IL FAMILY BUSINESS: QUANDO LA FAMIGLIA SI INCONTRA NEL LAVORO

maggio 7, 2012 by

24 Maggio 2012
Aula Pio XI – Università Cattolica di Milano

Ore 8.45 – Apertura della mostra fotografica dedicata alle Family Business e
registrazione dei partecipanti al convegno
Ore 9.00 – Saluti di benvenuto
Prof. Domenico Bodega, Preside della Facoltà di Economia dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Ore 9.10 – I modelli familiari, educativi e gli stili di vita nell’ambito del ciclo di vita
dell’impresa di famiglia
Prof. Claudio Devecchi, Ordinario di Strategia e Politica Aziendale,
presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Amministratore Unico di
CERIF; Presidente e Direttore Scientifico di ASAM

Ore 09.50 – Come la famiglia accoglie un lavoro internazionale per uno dei suoi
componenti?
Prof. Giacomo Neri, docente di Strategia e Politica Aziendale presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Dott. Giuseppe Costa, Presidente e
Amministratore Delegato del Gruppo Costa Edutainment S.p.a.

Ore 10.30 – Scenari internazionali: Family Business extracomunitarie
Console e imprenditore extracomunitario – da confermare
Ore 11.10 – Tavola rotonda – Capitani d’azienda si raccontano: “Come garantire la
trasmissione dei valori e della storia familiare alle nuove generazioni”
Coordinatore del tavolo di lavoro: Alessandra Bussi Moratti, Referente Territoriale CERIF per Centro e Sud Italia e Psicologa
Imprese partecipanti:
·  Antonio Cesare Petruzzi, Proprietario di Petruzzi & Branca dal 1771
·  Mario Preve, Presidente di Riso Gallo S.p.a. dal 1856
·  Valerio Viganò, Presidente di Viganò1946
·  Samuel Barozzi, Amministratore Delegato di Barozzi Ennio S.r.l. dal 1959
·  Andrea Bregoli, Amministratore Delegato di IB Rubinetterie S.p.a. dal 1982
·  Grazia Belloni, Direttore Generale di Camomilla Milano dal 1983
·  Alberto Balocco, Amministratore Delegato di Balocco S.p.a. dal 1927
Ore 13.00 – Conclusione dei lavori
Monsignor Eros Monti

La partecipazione al convegno è gratuita – Per iscrizioni contattare l’Associazione CERIF

Tel.: (+39) 02. 80583037 – Fax.: (+39) 02. 80299119
E-mail: cerif@unicatt.it

 

 

 

 

Il Professor Devecchi e l’ “Orologio della successione”

maggio 3, 2012 by

“Da dove veniamo”

Ogni anno 60 mila imprenditori sono coinvolti nel passaggio generazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, i piccoli imprenditori italiani contribuendo alla ricostruzione del Paese, in un ventennio hanno sviluppato le loro attività artigianali in imprese e industrie.  Le 4 milioni di imprese familiari che stimiamo essere presenti oggi nel tessuto economico del Paese hanno  dunque origine da questa evoluzione.  Dalla fine degli anni ’90 ad oggi sono iniziati i passaggi generazionali che però, negli ultimi 5 anni, laddove non sono andati a buon fine, sfociando in cessazioni di azienda o liquidazioni volontarie hanno procurato un danno emergente pari a 60 miliardi di euro. Preparare Bene il momento della successione è diventato ormai una vera urgenza.

Come affrontare la successione

Aiutare gli imprenditori a svolgere la successione in maniera anticipata è necessario tenendo presente che per 4 volte nel suo ciclo di vita, l’azienda familiare “cambia pelle” in termini di processi,  strumenti e nuove criticità. Da qui e dalle variabili che incidono sul processo del passaggio generazionale è da analizzare questo fenomeno. La successione diventa un punto di forza se ci si arriva in maniera anticipata, se si colloca bene la propria azienda nel suo ciclo di vita, se si tiene sempre viva la business history familiare. Fondamentale è dare spazio al giovane che entra in azienda. In un contesto di costante processo di internazionalizzazione l’azienda deve saper allargare la sua formula imprenditoriale e dare in mano a questi ragazzi settori nuovi con potenzialità di business davvero importanti.

Giuliana Benetton intervistata dal Corriere: “E’ IL NOSTRO NOME, NON VENDEREMO MAI”

maggio 3, 2012 by

Nodi da scogliere in casa. Benetton: la strada è tracciata. Caprotti: ci siamo quasi?

maggio 3, 2012 by

Alessandro Benetton  ha da poco assunto la guida del gruppo veneto e, a 48 anni di età, dopo 8 anni passati da vicepresidente e dopo aver dimostrato con la la “21 investimenti” di essere un vero imprenditore, ha sottolineato più volte il senso della discontinuità come opportunità lanciando la sfida di reinventare le aziende perché avere rispetto della propria azienda di famiglia significa modificarla.

Il discorso in casa Benetton non è tuttavia concluso. La famiglia ha infatti il ruolo di regista mentre la gestione è affidata ai manager. Ai possibili avvicendamenti e al possibile ringiovanimento nelle posizioni manageriali della holding del gruppo saranno dedicate le prossime decisioni strategiche senza dimenticare che la seconda generazione Benetton è formata da 14 persone: tempo e attenzione per la parte proprietaria dell’azienda e per adeguarsi di adeguate strutture aziendali.

In casa Caprotti la questione è più complessa sebbene in via di definizione. Il patron, Bernardo ha promosso un collegio arbitrale per risolvere il nodo del controllo di Esselunga e definire un contrasto con i due figli maggiori: Giuseppe e Violetta che si strascina orami da molti anni. Le modalità adottate da Bernardo per trasmettere l’eredità ai figli sono a cessione della nuda proprietà delle azioni (intestate ad una fiduciaria) con usufrutto al padre. Il caso si complica poiché i figli sono nati da matrimoni diversi con i primi che hanno lavorato a lungo in azienda partecipandone alla creazione del valore.

Il passaggio della sola nuda proprietà con riserva di usufrutto è uno strumento molto usato dalle imprese ma è una scelta non definitiva e incompleta. Mette in luce una peculiarità delle imprese di famiglia coinvolte in questa situazione: la volontà di continuare a contare nelle decisioni strategiche aziendali si scontra con l’opportunità e convenienza di spingere i propri giovani alla guida del gruppo. Spesso significa quindi non andare fino in fondo nel passaggio generazionale.

Bombassei, Del Vecchio, Moratti, Benetton, Squinzi: come passano il testimone le principali famiglie imprenditoriali?

maggio 2, 2012 by

La prima generazione dei pionieri del Nordest e delle grandi famiglie italiane che hanno creato grandi gruppi, ha ormai lasciato il timone o è in procinto di farlo. Da Ferrero a Squinzi, da Chiesi a Merloni, da Bombassei a Moratti, da Del Vecchio a Benetton, tutti sono alle prese con un passaggio generazionale che segna la fine di un’epoca, quella della quasi totale identificazione delle aziende con le famiglie e i territori. Ad uscire di scena sono infatti i padri fondatori del capitalismo familiare italiano.

Auguri

aprile 7, 2012 by

L’Associazione Cerif  Augura a tutti

una Serena Pasqua !

Civiltà del bere-Vinitaly-Indagine ISPO: DI PADRE IN FIGLIO NEL SETTORE VITIVINICOLO. CERIF con il Professor Claudio Devecchi contribuisce allo studio

aprile 2, 2012 by

Vinitaly ha fotografato il primo vero passaggio generazionale che stanno vivendo le family business vinicole dell’età moderna – da quando cioè il vino italiano è diventato voce decisiva del Pil agroalimentare – attraverso una ricerca qualitativa commissionata all’Ispo e presentata da Renato Mannheimer nel corso della degustazione di Civiltà del Bere-Vinitaly “Di padre in figlio – Il passaggio generazionale nelle grandi famiglie del vino”.

L’indagine, compiuta attraverso interviste a genitori e figli di 6 tra le principali imprese familiari del vino italiano e a 4 economisti (Guido Corbetta, Università Bocconi; Claudio Devecchi, Cerif- Università Cattolica; Carlo Carboni, Università Politecnica delle Marche; Salvatore Carrubba, Iulm), rivela vantaggi e debolezze di un valore familiare d’impresa che nel vino trova uno dei suoi principali alleati, con gran parte del fatturato annuo(10miliardi di euro) in dote ad aziende storiche.
In un Paese epicentro del family business (secondo l’omonima rivista americana, nel mondo 6 aziende familiari tra le 10 più anziane sono italiane), la ricerca dimostra come quello del vino sia il settore dove più sono convogliate le positività del fenomeno. “Gli economisti intervistati – ha detto Renato Mannheimer – ritengono il comparto una sorta di eccezione che si distingue da tutti gli altri settori in modo molto positivo. Se infatti in generale con la generazione dei figli si perde coraggio, abilità e spirito di sacrificio, nel comparto vinicolo prevalgono saggezza, buon senso e continuità. Specie le donne, che oggi rappresentano una voce sempre più autorevole del business enologico, sono molto apprezzate per artigianalità, autenticità e creatività”. Non mancano però, secondo gli economisti, alcuni limiti, individuati soprattutto nel rischio storico di avere una proprietà forse troppo invadente e onnipresente, con pochissime deleghe lasciate ai manager esterni.
Dalle interviste ai protagonisti emerge la positività del passaggio in corso tra i vecchi “patriarchi buoni” e i nuovi “manager con l’anima” che non vogliono entrare in Borsa, ma anche la complessità del fenomeno in atto. Dietro a frasi del tipo “Papà dice che le aziende o crescono o muoiono. E noi siamo tutti d’accordo” si nascondono, in realtà, dinamiche interiori che determinano una sorta di sfida naturale tra le due generazioni. Più sereni, e romantici i padri, che hanno “tracciato la strada”, più “stressati” invece i figli, la cui “investitura” è in alcuni casi anche “drammatica”.
Ma a decretare il successo finale del cambio – che è comunque basato su identità e valori comuni – sono gli economisti: “I padri hanno inventato il prodotto, i figli sanno commercializzarlo” ma anche i padri, secondo i quali “I ragazzi hanno aperto le finestre e fatto circolare aria nuova’; e “I figli hanno visione internazionale, sono a casa in tutto il mondo”.
Per Giovanni Mantovani, direttore generale Veronafiere: “il successo d’impresa delle famiglie italiane del vino è anche il successo di Vinitaly che sta rinnovando sempre più il suo concept, sempre più business oriented dall’incremento delle presenze proessionali internazionali.

 

Tratto da www.winenews.it

Quando il numero dei “giocatori” conta: inserimento e trasferimento della cultura familiare

marzo 31, 2012 by


A margine di una tavola rotonda tra imprenditori del Family Business, Tommaso Brindani, Sales Manager e membro della famiglia ANNONI S.p.A, ci ha concesso una breve intervista.

Il gruppo Annoni (composto da Annoni S.p.A e Ugo Annoni S.p.A) opera nel settore della macellazione e della lavorazione della carne suina vantando un’esperienza trentennale e nel settore della stagionatura dei prosciutti crudi con una tradizione di circa cinquant’anni.  Oggi vanta uno stabilimento di 27900 mq, con un impegno di personale pari a circa: 100 operatori specializzati interni; 100 operatori specializzati di cooperative esterne; 12 impiegati amministrativi; 4 tecnici che compongono il gruppo Qualità. In una realtà di tali dimensioni e in cui nelle funzioni dirigenziali troviamo tre nuclei familiari, il tema dell’inserimento dei familiari in azienda e del trasferimento della cultura familiare è cruciale: a questo proposito Tommaso Brindani condivide con noi il suo credo e i valori di Annoni SpA.

Considerando il numero molto elevato di componenti della famiglia inseriti in azienda, quali sono le difficoltà che avete dovuto affrontare?  Nello specifico, il numero elevato secondo Lei, può mettere a rischio il trasferimento della cultura aziendale? Come identifica il peso della cultura aziendale all’interno della Sua impresa familiare?

“Le domande da voi poste  mi spingono a cercare con cura le parole in quanto il processo d’integrazione dei familiari all’interno dell’azienda deve ancora completarsi. Cercherò quindi di rispondere mettendo in luce ciò che finora ho vissuto. Penso che non esista un approccio standard all’ingresso di nuovi familiari all’interno dell’azienda e non ci devono essere, in quanto ogni realtà merita una diversa soluzione, una risposta fatta su misura. Dico questo tenendo bene in mente ciò che ho capito da quando lavoro all’interno di questa realtà. Un’azienda non ha bisogno di una famiglia per poter funzionare correttamente ma di un insieme di persone ben organizzate. Questo pensiero ritengo che sia davvero importante per chi dovrà entrare in azienda.  Questa idea è stato il fulcro su cui la mia azienda ha gestito l’ingresso in azienda di chi faceva parte della famiglia. La domanda che nasce spontanea e la difficoltà maggiore quando si deve fare entrare un familiare in azienda è: “cosa dovrà fare questa persona in azienda e come potrà contribuire al suo sviluppo?”

Nel nostro caso, ad ogni persona entrata in azienda, non è stato riservato un posto particolare anzi. È stata messa di fronte alla possibilità di dimostrare le proprie qualità e quale fosse il posto meritato. Ognuno di noi ha iniziato con un lavoro di poca responsabilità e ad ognuno è stata data la possibilità di dimostrare il proprio valore, lasciando comunque una discreta libertà nell’intraprendere un percorso all’interno dell’azienda al fine d’ottenere dei risultati che rispecchiassero le qualità di ognuno. Quindi, l’assegnazione di un ruolo ai nuovi entrati è stata la cosa che maggiormente ha messo in difficoltà la nostra famiglia. L’ingresso di nuovi e numerosi familiari può compromettere il trasferimento della cultura aziendale. La volontà e il desiderio di chi entra in azienda di dare il proprio contributo, portando novità e cambiamenti, è un elemento che può essere dannoso per l’azienda. Per quanto mi riguarda, la voglia di imparare e l’umiltà hanno caratterizzato il mio percorso all’interno dell’ambiente di lavoro e ciò mi ha permesso di avere molte possibilità nell’intraprendere delle scelte e nel fare ciò che personalmente ritenevo più idoneo per le mie capacità. Sono stato molto attento a non modificare gli equilibri che mi sono trovato di fronte, ho lavorato e mi sono impegnato al fine di guadagnare la fiducia delle persone con cui lavoravo e solo quando mi sono reso conto di avere il rispetto dei miei collaboratori, ho preso delle decisioni ed ho apportato dei cambiamenti. Sono entrato in azienda, ho osservato e cercato di capire in che modo la mia famiglia faceva funzionare il tutto e solo quando mi sono sentito in sintonia con l’ambiente e le persone con cui lavoravo ho iniziato a sentirmi parte dell’azienda ed in grado di prendere delle decisioni. La cultura aziendale va capita, si deve farla propria e non la si deve modificare. Se un’azienda è sana e funziona bene, tutto ciò che caratterizza la cultura aziendale va salvaguardata perché costituisce ciò che identifica maggiormente un’azienda e ciò che la rende unica. All’interno della mia impresa di famiglia, ritengo che ci sia una cultura radicata da chi ha fondato l’impresa che è molto sentita da chi ne fa parte. Tutti noi siamo fieri e condividiamo quei valori che fino ad ora hanno permesso all’azienda di svilupparsi e migliorare costantemente.

EIDOS PARTNERS PROMUOVE IL PREMIO “DI PADRE IN FIGLIO” : CERIF C’E’ !

marzo 29, 2012 by

 

Eidos Partners, in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e di Monza Brianza, il patrocinio di Borsa Italiana, il contributo di Deloitte, Schoroders, Negri-Clementi e il prezioso supporto scientifico di CERIF  – Centro Ricerche Imprese di Famiglia, Altis, Retecamere, AIDAF – Associazione Italiana delle Aziende Familiari e Istituto Lugi Sturzo, promuove nel 2012 il Premio “Di padre in figlio”.

Il prestigioso riconoscimento, giunto ormai alla sua quarta edizione, è riservato agli imprenditori che sono subentrati con successo alla guida operativa e strategica dell’impresa garantendo continuità e futuro sviluppo.

Il Premio “Di padre in figlio” riconosce il giusto merito agli imprenditori che, dimostrando leadership, creatività e intraprendenza nel gestire il passaggio generazionale, hanno proseguito e valorizzato con dedizione il lavoro dei propri genitori contribuendo così alla crescita dell’economia italiana grazie alla continuità e al successo della propria impresa.

Questo riconoscimento mette in luce ancora una volta l’importanza del valore dell’etica e continuità nel “fare impresa” tipiche delle Imprese Familiari, vero motore dell’economia italiana soprattutto in tempi di sfavorevoli congiunture economiche e vuole essere sempre più uno stimolo a raggiungere traguardi sempre più importanti.

Riconoscere e gestire in maniera ottimale il passaggio generazionale come svolta per innovazione e continuità e non come criticità è fondamentale.

Imprenditori padri e figli: la comunità scientifica, l’Associazione delle Aziende Familiari e il Centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia, sono con voi e plaudono al vostro successo.

Corporate reputation e CSR per le imprese di famiglia

febbraio 22, 2012 by

La corporate reputation è un elemento fondamentale per la crescita sostenibile. Un tema fondamentale per una buona reputazione è l’orientamento delle imprese familiari verso la corporate social responsability; essere socialmente responsabili, per le imprese, implica che esse, pur nell’esercizio delle loro funzioni produttive e commerciali, sono chiamate a soddisfare sia obblighi giuridici da applicare sia le condizioni di tutela imposte da vincoli ambientali e dal rispetto di regole sociali, estendendo questa preoccupazione a tutti coloro che possono essere considerati stakeholders dell’azienda o interlocutori sociali. La responsabilità sociale di impresa da un lato promuove nuovi parametri nella valutazione delle prestazioni aziendali integrando il profilo economico con componenti ambientali e sociali, dall’altro lato incarna il tentativo di far comprendere alle imprese che improntare i propri comportamenti nei confronti di tutti gli stakeholders a canoni di responsabilità sociale, può giovare oltre che alla società nel suo insieme, alla produttività ed alla competitività delle imprese stesse. Un comportamento socialmente responsabile infatti: contribuisce a creare e mantenere un elevato capitale reputazionale, garantisce una forte coesione con gli stakeholders, crea un ambiente di lavoro migliore, più sicuro e più motivante, migliora l’efficienza della gestione aziendale, protegge da azioni di boicottaggio, facilita l’accesso al credito, permette di usufruire di, laddove previsti, vantaggi fiscali e semplificazioni amministrative, riduce il rischio di impresa, contribuisce ad aumentare il valore per gli azionisti nei mercati in cui sono applicati rating di tipo etico.

Le operazione di CSR sono pertanto riconducibili ad un quadro di comportamenti che cerca di conciliare il benessere sociale e la competitività delle imprese sui mercati. A questo proposito i punti di forza delle aziende di famiglia sono sicuramente:

- la family reputation ossia la forte identificazione tra azienda e famiglia al comando che fa si che spesso l’immagine dell’imprenditore e dei suoi familiari abbia ricadute dirette sulla reputazione aziendale. In quest’ottica la famiglia si connota quindi come garante dell’etica e dei comportamenti dell’azienda.

- il valore di una lunga storia aziendale che può far intravedere più facilmente che in altre aziende una prospettiva di sviluppo di lungo periodo.

- il forte legame delle aziende familiari con il contesto in cui operano per cui accade spesso che, se l’azienda ha successo, sponsorizzi le squadre sportive o le iniziative locali.

- la particolare attenzione alla stabilità occupazionale anche nei periodi di crisi.

Le imprese di famiglia, quindi, investono in elementi tangibili coinvolgendo la comunità e in elementi intangibili. Creare e mantenere legami relazionali tra l’azienda e gli stakeholders  porta a immobilizzazioni immateriali in termini di fiducia, impegno, lealtà, reciprocità. L’agire sempre per il vantaggio dei propri interlocutori, per migliorare la loro immagine e la loro reputazione sarà ricambiato nel tempo con la fedeltà dei clienti, dei dipendenti, da una buona immagine pubblica e da una buona volontà che porta ad una redditività maggior e ad un minore turnover dei dipendenti.

La tendenza dell’imprenditore di famiglia è quella di un maggiore impegno personale per il successo dell’impresa e il benessere dei suoi dipendenti. Purtroppo però il mercato sempre più competitivo non permette alle aziende di avere la dimensione, i mezzi e le conoscenze sufficienti per comunicare attraverso una politica di marketing mirata il proprio impegno nel sociale. Per questo motivo è auspicabile che i business familiari esprimano la propria azione sociale a due livelli, assicurando da un lato la trasmissione dei propri valori alle generazioni future e dall’altro comunicandoli direttamente alla società.   Nonostante in Italia solo 6 aziende su 10 ritengono che curare e comunicare la propria corporate reputation sia davvero importante e l’attenzione è primariamente incentrata nell’area prodotti e servizi e valore del brand, le aziende italiane sono tra le più etiche al mondo secondo la certificazione SA 8000 che vede l’Italia primeggiare con il 34% del totale mondiale. Un’identità etica che non coinvolge solo le politiche interne alle aziende ma anche i fornitori e all’intera filiera produttiva. E’ sempre più frequente che le imprese familiari attuino iniziative per la protezione o valorizzazione di beni storici o artistici, per la realizzazione, il supporto o la sponsorizzazione di eventi culturali, oppure svolgano attività per la salvaguardia dell’ambiente. Spesso iniziative di alto valore sociale, filantropiche o di solidarietà vengono mantenute spesso in un ambito di riservatezza e di discrezione che ne aumenta il valore. Uno dei principali ostacoli alla diffusione della responsabilità sociale è il fatto che spesso, all’atto pratico, i costi e i benefici delle diverse scelte possibili sono poco chiari. A questo proposito la CSR non deve essere considerata come un costo, bensì come un elemento che, se integrato nella governance aziendale, condiziona positivamente la performance dell’impresa e la sua competitività. Lo sviluppo del capitale umano, la diffusione di valori condivisi e la coesione tra il personale costituiscono risorse fondamentali in vista di ottenere e sostenere il vantaggio competitivo. Di qui l’importanza di tutte quelle attività e pratiche che mettono al centro la persona e il suo sviluppo: la formazione professionale e manageriale, i servizi aggiuntivi ai dipendenti e alle loro famiglie, il knowledge management, le forme di partecipazione alle decisioni e ai processi innovativi.

 


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