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	<description>Il meglio della vita! Cinque minuti settimanali di allegria</description>
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	<title>Epruno</title>
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		<title>Se esiste qualcosa, non è per tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 08:28:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale Settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Epruno - Animadverto]]></category>
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					<description><![CDATA[Carissimi, confermo che dall’altra parte non c’è nulla, o meglio c’è qualcosa ma come sempre non è per tutti, serve il timbro giusto, quello che non sai mai dove prendere. Tutto è cominciato con una voce durante quel dormiveglia viscido su un “lettino sotto una lampada scialitica”, in cui non sei né vivo né morto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-17437" src="https://www.epruno.it/wp-content/uploads/2026/01/sala-daspetto-150x150.png" alt="" width="150" height="150"/>Carissimi,</strong></p>
<p>confermo che dall’altra parte non c’è nulla, o meglio c’è qualcosa ma come sempre non è per tutti, serve il timbro giusto, quello che non sai mai dove prendere.</p>
<p>Tutto è cominciato con una voce durante quel dormiveglia viscido su un “<em>lettino sotto una lampada scialitica</em>”, in cui non sei né vivo né morto ma stai già dando fastidio, una voce che urlava che l’anestetico era in controindicazione con l’allergia, e poi silenzio, prima il buio e subito dopo una luce talmente forte da sembrare una lampada da interrogatorio più che l’aldilà.</p>
<p>Mi ritrovai seduto in una grande sala d’attesa, affollata come un lunedì mattina all’ASP, un’astanteria metafisica con sedie di plastica e l’aria stanca di chi aspetta da una vita che infatti era appena finita, mentre una guardia giurata enorme con voce cavernosa e vocazione da usciere eterno chiamava i turni davanti a tre porte, “<em>Accettazione</em>”, “<em>Riconsegna Anime</em>”, “<em>Ulteriore Possibilità</em>”, e pensai subito che pure lì le deroghe non mancavano.</p>
<p><span id="more-17436"></span>Quello che mi colpì davvero non fu l’idea della morte ma le didascalie, l’aldilà spiegato coi cartelli, su uno lessi “<em>Portale di Palermo</em>”, addirittura, esisteva un portale di Palermo e chissà quanti altri sparsi nel mondo, per un pre-smistamento, ognuno col proprio traffico, le proprie code, i propri santi protettori e i propri imbrogli, l’atmosfera era inequivocabile, Palermo fino all’ultimo atomo, gente che protestava, gente che sbuffava, gente che cercava uno che conosce.</p>
<p>Il palermitano lo riconosci ovunque, anche morto.</p>
<p>Accanto a me un vecchietto gridava che <em>era un’eternità che aspettava</em> e la guardia gli rispose serena se lo sapeva, come a dire che pure l’eternità aveva i suoi tempi tecnici, mi girai e vidi una faccia familiare che mi salutò sorridendo, era l’anziano Cavaliere Lo Stimolo che mi disse: “<em>ingegnere pure lei qua e che le è successo</em>?” Risposi confusamente parlando di anestesia e allergia e lui mi disse che si era preso in pieno un TIR con autoarticolato, non un camion qualsiasi ma uno serio, e ora aspettava di vedere come andava a finire, al che gli dissi che era finita e lui rispose vediamo.</p>
<p>Dalla porta “<em>Ulteriore Possibilità</em>” arrivava un coro che pareva una seduta parlamentare mista a girone dantesco, “<em>scemo scemo scemo, ti piaceva il Rolex, ti piaceva la macchina, ti piaceva il locale fighetto, e ora goditi questo inferno perché torni giù, torni sulla terra, stessa vita di prima e alla prossima reincarnazione ne riparliamo</em>”.</p>
<p>Nel frattempo, dall’accettazione uscì un omino con gli occhiali da vicino sulla testa, il classico funzionario che esiste in ogni dimensione, che disse alla guardia “<em>però giù sannu a dari na calmata, perché l’anno accuminciò troppo allazzatu, pochi riconsegnavano l’anima e troppi dovevano tornare sulla terra, lo smistamento si sta bloccannu</em>”.</p>
<p>Mi alzai e chiesi quanto c’era da aspettare e la guardia mi chiese se avessi preso il biglietto, ”<em>quale biglietto risposi</em>” e lui mi indicò la macchinetta come all’ufficio postale, premetti informazioni che mi mandò dritto su morti di giornata e stampai il biglietto B 128.000, chiesi se significasse che prima di me c’erano 127.999 anime e mi rispose di “<em>sì, na tuttu u munno u sapi lei quanti cristiani muorunu ogni giorno? E oggi è giornata pesante</em>.”</p>
<p>Fu allora che il Cavaliere mi spiegò tutto con la calma di chi aveva capito il trucco, se hai vissuto una vita di merda ti controllano e ti rimandano giù, reincarnazione, nuovo giro, nuovo inferno, il paradiso è non tornarci e l’inferno quello lo conosci già, capii così che non c’erano alternative, o una vita pessima con la speranza di reincarnarsi o una vita abbastanza pessima (“<em>sfardata”</em>) da essere rimandati indietro per punizione.</p>
<p>Proprio mentre facevo questi pensieri sentii una voce lontana dire “<em>ce l’abbiamo, ce l’abbiamo</em>”, la luce calò, riconobbi la sala operatoria e il medico che sorrideva dicendo: “<em>non si preoccupi non sentirà niente, è solo anestesia locale.</em>”</p>
<p>“Che ve lo dico a fare”, state attenti, anche i piccoli interventi possono avere conseguenze.</p>
<p>Ora se è stato un sogno, non lo so, io ero disteso con gli occhi chiusi, ma ammettiamo che sia stato un momento soprannaturale, ciò mi ha insegnato che alla fine l’aldilà funziona esattamente come quaggiù, stesse file, stessi sportelli, stessa speranza di essere chiamati.</p>
<p>Morale, se così fosse, come direbbe Epruno, <strong>se anche l’eternità è a numero chiuso, vuol dire che il problema non è morire, ma è continuare a vivere senza aver capito perché.</strong></p>
<p>Un Abbraccio.</p>
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		<title>La “Torre d’Avorio”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 08:37:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale Settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Epruno - Il meglio della vita (ilsicilia.it)]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[Carissimi, ognuno di noi possiede la propria “Torre d’Avorio”, ben mimetizzata, al riparo dagli sguardi indiscreti e custodita con una cura quasi maniacale, perché serve a rifugiarsi nei momenti intimi, a nascondersi quando il mondo diventa troppo rumoroso, o più semplicemente a scappare dal quotidiano trambusto, dalle brutte notizie e, nei casi più sofisticati, a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="310" data-end="324"><strong data-start="310" data-end="324"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-17444" src="https://www.epruno.it/wp-content/uploads/2026/01/Immagine-2026-01-28-093410-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150"/>Carissimi,</strong></p>
<p data-start="326" data-end="734">ognuno di noi possiede la propria “Torre d’Avorio”, ben mimetizzata, al riparo dagli sguardi indiscreti e custodita con una cura quasi maniacale, perché serve a rifugiarsi nei momenti intimi, a nascondersi quando il mondo diventa troppo rumoroso, o più semplicemente a scappare dal quotidiano trambusto, dalle brutte notizie e, nei casi più sofisticati, a coltivare il proprio dolore come un bonsai da salotto.</p>
<p data-start="736" data-end="1008">Non c’entrano nulla i social o i media, che semmai hanno solo dato un nome moderno a una pratica antichissima, perché la torre d’avorio esiste da sempre, anche quando tutto era analogico, i telefoni avevano il filo e l’unica modalità silenziosa era smettere di rispondere.</p>
<p data-start="1010" data-end="1585">Ci si mette tutta la buona volontà possibile nello stare sempre in prima linea, nel correre in soccorso dei problemi altrui, nel vestire con dignità e pazienza i panni di Eduardo il Confessore, quello che ascolta tutti, assolve tutti e non giudica mai, ma poi arriva inevitabilmente il momento in cui bisogna pensare a sé stessi e allora diventa indispensabile girare quel cartellino appeso alla porta di vetro con scritto torno subito, esporlo con garbo all’utenza e confidare che, dopo il primo moto di stizza, chiunque saprà farsene una ragione e magari anche arrangiarsi.</p>
<p data-start="1587" data-end="1946"><span id="more-17443"></span>In fondo potremmo sparire del tutto e il nostro prossimo, passato un breve momento di disorientamento, finirebbe per non accorgersene nemmeno, perché la quasi totalità dei rapporti umani si fonda sull’utilità, non sul benessere dell’animo, non sull’arricchimento reciproco, non sulla semplice e rivoluzionaria voglia di stare bene insieme senza un tornaconto.</p>
<p data-start="1948" data-end="2593">Quanti momenti che all’epoca ci sembravano felici o addirittura memorabili riempiono oggi gli album delle nostre note mentali, e dei quali non è rimasto assolutamente nulla, se non una vaga sensazione di averci creduto davvero, tanto che parliamo senza vergogna di selfie ante litteram, perché a durare nel tempo sono soprattutto le foto di noi stessi, quelle che ci restituiscono il metro del cambiamento, di come cresciamo, invecchiamo e perdiamo colpi, mentre la bellezza si trasforma sotto lo sguardo complice degli specchi, gli unici testimoni fedeli della nostra metamorfosi, capaci di invecchiare insieme a noi senza chiedere spiegazioni.</p>
<p data-start="2595" data-end="2858">E di tutte le altre foto di gruppo cosa rimane, se non istantanee di un divertimento temporaneo, spesso affollate da persone che oggi non ci sono più, perché uscite silenziosamente dalla nostra vita o perché, con maggior discrezione, sono proprio uscite di scena.</p>
<p data-start="2860" data-end="3772">Poi ci sono gli album di matrimonio, capolavori assoluti di ottimismo, corredati da filmini, DVD, chiavette USB e in tempi più recenti persino dalle prime riprese con i droni, quando ancora li consideravamo un’idea romantica e non strumenti di guerra, e in quelle immagini oggi spesso non esiste più neanche il consorte, vista la frequenza dei divorzi, seguiti da una carrellata di parenti defunti senza scomodare i nonni centenari, mentre fanno capolino i veri misteri della vita adulta, i testimoni di nozze, quella categoria di persone che si dissolve nel tempo fino a sparire perfino dalle rubriche telefoniche, a dimostrazione di quanto fossero solidi i criteri con cui li avevamo scelti, e già ci sentiamo fortunati se risulta ancora vivo il sacerdote celebrante, mentre ogni volta davanti all’album ci poniamo la stessa domanda esistenziale, bello l’abito di nozze, ma come cazzo facevo a entrarci dentro.</p>
<p data-start="3774" data-end="4414">Ecco perché mi permetterei di consigliare una certa sobrietà nella spesa per questi servizi fotografici, attirandomi l’ira funesta dei miei amici fotografi, evitando investimenti faraonici in album di pelle giganteschi e pesantissimi, difficili da maneggiare già al rientro dal viaggio di nozze, preferendo magari una sola foto, ben scelta, in una cornice d’argento sobria, non pacchiana, non in stile Savastano, con un sorriso decente e dignitoso, perché non si sa mai, e lo dico soprattutto ai poco social, visto che quella foto di nozze è sempre la prima a essere riesumata in occasione di luttuosi fatti di cronaca, e ognuno sapi i sua.</p>
<p data-start="4416" data-end="4972">Ed è così che, esauriti i ricordi affollati e asciugate le lacrime, ci siederemo a riprendere fiato su una panchina durante la passeggiata mattutina, prima di rientrare nella nostra torre d’avorio, e capiremo finalmente perché passiamo la prima parte della vita ad arredarne l’esterno, quello che gli altri possono vedere, ammirare e invidiare, mentre nella seconda parte, sempre più lunga e sorprendentemente silenziosa, quando non saremo più così interessanti o utili al prossimo interessato, inizieremo ad arredarne l’interno con ogni comfort possibile.</p>
<p data-start="4974" data-end="5415">Sarà allora che, ridotto il cerchio magico a poche persone capaci di darci piacere o beneficio reale, troveremo finalmente il tempo per noi stessi, anche solo per rimettere in ordine i tasselli di una vita costellata di errori, perché se abbiamo sbagliato vuol dire che abbiamo vissuto, mentre in caso contrario la nostra torre d’avorio resterà sì abitata, ma tristemente sfitta, occupata soltanto dalla nostra anonima e silenziosa presenza.</p>
<p data-start="4974" data-end="5415">Un abbraccio, Epruno.</p>
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		<title>Regole, eccezioni e deroghe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 08:36:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale Settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Epruno - Il meglio della vita (ilsicilia.it)]]></category>
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					<description><![CDATA[Carissimi, per chi sono davvero le regole? Se vogliamo vivere in società dobbiamo condividere delle regole, poi però arrivano le eccezioni e infine, immancabili, le deroghe. Le regole sono per i poveracci, per quelli che non hanno nessuno a proteggerli, le eccezioni sono per i furbi e per i prepotenti, le deroghe invece sono riservate [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-17441" src="https://www.epruno.it/wp-content/uploads/2026/01/Immagine-2026-01-28-093326-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150"/>Carissimi, per chi sono davvero le regole?</p>
<p>Se vogliamo vivere in società dobbiamo condividere delle regole, poi però arrivano le eccezioni e infine, immancabili, le deroghe. Le regole sono per i poveracci, per quelli che non hanno nessuno a proteggerli, le eccezioni sono per i furbi e per i prepotenti, le deroghe invece sono riservate ai potenti, così davanti allo stesso identico problema non è il problema a fare la differenza ma chi lo deve affrontare.</p>
<p>Possiamo riempire i libri di iconografie con la dea bendata che regge la bilancia, ma alla fine è sempre il censo a decidere, e su come nasca questa casta privilegiata ne abbiamo parlato più volte, in fondo da quando il primo uomo piantò dei paletti nel terreno e disse “è mio”. Nessun atto divino, nonostante fiumi d’inchiostro e culti costruiti in laboratorio abbiano provato a ricostruire verginità sacre, fino al punto di proclamare re e capi religiosi per volontà divina, quando spesso alla base non c’era altro che una scopata negata, vedi Enrico VIII.</p>
<p>Al netto di tutte le regole, la verità è semplice, le cose in questo mondo sono sempre appartenute a chi è stato capace di prendersele, solo dopo, a cascata, abbiamo inventato regole ed eccezioni per nobilitare ciò che con maggiore onestà si sarebbe potuto chiamare appropriazione o furto, ma sempre di prepotenza si trattava.</p>
<p><span id="more-17440"></span>Chi fa le leggi. Tolte quelle consegnate a Mosè, l’unico che nei millenni ha davvero rispettato fino in fondo le regole dell’esodo portandosi dietro un intero popolo, tutte le altre leggi sono umane e le leggi umane le fanno quelli che comandano, e chi comanda sono i potenti, per i quali, come detto, esistono sempre le deroghe.</p>
<p>Oggi parliamo di opinione pubblica, di media e di televisione, ma non pensiate che nei tempi antichi fosse diverso, non c’erano questi strumenti è vero, ma c’era già tutto il resto, la forza, il potere, la prepotenza, mentre per tutti gli altri c’erano le regole, cambiate periodicamente per renderle addomesticabili a vantaggio dei furbi, grazie alle eccezioni o, quando serviva, all’intervento diretto dei potenti attraverso interpretazioni e deroghe.</p>
<p>Non mi scandalizza nemmeno il fatto che un potente una mattina si svegli e dica “questa cosa mi serve e me la prendo”. Se parliamo di una penna è bullismo, se parliamo di un’auto è furto, se parliamo di uno Stato intero, mettiamo la Groenlandia, diventa politica internazionale.</p>
<p>Il problema non è solo l’atto in sé, il vero problema è come si diventa potenti e prepotenti. Se potessi scegliere dove nascere e da chi nascere, mettiamo in India, sceglierei senza esitazione di venire al mondo figlio di una persona potente appartenente a una casta, nessuno sogna di nascere poveraccio, cioè, condannato a subire le regole.</p>
<p>Anche nel mondo occidentale ormai funziona così, non si nasce potenti per volontà divina, si nasce prepotenti e si diventa potenti attraverso la politica, parola che in questo discorso spogliamo di ogni valore morale, limitandoci alla politica di strada così come la viviamo quotidianamente. Un soggetto una volta eletto, se prima è stato abile a scrivere bene le regole da derogare, diventa potente e se poi viene eletto presidente dello Stato più importante del mondo non diventa solo l’uomo più importante del pianeta ma il più potente.</p>
<p>Capite allora cosa significa non andare a votare. Una volta lassù puoi fare quello che vuoi e lì sì che il divino può forse avere un ruolo, sperare almeno che non si tratti di uno con le rotelle completamente fuori posto, ma spesso questo lo si scopre solo dopo, quando le carte sono ormai scoperte.</p>
<p>Che un potente prepotente faccia i propri interessi economici e quelli, per dirla con l’abate Meli, degli “<em>amiciuna di lu so partitu</em>”, perché dovrebbe scandalizzarmi se per essere eletto ha passato i due anni precedenti a raccogliere fondi e donazioni da persone potenti e danarose, tra una cena elettorale e l’altra. Una volta eletto, a chi dovrà rendere conto, al poveraccio senza dimora.</p>
<p>Può pure dire la sera della vittoria “sarò il presidente di tutti”, ma sono solo parole. Il risultato è semplice, se vorrà uno Stato perché gli serve se lo prenderà, se vorrà costruire un albergo in “<em>Vicolo Corto</em>” lo farà, non perché le regole le fa lui ma perché farà le deroghe che convengono a tutti gli altri potenti che hanno investito su di lui.</p>
<p>Morale della favola, esercitate il vostro diritto di voto sempre, ma quando andrete a votare fermatevi qualche secondo in più prima di mettere quella “X” sulla scheda, perché dopo, spesso, c’è ben poco da fare.</p>
<p>Un abbraccio disinteressato,</p>
<p>Epruno.</p>
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		<title>Il triangolo delle nefandezze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 22:03:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale Settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Epruno - Il meglio della vita (ilsicilia.it)]]></category>
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					<description><![CDATA[Ogni grande tragedia che si verifica in occasione di eventi di pubblico spettacolo è quasi sempre riconducibile alla concomitanza di tre fattori: un luogo inadeguato o gestito con scarse competenze tecniche, un’organizzazione priva di scrupoli e un comportamento imprudente o irresponsabile che innesca il panico. Si tratta di un vero e proprio “triangolo del fuoco” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-17419" src="https://www.epruno.it/wp-content/uploads/2026/01/Immagine-2026-01-04-180337A-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150"/>Ogni grande tragedia che si verifica in occasione di eventi di pubblico spettacolo è quasi sempre riconducibile alla concomitanza di tre fattori: un luogo inadeguato o gestito con scarse competenze tecniche, un’organizzazione priva di scrupoli e un comportamento imprudente o irresponsabile che innesca il panico. Si tratta di un vero e proprio “triangolo del fuoco” che, più propriamente, può essere definito un&nbsp;<strong>triangolo delle nefandezze</strong>.</p>
<p>Il dibattito che segue tragedie come quella avvenuta nella notte di Capodanno del 1° gennaio 2026 nel bar&nbsp;<em>Le Constellation</em>&nbsp;di Crans-Montana tende spesso a svilupparsi su un piano emotivo, alimentato da confronti impropri e da valutazioni prive di fondamento tecnico. Tuttavia, l’esperienza dimostra che eventi di questo tipo raramente sono frutto della fatalità: nella maggior parte dei casi sono la conseguenza di scelte evitabili, dettate dall’anteposizione dell’interesse economico alla sicurezza delle persone.</p>
<p>Alla domanda se quanto accaduto, alla luce delle informazioni emerse dagli organi di stampa e delle prime evidenze in materia di inadempimenti sulla sicurezza, avrebbe potuto verificarsi in Italia, la risposta è negativa. Il sistema normativo italiano in materia di pubblico spettacolo è infatti tra i più rigorosi in Europa.</p>
<p><span id="more-17398"></span>Il quadro di riferimento è fondato sul&nbsp;<strong>Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza</strong>&nbsp;(R.D. 18 giugno 1931, n. 773), che disciplina in modo organico le attività aperte al pubblico. In particolare, l’art. 68 subordina l’apertura dei locali di pubblico spettacolo al rilascio di apposita licenza, l’art. 69 regola gli spettacoli e i trattenimenti temporanei, mentre l’art. 80 impone la verifica preventiva delle condizioni di sicurezza dei locali e degli impianti, demandandola alle Commissioni di Vigilanza.</p>
<p>A tale impianto si affianca la normativa di prevenzione incendi, con riferimento al D.P.R. 1° agosto 2011, n. 151, che include i locali di pubblico spettacolo tra le attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco in funzione della capienza e delle caratteristiche dell’attività. Il sistema è completato dal Codice di prevenzione incendi (D.M. 3 agosto 2015), dal D.M. 19 agosto 1996 e dalle circolari ministeriali applicative, che delineano nel loro insieme un modello preventivo rigoroso finalizzato alla tutela dell’incolumità pubblica.</p>
<p>Le disposizioni oggi vigenti sono il risultato di un percorso storico segnato anche da tragedie che hanno inciso profondamente sulla coscienza collettiva. L’incendio del Cinema Statuto di Torino del 1983 rappresenta uno spartiacque da cui ha preso forma un corpus normativo sempre più articolato, volto a disciplinare in modo puntuale la capienza dei locali, le vie di esodo, l’impiego di materiali certificati, la compartimentazione degli spazi, la gestione dell’emergenza e le procedure autorizzative.</p>
<p>In questo contesto, un locale privo dei requisiti strutturali, impiantistici e gestionali richiesti non può ottenere l’autorizzazione allo svolgimento di eventi aperti al pubblico. Il parere tecnico della Commissione di Vigilanza è previsto quando l’evento presenta caratteristiche tali da richiedere una valutazione preventiva collegiale a tutela dell’incolumità pubblica.</p>
<p>In via generale, per eventi con capienza fino a 200 persone il parere non è richiesto e l’autorizzazione avviene mediante SCIA asseverata, senza alcuna riduzione degli standard di sicurezza. In questi casi cambia esclusivamente la procedura, mentre la responsabilità tecnica ricade integralmente sul professionista asseverante. Quando la capienza supera le 200 persone, il parere diventa obbligatorio e la competenza è attribuita alla Commissione comunale di vigilanza, che esamina la documentazione, effettua il sopralluogo e rilascia il parere propedeutico al provvedimento di agibilità del Sindaco.</p>
<p>Al crescere della complessità e dell’affluenza, la competenza passa alla Commissione provinciale prefettizia, in particolare per locali al chiuso con capienza superiore a circa 1.300 persone, per eventi all’aperto oltre le 5.000 presenze o per manifestazioni che presentano criticità rilevanti sotto il profilo della sicurezza o dell’ordine pubblico. In tali casi la valutazione assume un carattere interistituzionale.</p>
<p>Il parere della Commissione non costituisce un mero adempimento formale, ma una condizione sostanziale per la legittimità e la sicurezza dell’evento. L’istruttoria si articola in una fase documentale e in un sopralluogo, entrambi caratterizzati da tempi tecnici non comprimibili. La presentazione delle istanze a ridosso dell’evento o con allestimenti incompleti compromette l’efficacia del controllo preventivo e può legittimamente condurre al diniego dell’autorizzazione.</p>
<p>L’analisi degli incidenti dimostra che le criticità non derivano da lacune normative, bensì da carenze organizzative e gestionali: organizzazioni improvvisate o orientate esclusivamente al profitto, uso improprio delle capienze dichiarate, ricorso distorto alla SCIA, locali non idonei, carenze nelle vie di esodo, gestione inadeguata dell’affollamento e impiego di personale privo delle necessarie competenze.</p>
<p>L’organizzazione di eventi di pubblico spettacolo richiede dunque pianificazione accurata, competenze specialistiche e una selezione rigorosa delle professionalità coinvolte fin dalle fasi iniziali.</p>
<p>Sarebbe opportuno un confronto con la Commissione di Vigilanza e/o le Istituzioni in essa presenti, approfittando della grande competenza in materia, già nella fase di ideazione degli eventi per poter valutare le criticità dei siti presi in oggetto.</p>
<p>Il sistema normativo italiano si fonda sul principio che il rischio non possa essere eliminato, ma debba essere preventivamente valutato, ridotto e governato. Solo così è possibile evitare che comportamenti irrazionali o situazioni di panico si trasformino in tragedie.</p>
<p>Le tragedie non sono quasi mai frutto del caso, ma il risultato di scelte errate, omissioni o violazioni delle regole. La tutela dell’incolumità pubblica richiede un’applicazione rigorosa delle norme e la diffusione di una solida cultura della sicurezza, unica via per garantire un equilibrio sostenibile tra libertà di iniziativa economica e tutela della vita umana.</p>
<p>Un abbraccio, Epruno</p>
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		<title>Ricordo del Maestro &#8211; Di Tiziana Caccamo (da Cospiria)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 22:34:17 +0000</pubDate>
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		<title>Ricordo del Maestro &#8211; Di Silvia Testa</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 22:27:36 +0000</pubDate>
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		<title>Ricordo del Maestro &#8211; Di Maurizio Sallustri</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 22:26:17 +0000</pubDate>
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		<title>Ricordo del Maestro &#8211; Di Mario Caminita</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 22:21:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Epruno - Animadverto]]></category>
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		<title>Un racconto di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Dec 2025 22:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale Settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Epruno - Il meglio della vita (ilsicilia.it)]]></category>
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					<description><![CDATA[Carissimi Ogni villaggio ha il suo scemo, ma Robertino, detto Bobò, non era uno scemo come tanti. Già da piccolo era un bambino fisicamente molto più sviluppato degli altri, per la sua età, ma per sua madre era sempre rimasto il suo Robertino, difeso e voluto contro ogni morale comune. Era rimasta incinta di un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-17415" src="https://www.epruno.it/wp-content/uploads/2026/01/bobo-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150"/>Carissimi</strong></p>
<p>Ogni villaggio ha il suo scemo, ma Robertino, detto Bobò, non era uno scemo come tanti.</p>
<p>Già da piccolo era un bambino fisicamente molto più sviluppato degli altri, per la sua età, ma per sua madre era sempre rimasto il suo Robertino, difeso e voluto contro ogni morale comune. Era rimasta incinta di un uomo sposato che non aveva mai voluto riconoscere il bambino e che lei, invece, aveva deciso di tenere.</p>
<p>Donna di servizio da sempre, cacciata di casa e additata come donna di facili costumi, aveva avuto un’unica colpa, trovarsi a servizio presso una persona potente che, un giorno, aveva deciso per sfizio di abusare di lei. Da quella storia nefanda era nato Bobò, cresciuto nell’affetto come un dono, non come una vergogna.</p>
<p>Eravamo cresciuti insieme negli anni della mia infanzia, e con lui giocavo quando d’estate ci recavamo a Cerze, il suo paese, un piccolo centro di montagna, poi, a seguito di una brutta influenza, Robertino contrasse una meningite batterica che gli provocò danni cerebrali permanenti. Da allora la sua vita rimase segnata da una compromissione intellettiva e cognitiva che lo condusse, all’età di dodici anni, in quella condizione che il paese, con crudele semplicità, chiamava “scemenza”.</p>
<p><span id="more-17388"></span>La vita non è semplice, soprattutto per chi, già vessato dalla sorte, viene colpito da ulteriori tegole mentre tenta soltanto di sopravvivere. La disperazione, prima per la paura di perdere il figlio, poi per la consapevolezza che quel bambino non sarebbe mai più stato “normale”, lasciò spazio a energie impensabili, quelle che solo una madre è capace di trovare. Così la donna, anche questa volta, si rialzò, anzi, si rialzarono insieme, e insieme crebbero e invecchiarono, sostenendosi a vicenda e facendosi forza l’uno con l’altra.</p>
<p>Per lei Bobò era come tutti gli altri, anche se cresceva fisicamente, alto e robusto, mentre la sua mente restava quella di un bambino carico di difficoltà. Sembrava ascoltare i discorsi da adulto che la madre gli rivolgeva e seguirli con attenzione, ma il piccolo, poi ragazzo, poi uomo, dietro quegli occhi azzurri e quel sorriso perenne, rimaneva chiuso nel suo mondo.</p>
<p>Andarono avanti così per molti anni. Li vedevi per strada e parevano l’articolo “il”, lei minuta, lui un gigante al suo fianco, sempre mano nella mano. La donna si spendeva fino allo stremo, lavorava senza tregua e, grazie alla tolleranza dei padroni, portava con sé il suo caro Bobò. Lui, in silenzio, trascorreva le ore educatamente seduto su una sedia, in cucina, lontano dagli sguardi dei visitatori e degli abitanti delle case, a fissare il vuoto.</p>
<p>Il Parroco del paese si fece tramite presso il sindaco affinché, grazie all’intervento del senatore Burbazza, riferimento politico della zona, al raggiungimento dell’età adulta il ragazzo potesse beneficiare di una piccola pensione e di un minimo sostentamento, in considerazione della sua condizione di demenza. Questo contributo aiutò ad alleviare, almeno in parte, la totale assenza di sostegno da parte dei parenti.</p>
<p>Bobò cresceva ed era ormai un uomo, ma ogni mattina, trascinato per mano dalla madre, appariva sempre pulito, pettinato, profumato. Anche se qualche pantalone o maglione mostrava i segni di rattoppi ben fatti, addosso portava la dignità della povertà.</p>
<p>La donnina si faceva ogni giorno più curva sotto il peso dell’età, ma in quella mano che stringeva c’era ancora la forza necessaria per portarsi dietro, ovunque, il suo Bobò. Poi l’età presentò il conto, si ammalò e morì, e Bobò rimase solo. In molti dissero che non avesse capito nulla, io so soltanto che, da quel giorno, il silenzio prese il posto della sua voce.</p>
<p>Una lontana parente si occupò di Bobò, parola fin troppo grande, più del suo sostentamento economico che della sua vita quotidiana. Lui, intanto, diventava sempre più trasandato, la barba lunga, lo stesso vestito addosso per giorni, quasi sempre seduto su quella panchina di pietra davanti alla chiesa madre. Era il posto dove, nelle giornate di sole, sua madre lo lasciava ad aspettarla mentre lei puliva la canonica, ritagliando quel lavoro tra mille altri per riuscire a sopravvivere. Dopo la sua morte accadde spesso che Bobò venisse dimenticato lì, e che fosse la pietà dei compaesani, più che l’interesse dei parenti, ad accorgersi di lui e a ricondurlo a casa.</p>
<p>Giunse il periodo delle feste natalizie e Bobò, forse incuriosito dalle luminarie e dalla musica in piazza, volle rimanere seduto su quella panchina a osservare le luci e, apparentemente, ad ascoltare i suoni. Chi poteva sapere cosa gli passasse per la testa. Faceva freddo e lui, rannicchiato, con il suo solito scapolare addosso, fissava il vuoto.<br />
Era la notte della vigilia e ognuno era preso dall’organizzazione del proprio Natale, figurarsi chi avrebbe potuto accorgersi di Bobò o pensare a lui. Rimase solo, seduto in piazza su quella panchina di pietra, mentre cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve e il paesaggio festivo si faceva, paradossalmente, ancora più bello.<br />
Bobò sentiva i brividi e, a un certo punto, pronunciò poche parole: «Sento molto freddo». Fu allora che una mano, che lui riconobbe, si tese verso di lui. Il suo volto si illuminò in un grande sorriso e lui la strinse.</p>
<p>L’indomani mattina trovarono Bobò lì, sotto quei pochi fiocchi di neve posatisi sullo scapolare, addormentato per sempre su quella panchina di pietra, con un sorriso sul volto e un braccio penzolante, il pugno ancora stretto.</p>
<p>Non passa volta che, nelle mie preghiere, non riservi un pensiero al povero Bobò. Con l’età comincio ad avere più dubbi che certezze, e sono sensibile alle storie degli “ultimi”, ma se esiste davvero un paradiso, sono certo che Bobò sia lì, a tenere per mano quella donnina minuta.</p>
<p><strong>Auguri, un abbraccio, Epruno.</strong></p>
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		<title>Arcipelago &#8220;Gulash&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Epruno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 22:06:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale Settimanale]]></category>
		<category><![CDATA[Epruno - Il meglio della vita (ilsicilia.it)]]></category>
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					<description><![CDATA[Si può essere intellettuale o artista ed avere la tessera di partito? Certo che si può. Così come si può essere sobri e lavorare in una distilleria. Il problema non è la possibilità, ma la tenuta. E, di contro, può definirsi “organico” e dissentire? Sì, ma solo fino a quando il dissenso coincide casualmente con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-17409" src="https://www.epruno.it/wp-content/uploads/2026/01/arcipelago-gulash-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150"/>Si può essere intellettuale o artista ed avere la tessera di partito?</strong><br />
Certo che si può. Così come si può essere sobri e lavorare in una distilleria. Il problema non è la possibilità, ma la tenuta.</p>
<p>E, di contro, può definirsi “organico” e dissentire?<br />
Sì, ma solo fino a quando il dissenso coincide casualmente con la linea ufficiale. Dopo diventa eresia, e l’eresia non è prevista dallo statuto.</p>
<p>Se ci pensate bene, c’è molta più libertà nell’essere perdenti e poter dire ciò che si pensa, che nell’essere vincenti e dover pesare ogni parola per non “offendere” chi scambia una critica per lesa maestà. Il vincente non ascolta: annuisce. E l’annuire è il primo sintomo della sordità politica.</p>
<p>Così facendo, però, non esisterà mai la possibilità di porre rimedio ai propri errori: tu non li vedi e gli altri non te li fanno notare. Non per bontà, ma per convenienza. E siccome non sei allenato al dialogo interiore, al primo dubbio diventi automaticamente dissidente.<br />
Ecco perché conviene non tenere tessere di adesione in tasca: pesano, scaldano e impediscono di dire la propria senza che qualcuno si senta profondamente, irrimediabilmente, mortalmente offeso.</p>
<p><span id="more-17390"></span>Ma come si costruiscono i consensi?<br />
Bella domanda. La politica non è una scienza esatta, ed è proprio per questo che risulta incomprensibile a me e a molti altri irrazionali. È l’arte di trovare un’occupazione a qualcuno che, una volta ottenutala, dimostrerà una gratitudine inversamente proporzionale al favore ricevuto. È la negazione della fedeltà e la culla dei tradimenti, sempre nobilitati dalla “ragion di Stato”, che in genere coincide con il proprio interesse personale, possibilmente urgente.</p>
<p>Non conosco amicizie vere nate e sopravvissute all’esercizio politico. I nemici sono quelli che militano nel tuo stesso partito, gli avversari stanno negli altri schieramenti, e tutti — senza eccezione — sono competitor. Una grande famiglia allargata… ma solo per le successioni.</p>
<p>La politica, come un wc otturato, ha la curiosa capacità di riportare a galla soggetti che la storia aveva già gentilmente digerito archiviandoli. Riappaiono con una nuova etichetta: “utili”, da consumare preferibilmente entro la data di scadenza, prima che tornino tossici.</p>
<p>È un grande album di figurine di gruppo: non racconta la crescita delle persone, ma il loro transito. Anni, legislature, cambi di maglia. Conta l’istantanea, non la coerenza. E la coerenza, se mai ci fosse, diventerebbe un ostacolo alla carriera, perché la politica è anche mediazione, ritrattazione, smentita di sé stessi. È un bagno di folla anonima alla ricerca di una stretta di mano che non promette nulla, ma certifica — in modo quasi euleriano — una presenza:&nbsp;<em>ero lì, in quel momento, ho risposto alla chiamata</em>.</p>
<p>La politica, in fondo, è un gioco. E come tutti i giochi richiede abilità, sangue freddo e una certa predisposizione all’ambiguità. Bisogna saperci giocare.</p>
<p>Dire lo stretto necessario, nascondendo accuratamente l’intero concetto.<br />
Non dispiacere a nessuno.<br />
E, come naturale conseguenza di tanta prudenza, non fare nulla. Il tutto in perfetta coerenza.</p>
<p>La politica è dire in pubblico che il tuo rivale ha la rogna, quando hai smesso di grattarti un istante prima.</p>
<p>La politica è lo scenario ideale dove tutti hanno ragione. Un luogo accogliente in cui la verità non esiste più: sopravvive solo la&nbsp;<em>propria</em>&nbsp;verità, adattata al contesto, allo schieramento e, se serve, anche all’umore del momento. Una verità così ben narrata da rendere credibili persino gli spergiuri, perché — com’è noto — la verità la scrive chi vince. E spesso la riscrive pure.</p>
<p>Quanto sopra è&nbsp;<strong>per me</strong>, la politica. Che cosa complicata. E allora mi chiedo: perché mai dovrei complicarmi la vita vendendo l’anima, come uno dei tanti dottor Faust in giacca e cravatta, solo per poter partecipare a questo gioco di società travestito da destino collettivo?</p>
<p>Purtroppo non capisco. E, cosa ancor più grave, non mi adeguo. Preferisco passare per bastian contrario, o per dissidente di professione, piuttosto che rinunciare a scrivere il mio personale&nbsp;<em>Arcipelago Gulash</em>: disordinato, indigesto forse, ma mio.</p>
<p>Un abbraccio,<br />
<strong>Epruno</strong></p>
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