pubblica Amministrazione in percentuale del PIL migliora chiaramente entro il 2029. In questo scenario, il rapporto debito/PIL raggiunge il 143% con le ipotesi sui tassi d’interesse del MEF e il 146% sotto le proiezioni DSM (si vedano le linee arancioni in Figura 8). Benché leggermente superiore alla stima della CE, la traiettoria rimane stabile e non esplosiva, mostrando una tendenza al ribasso via via che si dispiegano gli effetti della crescita più elevata.</p>



<p>Infine, adottando il moltiplicatore fiscale medio per l’Italia stimato da Deleidi et al. (2021) a 1,409, i risultati migliorano ulteriormente. Il fabbisogno di spesa pubblica elevata si riduce progressivamente, con la spesa pubblica in rapporto al PIL che scende al 46,6% entro il 2029. Nel frattempo, il saldo netto del settore pubblico passa in avanzo già nel 2028. Come mostrato dalle linee viola in Figura 8, il rapporto debito/PIL si allinea da vicino alla stima ufficiale della CE quando si utilizzano le medesime ipotesi sui tassi d’interesse (139,37% nel 2029) e scende ancora di più al 137,46% nello scenario MEF. Questi risultati confermano che — oltre al valore del moltiplicatore fiscale — l’evoluzione del rapporto debito/PIL è determinata in misura significativa dalla politica monetaria e dalla dinamica dei tassi d’interesse, in linea con le Previsioni Economiche della Commissione Europea (2024).</p>



<h5>6. Conclusioni</h5>



<p>Abbiamo discusso delle carenze delle “nuove” regole europee sia in generale sia per l’economia italiana, mettendo in luce le assunzioni irrealistiche che sottostanno a tali regole, e come queste rischino di portare l’Italia in una pericolosa situazione di stagnazione-recessione accompagnata da un <em>peggioramento</em> del rapporto debito/PIL. Alla luce di ciò, questo lavoro stima le implicazioni fiscali di una politica volta a conseguire un tasso di disoccupazione basso e pari al 4,5%, un traguardo realistico ma ambizioso che richiede una crescita del PIL del 2,6% annuo nel periodo 2024–2029. Per sottolineare l’importanza di politiche fiscali e monetarie espansive, sono stati esplorati diversi scenari, adottando per quanto possibile i dati e le ipotesi contenuti nelle previsioni della Commissione Europea e del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Tuttavia, a differenza di queste istituzioni e in coerenza con la letteratura scientifica, gli effetti delle variazioni della spesa pubblica sul PIL sono stati considerati permanenti. Utilizzando il moltiplicatore fiscale suggerito dalla Commissione Europea (0,75), il rapporto disavanzo/PIL diminuisce più che nello scenario di politica della Commissione, ma il rapporto debito/PIL nel 2029 supera il livello proiettato dalla Commissione Europea e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine 2025–2029, che tuttavia sono calcolati sotto l’ipotesi non supportata e irrealistica di rapida dissipazione degli effetti negativi del consolidamento. L’adozione di moltiplicatori fiscali più elevati — pari e superiori a 1, come suggerito da risultati della letteratura accademica e istituzionale — produce esiti diversi. Tra questi, oltre a un tasso di disoccupazione sostanzialmente inferiore rispetto alle previsioni istituzionali, è importante sottolineare come si ottenga un rapporto debito/PIL che diminuisce alla fine del periodo e, in particolare nello scenario “keynesiano”, scende vicino o al di sotto delle proiezioni ufficiali basate su politiche macroeconomiche restrittive.</p>



<p>Questi risultati sono coerenti con diversi filoni di letteratura che evidenziano come le politiche fiscali restrittive possano avere effetti perversi sul rapporto debito/PIL (Ciccone, 2013; Fatás e Summers, 2018; Ciaffi et al., 2019; Heimberger et al., 2024) e come le politiche fiscali espansive possano rafforzare la sostenibilità del debito (Ciaffi et al., 2024; Uxó et al., 2024). Naturalmente, vi è un certo grado di incertezza che circonda tutte le previsioni, così come le stime dei moltiplicatori. I nostri esercizi di simulazione contribuiscono, tra l’altro, a mostrare la sensibilità delle proiezioni a ipotesi alternative. Tuttavia, l’elevato numero di studi che indicano come dai consolidamenti fiscali possano derivare “cicatrici permanenti” suggerisce che, nel dubbio, è preferibile errare nella direzione opposta, ossia verso l’espansione. Ciò in contrasto con quanto invece sta accadendo: nel documento programmatico di bilancio del 2026, il Ministero dell’economia prevede una crescita media della spesa pubblica netta nel triennio 2026-28 inferiore alla crescita prevista dei prezzi, e dunque negativa in termini reali.</p>



<p>Una politica incentrata sulla riduzione del tasso di disoccupazione avrebbe chiari benefici economici e sociali, producendo effetti non catastrofici, e probabilmente virtuosi nel medio periodo, sul bilancio pubblico. Un percorso di questo tipo dovrebbe quindi essere preso seriamente in considerazione dai governi e dai regolatori europei, alla luce dei molteplici rischi — non solo economici, ma anche sociali, politici e finanziari — associati al perseguimento della dolorosa, verosimilmente infruttuosa e autolesionistica politica di restrizioni fiscali mirate alla riduzione del rapporto debito/PIL.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Appendice</h5>



<p><strong>La relazione tra crescita e tasso di disoccupazione</strong></p>



<p>L’Equazione A1 rappresenta la stima della versione dinamica della relazione tra crescita del PIL e disoccupazione (legge di Okun), i cui risultati sono riportati in Tabella 1:</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="460" height="19" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-8.png" alt="" class="wp-image-15302" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-8.png 460w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-8-300x12.png 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></figure></div>



<p><strong>Tabella 1. Stima della relazione tra crescita e tasso di disoccupazione</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="919" height="272" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-7.png" alt="" class="wp-image-15301" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-7.png 919w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-7-300x89.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-7-768x227.png 768w" sizes="(max-width: 919px) 100vw, 919px" /></figure></div>



<p><strong>La scomposizione della crescita</strong></p>



<p>La nostra scomposizione della crescita &#8211; mostrata nell’Equazione (A2) &#8211; segue la formulazione sviluppata da Freitas e Dweck (2013) e da Spinato Morlin et al. (2024):</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="375" height="55" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-6.png" alt="" class="wp-image-15300" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-6.png 375w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/11/image-6-300x44.png 300w" sizes="(max-width: 375px) 100vw, 375px" /></figure></div>



<p>Qui <em>g</em>&nbsp;è il tasso di crescita del PIL reale, <em>α</em>&nbsp;rappresenta il (super)moltiplicatore, mentre <em>g<sub>HI</sub></em>, <em>g<sub>X</sub></em>, <em>g<sub>CC</sub></em> &nbsp;si riferiscono ai tassi di crescita attesi di investimenti autonomi, esportazioni e consumi autonomi, rispettivamente, ponderati per la quota di ciascuna componente della domanda (in termini reali) sul PIL reale (Y). Questa metodologia fornisce una stima meno favorevole del fabbisogno di contributo della spesa pubblica rispetto alla scomposizione convenzionale della crescita. Quest’ultima, infatti, considera il contributo alla crescita di tutte le componenti della domanda aggregata, riducendo così il ruolo attribuito alla spesa pubblica.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Pur essendo una scelta a suo modo discrezionale, diverse considerazioni motivano questo target: in primo luogo, a quel tasso di disoccupazione l’economia non dava segni di surriscaldamento e inflazione e, dato il peso della forza lavoro maschile nel mercato del lavoro e un certo grado di segmentazione di genere, possiamo ipotizzare che non sarebbe inflazionistico estendere quel tasso all’intero mercato del lavoro. In secondo luogo, affinché il nostro esercizio sia significativo nel mostrare l’andamento delle variabili fiscali sotto politiche alternative, il target deve essere significativamente inferiore rispetto alla disoccupazione attuale e implicare un cambiamento rilevante dell’orientamento di policy.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Nonostante ciò, per garantire la comparabilità con i dati della Commissione Europea, abbiamo deciso di continuare a bassarci sul tasso di disoccupazione standard piuttosto che su indicatori alternativi come la misura U6, che include disoccupati, sottoccupati e forze di lavoro potenziali. Si consideri, tuttavia, che il tasso di disoccupazione U6 per l’Italia si aggira intorno al 20%, in diminuzione rispetto agli anni precedenti ma un valore decisamente elevato (per un approfondimento si veda il Rapporto Astril 2022 curato da Levrero et al., 2023)</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> In particolare, adottiamo i tassi di crescita previsti dal MEF per le esportazioni. Per consumi autonomi e investimenti autonomi applichiamo rispettivamente le proiezioni del MEF per i consumi finali privati e per gli investimenti privati. Siamo consapevoli che utilizzare le previsioni del MEF sul tasso di crescita dei consumi finali privati per stimare i consumi autonomi, e le sue previsioni sugli investimenti privati per stimare gli investimenti autonomi, possa apparire una forte semplificazione. Tuttavia, il nostro obiettivo principale è isolare il contributo alla crescita imputabile a queste componenti, così da calcolare il residuo attribuibile alla spesa pubblica. Considerati i limiti dei dati disponibili e l’intenzione di minimizzare ulteriori ipotesi, abbiamo scelto, ove possibile, di affidarci a previsioni istituzionali.</p>



<p>Per quanto riguarda gli investimenti privati, questo approccio è ampiamente coerente con le tendenze storiche: tra il 2000 e il 2012 i tassi di crescita degli investimenti privati e di quelli residenziali si sono mossi in stretta correlazione. Quanto ai consumi autonomi, riteniamo la scelta conservativa. I dati Eurostat mostrano che la crescita dei consumi durevoli delle famiglie ha tipicamente superato quella dei consumi finali privati complessivi. Pertanto, usare questi ultimi come proxy dei consumi finanziati a credito fornisce una stima prudente e conservativa.</p>



<p><a id="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> Prendiamo a riferimento le previsioni e indicazioni della Commissione, e non il piano di aggiustamento poi concordato con il governo. Ai nostri scopi questo è sufficiente ad analizzare le differenze di scenario che emergono. Si consideri inoltre che il MEF ha adottato una stima del moltiplicatore fiscale inferiore a quella della Commissione, cosicché le previsioni sono probabilmente ancora più irrealistiche nello stimare l’impatto negativo del consolidamento.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h5>Bibliografia</h5>



<p>Ball, L., &amp; Onken, J. (2022). Hysteresis in unemployment: Evidence from OECD estimates of the natural rate.&nbsp;<em>International Finance</em>,<em>&nbsp;</em><em>25</em>(3), 268-284.</p>



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		<title>Il Piano del mare e le Isole minori. Qualche proposta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/luigi-sica/">Luigi Sica</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le Isole marittime minori italiane sono territori meravigliosi, mete di flussi turistici che portano grande ricchezza me che rischiano di creare forti divaricazioni sociali ed economiche e meccanismi di espulsione per i residenti. La sensibilità per questi problemi negli ultimi anni è andata crescendo, il Piano del mare può rappresentare uno strumento per coordinare alcune possibili soluzioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le Isole marittime minori italiane sono territori meravigliosi, mete di flussi turistici che portano grande ricchezza me che rischiano di creare forti divaricazioni sociali ed economiche e meccanismi di espulsione per i residenti. La sensibilità per questi problemi negli ultimi anni è andata crescendo, il Piano del mare può rappresentare uno strumento per coordinare alcune possibili soluzioni.</p>



<p>Nel mese di giugno del 2025 il Comitato Interministeriale per le politiche del Mare (CIPOM) ha avviato le consultazioni pubbliche per la stesura del Piano del mare per il triennio 2026 &#8211; 2028 e nei prossimi mesi procederà all’audizione di una serie di soggetti tecnicamente o politicamente qualificati, portatori di conoscenze o di interessi pubblici connessi al governo della risorsa marina<a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.</p>



<p>Questo documento di programmazione strategica costituisce un punto di raccordo e di razionalizzazione delle politiche pubbliche sul tema. Per avere un’idea sommaria dell’ampiezza delle politiche coordinate e messe a sistema in quella sede basti scorrere l’indice del precedente Piano, il primo ad essere approvato, quello per il triennio 2023 – 2025: spazi marittimi, rotte commerciali, porti, energia, transizione ecologica, pesca e acquicoltura, cantieristica, lavoro marittimo, risorse geologiche, turismo, cooperazione internazionale, sicurezza, cambiamento climatico. Tra i temi trattati dal documento nel precedente triennio compare anche un riferimento al “sistema delle Isole minori”.</p>



<p>Il sistema delle Isole minori marittime italiane, nel suo complesso, sta sperimentando in questi anni una riconsiderazione d’insieme, valorizzata, in apice, dall’inserimento dell’obiettivo di rimuovere gli svantaggi dell’insularità nel sesto comma dell’articolo 119 della Costituzione. A questa riforma dal grande impatto simbolico si accompagna un’attenzione di settore che prende avvio dall’inserimento del complesso dei 35 comuni Situati sulle Isole minori italiane<a id="_ftnref2" href="#_ftn2"><sup>[2]</sup></a> nella Strategia nazionale per le aree interne, in particolare nell’individuazione di essi come settantatreesima Area interna<a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a>.</p>



<p>Per il Dipartimento per le politiche di coesione e per il sud i Comuni che insistono interamente sulle Isole minori sono classificati tutti come periferici o ultraperiferici<a id="_ftnref4" href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>, lontani o molto lontani dai Poli di fornitura dei servizi e quindi, da questo punto di vista, svantaggiati rispetto ad altre aree del paese nel godimento di diritti.</p>



<p>Le Isole minori tuttavia, rispetto alle altre aree interne vivono non solo gli effetti depressivi della lontananza dai Poli, ma vivono anche effetti derivanti dalla pressione antropica dei flussi turistici sui loro territori, piccoli, spesso splendidi e geologicamente e paesagisticamente fragili. Le Isole minori presentano, in effetti, una innegabile vocazione turistica, connessa al fatto di rappresentare alcuni dei luoghi più iconici del Mediterraneo: molto spesso questo le colloca in un settore del turismo di lusso e in ogni caso la loro economia rischia di virare prepotentemente verso modelli di “monocultura turistica”. Questa caratterizzazione, a sua volta, esacerba le differenze sociali tra coloro tra gli abitanti che direttamente o indirettamente vivono di turismo e coloro i quali rischiano di venire travolti dall’aumento dei prezzi di beni e servizi connesso all’implementazione dei flussi. L’insieme di questi fenomeni genera dinamiche espulsive ai danni della popolazione storicamente residente e specifiche difficoltà a lavorare sull’isola per soggetti, non impiegati nell’economia turistica, che avrebbero, invece, interesse a trasferirvisi dal continente.</p>



<p>La seconda questione che viene in rilievo in questa sede, è che le Isole minori sono “Aree interne in messo al mare”: banalmente i trasferimenti da e per l’isola, sono mediati dall’attività delle compagnie di trasporto marittimo. Ciò significa, come facilmente intuibile, che gli spostamenti non sono mai autonomi e che sono sempre legati nel <em>come</em>, nel <em>quando</em> e spesso anche nel <em>se</em> dalle condizioni metereologiche e dai piani orari delle compagnie. Questo fenomeno, ovvio, rende impossibile la gravitazione dei territori insulari nei bacini di quelle metropoli reticolari che attraverso i sistemi di pendolarismo stanno plasmando il volto dei sistemi urbani.</p>



<p>L’effetto diretto di questi due fenomeni si traduce in una difficoltà precipua dell’<em>abitare le isole</em>.</p>



<p>Si affronteranno qui di seguito alcuni aspetti di questa questione che possono trovare nella discussione sulla stesura del Piano del mare per il triennio 2026 &#8211; 2028 proposte e soluzioni.</p>



<p>La prima sfida dell’abitare riguarda la questione-casa. Come si diceva in precedenza lo spazio dell’Isola è uno spazio limitato e fragile e oggi le piattaforme di <em>hosting</em> permettono una pervasività sia della domanda che dell’offerta di immobili in locazione turistica tale da massimizzare le potenzialità estrattive del capitale. L’aumento del <em>rent gap</em> tra locazioni turistiche e locazioni residenziali fa scivolare sempre più immobili verso il primo dei due termini, ciò comporta, di conseguenza, un complessivo aumento dei costi dell’abitare e in particolare delle locazioni anche residenziali. In questo senso, le isole minori rappresentano un laboratorio del conflitto fra il diritto costituzionale all’abitare<a id="_ftnref5" href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a> e la pressione turistica, in cui la scarsità del bene casa non riesce a soddisfare la domanda di abitazione stabile<a id="_ftnref6" href="#_ftn6"><sup>[6]</sup></a>.</p>



<p>I territori dei Comuni italiani totalmente insulari presentano canoni di locazione immobiliari mediamente molto alti. Questa intuizione può essere facilmente confermata dall’analisi dei dati dell’osservatorio per il Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate. Prendendo come riferimento l’elaborazione dello studio annuale sulla “Territorializzazione dei livelli dei canoni di locazione”<a id="_ftnref7" href="#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>, si evince che tra i sette comuni italiani in cui i canoni di locazione sono più alti, ben quattro risultano essere isolani (3° Capri, 5° Ponza, 6° Anacapri, 7° Ventotene). Su 33 Comuni interamente isolani, 12 si collocano nel primo percentile della distribuzione totale dei 7.900 Comuni italiani; 26 nei primi 5 percentili. Tutti i Comuni isolani presentano un livello dei Canoni di locazione che è più alto di quello della rispettiva media provinciale; 26 Comuni su 33 (il 78,8%) hanno valori che sono più alti di quelli del proprio capoluogo di Provincia, che molto spesso è uno dei Poli di erogazione di servizi attorno ai quali i Comuni gravitano; in 20 Comuni su 33 (il 60,6%) i valori di riferimento sono uguali o superiori anche a quelli del relativo Capoluogo di Regione.</p>



<p>Appare chiaro come ci sia bisogno nelle Isole minori italiane di una seria politica per le locazioni. Innanzitutto c’è la necessità di a regolamentare gli affitti brevi, immaginando mezzi di contrasto al passaggio di immobili dal mercato delle locazioni residenziali a quello delle locazioni turistiche.</p>



<p>In secondo luogo c’è da immaginare, anche con gli strumenti normativi già in campo, una politica per le locazioni più generale. Negli ultimi decenni, dopo il tramonto definitivo del mercato regolamentato introdotto alla fine degli anni ‘70 con il cosiddetto Equo canone, le politiche per la locazione in Italia hanno puntato prevalentemente sull’utilizzo di un diritto tributario premiale. Come è noto la legge n. 431 del 1998, liberalizzando parzialmente il mercato delle locazioni, introduceva due forme contrattuali: il contratto a canone libero, di quattro anni prorogabile per altri quattro, e quello a canone concordato, di tre anni, prorogabile per altri due. L’ammontare del canone concordato viene stabilito di intesa tra le associazioni rappresentative di inquilini e proprietari attive nel territorio del Comune di riferimento.</p>



<p>Già la legge n. 431 del 1998 immaginava un sistema di benefici fiscali per coloro che stipulassero contratti a canone concordato. L’idea di fondo è quella che l’accesso al beneficio fiscale possa sviluppare un interesse all’implementazione di una contrattazione collettiva in grado di generare canoni concordati più bassi di quelli liberi. In effetti, soprattutto nelle grandi città, il meccanismo inizia a dare qualche frutto positivo. Attualmente, dopo il decreto-legge n. 47 del 2014, , in luogo del regime ordinario, si può optare a) per la cedolare secca al 10% sui redditi da locazione a canone concordato degli immobili situati nei Comuni definiti “ad alta tensione abitativa” dalla legislazione precedente; b) per la cedolare secca al 21% per i redditi derivanti da tutti i contratti a canone libero, ovunque stipulati, e dai contratti a canone concordato stipulati nel resto del territorio nazionale.</p>



<p>Il concetto normativo di “alta tensione abitativa” risale legislazione degli anni ottanta (per la prima volta nel decreto-legge n. 9 del 1982, recante<em>Norme per l&#8217;edilizia residenziale e provvidenze in materia di sfratti</em>): nei comuni indicati da delibere del CIPE, sulla base di criteri specificati nella serie di successivi decreti legge succedutesi negli anni ’80, il legislatore disponeva, di volta in volta, il blocco dei provvedimenti di rilascio degli immobili in locazione. &nbsp;Il concetto di “alta tensione abitativa”, poi, passava dalla legislazione emergenziale, legata appunto ai provvedimenti di blocco degli sfratti, ad assumere una valenza sistemica, con la legge n 431 del 1998 che riconobbe per la prima volta un vantaggio fiscale (l’abbattimento dell’imponibile nel caso di scelta del regime di locazione concordato) alla circostanza che l’immobile ricadesse in un territorio ad alta tensione abitativa. Nelle intenzioni del legislatore, l’attuazione della disciplina era affidata ad un meccanismo di aggiornamento periodico (precisamente biennale) dell’elenco dei Comuni ad alta tensione abitativa.&nbsp; In tal modo, il CIPE, su proposta del Ministro per i lavori pubblici e trascorso il periodo di due anni, avrebbe dovuto aggiornare l’elenco dei Comuni, coadiuvato dalle indagini condotte dal neo istituito Osservatorio della condizione abitativa. Il meccanismo di aggiornamento avrebbe dovuto evitare un eccessivo irrigidimento della disciplina e l’adeguamento ai cambiamenti sociali e abitativi del Paese.</p>



<p>Il condizionale è d’obbligo perché, in concreto, il meccanismo dinamico pensato per bilanciare i vari interessi in campo non seguì le tempistiche dettate dalla legge. Fin da subito, il CIPE tardò ad avviare la revisione dell’elenco dei Comuni. La delibera n. 86 del 2003, con la quale il CIPE adempiva agli obblighi di legge, in parte recepiva gli elenchi precedenti, stilati negli anni ’80 e ’90, in parte recepiva le indicazioni provenienti dalle Regioni. Ne risulta un quadro dei Comuni interessati piuttosto disomogeneo che coinvolge grandi città e alcuni centri minori a queste collegati, utilizzando anche parametri di individuazione in deroga rispetto alla stessa legge n. 431 del 1998.</p>



<p>L’elenco dei Comuni ad alta tensione abitativa risulta essere, non solo piuttosto disomogeneo e frutto di una mediazione tra strutture ministeriali e Regioni, ma anche formalmente e sostanzialmente inattuale. Lo è formalmente perché, per l’appunto, la legge prevedeva un aggiornamento periodico delle liste al quale, in più di un ventennio, non si è mai provveduto. Lo è dal punto di vista sostanziale, perché la realtà del mercato delle locazioni è negli anni mutato profondamente: la radicale turistificazione di parti importanti del territorio è uno dei fattori di questa mutazione.&nbsp; Per i Comuni delle Isole minori l’inattuazione normativa ha avuto effetti molto negativi. Ad eccezione dei Comuni di Ischia e Forio – unici tra quelli isolani ad essere definiti ad alta tensione abitativa – nessun’altro è considerato nell’elenco approvato con la delibera del 2003.</p>



<p>La possibilità di accedere ad una aliquota agevolata per i redditi derivanti da locazione residenziale a canone concordato potrebbe essere un rimedio per garantire affitti più bassi a chi vuole continuare a risiedere sulle isole o trasferirvisi in pianta stabile. Questa misura potrebbe passare attraverso una revisione dell’elenco dei Comuni ad alta tensione abitativa da parte del CIPE (oggi diventato CIPES: Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile) o per una misura <em>ad hoc</em> che coinvolga solamente le Isole minori. Entrambe le soluzioni potrebbero essere oggetto di programmazione all’interno del prossimo Piano del mare.</p>



<p>Uno degli effetti collaterali dell’elevato costo delle locazioni sulle Isole minori è la difficoltà per i lavoratori, soprattutto del settore pubblico (lavoratori e lavoratrici della scuola, della sanità, dei servizi amministrativi, di quelli socioeducativi, ecc.), di trasferirsi in quei territori. Ciò comporta una difficoltà per le amministrazioni statali o comunali di garantire una continuità dei rispettivi servizi. D’altra parte lo stesso pendolarismo marittimo costituisce per i lavoratori che non possono o non vogliono trasferirsi un pesante svantaggio.</p>



<p>In questo senso, nell’ambito della discussione sul Piano del mare, dovrebbe porsi la questione di come sviluppare misure agevolative per i dipendenti pubblici in servizio su quei territori, quali, ad esempio, speciali indennità retributive connesse alla pendolarità o al cambio di residenza o ancora benefici di carriera, come il raddoppio del punteggio ottenuto per ogni anno di servizio sui territori isolani, come già avviene per gli insegnanti<a id="_ftnref8" href="#_ftn8"><sup>[8]</sup></a>. &nbsp;</p>



<p>Questi appena accennati sono solo alcuni spunti. Il Piano del mare può costituire un passaggio significativo per contribuire a ripensare le politiche pubbliche per le Isole minori: importante anche perché alla definizione di esso contribuiscono in sede consultiva i soggetti portatori di interessi collettivi afferenti a quei territori, primo tra tutti l’ANCIM (Associazione Nazionale Comuni Isole Minori). La speranza è che l’attivazione di una collaborazione interistituzionale sviluppata in quella sede possa realmente contribuire a inverare il novellato dettato costituzionale, rimuovendo, nel possibile, gli vantaggi dell’insularità.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Fino ad ora, lo <em>stakeholder </em>ascoltato è l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale che ha posto l’attenzione prevalentemente sulle criticità strutturali legate all’approvvigionamento energetico, idrico e alla gestione sostenibile delle risorse naturali. Per la consultazione del report v. <a href="https://www.dipartimentopolitichemare.gov.it/media/einhlc4z/ogs.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.dipartimentopolitichemare.gov.it/media/einhlc4z/ogs.pdf</a></p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> I Comuni sono Portovenere (sulla terra ferma, in Liguria, comprende le isole di Palmaria, Tino e Tinetto); Campo nell’Elba, Capoliveri, Isola del Giglio, Marciana, Marciana Marina, Porto Azzurro, Portoferraio e Rio (in Toscana); Ponza e Ventotene (nel Lazio); Anacapri, Barano d’Ischia, Capri, Casamicciola Terme, Forio, Ischia, Lacco Ameno, Procida e Serrara Fontana (in Campania); Isole Tremiti (in Puglia); Favignana, Lampedusa e Linosa, Leni, Lipari, Malfa, Pantelleria, Santa Marina di Salina e Ustica (in Sicilia); Calasetta, Carloforte, La Maddalena, Sant’Antioco, Porto Torres (in Sardegna, l’ultimo comune indicato, posto sulla terraferma, comprende il territorio dell’Asinara).</p>



<p><a id="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Il 6 Aprile 2022 la Conferenza Stato-Regioni ha dato parere favorevole alla costituzione della 73esima area della Strategia Nazionale Aree Interne, che comprende i 35 Comuni delle isole minori. La relativa istruttoria è consultabile al link <a href="https://www.agenziacoesione.gov.it/wp-content/uploads/2022/09/Istruttoria_Comuni_Isole-Minori_2022.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.agenziacoesione.gov.it/wp-content/uploads/2022/09/Istruttoria_Comuni_Isole-Minori_2022.pdf</a></p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne, sono considerati comuni periferici o ultra periferici quelli distanti o significativamente distanti dai comuni considerati “centro di offerta di servizi” ovvero in grado di offrire simultaneamente un’articolata offerta scolastica secondaria superiore; b. un ospedale sede di Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione (DEA) almeno di I livello; c. una stazione ferroviaria di livello Platinum, Gold o Silver.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Secondo la Corte Costituzionale, il diritto all’abitazione “rientra fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” ed è compito dello Stato garantirlo, contribuendo così “a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana” (v. sentenza Corte Cost. n. 217 del 1988; nello stesso senso, v. sentenze Corte Cost. n. 106 del 2018, n. 168 del 2014, n. 209 del 2009 e n. 404 del 1988). Quindi, “benché non espressamente previsto dalla Costituzione, tale diritto deve dunque ritenersi incluso nel catalogo dei diritti inviolabili e il suo oggetto, l’abitazione, deve considerarsi «bene di primaria importanza» (sentenza Corte Cost. n. 166 del 2018; si vedano anche le sentenze Corte Cost. n. 38 del 2016, n. 168 del 2014 e n. 209 del 2009)”.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Ampiamente sul tema, A. Caputi e A. Fava, <em>Privati di Napoli. La città contesa tra beni comuni e privatizzazioni</em>, Castelvecchi, Roma, 2022.</p>



<p><a id="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> Lo studio completo e la rispettiva nota metodologica sono consultabili al link: <a href="https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/d/guest/allegato-109-territorialita-del-livello-dei-canoni-di-locazione-degli-immobili" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/d/guest/allegato-109-territorialita-del-livello-dei-canoni-di-locazione-degli-immobili</a>.</p>



<p><a id="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Si veda l’audizione alla Camera nel giugno del 2024, dei Comuni eoliani <a href="https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM09/Audizioni/leg19.com09.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.39089.24-06-2024-13-16-54.115.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM09/Audizioni/leg19.com09.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.39089.24-06-2024-13-16-54.115.pdf</a>.</p>
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		<title>La nuova mappa di Roma: un cantiere aperto per la città che verrà</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/la-nuova-mappa-di-roma-un-cantiere-aperto-per-la-citta-che-verra/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-nuova-mappa-di-roma-un-cantiere-aperto-per-la-citta-che-verra</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/andrea-catarci/">Andrea Catarci</a>, <a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/salvatore-monni/">Salvatore Monni</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politiche economiche]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A quasi cinquant’anni dalla suddivisione in zone urbanistiche del 1977, Roma ha avviato una profonda revisione della propria geografia urbana, per rispondere ai cambiamenti sociali, demografici e territoriali in atto. La nuova mappa nasce dall’esigenza di rappresentare con maggiore aderenza la realtà policentrica della città e di applicare concretamente il modello della “Città dei 15 minuti”, basato su prossimità e accessibilità. Attraverso un processo partecipato che ha coinvolto Municipi, Università, Istat e cittadinanza, sono stati individuati 327 quartieri e 22 rioni, con un netto incremento rispetto alle 155 zone precedenti, in particolare nelle aree esterne al Grande Raccordo Anulare. Alla mappatura, realizzata con l’impiego di dati territoriali e strumenti GIS, si affianca l’identificazione di 104 zone funzionali non residenziali. Il progetto è tuttora in corso, aperto al confronto pubblico e soggetto a verifiche e aggiustamenti. L’obiettivo è rafforzare la coesione urbana, valorizzare le periferie e promuovere un nuovo modello di governance locale, in grado di rendere Roma una città più inclusiva, sostenibile e connessa.</p>
<p>-</p>
<p>Nearly fifty years after Rome’s 1977 division into urban zones, the city has launched a comprehensive revision of its urban geography to respond to ongoing social, demographic, and territorial changes. This new mapping initiative seeks to better reflect Rome’s polycentric structure and to concretely implement the “15-minute city” model, which emphasizes proximity and accessibility. Developed through a participatory process involving municipalities, universities, Istat, and local residents, the updated framework identifies 327 neighbourhoods and 22 historical districts (rioni)—a significant increase from the previous 155 zones, particularly in areas beyond the Grande Raccordo Anulare. Supported by territorial data and GIS tools, the mapping also includes 104 non-residential functional areas. The project remains a work in progress, open to public consultation and subject to ongoing refinement. Its overarching goal is to foster urban cohesion, strengthen peripheral areas, and promote a new model of local governance, making Rome a more inclusive, sustainable, and interconnected city.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Era il 1977 quando, sotto il sindaco Carlo Giulio Argan, Roma si dotava di un nuovo strumento di lettura del territorio attraverso le 165 zone urbanistiche approvate grazie alla Delibera n. 2982 del 29/30 luglio 1977 del Consiglio Comunale di Roma [1]. L’obiettivo era semplice: comprendere e conoscere meglio una città già allora complessa, per poter pianificare con maggiore efficacia gli interventi sul territorio. Con la separazione del Comune di Fiumicino nel 1992, le zone divennero 155 (Tabella 1).</p>



<p>Tuttavia, in quasi mezzo secolo, Roma ha vissuto trasformazioni profonde che rendono oggi necessario ripensare radicalmente quella mappa.</p>



<p>Il dato più evidente è la progressiva espansione della popolazione verso l’esterno. Anche se il numero complessivo di abitanti è rimasto relativamente stabile, sempre più persone risiedono in quartieri cresciuti fuori o ai margini del Grande Raccordo Anulare. In questi territori, spesso nati senza un vero piano urbanistico, si concentrano giovani famiglie che vivono in condizioni di fragilità, aggravate dalla carenza di trasporti, scuole, centri culturali e servizi di prossimità [2] [3]. Per leggere e affrontare questa nuova realtà urbana, si è deciso di costruire una geografia aggiornata, capace di restituire la vera articolazione della Capitale. Un passo reso necessario anche per applicare concretamente il concetto di “città dei 15 minuti”, che propone una visione urbana basata su prossimità e accessibilità dei servizi essenziali. [4] [5]</p>



<p><strong>Una mappa fondata sull’esperienza dei territori</strong></p>



<p>Il lavoro sulla nuova mappatura è iniziato a dicembre 2021 con una nota formale inviata dall’Assessorato al “Decentramento, partecipazione e servizi al territorio per la Città dei 15 minuti” ai 15 Municipi di Roma Capitale. In questa comunicazione si chiedeva a ciascun Municipio di indicare i quartieri che, secondo la percezione locale, potevano essere considerati parti costitutive del proprio territorio. Presidenti, assessori e tecnici municipali sono stati coinvolti nel processo, contribuendo a delineare un primo elenco basato sulla percezione collettiva e sull’identità storica. Il risultato? Sono state individuate 315 aree: 293 quartieri e 22 rioni, con un aumento significativo rispetto alle 165 zone urbanistiche del 1977, in particolare nelle aree periferiche oggi più densamente popolate [6]</p>



<p>Nel novembre 2023 si è conclusa una prima fase del lavoro, con l’istituzione di un tavolo permanente che coinvolge le tre università pubbliche romane, l’Istat e gli uffici di Roma Capitale. Questo gruppo ha il compito di validare le proposte emerse, approfondire l’analisi territoriale e definire i confini con rigore scientifico.</p>



<p><strong>Dati, mappe e confini: tecnologie digitali e planimetrie storiche</strong></p>



<p>Il lavoro, avviato a partire dalle informazioni raccolte dai Municipi, si è sviluppato attraverso un uso avanzato del GIS <em>(Geographical Information System)</em>, che ha permesso una lettura accurata dei cambiamenti territoriali avvenuti negli ultimi decenni. Le fonti utilizzate sono state molteplici: dai dati Istat sui nuclei abitati alle vecchie mappe catastali, dalle segnalazioni municipali alle planimetrie storiche, dai piani edilizi fino alle aree abusive.</p>



<p>Ogni quartiere è stato disegnato in modo da ricadere interamente all’interno di un singolo Municipio ed è costituito da un insieme omogeneo di sezioni censuarie.</p>



<p>Il lavoro ha portato anche alla definizione di nuovi toponimi, frutto non solo dell’attività del gruppo tecnico-scientifico, ma anche di momenti di confronto con la cittadinanza. In più occasioni, le discussioni tra i residenti sono state vivaci: da un lato chi si riconosceva in un nome storico, dall’altro chi, soprattutto tra i più giovani, identificava il quartiere con la fermata della metropolitana più vicina. Emblematico è il caso di Furio Camillo/Alberone, nel Municipio VII, dove la scelta del nome ha suscitato un acceso dibattito.</p>



<p><strong>Una città che cresce oltre il centro</strong></p>



<p>La nuova geografia urbana, ancora provvisoria e aperta al confronto, restituisce l’immagine di una <strong>Roma articolata in 327 quartieri e 22 rioni (Tabella 2)</strong>. È un numero che riflette l’estensione della città ben oltre il GRA, dove oggi si trovano <strong>130 quartieri</strong>, contro le sole 48 zone urbanistiche del 1977. In queste aree la popolazione è quasi raddoppiata dal 1981, passando da circa 410.000 a oltre 780.000 persone.</p>



<p>La crescita risulta particolarmente visibile nei municipi VI e IX, dove la popolazione soprattutto nelle aree extra GRA negli ultimi anni è aumentata notevolmente e dove sono emersi rispettivamente 27 e 21 nuovi quartieri rispetto alla suddivisione precedente.</p>



<p>Nel Municipio I si è invece deciso di valorizzare i <strong>22 rioni storici</strong>, abbandonando la definizione generica di “Centro Storico”, per riconoscere le peculiarità storiche e culturali di ciascuna area.</p>



<p><em>Tabella 1: Zone Urbanistiche, Quartieri e Rioni di Roma Capitale</em></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="875" height="444" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5.png" alt="" class="wp-image-15267" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5.png 875w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5-300x152.png 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5-768x390.png 768w" sizes="(max-width: 875px) 100vw, 875px" /><figcaption>Fonte: nostra elaborazione; *Rioni; ** In questo caso il dato complessivo non contiene il Municipio I dove è stata utilizzata una nomenclatura mista quartieri/rioni.</figcaption></figure></div>



<p> <strong>Le zone funzionali: un altro volto della città</strong></p>



<p>A fianco dei quartieri, sono state individuate <strong>104 zone funzionali</strong>, cioè porzioni di territorio non residenziali, ma con funzioni specifiche: aree agricole, parchi, università, impianti sportivi, fiere, cimiteri monumentali, poli industriali, ecc. Queste zone, che occupano oltre il 42% del territorio comunale, sono state mappate separatamente per meglio riconoscerne il ruolo nella vita cittadina.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="642" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image.jpeg" alt="" class="wp-image-15266" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image.jpeg 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-300x300.jpeg 300w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /></figure></div>



<p><strong>Verso una nuova Roma policentrica</strong></p>



<p>Il percorso non si conclude qui. Nei prossimi mesi, i materiali prodotti, mappe, dati e analisi, saranno resi pubblici attraverso il portale istituzionale di Roma Capitale, al fine di raccogliere contributi e osservazioni da parte della cittadinanza. Il lavoro mira non solo a delineare una mappa sempre più aderente alla realtà urbana, ma anche a costruire una nuova visione della città, fondata su inclusione, prossimità e pari opportunità territoriali.</p>



<p>La <strong>Roma del futuro</strong> sarà sempre meno centrata su un solo nucleo urbano e sempre più <strong>policentrica</strong>, con una rete di quartieri, anche periferici, che diventano protagonisti della vita cittadina. È qui che vivono migliaia di famiglie, spesso lontane da servizi e opportunità, e che oggi rivendicano attenzione e investimenti: dai trasporti ai mercati rionali, dai centri sportivi agli spazi pubblici, fino a un’offerta culturale e formativa che consenta di vivere appieno il proprio territorio.</p>



<p>Allo stesso tempo, i <strong>rioni del centro storico</strong> soffrono l’effetto dell’<em>overtourism</em>, con lo spopolamento residenziale e il declino del commercio tradizionale. Serve una strategia che sostenga la rigenerazione sociale ed economica di questi luoghi, favorendo un turismo più sostenibile e rispettoso delle comunità locali.</p>



<p>Infine, <strong>la connessione tra le diverse parti della città</strong> è una priorità assoluta. Servono investimenti in mobilità sostenibile, nuovi tram, trasporto pubblico efficiente e una governance più articolata e coordinata. I municipi devono essere rafforzati per rispondere meglio alle esigenze dei territori, sostenendo politiche innovative in ambito abitativo, culturale, sociale e partecipativo.</p>



<p>La nuova mappa di Roma non è un punto di arrivo, ma un processo aperto. Un cantiere urbano in continua evoluzione, che nasce per leggere meglio la complessità della Capitale e accompagnarla nelle trasformazioni future.</p>



<p>Non si tratta solo di ridefinire i confini o aggiornare una rappresentazione cartografica: è un atto politico e culturale, che riconosce valore e identità a ogni quartiere, a ogni comunità, anche quelle più periferiche o di recente formazione. È un passo necessario per costruire una città più giusta, inclusiva e sostenibile, dove le opportunità non siano concentrate in pochi luoghi ma distribuite in modo più equo.</p>



<p>Ma il percorso è tutt’altro che concluso. I materiali raccolti, le mappe prodotte e le analisi condotte sono solo l’inizio di un lavoro più ampio, che continuerà nei prossimi mesi grazie al confronto con istituzioni, studiosi, tecnici e cittadinanza. Ogni osservazione, ogni contributo sarà prezioso per migliorare, integrare, correggere.</p>



<p>In questo senso, <strong>la nuova mappa è lo specchio di una città che vuole conoscersi meglio per potersi trasformare</strong>. Una Roma che abbandona l’idea di un centro unico e si riconosce come una rete di luoghi interconnessi, di quartieri vitali, di storie che meritano attenzione.</p>



<p>Il cantiere resta aperto. Perché la Roma che verrà, più vicina, più connessa, più giusta, è ancora tutta da costruire.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Allegati</strong></p>



<ul><li><a href="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/nuova-mappa-roma-sett2025_tabella01.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tabella 1</a> | Roma 1977: 155 Zone Urbanistiche</li><li><a href="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/nuova-mappa-roma-sett2025_tabella02.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tabella 2</a> | Roma 2025: 327 Quartieri e 22 Rioni</li><li><a href="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/nuova-mappa-roma-sett2025_tabella03.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tabella 3</a> | Le Zone Funzionali</li></ul>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Bibliografia</strong></p>



<p>[1] Comune di Roma (1977) Delibera del Consiglio Comunale n. 2982 del 29/30 luglio 1977.</p>



<p>[2] Lelo, K, Monni, S., Tomassi, F. (2019) “<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788868439880" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana</a>“. Donzelli Editore, Roma.</p>



<p>[3] Lelo, K, Monni, S.,Tomassi, F. (2021) “&nbsp;<a href="https://www.donzelli.it/libro/9788855222563" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Le Sette Rome. La capitale delle disuguaglianze raccontata in 29 mappe</a>”.&nbsp;Donzelli Editore, Roma.</p>



<p>[4] Moreno, C.; Allam, Z.; Chabaud, D.; Gall, C.; Pratlong, F. (2021) <a href="https://www.mdpi.com/2624-6511/4/1/6">Introducing the “15-Minute City”: Sustainability, Resilience and Place Identity in Future Post-Pandemic Cities</a>.&nbsp;<em>Smart Cities,&nbsp;</em>2021,&nbsp;<em>4</em>, 93–111.</p>



<p>[5] Moreno, C. (2024)&nbsp;<a href="https://www.addeditore.it/catalogo/carlos-moreno-la-citta-dei-15-minuti/">La Città dei 15 Minuti. Per una Cultura Urbana Democratica</a>, ADD Editore: Torino.</p>



<p>[6] Catarci, A., Monni, S. (2024) ”&nbsp;<a href="https://eticaeconomia.it/come-cambia-roma-una-analisi-preliminare-condotta-con-i-municipi-di-roma-capitale/">Come cambia Roma. Una analisi preliminare condotta con i municipi di Roma Capitale</a>“, in&nbsp;<a href="http://www.eticaeconomia.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">eticaeconomia</a>, 14 maggio 2024.</p>
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		<title>La corsa al riarmo: i dati e le prospettive</title>
		<link>https://www.economiaepolitica.it/industria-e-mercati/la-corsa-al-riarmo-i-dati-e-le-prospettive/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-corsa-al-riarmo-i-dati-e-le-prospettive</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[<a class="author" href="https://www.economiaepolitica.it/author/rosario-patalano/">Rosario Patalano</a>]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 23:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[2025 anno 17 n. 30 sem. 2]]></category>
		<category><![CDATA[I contributi più recenti]]></category>
		<category><![CDATA[Industria e Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[papers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo l’accordo siglato all’Aja il 24 giugno 2025, i paesi aderenti alla NATO (tranne la Spagna a cui è stata concessa maggiore flessibilità) sono obbligati ad aumentare le loro spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ammontare suddiviso in due componenti: 3,5% destinato alla "difesa pura" (ad esempio, armamenti, ricerca e sviluppo), 1,5% destinato a investimenti più ampi nel campo della sicurezza, come la cyber sicurezza e le infrastrutture critiche (reti energetiche, telecomunicazioni). Questa scelta si inserisce nello scenario di una corsa al riarmo generalizzata e caratterizzata dall'esplosione di conflitti di lunga durata. É quindi  necessario definire il quadro attuale delle spese militari, non solo tra i paesi aderenti al Patto Atlantico, cercando di evidenziare le caratteristiche dell’attuale corsa al riarmo, anche nel contesto delle scelte politiche compiute dall’Unione Europea e dei conflitti in corso in Ucraina e nel Medio Oriente. Una ricognizione preliminare dei dati, non facilmente reperibili perché dispersi in diverse fonti, è quindi necessaria per fornire un quadro oggettivo della situazione del riarmo (paragrafo 1). Occorre poi capire quali cause economiche e politiche spiegano la corsa al riarmo iniziata un decennio fa, e questo è l’oggetto del secondo paragrafo, che fornisce una rassegna critica di questa nuova fase della politica internazionale. Considerazioni finali concludono il lavoro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Secondo l’accordo siglato all’Aja il 24 giugno 2025, i paesi aderenti alla NATO (tranne la Spagna a cui è stata concessa maggiore flessibilità) sono obbligati ad aumentare le loro spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ammontare suddiviso in due componenti: 3,5% destinato alla &#8220;difesa pura&#8221; (ad esempio, armamenti, ricerca e sviluppo), 1,5% destinato a investimenti più ampi nel campo della sicurezza, come la cyber sicurezza e le infrastrutture critiche (reti energetiche, telecomunicazioni). Questa scelta si inserisce nello scenario di una corsa al riarmo generalizzata e caratterizzata dall&#8217;esplosione di conflitti di lunga durata. É quindi necessario definire il quadro attuale delle spese militari, non solo tra i paesi aderenti al Patto Atlantico, cercando di evidenziare le caratteristiche dell’attuale corsa al riarmo, anche nel contesto delle scelte politiche compiute dall’Unione Europea e dei conflitti in corso in Ucraina e nel Medio Oriente. Una ricognizione preliminare dei dati, non facilmente reperibili perché dispersi in diverse fonti, è quindi necessaria per fornire un quadro oggettivo della situazione del riarmo (paragrafo 1). Occorre poi capire quali cause economiche e politiche spiegano la corsa al riarmo iniziata un decennio fa, e questo è l’oggetto del secondo paragrafo, che fornisce una rassegna critica di questa nuova fase della politica internazionale. Considerazioni finali concludono il lavoro.</p>



<h5>1. I dati</h5>



<p>La situazione attuale dei paesi aderenti al Patto Atlantico è rappresentata dalla tabella 1, che mostra la percentuale del PIL investita in spese militari.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="244" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-7.jpg" alt="" class="wp-image-15240" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-7.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-7-300x114.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 1. Spesa per la difesa dei paesi NATO in percentuale del PIL (base indice dei prezzi 2015, stime 2024)<br />Fonte: NATO, 2024</figcaption></figure></div>



<p>In dieci anni, tra il 2014 e il 2014, la Polonia ha aumentato le sue spese militari in percentuale del PIL del 119%, l’Estonia del 77,7%, la Lettonia del 235%, solo gli Stati Uniti hanno diminuito la spesa dell’8,89% nello stesso periodo (tabella 2). Curioso il dato del piccolo Lussemburgo che registra il più alto incremento percentuale della spesa rispetto al PIL, con il 248% in dieci anni. Il riarmo di alcuni paesi dell’ex Patto di Varsavia (Lettonia, Lituania, Polonia) è ovviamente giustificato dalla percezione della minaccia russa, avvertita come un problema di difesa dell’indipendenza nazionale.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="206" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-3.jpg" alt="" class="wp-image-15236" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-3.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-3-300x96.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 2. Variazione della spesa militare in percentuale del PIL paesi NATO (2014-2024, base indice prezzi 2015, stima 2024)<br />Fonte: Elaborazione dell’autore su dati NATO, 2024</figcaption></figure></div>



<p>Se allarghiamo l’analisi oltre la NATO possiamo avere una percezione chiara della tendenza mondiale al riarmo nell’ultimo decennio (tabella 3). Il conflitto russo-ucraino ha avuto i suoi effetti sui due paesi ed in modo più marcato per Kiev che, nel 2024, è arrivato a destinare un terzo del suo PIL alle spese militari.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="645" height="386" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-2.jpg" alt="" class="wp-image-15235" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-2.jpg 645w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-2-300x180.jpg 300w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /><figcaption>Tabella 3. Spesa per la difesa in percentuale del PIL, 2014 e 2024 (base indice dei prezzi 2015, stime 2024)<br />Fonte: SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<p>Le tabella 4 e 5 confrontano la situazione attuale con quella esistente alla fine della Guerra Fredda, all’inizio degli anni Novanta.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="273" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-1.jpg" alt="" class="wp-image-15234" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-1.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-1-300x127.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 4. Spesa per la difesa nei paesi NATO in percentuale del PIL, 1993 e 2024 ( in USD 2023)<br />Fonte: SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="215" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-4.jpg" alt="" class="wp-image-15237" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-4.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-4-300x100.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 5. Spesa per la difesa in percentuale del PIL, 1993 e 2024 ( in USD 2023)<br />Fonte: SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<p>La tabella 6 mostra la percentuale per paese di spesa militare sul totale mondiale nel decennio 2014-2024, valutata in dollari USA a prezzi e tassi di cambio costanti del 2023. Il totale mondiale di spesa militare ammontava nel 2014 a circa 1.923 miliardi di USD e nel 2024 è aumentata a circa 2.670 miliardi di USD. Come si può vedere gli Stati Uniti mantengono il primato della spesa militare con il 43,34 % nel 2014, anche se ridotto al 37,21% nel 2024, mentre la Cina ha aumentato la propria quota di spesa militare. Russia Ucraina e Israele, sono casi a parte perché coinvolti direttamente in conflitti di lunga durata. É importante notare che la spesa militare globale nel 2024 ha raggiunto un massimo storico (tabella 7).<strong> </strong>Dopo una fase di leggero calo nei primi dieci anni successivi alla Guerra Fredda, la spesa militare mondiale è raddoppiata negli ultimi 25 anni e ha raggiunto il 2,3% del PIL globale nel 2023.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="563" height="333" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image.jpg" alt="" class="wp-image-15233" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image.jpg 563w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-300x177.jpg 300w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /><figcaption>Tabella 6. Percentuale della spesa militare mondiale 2014 e 2024 per paese (dati in milioni di dollari  a prezzi e tassi di cambio costanti del 2023)<br />Fonte: SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="257" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-8.jpg" alt="" class="wp-image-15241" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-8.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-8-300x120.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 7. Spesa militare mondiale in miliardi di dollari USA a prezzi 2023<br />Fonte: SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<p>Se se si considerano i dati in percentuale della spesa militare mondiale per area geopolitica (in miliardi di dollari USA a potere d’acquisto costante 2023) si nota come le zone di conflitto potenziale (Est Asia) o conclamato (Europa orientale e Medio Oriente) assorbono ovviamente rilevanti risorse per la spesa militare (tabella 8). Sorprende, invece, la quota di spesa militare dell’Europa Occidentale, cresciuta nel decennio 2014-2024 e giunta al 14% del totale mondiale, mentre il dato del Nord America è ovviamente determinato dal ruolo tradizionale degli Stati Uniti come potenza militare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="257" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-8.jpg" alt="" class="wp-image-15242" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-8.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-8-300x120.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 8. Spesa militare per aree geopolitiche in percentuale del totale mondiale (dati in miliardi di USD a prezzi 2023)<br />Fonte: Elaborazione dell’autore su dati SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<p>L’evoluzione della spesa militare negli Stati Uniti è rappresentata dalla tabella 9 (in milioni di dollari USA a prezzi costanti 2023). Si può notare che raggiunge il suo picco nel 2011 e oggi si attesta a quasi 968 miliardi di USD.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-6.jpg" alt="" class="wp-image-15239" width="643" height="278" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-6.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-6-300x130.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tab.9. Spesa militare degli Stati Uniti 1949-2024 (a prezzi 2023)<br />Fonte: SIPRI Military Expenditure Database</figcaption></figure></div>



<p>Per evidenziare il livello raggiunto dal riarmo in questi ultimo decennio si può proporre una comparazione con quanto accadeva alla vigilia della Grande Guerra e della Seconda Guerra Mondiale, come mostrano le tabelle 10 e 11, nelle quali è riportata la percentuale di spesa militare sul reddito nazionale (in miliardi di dollari) delle principali potenze mondiali rispettivamente nel 1912-1913 e nel 1937.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="267" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5.jpg" alt="" class="wp-image-15238" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-5-300x125.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tab.10. Spesa militare delle principali potenze mondiali in percentuale del reddito nazionale 1912-1913<br />Fonte: Ferguson, 1994: 154</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="274" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-12.jpg" alt="" class="wp-image-15246" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-12.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-12-300x128.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tab.11. Spesa militare delle principali potenze mondiali in percentuale del reddito nazionale (in miliardi di USD) nel 1937<br />Fonte: Kennedy, 1988: 332</figcaption></figure></div>



<p>Da questi dati si può comprendere come la richiesta di aumentare le spese militari al 5% del PIL, aprirà una corsa al riarmo generale. Se confrontiamo i dati riportati in tabella 3, si può notare che pochi paesi superano oggi la quota del 5% di spese militari sul PIL, in particolare quelli coinvolti in conflitti aperti, Ucraina (34,8%), Russia (7.05%) e Israele (8,78%) a cui si aggiunge l’Arabia Saudita, in un contesto geopolitico particolare (7,3%). Altri paesi potrebbero essere costretti ad una politica di riarmo per non trovarsi in svantaggio strategico, in particolare la Cina che, pur avendo enormi potenziali economici (la Repubblica Popolare Cinese ha il secondo PIL più alto dopo gli Stati Uniti) ha destinato al budget militare solo l’1,71% del suo reddito nazionale, mantenendolo sostanzialmente costante negli ultimo dieci anni.</p>



<p>Al riarmo NATO si è aggiunto il <em>ReArm Europe Plan/Readiness 2030 </em>che ha l’obiettivo di aumentare la spesa militare al 3,5% del PIL dell’Unione Europea entro la fine del decennio, mobilitando risorse per 800 miliardi di euro <a id="_ftnref1" href="#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>. Attualmente  la spesa dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea si attesta all’1,9% del PIL pari a circa 326 miliardi di euro di spesa, segnando un significativo incremento del 31% rispetto al 2021, per effetto ovviamente della guerra russo-ucraina.</p>



<p>La guerra avviata con l’invasione russa del febbraio 2022 è stato uno dei fattori principali del riarmo, non è errato affermare che i paesi dell’alleanza occidentale sono di fatto parte integrante di questo conflitto.</p>



<p>I dati aggregati, principalmente raccolti del <em>Kiel Institute for the World Economy</em> e pubblicati nella <em>Ukraine Support Tracker</em>, dimostrano il massiccio impegno occidentale nel conflitto in corso (tabella 12, dati in miliardi di euro, evidenziati in rosso gli aiuti militari).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="374" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-9.jpg" alt="" class="wp-image-15243" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-9.jpg 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-9-300x175.jpg 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption>Tab.12. Aiuti all’Ucraina dal gennaio 2022 al giugno 2025 (in miliardi di euro)<br />Fonte: Kiel Institute, <em>Ukraine Support Tracker Data</em></figcaption></figure></div>



<p>Dal Gennaio 2022 al Giugno 2025, i paesi UE hanno definito accordi per aiuti militari pari a 89 miliardi di euro, mentre gli Stati Uniti hanno definito una cifra inferiore, pari a 65 miliardi di euro. In termini di aiuti finanziari, i paesi membri e le istituzioni dell’Unione hanno promesso aiuti per circa 103 miliardi di euro, mentre gli Stati Uniti per circa 50 miliardi di euro. Anche sugli aiuti umanitari l’impegno europeo è stato consistente con 13 miliardi di euro promessi, gli Stati Uniti poco più di 3 miliardi di euro. Sul piano concreto, sono stati effettivamente allocati effettivamente dall’Unione Europea (paesi ed istituzioni) circa 141 miliardi dei 205 miliardi promessi, mentre gli Stati Uniti hanno elargito agli ucraini 114 miliardi di euro dei 116 stabiliti (ha erogato il 98,2% degli aiuti promessi). L’Europa quindi deve ancora fornire il 31% degli aiuti promessi e questo impegno si aggiunge ai costi previsti per il piano di riarmo.</p>



<p>Ovviamente la guerra in Ucraina è solo una delle destinazioni della produzione di armi: la tabella 13 mostra la quota percentuale di armi pesanti pesanti esportate dai maggiori paesi produttori, rispetto al totale mondiale, tra il 2015 e il 2024;  la tabella 14 riporta invece la quota percentuale di importazioni di armi pesanti, rispetto al totale, per paese di destinazione, nello stesso periodo. Per entrambe le tabelle è indicata la variazione percentuale del volume totale di armi esportate e importante per ciascun paese nel decennio 2015-2024.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="642" height="311" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-10.jpg" alt="" class="wp-image-15244" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-10.jpg 642w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-10-300x145.jpg 300w" sizes="(max-width: 642px) 100vw, 642px" /><figcaption>Tab.13. Esportazioni di armi pesanti in percentuale del totale mondiale per paese, 2025-2024, e variazione percentuale del volume totale di armi esportate nello stesso periodo<br />Fonte: SIPRI Fact Sheet, 2025; SIPRI Arms Transfers Database, March 2025</figcaption></figure></div>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="255" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-11.jpg" alt="" class="wp-image-15245" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-11.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-11-300x119.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tab.14. Importazioni di armi pesanti in percentuale del totale mondiale per paese, 2025-2024, e variazione percentuale del volume totale di armi esportate nello stesso periodo <a href="https://www.economiaepolitica.it/wp-admin/post.php?post=15232&amp;action=edit#_ftn2"><sup>[2]</sup></a><br />Fonte: SIPRI Fact Sheet, 2025; SIPRI Arms Transfers Database, March 2025</figcaption></figure></div>



<p>La destinazione dei flussi di esportazione e di importazione nel periodo 2020-2024 è un dato interessante per comprendere chi alimenta i maggiori teatri di guerra o le aree di tensione geopolitica. Nella tabella 15 sono indicate le principali destinazioni in percentuale delle esportazioni dei maggiori paesi produttori di armi. Gli Stati Uniti si presentano in una posizione anomale comparendo sia come esportatore, inviando armi in Arabia Saudita per il 12 % delle proprie esportazioni totali, per il 9,3% in Ucraina e per l’8,8% in Giappone, sia come importatore da Regno Unito e Israele.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="677" height="442" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image.png" alt="" class="wp-image-15252" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image.png 677w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-300x196.png 300w" sizes="(max-width: 677px) 100vw, 677px" /><figcaption>Tab.15. Destinazione delle esportazioni dei principali paesi produttori in percentuale del totale (2020-2024)<br />Fonte: SIPRI Fact Sheet, 2025; SIPRI Arms Transfers Database, March 2025</figcaption></figure></div>



<p>La tabella 16 indica la percentuale sul totale importato dei principali paesi importatori</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="724" height="349" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-1.png" alt="" class="wp-image-15253" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-1.png 724w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-1-300x145.png 300w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /><figcaption>Tab.16. Principali paesi importatori e loro principali fornitori in percentuale del totale per ciascun paese (2020-2024)<br />Fonte: SIPRI Fact Sheet, 2025; SIPRI Arms Transfers Database, March 2025</figcaption></figure></div>



<p>La distribuzione regionale delle importazioni (tabella 17) rivela che nel periodo 2020-2024 il traffico di armi si è diretto in Europa in modo consistente, con un aumento di +17% rispetto al periodo 2015-2019, un effetto della guerra russo-ucraina ed una prova che il riarmo europeo è già in corso.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="252" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-14.jpg" alt="" class="wp-image-15248" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-14.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-14-300x118.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 17. Percentuale di importazioni di armi per area geografica (dati in milardi di dollari)<br />Fonte: SIPRI Fact Sheet, 2025; SIPRI Arms Transfers Database, March 2025</figcaption></figure></div>



<p>I dati raccolti dallo <em>Stockholm International Peace Reserch Institute</em> possono essere utili per individuare la tipologia di armamenti commissionati nel 2024 ai maggiori paesi produttori (tabella 18).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="664" height="192" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-2.png" alt="" class="wp-image-15254" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-2.png 664w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-2-300x87.png 300w" sizes="(max-width: 664px) 100vw, 664px" /><figcaption>Tabella 18. Percentuale di importazioni di armi per area geografica (dati in milardi di dollari)<br />Fonte: SIPRI Fact Sheet, 2025; SIPRI Arms Transfers Database, March 2025</figcaption></figure></div>



<p>Il quadro dei dati tracciato resterebbe incompiuto senza un’analisi degli interessi economici coinvolti nel riarmo in corso, rappresentati dalle grandi <em>corporate</em> coinvolte.  La tabella 19 mostra i profitti (in miliardi di dollari a prezzi costanti 2023) per le 100 imprese produttrici di armi. Come si può notare l’ascesa dei profitti si è interrotta tra il 2011 e il 2014, per riprendere nel 2015, trainata prevalentemente dalla tensioni geopolitiche con la Russia.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="231" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-15.jpg" alt="" class="wp-image-15249" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-15.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-15-300x108.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 19. Profitti delle <em>Top 100 arms-producing</em> (in miliardi di dollari Usa a prezzi costanti 2023 (2002-2023)<br />Fonte: SIPRI Arms Industry Database</figcaption></figure></div>



<p>Nella tabella 20 mostra l’andamento dei ricavi (in milioni di dollari a prezzi costanti 2023) delle imprese produttrici di armamenti raggruppate per nazione nell’ultimo decennio. Come si può notare quello che negli anni Sessanta fu chiamato il complesso militare industriale degli Stati Uniti svolge ancora un ruolo centrale, con un fatturato di circa 309 miliardi di dollari, seguiti dalla crescita delle Cina (con un fatturato di 102 miliardi di dollari).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="211" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-13.jpg" alt="" class="wp-image-15247" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-13.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-13-300x98.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 20. Fatturato delle 100 principali imprese produttrici di armi raggruppate per nazionalità 2015-2023 (dati in milioni di dollari a prezzi costanti 2023)<br />Fonte: SIPRI Top 100 arms-producing and military services companies in the world database</figcaption></figure></div>



<p>La tabella 21 infine riporta il dettaglio delle principali imprese produttrici di armamenti e il loro fatturato nel 2022 (in milioni di dollari a prezzi costanti 2023).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="334" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-17.jpg" alt="" class="wp-image-15251" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-17.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-17-300x156.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 21. Fatturato delle  principali imprese produttrici di armi nel 2022 (dati in milioni di dollari a prezzi costanti 2023)<br />Fonte: SIPRI Top 100 arms-producing and military services companies in the world database</figcaption></figure></div>



<p>La tabella 22 mostra l’andamento del titolo della <em>Lockheed Martin Corp</em>, la maggiore impresa nella produzione di armamenti, nel New York Stock Exchange tra il 2014  il 2025, come si può notare il titolo ha avuto un trend di crescita passando in un decennio da circa 163 dollari ad un record di 546 dollari, aumentando il suo valore del 235%. In termini di capitalizzazione di mercato, <em>Lockheed Martin</em> è passata dai 46.81 miliardi di dollari nel 2014 a 114.60 miliardi a fine 2024. Oltre all&#8217;apprezzamento del valore delle azioni, la società ha anche aumentato i dividendi annuali per azione, passando da circa 6,27 dollari nel 2014 a 12.75 nel 2024, con un ulteriore incremento a 13,20 nel 2025.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="643" height="236" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-16.jpg" alt="" class="wp-image-15250" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-16.jpg 643w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-16-300x110.jpg 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /><figcaption>Tabella 22. Andamento del titolo Lockheed Martin Corp dal febbraio 2014 all’agosto 2025 (NYSE, in dollari)<br />Fonte: Investing,com</figcaption></figure></div>



<h5>2. Perché il riarmo</h5>



<p>I dati raccolti nel paragrafo precedente mostrano che la corsa al riarmo è inziata sistematicamente dieci anni fa e nel 2024 la spesa in difesa ha raggiunto il massimo storico attestandosi su 2.670 miliardi di dollari (tabella 7). È lecito chiedersi, anche se pochi lo hanno fatto, quali siano le cause di questa consolidata corsa agli armamenti, in cui soprattutto i paesi dell’Alleanza Occidentale&nbsp; sono impegnati.</p>



<p>Una prima, ma superficiale, spiegazione può essere la percezione del pericolo russo dopo l’invasione della Crimea (nel 2014) che ha condotto al conflitto attuale in cui i paesi occidentali sono direttamente impegnati fornendo all’Ucraina invasa finanziamenti e armi. L’Europa quindi è l’area dove si concentrerebbe una tensione geopolitica tale da giustificare un aumento della spesa militare. Il rapporto <em>ReArm Europe Plan</em> lo dichiara esplicitamente quando afferma: “È stata l&#8217;invasione non provocata dell&#8217;Ucraina da parte della Russia nel 2022 ad accelerare e intensificare [il dibattito europeo sul riarmo], aggiungendo urgenza e slancio” (European Parliamentary Research Service, 2025: 2). Se il riarmo europeo è motivato dal timore dell’aggressivo Orso Russo, nessuno sforzo finanziario potrebbe colmare il divario oggi esistente tra paesi dell’Unione e la Russia in termini di arsenale bellico. Riportiamo ancora una volta qualche dato. Innanzitutto in termini di potenziale di armi nucleari, come mostra la tabella 23, non c’è alcun paragone possibile. L’unico deterrente nucleare in possesso dell’Unione è quello francese, che è di fatto sotto il controllo nazionale e non è stato messo a disposizione di una difesa comune. Il deterrente nucleare britannico non appartiene più all’Unione.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="671" height="239" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-3.png" alt="" class="wp-image-15255" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-3.png 671w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-3-300x107.png 300w" sizes="(max-width: 671px) 100vw, 671px" /><figcaption>Tabella 23. Armamento nucleare mondiale (Gennaio 2025)<br />Fonte: SIPRI Yearbook 2025: 9</figcaption></figure></div>



<p>Come si può notare il potenziale deterrente nucleare dell’Unione è appena il 5,3% di quello russo, se lo uniamo a quello inglese, l’Europa Occidentale può mettere in campo un potenziale pari al 9,4% di quello detenuto da Mosca. Questo significa che, nonostante che testate nucleari siano armi micidiali anche in quantità limitata, una deterrenza europea non esiste senza la protezione degli Stati Uniti entro l’Alleanza Atlantica <a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><sup>[3]</sup></a>. Una politica di riarmo per essere tale dovrebbe puntare almeno a pareggiare la potenza dell’avversario russo, che oltre a possedere ingenti forze nucleari ha anche un divario in armi convenzionali e in uomini (tabella 24), anche se la guerra in Ucraina lo ha intaccato non marginalmente (le perdite di carri armati russi nel conflitto è stimata in 10.478). Anche dove l’Unione Europea raggiunge un pareggio o supera il potenziale rivale, l’assenza di un comando unificato, che non sia quello della NATO, rende non realistica la contrapposizione tra europei e russi.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" width="668" height="183" src="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-4.png" alt="" class="wp-image-15256" srcset="https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-4.png 668w, https://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/2025/09/image-4-300x82.png 300w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /><figcaption>Tabella 24. Armamento convenzionale dei principali paesi (2022)<br />Fonte: MB, 2023</figcaption></figure></div>



<p>Il tentativo di aprire un confronto militare con la Russia non può essere realisticamente una motivazione della corsa al riarmo europeo, ma solo una sua giustificazione politica. L’unica <em>ratio</em> può essere sintetizzata dall’antico e abusato motto latino <em>si vis pacem, para bellum</em>, per il quale il riarmo è lo strumento per innalzare il costo di un&#8217;aggressione al punto da renderla inaccettabile per qualsiasi avversario razionale, ma ovviamente nell’era nucleare una minaccia convenzionale non può avere lo stesso effetto di una deterrenza basata su un equilibrio di armi nucleari. Quindi il riarmo europeo non produrrà una deterrenza autonoma, ma solo un rafforzamento dell’Alleanza Atlantica come stabilito dall’accordo siglato all’Aja. </p>



<p>Una vera corsa al riarmo, per la simmetria costituita dalla tipologia di arsenali, potrebbe svolgersi tra le due sponde del Pacifico, tra Stati Uniti e Cina. Nel 2022, la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di numero assoluto di navi da guerra, diventando la più grande marina militare del mondo per dimensione della flotta. Questa espansione è stata estremamente rapida perché la Cina ha costruito più navi in un anno rispetto all&#8217;intera industria navalmeccanica statunitense dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il confronto si estende anche ai missili balistici intercontinentali, settore in cui la Cina ha fatto grandi progressi, e nell’ambito della cibernetica e dell’intelligenza artificiale.</p>



<p>Questo confronto potrebbe generare uno scenario molto simile a quello che contrappose Gran Bretagna e Germania nel decennio precedente il primo conflitto mondiale. La Gran Bretagna, potenza navale dominante, si trovò a dover rispondere all&#8217;ambizioso piano dell’Impero Tedesco di costruire una grande flotta per contestare il suo primato e affermarsi come potenza mondiale. La competizione si focalizzò in particolare sulle navi da guerra più avanzate dell’epoca, le cosiddette <em>Dreadnought-Class</em>, un tipo di incrociatore da battaglia tecnologicamente superiore che stabilì un nuovo standard per l&#8217;architettura navale. Questo tipo di confronto è stato rappresentato in un modello matematico <em>azione-reazione</em> da Lewis Richardson, un fisico e psicologo britannico che per primo cercò di spiegare la dinamica a spirale della spesa militare secondo la quale i progressi di una nazione innescano una risposta da parte dell&#8217;avversario, portando a una continua escalation illimitata (Richardson, 1961). Il confronto tra Stati Uniti e Cina, che avviene non solo sul piano militare, ha assunto da tempo questa caratteristica a spirale.</p>



<p>Al di fuori di un confronto diretto tra due paesi, il riarmo generale potrebbe essere l’effetto di una crescente insicurezza del sistema di relazioni internazionali, seguito all’attentato al World Trade Center di New York dell’11 settembre 2001. Il sistema internazionale ha assunto caratteristiche anarchiche, per l’assenza di una autorità centrale in grado di garantire la sicurezza e in questo contesto ogni Stato deve provvedere alla propria difesa.&nbsp; Tuttavia ogni incremento di spesa bellica in uno Stato viene percepito come una minaccia dagli altri Stati e questa reciproca percezione di pericolo innesca una spirale di insicurezza avviando una corsa generalizzata al riarmo diretta a ripristinare un equilibrio di potere. Il risultato finale è un ciclo infinito in cui ogni Stato cerca di aumentare la propria sicurezza, ma finisce per diminuire la sicurezza di tutti i contendenti scatenando reazioni simmetriche. Sebbene questo concetto, indicato come “dilemma della sicurezza” in un saggio seminale di John Herz (1950),&nbsp; sia stato delineato nel contesto della Guerra Fredda, il suo meccanismo logico può essere applicato anche alla attuale competizione militare, soprattutto per alcune aree, come l’Europa Occidentale, in cui la percezione di un deficit di sicurezza è ormai consolidata.</p>



<p>Per una parte degli studiosi il crescente riarmo generalizzato conduce necessariamente ad un conflitto conclamato, seguendo l’esperienza delle due guerre mondiali o delle “guerre per procura”, combattute durante la Guerra Fredda, ma come dimostra l’approccio del “realismo contingente” di Charles Glaser (1994) l’esito di una corsa agli armamenti non necessariamente conduce ad un conflitto, vi è sempre una scelta tra la competizione, caratterizzata da un accumulo unilaterale di armi, e la cooperazione, attraverso accordi per evitare le corse agli armamenti, che è dettata da un calcolo dei rischi e dei benefici. Sia la competizione che la cooperazione sono considerate azioni intraprese da uno Stato per garantire la propria sicurezza. Un Paese può infatti spingere un avversario a cooperare dimostrandogli di essere in grado di sostenere il costo di una corsa agli armamenti, rendendo la cooperazione una scelta più desiderabile. In questo senso, la logica della deterrenza e quella della spirale si sovrappongono: la ricerca della sicurezza, in un ambiente di incertezza, può portare sia a una competizione distruttiva che a una cooperazione forzata.</p>



<p>L’insicurezza potrebbe anche attivare meccanismi economici, in quello che è stato chiamato “capitalismo della sorveglianza”, delineato da Shoshana Zuboff (2019), in cui l&#8217;aumento delle spese militari non sarebbe tanto una risposta a minacce reali, quanto una strategia per alimentare un ciclo di insicurezza che giustifica ulteriori investimenti nel settore della difesa.</p>



<p>Una spiegazione più complessa può richiamare la relazione esistente tra politica di riarmo e interessi economici, relazione che è a fondamento della teoria dell’imperialismo.</p>



<p>Come è noto fu l’economista inglese John Atkinson Hobson (1902 [1996]) a definire questa teoria, avviando una vera tradizione di pensiero che attraverso la revisione critica di Vladimir Lenin (1916 [1973]) ha fortemente influito sul marxismo contemporaneo.</p>



<p>Secondo Hobson la politica imperialistica era dettata dall’esigenza di individuare aree di investimento profittevoli per il capitale in eccesso, in particolare in paesi arretrati, con costi del lavoro bassi, rendimenti elevati e risorse sfruttabili <a id="_ftnref4" href="#_ftn4"><sup>[4]</sup></a>. Questo tipo di politica era adottata su pressione dei grandi gruppi finanziari e industriali <a id="_ftnref5" href="#_ftn5"><sup>[5]</sup></a>. La politica di riarmo era una conseguenza dell&#8217;espansione imperialistica: per garantire la sicurezza degli investimenti all’estero e per proteggere le rotte commerciali, le potenze imperiali aumentavano le spese militari. Per Hobson la corsa agli armamenti era quindi funzionale agli interessi imperialisti, e creava un circolo vizioso in cui la politica di espansione coloniale alimentava il militarismo, e viceversa <a id="_ftnref6" href="#_ftn6"><sup>[6]</sup></a>.</p>



<p>La teoria di Hobson stabilisce quindi un legame tra militarismo e interessi particolari di gruppi  sociali industriali e finanziari <a id="_ftnref7" href="#_ftn7"><sup>[7]</sup></a>.  Questo intricato legame tra la spesa per gli armamenti e il potere economico fu denunciato dal presidente americano Dwight D. Eisenhower, che nel 1960 coniò la celebre espressione “complesso militare-industriale”, per descrivere una potente struttura trasversale che unisce in una sinergia di interessi i produttori di armi, i politici, gli accademici e i ricercatori universitari, tutti allineati per indirizzare la spesa pubblica verso l&#8217;industria bellica e la ricerca di nuovi sistemi d’arma.</p>



<p>Un&#8217;espressione che ha avuto larga fortuna negli studi sul militarismo soprattutto negli approcci eterodossi. In particolare, l’economista pacifista, Seymour Melman, ha approfondito il tema del complesso militare-industriale, in importanti studi negli anni Settanta (Melman, 1970. 1971). Secondo questo approccio gli Stati Uniti negli anni sessanta hanno sviluppato una nuova forma di capitalismo di Stato, definito “capitalismo del Pentagono”, in quanto caratterizzato dal ruolo del Pentagono non più come semplice acquirente di beni militari, ma come gestore centrale di un vasto impero industriale per la produzione di beni e servizi, dai sistemi d’arma alla ricerca e sviluppo, assumendo le funzioni di un organo di pianificazione. Questa struttura economica avrebbe generato una economia di guerra permanente, in cui la spesa militare diventa una parte costante dell’economia nazionale, indipendentemente dal fatto che il paese sia effettivamente in guerra. Questo sistema soffocherebbe l&#8217;innovazione e limiterebbe il potenziale di crescita economica civile, e sarebbe inoltre intrinsecamente inefficiente, in quanto l’attenzione alla produzione militare condurrebbe a una diversione di risorse e capitali dal settore civile, privilegiando le prestazioni e la complessità tecnica rispetto ai costi e all&#8217;efficienza.</p>



<p>Dalla guerra in Afghanistan e Iraq in poi gli interessi economici legati al Pentagono sono di nuovo diventati centrali, dopo una pausa dovuta alla fine della Guerra Fredda e alla politica di alcune&nbsp; amministrazioni democratiche. I dati dimostrano che appunto dal 2002 la spesa militare negli Stati Uniti è in continua ascesa, fino a raggiungere il massimo storico negli ultimi anni. Seppure il ruolo del Pentagono non è quello di un organo pianificatore dell’intera economia americana, esso assume comunque una funzione economica rilevante, come dimostra il budget del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che è il più consistente al mondo, avvicinandosi nel 2024 a 1.000 miliardi di dollari. Inoltre il Dipartimento della Difesa è il più grande datore di lavoro al mondo, con circa 3,2 milioni di dipendenti, includendo personale militare attivo, riserve e impiegati civili, generando un indotto ancora più elevato di milioni di persone, ma difficilmente calcolabile. I contratti assegnati dal Dipartimento della Difesa alle aziende private costituiscono un indicatore chiave del suo impatto economico. Nel 2023, i contratti della difesa hanno superato i 450 miliardi di dollari, sottoscritti prevalentemente con cinque grandi corporate: <em>Lockheed Martin</em> (con oltre 64 miliardi di dollari di ricavi dal settore della difesa); <em>RTX</em> (ex <em>Raytheon Technologies</em>, 40 miliardi di dollari); <em>Northrop Grumman</em> (35 miliardi di dollari); <em>General Dynamics</em> (33 miliardi di dollari); <em>Boeing Defense</em> ( 32 miliardi di dollari).</p>



<p>Ovviamente la corsa al riarmo ha solo effetti sulla struttura produttiva, ma influenza anche i mercati finanziari, rendendoli un terreno fertile per movimenti speculativi. Dall&#8217;inizio del 2022 fino alla fine del 2024, i titoli delle principali aziende produttrici di armi e del settore della difesa hanno mostrato un andamento generalmente molto positivo sui mercati finanziari. Il più grande produttore di armamenti al mondo, la <em>Lockheed Martin</em> ha registrato una crescita notevole (tabella 22). Il suo titolo ha visto un aumento significativo nel 2022 (+37,29%), trainato dalla domanda di aerei da combattimento <em>F-35</em>, missili <em>Javelin</em> e altri sistemi. La crescita è continuata anche nel 2023, seppur con un rallentamento (-5,09%), e ha ripreso nel 2024 (+6,54%) soprattutto trainata dalla guerra in Ucraina. La <em>Northrop Grumman</em> (USA), un’azienda, specializzata in sistemi aeronautici, spaziali e di cyber security, ha beneficiato in particolare della domanda di bombardieri B-21 e di sistemi per la difesa missilistica, e il suo titolo ha registrato una forte crescita nel 2022 (+40%), subendo una leggera flessione nel 2023, per poi stabilizzarsi Anche le aziende europee hanno avuto performance molto positive: La tedesca <em>Rheinmetall</em> ha visto una delle crescite più esplosive nel settore, con un aumento delle azioni superiore al 1000% dal 2022. Questa performance è stata guidata dalla decisione del governo tedesco di aumentare drasticamente la spesa militare e di investire nella modernizzazione delle forze armate. Per citare altri esempi, il titolo dell’azienda britannica <em>BAE Systems </em>ha registrato una crescita notevole nel periodo considerato, con un aumento di quasi il 79% nei due anni precedenti l&#8217;agosto 2025, grazie a contratti per fregate, aerei da guerra e sottomarini. Infine l’italiana <em>Leonardo</em> ha anch&#8217;essa registrato un andamento molto positivo, con una crescita delle azioni di circa il 609% dal febbraio 2022 (indicativo di una crescita eccezionale). L&#8217;azienda ha beneficiato dell&#8217;aumento della spesa per la difesa in Italia e in Europa, rafforzando la sua posizione nel settore degli elicotteri, dei sistemi elettronici e degli aerei da combattimento.</p>



<p>In questo contesto la forte attrattiva dei titoli di impresa impegnate nel riarmo può alimentare ondate speculative. Gli investitori, inclusi i grandi fondi istituzionali, sono incentivati ad acquistare queste azioni, scommettendo su un loro ulteriore aumento di valore nel breve o brevissimo termine. Questo genera un&#8217;impennata dei prezzi non sempre giustificata da progressi produttivi o scientifici, ma piuttosto dall&#8217;aspettativa di futuri profitti legati ai conflitti e alla sicurezza internazionale. La logica speculativa può portare alla formazione di una bolla finanziaria nel settore della difesa. L&#8217;irrazionalità e l&#8217;emotività del mercato, alimentate da un clima di tensione e dalla promessa di facili guadagni, spingono i prezzi delle azioni a livelli insostenibili, che rischiano di crollare bruscamente se le condizioni geopolitiche dovessero cambiare o se la crescita effettiva non dovesse corrispondere alle aspettative.</p>



<p>Alcune analisi suggeriscono che la scelta di puntare sul riarmo, in particolare in Europa, abbia un obiettivo prettamente finanziario: far salire il prezzo dei titoli del settore della difesa e attrarre capitali, creando un &#8220;capitalismo di guerra&#8221;. In questo modello, la produzione militare diventa non solo una industria, ma un vero e proprio sistema finanziario su cui speculatori e grandi fondi di investimento e banche giocano un ruolo cruciale, orientando le loro strategie verso il settore degli armamenti e facilitando la speculazione. Inoltre, l&#8217;aumento della spesa pubblica per la difesa può portare a una maggiore volatilità sui mercati finanziari, e a un aumento del debito pubblico, specialmente per i Paesi già indebitati come l&#8217;Italia. Questo può a sua volta aumentare il premio per il rischio sui titoli di Stato, rendendo più costoso per i governi finanziare le loro attività, ma avvantaggiando le posizioni di rendita finanziaria.</p>



<p>Questo tema della finanziarizzazione bellica introduce il problema dello spreco connesso alla spesa militare, al centro della teoria del surplus di Paul Baran e Paul Sweezy, definita in <em>Monopoly Capital </em>(1966). In questa ipotesi la spesa militare è un mezzo per assorbire surplus economico in eccesso ed evitare crisi di sovrapproduzione del sistema capitalistico, fondato sui grandi monopoli. La spesa militare è considerata un meccanismo ideale perché: i) non produce beni di consumo o di investimento e quindi non crea ulteriore offerta che andrebbe a saturare i mercati di beni civili; ii) non crea un&#8217;offerta &#8220;produttiva&#8221; in senso capitalista, in quanto i beni militari (aerei, missili, navi da guerra) non rientrano nel ciclo di riproduzione del capitale; iii) è politicamente accettabile, in quanto è un tipo di spesa che ottiene ampi consensi politici e non incontra le stesse resistenze nella classe dirigente di altre forme di spesa pubblica (ad esempio, per i servizi sociali): iv) infine è illimitata, perché a differenza della spesa per infrastrutture o istruzione, che ha dei limiti pratici, la corsa agli armamenti e il mantenimento di un vasto apparato militare possono giustificare spese enormi e in continua crescita. Tale linea di ricerca è stata sviluppata anche da Paul Mattick (1956) e Michael Kidron (1967, 1970) per spiegare il lungo boom economico post-bellico nel capitalismo occidentale. La tesi principale era che la spesa militare su larga scala, pur non producendo beni che entrano nel ciclo produttivo, ha agito come una valvola di sfogo per il surplus di capitale, contribuendo così a prevenire le crisi di sovrapproduzione e a sostenere la crescita economica.</p>



<p>In sostanza, la spesa militare non serve solo a scopi strategici o di difesa, ma è una necessità economica del capitalismo monopolistico per mantenere alti i livelli di domanda aggregata, sostenere l&#8217;occupazione e scongiurare la crisi di stagnazione che deriverebbe dall&#8217;eccessivo surplus. Tali tesi sono sostenute oggi dalla rivista americana <em>Monthly Review</em> per interpretare le dinamiche economiche globali, inclusa la crescente spesa militare.</p>



<p>L’ipotesi di Baran e Sweezy riprende molti temi dal dibattito degli anni Sessanta sul cosiddetto <em>keynesismo militare</em> come strumento per risolvere crisi cicliche del capitalismo. Un concetto che ha trovato fondamento storico nella grande mobilitazione per la guerra che effettivamente pose fine alla Grande Depressione negli Stati Uniti e in Germania, portando alla piena occupazione e a una forte crescita economica.</p>



<p>Diversi studiosi e analisti economici sostengono oggi che il riarmo attuale, in particolare in Europa e negli Stati Uniti, possa essere interpretato come una forma di <em>keynesismo militare</em>. In un contesto di crisi economica, bassa crescita e crescente instabilità geopolitica, la spesa militare massiccia sarebbe utilizzata dai governi come uno strumento per stimolare l&#8217;economia, creare occupazione e rilanciare l&#8217;industria. Alcuni studiosi, come James M. Cypher (2022), Michael Roberts (2025), Robert Skidelsky (2025), Luciano Vasapollo (2020) e il celebre linguista e attivista politico Noam Chomsky, denunciano un passaggio progressivo da un modello di <em>welfare state</em>, basato sulla spesa per i servizi pubblici, a un <em>warfare state</em>, dove la spesa militare assume un ruolo centrale. Questo spostamento di risorse è visto come una soluzione per i governi che, pur non volendo o potendo attuare politiche economiche espansive tradizionali, trovano nella sicurezza nazionale una giustificazione politicamente accettabile per spendere ingenti somme di denaro pubblico <a id="_ftnref8" href="#_ftn8"><sup>[8]</sup></a>.</p>



<p>I dati disponibili, tuttavia, non giustificano un uso della spesa militare in funzione anticiclica: nel medio-lungo periodo, le decisioni sulla spesa militare sono state influenzate più da considerazioni strategiche e di sicurezza che non da motivazioni puramente economiche. Le nazioni vedono la spesa per la difesa come un investimento prioritario, anche a scapito di altre voci di bilancio, specialmente in periodi di crescente incertezza e conflitto.</p>



<p>Una tesi particolare sul rapporto tra politica di riarmo e suoi effetti economici è stata proposta da Paul Kennedy alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, alla vigilia del crollo dell’Unione Sovietica e della fine della Guerra Fredda (Kennedy, 1988). Secondo Kennedy la spesa militare, sebbene necessaria per mantenere un livello di sicurezza, può trasformarsi in un fattore di declino se eccede la capacità produttiva dell&#8217;economia nazionale. Un&#8217;eccessiva allocazione di risorse per le forze armate, la produzione di armamenti e il mantenimento di basi militari all&#8217;estero drena investimenti che altrimenti sarebbero destinati all&#8217;innovazione, alla ricerca e sviluppo e al miglioramento della produttività civile. Questo porta a una lenta ma inesorabile erosione della base economica della nazione, che perde competitività rispetto ad altre potenze emergenti suoi concorrenti. La tesi di Kennedy è basata sull’evoluzione dei grandi imperi che, raggiunto il culmine della loro potenza militare, cominciarono un inesorabile declino economico. Questa parabola evolutiva fu attraversata dall’impero spagnolo, nel XVII secolo, dalla potenza francese di Luigi XIV, dalla Gran Bretagna vittoriana, fino a giungere al crollo dell’Unione Sovietica. Kennedy applica la sua tesi anche agli Stati Uniti, suggerendo che il paese, pur essendo la superpotenza dominante dopo la Seconda Guerra Mondiale,&nbsp; cade nella stessa trappola della sovra-estensione imperiale, per l&#8217;enorme spesa per la difesa, il mantenimento di alleanze globali e l&#8217;impegno in conflitti hanno eroso lentamente erodendo la competitività economica americana, in particolare rispetto a Giappone,&nbsp; la Germania e soprattutto Cina.</p>



<p>Un’altra tesi più recente sul rapporto tra riarmo, conflitti conclamati e declino economico delle grandi potenze è stata definita da Emiliano Brancaccio a partire dall’appello “Le condizioni economiche per la pace” (pubblicato nel febbraio 2023 dal <em>Financial Times</em>), redatto con l’autorevole collaborazione di Robert Skidelsky, a cui hanno aderito importanti esponenti della comunità accademica internazionale. Le tesi contenute nell’appello erano già apparse in un saggio, <em>La guerra capitalista</em>, redatto da Brancaccio in collaborazione con Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, nel 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e riprese poi nella raccolta pubblicata nel 2024 con lo stesso titolo dell’appello (Brancaccio – Giammetti – Lucarelli, 2022; Brancaccio, 2024). Come sottolinea lo stesso autore, la tesi è “una proposta inedita di collegamento tra alcune intuizioni di Marcello De Cecco, Barry Eichengreen, Giovanni Arrighi e altri sui rapporti tra regime finanziario e crisi dell’ordine mondiale, e i più avanzati studi marxisti sulla tendenza del cosiddetto capitalismo imperialista verso lo scontro militare” (Brancaccio, 2024: 10). Questa sintesi offre una chiave di lettura per questa nuova fase del capitalismo mondiale che è in gran parte l’effetto dello squilibrio eccezionale in cui versa l’economia degli Stati Uniti,  la potenza egemone, causata dalla perdita della sua competitività, esplosa con particolare gravità dopo la crisi del 2008. Il segno di questo declino è dato dall’accumulo continuo del deficit commerciale nei confronti della Cina soprattutto. L’approfondirsi del divario delle due economie e il timore di centri capitalistici statunitensi di perdere il controllo strategico di assets nella inarrestabile corsa alla centralizzazione di capitali che spingerebbe i cinesi e altri creditori ad acquisire pacchetti di controllo di aziende statunitensi (Brancaccio, 2024: 11) <a id="_ftnref9" href="#_ftn9"><sup>[9]</sup></a>. Da questa grande paura nascerebbe la svolta protezionistica americana degli ultimi decenni, che lentamente si è fatta strada emarginando il credo liberoscambista. Nei loro rapporti commerciali, gli Stati Uniti hanno praticato il <em>friend shoring</em>, stabilendo rapporti privilegiati con paesi ritenuti amici a svantaggio dei pericolosi concorrenti, “elevando barriere commerciali e finanziarie, il grande debitore statunitense mira soprattutto a proteggersi contro il rischio di acquisizioni di capitali in mani estere averse” (Brancaccio, 2024: 12) <a id="_ftnref10" href="#_ftn10"><sup>[10]</sup></a>. Tale politica, spesso giustificata ideologicamente dalla necessità di isolare regime autocratici e illiberali, tenta di costruire un nuovo ordine internazionale sempre fondato sulla centralità statunitense, ma induce gli esclusi, i creditori orientali, a cui è impedito di esportare capitali e merci, “a una sorprendente reazione militare” per conquistare spazi nel disordine mondiale.</p>



<p>La tesi sostenuta da Brancaccio e dai suoi collaboratori di ricerca, è senz’altro degna di nota soprattutto perché tenta di colmare una grave lacuna epistemologica nel dibattito scientifico contemporaneo sul riarmo, in cui prevale una visione frammentata, parziale, incapace di definire un quadro interpretative dove collocare avvenimenti apparentemente contraddittori, ma che hanno una coerenza storica e logica, che deve essere svelata <a id="_ftnref11" href="#_ftn11"><sup>[11]</sup></a>. L’analisi di Brancaccio costituisce un valido punto di partenza, soprattutto dal punto di vista metodologico, per il tentativo di definire ed enunciare leggi di tendenza, riprendendo il contributo più importante che il marxismo ha lasciato al pensiero economico contemporaneo, purtroppo ignorato dalla generale vulgata del <em>mainstream</em>.</p>



<p>Tuttavia non si possono non evidenziare alcuni punti critici dell’analisi proposta da Brancaccio, emersi soprattutto negli ultimi tempi. Innanzitutto la politica protezionista sostenuta dalla nuova amministrazione di Donald Trump si rivolge anche agli alleati occidentali, soprattutto quelli dell’Unione Europea, accusati addirittura di sottrarre fraudolentemente ricchezza agli americani. Il dazio medio del 15% imposto alle importazioni di merci europee, non è stato certo favorevole, e la rinuncia europea a definire una risposta appare come una resa per evitare ulteriori danni. Il Canada, fedele alleato di Washington, oltre alle minacce di annessione, ha subito anche un dazio medio del 25%, che appare ingiustificato visto che l’esempio di area monetaria ottimale descritto da Robert Mundell è proprio l’area integrata dei Grandi Laghi. Un analogo dazio del 25% è stato imposto al Messico, non certo un nemico degli Stati Uniti. Di contro l’amministrazione Trump ha ridotto i dazi nei confronti di importazioni cinesi dal 145% al 30% (mentre la Cina ha abbassato le sue tariffe sui prodotti americani al 10%). Infine dazi del 15% sono stati applicati alle esportazioni di Giappone e Corea del Sud, tradizionali e importanti alleati nel Pacifico. Inoltre seguendo la tesi di Brancaccio, il paese che avrebbe dovuto iniziare una politica di reazione e aggressività militare avrebbe dovuto essere la Cina, in quando maggior creditore svantaggiato, e invece la questione di Taiwan resta allo <em>status quo</em> e anzi sulla scenario della politica mondiale la Cina si propone come attore di mediazione, pur mantenendo le sue scelte strategiche e i suoi rapporti privilegiati con la Russia. Infine la componente del debito pubblico degli Stati Uniti detenuta dalla Cina mostra una consolidata tendenza alla riduzione, passando da 1.316,7 miliardi di dollari della fine del 2013 ad una cifra tra i 750 e 780 miliardi di dollari del 2024 <a id="_ftnref12" href="#_ftn12"><sup>[12]</sup></a>. Se consideriamo poi gli investimenti diretti negli Stati Uniti da parte della Cina, il massimo storico è stato raggiunto nel 2016 toccando circa 48 miliardi di dollari. A partire dal 2018, si è verificato un drastico calo degli investimenti cinesi negli Stati Uniti, dovuto certamente alle restrizioni imposte dalla prima amministrazione Trump e alle dispute sulla proprietà intellettuale, ma anche per i controlli più severi sulla esportazione di capitali, introdotti dal governo cinese per motivi di stabilità economica interna <a id="_ftnref13" href="#_ftn13"><sup>[13]</sup></a>. Un ulteriore elemento critico riguarda il problema del deficit degli Stati Uniti il cui andamento è strettamente legato alla funzione del dollaro come moneta mondiale. Le politiche di Trump hanno avuto l’effetto di indebolire la divisa americana intaccando la sua funzione di riserva di valore internazionale (da gennaio 2025 il dollaro ha perso il 13,7% rispetto all’euro). In sintesi un miglioramento del deficit esterno degli Stati Uniti condurrebbe a ridurre la sua egemonia monetaria, e questa prospettiva è una della tante contraddizioni della politica dell&#8217;amministrazione Trump <a id="_ftnref14" href="#_ftn14"><sup>[14]</sup></a>.</p>



<h5>3. Conclusioni</h5>



<p>Il riarmo ormai è una realtà consolidata della politica internazionale, alla sua radice vi sono senz’altro motivazioni di ordine economico, ma anche di moventi diversa natura, espressione di particolari condizioni storiche, sociali e religiose.</p>



<p>All’inizio del nuovo millennio, l’ordine internazionale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondato sulla centralità delle Nazioni Unite, è stato progressivamente delegittimato, e l’attuale assetto delle relazioni internazionali si avvicina più alla situazione precedente la Prima Guerra Mondiale, in cui le potenze mostrano una crescente aggressività, senza alcun meccanismo di autorità sovranazionale che possa ricondurre entro una dimensione cooperativa la gestione dei conflitti.</p>



<p>Il primo colpo al sistema delineato alla Conferenza di San Francisco (aprile e giugno 1945)&nbsp; è stato sferrato dall’amministrazione statunitense di George Bush Jr. con la guerra in Afghanistan e Irak nel 2001-2003, che sono state giustificate non da un mandato delle Nazioni Unite, ma sulla base del diritto all&#8217;autodifesa (articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite) e alcune risoluzioni che hanno riconosciuto il terrorismo come una minaccia. La Prima Guerra del Golfo (1990-1991) fu l’ultimo conflitto condotto da una vasta coalizione internazionale in base ad un chiaro e formale mandato delle Nazioni Unite (Risoluzione 678). I conflitti combattuti durante la Guerra Fredda erano crisi interne alle sfere di influenza che erano strategicamente utilizzate da Stati Uniti e Unione Sovietica per allargare o difendere la propria area di egemonia.</p>



<p>Le attuali politiche imperialistiche sono molto simili a quelle che caratterizzarono il periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, in quanto adoperano gli stessi strumenti: i. difesa degli interessi economici nazionali attraverso il protezionismo (con diverse motivazioni) e la difesa dei settori di importanza strategica per la sicurezza nazionale; ii. uso della forza militare per regolare conflitti in aree geografiche ritenute di interesse strategico; iii. espansione territoriale <a id="_ftnref15" href="#_ftn15"><sup>[15]</sup></a>; iv. costruzione del consenso interno attraverso politiche di tipo bonapartista, fondate su mandati elettorali di tipo plebiscitario ed istituzioni governative orientate in senso autoritario.</p>



<p>In un recente suo contributo, Ernesto Screpanti ha distinto nella politica di relazioni internazionali “una spinta economica e un’autonoma spinta politica cioè da una propensione del capitale all’accumulazione nei mercati esteri e una propensione dei ceti politici all’estensione degli imperi. Nel vecchio imperialismo otto-novecentesco la spinta economica predominava. Si veniva a creare un rapporto di simbiosi tra politici e capitalisti, l’azione degli uni risultando funzionale a quella degli altri, e l’accumulazione del capitale da parte delle imprese guidava l’azione dei politici […]. Quando il predominio della spinta economica all’espansione capitalistica genera problemi all’azione politica dello stato, le classi dirigenti possono reagire tentando di far prevalere la spinta politica su quella economica, l’azione dello stato su quella del capitale. Ciò è accaduto in seguito alla grande crisi del 2007-9. Nella quale, tra le altre cose, è emerso con chiarezza il conflitto d’interessi tra ceti politici e ceti economici. È proprio questa crisi che ha determinato la commutazione di predominio tra spinta economica e spinta politica all’imperialismo.” (Screpanti, 2025: 16).</p>



<p>Occorre tuttavia osservare che la spinta politica fu prevalente anche nella prima fase dell’imperialismo, mentre nel dopoguerra, nella fase delle cosiddetto neo-colonialismo o neo-imperialismo, fu prevalente la spinta economica. L’analogia tra il primo imperialismo e questa nuova fase di confronto imperialistico è definita dalla prevalenza del momento politico che guida gli interessi economici nazionali. Tuttavia, a differenza del primo imperialismo, il confronto, seppur serrato, non potrà mai sfociare in uno scontro diretto di tipo nucleare tra le grandi potenze in quanto, come è ovvio, i costi supererebbero nettamente i benefici.</p>



<p>La politica neo-imperialista del dopoguerra che utilizzava strumenti indiretti di tipo economico e culturale in un contesto di libero scambio, culminato nella globalizzazione, è oggi completamente superata. Il moderno imperialismo ha riscoperto l’uso della forza militare come braccio della politica, del controllo diretto dei territori e la protezione dei propri interessi economici <a id="_ftnref16" href="#_ftn16"><sup>[16]</sup></a>. Esso ha molti elementi di affinità anche con il modello imperialistico sovietico attuato durante la Guerra Fredda, che puntava all’espansione della propria sfera di influenza politica con la creazione di Stati satelliti e annessioni territoriali. Le dichiarazione del presidente Trump in merito ad annessioni di Canada, Groenlandia e Panama, sono un esempio dell’adozione di questo  modello.</p>



<p>Paradossalmente l’età della globalizzazione ha prodotto la sua antitesi, il ritorno di una logica di interesse nazionale, mettendo in crisi tutti i progetti di cooperazione internazionale, a cominciare dal processo di integrazione europea che appare oggi fortemente indebolito <a id="_ftnref17" href="#_ftn17"><sup>[17]</sup></a>. La politica americana dei primi anni del secondo millennio ha anticipato la politica di aggressione che la Russia e poi Israele stanno seguendo per mettere in sicurezza e consolidare le proprie aree di interesse strategico.</p>



<p>Lo scenario internazionale è ormai dominato da conflitti locali che appaiono come regolamenti di conti per affermare la proprio forza sul contendente o per eliminare una minaccia alla propria sicurezza <a id="_ftnref18" href="#_ftn18"><sup>[18]</sup></a>. Così fu in Irak, così è stato in Ucraina e in Medio Oriente, così sarà molto probabilmente in altre aree di tensione geopolitica, come dimostra il recente conflitto, subito rientrato, che si è riacceso tra India e Pakistan.</p>



<p>A questa componente di conflitti conclamati si accompagna il riposizionamento dei sistemi di alleanze nel vuoto lasciato dal crollo del precedente ordine (come dimostra il recente vertice di Tianjin della <em>Shanghai Cooperation Organisation</em>). Ciascuno tenta di consolidare la propria posizione geopolitica per trattate poi da posizioni di vantaggio. Lo sbocco di questa fase porterà ad un nuovo ordine mondiale caratterizzato da un nuovo equilibrio e finché questo equilibrio non sarà trovato la politica internazionale sarà caratterizzata da instabilità sistemica, di cui la corsa al riarmo, lo strumento per definire la propria capacità di difesa degli interessi nazionali, sarà il segno più evidente.</p>



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<p>Zuboff, S. 2019. <em>The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, </em>Londra: Profile Books.</p>



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<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a> Già nel 2022 l’Unione Europea aveva lanciato il programma <em>Strategic Compass</em> per  rafforzare la difesa entro il 2030. Cfr. Bonaiuti – Maranzano &#8211; Pianta – Stamegna, 2023.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2"><sup>[2]</sup></a> La variazione percentuale dell’Ucraina tra i due periodi è stata del 9627% e non è rappresentabile nella tabella 13.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3"><sup>[3]</sup></a> Il regime di controllo degli armamenti nucleari ha subito un progressivo deterioramento nel XXI secolo. Nel 2002, gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dal Trattato <em>ABM</em> (<em>anti missili balistici</em>), sostenendo che i trattati tradizionali erano limitanti per gli interessi di sicurezza nazionale. Questa tendenza è proseguita con il ritiro dal Trattato <em>INF </em>(<em>Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty</em>) nel 2018 e dal Trattato <em>Open Skies</em> (controllo attività militari basato sulla osservazione area reciproca) nel 2020. Di recente, la Russia ha sospeso la sua partecipazione al Trattato <em>New START</em> (<em>New Strategic Arms Reduction Treaty</em>, per la riduzione delle armi nucleari) nel 2022. Questo disfacimento del quadro normativo globale è un trend cruciale da monitorare, in quanto elimina i meccanismi di trasparenza che, secondo alcuni, sono fondamentali per la stabilità. Esiste un dibattito sull&#8217;efficacia di tali accordi: mentre alcuni sostengono che siano inefficaci nel limitare gli avversari, altri li vedono come strumenti cruciali per promuovere la trasparenza, facilitare la pianificazione militare e ridurre l&#8217;incertezza e il rischio di attacchi a sorpresa.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4"><sup>[4]</sup></a> “La sovrapproduzione, vale a dire 1’esistenza di impianti manifatturieri eccessivi da un lato, e il sovrappiù di capitale che non poteva trovare un investimento profittevole all’interno del paese dall’altro, forzarono la Gran&nbsp; Bretagna, la Germania, l’Olanda la Francia a collocare porzioni&nbsp; sempre più grandi delle loro risorse economiche al di fuori dell’area del loro attuale dominio politico e perciò spinsero ad intraprendere una politica di espansione per conquistare nuove aree.&nbsp; Le origini economiche di questo fenomeno sono messe a nudo da periodiche depressioni commerciali, causate dal fatto che i produttori non trovano mercati&nbsp; adatti e profittevoli per&nbsp; collocare&nbsp; la&nbsp; loro&nbsp; merce (Hobson, 1902 [1996]: 110-111). É inutile attaccare l’imperialismo o il militarismo nella loro manifestazione politica se non si punta l’ascia alla radice economica dell’albero e se le classi che hanno interesse all’imperialismo non vengono private dei redditi eccedenti che cercano questo sfogo” (Hobson, 1902 [1996]: 119).</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5"><sup>[5]</sup></a> “La radice economica dell’imperialismo e il desiderio di forti interessi&nbsp; organizzati della finanza e dell’industria di assicurarsi e di sviluppare a&nbsp; spese della nazione e con la forza dello Stato nuovi mercati per le loro merci e i loro capitali eccedenti. La guerra, il militarismo e un’«ardente politica estera» sono i mezzi necessari a questo scopo”&nbsp; (Hobson, 1902 [1996]: 130).</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6"><sup>[6]</sup></a> “I&nbsp; decenni&nbsp; dell’imperialismo&nbsp; sono&nbsp; stati&nbsp; prolifici&nbsp; di&nbsp; guerre;&nbsp; molte&nbsp; di&nbsp; queste&nbsp; guerre&nbsp; sono state motivate direttamente dall’aggressione delle razze bianche sulle razze inferiori, e si sono concluse con la conquista con la forza del territorio.&nbsp; Ogni passo dell’espansione in Asia, Africa e nel Pacifico è stato accompagnato da spargimento di&nbsp; sangue; ogni potenza imperialista mantiene&nbsp; un&nbsp; esercito&nbsp; sempre più&nbsp; grande&nbsp; pronto&nbsp; per&nbsp; missioni&nbsp; all’estero;&nbsp; rettificazione&nbsp; delle&nbsp; frontiere,&nbsp; spedizioni&nbsp; punitive,&nbsp; e&nbsp; altri eufemismi&nbsp; usati&nbsp; al posto&nbsp; della parola guerra,&nbsp; sono&nbsp; stati&nbsp; in continuo&nbsp; aumento. La <em>pax&nbsp; britannica</em>, che era sempre stata una impudente falsità, è&nbsp; divenuta un&nbsp; grottesco mostro&nbsp; di&nbsp; ipocrisia […]. A parte la inimicizia tra Germania e Francia, la principale causa degli enormi armamenti che hanno dilapidato le risorse della maggior parte dei paesi europei è rappresentata dagli interessi contrastanti che esistono nell’espansione territoriale e commerciale. […]. L’affermazione della scuola del <em>si pacem vis para bellum</em> secondo cui solo gli armamenti costituiscono la migliore sicurezza per la pace, è basata sull’assunzione che esiste un vero e duraturo antagonismo di interessi tra i&nbsp; vari popoli che sono chiamati&nbsp; a subire questo mostruoso sacrificio” (Hobson, 1902 [1996]: 143-144).</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7"><sup>[7]</sup></a> Secondo Ernesto Screpanti: nell’<em>Imperialismo</em> di Hobson “è contenuto il vizio originario di quasi tutte quelle teorie, e precisamente nel capitolo dedicato allo studio delle “radici economiche dell’imperialismo”. Il vizio consiste nella convinzione che l’imperialismo ha la sua “radice economica” non nel capitalismo ma in una qualche sua imperfezione” (Screpanti, 2025: 29).</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8"><sup>[8]</sup></a> “La spesa militare è di nuovo in aumento per far fronte alla minaccia percepita della Russia e della Cina; ed è ragionevole supporre che, poiché i programmi di welfare non saranno tagliati per fare spazio al riarmo, l&#8217;indebitamento pubblico aumenterà per finanziare tale incremento. L&#8217;entità dell&#8217;inflazione che ne deriverà dipenderà dal grado di rallentamento delle economie occidentali e dalla disponibilità dei governi a limitare i consumi civili. Keynes stesso sarebbe stato depresso, ma non sorpreso dalla facilità con cui si può alimentare il fervore bellico per giustificare le politiche keynesiane. Non avrebbe sostenuto gli Stati autoritari di oggi, Russia e Cina, ma non avrebbe nemmeno avuto molta simpatia per coloro che in Occidente continuano a parlare della minaccia che essi rappresentano per ottenere denaro. «La guerra deve essere affrontata con molta prudenza, riverenza e calcolo», scriveva Keynes da giovane. In un mondo che sta tornando a blocchi economici e politici antagonisti, la sua condanna del bellicismo da parte dei detentori del potere è urgentemente appropriata, poiché l&#8217;attuale tecnologia bellica può distruggere non solo la civiltà, ma la vita stessa” (Skildesky, 2025).</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9"><sup>[9]</sup></a> Il concetto di centralizzazione dei capitali è centrale nell’analisi di Brancaccio e può essere considerato uno sviluppo del concetto impostato da Marx e da Lenin.</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10"><sup>[10]</sup></a> “L’obiettivo, nell’essenza, consiste nell’affrontare i problemi dell’economia americana dividendo il mondo in due grandi blocchi economici: da un lato gli “amici” occidentali e i loro sodali, con i quali proseguire gli affari, e dall’altro i “nemici” da tenere alla larga, tra cui rientrano in primo luogo la Cina, la Russia, alcuni produttori di energia medio-orientali e altri paesi creditori poco simpatetici con gli interessi prevalenti tra Wall Street e Capitol Hill” (Brancaccio, 2024: 12).</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11"><sup>[11]</sup></a> “La ragione di fondo, a ben guardare, è di ordine epistemologico. I più sembrano, infatti, accontentarsi di una metodologia di tipo aneddotico, tipica degli approcci geopolitici attualmente à la page. Ossia, una serie di fatti giustapposti, una concezione della storia come fosse banalmente costituita dalle decisioni individuali dei suoi protagonisti, una sopravvalutazione delle spiegazioni ufficiali di quelle decisioni. E sopra ogni cosa, una espressa rinuncia: mai pretendere di ricercare “leggi di tendenza” alla base dei conflitti militari. Da Allison Graham a Étienne Balibar, nessuno osa oggi parlare delle “tendenze” su cui invece indagavano i loro grandi ispiratori, da Tucidide ad Althusser. La conseguenza di questo involuto metodo di analisi è che nel dibattito prevalente si avverte la pressoché totale assenza di indagini dedicate agli interessi materiali sottesi ai movimenti di truppe e cannoni. Manca cioè un esame delle tendenze strutturali che alimentano i venti di guerra di questo tempo (Brancaccio-Giammetti-Lucarelli, 2022: 133).</p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12"><sup>[12]</sup></a> La politica cinese segue le esigenze del commercio in questo senso è diretta a mantenere le condizioni di pace, come osserva Ernesto Screpanti: “I grandi capitalisti di oggi hanno un interesse fondamentale a superare le rivalità inter-imperiali piuttosto che a inasprirle, anche se in molte occasioni alcuni settori dei capitali di certe nazioni cercano di sfruttare le ambizioni geopolitiche delle classi dirigenti” (Screpanti, 2025: 36).</p>



<p><a href="#_ftnref13" id="_ftn13"><sup>[13]</sup></a> “Le direttrici di espansione dell’imperialismo cinese sono quattro: 1) un rafforzamento dei rapporti commerciali con i paesi dell’area euro-asiatica, 2) un’intensificazione degli investimenti diretti nei paesi emergenti e in via di sviluppo, 3) la trasformazione del gruppo BRICS in un’alleanza strategica capace di espansione economica e accumulo di potere politico, 4) uno sforzo politico, economico e diplomatico finalizzato alla de-dollarizzazione dell’economia mondiale” (Screpanti, 2025: 161).</p>



<p><a href="#_ftnref14" id="_ftn14"><sup>[14]</sup></a> Su questo tema, si veda l’analisi di Screpanti, 2025: 49.</p>



<p><a href="#_ftnref15" id="_ftn15"><sup>[15]</sup></a> Questa caratteristica dell’espansione territoriale come elemento caratterizzante dell’imperialismo è stata al centro dell’analisi di Giovanni Arrighi (1994).</p>



<p><a href="#_ftnref16" id="_ftn16"><sup>[16]</sup></a> “Il punto è che c’è un interesse comune del capitale multinazionale alle guerre per la libertà contro I paesi canaglia, ed è un interesse all’apertura dei mercati, all’appropriazione delle fonti d’energia e di materie prime e all’abbattimento di ogni ostacolo al libero movimento dei capitali e delle merci” (Screpanti, 2025: 61).</p>



<p><a href="#_ftnref17" id="_ftn17"><sup>[17]</sup></a> Ernesto Screpanti ha distinto due fasi della globalizzazione: “la fase di globalizzazione dispiegata, che va da metà degli anni ’80 fino allo scoppio della grande crisi 2007-9; e la fase della globalizzazione rallentata, che inizia con la crisi e arriva fino a oggi. Nella prima fase la spinta economica ha predominato su quella politica e l’accumulazione del capitale è stata irruenta; nella seconda ha predominato la spinta politica e l’economia mondiale è entrata in una fase di rallentamento dello sviluppo […].È una fase dell’accumulazione in cui, sotto la spinta delle politiche protezioniste messe in atto dagli Stati Uniti dopo la grande crisi, è stato rallentato il processo di estensione del commercio mondiale, e di conseguenza è stata rallentata anche la crescita del PIL globale” (Screpanti, 2025: 11-12).</p>



<p><a href="#_ftnref18" id="_ftn18"><sup>[18]</sup></a> “É per la conquista dell’egemonia imperiale, cioè per decidere quale sarà il nuovo stato egemone che eventualmente sostituirà gli Stati Uniti, che oggi si scontrano le forze economiche delle grandi potenze e, sia pur per procura, le forze militari” (Screpanti, 2025: 20).</p>
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