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	<title>Economia e Politica</title>
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	<description>Rivista online</description>
	<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 15:21:07 +0000</pubDate>
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		<title>Il dualismo insuperato dell’economia italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jun 2013 09:35:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra il 2007 e il 2012 il Prodotto interno lordo italiano ha subito una flessione di oltre il 7%, così imputabile alle due macroaree del Paese: circa il 6% al Nord, quasi il 10% al Sud . Un risultato che ha fatto compiere al Mezzogiorno ha un salto indietro nel tempo, sino ai valori registrati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/divario.jpg" width="310" height="237" style="width: 318px; height: 230px" border="0" vspace="0" hspace="-1" />Tra il 2007 e il 2012 il Prodotto interno lordo italiano ha subito una flessione di oltre il 7%, così imputabile alle due macroaree del Paese: circa il 6% al Nord, quasi il 10% al Sud . Un risultato che ha fatto compiere al Mezzogiorno ha un salto indietro nel tempo, sino ai valori registrati nel lontano 1997, con effetti drammatici sui livelli occupazionali<strong>[2]</strong>. Ciò rende sinteticamente evidente che, sebbene la crisi economica internazionale interessi tutta l’economia italiana, il Mezzogiorno ne conosca le le conseguenze più gravi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">D&#8217;altronde i nodi da sciogliere del Mezzogiorno sono sostanzialmente i medesimi degli anni del secondo dopoguerra: grande peso delle attività primarie, arretratezza tecnologica, inadeguatezza delle infrastrutture materiali e immateriali, ridotto spirito imprenditoriale, bassa produttività, bassi salari, forte spinta all’emigrazione<strong>[3]</strong>. Il risultato di tutto questo è che se il Centro-Nord tende a perdere contatto con i ritmi di crescita delle aree centrali d’Europa, nel Sud la “desertificazione industriale” procede a passi da gigante<strong>[4]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Insomma, il dualismo continua a caratterizzare l’economia italiana. L’unico vero tentativo di mettere in moto un processo di convergenza tra le due partizioni del Paese risale all’intervento straordinario<strong>[5]</strong> operato con la Cassa per il Mezzogiorno<strong>[6]</strong> tra il 1950 e il 1975<strong>[7]</strong>. Successivamente, il divario tra le due macro aree del Paese è tornato a crescere o, nella migliore delle ipotesi, a stabilizzarsi. Eppure, dopo l’intenso dibattito degli anni cinquanta, sessanta e settanta l’analisi delle vicende economiche italiane ha generalmente cessato di essere condotta in chiave dualistica<strong>[8]</strong>, in particolar modo a partire dagli anni ottanta. A ciò hanno contribuito alcuni fattori. Da un lato, se inizialmente l’intervento straordinario aveva puntato sugli investimenti produttivi, successivamente, dopo la metà degli anni settanta, proprio quando maggiore era la necessità di una azione pubblica efficiente in grado di adattarsi ai mutamenti nelle convenienze localizzative e nell’adeguamento della produzione alle nuove condizioni di mercato, hanno prevalso interventi a sostegno dei redditi, spesso con caratteri assistenziali e clientelari. Dall’altro lato, al declino del modello di sviluppo industriale basato sull’intervento pubblico in comparti industriali a elevata intensità di capitale, venne contrapponendosi l’affermazione di un modello basato sullo sviluppo dell’imprenditoria locale, improntato a criteri di spiccata specializzazione, in una logica di forte integrazione europea e internazionale<strong>[9]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L&#8217;esaurimento dell’intervento straordinario<strong>[10]</strong> - concretizzatosi tra la fine degli anni ottanta e i primissimi anni novanta - ha visto anche un calo degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno, anche per i vincoli imposti dal processo di integrazione europea. E da allora si registra una progressiva ulteriore apertura della forbice tra Nord e Sud. Il problema del Mezzogiorno viene spesso, tuttavia, ricondotto ai vincoli e alle rigidità del mercato del lavoro<strong>[11]</strong> e della formazione del capitale sociale, vincoli e rigidità che impediscono il pieno funzionamento dei mercati dei fattori produttivi e la loro allocazione efficiente tra le varie aree del paese. Tutto ciò si colloca sullo sfondo delle vicende europee: l’unificazione monetaria europea e la sua tendenza a spostare il baricentro economico-finanziario verso il Nord-Europa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Ma la storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi<strong>[12]</strong>. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l&#8217;atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata<strong>[13]</strong>. Una volta che la produzione si è polarizzata in aree specifiche e in determinati settori, non ci può poi attendere uno spontaneo processo di diffusione di iniziative imprenditoriali in altre aree. Si innesca, invece, un processo cumulativo di divergenza per cui: nelle regioni in cui si concentra una struttura produttiva più efficiente e prevale la cosiddetta domanda ricca è favorito il processo di investimento e quindi di espansione; mentre le regioni la cui attività produttiva è legata alla domanda povera subiscono un rallentamento negli investimenti e nel processo espansivo. A ciò si aggiunga che le specializzazioni produttive tendono a riprodursi nel tempo e a strutturarsi, manifestando un legame di causalità con le strutture economiche, sociali e istituzionali, tendenza che le forze di mercato non riescono a correggere.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Applicata ad un sistema dualistico, tale circostanza tende ad accentuare progressivamente il divario. In più, privilegiare più o meno esplicitamente una competitività da prezzi, significa impedire la trasformazione della specializzazione produttiva e consegnare alla flessibilizzazione del mercato del lavoro il peso della competitività internazionale. Evidentemente, questa prospettiva ha finito per aggravare ulteriormente lo svantaggio delle aree meno sviluppate: anche le aree forti hanno premuto per una sempre maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro e un sempre minore intervento dello Stato nell’economia<strong>[14] </strong>col risultato che mentre nelle aree forti la crescita del reddito è affidata a economie esterne, rendimenti crescenti e fattori agglomerativi nelle aree “deboli” la deregolamentazione del mercato del lavoro e il venir meno del sostegno dello stato sociale, in aggiunta al già più basso livello di occupazione e di partecipazione, producono una riduzione del Pil pro capite. Il divario si acuisce.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Queste dinamiche riportano l’attenzione sulla caratteristica cumulativa del processo di divergenza e sui modelli di sviluppo dualistico. Riconsiderare il sistema economico italiano in chiave dualistica – con le dovute implicazioni in termini di politica economica – e reimpostare conseguentemente le politiche di sviluppo sembra quanto mai opportuno.</p>
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<h6 align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"></h6>
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<h6>[1] Svimez (2013), <a href="http://www.astrid-online.it/Mezzogiorn/Documenti/SVIMEZ_2013_02_06_documento_sud.pdf" target="_blank">Una politica di sviluppo del Sud per riprendere a crescere</a>, 6 febbraio 2013, Roma.<br />
Seppure il riaprirsi della forbice tra Nord e Sud risalga agli anni settanta – eccenzion fatta per brevi parentesi di stasi o timida riduzione  – sembra che l’entità del divario sia notevolmente cresciuta proprio negli ultimi anni in concomitanza con l’attuazione di più stringenti politiche di austerità.<br />
[2] Dati <em>24° Report Sud</em> di Diste Consulting-Fondazione Curella sul II semestre del 2012.<br />
[3] Sulla circolarità della relazione  “impoverimento-emigrazione-impoverimento” si rimanda, in questa rivista, all’articolo di  G. Forges Davanzati, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/le-emigrazioni-e-la-crisi-del-mezzogiorno/#.Uax0MdL0FSM" target="_blank">Le emigrazioni e la crisi del Mezzogiorno</a>.<br />
[4] Svimez, <em>Rapporto sull’economia del Mezzogiorno nel 2012</em>, il Mulino, Bologna.<br />
[5] Per una ricostruzione dell’intervento straordinario e della attività della Cassa per il Mezzogiorno cfr. S. Cafiero (2000), <em>Storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-2003)</em>, Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma.<br />
[6] La Cassa per il Mezzogiorno fu fortemente voluta da Pasquale Saraceno che, col supporto teorico del “nuovo meridionalismo”, sottolineava la rilevanza strategica dell’industrializzazione per la soluzione della questione meridionale ma anche, più in generale, per la crescita dell’economia nazionale.<br />
[7] Sulla “convergenza” del Mezzogiorno verso il resto del paese nel periodo citato, l’opinione riscontrabile in letteratura è sostanzialmente unanime.<br />
[8] Per una rassegna sui modelli dualistici elaborati tra gli anni cinquanta-settanta del Novecento e il dibattito tra gli economisti che ne conseguì sia consentito rinviare a C. Vita, <em>Il dualismo economico in Italia. La teoria e il dibattito (1950-1970)</em>, FrancoAngeli, Milano, 2012.<br />
[9] Si veda a riguardo in questa rivista U. Marani, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/i-luoghi-comuni-del-piano-per-il-sud/#.Ua3Wk9L0FSN" target="_blank">I luoghi comuni del “Piano per il Sud”</a>.<br />
[10] Secondo alcuni studiosi, il modello di sviluppo dall’alto sotteso all’intervento straordinario rispondeva solo ad una logica dirigistica e finiva con il privilegiare progetti particolari piuttosto che progetti di interesse generale. Tra gli altri, C. Trigilia (1996), “Una nuova occasione per il Mezzogiorno”, in <em>Economia Italiana</em>, n.2, e G. Viesti (2004), <em>Abolire il Mezzogiorno</em>, Laterza. Bari.<br />
[11] Una riproposizione delle le disparità salariali e, eventualmente, dell’emigrazione come soluzione alla “questione meridionale” porta, sul piano teorico, ad una retrodatazione del dibattito ai tempi dell’analisi di Vera Lutz, secondo la quale le imperfezioni del mercato del lavoro rappresentavano la causa principale del dualismo Nord-Sud.<br />
Con specifico riferimento alle questioni salariali cfr., in questa rivista, gli articoli di  R. Patalano e R. Realfonzo, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/salari-meridionali-in-gabbia/#.Uax0RdL0FSM" target="_blank">Salari meridionali in gabbia</a>, <span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em">e di G. Colacchio, </span><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/mezzogiorno-in-gabbia/#.Uaxz_dL0FSM" target="_blank">Mezzogiorno in gabbia</a><span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em">.<br />
</span>[12] Cfr., tra gli altri, R. Realfonzo e C. Vita (a cura di ) (2006), <em>Sviluppo dualistico e Mezzogiorni d’Europa. Verso nuove interpretazioni dei divari regionali in Europa e in Italia</em>, FrancoAngeli, Milano.<br />
[13] L’impatto dell’apertura internazionale ed in particolare il ruolo svolto dalla domanda estera nel determinare una configurazione di sviluppo di tipo dualistico è stato analizzato da Graziani in <em>Lo sviluppo di una economia aperta</em>, ESI, Napoli del 1969. Il modello proposto da Graziani descriveva in maniera esaustiva i tratti del processo di sviluppo italiano degli anni cinquanta-sessanta ma potrebbe essere validamente ripreso per rappresentare l’attuale situazione economica nazionale.<br />
[14] La necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’economia attraverso una politica industriale nazionale con funzione trainante che parta proprio dalle regioni meridionali è, invece, ribadita, tra gli altri, da F. Pirro, <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/la-grande-industria-abita-ancora-il-mezzogiorno/#.Uax0hNL0FSM" target="_blank">La grande industria abita ancora il Mezzogiorn</a>o  e <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/industria-ed-energia/il-mezzogiorno-riparte-dalle-imprese-pubbliche/#.Uax0btL0FSM" target="_blank">Il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche</a>, in questa rivista.</h6>
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		<title>L’euro sta un po’ meglio, l’Europa no</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 15:33:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non è semplice ordinare le idee e dare una lettura chiara a ciò che è accaduto e sta accadendo in Europa. Si potrebbe affermare però che siamo entrati in una nuova fase con caratteristiche diverse rispetto a quelle di un anno fa.
A partire dallo scoppio della crisi e in particolar modo dal 2009 l’Europa è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/canale0.jpg" width="650" height="372" style="width: 338px; height: 203px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" />Non è semplice ordinare le idee e dare una lettura chiara a ciò che è accaduto e sta accadendo in Europa. Si potrebbe affermare però che siamo entrati in una nuova fase con caratteristiche diverse rispetto a quelle di un anno fa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">A partire dallo scoppio della crisi e in particolar modo dal 2009 l’Europa è apparsa divisa in due aree: una &#8220;virtuosa&#8221;<em> </em>dal punto di vista fiscale e competitiva sui mercati internazionali, l’altra periferica, poco competitiva e afflitta dall’insostenibilità dei conti pubblici. A questa immagine sono state date due interpretazioni diverse: una prima che attribuisce alla cosiddetta “fiscal profligacy” (dissolutezza fiscale) la fragilità di alcuni paesi rispetto ad altri (per cui i paesi PIIGS pagherebbero le conseguenze del peccato originale di aver consentito deficit e debito pubblico troppo elevati; vedi von Neumann 2012); una seconda che attribuisce alla crisi europea la natura di “crisi della bilancia dei pagamenti”, celata dall’esistenza di una moneta unica, secondo la quale gli effetti asimmetrici della politica monetaria centralizzata hanno acuito le differenze di competitività fra i paesi e sostenuto un processo di divergenza fra aree strutturalmente diverse. Lo shock della crisi avrebbero reso evidenti queste differenze e reso indisponibili i capitali a finanziare queste economie (de Grauwe and Yuemei 2012). Da questo punto di vista, gli alti rendimenti necessari ad attrarre i capitali avrebbero “spiazzato” l&#8217;attività economica interna e reso sempre più difficile recuperare terreno sia sul piano dell’equilibrio interno che sul piano dell’equilibrio esterno. Una situazione simile accadde nel 1992, quando sia la lira che la sterlina furono svalutate, rinunciando a mantenere il tasso di cambio fisso perché troppo costoso per l’equilibrio interno.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Quale delle due interpretazioni scelga il lettore come più aderente alla realtà, certo è che i due aspetti sono legati: la necessità di trovare le risorse per ammortizzare lo shock sul reddito interno espone i paesi in difficoltà al ricatto dei mercati finanziari e, in assenza di un meccanismo di politica economica condiviso, alla cosiddetta “dittatura dello <em>spread</em>”. Sull’altro fronte, i paesi virtuosi trovano semplice reperire risorse per contrastare la crisi, grazie all’avanzo di parte corrente e al contemporaneo afflusso di capitali spaccando in modo sempre più marcato in Nord dal Sud dell’Europa. Nulla può la politica monetaria della Banca Centrale Europea, almeno finché si limita ad abbassare i tassi d’interesse <strong>[1]</strong>, nell’appianare queste differenze.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/canale16-5.jpg" width="527" height="348" style="width: 569px; height: 348px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Il grafico nella figura 1 evidenzia questo stretto legame, descrivendo come ad alti disavanzi di parte corrente corrispondano elevati tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico con scadenza 10 anni e viceversa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Se lo si dovesse dire in poche parole, l’Unione Monetaria Europea, almeno fino al 2011, è stata caratterizzata da marcate divergenze fra i paesi che ne hanno messo in discussione l’esistenza. In altri termini, il modello di politica monetaria accomodante e austerità fiscale sembrava preludere alla deflagrazione dell’area euro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Ma da circa un anno siamo entrati in una nuova fase e la nuova fotografia dell’Europa  ci restituisce caratteristiche diverse: 1) limitata differenza negli spread; 2) disavanzi di parte corrente ridotti (ma non  gli avanzi). Sembrerebbe perciò di poter affermare che i motivi della crisi si siano attenuati.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">La figura 2 mostra gli andamenti negli spread da giugno ad oggi, mentre la figura 3 mostra la dinamica del saldo di parte corrente dal 2000 ad oggi.</p>
<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/canale16-52.jpg" width="648" height="342" style="width: 555px; height: 310px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/canale16-53.jpg" width="656" height="327" style="width: 562px; height: 298px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">In altri termini, le forze centrifughe dell’Unione Monetaria sembrano essersi attenuate. <span style="font-size: 1em">Ma a ben vedere questo risultato è stato realizzato a prezzo di una consistente riduzione della domanda interna, che ha ridotto le importazioni e perciò attenuato il disavanzo. Gli spread poi si sono ridotti grazie alla convinzione che l’euro, costi quel che costi, verrà fatto rimanere in piedi. E sembra infine che i costi dell’austerity abbiano effetti di spill-over, ovvero che ne risenta negativamente anche il tasso di crescita dei paesi “virtuosi”.</span></p>
<p>La figura 4 mostra il tasso di crescita dei paesi dell’euro-zona negli ultimi 10 anni.</p>
<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/canale16-54.jpg" width="665" height="401" style="width: 562px; height: 339px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L’euro perciò ora sta un po&#8217; meglio e, mentre ancora qualcuno dibatte sul modello di Europa a cui vogliamo delegare i poteri di gestione della politica economica, il framework si è consolidato, spingendo i paesi in un meccanismo di crisi condivisa e di bassa crescita. Di fatto stiamo delegando poteri all’Europa accettando senza condizioni il modello di aggiustamento.  Da un modello in cui alcuni economisti attribuivano alla Germania politiche di <em>beggar-thy-neighbour</em>, ad un modello di <em>beggar-thyself</em> condiviso sia sul piano nazionale che sul piano europeo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Una riflessione aggiuntiva sull’attuale situazione ci viene da due economisti “esperti” della relazione fra crescita e istituzioni: la scelta della politica economica adeguata deve passare per una valutazione dei possibili futuri equilibri politici. Se ci si sbilancia troppo verso azioni che conducono a distribuzioni del reddito diseguale in nome di un incremento dell’efficienza e di una correzione dei fallimenti del mercato si possono ottenere risultati che spingono all’indebolimento della democrazia e degli stessi meccanismi di mercato sulla quale esso è fondata (Acemoglu e Robinson 2013)<strong>[2]</strong>.</p>
<h6> <span style="line-height: normal; font-size: 1em">Bibliografia</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">Acemoglu D. and Robinson J. A. (2013),<em> Economics versus Politics: Pitfalls of Policy Advice</em>, NBER Working paper 18921.<br />
</span><span style="line-height: normal">De Grauwe P. and Yuemei J., (2012), <em>Self-Fulfilling Crises In The Eurozone: An Empirical Test</em>, CeSifo Working Papers N°3821.<br />
</span><span style="line-height: normal">De Grauwe P., 2011, <em>Managing A Fragile Eurozone</em>, CeSifo Forum 2/2011<br />
</span><span style="line-height: normal">Neumann, M.J.M.(2012), <em>Too early to sound the alarm</em>, VoxEu, 17 April. </span></h6>
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<h6><span style="line-height: normal">[1] In effetti, a partire dal 2009 la BCE ha messo in campo una serie di misure non convenzionali dirette all’acquisto dei titoli del debito pubblico sul mercato secondario allo scopo di mantenere bassi i tassi dei paesi in difficoltà e assicurare una corretta trasmissione della politica monetaria. A partire da ottobre 2012 è in vigore l’ESM, European Stability Mechanism, grazie al quale i paesi in difficoltà possono accedere ad un programma di acquisto sul mercato primario dei titoli del debito pubblico <em>ma a patto di sottoporsi al programma di austerità imposto dall’Europa</em>. L’acquisto viene poi sterilizzato.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] L’esempio più calzante fatto da Acemoglu e Robinson è quello dei sindacati che proteggono gli iscritti, mantengono alti i salari con effetto negativo sull’occupazione, ma allo stesso tempo sono stati strumento di democrazia assai efficace. </span></h6>
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		<title>Tornando a ragionare sull’uguaglianza</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 06:41:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnaliamo due dibattiti sul tema dell&#8217;uguaglianza che prendono spunto da un recente numero di MicroMega di cui si è occupata anche <a href="http://www.economiaepolitica.it" target="_blank">www.economiaepolitica.it</a>:</p>
<p>- &#8220;Il ritorno dell&#8217;eguaglianza&#8221;, confronto tra Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Pietro Reichlin (Università Luiss di Roma), modera Emilio Carnevali (MicroMega). Il dibattito si terrà a Udine nel corso del festival <a href="http://www.vicinolontano.it/" target="_blank">&#8220;vicino/lontano&#8221;</a>, domenica 12 maggio 2013 alle ore 17,00.</p>
<p>- &#8220;Le ragioni dell’eguaglianza&#8221;, dibattito introdotto da Andrea Brandolini (Banca d&#8217;Italia), Daniele Checchi (Università Statale di Milano), Elena Granaglia (Università di Roma Tre), Massimo Mucchetti (Senato della Repubblica); con l&#8217;intervento di Nicola Acocella, Emilio Carnevali, Sergio Cesaratto, Paolo De Ioanna, Mauro Gallegati, Raffaello Lupi, Mario Pianta, Massimo Pivetti,  Alessandro Roncaglia,  Roberto Petrini, Michele Raitano,  Pietro Reichlin; coordina Maurizio Franzini (Sapienza Università di Roma ). L&#8217;incontro si terrà lunedì 13 maggio 2013 alle ore 15,00 presso la Facoltà di Economia dell&#8217;Università La Sapienza.</p>
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		<title>I giovani precari di oggi saranno i vecchi poveri di domani</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 07:37:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si dice spesso, di questi tempi, che è molto alta la probabilità che chi è giovane e precario oggi sarà un vecchio povero domani.[1] Questa affermazione necessita ad ogni buon conto di un riscontro. In linea generale si arriva a questa conclusione attraverso un ragionamento molto semplice, a dir poco banale: per avere una pensione bisogna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/grafico-inps2.jpg" width="527" height="407" style="width: 295px; height: 201px" border="0" vspace="0" hspace="-1" />Si dice spesso, di questi tempi, che è molto alta la probabilità che chi è giovane e precario oggi sarà un vecchio povero domani.<strong>[1] </strong>Questa affermazione necessita ad ogni buon conto di un riscontro. In linea generale si arriva a questa conclusione attraverso un ragionamento molto semplice, a dir poco banale: per avere una pensione bisogna lavorare un certo numero di anni e versare una certa quantità di contributi previdenziali. C’è quindi un legame strettissimo tra la qualità della vita lavorativa e ciò che si andrà a prendere di pensione, se una pensione si prenderà.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L’attuale condizione lavorativa dei giovani, segnata dal ritardo con cui si entra nel mondo del lavoro e dalla sua discontinuità, dà la garanzia di una pensione sicura e dignitosa? Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto comprendere quali sono le regole in materia di previdenza oggi vigenti in Italia<strong>[2]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Com’è noto, l’ultimo intervento sul nostro regime pensionistico è stato fatto dal governo dei tecnici, presieduto dal professor Monti. In estrema sintesi la riforma ha previsto un’accelerazione del passaggio dal sistema di calcolo <em>retributivo </em>a quello <em>contributivo</em>. Se prima l’importo della pensione veniva calcolato in percentuale alle ultime buste paga percepite dal lavoratore, d’ora in avanti esso sarà calcolato soltanto sulla base dei contributi effettivamente versati. Scomparirà inoltre la pensione di anzianità, quella che si maturava combinando un certo numero di anni contributivi con l’età anagrafica. Adesso, per andare in pensione, a valere saranno solo gli anni di contribuzione: 41 anni e un mese di contributi per le donne e 42 anni e un mese per gli uomini.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Per la pensione di vecchiaia saranno richiesti 66 anni per i maschi e 62 anni per le donne, a condizione che si siano maturati almeno vent’anni di contributi. Altrimenti l’asticella salirà a settant’anni. Fermiamoci qui. Un sistema così congegnato non c’è dubbio che andrà a penalizzare fortemente, irrimediabilmente, le nuove generazioni. Non è necessario essere dei tecnici per capire che chi ha vissuto tutta la propria vita lavorativa passando da stati di non-occupazione ad impieghi temporanei con contratti flessibili non potrà mai e poi mai contare su una continuità contributiva, ma soprattutto su un certo numero di contributi, che gli consentano di raggiungere i livelli minimi richiesti per avere una pensione. È una questione di numeri, non di politica, né culturale o ideologica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Un giovane nato intorno alla metà degli anni ottanta, tanto per fare un esempio, che ha fatto regolarmente gli studi fino all’università, senza perdere un solo anno, trovando un impiego il giorno dopo aver conseguito la laurea e lavorando ininterrottamente per 42 anni con uno stipendio di media entità,  dopo i sessant’anni con questa riforma potrebbe ricevere una pensione più o meno dignitosa. Ma quanti sono in Italia i giovani con diploma o con laurea che immediatamente dopo il conseguimento del titolo di studio iniziano a lavorare con contratti a tempo indeterminato, per mansioni corrispondenti alla propria specializzazione? E’ noto a tutti: non più del 10%.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Cosa si deve dedurre, quindi, da questo stato di cose? Che l’esecutivo Monti, proseguendo su un sentiero già battuto dai precedenti governi,  ha fatto una riforma del sistema pensionistico per il 10% dei giovani italiani, punendo il restante 90%. Ma non è finita qui. Questa riforma ha aggiunto al danno la beffa. I precari sono sì precari, ma i contributi, sebbene a spezzatino, li versano anche loro. Sia che abbiano contratti di lavoro a tempo determinato, sia che abbiano contratti di collaborazione a progetto con partita Iva.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Negli ultimi anni sono aumentate abbondantemente le partite Iva nel nostro paese, ma non solo e non tanto perché sono nate nuove aziende o sono cresciuti vistosamente gli studi professionali: dietro la maggior parte di queste partite Iva ci sono lavoratori subordinati mascherati. Sono state tante le aziende italiane in questi anni, ma la pubblica amministrazione non è stata da meno, che hanno preso il proprio personale con contratti di collaborazione a progetto o trasformato un precedente rapporto di lavoro subordinato in una prestazione d’opera dietro fatturazione, per non avere vincoli contrattuali con i lavoratori, per non pagare contributi, per abbassare notevolmente il costo del personale. Solo nel 2012 sono state circa 549.000 le nuove aperture di partita Iva (+2,2% rispetto al 2011) e più della metà di queste sono riferite a giovani di età inferiore ai 35 anni<strong>[3]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">In tutti questi contratti di collaborazione c’è scritto sempre, a chiare lettere, una frase di questo tipo: “<em>Le suddette attività hanno carattere professionale autonomo e non potranno mai essere configurate come rapporti di lavoro subordinato o di collaborazione</em>”. Si può immaginare il sollievo per un datore di lavoro, ma anche la frustrazione di un giovane, spesso laureato, che deve vestire l’abito del libero professionista svolgendo di fatto un lavoro da subordinato.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">A differenza di un lavoratore dipendente tradizionale, un collaboratore a progetto è tenuto a versare esso stesso i propri contributi, in rapporto al fatturato. E dove vanno questi contributi? C’è un fondo dell’Inps, il <em>Fondo Gestione Separata</em>, in cui confluiscono i contributi di tutti i titolari di partite Iva non iscritti a particolari albi professionali. Si tratta di un salvadanaio che raccoglie di tutto, un pozzo profondo in cui finiscono ogni anno circa 8 miliardi di Euro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Dovrebbe essere il salvadanaio in cui i precari, tanti lavoratori atipici e parasubordinati, ripongono i loro soldini per garantirsi una pensione domani. Ma, purtroppo per loro, non è così. Perché quei soldi serviranno certamente a tenere in ordine i conti della previdenza italiana ed a pagare l’assegno ai pensionati di oggi, ma non serviranno a pagare la pensione a chi ce li ha messi, sacrificando mediamente il 20% del proprio reddito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Destino amaro e beffardo quello della generazione dei precari, vittime e cariatidi di un sistema che non sa valorizzare i suoi figli migliori.</p>
<p><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/grafico-inps2.jpg" width="527" height="407" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<h6 style="text-align: left">Dagli 8 miliardi di euro l’anno attuali, secondo le stime dell’Istituto di previdenza (INPS), il fondo si attesterà intorno ai 17-18 miliardi negli anni ’30, andando a  compensare parzialmente il deficit delle altre gestioni.</h6>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">E che il sistema non sappia, non voglia, prendersi cura dei suoi figli è testimoniato anche da un altro aspetto implicito nel regime pensionistico: la discrasia tra volontà di rilancio dell’occupazione e innalzamento a limiti intollerabili dell’età pensionabile. Anche qui la conclusione si presenta in tutta la sua banalità: più alta sarà l’età prevista per andare in pensione, più lento e macchinoso sarà il processo di ricambio nelle postazioni lavorative.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L’attuale situazione italiana richiede un cambiamento radicale dei punti di vista sull’economia e sulla società. Soprattutto è necessario che venga rovesciata la logica che ha ispirato nell’ultimo ventennio i governi in tema di lavoro, di previdenza, di opportunità da offrire ai giovani. Questa società è la metafora dell’antropofagia ugoliniana, mangia i propri figli negandosi così una prospettiva di futuro.</p>
<h6>[1] Quest’articolo sviluppa un tema già affrontato nel mio libro <em>Crack Italia, la politica al tempo della crisi</em>, pagine 204, anno 2012, edito da Laruffa.<br />
[2] Decreto legge n.201 del 2011 (decreto Salva Italia ), successivamente convertito nella Legge n.214/2011.<br />
[3] Fonte: Ministero dell’Economia/Dipartimento delle Finanze.</h6>
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		<title>Le conclusioni di Augusto Graziani al Convegno “The Monetary Theory of Production” (video)</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 10:21:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In occasione degli ottant&#8217;anni del professore Augusto Graziani, che è anche membro del comitato scientifico di www.economiaepolitica.it, pubblichiamo il video del suo intervento conclusivo al Convegno The Monetary Theory of Production. Il Convegno si tenne a Benevento, presso l&#8217;Università del Sannio, il 5 e 6 dicembre 2003 per festeggiare i settant&#8217;anni del professore.

Al Convegno, organizzato da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione degli ottant&#8217;anni del professore Augusto Graziani, che è anche membro del comitato scientifico di<a href="http://www.economiaepolitica.it" target="_blank"> www.economiaepolitica.it</a>, pubblichiamo il video del suo intervento conclusivo al Convegno <em>The Monetary Theory of Production</em>. Il Convegno si tenne a Benevento, presso l&#8217;Università del Sannio, il 5 e 6 dicembre 2003 per festeggiare i settant&#8217;anni del professore.</p>
<p><span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em"></span><iframe src="http://www.youtube.com/embed/W8U9EZGpv5c" width="420" height="315" frameborder="0" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em"></iframe><span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em"></span></p>
<p><span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em">Al Convegno, organizzato da Riccardo Realfonzo con la collaborazione di Giuseppe Fontana, le relazioni furono tenute da alcuni tra i più noti esponenti mondiali della scuola postkeynesiana:</span></p>
<p><span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em">Arena, Richard (LATAPSES – University of Nice/Sophia Antipolis and CNRS)</span></p>
<p>Arestis, Philip (Levy Economics Institute)</p>
<p>Bellofiore, Riccardo (University of Bergamo)</p>
<p>Bossone, Biagio (World Bank)</p>
<p>Chick, Victoria (University College London)</p>
<p>Costabile, Lilia (University of Naples “Federico II”)</p>
<p>Deleplace, Ghislain (University Paris)</p>
<p>Festre, Agnès (LATAPSES – University of Nice/Sophia Antipolis and CNRS)</p>
<p>Fontana, Giuseppe (University of Leeds and University of Sannio)</p>
<p>Forges Davanzati, Guglielmo (University of Lecce)</p>
<p>Gnos, Claude (Université de Bourgogne)</p>
<p>Halevi, Joseph (University of Sidney)</p>
<p>Heinsohn, Gunnar (University of Bremen)</p>
<p>Lavoie, Marc (University of Ottawa)</p>
<p>Messori, Marcello (University of Rome “Tor Vergata”)</p>
<p>Parguez, Alain (University of  Besançon)</p>
<p>Realfonzo, Riccardo (University of Sannio)</p>
<p>Rochon, Louis-Philippe (Center for Policy Studies)</p>
<p>Rossi, Sergio (University of Fribourg)</p>
<p>Sadigh, Elie (University of Dijon)</p>
<p>Sarr, Abdourahmane (International Monetary Found)</p>
<p>Sawyer, Malcolm (University of Leeds)</p>
<p>Seccareccia, Mario (University of Ottawa)</p>
<p>Steiger, Otto (University of Bremen)</p>
<p><span style="line-height: 1.3em; font-size: 1em">Zazzaro, Alberto (University Politecnica delle Marche)</span></p>
<p>Gli atti del Convegno sono disponibili in: <em>The Monetary Theory of Production</em>, edited by G. Fontana and R. Realfonzo, Macmillan, London, 2005.</p>
<p class="MsoPlainText" style="text-align: justify; margin-bottom: 6pt"><span lang="EN-GB" style="font-family: 'Times New Roman', serif; font-size: 12pt"><o></o></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Gli ottant’anni di Augusto Graziani</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 09:24:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si sa che il mondo della politica e i governi spesso non danno ascolto alla migliore accademia*. Ma almeno sul ring della teoria economica - come ha sottolineato Paul Krugman sul “New York Times” - gli economisti favorevoli alle politiche pubbliche espansive, i keynesiani, hanno finito col mettere al tappeto i sostenitori dell’austerità. Sarebbe allora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/graziani.jpg" width="320" height="200" border="0" vspace="0" hspace="-1" />Si sa che il mondo della politica e i governi spesso non danno ascolto alla migliore accademia*. Ma almeno sul <em>ring </em>della teoria economica - come ha sottolineato Paul Krugman sul “New York Times” - gli economisti favorevoli alle politiche pubbliche espansive, i keynesiani, hanno finito col mettere al tappeto i sostenitori dell’austerità. Sarebbe allora il caso, passata la ventata liberista degli ultimi due decenni, che tante volte ha fatto egemonia anche in campo progressista, che tutti corressero a rileggere i classici dell’economia critica. E in Italia non si può che ripartire dalle pagine di Augusto Graziani, il nostro economista più autenticamente keynesiano, che proprio <em>oggi, 4 maggio, </em>compie ottanta anni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">D’altra parte Graziani - già presidente della Società Italiana degli Economisti, una breve parentesi da Senatore, maestro di tante generazioni di studiosi - si è da tempo assicurato un posto nella storia del pensiero economico. La sua fama è principalmente legata agli sviluppi della teoria monetaria della produzione, che riprende e rielabora le opere di John Maynard Keynes. Il lavoro teorico di Graziani – culminato nel volume <em>The Monetary Theory of Production</em>, pubblicato a Cambridge nel 2003, anche conosciuto come teoria del circuito – pone le interrelazioni tra gli attori sociali concreti ad oggetto dell’analisi, in contrasto con l’astratto individualismo del pensiero liberista. Nel suo approccio, l’economia di mercato si caratterizza per la natura monetaria e per la presenza di incertezza. E anche le conclusioni teoriche cui giunge sono in conflitto con il rassicurante <em>mainstream</em>. Secondo Graziani, infatti, il mercato non assicura spontaneamente gli equilibri tra domanda e offerta, non genera piena occupazione, non fa coincidere la distribuzione del reddito con la produttività dei fattori. Da qui la necessità di uno Stato che funga da regolatore e che possa entrare nella sfera economica anche per sostenere la domanda in chiave anticiclica.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Sulla base del suo impianto teorico Graziani è stato in grado di svelare - anche con i suoi articoli ospitati su “L’Unità” tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 - le magagne dello sviluppo economico italiano. Ad esempio, chiarì sin da allora quali fossero le ragioni dell’esplosione del debito pubblico italiano, che a partire da valori inferiori al 60% del Pil nel 1980 in un quindicennio andò a superare il 120% del Pil. Soprattutto chiarì che la forte crescita del debito pubblico italiano non andava tanto spiegata con la “finanza allegra” - e quindi con disavanzi primari - bensì con l’elevato costo del debito pubblico dovuto all’elevato regime dei tassi di interesse. E questo a sua volta era l’esito di un problema strutturale di squilibrio dei conti con l’estero, legato a una insufficiente dinamica delle nostre esportazioni che andava compensata con afflussi di capitale. Il problema del debito pubblico italiano, dunque, coincideva in grande misura con l’inadeguatezza dell’apparato produttivo nazionale, di cui egli intravide il futuro declino prima di ogni altro economista. Già all’epoca di quegli scritti, Graziani evidenziava l’urgenza di una strategia di politica industriale che spingesse le nostre imprese verso un salto tecnologico e dimensionale, e metteva in guardia che inserire all’interno di una unione monetaria “un paese a struttura industriale tecnologicamente debole, che si regge nel mercato soltanto per la compressione del costo del lavoro, potrebbe rilevarsi un obiettivo assai arduo da conseguire”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Molto altro c’è da imparare rileggendo Graziani. In lui c’è la piena consapevolezza del nesso tra crescita della disuguaglianza e crisi, e in particolare l’idea che la riduzione della quota dei salari nel Pil possa avere effetti depressivi sulla domanda e dunque sui livelli di attività dell’economia; una tesi questa ripresa persino da economisti <em>mainstream </em>come Fitoussi e Stiglitz. Per non parlare della sua ineguagliata lezione - ribadita anche nel classico <em>Lo sviluppo dell’economia italiana</em> del 1998 - sulle tendenze spontanee all’allargamento del dualismo tra Centro-Nord e Mezzogiorno, in assenza di incisive politiche industriali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Insomma, c’è molto da rallegrarsi che la teoria economica di qualità sia nuovamente in auge. Per quanti si fossero distratti, è tempo di tornare a leggere Graziani.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">*<em>Pubblicato anche da</em> L&#8217;Unità <em>del 4 maggio 2013.</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Elogio della follia</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 22:41:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Con il varo del governo di larghe intese, l’&#8221;Agenda possibile&#8221; consegnata al Presidente Napolitano dai saggi del gruppo socio economico deve intendersi come la base di un vero e proprio programma di legislatura. Si tratta di un documento complesso, con luci e ombre, ma soprattutto appare come la sostanziale continuazione delle politiche economiche degli ultimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/agenda1.jpg" width="208" height="138" border="0" vspace="0" hspace="-1" />Con il varo del governo di larghe intese, l’&#8221;Agenda possibile&#8221; consegnata al Presidente Napolitano dai saggi del gruppo socio economico deve intendersi come la base di un vero e proprio programma di legislatura. Si tratta di un documento complesso, con luci e ombre, ma soprattutto appare come la sostanziale continuazione delle politiche economiche degli ultimi due governi. Non a caso, la stragrande maggioranza dei provvedimenti proposti dai saggi ricalca quelli riportati in documenti ufficiali approvati più volte dal Parlamento e dalle sue commissioni, sotto forma di “Documento di Economia e Finanza”, “Note integrative” e discorsi di insediamento dei presidenti del consiglio. Se l’Italia è tra i paesi che sono usciti peggio dalla crisi, viene il sospetto che un pizzico di follia avrebbe potuto produrre risultati migliori di tutta questa saggezza convenzionale.</p>
<p><strong>Un’Agenda chiara</strong></p>
<p>L’Agenda, tra i suoi molti pregi, ha quello della chiarezza.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Già dalle prime righe si afferma che “non è un programma di governo, organico e sviluppato in un’ottica di lungo termine”. Poco più avanti si riconosce che tutte le proposte “poggiano su una base di analisi condotte da istituzioni nazionali e internazionali” e già nella seconda pagina si dichiara che “è convinzione diffusa, suffragata da studi e analisi, che l’operatore pubblico debba piuttosto “togliere” che “aggiungere””. Parole che ricordano più le idee di Michelangelo sulla scultura che il tentativo di consegnare ai nuovi governi un affresco che ispiri la loro azione. Per rafforzare questa impostazione minimalista, i saggi ribadiscono che “lo sviluppo lo fanno gli imprenditori e i lavoratori, non i governi” e che “a lungo ci si è illusi - in Italia come in altri paesi - che la spesa pubblica in disavanzo, cioè non coperta <em>anno per anno</em> (corsivo mio) da corrispondenti entrate, fosse la panacea per sovvenire, stimolare, perequare”. In questa scultura, la crisi globale del 2007-2008 è qualificata solo come “finanziaria” ed è vista come un evento esogeno ed imprevedibile, mentre le regole europee sulla finanza pubblica sono presentate come leggi “naturali” ed ineludibili, piuttosto che come scelte di politica economica perseguite tenacemente da quasi tutti i governi europei da almeno tre decenni. Della nostra Costituzione si ricordano la “tutela del lavoro, della famiglia, del risparmio, dell’iniziativa economica, della proprietà, dei diritti civili e sociali”, invertendo l’ordine con cui molti di questi concetti sono richiamati nella Carta e dimenticando i diritti “politici”, ossia quello di scegliere il proprio futuro collettivo, di cui sono titolari i cittadini italiani.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">All’interno di questa cornice, i suggerimenti dei saggi mirano compassionevolmente a perseguire una riduzione della disoccupazione e della povertà ed un aumento del benessere, che tuttavia non deve “risolversi in un mero accumulo di beni materiali” e quindi non può essere misurato dalla semplice dinamica del Pil, ossia dei redditi dei cittadini.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Perfino la sintassi della relazione dei saggi è insolitamente semplice e asciutta: prevalgono frasi brevi, con poche subordinate, e verbi all’indicativo e all’infinito, come a voler ricalcare l’inglese “semplificato” dei documenti delle istituzioni internazionali e la comunicazione aziendale. E’ sorprendente come tanta chiarezza venga da personalità solitamente abituate a pesare parole e azioni e ad utilizzare nei discorsi e nei documenti delle istituzioni di provenienza espressioni il più possibile anodine, sempre accompagnate da mille se e ma, spesso deliberatamente aperte a diverse interpretazioni.</p>
<p><strong>Un’Agenda “equilibrata”</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">In ultima analisi, tutta l’assertività e la chiarezza dell’Agenda sembra finalizzata a scoraggiare ogni dubbio o riflessione critica sulla opportunità ed urgenza di alcuni provvedimenti su cui vi sia “una convergenza potenziale delle forze politiche, oppure una divergenza chiaramente misurabile”, ossia un ampio margine di mediazione. Così i quattro saggi “tecnici” e i due “politici” forniscono un ampio catalogo di ricette nell’ambito del quale i prossimi governi dovrebbero scegliere senza grandi possibilità o necessità di variazioni. Non a caso, dalle diverse forze politiche sono venute quasi esclusivamente complimenti, oppure critiche e commenti di circostanza, e soprattutto pochissime integrazioni all’Agenda dei saggi. Infatti ognuno ha potuto ritrovare nell’Agenda qualche provvedimento gradito alla propria parte e dunque ha ritenuto conveniente incassare il risultato senza avanzare altre proposte che avrebbero inevitabilmente rotto un equilibrio, anche se si tratta di un saggio equilibrio minimalista alla Nash, in cui tutti si accontentano di poco pur di non rischiare di perdere troppo. E per scongiurare anche il più remoto rischio che le decisioni dei saggi fossero prese a maggioranza semplice, infrangendo questa ecumenicità, il loro numero è stato fissato in sei, invece che in qualsiasi altro valore dispari. E per fugare ogni residua incertezza, gli stessi saggi tengono a precisare che “il contenuto della presente Relazione è condiviso da tutti i partecipanti al Gruppo di lavoro”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Il risultato di tanta unanimità è un mix piuttosto eterogeneo di provvedimenti. Prevalgono ricette molto convenzionali, già descritte in centinaia di documenti di istituzioni nazionali e internazionali, quasi con le stesse parole. L’Agenda, ad esempio, insiste sul pagamento degli arretrati della Pubblica Amministrazione (come fosse una concessione piuttosto che un diritto dei creditori); sulla facilitazione del credito alle PMI; sulla spesa per R&amp;S; sul incentivazione della concorrenza; sull’incentivazione del lavoro di giovani e donne; sull’efficienza energetica e la tutela dell’ambiente; sull’efficienza della PA e del sistema della giustizia. Tuttavia la filosofia liberista dell’Agenda è solcata da accessi dirigistici, come il riferimento alla “<em>obbligatorietà </em>(corsivo mio) di periodi di alternanza scuola-lavoro in qualsiasi percorso formativo”, che ricorda inevitabilmente tempi e regimi da dimenticare, anche se riproposta esplicitamente solo sotto la forma soft di un percorso in cui “lo studente lavoratore potrebbe acquisire metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università”, dove l’obbligatorietà è sostituita da un forte “incentivo” per studenti e imprese. Infine non mancano provvedimenti di facile consenso, ma a basso impatto, come il bando per i distributori di merendine nelle scuole; il finanziamento pubblico per gli attrezzi e le attività sportive dei cittadini; tariffe idriche più elevate per usi voluttuari come “riempire una piscina”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Sui temi su cui l’unanimità non poteva essere raggiunta, i saggi si limitano a “suggerire un approfondimento della questione”, come per il reddito minimo garantito, per la gestione diretta dei servizi pubblici locali, per “un sistema assicurativo misto pubblico-privato” contro le catastrofi naturali. Tutta l’Agenda, inoltre, è disseminata di richiami alla necessità di “conoscere per deliberare”, come predicava inutilmente Einaudi, anche attraverso “censimenti” su temi sui quali si dovrebbe già sapere abbastanza, come la composizione del patrimonio pubblico, l’ammontare dei debiti della PA, i beneficiari delle prestazioni sociali, il patrimonio culturale del paese. Più in generale, “laddove le misure proposte implicano un costo a carico del bilancio pubblico non è sempre stata indicata precisamente la copertura”, delegando le decisioni in tema di tassazione a tagli al futuro governo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Nel complesso, questo approccio ricorda la storiella del cuoco del convento che, per stanco delle contrastanti richieste dei frati sul grado di cottura degli spaghetti, versa nella stessa pentola la pasta in momenti diversi e poi invita ogni confratello a trovarsi quella cotta al punto giusto.</p>
<p><strong>Alcuni <em>omissis</em></strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Nelle oltre 26.000 parole e numeri che compongono l’Agenda e la sua appendice statistica, sono incomprensibilmente sottorappresentati alcuni concetti, che pure fanno parte della cassetta degli attrezzi di qualsiasi economista.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Il primo quasi-assente è la domanda interna, citata solo una volta nel testo principale, per affermare apoditticamente che “una diminuzione del costo del lavoro stimolerebbe la competitività e fornirebbe un impulso alla domanda interna”, e tre nell’appendice statistica, per illustrarne l’andamento disastroso. Eppure i saggi mostrano di essere perfettamente consapevoli dell’insostituibile ruolo propulsivo della domanda se, a proposito del settore energetico, affermano che “di fronte alla stagnazione della domanda [&#8230;] si stanno registrando forti sofferenze finanziarie che spingono alcuni operatori a mettere in conservazione parte della loro capacità produttiva”. Non si capisce perché queste stesse sagge considerazioni non dovrebbero valere anche per il resto dell’economia, per il cui rilancio si punta tutto sullo sviluppo dell’offerta: tramite il miglioramento del capitale umano e di conoscenze; incentivi fiscali; flessibilizzazione del mercato del lavoro; riduzione dei vincoli amministrativi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">In compenso, in tutta l’Agenda è sovrarappresentata la domanda estera, che avrebbe “il ruolo di principale motore della crescita ed in questo momento è l’unica componente che sta attenuando la profondità della recessione”. Sfugge come sia possibile immaginare uno sviluppo mondiale sostenibile basato essenzialmente sulla competizione dei diversi paesi per la conquista dei mercati più dinamici, nella speranza che lo sviluppo di ciascuno sia di volta in volta finanziato dalle importazioni e gli squilibri nella bilancia dei pagamenti di qualcun altro. Per stimolare le esportazioni italiane, i saggi propongono incentivi al limite degli “aiuti di stato” e fanno grande affidamento sul successo di Expo 2015 e del suo indotto turistico, nonostante il flop di simili vetrine internazionali, a cominciare dalle Olimpiadi in Grecia e, prima ancora, nel Regno Unito. E’ quasi commovente la fiducia dei saggi nella capacità di una semplice fiera di incantare gli investitori esteri, che solitamente basano le proprie decisioni strategiche su dati un po’ più solidi di qualche lustrino.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Anche i ”mercati finanziari” sono incomprensibilmente sottorappresentati nell’Agenda e le uniche ipotesi di qualche regolazione del comparto bancario sono delegate ad una futura supervisione europea che, per altro, dovrà occuparsi essenzialmente della solidità dei bilanci e della risoluzione di eventuali crisi, ma non della natura più o meno speculativa delle operazioni bancarie e tantomeno del loro impatto macroeconomico. In compenso, nell’Agenda compare ben sette volte la Cassa Depositi e Prestiti, vista come una banca di stato alla quale affidare i compiti più vari, senza altrettanto riguardo per la tutela del risparmio postale che gestisce e della salvaguardia della sua solidità patrimoniale. Dalla CDP ci si aspetta, allo stesso tempo: un supporto alle imprese esportatrici; il finanziamento a lungo termine delle imprese tramite il Fondo Italiano di Investimento e il Fondo Strategico Italiano; il finanziamento delle grandi infrastrutture; la locazione di abitazioni a condizioni agevolate e la riqualificazione delle aree urbane. Senza dimenticare l’attività corrente di finanziamento agli enti locali e l’anticipo dei pagamenti dovuti dalla PA. Neanche fosse il “paltò di Napoleone” citato da Totò in “Miseria e nobiltà”, dalla cui ipoteca si dovevano ricavare quantità mirabolanti di cibarie, bevande e generi di conforto e si doveva pure ottenere un congruo resto in denaro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Ci si sarebbe aspettato un analogo invito al sistema finanziario a mettere a disposizione più fondi per lo sviluppo del paese. Invece i saggi si limitano ad invocare “incentivi fiscali per chi investe in fondi di <em>venture capital</em> e nel capitale di rischio di imprese <em>start-up</em> innovative”.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Un altro grande assente è il tema della distribuzione dei redditi. A parte la sua manifestazione estrema rappresentata dalla povertà, questo problema è relegato sostanzialmente nell’appendice statistica. E’ singolare che i saggi, pur dedicando parecchie raccomandazioni ad una migliore conoscenza statistica dei fenomeni economici e sociali, non si siano accorti che i dati documentano impietosamente che in Italia le sperequazioni sono superiori a qualsiasi altro paese dell’OECD, compresi quelli considerati solitamente più liberisti e market oriented, e che tasse e prestazioni sociali riescano a correggere questi squilibri in misura molto minore. Al contrario, l’Agenda parte dal presupposto che “gli attuali livelli della spesa pubblica e delle entrate in rapporto al PIL siano dei limiti massimi, da ridurre nel tempo”, ma “le scelte distributive dell’onere fiscale, da un lato, e delle risorse raccolte, dall’altro, sono prettamente politiche e il Gruppo ha ritenuto di non potervisi addentrare”. L’Agenda sembra dunque fare riferimento alla indipendenza paretiana tra distribuzione ed efficienza del sistema economico, che pure ha subito qualche crepa nell’ultimo secolo, se non altro perché il tax payer è anche un fruitore di servizi pubblici che, a loro volta, producono occupazione, reddito e base imponibile.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Un altro aspetto interessante delle varie proposte contenute nell’Agenda è il trattamento riservato al debito. Su quello pubblico i saggi non hanno dubbi: va abbattuto rapidamente perché non serve per promuovere sviluppo ed equità; “sottrae risorse alle generazioni successive”; bisogna garantirne la sostenibilità (nella stretta accezione tecnica data a questo termine in Europa) per “assicurare che le famiglie italiane non vedano parte dei propri risparmi evaporare”. Quello privato è invece produttivo e quindi va incentivato, sfruttando tutti margini concessi dalle regole europee grazie alla sottile distinzione tra finanziamento pubblico e concessione di garanzie tramite il Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, la SACE, la Cassa Depositi e Prestiti, fondi di investimento pubblico-privato (soprattutto nel settore dell’energia, del turismo e della R&amp;D). Eppure quella crisi globale che fa da sfondo a tutta l’Agenda, senza essere mai analizzata, è nata proprio da squilibri sul mercato del credito ai privati: dai prestiti concessi a soggetti a rischio (i <em>sub-prime</em>) ai titoli emessi da imprese senza alcuna solidità (i <em>junk bond</em>) e convogliati in “veicoli” sempre più sofisticati venduti a famiglie che così hanno visto realmente “evaporare” i propri risparmi e soprattutto le riserve accantonate per la vecchiaia nei fondi pensione privati.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Mentre incoraggiano le imprese ad indebitarsi per sostenere lo sviluppo, i saggi appaiono rigorosissimi nei confronti della Pubblica Amministrazione. I saggi riconoscono onestamente che “la simultanea restrizione fiscale operata in questa fase da numerosi paesi ne ha amplificato le ripercussioni sul ciclo economico, estendendo la disoccupazione, causando tensioni sociali”. Tuttavia non sembrano trarre da questa premessa alcuna critica alle politiche europee degli ultimi decenni. Al massimo l’Agenda ammicca qualche manovra bizantina per aggirare i vincoli europei perché “come tutte le regole, anche queste non sono ciecamente rigide, ma prevedono e consentono margini interpretativi importanti”. L’esempio da seguire è quello delle “cosiddette modifiche a “Trattato costante””, come l’autorizzazione concessa faticosamente alla BCE, nel pieno della crisi, perché attuasse operazioni “non convenzionali”, come tutte le altre banche centrali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">&nbsp;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">*<em>L&#8217;autore preferisce mantenere l&#8217;anonimato per motivi legati alla sua professione. </em></p>
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		<title>La flessibilità del lavoro e la crisi dell’economia italiana</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 22:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[L&#8217;obiettivo di questo articolo[1] è dimostrare che l&#8217;attuale crisi economica mondiale, in cui anche l&#8217;Italia è precipitata nel 2008, rappresenta per il nostro Paese solo l&#8217;ultimo stadio di un lungo declino che ha avuto inizio negli anni 90, o per essere più precisi nel biennio 1992/1993. In particolare, sostengono che le ragioni che spiegano il declino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr.jpg" width="504" height="312" style="width: 370px; height: 228px" border="0" vspace="0" hspace="-1" />L&#8217;obiettivo di questo articolo<strong>[1]</strong> è dimostrare che l&#8217;attuale crisi economica mondiale, in cui anche l&#8217;Italia è precipitata nel 2008, rappresenta per il nostro Paese solo l&#8217;ultimo stadio di un lungo declino che ha avuto inizio negli anni 90, o per essere più precisi nel biennio 1992/1993. In particolare, sostengono che le ragioni che spiegano il declino italiano, e in parte anche la recessione di oggi, così come la mancata ripresa dalla crisi, si possono trovare nelle riforme del mercato del lavoro. In particolare, la flessibilità del lavoro introdotta negli ultimi 15 anni, insieme ad altre politiche introdotte in parallelo fin dal 1992/93, hanno avuto conseguenze cumulative negative sulla disuguaglianza, sui consumi, sulla domanda aggregata, sulla produttività del lavoro e sulla dinamica del PIL.</p>
<p><strong>Dalla flessibilità del lavoro al declino</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Negli ultimi quindici anni il mercato del lavoro italiano ha conosciuto un profondo mutamento dal punto di vista legislativo, strutturale e sociale. L’origine di questo cambiamento può essere fatto risalire a quello che si è verificato dal 1993 in poi, ovvero da quando il Paese, successivamente alla recessione economica del 1992 e alla stipula del trattato di Maastricht decide di entrare fin da subito nell’Unione Economica e Monetaria. Questo voleva dire innanzitutto rispettare i criteri di Maastricht primo fra tutti la riduzione del tasso di inflazione, cosa che in Italia era particolarmente problematica. L’accordo del luglio 1993 voluto principalmente da Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, aveva esplicitamente come scopo la riduzione della spirale inflazionista attraverso una moderazione salariale e altri interventi come la politica dei redditi, la crescita degli investimenti innovativi, e l’aumento della produttività. Tuttavia, come molti economisti hanno dimostrato, questo accordo è stato in grande misura disatteso. Al contrario la politica di moderazione salariale e quindi la disinflazione ha avuto successo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">A completamento di questo processo di cambiamento, viene introdotta nel mercato del lavoro italiano una maggiore flessibilità del lavoro attraverso prima il “pacchetto Treu” del 1997 e poi la legge 30 del 2003 (nota come Legge Biagi) che introducevano innovazioni radicali nelle forme contrattuali e nel mercato del lavoro in generale (si vedano le figure 1 e 2). Queste riforme nascevano nell’ambito della Strategia Europea dell’Occupazione del 1997 sfociata poi nella più complessa Strategia di Lisbona del marzo del 2000 che stabiliva, a livello comunitario, le linee guida e gli obiettivi per una riforma del mercato del lavoro al fine di fare dell’Europa: “la più competitiva e dinamica economia al mondo, basata sulla conoscenza”. Questa strategia è stata poi ribadita dalla “Strategia Europa 2020”. Tuttavia in Europa la tendenza è quella di raggiungere un equilibrio sociale  attraverso un modello che viene comunemente chiamato <em>flexicurity </em>in grado di garantire elementi di sicurezza con esigenze di flessibilità.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr1.jpg" width="531" height="394" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr2.jpg" width="608" height="394" style="width: 560px; height: 373px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Le riforme del mercato del lavoro, sono state accompagnate, negli anni 90, da una liberalizzazione incompleta e da un processo di privatizzazione che ha favorito l&#8217;aumento delle rendite e complessivamente una redistribuzione a danno dei salari (figure 3 e 4). In effetti, le privatizzazioni sono state effettuate senza una piena liberalizzazione del mercato dei beni. Pertanto, negli ex-settori pubblici (come ad esempio: telecomunicazioni, energia, infrastrutture, servizi pubblici, ferrovie ecc) i margini di profitti sono aumentati e sono stati creati monopoli privati. Tali riforme, hanno portato, da un lato, a una forte pressione sui salari e sul lavoro, e, dall&#8217;altro lato, a una minore <em>performance </em>della produttività del lavoro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr3.jpg" width="545" height="468" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr4.jpg" width="545" height="378" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Per quanto riguarda il primo aspetto, la pressione sui salari e sul lavoro, si può dire che l&#8217;accordo del luglio 1993 raggiunge il suo principale obiettivo ovvero la moderazione salariale, contribuendo così alla stagnazione dei salari a livello nazionale (figura 5). In seguito, sotto la pressione delle novità legislative introdotte nel mercato del lavoro, la flessibilità del lavoro, in particolare quella &#8220;in entrata&#8221;, è aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di flessibilità del lavoro &#8220;in uscita&#8221;. Tuttavia, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato livello di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l&#8217;occupazione e più in generale per le politiche del lavoro (come è spesso il caso nei paesi che hanno introdotto un cosiddetto modello di “flexicurity” come la Danimarca o la Svezia). In realtà, si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito. La disuguaglianza del reddito è aumentata e il potere d&#8217;acquisto dei lavoratori è diminuito. La quota dei salari sul PIL è scesa drasticamente, con un conseguente impatto negativo sul livello di consumo che è diminuito drammaticamente, così come la domanda aggregata (figura 6).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr5.jpg" width="545" height="378" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr6.jpg" width="545" height="378" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L&#8217;esame comparativo dei dati dell&#8217;economia italiana e dei principali Stati membri della zona euro, come la Francia e la Germania (e, talvolta, dell&#8217;OCSE), conferma la forte correlazione tra tutte le variabili rilevanti di cui sopra. Semplici esercizi econometrici dimostrano la validità della direzione di causalità ipotizzata. In particolare, appare chiara una forte diminuzione del livello della domanda aggregata italiana causata da una diminuzione drammatica dei consumi che a sua volta è generata dalla sensibile riduzione della quota dei salari sul Pil, dalla marcata diminuzione del salario indiretto, vale a dire la spesa pubblica, in particolare nelle dimensioni sociali, dall’aumento della disuguaglianza e dalla pressione sul lavoro e sui salari causata da una forte flessibilità del lavoro e dalla conseguente creazione di posti di lavoro precari. Il calo della domanda aggregata è la causa principale della riduzione del PIL e, più generalmente, della recessione.</p>
<p><strong>Scarsa concorrenza e scarsi investimenti</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L’altro problema che emerge in Italia è la presenza di forti rigidità, scarsa concorrenza e protezioni nel mercato dei beni. Questi aspetti, insieme alla scarsa espansione della domanda aggregata esaminata sopra, sembrano essere all’origine della bassa dinamica di produttività che caratterizza l’economia italiana da oltre un decennio. Le imprese, a causa dei costi del lavoro relativamente più bassi (garantiti appunto dalle pressioni della flessibilità), e delle protezioni di cui possono godere nel mercato dei beni, preferiscono una strategia di investimenti <em>labour intensive</em> piuttosto che una strategia di innovazione tecnologica (in contraddizione con quanto stabilito negli accordi di luglio del 1993). Anche in questo caso, i dati sugli investimenti, ricerca e sviluppo, produttività, contributo alla crescita, confermano le nostre ipotesi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L’analisi dei dati rivela che la dinamica di crescita delle principali componenti del PIL è sistematicamente al di sotto di quella dei principali partner (Francia e Germania). In particolare, il contributo alla crescita del consumo - elemento cruciale della domanda aggregata - è pari solo allo 0,3% nell&#8217;ultimo decennio; il valore più basso tra quelli registrati dai paesi OCSE ed una delle peggiori performance dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Una dinamica simile riguarda il contributo degli investimenti alla crescita e il contributo della spesa pubblica alla crescita. La scarsa dinamica di crescita delle principali componenti del PIL può confermare la nostra ipotesi: il crollo della domanda è una conseguenza di un calo dei consumi e degli investimenti. La dinamica delle esportazioni ha registrato una crescita cumulativa nel periodo 1990-2011 superiore rispetto alle altre componenti, ma ancora inferiore a quella di Francia e Germania. La politica economica negli ultimi 15-20 anni non ha sostenuto la domanda interna, e la competitività internazionale ha mirato solo a tagliare i costi del lavoro attraverso la flessibilità del lavoro e una pressione sui salari che ha portato alla loro stagnazione. Alla fine, tuttavia, le esportazioni non erano più sufficienti per sostenere la domanda aggregata e mantenere una dinamica positiva del PIL; la produttività del lavoro non è cresciuta anche perché non si è investito.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Nell’Unione Europea, Italia compresa, fino a prima della crisi del 2007-08, si è avuto un aumento di occupazione nel settore terziario, frammentato e disorganizzato, scarsamente motivato e poco retribuito. La conseguenza è stata la bassa produttività dell’economia europea, e di quella italiana in particolare. Alla fine, l’unico dato parzialmente positivo, cioè il relativo aumento di occupazione, è stato negativamente compensato dall’andamento negativo della produttività, dalla riduzione della percentuale dei salari sul Pil, dalla riduzione del potere di acquisto dei lavoratori e dalla scarsa dinamica del Pil. La mancata crescita economica e l’attuale crisi hanno riportato l’occupazione sui bassi livelli iniziali, soprattutto in Italia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">I minori salari reali, hanno portato, un aumento dei profitti, i quali non si sono trasformati in maggiori investimenti. Il sistema economico non ha ottenuto effetti positivi in termini di produttività e crescita economica (figure 7 e 8).</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr7.jpg" width="545" height="378" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr8.jpg" width="588" height="377" style="width: 532px; height: 342px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p><strong>La crisi dopo il declino</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">L’attuale crisi (figura 9) ha peggiorato la situazione del mercato del lavoro e rappresenta l’approdo finale di un declino economico che ha origine nel tentativo di introdurre, agli inizi degli anni novanta, un nuovo modello economico e sociale che cambiasse le relazioni industriali, riducesse i meccanismi virtuosi di distribuzione del reddito, comprimesse i salari, e incentivasse le imprese ad accumulare rendite piuttosto che ad investire in innovazione. Con quel tentativo, inoltre, lo Stato si assumeva l’onere di pagare il costo della flessibilità, dovendo sopperire eventualmente alla libertà di licenziamento da parte delle imprese. Questo ovviamente comporterà un ulteriore aggravio del bilancio dello Stato. Con la recessione attuale, i primi posti di lavoro a saltare, sono stati quelli flessibili, cioè quelli che, arrivati a scadenza di contratto o di progetto non sono stati rinnovati, con un danno sia sull’occupazione (con una disoccupazione che è ritornata sui livelli dei primi anni novanta, cioè intorno al 12% e una cassa integrazione che raggiunge 1 miliardo di ore non lavorate a fine 2012), sia sul reddito, con i livelli di consumi scesi a quelli di circa 30 anni fa.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/tridico-apr9.jpg" width="559" height="391" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">In conclusione, il Paese sembra afflitto oggi da una triplice combinazione negativa: bassa produttività, bassa occupazione, bassa dinamica del Pil. Che la flessibilità non fosse la via giusta per l’aumento della produttività e del reddito era stato più volte annunciato da molti economisti keynesiani e non solo. Tuttavia, l’iniziale incremento di occupazione, specchietto per le allodole, aveva fatto sperare i suoi ferventi sostenitori, nonostante la bassa dinamica della produttività del lavoro e la stagnazione del Pil. Oggi le allodole sono volate via e con esse anche i modesti incrementi di occupazione. Rimane l’amaro in bocca per aver sacrificato circa quindici anni di politiche del lavoro e di sviluppo. Alle imprese, con la crisi, non rimane neanche più il vantaggio di avere a disposizione bassi salari, poiché sono comunque appesantite da una tassazione relativamente alta, e da un calo continuo delle vendite. Ci ritroviamo quindi con bassi salari (i più bassi tra l’UE a 15) e con scarse innovazioni e investimenti tecnologici: la peggiore delle combinazioni possibili, come avrebbe osservato Paolo Sylos Labini.</p>
<h6>[1] Questo articolo prende le mosse dal mio saggio “<a href="http://dipeco.uniroma3.it/public/WP%20173.pdf" target="_blank">Italy: From Economic Decline to the Current crisis</a>”, Working paper 173/2013, Dipartimento di Economia, Università Roma Tre). L’autore desidera ringraziare Antonella Stirati per gli utili suggerimenti.</h6>
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		<title>Maurizio Franzini e Sergio Cesaratto a confronto sul tema della disuguaglianza</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 22:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il punto di vista di Maurizio Franzini
Ringrazio Sergio Cesaratto per i suoi commenti al mio articolo su MicroMega che mi danno l’opportunità di precisare il mio punto di vista e anche di esprimermi sul suo. Le questioni sono diverse e, credo, interessanti al di là della diversità di opinioni tra Cesaratto e me. Per questo, non sarò breve e me [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disuguaglianze.jpg" style="line-height: 1.3em; font-size: 1em" height="133" width="180" /><strong>Il punto di vista di</strong><strong style="font-size: 1em"> Maurizio Franzini</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ringrazio <a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/le-disuguaglianze-degli-economisti/#.UV3OzKIqxSM" target="_blank">Sergio Cesaratto</a> per i suoi commenti al mio <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/micromega-32013-almanacco-di-economia-il-ritorno-delleguaglianza-il-sommario-del-nuovo-numero-in-edicola-e-su-ipad-da-giovedi-21-marzo/" target="_blank">articolo </a>su MicroMega che mi danno l’opportunità di precisare il mio punto di vista e anche di esprimermi sul suo. Le questioni sono diverse e, credo, interessanti al di là della diversità di opinioni tra Cesaratto e me. Per questo, non sarò breve e me ne scuso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cesaratto apre il suo commento scrivendo che io accuserei “gli economisti eterodossi di sottovalutare il tema della disuguaglianza al pari degli economisti ortodossi”. No, non penso e non scrivo questo. Ad esempio, nella frase di apertura del mio saggio affermo, in sintesi, che se un economista si preoccupa delle disuguaglianze economiche quasi certamente è un eterodosso (il “quasi” serviva soprattutto a non escludere la possibilità che vi sia almeno un ortodosso eccentrico). E frasi di analogo tenore ricorrono almeno un paio di altre volte nel testo (a p. 240 e 241).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Soprattutto, direi che il mio pensiero al riguardo emerge dalla risposta che dò alla domanda centrale del mio articolo, che Cesaratto non richiama, e cioè quali siano (e quanto solide siano) le idee che gli economisti hanno utilizzato per sostenere che la disuguaglianza non è un problema. L’interesse per queste idee è dovuto anche al fatto che, affermandosi e diffondendosi, esse hanno prodotto, a mio parere, vari effetti negativi, di cui il principale è l’indebolimento della lotta alla disuguaglianza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le tre idee che ho individuato sono tutte interne al  pensiero ortodosso e sono sostenute da economisti ortodossi;  nessuna di esse  è, anche vagamente, riconducibile agli  economisti eterodossi. Il motivo è semplice: questi ultimi considerano la disuguaglianza un problema e non producono idee di quel tipo. Quindi, io non penso che gli eterodossi sottovalutino le disuguaglianze al pari degli ortodossi. La critica che rivolgo loro è un’altra e molto diversa.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Io credo che la loro difesa dell’eguaglianza è troppo spesso affidata a un solo argomento, quello dei suoi effetti positivi sulla crescita.  Moltissime volte viene formulata un’affermazione di questo tipo, partendo dalla considerazione (sulla quale ritornerò) che quando  la disuguaglianza cresce, la domanda di consumo si riduce per effetto della più bassa propensione a consumare dei ricchi.  Le ragioni della mia critica sono le seguenti:</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">a) la disuguaglianza viene considerata “un male” non di per se stessa ma per gli effetti che produce. Si adotta, cioè, una logica che chiamerei strumentale la quale, anche se rovesciata nei nessi, è identica a quella fatta propria dagli ortodossi, i quali sostengono che la disuguaglianza favorisce la crescita e perciò non è un “male”. Io penso che servirebbe entrare più a fondo nella disuguaglianza e nei suoi meccanismi per porsi il problema se sia un “male” in sé (come io, in generale, credo)e che c’è già qualche risultato nella ricerca che permetterebbe di fare questo;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">b) in un periodo nel quale molto si discute dei limiti del Pil e, più ampiamente, dei complessi rapporti tra crescita del reddito e evoluzione del benessere sociale,  forse occorrerebbe un po’ di cautela nel presentare la crescita come sistematicamente desiderabile, al punto da subordinare al suo perseguimento il giudizio da dare  nei confronti della disuguaglianza;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">c) se, come sembrano suggerire i dati e come dirò meglio tra breve, a una minore disuguaglianza non sempre (sottolineato: non sempre) corrisponde una maggiore crescita – e, dunque, l’ipotizzato effetto positivo sulla crescita non è certo - l’argomento strumentale di difesa dell’eguaglianza si indebolisce e, con esso, la difesa dell’eguaglianza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Insomma, non affermo che gli economisti eterodossi sottovalutano la disuguaglianza come gli ortodossi; sostengo, invece, che nel preoccuparsi della disuguaglianza  essi  farebbero bene a non servirsi soltanto dell’argomento “strumentale” che ho richiamato.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Questo chiarimento non costituisce una risposta a tutti i rilievi critici mossi da Cesaratto, che, in prevalenza,  toccano temi non centrali nel mio articolo ma certamente implicati da alcune mie affermazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cesaratto, se non lo interpreto male, ritiene che mettere anche “lievemente” (nel senso che chiarirò) in discussione l’idea  eterodossa secondo cui una riduzione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi  comporta una maggiore crescita, equivale a collocarsi nel campo degli economisti ortodossi. Poiché, in qualche modo, metto “lievemente” in discussione quel nesso, Cesaratto ritiene che io finisca, più o meno consapevolmente, per sottoscrivere la teoria ortodossa, cadendo anche in contraddizione. Naturalmente non concordo né con il ragionamento di Cesaratto né con la sua conclusione. E non credo che sia particolarmente utile, almeno in relazione al tema in discussione, che è la disuguaglianza, confrontare le nostre opinioni sui perimetri dell’ortodossia e dell’eterodossia. Cercherò, però, di spiegare con qualche dettaglio il mio punto di vista.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Le numerose analisi empiriche (tra le altre quelle di Deininger-Squire, Barro, Forbes, Banerjee-Duflo)  che sono state dedicate al nesso tra disuguaglianza e crescita (relative a diverse aree geografiche e diversi orizzonti temporali) non portano a risultati univoci: a una disuguaglianza più bassa possono corrispondere anche (sottolineato: anche) tassi di crescita inferiori. Infatti, i risultati delle diverse verifiche sembrano molto sensibili al periodo di analisi e ai paesi considerati, oltre che alle tecniche di stima, ai dati analizzati e altro ancora. Da questo traggo la conclusione che né l’effetto positivo  ipotizzato dagli ortodossi né quello negativo ipotizzato dagli eterodossi sembrano, nella realtà, certi e sistematici.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Penso che questo possa dipendere dal ruolo di altri fattori, oltre le propensioni a consumare, su alcuni dei quali la letteratura ha richiamato l’attenzione. Si tratta anche di fattori che rimandano a aspetti istituzionali o sociali (ad esempio le forme e i costi del conflitto, le conseguenze per l’accumulazione del cosiddetto capitale umano) che potrebbero essere importanti, al pari dell’insieme delle politiche adottate, per spiegare la non sistematica associazione tra disuguaglianza e crescita. D’altro canto, potrebbe essere rilevante non soltanto quanto è alta quantitativamente la disuguaglianza, ma anche “come è fatta” (se così posso esprimermi); ad esempio, una disuguaglianza relativamente elevata e dovuta a  molte rendite  potrebbe non essere la stessa cosa di una disuguaglianza  ugualmente elevata ma senza rendite e  anche il suo  rapporto con la crescita potrebbe essere diverso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma si tratta di ipotesi da verificare empiricamente e da sistemare teoricamente. In ogni caso, i dati sembrano descriverci una realtà più complessa di quella che sarebbe implicata dalle ipotesi di nessi diretti, di un segno o dell’altro.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Dunque,  se a una disuguaglianza più bassa non sempre e non sistematicamente corrisponde una crescita più elevata occorre, a mio parere,  mettere in discussione anche “lievemente” l’ipotesi eterodossa (“lievemente”, nel senso che non deve essere completamente rigettata perché  i dati non danno pieno credito neanche  all’ipotesi opposta).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Cesaratto, però, imputa a una mia scelta e non al problema posto dai dati il fatto che io non sottoscriva senza riserve l’ipotesi eterodossa. Infatti, egli scrive che io sembro “porre sullo stesso piano, negandole entrambe” le due tesi e, quindi, mi terrei  equidistante dalle due teorie. Ma non sono i miei preconcetti, né si tratta di una libera scelta. E’ solo la conseguenza di quello che i dati sembrano dirci.  Se e quando i dati fossero più tranquillizzanti non avrei alcun problema a sottoscrivere l’ipotesi eterodossa. Anzi. Ma se i dati non confermano le nostre ipotesi io penso che sia bene moltiplicare gli sforzi di ricerca per individuare i fattori dai quali può dipendere l’affermarsi, in diverse circostanze, di un effetto piuttosto che dell’altro.  Mi sembra, invece, che Cesaratto sostenga  che se si mette in discussione l’ipotesi eterodossa non resta che aderire a quella ortodossa.  Lo desumo da quanto afferma criticando un paio di mie affermazioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Nell’articolo ho scritto che spiegare il rapporto tra disuguaglianza e livello della domanda non è la stessa cosa che spiegare il rapporto tra disuguaglianza e tasso di crescita. L’ho scritto senza motivare, anche perché la questione non mi sembrava centrale rispetto al ragionamento che stavo svolgendo. Qui provo a spiegarmi un po’ meglio. L’argomento, già ricordato, basato sulle diverse propensioni al consumo, porta, in realtà, alla conclusione che se la disuguaglianza diminuisse, crescerebbe il livello della domanda. Su questo si fondano, correttamente, numerose interpretazioni del rapporto tra crisi e disuguaglianza. Ma questo non basta perché la domanda cresca continuamente in conseguenza della riduzione della disuguaglianza, cioè per sostenere un processo di crescita. Per avere quest’effetto dovremmo, forse, immaginare una continua riduzione delle disuguaglianze nel tempo che, però, si arresterebbe quando si fosse raggiunta, ipoteticamente, l’assoluta eguaglianza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In realtà occorre immaginare altri meccanismi, collegati alla riduzione della disuguaglianza,  in grado di far  scattare processi dinamici che possono (anzi, dovrebbero) operare sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, per rendere effettivo il percorso di crescita continua.  Mi pare che si faccia poco riferimento a questi meccanismi  quando si parla del rapporto tra disuguaglianza e crescita. D’altro canto, come ho già ricordato, nella letteratura economica, sono state formulate altre ipotesi sui possibili effetti positivi della riduzione della disuguaglianza sulla crescita che non passano per le propensioni al consumo. E queste ipotesi – che, in particolare, chiamano in causa le istituzioni e le politiche - potrebbero essere utili  per una spiegazione più articolata.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Comunque, spero di avere chiarito il senso della mia affermazione di partenza. Per Cesaratto, però,  quella affermazione significa che io ritengo (anzi, non posso non ritenere) “che gli effetti positivi dell’equità su domanda e occupazione riguardino al più il breve periodo, mentre la crescita (il lungo periodo) dipenda da altri fattori che, <em>tertium non datur</em>, non possono che essere quelli della teoria ortodossa, in particolare un elevato tasso di risparmio. Se ne deduce che nel lungo periodo l’equità, determinando minori risparmi…..danneggia la crescita”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Quindi, per  Cesaratto  le teorie sono due, o di qua o di là. Ma non direi che le cose stanno così, almeno per la questione di cui stiamo discutendo. Anzitutto, anche l’ipotesi opposta non è confermata dai dati e quindi  applicando rigorosamente la logica di Cesaratto bisognerebbe rimbalzare da una teoria all’altra. Il problema  sta proprio nel <em>tertium non datur</em> perché, a me pare,  qui  <em>tertium datur</em>, e sin dall’inizio: tra crescita e disuguaglianza sembrano interporsi fattori che nessuna delle due posizioni considera sistematicamente, con la conseguenza che qualche volta  si manifesta un esito e qualche altra il suo opposto.  Quindi le opzioni sono tre: effetti positivi certi della riduzione della disuguaglianza sulla crescita (eterodossi), effetti  negativi certi (ortodossi), qualche volta gli uni qualche volta gli altri, e non sappiamo bene perché. In conseguenza di ciò tra l’ortodosso  granitico e l’eterodosso senza dubbi, può spuntare l’eterodosso (o, magari, anche l’ortodosso) insoddisfatto,  che è tale perché tende a prendere sul serio i dati (e sarebbe anche ben lieto se quei dati fossero sbagliati o non dicessero quello che a lui sembra che dicano).  Ma nella sua interpretazione delle mie affermazioni Cesaratto non dà alcun peso ai dati, come emerge anche in un altro caso.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Se crescita e eguaglianza possono andare in direzioni opposte, si può porre il problema di dover scegliere tra più (o meno) disuguaglianza e più(o meno) crescita. Coloro che  assegnano priorità alla crescita non avrebbero dubbi sul da farsi;  tuttavia questa decisione non tiene conto delle eventuali preferenze degli individui per una ridotta  disuguaglianza (e, in particolare, dell’avversione alla disuguaglianza che sembra essere piuttosto diffusa, come scrivo a p. 243). Per  questo, essi incorrerebbero, a mio parere, in una forma un po’ autoritaria di paternalismo, quella che si manifesta quando si decide cosa è bene per la società senza tenere conto  delle preferenze dei destinatari di quelle decisioni.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per parte mia, lascio nell’articolo la questione senza risposta, sottintendendo che bisognerebbe prima risolvere vari problemi connessi alle preferenze individuali sulla crescita e la disuguaglianza. Avendo questa preoccupazione, non mi sarei aspettato l’accusa, che invece Cesaratto, mi rivolge, di essere o poter essere io stesso paternalista autoritario. Quindi non ho capito questo suo punto.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Mi sembra chiarissimo, invece, il punto  immediatamente successivo. Cesaratto scrive che mi sarei da solo cacciato in una trappola: la scelta difficile che prospetto non si porrebbe (e credo che io sarei salvo anche dall’accusa di paternalismo autoritario) se solo riconoscessi, con gli eterodossi, che meno disuguaglianza vuole dire più crescita. Ma, di nuovo, il problema non sono le mie idee ma i dati,  i “maledetti” dati che ci dicono quello che ho ricordato prima.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Come ho già scritto, io credo che quei dati ci invitino  a un supplemento di analisi  e questo a me non pare preoccupante. Al contrario, cercare di arricchire la spiegazione del nesso tra disuguaglianza e crescita potrebbe aiutare a capire meglio i meccanismi della disuguaglianza, forse a distinguere le disuguaglianze e a individuare il ruolo delle politiche e delle  istituzioni, in modo, eventualmente, da raccomandare (se lo si desidera) qualche intervento in grado di assicurare che dalla riduzione della disuguaglianza deriveranno effetti positivi certi sulla crescita. Rispetto a una questione come la disuguaglianza credo che essere il più possibile certi di cosa perseguire e come fare per ottenerlo sia più importante che definire perimetri entro i quali occorre  necessariamente collocarsi per poter difendere le teorie. Né credo che l’approfondimento che suggerisco possa mettere in discussione l’impianto generale della teoria che sta a cuore a Cesaratto.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Nel suo commento Cesaratto mi rivolge anche altre critiche su punti più circoscritti e, direi, meno interessanti. Vista anche la lunghezza di queste note le tralascerò.  Vorrei fare soltanto una  precisazione sul rapporto tra disuguaglianza e occupazione.  Cesaratto, sostiene – basandosi, credo, sul fatto che non ne parlo - che io prenderei le distanze dall’idea che la piena occupazione è inscindibile dalla giustizia sociale. Non è così. Considero la piena occupazione una condizione essenziale per un sistema economico equo. Aggiungo, però, che la disuguaglianza non si combatte soltanto con l’accrescimento dell’occupazione. Soprattutto negli anni più recenti, quasi ovunque nel mondo occidentale, le disuguaglianze di reddito tra gli occupati sono significativamente aumentate al punto che quando si è verificato un aumento di occupazione non si è sempre avuta una riduzione delle disuguaglianze complessive: l’effetto positivo derivante dal passaggio  di molti dallo status di disoccupato a quello di occupato è stato contrastato dalla crescente disuguaglianza tra gli occupati. D’altro canto, sono  anche aumentate le disuguaglianze tra gli occupati come un tutto, da un lato, e i percettori di redditi da capitale, dall’altro. Insomma, le politiche per l’occupazione sono indispensabili ma la riduzione delle disuguaglianze richiede anche altro.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Spero di avere precisato il mio pensiero meglio di quanto non avessi fatto nell’articolo e di avere contribuito a chiarire quale sia, almeno dal mio punto di vista, l’oggetto del reale dissenso con Cesaratto. In estrema sintesi, io penso che la cosa più importante sia sviluppare un discorso più articolato, e non basato solo sull’argomento strumentale (sia fondato o meno) in difesa dell’eguaglianza. Questo richiede l’impegno degli economisti, soprattutto allo scopo di individuare i meccanismi della disuguaglianza nel capitalismo contemporaneo. Penso anche che dovremmo prestare attenzione ai dati nel formulare le nostre interpretazioni e se questi non confermano una nostra ipotesi dovremmo prenderli sul serio e cercare di capire perché sia così.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Mi pare che Cesaratto la pensi diversamente, in particolare le critiche che mi rivolge lasciano pensare che a suo avviso mettere in discussione un’ipotesi della teoria eterodossa implichi di necessità l’adesione alla teoria opposta e, quindi, all’idea che la disuguaglianza non sia un problema. Applicando questo ragionamento  egli mi considera (così interpreto il senso più generale delle sue critiche) quanto meno non abbastanza eterodosso. Non credo sia interessante stabilire la mia collocazione nella mappa delle teorie economiche (che pure può essere disegnata in vari modi); più importante mi sembra chiarire se i problemi che ho cercato di illustrare in questa mia replica siano di qualche rilevanza oppure no.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Però, proprio su questo problema della collocazione, voglio confessare, in conclusione, un dubbio che mi è venuto leggendo il commento di Cesaratto. Mi ha colpito che egli usi, più volte, l’espressione “scuola di Franzini”. Di sicuro non esiste, in alcun senso possibile, una “scuola di Franzini”. Potrebbe, invece, esistere – con tutti i caveat sul termine scuola - una “scuola di Federico Caffè” della quale ho fatto parte. Caffè guardava a una branca della teoria economica, l’economia del benessere, con una simpatia che, direi, è pari all’antipatia che suscitava (e credo susciti ancora) nella “scuola” alla quale penso si possa dire che appartiene Cesaratto. In anni ormai lontani l’economia del benessere (per la quale, opportunamente intesa, ho anche io una discreta simpatia) costituì argomento di confronto tra esponenti di questa “scuola” e Caffè.  Poiché Cesaratto cita l’economia del benessere dove non mi sembra che fosse indispensabile farlo, mi è venuto  il dubbio  che tutto ciò  abbia un peso nella valutazione che  Cesaratto dà del mio grado di eterodossia; quest’ultima, quindi, non  dipenderebbe solo da quello che scrivo (e da come lui lo interpreta) su MicroMega. Volendo, si potrebbe discutere di nuovo di economia del benessere, ma non credo che sarebbe la cosa principale da fare per migliorare l’analisi della disuguaglianza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">A questo scopo è, forse, più utile un dibattito allargato, a partire dai lavori contenuti nel numero di MicroMega. Spero di riuscire a organizzare in tempi brevi, nel mio dipartimento, un incontro con queste caratteristiche. Ovviamente Cesaratto sarà invitato. Anzi, è invitato fin d’ora.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><strong>Il punto di vista di Sergio Cesaratto</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><span style="font-size: 1em">Ringrazio anch’io Maurizio Franzini per le puntualizzazioni delle sue idee che, tuttavia, mi inducono a ribadire le mie perplessità. Sgombrando il campo da questioni marginali, il punto in discussione sono gli effetti della diseguaglianza sulla crescita. Tralasciamo anche ogni considerazione sulla desiderabilità della crescita. La mia tesi è che questa sia necessaria, privilegiando consumi sociali e rispettosi dell’ambiente. Tanto più che la “cautela” che Franzini nuovamente evoca se “crescita [sia] sistematicamente desiderabile, al punto da subordinare al suo perseguimento il giudizio da dare nei confronti della diseguaglianza”, non riguarda me che ritengo che crescita ed equità si sostengano reciprocamente. Così come non vale la pena soffermarsi sul fatto che gli economisti “eterodossi” della tradizione Classico-Kaleckiana trovano, ovviamente, la diseguaglianza immorale anche indipendentemente dagli effetti sulla crescita. Essi  ritengono però decisivo smentire la tesi “ortodossa” che una maggiore equità danneggi la crescita.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">Il punto centrale della discussione è dunque che Franzini ritiene che la tesi “eterodossa” del legame positivo fra equità e crescita non sia provata in generale. L’argomento che egli adduce al riguardo è un riferimento ad alcuni lavori empirici (già evocati nell’articolo originale) che non proverebbero in maniera sistematica “né l’effetto positivo [della diseguaglianza sulla crescita] ipotizzato dagli ortodossi né quello negativo ipotizzato dagli eterodossi”. Rimando al dibattito che Franzini organizzerà alla Sapienza – sono grato per l’invito – un approfondimento critico di questi studi e l’esame di risultanze opposte (e sarà certamente il caso di chiedere a Radio Radicale di registrare l’evento per il più ampio pubblico che ha seguito questa discussione). Mi limito qui alle seguenti osservazioni.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">In genere questi studi econometrici muovono da impostazioni teoriche assai “ortodosse” (ciò che può condizionare i risultati empirici) e sono condotti su decine e decine di paesi (sembra questo il caso degli studi menzionati da Franzini). </span><span style="line-height: normal">Questo non è un vantaggio perché si offuscano le specifiche circostanze storiche, sociali e istituzionali che in ciascun paese influenzano la relazione fra equità e crescita. Accetto, tuttavia, il punto sollevato da Franzini sulla base di questa letteratura che le relazioni fra equità e crescita siano complesse. In particolare, lo ringrazio per aver ricordato che vi sono dei casi in cui una maggiore diseguaglianza si associa una maggiore crescita. Questi casi sono tuttavia coerenti con l’approccio eterodosso in cui non v’è crescita se la domanda aggregata non aumenta, come negli esempi qui sotto elencati.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="font-size: 1em; line-height: normal">(a) In paesi in cui la crescita è guidata dalle esportazioni o che praticano politiche mercantiliste, salari reali relativamente bassi si possono accompagnare ad elevate esportazioni e crescita. Ma questo semplicemente perché la depressione dei consumi interni viene compensata dai mercati esteri in paesi che, spesso, vengono all’uopo fatti indebitare. L’indebitamento sfocia, ahimè, spesso in una crisi finanziaria. Ne sappiamo qualcosa noi in Europa dove la crisi deve molto al comportamento mercantilista della Germania! (v. </span><a href="http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1813" target="_blank" style="font-size: 1em; line-height: 1.3em">qui</a><span style="font-size: 1em; line-height: normal">)</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">(b) E’ ben noto che nelle fasi iniziali dei processi di sviluppo la distribuzione del reddito possa muovere nella direzione di una maggiore diseguaglianza, pur con una possibile aumento dei redditi medi. Attenzione qui è la crescita che genera maggiore diseguaglianza, quindi non stiamo avvalorando la tesi “ortodossa” che la diseguaglianza genera sviluppo. La maggiore diseguaglianza non danneggia poiché la compressione dei salari consente la crescita dell’export (come nel caso a), mentre l’aumento relativo dei redditi del nuovo ceto medio può non sfavorire i consumi a cui esso finalmente può accedere.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">(c) In altri casi, come negli Stati Uniti pre-crisi, una relativa alta crescita si è accompagnata a una disuguaglianza in aumento, senza che la crescita occupazionale abbia portato a un aumento dei salari (contrariamente, apparentemente, alle aspettative degli eterodossi). Ma nessuna sorpresa, in realtà. Negli Stati Uniti il ceto medio impoverito è stato indotto a indebitarsi per sostenere la domanda (come documentato per esempio da </span><a href="http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/791-cambiamenti-nella-distribuzione-del-reddito-disordine-finanziario-e-crisi.html" target="_blank">Barba e Pivetti</a><span style="line-height: normal">), mentre la maggiore occupazione non ha portato a un rafforzamento sindacale dopo un paio di decenni in cui il lavoratore americano era stato traumatizzato a colpi di disoccupazione (come ben evidenziato da </span><a href="http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/788-la-grande-recessione-e-la-terza-crisi-della-teoria-economica.html" target="_blank">Bellofiore e Halevi</a><span style="line-height: normal">). Anche qui l’esito di tale modello di crescita è stata una crisi finanziaria. Recentemente gli <em>Economic Report of the President</em> 2012 e 2013 esplicitamente nominano gli effetti negativi della crescente diseguaglianza su domanda aggregata e crescita.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">Resta dunque confermato quanto avevamo scritto sulla scorta della lezione di Kalecki: in via generale una maggiore equità distributiva generando più domanda accresce reddito e occupazione. Tuttavia il capitale non ama l’equità (per evidenti motivi), per cui ricorre a forme balorde per sostenere la domanda aggregata pur in presenza di crescente diseguaglianza, forme che poi che sfociano sovente in una crisi finanziaria. Non sono convinto che questa complessa perversità del capitalismo, come la definirebbe Kalecki, sia colta dagli studi citati da Franzini, i cui risultati sospensivi circa la relazione fra equità e crescita comunque non ci sorprendono e abbiamo cercato di chiarire. </span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">Franzini non sembra cercare di spiegare in dettaglio al lettore il perché di questi risultati, e comunque non su linee simili alle nostre. Dai pochi cenni, egli non sembra da un lato rifiutare la tesi Keynesiana di possibili effetti positivi di una <em>maggiore </em>equità sulla crescita, laddove evoca il ruolo delle “propensioni a consumare”, e questo va bene. Franzini richiama altre due spiegazioni senza però chiarire a favore di quale delle due tesi in esame: “le forme e i costi del conflitto” e “le conseguenze per l’accumulazione del cosiddetto capitale umano”. Che l’eccesso di conflitto sociale volto a ottenere maggiore equità possa nuocere alla crescita è possibile. Ma va chiarito che questo accade perché la borghesia reagirà alla richiesta di maggiore giustizia, in generale, con politiche economiche volte ad accrescere la disoccupazione e ripristinare la disciplina e lo status quo distributivo - non lo ha fatto solo quando c’era la sfida sovietica, come indicato fra gli altri da </span><a href="http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/48/48A20040312.html" target="_blank">Garegnani </a><span style="line-height: normal">e Pivetti. Dunque non è che l’equità non fa crescere, ma è che è incompatibile col capitalismo, se non in delimitati periodi storici. Se Franzini intende che l’accettazione da parte della borghesia di una maggiore equità agevolerebbe la crescita attraverso una comunità più armonica, mi trova d’accordo, sebbene scettico che questo sia nel DNA del capitalismo.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">Circa il “capitale umano” - espressione che mi rende perplesso tanto è priva di solidi fondamenti analitici – si può intendere che una maggiore equità favorisca l’istruzione e dunque la crescita, il che mi trova consenziente. Ma si deve stare in guardia dalla tesi più “ortodossa” alla Pietro Reichlin che una maggiore giustizia distributiva - ottenuta, per esempio, attraverso maggiori imposte progressive per finanziare lo stato sociale - disincentiva offerta di lavoro, risparmio, accumulazione di “capitale umano”, merito e tutti i parafernalia dell’economia “dal lato dell’offerta” e fa crescere di meno. Ho criticato la validità di questa tesi nella conversazione con Reichlin a cui rimando (sempre su <em>Micromega </em>3/2013 e che cercherò di pubblicare sul mio blog). Nelle spiegazioni che sopra ho addotto per spiegare perché in taluni casi una maggiore diseguaglianza può associarsi a una maggiore crescita non ho, infatti, usato questi tipi di argomento e sono rimasto coerente con un approccio keynesiano. Non mi è chiaro però come Franzini spieghi il possibile impatto positivo della diseguaglianza sulla crescita, argomento centrale nella sua polemica con gli “eterodossi”.</span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"><span style="line-height: normal">Non trascuro dunque i dati, come sostiene Franzini, e soprattutto i fatti. Mi limito a evidenziare che il modo in cui i risultati empirici vengono messi a punto e interpretati riflette approcci teorici precisi. Ricostruiamo e leggiamo il mondo attraverso le lenti della teoria, i fatti non parlano da soli. Sì, “maledetti dati”, perché non parlate da soli? E’ una banale verità che ho dovuto ricordare anche a Reichlin. Franzini si muove un po’ a 360 gradi nel mondo delle teorie. Chi scrive è assai più sospettoso della maggior parte di queste teorie. Ma è forse un difetto un po’ demodé da vecchio lettore di Marx, vizio che pochi giovani osano ormai coltivare perché se ne paga prezzo salato.<strong>[1]</strong></span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center"> <span style="font-size: 1em; line-height: 1.3em"> </span></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify" class="MsoNormal" align="center">&nbsp;</p>
<h6>[1] E proprio perché la teoria è importante, ben accolgo un appunto critico di Franzini di natura più tecnica per puntualizzare. Lo faccio in nota per non tediare troppo chi ci legge. Da come mi sono espresso – in un articolo divulgativo che non è un paper scientifico – si evince che, scrive Franzini, “perché la domanda cresca continuamente …per sostenere un processo di crescita …dovremmo immaginare una continua riduzione delle diseguaglianze …che però si arresterebbe quando si fosse raggiunta…l’assoluta eguaglianza”. In effetti, nel modello Classico-Kaleckiano che ho in mente, un aumento della propensione al consumo dovuto alla riduzione della diseguaglianza ha un effetto “di livello” sul reddito nazionale, ma non sul tasso di crescita (se non durante la transizione da un sentiero di crescita e l’altro). Questo dipende dall’espansione di quelli che Kalecki (sulla scorta di un intuizione di Rosa Luxemburg) chiamò “mercati esterni”, e Garegnani in un lontano scritto (che stiamo per pubblicare in inglese) definì “domanda finale”: indebitamento delle famiglie; spesa pubblica e, in economia aperta, esportazioni e indebitamento dei paesi “periferici” (v. <a href="http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1691" target="_blank">qui</a>). Che tale maniera di sostenere la crescita possa sfociare in una crisi finanziaria è stato già accennato. Tale probabilità sarà però tanto più bassa quanto più la distribuzione del reddito muta a favore dei lavoratori assicurando consumi basati su elevati salari reali che crescano in linea con la produttività. Gli economisti eterodossi non trascurano il lato dell’offerta, lo dico perché sennò qualcuno alza la mano e me lo imputa. Lo fanno con riferimento alla tradizione mercantilista-listiana delle politiche industriali pubbliche (v. <a href="http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1693" target="_blank">qui</a>), quella studiata e praticata, per esempio, in Giappone, Corea e in Cina sulla scorta dell’esperienza tedesca di fine XIX° secolo.</h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Bassa domanda e declino italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 07:02:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il dibattito sul declino prima e la crisi poi dell’economia italiana si è focalizzato principalmente sugli elementi “strutturali” dal lato dell’offerta[1]. Generalmente, al contrario, l’andamento negativo della domanda aggregata è considerato come un fattore congiunturale o di breve periodo. Tuttavia, basta guardare i dati senza pregiudizi per capire che la debolezza della crescita della domanda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri04-130.jpg" width="347" height="246" border="0" vspace="0" hspace="-1" />Il dibattito sul declino prima e la crisi poi dell’economia italiana si è focalizzato principalmente sugli elementi “strutturali” dal lato dell’offerta<strong style="font-size: 1em">[1]</strong><span style="font-size: 1em">. Generalmente, al contrario, l’andamento negativo della domanda aggregata è considerato come un fattore congiunturale o di breve periodo. Tuttavia, basta guardare i dati senza pregiudizi per capire che la debolezza della crescita della domanda aggregata è stata una costante che per almeno un ventennio ha caratterizzato l’economia italiana. E’ quindi difficile negare che questo sia un vero e proprio elemento strutturale che ha concorso agli effetti così drammatici della crisi attuale. Dal punto di vista teorico ci si può riferire alla legge di Kaldor-Verdoorn. La legge mette in relazione la crescita della produttività del lavoro, la cui debolezza come si sa è uno degli elementi che hanno caratterizzato la nostra economia, con la crescita dell’output, individuando nella crescita dell’output la variabile indipendente. Interpretata dal lato della domanda, la legge afferma che la crescita della produttività è indotta dalla crescita della domanda aggregata</span><strong style="font-size: 1em">[2]</strong><span style="font-size: 1em">.</span></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">I dimostrano chiaramente che dal 1991 ad oggi la crescita della domanda finale aggregata, come mostrato dal grafico 1.a)<strong>[3]</strong>, è molto più debole in Italia rispetto alla media europea e alla Francia e alla Germania per tutto il periodo, anche se il fenomeno si rende ancora più evidente nell’ultimo decennio. Ci sono quindi forti argomenti per sostenere che “il declino” italiano sia determinato anche dal lato della domanda aggregata e dal sostanziale rigetto di qualsiasi politica keynesiana negli ultimi decenni. Inoltre per tutte le componenti della domanda aggregata considerate si registra in generale una performance peggiore dell’Italia rispetto agli altri paesi. In particolare la componente delle esportazioni illustrata nel grafico 1.b) ha un andamento più contenuto rispetto agli altri paesi a partire dal 2000, pur restando vicina a quella della Francia. Questo dato suggerisce che la scarsa crescita della produttività del lavoro sia legata alla contrazione del saggio di crescita delle esportazioni in seguito alla ridotta competitività di prezzo dopo l’adozione dell’Euro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri04-131.jpg" width="622" height="765" style="width: 538px; height: 740px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Il grafico 1.c) mostra l’andamento della domanda domestica. Quest’ultima vede un rallentamento dei saggi di crescita tanto delle spese di consumo finale del governo (1.d) che delle spese di consumo finali private (1.e). In particolare le prime subiscono una brusca decrescita tra il 1992 e il 1995, rallentano nuovamente tra il 2005 e il 2009, per  tornare a decrescere negli anni successivi. Indubbiamente il ripetersi di politiche di tagli alla spesa pubblica, pur indotte dall’alto rapporto debito – Pil del nostro paese, contribuiscono ad aggravare il problema della produttività e della crescita, rischiando di generare un circolo vizioso da cui è sempre più difficile uscire<strong>[4]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Vista l’importanza assunta dal problema del debito pubblico, conviene riflettere ulteriormente su alcuni dati. Il grafico 2) mostra infatti come l’Italia sia stata in realtà più “virtuosa” della media dei paesi europei, della Germania e della Francia, mostrando negli ultimi venti anni un avanzo primario dello stato al netto degli interessi assai più alto. In particolare in Italia l’avanzo primario raggiunge il suo picco, pari al 6,51% del Pil nel 1997. Solo nel 1991 e nel 2009 il bilancio primario è in disavanzo. Anche nel 2009, peraltro, il disavanzo primario è minore rispetto alla media europea, alla Germania e alla Francia. Per contro, la Germania sperimenta nello stesso periodo un disavanzo primario in 8 anni e la Francia in 18 anni. In Italia la crescita del debito pubblico di questi anni è dovuta esclusivamente al pagamento degli interessi.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri04-132.jpg" width="353" height="331" style="width: 529px; height: 349px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Legato all’andamento della spesa pubblica è anche l’andamento dei consumi privati, che sono influenzati nettamente dalle politiche di austerità e che assumono un trend negativo dal 2007 al 2009 e poi di nuovo dal 2011. Si nota anche che la Germania mostra, per la prima metà degli anni 2000, un rallentamento considerevole della domanda domestica, compensato però dall’andamento delle esportazioni.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Le cause della stagnazione dei consumi privati sono molteplici. Qui si sottolineano due aspetti tra loro correlati. Da una parte è cresciuta in questi anni in modo consistente la diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Secondo l&#8217;OCSE questo fenomeno è stato, tra i paesi europei, particolarmente accentuato in Italia, che tradizionalmente ha sempre avuto un indice di concentrazione dei redditi più alto dei paesi dell’Europa continentale.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Il Grafico 3 riporta l’andamento dell’ indice Gini in Germania, Francia ed Italia. In Italia le diseguaglianze sono cresciute particolarmente, secondo l’OCSE, nella prima metà degli anni novanta e poi, sia pure in maniera meno accentuata, nella prima metà del primo decennio del nuovo secolo<strong>[5]</strong>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri04-133.jpg" width="353" height="299" style="width: 535px; height: 347px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Molto significativo, in relazione alla scarsa dinamica della domanda dei consumi privati, è poi l’andamento dei salari. Il grafico 4) riporta l’andamento dei salari annui medi, misurati in termini di parità di potere d’acquisto a prezzi costanti in dollari. Come si vede i salari sono rimasti pressoché costanti, essendo variati in termini di potere d’acquisto, solo dell’1,33% in venti anni. Per contro in Francia i salari sono cresciuti nello stesso periodo del 23,07% e nella stessa Germania, con una politica molto rigorosa nel contenere la loro crescita, soprattutto a partire dal nuovo secolo, del 17,78%.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/perri04-134.jpg" width="353" height="299" style="width: 531px; height: 317px; line-height: 1.3em; font-size: 1em" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Infine un discorso più complesso riguarda l’andamento della formazione del capitale (grafico 1.f), altra importante componente della domanda finale. In Italia anche l’andamento della formazione del capitale risulta più basso, per tutto il periodo considerato, rispetto alla Francia e alla media europea, mentre risulta superiore a quello della Germania per buona parte del periodo a partire dall’inizio del nuovo secolo, fino al 2009, evidente indizio che non conta solo il volume, ma anche la qualità degli investimenti. Con la crisi, dopo il 2007, questa variabile assume in Italia un andamento drammaticamente decrescente, molto più accentuato rispetto agli altri paesi. Il problema degli investimenti si presenta quindi particolarmente acuto nel nostro paese durante la crisi e l’effetto delle politiche di austerità è quello deprimere gli investimenti, cioè proprio una dei fattori essenziali su cui puntare per uscire dalla crisi.  In conclusione i dati sembrano supportare l’ipotesi che una parte considerevole, anche se, a parere di chi scrive, non esaustiva, delle cause delle difficoltà attuali dell’Italia, anche in rapporto agli altri paesi europei, sono legate all’andamento della domanda aggregata. Ad esempio, è difficile negare che una scarsa dinamica della domanda domestica non abbia conseguenze molto negative per le micro imprese, che difficilmente, a differenza delle medie, possono essere orientate all’esportazione. Basti pensare che nella manifattura in Italia, secondo dati Eurostat, prima della crisi era impiegato nelle micro imprese (da 1 a 9 occupati) il 25% dell’occupazione totale del settore, mentre in Germania appena il 6% e in Francia il 12%. Inoltre in ciascuna micro-impresa in Italia sono impiegati in media 2,8 lavoratori. Ignorare questo aspetto significa entrare in una spirale recessiva da cui è onestamente difficile vedere l’uscita.</p>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Questo contributo è in parte ripreso da un paragrafo di un saggio più ampio scritto insieme a Roberto Lampa.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] In particolare le basi della legge sono individuate da Kaldor nella presenza delle economie di scala e del processo di <em>learning by doing</em>, nella rilevanza del processo di specializzazione e di interazione tra le imprese e nell’endogeneità del progresso tecnico incorporato nel capitale. Diverse ricerche empiriche hanno dimostrato la validità della legge di Kaldor-Verdoorn per l’Italia, come per altri paesi. La crisi nella crescita della produttività del lavoro, secondo questa legge, non deve essere tanto ricercata dal lato dell’offerta, nella scarsità del capitale umano, nell’esistenza di distorsioni nei mercati dei beni e dei servizi, nell’eccesso dei costi del lavoro o nel basso livello degli investimenti, ma è causata principalmente dalla crisi di crescita della domanda.  Si veda, ad esempio, OFRIA F (2009), L’approccio Kaldor-Verdoorn: una verifica empirica per il Centro-Nord e il Mezzogiorno d’Italia (anni 1951-2006), <em>Rivista di politica economica</em>, Gennaio-marzo 2009, pp. 179-199, che metter anche in evidenza come le stime empiriche mostrano come le variabili di offerta (il rapporto investimenti-Pil e il tasso di crescita del costo del lavoro) non siano significative, a differenza della legge di Kaldor-Verdoorn, nello spiegare l’andamento della produttività del lavoro.<br />
</span><span style="line-height: normal">[3] In questo, come nei grafici seguenti sono riportati i numeri indici delle varie variabili, per rendere più facile il confronto con gli altri paesi.<br />
</span><span style="line-height: normal">[4] Lo stesso Olivier Blanchard (O. BLANCHARD, D. LEIGH (2013), Growth Forecasts errors and Fiscal Multipiers, <em>IMF Working Paper Series</em>, Department of Economics, 13/1) ha recentemente preso atto che i moltiplicatori della spesa erano stati ampiamente sottostimati dal FMI. Essi andrebbero quantificati più correttamente tra 0,9 ed 1,7.<br />
</span><span style="line-height: normal">[5] Si può poi osservare che secondo l’Eurostat, l’indice GINI ha ripreso a salire in concomitanza con la crisi, negli ultimi anni.</span></h6>
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		<title>Le disuguaglianze degli economisti</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 23:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Nel bel numero di Micromega di marzo (3/2013) dedicato alla diseguaglianza, pur in un comune sentire nei riguardi della crescente ingiustizia sociale che si è manifestata nelle decadi recenti, vi sono delle significative differenze nella maniera in cui la problematica è avvicinata. In particolare, nel suo saggio Maurizio Franzini accusa gli “economisti eterodossi” di sottovalutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/disuguaglianza.jpg" hspace="-1" vspace="0" border="0" style="width: 379px; height: 217px" height="306" width="555" />Nel bel numero di <em>Micromega </em>di marzo (3/2013) dedicato alla diseguaglianza, pur in un comune sentire nei riguardi della crescente ingiustizia sociale che si è manifestata nelle decadi recenti, vi sono delle significative differenze nella maniera in cui la problematica è avvicinata. In particolare, nel suo saggio Maurizio Franzini accusa gli “economisti eterodossi” di sottovalutare il tema della diseguaglianza al pari degli economisti “ortodossi”. In un senso ha ragione, ma in un altro ha torto. Credo sia utile ai lettori un chiarimento su questo punto agevolandoli a discernere ancor meglio le diverse posizioni che la rivista ha cercato di veder rappresentate.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Intanto chi sono gli “economisti eterodossi”. Fondamentalmente si tratta degli economisti seguaci della tradizione critica che muove da Marx e dagli economisti classici (come Smith e Ricardo, tradizione ripresa nel secolo scorso da Piero Sraffa) e dagli aspetti più innovatori dell&#8217;analisi di Keynes. In sintesi, questa tradizione ritiene che il capitalismo soffra di una contraddizione fondamentale. Da un lato i ceti dominanti si appropriano di una quota notevole del prodotto sociale in varie forme quali profitti e rendite – quello che gli economisti Classici e Marx chiamavano sovrappiù, ciò che rimane del prodotto sociale una volta pagati i salari ai lavoratori. Dall’altro, tuttavia, i ceti dominanti non sono in grado di consumare tutto questo sovrappiù. Per gli economisti critici l’ingiustizia sociale è dunque un fatto congenito al capitalismo senza la necessità di defaticanti dispute etico-filosofiche. L’ingiustizia sociale è inoltre la fonte della crisi: la compressione dei salari dei lavoratori se accresce il sovrappiù, crea anche uno strutturale problema di domanda aggregata. Come spiegò Marx, ciascun capitalista vorrebbe pagare bassi salari (sì da godere di elevati profitti), ma al contempo vorrebbe che gli altri capitalisti pagassero alti salari in modo che i consumi dei lavoratori sostengano la domanda aggregata.<strong>[1]</strong> Una contraddizione insanabile a cui il capitalismo ha nella storia risposto in diverse maniere. In maniera positiva durante i primi tre decenni del secondo dopoguerra accrescendo la spesa sociale (dunque il salario indiretto). In maniera più balorda nei decenni recenti compensando il peggioramento dell’equità distributiva con l’indebitamento delle famiglie (v. Stiglitz &amp; Gallegati, ivi, p. 16). Ed anche col mercantilismo con cui alcuni paesi come la Germania hanno scaricato sulle esportazioni la compressione dei consumi interni, incentivando l’indebitamento di altri paesi. Mentre il primo modello ha incontrato un’insostenibilità politica una volta venuta meno la sfida sovietica (si veda l’intervento di Pivetti, ivi, p. 228), l’insostenibilità dei debiti di famiglie e nazioni hanno messo in crisi gli altri due modelli. Nella visione critica, dunque, giustizia sociale e piena occupazione sono legate da nesso inscindibile. Le politiche di piena occupazione, inoltre, stimolano produttività e innovazione, e dunque consentono di premiare il merito in un quadro di tollerabile equità. La questione è l’accettabilità da parte del capitalismo di un’economia di piena occupazione. Infatti l’elevata occupazione accresce il potere contrattuale dei lavoratori ed è funzionale a cambiamenti distributivi a loro favore e a una maggiore giustizia sociale, come suggerito dalla magistrale lezione di <a href="http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/1431-aspetti-politici-del-pieno-impiego-di-michal-kalecki.html" target="_blank">Kalecki</a> e dall&#8217;esperienza storica concreta.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Sulla base di ciò che scrive, Franzini sembra tuttavia prendere le distanze da questa visione - se non in un passaggio in cui riconosce la centralità del tema distributivo in Ricardo, senza domandarsi però perché quella impostazione fu abbandonata dall’economia borghese a favore della più rassicurante teoria neoclassica, di cui l’Economia del benessere cara alla scuola di Franzini è componente (v. Pivetti, ivi, p. 231). In particolare l’autore (ivi, p. 245) argomenta che “le analisi empiriche di cui disponiamo portano a esiti tutt’altro che convergenti e l’influenza negativa della diseguaglianza sulla crescita non appare meno solida del suo opposto”. Egli sembra così porre sullo stesso piano, negandole entrambe, la tesi “ortodossa” dell’effetto negativo dell’equità sulla crescita in quanto disincentivante dell’impegno individuale, e quella “eterodossa” degli effetti positivi dell’equità su domanda e occupazione.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Per le critiche alla tesi “ortodossa” rimando alle mie obiezioni al Reichlin nel volume che stiamo esaminando. In esse argomento che è solo sulla base dell’idea (anti-keynesiana) che la flessibilità dei mercati conduca il sistema capitalistico alla piena occupazione che Reichlin (<em>et hoc genus omne</em>) può argomentare che l’occupazione (e la sua qualità) siano frutto dell’impegno individuale da incentivare con una struttura di premi-punizioni. Se non fosse vero che il capitalismo graviti spontaneamente verso il pieno impiego, come sostenuto dalla tradizione critica, la questione occupazionale avrebbe poco a che fare con la struttura premi-punizioni, essendo la disoccupazione largamente involontaria (ivi, p. 111). Concordo inoltre molto con Franzini che è rendendo più equa la distribuzione del reddito che si livellano le opportunità facendo emergere il merito, e non viceversa (p. 244). Rimane il fatto, però, che Franzini sembra dar credito alla tesi “ortodossa” quando concede che sebbene una maggiore eguaglianza possa nuocere alla crescita, un mondo che cresce di meno ma sia più equo potrebbe essere tuttavia preferibile a uno “più diseguale in cui l’economia cresce velocemente” (ivi, p.247). Dilemma quest’ultimo assai opinabile e che pecca di quella “forma non lieve di paternalismo autoritario” che l’autore imputa agli “ortodossi”. In ogni caso è proprio rifiutando la tesi “eterodossa” che Franzini sembra cacciarsi in questa trappola.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">In merito alla tesi “eterodossa”, Franzini l’accusa di restare vittima “di qualche confusione… tra livello della domanda e crescita dell’economia, che non sono esattamente la stessa cosa” (ivi, p. 246). Purtroppo aggiunge poi che “non è questa la sede per andare più a fondo sulla questione”. La questione ci sembra, tuttavia, così centrale da sembrare meritevole di un approfondimento. A ben vedere, evidentemente, questo tipo di posizione ritiene che gli effetti positivi dell’equità su domanda e occupazione riguardino al più il breve periodo, mentre la crescita (il lungo periodo) dipenda da altri fattori che, <em>tertium non datur</em>,  non possono che essere quelli della teoria ortodossa, in particolare un elevato tasso di risparmio. Se ne deduce che nel lungo periodo l’equità, determinando minori risparmi - in quanto la propensione al risparmio dei ceti medio-bassi è più bassa di quella dei ceti medio-alti –, danneggia la crescita, l’opposto di quanto sostenuto dagli economisti “eterodossi”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">L’impianto tradizionale emerge anche nella pallida critica che viene mossa alla teoria neoclassica della distribuzione (ivi, p. 248). In sintesi, questa cerca di dimostrare che in concorrenza ogni “fattore produttivo” (come lavoro e capitale) ottiene reddito in maniera commisurata al suo apporto alla produzione. Si sostiene che questa teoria sarebbe valida solo nel caso non vi fossero imperfezioni di mercato. Ma qualunque economista “ortodosso” – in particolare quelli più rispettati dalla scuola di Franzini come Marshall o Pigou - argomenterebbe che questa teoria è pur sempre <em>approssimativamente </em>valida (come la legge di gravità si applica a una foglia che cade pur in presenza di vento che <em>temporaneamente </em>la sollevi). Siamo comunque lontani dalle fondamenta dell’ingiustizia sociale proprie dell’approccio “eterodosso”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Tesi divergenti dall’impianto Classico-Keynesiano degli “eterodossi” emergono anche in altri saggi. In particolare Pianta ritiene cha la diseguaglianza e non la disoccupazione sia “l’ingiustizia più grande del paese” (ivi, p.36), smarrendo così il loro nesso. Così pure la condivisione della visione “ortodossa” della crescita emerge laddove egli scrive che “lo stock di ricchezza” si riduce “quando i risparmi sono usati per consumare, come avviene ora in tempi di crisi” (ivi, p.38). Dunque più consumi danneggiano la crescita. Non si tratta di sottigliezze teoriche. La realtà la si legge con le lenti di una teoria. Se questa è debole, o addirittura sbagliata, fragile sarà l’interpretazione dei fatti, spesso ridotta a un tedioso snocciolamento di dati.<strong>[2]</strong></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">A dar man forte alle tesi “eterodosse” qui difese c’è il saggio di Stiglitz (con Gallegati) che tutto gira attorno alla tesi che “l’intero deficit di domanda aggregata è oggi dovuto a fenomeni estremi di diseguaglianza” (ivi, p.17 e passim). E’ questo un sostegno di cui gli economisti critici non sentono particolarmente la necessità, ma che naturalmente può rassicurare molti lettori. Fa naturalmente gioco avere economisti come Stiglitz o Krugman come compagni di strada in questo frangente. Non va però dimenticato che non una singola virgola essi hanno mutato nei loro libri di testo (e lo stesso vale per Gallegati) in cui a un’interpretazione caricaturale di Keynes, per giunta ritenuta valida esclusivamente nel breve periodo, si accompagna il sostegno pieno alla teoria “ortodossa” per ciò che riguarda la crescita.  Fatto sta, comunque, che nel contributo pubblicato dalla rivista Stiglitz è indiscutibilmente dalla stessa parte degli “eterodossi”.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Concludendo, Franzini ha certamente torto nel non vedere come il tema della diseguaglianza sia assolutamente fondante dell’approccio Classico-Keynesiano. Ma ha ragione nel sospettare che gli economisti critici siano scettici sull’enfasi assegnata a questo tema visto isolatamente e alla stregua di un problema etico-morale. Questi ritengono, infatti, che esso non vada scisso dai suoi nessi il funzionamento dell’economia capitalistica, in particolare con l’analisi della determinazione dei livelli di occupazione, nel breve come nel lungo periodo. La tematica della diseguaglianza può altrimenti rischiare di costituire, magari involontariamente, la foglia di fico per non affrontare l’insieme delle contraddizioni del sistema in cui viviamo.</p>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Il lettore interessato può consultare </span><a href="http://nakedkeynesianism.blogspot.it/2013/03/when-karl-rosa-michal-and-maynard-met.html" target="_blank">un mio post</a><span style="line-height: normal"> (in inglese) in cui spiego in termini semplici l’approccio Classico-Keynesiano citando alcune pagine magistrali del Tallone di ferro di Jack London.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] Considerazioni relative al nesso fra distribuzione e domanda aggregata sembrano anche assenti nel saggio di Acocella, uno studioso pur spesso sensibile al tema, dove fa capolino un riferimento “ortodosso” a un possibile effetto negativo dell’equità sulla propensione al risparmio e, dunque, sulla crescita (ivi, p.120). </span></h6>
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		<title>Al Consiglio europeo l’austerità resta un tabù</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 06:25:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell’ultimo Consiglio europeo (14 e 15 marzo 2013), a parte le dichiarazioni di principio sulla necessità di favorire la crescita e l’occupazione, non è stato compiuto nessun passo avanti sostanziale sul terreno della revisione dei rigidi vincoli di bilancio e di finanza pubblica imposti agli Stati membri dal Patto di stabilità. Nella sostanza è stata confermata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/consiglio_europeo1.jpg" style="line-height: 1.3em; width: 262px; height: 173px; font-size: 1em" height="149" width="200" />Nell’ultimo Consiglio europeo (14 e 15 marzo 2013), a parte le dichiarazioni di principio sulla necessità di favorire la crescita e l’occupazione, non è stato compiuto nessun passo avanti sostanziale sul terreno della revisione dei rigidi vincoli di bilancio e di finanza pubblica imposti agli Stati membri dal Patto di stabilità. <span style="font-size: 1em">Nella sostanza è stata confermata la linea del rigore sostenuta dai paesi nordici e, segnatamente dai tedeschi, che sul capitolo del consolidamento dei conti pubblici hanno letteralmente puntato i piedi.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">La cronaca dei due giorni riferisce di uno scontro tra francesi e tedeschi sul tema dell’austerità, con i primi a sostenere che c’è un “<em>rischio di rigetto dell&#8217;Europa in quanto tale</em>” se il risanamento procede “<em>troppo in fretta</em>” ed i secondi a ribadire che l’obiettivo del pareggio di bilancio “<em>non è in contraddizione ma deve essere visto come interdipendente con la crescita</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A dire il vero nessuna delle due posizioni ha espresso una consapevolezza piena delle difficoltà in cui versano le varie economie nazionali. Ed anche l’atteggiamento dei francesi è apparso del tutto ingabbiato nella logica rigorista assurta a filosofia dominante in ambito Ue. <span style="font-size: 1em">Alla fine a spuntarla è stata però la Cancelliera tedesca, com’è facilmente desumibile da un confronto tra le sue dichiarazioni rese nel corso del vertice e le conclusioni dello stesso trasfuse nel documento ufficiale. </span><span style="font-size: 1em">Molto chiaro, da questo punto di vista, il punto 3  delle Conclusioni del Consiglio, che tutte le delegazioni hanno sottoscritto: “Nel percorso verso bilanci strutturalmente in pareggio si stanno compiendo progressi sostanziali che devono continuare. Il Consiglio europeo sottolinea in particolare la necessità di un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita, ricordando nel contempo le possibilità offerte dalle norme di bilancio vigenti del patto di stabilità e crescita e del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance”.</span><strong style="font-size: 1em">[1] </strong><span style="font-size: 1em">Cosa dice questo punto? Che la disciplina del Fiscal Compact sul pareggio di bilancio rimane in piedi e continuerà  a guidare le scelte di finanza pubblica dei paesi membri. E che solo nell’ambito dei vincoli previsti dallo stesso, e dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), si potranno concepire misure dirette a favorire la crescita dell’economia e dell’occupazione. </span><span style="font-size: 1em">Come a dire: vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca! Da un certo punto di vista queste conclusioni rappresentano un vero passo indietro, perché ripropongono una visione “espansiva” dell’austerità che è stata clamorosamente smentita dalla realtà di questi anni. </span><span style="font-size: 1em">Cosa significa d’altro canto l’espressione “</span><em style="font-size: 1em">possibilità offerte dalle norme di bilancio vigenti</em><span style="font-size: 1em">” se non la riproposizione dello schema secondo il quale le politiche di bilancio restrittive possono costituire delle leve per lo sviluppo dell’economia?</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Diciamolo chiaramente: i governanti di questa Europa assomigliano sempre più ai passeggeri del Titanic, disinvolti, festanti, su una nave prossima ad inabissarsi. Eppure di segnali preoccupanti in giro per l’Europa ce ne sono tanti, dalla Grecia alla Spagna, passando per la Slovenia, il Portogallo, l’Ungheria, la stessa Italia. Paesi dove la grave crisi economica, indotta dalle misure di austerità, si sta sempre più impastando a una vistosa crisi politica e a una pericolosa deriva della democrazia. <span style="font-size: 1em">Populismo, sfiducia nelle istituzioni, antipolitica, punteggiano sinistramente il panorama politico europeo, mentre masse sempre più grandi sono tagliate fuori dal benessere e risucchiate dal vortice della povertà. </span><span style="font-size: 1em">Questo il contesto. Ma  i 27 capi di Stato e di governo  che si sono incontrati a Bruxelles dal 14 al 15 marzo scorso hanno ragionato come se di fronte avessero una situazione di relativa “normalità”.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Una dimostrazione è venuta anche dalla posizione espressa da Mario Monti, che è arrivato al vertice in rappresentanza (Si fa per dire) di una Italia sbrindellata, smarrita, in profonda crisi, sia economica che politica. <span style="font-size: 1em">In sostanza il nostro Presidente del Consiglio ha chiesto, e ottenuto, che il paese possa ricominciare a spendere denaro pubblico per investimenti, a condizione che il deficit strutturale di bilancio si mantenga in un </span><em style="font-size: 1em">range </em><span style="font-size: 1em">compreso tra il pareggio e il 3% del Pil. </span><span style="font-size: 1em">La montagna ha partorito il topolino, verrebbe subito da dire. Intanto perché non è ancora chiara la tipologia degli investimenti produttivi che potrebbero essere scomputati dal calcolo del deficit pubblico e le modalità con cui si andranno a definire le procedure di scorporo saranno stabilite soltanto nei prossimi mesi, in seguito a negoziati con la Commissione, e tra gli Stati membri, che non si annunciano né facili né scontati. </span><span style="font-size: 1em">Per l’Italia, nondimeno, gioca sfavorevolmente anche l’assenza di una chiara prospettiva di governo, essendo previsto per il prossimo mese di aprile l’avvio dei negoziati, dopo l’approvazione da parte del parlamento del Programma Nazionale di Riforme (PNR) previsto dal </span><em style="font-size: 1em">Six pack</em><span style="font-size: 1em">, il pacchetto di regolamenti varato nel 2011 per rafforzare la governance europea in tema di bilanci pubblici.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">Poi c’è il merito della questione, che sta racchiuso in questa frase dello stesso Monti:  “<em>Il rigore fiscale resta la priorità</em>”. Certo, perché l’obiettivo del pareggio di bilancio, con quello che ne discende in termini di tagli alla spesa e misure di austerità, rimane praticamente in piedi.</p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">A proposito della tipologia di investimenti da scorporare dal calcolo del deficit si parla, ad esempio, della quota di cofinanziamento dei fondi strutturali europei e dei crediti delle imprese verso le amministrazioni pubbliche. Bene. Ma se non si mette in discussione il folle obiettivo contenuto nel Trattato di Stabilità di ridurre di un ventesimo all’anno la quota del debito che eccede il 60% del Pil, che per l’Italia significherebbe rastrellare circa 50 miliardi all’anno tra tagli alla spesa e nuove tasse, l’effetto sull’economia delle risorse “liberate” verrebbe ad essere immediatamente annullato, neutralizzato, dalle parallele misure di rigore atte a conseguirlo. <span style="font-size: 1em">Delle due l’una: o si applica una moratoria all’abbattimento del debito (c’è chi ha proposto una sua stabilizzazione</span><strong style="font-size: 1em">[2]</strong><span style="font-size: 1em">) e, quindi, si liberano davvero risorse per rilanciare l’economia oppure ogni misura per la crescita sarà solo un palliativo, se non un buco nell’acqua vero e proprio.</span></p>
<p style="text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt" class="MsoNormal" align="center">L’Europa unita è un vascello in piena tempesta, non comprendere che è arrivato il momento di cambiare a questo punto potrebbe essere davvero un errore esiziale.</p>
<h6>[1] EUCO 23/13, Conclusioni del Consiglio europeo (Bruxelles 14 e 15 marzo 2013).<br />
[2]<a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/stabilizzare-il-debito-per-arginare-lausterita/" target="_blank"> Stabilizzare il debito per arginare l’austerità</a>, di Riccardo Realfonzo, in Economia e Politica, 07.03.2013</h6>
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		<title>Beni comuni e auto-organizzazione</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2013 09:02:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Anche grazie al pluridecennale lavoro di Elinor Ostrom (1933-2012) ci siamo finalmente liberati dell’idea che i commons siano “una tragedia”. È un’idea che Garret Hardin lanciò su Science nel 1968: se l’uso di un bene è libero allora quel bene prima o dopo si esaurirà; la soluzione è la privatizzazione dei beni comuni[1]. Ma come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/commons.jpg" hspace="-1" vspace="0" border="0" style="width: 330px; height: 227px" height="1336" width="1968" />Anche grazie al pluridecennale lavoro di Elinor Ostrom (1933-2012) ci siamo finalmente liberati dell’idea che i commons siano “una tragedia”. È un’idea che Garret Hardin lanciò su Science nel 1968: se l’uso di un bene è libero allora quel bene prima o dopo si esaurirà; la soluzione è la privatizzazione dei beni comuni<strong>[1]</strong>. Ma come lo stesso Hardin ha riconosciuto nel 1998, nella sua idea c’era un errore di fondo: la tragedia non è dei commons in quanto tali, ma degli “unmanaged commons”<strong>[2]</strong>. La differenza rilevante allora non è tra assenza di proprietà e proprietà privata, ma tra assenza o presenza di gestione. Su questa critica si innesta il lavoro di Ostrom: per la gestione dei beni comuni non ci sono solo lo Stato e il mercato, c’è anche l’auto-organizzazione degli utilizzatori<strong>[3]</strong>. Una constatazione scientifica che oggi è anche una bandiera ideologica, come testimonia ad esempio il recente volume collettivo “The wealth of the commons”<strong>[4]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Ma nel revival scientifico e politico dei beni comuni c’è il rischio di una semplificazione e di un errore. Come aveva fatto Hardin si confonde la natura del bene e la regolazione del suo uso. I beni comuni non sono beni pubblici, ma sono degli ibridi<strong>[5]</strong>: come i beni privati sono a consumo “rivale” (se io pesco nel laghetto, tu avrai meno pesce a disposizione), come i beni pubblici sono a consumo “non escludibile” (tutti possono pescare nel laghetto). Ma la questione cruciale non è se il bene è comune o no; la questione cruciale è: quale assetto istituzionale regola il suo uso? Il mercato? (Qualcuno si compra il laghetto e vende i diritti di pesca). Lo Stato? (Con leggi, controlli e sanzioni, che regolano l’accesso al lago). O l’auto-organizzazione degli utenti? (La comunità locale dei pescatori si dà delle regole, non necessariamente formalizzate).</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Non è per mero puntiglio che bisognerebbe tenere distinte la natura del bene e la sua regolazione. La questione dei commons riguarda beni non solo locali, ma anche globali: l’aria, gli oceani, il genoma umano, e così via. E allora non basta invocare per questi l’attribuzione dell’etichetta di “bene comune”, bisogna invece attivarsi perché la loro gestione condivisa abbia un quadro istituzionale chiaro<strong>[6]</strong>. Il punto non è il bene comune in quanto tale, ma l’auto-organizzazione della sua gestione. E la differenza non è di poco conto.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">*<em>Università di Sassari</em></p>
<h6><span style="line-height: normal">[1] G. Hardin, The tragedy of the commons, Science vol. 162 (n. 3859), pagg. 1243-1248, 13 dicembre 1968.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] G. Hardin, Extensions of the tragedy of the commons, Science vol. 280 (n. 5364), pagg. 682-683, 1° maggio 1998.<br />
</span><span style="line-height: normal">[3] E. Ostrom, Beyond Markets and States: Polycentric Governance of Complex Systems, American Economic Review, vol. 100, pagg. 641-672, giugno 2010.<br />
</span><span style="line-height: normal">[4] D. Bollier e Silke Helfrich,</span><a href="http://www.wealthofthecommons.org/" target="_blank"> The wealth of the commons. A world beyond market &amp; state</a><span style="line-height: normal">, The Commons Strategy Group, 2012.<br />
</span><span style="line-height: normal">[5] Molti invece continuano a considerare beni comuni e beni pubblici come sinonimi. Si veda ad esempio il contributo di Sergio Marotta, </span><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/i-beni-comuni-tra-diritto-e-societa/#.UUmwOxdhVSM" target="_blank">I beni comuni tra diritto e società</a><span style="line-height: normal">, Economia e Politica, 18 novembre 2012.<br />
</span><span style="line-height: normal">[6] U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, 2011.</span></h6>
]]></content:encoded>
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		<title>Fatica sprecata. Produttività e salari in Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 23:05:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La produttività del lavoro dipende dalle innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione della produzione, dalla dimensione e dai settori in cui le imprese operano; il livello dei salari, normalmente oscillante attorno alla sussistenza, dipende dalla forza contrattuale dei lavoratori. Gli stessi dati contenuti nel testo presentato dal presidente della BCE all’ultimo vertice europeo di Bruxelles, se inquadrati in una prospettiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><em><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-130.jpg" width="557" height="373" style="width: 331px; height: 230px" border="0" vspace="0" hspace="-1" />La produttività del lavoro dipende dalle innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione della produzione, dalla dimensione e dai settori in cui le imprese operano; il livello dei salari, normalmente oscillante attorno alla sussistenza, dipende dalla forza contrattuale dei lavoratori. Gli stessi dati contenuti nel </em><a href="http://www.ecb.int/press/key/date/2013/html/sp130315.en.pdf?25cf880dcdaf228e746e3d5746fd2afc" target="_blank">testo</a> <em>presentato dal presidente della BCE all’ultimo vertice europeo di Bruxelles, se inquadrati in una prospettiva logica e temporale differente, confermano che per circa tre decenni i salari reali in Europa e in tutti i paesi industrializzati sono cresciuti meno della produttività. Se si considera la dimensione relativa del salario, le evidenze empiriche disponibili illustrano una riduzione costante e generalizzata della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori.</em></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">La questione del rapporto tra produttività, salari e distribuzione del reddito è una delle più controverse sia dal punto di vista teorico che della conseguente efficacia delle politiche economiche. La drastica diminuzione del salario registrata negli ultimi 30 anni in tutti i principali paesi industrializzati con la conseguente modifica della sua quota relativamente ai profitti viene spiegata dalla teoria “ortodossa”<strong>[1]</strong>  in questo modo: la dinamica dei salari dipende da quella della produttività del lavoro; se si vogliono aumentare i salari bisogna che cresca la produttività.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-131.jpg" width="621" height="465" style="width: 587px; height: 437px" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Se  volessimo limitare l’analisi agli ultimi dieci anni dovremmo registrare che per tutti i paesi europei, tranne – ma in misura praticamente insignificante – l’Italia, la produttività misurata alla fine del periodo è più alta di quella di dieci anni prima. Le normali differenze tra paesi che si registravano nei primi anni del secolo persistono, con le economie più forti che possono giovarsi di modelli tecnologici e organizzativi più avanzati di quelli a disposizione degli altri.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-13nota.jpg" width="589" height="321" style="width: 531px; height: 300px" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Se però allarghiamo lo sguardo a un trentennio e mettiamo a confronto  i tassi di crescita della produttività con quelli delle retribuzioni, il quadro cambia nettamente. In tutti i decenni e in tutti i paesi, tranne due casi isolati, le retribuzioni reali crescono  meno della produttività. Si può dunque ritenere che i due fenomeni non siano collegati – o almeno non nella causalità che si intende - e se le retribuzioni dei lavoratori di alcuni paesi crescono più di quelle di altri può significare che i livelli di partenza sono più bassi, che le organizzazioni sindacali sono più combattive, che il tasso di disoccupazione o di precarietà del lavoro sia diverso, o che sono o non sono all’opera dispositivi di concertazione, di mediazione, o modelli di relazione industriale di stampo neocorporativo.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Che non si tratti di un caso limitato all’Europa è confermato dall’ultimo rapporto dell’ILO<strong>[3]</strong> secondo il quale solo in un numero ristretto di paesi (Danimarca, Francia, Finlandia, Regno Unito, Romania e repubblica Ceca) l’aumento della produttività del lavoro si è riflesso in un aumento dei salari reali; nelle tre economie più importanti del pianeta: Stati Uniti d’America, Giappone e Germania, tra il 1999 e il 2007 la produttività del lavoro è cresciuta, ma i salari reali sono diminuiti, mentre per il resto dei paesi capitalisticamente sviluppati la correlazione non esiste o è molto debole.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-133.jpg" width="603" height="604" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"> <img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-134.jpg" width="587" height="501" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Le retribuzioni reali dei lavoratori, particolarmente dopo l’intensificarsi della crisi, sono diminuite drasticamente in tutta Europa, anche se non nella stessa intensità: il salario di chi lavora in Grecia<strong>[4]</strong> è diminuito in tre anni di più del 20%, in Spagna di quasi il 10%, in Portogallo più del 10%. Tuttavia anche questi dati vanno considerati assieme a quelli relativi ai livelli assoluti, in modo da osservare che dopo tre anni di crescita salariale nel 2008 le retribuzioni medie in Grecia  raggiungevano la cifra di 26.000 euro l’anno (al lordo di tasse e contributi) mentre in Germania il livello era pari a 41.400 euro. Nel 2009, l’anno di picco della crescita salariale del Portogallo, il salario medio dei lavoratori arrivava a 17.000 euro. Salari bassi, al livello di sussistenza.</p>
<p><strong>Il costo del lavoro e la sua variabilità</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Una interpretazione solo parzialmente diversa da quella discussa prima è quella di chi imputa i bassi salari a un costo del lavoro troppo alto pagato dalle imprese che operano in Italia rispetto al valore aggiunto prodotto. Anche in questo caso si tratta di una affermazione discutibile, dal momento che - come è stato osservato su questa rivista<strong>[5]</strong> - anche a voler prescindere dai problemi di misurazione il costo del lavoro medio per occupato resta in Italia basso rispetto ai paesi concorrenti, solo poco più alto della media dell’Unione Europea (27 paesi) e decisamente più basso che in Gran Bretagna, Francia, Germania e Svezia.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-135.jpg" width="587" height="501" style="width: 557px; height: 502px" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">E’ utile ricordare che dentro questo costo sono compresi quegli oneri fiscali e previdenziali che costituiscono il <em>cuneo </em>molto spesso indicato come causa dei bassi salari. In realtà, se si considera il salario come l’equivalente del valore della riproduzione della forza-lavoro, bisogna includere nei costi di riproduzione anche le tariffe, le imposte e le tasse pagate dai lavoratori per acquistare quei beni e servizi necessari a garantirsi la sussistenza.  In questo senso,  insistere sul problema di un costo del lavoro eccessivo a causa di un cuneo previdenziale e fiscale troppo alto è una ulteriore conferma della evidenza che i salari percepiti dai lavoratori sono bassi oscillando  attorno al livello di sopravvivenza.</p>
<p><strong>Euro e deflazione salariale</strong></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Se poi si considera la divergenza intra-europea tra costi del lavoro prendendo in esame l’intero quarantennio che va dal 1970 al 2010, balza immediatamente agli occhi come la tendenza alla convergenza, evidente per un lungo periodo, sia stata bruscamente interrotta dall’introduzione dell’euro, avvenuta alla fine degli anni ’90.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">A partire da quel periodo, mentre per i paesi “<em>core</em>” il trend del costo del lavoro si è invertito, passando dall’aumento alla diminuzione, questo non è successo per il gruppo dei GIPS (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna). Questo aspetto merita di essere sottolineato: nonostante dal punto di vista statistico sia evidentemente la stessa cosa, non è successo che, a causa dell’euro, i paesi GIPS abbiano visto modificarsi il proprio trend di “naturale” crescita del costo del lavoro: la curva mantiene praticamente la stessa pendenza prima e dopo l’euro; è successo invece per pochissimi paesi forti (sostanzialmente la Germania e i paesi nordeuropei) che l’introduzione di una valuta più debole di quella che avevano precedentemente abbia coinciso con una riduzione del  costo del lavoro.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Non c’è dubbio che le <em>aree valutarie</em> siano uno strumento ottimale per scaricare la crisi sul salario. In un sistema di cambi flessibili, se le imprese localizzate in un determinato paese sperimentano un deficit di competitività, possono tentare di riguadagnare quote di mercato (ovviamente a spese di imprese localizzate in un paese diverso, è da non dimenticare che si tratta in questo caso di un tipico gioco a somma zero) utilizzando la leva del cambio. Come è noto, una riduzione del valore della valuta nazionale – coeteris paribus – può aiutare le imprese esportatrici a vendere di più all’estero; si tratta di manovre che storicamente le autorità monetarie e i governi hanno attuato e che anche oggi rappresentano un’arma importante nella competizione tra <em>aree valutarie transnazionali</em>. Con una sola valuta continentale che sostituisce quelle nazionali, la manovra non è evidentemente utilizzabile per riaggiustare differenziali di competitività interni all’area stessa, obiettivo che in questo caso si può realizzare solo attraverso manovre di “deflazione interna”, ossia scaricando il costo della crisi su chi lavora nei paesi che stanno perdendo competitività.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Che questo non sia una mera conseguenza casuale del funzionamento delle <em>aree valutarie</em> ma un obiettivo coscientemente perseguito dai policy-makers non è una illazione, dal momento che a confermarlo ci ha pensato lo stesso massimo teorico delle <em>aree valutarie</em> Robert Mundell<strong>[6]</strong> ma, se si pensa che il giudizio dipenda dalla prospettiva teorica di Mundell (un liberale che si colloca su posizioni definibili di destra sul piano politico generale, vicino al partito repubblicano), è il caso di ricordare come il suo collega premio Nobel Paul Krugman, che viene generalmente accreditato di posizioni politiche progressiste, ha dichiarato candidamente a <a href="http://www.lemonde.fr/economie/article/2012/01/30/paul-krugman-l-inflation-n-est-pas-le-probleme-c-est-la-solution_1636446_3234.html" target="_blank">Le Monde</a> che, “<em>Pour restaurer la compétitivité en Europe, il faudrait que, disons d&#8217;ici les cinq prochaines années, les salaires baissent, dans les pays européens</em><strong>[7</strong><strong>]</strong><em>&#8220;</em>.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">Salari ancora più bassi non ci sembrano una prospettiva particolarmente allettante. In generale e soprattutto se si considera la dinamica salariale nella dimensione più rilevante in cui deve essere analizzata, e cioè in termini relativi, ossia in relazione all’intero reddito nazionale prodotto e distribuito. I dati inseriti in un recente contributo di Antonella Stirati<strong>[8]</strong> non sembra abbiano bisogno di ulteriori commenti.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/donato16-3-136.jpg" width="700" height="563" style="width: 574px; height: 538px" border="0" vspace="0" hspace="-1" /></p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">In conclusione, prescindendo da un giudizio sulla possibilità e sulla desiderabilità di un ulteriore aumento della produttività, è possibile sostenere che:</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">1.<span class="Apple-tab-span" style="white-space: pre">	</span>La produttività del lavoro, e dunque il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, è storicamente alta, anzi altissima, in occidente e dunque nei paesi  europei capitalisticamente sviluppati;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">2..  La circostanza per cui in un determinato periodo la produttività sia cresciuta in un gruppo di paesi più che in un altro può dipendere dagli investimenti in innovazioni tecnologiche, da scelte (o non scelte) politiche e strategiche, dalla dimensione media o dalla specializzazione settoriale delle imprese che operano in un determinato paese;</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">3. Che una maggiore produttività si traduca in più alti salari è una evidenza che non esiste a livello empirico, mentre tipicamente accade il contrario: un maggiore valore aggiunto prodotto per lavoratore occupato, anche a voler prescindere dei suoi “sbocchi”, in particolare nelle fasi in cui la domanda internazionale è debole, corrisponde da molti anni a questa parte a una minore e più precaria occupazione che a sua volta si traduce in una maggiore competizione sul mercato del lavoro che indebolisce la lotta per aumenti salariali.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal">4. La crisi non colpisce tutte le classi sociali allo stesso modo: la quota di salari diminuisce e quella destinata ai profitti cresce.</p>
<p align="center" class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify"><span style="line-height: normal"><br />
</span></p>
<h6><span style="line-height: normal">[1] Rapporto CNEL sul mercato del lavoro presentato al Parlamento italiano a settembre 2012 e curato dal prof. Dell’Aringa<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] La tabella è riportata in Stefano Perri, </span><a href="http://www.setupimpresa.it/sp/it/articolo/equita-diseguaglianza-e-distribuzione-del-reddito.3sp" target="_blank">Equità, disuguaglianza e distribuzione del reddito</a><span style="line-height: normal">, 20/1/2012.<br />
</span><span style="line-height: normal">[3] International Labour Office, <em>Global Wage Report </em> 2013, “<em>[..] la crescita media dei salari reali è rimasta a livello globale al di sotto dei livelli [tassi?] pre-crisi, segnando dati negativi per le economie sviluppate, mentre è rimasta significativa nelle economie emergenti .. tra il 1999 e il 2011 la produttività media del lavoro è cresciuta nelle economie sviluppate più del doppio dei salari reali ..il trend globale ha prodotto così un cambiamento nella distribuzione del reddito nazionale, con la quota dei redditi da lavoro in diminuzione e quella del capitale in crescita .. la caduta della quota dei redditi da lavoro è da attribuire al progresso tecnologico, alla globalizzazione del commercio, all’espansione dei mercati finanziari e alla diminuzione del tasso di sindacalizzazione che hanno eroso il potere contrattuale dei lavoratori</em>”.<br />
</span><span style="line-height: normal">[4] Dati aggiornati a  fine settembre 2012.<br />
</span><span style="line-height: normal">[5] Stefano Perri, </span><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/il-falso-paradosso-del-costo-del-lavoro/#.UUTYrhdhVSM" target="_blank">Il falso paradosso del costo del lavoro</a><span style="line-height: normal">, economia e politica , gennaio 2011.</span></h6>
<h6><span style="line-height: normal">[6] Lo ricorda, su questa rivista, </span><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/politiche-fiscali-e-di-bilancio/perche-litalia-non-puo-permettersi-lausterita-di-monti#.UUTYkxdhVSM" target="_blank">Tiziano Cavalieri</a><span style="line-height: normal">.<br />
</span><span style="line-height: normal">[7] Per restaurare la competitività in Europa bisognerebbe che, diciamo da qui ai prossimi cinque anni, i salari diminuiscano, nei paesi meno competitivi, del 20% nei confronti di quelli tedeschi. Con un po’ di inflazione, questo aggiustamento è più facile da realizzare.<br />
</span><span style="line-height: normal">[8] A. Stirati, <em>Alternative Closures to Sraffa’s System - some reflections in the light of the changes in income distribution in the last decades</em>, in Levrero, Palumbo, Stirati (curatori):  <em>Sraffa and the Reconstruction of Economic Theory</em> , Palgrave Macmillan 2013, vol 3. </span></h6>
<p><span style="line-height: normal"></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Stabilizzare il debito per arginare l’austerità</title>
		<link>http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/stabilizzare-il-debito-per-arginare-lausterita/</link>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2013 15:08:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[La priorità del futuro governo italiano non può che essere un dialogo nuovo con l’Europa, finalizzato ad arginare le politiche di austerità[1]. Si discute molto in questi giorni sui margini di trattativa che potremmo avere, e spesso vengono avanzate proposte come allentare i vincoli del Patto di Stabilità per gli investimenti e allungare i tempi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center"><img src="http://www.economiaepolitica.it/wp-content/uploads/immagine-appello.jpg" hspace="-1" vspace="0" border="0" style="width: 317px; height: 246px" height="358" width="415" />La priorità del futuro governo italiano non può che essere un dialogo nuovo con l’Europa, finalizzato ad arginare le politiche di austerità<strong>[1]</strong>. Si discute molto in questi giorni sui margini di trattativa che potremmo avere, e spesso vengono avanzate proposte come allentare i vincoli del Patto di Stabilità per gli investimenti e allungare i tempi di rientro dai deficit “eccessivi”. Idee anche utili, che però rischiano di non essere all’altezza della gravità del quadro macroeconomico e dei margini effettivi di manovra della finanza pubblica di cui disponiamo.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">C’è un punto che bisogna tenere ben fermo: il Paese <em>non è grado di fare i “compiti” che gli sono stati assegnati negli ultimi due anni</em>. Mi riferisco al pareggio di bilancio (in termini strutturali, al netto della componente ciclica) e al sentiero di abbattimento del debito pubblico previsto dal <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-12-31/fiscal-compact-tavolo-elezioni-064505.shtml?uuid=AbkO0IGH" target="_blank">fiscal compact</a>. Per rispettare pienamente tutti questi impegni dovremmo – nelle ipotesi più rosee – portare l’avanzo primario (cioè l’eccesso del prelievo fiscale sulla spesa pubblica, interessi sul debito esclusi) al 5 per cento del Pil e mantenerlo su quel livello per due decenni. Insomma, il futuro governo del Paese dovrebbe prendersi la briga di spingere la spesa corrente al di sotto delle entrate fiscali per circa 80 miliardi di euro. È chiaro che una politica delle finanze di questo genere non consentirebbe alcuna riduzione della pressione fiscale né lascerebbe spazio per interventi espansivi, ad esempio nel campo delle politiche industriali. E in questo contesto, qualche limatura del Patto di Stabilità o qualche piccola concessione sui tempi equivarrebbe a una pacca sulla spalla data al soldato che va al massacro. Infatti, nelle condizioni attuali, proseguire lungo la linea del pareggio di bilancio e dell’abbattimento rapido del debito significherebbe esporre il Paese al rischio di un circolo vizioso fatto di tagli, riduzioni del Pil, peggioramento delle condizioni della finanza pubblica, nuovi tagli, che potrebbe drammaticamente concludersi con l’abbandono dell’euro<strong>[2]</strong>.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">È necessario dunque aprire una riflessione più profonda sulle regole e sugli obiettivi di finanza pubblica in Europa. In tale direzione sarebbe auspicabile che il Parlamento europeo avviasse una inchiesta sui reali effetti dell’austerity e si riuscisse a concordare, anche con l’avallo delle autorità monetarie, un freno a queste politiche recessive. E quale potrebbe essere allora, anche in una fase transitoria, la regola di finanza pubblica alla quale potremmo impegnarci? Una strada prudente e credibile riprende una proposta politica che avanzai già nel 2006, all’epoca del governo Prodi, e che sfociò in un <a href="http://www.appellodeglieconomisti.com/" target="_blank">appello</a> sottoscritto da un’ampia parte dell’accademia italiana<strong>[3]</strong>. Faccio riferimento alla <em>stabilizzazione del rapporto tra il debito pubblico e il Pil</em> sui valori correnti, nell’orizzonte temporale della legislatura. Secondo questa proposta, il governo potrebbe impegnarsi a controllare il debito pubblico, non nella sua grandezza assoluta ma come quota del Pil, in modo che il valore attuale pari al 127 per cento del Pil risulti confermato al termine teorico della legislatura.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Si tratta di una proposta che assicurerebbe la piena sostenibilità del debito e che libererebbe nell’immediato importanti risorse rispetto al percorso alternativo dell’austerità. Infatti, per stabilizzare il debito pubblico al livello corrente del Pil, il governo dovrebbe fissare conseguentemente il livello dell’avanzo primario, date le stime prudenziali sui livelli attesi della crescita nominale del Pil e del costo medio del debito pubblico. Prendendo per buone le stime di queste grandezze contenute nella “<a href="http://www.dt.tesoro.it/it/analisi_programmazione_economico_finanziaria/documenti_programmatici/sezione3/aggiornamentoDEF.html" target="_blank">Nota di aggiornamento</a>” redatta dal governo Monti nel settembre scorso, per stabilizzare il debito sarebbero necessari avanzi primari inferiori al 3 per cento del Pil, contro avanzi nell’ordine dei 5 punti percentuali necessari per rispettare le politiche di austerità. Rispetto alla tabella di marcia prevista dalla “Nota di aggiornamento” di Monti (dove si prevede un avanzo che dal 4 per cento del Pil nel 2013 raggiungerebbe il 4,8 nel 2015), già quest’anno la stabilizzazione del debito <em>libererebbe risorse per oltre 20 miliardi di euro.</em></p>
<p style="margin: 0cm 0cm 6pt; text-align: justify; line-height: normal" class="MsoNormal" align="center">Nessuno si illude che sia semplice cambiare politica economica in Europa, non fosse altro perché non tutti i paesi subiscono gli effetti deleteri dell’austerità. Ma bisogna muoversi in questa direzione. Prima che sia tardi.</p>
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<h6><span style="line-height: normal">[1] Una prima stesura di questo articolo è apparsa su <em>L’Unità</em> del 6 marzo 2013 con il titolo “Arginare l’austerità”.<br />
</span><span style="line-height: normal">[2] Per un richiamo critico ai modelli che hanno sottovalutato gli effetti restrittivi dell’austerità si rinvia al mio articolo “</span><a href="http://www.riccardorealfonzo.it/2012/12/quei-modelli-sbagliati-alla-base-della.html" target="_blank">Quei modelli sbagliati alla base della crisi europea</a><span style="line-height: normal">”.<br />
</span><span style="line-height: normal">[3] L’analisi teorica della stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil prendeva le mosse dal saggio di Luigi Pasinetti pubblicato nel 1998 dal <em>Cambridge Journal of Economics</em>, dal titolo “The mith (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht parameter”. Diversi contributi sul tema della stabilizzazione del rapporto debito/Pil furono raccolti nel volume a cura di Sergio Cesaratto e mia, <em>Rive Gauche. Critica della politica economica</em>, edito dalla Manifestolibri nel 2006. Un primo scritto in direzione della stabilizzazione del debito pubblico in Italia fu firmato da Emiliano Brancaccio e da me nel 2004, e pubblicato dal quotidiano <em>Liberazione</em>.</span></h6>
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