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	<description>Studi economici e politici</description>
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		<title>La serietà che manca al Ministro della Difesa</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 10:36:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Non c&#8217;è bisogno di commentare i seguenti estratti di giornale, uno da Tutto Sport e uno dalla sezione sportiva di Republica:
In Italia tutto è normale&#8220;, risponde con un diplomatico sorriso a chi gli chiede conto anche delle frasi di Ignazio La Russa, che si iscrive alla schiera dei critici, intervenendo sulle sue scelte. Ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Non c&#8217;è bisogno di commentare i seguenti estratti di giornale, uno da <a href="http://www.tuttosport.com/calcio/azzurri/2009/11/18-45971/Chiellini+e+l%27Italia+2+prendono+gli+applausi.+Lippi+i+fischi">Tutto Sport</a> e uno dalla <a href="http://sport.repubblica.it/news/sport/calcio-italia-la-russa-no-di-lippi-a-cassano-grida-vendetta/3735112">sezione sportiva di Republica</a>:</p>
<blockquote><p><em style="font-style: italic; font-weight: normal;">In Italia tutto è normale</em>&#8220;, risponde con un diplomatico sorriso a chi gli chiede conto anche delle frasi di Ignazio La Russa, che si iscrive alla schiera dei critici, intervenendo sulle sue scelte. Ed in particolare su quella di lasciar fuori Cassano, una mancata convocazione che per il ministro della difesa &#8220;grida vendetta.</p>
<p>Non capisco le scelte di Lippi. Non convocherà Cassano per i Mondiali, ma è una cosa che grida vendetta&#8221;. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, tifoso interista, discute le scelte azzurre di Marcello Lippi in un&#8217;intervista a Dahlia Sport. &#8220;Amauri che di italiano non ha nulla, sì, Thiago Motta no, Zarate neanche. A me &#8211; prosegue La Russa &#8211; sembra che più oriundi a Lippi i giocatori piacciano juventini. Questo sta allontanando i giovani dalla squadra nazionale. Lippi, che pure è uno dei migliori tecnici, e con il quale ho un ottimo rapporto personale, deve riflettere, perchè immagina di essere non il selezionatore, ma quello che può decidere tutto sulla nazionale, anche in base a motivi di simpatia. Ad esempio non portò Panucci ai mondiali, bensì uno che fece l&#8217;autogol; per poco non ci escludevano&#8221;. Poi su Cassano il ministro spiega: &#8220;Cassano? Non lo convocherà, lo metto per iscritto, ma è una cosa che grida vendetta. Amauri sì, Cassano no. Perchè? Non c&#8217;è più una logica: forse è più logico che non convochi nemmeno Balotelli, perchè è stato discusso anche dal suo allenatore. Comunque fosse per me convocherei anche Balotelli, lo coccolerei perchè è come i tifosi della curva.  Balotelli non è titolare fisso è giovane, bene non lo metti; ma come mai non convochi Cassano?.</p></blockquote>
<p>Molti, in italia si lanciano spesso in paragoni improbabili con gli Stati Uniti, un paese che secondo chi scrive ha tanti pregi ma anche tanti difetti. Tra i pregi, ne spicca uno in particolare: la serietà di chi ricopre cariche di governo. Il Segretario alla Difesa non si sognerebbe mai di rilasciare delle interviste sulle scelte di un allenatore di basket o football. Specialmente in un momento in cui sono in corso operazioni militari difficili e pericolose.</p>
<p>Non ci sono parole per commentare quanto sia pietosa questa faccenda. Mentre i nostri soldati sono impegnati in missione  la cui natura e il cui scopo appaiono sempre più dubbi, risulta davvero desolante notare che il Ministro alla Difesa mostri una totale mancanza di stile, sensibilità e serietà.</p>
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		<title>La FAO i vertici mondiali e alcune riflessioni</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 07:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
I media in questi giorni hanno dato molto spazio al vertice FAO che inizia oggi a Roma. Prima il Segretario Generale della FAO ha indetto lo sciopero della fame contro la fame. Poi è intervenuta la moglie di Ahmadinejad per incolpare il capitalismo dei milioni di morti che questa piaga sociale causa ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>I media in questi giorni hanno dato molto spazio al <strong>vertice FAO</strong> che inizia oggi a Roma. Prima <strong>il Segretario Generale della FAO ha indetto lo sciopero della fame</strong> contro la fame. Poi è intervenuta <strong>la moglie di Ahmadinejad per incolpare il capitalismo</strong> dei milioni di morti che questa piaga sociale causa ogni anno. Infine è arrivato <strong>il Papa a ricordarci che le risorse sarebbero sufficienti</strong>, ma la gente continua a morire di fame. Cerchiamo di fare un po&#8217; di chiarezza.</p>
<p><span id="more-2016"></span></p>
<p>Finora, un dato è certo:<strong> a ridurre fame, povertà e denutrizione non è stata la FAO, non è stato l&#8217;UNICEF, non è stata la Banca Mondiale, non è stato l&#8217;UNDP e non sono state le varie NGO che operano in questo campo. Fame, povertà, denutrizione sono diminuite dove è arrivato lo sviluppo economico. E lo sviluppo economico è arrivato grazie all&#8217;arrivo di investimenti diretti esteri, all&#8217;apertura dei commerci, e alle privatizzazioni</strong>. Questa non è una ricetta <em>one-size-fits-for-all</em>, specialmente a riguardo dell&#8217;apertura ai commerci internazionali. Ma rimane una descrizione abbastanza accurata della situazione. L&#8217;<em>addendum</em> è che la crescita economica richiede solide istituzioni politiche: dove queste erano presenti (India, Cina, etc.), il risultato è stato positivo. In altre aree (specie l&#8217;Africa), fenomeni di corruzione e malversazione hanno dilagato. E&#8217; chiaro che in questo caso c&#8217;è poco da fare: lo sviluppo politico non si può esportare. Richiede periodi molto lunghi, e spesso è connesso a periodi di enorme violenza: che ingenuamente l&#8217;Occidente cerca di bloccare, rallentando così ulteriormente il suo corso (per chi non ne fosse convinto, si vedano i lavori di Tilly e di McNeil sullo sviluppo europeo).</p>
<p>Dunque,<strong> il Segretario della FAO, più che fare uno sciopero della fame contro la fame, farebbe bene a mettersi a dieta, specialmente in termini di salario</strong> (che posizione avrà, un D1, D2?, a quanto ammonta il suo salario: 150.000 $ l&#8217;anno penny più penny meno, più benefits: zero IVA, nessuna tassa &#8211; tabacchi, benzina, liquori &#8211; benefit per il lavoro fuori sede, più le tasse universitarie pagate ai figli se questi decidono di studiare all&#8217;estero, etc.). Insomma, un bel gruzzolo. Da moltiplicarsi per qualche migliaio di persone che lavora nell&#8217;organizzazione.</p>
<p><strong>Perché, quindi, al posto di queste pagliacciate, il Nostro non fa qualcosa di più serio: salari dimezzati alla FAO per i prossimi cinquant&#8217;anni. I soldi? Non importa dove andranno, tanto, visti i risultati, verranno spesi meglio</strong>. Ancora meglio se si trova una proposta intelligente: si accettano proposte.</p>
<p><strong>Se poi si volesse proprio fare il capolavoro, si potrebbe decidere di spostare la FAO: da Roma in un posto sperduto in Africa. Postulato: nessuno può lavorare nell&#8217;organizzazione per più di 5 anni. In questa maniera si favorirebbe l&#8217;alfabetizzazione e l&#8217;informatizzazione del Paese, della sua popolazione e si sarebbe una spinta allo sviluppo delle sue infrastrutture.</strong></p>
<p>Purtroppo, i dipendenti della FAO, che tanto sono preoccupati della povertà in giro per il mondo, sono un po&#8217; restii ad andare a vivere in mezzo al deserto. Il buongiorno si vede dal mattino, e l&#8217;impegno dai sacrifici&#8230;.</p>
<p>Da questa breve discussione arriviamo alla <strong>moglie di Ahmadinejad, che vede nel capitalismo la causa della povertà. Secondo questa logica, più il capitalismo avanza, più dovremmo avere povertà. E infatti&#8230;il quadro è esattamente opposto</strong>: in Cina e in India, come abbiamo già ricordato, la povertà è diminuita drammaticamente (e così le carestie) grazie allo sviluppo economico portato dallo sviluppo capitalista.</p>
<p><strong>Di livello simile è l&#8217;affermazione del Papa, che rileva come le risorse sarebbero sufficienti per sfamare tutti, ma si continui a morire di fame. Vero. Anzi, verissimo. Bisogna però capire un attimo il problema. Un modo è pensare che le risorse ci siano ma siano distribuite <em>iniquamente</em>. Un&#8217;altra è pensare che le risorse ci siano, ma siano gestite <em>inefficientemente</em>. Come stanno le cose?</strong></p>
<p><strong>Prendiamo l&#8217;Iran e il suo modello economico &#8220;giusto&#8221; </strong>- stando a Lady Ahmadinejad. Bene, <strong>il Paese ha una gestione talmente efficiente delle sue risorse che pur essendo un esportatore netto di petrolio è un importatore netto di benzina. </strong>In altri termini, non ha abbastanza raffinatori. Perchè? Perchè <strong>anzichè investire in queste strutture preferisce spendere qualche centinaio di milioni di dollari ogni anno (se non di più) per finanziare un sistema di sussidi alla benzina che favorisce determinate classi sociali</strong> &#8211; ovviamente a scapito di altre. <strong>Anche l&#8217;Iran ha le risorse: è il suo sistema &#8220;giusto&#8221; che crea piaghe sociali e sotto-sviluppo.</strong></p>
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		<title>Giappone, quando la crescita preoccupa</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/16/giappone-quando-la-crescita-preoccupa/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 15:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Il dato di Pil giapponese del terzo trimestre presenta una curiosa combinazione: la grandezza reale rimbalza in territorio positivo per la prima volta dal quarto trimestre 2007, ma il Pil nominale continua a contrarsi, per effetto della deflazione. Era già accaduto in precedenza, ma mai prima d&#8217;ora il Pil reale era stato così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Il dato di <a href="http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=newsarchive&amp;sid=a7HwDC2Uh4Vk">Pil giapponese del terzo trimestre</a> presenta una curiosa combinazione: <strong>la grandezza reale rimbalza in territorio positivo per la prima volta dal quarto trimestre 2007, ma il Pil nominale continua a contrarsi, per effetto della deflazione</strong>. Era già accaduto in precedenza, ma mai prima d&#8217;ora il Pil reale era stato così elevato in presenza di una grandezza nominale negativa.</p>
<p><span id="more-2012"></span>Il problema, come per ogni ripresa che avvenga in termini unicamente reali, è che il debito del paese (e il Giappone ne ha moltissimo) resta espresso in termini nominali. <strong>Così, il fatto che il Giappone abbia prodotto di più (il 4,8 per cento trimestre su trimestre annualizzato), ma che il valore complessivo della produzione sia diminuito in termini di Yen (meno 0,3 per cento), rende problematico servire quel debito</strong>.</p>
<p>Non sorprende quindi che il costo dell&#8217;assicurazione creditizia sul debito sovrano giapponese, così come espressa dai <em>credit default swaps</em>, sia cresciuta durante la &#8220;ripresa&#8221;, raddoppiando negli ultimi tre mesi sino a toccare un picco al livello di 76 punti-base, il 9 novembre (oggi è a circa 67). Il rapporto tra debito e Pil è previsto in ascesa al 227 per cento nel 2010, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, rendendo il paese particolarmente vulnerabile ad ogni aumento dei tassi d&#8217;interesse. Lo stesso invecchiamento della popolazione è motivo di preoccupazione, perché destinato a produrre un cambiamento di stili di vita dal risparmio, che finora andava in larga parte all&#8217;acquisto dei titoli di stato (JGB), al consumo.</p>
<p>Questi timori sono destinati ad acuirsi nei prossimi trimestri, quando verrà meno l&#8217;impatto dello stimolo sull&#8217;economia.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><img src="http://3.bp.blogspot.com/_8rpY5fQK-UQ/SwCnSdlj5lI/AAAAAAAAIb0/OmTDHbNcRC8/s400/japangdp.png" alt="La deflazione morde" width="400" height="300" /><p class="wp-caption-text">La deflazione morde</p></div>
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		<title>Nato per l’economia</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 16:20:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ascesa del mondo multipolare, causa ed effetto delle trasformazioni economiche, cambia inesorabilmente i rapporti di forza geopolitica e costringe a misurarsi con nuove categorie analitiche, oltre che a ricorrere alla multidisciplinarità, per prevedere l&#8217;evoluzione dello scenario internazionale. L&#8217;intervento di Andrea Gilli al seminario Nato at sixty, tenutosi ieri. Qui il paper realizzato da Gilli. Grazie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ascesa del mondo multipolare, causa ed effetto delle trasformazioni economiche, cambia inesorabilmente i rapporti di forza geopolitica e costringe a misurarsi con nuove categorie analitiche, oltre che a ricorrere alla multidisciplinarità, per prevedere l&#8217;evoluzione dello scenario internazionale. L&#8217;intervento di <strong>Andrea Gilli</strong> al seminario <a href="http://epistemes.org/2009/11/03/save-the-date/"><em>Nato at sixty</em></a>, tenutosi ieri. <a href="http://www.ilfoglio.it/media/uploads/Research%20Paper%20-%20NATO%20at%20sixty%20-%20the%20future%20of%20an%20Alliance(1).pdf">Qui il paper</a> realizzato da Gilli. Grazie a <strong><em>2+2</em></strong> per <a href="http://www.ilfoglio.it/duepiudue/239">la puntuale copertura dell&#8217;evento</a>.</p>
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		<title>La crisi è finita (solo per le banche d’affari)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 10:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio &#8211; Liberal Quotidiano
A un anno dalla sua elezione alla Casa Bianca, Barack Obama si trova ancora nel mezzo di una delle più gravi crisi economiche e finanziarie degli ultimi ottant&#8217;anni. Tra tre settimane la recessione, così come datata dal National Bureau of Economics Research, entrerà nel suo terzo anno. Non è ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio &#8211; <a href="http://www.liberal.it"><em>Liberal Quotidiano</em></a></strong></p>
<p>A un anno dalla sua elezione alla Casa Bianca, <strong>Barack Obama</strong> si trova ancora nel mezzo di una delle più gravi crisi economiche e finanziarie degli ultimi ottant&#8217;anni. Tra tre settimane la recessione, così come datata dal <em>National Bureau of Economics Research</em>, entrerà nel suo terzo anno. Non è ancora dato sapere se la ripresa del Pil sarà sostenibile o verrà meno con la fine degli stimoli. L&#8217;area di maggior sofferenza riguarda il mercato del lavoro, come hanno confermato gli ultimi dati su occupazione e disoccupazione in ottobre, pubblicati la scorsa settimana. Tentiamo un bilancio del primo anno di presidenza Obama relativamente alla politica economica.</p>
<p><strong><span id="more-2003"></span>Sul piano delle misure adottate, la critica ricorrente a Obama riguarda l&#8217;esplosione di deficit e debito</strong>. Qui possiamo azzardare che il presidente non ha tutte le colpe che gli vengono attribuite. La profondità ed ampiezza della crisi ha determinato un crollo verticale di entrate fiscali, circostanza comune a tutti i paesi coinvolti. Al netto delle misure di stimolo e della loro specifica efficacia, <strong>l&#8217;ampiezza della voragine fiscale è direttamente legata al grado di indebitamento del settore privato dell&#8217;economia (si vedano, per una conferma, le condizioni dei conti pubblici nel Regno Unito)</strong>. Lo stimolo obamiano in senso stretto, l&#8217;<em>American Reconstruction and Reinvestment Act</em> (ARRA), che peraltro non ha ancora pienamente dispiegato i propri effetti, pesa relativamente poco in questo quadro d&#8217;insieme. Molto più incidono le necessarie misure di ammortizzazione sociale, come le reiterate proroghe dei sussidi di disoccupazione, vista la grave condizione del mercato del lavoro, che a sua volta danneggia le entrate fiscali a causa dello scarso sviluppo di reddito e consumi.</p>
<p><strong>Ben diversa appare la situazione relativamente alla riforma della regolazione delle istituzioni finanziarie. Qui praticamente nulla è stato fatto</strong>. O meglio l&#8217;amministrazione, con il pieno sostegno della Fed, ha scelto di mantenere lo <em>status quo</em> e di fare uscire le banche dalla crisi attraverso misure di supporto incondizionato, gonfiandone margini d&#8217;interesse e utili da trading. <strong>La via di uscita dalla crisi è stata una gigantesca operazione di reflazione, che sta riproducendo le condizioni di bolla dei mercati finanziari che sono all&#8217;origine della crisi</strong>, oltre ad esacerbare quello stesso gigantismo che si vorrebbe combattere. Esiste un&#8217;assoluta continuità tra il Tesoro dell&#8217;ex boss di Goldman Sachs, <strong>Hank Paulson</strong>, e quello dell&#8217;ex presidente della Fed di New York (che è espressione diretta di Wall Street), <strong>Timothy Geithner</strong>. Da sempre, gli uomini delle banche d&#8217;affari dispongono di un sistema di porte scorrevoli che ne consente l&#8217;approdo a Washington, per scrivere la legislazione in materia finanziaria o per gestire i salvataggi.</p>
<p><strong>Il dibattito sul <em>too big to fail</em> è ormai confinato agli ambienti accademici</strong>. Ben diversamente sembrano andare le cose nella vituperata Europa dove, anche per effetto delle forti pressioni antitrust della commissione europea, qualcosa si muove e banche che hanno beneficiato di massicci aiuti pubblici (fino alla nazionalizzazione, come nel caso britannico), verranno fatte a spezzatino e rimesse sul mercato. Malgrado la retorica obamiana, in America finora abbiamo visto continuità, non cambiamento, e forse non poteva andare altrimenti, date le premesse. Il declino dell&#8217;impero americano passa anche attraverso gli utili monopolistici di Goldman Sachs, ma la cosa sembra ancora sfuggire a molti.</p>
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		<title>La fine della Guerra e la fine di ciò che è seguito</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/09/la-fine-della-guerra-e-la-fine-di-cio-che-e-seguitp/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 12:29:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Sulla fine della Guerra fredda è già stato detto quasi tutto, specie a livello accademico tanto in storia, che in sociologia, che soprattutto in scienza politica ed economia. A vent&#8217;anni da quella ricorrenza conviene guardare brevemente le macro-implicazioni di quell&#8217;evento che ha radicalmente cambiato la faccia della politica mondiale.

Innanzitutto, la fine della Guerra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p>Sulla <strong>fine della Guerra fredda </strong>è già stato detto quasi tutto, specie a livello accademico tanto in storia, che in sociologia, che soprattutto in scienza politica ed economia. <strong>A vent&#8217;anni da quella ricorrenza conviene guardare brevemente le macro-implicazioni di quell&#8217;evento che ha radicalmente cambiato la faccia della politica mondiale</strong>.</p>
<p><span id="more-1993"></span></p>
<p>Innanzitutto, <strong>la fine della Guerra fredda fu elevata inizialmente ad evento paradigmatico in grado di dimostrare la forza delle idee nella storia umana</strong>. La fine della dottrina Breznev, e poi della confidenza nei principi sovietici, avrebbero infatti aperto la strada al crollo del Muro di Berlino e poi alla fine dell&#8217;URSS. A vent&#8217;anni di distanza, se una cosa è chiara è che<strong> le idee giocarono un ruolo davvero minimo</strong>. La presa dell&#8217;URSS si allentò quando la sua leadership fu messa alle strette dalle ristrettezze economiche che l&#8217;inefficienza del sistema sovietico stava provocando. Solidarnosc, il Papa, i democratici tedeschi, gli intellettuali dell&#8217;accademia delle scienze di Mosca ebbero tutti un ruolo. <strong>Ma <em>poterono</em> avere un ruolo perché il sistema economico sovietico era in disgregazione. Non è un caso che la loro influenza si sia sentita negli anni Ottanta e non negli anni Cinquanta o Sessanta</strong>.</p>
<p>Se c&#8217;è una lezione generale da trarre da questo primo punto è che tra tutte le teorie, <strong>il Realismo è quello che ebbe la performance migliore</strong>, come dimostrano non solo gli studi di <strong>Wohlforth</strong> (1993/94) e <strong>Brooks e Wohlforth</strong> (1999/00), ma soprattutto la sagace previsione di Robert <strong>Gilpin</strong>, secondo la quale la Guerra fredda sarebbe finita pacificamente (1981: 234).</p>
<p><strong>Questo dato è importante soprattutto se guardiamo al cosa è venuto dopo la fine della Guerra fredda</strong>. Il neoconservatorismo aveva previsto la fine della Storia (Fukuyama, 1991). Il liberalismo, sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, aveva previsto pace, democrazia e benessere (Omahe, Keohane e tutto il filone della pace democratica). <strong>Il Realismo, più modestamente, aveva previsto instabilità, guerre e crisi internazionali</strong>.</p>
<p>Guardiamo dove siamo vent&#8217;anni dopo, e pare difficile trovare conferma alle previsioni di Fukuyama e soci. Dire dunque che la storia proceda in maniera lineare (come sostiene il liberalismo) pare abbastanza avventato, piuttosto, i suoi movimenti, e il sistematico ritorno di fenomeni di guerra e violenza suggerisce la presenza di andamenti ciclici.</p>
<p><strong>Quale lezione trarre, dunque, dal crollo del Muro di Berlino?</strong> Una, semplice, che i più grandi pensatori della storia, da Tucidide a Machiavelli, da Hobbes a Rousseau hanno sempre evidenziato: <strong>l&#8217;arena internazionale è contraddistinta da una competizione sfrenata tra diverse autorità politiche. Questa competizione porta violenza ma anche sviluppo, porta guerra ma anche pace</strong>. <strong>Nel caso del crollo del Muro di Berlino, quella competizione ha portato alla fine di uno dei regimi più oppressivi della storia umana. Questa stessa competizione è però anche la causa del terrorismo internazionale, delle diatribe con l&#8217;Iran, della minaccia cinese o degli scontri con la Russia</strong>.</p>
<p>Più che celebrarne alcuni aspetti (liberalismo, economia di mercato, democratizzazione) per nasconderne altri, forse sarebbe meglio cercare di comprendere l&#8217;intero processo nella sua interezza.</p>
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		<title>Il Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda, e la verità su Reagan</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/09/il-muro-di-berlino-la-fine-della-guerra-fredda-e-la-verita-su-reagan/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 06:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Oggi è il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, evento epocale che anticipò di due anni il tanto più inaspettato crollo dell&#8217;Unione Sovietica. Sicuri che sui giornali italiani leggeremo fantastiche ricostruzioni relativamente al ruolo giocato da Ronald Reagan, l&#8217;inquilino della Casa Bianca dal 1981 al 1988, illustriamo qui di seguito le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p><strong>Oggi è il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino</strong>, evento epocale che anticipò di due anni il tanto più inaspettato crollo dell&#8217;Unione Sovietica. Sicuri che sui giornali italiani leggeremo fantastiche ricostruzioni relativamente al ruolo giocato da <strong>Ronald Reagan</strong>, l&#8217;inquilino della Casa Bianca dal 1981 al 1988, <strong>illustriamo qui di seguito le contraddizioni di quella che negli anni si è venuta rafforzando come una delle più diffuse interpretazioni della fine della Guerra Fredda</strong>.</p>
<p><span id="more-1923"></span><strong>Secondo questa interpretazione, la Guerra Fredda sarebbe finita infatti proprio grazie a Reagan</strong>. Secondo la vulgata l&#8217;ex attore di Hollywood, una volta arrivato alla Casa Bianca, avrebbe capito che l&#8217;URSS era in declino, e che stava fronteggiando grandi difficoltà economiche. Proprio per questo motivo, Reagan avrebbe dunque deciso di lanciare la corsa agli armamenti (le cosiddette &#8220;guerre stellari&#8221;, tra cui rientrava la <em>Strategic Defense Initiative</em>, il piano di difesa antimissilistico), per portare l&#8217;URSS in bancarotta. <strong>Costringendo Mosca ad aumentare l&#8217;allocazione di risorse al settore militare, Reagan avrebbe dunque sferrato il colpo definitivo alla già fiacca economia sovietica</strong>, che sarebbe poi crollata alcuni anni dopo.</p>
<p><strong>Ci sono numerosi problemi con questa interpretazione</strong>. Problemi ai quali i sostenitori di questa tesi non solo non sanno rispondere, ma dei quali non si sono neanche mai resi conto. Innanzitutto, <strong>come faceva Reagan a sapere che l&#8217;URSS fosse in declino? I dati a disposizione della CIA e delle altre agenzie di intelligence sull&#8217;economia sovietica e sul potere dell&#8217;URSS</strong>,<a href="http://www.foreignpolicy.com/Ning/archive/archive/106/CIAslegacy.pdf"> come gli stessi analisti avrebbero scoperto con grande sorpresa negli anni &#8216;90</a> <strong>erano straordinariamente esagerati</strong> rispetto a quella che era la realtà dei fatti (si veda anche questo articolo su <a href="http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,924892,00.html">Time magazine</a>). Secondo alcuni resoconti, il Pil dell&#8217;URSS durante la Guerra Fredda era infatti solo una frazione di quanto veniva stimato a Langley. Dunque, da dove derivava l&#8217;intuizione di Reagan? Questo non ci è dato sapere, la vulgata vuole infatti che Reagan avesse capito, <em>period. </em></p>
<p><strong>Anche assumendo che Reagan fosse a conoscenza dei problemi dell&#8217;economia sovietica, come faceva Reagan a conoscere la portata di questi problemi? </strong>Per capirsi, l&#8217;economia americana è attualmente in crisi, ma non verrebbe tramortita da un&#8217;eventuale corsa agli armamenti ispirata da Mosca o da Pechino. Come faceva Reagan ad essere sicuro del contrario, per quanto riguarda l&#8217;URSS? <strong>Questo non si sa. Certamente, le affermazioni pubbliche dello stesso presidente non danno credibilità alla tesi secondo cui &#8220;Reagan aveva capito&#8221;</strong>.</p>
<p>Se l&#8217;URSS era in declino, come mai Reagan giustificò il lancio della <em>Strategic Defense Initiative</em> proprio sulla base della temibile minaccia rappresentata dall&#8217;&#8221;Impero del Male&#8221;? Evidentemente, se l&#8217;URSS era un tale pericolo per la sicurezza nazionale americana, non poteva allo stesso tempo anche essere prossima al tracollo. Delle due l&#8217;una: <strong>o Reagan mentiva ai cittadini americani sapendo di mentire; oppure, più ragionevolmente, era sinceramente convinto che l&#8217;URSS fosse una minaccia, e quindi non era assolutamente a conoscenza dei problemi dell&#8217;URSS </strong>(versione confermata dai resoconti storici).</p>
<p>A suffragio di questa tesi possono essere prese in considerazione le politiche implementate dallo stesso Reagan. <strong>Se l&#8217;URSS era in declino e prossima al crollo definitivo, e il presidente americano ne era consapevole, per quale motivo, ad un certo punto, nella metà degli anni &#8216;80, in modo del tutto improvviso decise di promuovere la cooperazione con Mosca, e più precisamente di lanciare una nuova era di <em>Détente</em> attraverso gli accordi sul disarmo nucleare</strong> (quelli stessi accordi promossi da Kissinger negli anni &#8216;70)? <strong>Se Reagan era convinto dell&#8217;avvicinarsi del crollo dell&#8217;URSS, perché fermare la corsa agli armamenti e promuovere addirittura il disarmo, proprio quando il risultato era ormai raggiunto?</strong> Perché non premere l&#8217;acceleratore fino in fondo, per finire la corsa in volata? Perché dare a Mosca la possibilità di prendere il respiro proprio quando il risultato stava per essere raggiunto? (a proposito, si guardi questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=GUhDbUNTZOw">video</a> sulla reazione dell&#8217;estrema destra americana all&#8217;&#8221;<em>appeasement</em>&#8221; cercato da Reagan).</p>
<p><strong>Queste sono le domande alle quali i giornali italiani non daranno risposta. Oggi leggeremo analisi emotivamente coinvolte, che vogliono un Reagan con informazioni più precise di quelle della CIA. Un Reagan che aveva capito tutto. La verità, ovviamente, è un&#8217;altra</strong>. Reagan giocò un ruolo centrale nella Guerra Fredda. E sarebbe sbagliato ignorare questo fatto. E&#8217; però altrettanto sbagliato attribuire a Reagan meriti che vanno ben al di là di quanto potesse fare. E&#8217; bene ricordarselo: il Muro di Berlino crollò perché il sistema comunista era più inefficiente di quello capitalista. Con o senza Reagan, questo risultato sarebbe stato ottenuto ugualmente.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Ci permettiamo di suggerire ai lettori il nuovo numero  de <em><a href="http://www.larengodelviaggiatore.info/dblog/numero.asp?numero=64">L&#8217;Arengo del Viaggiatore</a>, </em>dedicato proprio al crollo del Muro di Berlino.</p>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 12:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[SEMINARIO
IL NUOVO CONCETTO STRATEGICO DELLA NATO ALL’ALBA DEL XXI SECOLO
Fattori di continuità e sfide future nel nuovo ordine mondiale
Roma, Camera dei Deputati &#8211; Palazzo S. Macuto
12 novembre 2009 – ore 15:00
Il 60° anniversario della fondazione della NATO trova l&#8217;alleanza in una fase di ricerca di una nuova identità che ha caratterizzato i suoi ultimi 18 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">SEMINARIO</h3>
<h3 style="text-align: center;">IL NUOVO CONCETTO STRATEGICO DELLA NATO ALL’ALBA DEL XXI SECOLO</h3>
<p style="text-align: center;">Fattori di continuità e sfide future nel nuovo ordine mondiale<br />
Roma, Camera dei Deputati &#8211; Palazzo S. Macuto</p>
<p><strong>12 novembre 2009 – ore 15:00</strong></p>
<p>Il 60° anniversario della fondazione della NATO trova l&#8217;alleanza in una fase di ricerca di una nuova identità che ha caratterizzato i suoi ultimi 18 anni.<br />
I profondi cambiamenti nel panorama strategico internazionale ed in particolare l’emergere di un mondo multipolare hanno avuto un effetto riduttivo del peso dell’Occidente nella politica mondiale.</p>
<p>Con una <em>mission</em> mutata dagli eventi ed in assenza di una chiara visione strategica, l&#8217;Alleanza atlantica corre il rischio di diventare obsoleta se non sarà in grado di reinventarsi un ruolo identificando una nuova dottrina di sicurezza.</p>
<p>In attesa della elaborazione del nuovo “Concetto Strategico” della NATO, il Dipartimento di Studi d’Intelligence e Sicurezza della Link Campus University in collaborazione con la Fondazione Italia USA, organizza un seminario che si terrà a Roma, presso la Camera dei Deputati &#8211; Palazzo S. Macuto il giorno 12 novembre 2009 – alle ore 15:00 In tale occasione il <strong>Dott. Andrea Gilli</strong>, senior researcher del Dipartimento della Link Campus University, presenterà la ricerca del <strong>&#8220;NATO AT SIXTY&#8221;.</strong></p>
<p><span id="more-1971"></span><br />
<h3 style="text-align: center;"><strong>Programma</strong></h3>
<p>Introducono il seminario:<br />
<strong>On. Rocco Girlanda</strong> (Presidente della Fondazione Italia USA);</p>
<p><strong>Com.te Francesco D’Arrigo</strong> (Direttore Dipartimento di Studi d’Intelligence Strategica e Sicurezza, Link Campus University);</p>
<p><strong>On. Annagrazia Calabria</strong> (Segretario del Comitato Scientifico della Fondazione Italia USA).</p>
<p>Modera</p>
<p><strong>Dott. Alfredo Mantici</strong><br />
(Direttore dell’Ufficio Previsione, Valutazione, Prevenzione e Mitigazione dei Rischi Antropici Dipartimento<br />
della Protezione Civile)</p>
<p>Interverranno:</p>
<p><strong>Dott. Andrea Gilli</strong><br />
(Senior Researcher Dipartimento d’Intelligence Strategica e Sicurezza Link Campus University)</p>
<p><strong>Prof. Arduino Paniccia</strong><br />
(Docente di Studi Strategici ed Economia Internazionale Università di Trieste)</p>
<p><strong>Gen. Carlo Jean</strong><br />
(Docente di Studi Strategici presso Luiss – Guido Carli)</p>
<p><strong>Prof. Andrea Margelletti</strong><br />
(Presidente CESI)</p>
<p><strong>Sen. Roberta Pinotti</strong><br />
(Commissione Difesa, Senato della Repubblica)</p>
<p><strong>Gen. Leonardo Leso</strong><br />
(Addetto alla Difesa e Consigliere Militare e di Polizia Rappresentanza Permanente d&#8217;Italia alle Nazioni Unite)</p>
<p><strong>Dr. Grant T. Hammond</strong><br />
(Dean of the NATO Defense College)</p>
<p><strong>Gen. Vincenzo Camporini</strong><br />
(Capo di Stato Maggiore della Difesa)</p>
<p><strong>Cons. Marco Carnelos</strong><br />
(Consigliere Diplomatico Aggiunto del Presidente del Consiglio)</p>
<p><strong>On. Edmondo Cirielli</strong><br />
(Presidente della IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati)</p>
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		<title>Obama, un anno dopo</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/03/obama-un-anno-dopo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
Un anno fa Barack Hussein Obama veniva eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Ad un anno di distanza, è possibile fare un bilancio della sua presidenza. Poiché non mi occupo di sanità, economia, o finanza, la mia analisi riguarderà prevalentemente l’ambito della politica estera.

Alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, Obama era visto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p><strong>Un anno fa Barack Hussein Obama veniva eletto Presidente degli Stati Uniti d’America</strong>. Ad un anno di distanza, è possibile fare<strong> un bilancio della sua presidenza</strong>. Poiché non mi occupo di sanità, economia, o finanza, la mia analisi riguarderà prevalentemente l’ambito della politica estera.</p>
<p><span id="more-1964"></span></p>
<p>Alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, <strong>Obama era visto prevalentemente sotto due prospettive: da una parte, a destra, lo si accusava di essere un liberal rammollito</strong>, pronto a svendere l’America e incapace di difenderne gli interessi nazionali. <strong>A sinistra, invece, lo si vedeva come un vero democratico, a volte persino pacifista</strong>, e quindi al suo nome si associavano concetti o valori quali multilateralismo, diplomazia, dialogo. O Carter o Giovanni Paolo II, per dirla in modo diverso.</p>
<p><strong>Se qualcosa è certo, dopo 12 mesi, è che tutte e due le letture erano sbagliate – come avevo anticipato.</strong></p>
<p>Infatti, Obama ha continuato ad attaccare i santuari talebani e di al-Qaeda in Pakistan, ha coniugato la sua promessa di ritiro dall’Iraq con la realtà strategica in campo, e sta andando ad approvare il bilancio della Difesa più alto della storia dell’umanità (siamo oramai ad un soffio dai 700 miliardi di dollari). In altri termini, non è un <em>liberal</em> rammollito che vuole svendere l’America ma dall’altra parte la sua presidenza è ben diversa da quella di George W. Bush.</p>
<p><strong>Come si può interpretare, dunque, la presidenza Obama? A mio modo di vedere, per capire l’era Obama è innanzitutto necessario capire l’era nella quale essa si colloca</strong>. Pochi mesi prima delle presidenziali americani, il saggista <strong>Fareed Zakaria</strong> pubblicava un libro dal titolo <em>The post-American World</em>. La tesi di Zakaria è che staremmo osservando <strong>una trasformazione epocale del sistema internazionale: la crescita economica della Cina, dell’India, del Brasile, dell’Indonesia, della Nigeria e del Sud Africa starebbero de-occidentalizzando il mondo</strong>.</p>
<p>In altri termini, nel sistema internazionale che si sta creando in questi anni, l’Occidente avrà progressivamente un ruolo minore. Se guardiamo ai dati, la tesi di Zakaria è semplicemente una fotografia della realtà. <strong>L’era Obama va dunque compresa in questo contesto: non sorprende che il neo-presidente abbia cercato dialogo, diplomazia e distensione con la sua politica estera. Non potendo nulla contro la dispersione del potere a livello internazionale e contro la crescita delle potenze non-occidentali, per difendere l’America e i suoi interessi non restava che una strada obbligata: limitare al massimo conflitti e scontri, così da ridurre le sue spese (dirette e indirette) e, allo stesso tempo, favorire un clima di dialogo necessario per plasmare il nuovo ordine internazionale</strong>.</p>
<p>Sotto questa prospettiva, la politica di Obama verso l’Iran e verso la Russia, per esempio, non solo sono comprensibili ma anche condivisibili. L’America sta affrontando una drammatica crisi economica che arriva proprio in un momento di transizione a suo svantaggio del sistema internazionale: non si vede dunque quali alternative fossero a sua disposizione.</p>
<p>Ovviamente, <strong>il fatto che la strategia di Obama sia coerente con il contesto internazionale nel quale essa si colloca non significa che tutte le sue azioni siano state efficaci o tempestive</strong>. Proprio su Iran e Russia i dubbi non mancano: quando lo scorso giugno assistemmo alle manifestazioni di Teheran, la Casa Bianca fu presa in contropiede dagli avvenimenti. Dall’altra parte, verso la Russia ci sono state diverse esitazioni, il cui apice si è avuto a settembre quando nel giro di dieci giorni lo scudo missilistico è stato prima degradato e poi annullato. A mio parere, <strong>quest’ultimo è l’aspetto più importante e da esso dipende il futuro, e il successo, dei restanti anni dell’era Obama</strong>. <strong>La politica verso l’Iran, la Russia, ma anche verso l’Afghanistan, l’Iraq, la politica di Difesa (e lo stesso si può dire sulla Finanza e sulla Sanità) ha spesso mancato di unicità e coerenza. La sensazione è che in più occasioni, l’America abbia parlato con più voci. E quando un Paese parla con più voci, allora manca di leadership</strong>.</p>
<p>Ad un anno dalla sua elezione, e a poco più di dieci mesi dalla sua salita al potere, <strong>Obama ha mostrato un buon fiuto strategico, ma le sue azioni hanno poi anche mostrato numerosi problemi a livello tattico</strong>. Se il nuovo Presidente sarà in grado di rimediare a questi primi errori (magari sostituendo anche alcuni individui della sua amministrazione, a partire da <strong>Biden</strong> e <strong>Holbrooke</strong>), allora la sua presidenza potrà portare a dei successi. Altrimenti, il vero rischio è di fallimenti su più fronti. La mia opinione è che <strong>per Obama non sarà facile risolvere questi problemi. La forza della sua presidenza si fonda sulla sua capacità di unire e queste scelte implicano la necessità di dividere</strong>. I veri geni politici sono quelli che riescono ad unire anche quando dividono. Vedremo se Obama riuscirà in questa impresa.</p>
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		<title>Banche, lezione europea per l’America</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2009/11/02/banche-lezione-europea-per-lamerica/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 15:20:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Nel Regno Unito, il Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling, illustrerà questa settimana i piani del governo britannico per il futuro del sistema bancario nazionale. Tali piani prevedono letteralmente di &#8220;fare a pezzi&#8221; le principali banche beneficiarie del salvataggio pubblico, Royal Bank of Scotland (posseduta dal governo al 70 per cento) e Lloyds Bank [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Nel <strong>Regno Unito</strong>, il Cancelliere dello Scacchiere, <strong>Alistair Darling</strong>, illustrerà questa settimana i piani del governo britannico per il futuro del sistema bancario nazionale. Tali piani prevedono letteralmente di<a href="http://www.independent.co.uk/news/business/news/darling-prepares-to-unveil-bank-shakeup-1813270.html"> &#8220;fare a pezzi&#8221; le principali banche beneficiarie del salvataggio pubblico</a>, <strong>Royal Bank of Scotland</strong> (posseduta dal governo al 70 per cento) e <strong>Lloyds Bank</strong> (pubblica al 43 per cento), e di creare tre nuove entità bancarie, che saranno vendute sul mercato. L&#8217;operazione prevede la vendita di sportelli o di controllate ed ha come obiettivo, per usare le parole di Darling, &#8220;un processo di riforma e ricostruzione in modo da avere un sistema bancario più sicuro e competitivo di quello che abbiamo attualmente, con nuovi ingressi sul mercato&#8221;.</p>
<p><span id="more-1966"></span>Dietro la manovra del governo Brown c&#8217;è la pressione dell&#8217;Unione europea, e in particolare della commissaria alla Concorrenza, <strong>Neelie Kroes</strong>, che da tempo esercita pressioni sui governi che hanno salvato i propri gruppi bancari durante la fase più acuta della crisi per <strong>cogliere l&#8217;opportunità di spezzare condizioni di potenziale eccesso di posizione dominante o comunque di dimensione critica raggiunta da alcuni istituti bancari</strong>, ed ha già trovato un primo esito nel <em>breakup </em>della olandese ING.</p>
<p>Tornando al Regno Unito, Darling si è affrettato a precisare che le operazioni di scissione avverranno &#8220;al momento opportuno&#8221;, ma la strada è ormai tracciata. Più interessante sarà capire chi saranno gli acquirenti, in un contesto di antitrust così cogente. <strong>Barclays</strong>, <strong>HSBC </strong>e probabilmente gli spagnoli di <strong>Banco Santander</strong>, che già controllano <strong>Abbey</strong>, <strong>Alliance &amp; Leicester</strong> e sportelli di <strong>Bradford &amp; Bingley</strong>, non potranno partecipare alle dismissioni. Per ora esiste l&#8217;interesse del <em>retailer </em><strong>Tesco </strong>e del gruppo <strong>Virgin</strong>. Si profila anche un&#8217;opportunità dagli occhi a mandorla?</p>
<p>Una piccola morale è tuttavia già possibile trarla: immaginate <strong>Citigroup</strong> e <strong>Bank of America</strong> costrette dal loro fedele servitore <strong>Tim Geithner</strong> a vendere propri sportelli e controllate. Un film di fantascienza, vero? Registriamo quindi con una certa soddisfazione l&#8217;iniziativa dell&#8217;Unione Europea, i cui interventi in passato molte volte ci hanno lasciati dubbiosi o apertamente contrari. Speriamo le stesse considerazioni possano essere condivise anche da alcuni detrattori &#8220;senza se e senza ma&#8221; della Ue. Per una volta, brava Europa.</p>
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