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Il casino che la sua visita ha creato, per fortuna, anche. Voglio spendere lo stesso, però, due parole, su quanto visto in questi giorni. Partiamo dai fatti. Gheddafi è venuto in Italia e come sempre ha voluto organizzare le sue pagliacciate. Lo scompiglio politico che è seguito è stato [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p><p><strong>Gheddafi è andato. Il casino che la sua visita ha creato, per fortuna, anche</strong>. Voglio spendere lo stesso, però, due parole, su quanto visto in questi giorni.</p><p><span id="more-2795"></span>Partiamo dai fatti.<strong> Gheddafi è venuto in Italia e come sempre ha voluto organizzare le sue pagliacciate</strong>. Lo scompiglio politico che è seguito è stato enorme. <strong>Molte delle critiche sentite, però, non hanno proprio senso</strong>. Nei paragrafi che seguono le analizzo una ad una.</p><p>In primo luogo, bisogna partire dal contesto o &#8211; come ai neorealisti come il sottoscritto piace dire &#8211; ai rapporti di forza. <strong>L&#8217;Italia dipende dalla Libia per i suoi rifornimenti di idrocarburi (petrolio e gas). Inoltre, la sicurezza interna è fortemente minacciata dagli sbarchi di clandestini: anche questi in arrivo dalla Libia</strong>.</p><p>Si può ragionare di morale, di etica, il punto però non cambia: <strong>la Libia ci ha in scacco</strong>. Per liberarci della sua tutela energetica dobbiamo diversificare. Processo appena, vagamente, iniziato dall&#8217;attuale governo ma che né è sufficiente né è immediato. Per quanto riguarda gli sbarchi, il problema è sistemico: l&#8217;Africa ha un eccedenza demografica. La diffusione di medicine e pratiche mediche moderne blocca il famoso ciclo maltusiano, per cui il Continente produce più esseri umani di quanti ne può sfamare, le dinamiche dei prezzi mondiali spingono poi questi individui nelle aree dove possono trovare un lavoro: l&#8217;Europa. Il punto di partenza è la Libia, l&#8217;arrivo è l&#8217;Italia. La Libia è l&#8217;unico Paese che può cercare di alleviare questa &#8211; comunque enorme &#8211; pressione.</p><p><strong>Veniamo ora alle critiche. La prima che ho sentito riguarda l&#8217;accoglienza riservata a Gheddafi da Frattini e che, a dire di molti, sarebbe malauguratamente andato a riceverlo all&#8217;aeroporto. Questa critica non ha senso. Ciò che vediamo è pura prassi diplomatica</strong>. Qualunque capo di Stato o rappresentante di un governo che arriva in un Paese estero viene ricevuto da un rappresentante dello Stato che lo accoglie.* Ovviamente c&#8217;è una corrispondenza di ruoli per cui non si manda il portinaio della Farnesina a ricevere Obama. <strong>In secondo luogo, vista la dipendenza energetica di cui sopra, la presenza del Ministro degli Esteri è un atto più che lecito. Qualuno non è d&#8217;accordo? Allora facciamo un bel </strong><em><strong>counterfactual</strong></em><strong>: quali reazione si sarebbero scatenate se, vista la mancata accoglienza, Gheddafi fosse tornato indietro in Libia e avesse bloccato i rifornimenti di idrocarburi nel nostro Paese?</strong> In particolare, quelli che si lamentano della presenza di Frattini avrebbero reso omaggio al Ministro, in quella circostanza? Ne dubitiamo.</p><p><strong>La seconda critica riguarda le 500 ragazze pagate da Gheddafi per assistere ai suoi miserevoli sermoni</strong>. Anche in questo caso, ho sentito affermare l&#8217;inaccettabilità della posizione del governo, reo &#8211; secondo molti &#8211; di aver permesso questa gazarra. Anche in questo caso, la critica non ha senso. <strong>Gheddafi è un capo di Stato, ma anche un libero cittadino. Questi è libero di spendere i suoi soldi come vuole</strong>. Gheddafi non ha rapito nessuno. Non ha usato soldi dello Stato italiano. <strong>Non mi è davvero chiaro cosa, in questo frangente, si doveva fare: bloccare un libero scambio di mercato &#8211; per quanto di cattivo gusto &#8211; tra cittadini? </strong>E come? Sulla base di quali leggi?</p><p><strong>La terza critica riguarda il famoso tendone. Molti hanno affermato che Gheddafi si può permettere di fare queste sceneggiate solo da noi</strong>. In altri Paesi, non sarebbe possibile. Ovviamente non è vero. <strong>Lo scorso anno Gheddafi andò all&#8217;ONU e mise letteralmente k.o. gli ascoltatori (i capi di Stato di tutto il mondo) con un discorso fiume di 3 ore</strong>. Quando nel 2004 si ricongiunse con l&#8217;Occidente andò a Bruxelles con il suo codazzo di amazzoni e finti ammiratori. Questi ultimi poi si lanciarono verso di lui per toccarlo. Per fortuna le amazzoni intervennero tempestivamente &#8211; sotto l&#8217;occhio sbalordito di Prodi &#8211; per proteggere Gheddafi. Nel 2008 fu invitato ufficialmente a Londra: <strong>chiese che gli dessero Hyde Park per allestire il suo circo</strong>. La visita fu poi annullata &#8211; era legata all&#8217;OPEC &#8211; resta il fatto che Gheddafi non si fece scrupoli di chiedere alla Regina uno dei suoi più parchi più belli. Magari non glielo avrebbero poi concesso: dubitiamo però che il Ministro degli Esteri non sarebbe andato a riceverlo o che avrebbero bloccato la sua predica a qualche centinaio di ragazze.</p><p>Restiamo però sull&#8217;Inghilterra. Molti affermano che in altri Paesi quanto abbiamo visto non sarebbe successo. Per certi versi, ciò è vero: la ragione è duplice. In primo luogo, Gheddafi fa pochissime visite all&#8217;estero. E quando le fa, va nei Paesi dove può fare la sue pagliacciate. Colpa del governo in carica? Direi proprio di no: la ragione è la prima cosa detto in questo articolo. La nostra dipendenza energetica. Ciò, però, non significa che gli altri Paesi siano così severi. <strong>L&#8217;Inghilterra, finora, non ha visto il tendone di Gheddafi di fronte a Buckingham Palace, questa però non ha avuto molte remore a liberare l&#8217;attentatore di Lockerbie per ottenere dei contratti petroliferi per BP in Libia. Insomma, l&#8217;Italia accetta il tendone, l&#8217;Inghilterra libera i terroristi. Qualcuno adesso dovrebbe dirmi quale dei due è il Paese più serio</strong>.</p><p>Gheddafi è un leader abbastanza sgradevole. Questi però controlla la Libia, una Paese strategicamente importante per la sua posizione geografica e per le sue risorse. Assistere alle patetiche sceneggiate di Gheddafi è spiacevole. Al momento, però, non abbiamo molte altre alternative. Le sue materie prime ci servono. La sua cooperazione contro l&#8217;immigrazione clandestina è essenziale. I prezzi del petrolio sono in crescita &#8211; e ciò rafforza ulteriormente la sua posizione negoziale.</p><p>* <em>Alcuni anni fa capitai, per sbaglio, ad un evento di un Istituto di Cultura italiano in un Paese estero. Casualmente assistetti al battibecco tra un ex-Senatore che si scagliò contro il nostro vice-console. La ragione? Il nostro console non era andato a ricevere l&#8217;ex-Senatore all&#8217;aeroporto.</em></p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/09/01/qualche-considerazione-sulla-visita-di-gheddafi/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/andrea-gilli/" title="View all posts in Andrea Gilli" rel="category tag">Andrea Gilli</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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Si è riusciti così a scavare un ulteriore buco dopo il fondo toccato con l&#8217;estate delle escort lo scorso anno. Epistemes non si è mai occupata né intende occuparsi di queste faccende &#8211; né vuole prenderne [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p><p>Quest&#8217;estate di politica interna italiana è stata tra le più deprimenti che si fossero mai registrate. Si è riusciti così a scavare un ulteriore buco dopo il fondo toccato con l&#8217;estate delle <em>escort</em> lo scorso anno. <em>Epistemes</em> non si è mai occupata né intende occuparsi di queste faccende &#8211; né vuole prenderne parte.<strong> In questa guerra che si è scatenata nella coalizione di Governo alcuni giorni fa è stata buttata la politica estera</strong>. E&#8217; il caso di dire due parole.</p><p><span id="more-2767"></span></p><p><strong>Scrivendo sul </strong><a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=7861&amp;Cat=1&amp;I=immagini/PERSONAGGI/umbertobossi_comizio_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=NEWS%20FfMagazine&amp;Codi_Cate_Arti=7"><strong>sito</strong></a><strong> della Fondazione Fare Futuro, Federico Brusadelli dice, fondamentalmente, che anche sul lato della politica estera ci sono stati degli errori </strong>da parte dell&#8217;attuale governo. In particolare chiede se</p><p style="padding-left: 30px;"><strong>&#8220;la rivoluzione liberale (quella che guardava alla signora Thatcher e al presidente Reagan con ammirazione e invidia) possa avere il volto di Vladimir Putin, e possa davvero consumarsi sotto il tendone di Gheddafi?&#8221;</strong></p><p>Insomma, l&#8217;attuale Governo avrebbe tradito le sue aspettative anche su questo punto. Fermo restando che né accetto né rigetto le critiche al Governo &#8211; questo è compito di altri &#8211; mi pare necessario fare <strong>una puntualizzazione sulla politica estera</strong>. Un tema sul quale molti parlano, ma che pochi conoscono e ancora in meno capiscono.</p><p>In primo luogo, <strong>la politica estera di un Paese deriva, in maniera preponderante, dal contesto nel quale il Paese opera</strong>. Le sue istituzioni interne, così come il colore dei suoi governi, possono appesantire o alleggerire la tinta della politica estera ma la direzione non può cambiare. Per fare un esempio, <strong>le grandi linee di politica estera dell&#8217;Italia sono l&#8217;Europa e la NATO: nessun governo, di qualunque colore, penserebbe di metterle mai in discussione. E&#8217; più facile che il Governo cada che non queste linee vengano modificate</strong> (difatti, i due Governi Prodi sono caduti uno sulla Guerra in Kosovo &#8211; NATO &#8211; e l&#8217;altro ha rischiato di cadere, più volte sulla Guerra in Afghanistan &#8211; NATO).</p><p>Quindi, in primo luogo, i governi che si succedono alla guida di un Paese (di medie dimensioni) possono realisticamente prendere decisioni che contano solo su questioni marginali. <strong>La domanda, a questo punto, riguarda la Libia e la Russia: sono questioni marginali sui quali il nostro Governo ha margini di scelta?</strong></p><p><strong>La risposta è, chiaramente, negativa. La dipendenza energetica del nostro Paese ci costringe a venire a patti con chi ci vende energia</strong>. I Paesi occidentali hanno, negli ultimi anni, reso più difficile il commercio con l&#8217;Iran. Dell&#8217;Iran, in passato, eravamo il primo partner commerciale europeo (petrolio e gas). Venendo meno la fornitura di idrocarburi dall&#8217;Iran, la nostra dipendenza dagli altri Paesi è aumentata. In altre parole, <strong>la nostra posizione negoziale si è indebolita</strong>. A meno di voler lasciare al buio il nostro Paese, era necessario negoziare con Libia e Russia.</p><p><strong>Ovviamente, i due Paesi erano ben consci di questi sviluppi e ne hanno approfittato &#8211; come era logico per favorire i loro interessi. </strong>La Russia ha cercato di espandere la sua influenza in Europa. Gheddafi aveva bisogno di qualche patetica sceneggiata da vendere al suo popolo come prova di quanto egli sia amato e rispettato all&#8217;estero. <strong>Verso la Libia, inoltre, c&#8217;era un secondo problema: l&#8217;immigrazione clandestina</strong>.</p><p>Si può apprezzare o essere critici verso la politica estera del nostro Paese. Un dato è però certo: <strong>gli sbarchi di clandestini stanno diminuendo &#8211; grazie alla cooperazione libica &#8211; e il Paese si è assicurato rifornimenti energetici per il futuro, cercando anche di diversificare le proprie fonti</strong>.</p><p><strong>Bisogna dunque capire quanto sarebbe stato responsabile non affrontare le due questioni per ragioni di principio</strong>. Enrico III di Navarra disse &#8220;Parigi val bene una messa&#8221;. L&#8217;energia val bene qualche ora con Gheddafi sotto il tendone.</p><p><strong>A questo punto, resta una domanda di tipo storico: la Thatcher e Reagan fecero delle rivoluzioni liberali nelle loro politiche estere come Brusadelli suggerisce?</strong> Anche in questo caso, per rispondere, bisogna guardare al contesto. La <strong>Gran Bretagna </strong><strong>sotto la Thatcher </strong><strong>non fece nessuna rivoluzione: rimase ancorata alla NATO e agli USA. Due eccezioni, a dire il vero, spiccano. Le Falklands in primo luogo e il tentativo di bloccare l&#8217;unificazione tedesca dopo il crollo del Muro di Berlino </strong>- andando addirittura a chiedere aiuto a Gorbachev. Obiettivamente ci vuole un po&#8217; di fantasia per vedere in uno degli ultimi attacchi coloniali della storia e in una mossa <em>alla Bismarck</em> come i segni di una rivoluzione liberale in politica estera.</p><p>Per quanto riguarda <strong>gli Stati Uniti di Reagan, erano un Paese in ascesa che si confrontava con un impero in declino. Ciononostante, Reagan decise di continuare a finanziare i talebani per dare un colpo all&#8217;URSS, vendere armi all&#8217;Iran per ottenere la liberazione dei suoi ostaggi, usare i proventi di quel traffico per finanziare la guerriglia in Nicaragua e, infine, di sedersi al tavolo con il grande nemico, l&#8217;URSS, per concludere la Guerra fredda</strong>.</p><p><strong>Ciò ovviamente non fa di Reagan e della Thacher due lestofanti. Per gli Stati va usata una moralità diversa di quella degli individui</strong>. D&#8217;altronde, Cavour disse a Rattazzi: &#8220;se dovessimo essere giudicati da un tribunale per quello che abbiamo fatto, saremmo trattati come criminali&#8221;. Si riferiva all&#8217;unificazione d&#8217;Italia. <strong>Lo stesso vale per i due statisti anglosassoni che oggi vengono infatti ricordati positivamente. Non per la loro cecità ideologica, anzi: per i risultati positivi che i loro compromessi hanno portato</strong>.</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/26/politica-interna-e-politica-internazionale/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/andrea-gilli/" title="View all posts in Andrea Gilli" rel="category tag">Andrea Gilli</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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Parallelamente, i Repubblicani premono sulla conferma dei tagli d&#8217;imposta di <strong>George W.Bush</strong> per tutti i contribuenti, e non solo per il 97 per cento meno agiato, come invece Obama sarebbe orientato a fare. Ma il GOP è anche stretto dall&#8217;azione dei <em>Tea Parties</em>, di cui ambirebbe a catturare un voto tutt&#8217;altro che scontato, ma rischia di cadere vittima di alcune posizioni eccessivamente semplificate e ridotte a slogan, oltre che internamente incoerenti.</p><p>Riprodurre la &#8220;dottrina Bush&#8221;, fatta di tagli d&#8217;imposta che non si ripagano in alcun caso (non vi è mai stata <em>una sola</em> evidenza di ciò, negli ultimi decenni), finisce con l&#8217;alimentare un deficit strutturale dei conti pubblici, immagine speculare di quella dissolutezza fiscale di cui i Repubblicani accusano quotidianamente l&#8217;azione di Obama e del Congresso controllato dai Democratici. Né si deve dimenticare che i Repubblicani, a vario titolo, sono lo stesso soggetto politico che ha avallato politiche di ingenti sussidi energetici e agricoli, di massicci e spesso ingiustificati investimenti nella <em>Homeland Security</em>, ricchi contratti alla Difesa (confermati ed ampliati dall&#8217;Amministrazione Obama), pur continuando ad autodefinirsi &#8220;<em>small government party</em>&#8220;.</p><p>La Presidenza di G.W.Bush ha aumentato la spesa federale più di qualsiasi altro dei sei presidenti che lo hanno preceduto, incluso <strong>Lyndon B. Johnson</strong>, come <a href="http://mercatus.org/publication/spending-under-president-george-w-bush">ha scritto</a> tempo addietro l&#8217;economista libertaria <strong>Veronique de Rugy</strong>. Durante gli otto anni di presidenza Bush, la retorica antigovernativa Repubblicana ed il &#8220;conservatorismo compassionevole&#8221; dell&#8217;inquilino della Casa Bianca hanno prodotto un&#8217;espansione delle dimensioni del bilancio federale del 104 per cento <em>in termini reali</em>, cioè al netto dell&#8217;inflazione. A confronto, gli otto anni di <strong>Bill Clinton</strong> avevano visto un aumento reale di solo l&#8217;11 per cento. Nel suo secondo mandato, GWB ha aumentato la spesa discrezionale (cioè tutto quello che non è <em>Medicare</em> né <em>Social Security</em>) del 48,6 per cento. Nell&#8217;ultimo anno fiscale del suo governo, quando la crisi dei <em>subprime</em> era già scoppiata, Bush ha speso più di 32.000 dollari per ogni americano, a fronte dei poco più di 17.000 spesi nell&#8217;anno fiscale 2001.</p><p>Per non parlare della forte espansione dei costi del <em>Medicare</em> causata dalla gratuità dei <em>prescription drugs</em> per gli ultrasessantacinquenni, senza alcun riferimento alla capacità di reddito dei beneficiari. O ancora, si potrebbe citare la marcata propensione di Washington a dirottare imponenti sussidi agli stati. Si pensi al caso dell&#8217;<strong>Alaska</strong>, che dal 2002 ha governatori Repubblicani, e che nell&#8217;ultimo decennio è stata nei primi tre posti tra gli stati destinatari di trasferimenti federali, in termini di spesa pro-capite, nel solco della tradizione quarantennale istituita dal senatore <strong>Ted Stevens</strong>, recentemente scomparso in un incidente aereo, e che continua a trovare epigoni dalla memoria corta, come testimoniato dal fatto, che quando era sindaco di Wasilla, <strong>Sarah Palin</strong> <a href="http://www.slate.com/id/2199357">ottenne</a> 27 milioni di dollari di fondi federali in un quadriennio, attraverso la tecnica degli <em>earmarks</em>, cioè delle appropriazioni di capitoli di spesa pubblica federale.</p><p><strong>L&#8217;altro grande punto interrogativo nella elaborazione politica Repubblicana è, come detto, il rapporto con i <em>Tea Parties</em></strong>, il magmatico movimento anti-fisco che ha in sé anche un&#8217;anima fortemente isolazionista e dalle venature razziste, che propugna una singolare interpretazione &#8220;creazionista&#8221; (cioè letterale) della Costituzione americana per giustificare l&#8217;assenza di radici legali all&#8217;assicurazione federale sulla <em>Social Security</em> e sul <em>Medicare</em>. Si tratta di una evidente forzatura, ma che potrebbe porre i Repubblicani in rotta di collisione con i <em>Tea Parties</em>.</p><p><strong>Altro aspetto mutuato dal movimento anti-fisco è l&#8217;accentuato nativismo</strong>, che afferma che l&#8217;immigrazione minerebbe l&#8217;identità americana, e dal quale origina anche l&#8217;ostilità verso l&#8217;Islam. Questo è il filone cospirazionista che ha prodotto quel 20 per cento di americani che, secondo i sondaggi, continua a credere che Barack Obama non sia nato negli Stati Uniti e sia pure musulmano. Come si pongono i Repubblicani verso queste posizioni? L&#8217;era del <em>melting pot</em> (concetto più ideale che reale) è definitivamente tramontata? I Tea Parties sono espressione di una minoranza rumorosa di fondamentalisti bianchi, cristiani, isolazionisti e razzisti, il cuneo che impedirà ai Repubblicani di riprendere il potere a Washington, oppure sono il nucleo della nuova Rivoluzione Americana?</p><p>Per ora, per il GOP è tutto facile: la colpa resta sempre e comunque di Obama. Dal giorno successivo alle elezioni di <em>midterm</em> occorrerà anche affrontare la realtà.</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/25/maggioranze-silenziose-e-minoranze-rumorose-il-rapporto-tra-il-gop-e-i-tea-parties/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ec/" title="View all posts in Economia" rel="category tag">Economia</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ec/mario-seminerio/" title="View all posts in Mario Seminerio" rel="category tag">Mario Seminerio</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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E&#8217; il ritiro che Obama aveva promesso in campagna elettorale e Bush aveva, di fatto, programmato. La guerra è dunque finita? Non proprio. All&#8217;ottima analisi di Stratfor c&#8217;è, probabilmente, poco da aggiungere. In primo luogo, in Iraq rimarranno sine die più di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p><p><strong>Ieri le ultime unità combattenti dell&#8217;esercito americano hanno lasciato l&#8217;Iraq</strong>. E&#8217; il ritiro che Obama aveva promesso in campagna elettorale e Bush aveva, di fatto, programmato. La guerra è dunque finita? Non proprio.</p><p><span id="more-2750"></span>All&#8217;ottima analisi di <a href="http://www.stratfor.com/weekly/20100816_us_withdrawal_and_limited_options_iraq">Stratfor</a> c&#8217;è, probabilmente, poco da aggiungere.</p><p>In primo luogo, <strong>in Iraq rimarranno </strong><em><strong>sine die </strong></em><strong>più di 50.000 soldati americani</strong>. A cui vanno sommati le migliaia di <em><strong>contractors</strong></em> inviati di recente in aggiunta alle già migliaia che operano nel Paese. Dunque,<strong> gli USA non si apprestano a lasciare l&#8217;Iraq. Cambia la natura, ma la missione non finisce</strong>.</p><p><strong>Il Paese, intanto, è incapace di formare un governo</strong> &#8211; dopo diversi mesi dalle elezioni. Il dato è interessante, specie se prendiamo gli obiettivi prefissati all&#8217;inizio della campagna militare lanciata nel 2003. Questi erano: sconfiggere l&#8217;esercito iracheno, annullare il sistema baathista, trasformare l&#8217;Iraq in una democrazia stabile e non influenzata da potenze straniere (leggi: l&#8217;Iran). <strong>L&#8217;Iraq non è una democrazia stabile e, soprattutto, non è indipendente. A parte l&#8217;influenza americana, l&#8217;Iran gioca un ruolo centrale nel Paese</strong>.</p><p>La ragione per cui truppe americane continuano a rimanere in Iraq si trova proprio nell&#8217;influenza dell&#8217;Iran. Abbattendo Saddam, gli Stati Uniti hanno aperto un vuoto che l&#8217;Iran, grazie anche ai suoi legami culturali con il sud-est dell&#8217;Iraq, ha potuto colmare. Quando si parla della permanenza delle truppe americane, molti ricordano l&#8217;esempio della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. <strong>L&#8217;analogia vale, anche, rispetto all&#8217;avversario: le truppe sono rimaste in Germania per evitare l&#8217;allargamento sovietico. La differenza, nel caso dell&#8217;Iraq, riguarda il fatto che il Paese non è diviso politicamente</strong>.</p><p>Quindi? L&#8217;evoluzione del Paese non la possiamo prevedere. <strong>Il fatto che però non ci siano delle chiare linee che demarchino le rispettive aree di influenza peserà in futuro, in quanto la tentazione di scalzare l&#8217;avversario ci sarà sempre e si farà sentire specie nei momenti meno opportuni</strong>. Come ripetiamo da molto tempo, la soluzione migliore sarebbe un accordo con l&#8217;Iran nel quale, in cambio di un riconoscimento del ruolo del Paese nel Medio Oriente, e quindi di un suo contributo in Iraq e in Afghanistan, si accetta una sua maggiore influenza nella zona.</p><p>Né Obama né alcun presidente americano sembra disposto a questo passo. Allora siamo sicuri di una cosa: l&#8217;Iraq continuerà ad avere un futuro incerto e complicato.</p><p>P.S.: <a href="http://defensenews.com/story.php?i=4750200&amp;c=MID&amp;s=LAN">se vogliamo dirla tutta, non tutte le unità combattenti lasceranno l&#8217;Iraq</a>.</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/20/la-guerra-infinita/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/andrea-gilli/" title="View all posts in Andrea Gilli" rel="category tag">Andrea Gilli</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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In realtà, l’opzione militare continua ad avere due ostacoli: uno logistico, l’altro politico. Da qualche settimana, le voci che dichiarano oramai imminente un attacco israeliano contro l’Iran si sono moltiplicate in maniera impressionante. Bisogna crederci? Sono parte di uno spin mediatico [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli &#8211; <em><a href="http://www.giornalettismo.com/archives/77198/liran-israele-quella-risposta/">Giornalettismo</a></em></strong></p><p>L’attacco viene dato per imminente ormai da cinque anni. In realtà, l’opzione militare continua ad avere due ostacoli: uno logistico, l’altro politico.</p><p><span id="more-2754"></span></p><p>Da qualche settimana, le voci che dichiarano oramai imminente un attacco israeliano contro<strong> l’Iran </strong>si sono moltiplicate in maniera impressionante. Bisogna crederci? Sono parte di uno spin mediatico o riflettono realmente l’evoluzione delle dinamiche militari in atto? In questo articolo cercherò di dare una breve risposta.</p><p><strong>CINQUE ANNI</strong> – In primo luogo, bisogna ricordare che l’attacco contro <strong>l’Iran </strong>viene dato per imminente oramai da almeno cinque anni. Nel <strong>settembre 2005</strong>, di fronte alle voci che, appunto, davano anche allora per certo l’attacco, scrissi un articolo sul sito online della rivista <em><a href="http://www.ideazione.com/quotidiano/2.esteri/2005/2005-09-01_gilli.htm" target="_blank">Ideazione </a></em>dal titolo eloquente: perché una guerra <strong>all’Iran </strong>non è possibile. E’ brutto citarsi. E’ ancora più brutto ricordare di avere avuto ragione. E’ sempre meglio, però, di aver fatto una previsione completamente errata come quelle dei vari <strong>Podhoretz, Schlesinger, Ledeen</strong> e compagnia cantante. Nel frattempo, però, sono passati cinque anni e l’Iran ha fatto certamente dei passi avanti nello sviluppo della sua tecnologia nucleare. La domanda è quanto grandi siano stati questi passi. Non lo sappiamo. Nel 2007, la <strong>N</strong><strong>IE (<em>National Intelligence Estimate</em>) </strong>affermò che <strong>l’Iran </strong>non avrebbe raggiunto la tecnologia necessaria per fabbricare un’arma nucleare prima del 2013. Nel 2009, nuovi rivelazioni dell’<em>intelligence</em> <strong>USA </strong>hanno alzato il livello della minaccia. Negli ultimi mesi, lo stesso presidente <strong>Obama </strong>ha alzato i toni contro l’Iran, segno (forse?) di un incremento della minaccia nucleare iraniana. Bisogna dunque concludere che Israele attaccherà?</p><p><strong>LO SPIN MEDIATICO </strong>- Dipende. Personalmente, pur non potendo escludere questo sviluppo, non sono ancora convinto che possa avvenire. In primo luogo, questo spin mediatico ha un solo effetto: quello di mettere l&#8217;<strong>Iran</strong> sul chi vive. Un attacco contro i reattori nucleari iraniani richiede, per la sua riuscita, l’effetto sorpresa. Lo spin mediatico sta solo producendo il risultato opposto. Per fare un esempio, nel settembre 2007, <strong>Israele </strong>ha distrutto un sito siriano intento a sviluppare armi nucleari. Nessuna informazione sul sito era stata resa nota sui media internazionali. Nessuna voce di un attacco fu rivelata. Dell’attacco si seppe solo nella primavera 2008 (sette mesi dopo) quando l’amministrazione <strong>Bush</strong>, volendo far fallire il dialogo tra <strong>Israele </strong>e <strong>Siria</strong>, rese noti i dettagli dell’operazione. Vi sono poi considerazioni puramente operative e militari. Uno studio del 2007 pubblicato sulla rivista <strong><a href="http://belfercenter.ksg.harvard.edu/files/is3104_pp007-033_raas_long.pdf"><em>International Security</em></a></strong> rivelava come <strong>Israele </strong>avesse i mezzi per portare a termine l’attacco con successo. Queste considerazioni valgono, ovviamente, sulla carta. Come <strong>Clausewitz </strong>ha detto quasi duecento anni fa, la guerra è estremamente semplice. Ma in guerra, anche le cose più semplici diventano difficili. Un attacco <strong>all’Iran </strong>richiede segretezza, sorpresa, coordinamento, operazioni complicate da un punto di vista logistico, fisico e psicologico. Il minimo errore può essere fatale per tutta l’operazione. <strong>Israele</strong>, dunque, è chiaro che vorrà compiere questo passo quando non vedrà davvero altre alternative.</p><p><strong>I DUE OSTACOLI</strong> – Due ostacoli si oppongono a questo sviluppo. Il primo è, sempre, operativo. Il secondo è politico. Operativamente è impossibile determinare se l’attacco abbia successo o no. Anche assumendo che <strong>l’IDF </strong>(l’aeronautica militare israeliana) sia in grado di portare a termine l’operazione senza il minimo errore, ciò non significa che le capacità nucleari vengano annientate o ritardate sensibilmente. E soprattutto, non c’è modo di stabilirlo. Gli iraniani non sono stupidi. Verosimilmente, si sono cautelati non solo moltiplicando il numero di siti, ma anche proteggendoli e nascondendoli. Il secondo ostacolo è di natura politica: gli <strong>Stati Uniti</strong>. Vista la precaria situazione in <strong>Iraq </strong>e in <strong>Afghanistan</strong>, <strong>Washington </strong>non è disposta a pagare la reazione iraniana ad un attacco israeliano. La ragione per cui <strong>Obama </strong>ha iniziato ad alzare i toni può, in parte, quindi essere spiegata con la volontà di rassicurare <strong>Israele</strong>. A sua volta, non è impossibile che lo spin mediatico a cui abbiamo assistito recentemente sia semplicemente una mossa per costringere Obama nell’angolo. Di fronte ad un Presidente che alza i toni ma non vuole fare nulla, <strong>Israele </strong>e i suoi alleati nei media <strong>USA </strong>possono aver deciso di far sembrare la minaccia iraniana più imminente.</p><p><strong>I PROBLEMI DI OBAMA</strong> – L’attuale presidente degli <strong>USA</strong>, in calo nei sondaggi e, in generale, nell’efficacia del suo governo, sta affrontando una moltitudine di sfide. Sul campo politico-militare, la fine delle operazioni di combattimento in Iraq vede, dall’altra parte, le crescenti difficoltà in Afghanistan. Obama sa che per vincere in questo teatro, ed essere rieletto nel 2012, ha bisogno di pace, stabilità e quindi del sostegno (diretto o indiretto) iraniano. A meno di sviluppi preoccupanti, non credo che vorrà cambiare posizione. Proprio per questo, come durante l’avvicendamento tra <strong>Bush e Obama</strong>, credo che le <em>chances</em> migliori per un attacco di Israele siano verso la fine del <em>first term</em>, quando l’assenza di una chiara leadership americana rimuoverebbe almeno uno dei due ostacoli ad un attacco israeliano. Ciò, ovviamente, non significa che un attacco ci sarà allora, né tanto meno che non ci sarà. Il punto centrale sul quale bisogna ragionare è però un altro. Cinque anni fa ci dicevano che bisognava attaccare al più presto l’Iran perché altrimenti sarebbe entrato in possesso della bomba atomica. Al di là che bisogna ancora chiarire se un Iran nucleare sia davvero una minaccia, i fatti parlano chiaro: l’Iran non è ancora una potenza nucleare. E a non averlo attaccato, ci abbiamo solo guadagnato. Mi sembra la strada giusta da seguire.</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/19/l%e2%80%99iran-israele-e-quella-risposta-militare-che-non-arriva-mai/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/andrea-gilli/" title="View all posts in Andrea Gilli" rel="category tag">Andrea Gilli</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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Il Pil giapponese del secondo trimestre, infatti, è cresciuto al passo annualizzato di solo lo 0,4 per cento, di [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/"><em>Il Fatto Quotidiano</em></a></strong></p><p>Secondo le principali grandezze economiche, nel secondo trimestre di quest&#8217;anno la <strong>Cina</strong> avrebbe superato il <strong>Giappone</strong> come seconda economia mondiale, appena sette mesi dopo aver conquistato la terza posizione. Il Pil giapponese del secondo trimestre, infatti, è cresciuto al passo annualizzato di solo lo 0,4 per cento, di molto inferiore rispetto al più 4,4 per cento del primo trimestre.</p><p><span id="more-2745"></span>Il dato giapponese appare particolarmente gracile ove confrontato con quello delle altre principali economie mondiali: sempre su base annualizzata, gli <strong>Stati Uniti</strong> sono infatti cresciuti del 2,4 per cento, la <strong>Germania</strong> di un clamoroso 9,1 per cento, anche grazie al contributo dell&#8217;indebolimento dell&#8217;euro, che ha trainato l&#8217;export. La Cina ha realizzato un incremento del 10,3 per cento anno su anno. Per effetto di questi dati, quindi il Pil giapponese dovrebbe essere nel secondo trimestre pari a 1280 miliardi di dollari, contro i 1330 di quello cinese.</p><p><strong>Confronti di questo genere sono sempre problematici, e non solo per le metodologie di misurazione delle grandezze in gioco</strong>. Il confronto, ad esempio, non considera i differenti andamenti stagionali delle due economie, né considera le forti oscillazioni del cambio dello yen. Sulla base della parità del potere d&#8217;acquisto, misurata dal Fondo Monetario Internazionale, la Cina avrebbe peraltro sorpassato il Giappone già nel lontano 2001. <strong>Né si deve dimenticare che la vera grandezza economica da monitorare è il Pil pro-capite, e da quel versante la Cina appare ancora molto indietro</strong>: il suo reddito pro-capite, infatti, pari a circa 3600 dollari, è più vicino a quello di nazioni come Algeria, El Savador e Albania, che a quello statunitense, che è circa 46.000 dollari. Nonostante ciò, la notizia ha stimolato alcune compiaciute reazioni nazionalistiche a Pechino.</p><p><strong>Secondo alcune simulazioni, l&#8217;economia cinese dovrebbe scalzare quella statunitense dal primo posto nel 2020</strong>. La tendenza viene amplificata e contestualizzata considerando che, sempre secondo queste previsioni, nel 2030 la classifica delle maggiori economie del pianeta, per Pil, sarebbe rivoluzionata, vedendo dietro la Cina capolista Stati Uniti, India, Brasile, Russia, Germania, Messico, Francia e Regno Unito. Prendendo per buone queste estrapolazioni, che ricordano quelle demografiche di decenni addietro, destinate ad essere sistematicamente spazzate via dalla realtà, la crescita cinese resta il maggior dato geostrategico, oltre che economico, con cui si misurano e dovranno misurarsi le cancellerie, occidentali e non.</p><p><strong>La Cina già oggi è il principale generatore di crescita e commercio estero globale</strong>, in virtù di una strategia mercantilistica basata sull&#8217;accumulazione di riserve (soprattutto in dollari), che tuttavia rappresenta anche una vulnerabilità per il paese. Pechino possiede il primo mercato automobilistico del pianeta, ed ha nella <strong>Germania</strong> il primo partner commerciale in questo settore. La Cina continua a fare incetta di materie prime, sia per finalità produttive che di investimento dello stock di riserve valutarie. Dal suo sviluppo traggono ampio beneficio i paesi della regione asiatica ed oceanica, come dimostra la vigorosa crescita australiana, paese tra i maggiori esportatori di materie prime.</p><p>Parte di questa forza deriva, come noto, da un processo di investimento a tappe forzate, sorretto da disponibilità di credito abbondante, entro un modello dirigista attualmente orientato alle esportazioni. Ciò ha creato alcune <strong>bolle speculative</strong>, tipicamente nel settore della proprietà immobiliare ma anche l&#8217;accumulazione di uno stock di capacità produttiva che deve continuamente essere saturato, pena una reazione deflazionistica. La crescente presenza cinese, con accordi di estrazione di lungo termine di materie prime, è inoltre destinata a plasmare le alleanze internazionali del continente africano.</p><p><strong>Oggi la Cina, che rappresenta al momento la più eclatante eccezione storica al principio che vorrebbe democrazia e capitalismo procedere affiancati, sta tentando di modificare il proprio modello di sviluppo, stimolando la domanda interna</strong>. Per ottenere ciò, si stanno introducendo reti di protezione di welfare, in ambito sanitario e dell&#8217;istruzione, la cui funzione dovrebbe essere quella di ridurre l&#8217;elevatissimo tasso di risparmio della popolazione, dirottandolo verso i consumi. Il Partito comunista, inoltre, non si oppone (né potrebbe farlo) a movimenti di rivendicazione di migliori condizioni di lavoro e maggiori retribuzioni. Ciò avviene vuoi perché non è realisticamente possibile continuare a comprimere le istanze dei lavoratori, vuoi perché funzionale allo stimolo dei consumi domestici. La risultante sarà la probabile riduzione dei margini delle produzioni a minor valore aggiunto, che tuttavia stanno già venendo delocalizzate verso paesi a minor costo della manodopera, quali Indonesia, Vietnam e Bangladesh. L&#8217;industria cinese sta progressivamente spostandosi verso l&#8217;alto, nella catena del valore aggiunto.</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/17/il-sorpasso-provvisorio-della-cina/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ec/" title="View all posts in Economia" rel="category tag">Economia</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ec/mario-seminerio/" title="View all posts in Mario Seminerio" rel="category tag">Mario Seminerio</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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L&#8217;iniziativa è di un importante sindacato e di Bill Gates senior, facoltoso avvocato nonché padre del fondatore di Microsoft. La proposta prevede [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.libertiamo.it/"><em>Libertiamo</em></a></strong></p><p>Il prossimo novembre, in occasione delle elezioni di <em>midterm</em>, gli abitanti dello stato di Washington dovranno pronunciarsi anche sull&#8217;introduzione, per la prima volta, di un&#8217;imposta statale sui redditi. L&#8217;iniziativa è di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Service_Employees_International_Union">un importante sindacato</a> e di <strong>Bill Gates senior</strong>, facoltoso avvocato nonché padre del fondatore di <strong>Microsoft</strong>. La proposta prevede l&#8217;introduzione di un&#8217;imposta del 5 per cento sui redditi superiori a 200.000 dollari annui per i <em>single</em> o a 400.000 dollari per le coppie sposate. L&#8217;aliquota salirebbe al 9 per cento per i <em>single</em> oltre i 500.000 dollari annui di imponibile, o 1 milione di dollari per le coppie sposate.</p><p><span id="more-2740"></span>L&#8217;obiettivo sarebbe quello di far pagare i conti dello stato al 3 per cento di contribuenti più facoltosi, ottenendo quindi l&#8217;assenso del restante 97 per cento della popolazione. Ciò che sfugge a Gates padre è che quel 3 per cento è giunto (o è rimasto) nello stato di Washington anche per il vantaggio competitivo rispetto ad altri stati derivante dal non avere un&#8217;imposta statale sul reddito.</p><p><strong>Sono attualmente nove gli stati americani privi di propria imposta sul reddito, in aggiunta cioè a quella federale: Alaska, Florida, Nevada, New Hampshire, South Dakota, Tennessee, Texas e  Wyoming</strong>. Secondo il <em>Wall Street Journal</em>, questi stati avrebbero avuto nello scorso decennio un tasso medio di crescita dell&#8217;occupazione pari al 18,2 per cento, contro l&#8217;8,4 per cento dei nove stati con le maggiori aliquote dell&#8217;imposta sul reddito. Al di là di queste meta-aggregazioni non si dovrebbe dimenticare che molti tra questi stati hanno prosperato per il boom immobiliare, che ha prodotto una bolla anche nel gettito delle <em>property tax</em>, che ora è drammaticamente venuto meno. Non a caso la <a href="http://www.yeson1098.com/learn.html"><em>Initiative 1098</em></a> di Gates senior punta dichiaratamente a ridurre la volatilità di gettito causata dall&#8217;eccessivo affidamento sulle imposte immobiliari, il cui andamento tende effettivamente ad essere molto più volatile del ciclo economico.</p><p>Nelle intenzioni dei proponenti il gettito delle nuove imposte statali sul reddito servirebbe a finanziare un taglio del 20 per cento della <em>property tax</em>, oltre alla eliminazione della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Business_and_occupation_tax"><em>Business and Occupation Tax</em></a>, un&#8217;imposta sul reddito aziendale lordo in vigore negli stati di Washington e <strong>West Virginia</strong>, simile alla nostra Irap in quanto non consente la deduzione del costo del lavoro dall&#8217;imponibile. Il problema dell&#8217;economia statunitense, come noto, è lo stato di grave stress delle piccole e medie imprese, che nelle fasi di ripresa erano invece solite rappresentare il principale motore di creazione di occupazione.</p><p>Un recente studio dell&#8217;<a href="http://www.itepnet.org/"><em>Institute for Taxation and Economic Policy</em></a> (un <em>think tank</em> no profit e <em>non-partisan</em> basato a Washington DC) ha scoperto che lo stato di Washington ha il sistema fiscale più regressivo del paese, in larga misura perché basato sulla <em>sales tax</em>, l&#8217;imposta sulle vendite. I soggetti che guadagnano meno di 20.000 dollari annui pagano il 17,3 per cento del reddito familiare in <em>sales tax</em> e <em>property tax</em>, mentre l&#8217;1 per cento dei contribuenti più ricchi (quelli con reddito superiore a 537.000 dollari annui) pagano in media il 2,9 per cento.</p><p>In astratto, quindi, il progetto di Gates senior rappresenta un tentativo di rimodellare il sistema fiscale dello stato di Washington. Altrettanto astrattamente l&#8217;iniziativa sarebbe interessante, puntando a rendere meno violentemente ciclico l&#8217;andamento del gettito ed a ridurre il peso del fisco sulle piccole e medie imprese. Sul progetto pende tuttavia un enorme rischio: la proposta prevede infatti che, dopo i primi due anni di applicazione i legislatori statali possano, a maggioranza semplice, estendere la tassazione anche a redditi inferiori a quelli inizialmente previsti. Si creerebbe, quindi, il classico circuito perverso del &#8220;tassa e spendi&#8221;, come quello che ha portato al disastro la <strong>California</strong>.</p><p>Malgrado ciò, questa proposta di legge esprime il tentativo di riequilibrare la composizione delle entrate fiscali per ridurre gli oneri a carico delle piccole e medie imprese. Una problematica che anche noi italiani conosciamo molto bene. Ancora una volta, l&#8217;America è un bivio: la scelta sarà tra un approccio moderato, di spostamento dei carichi d&#8217;imposta per mutare gli incentivi economici e rilanciare per questa via la crescita, con il rischio inerente di avviare un ciclo di nuova spesa pubblica e nuove tasse; ed uno radicale, che vede la salvezza solo nel taglio della spesa. Vista la natura e la profondità della crisi fiscale, la vittoria di questo secondo approccio potrebbe portarci in un territorio inesplorato, con un ridimensionamento epocale della funzione pubblica.</p><p>Agli elettori statunitensi la scelta, a partire dal prossimo novembre.</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/16/lamerica-al-bivio-fiscale/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ec/" title="View all posts in Economia" rel="category tag">Economia</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ec/mario-seminerio/" title="View all posts in Mario Seminerio" rel="category tag">Mario Seminerio</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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In questo articolo voglio brevemente riassumere quello che è il &#8220;Realismo Classico&#8221;, ovvero quella corrente di pensiero sviluppatasi [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p><p>In un precedente <a href="http://epistemes.org/2010/07/20/le-origini-del-realism-capire-le-relazioni-internazionali2/">articolo</a> ho illustrato molto brevemente quali sono le origini del realismo: i contributi chiave che hanno creato le fondamenta della scuola realista in relazioni internazionali, e più recentemente delle teorie realiste. <strong>In questo articolo voglio brevemente riassumere quello che è il &#8220;Realismo Classico&#8221;, ovvero quella corrente di pensiero sviluppatasi prevalentemente dopo la fine della prima guerra mondiale in risposta al diffondersi dell&#8217;applicazione dell&#8217;approccio liberale nella conduzione della politica estera.</strong></p><p><span id="more-2648"></span>Come vedremo in futuro, agli occhi di molti contemporanei lo scoppio della prima guerra mondiale apparve come la logica conseguenza dell&#8217;applicazione del realismo (&#8220;Real Politik&#8221;) in politica estera: precisamente, il risultato del miope perseguimento dell&#8217;&#8221;equilibrio di potenza&#8221; sul continente europeo. E&#8217; sulla base di questa conclusione che il presidente americano <strong>Woodrow Wilson</strong> sviluppò i suoi &#8220;14 punti&#8221;, e che (seppur con molte contraddizioni ed eccezioni) vennero stilati i trattati di pace del 1919. Questa conclusione portò anche ad iniziative rivoluzionarie come il trattato di Locarno e il patto Kellogg-Briand, che arrivarono a &#8220;vietare la guerra&#8221; e a imporre limiti agli armamenti. Non ultimo, questa lettura della storia recente diffuse una nuova ventata di ottimismo nelle capitali europee guidata dalla convinzione che democrazia e commercio internazionale avrebbero finalmente garantito la pace.</p><p><strong>Per capire l&#8217;emergere della scuola realista nel 1900 bisogna partire proprio da qui. Dal dibattito intellettuale che autori come Edward Hallett Carr, Hans Morghenthau, e poi ancora Nicholas Spykmann, George Kennan e Reinhold Neibuhr vollero intavolare con gli esponenti della scuola liberale come Norman Angell, lo stesso Wilson, Cordell Hull, e poi ancora con esponenti di primo piano delle amministrazioni Truman e Eisenhower.</strong> Questo è quello che viene comunemente chiamato &#8220;the First Great Debate in International Relations&#8221;, il dibattito tra liberali e realisti. Un dibattito, come vedremo, basato interamente sulla &#8220;natura umana&#8221;.</p><p><strong>I Realisti Classici</strong></p><p>Come per il precedente articolo sulle origini del realismo, anche questo vuole essere una sintesi limitata dei contributi più importanti all&#8217;oggetto sotto osservazione. Mi concentrerò su tre autori: Carr, Morghenthau e Kennan.</p><p>Prima di considerare ognuno di questi tre singolarmente, è opportuno spendere alcune parole sul realismo classico in generale. Il nome &#8220;realisti classici&#8221; si sviluppò solo alla fine degli anni &#8217;70, quando Kenneth Waltz sviluppò il &#8220;neorealismo&#8221;. Di qui la necessità di distinguere tra due approcci completamente diversi. Molti degli autori che appartengono a questa scuola di pensiero sono divisi da differenze abissali: Niebuhr era un predicatore protestante; Carr era uno storico marxista; Morghenthau era un giurista e filosofo; Kennan era un diplomatico di carriera.  Eppure, esistono delle somiglianze tra di loro che rendono questo raggruppamento non solo possibile, ma anche opportuno.</p><p>Il primo fra tutti è la forte relazione con l&#8217;Europa. Con l&#8217;eccezione di Kennan, tutti i realisti classici erano europei. Niebuhr era figlio di immigrati tedeschi; Carr era uno studioso britannico; Morgenthau, di origini ebraiche, era fuggito dalla Germania nazista negli anni &#8217;30; Spykman, professore di politica internazionale a Yale, era di origini olandesi. Kennan svolse però tutta la sua carriera diplomatica in Europa, principalmente in Germania, e poi in Russia fino alla sua espulsione dopo la pubblicazione del famoso &#8220;X article&#8221; su <em>Foreign Affairs</em>, il carteggio anonimo che illustrò la dottrina del &#8220;containment&#8221;. Proprio in Europa, si dedicò allo studio della storia delle relazioni internazionali trai i paesi europei.</p><p>Questa vicinanza con l&#8217;Europa non fu solamente una questione romantica.A differenza della emergente classe politica negli Stati Uniti, guidata dai principi liberali, e vissuta al riparo dei drammi della politica internazionale, questi studiosi erano stati direttamente a contatto con le tragedie della storia europea. Da questa esperienza diretta traevano la loro lezione.</p><p>Questa lezione aveva un punto di partenza molto chiaro: il forte pessimismo sulla natura umana. Questo è un punto particolarmente importante in quanto il &#8220;Primo Grande Dibattito&#8221; di cui si è parlato più sopra era proprio un dibattito sulla natura umana. Da una parte la scuola liberale, convinta che la natura umana sia perfezionabile, e che possa imparare dai suoi errori, in qunato la guerra altro non sarebbe che la volontà di despoti repressivi, oppure di incomprensioni tra nazioni che non comunicano e non commerciano tra di loro. Dall&#8217;altra, la scuola realista, guidata invece dalla convinzione che la natura umana non possa cambiare; che la politica internazionale sia guidata da dure legge ferree, e chi non vi si adegua (come la Seconda Guerra Mondiale dimostrerebbe, ai loro occhi), ne subisa le conseguenze drastiche.</p><p>I realisti, in altre parole, basano la loro analisi sulla lettura di Hobbes a cui ho fatto riferimento nel precedente articolo. Gli uomini sono egoisti, sono cattivi, e per questo bisogna essere diffidenti. Per questo motivo è necessario limitarne la libertà di azione in politica estera, così da mantenere la stabilità e impedire lo scoppio delle guerre. Al contrario, i liberali sono convinti della bontà della natura umana. Pertanto, gli uomini vanno liberati da ogni limite alla loro azione; in questo modo (tramite la promozione della democrazia e dei commerci), si può giungere alla pace e alla prosperità.</p><p>Prima di illustrare brevemente i contributi di Carr, Morgenthau e Kennan, è opportuno spendere alcune parole in loro difesa. Alcune delle loro posizioni possono ragionevolmente apparire obsolete ed essere suscettibili di facili critiche. Per apprezzare il contributo di questi studiosi, però, è necessario leggerli tenendo in mente il contesto nel quale essi scrivevano. Altrimenti, uno dovrebbe ignorare Marx per il suo neanche tanto velato anti-semitismo, oppure Schumpeter per la sua implicita misoginia. Analogamente, e questo è un problema dei realisti classici in particolare, molti dei loro scritti sono connaturati da contraddizioni logiche e filosofiche. Non si possono però valutare questi scritti usando gli standard delle scienze sociali conemporanee. Questi autori rimangono i fondatori della scienza politica moderna, e in particolare delle Relazioni Internazionali. E&#8217; da questa prospettiva che bisogna apprezzarne il contributo.</p><p><strong>Edward Hallett Carr</strong></p><p>Carr era uno storico e giornalista inglese, profondamente influenzato dagli scritti Marx. Oltre al famoso <em><a href="http://www.amazon.com/What-History-Edward-Hallet-Carr/dp/039470391X/ref=ntt_at_ep_dpi_1">What is History?</a></em>, il suo contributo principale apparve nel suo <em><a href="http://www.amazon.com/Twenty-Years-Crisis-1919-1939-International/dp/0061311227">The Twenty Years&#8217; Crisis</a></em>. Uscito profeticamente nel 1939, due mesi prima dell&#8217;invasione della Polonia da parte di Germania e Unione Sovietica, il libro è organizzato come una critica serrata agli &#8220;utopians&#8221; (come al tempo venivano chiamati i liberali). Per quanto si possano non condividere alcuni passaggi di questo volume, <em>The Twenty Years&#8217; Crisis </em>rimane uno dei libri &#8220;must-read&#8221; in politica internazionale.</p><p>Carr parte dalle differenze tra i realisti e gli &#8220;utopians&#8221;. I primi, come aveva detto il socialista Sorel, adattano le loro politiche alla realtà, quale essa sia; i secondi, invece, immaginano la realtà, così che essa si possa adeguare alle loro politiche. I primi riconoscono dunque come la storia sia guidata da forze superiori a quelle di un singolo individuo. I secondi credono invece che cambiare il mondo sia possibile. Per questo, i primi sono impegnati nell&#8217;analisi e comprensione delle forze che regolano i rapporti umani, sociali, politici ed economici; i secondi, invece, sono impegnati nella promozione di idee volte ad influenzare e cambiare l&#8217;ordine delle cose.</p><p>In questo, Carr non fa mistero di essere stato ispirato da Machiavelli, a cui riconosce il merito di aver illustrato tre principi cardine che guidano i realisti: vi sono relazioni causali (causa ed effetto) che guidano la storia; queste relazioni vanno studiate, con la consapevolezza che la storia crea la teoria, e non viceversa (la posizione, come vedremo prossimamente, che guida il costruttivismo); l&#8217;etica è una funzione della politica (e quindi dei rapporti di forza), e non viceversa.</p><p>A ciò, Carr aggiunge una serrata critica all&#8217; approccio naive liberale. Critica l&#8217;illusione dell&#8217;armonia degli interessi, proposta dai filosofi liberali e liberisti. In questo Carr ricorda cosa è la politica: l&#8217;area di lotta per la difesa e la promozione dei propri interessi. Ne consegue, dunque, che gli interessi siano spesso in conflitto, e che appellarsi al principio di maggioranza, ignorando che la minoranza vuole una essere ricompensata della sua perdita, significa non capire come funziona la storia.</p><p>Carr va oltre, e attacca chi ha definito la guerra &#8220;inutile&#8221;. Ricorda come molti popoli europei (gli Ungheresi, i Cecoslovacchi, gli Jugoslavi) abbiano realizzato le loro aspirazioni nazionalitiche proprio tramite la guerra. Certo, la guerra è costosa &#8211; ammette. Ma catalogarla come &#8220;inutile&#8221; significa prendere una posizione morale, che ignora i vari interessi in gioco.</p><p>Carr critica poi l&#8217;approccio legalistico dei vari trattati (Locarno, prima di tutto) che hanno contraddistinto il primo dopo guerra. Carr ricorda che la legge è per definizione la legge del più forte (rifacendosi così a Tucidide: &#8220;la giustizia può esistere solo tra attori di pari forza; altrimenti i forti faranno ciò che vogliono, e i deboli subiranno ciò che devono&#8221;). Dunque smaschera la superficialità del legalismo moralistico. Ricorda come l&#8217;Inghilterra sentì la necessità di difendere il trattato di Londra del 1832 (quello che garantiva l&#8217;indipendenza del Belgio) non perchè attaccata alle sorti del Belgio, ma perchè ad invaderlo fu la Germania, il paese con il quale l&#8217;Inghilterra era già impegnata in una crescente competizione navale, e che dunque ne minacciava la posizione internazionale.</p><p><strong>Hans Morgenthau</strong></p><p>Se Carr mandava alle stampe il suo volume pochi mesi prima che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ne confermasse (almeno stando ai suoi sostenitori) le conclusioni, Hans Morgenthau pubblicò i suoi lavori più importanti quando la Guerra Fredda stava prendendo forma. Per Morgenthau, era importante evitare gli errori del passato, e in particolare che questi potessero portare ad una nuova catastrofe mondiale, che Morgenthau stesso aveva vissuto in prima fila.</p><p>I suoi più importanti lavori sono <em><a href="http://www.amazon.com/Politics-Among-Nations-Hans-Morgenthau/dp/007289539X/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1281334154&amp;sr=1-1">Politics Among Nations</a></em>, una raccolta di scritti uscita nel 1948, e <em><a href="http://www.amazon.com/Scientific-Versus-Politics-Midway-Reprint/dp/0226538265">Scientific Man versus Power Politics</a></em>, uscito nel 1951. In <em>Scientifi Man versus Power Politics</em>, riprendendo in questo alcune delle argmentazioni proposte da Carr, Morgenthau criticò l&#8217;illusione &#8220;scientista&#8221; (da qui il titolo del volume), per cui i problemi di natura politica possano essere risolti come si trattasse di problemi tecnici. In questo, Morgenthau se la prende nuovamente con l&#8217;approccio liberale, e in particolare con gli economisti, che a suo modo di vedere hanno diffuso un&#8217;illusione, quella che tutti i problemi abbiano una soluzione. A suo modo di vedere, invece, la politica è qualcosa di estremamente complicato e complesso. Le crisi, specie a livello internazionale, sono di difficile soluzione.</p><p>Come approciare, dunque, la politica internazionale? Qui si trova una contraddizione delle contraddizioni di Morgenthau. Per quanto contrario all&#8217;approccio &#8220;scientista&#8221;, Morgenthau non aveva proposto altro che un approccio scientista per capire e praticare la politica internazionale. Questo era infatti il contenuto di <em>Politics Among Nations. </em>In esso, Morghentau aveva sostenuto che la politica internazionale è guidata da &#8220;legge ferree&#8221;, che gli interessi delle nazioni sono definiti in termini di potere; e che ciò è vero nel tempo e nello spazio; che i principi morali non possono essere applicati alle azioni degli stati, in quanto questi sono responsabili prima di tutto della sicurezza dei loro cittadini; e che la politica è una sfera autonoma e indipendente dalle altre. Dunque?</p><p>Morgenthau era convinto che solo se gli stati perseguono i loro interessi sia possibile trovare sempre un compromesso. Se invece essi sono guidati da principi e morale, la strada per le crociate, e dunque per la guerra totale è aperta. Da qui ha origine il suo impegno a modellare la politica estera americana perchè rimanga all&#8217;interno del sentiero realista.</p><p><strong>George Kennan</strong></p><p>Kennan è stato uno dei personaggi più importanti del XX secolo. Chi ne avesse voglia, troverà i suoi scritti &#8211; in particolare le sue autobiografie (<a href="http://www.amazon.com/Memoirs-1925-1950-George-F-Kennan/dp/0394716248/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1281334316&amp;sr=1-1">1</a> e <a href="http://www.amazon.com/George-F-Kennan-Memoirs-1950-1963/dp/0394716264/ref=sr_1_2?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1281334335&amp;sr=1-2">2</a>) e il suo <em><a href="http://www.amazon.com/American-Diplomacy-Walgreen-Foundation-Lectures/dp/0226431479/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1281334361&amp;sr=1-1">American Diplomacy</a></em> (una raccolta di saggi) &#8211; estremamente piacevoli e profondi. Kennan è notoriamente famoso per aver scritto &#8220;The X Article&#8221;, l&#8217;articolo apparso in forma anonima (firmato, appunto, Mr. X), nel 1947, su <em>Foreign Affairs </em>che illustrò la politica del &#8220;conteinment&#8221;. I concetti espressi in quell&#8217;articolo erano pervenuti al governo americano l&#8217;anno prima, nel &#8220;lungo telegramma che Kennan, diplomatico a Mosca, inviò al Dipartimento di Stato per spiegare quale fosse la minaccia sovietica, in cosa essa consistesse e quali erano le mosse da prendere come precauzione. Nel 1947 Kennan pubblicò appunto &#8220;The X Article&#8221;, il cui titolo era &#8220;<em>The Source of Soviet Conduct</em>. In quell&#8217;articolo Kennan spiegava che la minaccia sovietica era una minaccia politica, non militare. E, qui, dunque sulla scia di Machiavelli, Kennan invocava prudenza.</p><p>I sovietici hanno provato ad invadere la Finlandia, aveva scritto nel 1946. &#8220;They got their fingers burned&#8221;. La minaccia non era dunque quella di un&#8217;invasione militare, quanto piuttosto quella rappresentata dalla vittoria dei partiti comunisti in Europa occidentale. Per questo motivo, era necessario adoperarsi e impedire questa sciagura. Di qui il suo supporto incondizionato per il piano Marshall.</p><p>Dove si trova il realismo di Kennan? Kennan divenne un duro critico dell&#8217;amministrazione Truman, e in particolare di quella Eisenhower, in quanto &#8211; a suo modo di vedere &#8211; queste avevano travisato il suo suggermento e &#8220;militarizzato&#8221; il <em>containment</em>. Per quale motivo Kennan si oppose a questa svolta? Come tutti i realisti, Kennan era convinto che le azioni hanno effetti, quelle che Adam Smith aveva chiamato &#8220;conseguenze non intenzionali&#8221;. Una politica estera eccessivamente militarizzata, scriveva Kennan, si sarebbe prestata a facili <em>misunderstandings</em>, e per questo motivo avrebbe paradossalmente aumentato la tensione internazionale, invece di diminuirla. E&#8217; per questo stesso motivo che, in un primo momento, Kennan si oppose alla NATO (scelta che nel tempo ha rivisto).</p><hr/><p>© <a href="http://epistemes.org">Epistemes.org</a>, 2006 - 2010. | <a href="http://epistemes.org/2010/08/09/il-realismo-classico-capire-le-relazioni-internazionali3/">Permalink</a> <br/> Categorie: <a href="http://epistemes.org/category/ir/mauro-gilli/" title="View all posts in Mauro Gilli" rel="category tag">Mauro Gilli</a>, <a href="http://epistemes.org/category/ir/" title="View all posts in Relazioni Internazionali" rel="category tag">Relazioni Internazionali</a>, <a href="http://epistemes.org/category/senza-categoria/" title="View all posts in Senza Categoria" rel="category tag">Senza Categoria</a><br/></p><hr /> <strong>Leggete anche</strong>:<ul><li><a href="http://phastidio.net">Phastidio.net</a> - "Speak Softly And Carry A Big Stick";</li><li><a href="http://macromonitor.net">Macromonitor.net</a> - Macroeconomia e mercati finanziari</li></ul><hr /><div class="feedflare">
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