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	<title>El Aleph</title>
	
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	<description>Rivista letteraria indipendente</description>
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		<title>Quando ho avuto la fortuna di diventare un ragazzo famoso</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 08:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come un apocrifo di Woobinda, ci arriva questo racconto di Mario Cioni, che pubblichiamo per il vostro sollazzo.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <span style="text-decoration: underline;"><strong>Mario Cioni</strong></span></em></p>
<p><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/Hulk.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-3211" alt="Hulk" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/Hulk.jpg" width="308" height="439" /></a>Quando ho avuto la fortuna di diventare un ragazzo famoso pensavo che avevo avuto fortuna. Pensavo che il dolore aveva pagato, che ero un bell’esempio di quel processo di ridistribuzione comunistica della contentezza per cui più accumuli sofferenza prima, più sei felicissimo dopo. Infatti io prima che diventavo famoso c’avevo un dolore costante che mi faceva piangere e anche urlare. Non ero nessuno. Ero uno che nessuno gli chiedeva di rilasciare un’intervista.<br />
Urlavo così bene i dolori dell’anima che il vicinato mi notò, e tra questi anche uno del mondo dello spettacolo che gliel’ha detto a degli uomini del televisore. Grazie a questi ultimi sono stato rapidamente fatto un doppiatore di urli. Decine di volte avete sentito i miei urli nel televisore. Ero talmente dotato che da un certo punto in poi tutti quelli che urlavano nel televisore li facevo sempre io. È così sono diventato celebre nel paese, con anche un passaggio da Costanzo.<br />
Io speravo che in questo modo il dolore finiva, pensavo che se ero famoso cominciavo a dormire con le donne, o almeno chessò, un pompino, invece nulla. Il dolore mi picchiava ancora forte come un pugno dell’incredibile Hulk. Nessun party vip, nessun festino con le modelle, nessuna aspirante soubrette da ricattare. Neanche le interviste che Cocuzza fece nel paesino di nonna cambiarono le cose. Continuavo ad aspettare le sei del pomeriggio per masturbarmi sugli ultimi servizi di Verissimo, insieme a tanti ascoltatori sofferenti; il resto del tempo gridavo del mio meglio a dei registratori che mi avevano sparso per tutto l’appartamento. Urli estremissimi che andavano segnando la storia della fiction. Talmente pietosi che arrivò anche una chiamata da Hollywood: Steven Seagal aveva bisogno d’urlare dolorosamente.<br />
Quattro secondi di profondo sgomento gridato in faccia ad un mussulmano nazista che mi torturava cercando di strapparmi il cuore con un trincetto perché, dopo alcuni massacri, io ero rimasto l’ultimo baluardo a difesa della democrazia dell’esistenza umana, minacciata da questo manipolo di algerini che stavano tentando di rubare l’Arizona per portarsela in Unione Sovietica. Il film fu di grande successo (anche di critica) e a quel punto i miei doppiaggi diventarono maggiormente richiesti da veramente tutti, con conseguenze che si sarebbero rivelate ingannose per la mia carriera nel mondo dello spettacolo.<br />
Due stagioni dalla De Filippi a insegnare gli urli ai ragazzi di Amici (il secondo anno fui anche parte della giuria). Tre passaggi da Vespa, due a Buona Domenica, uno dalla Dandini e uno dalla Daria Bignardi su La7. Poi Fazio. Poi partecipai a un reality e finalmente la mia fama sfondò il muro dell’attrattività sessuale. Fu l’inizio della fine. Nella casa che ci avevano chiusi dentro perdevo la verginità, e quando uscii da lì, con la celebrità consacrata, richiedevano da me non più solo degli urli ma anche delle cose erotiche. Avevo tutta una schiera di donne che c’avevo da sceglierle. Per il tempo libero comprai una Playstation. Donne e gioco di Playstation. Non lavoravo mai. Smisi di rispondere alle telefonate dei direttori di doppiaggio.<br />
Quando dopo molto tempo non c’avevo più i soldi e li volevo per una memory card nuova perché quella vecchia l’avevo fusa, accettai di urlare per il Tg2 che gli serviva un onesto cittadino sgozzato da un evasore fiscale rumeno davanti alla figlia di undici anni che aveva ripreso tutto col videofonino, ma l’audio non era venuto. Negli studi della rai mi accorsi che ero impedito di urlare la sgozzatura. Dalla mia corda vocale uscivano urli normali privi di personalità. Urli d’uomo che in fondo all’anima sta bene ed è sereno. Potevo leggere la delusione scritta sul volto di chi era accorso negli studi per festeggiare il mio ritorno. Io in mente c’avevo la figa, la Playstation e nessun motivo di soffrire.<br />
Nessuno mi volle più chiamare a urlare, e inevitabilmente questo alla lunga uccise il mio fascinamento sessuale. Ora devo accontentarmi di aspiranti doppiatrici, gente che lavorava sulle reti locali, partecipanti a piccoli concorsi di cui sono tra i selezionatori. Compenso giocando di più alla Playstation.<br />
Oggi è arrivato il giorno che mi accorgo che ho smesso del tutto le donne e qualsiasi cosa non sia giocare alla Playstation. Non mi chiamano più neanche dalle radio. Nessuno si ricorda di me, come se non fossi mai esistito, come se non fossi stato mai la voce che aveva incarnato la sofferenza del (tra gli altri) figlio del Maresciallo Rocca quando era stato rapito dai nemici dei Carabinieri, o il giovane Giovanni Paolo Due in preda a crisi mistiche in Karol, un papa rimasto uomo. Sono di nuovo un non famoso qualunque. Abituato com’ero, tornare a masturbarmi durante gli stacchi delle letterine dell’Eredità col rischio di venire quando inquadrano Carlo Conti, non ce la faccio. Io, mi è rimasta solo la Playstation.<br />
Io un giorno mi ci sono avvicinato, alla Playstation. Dovevo cambiare giochino, e sono rimasto attratto dal foro che c’è in mezzo a quel pezzo che viene fuori e te ci metti sopra il cd. Come illuminato, quel giorno ho capito che la vita è bella perché riserva delle sorprese che te non ci avevi mai pensato, tipo puoi scoprire che puoi amare ed essere amato anche se sei uno stronzo qualunque che non gli faranno mai fare un’intervista doppia alle Iene. Sembrandomi il foro della Playstation non poi così stretto, vi ci ho incastrato il cazzo dentro e l’ho spostato delicatamente su e giù per un quarto d’ora buono, prima che sono venuto.</p>

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		<title>Anobium – Mi riconosci, di Andrea Bajani</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 09:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Opinioni da un social network letterario: le recensioni in pillole di Loris Magro, divoratore di libri e attento cronista dell'attualità editoriale.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><em>di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/loris-magro">Loris Magro</a></strong></span></em></em></p>
<p><img class="alignleft" alt="" src="http://alessandria.bookrepublic.it/api/books/9788858811160/cover" width="173" height="271" />In <strong><em>Mi riconosci</em></strong> Andrea Bajani traccia un commosso ricordo di Antonio Tabucchi. Dopo aver letto<em> Se consideri le colpe</em>, l&#8217;autore pisano volle conoscerlo, inaugurando così una serie di incontri che generarono una solida amicizia tra i due scrittori.</p>
<p>Il ritratto che ne viene fuori è tanto affettuoso quanto oggettivo, privo di buonismi: la personalità dell’autore di<em> Sostiene Pereira</em> viene raccontata a tutto tondo, con le sue luci e le sue ombre; non vengono risparmiate descrizioni sulla sofferenza psicologica provata dall’uomo in fin di vita, i nervosismi e i momenti in cui le persone che lo circondavano divennero incolpevoli capri espiatori del suo dolore, evitando di rendere al lettore un&#8217;ipocrita fotografia ritoccata da copertina.</p>
<p>Il rischio di produrre un testo destinato a sparire nel giro di pochi anni perché estremamente legato al momento, alla commozione generale per la morte dello scrittore toscano viene fugato anche attraverso un’altra scelta azzeccata: il vero pregio del libro, infatti, sta nel fatto che quella proposta da Bajani non è la semplice narrazione degli ultimi anni di vita del grande autore, quanto un romanzo che racconta una<strong> storia d&#8217;amicizia</strong> dal suo momento d&#8217;inizio alla sua fine, un’<strong>opera sulla morte</strong> e sull&#8217;elaborazione del lutto; il protagonista è <strong>più Antonio che Tabucchi</strong>, e il fatto che il personaggio descritto da Bajani sia stato uno dei massimi narratori del Novecento è, in fondo, solo un valore aggiunto.</p>
<p><em>(La recensione anobiana di Loris Magro la trovate <strong><a href="http://www.anobii.com/loris/comments?page=1#017bd9b333066ea1b7">qui, sulla sua libreria Anobii</a> </strong>e <strong><a href="http://www.anobii.com/elaleph/books">qui, sulla nostra libreria</a></strong>)</em></p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Caccia aperta</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 08:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna Francesco Baldacchino, con un racconto venatorio dove Breece Pancake e Carlo Cassola sembrano passeggiare per i boschi siciliani.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <strong><span style="text-decoration: underline;">Francesco Baldacchino</span></strong></em></p>
<p><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/Caccia-Aperta.bmp"><img class="alignleft  wp-image-3190" alt="Caccia Aperta" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/Caccia-Aperta.bmp" width="323" height="208" /></a>Tagliò una fetta di pane, la cosparse di miele e poi me la passò.<br />
«Tieni, mangia» disse «servirà a tirarti su».<br />
Sentii il rumore della macchinetta del caffè. Avevo gli occhi pieni di sonno. Uscire dal letto caldo era stata, per me, una fatica indicibile.<br />
Quella mattina mio padre aveva messo la sveglia alle quattro e mezza.</p>
<p>Uscimmo di casa e ci dirigemmo verso la macchina. Io andai ad aprire il bagagliaio della nostra 127 color rosso mattone e mio padre andò a prendere i cani, che lo accolsero, frementi per l&#8217;eccitazione, saltando contro la rete del recinto del canile. Il cielo era ancora blu e pieno di stelle e faceva abbastanza freddo. I quattro cani saltarono in macchina. C&#8217;erano un paio di cirnechi, uno spinone e una bastardina di nome Lola a cui il mio vecchio era molto affezionato perché era molto brava nello scovare i conigli.<br />
Mentre percorrevamo lo stradone nel rumore sferragliante e sordo della vecchia Fiat, il cielo cominciava a rischiararsi e avevo già meno freddo. Ci fermammo a prendere un altro caffè in un bar sulla strada. Lì avremmo incontrato il signor Tirizzino, nostro compagno di caccia.<br />
Il Bar era pieno e, in mezzo a una folla di camionisti accalcati a far colazione, scorgemmo il signor Tirizzino.<br />
Ci salutammo. Mi faceva sempre una certa impressione stringergli la mano perché gli mancavano tre dita della destra, per l&#8217;esattezza mignolo anulare e medio, così quando ti salutava sembrava stesse puntandoti contro una pistola. Ci avviammo e uscimmo dalla strada principale per imboccare una &#8220;trizzera&#8221;, ovvero una stradina che si districava per le campagne.<br />
Adesso che era giorno aprimmo i finestrini per rinfrescarci con l&#8217;aria che copiosa entrava nell&#8217;abitacolo. Dopo circa un quarto d&#8217;ora di viaggio tra scaffe e pozzanghere ci dirigemmo, percorrendo sempre la stessa trizzera che però diveniva più stretta tortuosa e sconnessa, a volte scomparendo del tutto tra le sterpaglie, verso la cima di una collina.</p>
<p>Arrivammo su una specie di spiazzo dove fummo costretti a fermarci perché la strada improvvisamente si interrompeva. Uscii dalla macchina e andai a orinare vicino a una pianta di fichi d&#8217;india. Il signor Tirizzino prima di scendere dalla sua fiat 600 Giardinetta sedò una sommossa dei suoi cani a suon di cazzotti sul muso. Mi chiesi se non lo facesse con cattiveria, era comunque un po’ troppo duro con quelle povere bestie.<br />
Nel giro di pochi minuti eravamo già nel pieno della battuta di caccia. Mio padre mi disse di camminargli sempre dietro, in modo da non trovarmi a tiro tra lui e il coniglio qualora questo scattasse improvvisamente.<br />
Ero molto contento di andare a caccia con mio padre: era la prima volta che mi portava con sé.<br />
Pensavo che avrei comprato un fucile da caccia, non appena avrei potuto, e che sarei diventato un grande cacciatore di conigli e lepri. Adesso l&#8217;aria era piacevolmente calda e aveva un intenso profumo di finocchio selvatico, io guardavo il paesaggio intorno a me, che si presentava brullo, vergine e vasto. I cani correvano su e giù per delle scarpate e mio padre e il signor Tirizzino li incoraggiavano con fischi ritmati e brevi e alcune frasi in dialetto. Camminammo su per la montagna e ci accovacciammo vicino ad un grosso masso che dominava il vallone. Erano già le dieci del mattino e ancora non si era vista neanche l&#8217;ombra di un coniglio. Indicandomi delle siepi a circa cento metri da noi mio padre mi disse:<br />
«Vedi laggiù? Quelle sono delle tane, se ce n&#8217;è qualcuno i cani lo scoveranno, lui scapperà e noi gli spareremo».<br />
A dire il vero i conigli mi facevano un po’ pena, ma naturalmente non lo dicevo perché non volevo che mio padre mi considerasse una femminuccia.<br />
A circa dieci metri da noi, il signor Tirizzino si era appostato su un altro macigno, fumava incessantemente le sue MS con la mano sinistra mentre con l&#8217;altra mano (quella menomata) teneva il fucile rivolto verso il basso.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>PlayLinz #6</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 09:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ecco a voi un'altra Playlinz, la miglior colonna sonora per le vostre letture (ma anche la miglior selezione per le vostre orecchie). ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/linz"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Linz</strong></span></a></em></p>
<p style="text-align: center;"><em> <a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/linz.jpeg"><img class="size-full wp-image-3136 aligncenter" alt="linz" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/linz.jpeg" width="500" height="333" /></a></em></p>
<h2><a href="http://linzelinz.podomatic.com/entry/2013-05-09T08_35_20-07_00"><strong><span style="text-decoration: underline;">PLAYLINZ #6</span></strong></a></h2>
<p><iframe src="http://linzelinz.podomatic.com/embed/frame/posting/2013-05-09T08_35_20-07_00?json_url=http%3A%2F%2Flinzelinz.podomatic.com%2Fentry%2Fembed_params%2F2013-05-09T08_35_20-07_00%3Fcolor%3D43bee7%26autoPlay%3Dfalse%26width%3D440%26height%3D85%26objembed%3D0" height="85" width="440" allowfullscreen="" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<p>1. <strong>Toni Bruna</strong>: Gente che no ghe frega de gnente</p>
<p>2. <strong>Cocorosie</strong>: End of time da</p>
<p>3. <strong>Vampire Weekend</strong>: Worship you</p>
<p>4. <strong>Dawn McCarthy &amp; Bonnie “Prince” Billy</strong>: Milk train</p>
<p>5. <strong>Boring Machines</strong> : Roses and Snow</p>
<p>6. <strong>John Grant</strong>: GMF</p>
<p>7. <strong>Lisa Germano</strong>: Apathy and the Devil</p>
<p>8. <strong>Billy Bragg</strong> : No One Knows Nothing Anymore</p>
<p>9. <strong>Devendra Banhart</strong>: Myìi Negrita</p>
<p>10. <strong>Kurt Vile</strong>: Kv Crimes</p>
<p>11. <strong>Daughter</strong>: Human</p>
<p>12. <strong>M.Osman &amp; Orkes Nirwana</strong>: Kisah Disampang</p>
<p>13. <strong>Micha Cough</strong>: Oh, When My Lady Comes</p>
<p>14. <strong>James Blake</strong>: Take A Fall For Me</p>
<p>15. <strong>José James</strong>: Vanguard</p>
<p>16. <strong>Nicole Willis &amp; The Soul Investigators</strong>: Light Years Ahead</p>
<p>17. <strong>The Knife</strong>: A Tooth for an Eye</p>
<p>18. <strong>Roscoe Mitchell</strong>: Meadows</p>

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		<title>Io no (Ex-io), di Valeria Raimondi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 08:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
				<category><![CDATA[Metafinzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Sardella]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Maria Sardella recensisce l'ultimo libro di poesie di Valeria Raimondi,  «Io No (Ex-io)», pubblicato dalla casa editrice pesarese Thauma.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/maria-sardella"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Maria Sardella</strong></span></a></em></p>
<p><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2012/12/Valeria-Raimondi.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3027" title="Valeria Raimondi" alt="" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2012/12/Valeria-Raimondi.jpg" width="250" height="375" /></a>I lettori di poesia sono da tempo consapevoli che fare poesia non può ridursi a semplice effusione lirica. La poesia sarebbe ben poca cosa se si limitasse alla rappresentazione di gabbiani o di albe e tramonti. Ci è più congeniale la poesia come lama scintillante, come rasoio affilato che rade e spoglia le esistenze dal frascame superficiale, per incidere con la parola nelle menti e nei corpi fino a condurci alla nuda essenza delle cose.</p>
<p>Non cercheremo quindi in <em><strong>Io no (Ex-io)</strong></em> di <strong>Valeria Raimondi</strong> la storia dell’anoressia, né la ricerca delle cause, né ancor meno un commento a un evento così totalizzante. Crediamo con Andrea Zanzotto che la poesia sia essa stessa l’evento.</p>
<p>Un <em>evento</em> complesso <em><strong>Io No (Ex-io)</strong></em>, <strong>Thauma edizioni, Pesaro, 2011 </strong> <strong><a href="#nota1"> [nota 1]</a></strong> , ripartito in più movimenti o passi.<br />
Mi piace denominare <strong>movimenti</strong> i vari capitoli, oserei dire <strong>canti</strong>, così che si renda evidente l’<em><strong>oltraggio</strong></em>, cioè l’attraversamento dell’affanno supremo, che la voce poetica di <strong>Valeria Raimondi</strong> riesce a compiere, e <strong>l’andare oltre</strong> verso l’indicibile in un processo di reincarnazione nell’io agognato e rinnegato fino all’estrema consumazione.</p>
<p>Sei tappe principali e alcuni componimenti isolati, attraversati tutti da una metafora unica, coniugata in modi diversi e talvolta antinomici.<br />
<strong>Sor-volare</strong> l’abisso in bilico tra l’ascesi e il richiamo forte del “vuoto” e del “pieno”, del “vento” e del “mare”. Un <strong>folle volo</strong> nel quale si perdono le coordinate spaziali tra alto e basso, tra salire e precipitare. Del resto, già nella poesia del primo Novecento la vertigine pascoliana ci ha richiamati alla illusorietà persino delle nostre posizioni statiche, attaccati per i piedi alla terra, sospesi perennemente nel vuoto.</p>
<p>Questo poemetto appare tramato di echi che spaziano (ed è volo anche questo) da <strong>Ungaretti a Montale a Eliot</strong>, illuminato da <strong>lampi hopperiani</strong>.<br />
Un solo esempio per tutti: <strong>l’iperrealismo</strong> nella rappresentazione del cibo che diventa fotografia, alimento raggelato, congelato per sempre nella carta patinata.</p>
<blockquote><p>“Le posso guardare,/ leggere, salutari, pulite/ foglie ben disposte/ accuratamente asciugate/ … coreografia perfetta del niente.”</p></blockquote>
<p>Nel terzo movimento <em><strong>A voi</strong></em> ci sorprende la dichiarazione della scarnificazione dell’io, che diventa simultaneamente dichiarazione di poetica, laddove anoressia e poesia si scoprono sorelle:</p>
<blockquote><p>“Procedo per sottrazione/ Cammino con quel che resta, per moto di inerzia/ Mummifico in abiti attillati/ un’essenza…”</p></blockquote>
<p>Così il congedo dal sapore classico, chiave di comprensione dell’intera esperienza:</p>
<blockquote><p>“…Ti regalo una Voce/ Vorrei riportarti a casa ma non è in mio potere,/ perduta io stessa…/ Così ho composto una canzone senza musica/ Ho usato parole per dire l’indicibile/ …/ E così la poesia”</p></blockquote>
<p>Per <em><strong>Io No (Ex-io)</strong></em> di <strong>Valeria Raimondi</strong>, mi viene in mente, come necessario fluire, l’immagine che della poesia suggerisce <strong>Giorgio Caproni</strong> in un’intervista riportata nel documentario girato anni or sono da Giuseppe Bertolucci <strong><em>In cerca della poesia</em></strong>: il poeta – la Raimondi in questo caso – assomiglia al minatore che partendo dalla superficie, cioè dalla biografia, scava nelle viscere della terra alla ricerca della sua identità fino a trovare il proprio io, nonostante tutto, negli altri, mentre il desiderio permane una sconveniente bestemmia.</p>
<blockquote><p><em>“</em>Ambire a un amore/a un figlio, a una vita/… ambire a una vita,/a un qualche surrogato (Una bestemmia del cielo questo desiderare).”</p></blockquote>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><a name="nota1"></a>[1] <em> La <strong>Thauma</strong>, costituitasi come associazione a Pesaro nel 2005 e trasformatasi in casa editrice tre anni dopo, nel Novembre 2010 ha dato vita alla originale <strong>Collana poetica itinerante</strong>, tracciando una nuova e illuminante geografia delle voci poetiche in Italia. Sono diciannove, fino a questo momento, le regioni e le individualità poetiche rappresentate (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto). Una sorta di drappello poetico, armato di parola, che marcia verso orizzonti internazionali attraverso gemellaggi poetici e traduzioni di artisti come l’irlandese Dave Lordan, il russo Vasilij Filippov, la colombiana Angye Gaona, già incarcerata e ingiustamente accusata di narcotraffico e istigazione alla rivolta. »</em></p>

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		<title>Frontpage #3 – L’arma bianca</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 09:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
				<category><![CDATA[Finzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Frontpage]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Piparo]]></category>
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		<description><![CDATA[Dario Pìparo dà voce a un giovane aspirante giornalista, raccontandoci il paese, la stampa, la politica e la gente al tempo della crisi.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/dario-piparo">Dario Pìparo</a></strong></span></em></p>
<p><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2012/06/front.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1961" alt="frontpage" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2012/06/front-1024x728.jpg" width="294" height="210" /></a>Cominciai a interrogarmi sull’importanza del mio mestiere.<br />
L’esperienza sul campo generava nella mia coscienza seri contrasti, meccanismi difficili da risolvere. Concepivo il giornalismo come un patto col telespettatore, un servizio di fondamentale importanza capace di analizzare e spiegare ciò che avveniva di fronte al mio microfono. Ben presto fui costretto a fare i conti con la realtà e le sue pretese.</p>
<p>Trascorsero circa cinque o sei riunioni del comitato Civitas, dopodiché il portavoce ufficializzò il proprio candidato alla sindacatura. Era un avvocato austero, nascosto dietro una barba rossiccia e un paio d’occhi piccoli e circospetti – sembravano studiare tutto quello che avvistavano, producendo un concetto laterale, una nozione muta che trovava espressione solo nei suoi silenzi. Cercavo di cogliere tutto quello che poteva filtrare dalla gestualità dei componenti di Civitas, dalle modalità attraverso le quali calcavano la propria immagine – in quella guerra di sorrisi, il minimo errore poteva costare carissimo. Li vedevo confabulare, guardarsi intorno irretiti, eclissandosi dietro una patina di sicurezza, rigida. Io invece lo sapevo, che era fragile.</p>
<p>A circa un mese dal voto arrivò una notizia ufficiale: il comitato Civitas – il movimento in favore dei cittadini, al di sopra dei partiti – avrebbe concorso con l’appoggio del costone berlusconiano. Il comitato Civitas – il nucleo scevro da condizionamenti, quel singolare paladino del disagio popolare – stringeva le mani ai capogruppo azzurri, sedeva attorno ai tavoli della Seconda Repubblica. E potevo figurarmi la luce indiscreta della lampadina che illuminava il mezzobusto del portavoce e il broncio circospetto del candidato sindaco, mostrando le loro debolezze piegate alla tentazione di quei numeri scarabocchiati su un tovagliolo di carta in un summit alle due del mattino, cerchiati dal tratto scuro della penna, tatuati nella deformazione del termine politica.</p>
<p>Qualche sera dopo l’annuncio l’albergo riluceva della stessa luce artificiale, improntata questa volta a nascondere lo scetticismo generale. Ero incazzato, tanto, perché ancora una volta il cambiamento si era incorporato nella conservazione, nel rassicurante esercizio di un copione fasullo: possibile che l’unico cambiamento consentito si trovasse nell’ascolto della stessa favola, dallo stesso identico copione redatto dai nostri bisogni, letto da voci differenti? Possibile che l’unico cambiamento al quale potevamo aggrapparci era la rassegnazione al fatto che nulla sarebbe cambiato? Scrutai con attenzione i volti che si trovavano lì per inerzia, perché già assopiti in quella rassegnazione che andavo scoprendo. I battiti dei palmi nodosi degli operai e quelli lisci dei ragazzini appena emancipati si fondevano in un unico lamento, uno scroscio che anziché accompagnare l’arringa dei diplomatici (lo capii solo in quel momento) cercava di eclissarla.<br />
Sguainai il microfono come un’arma bianca. Fissai i miei interlocutori, questa volta senza sorridere. Non m’importava più di ricevere la loro consacrazione. Capii che da quel momento dovevano temermi. Non ero più io, quello alle mie spalle non era Giorgio e quella non era più la televisione locale più seguita. Io ero gli stabili della città adagiata sull’altopiano. Ero le catapecchie indorate del popolo. Io ero il sud del sud.</p>
<p>Dopo la messa in onda delle interviste la Signora volle parlarmi nel suo ufficio.<br />
Varcai la soglia con la testa rivolta alle mie scarpe brune. Lei sostava dietro a un’ampia scrivania ricolma di cianfrusaglie, per lo più fogli di carta che secondo me, a istinto, non dicevano nulla di significativo. Presi posto sulla poltrona di fronte a lei. A quel punto fui costretto a guardarla. I suoi occhi scuri erano asettici, il che non mi permise di anticiparne le parole. Estrasse un foglio A4 dalla stampante e mi chiese di leggerlo ad alta voce. Erano le domande rivolte al comitato la sera prima. Lessi senza convinzione, intanto che lei accendeva una sigaretta con bramosia.<br />
Alla fine poggiai il foglio sulla scrivania. Lei mi chiese:<br />
«Perché hai fatto queste domande? Qualcuno ha telefonato, e si è lamentato. Siamo in piena campagna elettorale.»<br />
Mi tornò in mente l’espressione spiazzata del portavoce – le spalle divenute rigide, le sopracciglia incupite per adattarsi alla sfida. Avevo tentato di incalzarlo per tutta l’intervista, di snodare le mie perplessità (e ciò che era mio, era di tutti) in una sintassi professionale, scevra di giudizi ma pregna di interrogativi. Dall’obiettivo della camera erano traboccati i silenzi abdicati dei miei concittadini, e io ne avevo sentito la responsabilità. Ero corso via da lì da sconosciuto, così com’ero entrato. Non possedevo un nome autorevole né un pezzo di carta che garantiva per me. Ero solo uno che stava facendo una cosa che non si doveva fare. Avevo la sensazione di aver sbagliato tutto, di aver intrapreso una strada pericolosa. Chi avrebbe tutelato quel ragazzino presuntuoso convinto di fermare una valanga con un soffio? Nessuno. La Signora mi avrebbe cacciato. La valanga avrebbe travolto le mie aspirazioni.<br />
Quella notte però mi sono rannicchiato tra i guanciali del letto. E tra me, in silenzio, ho sorriso.<br />
Un filo di luce evidenziò i solchi sulla guancia della Signora.<br />
Avrei voluto risponderle spiegando di dover dare un senso al mio lavoro, a quella passione anacronistica per restituire criterio a un’onda di gente oppressa, per sputare in faccia alla definizione di utopia. Avrei voluto rispondere che la valanga me lo poteva succhiare.<br />
Invece risposi semplicemente:<br />
«Non lo so.»<br />
Dalle sue labbra scivolò un sorriso caldo come un abbraccio.<br />
«Ottimo lavoro» disse.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Noises Off – Teatro Sotterraneo</title>
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		<comments>http://elaleph.it/2013/05/08/noises-off-teatro-sotterraneo#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 May 2013 08:22:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antifinzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Noises Off]]></category>
		<category><![CDATA[beckett]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Zanotto]]></category>
		<category><![CDATA[fo]]></category>
		<category><![CDATA[Grammelot]]></category>
		<category><![CDATA[Pinter]]></category>
		<category><![CDATA[Rappresentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno squarcio sugli odierni palcoscenici attraverso il lavoro di compagnie teatrali nascoste negli anditi scenici della nostra penisola. 
Oggi si parla del collettivo Teatro Sotterraneo e del loro lavoro «Homo ridens».]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <span style="text-decoration: underline;"><em><strong><a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/cristina-zanotto">Cristina Zanotto</a></strong></em></span></em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Vocazione, carattere, immagine innata.</em><br />
<em>Quello che devo fare. Quello che devo avere. Quello che sono.</em><br />
<em>Non bastano il dna e l&#8217;ambiente, c&#8217;è dell&#8217;altro &#8211; e per ognuno di noi c&#8217;è da sempre.<br />
</em><strong>Teatro Sotterraneo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_3110" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/04/locandina-homo-ridens.jpg"><img class="size-full wp-image-3110" alt="locandina-homo-ridens" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/04/locandina-homo-ridens.jpg" width="212" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">La locandina di «Homo ridens»</p>
</div>
<p><a href="http://www.teatrosotterraneo.it/"><strong>Teatro Sotteraneo</strong></a> è un collettivo di ricerca teatrale formatosi a <strong>Firenze</strong> nel 2004. È composto dai performer Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri  mentre l’aspetto drammaturgico è curato da Daniele Villa. Con lo spettacolo <em><b>11/10 in apnea</b></em> riceve una segnalazione speciale nell&#8217;edizione 2005 del<strong> Premio Scenario</strong>. Gli anni che seguono godono di produzioni di rilievo come <em>Post-it</em> (2007), <em>La Cosa 1</em> (2008), il <em>Dittico sulla specie</em> composto da <em>Dies irae_5 episodi intorno alla fine della specie</em> (2009) e<em> L’origine delle specie_da Charles Darwin</em> (2010), <em>La Repubblica dei bambini</em> (produzione per l&#8217;infanzia, 2011) e <em>Homo ridens</em> (2011).</p>
<p>Dal 2008 il collettivo entra a far parte del progetto <strong>Fies Factory</strong>, curato da Centrale Fies, ricevendo il finanziamento annuale della Regione Toscana per le giovani compagnie teatrali, e nel 2012 cura la regia de <em><b>Il Signor Bruschino</b></em> di Gioacchino Rossini per il Rossini Opera Festival Ha all’attivo diversi prestigiosi riconoscimenti come il Premio <em>Lo Straniero</em> e il Premio <em>Ubu</em> Speciale nel 2009, nel 2010 il premio <em>Hystrio-Castel dei Mondi</em>, nel 2011 il <em>Silver Laurel Wreath Award</em> al Mess Festival di Sarajevo per<em> Dies irae_5 episodi intorno alla fine della specie</em>, nel 2012 l&#8217;Eolo Award come miglior novità per <em>La Repubblica dei bambini</em><i> </i>e l&#8217;ACT Festival Prize e il BE FESTIVAL 1st Prize al Be Festival di Birmingham per <em>Homo ridens</em>.</p>
<p><strong>Collettivo</strong> è la parola che rappresenta appieno questo gruppo (i componenti firmano infatti le proprie produzioni con la dicitura “produzione collettiva”), il cui lavoro è caratterizzato da una ricerca di creazione corale e a lungo raggio. Non a caso la loro pratica sembra arricchirsi prima di tutto della molteplicità e varietà dei percorsi formativi che lo compongono. Il drammaturgo e i performer provengono da ambiti disciplinari diversi, gli strumenti di cui un singolo membro è dotato diventano un patrimonio collettivo, e le scelte sceniche si presentano come il prodotto di una mediazione tra tutto ciò. Il loro linguaggio è personale, sotteso tra cinismo e ironia pur affrontando quasi sempre tematiche non facili, come la morte e l’estinzione, che spesso connotano i loro lavori quasi come un ossessione. Con il loro linguaggio e una messa in scena molto fisica si cerca di proporre allo spettatore un punto di vista differente sui problemi affrontati nelle loro opere teatrali.</p>
<p>Una delle loro creazioni di maggior rilievo è <em><b>Homo ridens</b></em> performance ideata nel 2011 come un esperimento, un test che mette al centro il pubblico e le sue reazioni. L’intento è quello d’indagare la predisposizione umana alla <strong>risata</strong>, misurandone i meccanismi, i limiti e la complessità. Nel riso si rinuncia alla funzione vitale del respiro, il riso è la parte aggressiva di noi che ci fa stridere i denti. Perché si ride? Cosa fa scattare davvero la risata? Perché spesso una risata genera un effetto a catena sui presenti? Le domande sono molteplici, e le risposte possono sembrare scontate, ma <i>Homo ridens </i>dimostra il contrario.</p>
<p>La ricerca del collettivo avviene principalmente in scena, la rappresentazione diviene un susseguirsi di test, in un’indagine continua svolta nel laboratorio del teatro. Lo spazio che accoglie lo spettatore è vuoto, senza nessun elemento scenico, i quattro attori sono in jeans e maglietta, sono già presenti quando si entra e osservano. Le parti risultano invertite, lo spettatore diviene spesso attore e la compagnia diviene pubblico, il confine si fa labile.</p>
<p>Lo spettacolo, dunque, cambia di volta in volta, in relazione al pubblico presente e alla sua reazione, dunque gli attori devono esser pronti a improvvisare, dato che la variabile data dagli astanti è poco prevedibile .<br />
Il collettivo opera un’analisi di tipo sociologico, utilizzando il mezzo teatrale e sfondando “quarta parete”. La loro ricerca si incentra sull’attenzione del pubblico e su un percorso che vuole toccare scienza e teatro, su una dimostrazione empirica che dia un valore “scientifico” alla rappresentazione.<br />
Una delle scene che meglio esemplifica questo processo è, senza dubbio, quella delle &#8220;<strong>otto uccisioni dell’attore</strong>&#8220;, che in genere conquista il pubblico in sala. In quel frangente si stabilisce che la situazione irreale finisce col divenire credibile nello stesso tempo in cui la reazione a catena innescata dalla prima risata si concretizza nella sua fragorosa forza collettiva.<br />
Il teatro diviene così luogo di studio della materia della risata, ma anche la zona più coerente dove svolgere queste analisi. Con questo spettacolo si ride, anche di se stessi, dato che lo spettatore tende a riconoscersi all’interno della scena, ridicolo e deformato nell’atto di una risata a sua volta ridicolizzata nella sua essenza.</p>
<p>Geniale e brillante l&#8217;idea di Teatro Sotterraneo di &#8220;studiare&#8221; il comportamento del pubblico ergendolo a protagonista e materia, in un certo senso, del proprio lavoro. Un nuovo modo di approcciarsi alla scena e allo spettatore, cercando risposte e interrogandosi su questioni che difficilmente trovano un&#8217;unica verità.<br />
<a href="http://www.teatrosotterraneo.it/"><strong>Teatro Sotteraneo</strong></a> è portatore sano di rabbia. Il suo lavoro è caratterizzato dal disincanto, da un linguaggio “avant pop”, da lucidità e intelligenza analitica.</p>

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		<title>Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, di Michele Mari</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 08:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell'epoca degli emaciati baby vampiri di Twilight, la Cavallo di Ferro ripropone il romanzo straordinario di uno dei più grandi autori italiani, in grado di atterrire e affascinare a più di 20 anni dalla sua scrittura. Gero Micciché ha analizzato l'opera per noi.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <span style="color: #000000;"><a href="http://elaleph.it/chi-siamo/la-redazione-2/gero-micciche-2"><span style="text-decoration: underline; color: #000000;"><strong>Gero Micciché</strong></span></a></span></em></p>
<p><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/mari.io_.venia_.2..jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3124" alt="Cover_IoVenia.qxp:Cover CdF 14x21" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/05/mari.io_.venia_.2..jpg" width="283" height="432" /></a></p>
<p>Chi abbia letto <strong><em>Fantasmagonia</em> </strong>avrà intuito quanto <strong>Michele Mari</strong> si diverta a modellare i fatti della storia e della letteratura attraverso un’eziologia immaginaria ma al contempo inconfutabile sul piano della possibilità: secondo Mari sono i racconti di famiglia che la madre di <strong>Shakespeare</strong> racconta al proprio figlio la fonte delle tragedie che lo renderanno immortale, i fratelli <strong>Grimm</strong> avevano un terzo fratello ghostwriter e il marito di <strong>Mary Shelley</strong> ha ispirato la mostruosità di <strong>Frankestein</strong>.<br />
Questo procedimento, prima che nei racconti, lo troviamo nel secondo romanzo dello scrittore milanese, <strong><em>Io venìa pien d&#8217;angoscia a rimirarti</em></strong>, pubblicato più di vent&#8217;anni fa da <strong>Longanesi</strong>, ristampato in seguito da <strong>Marsilio</strong> e oggi meritoriamente &#8220;recuperato&#8221; dal piccolo editore <strong>Cavallo di Ferro</strong> (che già un paio d&#8217;anni or sono aveva ripubblicato la rarissima raccolta di saggi <strong><em>I demoni e la pasta sfoglia</em></strong>).<br />
La storia ruota attorno alla figura del giovane <strong>Tardegardo</strong>, che altri non è che il poeta <strong>Giacomo Leopardi</strong> (il cui nome completo all&#8217;anagrafe era appunto &#8220;Iacobus Taldegardus Franciscus Sales Xaverius Petrus&#8221;) ed è ambientata interamente nell&#8217;alveo della casa natia di Recanati.<br />
La narrazione è omodiegetica, come in <em><strong>Filologia dell&#8217;anfibio</strong></em>, e affidata al fratello minore Orazio Carlo, che in tre mesi di pagine di diario annota gli inconsueti comportamenti di Tardegardo e le sue elucubrazioni, di cui è interlocutore privilegiato.</p>
<p>L&#8217;ombra di un feroce lupo incombe sul paese, una bestia inafferrabile che non sembra risparmiare nessuno e provoca il turbamento della popolazione. Nel discutere di questa vicenda, Tardergardo appare particolarmente imbarazzato e, mentre Orazio adduce lo strano comportamento del fratello a nervosismi passeggeri o alla singolarità dei suoi studi, salta all&#8217;occhio del lettore quanto il legame tra il sanguinario animale e l&#8217;emaciato giovane poeta si faccia sempre più stretto.<br />
Si inserisce così il tema del <strong>mannarismo</strong> in quello che è, per stile e per capacità mimetica dell&#8217;autore, una sorta di apocrifo leopardiano, conferendo a un&#8217;indagine psicologica ed esistenziale di carattere eminentemente novecentesco le forme e le atmosfere del <strong>romanzo gotico</strong> dell&#8217;Ottocento.<br />
Le dotte dissertazioni di Tardegardo, le allusioni alla mostruosità nascosta e il meccanismo di disvelamento graduale ed erudito, richiamano non poco le opere e la maniera di <strong>Lovecraft</strong> ed <strong>Edgar Allan Poe</strong>.<br />
Il risultato è un romanzo a tinte fosche che si fa indagine sulla poesia e sulla letteratura e, al contempo, apologo della duplicità della natura umana. Due binomi affatto scissi fra loro.</p>
<p>In Tardegardo, la bestialità è insita come probabilmente lo è in ogni essere umano. Il giovane poeta ne ha sentore e vive la sua scoperta con iniziale turbamento: il continuo senso di metamorfosi lo porta a indagare il mistero nei libri, che sono in fondo gli scavatori dell&#8217;inconscio umano (non è questo del resto il fine ultimo della letteratura?); da qui lo studio di <strong>Ovidio</strong> e<strong> Apuleio</strong>, sui moti lunari, sui lupi, sul male che vive in ogni l’uomo. Fino a individuare poi la propria parte bestiale e infine accoglierla, accettando una metamorfosi che non si sostanzia nel &#8220;mutamento in un essere nuovo&#8221;, ma nell&#8217;accoglimento di quell’ &#8220;altro-da-sè&#8221; che alberga in ognuno di noi, e che è forse la parte più primordiale della natura umana:</p>
<blockquote><p>«e se la nostra autentica vita fosse quella notturna, quando l&#8217;intelletto svapora e quaj cervi elefanti orsi anguille serpenti noi siamo riaccolti nel vastissimo abbraccio di Madre Natura?»</p></blockquote>
<p>Vi è un aspetto eminentemente metaletterario in tutto ciò: anche la letteratura ha un doppio volto, è verità e menzogna, e il Vero e il Bello sono due facce della stessa medaglia.<br />
Parallelamente, Leopardi cerca prima di esprimere la &#8220;lunghissima Verità&#8221; tramite il Bello, il Bello che diviene esso stesso latore di quella Verità che il poeta s&#8217;incarica di cercare. La risoluzione finale è una sola, quella che la poesia si faccia salvifica, e che il Bello lo salvi dal Vero, dalla parte bestiale di sè:</p>
<blockquote><p>«questo spasmo di vita involuta che mi preme e tumultua nel petto non alimenterà più nessun Saggio, e chissà, forse allora non ci sarà uopo d&#8217;argento, e il lupo uscirà dalla selva, e insieme correremo… La poesia, quella che salvò in gioventù l&#8217;infelice Torquato, salverà anche me…»</p></blockquote>
<p>Proprio per questo Mari afferma, per bocca di Tardegardo, di stimare come grande poeta l&#8217;<strong>Ariosto</strong> ma di sentirsi piuttosto fratello al <strong>Tasso</strong>.<br />
Come <strong>Pessoa</strong> rifuggì al suicidio per mezzo del <strong>Barone di Teive</strong>, Leopardi pare rifugiarsi nella poesia per rifuggire la propria parte bestiale.</p>
<p>La <strong>Luna</strong>, come in molte opere in prosa e in poesia, si fa qui personaggio, maliarda e salvatrice al contempo, madre e matrigna al pari della leopardiana Natura. La Luna nel romanzo non è poi tanto diversa dai numerosi mostri che costellano la letteratura di Michele Mari: come questi ultimi popolano l&#8217;animo dell&#8217;uomo spingendolo a imprigionarli nella scrittura, allo stesso modo la luna aizza la parte bestiale a cui il poeta sfugge tramite la composizione in versi. Ma vi sfugge o piuttosto serra il suo sentire bestiale, mostruoso, orripilante nella prigionia delle parole?<br />
Scrivere è dunque un liberarsi dai demoni o al contrario un continuo imprigionarli e al contempo rifuggirne, in un processo scrittoriale senza fine?<br />
I mostri popolano i sentieri dell&#8217;umano e per osservarli da vicino è necessario scendere nell&#8217;abisso, al modo di Tardegardo che, chino sulle sue &#8220;sudate carte&#8221;, ricerca l&#8217;origine del proprio male e, tramite lo &#8220;studio matto e disperatissimo&#8221;, si inabissa.<br />
Per questo ciò che dice Tardegardo al fratello, quel «Dimmi Orazio quando guardi la candida Luna, come puoi dire che non sia Ella a guardare te?» suona molto analogo a quel «quando guardi nell&#8217;abisso, l&#8217;abisso guarda in te» di nietzscheana memoria.<br />
La Luna in fondo non è altro che l’ <strong>allegoria</strong> del mostro che si nasconde nell&#8217;abisso.<br />
Da questo punto di vista, il Leopardi che al terzo verso della famosa ode confessa alla sfera selenica «Io venìa pien d&#8217;angoscia a rimirarti», non è poi tanto dissimile da Michele Mari che nella sua letteratura sembra rimirar di continuo l&#8217;infanzia, il tempo e tutti i demoni che li popolano.<br />
E non pare casuale che anche qui i personaggi principali siano poco più che dei ragazzini.</p>
<p>Una notazione particolare la meritano lo <strong>stile</strong> e la<strong> mimesi linguistica</strong> messe in atto in questo romanzo da Michele Mari: nella <a href="http://elaleph.it/2005/12/01/intervista-a-michele-mari"><span style="text-decoration: underline;"><strong>prima intervista rilasciata a El Aleph nel 2005</strong></span></a>, l&#8217;autore ci parlava dell&#8217;uso di <strong>diacronia</strong> e <strong>sincronia</strong> nella lingua letteraria. Qui il salto all&#8217;indietro è totale, la diacronia è completa, Mari s&#8217;immerge appieno nella lingua di Leopardi.<br />
Diacronia rispetto a chi scrive, dunque, ma piena sincronia rispetto alla materia narrata, anche riguardo le <strong>analessi</strong> e i vecchi tomi (vi è infatti un ulteriore salto linguistico quando Orazio Carlo legge i volumi di un secolo prima, come quello della biografia del Giudice, dove la lingua si fa visibilmente più arcaica).<br />
Una simile attenzione stilistica (si direbbe scientifica), una tale capacità di scrittura e di inabissamento nel profondo della mostruosità umana rendono <em>Io venìa pien d&#8217;angoscia a rimirarti</em> un piccolo gioiello unico e anomalo, di quelli che innalzano la nostra letteratura in un&#8217;epoca in cui vampiri, licantropi e altre figure soprannaturali sembrano appartenere più alla caricaturalità di certi stereotipi moderni che a quel romanzo gotico che li rendeva allegoria del lato oscuro dell&#8217;umanità.</p>

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		<title>OTITE #2 – Afterhours. Palermo. Chiesa dello Spasimo. (agosto 2006)</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 12:46:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Otite, la prima rubrica fissa con il dono dell'ubiquità.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>di <span style="color: #000000;"><a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/roberto-mandracchia"><span style="color: #000000;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Roberto Mandracchia</span></strong></span></a></span></em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/04/Afterhours-Spasimo-Palermo-07-08-06-5.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-3087" alt="Afterhours [Spasimo, Palermo 07-08-06] (5)" src="http://elaleph.it/wp-content/uploads/2013/04/Afterhours-Spasimo-Palermo-07-08-06-5-1024x768.jpg" width="491" height="369" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I &#8211; Economia sommersa.</strong></p>
<p>Un concerto nella Chiesa dello Spasimo in via dello Spasimo non poteva non essere caratterizzato da un sentimento di sofferenza angosciosa misto a uno stato d’impazienza. I panini con le panelle di Franco &#8216;U Vastiddaru mangiati in piedi, in tutta fretta per non perderci il concerto, dopo aver ustionato le nostre lingue minacciano i nostri stomaci quando, imboccata la via, ci accorgiamo della ressa di gente fuori dall’ingresso e quando, una volta arrivati lì davanti, sentiamo dire: troppa gente; non si entra; la chiesa sta scoppiando.<br />
Nelle nostre menti alla delusione di non sentire gli Afterhours (il tour è quello dell’album “Ballate per piccole iene”: produzione di Greg Dulli, non so se mi spiego) si mescolano i cento e passa chilometri macinati tra Agrigento e Palermo e sessantacinque dei quali sulla strada statale 189 &#8211; definita con non poca grottesca ironia “scorrimento veloce”, è in realtà un estenuante percorso killer concepito da una mente sadica (la immagino un incrocio fra quella del marchese de Sade e quella del J.G. Ballard di <em>Crash</em>) tanto che un mio amico campano si stupì, percorrendola, di aver visto ai bordi della strada più lapidi, a ricordare i continui incidenti mortali, che alberi: nient’altro che una quotidiana Strage di Stato lontana dall’utilizzo di bombe pacchiane e simile a uno di quei labirinti costruiti per i topi nei laboratori &#8211; e non ci resta che accasciarci contro le auto parcheggiate a fissare le tipiche stratificazioni dell’edilizia siciliana: case a due piani distrutte dalla guerra e in totale abbandono da allora, case a due piani totalmente ristrutturate e palazzine la cui estetica è una malsana parodia dello spirito di Le Corbusier.<br />
La prossima volta o è un concerto nella Villa della Cuccagna in via della Cuccagna oppure la minchia che ci muoviamo da casa, borbotto a G., uno di Agrigento che abbiamo incontrato in mezzo alla ressa e che adesso si gira a guardarmi, spalla contro spalla, e fa per dirmi qualcosa quando &#8211; Principio di conservazione della massa o Legge di Lavoisier: questo ragazzo di Agrigento, un pugno di anni dopo, sarebbe diventato non soltanto uno dei miei migliori amici ma anche un instancabile membro della redazione di una rivista letteraria che avrebbe pubblicato, nel 2013, la puntata di una rubrica musicale chiamata “Otite” con lo scopo di provare a ripercorrere, inanellando ricordi, proprio quella serata, proprio quell’auto parcheggiata in via dello Spasimo in un’afosa serata d’agosto siciliano sulla quale siamo accasciati io e lui, delusi e amareggiati, quando &#8211; succede quello che può succedere, ne sono convinto, soltanto in poche parti del mondo: si affiancano tre, quattro “carusi” sui dieci anni &#8211; di quelli che un secolo fa ti saresti immaginato in fondo ai pozzi delle zolfare &#8211; e sussurrano qualcosa.</p>
<p>Come, chiede G..<br />
Vuliti trasiri, chiedono i ragazzini.<br />
Eh, dico io, non c’è più posto.<br />
Uno dei ragazzini fa un gesto come a dire: “lascia perdere che so io come sistemare le cose”. Se volete entrare sappiamo come farlo, dice, quantu piccioli su ‘i biglietta?<br />
Dieci euro, diciamo io e G..<br />
Ci date a testa cinque euro e vi diciamo come entrare, dice il ragazzino con una sicurezza e asciuttezza da scafato agente di cambio.<br />
E come, chiedo tanto per prendere tempo.<br />
C’è un posto qui vicino e da lì si entra dentro la chiesa.<br />
Io e G. ci guardiamo, indecisi sul da farsi.<br />
Volete vederlo o no il concerto, chiede un altro dei ragazzini, o lo diciamo a qualcun altro.</p>
<p>Aspetta che lo diciamo agli altri che sono con noi, dice G. e anch’io informo gli altri del particolare mercanteggiamento in corso. Ma i nostri amici non sono tanto convinti e i ragazzini hanno fretta e tutto sembra finire lì quando accadono due cose in rapida sequenza.<br />
La prima è che G. dice che gli va bene ai ragazzini e loro gli dicono di seguirli e lui li segue; io noto la scena e decido di affiancarlo: d’accordo che con G. avrò scambiato solo qualche frase (e questo ci classifica come conoscenti) ma non me la sento di immaginarlo pestato di botte e rapinato in un vicolo del cazzo di Palermo tutto solo come un cane &#8211; e un pugno di anni dopo, sempre lì a Palermo, avrei immaginato la stessa scena e sempre con lui nella parte della vittima, e non so questa che legge di Lavoisier possa essere.<br />
La seconda è che si sente un boato incredibile della folla dentro la chiesa e gli Afterhours attaccano a suonare il primo pezzo (“La fine è la più importante”) e questo scatena un riflesso pavloviano: anche i nostri amici ci seguono.<br />
In processione ci allontaniamo di qualche metro: i ragazzini davanti e noi dietro fino a quando non arriviamo alla fine di un vicolo fra due palazzine irte di antenne paraboliche. I ragazzini spostano una recinzione in lamiera da lavori in corso mai in corso e indicano una selva di vegetazione spontanea cresciuta sui resti di un qualche edificio sventrato dalle bombe degli alleati e del quale rimangono soltanto le mura perimetrali alte due metri scarsi e che formano una sorta di corridoio a cielo aperto.<br />
Noi e i ragazzini ci inoltriamo nella selva illuminata dalla luce della luna e dai barbagli di illuminazione pubblica che filtrano tra le palazzine. Le nostre scarpe calpestano calcinacci, travi, sbarre di ferro arrugginito e immondizia assortita. In fondo alla selva si intravede la Chiesa dello Spasimo e nell’aria pulsa la musica degli Afterhours e man mano che ci avviciniamo se ne distingue la melodia. Stanno suonando “La vedova bianca” adesso, bisbiglia il mio amico C. e oggi mi piace immaginarmi stesse riflettendo sulla terribile verità di alcuni versi della canzone (“C’è qualcosa dentro di me che è sbagliato e non ha limiti/ E c’è qualcosa dentro di te che è sbagliato e ci rende simili”) mentre scansava la carcassa di una lavatrice.<br />
Poi i ragazzini ci dicono che dobbiamo scavalcare un muretto tutto diroccato e che vedremo una porta e che da quella porta si entra nella chiesa. Vogliono i cinque euro da ognuno di noi e noi glieli diamo, contribuendo a quella che gli studiosi definiscono “economia sommersa”.<br />
E se questi si son fottuti i soldi, penso durante la scalata. Ci fanno arrampicare sopra chissà cosa e poi non c’è la porta, continuo a pensare. Bella minchiata abbiamo fatto, non riesco a smettere di pensare.<br />
Ormai sono sul tetto di qualcosa e ci sono altri calcinacci e altre travi, ma c’è anche una porta e il mio amico D. sta per spingerla. Ecco, penso, adesso la spinge e non si apre e i ragazzini sono già andati a comprarsi i panini con la meusa e le gazzose coi nostri soldi da fessi.<br />
Ma la porta si apre e la musica ci investe. D. si volta a guardarmi, sogghignando come fossimo in un cartone animato, ed entriamo: un corridoio brevissimo e deserto e poco più in là gente che va e viene e la musica ormai è fortissima e viene dalla nostra sinistra (la chiesa) mentre alla nostra destra c’è il chiostro e la porta d’ingresso con la ressa che si lamenta a voce alta di non poter entrare. Staremmo ancora lì, penso mentre vedo D. che cammina all’indietro. ‘inchia fai, gli chiedo. Così non ci sgamano, risponde.<br />
In quel momento parte “La sottile linea bianca”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II &#8211; Breve intermezzo storico che non serve a creare suspence bensì a dimostrare quanto siano scrause le solite cronache dei concerti rock.</strong></p>
<p>Chiesa dello Spasimo è la contrazione di Chiesa di Santa Maria dello Spasimo e si riferisce al dolore provato da Maria mentre assiste alla via crucis del proprio figlio. La denominazione ristretta permette a una mente un tantino illuminista di far scattare una ben diversa e smaliziata associazione: l’Inquisizione.<br />
La chiesa in questione, difatti, si trova in una delle parti più antiche della città di Palermo e che viene chiamata Kalsa ma anche Tribunali (ennesima contrazione, stavolta da Mandamento Tribunali) e Tribunali perché in quel quartiere, a pochi metri dalla chiesa, sorge un palazzo storico: il Chiaramonte-Steri. Dal 1605 al 1782 questo palazzo era la residenza di quegli allegri mattacchioni degli inquisitori nonché il tribunale e carcere della feroce istituzione ecclesiastica. Come ben sa chi ha letto Leonardo Sciascia, in quei due secoli gli inquisiti avevano ricoperto le pareti della prigione di invocazioni, poesie, caricature, autoritratti, disegni a carattere religioso e avvertimenti a quelli che dopo di loro sarebbero stati incarcerati lì dentro. Lo Steri fu spesso al centro dei pensieri di Sciascia: il suo romanzo prediletto era “Morte dell’inquisitore” nel quale troneggiava la figura di Fra Diego La Matina, eretico imprigionato in quel palazzo, e in “Nero su nero” scriveva che “lo Steri è uno dei più importanti luoghi della storia siciliana ed europea”. Olé.<br />
Il complesso monumentale dello Spasimo condivide col palazzo Steri una lunga storia e &#8211; così come ogni edificio che sembra esistere da sempre &#8211; entrambi sono caratterizzati da differenti stili architettonici che vanno via via assommandosi (gotico-catalano con influenze arabe) e da un variegato spettro di funzioni ricoperte in passato: lo Steri fu reggia degli aragonesi poi residenza dei viceré poi residenza degli inquisitori (e, come già detto in precedenza, tribunale e carcere dell’Inquisizione) poi uffici dei Tribunali del Concistoro e della Gran Corte e dei Patrimoni poi amministrazione del Regio Lotto poi Corte D’Appello poi Dogana poi Amministrazione degli Archivi di Stato; lo Spasimo fu chiesa e convento poi divenne una sede con scopi militari poi una sorta di teatro stabile poi un lazzaretto poi un magazzino per cereali poi un ospizio per mendicanti poi un ospedale “meretricio” (sifilitici a gogò, probabilmente). Entrambi poi, come ogni edificio che sembra esistere da sempre, rimangono in uno stato di totale abbandono per rinascere come sedi di eventi artistici.<br />
Sifilitici permettendo, ovvio.</p>
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<p><strong>III &#8211; Dentro Marylin dentro la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo. Forma contratta: Dentro la Chiesa di Santa Marylin dello Spasimo.</strong></p>
<p>La chiesa, escludendo l’abside dove è collocato il palco con sopra il gruppo che suona, è colma. Il pubblico occupa tutta la navata centrale e persino quelle che un tempo erano le cappelle laterali e due cose, nonostante la folla che suda e ondeggia e gli Aferhours che hanno attaccato con “Sulle labbra” e il buio rischiarato dalle luci dello spettacolo, saltano agli occhi: la navata centrale non ha la volta a coprirla e in compenso ha tre alberi che la occupano come fosse il sentiero di una campagna.<br />
Gli otto arconi gotici &#8211; per chi nella sua vita non avesse affrontato Storia dell’Architettura e/o Storia dell’Arte diciamo che somigliano a quegli archi che si possono vedere a Gotham City tra una capriola e l’altra di Batman; anche se, nel caso dello Spasimo, al patto che Gotham City sia un protettorato spagnolo &#8211; divisi sui due lati della navata, e che delimitavano le cappelle, adesso svettano direttamente contro l’aria (essendo crollata la copertura nella metà del Settecento e mai più ricostruita) e son cresciuti tre alberi di sommacco alti tre metri e tutti piegati (la base di ciascuno cresce al limitare della cappella con la navata) per cercare la luce del sole che, mancando il tetto, si spande su tutta la navata centrale. Quindi mentre “Dentro Marylin” subentra a “Il sangue di Giuda” è come se fossimo dentro una casa il cui salone è scoperchiato e tre alberi son cresciuti in una delle stanze spingendosi verso quest’ultimo così quando tutti cantano “Non è per sempre” alziamo gli occhi e c’è il cielo stellato sopra di noi (E le panelle di Franco &#8216;U Vastiddaru dentro di noi, chioserebbe un Kant palermitano). Poi tocca a “Ballata per la mia piccola iena” (inizia con il verso &#8220;L&#8217;autista che ti guida ha una sola mano&#8221; e si riaffaccia per qualche istante l&#8217;incubo a base di sangue e lamiere della strada statale 189); “Milano circonvallazione esterna”; “Varanasi Baby”; “Non sono immaginario”; “Come vorrei”; “1.9.9.6.” (chi conosce la canzone può capire la seguente affermazione: a pochi capita di poter urlare una bestemmia all’interno di una chiesa, seppur sconsacrata); “Sui giovani d&#8217;oggi ci scatarro su”; “Icebox” (direttamente dal repertorio archeozoico del gruppo) e il groppo in gola di “Oceano di gomma”.<br />
I bis sono due per un totale di otto brani: “Male in polvere”; “Quello che non c’è”; “Carne fresca”; “Cose semplici e banali”; “Bye Bye Bombay” (per il mio amico C. è il vertice di ogni concerto e io lui sa che io lo so, e si volta a guardarmi); “Non si esce vivi dagli anni ‘80”; “Male di miele” e “Voglio una pelle splendida”.<br />
Poi gli Afterhours salutano, ringraziano e lanciano un paio di plettri e le bacchette per la batteria. Magari vi sembrerà esagerato leggere che un mio amico si stia azzuffando con un tizio per ottenere la stessa bacchetta e che quest’ultima finirà per rompersi salomonicamente (curiosità inutile: il cognome del mio amico in questione è una leggera variazione vocalica del nome del re biblico in questione) o che io stia saltando riuscendo a prendere al volo un minuscolo plettro con sopra scritto Afterhours a lettere grondanti (il logo di quel tour), ma quando un concerto ha una scaletta magnifica e che viene suonata magnificamente e in un posto magnifico il pubblico presente esce fuori di testa come fosse un rito orgiastico e spero lo sappiate bene e che sia capitato anche a voi.<br />
Prima di uscire dallo Spasimo, per andarci a bere una camionata di birre Forst a piazza Magione, decido di acquistare una locandina del concerto; per bilanciare in qualche modo con gli Afterhours il fatto di non aver comprato il biglietto. Per qualche anno quel poster ha fatto la sua porca figura sopra il mio letto, nella stanza da universitario fuorisede, e più che la sua illustrazione (la copertina di “Ballate per piccole iene”) mi è sempre piaciuto rileggere la scritta a stampatello subito sotto: CHIESA DELLO SPASIMO.</p>
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<p><strong>IV &#8211; Non le porte della percezione ma la percezione della porta.</strong></p>
<p>Negli anni successivi ho visto un altro bel concerto degli Afterhours &#8211; non bellissimo perché altrimenti non saprei come definire quello dello Spasimo &#8211; alla Festa dell&#8217;Unità (poco prima che cambiasse nome in, mi pare, Festa di &#8216;Sto Cazzo) che si svolgeva alle Terme di Caracalla: notevole ressa, Manuel Agnelli che si sputava addosso (per comprenderne la dinamica basti pensare, espungendone la negativa, al seguente verso dei 24Grana: “Nun sputo ‘ncielo ca ‘nfaccia me torna”) e una cover di &#8220;Baby one more time&#8221; di Britney Spears.<br />
Poi mi capitò un altro inaspettato tutto esaurito targato Afterhours (al Teatro Tendastrisce di Roma) dovuto al maledetto 2008 &#8211; l’anno della loro partecipazione a Sanremo &#8211; e quella volta, davanti l’ingresso del teatro, un esimio sconosciuto mi regalò il suo biglietto (Vedere normalmente gli Afterhours mai, domandai a me stesso quella volta) e per fortuna che non spesi neppure un euro perché:<br />
a) l’album, “I milanesi ammazzano il sabato”, non era granché sin dal titolo.<br />
b) ero circondato da insopportabili coppiette che sembravano conoscere soltanto la canzone che era stata in gara a Sanremo, “Voglio una pelle splendida” e “Non è per sempre”; inoltre: pur se ci trovavamo nel 2008, e di acqua sotto i bridge musicali ne era passata, il rito del gruppo che se ne va dal palco per poi ritornare risultava loro totalmente sconosciuto.<br />
Ma nonostante Sanremo e le coppiette ogni volta che mi capita di sentire gli Afterhours con la memoria torno sempre a sette anni fa, a quella porta illuminata dalla luna e al non sapere cosa mi stia aspettando una volta aperta.<br />
Ammesso che si apra.</p>
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<p>(<strong><a href="http://www.vicolocannery.it/2013/01/07/otite-1-vinicio-capossela-allalba-sul-pincio-settembre-2006/"><span style="text-decoration: underline;">La prima puntata di <em>Otite </em><em>sul concerto di Vinicio Capossela al Pincio </em>la trovate qui su<em> Vicolo Cannery</em></span></a></strong>)</p>

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		<title>Anobium – Nessuno è indispensabile, di Peppe Fiore</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Apr 2013 09:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gero Micciché</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anobium]]></category>
		<category><![CDATA[Metafinzioni]]></category>
		<category><![CDATA[la futura classe dirigente]]></category>
		<category><![CDATA[loris magro]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Fiore]]></category>

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		<description><![CDATA[Opinioni da un social network letterario: le recensioni in pillole di Loris Magro, divoratore di libri e attento cronista dell'attualità editoriale.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em><em>di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://elaleph.it/chi-siamo/collaboratori/loris-magro">Loris Magro</a></strong></span></em></em></p>
<p><img class="alignleft" title="Peppe Fiore" alt="" src="http://blog.leiweb.it/recensioni-libri/files/2012/09/COPERTINA-FIORE-660x1038.jpg" width="230" height="362" /><strong><em>Nessuno è indispensabile</em></strong> è una sorta di piccola enciclopedia del grottesco.<br />
Come in un romanzo di di <strong>Ammaniti</strong> &#8211; ma, non me ne voglia l&#8217;autore di <strong><em>Come Dio comanda</em></strong>, con una prosa molto più fine e letteraria, meno &#8220;da classifica&#8221; &#8211; <strong>Peppe Fiore</strong> racconta le squallide vite di <strong>Michele Gervasini</strong>, &#8220;colletto bianco&#8221; impiegato alla Montefoschi, un&#8217;azienda che produce latticini, e dei suoi colleghi.</p>
<p>La squallida ma non infelice routine aziendale viene improvvisamente interrotta dal suicidio di una delle impiegate della Montefoschi, Lucia, una fra le tante persone segnate sul registro dei dipendenti, una donnina anonima e senza importanza, il cui gesto riesce però a sconvolgere la vita dell&#8217;impresa e quella di Michele.</p>
<p>Un romanzo bello e profondo, espressione delle ansie, dei problemi, ma anche dei piccoli momenti di felicità che fortunatamente riusciamo ancora ritagliarci.</p>
<p><em>(La recensione anobiana di Loris Magro la trovate <strong><a href="http://www.anobii.com/loris/comments?page=1#017bd9b333066ea1b7">qui, sulla sua libreria Anobii</a> </strong>e <strong><a href="http://www.anobii.com/elaleph/books">qui, sulla nostra libreria</a></strong>)</em></p>

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