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	<title>Epistemes.org</title>
	
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	<description>Studi economici e politici</description>
	<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 10:03:24 +0000</pubDate>
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	<language>en</language>
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		<title>Ma la speculazione è poi così negativa?</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 16:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piercamillo Falasca</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Contributi Esterni]]></category>

		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Benedetto Della Vedova, da Il Giornale
La specula era la vedetta della legione romana. Speculatore è perciò colui che guarda lontano, che osserva e predice il futuro. Così facendo si espone a rischi elevati ma anche a grandi rendimenti. Lo speculatore è un imprenditore come altri: valuta, rischia, poi guadagna o perde. Nel mercato la [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Ma la speculazione è poi così negativa?", url: "http://epistemes.org/2008/07/18/ma-la-speculazione-e-poi-cosi-negativa/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Benedetto Della Vedova, da <em>Il Giornale</em></strong></p>
<p>La specula era la vedetta della legione romana. Speculatore è perciò colui che guarda lontano, che osserva e predice il futuro. Così facendo si espone a rischi elevati ma anche a grandi rendimenti. Lo speculatore è un imprenditore come altri: valuta, rischia, poi guadagna o perde. Nel mercato la speculazione è uno straordinario meccanismo per segnalare e “prezzare” un fenomeno atteso, anticipandone parte degli effetti. La speculazione contribuisce a riportare situazioni strutturalmente distorte all’equilibro, magari forzando gli attori economici e i politici ad assumere decisioni necessarie. Pensiamo alla FIAT: sono stati gli speculatori, con le loro scommesse al ribasso, a forzare una ristrutturazione il cui ulteriore ritardo avrebbe definitivamente azzerato l’azienda, con quel che ciò avrebbe comportato.<span id="more-627"></span><br />
I mercati dei future e degli swap, di cui gli speculatori sono un anello fondamentale, facilitano la gestione del rischio di prezzo, a vantaggio dei consumatori finali. Anche per il petrolio.<br />
Oggi i mercati finanziari ritengono che la domanda in paesi come la Cina crescerà, che l’offerta non sarà in grado di tenerle testa e che il prezzo del petrolio sarà più alto di quanto avevano previsto in precedenza: agli speculatori conviene perciò comprare oggi per vendere domani. Una speculazione al rialzo rappresenta il miglior stimolo per un consumo più efficiente di energia, la ricerca di nuovi approvvigionamenti, l’investimento in tecnologie alternative all’oil.</p>
<p>Berlusconi ha detto: dobbiamo dire ai produttori che se i prezzi non scenderanno noi sostituiremo il petrolio con il nucleare. Questo è il nocciolo della questione. Grazie ai fenomeni speculativi, in particolare all’anticipazione sui prezzi attuali di fenomeni futuri, è possibile costringere i governi ad assumere scelte di lungo periodo; da formica e non da cicala. Per eterogonesi dei fini (gli effetti inintenzionali) la stessa “speculazione” può indurre quelle policy di governo che avranno solo in futuro il loro impatto sulla domanda o sull’offerta di energia (l’efficienza energetica o gli investimenti nel nucleare), ma possono far calare oggi i prezzi.</p>
<p>La demonizzazione della speculazione non è una novità. Non è nel mercato finanziario dei contratti future che vanno ricercati, semmai esistono, gli untori della peste.<br />
La ragione per cui il prezzo del petrolio continua a crescere è una: l’offerta è rigida e non è in grado di tenere il passo della domanda di oggi e domani, anch’essa poco sensibile alle variazioni di prezzo. In più, viste le prospettive sui prezzi, i produttori hanno probabilmente interesse a rallentare l’estrazione (e i bassi tassi d’interesse americani non invogliano certo a produrre e ad investire i ricavati, ma a tenersi il petrolio nei giacimenti).<br />
Lo stesso per le materie prime alimentari: gli “speculatori” amplificano i segnali di scarsità. L’offerta mondiale avrebbe bisogno di uno “stimolo” e questo non può che essere l’auspicata apertura dei mercati europeo ed americano, togliendo i dazi e non mettendone di nuovi, unitamente all’innovazione tecnologica.<br />
Nel nostro paese, la critica alla speculazione si è tramutata in una giudizio contro il “mercato”, ritenuto incapace o, peggio, colpevole.</p>
<p>Le crisi e i crack inducono salutari meccanismi di autocorrezione del mercato, costosi soprattutto per gli speculatori che tirano troppo la corda, e la politica ha il compito di aggiornare la regolamentazione estendendola ai fenomeni nuovi.<br />
Ma il primato della politica e del diritto sull’economia non può tradursi in una pretesa di “redenzione” dei meccanismi del mercato. E’ una pretesa sbagliata dal punto di vista teorico, visto che la quantità di informazioni che il mercato raccoglie e gestisce non può stare neppure nella mente del più intelligente dei legislatori. Ed è una ambizione vana dal punto di vista pratico, poiché nessuno ha ancora scoperto un sistema più efficiente e giusto di produzione e diffusione della ricchezza e del benessere. Nessun fanatismo “mercatista” (merce per altro scarsissima nella storia europea), ma, per parafrasare Churchill: il mercato è il peggiore dei sistemi economici, ad esclusione di tutti gli altri.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/18/ma-la-speculazione-e-poi-cosi-negativa/">Ma la speculazione è poi così negativa?</a></p>
</div>
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		<title>Rassegna Epistemica - Recensioni di “The Return of History” di Robert Kagan</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2008/07/16/rassegna-epistemica-recensioni-di-the-return-of-history-di-robert-kagan/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 07:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Mauro Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mauro Gilli
Poco più di un mese fa, su Epistemes è apparsa la nostra recensione del nuovo libro di Robert Kagan, The End of Dreams and the Return of History (La Storia non è mai finita, 23 Maggio 2008). Nell&#8217;articolo veniva segnalato come Kagan adottasse un approccio realista nella prima parte del suo pamphlet, cadendo [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Rassegna Epistemica - Recensioni di &#8220;The Return of History&#8221; di Robert Kagan", url: "http://epistemes.org/2008/07/16/rassegna-epistemica-recensioni-di-the-return-of-history-di-robert-kagan/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Mauro Gilli</strong></p>
<p>Poco più di un mese fa, su <em>Epistemes</em> è apparsa la nostra recensione del nuovo libro di Robert Kagan, <em>The End of Dreams and the Return of History </em>(<a href="http://epistemes.org/2008/05/23/la-storia-non-e-mai-finita-recensione-di-the-return-of-history/">La Storia non è mai finita</a>, 23 Maggio 2008).<em> </em>Nell&#8217;articolo veniva segnalato come Kagan adottasse un approccio realista nella prima parte del suo pamphlet, cadendo così in numerose contraddizioni con quanto da lui stesso scritto in passato, e con quanto sostenuto nella seconda parte di <em>The End of Dreams</em>.</p>
<p><span id="more-614"></span>In ragione del ruolo di primo piano dell&#8217;autore di questo lavoro, e dell&#8217;attenzione che esso ha ottenuto, <strong>la redazione di Epistemes ha ritenuto opportuno suggerire un&#8217;altra recensione. Tra le numerose che sono state pubblicate ultimamente, merita sicuramente primaria attenzione quella di Andrew J. Bavecich, &#8220;<a href="http://www.foreignaffairs.org/20080701fareviewessay87410/andrew-j-bacevich/present-at-the-re-creation.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.foreignaffairs.org');">Present at the Re-Creation</a>&#8220;, comparsa sull&#8217;ultimo numero di <em>Foreign Affairs</em>.</strong></p>
<p>Professore di Storia e Relazioni Internazionali alla Boston University, Bacevich è stato un fiero oppositore della guerra in Iraq sin dal principio. Proprio in Iraq, Bacevich ha anche perso un figlio, Andrew Jr., nel maggio 2007. Diversamente da altri (pensiamo, ad esempio, a Eliot A. Cohen, professore alla SAIS della Johns Hopkins University, e assistente del Segretario di Stato Condoleezza Rice), Bacevich ha mantenuto sempre un profilo molto basso relativamente a questa tragedia (Cohen ebbe modo di reclamizzare il patriottismo della sua famiglia in un articolo: &#8220;<a href="http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/04/04/AR2006040401282.html" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.washingtonpost.com');">Yes, It&#8217;s Anti-Semitism</a>,&#8221; <em>The Washington Post </em>(April 5, 2006), p. A3.)</p>
<p>E infatti, nel corso degli ultimi anni, la sua condotta di studioso non ne è stata influenzata - aspetto che, a nostro avviso, non solo gli fa onore, ma merita anche di essere sottolineato. Bacevich ha continuato a criticare la politica estera dell&#8217;amministrazione americana rimanendo saldamente fedele ai principi che lo hanno guidato in passato, e lasciando la perdita del figlio al di fuori di ogni polemica.</p>
<p><strong>Studioso di scuola realista, crede nella necessità per gli Stati Uniti di adottare una politica estera limitata negli obiettivi e nei mezzi (&#8221;restrained&#8221;).</strong> Contrariamente a quanto sostenuto da un gruppo sparuto di realisti (William Wolforth, per esempio), ma soprattutto dagli studiosi di scuola istituzionalista-liberale (come J. John Ikenberry), e, ovviamente, dai famigerati nonchè accademicamente quasi inesistenti neoconservatori (se si fa eccezione per il sopracitato Cohen, sono ben pochi gli accademici che si identificano nei principi guida del neoconservatorismo), <strong>Bacevich non crede che gli Stati Uniti abbiano un ruolo guida a livello internazionale, e soprattutto crede che in politica estera il perseguimento di obiettivi trascendenti la difesa degli interessi nazionali non sia nè efficace, nè sostenibile.</strong></p>
<p>Bacevich dà un titolo volutamente sarcastico alla sua recensione del libro di Kagan: &#8220;Present at the Re-Creation.&#8221; Il suo è un riferimento esplicito alle memorie di Dean Acheson, <em><a href="http://www.amazon.com/Present-Creation-Years-State-Department/dp/0393304124" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.amazon.com');">Present at the Creation: My Years at the State Departement</a> </em>(New York W.W. Norton &amp; C., 1960). In esse, Acheson enfatizzava la sua presenza al momento della creazione di un nuovo ordine mondiale, e di come, a differenza del re Spagnolo Alfonso X del XIII secolo (dal quale prese la frase), egli ebbe modo di influenzare positivamente il corso della storia.</p>
<p>Con questo titolo, Bacevich vuole sottolineare l&#8217;atteggiamento paradossale di un autore, Kagan, che oggi parla di fine dei sogni, di &#8220;ritorno della storia&#8221;, quasi come se, negli anni passati, fosse stato assente dal dibattito politico.  Kagan è stato infatti uno dei principali sostenitori della politica estera americana, e i &#8220;sogni&#8221; che oggi critica non sono diversi da quelli con cui lui altri neoconservatori si sono fatti inebriare.</p>
<blockquote><p>Kagan stila una lista di idee incriminate, apparse con la fine della guerra fredda [che hanno influenzato la politica estera americana]. Ma questa lista è quanto di più arbitrario ci possa essere - scrive Bacevich. Addossare responsabilità ad illustri pensatori come [...] Francis Fukuyama e Thomas Friedman per la situazione attuale degli Stati Uniti è come incolpare Harriet Beecher Stowe [autrice de "La capanna dello zio Tom" nel quale criticava la schiavitù] per la Guerra Civile Americana - questo metodo lascia fuori i veri colpevoli. Le idee che hanno davvero fatto la differenza - sottolinea Bacevich - sono quelle che hanno influenzato il National Security Strategy del 2002 e il secondo &#8220;Inaugural Address&#8221; del presidente Bush, quello che ha definito la sua &#8220;freedom agenda&#8221; e la sua dottrina della guerra preventiva, la base intellettuale non solo dell&#8217;invasione dell&#8217;Iraq, ma anche della guerra globale al terrorismo. Di quelle idee, su cui ci sono ancora le impronte digitali dei neoconservatori, stranamente Kagan non trova nulla da dire.</p></blockquote>
<p>Ma l&#8217;aspetto più interessante è il fatto che Kagan tralasci completamente la questione Irachena: allora etichettata come la battaglia di tutte le battaglie, il campo di prova per l&#8217;Occidente contro il suo nuovo nemico, un nemico temibile e irrazionale, oggi la guerra in Iraq viene messa &#8220;in secondo piano&#8221;, e il famigerato &#8220;islamofascismo&#8221; viene visto come destinato a fallire. Insomma, la grande minaccia di un tempo, che per Kagan era la sfida del nuovo millennio, oggi viene derubricata a fenomeno marginale del panorama internazioanle.</p>
<p>Bacevich offre poi al lettore ulteriore materiale su cui riflettere. <strong>Riprendendo altri scritti passati di Kagan, dimostra come la giravolta intellettuale compiuta dallo studioso del Carnegie Endowment for International Peace sia davvero impressionante. Una volta critico del realismo, oggi Kagan &#8220;tratta i temi che ricordano alcuni prestigiosi studiosi realisti americani come Hans Morgenthau e Reinold Niebuhr&#8221;, scrive Bacevich.</strong> Abbiamo così due Kagan, &#8220;the dreamer&#8221;, e &#8220;the realist&#8221;. Il primo, quello degli anni passati, sembra aver lasciato il testimone al secondo - ora che le sue analisi hanno dimostrato la loro fallacia. Se solo cinque anni fa Marte e Venere erano destinati a due destini diversi, oggi &#8220;[si dovrebbero] sposare sulla Terra&#8221; - scrive Bacevich sarcasticamente sottolineando la contraddizione tra le conclusioni di <em>Of Paradise and Power</em> e quelle di <em>The End of History</em>. Mentre per il primo, infatti, le strade di Europa e America sarebbero inevitabilmente destinate a dividersi, per il secondo, le due sponde dell&#8217;Atlantico sarebbero invece obbligate ad una maggiore e sempre più stretta cooperazione.</p>
<p>A tutto ciò, Bacevich aggiunge interessanti citazioni prese da precedenti lavori di Kagan, dimostrando come la sicumera di una volta (quella con la quale si rigettavano le analisi realiste) si scontri con quella di oggi (quella che fa dire a Kagan che i &#8220;sogni&#8221; sono finiti). Cambiare idea è lecito, e anche meritevole di apprezzamento. Cosa Kagan non fa, però, è riconoscere appunto di aver sbagliato. <strong>Dall&#8217;articolo di Bacevich emergono chiaramente le contraddizioni di questo pensatore. E anche i suoi più fedeli seguaci non potranno non essere colti da più di un dubbio dopo aver letto &#8220;Preset at the Re-Creation&#8221;. Recensione che forse vale più del libro stesso.<br />
</strong></p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/16/rassegna-epistemica-recensioni-di-the-return-of-history-di-robert-kagan/">Rassegna Epistemica - Recensioni di &#8220;The Return of History&#8221; di Robert Kagan</a></p>
</div>
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		<title>Robin Hood, il principe degli esattori</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 18:13:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Contributi Esterni]]></category>

		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Piercamillo Falasca]]></category>

		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://epistemes.org/?p=625</guid>
		<description><![CDATA[di Redazione Epistemes

La Robin Hood Tax è &#8220;una risposta inefficace e populista a un problema serio&#8221;, che rischia di condurre il nostro paese &#8220;fino in fondo sulla via lastricata di buone intenzioni&#8221;. Lo affermano Piercamillo Falasca, redattore di Epistemes e fellow dell’Istituto Bruno Leoni, e Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’IBL, nel Briefing Paper [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Robin Hood, il principe degli esattori", url: "http://epistemes.org/2008/07/14/robin-hood-il-principe-degli-esattori/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Redazione Epistemes<br />
</strong></p>
<p>La Robin Hood Tax è &#8220;una risposta inefficace e populista a un problema serio&#8221;, che rischia di condurre il nostro paese &#8220;fino in fondo sulla via lastricata di buone intenzioni&#8221;. Lo affermano Piercamillo Falasca, redattore di Epistemes e fellow dell’Istituto Bruno Leoni, e Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’IBL, nel Briefing Paper &#8220;<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/BP/IBL_BP_58_Robin_Hood.pdf" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/brunoleonimedia.servingfreedom.net');">Robin Hood, il principe degli esattori</a>&#8220;.</p>
<p>Nel paper, gli autori analizzano nel dettaglio le principali misure contenute nella Robin Tax, e ne valutano conseguenze ed effetti. &#8220;In generale - scrivono Falasca e Stagnaro - l’aggravio aggiuntivo a cui le imprese del settore energetico saranno soggette potrà riversarsi su tre voci: i prezzi per i consumatori, gli investimenti del settore energetico, i dividendi per gli azionisti. In tutti i casi, le conseguenze saranno negative&#8221;. <span id="more-625"></span></p>
<p>Anche per quel che riguarda il gettito, secondo Falasca e Stagnaro il governo ha compiuto una scelta discutibile destinandolo alla fiscalità generale. In conclusione del paper, gli autori propongono alcune modifiche alla Robin Tax per &#8220;correggere l’incorreggibile&#8221;. Per esempio, propongono una serie di accorgimenti che potrebbero limitarne l’ambito di applicazione ai profitti davvero &#8220;straordinari&#8221; (dove esistono) delle compagnie energetiche, e suggeriscono di destinare il gettito all’abbattimento del debito pubblico o a integrare il reddito delle fasce più deboli della popolazione. &#8220;Scopo del paper - concludono Falasca e Stagnaro - è anche quello di riabilitare la figura di Robin Hood, che nell’antica leggenda inglese combatteva i soprusi dello sceriffo di Notthingham, mentre nella realtà italiana sembra quasi lavorare per lui&#8221;.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/14/robin-hood-il-principe-degli-esattori/">Robin Hood, il principe degli esattori</a></p>
</div>
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		<title>La Cina vittima del caro-energia</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio - © Libero Mercato*
Lo shock petrolifero che sta piagando l&#8217;Occidente potrebbe avere conseguenze ben peggiori sulle economie asiatiche emergenti. La rivoluzione manifatturiera della Cina e degli altri paesi della regione si è finora basata in modo determinante su ridotti costi di trasporto. La globalizzazione ha rimpicciolito il pianeta, la crisi energetica sembra destinata [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "La Cina vittima del caro-energia", url: "http://epistemes.org/2008/07/09/la-cina-vittima-del-caro-energia/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Mario Seminerio - © <em>Libero Mercato*</em></strong></p>
<p>Lo shock petrolifero che sta piagando l&#8217;Occidente potrebbe avere conseguenze ben peggiori sulle economie asiatiche emergenti. La rivoluzione manifatturiera della Cina e degli altri paesi della regione si è finora basata in modo determinante su ridotti costi di trasporto. La globalizzazione ha rimpicciolito il pianeta, la crisi energetica sembra destinata a tornare ad aumentarne le dimensioni. Il modello commerciale asiatico si è infatti finora basato su scambi ricardiani tra reti di paesi produttori, ciascuno intento a sfruttare il proprio vantaggio competitivo. I prodotti (anche e soprattutto quelli occidentali) vengono spediti in Cina per l&#8217;assemblaggio finale, e da qui rispediti sui nostri mercati, con margini unitari di profitto estremamente contenuti. Lo schema è entrato in crisi allo scoppio della crisi petrolifera: basti pensare al costo dei container nella tratta Shanghai-Rotterdam, ormai triplicato. A ciò si aggiunge l&#8217;effetto distorsivo dei sussidi all&#8217;energia, che hanno artificiosamente tenuto bassa l&#8217;inflazione cinese: malgrado il costo del carbone sia triplicato da inizio 2007, la Cina ha frenato l&#8217;ascesa dei costi dell&#8217;energia, drogando la crescita delle proprie aziende sane, e tenendo artificialmente in vita quelle decotte. Ciò ha solo differito la resa dei conti.</p>
<p><span id="more-622"></span><strong>Ora che i sussidi stanno gradualmente ma inesorabilmente venendo rimossi, l&#8217;impatto sui costi è destinato a colpire con violenza</strong>. E non si tratta solo di sussidi all&#8217;energia, ma di tutta una serie di agevolazioni incompatibili con un&#8217;economia di mercato. La scorsa settimana, ad esempio, Pechino ha alzato le tariffe di trasporto cargo ferroviario di ben il 17 per cento. A questo quadro di forte accumulazione di pressioni sui costi occorre aggiungere che le fabbriche cinesi sono altamente energivore: tirando le somme, un elevato numero di imprese cinesi sono a rischio di chiusura. E lo sono anche quelle operanti in settori a basso contenuto tecnologico, come il calzaturiero. Questi prodotti sono a basso margine unitario, e stanno subendo l&#8217;effetto perverso dell&#8217;onere aggiuntivo rappresentato dai costi di trasporto intercontinentale. Secondo l&#8217;agenzia Xinhua, oltre 2300 calzaturifici hanno chiuso i battenti quest&#8217;anno nel Guangdong, la metà del totale. Una strage silenziosa mentre qui in Occidente, con gli abituali ritardi di percezione della realtà, si continuano ad invocare misure protezionistiche verso produzioni il cui flusso di importazione si sta già inaridendo autonomamente.</p>
<p><strong>Negli Stati Uniti, in Nord Carolina, l&#8217;industria dell&#8217;arredamento sta venendo rivitalizzata da un inopinato flusso di ritorno di produttori che stanno chiudendo in Cina</strong>. Pechino sta subendo il triplo effetto di maggiori prezzi delle materie prime, un&#8217;inflazione salariale che viaggia intorno al 20 per cento ed una domanda di importazioni in indebolimento da parte di di Stati Uniti, Canada ed Area Euro. I critici sostengono che Pechino starebbe ripetendo gli errori del Giappone degli anni Ottanta: sovrainvestimento in impianti marginali stimolato da una politica monetaria fatta di tassi reali fortemente negativi, perseguita dal Partito Comunista per prendere tempo e consolidare consenso, in attesa di plasmare la Grande Metamorfosi del decollo industriale. Come che sia, questa epoca sembra giunta all&#8217;epilogo, sotto i colpi dell&#8217;inflazione.</p>
<p><strong>Le autorità valutarie cinesi hanno comunicato che dal 14 luglio procederanno a controlli sulle fatturazioni degli esportatori, allo scopo di impedire alterazioni contabili che nascondono afflussi di capitali speculativi</strong> (il cosiddetto <em>hot money</em>) verso la Cina, mirati a trarre vantaggio dall’apprezzamento dello yuan. In marzo le riserve valutarie cinesi sono risultate pari a 1,68 trilioni di dollari (1680 miliardi), con un incremento del 40 per cento sull’anno precedente, non giustificabile in termini di sommatoria di saldo commerciale, investimento diretto estero e di portafoglio. Questo diluvio di liquidità nel sistema finanziario cinese alimenta forti pressioni inflazionistiche, mettendo a rischio la crescita del paese.<br />
Gli esportatori dovranno registrare la fatturazione in valuta su un sistema elettronico monitorato dai regolatori, per accertare la corrispondenza tra fatturazione commerciale e dati sull’export. Tra gli osservatori tale misura di controllo amministrativo suscita perplessità e scetticismo, apparendo come una sorta di “ultima spiaggia” quando tutte le altre opzioni si sono rivelate inefficaci, ed un’alternativa illusoria alla rivalutazione dello yuan.</p>
<p>L&#8217;inflazione ufficiale è al 7,7 per cento, ma il dato non cattura la dimensione dei prezzi tenuti artificialmente bassi, dai fertilizzanti ai carburanti. L&#8217;inflazione (altra cosa che si tende a dimenticare) ruba letteralmente la crescita al futuro, e differisce la stretta monetaria fin quando le cose sfuggono di mano, che è più o meno dove ci troviamo oggi in pressoché tutta l&#8217;Asia.<br />
<strong>Forse è presto per dirlo, ma potremmo essere al termine di una fase della globalizzazione, col rientro in Occidente di alcune produzioni</strong>. Il vantaggio comparato resta valido, ma l&#8217;inflazione energetica potrebbe presto cambiare le rotte commerciali ed invertire le scelte di localizzazione.</p>
<p><em>* (Tit.originale: &#8220;Dal rincaro dell&#8217;energia a rimetterci più di tutti potrebbe essere la Cina&#8221;)</em></p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/09/la-cina-vittima-del-caro-energia/">La Cina vittima del caro-energia</a></p>
</div>
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		<title>Alitalia: asta pubblica per la vendita degli asset</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jul 2008 06:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Piercamillo Falasca]]></category>

		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[“Il fatto che Alitalia sia sull’orlo del fallimento e che AirOne affronti anch’essa una fase critica non dovrebbe indurre ad una cessione troppo ‘benevola’ degli asset alla newco.”
È quanto affermano Andrea Giuricin e Piercamillo Falasca in un nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo “Alitalia: correggere l’incorreggibile” (PDF).
“Gli asset da trasferire - continuano Falasca e [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Alitalia: asta pubblica per la vendita degli asset", url: "http://epistemes.org/2008/07/08/alitalia-asta-pubblica-per-la-vendita-degli-asset/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p>“Il fatto che Alitalia sia sull’orlo del fallimento e che AirOne affronti anch’essa una fase critica non dovrebbe indurre ad una cessione troppo ‘benevola’ degli asset alla newco.”<br />
È quanto affermano Andrea Giuricin e Piercamillo Falasca in un nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo “Alitalia: correggere l’incorreggibile” (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_104_Alitalia.pdf" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/brunoleonimedia.servingfreedom.net');">PDF</a>).</p>
<p>“Gli asset da trasferire - continuano Falasca e Giuricin - hanno ancora un valore ed è auspicabile che vi siano delle condizioni di assoluta trasparenza e contendibilità nella loro vendita. Non vorremmo che si preferisse predeterminare l’acquirente a discapito del valore della vendita, perché ad essere danneggiati sarebbero i contribuenti, gli azionisti minori e i creditori. Meglio sarebbe procedere ad un’asta pubblica sul prezzo, con regole chiare e tempi ragionevoli, cui possono partecipare tutte le compagnie potenzialmente interessate ad acquisire gli asset messi in vendita.”</p>
<p>Un’ultima considerazione degli autori riguarda la bad company: “Alitalia è già una bad company. Con la vendita degli asset alla newco, essa rischia di divenire una ‘very bad company’. Quanto proponiamo vuol tentare di correggere ciò che non può proprio essere corretto. L’unica certezza è che lo Stato, ergo i contribuenti, continuerà nei prossimi anni a dover pagare per la ‘very bad company’”.</p>
<p>Il Focus “Alitalia: correggere l’incorreggibile” è liberamente scaricabile qui (<a href="http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_104_Alitalia.pdf" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/brunoleonimedia.servingfreedom.net');">PDF</a>).</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/08/alitalia-asta-pubblica-per-la-vendita-degli-asset/">Alitalia: asta pubblica per la vendita degli asset</a></p>
</div>
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		<title>Il nucleare in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Contributi Esterni]]></category>

		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Carlo Stagnaro*
Il dibattito sul nucleare è uno snodo importante per il futuro del paese. La scelta di abbandonare questa tecnologia – che convenzionalmente si può far risalire al referendum del 1987, ma in realtà ha origine ben prima – ha segnato l’evoluzione del sistema energetico in Italia. Ha determinato, tra le altre cose e [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Il nucleare in Italia", url: "http://epistemes.org/2008/07/03/il-nucleare-in-italia/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Carlo Stagnaro*</strong></p>
<p><strong>Il dibattito sul nucleare è uno snodo importante per il futuro del paese</strong>. La scelta di abbandonare questa tecnologia – che convenzionalmente si può far risalire al referendum del 1987, ma in realtà ha origine ben prima – ha segnato l’evoluzione del sistema energetico in Italia. <strong>Ha determinato, tra le altre cose e forse non senza dolo, il ricorso al gas naturale come fonte privilegiata nella generazione elettrica, e ha privato il paese dei frutti di investimenti tanto impegnativi come quelli negli impianti atomici</strong>. Ha, infine, causato la diaspora, l’indebolimento e poi la quasi estinzione di tecnici specializzati, lasciando oggi una drammatica carenza di <em>know how</em> soprattutto nella pubblica amministrazione (nel settore privato è più facile importare gli ingegneri dall’estero). Il meno che si possa dire, quindi, è che gli italiani ne siano stati penalizzati. <strong>La corretta comprensione – e un adeguato giudizio – sul passato è però solo il primo passo, e non il più complicato, di un lungo percorso. Il secondo passo, altrettanto necessario e altrettanto semplice, consiste nel giusto inquadramento del problema nella sua dimensione economica, finanziaria e politica</strong>. A partire dalla domanda di fondo: che non è se assegnare un ruolo all’atomo nel mix elettrico italiano (già ce l’ha, coprendo la quasi totalità delle importazioni di energia elettrica, pari a circa un settimo dei consumi), bensì <strong>se sia preferibile l’acquisto di energia nucleare dall’estero o piuttosto la sua generazione sul territorio nazionale</strong>.</p>
<p><span id="more-616"></span><strong>Questa domanda, in un contesto liberalizzato, non può e non deve avere una risposta dalle istituzioni</strong>. Non può e non deve poiché la scelta di come comporre il portafoglio elettrico delle singole imprese che si occupano di generazione e importazione di energia non è più una scelta politica, come lo era nel passato, ma risponde a una strategia economica e finanziaria degli attori del mercato. <strong>L’interesse pubblico può essere quello di garantire un certo livello di sicurezza – come, è un altro discorso – ma non può insistere sul management delle imprese, il quale non spetta ai parlamenti ma ai consigli di amministrazione</strong>. Vi sono buone ragioni a favore dell’atomo (la stabilità e prevedibilità dei prezzi, per esempio) e buone ragioni contro (gli alti costi degli impianti, l’incertezza sui reali costi di chiusura del ciclo e la difficoltà a costruire consenso nelle comunità locali). La realtà è poi resa più complessa dal fatto che nessuno intende trasformare il parco generazione italiano da “niente nucleare” in “tutto nucleare”. Il tema di cui si discute è se sia utile inserire una quota – necessariamente minoritaria, anche se significativa – di energia atomica.</p>
<p>Ma, ancora una volta, questo è un problema che dovrà essere risolto dalle imprese e dai loro azionisti. La politica può ritenere che il mercato compia scelte “sbagliate”, ma se pensa che sia così dovrebbe non già avviare discussioni o lanciare crociate settoriali, bensì rimettere in dubbio la scelta europea delle liberalizzazioni. Altrimenti si rischia un’incoerenza di fondo che non può essere foriera di benefici.<br />
<strong>La questione politica è di natura diversa</strong>, e si pone – o si dovrebbe porre – in termini assai più neutri e trasversali: <strong>è opportuno che il paese consenta la realizzazione di impianti nucleari? Se la risposta è affermativa, allora sono necessarie e urgenti – ma non così urgenti da farle avendo la fretta come unico consigliere – alcune riforme che riguardano la ristrutturazione delle norme, delle regole, delle competenze pubbliche</strong>. Il governo dovrebbe definire il percorso autorizzativo degli impianti, le regole d’esercizio, quelle relative alla loro realizzazione e sovrintendenza, gli standard ambientali e di sicurezza (i quali devono adeguarsi a quelli internazionali), decidere quali uffici debbano far cosa e dotarli delle necessarie competenze specifiche. <strong>E tutte queste cose non possono essere fatte a colpi di maggioranza, perché il mercato vuole certezza e non può accettare il rischio che alla prossima legislatura tutto sia rimandato all’aria. </strong></p>
<p>Ammesso che Pdl e Pd abbiano la volontà, la forza e la capacità di fare tutto questo, se cioè si riuscirà a definire una cornice per il nucleare, <strong>il nostro paese tornerà all’atomo? Potrebbe farlo. Una forte obiezione è quella secondo cui le peculiarità finanziarie del nucleare sarebbero incompatibili con un regime liberalizzato. Lo sostiene, tra gli altri, un nuclearista come </strong><a href="http://www.larengodelviaggiatore.info/dblog/articolo.asp?id=753" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.larengodelviaggiatore.info');"><strong>Alberto Clò</strong>, il quale ha scritto</a>:</p>
<blockquote><p>&#8220;<strong>le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo</strong>, <strong>come sono tipicamente quelli nel nucleare</strong>. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, <strong>in Finlandia</strong>, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati”.</p></blockquote>
<p>C’è, naturalmente, della verità nelle parole di Clò, anche se non è detto che, in uno scenario di prezzi del greggio stabilmente alti (che sembra essere ritenuto credibile dagli analisti di molte utilities, anche italiane), il nucleare non sia finanziariamente attrattivo. La via finlandese è, da questo punto di vista, molto interessante: al netto degli aiuti di Stato, <strong>l’essenza del modello sta in una sorta di contratto bilaterale di lungo termine tra l’esercente l’impianto e i grandi consumatori. Questo non è, a ben guardare, uno strumento fuori dal mercato, ma una soluzione di mercato al problema dell’incertezza, che consente di riconciliare la natura di lungo termine dell’investimento all’esigenza di certezza</strong>. Si tratta di una sorta di contratto <em>take or pay</em> che garantisce una ragionevole distribuzione del rischio di mercato, e in ogni caso nasce dalla libertà di mercato.</p>
<p><strong>L’obiettivo centrale di una politica energetica saggia</strong>, comunque, non dovrebbe essere quello di avere (o non avere) un apporto nucleare al mix energetico; dovrebbe piuttosto essere quello <strong>di avere un mercato efficiente e un sistema energetico solido</strong>. <strong>L’efficienza è possibile solo quando tutte le porte sono lasciate aperte, eventualmente senza essere utilizzate. Ridurre la libertà di scelta perché una tecnologia sembra, o è alle attuali condizioni, non vincente sul piano economico è miope. Ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne stiano in un decreto legge</strong>.</p>
<p>_____________________</p>
<p><span><strong>*Carlo Stagnaro</strong> (1977) è ingegnere per l&#8217;ambiente e il territorio. È direttore del dipartimento Energia e ambiente dell&#8217;Istituto Bruno Leoni. Fa parte della redazione della rivista <em>Energia. </em><span>Ha curato, <a href="http://www.rubbettino.it/rubbettino/public/dettaglioLibro_re.jsp?ID=3915" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.rubbettino.it');"><em>Sicurezza energetica</em></a><em> </em>(2007); assieme a Margo M. Thorning, <a href="http://www.rubbettino.it/rubbettino/public/dettaglioLibro_re.jsp?ID=2780" style="color: #0000ff;" target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.rubbettino.it');"><span style="font-style: italic;">Più energia per tutti</span></a> (2005); e, con Kendra Okonski, <a href="http://www.rubbettino.it/rubbettino/public/dettaglioLibro_re.jsp?ID=2377" style="color: #0000ff;" target="_blank" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/www.rubbettino.it');"><span style="font-style: italic;">Dall&#8217;effetto serra alla pianificazione economica</span></a> (2003). Collabora con numerosi quotidiani nazionali e internazionali.</span></span></p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/03/il-nucleare-in-italia/">Il nucleare in Italia</a></p>
</div>
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		<title>Quei favolosi anni Settanta</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 07:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio
Sul Sole24Ore Fabrizio Galimberti, editorialista di punta del quotidiano della Confindustria, compie un parallelo tra la stagflazione degli anni Settanta e quella odierna, per giungere a considerare inopportuno il rialzo dei tassi da parte della Bce. In estrema sintesi, Galimberti osserva, un po&#8217; scolasticamente, che i tassi di inflazione core, cioè espressi al [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Quei favolosi anni Settanta", url: "http://epistemes.org/2008/07/02/quei-favolosi-anni-settanta/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Mario Seminerio</strong></p>
<p>Sul <em>Sole24Ore</em> <strong>Fabrizio Galimberti</strong>, editorialista di punta del quotidiano della Confindustria, <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=IKIOM" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/rassegna.camera.it');">compie un parallelo tra la stagflazione degli anni Settanta e quella odierna</a>, per giungere a considerare inopportuno il rialzo dei tassi da parte della Bce. In estrema sintesi, Galimberti osserva, un po&#8217; scolasticamente, che i tassi di inflazione <em>core</em>, cioè espressi al netto dei costi per alimentari ed energia, sono rimasti sostanzialmente stabili. <strong>E&#8217; infatti consuetudine osservare i tassi d&#8217;inflazione al netto di alimentari ed energia<em> </em>per indagare l&#8217;esistenza dei cosiddetti <em>second round effects</em>, cioè della diffusione di pressioni inflazionistiche generalizzate all&#8217;intera economia, la temuta spirale prezzi-salari</strong>. Poiché i tassi <em>core </em>sono rimasti stabili, Galimberti inferisce che non ci sono rischi d&#8217;inflazione e che quindi utilizzare la stretta monetaria sarebbe controproducente. Galimberti dovrebbe chiedersi, prima di balzare alle conclusioni, perché è stata introdotta la misura di inflazione <em>core</em>.</p>
<p><span id="more-617"></span>Ciò è avvenuto, essenzialmente, perché le banche centrali hanno scelto di escludere dalla misura dei prezzi le componenti volatili, quelle influenzate da cattivi raccolti e perturbazioni sui mercati dell&#8217;energia, nell&#8217;ipotesi che tali turbolenze fossero ragionevolmente transitorie. Anche senza l&#8217;ovvia constatazione che gli elevati costi di alimentari ed energia finiscono col drenare reddito disponibile, vincolandone la destinazione, <strong>possiamo considerare &#8220;transitoria&#8221; la situazione attuale? A noi pare di no</strong>. Siamo di fronte ad un cambiamento epocale nelle fonti di domanda di alimentari ed energia, provenienti da paesi di nuova industrializzazione come Cina e India, ma non solo. Ecco quindi che <strong>occorre monitorare le aspettative inflazionistiche in modi differenti rispetto all&#8217;indice <em>core </em>dei prezzi al consumo</strong>.</p>
<p>Oggi, le banche centrali usano i tassi di inflazione impliciti nei titoli di stato indicizzati all&#8217;inflazione. Sia Bernanke che Trichet hanno fatto più di un riferimento a tale indicatore di aspettative, che in effetti mostra un trend in ascesa nel cosiddetto <em>breakeven inflation rate</em>, la differenza tra il rendimento nominale di un titolo di stato tradizionale ed il tasso reale implicito nei titoli di stato <em>inflation linked</em>. Questo indicatore è in costante ascesa, di qua e di là dall&#8217;Atlantico.</p>
<p>Detto in altri termini: gli agenti economici (imprese e lavoratori) stanno lentamente ma inesorabilmente cambiando la propria percezione della dinamica dei prezzi, e <strong>sono inclini a ritenere che l&#8217;inflazione non sia un fenomeno transitorio e, soprattutto, che sia in accelerazione</strong>. Conferma di questa pericolosa tendenza si ritrova, negli Stati Uniti, nelle aspettative sul tasso d&#8217;inflazione tendenziale tra un anno, rilevato ogni mese dalla indagine sulla fiducia dei consumatori elaborata dalla Università del Michigan. Quale è il passo successivo all&#8217;accumulazione di tali aspettative inflazionistiche? Richieste di rinnovi dei contratti di lavoro che incorporino il maggior livello dei prezzi. Esiste il rischio che ciò possa accadere? Nei settori esposti alla concorrenza internazionale, come la manifattura, appare molto difficile, pena delocalizzazioni e deindustrializzazione. Ma nei settori protetti o in quelli dove i lavoratori hanno rilevante potere contrattuale nei confronti del datore di lavoro il rischio di rincorse salariali è molto concreto.</p>
<p><strong>Galimberti ha in parte ragione ragione: questa stagflazione non è come quella degli anni Settanta</strong>. Allora vi era solo l&#8217;Occidente a consumare, e la stagflazione fu agevolata (corsi e ricorsi storici) dal comportamento delle banche centrali, che accomodarono gli shock petroliferi con un&#8217;espansione monetaria che portò l&#8217;economia ben oltre la piena occupazione. In Italia, poi, la scala mobile fece il resto. Oggi è in atto<a href="http://epistemes.org/2008/06/10/la-seconda-morte-di-bretton-woods/"> un peg perverso al dollaro</a> da parte dei paesi in surplus commerciale verso gli Usa, che sta esacerbando l&#8217;espansione monetaria statunitense. <strong>Galimberti nulla dice riguardo lo stimolo espansivo oggi esercitato da tassi reali d&#8217;interesse negativi, lo stesso effetto degli anni Settanta, pur se prodotto da premesse differenti, e che getta benzina sul fuoco della domanda</strong>. Oggi è in atto un gigantesco trasferimento di ricchezza da Nord-Ovest verso Sud ed Est: non c&#8217;è molto da fare, al riguardo. Parafrasando Renzo Tramaglino, potremmo dire che &#8220;a questo mondo c&#8217;è giustizia, finalmente&#8221;, ma sarebbe forse un po&#8217; troppo idealistico ed autolesionistico.</p>
<p>La pressione della domanda esiste, e viene soprattutto da Oriente. Galimberti vive in Australia, ci aspettiamo che la sua visione dell&#8217;economia globale non sia così &#8220;atlantica&#8221;.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/02/quei-favolosi-anni-settanta/">Quei favolosi anni Settanta</a></p>
</div>
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		<title>Non spariamo sulla Bce, il fisco stimoli la crescita</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2008 10:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

		<category><![CDATA[Mario Seminerio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Seminerio - © Libero Mercato
In questi mesi difficili per la congiuntura economica (difficoltà purtroppo destinate a proseguire) stiamo assistendo, in alcuni paesi europei, a manifestazioni di crescente insofferenza da parte di politici e media nei confronti della Banca Centrale Europea. La si vorrebbe incline (ancora più incline, per essere precisi) ad una politica [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Non spariamo sulla Bce, il fisco stimoli la crescita", url: "http://epistemes.org/2008/07/01/non-spariamo-sulla-bce-il-fisco-stimoli-la-crescita/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Mario Seminerio - © <em>Libero Mercato</em></strong></p>
<p>In questi mesi difficili per la congiuntura economica (difficoltà purtroppo destinate a proseguire) stiamo assistendo, in alcuni paesi europei, a manifestazioni di crescente insofferenza da parte di politici e media nei confronti della Banca Centrale Europea. La si vorrebbe incline (ancora più incline, per essere precisi) ad una politica monetaria lasca, nella speranza (più propriamente nell&#8217;illusione) di risollevare un&#8217;economia europea che non appare così omogeneamente prostrata. <strong>Le richieste di <em>easy money</em> rivolte alla Bce provengono soprattutto da paesi, come Francia, Italia e Spagna, che si trovano in condizioni economiche fragili e squilibrate</strong>, per insufficienza strutturale della crescita o per lo scoppio (è il caso della Spagna) di bolle immobiliari. Vi è, in tali recriminazioni contro la Bce, il germe di pericolose involuzioni e derive, contro le quali è opportuno argomentare.</p>
<p><span id="more-615"></span>I detrattori della condotta della Bce parlano di “involuzione tecnocratica”, di lontananza dei banchieri centrali della Eurotower dai “problemi quotidiani dei cittadini”. Abbiamo addirittura letto di una corresponsabilità della Bce nella bocciatura irlandese del Trattato costituzionale europeo. Leggiamo anche di paragoni tanto impropri quanto disinformati tra la Bce e la Fed, quest&#8217;ultima invidiata per il duplice ruolo di custode della stabilità monetaria nel vincolo di perseguimento della piena occupazione. <strong>Paragoni immemori delle pesanti responsabilità della banca centrale statunitense nella politica monetaria forsennatamente reflazionistica e prona agli umori dei mercati finanziari perseguita negli ultimi lustri, oltre al pesante deficit regolatorio che ha originato l&#8217;aberrazione dei mutui subprime</strong>. In tempi difficili, la tentazione di ricercare ed individuare un capro espiatorio è forte, e le critiche di parte d&#8217;Europa (e d&#8217;Italia) verso la Bce si inseriscono in questo contesto. Eppure, basterebbe riflettere su alcuni dati.</p>
<p>In primo luogo non tutti sanno che, <strong>dal lancio della moneta unica, l’Area Euro ha creato 15,7 milioni di nuovi impieghi</strong>, più di quanti ne sono nati, nello stesso periodo, negli Stati Uniti. Difficile suffragare la tesi che la politica monetaria della Banca Centrale Europea abbia danneggiato l’occupazione. I clamorosi successi nell&#8217;export di paesi, come la Germania, da decenni abituati a misurarsi con politiche monetarie intransigenti (o meglio, non accomodanti), sono la dimostrazione indiretta del fatto che una moneta forte non è incompatibile con la crescita della produttività, ma addirittura pare indurla, forzando il sistema produttivo a ristrutturarsi e risalire lungo la catena del valore aggiunto.</p>
<p>Ma soprattutto, quanti (in Europa ed in Italia) vorrebbero una banca centrale europea responsabile unica della crescita, tendono a dimenticare che la politica economica di un paese è frutto sia dell&#8217;azione della politica monetaria che di quella della politica fiscale, oltre che della creazione di condizioni di competitività nei mercati di merci e servizi. Ora, se la politica monetaria è demandata ad una entità sovranazionale, ed anche ammettendo che Eurolandia non sia un&#8217;area valutaria ottimale, r<strong>estano tuttavia intatti i ruoli dei governi nazionali nella politica fiscale e nella promozione di condizioni favorevoli alla crescita</strong>. Ricordiamo brevemente che, nell&#8217;ambito del modello con aspettative stazionarie realizzato a inizio anni 60 da <strong>Robert Mundell</strong>, per aversi ottimalità di un&#8217;area valutaria occorre che vengano soddisfatte alcune condizioni: mobilità del lavoro nella regione valutaria unica, diversificazione dei prodotti della regione, mobilità dei capitali con flessibilità di prezzi e salari, e creazione di meccanismi automatici di redistribuzione fiscale a vantaggio delle zone colpite negativamente nell&#8217;ambito delle prime due condizioni. Quest&#8217;ultimo requisito è notoriamente la base di un effettivo federalismo fiscale, ed è oggi assente nell&#8217;Area Euro, per il ritardo della politica. Sulla base di tali requisiti (statici, ribadiamo), Eurolandia non appare ancora un&#8217;area valutaria ottimale. Considerando tuttavia la meno nota variante del modello di Mundell (che include la condivisione internazionale del rischio valutario) si giunge ad argomentare a favore dell&#8217;Euro come efficace strumento di assorbimento di shock asimmetrici, come peraltro fece lo stesso Mundell.</p>
<p><strong>Si diceva della politica fiscale, che è ancora di competenza dei governi nazionali</strong>. Consideriamo la vicenda dello sviluppo della bolla immobiliare spagnola: uno shock dal lato della domanda favorito dal processo di convergenza della peseta (e dei suoi tassi d&#8217;interesse) all&#8217;euro, ed alimentato da innovazione e competizione finanziaria indotte dalle liberalizzazioni, crescita demografica, immigrazione, aumento del reddito disponibile e favorevole trattamento fiscale della proprietà immobiliare. Oggi, al momento dello scoppio della bolla, l&#8217;intera Spagna impreca contro la Bce, “colpevole” di non ridurre i tassi in modo tale da contenere il servizio del debito ipotecario. Recriminazioni frutto di amnesie selettive: non abbiamo letto, negli ultimi anni, dichiarazioni dei politici e titoli dei giornali spagnoli che elogiavano la Bce per aver creato (involontariamente) le condizioni per il boom immobiliare, con tassi nominali e (soprattutto) reali troppo bassi. Ecco perché, dopo aver preso coscienza che la Bce non può levarsi in volo come Superman per sanare le insipienze politiche locali (ma non lo farebbe nemmeno la Fed, malgrado un certo provincialismo di analisi, qui in Europa, affermi il contrario), ma deve comunque preservare la stabilità monetaria, <strong>è preferibile istituire meccanismi nazionali idonei ad evitare lo sviluppo di shock indotti da una politica monetaria europea eccessivamente stimolativa per il singolo paese</strong>.</p>
<p>Nel caso dell&#8217;immobiliare, ad esempio, è stata suggerita l&#8217;adozione di <strong>misure fiscali anticicliche</strong>, ad esempio legando la deducibilità degli interessi sui mutui ai tassi reali e non a quelli nominali, o variando in senso anticiclico il prelievo fiscale da capital gain sul settore immobiliare. Analogamente, occorre disporre di <strong>regolatori bancari nazionali che gestiscano in senso anticiclico il credito ai singoli settori economici, famiglie incluse</strong>. Tutte misure altamente impopolari per i politici, che trovano molto più spendibile attribuirsi il merito dei boom da bolla, e colpevolizzare la Bce al momento del <em>redde rationem</em>.</p>
<p>Per un paese come l&#8217;Italia, che ha sprecato sull&#8217;altare (o meglio, nell&#8217;altoforno) della spesa pubblica il “dividendo dell&#8217;Euro”, cioè il risparmio negli interessi sul debito pubblico che la convergenza aveva permesso di conseguire (riducendo il premio al rischio-Italia, sarebbe bene non dimenticarlo mai), l&#8217;appartenenza alla moneta unica europea deve essere <strong>opportunità per promuovere profonde riforme strutturali</strong>, come liberalizzare i mercati di beni e servizi non esportabili (i cosiddetti “non tradeable goods”), i servizi pubblici locali ed il mercato del lavoro, riformando la contrattazione collettiva per stimolare lo sviluppo della produttività e favorire l&#8217;evoluzione del sistema produttivo verso settori a maggiore valore aggiunto, meno condizionati dalla pura competizione sui prezzi.</p>
<p>Sospirare sui “bei tempi andati”, quando il metadone delle svalutazioni risolveva per qualche trimestre i nostri problemi (accumulandone altri ben più gravi), ed invocare strumentali “sovranità popolari” su una istituzione come una banca centrale, che deve invece essere rigorosamente indipendente (come ben sanno i tedeschi, che mai hanno chiesto revisioni della missione della Bce) significa reiterare una visione fortemente miope ed orientata al breve periodo, condannandosi (o meglio sarebbe dire dannandosi) al declino.</p>
<p>a</p>
<p><a href="http://epistemes.org/2008/07/01/non-spariamo-sulla-bce-il-fisco-stimoli-la-crescita/">Non spariamo sulla Bce, il fisco stimoli la crescita</a></p>
</div>
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		<title>Nuovo video</title>
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		<comments>http://epistemes.org/2008/06/27/nuovo-video/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2008 06:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Redazione Epistemes
Nella colonna di destra del sito internet di Epistemes.org si trovano dei video che riteniamo particolarmente istruttivi per il nostro pubblico. Autorevoli studiosi o policy-makers presentano le loro opinioni in maniera chiara e precisa, offrendo così a chi ci legge un altro canale attraverso il quale ottenere punti di vista originali e sostanziati.
Da [...]<script type="text/javascript">SHARETHIS.addEntry({ title: "Nuovo video", url: "http://epistemes.org/2008/06/27/nuovo-video/" });</script>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Redazione Epistemes</strong></p>
<p>Nella colonna di destra del sito internet di <em>Epistemes.org</em> si trovano dei video che riteniamo particolarmente istruttivi per il nostro pubblico. Autorevoli studiosi o policy-makers presentano le loro opinioni in maniera chiara e precisa, offrendo così a chi ci legge un altro canale attraverso il quale ottenere punti di vista originali e sostanziati.</p>
<p><strong>Da oggi, la collezione sarà arricchita con un nuovo video</strong>. Seppur breve, esso offre un utile richiamo storico che ci pare vada valorizzato, specie alla luce della stanca ripetitività di alcuni luoghi comuni dell&#8217;attuale dibattito sui temi internazionali. <strong>Fareed Zakaria</strong>, probabilmente il più acuto osservatore in circolazione del panorama internazionale, <strong>ricorda come quelli che oggi parlano di <em>appeasement</em> per denigrare e dileggiare chi propone di dialogare con Siria, Iran e Cuba, <a href="http://youtube.com/watch?v=GUhDbUNTZOw" onclick="javascript:pageTracker._trackPageview ('/outbound/youtube.com');">sono gli stessi che ventuno anni fa parlavano di <em>appeasement</em></a> per dileggiare e denigrare Reagan e così cercare di impedire le sue trattative con Gorbachev</strong>. Trattative, ricorda Zakaria, che hanno poi permesso la conclusione della Guerra Fredda. Conclusione a sua volta avvenuta non solo pacificamente, ma anche in termini particolarmente favorevoli agli Stati Uniti.</p>
<p><span id="more-612"></span>La stampa italiana è stata particolarmente solerte nel riportare questi avvertimenti contro l&#8217;<em>appeasement</em> che oramai dominano il dibattito internazionale da diversi anni. La nostra speranza, forse vana, è che essa non sia meno solerte nel riproporre questo contributo.</p>
<p>A differenza dell&#8217;usanza generale, specie su internet, di pubblicare brevi video o commenti, contornati da titoli tanto ad effetto quanto sterili, <strong>preferiamo fare alcune puntualizzazioni sul video in questione</strong> - il nostro obiettivo rimane infatti quello di stimolare riflessioni e dibattito. Non quello di offrire certezze.</p>
<p>Zakaria nel suo intervento audiovisivo rileva con perspicacia l&#8217;analogia tra gli strali contro l&#8217;<em>appeasement</em> che venivano lanciati ieri, verso Reagan, e quelli lanciati oggi verso chi propone un dialogo con Teheran, Damasco o L&#8217;Havana. Se il suo intervento è molto efficace da un punto di vista mediatico, <strong>non possiamo non rilevare come esso possa far sorgere più di un dubbio sulla validità dell&#8217;analogia tra Iran e URSS</strong>. Sarà infatti pur vero che personaggi e grida contro l&#8217;<em>appeasment</em> sono gli stessi, ma non si può certo sminuire il fatto che gli attori siano nettamente differenti. Detto in altri termini, il passaggio dall&#8217;era bipolare a quella unipolare, e la transizione dal dialogo tra due potenze di egual forza a una superpotenza e una media potenza regionale può correttamente suggerire una semplice intuizione. <strong>Newt Gringrich dirà magari anche sempre le stesse cose. Ma non è necessariamente detto che se esse erano errate vent&#8217;anni fa allora lo siano anche oggi</strong>.</p>
<p>A questa sensata obiezione rispondiamo in due modi. <strong>In primo luogo, va notato come l&#8217;Iran rappresenti un&#8217;insidia fondamentalmente dal 2003</strong>. Negli anni, e decenni passati, l&#8217;Iran ha sempre giocato un ruolo di disturbo nel panorama internazionale. Ma questa sua capacità si è manifestata drammaticamente solo dopo le guerre in Iraq e Afghanistan. E la ragione è molto semplice: <strong>togliendo di mezzo i due principali rivali di Teheran</strong> (rispettivamente Talebani e Saddam Hussein), <strong>gli Stati Uniti hanno rafforzato drammaticamente il Paese degli Ayatollah</strong>. Inoltre, per via della crescita di altre Grandi Potenze, il potere relativo degli Stati Uniti è entrato in una fase di declino. E ciò non ha fatto altro che rafforzare ulteriormente gli altri attori, Iran incluso.</p>
<p><strong>Si può dunque continuare a ritenere il dialogo assolutamente fuori luogo. Non dovremo però stupirci se così facendo negli anni futuri il peso relativo, e quindi le rivendicazioni, dell&#8217;Iran continueranno a crescere</strong>.</p>
<p>Questa risposta suggerisce ovviamente altra cautela. Da quanto scritto emerge chiaramente come l&#8217;Iran sia un Paese in espansione, almeno relativa. <strong>L&#8217;URSS, al contrario, era un Paese in declino</strong>. Giustamente si potrebbe rilevare la minore convenienza di un accordo con un paese in ascesa. L&#8217;Unione Sovietica, infatti, sapendo di essere sempre più vicina al baratro, aveva tutto l&#8217;interesse a trovare un accordo con Washington. Se gli accordi internazionali dipendono dalla forza relativa degli attori in gioco, allora è evidente che, in un contesto dinamico nel quale un attore è sempre più debole e l&#8217;altro sempre più forte, il primo abbia un forte interesse a firmare un patto ai termini del giorno t, visto che al giorno t+1, la sua posizione si sarà già ridotta ulteriormente.</p>
<p>Il caso dell&#8217;Iran è esattamente opposto. <strong>L&#8217;Iran, sia per ragioni demografiche, che geopolitiche che geoeconomiche</strong> (le sue riserve di idrocarburi), <strong>è un Paese costretto a crescere in importanza negli anni a venire</strong>. <strong>Parallelamente, gli Stati Uniti, mentre alla fine degli anni Ottanta erano in ascesa relativa e assoluta, attualmente sono in una fase di declino relativo</strong>. La domanda piú che lecita che bisogna porsi é se dunque abbiano interesse, e possano, trovare un accordo con Teheran. Se Teheran sa che ogni giorno che passa la sua forza relativa é maggiore, allora é evidente che l&#8217;Iran é il primo a non volere un accordo. Ciò costringe dunque a due importanti considerazioni.</p>
<p><strong>In primo luogo, quanto detto non significa che un accordo sia impossibile a priori. Iran e Stati Uniti hanno molti interessi in comune e non é assolutamente impossibile che proprio su di essi sia possibile costruire un accordo conveniente ad entrambe le parti</strong>. A fine &#8216;800, il Giappone era una potenza in espansione che andava ad insidiare sempre di piú l&#8217;impero britannico. Londra, capendo però la sua precaria situazione, preferì accordarsi con Tokyo, anziché sfidarlo - giusto per evitare la sorte che poi sarebbe toccata alla Russia pochi anni dopo.</p>
<p><strong>In secondo luogo, non ci si può che interrogare sulla politica estera americana, o meglio sul posizionamento strategico di Washington</strong>. Nei precedenti paragrafi abbiamo ricordato piú volte il declino relativo degli Stati Uniti. A questo proposito va innanzitutto ricordato cosa si intende per declino relativo. Gli Stati Uniti hanno, tutto sommato, un&#8217;economia abbastanza florida, una crescita demografica positiva, il piú grande esercito del mondo e vaste risorse naturali. In termini assoluti, dunque, la loro posizione é inattaccata. <strong>La crescita assoluta di altre Potenze, però, implica <em>ipso facto</em> una riduzione del loro peso globale</strong>. Un esempio puó spiegare meglio la situazione. Si pensi ad una stanza con all&#8217;interno trenta persone. Una sola di esse é armata. E&#8217; chiaro che sarà quest&#8217;ultima a decidere come far funzionare la stanza. Se per caso, ad un certo punto, nella stanza dovesse arrivare un&#8217;altra persona, anch&#8217;essa armata, allora é verosimile pensare che a dirigere la stanza saranno queste due persone, sia di concerto o confrontandosi. Nella stanza chiamata mondo, gli individui armati stanno aumentando. La persona che fino a ieri dominava la scena (gli USA) ora si trova a dover venire a patti con gli altri.</p>
<p><strong>Se dunque gli USA sono in una fase di declino relativo, da cui potranno difficilmente evadere, e se il loro attuale posizionamento strategico globale é contrastato da tante e tali sfide, allora non resta che da chiedersi se convenga davvero mantenerlo inalterato</strong>. In altri termini, se la posizione globale degli USA é sfidata sempre più da potenze regionali emergenti le quali, vista la loro crescita, hanno un forte interesse ad evitare il dialogo per rimandarlo <em>sine die</em>, quando la loro posizione sarà ancora più favorevole, allora <strong>appare evidente che agli USA convenga dialogare ora, per trovare accordi che cementino negli anni a venire i rapporti di forza attuali, assai più favorevoli per Washington di quelli futuri</strong>. In questa maniera, proprio come fece l&#8217;impero britannico, sarebbe possibilevrimandare il loro declino.</p>
<p><strong>Si noti, però, che in questa maniera le argomentazioni contro l&#8217;<em>appeasement</em> crollano, di nuovo.</strong></p>
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<p><a href="http://epistemes.org/2008/06/27/nuovo-video/">Nuovo video</a></p>
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		<title>L’Europa: capire e superare Dublino guardando a Torino e Berlino</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 06:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editor</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Andrea Gilli]]></category>

		<category><![CDATA[Relazioni Internazionali]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Gilli
La bocciatura del Trattato di Lisbona ad opera dell&#8217;elettorato irlandese ha prodotto una grande pausa di riflessione all&#8217;Europa. Riflessione che, per fortuna, è subito partita, almeno sui giornali e tra i politici.
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			<content:encoded><![CDATA[<div class=""><p><strong>di Andrea Gilli</strong></p>
<p><strong>La bocciatura del Trattato di Lisbona ad opera dell&#8217;elettorato irlandese ha prodotto una grande pausa di riflessione all&#8217;Europa</strong>. Riflessione che, per fortuna, è subito partita, almeno sui giornali e tra i politici.</p>
<p>Soprattutto sulla carta stampata, le analisi sono state binarie. Da una parte, specie tra i quotidiani conservatori, si è trovato un certo entusiasmo per la democrazia che ferma il progetto burocratico, e quasi schizofrenico, europeo. Dall&#8217;altra parte, invece, tra le testate di orientamento socialdemocratico si è osservata una certa insistenza sulla necessità di ricominciare da capo, senza però spiegare fino a fondo il perché dell&#8217;urgenza del progetto europeo.</p>
<p>L&#8217;obiettivo di questo articolo è <strong>spiegare, in chiave strutturale, l&#8217;evoluzione dell&#8217;Unione Europea e le sue cause, e, dall&#8217;altra parte, le ragioni che inibiscono gli attuali schieramenti politici dal comprendere fino a fondo quanto sta succedendo</strong> e quindi anche come meglio risolvere l&#8217;attuale <em>impasse</em>.</p>
<p><span id="more-607"></span></p>
<p>Sulla storia dell&#8217;integrazione europea è già stato detto tutto. Non è quindi il caso di tornarci in maniera approfondita. Per sommi capi, si può dire che <strong>la CECA e la CEE prima sono state formate per un semplice obiettivo: evitare che il Continente Europeo cadesse nelle braccia sovietiche e/o ricadesse in una nuova grande guerra</strong>.</p>
<p>Il progetto ha avuto un certo successo, visto che né l&#8217;Europa Occidentale è finita in mano a Mosca, né tanto meno vi sono più stati dei conflitti al suo interno. <strong>Finita la Guerra fredda, però, la sua <em>raison d&#8217;étre</em> era venuta meno</strong>: non era più necessario bloccare l&#8217;avanzata sovietica, o presunta tale. L&#8217;Europa per un attimo non sapeva più cosa fare. In breve, anche se il panorama internazionale non si era ancora chiarito, si decise però di rafforzare il progetto.</p>
<p>Le ragioni, di quella volontà sono in parte oscure. Le evoluzioni degli ultimi anni suggeriscono un&#8217;interpretazione coerente ma non troppo accettata. <strong>In una fase di unipolarismo americano, i Paesi europei avevano un&#8217;unica scelta: aggregarsi, per pareggiare lo strapotere americano</strong>.</p>
<p>Negli anni Novanta questa pressione era tutto sommato limitata. <strong>Con l&#8217;11 settembre, prima, la guerra in Iraq e le successive turbolenze finanziarie, economiche e geopolitiche dopo, questa necessità è diventata sempre più evidente</strong>. La crescita di altre Grandi Potenze di dimensioni continentali produceva così quel <em>same-ness effect</em> di cui parlava Kenneth N. Waltz nel 1979: le unità politiche del sistema internazionale tendono ad uniformarsi per poter meglio confrontarsi l&#8217;una con l&#8217;altra.</p>
<p><strong>La causa della sempre più spinta integrazione europea va dunque ricercata nella volontà di formare un&#8217;unità politica in grado di trattare da pari, o quasi, con le altre grandi potenze politiche</strong> (ed economiche e militari - di cui il peso politico è funzione).</p>
<p>In generale, la causa fondante è la <strong>ricerca della sicurezza</strong>. Come i classici del pensiero politico ci hanno insegnato, <strong>la sicurezza è in diretto contrasto con un altro importantissimo valore: la libertà e la democrazia</strong>. L&#8217;esempio più banale è offerto dalle legislazioni anti-terrorismo che, volte per contrastare questa pratica violenta, finiscono, anche, per limitare la libertà dei singoli.</p>
<p>Nel caso dell&#8217;Unione Europea, la ricerca di sicurezza (da procacciarsi attraverso la fondazione di una Grande Potenza) va in <strong>contrasto con le istanze dei singoli Paesi che rivendicano il diritto ad una voce in capitolo</strong>. Questo contrasto non è risolvibile attraverso la giustizia, l&#8217;etica e la morale. <strong>Più democrazia significa meno sicurezza. Più sicurezza (leggi: più Unione Europea) significa meno democrazia</strong>. L&#8217;affermazione è tautologica, proprio come per un economista il Consumo al tempo attuale implica minore Consumo al tempo futuro.</p>
<p>Il punto da rilevare in questa sede è che, <strong>in passato, processi analoghi non sono avvenuti tramite la democrazia o, quanto meno, attraverso periodi di tranquillità</strong>. Il primo grande, e citato a sproposito, esempio, è offerto dagli <strong>Stati Uniti</strong>. Le tredici colonie decisero di unirsi semplicemente perché solo in questa maniera avrebbero potuto contenere la potenza britannica e le sue nuove offensive. Si noti infatti che la Costituzione americana fu la diretta conseguenza della rivoluzione americana. Risulta infatti <strong>difficile credere che senza rivoluzione, ci sarebbe stata l&#8217;accettazione della Costituzione</strong>. Senza contare, poi, che la successiva espansione americana fu tutto salvo che pacifica. L&#8217;<strong>Italia</strong> offre un altro importante esempio: <strong>Camillo Benso Conte di Cavour</strong> era un profondo liberale. Ma come gli storici affermano, era anche il più machiavellico e cinico dei politici europei del suo tempo. <strong>Con la forza, l&#8217;inganno e un notevole genio strategico impose la sua visione al resto d&#8217;Italia e al resto d&#8217;Europa - l&#8217;unificazione nazionale</strong>. Il mezzo, appunto, è stato violento. La democrazia fu abilmente scavalcata - come il <em>Gattopardo</em> ci ha ricordato. Dal metodo Torino non si differenzia molto il metodo Berlino: <strong>Bismarck aveva compreso, proprio come Cavour, la necessità di formare uno stato di dimensioni nazionali. L&#8217;unica garanzia contro la superioritá geopolitica di Austria, Francia e Inghilterra</strong>. L&#8217;alternativa consisteva nel rimanere suddito delle altre corone europee. Non è necessario ribadire che i metodi di Bismarck furono l&#8217;antitesi del metodo liberale e democratico.</p>
<p>Se dunque i casi citati suffragano la tesi per cui a spingere per l&#8217;integrazione europea sarebbe la necessità di equiparare le altre potenze geopolitiche, essi ci dicono anche <strong>il metodo democratico non è verosimilmente quello più appropriato per procedere</strong>.</p>
<p>Purtroppo, tra gli schieramenti politici pare esserci una certa incapacità di comprendere i meccanismi in atto. <strong>Gli schieramenti socialdemocratici, fieri della loro posizioni kantiane, sembrano concentrati nel negare la necessità di una potenza politica e militare per difenderci dalle prossime sfide geopolitiche</strong>. Gli schieramenti conservatori, afflosciati su rivendicazioni nazionali sterili ed impegnati in una retorica democratica futile sembrano non comprendere una semplice verità. <strong>Se l&#8217;Europa minaccia le loro piccole patrie, essa le difenderà sempre meglio di quanto si potrebbe fare senza</strong>. Se l&#8217;affermazione pare forzata, si pensi a cosa sarebbe successo a Sicilia, Texas o Sachsen se esse non fossero state integrate dai loro attuali stati nazionali. Verosimilmente sarebbero state invase da qualche potenza europea, o mediterranea, nel primo caso. Dal Messico nel secondo, dalla Polonia o dalla Repubblica Ceca nel terzo.</p>
<p>Dublino, al momento, non è impensierita da minacce simili. Dopo l&#8217;Islanda, <strong>le verdi terre irlandesi sono probabilmente uno dei Paesi più isolati d&#8217;Europa. Senza contare che il loro valore strategico è pressoché nullo</strong>, a meno di incredibili e improbabili scoperte scientifiche nei prossimi anni. E&#8217; quindi ovvio che, per la seconda volta, l&#8217;Irlanda si opponga al Trattato Europeo. <strong>Dovrebbe però essere altrettanto ovvio che i nostri interessi, e la nostra sicurezza</strong> (così come quelli delle altre potenze europee: Germania, Francia e Spagna), <strong>non possono dipendere da un piccolo Paese</strong>. Quando il Rhode Island non voleva firmare la carta costituzionale americana, oltre a rinominarlo Rogue Island si decise anche, nel caso, di fare a meno della sua presenza. Tanto che la sua ratifica arrivò dopo il discorso inaugurale di Washington come primo presidente degli Stati Uniti. La prospettiva di essere un ago in un pagliaio parve sempre migliore di essere un ago fuori dal pagliaio. Alla fine il Rhode Island ratificò la Costituzione.</p>
<p><strong>Il metodo Dublino, dunque, non pare funzionare né aver mai funzionato. La prima speranza è che la retorica sull&#8217;Europa potenza tranquilla venga abbandonata. Dall&#8217;altra parte, non potendo ricorrere al metodo Torino o Berlino, è utile pensare ad una nuova architettura, specie procedurale, per far avanzare il progetto europeo</strong>. A meno di non pensare che altre opzioni siano possibili - le piccole rivendicazioni anti-europee che si sentono in questi giorni suggeriscono l&#8217;apprezzamento da parte di molti del modello Ucraina, anche conosciuta come <em>the breadbasket of Europe</em>. Se è quello il modello che vogliamo imitare, possiamo sempre farlo.</p>
<p>I prossimi mesi e anni ci diranno quale strada verrà scelta. <strong>L&#8217;integrazione europea non è pre-determinata, come pensano i federalisti di ispirazione marxiana. L&#8217;integrazione europea puó sempre fallire. Come ci ricorda Waltz: gli Stati sono liberi di fare ciò che credono. Ma poi ne pagheranno anche le conseguenze. E in un mondo di forte competizione geopolitica, le conseguenze dell&#8217;assenza dell&#8217;Unione Europea saranno davvero drammatiche</strong>. Per il grande politologo Giovanni Sartori, la democrazia dà ai popoli il diritto di sbagliare. Proprio per questo motivo, visto la posta in gioco, Tocqueville diceva che essa è il sistema meno adatto per condurre la politica estera. Forse sarebbe il caso di prendere in considerazione questo semplice insegnamento.</p>
<p>a</p>
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