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	<title>Epistemes.org</title>
	
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	<description>Studi economici e politici</description>
	<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 09:50:35 +0000</pubDate>
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		<title>Trattare con le dittature (?)</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/06/29/trattare-con-le-dittature/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 06:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Negli ultimi anni, i mass media hanno ripetuto con una certa costanza il refrain &#8220;non si tratta con le dittature&#8221;. La logica, più o meno corroborata e adottata dalla tesi (non teoria!) della pace democratica vorrebbe che le democrazie non si abbassino a dialogare con le dittature. La ragione, sic et simpliciter, sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Negli ultimi anni, i mass media hanno ripetuto con una certa costanza il <em>refrain</em> &#8220;<em>non si tratta con le dittature&#8221;</em>. La logica, più o meno corroborata e adottata dalla tesi (non teoria!) della pace democratica vorrebbe che le democrazie non si abbassino a dialogare con le dittature. La ragione, <em>sic et simpliciter</em>, sarebbe che non si può dialogare e sedersi al tavolo dei negoziati con chi non rispetta istanze democratiche e diritti umani.</p>
<p>In questo articolo proviamo brevemente a ragionare su questa impostazione logica.</p>
<p><span id="more-1511"></span>Un&#8217;analogia può essere particolarmente utile. Il premio Nobel per l&#8217;Economia <a href="http://www.princeton.edu/~deaton/downloads/deaton_great_escape_on_fogel_jel2006.pdf"><strong>Robert Fogel</strong></a> ha trovato un&#8217;interessante <strong>correlazione la ricchezza di un&#8217;area geografica e il BMI</strong> (<em>body-mass index</em>: il peso di un individuo diviso per il quadrato della sua altezza) <strong>della popolazione che la abita</strong>. Andando ad analizzare i dati di chi, negli ultimi due secoli, ha prestato il servizio militare, Fogel ha infatti notato come <strong>il BMI tenda a crescere man mano che cresce il reddito pro-capite e (di conseguenza) le calorie giornaliere immesse nel proprio organismo</strong>.</p>
<p><strong>Questa rilevazione porta quindi a trovare individui più alti laddove il reddito è più elevato</strong>. E viceversa. Se spagnoli, portoghesi, italiani e greci sono, in media, più bassi di norvegesi, svedesi, tedeschi o olandesi, lo si deve dunque in gran parte al (più lento) progresso della loro dieta nel corso dei secoli.</p>
<p>Chi ha un fratello, un cugino o un nipote più giovane avrà sicuramente notato come, in media, questi sia più alto. Ciò va esattamente nella direzione prevista da Fogel: negli ultimi due decenni, la nostra dieta è migliorata sensibilmente, soprattutto nei primi anni di età (quando ciò il nostro organismo reagisce, allungandosi o meno, alle circostanze ambientali).</p>
<p><strong>L&#8217;altezza, come si capisce, non è dunque un merito. E&#8217; un attributo, in larga parte indipendente dalla volontà del singolo</strong>. Chi è più alto non lo deve alla propria intelligenza, e neppure a quella dei genitori, ma semplicemente al maggiore livello di sviluppo economico raggiunto dal proprio Paese di origine.</p>
<p>Si capisce facilmente come un individuo che, dall&#8217;alto dei suoi 187 cm, dicesse &#8220;io non dialogo con chi è più basso di 1,70 m&#8221;, mostrerebbe solo i suoi più reconditi istinti razzisti, oltre che un notevole tasso di intolleranza.</p>
<p>Ora prendiamo le democrazie. <strong>Il fatto che l&#8217;Italia, la Germania o l&#8217;Inghilterra siano democrazie, è un merito? La risposta sembra essere no</strong>. Italia e Germania <strong>sono democrazie per via del loro particolare sviluppo storico</strong>. Sviluppo al quale non solo i loro attuali cittadini non hanno contribuito, ma al quale anche i nostri avi hanno partecipato in minima parte.</p>
<p>Come l&#8217;altezza per gli studi di Fogel, <strong>la democraticità di un Paese è dunque un attributo, non un merito</strong>. Posso tagliarmi le gambe, e dunque perdere 30 cm in un solo colpo, e così è possibile trasformare una democrazia in una dittatura, ma il salto inverso non è possibile. <strong>Perchè lo sviluppo democratico dipende in primo luogo da particolari condizioni climatiche e geologiche che, a loro volta, hanno gettato le basi per uno sviluppo economico che, ancora, in qualità di condizione necessaria ma non sufficiente, ha permesso lo sviluppo politico. Quest&#8217;ultimo ha attraversato numerose fasi fino a quando non si è giunti alla democrazia</strong>.</p>
<p>Dire &#8220;<em>non si tratta con le dittature</em>&#8220;, implicitamente suggerendo la propria disponibilità al dialogo una volta che la controparte abbia raggiunto determinati standard democratici, equivale a chiedere ad una persona alta 1,70 m di crescere nel giro di pochi minuti di 15 cm.</p>
<p>Democrazia e diritti umani, in definitiva, sono due importanti traguardi raggiunti dall&#8217;uomo. E&#8217; importante che la politica non solo li preservi ma cerchi, per quanto possibile, di favorire la loro espansione. E&#8217; importante però, allo stesso tempo, capire anche quali sono i mezzi e i meccanismi migliori per raggiungere questo fine.</p>
<p>Se vogliamo una popolazione più alta, dobbiamo fornirle una dieta piena di calorie sin dai primissimi anni di vita. Se vogliamo che un Paese diventi democratico, dobbiamo capire quali meccanismi sono da azionare. Guardando alla storia, è evidente che nè Italia, nè Spagna, Inghilterra o Stati Uniti sono diventate democrazie perchè qualche altro Stato si è rifiutato di dialogare con loro. Questa, finora, sembra l&#8217;unica verità indisputabile.</p>
<hr />
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/06/29/trattare-con-le-dittature/">Permalink</a>
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		<title>Alcune riflessioni sull’Iran</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/06/25/alcune-riflessioni-sulliran/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 13:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Dopo diversi giorni di scontri, violenze, dichiarazioni e ultimatum, è ancora presto per fare un bilancio di quanto sta accadendo in Iran. Possiamo, però, sottolineare i dati che sono emersi, e quelli che non sono emersi, nell&#8217;ultima settimana e provare a valutarli.

Abbiamo visto i brogli. Più o meno ufficialmente questi sono stati ammessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Dopo diversi giorni di scontri, violenze, dichiarazioni e ultimatum, è ancora presto per fare un bilancio di quanto sta accadendo in Iran. Possiamo, però, sottolineare i dati che sono emersi, e quelli che non sono emersi, nell&#8217;ultima settimana e provare a valutarli.</p>
<p><span id="more-1493"></span></p>
<p><strong>Abbiamo visto i brogli</strong>. Più o meno ufficialmente questi sono stati ammessi dallo stesso regime. Rimane ancora da vedere, però, <a href="http://www.chathamhouse.org.uk/files/14234_iranelection0609.pdf">la loro reale entità</a>. Alcuni sia in Iran che in Occidente, ritengono che <strong>Moussavi</strong> avrebbe battuto <strong>Ahmadinejad</strong> di misura. <a href="http://www.stratfor.com/weekly/20090622_iranian_election_and_revolution_test">Altri</a>, invece, ritengono che Moussavi avrebbe verosimilmente avuto più voti, ma le elezioni sarebbero comunque state vinte da Ahmadinejad. I brogli, più che per far vincere il cavallo preferito dal regime, sarebbero serviti per accreditarlo e legittimarlo maggiormente.</p>
<p>Ovviamente quale delle due interpretazioni sia vera non è possibile dirlo. <strong>Un dato è però certo. Abbiamo visto scendere in piazza migliaia, probabilmente centinaia di migliaia di persone. Non milioni. Non decine di milioni</strong>. Se Moussavi avesse sconfitto Ahmadinejad in maniera devastante, verosimilmente avremmo visto molte, molte più persone in piazza, e soprattutto non solo a Tehran. Avremmo visto disobbedienza civile anche nelle campagne e nelle infrastrutture del Paese.</p>
<p><strong>Allo stesso modo, tra i manifestanti abbiamo visto giovani e classe media. Non abbiamo visto appartenenti alle classi più povere, fondamentalisti religiosi, popolazioni rurali, e quant&#8217;altro</strong>. Ciò può dire qualcosa sul voto. Ma può anche, nell&#8217;ipotesi che i brogli siano stati enormi, significare semplicemente che a voler rischiare la pelle per il regime sia comunque una minoranza dei sostenitori di Moussavi.</p>
<p>Ciò ci porta ad una terza considerazione. Come illustrò <strong>Theda Skopcol</strong>, nel suo celeberrimo <a href="http://www.amazon.com/States-Social-Revolutions-Comparative-Analysis/dp/0521294991/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245899762&amp;sr=8-1"><em>States and Social Revolutions</em></a>, un attore determinante nelle rivoluzioni sociali è &#8220;l&#8217;apparato statale&#8221;, o più semplicemente &#8220;lo stato&#8221;, per via del suo monopolio dell&#8217;uso della forza. Finora, le forze armate, dai pasdaran ai basij, dalla polizia all&#8217;esercito, sono rimaste fedeli al regime. Fino a quando il malcontento sociale non si diffonderà anche tra le forze armate, influenzandone l&#8217;orientamento, le <em>chances </em>di successo della rivoluzione saranno pressochè nulle. Khomeini riuscì a ribaltare lo shah proprio perchè l&#8217;esercito si schierò dalla sua parte. Finora ciò non sembra essere successo.</p>
<p><strong>Se nel breve termine significa che le proteste verranno schiacciate nel sangue, in una prospettiva di più lungo periodo, il significato di questo dato è diverso. Tutto ciò implica che il regime è in grado a mantenere una sua base di consenso</strong>. Una base forte e compatta.</p>
<p>Sappiamo che l&#8217;Iran, e in particolare la sua economia, si basa su una serie di entità a metà tra il pubblico e privato spesso controllate proprio dai vertici delle forze armate. Di sicuro questa è una delle tante vie attraverso le quali il regime è in grado di mantenere consenso e sostegno.</p>
<p>Queste considerazioni, infine, ci portano a riflettere su altri due elementi. Il primo riguarda <strong>Moussavi</strong> e, in secondo piano, <strong>Rafsanjanì</strong>. C<strong>ome mai due figure centrali dell&#8217;establishment iraniano </strong>(uno era il primo ministro sotto Khomeini, e l&#8217;altro il Presidente della Parlamento nei primi anni della Rivoluzione)<strong> si sono schierate chiaramente e duramente contro Ahmadinejad e poi Khamenei?</strong> <strong>Forse la risposta la si può trovare proprio nei meccanismi attraverso il quale il regime foraggia il proprio sostegno tra la popolazione. Questa spaccatura suggerisce la rottura di alcuni equilibri tra i principali attori</strong>, probabilmente causata proprio da azioni che avrebbero leso gli interessi dei sostenitori di Rafsanjanì e di Moussavi.</p>
<p>Questa interpretazione è particolarmente interessante, soprattutto per via della sua implicazione principale. <strong>Moussavi, più che un riformista, un democratico o addirittura un nuovo Gorbachev</strong> (come alcuni lo avrebbero definito), <strong>sarebbe in realtà una pedina che il regime non ha più ritenuto di dover sostenere. Il suo disappunto, e le sue rimostranze, più che essere volte alla transizione democratica, sarebbero dunque intese a riportare lo status quo <em>ex-ante</em> nel Paese</strong>.</p>
<p>A sostegno di questa interpretazione vi è un dato abbastanza interessante. I manifestanti che abbiamo visto in questi giorni erano, in molti casi, giovani, studenti, portatori di vere aspirazioni di libertà. In molti casi, però, le loro aspirazioni sembravano nettamente diverse. <strong>Il verde è assurto a colore della protesta. Verde è il colore dell&#8217;Islam. I cori intonavano <em>Allah u Akhbar</em>, Allah è Grande</strong>. La figlia di Rafsanjanì, il sopra citato ex-Presidente del Parlamento (e Presidente nei primi anni Novanta), è stata arrestata mentre partecipava alle manifestazioni. Rafsanjanì è uno degli uomini più ricchi del Paese, con proprietà economiche che spaziano in tutti i settori produttivi.</p>
<p>E&#8217; ancora presto per far previsioni. Ma forse, anche in questo caso, stiamo leggendo i fatti iraniani con le lenti che ci permettono di leggere l&#8217;Occidente. L&#8217;Iran non è in Occidente.</p>
<p>Se i dati sui quali abbiamo ragionato sono corretti. E la nostra interpretazione è solida. <strong>Allora possiamo fare due previsioni. La violenza porrà fine alle proteste. E il regime resterà in piedi. </strong>Ne consegue che quelle che vediamo non sono manifestazioni per la libertà, ma semplicemente proteste volte a ripristinare un equilibrio interno tra le varie fazioni politiche. <strong>La domanda importante è come e quale sarà il nuovo equilibrio che il Paese si darà dopo questi avvenimenti. Da esso dipende il futuro dell&#8217;Iran, il suo sviluppo e soprattutto la sua politica estera</strong>.</p>
<hr />
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/06/25/alcune-riflessioni-sulliran/">Permalink</a>
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		<title>Come e perché in Italia anche la crisi è un’anomalia</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 08:40:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio -  © Liberal Quotidiano
L&#8217;evoluzione della crisi economica mostra alcune caratteristiche ormai ben definite. In particolare l&#8217;esplosione di deficit e debito pubblici, causata dalle misure di stimolo adottate dai governi ma anche dal crollo delle entrate fiscali indotto dal vuoto prodottosi nei livelli di attività economica. E&#8217; l&#8217;effetto dell&#8217;ormai noto “paradosso del risparmio”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio -  © <a href="http://www.liberal.it"><em>Liberal Quotidiano</em></a></strong></p>
<p>L&#8217;evoluzione della crisi economica mostra alcune caratteristiche ormai ben definite. In particolare <strong>l&#8217;esplosione di deficit e debito pubblici</strong>, causata dalle misure di stimolo adottate dai governi ma anche dal crollo delle entrate fiscali indotto dal vuoto prodottosi nei livelli di attività economica. E&#8217; l&#8217;effetto dell&#8217;ormai noto “paradosso del risparmio”, quello per cui famiglie ed imprese tentano contemporaneamente di ripagare il debito, e ciò crea il crollo della domanda, che a sua volta determina la riduzione dell&#8217;occupazione, che riduce il reddito, che contrae ulteriormente la domanda, in un infernale circolo vizioso. I paesi stanno affrontando questo fenomeno in modo differenziato: gli <strong>Stati Uniti</strong>, il <strong>Regno Unito</strong> ed il <strong>Giappone</strong> attraverso un forte aumento della spesa pubblica che include l&#8217;attivazione di misure di sostegno ai redditi; i paesi dell&#8217;<strong>Unione europea</strong> in ordine sparso e con intensità dello stimolo insufficiente, sul piano qualitativo e quantitativo. Riguardo il primo aspetto, si pensi all&#8217;assenza di coordinamento tra paesi in surplus commerciale, cioè che hanno un modello di sviluppo basato sull&#8217;export, e quelli in deficit (cioè che hanno basato in prevalenza la propria crescita sui consumi), e che determina il proliferare di interventi nazionali frammentati e del tutto insufficienti, che depotenziano uno stimolo che spesso è disegnato per attivarsi in modo tardivo rispetto alla congiuntura.</p>
<p><span id="more-1499"></span>Il paese che più di altri porta la responsabilità di queste misure disfunzionali è la <strong>Germania</strong>, caratterizzata da un modello economico basato sull&#8217;export ad alto valore aggiunto, perseguito anche con interventi di riduzione aggressiva del costo del lavoro, spinta dalle delocalizzazioni di inizio decennio, e con una domanda interna debole. La Germania oggi non è in grado, ammesso di averne la volontà politica, di trasformarsi in locomotiva d&#8217;Europa orientando la crescita sulla domanda interna, anche per contribuire a far ripartire quei paesi, come <strong>Irlanda </strong>e <strong>Spagna</strong>, che hanno accumulato negli anni un forte deficit delle partite correnti, e che si accingono ad attraversare un periodo di deflazione, che è quanto accade quando si debbono correggere gli squilibri delle partite correnti in un contesto di cambio fisso. E&#8217; un processo molto doloroso, di cui si ha l&#8217;impressione che i governi coinvolti non abbiano ancora realizzato appieno le conseguenze. In questo contesto, non stupisce che la Germania subisca un crollo dell&#8217;export (intra- ed extracomunitario), che provoca una voragine delle entrate fiscali. La dichiarata indisponibilità del governo di Grande Coalizione ad espandere il deficit, soprattutto a poche settimane dalle elezioni generali, e le stesse dichiarazioni del Cancelliere <strong>Angela Merkel</strong>, che ha difeso il modello di sviluppo basato sull&#8217;export, considerandolo “non modificabile” (con qualche ragione, viste sia l&#8217;inerzia di adottare un cambiamento così drammatico, sia il progressivo invecchiamento della popolazione, che spinge in direzione di un indebolimento strutturale dei consumi interni), sono destinati a mantenere l&#8217;Europa in una condizione di fragilità strutturale, ed a limitarsi a sperare nella improbabile ripresa statunitense per cavarsi d&#8217;impaccio.</p>
<p><strong>Come si pone l&#8217;Italia in questo contesto congiunturale e strutturale?</strong> Dall&#8217;inizio della crisi il governo ha battuto il tasto dell&#8217;ottimismo e della “diversità” del nostro paese rispetto alle cause della crisi. Una posizione che rischia di rivelarsi miope ed accelerare il declino del paese. Vi sono infatti due modelli di sviluppo: quello basato sull&#8217;export e quello basato sui consumi interni, variamente combinati tra essi. La <strong>Francia</strong>, ad esempio, da sempre ha un&#8217;elevata incidenza dei consumi interni sul Pil, e sta mostrando una contrazione dell&#8217;attività relativamente meno grave di quella della Germania. <strong>L&#8217;Italia, per contro, ha consumi delle famiglie stagnanti</strong>, e che nel primo trimestre si sono ulteriormente indeboliti, sottraendo alla crescita lo 0,7 per cento contro lo 0,5 per cento del quarto trimestre 2008. Quanto al nostro commercio estero, nel primo trimestre ha sottratto alla crescita ben lo 0,6 per cento, e soprattutto sembra confermare una tendenza in atto, visto che nel quarto e nel terzo trimestre 2008 l’interscambio commerciale con l’estero aveva sottratto al Pil rispettivamente lo 0,5 e lo 0,4 per cento. Per trovare un (esile) contributo positivo del commercio estero alla crescita occorre andare indietro nel tempo, al secondo trimestre dello scorso anno, quando il contributo fu positivo per solo lo 0,1 per cento. Le nostre esportazioni stanno soffrendo e ciò, a livello intracomunitario, è da mettere in relazione anche al vero e proprio crollo dell’export tedesco nell’ultimo anno.</p>
<p><strong>Da qui i dati sempre più negativi sulla contrazione del Pil italiano, che è ormai tra le più serie dell&#8217;Area Euro</strong>. Ecco perché le professioni di ottimismo da parte del governo sono fuori luogo e (soprattutto) pericolose: l&#8217;Italia è sprovvista di motori di crescita, perché bloccata dalla stagnazione dell&#8217;attività sul versante dell&#8217;export, mentre ha una domanda interna in stato comatoso. <strong>Certo, non tutto può essere imputato all&#8217;azione governativa</strong>. La profondità della crisi ed il limitato (o più propriamente nullo) margine di manovra fiscale impediscono di adottare interventi d&#8217;urto che si risolverebbero, nel breve termine, in un aumento significativo del deficit. <strong>Ma ciò non toglie che il governo non sta facendo assolutamente nulla dal versante delle liberalizzazioni, che sono la chiave di volta per innescare un aumento strutturale della crescita, potenziale ed effettiva</strong>. Anzi, quotidianamente giungono notizie di iniziative finalizzate a smantellare quel poco di liberalizzazioni adottate negli anni precedenti ad esempio su parafarmacie, servizi di trasporto pubblico locale, assicurazioni, e dopo la sconcertante operazione-<strong>Alitalia</strong>, un esempio da manuale di costruzione di una posizione dominante domestica di cui abusare, in sfregio agli interessi di consumatori e contribuenti. Le “prediche inutili” del presidente dell&#8217;<strong>Antitrust </strong>testimoniano dell&#8217;assenza di un&#8217;agenda strategica per spezzare il dominio degli <em>incumbent </em>in settori critici per la crescita di lungo termine del paese, o più propriamente di un disegno restauratore di rendite di posizione che parassitano le energie vitali del paese. <strong>Con un mercato del lavoro ancora fortemente duale, dove la precarietà è destinata a pagare un conto pesantissimo alla crisi, e a portare sulle proprie spalle quasi tutto il peso dell&#8217;aggiustamento</strong>. Un paese che liberalizza contribuisce ad aumentare la produttività totale dei fattori, e quindi ad innalzare strutturalmente la crescita economica, reperendo in tal modo risorse per un welfare realmente universalistico. <strong>Un paese che mira solo a congelare lo <em>status quo</em> è condannato al declino, ed a raggiungere rapidamente condizioni di crisi sociale profonda</strong>. Per questo motivo le tattiche dilatorie mirate ad attendere che la il mondo riparta e ci porti con sé sono garanzia di un aggravamento della nostra crisi di struttura.</p>
<p><strong>Vi è poi anche una problematica molto rilevante relativa alla gestione dello stock di debito pubblico</strong>, l’ambito in cui alcuni esponenti di governo e maggioranza credono di vedere il nostro paese in cammino verso l’equiparazione con i paesi con i quali ci confrontiamo. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (e si tratta quasi certamente di stime per difetto), in Germania il debito 2010 si attesterà all’87 per cento, con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227 per cento, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti, al 98 per cento. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80 per cento. L’Italia veleggerà comunque verso il 120 per cento del Pil, quindi non vi sarà nessun “aggancio in discesa”. <strong>E proprio in questo aspetto il nostro paese ha una vulnerabilità maggiore</strong>: come noto, il rapporto debito-Pil si autoalimenta ogni volta che il tasso reale pagato sullo stock di debito eccede il tasso di crescita reale dell’economia. Con una crescita del Pil che negli ultimi anni è rimasta prossima a zero, solo il conseguimento di ampi avanzi primari, frutto in prevalenza di aumento della pressione fiscale, ci ha permesso di stabilizzare e piegare il rapporto debito-Pil. In più, e ciò che è peggio, in questo momento ci troviamo in un ambiente certamente disinflazionistico e potenzialmente deflazionistico, e poiché lo stock di debito non paga tassi nominali negativi, <strong>il tasso reale sul debito rischia di crescere in modo significativo, e con esso il rapporto debito-Pil</strong>. Per questo motivo occorre fare l’impossibile per liberare la crescita del paese con terapie d’urto, portandola a superare il tasso d’interesse reale pagato sul debito, che è (lo ricordiamo) determinato dal tasso d’interesse reale “globale” maggiorato di un premio al rischio specifico per il paese, funzione della percezione di sostenibilità del debito e delle prospettive di crescita.</p>
<p><strong>Se al momento della ripresa l’Italia non riuscirà a crescere in modo sostenuto e costante, il rischio è quello di entrare in una traiettoria esplosiva del rapporto debito-Pil,</strong> a cui potrebbe contribuire una crisi di fiducia degli investitori esteri nel nostro debito, posseduto per oltre la metà da non residenti.</p>
<p>Magnificare un improbabile “modello-Italia”, dotato di un sistema di protezioni di welfare frammentato e storicamente centrato sulla grande impresa, e credere ancora alla leggenda del paese dotato di grande capacità di risparmio, nel momento in cui la stessa sta scomparendo, soprattutto in un contesto di <strong>declino del Pil pro-capite che è in atto da ben prima della crisi</strong>, vuol dire cullarsi nell’illusione di avere trovato la ricetta per superare una crisi epocale che può essere affrontata solo liberando la crescita e <strong>tagliando la spesa improduttiva per ridurre soprattutto la ormai patologica pressione fiscale sul lavoro</strong>, che ci vede al primo posto in Europa, retaggio di un modello di welfare ormai fallito.</p>
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		<title>La flat tax di Schwarzenegger</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 08:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Cresce il numero di stati dell&#8217;Unione costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di frenare l&#8217;emorragia delle casse pubbliche. Di fronte a buchi di bilancio che stanno diventando voragini, dall&#8217;inizio dell&#8217;anno sono 23 gli stati che hanno aumentato le tasse, ed altri 13 stanno considerando l&#8217;opzione in vista dell&#8217;approvazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Cresce il numero di stati dell&#8217;Unione costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di frenare l&#8217;emorragia delle casse pubbliche. Di fronte a buchi di bilancio che stanno diventando voragini, dall&#8217;inizio dell&#8217;anno sono 23 gli stati che hanno aumentato le tasse, ed altri 13 stanno considerando l&#8217;opzione in vista dell&#8217;approvazione del bilancio 2009-2010. Nella maggior parte dei casi questi inasprimenti d&#8217;imposta sono complementari a tagli dei servizi pubblici. Gli aumenti interessano le imposte sul reddito, sulle vendite e sulle imprese e prendono di mira un po&#8217; tutto, dalle <em>slot machines</em> alle targhe personalizzate delle auto, ai pernottamenti in albergo (settore peraltro già in grave crisi), ad alcolici e tabacco.</p>
<p><strong>Ma questo potrebbe essere solo l&#8217;inizio</strong>, visto che è pressoché certo che il deficit da colmare risulterà ben maggiore rispetto alle stime: ben 37 stati, secondo un sondaggio del <em>Wall Street Journal</em>, hanno visto cali del gettito fiscale superiori a quanto preventivato nel primo trimestre del 2009. L&#8217;inasprimento fiscale, che pare ineluttabile, finirà con il contrastare l&#8217;effetto espansivo del pacchetto di stimolo federale, ed aggraverà la recessione e la disoccupazione, che in molti stati ha già raggiunto picchi storici.</p>
<p><span id="more-1488"></span>Nel frattempo la <strong>California</strong> di <strong>Arnold Schwarzenegger </strong>rischia di diventare uno stato-spazzatura, almeno per le agenzie di rating, che minacciano <a href="http://www.reuters.com/article/marketsNews/idUSN1944927320090619">un declassamento di più livelli</a> del merito di credito. Il governatore, dopo la bocciatura del suo recente progetto di bilancio, trovandosi a lottare per colmare un deficit di 24,3 miliardi di dollari solo sei mesi dopo aver dovuto alzare le tasse per coprire un buco da 40 miliardi, medita alcune misure drastiche, come tetti vincolanti alla spesa, l&#8217;abituale lotta agli sprechi e soprattutto l&#8217;introduzione di una sorta di flat tax statale che sostituisca una molteplicità di tributi.</p>
<p>Schwarzenegger si è posto in modalità “<em>read my lips, no new taxes</em>”, ed ha ammonito i Democratici che, senza tagli di spesa, entro poche settimane l&#8217;amministrazione statale potrebbe letteralmente chiudere per mancanza di risorse e finanziamenti. I tagli sono previsti anche per ambiti finora intoccabili, come educazione, Medicaid, pensioni, prigioni. In quest&#8217;ultimo caso i contabili di Sacramento hanno scoperto che lo stato spende per ogni detenuto 49.000 dollari, il 50 per cento in più della media nazionale, e Schwarzenegger sta pertanto meditando la privatizzazione delle carceri.</p>
<p>Tornando alla flat-tax, occorre premettere che la California è uno degli Stati americani <a href="http://map.ais.ucla.edu/portal/site/UCLA/menuitem.789d0eb6c76e7ef0d66b02ddf848344a/?vgnextoid=c37f9c16c2c51110VgnVCM200000ddd76180RCRD">con la maggiore progressività fiscale</a>, con la seconda aliquota più elevata sui redditi personali, pari al 10,55 per cento, dopo New York che è al 12,62 per cento. Questa addizionale delle imposte federali sul reddito, oltre a determinare forte volatilità del gettito d&#8217;imposta durante il ciclo economico, sta inducendo molti californiani a trasferirsi nel vicino <strong>Nevada</strong> e addirittura in <strong>Texas</strong>, dove l&#8217;Irpef statale è assente. Una caratteristica del modello californiano di <em>tax and spend</em> è dato dal fatto che durante le espansioni la struttura molto ripida della curva d&#8217;imposta ed il pieno di tasse da essa indotta spingono i legislatori a spendere a mani basse; quando il ciclo rallenta, il gettito crolla ma non è possibile adottare misure di reversibilità della spesa pubblica, a causa delle insuperabili resistenze dei gruppi di pressione. Motivo per cui, alla fine, si giunge ad aumenti di tassazione ed il ciclo ricomincia. Ma questa volta siamo al capolinea.</p>
<p><strong>Schwarzenegger ha nominato una commissione <em>bipartisan</em> per la riforma fiscale incaricata di esplorare la fattibilità di un&#8217;aliquota uniforme del 6 per cento su imprese e privati, con drastica riduzione delle deduzioni</strong>. A questo livello di aliquota, date le ipotesi di lavoro (che poggiano, vale la pena ricordarlo, su un forte ampliamento di base imponibile), le simulazioni indicano che lo stato sembra essere in grado di raggiungere il pareggio di bilancio e smorzare la forte volatilità di gettito durante le varie fasi del ciclo economico e, cosa più importante, potrebbe tornare ad attrarre imprese. Non sappiamo come finirà, ma la California ha davvero poco tempo prima del collasso finale. Eventualità che, dato il peso economico dello stato, avrebbe pesantissime ripercussioni su tutti gli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Alcune considerazioni sulla proposta di Schwarzenegger.</strong> E&#8217; utile e saggia, visto il livello patologico raggiunto dalla ripidità della curva statale dell&#8217;imposta sul reddito; avrebbe innegabili effetti positivi dal lato dell&#8217;offerta, riducendo le distorsioni; ridurrebbe evasione, erosione ed elusione fiscale, oltre ad arrestare e forse invertire la tendenza alla delocalizzazione di privati ed imprese; riuscirebbe anche a preservare la sostanziale progressività del sistema fiscale statale, perché riassorbirebbe in sé anche tributi, come la <em>sales tax</em> e le accise, che sono per definizione regressivi. Restano tuttavia irrisolti problemi politici, visto che per ridurre significativamente le aliquote occorre allargare la base imponibile tagliando le deduzioni, che sono saldamente presidiate dai gruppi d&#8217;interesse.</p>
<p>Ma esiste anche una più generale obiezione di merito riguardo la riduzione della volatilità di gettito che una flat tax causa. A pochi viene da riflettere circa il fatto che, <strong>se in un paese fosse in vigore esclusivamente una flat tax, gli <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Automatic_stabilizer">stabilizzatori automatici</a> dal versante dell&#8217;imposta sul reddito semplicemente non funzionerebbero, e non ci sarebbe quindi né stimolo espansivo durante le recessioni né restrizione durante le espansioni, lasciando il peso della correzione ciclica interamente sulle spalle della politica monetaria</strong>. Come noto, in assenza di fenomeni di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Drenaggio_fiscale"><em>fiscal drag</em></a>, durante una recessione il reddito nazionale si riduce. Per effetto della progressività della curva delle aliquote, tuttavia, la il gettito fiscale si riduce in proporzione al reddito nazionale, e ciò induce un effetto espansivo. L&#8217;opposto accade durante le espansioni. Con una flat tax questo ovviamente non avverrebbe, ed occorrerebbe costituire quello che gli anglosassoni chiamano un <a href="http://www.tax.com/taxcom/taxblog.nsf/Permalink/MSUN-7T6GFG?OpenDocument">“<em>rainy day fund</em>”</a>, cioè accantonare risorse fiscali da utilizzare per sostenere il reddito durante le recessioni. Pur se non infattibile, una simile soluzione finirebbe con l&#8217;essere rimessa alla discrezionalità del legislatore, in merito al finanziamento ed all&#8217;utilizzo del fondo di emergenza, introducendo elementi di “volatilità” politica che è invece fondamentale evitare.</p>
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<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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		<title>Iran: Purtroppo non li possiamo aiutare. Risposta a Henry-Levy</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 07:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Con le elezioni in Iran, si è tornato a parlare di un dilemma a cui l&#8217;Occidente si trova spesso di fronte: aiutare i popoli oppressi a liberarsi dai loro oppressori, oppure rimanere impassibili di fronte alla tragedia? Secondo Bernard Henry-Levy, l&#8217;Occidente avrebbe l&#8217;obbligo di prestare soccorso (Corriere della Sera, 16 giugno). Simili considerazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Con le elezioni in Iran, si è tornato a parlare di un dilemma a cui l&#8217;Occidente si trova spesso di fronte:<strong> aiutare i popoli oppressi a liberarsi dai loro oppressori, oppure rimanere impassibili di fronte alla tragedia?</strong> Secondo <strong>Bernard Henry-Levy</strong>, l&#8217;Occidente avrebbe l&#8217;obbligo di prestare soccorso (<em><a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_giugno_16/occidente_ha_obbligo_di_aiutarli_bernard_henri_levy_7577ff46-5a3d-11de-8451-00144f02aabc.shtml">Corriere della Sera</a></em>, 16 giugno). Simili considerazioni sono state espresse nelle scorse settimane relativamente al popolo cinese, in concomitanza con il ventesimo anniversario della strage di Tienanmen. La questione, anche se è stata sollevata relativamente all&#8217;Iran o alla Cina, si presta a generalizzazioni e ad una discussione più ampia.</p>
<p><span id="more-1438"></span></p>
<p><em><strong>Il dovere dell&#8217;Occidente?</strong></em></p>
<p><strong>Secondo molti, l&#8217;Occidente non può rimanere a guardare. Dovrebbe intervenire, più o meno direttamente, a favore degli oppressi.</strong> Dovrebbe sacrificare i piccoli interessi di bottega, e schierarsi, senza se e senza ma, a favore di quelli che lottano per la democrazia, e contro i loro carnefici. Se c&#8217;è divergenza di vedute rispetto ai mezzi da utilizzare (alcuni sono a favore dell&#8217;uso della forza militare; altri propongono invece forme di boicottaggio più o meno generali; mentre altri ancora sono a favore di sanzioni “intelligenti”); relativamente agli obiettivi da conseguire esiste una convergenza assai ampia: abbattare i regimi e aiutare il seme della democrazia ad impiantarsi, anche dove le condizioni sono più sfavorevoli, pare essere un principio molto diffuso. Secondo i sostenitori di questa filosofia, l&#8217;Occidente ha infatti un dovere morale ad aiutare i popoli oppressi a realizzare le loro aspirazioni di libertà.</p>
<p>Purtroppo, le cose non sono così semplici come sembrano. I problemi di questa visione sono molteplici. Per ragioni di spazio, in questo articolo ci limiteremo a presentarne uno, a nostro avviso il più importante. <strong>I fattori che permettono la nascita e il mantenimento della democrazia sono interni ai paesi, non esterni. Pertanto, se le condizioni interne ad un paese non sono favorevoli, aiutare un popolo a instaurare un sistema politico democratico sarà inutile, perché questo non potrà sopravvivere, se non addirittura controproducente, in quanto potrebbe distruggere gli eventuali progressi conseguiti. </strong></p>
<p>Come scrisse <strong>John Stuart Mill </strong>- un liberale vero, e non certamente un alfiere del realismo politico -  se un popolo non riesce a conquistare la democrazia con le sue forze, allora significa che non riuscirà neanche a mantenerla, se questa dovesse essere instaurata con l&#8217;aiuto esterno (‘<em>A Few Words on Non-Intervention</em>’, 1859, in <em><a href="http://www.amazon.com/Dissertations-Discussions-Political-Philosophical-Historical/dp/1402182104/ref=sr_1_2?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245184191&amp;sr=8-2">Dissertations and Discussions</a><span style="font-style: normal;">). </span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Ciò non significa abbracciare una visione etnocentrica o deterministica della storia. Il tempo è infatti una variabile assai importante, che molti sembrano dimenticare. Il fatto che l&#8217;Occidente abbia raggiunto una forma di democrazia accettabile solo nella seconda parte del ventesimo secolo vuole dire qualcosa. Evidentemente, per i quattrocento anni di storia moderna precedenti, la democrazia non era un traguardo possibile. E&#8217; chiaro dunque che erano necessari determinati cambiamenti per il suo raggiungimento. Lo stesso è vero per i paesi ancora governati da regimi non democratici. Il fatto che questi popoli non siano ancora riusciti ad ottenere certi diritti, non significa che non ci riusciranno mai. Significa che fino ad oggi le condizioni interne non lo hanno permesso. </span></em></p>
<p><span style="font-style: normal;"><strong>Le origini della democrazia</strong></span></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><strong>Storicamente, la democrazia è sorta là dove le condizioni </strong></span><span style="font-style: normal;"><strong>interne</strong></span><span style="font-style: normal;"><strong> (e non quelle esterne) ai paesi erano favorevoli.</strong> Salvo rari casi - Panama è probabilmente l&#8217;unico - il supporto esterno da parte di altri paesi non è stato sufficiente. Nei loro rispettivi </span></em><span style="font-style: normal;"><a href="http://www.amazon.com/Social-Origins-Dictatorship-Democracy-Peasant/dp/0807050733/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245201557&amp;sr=1-1">Social Origins of Democracy and Dictatorship</a></span><em><span style="font-style: normal;"> e <a href="http://www.amazon.com/Economic-Origins-Dictatorship-Democracy-Acemoglu/dp/0521855268"><em>Economic Origins of Democracy and Dictatorship</em></a>, <strong>Barrington Moore</strong>, <strong>Daron Acemoglu</strong> e <strong>James Robinson</strong> hanno illustrato, con due metodologie completamente diverse, le origini domestiche dei regimi democratici e autocratici. <strong>Secondo questi illustri studiosi, determinante nella lotta per la democrazia sarebbero i rapporti di forza tra i vari gruppi interni ai Paesi.</strong> Là dove un gruppo (la popolazione) riesce a resistere ai tentativi oppressivi del governo, con maggiore probabilità quest&#8217;ultimo dovrà fare concessioni politiche ed economiche, fino appunto a garantire un sistema politico democratico (questa è anche la tesi di <strong>Charles Tilly</strong>, illustrata tra gli altri, nel suo</span><span style="font-style: normal;"> </span><span style="font-style: normal;"><a href="http://www.amazon.com/Coercion-Capital-European-States-Discontinuity/dp/1557863687/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245202183&amp;sr=8-1"><em>Capital, Coerction and the European States AD 990-1992</em></a></span><span style="font-style: normal;">).</span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Ciò, ovviamente, non significa che fattori </span><span style="font-style: normal;">esterni <span style="font-style: normal;">ai paesi siano ininfluenti. L&#8217;aumento del commercio internazionale nel tardo medio-evo è, nell&#8217;analisi di Moore, il fattore scatenante di tutto il processo successivo. Questo aumento dei commerci rafforzò infatti le classi mercantili inglesi, creando così la base futura per la democrazia. Là dove una classe commerciale non esisteva - come in Russia, per esempio - questo effetto non si manifestò - di qui la ragione per cui la Russia non ebbe mai una sua &#8220;primavera&#8221;. In modo simile, nell&#8217;analisi di Acemoglu e Robinson, la globalizzazione economica rafforzerebbe le classi commerciali a scapito delle </span></span></em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;">élites</span></span><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;"> al potere, rendendo dunque le sorti della democrazia più rosee in Paesi ancora oppressi da una dittatura. Lo stesso è vero per il lavoro di Tilly, che si concentra sulla competizione tra Stati in Europa, e che dunque, anch&#8217;esso, non manca di prestare attenzione a fattori </span><span style="font-style: normal;"><em>esterni</em> ai paesi</span><span style="font-style: normal;">. Fattori esterni possono dunque contribuire, ma non sono sufficienti per la nascita della democrazia. </span></span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;"><strong>Il problema di sostenere </strong></span><strong>politicamente </strong><span style="font-style: normal;"><strong>i popoli oppressi (nel nostro caso quello iraniano), si manifesta nel fatto che, anche se questi ne venissero rafforzati rispetto alle élite al potere, questo supporto dovrebbe essere poi mantenuto nel tempo per garantire la stabilità della democrazia.</strong> Altrimenti, una volta venuto meno il sostegno estero, le forze interne che si oppongono alla democrazia sarebbero in grado di riottenere il potere e vanificare così ogni risultato ottenuto. Se l&#8217;Occidente si schierasse a favore dei sostenitori di Moussavi, quale sarebbe la reazione del regime iraniano e </span>soprattutto <span style="font-style: normal;">dei sostenitori di Ahmadinejad? Non è necessario essere esperti di strategia per capire che scoppierebbe una guerra tra bande; e che il regime userebbe questo supporto come </span><span style="font-style: normal;"><em>escamotage</em></span><span style="font-style: normal;"> per reprimere con ulteriore durezza gli oppositori, che, pubblicamente verrebbero facilmente etichettati come nemici della rivoluzione, della nazione, se non addirirttura dell&#8217;Islam.</span></span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;">Inoltre, chi si sgola per spiegarci che &#8220;non dobbiamo lasciarli soli&#8221; sembra avere una visione molto naive della struttura sociale-politica di un paese governato da una dittatura. L&#8217;assunto di base sembra essere quello per cui i popoli abbiano una aspirazione naturale alla libertà. Chiaramente, questo è uno slogan diffusosi negli ultimi anni che non ha alcuna base empirica. I popoli sono mossi da interessi, paure ed emozioni, come Hobbes aveva capito quattrocento anni fa.<span style="font-style: normal;"> <strong>Samuel Huntington</strong> ha spiegato nel libro che lo rese più celebre, </span><a href="http://www.amazon.com/Political-Changing-Societies-Stimson-Lectures/dp/0300116209/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245203927&amp;sr=8-1"><em>Political Order in Changing Societies</em></a><span style="font-style: normal;">, i rischi associati alla mobilitazione popolare. Una volta che una popolazione viene mobilitata, se non ci sono istituzioni forti in grado di veicolare le sue richieste, il rischio è quello di un crollo delle strutture statali - che in termini pratici può significare una guerra civile. E come Huntington si preoccupò di sottolineare: <strong>&#8220;ci può essere stabilità senza libertà; ma non ci può essere libertà senza stabilità&#8221;.</strong></span></span></span></em></p>
<p>I cori da stadio per gli &#8220;oppressi di Teheran&#8221; sembrano dunque tradire una comprensione dei fenomeni sociali molto etnocentrica. Chi crede che in Iran sia in corso una battaglia tra il bene e il male, tra il futuro e il passato, tra il progresso e il regresso, legge i fatti di Teheran guardando al proprio cortile di casa, illudendosi di poter trarre analogie e lezioni importanti. In questo, tale atteggiamento ricorda molto quello degli esperti di sviluppo e di molti cooperanti internazionali che vanno nei paesi del terzo mondo credendo di poter risolvere la povertà dando un computer ad una tribù africana.</p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span style="font-style: normal;"><strong>In tutto ciò, non vanno dimenticati i possibili effetti negativi di un eventuale sostegno occidentale.</strong> Se appoggiare il popolo iraniano, piuttosto che quello cinese, birmano, siriano, nord coreano o cubano fosse, nel caso peggiore, inutile, allora non ci sarebbe motivo di essere contrari a questa opzione. Il problema, invece, è che nel caso peggiore tale supporto può distruggere i progressi ottenuti dai gruppi di opposizione interna, e magari relegare ogni speranza per la democrazia ad un futuro da destinarsi (senza contare la risposta politica alle nostre azioni: si pensi per esempio se l&#8217;Iran chiudesse la produzione petrolifera o se la Cina smettesse di finanziare il deficit della bilancia commerciale americana). </span></span></em></p>
<p><strong>Il caso di Cuba è forse quello più emblematico. L&#8217;invasione ordinata da Kennedy e la successiva politica di &#8220;contenimento&#8221; della minaccia cubana, anche dopo la fine della Guerra Fredda, hanno regalato ad un regime incapace e sconfitto dalla storia un longevità che mai si sarebbe potuto guadagnare da solo.</strong> Come scritto in precedenza, le origini della democrazia sono interne. In molti paesi oppressi da dittature sanguinarie, esistono movimenti che cercano, giorno dopo giorno di organizzarsi per aumentare le loro libertà. Credere di poter cambiare o anche solo accelerare il corso della storia può portare a risultati opposti a quelli sperati.</p>
<p><em><strong>Conclusioni</strong></em></p>
<p>Quest&#8217;ultimo punto merita attenzione. Molti di coloro che chiedono di intervenire a favore dei popoli oppressi sembrano ignorare la possibilità che l&#8217;effetto delle loro azioni possa essere diverso da quello voluto. Da questo punto di vista, è singolare che tra costoro vi siano molti liberali. Relativamente alle questioni economiche, i liberali sanno bene cosa sono le &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Unintended_consequence">conseguenze non intenzionali</a>&#8221; di cui aveva parlato Adam Smith. E&#8217; sulla base di queste conseguenze non intenzionali che i liberali criticano misure come lo stipendio minimo garantito (invece di alleviare la disoccupazione, la farebbe aumentare); il salvataggio pubblico delle aziende; etc. Ed è sulla base di queste considerazioni che i liberali adottano un approccio <em>pragmatico </em>quando si parla di questioni come il lavoro minorile o più in generale le condizioni di lavoro nei paesi del terzo mondo. Il progresso porterà migliori condizioni di vita, spiegano giustamente. Imporre gli standard europei nei paesi in via di sviluppo non sarebbe solamente inutile, ma anche controproducente, in quanto bloccherebbe la crescita economica e quindi i successivi progressi.</p>
<p>Quando il dibattito, dal piano economico, si sposta a quello politico, questi liberali sembrano dimenticare la loro saggezza, e approdare alla faciloneria con cui i partiti socialisti chiedono a gran voce di imporre regole sul lavoro più stringenti per proteggere i lavoratori. E così, finiscono per chiedere l&#8217;intervento dell&#8217;occidente per instaurare la democrazia là dove non è ancora sorta.  Le conseguenze non intenzionali di questa azione; eventuali effetti perversi (<em><a href="http://www.amazon.com/Gambling-Humanitarian-Intervention-Hazard-Rebellion/dp/0415379466/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;s=books&amp;qid=1245237536&amp;sr=8-1">moral hazard</a></em>, ad esempio) vengono tutti ignorati sull&#8217;altare del perseguimento del bene assoluto. La contraddizione epistemologica nella quale questi liberali cadono rende palese la debolezza di questo approccio alla politica estera.</p>
<p>Non crediamo di aver svelato alcun arcano. Più semplicemente, crediamo che i processi politici siano complicati, complessi e difficili da capire. Crediamo che proporre soluzioni facili può essere intellettualmente gratificante, ma non si può credere di essere presi seriamente. Concludiamo con una citazione di <strong>Hans Morghentau</strong>, padre del realismo classico, la cui saggezza dovrebbe invece far riflettere quanti credono di avere sempre delle soluzioni a portata di mano.</p>
<blockquote><p>&#8220;Good motives give assurance against deliberately bad policies; they do not guarantee the moral goodness and political success of the policies they inspire.&#8221; Hans Morgenthau</p></blockquote>
<hr />
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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		<title>Truppe aggiuntive in Afghanistan? No, grazie.</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 07:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Secondo alcune indiscrezioni del Corriere della Sera, il Presidente del Consiglio si appresterebbe a raccogliere la richiesta americana rivolta agli alleati europei di aumentare le truppe in Afghanistan. Purtroppo, tale scelta sembra ripercorrere una tradizione tutta italiana che va sin dal nostro risorgimento, quando con la missione in Crimea guidata da Lamarmora, Cavour [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Secondo alcune indiscrezioni del <em>Corriere della Sera</em>, <strong>il Presidente del Consiglio si appresterebbe a raccogliere la richiesta americana rivolta agli alleati europei di aumentare le truppe in Afghanistan. Purtroppo, tale scelta sembra ripercorrere una tradizione tutta italiana che va sin dal nostro risorgimento, quando con la missione in Crimea guidata da Lamarmora, Cavour tentò di raccogliere il sostegno degli alleati europei per la causa italiana.</strong></p>
<p><span id="more-1401"></span>Se a quel tempo la partecipazione ad operazioni militari era la &#8220;moneta&#8221; con la quale si comprava il sostegno in politica internazionale, altrettanto non si può dire per il sistema mondiale dei giorni nostri, nel quale la forza economica (si veda il peso politico di Germania e Giappone) vale molto di più della dispiegazione degli eserciti in territori stranieri.</p>
<p>Le missioni in Iraq (2003) e Libano (2006), ma altrettanto si può dire per quasi tutte le altre, appartengono a questa tradizione. I<strong>ndipendentemente dallo schieramento politico al potere, sembra che i nostri rappresentanti e i nostri governi siano convinti dell&#8217;efficacia della </strong><em><strong>militarizzazione</strong></em><strong> della politica estera italiana.</strong> In verità, oltre che sconquassare il bilancio del Ministero della Difesa - già colpito da pesanti e continui tagli (anche questi, costanti nel tempo, e indipendenti dal colore dei governi in carica), questa strategia sembra aver portato a <a href="http://epistemes.org/2008/06/13/perche-gli-usa-non-ci-vogliono-nel-51-o-i-nostri-drammatici-errori/">ben pochi risultati tangibili</a>.</p>
<p>Oltre a esprimere rassegnazione, non sembra esserci molto da dire. Auspichiamo che un giorno, anche nel nostro paese possa emergere un dibattito serio sulla politica estera, che invece di essere il risultato di una &#8220;guerra tra bande&#8221; interna e della necessità di guadagnare consenso domestico, tirando per la giacchetta l&#8217;alleato americano, possa davvero mirare a promuovere gli interessi italiani.</p>
<p>L&#8217;Afghanistan rappresenta un fronte difficile. E&#8217; possibile che un aumento del nostro contingente sia necessario. Ciò che è certo è che la strategia italiana sta diventando insostenibile. Da una parte, le forze armate vedono continue riduzioni dei stanziamenti a loro favore. Dall&#8217;altra, le stesse forze armate vengono sommerse da nuovi impegni. Decidere di mandare nuove truppe in Afghanistan è una decisione legittima. Si può essere favorevoli o meno. Ma ha un suo senso politico. Decidere di non finanziare le forze armate e, contemporaneamente, sopraffarle di nuovi compiti, è un&#8217;aberrazione - oltre che un insulto che mette a repentaglio la sicurezza stessa dei nostri militari.</p>
<p>Se le truppe italiane sono considerate tanto importanti - allora si aumentino gli stanziamenti alla difesa. Altrimenti, si eviti di usarle a piacimento come oramai sta avvenendo da oltre un decennio.</p>
<hr />
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		<title>Iran, istruzioni per il lettore</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 06:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
L&#8217;articolo sulle elezioni in Iran pubblicato su Epistemes venerdì scorso ha scatenato una valanga di commenti che ci sono giunti sia sul sito, che sull&#8217;email, che via Facebook, senza contare quelli apparsi qui e là su internet. Rispondiamo brevemente alle varie critiche, chiarendo (in realtà ribadendo) quanto abbiamo scritto venerdì.
Nell&#8217;articolo parlavamo degli importanti elementi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>L&#8217;articolo sulle elezioni in Iran pubblicato su <a href="http://epistemes.org/2009/06/12/la-dittatura-dei-dibattiti-presidenziali-in-televisione/"><em>Epistemes</em></a> venerdì scorso ha scatenato una valanga di commenti che ci sono giunti sia sul sito, che sull&#8217;email, che via <em>Facebook</em>, senza contare quelli apparsi qui e là su internet. Rispondiamo brevemente alle varie critiche, chiarendo (in realtà ribadendo) quanto abbiamo scritto venerdì.</p>
<p><span id="more-1427"></span><strong>Nell&#8217;articolo parlavamo degli importanti elementi democratici insiti nel sistema politico iraniano</strong>. Nostre fantasie? No, più autorevoli studiosi di regimi politici comparati e di democrazia hanno, negli anni, sottolineato la complessità del regime iraniano ed evidenziato i suoi elementi democratici. Ovviamente, nessuno qui diceva che l&#8217;Iran fosse una ridente democrazia (concetto ribadito anche venerdì). L&#8217;articolo iniziava infatti ricordando come l&#8217;Iran rimanga una teocrazia.</p>
<p><strong>Questa discussione ci portava poi alle elezioni</strong>. Dopo aver sottolineato come la corsa elettorale sia di fatto definita dai Guardiani della Rivoluzione che decidono chi ammettervi, sottolineavamo come i vari sfidanti partecipassero a dibattiti televisivi, come i sostenitori delle due fazioni potessero sfilare in strada, e quindi come in definitiva ci fosse una, seppure limitata, libertà di espressione. Libertà che, per esempio, non abbiamo mai visto in Cina, in Iraq, in Myanmar.</p>
<p><strong>Il caso dell&#8217;Iraq di Saddam ci portava poi ad analizzare la questione dei brogli</strong>. Non dicevamo che non ce ne sarebbero stati - contrariamente a quanto alcuni sembrano aver capito. Dicevamo, invece, che &#8220;le elezioni non sembrano soggette a brogli o violenze <strong>simili</strong> a quelle dell’Iraq saddamita&#8221; (enfasi aggiunta). La frase è abbastanza chiara, non sembrano necessari ulteriori chiarimenti.</p>
<p><strong>Concludevamo, poi, sottolineando come questi elementi siano quelli fondamentali se si vuole favorire un&#8217;evoluzione democratica iraniana</strong>. Il concetto non sembra molto difficile, eppure alcune critiche sembrano mostrare una certa incapacità (più che assenza di volontà) di comprenderlo. Più che bombardare l&#8217;Iran, per poi far nascere la democrazia dalle sue macerie, lo studio dei processi politici del Novecento suggerisce di favorire il rafforzamento di questi elementi democratici interni. La transizione non solo sarà più facile e indolore, ma avrà anche maggiori probabilità di successo.</p>
<p>Questi sono i fatti. A questi ci atteniamo.</p>
<hr />
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
<a href="http://epistemes.org/2009/06/16/iran-istruzioni-per-il-lettore/">Permalink</a>
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		<title>La politica estera italiana - un anno dopo</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 12:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea e Mauro Gilli
Un anno fa, all&#8217;indomani delle elezioni politiche nel nostro paese, Epistemes, insieme ai Riformatori Liberali e a l&#8217;Opinione, organizzò una conferenza sul futuro della politica estera italiana. Insieme a noi, tra gli altri, parteciparono l&#8217;onorevole Benedetto Della Vedova, il senatore Marco Perduca, l&#8217;ex-parlamentare Marco Taradash, il dirigente dei riformatori liberali Carmelo Palma, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea e Mauro Gilli</strong></p>
<p>Un anno fa, all&#8217;indomani delle elezioni politiche nel nostro paese, <em>Epistemes</em>, insieme ai Riformatori Liberali e a <em>l&#8217;Opinione</em>, organizzò una conferenza sul futuro della politica estera italiana. Insieme a noi, tra gli altri, parteciparono l&#8217;onorevole <strong>Benedetto Della Vedova</strong>, il senatore <strong>Marco Perduca</strong>, l&#8217;ex-parlamentare <strong>Marco Taradash</strong>, il dirigente dei riformatori liberali <strong>Carmelo Palma</strong>, e il dirittore dell&#8217;Opinione <strong>Arturo Diaconale</strong>. La nostra posizione - contrapposta a quella degli altri relatori - era che la politica estera italiana sarebbe stata contraddistinta, durante il nuovo corso berlusconiano, da cinismo e pragmatismo.</p>
<p><span id="more-1397"></span></p>
<p>La conferenza nacque sull&#8217;onda di alcuni articoli pubblicati su <em>Epistemes</em> e su <em>l&#8217;Occidentale</em>. Specificamente, l&#8217;on. <strong>Fiamma Nirenstein</strong> alla vigilia delle elezioni aveva più volte affermato che il futuro governo avrebbe fatto di democrazia e diritti umani l&#8217;asse portante della politica estera del nuovo gornerno. Purtroppo, ella non poté partecipare per via di impegni parlamentari sopraggiunti all&#8217;ultimo momento.</p>
<p>Già allora, tra la pubblicazione di un nostro articolo su Epistemes, e i primi passo del governo, una serie di azioni, dichiarazioni e atti indicavano una certa forza della nostra posizione. Ad un anno di distanza proviamo a fare un&#8217;analisi di più lungo respiro.</p>
<p><strong>La domanda da porsi è se, dopo 12 mesi di governo Berlusconi IV, la politica estera italiana sia stata dominata da forti aspirazioni ideali. Ovvero, bisogna chiedersi se sia vero il contrario e i nostri rapporti verso l&#8217;estero siano stati dominati da pragmatismo e cinismo</strong>.</p>
<p><strong>Nell&#8217;agosto 2008, allo scoppio della guerra tra Russia e Georgia, il Governo italiano sposò immediatamente e irrimediabilmente la linea di Mosca</strong>. Al di là di alcune ragioni sia morali che di legalità internazionale che potrebbero, comunque, giustificare questa posizione, il nostro Governo affermò senza troppi problemi che i rapporti petroliferi con Mosca erano ben più importanti della nascente (o morente) democrazia georgiana.</p>
<p>Di recente, <strong>quelle posizioni si sono concluse con la firma dell&#8217;accorso sulla pipeline South Stream</strong> che ci vede partner privilegiati della Russia nella costruzione di un condotto che fornisca le risorse energetiche all&#8217;Europa.</p>
<p><strong>Successivamente arrivò l&#8217;accordo con la Libia</strong> - in cambio di alcuni miliardi di dollari e un impegno a favorire le infrastrutture e l&#8217;industrializzazione del Paese, Italia e Libia cementavano i loro rapporti economici (petrolio e investimenti finanziari libici in Italia) e politici (controllo delle migrazioni, etc.). <strong>Nei giorni passati, Gheddafi </strong>(un satrapo del livello di Saddam Hussein e Bashar al-Assad) <strong>è stato in visita a Roma riverito con tutti gli onori</strong>. Si noti che le reverenze offerte a Gheddafi non sono frutto di improvvisazione o assenza di decenza. Piuttosto, esse rappresentano un calcolo particolarmente sottile: dopo aver rafforzato i legami petroliferi con Mosca, mostrando di essere anche legatissimi a Gheddafi, cerchiamo di essere meno deboli nella nostra relazione con la Russia.</p>
<p><strong>L&#8217;on. Nirenstein affermava che con il governo Berlusconi non avremmo più visto imbarazzanti passeggiate a braccetto con individui rei delle peggiori violenze</strong> (nel caso si riferiva ad Hizbullah). I fatti sembrano darle torto. Gheddafi non sarà un Saddam, ma certo non è un modello di rispetto dei diritti umani.</p>
<p>Il caso di Gheddafi è però emblematico per un&#8217;altra ragione. Esso mostra come, alla fine, democrazia e pace non siano necessariamente correlate. Gheddafi è al potere da quarant&#8217;anni, ultimamente ha deciso di vivere in pace con l&#8217;Occidente e dunque ora il suo Paese rappresenta una pedina fondamentale contro il terrorismo, l&#8217;instabilità in Medio Oriente e anche il ricatto energetico.</p>
<p><strong>Casi analoghi dove i valori sembrano essere stati riposti in secondo piano ce ne sono altri: dal dialogo con Hizbullah, alle posizioni sull&#8217;Iran fino al nostro potenziale ruolo a Gaza</strong>. Per molti versi, <strong>l&#8217;Italia sembra infatti tornata alla politica di equivicinato del Divo Giulio</strong>.</p>
<p>In conclusione, nel centro-destra italiano c&#8217;è un certo fermento anti-obamiano. Si fa riferimento alle sue posizioni concilianti con Islam, mondo arabo e Iran come ad un segno della scelleratezza del nuovo corso di politica estera americano e ad una prova del loro fallimento. Quando Berlusconi, all&#8217;indomani delle presidenziali americane, disse di essere molto simile ad Obama, non aveva del tutto torto. La sua politica estera sembra infatti essere ispirata dagli stessi principi di quella obamiana. Dialogo, pragmatismo, assenza di ideologia, freddo calcolo.</p>
<p>E&#8217; singolare che in Italia non se ne sia ancora accorto nessuno. E&#8217; ancora più singolare che non se ne sia accorto chi, come l&#8217;on. Nirenstein, un anno fa ci prometteva l&#8217;esatto contrario.</p>
<hr />
<p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2009. |
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		<title>Una banca può salvare una banca?</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 07:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio -  © Liberal Quotidiano
L&#8217;ultima edizione del Global Financial Stability Report del Fondo Monetario Internazionale stima che le banche europee avranno bisogno di iniezioni di nuovo capitale da un minimo di 375 ed un massimo di 725 miliardi di dollari, a fronte di una cifra compresa tra 275 e 500 miliardi di dollari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio -  © <a href="http://www.liberal.it"><em>Liberal Quotidiano</em></a></strong></p>
<p>L&#8217;ultima edizione del <em>Global Financial Stability Report</em> del <strong>Fondo Monetario Internazionale</strong> stima che le banche europee avranno bisogno di iniezioni di nuovo capitale da un minimo di 375 ed un massimo di 725 miliardi di dollari, a fronte di una cifra compresa tra 275 e 500 miliardi di dollari per le banche statunitensi. Nessuno conosce la reale entità di tale fabbisogno, naturalmente, ma quello che appare evidente è che <strong>molte banche europee hanno seri problemi</strong>, malgrado una regolazione apparentemente più rigorosa rispetto a quella delle consorelle anglosassoni. Il mancato risanamento delle banche europee è destinato ad avere un considerevole impatto sull&#8217;economia della regione, dove l&#8217;intermediazione creditizia è fondamentale nel finanziamento di imprese e famiglie, che potrebbero quindi subire gli effetti di un razionamento di credito erogato a condizioni più restrittive, in attesa che gli accresciuti margini di interesse riparino i bilanci delle banche.</p>
<p><span id="more-1411"></span><strong>Tentare di impedire questo impatto negativo sarà difficile</strong>, anche se il buon andamento dei mercati finanziari e l&#8217;abbondante liquidità che vaga per il pianeta alla ricerca di impieghi remunerativi potrebbero essere d&#8217;aiuto nella raccolta di nuovo capitale azionario, similmente a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove le banche stanno rapidamente colmando il deficit di capitale quantificato negli esiti dello stress test del Tesoro. Ma se il mercato non dovesse aiutare, gli stati dovranno ipotizzare di rimettere mano al portafoglio, oltre ad essere chiamati a dare una risposta al problema della regolazione su base transnazionale del sistema creditizio, attività dove il nazionalismo agisce da vera iattura, impedendo la razionalizzazione del sistema creditizio europeo. <strong>La Bce si accinge poi ad attuare il proprio programma di <em>easing</em> quantitativo, o più propriamente creditizio</strong>. A partire dal mese di luglio, e per un periodo di 12 mesi, l&#8217;isituto di  Francoforte comprerà fino a 60 miliardi di euro di <a href="http://www.borsaitaliana.it/documenti/rubriche/sottolalente/coveredbond.htm"><em>covered bonds</em></a>, obbligazioni che hanno come sottostante dei prestiti, spesso ma non esclusivamente mutui ipotecari. La manovra resta per ora avvolta nella nebbia dell&#8217;assenza di concrete indicazioni operative.</p>
<p><strong>Trichet si troverà poi a dover affrontare altre contingenze avverse, come la condizione del bilancio pubblico americano</strong>. Con 2000 miliardi di dollari di emissioni di titoli pubblici previste per quest’anno e solo 300 miliardi di acquisti a fermo da parte della Fed (di cui ad oggi ne sono stati eseguiti il 37 per cento), ci sono timori per il finanziamento del debito federale. Con buona probabilità, il programma di acquisti della banca centrale statunitense potrà (e dovrà) essere aumentato per frenare l’ascesa dei rendimenti. <strong>La Fed, dovendo scegliere, preferirà quindi rischiare una crisi del dollaro piuttosto che ritrovarsi con una crisi di finanziamento del bilancio</strong>, anche perché le passività estere nette degli Stati Uniti sono solo il 18 per cento del Pil, e per quasi il 90 per cento sono denominate in dollari. Perciò, un dollaro più debole avrebbe un impatto minimale sulle passività estere nette americane. Ma una forte svalutazione del dollaro porrebbe gravi problemi ai paesi dell&#8217;euro, che vedrebbero ulteriormente danneggiata la propria capacità di esportare. A quel punto, il cerino tornerebbe giocoforza nelle mani di Trichet, stretto tra una congiuntura avversa ed i pressanti “inviti” di <strong>Angela Merkel</strong> a non seguire la strada imboccata dalla Fed e dalla Bank of England.</p>
<hr />
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		<title>La dittatura dei dibattiti presidenziali in televisione</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 06:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Oggi si vota in Iran. Le elezioni hanno un&#8217;importanza storica. Vengono in un momento di crisi del sistema internazionale. Vengono dopo cinque anni di radicalismo sotto Ahmadinejad. Soprattutto, esse rappresentano una sorta di &#8220;o ora o mai più&#8221; per l&#8217;Iran: le riforme politiche e soprattutto economiche di cui il Paese ha bisogno non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Oggi si vota in Iran. Le elezioni hanno un&#8217;importanza storica. Vengono in un momento di crisi del sistema internazionale. Vengono dopo cinque anni di radicalismo sotto Ahmadinejad. Soprattutto, esse rappresentano una sorta di <em>&#8220;o ora o mai più&#8221;</em> per l&#8217;Iran: le riforme politiche e soprattutto economiche di cui il Paese ha bisogno non possono più attendere molto. Il loro risultato avrà dunque un enorme impatto sia sulla politica interna che su quella internazionale.</p>
<p><span id="more-1394"></span></p>
<p>Il primo elemento sul quale bisogna ragionare è che l&#8217;Iran, pur rimanendo una teocrazia, dove sia il corpo legislativo che quello esecutivo sono spesso sopraffatti da organi non elettivi quali il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione o dal Leader Supremo, ha <strong>importanti elementi democratici al suo interno</strong>. Il presidente e il Parlamento si rinnovano regolarmente. Le elezioni non sembrano soggette a brogli o violenze simili a quelle dell&#8217;Iraq saddamita. I candidati per le presidenziali addirittura si sfidano in televisione. Ciò non significa che l&#8217;Iran sia un gioiello di democrazia: il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione per esempio decide chi ammettere alla corsa elettorale. Il nostro punto è che, almeno chi crede che la democrazia sia la chiave di volta per risolvere le controversie internazionale, dovrebbe cercare di rafforzare questi elementi più che suggerire di spazzarli via attraverso operazioni militari aeree.</p>
<p><strong>L&#8217;Iran rimane un Paese centrale dello scacchiere internazionale. La sua posizione </strong>(tra Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale), <strong>le sue dimensioni </strong>(70 milioni di abitanti, per una superficie pari a quella di Germania, Francia, Spagna e Polonia), <strong>le sue risorse</strong> (petrolifere e di gas) <strong>lo rendono infatti un elemento imprescindibile dell&#8217;ordine internazionale</strong>. Durante gli otto anni di George W. Bush, l&#8217;America ha pensato di poter fare a meno dell&#8217;Iran. I risultati li abbiamo visti sul fronte iracheno, afghano e nucleare. Nell&#8217;attuale fase di indebolimento relativo di Washington, l&#8217;Iran diventa ancora più importante - e necessario. <strong>Capire e ragionare con i suoi interessi e obiettivi, anziché ostracizzarli <em>ex-ante</em>, continua dunque ad essere la strategia per gestire i punti di tensione e l&#8217;ordine internazionale del Medio Oriente</strong>.</p>
<p>A ridosso delle elezioni in Francia, in Italia e negli Stati Uniti, abbiamo sempre sottolineato come, relativamente alla politica estera, gli elementi di continuità avrebbero prevalso su ogni tentativo di rottura radicale rispetto al passato. Anche nel caso iraniano, non bisogna farsi illusioni sul corso estero del Paese.</p>
<p><strong>L&#8217;Iran continuerà ad ostracizzare Israele. Continuerà ad infiltrarsi in Iraq e Afghanistan. E soprattutto continuerà la sua corsa al nucleare. Se le democrazia con il <em>pedigree</em> non cambiano in maniera significativa la loro politica estera dopo un avvicendamento al potere, non si capisce come ciò possa accadere in Paesi meno democratici</strong>. Il punto centrale è che, se anche l&#8217;Iran dovesse democratizzarsi completamente, è difficile pensare che questi tre pilastri della sua politica estera vengano abbandonati.</p>
<p>L&#8217;Iran ha le potenzialità e le ambizioni per diventare una potenza egemone in Medio Oriente. La sua attività a Kabul e Baghdad è strumentale a questi fini. Se l&#8217;Iran diventasse una democrazia difficilmente cambierebbe rotta - almeno nel medio-lungo termine. Il discorso sul nucleare è analogo: il programma atomico è fortemente voluto dalla popolazione (il <em>demos</em>) sia per motivi di orgoglio nazionale che come strumento di arricchimento: la logica non molto peregrina è che se il fabbisogno energetico domestico venisse soddisfatto con l&#8217;energia nucleare, allora tutto il gas e il petrolio potrebbe essere esportato - con gli evidenti guadagni economici del caso.</p>
<p>Questa sera, o più probabilmente domani sapremo chi ha vinto le elezioni iraniane. A dispetto del risultato, conviene continuare a tenere presente gli elementi cha abbiamo sottolineato - perchè sono quelli che continueranno a contare nei prossimi anni.</p>
<hr />
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