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	<title type="text">Edgar Allan Poe</title>
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	<updated>2026-06-04T11:19:54Z</updated>

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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
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						</author>

		<title type="html"><![CDATA[I 9 fratelli Poe]]></title>
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		<updated>2026-06-04T11:19:54Z</updated>
		<published>2026-06-05T03:00:36Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Biografia" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Dei 9 fratelli Poe i più famosi furono i sei maschi, che giocarono nella squadra di football Tigers di Princeton per 20 anni a partire dal 1882. Erano i figli di John Prentiss Poe, che <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/i-9-fratelli-poe/" title="I 9 fratelli Poe">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://edgarallanpoe.it/i-9-fratelli-poe/">I 9 fratelli Poe</a> proviene da <a href="https://edgarallanpoe.it">Edgar Allan Poe</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/i-9-fratelli-poe/"><![CDATA[<p>Dei <b>9 fratelli Poe</b> i più famosi furono i sei maschi, che giocarono nella squadra di <i>football</i> <i>Tigers</i> di Princeton per 20 anni a partire dal 1882.</p>
<p>Erano i figli di <b>John Prentiss Poe</b>, che nacque il 22 agosto 1836, ex allievo di Princeton, procuratore generale del Maryland e cugino di secondo grado di Edgar Allan Poe. John Prentiss sposò Anne Johnson Hough (1840 – 1919) il 2 marzo 1863. Morì il 14 ottobre 1909.</p>
<p>John Prentiss era figlio di <b>Neilson Poe Sr.</b> (1809 – 1884), cugino di primo grado di Edgar, avvocato, direttore del giornale «Frederick Examiner», giudice presso la Corte degli Orfani di <a href="https://edgarallanpoe.it/baltimora/">Baltimora</a> e direttore di banche locali e del Canale Chesapeake e Ohio. Neilson sposò Josephine Emily Clemm (1808 – 1889), una parente di <a href="https://edgarallanpoe.it/virginia-eliza-clemm/">Virginia Clemm</a>.</p>
<p>Il padre di Neilson era <b>Jacob Poe</b> (1775 – 1860), cugino di primo grado del <a href="https://edgarallanpoe.it/david-poe/">padre di Edgar</a> e figlio di <b>George Poe Sr.</b> (1744 – 1823), mercante dei primi tempi di Baltimora e fratello di <b>David Poe Sr.</b> (1743 – 1816), nonno di Edgar.</p>
<p>I 9 fratelli Poe erano cugini di terzo grado di Edgar.</p>
<h2>Il legame fra Edgar e i 9 fratelli Poe</h2>
<table class="dcf-table dcf-table-responsive dcf-table-bordered dcf-table-striped dcf-w-100%">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;">David Poe Sr.</td>
<td style="text-align: center;">George Poe Sr.</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;">|</td>
<td style="text-align: center;">|</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;">David Poe Jr.</td>
<td style="text-align: center;">Jacob Poe</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;">|</td>
<td style="text-align: center;">|</td>
</tr>
<tr>
<td style="text-align: center;">Edgar Allan Poe</td>
<td style="text-align: center;">Neilson Poe Sr.</td>
</tr>
<tr>
<td>&nbsp;</td>
<td style="text-align: center;">|</td>
</tr>
<tr>
<td>&nbsp;</td>
<td style="text-align: center;">John Prentiss Poe</td>
</tr>
<tr>
<td>&nbsp;</td>
<td style="text-align: center;">|</td>
</tr>
<tr>
<td>&nbsp;</td>
<td style="text-align: center;">I 9 fratelli Poe</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<h2>I 6 fratelli Poe nel <i>football</i></h2>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-11418" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/6-fratelli-poe.jpg" alt="I 6 fratelli Poe nel football" width="678" height="560" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/6-fratelli-poe.jpg 678w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/6-fratelli-poe-300x248.jpg 300w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>I 6 fratelli Poe – Samuel Johnson, Edgar Allan, John Prentiss Jr., Neilson, Arthur e Gresham – divennero famosi come stelle del <i>football</i> per l’Università di Princeton tra il 1882 e il 1901, rinomati per la loro abilità atletica e per il contributo al dominio dei <i>Tigers</i> nel <i>football</i> universitario degli albori e ognuno apportando abilità distinte al proprio ruolo sul campo.</p>
<ol>
<li><strong>Samuel Johnson</strong> giocò come <i>halfback</i> nel 1882 e nel 1883.</li>
<li><strong>Edgar Allan</strong> fu <i>quarterback</i> e capitano durante il suo terzo e quarto anno (1889-1890), guadagnandosi il titolo di All-American nel 1889.</li>
<li><strong>John Prentiss Jr.</strong> si distinse come <i>halfback</i>, giocando in modo brillante durante il suo primo e secondo anno (1892-1893).</li>
<li><strong>Neilson “Net”</strong> giocò come <i>running back</i> nel 1895 e nel 1896.</li>
<li><strong>Arthur</strong> giocò come <i>end</i> nel 1898 e nel 1899, rinomato per la sua eccezionale velocità e abilità nei placcaggi che sconvolgevano gli attacchi avversari, culminando nella selezione unanime come All-America nel 1899.</li>
<li><strong>Gresham</strong> servì principalmente come <i>quarterback</i> di riserva.</li>
</ol>
<p>I 6 fratelli avevano un fisico simile – bassi, robusti, forti e veloci. Oltre all’allenamento sul campo, si allenavano anche in famiglia e grazie al legame fraterno ottennero un’eccezionale coordinazione nelle partite, con giocate intuitive che migliorarono le prestazioni complessive di Princeton.</p>
<p>Le carriere dei fratelli si conclusero prima del 1903, quando i <i>Tigers</i> registrarono un record perfetto di 11-0 sotto la guida del capitano John R. DeWitt.</p>
<h2>Samuel Johnson Poe</h2>
<p><b><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11419" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/samuel-johnson.jpg" alt="Samuel Johnson Poe" width="250" height="291">Samuel Johnson Poe</b> nacque il 27 agosto 1864 a Baltimora e lì morì il 10 aprile 1933. È sepolto a Baltimora nel cimitero della chiesa episcopale di Saint Thomas a Owings Mills.</p>
<p>Giocò come <i>halfback</i> nei <i>Princeton Tigers</i>, una squadra di <i>football</i> universitario, nel 1882 e nel 1883.</p>
<p>Nel 1884 si laureò all’Università di Princeton e ottenne anche riconoscimenti All-American – titolo annuale conferito agli atleti eccezionali degli Stati Uniti, considerati tra i migliori nei rispettivi sport – come giocatore di <i>lacrosse</i>.</p>
<p>Samuel Johnson collezionava programmi di gare di baseball, atletica leggera, cricket, ginnastica e canottaggio; avvisi di dibattiti e orazioni; biglietti per balli; biglietti del treno e per concerti; ricevute di presenza in chiesa; e una serie di elaborati d’esame. Un documento di particolare rilievo è la fattura relativa a vitto, alloggio e tasse universitarie per il semestre primaverile del 1881. Un semestre a Princeton costava allora 183 dollari.</p>
<p>Sposò Laura Lee Cromwell agli inizi del 1900, da cui ebbe due figli: John Prentiss III, nato nello stesso anno, e Mary Greenhow Lee, nata nel 1904.</p>
<h2>Margaretta Poe</h2>
<p>Di <b>Margaretta Poe</b> abbiamo scarse notizie. Si sa che è nata il 7 luglio 1866 nello stato del Maryland e deceduta il 6 aprile 1957 a Baltimora, dove è sepolta al cimitero di Green Mount.</p>
<p>Viveva a Earl Court, sicuramente dopo il 1903, quando fu costruito quel complesso residenziale nelle vicinanze dell’Università di Baltimora.</p>
<p>Insieme alla sorella Josephine e a Elizabeth Wilson Fisher gestì dal 28 settembre 1910 al 30 giugno 1952 il Beaver Camp, un campo estivo femminile per ragazze dai 14 ai 18 anni, il secondo fondato sulle rive del lago Alford, a East Union, nel Maine, in cui si praticavano atletica, sport acquatici e attività manuali.</p>
<p>All’epoca divenne uno dei campi estivi più conosciuti, frequentato da una clientela alla moda proveniente principalmente da <a href="https://edgarallanpoe.it/filadelfia/">Filadelfia</a> e Baltimora.</p>
<h2>Josephine Poe</h2>
<p>Oltre all’esperienza al Beaver Camp assieme a Margaretta, anche di <b>Josephine Poe</b> si conosce poco altro della sua vita. Nacque il 16 dicembre 1868 a Baltimora e morì il 25 febbraio 1952. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Redeemer della chiesa episcopale a Bryn Mawr, Montgomery, in Pennsylvania.</p>
<p>Il 22 novembre 1893 sposò il dottor Snow Naudain Duer Sr., con cui ebbe un figlio, Edward Lewis Duer, il quale sposò Elizabeth English, una delle animatrici del Beaver Camp.</p>
<p>Josephine fu vicepresidente onoraria del comitato femminile dell’Orchestra di Filadelfia.</p>
<h2>Edgar Allan Poe</h2>
<p><img decoding="async" class="alignright wp-image-11427 size-full" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/edgar-allan-poe-1891.jpg" alt="Edgar Allan Poe nel 1891" width="250" height="405" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/edgar-allan-poe-1891.jpg 250w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/edgar-allan-poe-1891-185x300.jpg 185w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Proprio così, un omonimo del nostro. Questo secondo <b>Edgar Allan Poe</b> nacque a Baltimora il 15 settembre 1872 e morì a Wyndmoor, Montgomery, in Pennsylvania, il 29 novembre 1961. Anch’egli, come Samuel Johnson, è sepolto nel cimitero della chiesa episcopale di Saint Thomas a Owings Mills, a Baltimora.</p>
<p>Studiò presso le scuole private della città e all’età di 16 anni si iscrisse al Princeton College, dove conseguì la laurea in Lettere (Bachelor of Arts) nel giugno del 1891. Studiò poi legge per due anni all’Università del Maryland, dove nel 1893 ottenne la laurea in Giurisprudenza (Bachelor of Law).</p>
<p>Fu <i>quarterback</i> e capitano durante il suo terzo e quarto anno di liceo. Fu nominato All-American nel 1889.</p>
<p>Subito dopo la laurea, viaggiò in Europa per un anno e, al suo ritorno a Baltimora, si associò al padre nello studio legale John P. Poe &amp; Sons. Nel gennaio del 1900 fu nominato vice procuratore distrettuale per la città di Baltimora da Robert M. McLane, cui succedette nell’aprile del 1903.</p>
<p>Ricoprì anche la carica di avvocato comunale durante l’amministrazione del sindaco Mahool, dal settembre 1908 al settembre 1911, e fu eletto procuratore generale il 7 novembre 1911.</p>
<h2>John Prentiss “Johnny” Poe Jr.</h2>
<p><b><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-11421" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/john-prentiss-poe.jpg" alt="John Prentiss “Johnny” Poe Jr." width="678" height="846" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/john-prentiss-poe.jpg 678w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/john-prentiss-poe-240x300.jpg 240w" sizes="auto, (max-width: 678px) 100vw, 678px" />John Prentiss “Johnny” Poe Jr.</b> nacque a Baltimora il 6 febbraio 1874 e morì a Loos-en-Gohelle, nel dipartimento del Passo di Calais, in Francia, il 25 settembre 1915.</p>
<p>John Prentiss divenne una leggenda del <i>football</i> e combatté nella Grande Guerra come soldato dei Black Watch.</p>
<p>Trascorse l’infanzia a Baltimora. Nel 1891, seguì i suoi due fratelli maggiori a Princeton. Gli anni del <i>college</i> coincisero con un periodo in cui il <i>football</i>, soprattutto nelle Ivy League, si stava affermando come uno sport americano molto popolare. Il talento di Johnny sul campo fu subito notato e, al primo anno, entrò a far parte della squadra universitaria.</p>
<p>Ma la sua dedizione alla squadra andò a discapito degli studi. Si iscrisse di nuovo all’università nell’autunno del 1892 e tornò a giocare come <i>quarterback</i> e grazie a lui la squadra di Princeton ebbe un’altra stagione fenomenale.</p>
<p>Dopo Princeton, svolse diversi lavori, tra cui agente immobiliare, cercatore d’oro e impiegato su un battello a vapore. Trascorse anche un anno nel Nuovo Messico lavorando nel ranch di Hugh Hodge, un amico della classe del ’95. Infine tornò a Princeton, dove lavorò come assistente allenatore di <i>football</i> con Garrett Cochran per due stagioni, portando la squadra alla vittoria del campionato nazionale.</p>
<p>Ebbe una breve esperienza nella Guardia Nazionale del Maryland durante la guerra ispano-americana, arruolato nel 5° Reggimento di Fanteria, e combatté nella guerra filippino-americana nel 23° Reggimento di Fanteria, dove fece parte del seguito del generale J.C. Bates. La sua passione per l’avventura lo convinse a intraprendere la carriera militare. Dopo aver partecipato a diverse battaglie in Nicaragua e Honduras come mercenario, Johnny vide nello scoppio della Prima guerra mondiale in Europa la sua ultima opportunità per lasciare il segno.</p>
<p>Inizialmente prestò servizio nella Royal Garrison Artillery tra il 1914 e il 1915, quindi si arruolò nell’esercito britannico e infine entrò a far parte del 1° Battaglione del Reggimento Black Watch (Royal Highlanders), antico reggimento scozzese.</p>
<p>Sulla sua morte non ci sono notizie certe: fonti riportano che fu colpito allo stomaco mentre consegnava proiettili al fronte il primo giorno della battaglia di Loos, il 25 settembre del 1915, altre non riportano dettagli sulla morte. Alcune sostengono che il suo corpo non fu mai ritrovato, altre che la sua tomba non fu mai ritrovata.</p>
<p>Il suo nome è ricordato sul Muro dei Dispersi, insieme a quello di altri 20.000 soldati britannici dispersi, presso il Memoriale di Loos, in Francia. È inoltre inciso sull’Albo d’Onore del Black Watch al Castello di Edimburgo.</p>
<p>Compagni di classe e amici contribuirono alla creazione del Poe Field nel campus di Princeton e la John Prentiss Poe, Jr., Football Cup viene assegnata ogni anno al giocatore più prezioso di Princeton.</p>
<p>Non è conosciuto l’esatto luogo di sepoltura di Johnny. In una lettera il Capitano Lumsden del Black Watch scrisse che si trova vicino a un sito sul campo di battaglia noto come “Lone Tree”.</p>
<h2>Neilson (Net) Poe</h2>
<p><b><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11422" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/neilson-net-poe.jpg" alt="Neilson (Net) Poe" width="250" height="434" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/neilson-net-poe.jpg 250w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/neilson-net-poe-173x300.jpg 173w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" />Neilson Poe</b>, omonimo del cugino del nostro Edgar, nacque a Baltimora il 1° ottobre 1876 e morì, nella medesima città, il 22 settembre 1963. È sepolto al cimitero di Green Mount di&nbsp;Baltimora.</p>
<p>Anch’egli giocò nella squadra universitaria di Princeton di <i>football</i>, come <i>running back</i>, nel 1895-1896. Allenò le riserve di Princeton per decenni tra le due guerre mondiali e aiutò la squadra nei suoi viaggi fino alla metà del XX secolo.</p>
<p>Nel 1917, all’età di 41 anni, si presentò al corso per ufficiali a Plattsburgh, <a href="https://edgarallanpoe.it/new-york/">New York</a>. Nel 1918 prese parte alla Seconda Battaglia della Marna, durante la quale fu ferito, ma assunse comunque il comando dei suoi commilitoni e li mantenne al sicuro in trincea per 24 ore.</p>
<p>Subì una ferita da proiettile allo stomaco e diverse ferite da schegge. Trascorse il resto della guerra ricoverato in ospedale e in seguito gli furono conferite la Croce di Guerra francese e la Distinguished Service Cross.</p>
<p>Dopo la guerra, tornò a Princeton per ricoprire il ruolo di assistente allenatore della squadra di <i>football</i> dell’università dal 1919 fino alla sua morte, avvenuta nel 1963. Durante quegli anni risiedette al Nassau Inn, stanza 24, vicino al campus.</p>
<h2>Arthur “Art” Poe</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-11429" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/arthur-poe.png" alt="Arthur “Art” Poe" width="600" height="857" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/arthur-poe.png 600w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/arthur-poe-210x300.png 210w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p><b>Arthur Poe</b> nacque il 22 marzo 1879 a Baltimora e morì il 15 aprile 1951 a Cedar Rapids, Linn, nell’Iowa. È sepolto al Cedar Memorial Park della città.</p>
<p>Fu un giocatore di <i>football</i> e uomo d’affari. Fu selezionato retroattivamente dalla Helms Athletic Foundation come miglior giocatore di <i>football</i> universitario nazionale dell’anno per il 1899 e fu eletto nella College Football Hall of Fame nel 1969.</p>
<p>Frequentò l’Università di Princeton e fu nominato nella seconda squadra All-American di <i>football</i> di Walter Camp nel 1898 e nella prima squadra nel 1899.</p>
<p>Arthur fu l’artefice delle giocate che portarono alle vittorie contro Yale nel 1898 e nel 1899. Nel 1898 strappò la palla dalle mani di un giocatore di Yale e corse per 100 iarde realizzando l’unica meta della partita. In modo sorprendente, sfiorò l’impresa anche nel secondo tempo, quando corse per 90 iarde dopo aver recuperato un <i>fumble</i> (perdita del possesso della palla da parte di un giocatore che la stava controllando) di Yale, realizzando apparentemente una meta, prima che si decidesse che la palla fosse stata dichiarata a terra nel punto in cui era stata recuperata.</p>
<p>Nel 1899 Arthur si offrì volontario per tentare un calcio piazzato vincente a soli 30 secondi dalla fine, sebbene non avesse mai calciato prima in una partita, ma entrambi i calciatori di Princeton avevano dovuto abbandonare il campo per infortunio. Il suo calcio andò a segno e portò Princeton alla vittoria per 11-10 su Yale.</p>
<p>Nel 1914, un articolo del «Pittsburgh Press» definì il calcio piazzato vincente all’ultimo minuto “il momento più bello del <i>football</i> americano”. Sia la sua corsa vincente del 1898 sia il calcio contro gli Elis nel 1899 furono celebrati in poesie comiche e quasi epiche dal suo compagno di studi a Princeton, M’Cready Sykes, in un libro intitolato <i>Poe’s Run and Other Poems</i>.</p>
<p>La fama di Poe sul campo da <i>football</i> durante il suo terzo e quarto anno a Princeton fu il risultato di una straordinaria ripresa dopo un grave infortunio alla gamba subito durante il suo primo anno, in seguito al quale i medici dubitavano che avrebbe mai più potuto giocare a <i>football</i>.</p>
<p>Alto solo 1,70 m e con un peso di 66 kg, si distinse nella linea difensiva e, oltre alle sue imprese nelle partite contro Yale, realizzò una corsa di 80 iarde fino alla meta per battere Navy e una corsa di 40 iarde per contribuire alla vittoria contro Brown durante il suo terzo anno.</p>
<p>Oltre a eccellere nel <i>football</i>, Arthur fu il miglior lottatore durante il suo periodo a Princeton e venne votato come l’uomo più popolare della sua classe.</p>
<p>Nel 1900 e nel 1901 giocò per l’Homestead Library &amp; Athletic Club, squadra che vinse il mitico campionato professionistico di <i>football</i> in entrambi gli anni. Nel 1902 si unì a molti dei suoi ex giocatori di Homestead nella prima National Football League come membro dei <i>Pittsburgh Stars</i>, che avrebbero poi vinto il titolo di lega quell’anno.</p>
<p>Dopo essersi laureato a Princeton nel 1900, Arthur sposò Anne Emerson King nel 1904. Si trasferirono a Cedar Rapids, in Iowa, dove Arthur divenne prima assistente del direttore dello stabilimento e poi direttore dello stabilimento della Quaker Oats Company. Ebbero due figlie, Anne Johnson nel 1905 e Ella King nel 1907.</p>
<p>Arthur fu una figura di spicco nella vita civica di Cedar Rapids, ricoprendo le cariche di direttore della Croce Rossa; presidente di tutte le campagne di raccolta fondi per i Liberty Loan; presidente della classe del 1900 degli ex alunni di Princeton; presidente della Camera di Commercio di Cedar Rapids; presidente del Consiglio di Amministrazione del Coe College; vicepresidente del St. Luke’s Hospital; membro del Consiglio di Amministrazione Internazionale della YMCA; amministratore della Facoltà di Teologia dell’Università dell’Iowa; presidente del Comitato per le Finanze della Diocesi dell’Iowa e amministratore dei Fondi Episcopali dell’Iowa e vicepresidente della Morris Plan Bank.</p>
<p>Come capitano di fanteria, fu inviato in Francia nel 1918 e rimase ferito durante i combattimenti vicino a Château-Thierry, una battaglia cruciale in cui le truppe dell’AEF fermarono un’avanzata tedesca lungo il fiume Marna.</p>
<p>Dopo la sua morte fu onorato dalla Quaker Oats Co., che eresse una cappella non confessionale nel campus del Coe College, la Cappella Poe, in sua memoria.</p>
<h2>Gresham Hough Poe</h2>
<p><b><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11424" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/gresham-poe.jpg" alt="Gresham Hough Poe" width="250" height="313" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/gresham-poe.jpg 250w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/gresham-poe-240x300.jpg 240w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" />Gresham Hough Poe</b> nacque il 30 luglio 1880 a Loudoun, in Virginia, e morì il 25 aprile 1956 a Baltimora, dove è sepolto al cimitero di Green Mount.</p>
<p>Cresciuto nell’agiato quartiere di Mount Vernon di Baltimora, in una famiglia nota per la sua enfasi sull’attività fisica, Gresham Poe fu immerso fin dall’infanzia nelle tradizioni atletiche familiari, influenzato dalle esperienze sportive dei suoi fratelli maggiori – Samuel Johnson, Edgar Allan, John Prentiss Jr., Neilson e Arthur –, che intrapresero tutti brillanti carriere sportive, alimentando rivalità fraterne che incoraggiarono il gioco competitivo nel <i>football</i>, nel <i>lacrosse</i> e in altre attività durante riunioni di famiglia e gare informali.</p>
<p>Gresham fu un giocatore – come <i>quarterback</i> di riserva della squadra di <i>football</i> dei <i>Princeton Tigers</i> durante gli anni del college, giocando principalmente in modo limitato dal 1899 al 1901, – e allenatore di <i>football</i> e capo allenatore della squadra di <i>football</i> dell’Università della Virginia dal 1903 al 1903. Prima di allora, aveva giocato come <i>quarterback</i> di riserva per i <i>Princeton Tigers</i>, sebbene eccellesse anche nell’<i>hockey</i> (partecipò infatti a campionati amatoriali). Fu anche banchiere d’investimento e ufficiale dell’esercito.</p>
<p>Sebbene non abbia giocato molto a Princeton, Gresham uscì quasi a rimontare uno svantaggio di 12-0 contro Yale nel 1901. Verso la fine della partita, entrò in campo dalla panchina, ricevette un calcio di allontanamento e guadagnò 23 iarde. Secondo Harper’s Weekly, «la presenza di Poe sembrò rinvigorire i <i>Tigers</i> e negli ultimi 10 minuti della partita surclassarono nettamente gli stanchi <i>Elis</i>. La palla fu portata due volte per metà campo, ma il fischio finale arrivò prima che Princeton potesse segnare».</p>
<p>Gresham si iscrisse all’Università di Princeton – all’epoca una prestigiosa istituzione di arti liberali che aveva recentemente cambiato nome da College of New Jersey a Princeton University nel 1896 – nell’autunno del 1898. Completò gli studi universitari, conseguendo una laurea in Lettere (Bachelor of Arts, A.B.) nel giugno del 1902. Dopo la laurea, fu nominato capo allenatore della squadra di <i>football</i> dell’Università della Virginia per la stagione 1903.</p>
<p>Oltre al suo ruolo limitato nella squadra di <i>football</i> di Princeton, Gresham Poe dimostrò la sua abilità atletica giocando a <i>hockey</i>, emergendo come uno dei primi giocatori universitari di questo sport intorno alla fine del secolo. Giocò come attaccante per la squadra di <i>hockey</i> universitaria di Princeton dal 1899 al 1902, partecipando a 10 partite e segnando 2 gol.</p>
<figure id="attachment_11425" aria-describedby="caption-attachment-11425" style="width: 678px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-11425" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/gresham-squadra-hockey.jpg" alt="Gresham Hough Poe nella squadra di hockey" width="678" height="482" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/gresham-squadra-hockey.jpg 678w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/06/gresham-squadra-hockey-300x213.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 678px) 100vw, 678px" /><figcaption id="caption-attachment-11425" class="wp-caption-text">Gresham Hough Poe nella squadra di hockey. È il secondo da sinistra.</figcaption></figure>
<p>Gresham Poe prestò servizio come caporale nella Batteria A della Guardia Nazionale del Maryland almeno dal giugno 1916 e all’ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale fu nominato capitano nell’artiglieria da campo. Quindi fu assegnato alla Batteria E del 110° Reggimento di Artiglieria da Campo, 29ª Divisione di Fanteria, e fu inviato in Francia come parte del Corpo di Spedizione Americano a metà del 1918.</p>
<p>L’unità fu posizionata sul fronte occidentale, anche nei pressi di Bar-le-Duc, a supporto dei preparativi per le operazioni fino all’armistizio dell’11 novembre 1918. Dopo la guerra ricevette la Medaglia della Vittoria della Prima guerra mondiale in riconoscimento del suo impiego all’estero tra l’aprile 1917 e il novembre 1918.</p>
<p>Dopo il congedo Gresham intraprese una carriera nel settore finanziario, diventando banchiere d’investimento e co-fondando la società Jinkins, Whedbee &amp; Poe a Baltimora nel 1907, che operò fino al 1953.</p>
<p>Oltre alla sua attività professionale, Gresham coltivò attivamente i suoi interessi personali per gli sport equestri, in particolare la caccia alla volpe. Cavalcava regolarmente con il Green Spring Valley Hunt Club e gli Elkridge Hounds, attività atletiche all’aria aperta che lo accompagnarono per tutta la vita. Rimase inoltre attivo nella vita sociale, come membro del Maryland Club e del Bachelors Cotillon di Baltimora.</p>
<p>Gresham sposò Elizabeth Pattison Webb il 27 ottobre 1924, all’età di 44 anni, e visse a Baltimora fino alla sua morte, avvenuta per complicazioni dovute a un ictus all’età di 75 anni. La moglie morì prima di lui, il 31 dicembre 1953.</p>
<h2>Anne Johnson Poe</h2>
<p><b>Anne Johnson Poe</b> è nata il 17 settembre 1883 a Baltimora e deceduta nella stessa città il 3 maggio 1972. Riposa al cimitero di Green Mount, come 3 dei suoi fratelli. Non conosciamo la sua città natale.</p>
<p>Il 19 ottobre 1904 sposò Alfred Tyler, che scomparve nel 1946. Alcune fonti riportano due figli, Alfred Tyler Jr, nel 1905, e Anne Johnson, nel 1910. In un necrologio di Alfred Tyler vengono nominati come figli John Poe, Robb e Anne Johnson, ma secondo una terza fonte ebbero almeno 3 figli e una figlia.</p>
<p>Nel 1910 risiedeva nel Distretto Elettorale 9 di Baltimora e nel 1920 a Panama City Bay, in Florida.</p>
<p>Anne Johnson fu vicepresidente della sezione di Baltimora dell’UDC (United Daughters of the Confederacy).</p>
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li>“Margaretta Poe”, Find a Grave</li>
<li>“Margaretta Poe”, The WikiTree Company</li>
<li>Beaver Camp, Hope Historical Society House and Museum</li>
<li>“Elizabeth Duer”, Times &amp; Suburban</li>
<li>Genealogy of the Wilson-Thompson families, Intelligencer Print, Doylestown, Pa., 1916</li>
<li>“Josephine Poe Duer”, Find a Grave</li>
<li>“Samuel Johnson Poe”, Find a Grave</li>
<li>J. T. Miller. “The Princeton University Archives Scrapbook Collection.” <i>The Princeton University Library Chronicle</i> 71, no. 1 (2009): 81–88. https://doi.org/10.25290/prinunivlibrchro.71.1.0081</li>
<li>“Edgar Allan Poe”, Find a Grave</li>
<li>Maryland Manual, Hall of Records Commission, 1900</li>
<li>“John Prentiss “Johnny” Poe Jr.”, Find a Grave</li>
<li>John Prentiss Poe Cenotaph &#8211; The Black Watch (Highlanders), American War Memorials Overseas, Inc.</li>
<li>Edward Strauss, Americans Fight and Die in France in World War I, Yale University Press, 8 settembre 2015</li>
<li>“Neilson “Net” Poe”, Find a Grave</li>
<li>“Neilson Poe”, Geni.com</li>
<li>“Arthur “Art” Poe”, Find a Grave</li>
<li>“Gresham Hough Poe”, Find a Grave</li>
<li>“Gresham Hough Poe”, Geni.com</li>
<li>“Gresham Poe”, Wikipedia.org</li>
<li>“Gresham Poe”, Grokipedia.com</li>
<li>“Poe brothers”, Grokipedia.com</li>
<li>“Anne Johnson Poe Tyler”, Find a Grave</li>
<li>Amanda Mae Myers, <i>Glory Stands Beside Our Grief: the Maryland United Daughters of the Confederacy and the Assertion of Their Identity</i>, University of Mississippi, 2010</li>
<li>“Anne Johnson Poe”, FamilySearch</li>
<li>“John Prentiss Poe”, Find a Grave</li>
<li>“Veterans Day and Johnny Poe”, Football Archaeology</li>
<li>Clayton Coleman Hall, <i>Baltimore: its history and its people</i>, Lewis Historical Publishing Co., New York, 1912</li>
<li>April C. Armstrong, “This Week in Princeton History for November 25-December 1”, University Archives</li>
</ul>
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		<entry>
		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
							<uri>https://edgarallanpoe.it/</uri>
						</author>

		<title type="html"><![CDATA[Un’autobiografia di Edgar Allan Poe]]></title>
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		<updated>2026-05-15T08:26:10Z</updated>
		<published>2026-05-18T03:00:36Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Altri scritti" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>In una lettera che Edgar Allan Poe inviò a Rufus Wilmot Griswold il 29 maggio 1841, il poeta di Boston allegò alcune poesie («che ritengo le migliori») per un’antologia di prossima pubblicazione, The Poets and <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/autobiografia/" title="Un’autobiografia di Edgar Allan Poe">[...]</a></p>
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]]></summary>

					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/autobiografia/"><![CDATA[<p>In una lettera che Edgar Allan Poe inviò a <strong>Rufus Wilmot Griswold</strong> il 29 maggio 1841, il poeta di <a href="https://edgarallanpoe.it/boston/">Boston</a> allegò alcune poesie («che ritengo le migliori») per un’antologia di prossima pubblicazione, <i>The Poets and Poetry of America</i> (uscirà nel 1842).</p>
<p>I componimenti allegati furono “<a href="https://edgarallanpoe.it/il-palazzo-abitato-dagli-spiriti/">Il Palazzo stregato</a>” (“The Haunted Palace”, pubblicato la prima volta nell’aprile 1839 sul mensile «American Museum»), “Il Colosseo” (“The Coliseum”, apparsa il 26 ottobre 1833 sul «Baltimore Saturday Visiter») e “La Dama che dorme” (“The Sleeper”, pubblicata nel 1831 sul volume <i>Poems by Edgar A. Poe</i>).</p>
<p>Per ogni raccolta di poesie era prevista una <strong>nota biografica</strong>, così Poe accluse un <em>promemoria</em>, «i cui dettagli (in un caso in cui un autore è così poco conosciuto come me) potrebbero non essere facilmente reperibili altrove».</p>
<p>Nella sua nota Poe mescola fatti reali della sua vita con esagerazioni e invenzioni, a partire dal suo anno di nascita, che soltanto nel 1880 fu stabilito essere il 1809 anziché il 1811.</p>
<p>Nelle note sono evidenziati i fatti reali e quelli inventati da Poe, così come altri dettagli utili riguardanti eventi e personaggi menzionati nell’autobiografia.</p>
<h2>Memorandum [Nota autobiografica], 29 maggio 1841</h2>
<p><i>Nota</i>. Nato nel gennaio del 1811<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a>. La mia famiglia è una delle più antiche e rispettabili di <a href="https://edgarallanpoe.it/baltimora/">Baltimora</a><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a>. Il generale David Poe, mio nonno paterno, fu quartiermastro generale nelle file del Maryland durante la Rivoluzione, e amico intimo di Lafayette, il quale, durante la sua visita negli Stati Uniti, si recò personalmente dalla vedova del generale e le porse i suoi più calorosi ringraziamenti per i servigi resi da suo marito. Suo padre, John Poe, sposò in Inghilterra Jane, figlia dell’ammiraglio James McBride<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a>, figura rinomata nella storia navale britannica e imparentata con molte delle più illustri casate della Gran Bretagna.</p>
<p>Mio padre e mia madre morirono a poche settimane di distanza l’uno dall’altra, di consunzione, lasciandomi orfano all’età di due anni. Il signor John Allan, un facoltoso gentiluomo di <a href="https://edgarallanpoe.it/richmond/">Richmond</a>, si affezionò a me e persuase mio nonno, il generale Poe, a consentirgli di adottarmi<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a>. Fui allevato nella famiglia del signor A. e sempre considerato come suo figlio ed erede<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a>, poiché non aveva altri figli<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a>.</p>
<p>Nel 1816 andai con la famiglia del signor A. in Gran Bretagna: ne visitai ogni parte. Frequentai per cinque anni la scuola del reverendo dottor Bransby, a Stoke Newington, allora a quattro miglia da Londra. Ritornai in America nel 1822<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a>.</p>
<p>Nel 1825 entrai alla University of Virginia, a Charlottesville<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a>, dove per tre anni condussi una vita assai dissoluta<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a> — il collegio, in quel periodo, era vergognosamente corrotto. Presidente era il dottor Dunglison<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc"><sup>10</sup></a>, di <a href="https://edgarallanpoe.it/filadelfia/">Filadelfia</a>. Ottenni tuttavia i massimi onori accademici e tornai a casa gravemente indebitato.</p>
<p>Il signor A. si rifiutò di pagare alcuni debiti d’onore, e io fuggii di casa senza un soldo, in una chimerica spedizione per unirmi ai Greci, allora impegnati nella lotta per la libertà. Non riuscii a raggiungere la Grecia, ma trovai la via fino a San Pietroburgo, in Russia<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc"><sup>11</sup></a>.</p>
<p>Ebbi molte difficoltà, ma ne fui tratto fuori grazie alla bontà del signor H. Middleton<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc"><sup>12</sup></a>, console americano a San Pietroburgo. Tornai sano e salvo in patria nel 1829, trovai la signora A. morta<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote13sym" name="sdfootnote13anc"><sup>13</sup></a> e subito entrai all’Accademia militare degli Stati Uniti come cadetto<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote14sym" name="sdfootnote14anc"><sup>14</sup></a>.</p>
<p>Circa diciotto mesi dopo, il signor A. si sposò una seconda volta (con una signorina Patterson, stretta parente del generale Winfield Scott<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote15sym" name="sdfootnote15anc"><sup>15</sup></a>), avendo allora sessantacinque anni<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote16sym" name="sdfootnote16anc"><sup>16</sup></a>. La signora A. e io litigammo, ed egli, prendendo le sue parti, mi scrisse una lettera colma d’ira, alla quale risposi nello stesso tono.</p>
<p>Poco tempo dopo egli morì<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote17sym" name="sdfootnote17anc"><sup>17</sup></a>, avendo avuto un figlio dalla signora A., e, benché lasciasse un’immensa fortuna, non mi destinò nulla in eredità. La vita militare non si addice a un uomo povero — così lasciai bruscamente l’Accademia militare degli Stati Uniti e mi gettai nella letteratura come mezzo di sostentamento.</p>
<p>Divenni noto per la prima volta al mondo letterario in questo modo. Un settimanale di Baltimora, «The Baltimore Saturday Visiter», offrì due premi: uno per il miglior racconto in prosa e uno per la migliore poesia. La commissione assegnò entrambi i premi a me<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote18sym" name="sdfootnote18anc"><sup>18</sup></a> e colse l’occasione per pubblicare sul giornale una nota, firmata dai suoi membri, nella quale venivo grandemente elogiato. La commissione era composta da John Pendleton Kennedy (autore di <i>Horse-Shoe Robinson</i>), J.H.B. Latrobe e il dottor J.H. Miller.</p>
<p>Poco dopo fui invitato dal signor T.W. White, proprietario del «<a href="https://edgarallanpoe.it/the-southern-literary-messenger/">Southern Literary Messenger</a>», a dirigerlo<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote19sym" name="sdfootnote19anc"><sup>19</sup></a>. In seguito scrissi per il «New York Review», su invito del dottor Hawks e del professor Henry, suoi proprietari<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote20sym" name="sdfootnote20anc"><sup>20</sup></a>. Ultimamente ho scritto articoli con continuità per due giornali britannici<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote21sym" name="sdfootnote21anc"><sup>21</sup></a>, i cui nomi non mi è permesso menzionare.</p>
<p>Nel mio accordo con Burton, non era mia intenzione che il mio nome comparisse – ma egli mi indusse con l’inganno a farlo<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote22sym" name="sdfootnote22anc"><sup>22</sup></a>.</p>
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li>Edgar Allan Poe, “Memorandum [Autobiographical Note],” manuscript, May 29, 1841, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>“Edgar Allan Poe to Rufus Wilmot Griswold” — May 29, 1841, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>“Edgar Allan Poe to Joseph Evans Snodgrass” — April 1, 1841, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>“Edgar Allan Poe to Henry Wadsworth Longfellow” — May 3, 1841, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>Arthur Hobson Quinn, <i>Edgar Allan Poe: A Critical Biography</i>, D. Appleton-Century Co., 1941, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>“Edgar Allan Poe in Baltimore”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>“Robley Dunglison” (1798–1869), Encyclopedia Virginia</li>
<li>“Henry Middleton”, Saint-Petersburg.com</li>
<li>James Albert Harrison, <i>Life and letters of Edgar Allan Poe</i>, T. Y. Crowell &amp; co, New York, 1903</li>
<li>Christopher P. Semtner, “Poe in Richmond: Allan Mementos Found in Forgotten Trunk”, <i>The Edgar Allan Poe Review</i>, vol. 21 no. 1, 2020, p. 154-162. <i>Project MUSE</i>, https://muse.jhu.edu/article/754675</li>
<li>Joseph Evans Snodgrass, “American Biography: Edgar Allan Poe”, Baltimore Saturday Visiter, July 29, 1843</li>
<li>Patrick Quinn (curatore), <i>Edgar Allan Poe: Poetry &amp; Tales</i>, Penguin Random House, 2015</li>
<li>John Ward Ostrom, “Letters: Chapter II”, <i>The Letters of Edgar Allan Poe — Vol. I: 1824-1845</i> (1966)</li>
<li>“John Hill Hewitt”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li><i>The Poets and Poetry of America (1842)</i>, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>Lisa Lideks, “Poe In New York City, 1837 – 1838 (Pt. 1)”, Boroughs of the Dead, boroughsofthedead.com</li>
</ul>
<p>&#8212;</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Falso: Poe nacque il 19 gennaio 1809. Per i dubbi sulla sua data di nascita leggi “<a href="https://edgarallanpoe.it/poe-nacque-davvero-il-19-gennaio/">Poe nacque davvero il 19 gennaio?</a>”.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Viene da chiedersi perché Baltimora. Il 1° aprile 1841 Poe è a Filadelfia (v. lettera a Joseph Evans Snodgrass in quella data). Quell’anno Poe entrò nel «<a href="https://edgarallanpoe.it/grahams-magazine/">Graham’s Magazine</a>», pubblicandovi diverse opere. Il 3 maggio è ancora in quella città (v. lettera a Henry Wadsworth Longfellow in quella data) e così il 19, nel mese di giugno, il 19 settembre (come da lettere a vari corrispondenti). Poe ha parlato della famiglia: infatti i suoi bisnonni, John e Jane McBride Poe, si trasferirono a Baltimora nel 1755. I suoi nonni, David e Elizabeth Cairnes Poe, abitarono in Market Street a Baltimora. David Poe è un carradore (ossia un artigiano che fabbrica carri e barrocci): costruisce arcolai, rocchetti per orologi, spolette per tessitori e altri oggetti simili. La città di Baltimora ha segnato la vita di Poe, nel nome dei suoi antenati, e la sua fine prematura e misteriosa.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> John e Jane McBride Poe (bisnonni di Edgar A. Poe) si trasferiscono a Baltimora. Con loro ci sono almeno quattro figli, tra cui il primogenito, David Poe (nonno di Edgar), nato in Irlanda nel 1742 o 1743. Jane McBride è ritenuta sorella e non figlia, come spesso si afferma, di James McBride, ammiraglio della Marina Blu (grado superiore della Royal Navy del Regno Unito, immediatamente superato dal grado di Ammiraglio della Marina Bianca) e membro del Parlamento per Plymouth nel 1785.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Poe non fu mai legalmente adottato da John Allan.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Falso. Allan non lasciò nulla a Poe. I rapporti fra Poe e Allan terminarono nel febbraio 1826.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Dopo la morte della moglie, Allan si risposò il 5 ottobre 1830 con Louisa Gabrielle Patterson e ebbe tre figli.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> Questa parte contiene alcune inesattezze. Poe, insieme alla famiglia degli Allan, raggiunse prima la Scozia, alla fine del 1815, quindi frequentò un collegio a Chelsea e poi una scuola a Stoke Newington. Tornò negli Stati Uniti nel 1820, non nel 1822.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> Falso: Poe si iscrisse all’Università della Virginia il 14 febbraio 1826.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Falso: vi rimase appena un anno.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a> Robley Dunglison (1798 – 1869), medico e scrittore, nonché uno dei primi membri del corpo docente dell’Università della Virginia. Nato in Inghilterra, studiò medicina a Londra, Edimburgo, Parigi e in Germania. Nel 1824 accettò l’incarico di insegnare presso la neonata Università della Virginia, diventando il primo professore di medicina a tempo pieno negli Stati Uniti.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a> Falso. Il <a href="https://edgarallanpoe.it/viaggio-in-russia/">viaggio in Russia di Poe</a> è una sua invenzione, così come quello in Grecia. Poe lasciò gli Stati Uniti una sola volta in vita sua, da bambino, quando si recò con gli Allan in Inghilterra.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a> Henry Middleton (Londra, 28 settembre 1770 &#8211; Charleston, Carolina del Sud, 14 giugno 1846), democratico moderato del Sud, eletto governatore della Carolina del Sud nel 1810. Fervente oppositore della tratta degli schiavi, pur essendo un importante proprietario di schiavi nelle sue piantagioni, impressionò il presidente James Monroe e John Quincy Adams. Su raccomandazione di quest’ultimo, al termine del suo mandato da governatore, fu nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Russia. Rimase a San Pietroburgo per dieci anni, tornando negli Stati Uniti nel 1830, dove continuò a sostenere la causa unionista fino alla sua morte, avvenuta nel 1846.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote13anc" name="sdfootnote13sym">13</a> Frances Allan morì infatti il 28 febbraio 1829.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote14anc" name="sdfootnote14sym">14</a> In realtà Poe in quel periodo era già nell’Esercito, arruolatosi, usando il falso nome di Edgar A. Perry, il 26 maggio 1827. Dopo la morte di Frances, tornò a Richmond per un breve congedo e si accordò con Allan per ottenere un appuntamento a West Point. Entrò di fatto all’Accademia di West Point l’ultima settimana del giugno 1830.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote15anc" name="sdfootnote15sym">15</a> Il Generale Winfield Scott (1786 – 1866) era sposato con Maria Mayo Scott, prima cugina di Louisa Patterson.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote16anc" name="sdfootnote16sym">16</a> Falso: John Allan aveva 51 anni nel 1830, essendo nato nel 1779.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote17anc" name="sdfootnote17sym">17</a> In realtà John Allan morì il 27 marzo 1834 e dalla seconda moglie ebbe tre figli e non uno, come sostiene Poe.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote18anc" name="sdfootnote18sym">18</a> Il giornale offrì 50 dollari al miglior racconto e 25 dollari alla migliore poesia. Il comitato era composto da John P. Kennedy, J.H.B. Labrobe e il dottor James H. Miller. Nessuno di loro conosceva all’epoca Poe. Poe inviò al concorso una poesia (“The Coliseum”) e sei racconti. Vinse sia la poesia sia il racconto di Poe “Manoscritto trovato in una bottiglia”, ma la giuria preferì poi assegnare il premio per la miglior poesia al secondo classificato, John Hill Hewitt (11 luglio 1801 – 1890), in considerazione del fatto che Poe aveva ottenuto il premio più alto.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote19anc" name="sdfootnote19sym">19</a> Su raccomandazione di John Pendleton Kennedy, Poe iniziò a collaborare al giornale nel 1835 come scrittore e critico. Grazie a Poe le vendite del giornale aumentarono, ma quando l’abbandonò, nel 1837, il livello della rivista diminuì.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote20anc" name="sdfootnote20sym">20</a> All’inizio del 1837, Francis Lister Hawks, che stava per lanciare il «New York Review», chiese a Poe di unirsi alla sua rivista: “Desidero che tu ti faccia strada con la tua larga ascia in mezzo a tutta questa miserabile spazzatura letteraria che ci circonda. Credo che tu ne abbia la volontà, e so bene che ne possiedi la capacità”.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote21anc" name="sdfootnote21sym">21</a> Probabile invenzione di Poe: nessun biografo ha mai confermato che Poe abbia scritto per due riviste britanniche. Già il fatto che non gli sia stato permesso di menzionarne i nomi fa presupporre che sia una notizia falsa.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote22anc" name="sdfootnote22sym">22</a> Probabilmente Poe si riferiva all’annuncio pubblicato sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/burtons-gentlemans-magazine/">Burton’s Gentleman’s Magazine</a>» nel giugno del 1839: “William E. Burton, editore e proprietario, ha molto piacere nel dichiarare di aver preso accordi con Edgar A. Poe, Esq., Redattore del «Southern Literary Messenger», per dedicare le sue capacità e la sua esperienza a una parte delle funzioni editoriali della rivista «Gentleman’s Magazine»”.</p>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
							<uri>https://edgarallanpoe.it/</uri>
						</author>

		<title type="html"><![CDATA[A Frances Sargent Osgood]]></title>
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		<id>https://edgarallanpoe.it/?p=11334</id>
		<updated>2026-04-22T10:36:52Z</updated>
		<published>2026-05-07T03:00:04Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Poesie" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>La prima versione di questa poesia, di cui non è sopravvissuto il manoscritto originale, apparve sul «Southern Literary Messenger» nel luglio 1835 con il titolo “To Mary”. “Mary” fu identificata come Mary Winfree, di Chesterfield, <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/a-frances-sargent-osgood/" title="A Frances Sargent Osgood">[...]</a></p>
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]]></summary>

					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/a-frances-sargent-osgood/"><![CDATA[<p>La prima versione di questa poesia, di cui non è sopravvissuto il manoscritto originale, apparve sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/the-southern-literary-messenger/">Southern Literary Messenger</a>» nel luglio 1835 con il titolo “To Mary”.</p>
<p>“Mary” fu identificata come Mary Winfree, di Chesterfield, in Virginia, una cara amica di Elmira Shelton. Si recò a Baltimora per far visita a Poe e informarlo che il matrimonio di Elmira non era felice.</p>
<p>Successivamente, la poesia fu pubblicata nel marzo 1842 sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/grahams-magazine/">Graham’s Magazine</a>», con il titolo impersonale “To One Departed”. Con lo stesso titolo apparve il 25 febbraio e il 4 marzo 1843 sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/the-saturday-museum/">Saturday Museum</a>».</p>
<p>Infine Poe la indirizzò a Frances Sargent Osgood, quando, con il titolo “To F— [Frances]”, comparve sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/the-broadway-journal/">Broadway Journal</a>» il 26 aprile 1845. Da quel momento ha mantenuto quel titolo definitivo.</p>
<h2>La traduzione italiana</h2>
<p>Qui proponiamo la traduzione, abbastanza libera, di Ernesto Ragazzoni del 1896. Di seguito le tre versioni originali della poesia – “To Mary”, “To One Departed”, “To F—” – a confronto.</p>
<h2>Madrigale (prefazione di Ernesto Ragazzoni)</h2>
<p>Fra le persone pietose che la vita sventurata di EDGARDO POE confortarono di devozione e di amicizia, è degna di essere ricordata, fra tutte, la signora Francis Sargent Osgood, una poetessa gentile, una donna di cuore, sovra ogni cosa, e che ha lasciato qualche memoria interessante sul nostro poeta.</p>
<p>Poe la conobbe nel 1845, poche settimane dopo la pubblicazione del <i>Corvo</i>, quando il poema faceva il suo giro trionfale negli Stati Uniti, e imitatori e commentatori pullulavano da ogni parte e l’ammirazione e la curiosità generale si arrestava per un momento innanzi a lui.</p>
<p>Da quell’epoca fino alla sua morte, essi furono amici, e la signora Osgood ebbe a scrivere: «Egli mi ha dato sempre prova di fedeltà e di devozione, prima che la sua ragione fosse rovesciata dal suo trono sovrano, e so pure che nelle sue ultime parole ho avuto la mia parte di ricordo».</p>
<p>Oltre al madrigale, che qui riportiamo tradotto, poesia piena di sentimento e di malinconia, Edgardo Poe dedicò a Francis Sargent Osgood anche un lungo articolo nella sua rivista sui <i>Literati of New-York</i>; i versi <i>A Valentine</i>, ed una ottava leggiadrissima:</p>
<p>Vuoi essere amata? non volgere allora<br />
il pie’ dal sentiero che segui. Nel mondo<br />
se c’è qualche cosa che affascina ancora<br />
è un guardo siccome il tuo sguardo profondo;<br />
se ancora qualcosa gli spiriti culla<br />
è ciò che il tuo ingenuo cuore sa già:<br />
l’arcana tua via prosegui, fanciulla,<br />
e, omaggio dovuto, l’amor ti sarà.</p>
<h2>A Frances Sargent Osgood</h2>
<p>O amata, in fra la tenebra de’ guai<br />
che il mio sentiero avvolge insidiosa<br />
(triste sentiero ohimè! dove non mai<br />
crebbe una rosa, una solinga rosa),<br />
l’anima mia si culla e si riposa<br />
sognandoti e nel sogno trova almeno<br />
un eden carezzevole e sereno.</p>
<p>Così la tua memoria è per me come<br />
un’isola incantata: chiusa in grembo<br />
ad un mar senza spiaggia e senza nome,<br />
l’onda la morde, la flagella il nembo<br />
e il nocchiero la fugge, e pure un lembo<br />
di cielo, azzurro, su lei sola, in giro<br />
le tesse una corona di zaffiro.</p>
<h2>TO F— — (1845)</h2>
<p>BELOVED! amid the earnest woes<br />
That crowd around my earthly path —<br />
(Drear path, alas! where grows<br />
Not even one lonely rose) —<br />
My soul at least a solace hath<br />
In dreams of thee, and therein knows<br />
An Eden of bland repose.</p>
<p>And thus thy memory is to me<br />
Like some enchanted far-off isle<br />
In some tumultuous sea —<br />
Some ocean throbbing far and free<br />
With storms — but where meanwhile<br />
Serenest skies continually<br />
Just o’re that one bright island smile.</p>
<h2>TO MARY (1835)</h2>
<p>Mary, amid the cares — the woes<br />
Crowding around my earthly path,<br />
(Sad path, alas! where grows<br />
Not ev’n one lonely rose,)<br />
My soul at least a solace hath<br />
In dreams of thee, and therein knows<br />
An Eden of sweet repose.</p>
<p>And thus thy memory is to me<br />
Like some enchanted far-off isle,<br />
In some tumultuous sea —<br />
Some lake beset as lake can be<br />
With storms — but where, meanwhile,<br />
Serenest skies continually<br />
Just o’er that one bright island smile.</p>
<h2>TO ONE DEPARTED (1842)</h2>
<p>Seraph! thy memory is to me<br />
Like some enchanted far-off isle<br />
In some tumultuous sea —<br />
Some ocean vexed as it may be<br />
With storms; but where, meanwhile,<br />
Serenest skies continually<br />
Just o’er that one bright island smile.</p>
<p>For ’mid the earnest cares and woes<br />
That crowd around my earthly path,<br />
(Sad path, alas, where grows<br />
Not even one lonely rose!)<br />
My soul at least a solace hath<br />
In dreams of <i>thee</i>; and therein knows<br />
An Eden of bland repose.</p>
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li><i>Edgar Allan Pöe</i>, Roux Frassati &amp; Co. Editori, 1896</li>
<li>Edgar Allan Poe — “To Frances”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>Edgar Allan Poe (ed. T. O. Mabbott), “To Frances,” <i>The Collected Works of Edgar Allan Poe — Vol. I: Poems</i> (1969)</li>
</ul>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Alle porte dell’incubo]]></title>
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		<updated>2026-04-20T11:28:31Z</updated>
		<published>2026-04-23T03:00:08Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Libri" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Sono venti i racconti proposti in questa edizione della Rizzoli, per le traduzioni di Maria Gallone, con un’introduzione di Giorgio Manganelli e una nota di lettura di Matteo Strukul. Tuttavia, non tutti i racconti sono <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/alle-porte-dell-incubo/" title="Alle porte dell’incubo">[...]</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/alle-porte-dell-incubo/"><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11327" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/04/alle-porte-dell-incubo-1.jpg" alt="Alle porte dell’incubo" width="200" height="307" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/04/alle-porte-dell-incubo-1.jpg 200w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/04/alle-porte-dell-incubo-1-195x300.jpg 195w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" />Sono venti i racconti proposti in questa edizione della Rizzoli, per le traduzioni di Maria Gallone, con un’introduzione di Giorgio Manganelli e una nota di lettura di Matteo Strukul.</p>
<p>Tuttavia, non tutti i racconti sono ascrivibili al genere dell’orrore, quindi all’incubo nominato nel titolo. 14 in tutto sono le storie di questo genere, a cui si affiancano tre racconti d’avventura, uno di fantascienza, uno umoristico e una storia d’amore.</p>
<p>Il volume rientra nella “Collana Bur Weird”, assieme a <i>Il re in giallo</i> di Robert W. Chambers, <i>Il mistero di Udolpho</i> di Ann Radcliffe e <i>Fosca</i> di Igino Ugo Tarchetti.</p>
<h2>I racconti di Poe di Giorgio Manganelli</h2>
<p>[…] Non possiamo tornare ai racconti di Poe, non possiamo rileggere questi terribili, insondabili incunaboli della letteratura moderna, senza avvertire la suprema intelligenza, l’esattezza, e insieme l’inafferrabile, evasiva sottigliezza, l’industriosa macchinazione dell’anima, l’artigianale lavorazione dell’incubo, e la visionaria lucidità che governano queste «creazioni», intendendo appunto cose che esistono dove, prima, non esisteva nulla.</p>
<p>Poe aveva esattamente capito quale fosse l’unica vocazione della letteratura, l’unico senso che essa doveva acquistare per poter esistere in un mondo che stava diventando estraneo e ostile. Il lavoro letterario doveva fondarsi sulla mistificazione e la visione. La mistificazione presuppone una «disordinata» chiarezza intellettuale, una ferma volontà di ingannare il lettore, di adescarlo, di irretirlo, di costringerlo a lasciarsi ingannare come atto di suprema saggezza; e la mistificazione è anche la via regia alla visione, al <i>mare tenebrarum</i>, cui non si perviene per ebrezza, ma per fermo e calcolato progetto, giacché solo chi sa dove sono quelle «tenebre» può osare di affrontarne l’itinerario, e sopravvivere. E Poe sapeva anche – è il suo messaggio essenziale, ciò che ce lo rende necessario, irrinunciabile – che senza quelle «tenebre» la letteratura non avrebbe più avuto alcun senso.</p>
<h2>Indice</h2>
<ul>
<li>Corvi, lupi e scorpioni <i>di Matteo Strukul</i></li>
<li>I racconti di Poe <i>di Giorgio Manganelli</i></li>
<li>ALLE PORTE DELL’INCUBO
<ul>
<li>Il gatto nero</li>
<li>William Wilson</li>
<li>Re Peste. Racconto contenente un’allegoria</li>
<li>Il diavolo nella torre</li>
<li>Lo scarabeo d’oro</li>
<li>Manoscritto trovato in una bottiglia</li>
<li>Mellonta Tauta</li>
<li>Le esequie premature</li>
<li>Metzengerstein</li>
<li>Una discesa nel Maelström</li>
<li>Il pozzo e il pendolo</li>
<li>Il ritratto ovale</li>
<li>Berenice</li>
<li>Morella</li>
<li>Ligeia</li>
<li>Eleonora</li>
<li>Il crollo della casa degli Usher</li>
<li>L’uomo della folla</li>
<li>Il cuore rivelatore</li>
<li>La maschera della Morte Rossa</li>
</ul>
</li>
</ul>
<h2>Estremi del libro</h2>
<ul>
<li>Alle porte dell’incubo</li>
<li>Rizzoli</li>
<li>28 ottobre 2025</li>
<li>312 pagine</li>
<li>14,50 euro</li>
</ul>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
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						</author>

		<title type="html"><![CDATA[Il giocatore di scacchi di Maelzel]]></title>
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		<updated>2026-04-17T12:50:03Z</updated>
		<published>2026-04-17T10:35:51Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Altri scritti" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>“Il giocatore di scacchi di Maelzel” (“Maelzel’s Chess-Player”) è un saggio scritto da Edgar Allan Poe tra la fine del 1835 e l’inizio del 1836, di cui non sono sopravvissuti i manoscritti originali. Griswold diede <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/il-giocatore-di-scacchi-di-maelzel/" title="Il giocatore di scacchi di Maelzel">[...]</a></p>
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]]></summary>

					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/il-giocatore-di-scacchi-di-maelzel/"><![CDATA[<p>“Il giocatore di scacchi di Maelzel” (“Maelzel’s Chess-Player”) è un saggio scritto da Edgar Allan Poe tra la fine del 1835 e l’inizio del 1836, di cui non sono sopravvissuti i manoscritti originali. Griswold diede per certo che fu “scritto nel 1835”, senza però citare la fonte. Il saggio apparve nell’aprile 1836 sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/the-southern-literary-messenger/">Southern Literary Messenger</a>».</p>
<h2>La storia del giocatore di scacchi di Maelzel</h2>
<p>All’inizio degli anni Settanta del Settecento, l’inventore ungherese Wolfgang von Kempelen<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a> (Pressburg, 23 gennaio 1734 &#8211; Vienna, 26 marzo 1804) presentò la sua ultima creazione: un macchinario giocatore di scacchi, all’epoca conosciuto inizialmente come “Automa Giocatore di Scacchi” e in seguito come “Turco Meccanico”, o semplicemente il “Turco”. Si trattava di un uomo meccanico vestito con una tunica e un turbante, seduto a un mobile di legno su cui si trovava una scacchiera. L’uomo meccanico poteva giocare a scacchi contro qualsiasi avversario che volesse sfidarlo. Riuscì a battere giocatori del calibro di Benjamin Franklin<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a>. Infine l’automa fu venduto a Johann Maelzel. Nell’aprile del 1826 il Turco Meccanico arrivò in America, debuttando a <a href="https://edgarallanpoe.it/new-york/">New York</a>, dove si radunarono oltre cento persone per assistere all’esibizione. Il giorno dopo i giornali pubblicarono recensioni entusiastiche dell’evento. Poe fu tra i principali scrittori a scrivere dell’automa.</p>
<h2>Chi era Maelzel?</h2>
<p>Johann Nepomuk Maelzel (Ratisbona, 15 agosto 1772 &#8211; La Guaira, Venezuela, 21 luglio 1838) fu un musicista, inventore e impresario tedesco. Inventò e costruì diversi automi musicali, uno dei quali, noto come Panharmonicon o Orchestrion, poteva riprodurre tutti i suoni di un’orchestra completa; il primo esemplare apparve nel 1804. Nel 1809 costruì un trombettista automatico che, a differenza del Panharmonicon, aveva l’aspetto di un musicista umano e suonava meglio della maggior parte degli altri. Maelzel costruì persino delle trombe acustiche per Beethoven, man mano che la sua sordità peggiorava. Quattro trombe auricolari Maelzel, realizzate intorno al 1813, sono conservate nella Beethoven Haus di Bonn. Nel 1816 Maelzel brevettò e iniziò a produrre il suo Metronom (utilizzando un progetto che sembra aver rubato all’inventore olandese Dietrich Winkel). Beethoven iniziò ad assegnare le indicazioni del Metronom di Maelzel alle sue ultime sinfonie. Maelzel è famoso soprattutto per aver acquistato l’automa scacchista “Il Turco”, inventato da von Kempelen nel 1769, dopo la morte di quest’ultimo nel 1804. Nel 1809 Maelzel con il suo automa sfidò Napoleone a una partita a Vienna, suscitando grande scalpore. Quell’anno nacque l’uomo che 27 anni dopo avrebbe smascherato la sua macchina: Edgar Allan Poe. Infine Maelzel vendette e riacquistò l’automa, portandolo in tournée in Inghilterra per diversi anni. A partire dal 1826 Maelzel fece conoscere il giocatore di scacchi negli Stati Uniti, dove trascorse gran parte del resto della sua vita, esibendosi principalmente a New York, <a href="https://edgarallanpoe.it/boston/">Boston</a> e <a href="https://edgarallanpoe.it/filadelfia/">Filadelfia</a>, finché non andò a <a href="https://edgarallanpoe.it/richmond/">Richmond</a>, in Virginia, dove fu notato da Edgar Allan Poe, che raccontò e smascherò questa sua macchina in un saggio pubblicato l’anno successivo. Maelzel morì in mare, durante un viaggio nelle Indie Occidentali nel 1838, non esiste quindi alcuna tomba a conservare le sue spoglie. Il suo giocatore di scacchi andò distrutto in un incendio a Filadelfia negli anni ’50 dell’Ottocento.</p>
<h2>Le traduzioni del saggio</h2>
<p>La prima traduzione del saggio, in francese, fu a cura di Charles Baudelaire, che pubblicò “Le joueur d‘échecs de Maelzel” in 4 parti dal 12 luglio al 2 agosto 1862 sul periodico «Le Monde illustré». La presente traduzione italiana è tratta dal volume <i>Novelle straordinarie</i> del 1921, senza indicazione del traduttore, anche se potrebbe essere Giuseppe De Rossi. Dove non diversamente specificato le note provengono da Burton R. Pollin, “April 1836 (Texts),” <i>The Collected Writings of Edgar Allan Poe — Vol. V: SLM</i> (1997), pp. 154-176, ora in Edgar Allan Poe Society of Baltimore. È stata ammodernata la grafia di alcune parole: <i>Giuocatore</i>, giuoco, giuocare, giuocattolo (Giocatore, gioco, giocare, giocattolo);<i> schacchi</i> (scacchi);<i> </i>abbiano esistito, e simili, (siano esistiti); siansi (si siano); traverso a una (attraverso una); varî (vari); in rapporto del (in rapporto al); fisonomia (fisionomia); insopra (da sopra); iscopo (scopo); artificî (artifici); imperocché (per il fatto che).</p>
<h2>Il giocatore di scacchi di Maelzel</h2>
<p>Nessun’altra rappresentazione del medesimo genere ha mai forse tanto eccitato la curiosità del pubblico quanto il <i>Giocatore di scacchi</i> di Maelzel. Dovunque è stato esposto, esso fu, per tutte le persone che pensano, oggetto di vera e grande curiosità. Tuttavia il problema del <i>modus operandi</i> non è stato ancora risoluto. Niente è stato scritto sopra tale oggetto che possa considerarsi come esauriente. Infatti noi incontriamo dovunque uomini dotati del genio della meccanica e forniti d’un grado intenso di perspicacia generale e d’un raro discernimento, i quali non esitano punto a dichiarare che l’automa di cui ora parliamo è una <i>pura macchina</i> i cui movimenti non hanno verun rapporto con l’azione umana e che perciò appunto è, senz’alcun confronto, la più meravigliosa di tutte le umane invenzioni. Diciamo subito che questa conclusione sarebbe vera e giusta se la premessa fosse giusta e plausibile. Adottando la loro ipotesi sarebbe cosa veramente assurda paragonare il <i>Giocatore di scacchi</i> a qualunque altro analogo individuo antico o moderno. Pure è anche vero che siano esistiti automi mossi dai meccanismi più sorprendenti. Nelle lettere di Brewster sulla <i>Magia naturale</i><a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc"><sup>3</sup></a>, ne troviamo una lista lunghissima: fra cui possiamo subito citare, fra quelli che siano veramente esistiti, la carrozza inventata dal signor Camus per divertire il re Luigi XIV, allora fanciullo. Una tavola, di circa quattro piedi quadrati, era posta nella sala dove doveva eseguirsi l’esperimento. Su questa tavola era posata una carrozza di legno, lunga sei pollici e trascinata da due cavalli fatti della stessa materia. Uno dei cristalli essendo abbassato, si vedeva nell’interno una signora seduta dalla parte delle ruote. In cassetta un cocchiere reggeva le redini e un servitore e un paggio occupavano i loro posti. Camus toccava allora una molla: e il cocchiere subito faceva schioccar la frusta e i cavalli trottavano lungo il margine della tavola trascinandosi dietro la carrozza. Giunti al punto più lontano possibile sempre in un verso, bruscamente voltavano a sinistra e il veicolo riprendeva la sua corsa ad angolo retto, sempre lungo l’estremo margine della tavola. E così continuava fino a che arrivava di fronte alla poltrona su cui sedeva il principe, e a quel punto si fermava: il paggio allora discendeva e apriva la portiera, la signora metteva piede a terra, presentava una supplica al sovrano e risaliva. Il paggio rialzava il montatoio, richiudeva lo sportello e tornava al suo posto; il cocchiere frustava i cavalli e la carrozza ritornava indietro. Anche il <i>Mago</i> di Maillardet<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc"><sup>4</sup></a> è degno d’essere ricordato: e noi riprodurremo il racconto di quest’automa dalle <i>Lettere</i> già citate di Brewster, il quale ha tratto le principali notizie dalla <i>Enciclopedia di Edimburgo</i>: «Il <i>Mago</i> costruito da Maillardet è uno dei meccanismi più popolari che si siano veduti sinora, e la cui specialità consiste nel rispondere ad alcune date domande. Una figura vestita da mago compare seduta ai piedi d’un muro, con un libro nella mano sinistra e una bacchetta nella destra. Un certo numero di domande preparate anticipatamente sono scritte in alcuni medaglioni ovali; lo spettatore distacca quelle a cui preferisce che l’automa gli dia una risposta, e dopo averle poste dentro a un tiretto destinato ad accoglierle, questo si chiude col mezzo di una molla fino a che la risposta non sia stata trasmessa. Il <i>Mago</i> allora si alza in piedi, inchina la testa, descrive dei circoli e, come preoccupato da un profondo pensiero, alza il libro per consultarlo fino all’altezza del volto. Fingendo così di meditare sulla domanda rivoltagli, egli alza la bacchetta e con essa batte il muro al disopra del suo capo: s’aprono allora le due partite d’una porta e lasciano vedere una risposta adattata alla domanda fatta. La porta poi si richiude: il <i>Mago</i> riprende la sua primitiva positura e il tiretto s’apre per restituire il medaglione. Questi medaglioni sono venti, contenenti le più differenti domande a cui il <i>Mago</i> risponde in una maniera veramente stupefacente. Essi son fatti di sottili lastre di rame, di forma ellittica e si rassomigliano tutti esattissimamente. «Alcuni dei medaglioni portano una domanda scritta da ciascuna delle due parti e, in questo caso, il <i>Mago</i> risponde successivamente a tutte e due le domande. Se il tiretto si richiude senza che vi sia stato deposto il medaglione, il <i>Mago</i> si alza, consulta il libro, scuote la testa e torna a sedersi: i due battenti della porta rimangono chiusi e il tiretto rimane vuoto. Se in esso invece vengono posti due medaglioni contemporaneamente, la risposta non si ottiene che per quello che è posto al disopra. Quando la macchina è caricata, il movimento può durare circa un’ora, e durante questo tempo l’automa può rispondere a una cinquantina di domande. L’inventore assicurava che i mezzi coi quali i diversi medaglioni agiscono sul meccanismo per ottenere le risposte idonee alle domande fatte sono semplici al massimo grado». L’<i>anitra</i> di Vaucanson<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc"><sup>5</sup></a> era anche più notevole. Essa era di grandezza naturale e imitava tanto bene l’animale vivo che tutti gli spettatori ne subivano l’illusione. Brewster dice che riusciva a imitare tutti i gesti e tutti i movimenti della vita reale; mangiava e beveva con avidità; eseguiva i movimenti di testa e di collo che sono propri alle anitre e, a somiglianza di queste, metteva in moto l’acqua che assorbiva col becco. Emetteva anche con una perfetta rassomiglianza il grido nasale della bestia vera. Nella struttura anatomica poi, l’artefice aveva spiegato tutta la sua più grande abilità. Ogni ossicino dell’anitra vera aveva il suo ossicino corrispondente nell’automa e le ali erano anatomicamente perfette. Ogni cavità, apofisi o curvatura, era imitata in modo sorprendente, e ogni osso aveva il suo proprio movimento. Quando si gettava un po’ di grano davanti alla bestia, essa allungava il collo per beccarlo, lo ingoiava e lo digeriva. E se questi macchinari rivelavano il genio dell’artefice, che cosa mai dovremo dire della <i>Macchina da calcoli</i> del signor Babbage<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc"><sup>6</sup></a>? Che cosa penseremo poi d’un congegno di legno e di metallo, che non solo può fare il computo delle tavole astronomiche e nautiche fino non so a qual dato punto, ma può ancora fornir la conferma della certezza matematica delle sue operazioni con la facoltà che possiede di correggere i possibili errori? Che penseremo mai d’un ordigno che non solo riesce a far tutto ciò, ma scrive anche materialmente il risultato delle sue complicate operazioni non appena ottenuto, e senza l’aiuto del più piccolo intervento umano? Forse si risponderà che una macchina tale è senza alcun possibile paragone molto al disopra del <i>Giocatore di scacchi</i> di Maelzel. No, affatto: essa, anzi, ne è molto al disotto: ammesso, però, ciò che certo ragionevolmente non potrebbe ammettersi nemmeno per un momento solo, che il <i>Giocatore di scacchi</i> sia una <i>pura macchina</i> e compia le sue operazioni senza nessun immediato umano intervento. I calcoli matematici o algebrici sono di lor natura fissi e determinati. Dati certi fattori, certi risultati ne derivano necessariamente e inevitabilmente. Questi risultati non dipendono da niente e non subiscono altra influenza all’infuori di quella dei loro dati fattori. E il problema da risolvere cammina o dovrebbe camminare verso la soluzione finale attraverso una<b> </b>serie di punti infallibili che non possono subire nessun cambiamento, o non sono sottoposti a nessuna modificazione. Ammesso questo, possiamo senza difficoltà concepire la <i>possibilità</i> di costruire un meccanismo che, prendendo il suo punto di partenza dai <i>fattori dati</i> del problema da risolvere, procederà nei suoi regolari movimenti, senza nessuna deviazione, verso la richiesta soluzione; poiché tali movimenti, per quanto si voglian supporre complicati, non possono però esser concepiti che fissi e determinati. Ma nel caso del <i>Giocatore di scacchi</i> vi ha una differenza enorme. Qui non abbiamo un cammino determinato. Nel gioco degli scacchi nessuna mossa deriva necessariamente da un’altra mossa qualunque. Da nessuna particolar disposizione dei vari pezzi, in un momento qualsiasi della partita, noi possiamo dedurre quale sarà la loro nuova disposizione in un altro momento della partita stessa. Supponiamo la <i>prima mossa</i> di una partita a scacchi messa a confronto coi <i>fattori</i> d’un problema algebrico, e vedremo immediatamente la differenza enorme che distingue una cosa dall’altra. Nel caso dei <i>fattori</i> algebrici, il secondo passo che assolutamente ne dipende, ne risulta inevitabilmente: esso è creato dal <i>fattore</i> stesso: bisogna che sia quello e non un altro. Ma in una partita a scacchi la prima mossa non è mai necessariamente seguita da una seconda determinata mossa. Mentre il problema algebrico cammina verso la sua soluzione, la <i>certezza</i> delle operazioni resta assolutamente intatta. Il secondo passo non essendo che la conseguenza del primo, il terzo è ugualmente la conseguenza del secondo, il quarto del terzo, il quinto del quarto e così di seguito, <i>senza nessuna possibile alternativa</i> fino alla fine. Negli scacchi invece l’<i>incertezza</i> della mossa seguente è in rapporto al procedimento della partita. Alcune mosse sono state eseguite ma <i>nessun</i> passo stabilito è stato eseguito. Spettatori differenti potranno consigliare mosse differenti: qui dunque tutto dipende dal variabile giudizio di chi gioca. Ora anche concedendo ciò che non può essere certo concesso, che i movimenti dell’<i>Automa giocatore di scacchi</i> siano per lor natura stessa determinati, verrebbero necessariamente interrotti e deviati dalla volontà non determinata del suo antagonista. Non v’ha dunque nessun’analogia fra le operazioni del <i>Giocatore di scacchi</i> e quelle della <i>Macchina da calcoli</i> del signor Babbage<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc"><sup>7</sup></a>; e se vogliamo chiamar la prima una <i>semplice macchina</i>, saremo però costretti ad ammettere che essa è, senza alcun dubbio, la più straordinaria invenzione dell’umanità. Intanto il barone Kempelen, che ne è stato il primo introduttore, non aveva nessuno scrupolo di dichiararla «un comunissimo meccanismo, un <i>giocattolo</i> i cui effetti non apparivano meravigliosi che per l’audacia del concetto e per la felice scelta dei mezzi adottati onde favorire l’illusione». Ma è inutile di fermarsi su questo punto. È certo che le operazioni dell’<i>automa</i> sono regolate dallo <i>spirito</i> e non da altro. Si potrebbe anche dire, <i>a priori</i>, che quest’asserzione sia suscettibile d’una matematica dimostrazione. La sola cosa dunque da risolvere è il modo come si produce l’intervento umano. Prima di entrare in questa materia, sarà senza dubbio opportuno fare una breve descrizione e una breve storia del <i>Giocatore di scacchi</i> per comodo di quei nostri lettori che non hanno potuto assistere agli esperimenti fatti dal signor Maelzel. L’<i>Automa giocatore di scacchi</i> fu inventato nel 1769 dal barone Kempelen, gentiluomo di Presburgo, in Ungheria, il quale, in processo di tempo, lo cedé, assieme col segreto di tutto il macchinario, all’attuale proprietario. Poco tempo dopo una tale cessione, esso fu esposto a Presburgo, a Parigi, a Vienna e in altre città del continente. Nel 1783 e nel 1784 il signor Maelzel lo portò a Londra<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc"><sup>8</sup></a>: e in questi ultimi anni l’<i>automa</i> ha visitato le città principali degli Stati Uniti. Dovunque è stato esposto, esso ha eccitato la curiosità più viva, e numerosi tentativi sono stati fatti da gente d’ogni classe per arrivare a scoprire il misterioso segreto dei suoi movimenti. <img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-11317" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/04/giocatore-di-scacchi-di-maelzel.jpg" rel="lightbox" title="Il giocatore di scacchi di Maelzel" alt="Giocatore di scacchi di Maelzel" width="678" height="815" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/04/giocatore-di-scacchi-di-maelzel.jpg 678w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/04/giocatore-di-scacchi-di-maelzel-250x300.jpg 250w" sizes="auto, (max-width: 678px) 100vw, 678px" /> Il disegno qui sopra riportato dà una conveniente idea della figura che i cittadini di Richmond<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc"><sup>9</sup></a> poterono contemplare qualche settimana fa. Tuttavia il braccio destro dovrebbe stendersi ancor di più sulla cassa; dovrebbe vedervisi anche uno scacchiere: e finalmente non dovrebbe esser veduto il cuscino come la mano che sostiene la pipa. Nel costume del <i>Giocatore di scacchi</i>, da quanto esso è diventato proprietà del signor Maelzel, è stata apportata qualche modificazione di nessuna importanza: sul principio, per esempio, esso non portava la piuma. All’ora indicata per la rappresentazione vien tirata una tenda, o meglio si apre una porta a due partite, e il macchinismo viene spinto a una dozzina di piedi circa dallo spettatore più prossimo, dove sta tesa una corda. E si vede una figura d’uomo vestito alla turchesca, seduto con le gambe incrociate innanzi a una vasta cassa, che sembra fatta d’acero e che gli serve di tavolino. Se si vuole, la macchina può essere spinta verso un punto qualunque della sala, può essere lasciata ferma in un posto qualsiasi o anche, durante la partita stessa, può essere abbastanza sollevata dal pavimento per mezzo di rotelle o di piccoli cilindri di rame sui quali la si fa scorrere, e gli spettatori possono così vedere lo spazio vuoto che si trova al di sotto dell’<i>automa</i>. La sedia su cui riposa la figura è fissata aderentemente alla cassa: e sul piano di questa v’ha uno scacchiere ugualmente aderente. Il braccio destro del <i>Giocatore di scacchi</i> è tenuto disteso a sé dinanzi ad angolo retto con la persona ed è appoggiato in una posa indolente sul margine dello scacchiere. La mano è voltata col dosso superiormente. Lo scacchiere è largo 18 pollici, il braccio sinistro della figura è piegato al gomito e la mano regge una pipa. Un panno verde nasconde il dorso del turco e gli copre in parte la metà superiore delle spalle. La cassa, a ben giudicarne dell’apparenza esterna, è divisa in cinque compartimenti, tre sportelli d’uguale dimensione e due tiretti posti superiormente agli sportelli. Queste osservazioni si fanno di primo colpo, non appena l’<i>automa</i> viene introdotto in presenza degli spettatori. Il signor Maelzel allora annunzia all’assemblea che egli darà la spiegazione del meccanismo che regola l’<i>automa</i>: e, cavandosi di tasca un mazzo di chiavi, apre con una di esse lo sportello portante il <i>num. 1</i> ed espone così tutto l’interno dello scompartimento agli occhi degli spettatori. Tutto quello spazio è apparentemente pieno di ruote, di perni, di leve e di altri congegni meccanici, ammucchiati e stretti gli uni contro gli altri, in modo che lo sguardo traverso a tutto quell’ammasso non si può spingere troppo addentro. Maelzel allora, lasciando aperto quello sportello, e passando dietro alla cassa, solleva il mantello del turco e apre un altro sportello, situato proprio di contro a quello già aperto. Tenendo una candela accesa dinanzi a quell’apertura e movendo in qua e in là, a parecchie riprese, la macchina, egli fa entrare una viva luce nell’interno che allora appare pieno, assolutamente e interamente pieno di congegni meccanici. Ben persuasi gli spettatori di questo fatto, Maelzel richiude lo sportello posteriore, toglie la chiave dalla serratura, lascia cader nuovamente il mantello del turco e ritorna sul davanti. Il lettore si ricorda che lo sportello <i>num. 1</i> è rimasto aperto. Ora Maelzel passa ad aprire il tiretto situato in basso della cassa sotto allo sportello; per il fatto che quantunque apparentemente vi siano due tiretti, in realtà non ve n’ha che uno, poiché le due serrature e le due manopole, non vi figurano che come ornamento. Aperto interamente quel tiretto vi si vede un cuscinetto con una completa collezione di scacchi fissati in un’armaturina che li mantiene perpendicolarmente. Maelzel lascia aperto anche questo tiretto come ha già fatto dello sportello <i>num. 1</i> e apre gli altri due sportelli <i>num. 2</i> e <i>num. 3</i>, i quali non sono che i due battenti d’una stessa porta che si apre sopra un solo e unico scompartimento. Tuttavia a destra di questo scompartimento, cioè a destra dello spettatore, si trova una piccola parte separata d’una larghezza di sei pollici, la quale è occupata da una delle parti del meccanismo. Il compartimento principale (parlando di questa parte della cassa visibile dopo l’apertura degli sportelli <i>num. 2</i> e <i>3</i>, noi diremo sempre il compartimento <i>principale</i>) è foderato d’una stoffa scura e non contiene altri congegni meccanici all’infuori di due pezzi di acciaio in forma d’un arco di cerchio, posti ognuno a uno dei due angoli superiori della parte retroposta dello scompartimento. Dalla base di questo, vicino all’angolo più lontano sulla sinistra dello spettatore, si alza una piccola prominenza di circa otto pollici quadrati, la quale, come il resto, è coperta d’una stoffa scura. Lasciando aperti gli sportelli <i>2</i> e <i>3</i> assieme al tiretto e allo sportello portante il <i>n. 1</i>, Maelzel si dirige dietro al compartimento principale e, apertovi un altro sportello posteriore, con una bugia accesa illumina perfettamente tutto l’interno. Esposto così tutto l’interno della cassa all’esame degli spettatori, Maelzel, lasciando sempre aperti gli sportelli e il tiretto, rivolta interamente l’<i>automa</i> e solleva la stoffa per far vedere il dorso del turco. Nelle reni della figura s’apre uno sportello di circa dieci pollici quadrati, e un altro più piccolo se ne apre sulla coscia sinistra. L’interno della figura veduto così traverso a tali aperture apparisce tutto occupato da congegni meccanici. E allora ogni spettatore è generalmente convinto d’aver veduto e allo stesso tempo completamente esaminato tutte le singole parti che costituiscono l’<i>automa</i>; e l’idea che una persona possa, durante un così completo esame fatto dell’interno, rimanervi nascosta dentro è immediatamente allontanata dalla mente, se pure per un momento vi è sorta, come assolutamente assurda. Riportato il meccanismo alla sua primitiva positura, il signor Maelzel avverte gli spettatori che il suo <i>automa</i> giocherà una partita a scacchi con chiunque vorrà far d’avversario. Accettata la scommessa, vien portato un tavolino per l’antagonista, e vien posto vicino alla corda, non già di fronte ma a una delle estremità, onde non impedire ad alcuno degli astanti di veder l’<i>automa</i>. Da un tiretto di questo tavolino si estrae un gioco di scacchi e generalmente, ma non sempre, Maelzel stesso ne sistema i vari pezzi sui quadrati dello scacchiere dipinto sul tavolino. Non appena l’avversario si è seduto, Maelzel va al tiretto della cassa donde trae il cuscino, che mette sotto al braccio sinistro dell’<i>autom</i>a, dopo averne ritirata dalle mani la pipa. Preso poi nello stesso tiretto il gioco di scacchi dell’<i>automa</i>, ne dispone i vari pezzi sullo scacchiere situato dinanzi alla figura. Poi richiude gli sportelli, lasciando il mazzo delle chiavi attaccato alla serratura di quello che porta il <i>num. 1</i>. Allo stesso modo chiude il tiretto e finalmente introducendo una chiave in un foro situato all’estremità sinistra della macchina, s’intende anche sinistra dello spettatore, dà la carica al congegno. La partita comincia con la prima mossa fatta dall’<i>automa</i>. La partita dura generalmente mezz’ora; ma qualora essa non sia finita o l’avversario pretenda di poter battere l’<i>automa</i>, raramente Maelzel si oppone a che la partita venga continuata. Il motivo apparente e senza dubbio reale di una tale limitazione di tempo è quello di non annoiare l’assemblea. Naturalmente si comprende che adogni mossa fatta dall’avversario sul proprio tavolino, Maelzel stesso ripete il colpo sullo scacchiere dell’<i>automa</i>, allo stesso modo che quando il turco gioca, Maelzel ripete la mossa corrispondente sullo scacchiere dell’avversario. È necessario perciò che egli vada spesso da un tavolino all’altro. Spesso anche si volta verso la figura, per portar via i pezzi ch’essa ha presi e che di mano in mano depone sulla cassa alla sua sinistra. Quando l’<i>automa</i> esita a fare una mossa si vede alcune volte l’espositore fermarglisi molto vicino a destra e, di tanto in tanto, posare con aria di noncuranza la mano sulla cassa. Avviene anche un certo movimento di piedi che, nelle menti forse più scettiche che sagaci, può insinuar l’idea d’una connivenza fra lui e la macchina. Questi movimenti però sono senza dubbio dovuti alla nervosità del signor Maelzel, oppure egli li esegue appositamente onde suggerire agli spettatori la falsa idea che nell’<i>automa</i> altro non vi sia se non un semplice meccanismo. Il turco gioca colla sinistra. Tutti i movimenti sono eseguiti ad angolo retto. E la mano, la quale è inguantata e piegata in una maniera naturale, si stende direttamente sul pezzo da muovere, vi si abbassa sopra e molte volte le dita non se ne impadroniscono senza difficoltà. Qualche volta, anzi, quando il pezzo non è precisamente ed esattamente al suo posto, l’<i>automa</i> non riesce a prenderlo. Quando avviene ciò, esso non fa un secondo sforzo, ma il braccio continua nei suoi movimenti come se le dita avessero afferrato il pezzo designato. Indicata così la mossa che avrebbe fatto, il turco ritira il braccio verso il cuscino ed è Maelzel allora che eseguisce la mossa indicata dall’<i>automa</i>. A ogni suo movimento si sente muovere il meccanismo. E durante la partita il turco gira di tanto in tanto gli occhi come se esaminasse lo scacchiere, scuote la testa e quando occorre pronunzia la parola <i>scacco</i>. Questo è un perfezionamento di Maelzel: quando l’<i>automa</i> era proprietà del barone di Kempelen, esso indicava lo <i>scacco</i> battendo la mano destra sulla cassa. Se l’antagonista fa una falsa mossa egli batte con vivacità sulla cassa le dita della mano destra, scuote la testa con energia e, riponendo al suo posto il pezzo già tolto, si piglia il diritto di fare la mossa seguente. Quando ha vinto la partita esso dondola con aria trionfale il capo, guarda con compiacenza intorno a sé gli spettatori e, tirando indietro più anche del solito il suo braccio sinistro, lascia che solo le dita si riposino sopra al cuscino. Generalmente è il turco che riesce vincitore: <i>una o due volte è stato vinto</i>. Finita la partita, se si desidera, Maelzel mostra nuovamente l’interno del meccanismo come ha fatto sul principio. Poi la macchina è tirata indietro e una tenda scende a nasconderla agli spettatori. Per risolvere il problema dell’<i>automa</i> sono stati fatti parecchi tentativi. L’opinione più diffusa, l’opinione troppo spesso accettata da chi pareva avesse maggior intelligenza, è stata, come abbiamo già detto, che l’azione umana non vi avesse nulla a vedere e che si trattasse d’una pura macchina e niente più. Alcuni tuttavia hanno sostenuto che lo stesso espositore regolava i movimenti dell’<i>automa</i> per mezzo d’un meccanismo nascosto ai piedi della cassa. Altri, a lor volta, hanno audacemente parlato d’una calamita. Pel momento sulla prima di queste opinioni noi non abbiamo ad aggiunger nulla a quanto abbiamo già detto. Quanto alla seconda basterà ripetere ciò a cui già abbiamo accennato, cioè che la macchina si muove sopra rotelle ed è, a richiesta d’uno qualunque degli spettatori, spinta da una parte o dall’altra della sala, anche durante la partita. Inoltre la supposizione d’una calamita è insostenibile; poiché, se vi fosse, basterebbe che un’altra calamita si trovasse nelle tasche d’uno spettatore per sconvolgere tutto il meccanismo. Inoltre l’espositore non si oppone affatto che venga anche posta sulla cassa una pietra calamitata anche al massimo grado per tutta la durata della rappresentazione. Il primo saggio scritto di spiegazione, ed è il primo almeno che noi conosciamo, è stato pubblicato in un grosso fascicolo stampato a Parigi nel 1785. L’ipotesi dell’autore si riduceva a questo: che un nano faceva muovere la macchina. Si supponeva che questo nano rimanesse nascosto durante il tempo dell’apertura degli sportelli, tenendo le gambe dentro a due cilindri vuoti, i quali, quantunque non fosse vero, si diceva facessero parte dello scompartimento <i>num. 1</i>, mentre tutto il restante del corpo rimaneva fuor della cassa coperto dal mantello del turco. Quando si chiudevano gli sportelli, il nano trovava il mezzo d’entrar nella cassa, poiché il rumore prodotto dal meccanismo gli permetteva di far ciò senza essere inteso e gli permetteva anche di richiudere lo sportello per il quale era entrato. L’interno dell’<i>automa</i> essendo stato già esaminato, e gli spettatori, non avendovi visto alcuno, sono convinti – scrive l’autore del saggio – che realmente non vi sia alcuno in nessuna parte del meccanismo. Ma tutta questa ipotesi è troppo visibilmente assurda per meritare d’essere anche solo presa in considerazione ed è perciò, come sappiamo, che essa non attrasse affatto l’opinione pubblica. Nel 1789 fu pubblicato a Dresda un libro dal signor I. F. Freyhère<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc"><sup>10</sup></a> nel quale si tentava una nuova prova di spiegazione del mistero. Il libro del signor Freyhère era abbastanza voluminoso e corredato di molte illustrazioni a colori. L’autore supponeva che «un giovinotto abbastanza istruito e anche abbastanza sottile per poter rimanere nascosto dentro a un cassetto posto sotto allo scacchiere» giocasse la partita a scacchi ed eseguisse tutti i movimenti dell’<i>automa</i>. Quest’idea, per quanto anche più sciocca di quella dello scrittore parigino, trovò tuttavia una migliore accoglienza e, fino a un certo punto, fu ammessa come la vera soluzione del miracolo, fino a che l’inventore stesso pose fine al dibattito autorizzando un esame accurato del coperchio della cassa. Tali bizzarri saggi di spiegazione furono seguiti da altri non meno bizzarri. Tuttavia in questi ultimi tempi uno scrittore anonimo, pur seguendo un modo di ragionare non troppo filosofico, è arrivato ad afferrare una soluzione plausibile, che però non si può certo considerare come la sola assolutamente vera. Il suo articolo fu prima pubblicato in un giornale settimanale di Baltimora<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc"><sup>11</sup></a>, illustrato da parecchi disegni col titolo: <i>Un tentativo d’analisi dell’automa «Giocatore di scacchi</i><i>»</i><i> di Maelzel</i>. Noi crediamo che quest’articolo<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc"><sup>12</sup></a> sia la primitiva stampa dell’opuscolo a cui sir Brewster accenna nelle sue <i>Lettere sulla magia naturale</i>, e che egli non esita a dichiarare una perfetta e soddisfacente spiegazione. I <i>risultati</i> dell’analisi, in fondo, sono senza alcun dubbio giusti: ma perché Brewster vi abbia potuto vedere una perfetta e soddisfacente spiegazione, bisogna supporre che la sua lettura sia stata distratta e affrettata. Nel riassunto di quest’opuscolo, com’è dato nelle <i>Lettere sulla magia naturale</i>, non si può assolutamente giungere a una conclusione chiara relativamente alla maggiore o minor perfezione della critica, a cagione della cattiva compilazione e della insufficienza di dati precisi. Lo stesso difetto noi abbiamo trovato nel <i>Tentativo d’analisi</i>, come abbiamo potuto leggerlo nella sua forma primitiva. La soluzione consiste in una serie di minute spiegazioni, accompagnate da incisioni in legno che occupano un gran numero di pagine, e il cui scopo è di mostrare come <i>si possano spostare gli scompartimenti della cassa</i> in maniera che un essere umano, nascostovi nell’interno, possa, durante l’esposizione, trasportare le sue membra dall’una all’altra parte della cassa in modo da sottrarsi all’attenzione degli spettatori. Come noi abbiamo già fatto osservare, e come ora tenteremo di dimostrare, non c’è da dubitare che un tal principio o, per meglio dire, il risultato di una tale spiegazione non sia il solo vero. Durante tutto il tempo dell’esposizione del meccanismo v’ha una persona nascosta nella cassa. Tuttavia, noi respingeremo tutta la verbosa descrizione del <i>modo</i> secondo il quale dovrebbero muoversi i diversi scompartimenti della cassa per prestarsi ai moti della persona in essa nascosta. Noi la respingiamo come una teoria ammessa <i>a priori</i> e a cui le circostanze in seguito dovranno subordinarsi. Noi non siamo e non possiamo essere portati ad ammettere questa teoria da nessun ragionamento induttivo. Il modo, qualunque esso sia, col quale si opera lo spostamento è ciò che sfugge all’osservazione in qualunque momento dello spettacolo. Il dimostrare che non è impossibile che certi movimenti avvengano in una data maniera non è dimostrare che essi debbano effettivamente prodursi in quella data maniera. Può esservi un numero infinito d’altri metodi con i quali possano ottenersi i medesimi risultati. La probabilità, quindi, che la supposizione sia la sola cosa giusta, si trova nello stesso rapporto che l’unità con l’infinito. Ma, in realtà, questo punto particolare della mobilità dei compartimenti è assolutamente senza alcuna importanza. È inutile perdere sette o otto pagine a provare ciò che nessuna persona di buon senso potrà negare, che cioè il genio potente del barone Kempelen ha potuto scoprire i mezzi necessari per chiudere uno sportello o fare scorrere un tramezzo con un agente umano il quale è al suo servizio e in immediato contatto col tramezzo o con lo sportello, senza però che ciò, come anche tutto il resto, cada sotto l’osservazione degli spettatori, alla maniera che vien dimostrata dallo scrittore del saggio e come noi cercheremo di fare in un modo anche più completo. In questo tentativo di spiegazione dell’<i>automa</i> noi mostreremo prima di tutto come si effettuano i suoi diversi movimenti, e poi descriveremo, il più brevemente possibile, la natura delle <i>osservazioni</i> dalle quali noi abbiamo dedotto il nostro risultato. Per far comprendere la cosa, è necessario che ripetiamo qui in poche parole la via tenuta dall’espositore per mostrare l’interno della cassa, via dalla quale egli non si scosta mai in nessuna più piccola maniera. Egli prima apre lo sportello <i>num. 1</i>: lasciando aperto questo, gira dietro alla cassa e apre un altro sportello posto precisamente di fronte a quello già aperto. E vi tien ferma una candela accesa. <i>Allora</i> chiude lo sportello retroposto, torna sul davanti e apre il tiretto in tutta la sua lunghezza. Fatto ciò, apre gli sportelli <i>2</i> e <i>3</i>, ossia le due partite, e scopre l’interno del compartimento principale. Lasciando quindi aperte queste due partite, il tiretto e lo sportello <i>num. 1</i>, torna sul di dietro e apre lo sportello retroposto dello scompartimento principale. Richiudendo la cassa non ha nessuna regola, bada solo a chiudere lo sportello a due partite prima del tiretto. Ora supponiamo che quando la macchina è trascinata in presenza degli spettatori, vi sia dentro nascosto un uomo. Il suo corpo è posto dietro il meccanismo che si trova nello scompartimento <i>num. 1</i>, poiché la parte posteriore di quest’apparecchio meccanico è formata in maniera da scorrere tutta insieme, quando la circostanza lo vuole, dallo scompartimento principale in quello portante il <i>num. 1</i>, e le sue gambe sono distese nel compartimento principale. Quando Maelzel apre lo sportello <i>num. 1</i> l’uomo che v’è nascosto non corre alcun rischio di essere scoperto, per il fatto che l’occhio più esercitato non può nelle tenebre arrivare più in là di due pollici. Ma il caso è differente quando è aperto lo sportello posteriore dello scompartimento <i>num. 1</i>. Una luce brillante allora vi penetra, e se l’uomo vi fosse dentro, il suo corpo sarebbe scoperto. Ma non è così. La chiave posta nella serratura dello sportello posteriore è stato un segnale al cui rumore la persona nascosta ha riportato il suo corpo in avanti, restringendosi interamente o quasi nel compartimento principale. Ma questa è una posizione penosa nella quale esso non potrebbe rimanere a lungo. Ed ecco perché Maelzel chiude lo <i>sportello posteriore</i>. Fatto ciò, non c’è nulla che impedisca che il corpo dell’uomo riprenda la sua primitiva posizione, per il fatto che l’interno dello scompartimento è divenuto abbastanza scuro per sfidare qualunque esame. Il tiretto allora è aperto, e le gambe della persona nascosta scendono sul di dietro nello spazio ch’esso prima occupava. Sir David Brewster suppone che dietro il tiretto, anche quando è chiuso, vi sia un grande spazio vuoto. Ma quest’idea è assolutamente insostenibile. Un così volgare tranello sarebbe scoperto immediatamente poiché il tiretto, essendo aperto in tutta la sua estensione, darebbe occasione di paragonare la sua profondità con quella della cassa. Diciamo dunque che essendo il corpo dell’uomo situato dietro il meccanismo dello scompartimento <i>num. 1</i>, nessuna sua parte si trova più nello scompartimento principale, e le sue gambe son discese nello spazio poco prima occupato dal tiretto. Quindi l’espositore può benissimo mostrare lo scompartimento principale. Ed è ciò che fa aprendo gli sportelli tanto anteriori che posteriori, mostrando come nell’interno non vi sia alcuno. Così gli spettatori sono convinti che tutto intero l’interno della cassa sia stato esposto ai suoi sguardi in un solo e medesimo momento. Ma evidentemente non è così. Essi non vedono né lo spazio che si trova dietro il tiretto aperto, né l’interno dello scompartimento <i>num. 1</i>, di cui Maelzel, chiudendo lo sportello di dietro, ha virtualmente chiuso anche quello davanti. Facendo allora girare la macchina su se stessa, e sollevato il mantello del turco e aperti gli sportelli del dorso e della coscia e mostrato il tronco dell’<i>automa</i> ripieno di meccanismi, rimette il tutto nella sua primitiva posizione e richiude gli sportelli. Allora l’uomo è libero di muoversi; e si alza nel corpo del turco fino a che i suoi occhi si trovino al livello dello scacchiere<a class="sdfootnoteanc" href="#sdfootnote13sym" name="sdfootnote13anc"><sup>13</sup></a>. È probabilissimo ch’egli si sieda sulla piccola prominenza che, quando gli sportelli erano aperti, si è osservata in un angolo del compartimento principale. In quella positura egli vede lo scacchiere traverso ai veli che coprono il petto del turco; e col braccio destro muove il piccolo meccanismo che dirige il braccio sinistro e le dita della figura. Il quale, essendo sistemato proprio sotto alla spalla sinistra del turco, può essere facilmente mosso dalla mano destra dell’uomo nascostovi nell’interno. I movimenti della testa, degli occhi e del braccio diritto della figura, come anche il rumore imitante la parola <i>scacco</i>, sono prodotti da un altro meccanismo interno ed eseguiti a volontà dell’uomo nascostovi. Tutto l’essenziale meccanismo dell’<i>automa</i>, molto probabilmente, è contenuto nel piccolo spazio, largo circa sei pollici, che si trova a destra (e intendiamo dire la destra dello spettatore) nel compartimento principale. In quest’analisi delle operazioni dell’<i>automa</i>, volontariamente abbiamo evitato di parlare del modo come muovonsi i compartimenti e si comprenderà facilmente come ciò non sia d’alcuna importanza, poiché l’abilità del più comune falegname fornisce una quantità infinita di mezzi da potervi soddisfare, e anche perché abbiamo dimostrato che, in qualunque modo ciò avvenga, ciò avviene sempre in modo che non possa esser veduto dallo spettatore. Il nostro risultato è fondato sulle <i>osservazioni</i> seguenti notate durante le visite frequenti che abbiamo fatto all’<i>automa</i> di Maelzel.</p>
<p><strong><a href="https://edgarallanpoe.it/il-giocatore-di-scacchi-di-maelzel/2/">Continua a leggere il saggio a pagina 2</a> =&gt;</strong></p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> Poe usò il suo nome nel racconto “Von Kempelen e la sua scoperta” («Flag of Our Union», 12 maggio 1849). Ndr.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> Franklin (1706 &#8211; 1790), oltre che scienziato e inventore, fu anche il primo giocatore di scacchi conosciuto, nonché il primo autore di libri di scacchi in America (con la possibile eccezione del reverendo Lewis Rau). Ndr.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> Sir David Brewster, <i>Letters on Natural Magic</i>, 1832. L’edizione citata da Poe è probabilmente Harper and Brothers, 1832. Il capitolo chiave è la Lettera XI. Brewster (1781-1868) fu un fisico e filosofo naturale scozzese, particolarmente noto per le sue ricerche sulla polarizzazione della luce. Poe aveva già usato il volume di Brewster per le sue pennellate aleatorie di catrame che componevano la parola “DISCOVERY” sulla vela di segnalazione, nel “MS. Found in a Bottle” del 1833.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> È l’automa “Il Grande Mago”, conservato nelle collezioni del Musée international d’horlogerie (Museo Internazionale di Orologeria) di La Chaux-de-Fonds, in Svizzera, opera attribuita a Maillardet, ma non a Henri Maillardet, autore del celebre automa disegnatore custodito al Franklin Institute di Philadelphia. Sembra piuttosto che questo esemplare sia stato realizzato da uno dei suoi fratelli, Jean-David Maillardet, con l’aiuto del figlio Julien-Auguste e del fratello Jacques-Rodolphe. Il mago è un indovino che risponde ad alcune domande incise su piccole targhette. Le targhette vengono inserite in un cassetto e, dopo un’adeguata “magia”, la risposta appare in una finestrella sulla parte superiore dell’automa. Ndr.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Jacques de Vaucanson (Grenoble, 24 febbraio 1709 &#8211; Parigi, 21 novembre 1782), inventore francese. Espose al pubblico il suo primo automa, il Suonatore di Flauto, nel febbraio del 1738 nella grande sala dell’Hôtel de Longueville a Parigi. L’automa di Vaucanson suonava effettivamente il flauto che teneva tra le mani di legno e le dita rivestite di cuoio, grazie a un piedistallo pieno di pesi e ingranaggi che azionavano camme e aste. Il suo secondo automa fu più complesso: era un suonatore di flauto e tamburo. Ma il capolavoro di Vaucanson era <i>Le Canard Digérateur</i>, l’Anatra Digerente, come veniva spesso chiamata. L’anatra, come il suonatore di flauto, era a grandezza naturale e si ergeva su un piedistallo che nascondeva un tamburo meccanico che azionava le varie parti mobili dell’anatra. L’anatra era in grado di muovere la testa, sbattere le ali, bere acqua, mangiare mais e cereali e, soprattutto, dopo un intervallo adeguato, espelleva una pallina di feci dalle parti inferiori, da cui il suo altro nome, Anatra Defecante. Ndr.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Charles Babbage (Londra, 26 dicembre 1791 &#8211; Londra, 18 ottobre 1871), matematico, filosofo e poliedrico scienziato inglese, inventore prolifico ed economista politico, fu un pioniere nella segnalazione tramite fari, progettò un paraurti per la parte anteriore delle locomotive ferroviarie, un sistema di illuminazione teatrale multicolore e dei cifrari. È noto soprattutto per le sue macchine calcolatrici, le Macchine Differenziali e la Macchina Analitica, tra le icone più celebri della preistoria dell’informatica. Sebbene non siano mai state costruite durante la sua vita, prototipi, progetti di macchine e quaderni di appunti sono alcuni dei tesori della collezione del Science Museum. Babbage annunciò la sua prima macchina calcolatrice, in un articolo presentato alla Royal Astronomical Society il 14 giugno 1822, intitolato “Una nota sull’applicazione dei macchinari al calcolo delle tavole astronomiche”. Ndr.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> Charles Babbage spese una considerevole fortuna, composta da fondi personali e governativi, nel tentativo di costruire una macchina calcolatrice. A lui si attribuisce la concezione dei principi fondamentali del computer moderno, un secolo prima che esistesse la tecnologia per costruirne uno. Si può notare, in relazione alle osservazioni di Poe sulla prevedibilità nel gioco degli scacchi che verranno fatte più avanti in questo paragrafo, che i moderni programmi di scacchi per computer hanno ora una potente capacità di valutare le possibili mosse durante una partita, in pratica “prevedendo in anticipo” abbastanza bene da sconfiggere anche i giocatori migliori. Nel suo racconto del 1845 “Sheherazade”, Poe rende omaggio alle macchine di Babbage e Maelzel.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> Errore di Poe. Maelzel non ebbe alcun legame con la macchina fino al 1804.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> “Il giocatore di scacchi” fu esposto a Richmond tra l’agosto e il settembre del 1834 e tra il dicembre del 1835 e il gennaio del 1836. Poe lo vide durante quest’ultimo periodo.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a> Il libro in questione fu scritto da Joseph Frederick, Freiherr zu Racknitz (Freiherr = Barone). Thomas Collinson, un inglese presentato a Racknitz da Kempelen, pubblicò un resoconto del loro incontro, in cui riportò erroneamente il nome di Racknitz come “Joseph Frederic Freyhere”. Brewster, seguendo Collinson, scrive il nome come “Mr. J. F. Freyhere”. Poe poi trasforma “Mr.” in “M.” e la “J.” in “I”. Inoltre, Brewster trascrive erroneamente la frase di Collinson “ragazzo, molto magro e piccolo per la sua età” come “ragazzo, molto magro e alto per la sua età”.</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a> Il riferimento di Poe a un saggio “prima pubblicato in un giornale settimanale di Baltimora” è alquanto fuorviante. Brewster parla di un opuscolo di uno “autore anonimo” intitolato “Un tentativo di analizzare l’Automa degli Scacchi di M. Kempelen”, un riferimento a un saggio di Robert Willis (vedi nota successiva). Poe trasforma questo titolo in “Un tentativo d’analisi dell’automa «Giocatore di scacchi» di Maelzel”. Il fatto che anche lui non scriva con la maiuscola “tentativo” e “analisi” indica che sta prendendo in prestito il titolo da Brewster, cambiando “M. Kempelen” in “M. Maelzel”. A quale saggio di Baltimora si riferisce dunque Poe? Wimsatt offre una spiegazione plausibile. Il <i>North American</i>, rivista a cui collaborava il fratello di Poe, Henry, pubblicò il 19 maggio 1827 un articolo sull’”Automa giocatore di scacchi”. Wimsatt conclude che «si deve presumere fortemente che Poe si riferisse a questo articolo in modo confuso, nel tentativo di apparire a conoscenza della bibliografia sull’automa». Mabbott, MS. Notes, Folder 6, riporta quest’ulteriore informazione: «Esiste un articolo sull’argomento nella Baltimore <i>Gazette</i> del 1° giugno 1827; non vi è alcuna certezza che Poe ne fosse a conoscenza».</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a> Il riferimento di Brewster è al <i>pamphlet</i> di Robert Willis, <i>An Attempt to Analyse the Automaton Chess-Player of Mr. de Kempelen</i> (Londra, 1821), con nove illustrazioni che chiariscono i dettagli meglio di quanto faccia Poe. Lo studio di Willis fu la base per un articolo sull’<i>Edinburgh Philosophical Journal</i> dell’aprile 1821. Sia questo articolo che una voce su “Automaton” nell’<i>Hutton’s Philosophical and Mathematical Dictionary</i> (Londra, 1821) di Thomas Collinson furono la fonte delle informazioni sul Giocatore di Scacchi nell’<i>Edinburgh Encyclopædia</i>. Come osserva Carroll, Poe, nel rimproverare Brewster per la sua dipendenza dalle fonti, sembra ignorare il fatto che fosse redattore sia dell’<i>Encyclopædia</i> che del <i>Journal</i>. Wimsatt commenta: «La consapevolezza di Poe del suo debito nei confronti di Brewster è dimostrata al meglio dai suoi tentativi studiati di denigrare quest’ultimo».</p>
<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="#sdfootnote13anc" name="sdfootnote13sym">13</a> Poe fu ingannato dal cassetto truccato di Kempelen. Il suo dorso si estendeva telescopicamente su rulli, tanto che, una volta aperto, raggiungeva la profondità di un baule. Una volta chiuso, occupava solo metà dello spazio disponibile, lasciando così spazio alle sue spalle per le gambe dell’uomo nascosto.</p>
<p>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Il potere del gatto nero]]></title>
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		<updated>2026-03-25T15:14:39Z</updated>
		<published>2026-03-26T04:00:03Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Libri" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Edgar Allan Poe è stato da sempre fonte di ispirazione per artisti di ogni genere. In campo letterario sono ormai innumerevoli i romanzi e i racconti che prendono spunto dalle sue storie dell’orrore. Il potere <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/il-potere-del-gatto-nero/" title="Il potere del gatto nero">[...]</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/il-potere-del-gatto-nero/"><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11295" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/potere-gatto-nero-1.jpg" alt="Il potere del gatto nero" width="200" height="300">Edgar Allan Poe è stato da sempre fonte di ispirazione per artisti di ogni genere. In campo letterario sono ormai innumerevoli i romanzi e i racconti che prendono spunto dalle sue storie dell’orrore.</p>
<p><i>Il potere del gatto nero</i> di Fabio Truppi, da poco in libreria, è una di quelle. E anche se le <i>storie a bivi</i> risalgono a decenni di anni fa, forse è la prima volta che un suo celebre racconto ne ispira una.</p>
<p><i>Il potere del gatto nero</i> è infatti una storia a bivi: durante la lettura, i lettori saranno invitati a fare delle scelte, in base alle quali saranno indirizzati a un capitolo o a un altro.</p>
<p>La storia è ovviamente ispirata al racconto “<a href="https://edgarallanpoe.it/il-gatto-nero/">Il gatto nero</a>”, che Poe pubblicò sul periodico «United States Saturday Post» il 19 agosto 1843, ricavandone 20 dollari.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-11298 aligncenter" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/potere-gatto-nero-promo.jpg" alt="Il potere del gatto nero - promozione" width="617" height="423" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/potere-gatto-nero-promo.jpg 617w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/potere-gatto-nero-promo-300x206.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 617px) 100vw, 617px" /></p>
<h2>Anteprima del libro</h2>
<h3>1</h3>
<p>Il mio nome… non è rilevante. Non in questa assurda situazione in cui il destino mi ha beffardamente relegato, costringendomi mio malgrado a vergare – con mani tremanti – quanto i miei increduli occhi si ritrovano a vedere: un abisso di indicibile e delirante follia.</p>
<p>Un incubo, in qualsivoglia frangente della vita dovesse palesarsi, in cui nessun uomo sano di mente vorrebbe mai trovarsi, tanto dal sentirmi persuaso unicamente a fare di tutto, <i>di tutto</i>, per uscirne incolume e cancellarne ogni traccia dalla propria sconcertata memoria. Semmai ciò fosse possibile.</p>
<p>Chi sono io, dunque? Un semplice servo. Sventurato testimone di quanto, nel vortice degli eventi susseguitisi, mi è dato assistere.</p>
<p>Ho servito per anni il mio padrone, un benestante signore di cui non farò mai il nome né darò elementi identificativi (perché il suo nome è pura dannazione!), e ammetterò con onestà che non pochi furono, in passato, i momenti felici nei quali il suo unico scopo sembrava quello di elargire gratitudine e benevolenza. Ma quei giorni lieti e spensierati sono svaniti come granelli di sabbia tra le dita; riportando il verso di una poesia di Edward Coote Pinkney, «Come bambini che giocano al sole, se ne sono andati, per sempre». Fatalità ha voluto che con gli anni il suo carattere mite e sensibile (tanto da circondarsi fin da giovanissimo di animali da accudire e di una timorata moglie da amare) mutasse – per via dell’alcol o di uno spirito maligno – in un essere cinico e calcolatore, di una tale perversità che a volte dubito della sua mera appartenenza al genere umano. Tanto riprovevole è divenuto a volte il suo contegno, negli ultimi tempi, da commettere azioni turpi e astruse senza provare il benché minimo rimorso.</p>
<h2>Estremi del libro</h2>
<ul>
<li>Il potere del gatto nero di Fabio Truppi</li>
<li>Leone editore</li>
<li>2026</li>
<li>144 pagine</li>
<li>Illustrato</li>
<li>16 euro</li>
</ul>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
							<uri>https://edgarallanpoe.it/</uri>
						</author>

		<title type="html"><![CDATA[La misteriosa scomparsa del busto di Poe]]></title>
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		<id>https://edgarallanpoe.it/?p=11283</id>
		<updated>2026-03-13T11:11:09Z</updated>
		<published>2026-03-18T04:00:18Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Curiosità su Poe" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>È il 18 ottobre 1987, una domenica come tante al Poe Museum di Richmond. Il pomeriggio autunnale è fresco e Tom Rowe, guida turistica, accompagna un gruppo di studenti nel giardino del museo, fino al <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/scomparsa-del-busto-di-poe/" title="La misteriosa scomparsa del busto di Poe">[...]</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/scomparsa-del-busto-di-poe/"><![CDATA[<p>È il 18 ottobre 1987, una domenica come tante al <a href="https://edgarallanpoe.it/come-nacque-il-poe-museum-di-richmond/">Poe Museum</a> di <a href="https://edgarallanpoe.it/richmond/">Richmond</a>. Il pomeriggio autunnale è fresco e Tom Rowe, guida turistica, accompagna un gruppo di studenti nel giardino del museo, fino al cosiddetto Santuario di Poe.</p>
<p>È là, sotto il pergolato di mattoni, custodito dalle ombre, che il busto di Poe, realizzato in gesso dallo scultore Edmond Thomas Quinn (1868 &#8211; 1929) nel 1908, poggia su un piedistallo. Rowe indica il busto ai ragazzi, ignaro della sorpresa che sta per abbattersi in tutto il museo.</p>
<p>«Quale busto?» è la domanda di un paio di studenti.</p>
<p>Tom Rowe si volta verso il pergolato e non crede a ciò che vede. O, meglio, a ciò che <i>non</i> vede.</p>
<p>Sul piedistallo non c’è nulla.</p>
<p>Il busto di Poe è scomparso.</p>
<h2 class="western">Breve storia del busto di Poe</h2>
<p>La Bronx Society of Arts and Sciences incaricò E.T. Quinn di scolpire il busto di Poe. Quinn aveva studiato alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts ed ebbe come maestro Thomas Eakins (1844 &#8211; 1916).</p>
<p>L’artista realizzò la scultura in gesso bianco nel 1908. Il busto servì come modello per creare una copia in bronzo che fu inaugurata di fronte all’ex <a href="https://edgarallanpoe.it/il-cottage-di-poe-a-new-york/"><i>cottage</i> di Poe</a> nel Bronx, a <a href="https://edgarallanpoe.it/new-york/">New York</a>, in occasione del centenario della nascita di Poe il 19 gennaio 1909.</p>
<figure id="attachment_11287" aria-describedby="caption-attachment-11287" style="width: 678px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-11287" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/busto-bronzo-poe.jpg" alt="Busto in bronzo di Poe" width="678" height="904" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/busto-bronzo-poe.jpg 678w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/busto-bronzo-poe-225x300.jpg 225w" sizes="auto, (max-width: 678px) 100vw, 678px" /><figcaption id="caption-attachment-11287" class="wp-caption-text">Il busto originale in bronzo di Edgar Allan Poe esposto al Poe Cottage nel Bronx, a New York. Scultura di Edmond T. Quinn. Foto di Levi L. Leland.</figcaption></figure>
<p>Ad assistere alla cerimonia c’erano quasi duecento persone. Quel giorno nevicava. La Seconda Batteria di Artiglieria da Campo sparò una salva, quindi fu tolto il velo dal busto.</p>
<p>L’evento proseguì successivamente alla New York University. Là, George Edward Woodberry (1855 &#8211; 1916), biografo di Poe, presiedette alla cerimonia e alla lettura di alcune poesie di Poe.</p>
<p>Poco tempo dopo, qualcuno vandalizzò il busto in bronzo, che fu quindi spostato nel <i>cottage</i> di Poe per proteggerlo.</p>
<p>Quinn tentò di suicidarsi nel maggio del 1929 ingoiando del veleno. Riuscì poi a porre fine alla sua vita annegandosi al largo di Governor’s Island, a New York, quattro mesi più tardi.</p>
<p>Nel 1911 la Bronx Society of Arts and Sciences donò la scultura in gesso del busto di Poe al nuovo Poe Museum di Richmond. Lì trovò varie collocazioni, finché fu posto in modo permanente nel Santuario di Poe, all’estremità nord del giardino del museo.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-11286" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/busto-poe-in-gesso.jpg" alt="Busto in gesto di Poe" width="678" height="689" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/busto-poe-in-gesso.jpg 678w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/03/busto-poe-in-gesso-295x300.jpg 295w" sizes="auto, (max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Non era comunque adatto a essere esposto all’aperto, anche se protetto dalla pioggia. Il gesso è comunque idrosolubile e l’umidità estiva della Virginia unita all’inquinamento ne erosero la superficie.</p>
<h2>Il misterioso furto del busto di Poe</h2>
<p>Al museo si chiedono come sia stato possibile rubare un busto alto 67 centimetri e del peso di 37 chili, ma soprattutto portarlo oltre un muro di mattoni di due metri e mezzo con schegge di vetro rotto incastonate nella malta sulla sommità.</p>
<p>Hanno avuto dei complici? Hanno usato una gru?</p>
<p>La polizia ha interrogato il personale del museo. L’ultima volta il busto è stato visto sabato mattina 17 ottobre, intorno alle 10:40.</p>
<p>Il furto è stato scoperto da Rowe intorno alle 15:00 di domenica 18 ottobre. Possibile che nessuno si sia accorto della scomparsa del busto fra le 10:40 di sabato e le 15:00 di domenica?</p>
<p>Bruce English, ex fisico (che presumibilmente lavorò al Progetto Manhattan), avvisò la stampa lunedì 19 ottobre. Aveva ottenuto l’incarico di direttore e presidente del Museo negli anni ’70. Non avrebbe fatto domande, disse, se il colpevole avesse restituito il busto.</p>
<p>Era assicurato per 2.000 dollari.</p>
<h2>Una bizzarra richiesta di riscatto</h2>
<p>È quasi mezzanotte, a martedì 20 ottobre mancano pochi minuti. Una telefonata interrompe il sonno di Bruce English. L’uomo risponde e ciò che dice una voce anonima lo lascia perplesso. Ma obbedisce.</p>
<p>La voce sostiene di sapere dove si trovi il busto, ma lo rivela a patto che English gli legga la poesia di Poe “<a href="https://edgarallanpoe.it/gli-spiriti-dei-morti/">Gli spiriti dei morti</a>”.</p>
<p>English non perde tempo, cerca il componimento in un volume di poesie di Poe, torna al telefono e comincia a leggere:</p>
<p><em>L’anima tua si troverà sola<br />
in mezzo a neri pensieri della grigia pietra delle tombe<br />
non Uno di tutta la folla a scrutare<br />
entro la tua ora di secretezza.</em></p>
<p>Quando termina la lettura, l’anonimo dice: «È al <i>Raven Inn</i>».</p>
<p>E riattacca.</p>
<p>Dall’altra parte del fiume James, nella contea di Chesterfield, al <i>Raven Inn</i>, un locale per motociclisti, entra un uomo con un cappello da cowboy. Ordina un cocktail per sé e una birra per il busto di Poe.</p>
<p>Non risulta che Poe bevesse birra, ma in questa storia è l’unica stranezza che può passare inosservata.</p>
<p>English nel frattempo avverte la polizia, che si reca subito al <i>Raven Inn</i>. Al bancone trova il busto di Poe con la birra di fronte e un sacchetto di carta su cui era scritta la poesia “Gli spiriti dei morti”. Dell’anonimo cowboy, ovviamente, nessuna traccia.</p>
<p>Il busto di Quinn viene quindi restituito al museo, ma English preferisce tenerlo al chiuso ed esporre una replica nel Santuario di Poe, saldamente imbullonata al piedistallo.</p>
<h2>Il busto di Poe, oggi</h2>
<p>A quanto pare, il busto originale in gesso di Poe creato da Quinn ha smesso di viaggiare: oggi si trova esposto nell’Elizabeth Arnold Poe Memorial Building del museo.</p>
<p>Tom Rowe ha continuato a lavorare come guida turistica per altri due anni, divertendosi a raccontare di come aveva scoperto il furto del busto di Poe.</p>
<p>Il ladro non è mai stato trovato.</p>
<p>All’inizio del 2016 un visitatore del museo confessò di aver conosciuto il ladro, che aveva deciso di trafugare il busto per proteggerlo da un ulteriore deterioramento per la sua esposizione all’aperto.</p>
<p>E allora per quale motivo lo restituì?</p>
<p>Il <i>Raven Inn</i> non è più un locale per motociclisti, ma è stato soppiantato da una concessionaria di auto usate. Difficile, ora, portarvi il busto di Poe e ordinare un birra.</p>
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li>zakyoung, “The Mysterious Disappearing Poe Bust”, The Poe Museum Blog, 30 ottobre 2016</li>
<li>“Edgar Allan Poe (after Edmond T. Quinn)”, The Providence Athenæum</li>
<li>Anonimo, “Upon Midnight Dreary, Bust of Poe Returned”, «Los Angeles Times», 21 ottobre 1987</li>
<li>“Edgar Allan Poe Bust”, Edgar Allan Poe Rhode Island</li>
</ul>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
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						</author>

		<title type="html"><![CDATA[Il più felice dì]]></title>
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		<id>https://edgarallanpoe.it/?p=11275</id>
		<updated>2026-03-05T11:33:51Z</updated>
		<published>2026-03-06T04:00:10Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Poesie" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>La poesia apparve dapprima senza titolo nel primo libro pubblicato da Edgar Allan Poe nel 1827, Tamerlane and Other Poems (TAOP): Untitled [The Happiest Day] [”The happiest day — the happiest hour …”]. Secondo Thomas <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/il-piu-felice-di/" title="Il più felice dì">[...]</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/il-piu-felice-di/"><![CDATA[<p>La poesia apparve dapprima senza titolo nel primo libro pubblicato da Edgar Allan Poe nel 1827, <i>Tamerlane and Other Poems</i> (<i>TAOP</i>): Untitled [The Happiest Day] [”The happiest day — the happiest hour …”].</p>
<p>Secondo Thomas Ollive Mabbott, <a href="https://edgarallanpoe.it/henry-poe/">William Henry Leonard Poe</a>, fratello di Edgar, fu il revisore della poesia, quando uscì sul «North American» il 15 settembre di quell’anno, poiché sul periodico la stampa era firmata con le iniziali W. H. P.</p>
<p>L’affermazione di Mabbott è nella sua introduzione al volume <i>Poe’s Brother: The Poems of William Henry Leonard Poe</i> del 1926, in cui si legge anche: «Non è improbabile che i cambiamenti siano stati fatti su indicazione di Edgar, poiché egli rielaborava continuamente i propri versi. Ma esiste anche la poco romantica possibilità che la poesia sia stata ridotta di dimensioni per riempire lo spazio desiderato nel giornale», ma si ignora se il commento provenga da Mabbott o dal coautore Hervey Allen.</p>
<p>Sul «North American» erano pubblicati articoli sia di William Henry sia di Edgar. Henry aveva donato al periodico alcuni manoscritti (per questo motivo compaiono sulla rivista con le iniziali “W. H. P.”: William Henry Poe).</p>
<p>Gli articoli riguardavano eventi della vita di Edgar, in particolare alla sua relazione amorosa con la signorina Sarah Elmira Royster di <a href="https://edgarallanpoe.it/richmond/">Richmond</a>, Virginia, alla sua fuga da Richmond a <a href="https://edgarallanpoe.it/boston/">Boston</a> in seguito alla rottura del fidanzamento con Elmira voluto dalla famiglia di lei sotto falso nome nel marzo 1827 e alla pubblicazione di <i>TAOP</i> pochi mesi dopo a Boston.</p>
<p>La poesia fu scoperta da Mabbott nel 1924 e annunciata nell’aprile 1926 in “Edgar Allan Poe: A Find”, in <i>Notes and Queries</i> (Londra).</p>
<p>La prima ristampa della poesia, ancora intitolata [Untitled]”, si ebbe soltanto nel giugno 1876 in “The Unknown Poetry of Edgar Poe” da parte di John H. Ingram nel periodico londinese «Belgravia: A London Illustrated Magazine», dopo il rinvenimento di <i>TAOP</i> presso il British Museum.</p>
<p>Soltanto nel 1882 la poesia apparve con il titolo “The Happiest Day” (primo verso del componimento), in <i>Poems of Edgar Allan Poe</i>, edizione curata da Henry Llewellyn Williams per Hurst &amp; Co. di <a href="https://edgarallanpoe.it/new-york/">New York</a>.</p>
<p>La prima traduzione in francese è della fine del 2008, tradotta da Jean Hautepierre in <i>Poèmes d‘Edgar Allan Poe</i>, con il titolo “Le plus beau jour, la plus belle heure”.</p>
<p>La presente traduzione italiana è invece di Ulisse Ortensi e proviene dalla raccolta del 1930 <i>Poemetti e liriche di Edgar Poe</i>, per l’editore G. Carabba. Ortensi la intitolò “Stanze”. Qui abbiamo preferito mantenere come titolo il primo verso della poesia.</p>
<h2>Il più felice dì</h2>
<p>Il più felice dì,<br />
il più felice istante<br />
il cuor mio vizzo<br />
e arido goduto ha già;<br />
svanita è la più grande<br />
speme e l’orgoglio della gloria.</p>
<p>Della gloria? Sì; tali<br />
immagino fossero<br />
le mie visioni giovanili,<br />
da tempo svanite:<br />
volin pur via.</p>
<p>Nulla più a te mi lega,<br />
Orgoglio! Altra fronte mortale<br />
irrori il velen che versasti<br />
sulla mia; tu spirito mio<br />
deh! càlmati.</p>
<p>Il più felice dì,<br />
il più felice istante,<br />
che vider gli occhi miei,<br />
vissuto già fu;<br />
sento che già l’orgoglio<br />
e la Gloria con occhio<br />
ansioso mirai.</p>
<p>Più non vorrei rivivere<br />
quell’ansia col dolore<br />
che compagno le fu:<br />
quell’ora brillante<br />
rivivere non vorrei.</p>
<p>Era nell’ali di quell’ora<br />
l’ombra e quant’essa<br />
le scrollò, cadde un’essenza<br />
che annientò un’anima<br />
di lei ben conscia</p>
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li>Edgar Allan Poe — “The Happiest Day”, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>Hervey Allen and Thomas Ollive Mabbott, “Chapter 05,” <i>Poe’s Brother: The Poems of William Henry Leonard Poe</i> (1926), Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>Tamerlane and Other Poems (1827), title page and table of contents, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li><i>Poemetti e liriche di Edgar Poe</i>, G. Carabba, 1930</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://edgarallanpoe.it/il-piu-felice-di/">Il più felice dì</a> proviene da <a href="https://edgarallanpoe.it">Edgar Allan Poe</a>.</p>
]]></content>
		
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
							<uri>https://edgarallanpoe.it/</uri>
						</author>

		<title type="html"><![CDATA[Edgar Allan Poe e Richard Parker: una curiosa coincidenza]]></title>
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		<updated>2026-02-26T15:37:18Z</updated>
		<published>2026-02-27T04:00:23Z</published>
		<category scheme="https://edgarallanpoe.it/" term="Storia delle opere di Poe" />
		<summary type="html"><![CDATA[<p>Sono in molti a parlare della sconcertante coincidenza creata dall’unico romanzo di Edgar Allan Poe, Le avventure di Arthur Gordon Pym di Nantucket. Il romanzo, incompleto, apparve sul «Southern Literary Messenger» fra il gennaio e <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/richard-parker-coincidenza/" title="Edgar Allan Poe e Richard Parker: una curiosa coincidenza">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://edgarallanpoe.it/richard-parker-coincidenza/">Edgar Allan Poe e Richard Parker: una curiosa coincidenza</a> proviene da <a href="https://edgarallanpoe.it">Edgar Allan Poe</a>.</p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/richard-parker-coincidenza/"><![CDATA[<p>Sono in molti a parlare della sconcertante coincidenza creata dall’unico romanzo di Edgar Allan Poe, <i>Le avventure di Arthur Gordon Pym di Nantucket</i>.</p>
<p>Il romanzo, incompleto, apparve sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/the-southern-literary-messenger/">Southern Literary Messenger</a>» fra il gennaio e il febbraio 1837 e poi in volume nel luglio 1838.</p>
<p>La coincidenza è sul nome di uno dei personaggi: <b>Richard Parker</b>, un marinaio. Vediamo cosa accadde a Parker nel romanzo di Poe e poi facciamo un salto in avanti di 57 anni, per conoscere una storia reale.</p>
<h2>Luglio 1827: l’ammutinamento del <i>Grampus</i></h2>
<p>Sulla baleniera <i>Grampus</i> Arthur Gordon Pym (clandestino a bordo) organizza un ammutinamento, aiutato da Dirk Peters, un marinaio, e Augustus Barnard, figlio del capitano della baleniera: uccideranno l’equipaggio, lasciando in vita soltanto Richard Parker, per aiutarli a governare la nave.</p>
<p>Il <i>Grampus</i> viene danneggiato da una tempesta, che rompe l’albero maestro, strappa le vele e allaga la stiva, ma i 4 riescono a sopravvivere.</p>
<p>Non hanno né cibo né acqua, ma praticano un’apertura sul ponte per scendere e prendere delle provviste nella dispensa, fra cui anche una piccola tartaruga.</p>
<p>Ma veniamo ai fatti precedenti. L’episodio che ci interessa accade alla fine del capitolo XI.</p>
<p>Richard Parker propone che uno dei quattro muoia per permettere agli altri di sopravvivere. Decidono così di usare delle piccole schegge di legno, che Pym avrebbe tenuto in mano, così che chiunque estragga la più corta si sacrificherebbe per salvare gli altri.</p>
<p>Peters estrae una scheggia dalla mano di Pym, ma non è la più corta. Stessa fortuna capita ad Augustus. Parker impiega alcuni minuti prima di prendere la sua. E proprio a lui, che aveva proposto quella macabra soluzione, tocca la scheggia più corta.</p>
<p>Peters uccide Parker pugnalandolo alla schiena. I tre sopravvivono nutrendosi del suo corpo.</p>
<h2>Luglio 1884: il naufragio della <i>Mignonette</i></h2>
<p>La <i>Mignonette</i> era una barca costiera lunga 15 metri, non adatta a lunghi viaggi oceanici. Eppure il Capitano Tom Dudley, 32 anni, assieme ai tre membri dell’equipaggio Edwin Stephens (il secondo), Edmund Brooks (marinaio), entrambi di 37 anni, e Richard Parker (inesperto di mare, viaggiava come mozzo), diciassettenne (secondo altre fonti aveva 19 anni), decise di navigare per 15.000 miglia da Southampton, nell’Inghilterra meridionale, fino a Sydney, in Australia.</p>
<p>Il 19 maggio 1884 salparono quindi da Southampton e puntarono verso sud per doppiare il Capo di Buona Speranza, facendo un paio di soste lungo il percorso per riposarsi e rifornirsi di provviste. Arrivarono a Madeira il primo giugno e attraversarono l’equatore il diciassette.</p>
<p>Il maltempo iniziò il 18 e durò fino al 30 giugno, quando si scatenò una burrasca, che si ritirò improvvisamente, perché il 2 luglio si trovarono in bonaccia. Il 3 erano di nuovo in balia della tempesta.</p>
<p>Verso le 4 di notte Stevens era al timone. Il Capitano Dudley lo sentì gridare «Attento!» e poi vide un’ondata violenta che gli veniva incontro. Si aggrappò al boma finché l’onda non lo travolse. Tutte le murate a poppa sparirono. Dudley si rese subito conto che la barca sarebbe affondata in breve tempo e quindi il loro primo obiettivo era prendere la scialuppa di salvataggio, una barca lunga 10 metri.</p>
<p>I quattro riuscirono appena a recuperare la bussola, un cronometro, un sestante e due scatole di rape, portandoli nella scialuppa. La <i>Mignonette</i> affondò nel giro di 5 minuti. Si trovavano a circa 1600 miglia da Città del Capo.</p>
<p>Due giorni dopo aprirono la prima scatola di rape, che durò altri due giorni. Il capitano catturò una tartaruga marina e per un altro giorno l’equipaggio poté nutrirsi della sua carne e bere il suo sangue.</p>
<p>L’acqua potabile finì dopo una settimana. Parker e Stephens non resistettero e bevvero acqua di mare, ammalandosi entrambi.</p>
<p>Il 16 luglio gli uomini iniziarono a pensare di uccidere e mangiare uno dei membri dell’equipaggio. Ne parlarono ancora, con maggior convinzione, una settimana dopo. Nel frattempo Richard Parker era entrato in coma.</p>
<p>Fu il Capitano Dudley a suggerire di sacrificare Parker. Nonostante la regola non scritta chiamata “Consuetudine del mare”, che imponeva di mantenere a tutti i costi in vita i membri dell’equipaggio, secondo Dudley il sacrificio di Parker rientrava in quell’usanza.</p>
<p>La mattina del 25 luglio decisero di uccidere Parker. Dudley recitò una preghiera e, mentre Stephens lo aiutava a tenere i piedi il ragazzo, lo uccise pugnalandolo nella giugulare col suo temperino. Soltanto Edmund Brooks non era d’accordo, ma infine anch’egli sopravvisse con gli altri mangiando la carne di Parker e bevendone il sangue. Andarono avanti così per cinque giorni, fino al 29.</p>
<p>Fu il brigantino tedesco <i>Moctezuma</i>, che trasportava un carico di nitrato dal Sud America ad Amburgo, a salvarli quattro giorni dopo, riportandoli in Inghilterra. Rimasero a bordo del <i>Moctezuma</i> per oltre un mese, finché giunsero a Falmouth il 6 settembre.</p>
<p>Dudley pensava di cavarsela grazie alla “Consuetudine del mare”, ma nel pomeriggio dell’8 settembre i tre sopravvissuti furono arrestati con un mandato firmato dal sindaco di Falmouth e condotti alla prigione del distretto. John Burton, proprietario dell’Old Curiosity Shop di Falmouth, si presentò come garante per gli uomini accusati: 400 sterline per il capitano Dudley, 400 sterline per Stephens e 200 sterline per Brooks. La cauzione fu rifiutata e i tre rimasero in carcere fino all’11.</p>
<p>Brooks testimoniò contro Stephens e Dudley, che furono dichiarati colpevoli di omicidio e condannati a morte. La pena fu poi ridotta a 6 mesi di reclusione. Brooks fu assolto.</p>
<p>Tom Dudley emigrò in Australia, dove morì di peste bubbonica nel 1894. Edwin Stephens tornò a dedicarsi al mare, ma morì indigente a Hull all’età di 66 anni. Edmund Brooks visse fino al 1919, morendo a Southampton.</p>
<p>Richard Parker è ricordato con una lapide dedicata alla sua memoria nel cimitero di Peartree a Southampton.</p>
<h2>Una coincidenza?</h2>
<p>Sì, ovviamente. Il nome di Richard Parker era comune a quei tempi. Esiste perfino un racconto di Walt Whitman del 1845 intitolato “Richard Parker’s Widow”, forse recensito quell’anno da Poe (la recensione è stata attribuita a Poe da W.D. Hull).</p>
<p>C’è di mezzo una <i>tempesta</i>, d’accordo: fenomeno più che comune nell’oceano. E anche una <i>tartaruga marina</i>: un animale marino, appunto.</p>
<p>E l’episodio del <i>cannibalismo</i>, per chi resta in mare senza cibo, non era un fenomeno così raro. Circa vent’anni prima che Poe scrivesse il suo romanzo, i superstiti della <i>Méduse</i>, una fregata navale francese che vantava 40 cannoni e combatté nelle guerre napoleoniche all’inizio del XIX secolo, si schiantò su un banco di sabbia nel 1816 durante un tentativo di colonizzazione del Senegal.</p>
<p>C’erano circa 150 marinai sulla <i>Méduse</i>. La prima notte, 20 morirono suicidandosi. Il quarto giorno ne rimanevano solo 67. Per placare la fame, si diedero al cannibalismo. L’ottavo giorno i sopravvissuti più resistenti gettarono in mare i deboli e i feriti, ancora vivi ma incapaci di salvarsi. Il 17 luglio solo 15 uomini erano rimasti, quando una nave chiamata <i>Argus</i> li incontrò, salvandoli, ma cinque morirono poco dopo.</p>
<p>Quattro anni più tardi accadde più o meno la stessa situazione all’<i>Essex</i>, affondato da un capodoglio nell’Oceano Pacifico nel 1820. Sette membri morirono durante quel periodo e furono mangiati, alcuni dopo la morte, mentre altri due sacrificati dopo un’estrazione a sorte.</p>
<p>Il cannibalismo tra i naufraghi era apertamente riconosciuto ai tempi della navigazione a vela, e i naufraghi spesso ammettevano di aver tirato a sorte per decidere chi sarebbe sopravvissuto e chi sarebbe morto.</p>
<p>Il cannibalismo, infatti, era una delle “Consuetudini del mare”.</p>
<h2>Fonti</h2>
<ul>
<li>“Edgar Allan Poe and the Cabin Boy, Richard Parker – REWIND”, Michael Kent, The Internet Says it’s True, 28 luglio 2025</li>
<li>“True story of cannibalism of Richard Parker with Poe link”, Ian Crump, The Daily Echo, 25 marzo 2025</li>
<li>“THE LOSS of the YACHT MIGNONETTE”, «The Sidney Morning Herald», 18 ottobre 1884</li>
<li>“The Story of the Mignonette”, Roger Stephens, «Maritime Views»</li>
<li>“Cannibals at Common Law”, A. W. B. Simpson, «The Illustrated London News», 20 settembre 1884</li>
<li><i>The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket</i>, Edgar Allan Poe, Edgar Allan Poe Society of Baltimore</li>
<li>“15 Things You Should Know About The Raft of the Medusa”, Kristy Puchko, «Mental Floss», 23 giugno 2021</li>
<li>Cannibalism and “Custom of the Sea”, Nantucket Historical Association</li>
</ul>
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		<author>
			<name>Daniele Imperi</name>
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		<title type="html"><![CDATA[Tre casi per Auguste Dupin: la trilogia di Poe]]></title>
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		<updated>2026-02-17T07:20:27Z</updated>
		<published>2026-02-17T04:00:40Z</published>
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		<summary type="html"><![CDATA[<p>Edgar Allan Poe non si affezionò mai ai personaggi delle sue storie – spesso, anzi, assegnò loro il più cupo e drammatico destino – eccetto che in un caso: C. Auguste Dupin. Ispirato alla figura <a class="mh-excerpt-more" href="https://edgarallanpoe.it/tre-casi-per-auguste-dupin/" title="Tre casi per Auguste Dupin: la trilogia di Poe">[...]</a></p>
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					<content type="html" xml:base="https://edgarallanpoe.it/tre-casi-per-auguste-dupin/"><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11265" src="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/02/tre-casi-per-auguste-dupin-1.jpg" alt="Tre casi per Auguste Dupin" width="200" height="334" srcset="https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/02/tre-casi-per-auguste-dupin-1.jpg 200w, https://edgarallanpoe.it/wp-content/uploads/2026/02/tre-casi-per-auguste-dupin-1-180x300.jpg 180w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" />Edgar Allan Poe non si affezionò mai ai personaggi delle sue storie – spesso, anzi, assegnò loro il più cupo e drammatico destino – eccetto che in un caso: <strong>C. Auguste Dupin</strong>.</p>
<p>Ispirato alla figura reale di <strong>Eugene Francois Vidocq</strong> – malvivente geniale divenuto poi spia della polizia e, infine, capo della polizia stessa – Dupin risolve i casi con l’osservazione e il puro ragionamento.</p>
<p>Dupin è «un individuo immobile, gelido, alto, con una pipa bianca tra i denti, e che non sorride mai» scrisse <a href="https://edgarallanpoe.it/il-mio-poe/">Mario Carli</a> in un articolo nel 1912. Secondo lo scrittore (avanguardista nelle file del Futurismo e ardito), Dupin «si identifica con Poe stesso […] Ha un orecchio finissimo che qualifica e registra fino al più sottile i rumori infernali di una tempesta, un occhio sovrannaturale che incide nella memoria la sagoma fuggevole di un fulmine, e la sa rievocare. Conta le stelle, come gli astronomi, i bambini ed i pazzi; misura a metri la portata dell’infinito, pesa a grammi un’idea, un eroismo, una scoperta. Abolisce le parole: Ignoto, Impossibile, Assurdo. Ricostruisce il superumano con la sua logica spaventosa di fuoruscito dal mondo».</p>
<p>A questo singolare personaggio Poe ha dedicato una trilogia, che nel 2025 Andrea Pacilli Editore ha riproposto in unico volume.</p>
<p>I <strong>tre racconti con Dupin</strong>, in ordine cronologico, sono:</p>
<ol>
<li>“I delitti della Rue Morgue” (The Murders in the Rue Morgue), pubblicato sul «<a href="https://edgarallanpoe.it/grahams-magazine/">Graham’s Magazine</a>» nell’aprile 1841;</li>
<li>“Il mistero di Marie Rogêt” (The Mystery of Marie Rogêt), apparso sullo «Snowden’s Ladies’ Companion» in 3 puntate: novembre 1842, dicembre 1842, febbraio 1843;</li>
<li>“La lettera rubata” (The Purloined Letter), uscito sul periodico «The Gift: A Christmas and New Year’s Present» del 1844–1845.</li>
</ol>
<h2>Nota dell’editore</h2>
<p>Quale ruolo svolge l’<i>assassinio</i> nella letteratura? Storie e storie di ogni tipo, da sempre, sono scaturite da un assassinio, da tale evento drammatico sono esplose e si sono dipanate.</p>
<p>A partire dal primo, il primo assassinio, quello di Abele da parte di Caino, evento fondativo; passando per l’<i>Iliade</i>, e poi da Romolo che uccide Remo, e giungendo al <i>Nuovo Testamento</i> con l’assassinio più clamoroso, del Cristo (nel <i>Vecchio</i> ce n’è in abbondanza). Dal punto di vista etnoantropologico Dumezil spiega che tale evento è, nelle mitologie, l’impronta del vincitore che opera un’azione fondativa imponendo sul vecchio mondo un cambiamento; questo cambiamento non può non essere che violento perché ogni <i>agire</i> è <i>violenza</i>, come sostiene Hegel: una rottura che chiude un mondo e ne apre un altro. Dal punto di vista narrativo l’assassinio, nel suo essere evento dal quale non si torna indietro, è nel contempo l’origine di ogni storia che voglia confrontarsi con la tragedia dell’esistenza. Le storie dei nostri antenati, il mondo delle fiabe, la letteratura mondiale, si sono confrontati sempre ed in ogni modo con l’assassinio nella sua dimensione tanto mitologica quanto &#8230; ordinaria, e dunque con l’esistenza nella sua quotidianità; l’evento limite è per paradosso diventato ordinario e, nel suo esser tanto <i>limite</i> quanto <i>ordinario</i>, risulta imprescindibile nel meccanismo utile a <i>far partire</i> una storia. La letteratura, il cinema, la televisione ci hanno quindi costruito le proprie fortune e, guardando i programmi televisivi dei nostri giorni, di morti assassinati la televisione ne profonde a caterve, a qualsiasi ora del giorno e della notte, declinati nelle modalità sempre più truculente.</p>
<h2>Estremi del libro</h2>
<ul>
<li>Curatore: Andrea Matteo Pacilli</li>
<li>Andrea Pacilli Editore</li>
<li>24 ottobre 2025</li>
<li>138 pagine</li>
<li>Brossura</li>
<li>9,90 €</li>
</ul>
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