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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/atom10full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feeds.feedburner.com/~d/styles/itemcontent.css"?><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:openSearch="http://a9.com/-/spec/opensearch/1.1/" xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:gd="http://schemas.google.com/g/2005" xmlns:thr="http://purl.org/syndication/thread/1.0" xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" gd:etag="W/&quot;A08MRX45eCp7ImA9WhRUFkU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966</id><updated>2012-01-27T19:44:44.020+01:00</updated><title>Un omaggio?</title><subtitle type="html" /><link rel="http://schemas.google.com/g/2005#feed" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/posts/default" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://gattusometro.blogspot.com/" /><link rel="next" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25&amp;redirect=false&amp;v=2" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><generator version="7.00" uri="http://www.blogger.com">Blogger</generator><openSearch:totalResults>321</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/atom+xml" href="http://feeds.feedburner.com/gattusometro" /><feedburner:info uri="gattusometro" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><entry gd:etag="W/&quot;C0cCQHY7cCp7ImA9WhRUFkw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-5023966820805971719</id><published>2012-01-26T21:49:00.001+01:00</published><updated>2012-01-26T21:51:01.808+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2012-01-26T21:51:01.808+01:00</app:edited><title>Storia di un menomato</title><content type="html">Vedete a che guasti può portare l'ossessione per il proprio aspetto esteriore...! Io, ad esempio, sono (o meglio, lo ero: adesso sono solo un vecchio), io sono, dicevo, un uomo nient'affatto brutto, con un bel naso franco e diritto, capelli folti e lisci, di un colore tra castano e rossiccio, e labbra gentili, forse un po' femminee, rese però meno equivoche da un mento piuttosto forte. Ma sono sempre stato miope, di una miopia sempre meno trascurabile man mano che passavo giorni e anni sui manuali di scuola e su altri accidenti dello studio e del lavoro. Solo che mi ero messo in testa che stessi male con gli occhiali; allora, in ogni occasione anche vagamente pubblica (anche se si trattava solo di un'uscita con gli amici, per dire), evitavo di presentarmi coi miei buffi occhiali d'osso - oh! detta così fa ridere: ma all'epoca, vi assicuro, erano occhiali normali... - e rinunciavo, di fatto, a gran parte delle mie facoltà visive.&lt;br /&gt;Questa decisione, e io non potevo ignorarlo né lo ignoravo, aveva delle conseguenze: ricordo che più volte venni rimproverato da conoscenti che non avevo salutato, nonostante fossi passato loro accanto nella piazza del mio paese; certi parenti mi tolsero a loro volta il saluto, invece, perché al funerale di un prozio non li avevo degnati di un cenno; e poi smisi anche di andare allo stadio, perché senza occhiali non vedevo nulla e con gli occhiali avevo l'impressione che i giocatori in campo passassero il tempo a guardare me, seminascosto nei distinti ma reso inconfondibile dai miei occhiali d'osso. Tutto questo, in ogni caso, non è ancora niente.&lt;br /&gt;Una sera un amico che mi ero fatto all'università - mi sedevo vicino a lui perché mi serviva qualcuno che mi spiegasse le scritte alla lavagna - mi invitò a una festa a casa di certe sue amiche, ragazze di buona famiglia di una cittadina vicina che i genitori bottegai mantenevano, per non fare brutte figure, in un appartamentino estremamente decente alla prima periferia della nostra città, più grande e munita di un ateneo antico e glorioso. I giovani, in ogni epoca, credono in assoluta buona fede di avere inventato il divertimento e la trasgressione; ma non è vero, non è mai stato vero (se non, forse, per la prole scapestrata di Noè). E in effetti anche noi, sebbene avessimo vestiti castigati e ballassimo canzoni melense, ci divertivamo; non invidio, ai giovani d'oggi, una libertà che è fin troppo vigilata...&lt;br /&gt;Ma non divagherò oltre. Mi feci bello davanti allo specchio, pettinai all'indietro i miei capelli lisci e indossai una camicia chiara; una giacca nera rubata a mio padre e una cravatta stretta sottolineavano il mio fisico asciutto. Andai alla festa, ma sulle prime non mi divertii; mi disturbava l'ostentazione di ricchezza da parte di quelle figlie di parvenu e le loro acconciature copiate pari pari dai film americani. Poi la vidi: vidi i suoi capelli biondi, gli occhi che scintillavano di una luce verde e azzurra che non potevo aver inventato a causa delle mie imperfezioni, un viso magro, dai contorni freddi e rigorosi. Chiesi al mio amico, conoscendo il mio difetto, se era davvero così bella; lui confermò con entusiasmo, e io mi avvicinai a passi decisi e le chiesi di ballare.&lt;br /&gt;Ma quando avevo già chiesto il suo braccio, quando già le avevo sorriso, mi ritrovai a una distanza da cui mi era agevole constatare il mio errore: i suoi occhi verdi-azzurri non li avevo inventati, certo, ma non avevo visto la loro acquosità bovina, né il loro piegarsi mestamente all'ingiù. Il viso, poi, non aveva nulla di ciò che credevo: quegli spigoli seducenti li aveva modellati il mio astigmatismo, giacché in realtà il suo era un ovale perfetto, ma molle, privo di imperfezioni tanto quanto mancava di carattere. Mi dissi immediatamente che la sua bellezza era del tipo di quelle che stancano presto; né la gobbetta sul suo naso, che non avevo ovviamente scorto e che adorai, bastava da sola a contrastare quell'impressione. Tuttavia, le avevo chiesto di ballare e ballai. Si dà il caso che io fossi un ballerino più che discreto; un caso sfortunato volle che anche lei sapesse muoversi benissimo.&lt;br /&gt;Ballammo a lungo, finché lei, con una mossa che all'epoca poteva venir definita sfacciata, mi trasse da parte perché voleva parlare con me. Ci dicemmo molte cose; ma non le dissi del suo viso molle e del mio errore. Acconsentii a rivederci, di tanto in tanto. Ma non seppi mai dirle che era una donna di cui mi sarei stancato; in seguito scoprii che avrebbe ereditato una piccola fortuna, e lo scoprì anche la mia famiglia, il che complicò le cose e insieme le accelerò. Ci sposammo nel duomo della sua cittadina, un meraviglioso edificio barocco irrimediabilmente rovinato dagli stucchi settecenteschi; ci nacquero poi due figlie che assomigliano a lei, poi, più tardi, un maschio che non somiglia a nessuno e che ha solo le mie labbra da donna.&lt;br /&gt;Ȅ stata una buona moglie e un'ottima compagna e non mi lamento di lei. Grazie a lei ho avuto una vita tranquilla e ovattata e una famiglia che tutti mi invidiano. Però, quando abbraccio i miei nipotini, mi chiedo sempre cosa sarebbe stato della mia vita, se quella volta la mia vanità non mi avesse tratto in inganno, e come sarebbe prendere in braccio i nipoti della donna che avrei incontrato e avrei amato. Allora li metto giù, con la scusa di andare a fumare sul balcone (protestano, con le loro vocine stridule, e dicono che il nonno non dovrebbe fumare: ma cosa vogliono da me, questi qua?), e penso a dove sarà ora quella donna, e ai suoi nipoti. Gli occhiali, da quando mi sono sposato, non li ho più tolti; e certe mattina che il sole filtra fra le tapparelle, e lei dorme ancora, apro gli occhi e osservo la luce sui suoi capelli, che sono passati da biondi a bianchi senza ingrigire, e la deliziosa gobbetta sul suo naso, e penso che chissà, forse non è vero che ho sbagliato o mi sono ingannato. Poi allungo la mano verso il condomino, inforco i miei occhiali di foggia antica, e sospiro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-5023966820805971719?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/M4lBSpa0OMc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/5023966820805971719/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=5023966820805971719" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5023966820805971719?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5023966820805971719?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/M4lBSpa0OMc/storia-di-un-menomato.html" title="Storia di un menomato" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2012/01/storia-di-un-menomato.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;D0QAQHk8fCp7ImA9WhRSF0k.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-8404983086458929798</id><published>2011-11-20T00:25:00.001+01:00</published><updated>2011-11-20T00:29:01.774+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-11-20T00:29:01.774+01:00</app:edited><title>Brevi biografie di persone sgradevoli</title><content type="html">Sasà Mariani, nato nel 1964 a Cefalù, ha mangiato due caccole di fronte all'unica donna che l'abbia mai amato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ennio Morresi, di anni 43, è uso ballare in ascensore con una certa grazia. Fuori, è una persona orrenda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silvia Santangelo si aggrappa al braccio delle sue amiche per esprimere concetti stupidi, e non ricorda neanche più se lo faccia per idiozia o per calcolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ahmed Cehu è venuto da Argirocastro per piazzarsi dietro ai camion che fanno manovra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edmondo Sinisi è nato a Bologna da genitori meridionali. È permaloso e ha le mani sudaticce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Toni Busacca, di Como, è uso passeggiare sul lungolago e infilare i piedi nell'acqua. Un paio di volte è caduto e ha perso degli oggetti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nerio Sozzi tira giù l'acqua prima di aver finito di pisciare. Ogni volta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marina Catellani ha 26 anni e ridacchia quando sente una parola nuova, con l'aria di chi la sa lunga. Poi torna a casa e si dimentica di guardare sul dizionario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sandro Morviducci di Corridonia va in giro con le scarpe slacciate e guarda brutto se glielo fanno notare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pina Mezzanotti, di Calangianus, emette un breve grugnito di soddisfazione dopo ogni battuta di spirito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maicol Capobianco esclama "Ecciucciamelo" ogni volta che starnutisce, poi si guarda intorno con aria compiaciuta e col moccio colante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ivo Colizzi è nato nel 1942 a Premilcuore. È solito armeggiare con l'impianto elettrico finché non fa saltare tutto e si rimane al buio, d'inverno, con i familiari che lo odiano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sara Vursi è di Crotone. Quando una sua amica ha una simpatia per qualcuno lei ci si immischia sempre e rovina ogni cosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vincenzo Caputo è nato a Battipaglia. Suole toccare attrezzi elettrici con le mani bagnate. Finora gli è andata bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;Categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-8404983086458929798?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/9SgV-548jkk" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/8404983086458929798/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=8404983086458929798" title="3 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8404983086458929798?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8404983086458929798?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/9SgV-548jkk/brevi-biografie-di-persone-sgradevoli.html" title="Brevi biografie di persone sgradevoli" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>3</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/11/brevi-biografie-di-persone-sgradevoli.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DEMEQn85cCp7ImA9WhdbE0w.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-362885912671076550</id><published>2011-10-11T09:00:00.000+02:00</published><updated>2011-10-11T09:00:03.128+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-10-11T09:00:03.128+02:00</app:edited><title>Il cuore della ragazza</title><content type="html">Il Sor Morresi era un uomo fortunato e soddisfatto di sé, e non faceva nulla per nasconderlo: lo si vedeva da come saettavano intorno e intorno i suoi occhi piccoli, quelle volte che andava in paese, come se volessero segnare uno per uno tutti i compaesani con quel loro sguardo celeste, beffardo, e far pesare a ognuno la sua superiorità. Il Sor Morresi era ormai un uomo di mezza età, ma ancora forte, sicuro e tranquillo: quando attraversava l'arco all'ingresso del paese sporgeva sempre un po' la testa verso l'interno, per vedere chi fosse già là, e ricordava un po' la mossa del montone quando esamina gli intrusi sul suo pascolo, le zampe arretrate e il capo pronto a caricare.&lt;br /&gt;Era nato contadino libero, ma con poca terra e tanti pensieri; in qualche decennio di amministrazione dell'eredità paterna era diventato un proprietario. Non un grande proprietario, ma in paese di grandi non ce n'erano e se ne trovavano pochi anche di medi. Il Sor Morresi, perciò, era di gran lunga il maggiore. Per meglio mostrare la sua condizione era andato a vivere su un poggio al limite estremo delle terre comunali e dei suoi possedimenti, sicché per recarsi da lui i paesani dovevano attraversare tutta la sua proprietà. La grande dimora di mattoni sulla collina era stata una volta la casetta di un mezzadro, una costruzione umile con una stalla troppo bassa e una colombaia. Morresi aveva cambiato e demolito tutto, ma la torre colombaia l'aveva tenuta e fatta allargare, e ne aveva fatto una stanza bianca e ampia. Da lassù si vedeva oltre la macchia che sorgeva dietro la casa; si scorgeva il campanile dell'altro paese e più in fondo il mare.&lt;br /&gt;Nella colombaia, che anche se non era più una colombaia si chiamava sempre così, dormiva l'unica figlia di Morresi. Anche coi figli l'uomo era stato prudente e fortunato: erano nati subito tre figli maschi, sani e utili, poi la femmina. Allora si era fermato: c'era già tutto quello che serviva. Quella figlia, però, era il suo solo dispiacere, soprattutto perché era bella. Si erano accorti presto, già dai giochi e dalle corse della bambina e poi dai suoi primi lavori (perché stavano bene, sì, ma non erano ricchi; non abbastanza da non far lavorare una donna) che la ragazza aveva un cuore debole che si stancava facilmente. In quei casi doveva fermarsi e sedersi sotto il grande olmo, per riprendersi un po'. Poi tornava alla colombaia e se ne stava a letto per dei giorni, finché di nuovo non si sentiva di uscire e di accompagnare la madre alla messa. Si era fatta comprare dei libri dai fratelli che andavano in città con il carretto, a commerciare, e in poco tempo, ancora ragazzina, aveva imparato a leggere. Adesso ne aveva un bel mucchio, stesi in un baule che sarebbe dovuto servire per il corredo.&lt;br /&gt;Una donna con il cuore stanco non la vuole nessuno; ma se è bella e porta una buona dote le cose cambiano, perché ci si può accontentare di quei pregi, almeno per un po'. Se poi quel cuore non dovesse reggere a lungo, ci sarà ancora tempo per una seconda sposa e una seconda dote. Per questo motivo molti spiavano la ragazza quando andava in paese - aveva la pelle chiara perché vedeva poco sole, e due grandi occhi verdi fatti enormi dalle guance pallide - e molti andavano alla casa sul poggio, sperando di trovarla sana e allegra sotto l'olmo; certi invece chiedevano di lei se non c'era e volevano salire alla colombaia ad augurarle una pronta guarigione, ma alla colombaia non si poteva salire, a salutare Cecilia.&lt;br /&gt;Un giorno il Sor Morresi salì dalla figlia e la trovò che leggeva un libro verde (gliene aveva portati alcuni il fratello Saverio, che era tornato quella mattina da un viaggio di tre giorni, e poi le aveva accarezzato i capelli castani, del colore delle nocciole); la guardò e le disse che doveva parlarle.&lt;br /&gt;- Cecilia, cominciò, ti piace leggere?&lt;br /&gt;- Babbo, perché me lo chiedete? Lo sapete che mi piace, sì. E poi non posso fare molto altro, quando sono in queste condizioni, aggiunse; e sorrise di un sorriso un po' colpevole.&lt;br /&gt;- Hai pensato mai che potresti farti monaca, qui in città? Lavoro pesante non ne avresti, potresti leggere quanto vuoi, e poi io e tua madre ti verremmo a trovare di tanto in tanto. I tuoi fratelli, non ne parliamo neanche: loro sono sempre là.&lt;br /&gt;Cecilia lo guardò, con quegli occhi verdi che mettevano paura, da tanto erano seri.&lt;br /&gt;- Babbo, mi volete mandare via da questa casa?&lt;br /&gt;- No, figlia mia, non lo dire, anzi: non lo pensare proprio, rispose confuso e vergognoso il Sor Morresi, e gli veniva da chiedere scusa. A lui!&lt;br /&gt;- E allora, babbo, se non mi mandate via io resto. Sono stata qui vent'anni, non sarà un gran danno se resto ancora qualche annetto (perché non saranno tanti, babbo).&lt;br /&gt;Allora il Sor Morresi se ne andò. Tornò qualche ora più tardi, dopo un giro nei campi, e disse a Cecilia che cominciasse a preparare il corredo, perché se non voleva andare monaca prima o poi sarebbe partita sposa. La donna annuì. E a tutti quei libri, disse il padre, si sarebbe trovato un posto più decente.&lt;br /&gt;Cecilia iniziò a filare, aiutata dalla madre, e quando aveva fiato lavorava per delle ore; era curiosa di sapere cosa sarebbe stato di lei, una volta finito quel corredo. Intanto chiamarono un falegname, ché preparasse un mobile per quei libri. C'era un vecchio che aveva più o meno l'età di Morresi ma che pareva vent'anni più anziano; viveva dentro le mura, in un bugigattolo sotto il campanile in cui teneva anche gli attrezzi, ed era il falegname del paese. Gli dissero che c'era lavoro nella villa sul poggio e quello andò a vedere; ma siccome era una cosa facile la lasciò a suo figlio Luca, un ragazzo tarchiato e biondo che qualcosa doveva ancora imparare. Il lavoro era semplice ma andava fatto bene; perciò fecero salire Luca alla colombaia e gli mostrarono la parete. Poi Cecilia gli mostrò com'era fatto un libro, perché lui non ne aveva mai visti; rimasero intesi che l'avrebbe portato a casa, per avere un modello e prendere le misure.&lt;br /&gt;Quando Luca tornò, Cecilia era a letto e non lo fecero salire in colombaia; ma li fecero parlare attraverso la porta chiusa, e lei gli disse di che colore voleva il mobile, quanti libri dovevano stare su ogni lato e il bisogno che c'era di pensare a degli spazi più ampi per certi libri giganteschi che avevano trovato i fratelli di lei, e se poi c'era anche la possibilità di mettere uno specchio al centro del mobile, perché Cecilia voleva potersi vedere anche quando il cuore la bloccava sul letto.&lt;br /&gt;Luca tornò altre volte, e ogni volta portava con sé un pezzo di mobile e un libro che gli era servito da modello (aveva cominciato a sfogliarli e a guardare le figure). Ogni volta, che Cecilia fosse a letto o al telaio, c'erano degli uomini che chiedevano di lei. Qualcuno, credette Luca, qualcuno era talmente ben vestito e distinto che doveva venire dalla città. Poi Luca terminò il mobile e smise di recarsi al poggio; l'ultima cosa che dovette fare fu sistemare i libri, alla presenza del Sor Morresi che lo scrutava attento ed irritato per quella spesa frivola, seguendo le disposizioni della ragazza.&lt;br /&gt;Un giorno di marzo il baule fu pieno di panni di lino e di cotone, e il Sor Morresi salì ancora alla colombaia. Sua figlia era sul letto e respirava male, e i suoi occhi erano sempre più grandi (ma a Morresi parve, di certo senza motivo, che fossero anche più verdi). L'uomo parlò comunque, perché la figlia lo fissava con curiosità.&lt;br /&gt;- Hai scelto qualcuno, Cecilia?&lt;br /&gt;- Sì. Voglio sposare Luca.&lt;br /&gt;- Luca?, ripeté Morresi, e non capiva. Non c'era nessun Luca tra gli uomini che gli si erano presentati.&lt;br /&gt;- Il figlio del falegname, babbo.&lt;br /&gt;- Cecilia mia, che dici? Non si può e neanche ci si può scherzar sopra: io dovrei dare la tua dote a quel poveraccio? E quanto riuscirà a mantenerti?&lt;br /&gt;- Quanto dovrà mantenermi, babbo? Un anno? Due anni? Vedrai che gli basterà la mia dote. E poi un poveraccio che sa un mestiere non per forza resta povero. Guardatevi nello specchio, là: l'ha fatto lui.&lt;br /&gt;- Io non posso farti uscire così dalla mia casa.&lt;br /&gt;- Prima volevate cacciarmi, babbo, e ora mi tratterrete per forza? Va bene, ne avete il diritto; ma se mi trattenete ora, io uscirò solo da morta.&lt;br /&gt;Il Sor Morresi uscì e camminò per i campi, dove c'erano dei lavori da terminare prima della bella stagione; controllò che tutto filasse per il meglio, poi risalì al poggio e alla casa e fece gli scalini che lo separavano dalla figlia:&lt;br /&gt;- Non ha neanche fatto la proposta, Cecilia.&lt;br /&gt;- Mandatelo a chiamare, babbo: ditegli che ho da dolermi di una cosa.&lt;br /&gt;Quando si sposarono, Cecilia partì dal suo olmo con il carretto dei fratelli. Qualcuno dei vecchi invitati pianse, quando entrò in chiesa con il suo velo inondato dalla luce e con quegli occhi verdi poco più piccoli del sole; piansero perché sapevano che non avrebbero mai più rivisto nulla di così bello.&lt;br /&gt;La dote servì a pagare l'affitto di una casa dignitosa e di una piccola bottega nel paese vicino, quello che si vedeva dal poggio: Luca impiegò poco a diventare un bravo falegname, uno che si chiama quando serve un lavoro preciso.&lt;br /&gt;Cecilia durò cinque anni: allattò due maschi e non sopravvisse alla femmina. Allora Luca decise che la bambina si sarebbe chiamata Cecilia: quando il prete protestò qualcosa, lui gli indicò dei passi nei Vangeli, che non parlavano di nomi ma di amore e di pietà. Per un caso che non smise mai di commuovere suo padre, la piccola Cecilia ebbe anche gli occhi della madre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-362885912671076550?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/6aZXJdMgQio" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/362885912671076550/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=362885912671076550" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/362885912671076550?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/362885912671076550?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/6aZXJdMgQio/il-cuore-della-ragazza.html" title="Il cuore della ragazza" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/10/il-cuore-della-ragazza.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUIMSX45cCp7ImA9WhdVEEQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-5926641216760797474</id><published>2011-09-15T15:28:00.002+02:00</published><updated>2011-09-15T15:33:08.028+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-09-15T15:33:08.028+02:00</app:edited><title>Una storia edificante</title><content type="html">Arik-balit, prediletto del dio Assur, signore di mille città, davanti cui si prostrano i coltivatori d'orzo della pianura meridionale, i popoli dei monti che allevano gli onagri e le tribù del nord che estraggono pece dalla terra, si affacciò un giorno da una finestra del suo palazzo, rosso di mattoni e azzurro di smalti preziosi, e vide una donna.&lt;br /&gt;La donna che passava in strada aveva la pelle scurita dal sole, come una plebea, e il naso diritto e sottile della gente dell'Anatolia; doveva essere una strega, perché sentì lo sguardo del re e lo ricambiò. Quando vide quel volto, Arik-balit si sentì punto, e mandò a chiamare il capo delle sue guardie.&lt;br /&gt;"Chi è", gli chiese, "quella donna del Nord che passava poco fa in strada? Non l'ho mai veduta nel mio regno, né ho sentito parlare prima dei suoi occhi viola".&lt;br /&gt;"Ella, mio signore, è la moglie di Seru l'hurrita, che serve da prode nel vostro esercito e ha mostrato la sua fedeltà con molte ferite".&lt;br /&gt;"Non mi aspetto nulla di meno da un mio soldato; ma se è tale la sua bravura, desidero e comando che gli si dia occasione di mostrarla al meglio. La primavera che viene, quando l'esercito si muoverà contro i Caldei, gli venga affidato il comando della prima linea, così che mostri col suo coraggio e il suo sacrificio la via ai miei soldati".&lt;br /&gt;E veramente, quando gli Assiri si trovarono di fronte le schiere dei Caldei, che adorano pietre informi cadute dal cielo chissà quando e richiamano alla vita i morti con parole incomprensibili, Seru l'hurrita avanzò per primo verso il bronzo luccicante dei nemici; ma egli era un bravo capo ed era gradito ad Assur, perciò i suoi soldati morirono per lui e la sua gloria rifulse sul campo. Quando la notizia della vittoria giunse al palazzo, ed essa fu attribuita alla spada di Seru, il re volle celebrare il trionfo e lo chiamò a corte, assieme alla sua consorte. Quando Seru gli si inchinò davanti, Arik-balit in persona lo rialzò; e gli donò una lama dorata e una nuova missione: doveva prendere una fortezza che da tempo resisteva agli Assiri e chiudeva loro la strada per il mare occidentale. Erano gli stessi hurriti ad averla costruita e a presidiarla, ma il re parve non preoccuparsi di questo; mentre annunciava a Seru la sua destinazione, guardava la moglie di lui e i suoi portentosi occhi viola.&lt;br /&gt;"Quella fortezza", disse più tardi il re al capo delle guardie, "ha resistito a mio padre e a mio nonno, e Seru non la prenderà; forse preferirà tradirmi e tornare ai suoi hurriti, e allora io prenderò sua moglie in schiava a parziale risarcimento della sua malafede. Se invece tornerà sconfitto, gli taglierò le palpebre e lo farò impalare per non aver adempiuto ai miei ordini, e sua moglie sarà comunque mia. Dovesse morire in battaglia, sarà un eroe e lei sarà una vedova".&lt;br /&gt;Ma quando l'estate stava per terminare, e con essa la stagione della guerra, le mura della fortezza caddero davanti agli Assiri; Seru l'hurrita sapeva come combattevano e cosa pensavano gli uomini della guarnigione, che avevano il suo stesso sangue, e riuscì dove tutti gli altri avevano fallito.&lt;br /&gt;Quando tornò di nuovo da Arik-balit con la propria moglie, Seru ebbe una corona di foglie d'oro e una nuova gloria: sarebbe diventato capo delle guardie di palazzo, e la sua incommensurabile spada avrebbe difeso la persona del re. "Vedi", aveva detto il signore al vecchio capo delle guardie, prima di congedarlo, "devo impedirgli di cogliere altre vittorie; lasciamo che la sua fama invecchi e svanisca, e poi potrò eliminarlo".&lt;br /&gt;Ma Seru l'hurrita non si sentì defraudato di nulla e non protestò per esser stato allontanato dall'esercito; svolse invece il suo nuovo incarico con entusiasmo, e condivise sempre l'umile pasto dei suoi uomini, come aveva fatto da soldato e da generale. Quando il re chiamò le sue guardie, perciò, e comandò loro di assassinare l'hurrita, queste non obbedirono, giacché non credettero che la decisione fosse giusta; e fu forse la prima volta che uno scrupolo morale si affacciò alle menti degli uomini, in quelle terre e in quel tempo. Cosicché Arik-balit fu preso e condannato, per aver tradito Assur e per aver governato con falsità e malanimo; gli tagliarono la pelle e le palpebre, e i suoi occhi neri furono bruciati dal sole.&lt;br /&gt;Arik-balit era ancora sul suo palo, gemente, quando Seru si accinse a dormire nel palazzo la sua prima notte da re. Sdraiato su tessuti preziosi, disse alla propria moglie: "Avresti mai creduto, mio tesoro, che la mia spada mi avrebbe condotto fin qui? Che un soldato si sarebbe fatto re, per Assur e per il suo braccio?".&lt;br /&gt;La moglie gli sorrise e rispose: "Ma è per me, amore mio, è per me che sei qui; è per me che il tuo braccio è stato scelto e favorito e ha conquistato le fortezze nemiche e questa città". Allora Seru le diede ragione, senza parole, e la baciò sulle ciglia folte e sul naso diritto, e poi sulle palpebre morbide che coprivano i suoi incommensurabili occhi viola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-5926641216760797474?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/RCXt4gkloXk" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/5926641216760797474/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=5926641216760797474" title="2 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5926641216760797474?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5926641216760797474?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/RCXt4gkloXk/una-storia-edificante.html" title="Una storia edificante" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>2</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/09/una-storia-edificante.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUIASHw_eCp7ImA9WhdUGE0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-2721063545837047534</id><published>2011-09-02T11:29:00.002+02:00</published><updated>2011-10-05T11:39:09.240+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-10-05T11:39:09.240+02:00</app:edited><title>Verso la città di C.</title><content type="html">Nessuno mi ha mai spiegato dove sia fissato il punto della propria esistenza oltre il quale si smette di essere una ragazza e si diventa una donna. Immaginando, con una metafora piuttosto abusata, che la vita umana sia una strada, quel momento di passaggio dev'essere un vecchio cippo in pietra con una breve epigrafe poco leggibile, oppure un grande cartello appena ridipinto che annuncia che si sta lasciando il territorio della giovinezza in favore di quello della maturità. Personalmente, ho deciso di esser diventata donna nel momento in cui la mia routine quotidiana si è modellata su quella del mio lavoro, e come questo è diventata piatta e priva di sorprese. Ho un buon lavoro e una buona vita, di cui certo non mi lamento, ma che hanno smesso di sorprendermi. O forse doveva necessariamente andare così, e non c'è altro modo valido per diventare grandi.&lt;br /&gt;Solo qualche tempo fa mi è capitato, in via del tutto eccezionale, di incontrare un breve tratto sconnesso sul perfetto selciato della mia vita. Dovevo recarmi in un'altra città per lavoro, a visitare una fiera e ad incontrare certi clienti che il mio capo considerava irrinunciabili: in ufficio mi consegnarono un biglietto del treno e la prenotazione di un albergo di lusso, e mi ripeterono che facevano molto affidamento su di me. Io, da parte mia, ero soddisfatta sia della stima che mi veniva espressa sia della breve e inattesa vacanza.&lt;br /&gt;Quando giunsi in stazione albeggiava a stento. Forse per questo, o per la particolare architettura liberty dell'edificio (simile peraltro a quella di tante altre stazioni), ebbi quasi l'impressione di addentrarmi in un'altra dimensione e in un altro tempo, lasciando il dominio della plastica e del frastuono onnipresente per quello del ferro bruno e dell'ipnotico brontolare dei binari. Salita sul treno, constatai che non c'erano molti altri viaggiatori nel mio vagone e ipotizzai che fosse per l'ora o per il costo del biglietto di prima classe. Di fronte a me c'era soltanto un signore grassoccio, sulla sessantina, dall'espressione del viso piuttosto corrucciata e con il naso rosso e irritato, come un bambino che non abbia perduto il vizio di infilarci le dita e che si sia per di più buscato un raffreddore. I capelli erano grigi, tagliati corti, quasi a spazzola: anche questo contribuiva all'illusione infantile. Sotto a questo viso ben poco autorevole stava invece un bell'abito sartoriale, grigio fumo. Si trattava quasi certamente di un industriale che andava in prima persona a curare i propri affari.&lt;br /&gt;Avevo fatto colazione prima di uscire di casa, e quando il treno si mosse non potei riprendere sonno. Mi trovai perciò col volto attaccato al finestrino, intenta a fissare il paesaggio che si schiariva e perdeva gli ultimi contorni irreali della notte. Passammo una, due stazioni, e nessuno venne a sedersi vicino a me e al sessantenne col naso rosso. I raggi del sole, ormai piuttosto caldi, battevano sul finestrino e sul mio viso, ed io cominciavo infine a scivolare nell'incoscienza, cullata dal ritmo del convoglio e dal silenzio del vagone. Proprio allora mi accorsi che il treno si stava avvicinando alla città in cui viveva un ragazzo con cui anni prima avevo avuto una relazione. Lo definisco un ragazzo, benché avesse e abbia la mia età, perché quando ci frequentavamo eravamo entrambi tali. Mi capitava a volte di ripensare a quel ragazzo; ma forse, in realtà, guardavo con rimpianto a un'età serena e lontana. Appoggiata al finestrino, e già nel dormiveglia, riconobbi le colline e i boschetti che tante volte avevo visto con lui o che mi avevano annunciato l'arrivo nella sua città: riconobbi i suoi luoghi, ed ebbi voglia di lui.&lt;br /&gt;Il signore grassoccio si alzò per prendere qualcosa dalla valigia; in quel momento, mi riscossi dal sonno e decisi che sarei scesa alla stazione successiva, quella del mio ex. D'altronde, solo il giorno successivo avrei dovuto incontrare i clienti; se anche avessi saltato la fiera, nessuno l'avrebbe mai saputo e a nessuno sarebbe mai importato. Oppure, potevo benissimo inventarmi qualcosa: ci sarà un motivo se il mio capo mi ripete in continuazione che sono una donna intelligente. Anche se quando lo dice mi guarda il seno.&lt;br /&gt;Alla stazione di C. presi un taxi e mi feci portare a casa sua, senza sapere se lui ci abitasse ancora e con chi. Suonai il campanello: venne ad aprire lui, e portava pantaloncini blu scuri e una maglietta rossa. Aveva i piedi scalzi. Quando mi vide, non disse nulla; si limitò a passare una mano sui miei capelli, tenero e lascivo. Poi mi cinse sul fianco e mi tirò dentro, chiudendo la porta alle mie spalle.&lt;br /&gt;Non ricordo cosa gli dissi, ma ricordo che avevo una gran voglia di parlare, di rivelargli cose, probabilmente anche di giustificare quell'improvvisa apparizione; lui invece non parlò, non sorrise, non atteggiò il proprio viso a nessuna espressione particolare: mi osservò, dapprima, poi cominciò a accarezzarmi. Ebbi quasi l'impressione che la sua bocca fosse cucita, e che non potesse staccare un labbro dall'altro. Non ricordavo tuttavia la gentilezza e la sensualità del suo tocco, e smisi di parlare. Poi volevo di nuovo dire qualcosa, ma non sapevo più cosa e a lui sembrava non interessare nulla al mondo. I suoi occhi e le sue mani vivevano solo in funzione del mio corpo: con una calma quasi irritante e una lentezza che non mi pareva possibile, iniziò a togliermi di dosso il serissimo tailleur che indossavo. Io a quel punto volevo saltarne fuori, calpestarlo, volevo essere nuda alla svelta; ma lui frenava i miei movimenti con gesti morbidi ma fermissimi. Ero una bambola di porcellana nelle sue mani, e lui non aveva intenzione di guastarmi il vestitino.&lt;br /&gt;La situazione era assurda e in qualche modo destabilizzante; le sue mani, tuttavia, le sue mani grandi avevano raggiunto la mia pelle, e non avevo intenzione di scacciarle. Mi pareva quasi che le sue vaste mani si fossero ulteriormente allargate, mentre il viso di lui aveva perso ogni espressione, e non c'erano tracce della sua voce né della sua volontà. Ma tutto questo, mentre mi portava verso il letto che ben conoscevo, mi stava bene. La sua bocca, in fin dei conti, si aprì, ma lo fece solo per mordermi e leccarmi; volli prendere l'iniziativa, ma le sue braccia sembravano d'acciaio, e con gesti dolci mi inchiodarono a ricevere. Mi tolse le mutandine, poi parve dimenticarsi del mio sesso e si concentrò sul collo, sui capelli, sui seni; infine, quando scese, le sue labbra erano così dolci e leggere che pensai di raggiungere l'estasi. Le sue mani enormi correvano perdute sul mio corpo, mentre il suo viso copriva la mia vagina; ma alla fine quelle vagabonde trovavano sempre un luogo da carezzare, da stringere, da sfiorare, mentre più sotto il mio sesso fremeva ai suoi baci. Mi divincolai per un momento, e riuscii a spogliarlo e quasi a gettarmi su di lui, inghiottendolo in un boccone; lui tenne per qualche istante una mano sulla mia nuca, con aria di compiaciuta sufficienza, poi di nuovo mi prese e mi rovesciò con una forza che non gli conoscevo. Afferrandomi per le caviglie, salì fin sulla mia schiena, e simulò - una, due, tre volte; e ancora - di entrare in me da dietro, ma ogni volta il suo sesso non faceva che solleticare il mio, provocandomi un piacere che non poteva bastarmi. Io muggii di frustrazione e di voglia, e tentai con il braccio di acciuffarlo e di costringerlo a compiere il proprio dovere: vedendo e comprendendo le mie intenzioni, lui si diresse finalmente alla porta che gli offrivo. Quando avvertii che si introduceva in me, non potei fare a meno di emettere un gemito strozzato.&lt;br /&gt;Fu allora che il signore distinto dal naso rosso smise di trafficare con la propria valigia e si girò verso di me. Il mio sogno, perché di un sogno si era trattato, era dunque durato solo pochi secondi, e quel mugolio ne era stata l'unica manifestazione evidente. Il tizio si sedette e mi guardò per un momento, poi si distrasse di nuovo. Io, però, non potevo più dormire per la vergogna (del tutto fuori luogo, giacché era evidente che nessuno aveva riconosciuto l'origine di quel verso) e per l'eccitazione. Così, dopo qualche minuto, mi recai alla toilette; ma la mia mente non riuscì a ricreare neanche una delle immagini del sogno, e i miei occhi non videro altro che le pareti bianche e scrostate del gabinetto. Uscii senza aver concluso nulla e tornai al mio posto. L'industriale dormiva.&lt;br /&gt;Pochi minuti dopo, il treno traversava a tutta velocità la stazione a cui avevo sognato di scendere: le nuove linee veloci non servivano più la città di C. Appiccicai ancora il volto al finestrino e osservai le case e le strade che svanivano rapidamente; mentre tutto spariva, le mie labbra appoggiate al vetro si aprirono leggermente, per il desiderio e il rimpianto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-2721063545837047534?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/9v186Pn1A2M" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/2721063545837047534/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=2721063545837047534" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2721063545837047534?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2721063545837047534?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/9v186Pn1A2M/verso-la-citta-di-c.html" title="Verso la città di C." /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/09/verso-la-citta-di-c.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CU8GQH44eip7ImA9WhdRE0U.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-3952088205728585957</id><published>2011-08-03T16:48:00.003+02:00</published><updated>2011-08-03T17:03:41.032+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-08-03T17:03:41.032+02:00</app:edited><title>La svolta</title><content type="html">Dopo attenta analisi, sono giunto alla conclusione di aver fallito con le donne. Il mio non è un banale problema di timidezza o di difficoltà di approccio; è proprio che quelle mi odorano, mi capiscono, e non mi vogliono. È proprio che non sono credibile.&lt;br /&gt;Forse mi manca un piano industriale serio; molto probabilmente non sono riuscito a individuare un obiettivo che convincesse i mercati e ora galleggio nel limbo di una mancata specializzazione che oggi, nel 2011, non si giustifica più, come certi ristoranti che avevano delle pretese ma che non sono mai diventati di lusso e di cui nessuno ha mai scritto sulle guide più in voga.&lt;br /&gt;Voglio dire: sono un tipo abbastanza brillante, so conversare, dico a volte delle cose anche acute e interessanti; però un uomo davvero intelligente è fatto in un'altra maniera e quelle che si orientano su quel settore non possono certo prendermi in considerazione. E anche quanto alla sana e carnosa apparenza, posso dire di avere un fisico discreto e dei tratti non malaccio, ma c'è comunque di molto meglio, e non posso mica andare in giro a lamentarmi se non mi si considera un Adone. Per quanto riguarda la gentilezza, la correttezza, la capacità di ascoltare invece non mi battono, perché i miei sono modi all'antica che in pochi ormai ricordano e che paiono impeccabili agli occhi delle signorine disabituate; ma le donne sono animali strani, e sentono che dietro la forma squisita c'è una sottile lastra di freddo metallo che mi impedisce di stimarle per davvero o tantomeno di piegarmi ai loro voleri. Allora si tengono stretti i loro rozzi cavalieri, che blaterano e abbaiano ma che in fondo si fanno plasmare e guidare come tanti bambocci.&lt;br /&gt;Ed è così che sono diventato un cicisbeo: come un bombo svolazzo qui e là, senza costrutto, senza avere mai nulla di vero e di importante da dire, senza provare mai nulla. Le mie interlocutrici ridono e sorridono, io sbuffo mentalmente ascoltando le scemenze che racconto; e dentro di me penso che non voglio essere ricordato come un gagà tra i moschettieri. Voglio cambiare le cose.&lt;br /&gt;Per questo motivo sto costruendo in cantina, perché nessuno mi rubi l'idea e il progetto, una macchina di morte capace di minacciare una zona vasta e abbastanza popolata e di mettere in scacco due o tre governi, inducendoli a trattare con me da pari a pari, fino a spedire in casa mia dei ministri scesi da nere macchine di lusso. Quando sarò un pazzo criminale, questo è quel che credo e non vedo come possiate smentirmi, allora non sarò più vuoto e inutile agli occhi delle donne: sarò un uomo con una passione, un obiettivo e i mezzi e la volontà di realizzarlo. Allora andrò alle feste, con il modellino del mio raggio mortale appeso alle braghe come un vezzoso portachiavi, e le ragazze di media bellezza mi si accalcheranno addosso, imbastendo conversazioni più o meno stupide o più o meno argute, mentre quelle più belle si manterranno a una certa distanza, senza perdermi di vista ma desiderando che sia io ad avvicinarmi a loro; mentre quelle brutte si struggeranno da lontano, maledicendo la propria condanna e la natura matrigna.&lt;br /&gt;Ma in questo momento ho un cacciavite in mano e calcoli complessi in testa, e non ho modo di mettermi a provare empatia per la loro sofferenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-3952088205728585957?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/yKfJ25zMVuc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/3952088205728585957/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=3952088205728585957" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3952088205728585957?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3952088205728585957?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/yKfJ25zMVuc/la-svolta.html" title="La svolta" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/08/la-svolta.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;A0EERng8cSp7ImA9WhZbFk4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-3940618682135386829</id><published>2011-06-21T09:00:00.000+02:00</published><updated>2011-06-21T09:00:07.679+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-06-21T09:00:07.679+02:00</app:edited><title>Scene di vita di coppia</title><content type="html">Si erano conosciuti all'università; lui le era di qualche anno maggiore, ma lei sembrava più matura e più posata, agli occhi di tutti, mentre lui era giudicato un po' sventato, poco serio, perfino poco credibile. Ma le cose non stavano proprio così; nella realtà, lui era soltanto più fiducioso e più sorridente di lei, e provava una fatica incomparabilmente minore a voler bene alle persone, cosicché anche i critici peggiori della sua leggerezza e del suo stolido sorriso preferivano di gran lunga trovarsi in sua compagnia piuttosto che passare una serata con lei. Con lui, poi, non soltanto ci si divertiva di più, grazie al suo lieve sarcasmo che tanto strideva con il suo sorriso sempre così esibito, ma si poteva anche parlare di se stessi, ci si poteva anche lamentare delle proprie cose, o anche semplicemente esporle, trovando sempre ascolto e comprensione: questo avveniva non solo per la gentilezza d'animo del ragazzo, ma anche per la sua grande - benché nascosta - ritrosia e riservatezza, che gli rendeva sempre difficile o comunque poco desiderabile scendere in dettagli su di sé. Per questo motivo preferiva ascoltare e sorridere. Lei, invece, quando veniva a discorrere di sé lo faceva con un fondo di rivendicazione e quasi di rabbia che gli altri avvertivano; perciò prediligevano la compagnia di lui e sminuivano anche la capacità di ascolto e l'attenzione di lei ai sentimenti altrui, che invece esisteva ed era profonda e raffinata, oltre a essere probabilmente meno strumentale di quella di lui.&lt;br /&gt;Un'altra ragione per cui lei era ritenuta più matura era senz'altro il suo aspetto fisico, che aveva un'apparenza nobile ed elevata che a lui mancava. Molto alta, magra senza essere allampanata, ella portava la sua statura senza la goffaggine che spesso rovina le donne dotate dalla natura di un fisico troppo ingombrante. Aveva mani molto fini e belle, e una carnagione chiara su cui spiccavano, senza dare l'impressione di rovinarla, certi nei neri e regolari. Aveva occhi verdi, grandi e intelligenti, e un viso dai lineamenti estremamente dolci e piacevoli il quale le assicurava quella femminilità che mancava al suo corpo quasi senza seno. Anche lui era alto, più di lei e ben più della media, ma la sua statura che poteva incutere rispetto e perfino timore era molto temperata dal suo passo dondolante, orsesco, e dai tratti non brutti, ma vagamente femminei, privi di decisione. Per farla breve, come succede quasi sempre per quanto riguarda quasi tutti i giudizi umani, lui era giudicato immaturo perché a vederlo sembrava così; e tanto bastava.&lt;br /&gt;Al tempo dell'università avevano avuto una simpatia, non una storia, ma una semplice e fortissima simpatia, senza baci, senza sesso, senza coinvolgimento fisico (varie ragioni avevano impedito questa normale dinamica); ma capita a volte che quelle simpatie lasciate a metà risultino poi legami fortissimi, impossibili da spezzare, non tanto per la rozza e banale osservazione che in entrambi rimane la curiosità del lato fisico mai provato, ma evidentemente per cause ben più profonde e capaci di portare a effetti grandi e duraturi. Così era successo a loro, che per anni si erano visti e sentiti soltanto a distanza di molti mesi, quando lui si era allontanato dall'università, e addirittura si erano del tutto ignorati per un anno intero; ma, quando il destino o la volontà più o meno cosciente di entrambi li aveva fatti reincontrare, si erano presi per mano e non si erano più lasciati.&lt;br /&gt;Ben presto, con naturalezza e senza alcun genere di forzatura o di preoccupazione, finirono per sposarsi.&lt;br /&gt;Anche dopo sposati, si trovarono bene insieme; i loro caratteri si completavano bene dove c'era bisogno che si completassero, e quanto alle affinità profonde necessarie al funzionamento di una coppia e di una famiglia, ebbene, anche quelle c'erano e si mostravano ogni giorno più forti ed evidenti. L'unico piccolo dispiacere di lei era lo strano disinteresse che lo sposo aveva sempre mantenuto nei riguardi di quell'anno in cui non si erano visti né sentiti; a lui in generale difettava la curiosità, almeno per quanto concerne queste piccole cose, e lo metteva a disagio il dover farsi i fatti altrui. Lei, però, pur conoscendolo bene non ammetteva che queste ritrosia assurda valesse anche per un anno intero della vita della donna che aveva sposato; tanto più che la sposa era lei e che era lei stessa, e non un'altra ipotetica compagna di vita, a soffrire di questo comportamento insensato.&lt;br /&gt;Una sera d'estate erano seduti vicini sul divano: lui leggeva un librone, lei gli stava vicino, pensierosa; a differenza dell'uomo, che si era tolto i vestiti del giorno e indossava un paio di pantaloncini da calcio, lei teneva ancora i pantaloni lunghi, perché sapeva che se si fosse spogliata accanto a lui la vista delle sue lunghe cosce chiare l'avrebbe acceso di desiderio, come sempre accadeva, e in quel momento non voleva che questo accadesse. Gli si poggiava di fianco, perciò, ma con le gambe lontane da lui, e tutto il suo essere comunicava fastidio e impazienza. Lui lo sentiva, ma sapeva di non poter far nulla per lei, sicché continuava a leggere.&lt;br /&gt;A un certo momento, come per caso, lei gli chiese: "Ma tu, non hai curiosità di me?".&lt;br /&gt;Egli comprese con un dolore sensibile al petto che quella conversazione sarebbe stata pericolosa, chiuse il libro (dopo avervi posto un segnapagina) e iniziò a rispondere qualcosa, più che altro per prendere tempo in attesa di qualche pensiero acuto che potesse soddisfarla.&lt;br /&gt;"Io", disse lui, "certamente sono curioso di te, e voglio sapere quello che fai, mi interessa anzi tutto quello che fai...": ma non era vero: lui era tanto disponibile ad ascoltare e a comprendere i pensieri e gli avvenimenti di chiunque, ricordandoli poi con grande precisione e attenzione e facendo collegamenti giusti e azzeccati che stupivano sempre favorevolmente gli interlocutori, quanto fermamente intenzionato a non stuzzicare mai di proposito, per nessun motivo, quel vespaio incontrollabile e potenzialmente dannoso che sono i pensieri degli uomini. Inoltre era giunto a una parte molto interessante del volume che stava leggendo e si domandava tra sé quando avrebbe potuto riprenderlo in mano.&lt;br /&gt;"Ma allora perché" (lei avrebbe voluto tormentarlo di più e giungere con molte complesse circonvoluzioni alla domanda, ma davvero non ce la fece) "non mi hai mai chiesto nulla di quell'anno?".&lt;br /&gt;"Quale anno?", domandò lui, che sulle prime non aveva capito, ma poi afferrò proprio mentre lei precisava, infastidita: "L'anno in cui non ci siamo mai visti".&lt;br /&gt;Lui allora seppe che avrebbe dovuto rispondere qualcosa di intelligente, convincente e rassicurante, ma prima ancora di rendersene conto la sua bocca aveva già ribattuto, con la criminale ingenuità che gli era propria e che a volte sorprendeva i suoi amici più intimi, "Tanto non hai fatto nulla di che".&lt;br /&gt;Lei girò la testa dall'altra parte, sconvolta, stupita, scandalizzata; ed era vero che non le era successo niente di che, nulla che deviasse dalla quotidianità universitaria a lui ben nota, ma quel suo rozzo candore le era inaccettabile. Lei allora pensò: "Che dire? è fatto così; è fatto male, indubbiamente, ma non posso cambiarlo, e d'altronde c'è di molto peggio. Almeno è sincero; quasi puro, a volte, e questo è pericoloso e non va bene...". Mentre pensava così, si manteneva ostinatamente e ostentatamente girata verso il muro, evitando il suo sguardo; lui le aveva preso la mano e gliela baciava, e intanto pensava a come rivoltare a suo favore la situazione: in particolare, gli era venuta voglia di indurla a una pratica sessuale che a lui piaceva molto e che da un po' non mettevano in pratica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-3940618682135386829?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/o3LKLx7pX5g" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/3940618682135386829/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=3940618682135386829" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3940618682135386829?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3940618682135386829?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/o3LKLx7pX5g/scene-di-vita-di-coppia.html" title="Scene di vita di coppia" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/06/scene-di-vita-di-coppia.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CkcEQHkzfCp7ImA9WhZUFE4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-8158754344176328702</id><published>2011-06-07T09:00:00.000+02:00</published><updated>2011-06-07T09:00:01.784+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-06-07T09:00:01.784+02:00</app:edited><title>Due notti agitate</title><content type="html">Mi è capitato qualche tempo fa un fatto abbastanza curioso e, almeno sul momento, piuttosto spiacevole.&lt;br /&gt;Nonostante fosse un sabato sera, ero andato a dormire presto, perché venivo da un venerdì di baldorie che mi aveva lasciato pochissime ore di sonno; inoltre avevo da leggere un volume che mi interessava molto, un russo, e avevo calcolato di poter scorrere un buon numero di pagine prima di cedere al sonno. Faceva caldo, un caldo abbastanza precoce e fuori stagione, cosicché prima di mettermi a leggere aprii il vasistas, con l'idea di richiuderlo poi nel momento in cui avrei spento la luce; poi però cambiai idea, perché faceva ancora caldo, e decisi di dormire così, in fiduciosa attesa di un refolo d'aria.&lt;br /&gt;Di norma mi sdraio a pancia in giù, con le braccia stese sotto le cosce per non disperdere calore; ma, come detto, quella era una nottata calda, perciò dormii supino. Non ricordo i sogni che faccio, di solito, ma so che quella notte caddi subito in un sonno profondo e feci sogni gradevoli; lo so con certezza perché questa era la sensazione che provavo quando mi svegliai. Quando mi svegliai, si era alzato un po' di vento, ma non fu il freddo a destarmi, né il mattino o la sazietà di sonno, perché doveva essere ancora notte fonda: furono invece due braccia robuste che mi spingevano sulla spalla, dal lato interno del letto (dormo in un matrimoniale ma ne occupo una sola metà), e mi scuotevano con una certa forza. Non avevo la forza di spalancare gli occhi, perciò pensai di aprire la bocca e dire qualcosa: non volevo gridare e non volevo creare nessuna confusione, ma mi sarebbe piaciuto sentire la mia voce e capire se stavo sognando un sogno diverso, brutale, o se quella spinta e quelle braccia esistevano davvero. Ma per quanto mi sforzassi di aprire bocca, non riuscivo a emettere alcun suono, come se le braccia che mi spingevano (non so perché, ma ero sicuro che fossero braccia, e che oltre a scuotermi mi artigliassero) in qualche maniera mi avessero anche tappato la bocca. Credetti di essere in procinto di smettere di respirare, eppure la cosa non mi sconvolse più di tanto: mi infastidiva solo l'ignoranza in cui mi dibattevo, perché davvero non sapevo capire cosa stesse accadendo. Alla fine spalancai gli occhi e scesi dal letto: mi avvicinai al vasistas e trovai che era ancora aperto, ma nell'oscurità non vidi le braccia o il corpo di nessuno.&lt;br /&gt;Tornato a letto, non durai molto a riaddormentarmi, nonostante la sensazione di spiacevole sorpresa che mi era stata lasciata da quello strano episodio. Ero molto stanco, per fortuna, e quando mi risvegliai di nuovo mi sentivo perfettamente riposato. Tutto quel giorno lo trascorsi lontano da casa, per dei piccoli e piacevoli impegni familiari; quando tornai a casa per cena, e poi quando andai a letto, mi sentivo tuttavia piuttosto inquieto.&lt;br /&gt;Lessi ancora il libro russo della notte prima, poi lo posai, feci per dormire ma non vi riuscii; ripresi dunque il grosso volume e lo terminai, e allora davvero dovetti rassegnarmi a dormire. Ma non mi addormentavo. Mi ronzava in testa, più che la paura di una ripetizione della notte precedente, una domanda: che cosa era davvero successo? Avevo sognato? E quale pensiero opaco, quale inquietudine aveva dato vita a un sogno tanto terreno e spiacevole? Cosa avevo fatto, per dirla in termini rozzi, per meritare quel trattamento?&lt;br /&gt;A quel punto, non so perché, mi venne in mente che a mio nonno una volta fu lanciata una fattura: lui tornava dal campo con la sua coppia di buoi, e la prima persona che incontrò nel tragitto verso casa fu la vecchia che era stata chiamata per guarire una sua sorella malata. Non so se quella vecchia avesse avuto una disputa con la famiglia di mio nonno, magari sul compenso richiesto per quella prestazione, oppure se semplicemente avesse voluto dare eloquente prova dei propri poteri, fatto sta che lanciò a mio nonno una fattura, e lui cadde subito in una tremenda prostrazione, tanto che il giorno dopo non riuscì neppure ad alzarsi. Mio nonno non era mai stato malato, e anche ora che ha superato da un po' gli otto decenni di vita si fa fatica a ricordare una sua indisposizione. Alla fine diedero a quella vecchia - a dire il vero non so se fosse vecchia, non ricordo; ma l'immagino così - trentacinque lire in belle monete sonanti, la fattura fu sciolta e mio nonno s'alzò.&lt;br /&gt;Mi vergognai di aver pensato a quella storia e forse, se di notte si arrossisce, arrossii; e tuttavia non potevo ancora dormire, perché non capivo. Eppure la stanchezza cresceva: e nella stanchezza, e in quello strano torpore preoccupato, mi venne in mente di aver toccato una donna, poco tempo prima, una donna che non era la mia ragazza e forse era qualcosa per qualcun altro; non lo sapevo e non me ne ero troppo interessato. Fu come rassegnarmi: non dico che intravidi un legame con quelle strane braccia uscite dal buio, perché non ci poteva essere oggettivamente alcun legame, ma considerai semplicemente che le cose accadono e che vanno accettate. Finalmente dormii un poco; la mattina dopo non ero certo fresco, ma potevo almeno considerarmi più sereno.&lt;br /&gt;Mentre facevo colazione, con la bocca piena, canticchiai qualcosa senza neanche averne coscienza; è questo un modo buffo e sempliciotto di dirsi felici di vivere e, a quanto pare, in famiglia lo facciamo solo io e mio nonno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-8158754344176328702?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/ahNVR2AauKw" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/8158754344176328702/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=8158754344176328702" title="4 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8158754344176328702?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8158754344176328702?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/ahNVR2AauKw/due-notti-agitate.html" title="Due notti agitate" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>4</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/06/due-notti-agitate.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUQESHozfip7ImA9WhZUEUw.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-4607001168281673982</id><published>2011-06-03T16:58:00.003+02:00</published><updated>2011-06-03T17:01:49.486+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-06-03T17:01:49.486+02:00</app:edited><title>Una divagazione a margine della Battaglia di San Romano</title><content type="html">Capita a volte di osservare un quadro, uno di quei bei quadri di massa di una volta, ad esempio La battaglia di San Romano, e di perdersi a fissare non già i cavalieri in prima fila, e i loro cavalli rampanti o già sventrati, ma i fanti e i balestrieri lontani sullo sfondo e i cavalieri in terza e quarta fila, e di domandarsi chi siano o chi fossero costoro, e voler sapere di più delle loro storie e delle loro vite. Ma non si può; quei personaggi sono assegnati allo sfondo, e là restano.&lt;br /&gt;Allo stesso modo esistono vite a cui non abbiamo accesso, e che tuttavia ci interessano per il breve momento in cui possiamo osservarle; poi scorriamo via, la folla ci allontana dal quadro, per così dire, e perdiamo di vista per sempre quelle persone che non sono dipinte e che vivono davvero, ma che vivono in un piano che non intersecherà più il nostro.&lt;br /&gt;Per esempio capita che una sera di fine maggio uno venga invitato a una festa universitaria da una ragazza conosciuta da poco, che non ha ancora chiarito che genere d'interesse nutra verso quel giovane maschio. In ogni caso, per convenienza e per rispetto, quel giovane si sentirà, quella sera, legato in qualche maniera a colei che l'ha invitato, e non degnerà del giusto genere di attenzioni l'amica bionda di lei, che forse studia filosofia e che di certo ha i capelli corti corti e una canottiera appena pizzicata da un seno da ragazzina. Più tardi verrà fuori che quell'altra donna, quella dell'invito, non pensa ad altri che a un russo che la tratta male, oppure non succederà niente di simile e le cose evolveranno in tutt'altra maniera; di sicuro, però, la ragazza bionda non esiste più, è sparita all'orizzonte dietro le fitte lance dei primi cavalieri, e al giovane non resterà che un solo ricordo, il ricordo di un momento - lei che lo accarezza sulla guancia - e un rimpianto innaturalmente lungo.&lt;br /&gt;A volte si prova a lanciare una corda dentro il quadro, come per afferrare la figura che sta già allontanandosi e per riportarla alla propria realtà: ma il più delle volte non basta, non funziona. Il più delle volte il ragazzo alto e sorridente, mentre dice "Mi piacerebbe rivederti" e ascolta "Ma sì, ci teniamo in contatto", sa già che non rivedrà e non risentirà la ragazza dalla pelle scura e dagli occhi neri e stanchi. Lei è già su un treno, e a dividerli per sempre sono un accento diverso, una preoccupazione nascosta, troppe parole non dette, troppe storie sconosciute.&lt;br /&gt;Esistono d'altra parte quadri grandi, tratteggiati con perizia, in cui quelle donne sono personaggi centrali, in cui appare ogni dettaglio della loro vicenda umana, ogni minuzia è presente; ma quel ragazzo non li vedrà mai. E i rimpianti che gli restano in bocca diranno questo, a quel giovane maschio, se avrà la correttezza di esaminarli: che il desiderio sessuale e l'invaghimento portano con sé non solo le voglie più calde, quelle con le mani e la bocca piene di carne, ma guidano anche a una curiosità ficcante, a una necessità di conoscenza vera e profonda che poche altre virtù umane sanno suscitare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/amore-e-tutto-il-resto" rel="tag"&gt;amore-e-tutto-il-resto&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-4607001168281673982?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/ijhTnAcO7L4" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/4607001168281673982/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=4607001168281673982" title="1 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/4607001168281673982?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/4607001168281673982?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/ijhTnAcO7L4/una-divagazione-margine-della-battaglia.html" title="Una divagazione a margine della Battaglia di San Romano" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>1</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/06/una-divagazione-margine-della-battaglia.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;A0IMRX8yeCp7ImA9WhZWEE4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-3810869039415309965</id><published>2011-05-10T16:55:00.002+02:00</published><updated>2011-05-10T16:59:44.190+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-05-10T16:59:44.190+02:00</app:edited><title>Elogio delle piccole città</title><content type="html">Ci sono tramonti primaverili in cui la luce calda del giorno si attenua e smette di colpire alla testa, e illumina soltanto, e tutto appare più vero e più evidente; in quei momenti, può capitarti di riflettere su cose che fino ad allora avevi sempre sentito, ma mai davvero saputo.&lt;br /&gt;Una di queste improvvise certezze mi è apparsa mentre lasciavo una cittadina di mezza montagna, tanto simile alla mia; entrambe sferzate dal vento, entrambe fatte di mattone e pietra chiara e chiuse da mura rossicce. Entrambe, soprattutto, piccole, chiuse e definite nei loro bastioni, senza alcuna presunzione di essere complete. La mia sensazione, che mi azzardo a definire certezza, è stata proprio questa: che il provenire da una piccola città o da un paese mi abbia dato, e dia in generale nella vita, molto più di quanto abbia potuto togliermi la ristrettezza (lato sensu) dei suoi orizzonti.&lt;br /&gt;Quando cresci in una piccola città, infatti, ti abitui ben presto all'idea che non sia tutto lì; per quanto il tuo presente di bambino e ragazzo viva e si esaurisca dentro quelle mura, è la chiarezza stessa del confine a suggerirti che il mondo va ben oltre quel circuito; e quando sali sul parapetto e ti affacci verso valle, verso quella miriade di colline e paesi, ognuno dei quali con un nome e con una storia che ispira curiosità, pensi che quel mondo è quello che ti aspetta e quello che forse un giorno ti apparterrà, sotto qualche forma che ignori. Chi nasce in una città, invece, può scambiare l'enormità dei confini e delle distanze per completezza, e decidere che quella prima patria basta a se stessa, e che il mondo di fuori non esiste o non interessa. L'indeterminatezza dei limiti crea una nebbia al confine della città, da cui diventa difficile uscire: si può farlo fisicamente, ma è difficile farlo anche con la testa. La grandezza relativa, infatti, ci mette poco a diventare assoluta; è d'altronde il vizio peggiore e principale dei tempi che viviamo. Se ti aggiri per un paese, al contrario, sai già da piccolo che te ne andrai; quelle mura non ti trattengono, ma ti definiscono, e non sono il recinto in cui pascolerai, bensì l'immagine sicura che non ti abbandona, ovunque dovrà portarti la vita.&lt;br /&gt;Essere di una piccola città significa inoltre conoscere realtà più antiche e rispettabili, fissate da regole perdute nel tempo più che dalle mode, e parlare un dialetto migliore e più preciso; il paese ignora inoltre più a lungo le vacuità che vincono nelle grandi città e che arrivano, perfino più superficiali e rozze, nei centri di provincia. Non basta questo a salvarti, perché alla lunga non si salva niente e nessuno, ma ti dona dei filtri più efficienti, se hai l'accortezza di usarli.&lt;br /&gt;Perciò ci sono sere di primavera che, come diceva il poeta, risvegliano desideri e immagini di casa: immagini di un sole splendente e fresco che getta la sua ultima luce, limpidissima, su un borgo in collina; ma quella nostalgia muta presto in un ricordo sorridente e quieto e in una dolce gratitudine alla sorte felice che ti ha scelto quella patria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/lonely-marken" rel="tag"&gt;lonely-marken&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/sensazioni" rel="tag"&gt;sensazioni&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-3810869039415309965?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/VjqWSiACL_U" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/3810869039415309965/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=3810869039415309965" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3810869039415309965?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3810869039415309965?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/VjqWSiACL_U/elogio-delle-piccole-citta.html" title="Elogio delle piccole città" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/05/elogio-delle-piccole-citta.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUEFQX87eyp7ImA9WhZQGEU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-1148836748985399218</id><published>2011-04-27T09:00:00.002+02:00</published><updated>2011-04-27T09:00:10.103+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-04-27T09:00:10.103+02:00</app:edited><title>L'ombra</title><content type="html">Io camminavo per strada, pensando ai fatti miei, quando l'ho vista sulla mia destra: era all'interno di un giardinetto, ma al mio passaggio ha subito scavalcato la rete e ha preso a seguirmi. Da allora non mi ha più mollato: ovunque io vada, lei viene con me. Resta a un paio di metri di distanza, credo mi fissi - anche se non saprei dire con certezza se possiede degli occhi; in ogni caso mi sento osservato e sono un po' a disagio.&lt;br /&gt;Si tratta di una sagoma nera, più bassa di me, con bordi sfuggenti e indefiniti, come se si muovesse sempre nell'oscurità. Quanto al carattere, più che un'indole propria ha una missione: è un presagio di morte e sventura, e da qualche tempo mi segue dappertutto.&lt;br /&gt;Io picchietto sull'asfalto bagnato, con le mie scarpe da tennis, e lei sempre lì: è tardi, e la mia cittadina dorme il sonno tranquillo dei paesi, ma lei ci tiene ad accompagnarmi a letto e zampetta dietro di me, senza sollevare schizzi. Non ho voglia di guardarla e non la sento, ma so che c'è. C'è sempre. Quando vado a letto, quando mi sdraio sul mio materasso a due piazze, lei si piazza nell'angolo opposto e resta lì. Non dormo benissimo, in questi giorni. Ho paura anche quando attraverso la strada, perché ogni volta ho l'impressione che lei potrebbe spingermi o farmi cadere: e allora mi giro, esito, mi volto di nuovo, e magari quando mi decido è la volta buona che sopraggiunge davvero un'auto; ma non è scritto che debba morire così, e lei non è qui per quello. Il presagio che mi ripete ogni momento non ha niente di specifico, è un vago promemoria, e quando sono sereno e quando c'è il sole mi sussurra che tutto questo avrà termine, che ogni cosa finirà per sbriciolarsi e perdersi, e che di tutto quello che mi rende felice non rimarrà neanche il ricordo (né potrebbe: se muoio io, e la macchia nera mi assicura che morirò, non si vede chi altri dovrebbe ricordare).&lt;br /&gt;Sabato sono stato a giocare a calcetto con gli amici, ma ho giocato molto peggio del solito. In particolare, ogni volta che provavo a lanciarmi sulla fascia come faccio sempre mi veniva in mente quella presenza alle mie spalle, e cadevo sul pallone o urtavo il mio avversario invece di saltarlo. Mi sono fatto la doccia, dopo, e almeno lì lei mi ha atteso fuori.&lt;br /&gt;L'unico momento in cui quella presenza non mi angoscia è quando sono con la mia bionda, perché adesso c'è una che mi piace, ed è una ragazza bionda con un bel naso diritto e gli occhi chiari chiari. La vedo poco, per vari motivi, ma quando sono con lei è come se l'ombra non esistesse, anche se c'è sempre e mi cammina dietro. Mi rendo conto che è banale, questa cosa della bionda che dissolve le ombre, però a me succede così: allora l'abbraccio stretta, le afferro una ciocca di capelli e me li metto sugli occhi; poi mi giro e guardo attraverso quella visiera, e la sagoma nera mi sembra tanto minuscola e indifesa da farmi quasi tenerezza.&lt;br /&gt;Quando dormiamo insieme, io e la bionda, l'ombra resta lì per un po', senza vergognarsi della nostra nudità; poi, più tardi, io allungo una mano a cercare la sua, così piccola tra le mie dita, ed è un gesto tanto naturale e definitivo che anche quella macchia nera, coi suoi bordi vaghi e acuminati, si sente di troppo e se ne va. Uscendo, chiude la porta senza far rumore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-1148836748985399218?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/xTMJ6uDzias" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/1148836748985399218/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=1148836748985399218" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/1148836748985399218?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/1148836748985399218?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/xTMJ6uDzias/lombra.html" title="L'ombra" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/04/lombra.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CUcNSHc4eCp7ImA9WhZREUU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-5314650598655607188</id><published>2011-04-07T15:26:00.002+02:00</published><updated>2011-04-07T15:31:39.930+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-04-07T15:31:39.930+02:00</app:edited><title>Rudimenti di antropologia culturale</title><content type="html">Gli antropologi, strambi personaggi che passano tutto il tempo a girare zaino in spalla in mezzo alle sterpaglie e alle manifestazioni del disordine creativo dell'umanità, a volte anche fuori della propria stanza, hanno recentemente scoperto nel fondo verdissimo della nuova Guinea, in una penisola che finora si riteneva abitata solo da scimmie dai grandi occhi, una tribù di aborigeni che non credono all'esistenza di Giulianova (TE). Hai un bell'andare lì, nella penisola calcarea posta al margine superiore della Papuasia, non lontano dal confine indonesiano, a dire a un paio di loro: guarda che Giulianova esiste, e non solo esiste, ma alla fine, pur con tutti i suoi problemi, che di certo ha (e chi non?), alla fine della fiera è anche un bel posticino; ma loro no, dissentono, uniscono gli anulari delle due mani (che in Papuasia è un modo un po' sempliciotto per dire no; come volessero intendere, "Ma chi vuoi che ci creda?"), ridacchiano e si allontanano con l'arco in spalla. Perché va bene l'uomo bianco, vanno bene gli aerei e i treni, va benone la macchina da cucire e la televisione, va bene persino il Dio freddo e invisibile che hanno portato certi frati belgi; ma Giulianova no, Giulianova è troppo, nell'ordine mentale di quei selvaggi non c'è posto per Giulianova (TE).&lt;br /&gt;A questo punto, gli antropologi, che sono gente stramba, con i calzettoni corti e la barba bionda, si dividono e iniziano a litigare: certi dicono che bisogna rispettare le culture altre, che il mondo è policulturale, l'umanità multiforme, la gente differisce, e per fortuna, e non c'è niente di male se uno vuol credere a una cosa che poi, a ben vedere, non fa male a quasi nessuno; dispiace solo un po' ai giuliesi, almeno a quelli che si interessano di antropologia, il fatto che si trovi adesso su questo stesso mondo che ospita la cittadina abruzzese una cultura che invece non ha fede nell'esistenza della città, e anzi basa la propria unicità proprio su questo rifiuto. Gli antropologi di questa prima fazione, perciò, quando si recano nella capanna lunga e stretta del capovillaggio, con il tetto spioventissimo per via del clima subequatoriale, spesso si mettono a descrivere con dovizia di particolari - dico per dire - le bellezze di Tortoreto, al che il grande capo ascolta con attenzione, ma durano grande attenzione a non spingersi mai a Sud; altri, addirittura, hanno fatto stampare certe cartine dell'Abruzzo in cui i comuni di Roseto e Tortoreto, contro quanto stabiliscono l'esperienza e il diritto municipale, appaiono ingranditi e giungono a toccarsi.&lt;br /&gt;C'è però un altro gruppo di antropologi che rifiutano l'eccesso di relativismo, quando serve ad ingannare i popoli, e giudicano che la menzogna non sia mai un mezzo accettabile nel dialogo interumano. C'è ad esempio un antropologo svizzero che ha la nonna a Giulianova, e questa prepara certi piatti di pesce che davvero uno non ci crede, specialmente se sei abituato ai ristoranti di Lucerna, ma questo è un altro paio di maniche: la questione vera è un'altra, e lo svizzero l'ha anche detto a un convegno, la questione è che se quegli aborigeni sono nostri fratelli, e non c'è motivo di sostenere che non sia così, allora perché a loro dev'essere precluso quel pesce, perché non possono presentarsi un giorno - poniamo di domenica, ché c'é più tempo per preparare - alla tavola dell'anziana signora Di Fabio, che fa un pesce che lèvati? Allora l'antropologo svizzero va dal capovillaggio, lo stesso di prima, e gli descrive non solo la casina bassa con le finestre verdi della nonna, ma tutto il quartiere di villette linde, e poi gli dice anche di quella volta da ragazzo che è stato a vedere la partita allo stadio Fadini, e c'era tutta Giulianova, allo stadio, perché quel giorno si giocavano una promozione in C1, lo capisce che significa questo per un giuliese?&lt;br /&gt;Ma quei selvaggi non credono neanche alla C1.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;Categories: &lt;a href="http://del.icio.us/tedernst/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-5314650598655607188?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/OuX8nYvkStM" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/5314650598655607188/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=5314650598655607188" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5314650598655607188?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5314650598655607188?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/OuX8nYvkStM/rudimenti-di-antropologia-culturale.html" title="Rudimenti di antropologia culturale" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/04/rudimenti-di-antropologia-culturale.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DkMARnw5fCp7ImA9Wx9aGE4.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-6554543397307297335</id><published>2011-03-11T09:00:00.003+01:00</published><updated>2011-03-11T10:07:27.224+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-03-11T10:07:27.224+01:00</app:edited><title>Un amore</title><content type="html">Sarà per i vialoni larghi o per il silenzio perfetto e intatto che a volte cala sulla città e sembra inghiottirla per secondi interi, o forse le cause sono altre e non hanno nulla a che vedere con queste; fatto sta che ci sono notti, alla periferia meridionale di Roma, che sembrano notti di paese e di campagna: capita a volte, perciò, di uscire da una casa rumorosa e piena di risa e di discorsi e di ritrovarsi ingoiati in quella oscurità inaspettata e misteriosa, e nonostante i lampioni, nonostante le insegne, ti viene naturale e istintivo alzare gli occhi al cielo e pensare di vedere le stelle.&lt;br /&gt;Fu in una notte così che una ragazza chiuse alle proprie spalle il portone del condominio dove vivevano i suoi amici, dai quali aveva trascorso la serata, e si avviò in strada: prima di far scattare la serratura controllò, come faceva sempre, che non si vedessero losche figure in strada e che i marciapiedi fossero sgombri. Doveva fare poche centinaia di metri, ma una ragazza sola ci pensa sempre. Tirò su il bavero del suo elegante cappotto nero, per il freddo e perché non voleva farsi guardare in faccia, e cominciò a camminare svelta. Per strada non incontrò nessuno. A metà del percorso, tuttavia, ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di strano e sospetto nel silenzio che pareva fagocitare tutto e accelerò ulteriormente il passo; ma si calmò subito, arrossì perfino un poco sotto il bavero e diede la colpa di tutto a quella notte particolare.&lt;br /&gt;Giunta davanti al cancello di metallo che dava accesso a due scale di appartamenti (lei stava nella seconda, al terzo piano), sentì una voce che veniva dall'altra parte della strada. Non comprese le parole, ne avvertì soltanto il tono dimesso e gentile; però si affrettò ad aprire il cancello e a passare dall'altra parte.&lt;br /&gt;- Signorina!&lt;br /&gt;Stavolta capì. Al sicuro dietro il cancello di ferro, non si mosse e attese che quella voce si avvicinasse.&lt;br /&gt;- Signorina, ha da fare?, disse la voce, trafelata, e dietro quella voce apparve tra le auto parcheggiate in maniera piuttosto arbitraria un ragazzo con un giaccone scuro, molto pesante. Teneva una mano all'altezza del petto e si muoveva con goffa delicatezza, come se nascondesse qualcosa di fragile e prezioso all'interno del giaccone.&lt;br /&gt;- Devo andare a letto, domani ho lezione. La domanda era evidentemente assurda, ma lei aveva comunque deciso di rispondere.&lt;br /&gt;- Cosa studia?&lt;br /&gt;- Faccio lettere, domattina ho lezione di paleografia.&lt;br /&gt;- Ah, paleografia! Bellissimo, davvero! Non speravo nulla di meglio...&lt;br /&gt;La ragazza sorrise e poi ribatté, con un pizzico di stanca sufficienza.&lt;br /&gt;- Le interessa? Conosce l'ambito? Io credo che faremmo meglio ad andare a letto, è tardi anche per te. Le era parso normale e automatico passare al tu: quel ragazzo poteva avere due o tre anni più di lei.&lt;br /&gt;- No, signorina, aspetti un secondo. Ecco, questi sono per lei. Sono... per te. Così dicendo, il giovane aprì il giaccone pesante (lei fece per ritrarsi e si addossò al muro) e ne trasse un mazzo di fiori: erano tutti bianchi, tranne un paio di garofani rossi nel mezzo.&lt;br /&gt;La ragazza prese i fiori attraverso le sbarre del cancello, con estrema cautela e senza mai smettere di controllare con gli occhi ogni mossa di lui.&lt;br /&gt;- Sono molto belli, disse infine. Il ragazzo, sotto il giaccone, aveva una giacca blu e una camicia a righe strette, con una cravatta scura. - Come mai sei vestito così? Mi aspettavi? Mi seguivi?&lt;br /&gt;- Io... no. Io non ti conosco. Abito qui di fronte (e fece un gesto con la mano, verso un palazzone rosso, che a quell'ora era quasi nero). Studio anch'io, ma faccio tutt'altra facoltà... Tu non sei di Roma, no?&lt;br /&gt;- No.&lt;br /&gt;- Neanche io. La settimana scorsa è morto mio padre, sono tornato da poco.&lt;br /&gt;- Mi dispiace, ma io...&lt;br /&gt;- No, figurati, era un uomo anziano, era malato da un po', non è questo il punto. È solo che mi sono reso conto che sono qui senza un vero motivo, da anni - sì, mi laureerò, probabilmente avrò un lavoro, ma non è questo - e non ho un punto fermo, non ho stabilità, sono un uomo, mio malgrado, e non ho costruito nulla.&lt;br /&gt;- Credo che sia normale, e comunque è molto tardi per discutere di filosofia...&lt;br /&gt;- No, no, non voglio discutere di massimi sistemi, voglio restare al mio caso personale, che è già abbastanza complicato per me...&lt;br /&gt;- Del tipo, correggimi se sbaglio: sei giovane, hai avuto una disgrazia, saresti già confuso di tuo, adesso lo sei doppiamente e non sai bene cosa fare della tua vita. Ti assicuro che è un problema diffuso, e adesso però vado a letto.&lt;br /&gt;- Ma io so benissimo cosa fare, scusami: cioè, non è che mi vesta sempre così e vada in giro per Roma alle due di notte. Io vorrei chiederti di sposarmi.&lt;br /&gt;- Ma tu mi conosci o ce l'hai con me. Lo sai che è reato, sì?&lt;br /&gt;- Io non ti conosco, te l'ho detto. Io ero qui davanti, ti ho vista rientrare, avevi questa ciocca di capelli che usciva dal cappotto... Ho solo pensato che eri bella...&lt;br /&gt;- E mi hai chiesto di sposarti.&lt;br /&gt;- Sì.&lt;br /&gt;- Ma che facevi in strada, vestito così?&lt;br /&gt;- Aspettavo. Abitano tanti studenti, qui, attendevo che qualcuna rientrasse a casa.&lt;br /&gt;- Mi hai scelta perché hai visto me, perciò?&lt;br /&gt;- Sì.&lt;br /&gt;- Ma che vuoi da me?&lt;br /&gt;- Voglio chiederti di sposarmi.&lt;br /&gt;- Ma perché dovrei? Che vuoi da me? Io non ti conosco.&lt;br /&gt;- Neanche io ti conosco, ma cosa vuoi conoscere? Mio padre mi ha detto, dieci giorni fa, con quel tono saggio e ridicolo che hanno le persone deboli e malate, di trovarmi una brava ragazza, "quando sarà il momento". Ma quand'è il momento? Io ho bisogno ora di una persona, non voglio aspettare altri anni vuoti e inutili.&lt;br /&gt;- E la cerchi così, a caso?&lt;br /&gt;- Beh, ma si cerca sempre a caso, non c'è modo di scegliere la persona giusta, ammesso che ne esista una. Io poi sono un tipo abbastanza riservato, non riuscirei forse neanche a portare avanti tutta quella indagine - dai, diciamo così - che sarebbe necessaria per trovare uno straccio di persona, non dico giusta, ma insomma, plausibile. Allora ho deciso che avrei provato con una sconosciuta, ho comperato i fiori... e sono qui. Cioè, ho deciso un'ora fa, ma qui c'è un fioraio sempre aperto.&lt;br /&gt;- Quello in piazza, sì.&lt;br /&gt;- Ché poi dicono che i fiorai aperti di notte nascondano qualche traffico illegale...&lt;br /&gt;- Sì, è noto, lo dicono tutti, ma non ho mai capito cosa dovrebbero nascondere... Ma perché  di notte? Ti rendi conto che è da malati? Tutta questa storia è da malati, ma perché farlo di notte?&lt;br /&gt;- Tu fermeresti degli sconosciuti di giorno? Considera che io vivo qui nel quartiere, eh.&lt;br /&gt;- Questo ha senso, in effetti. Ma tutto il resto...&lt;br /&gt;- Beh, ma che senso dovrebbe avere?&lt;br /&gt;- Forse che due persone si piacciono, si innamorano, poi stanno insieme, e via così, insomma, poi pensano a tutto quello che deve venire? Non lo so, dimmi tu.&lt;br /&gt;- Ma non è che l'amore in sé garantisca chissà cosa... E poi l'amore può arrivare dopo. Dicono che funzionino meglio le unioni programmate, rispetto ai matrimoni d'amore.&lt;br /&gt;- Si dicono tante cose, molte però sono stupidaggini e molte altre non funzionano sempre, anche se sono ragionevoli... Io poi ho già un ragazzo.&lt;br /&gt;- Sei fidanzata?&lt;br /&gt;- No, non sono fidanzata. Mi vedo con una persona.&lt;br /&gt;- E che futuro pensi che abbia questa cosa?&lt;br /&gt;- Non posso certo dirlo ora... Si vedrà.&lt;br /&gt;- Ossia nessun futuro e nessuna importanza. Io invece ti sposo domani, se mi dici sì. Ci laureiamo, troviamo un lavoro, facciamo quel che dobbiamo fare. Mio padre mi ha lasciato qualche soldo, se dovessimo avere delle difficoltà. Come ti chiami?&lt;br /&gt;In fatto d'amore, e in generale quando si discute di opinioni umane, non esiste probabilmente una tesi giusta e una sbagliata, e le persone si lasciano convincere piuttosto da chi espone le proprie tesi in maniera calma ed eloquente oppure da chi ha una bella voce e un modo gentile e sottile di mettersi dalla parte della ragione. Quella sera, il ragazzo con i fiori e la cravatta non diceva nulla di nuovo, a lei che studiava da anni discipline umanistiche e aveva letto o sentito qualsiasi genere di paradosso; ma i suoi capelli castani e la barba che ricresceva soffice - si era rasato ormai una settimana prima, per il funerale del padre - l'avevano colpita più di tante trovate balzane sull'amore e sulla famiglia.&lt;br /&gt;Quella notte lei declinò tutte le sue offerte, lo salutò cortesemente ma con decisione attraverso le sbarre grigie del cancello e se ne andò a letto. Poi però sognò quella barba biondastra e morbida e il giorno dopo andò da lui, nel palazzo rosso. Lo trovò che mangiava un piatto di pasta alle acciughe con i suoi coinquilini e gli disse soltanto di sì.&lt;br /&gt;Si sposarono qualche mese dopo, alla Chiesa Madre del paese della sposa, un borgo bianco su una collina bassa del Sud Italia: la madre di lei aveva molto insistito, e lo sposo da parte sua non aveva alcun motivo per opporsi alla cerimonia religiosa. Vissero qualche tempo a Roma, in affitto, si laurearono entrambi con ottimi voti e trovarono un impiego. Poi lui decise di tornare al suo paese d'origine a seguire la piccola impresa che era stata del padre e lei lo accompagnò, perché poteva lavorare anche da lì. In seguito ebbero due figli maschi; in mezzo ai due parti c'è stata una terza gravidanza, ma lei si è sentita male mentre guidava in una strada di campagna e ha perduto il bambino. Sarebbe stata una femmina. Nonostante tutto, si sono voluti molto bene praticamente da subito e non hanno più smesso di volersene.&lt;br /&gt;Un giorno, dopo una brutta litigata, lui le racconta una cosa che non le ha mai detto, e cioè che quella notte a Roma prima di lei aveva visto rientrare a casa una ragazza bionda, e che però non era riuscito a dirle nulla, un po' perché l'aveva notata all'ultimo momento, un po' per timidezza; e vorrebbe raccontare alla moglie questa storia per malignità e per ferirla, ma mentre ci ripensa si rende conto che non esiste il caso e che si sceglie sempre, ed è contento della propria scelta: abbraccia la moglie, con una mano le accarezza i capelli che le cadono a ciocche sul volto, e le dice che la ama.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-6554543397307297335?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/Ne1Zp5sgwd0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/6554543397307297335/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=6554543397307297335" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/6554543397307297335?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/6554543397307297335?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/Ne1Zp5sgwd0/un-amore.html" title="Un amore" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/03/un-amore.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;AkUDRXY_fCp7ImA9Wx9bEkk.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-3199824761352360008</id><published>2011-02-21T01:23:00.003+01:00</published><updated>2011-02-21T01:31:14.844+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-02-21T01:31:14.844+01:00</app:edited><title>Orgoglio paterno</title><content type="html">Mi sono ricordato oggi di quella volta, nell'autunno del 2005, che la mia ragazza di allora mi chiamò per dirmi che aveva qualche giorno di ritardo: dodici. Dodici giorni sono tanti. In dodici giorni, in altri tempi, in altri luoghi, un messaggero del Khan dei Mongoli avrebbe percorso a cavallo immani distanze nell'impero del proprio padrone, sfrecciando ventre a terra in mezzo a pianure silenziose e pacifiche e incrociando sul proprio cammino solo rare vergini sedute su carichi d'oro. In dodici giorni un giovane d'oggi, meschino come sono meschini i tempi che viviamo, finisce per impaurirsi un mondo e pensa cose che non andrebbero pensate, si pente di cose di cui non ci si dovrebbe pentire.&lt;br /&gt;I dodici giorni divennero diciassette, poi venne fuori che non c'era nulla da contare e che si era trattato solo di un falso allarme. In seguito finì tutto, poche settimane dopo, e io provai un gran sollievo e un enorme senso di libertà.&lt;br /&gt;Adesso mi ritrovo a pensare che se quei diciassette giorni fossero diventati trenta, sessanta e così via, oggi avrei per casa, ammettendo per comodità che io possegga una casa, un attrezzo di quasi cinque anni; e dovrei inventarmi un modo per dargli da mangiare e qualche storia per farlo crescere sveglio e dormire felice. Ipoteticamente, giacché non esiste, lo avrei chiamato Coso; per una femmina, invece, mi sarebbe piaciuto più Caterina. Se Coso fosse qui intorno gli troverei un pallone e un prato; in casa gli direi di smettere di infastidire il gatto, supponendo che ci sia anche un gatto (ipotizziamolo nero). Coso avrebbe la testa grossa - è normale, è l'età - e i capelli castani, diversi dai miei, con qualche riflesso rosso, come ne avevo io alla sua età.&lt;br /&gt;Al quasi cinquenne comincerei a insegnare qualche parola in dialetto, perché non mi convincono i bambini che parlano solo italiano. Molte altre cose, presumo, le deciderebbe la madre o le vedremmo insieme.&lt;br /&gt;Se Coso esistesse, sarei un po' preoccupato per lui e molto contento, di avere un Coso e della sua vita all'inizio; di quella vita che ancora, in potenza, gli permetterebbe quasi tutto.&lt;br /&gt;E poi, boh, molta altra roba la saprei se lo conoscessi, Coso. Ciao Coso, ciao F.: è andata così.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-3199824761352360008?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/-Ot3ARb1q-M" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/3199824761352360008/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=3199824761352360008" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3199824761352360008?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/3199824761352360008?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/-Ot3ARb1q-M/orgoglio-paterno.html" title="Orgoglio paterno" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/02/orgoglio-paterno.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Ck8ESHozfSp7ImA9Wx9VFUg.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-2650034878147704262</id><published>2011-02-01T10:00:00.000+01:00</published><updated>2011-02-01T10:00:09.485+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-02-01T10:00:09.485+01:00</app:edited><title>Manie di persecuzione</title><content type="html">Ilir è un bravo ragazzo biondo, ha un campo lasciatogli dai suoi e lui lo lavora, lo lavora tutto il giorno e non cresce niente: sarà che c'è troppo sole, sarà che la terra è grigia e dura come pietra, fatto sta che non viene su nulla. I genitori di Ilir non sono morti, sono solo andati via un giorno e lui l'hanno lasciato sul campo; voleva andarsene anche Ilir, ma gli hanno detto di restare lì, ché prima o poi qualcosa sarebbe cresciuto.&lt;br /&gt;A Ilir capita spesso di andare a ficcarsi in qualche guaio: un giorno in città l'hanno fermato certi tipi con la pistola e gli hanno chiesto il portafoglio. Ilir ha risposto che a lui quei soldi servivano per comprare le sementi, e allora i rapinatori si sono offesi. Tu pensi solo a te stesso, gli hanno fatto notare, Non ci sono soltanto i tuoi campi, e via così; non è che l'abbiano proprio convinto, però alla fine Ilir, un po' per la dialettica un po' per le pistole, ha consegnato loro il portafoglio. Per fortuna aveva qualche soldino nella camicia: gli sono bastati giusto per i semi di cappero, che tanto non germogliano.&lt;br /&gt;Quella sera al bar Ilir ha confidato agli amici di sentirsi a volte particolarmente sfortunato. Quelli gli hanno detto, Eh, ognuno ha i suoi problemi, a me per esempio si sta staccando la marmitta della Ferrari ma non la faccio mica tanto lunga, comunque se vuoi ti consiglio un terapeuta. Ilir pensava che fosse uno psicologo, invece è uno che una volta a settimana gli si siede sulla schiena e gli fa anche abbastanza male, però ogni tanto gli dà qualche consiglio sulla vita e le donne: Ilir, che è un ragazzo biondo e fiducioso, li mette in pratica tutti e fallisce sempre.&lt;br /&gt;Un giorno i suoi amici decidono di emigrare e allora emigra anche Ilir. Va all'ambasciata con gli altri per farsi fare il visto, gli altri li prendono e Ilir no. C'è un problema col passaporto, gli dicono, La foto non va bene. Ilir chiede come mai, e gli impiegati rispondono che è brutta: Guarda che ciuffo che c'hai, tagliati i capelli, gli dicono, e parlano alla foto. Ilir dice che può rifarla, nel caso, ma quelli ribattono che no, che un ciuffo del genere è sbagliato come concetto, e lo espellono dal paese senza neanche averlo fatto entrare.&lt;br /&gt;Perciò Ilir resta da solo in mezzo ai suoi campi brulli su cui crescono solo capperi. La sera va a dormire su un materasso pieno di foglie di granturco e ripensa agli avvenimenti della sua vita, sforzandosi però di vederli sotto una luce positiva, perché il suo terapeuta gli ha intimato di non cadere in una facile depressione e di non scaricare sugli altri le proprie colpe; Ilir obbedisce e dorme senza deprimersi.&lt;br /&gt;La mattina poi si sveglia e nonostante tutto ha voglia di cantare, perché è una mattina in più, perché c'è il sole, perché i suoi capperi crescono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-2650034878147704262?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/KMjcy5Ok-Lo" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/2650034878147704262/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=2650034878147704262" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2650034878147704262?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2650034878147704262?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/KMjcy5Ok-Lo/manie-di-persecuzione_01.html" title="Manie di persecuzione" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/02/manie-di-persecuzione_01.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUAHQH46fip7ImA9Wx9VFEU.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-2129986432738566858</id><published>2011-01-31T16:26:00.001+01:00</published><updated>2011-01-31T16:28:51.016+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2011-01-31T16:28:51.016+01:00</app:edited><title>Una vita banale</title><content type="html">Quello di Carlo è un caso particolarmente lacrimevole. Non che chieda molto alla vita: gli basterebbe un impiego tranquillo, con uno stipendiuccio dignitoso, e la sera, quando torna a casa in bici dal lavoro, un tramonto rosso e viola sul mare. È poco, no? è poco, ma Carlo non può averlo, perché vive a Fano e d'altronde non ha mai avuto voglia di faticare.&lt;br /&gt;Perciò i suoi amici lo vedono ciondolare stancamente, trascinando le sue giornate nella più totale improduttività; a Carlo ormai costa fatica persino uscire di casa, e non gli va di più di svegliarsi presto la mattina e di andare a passeggiare su quella spiaggia orientata male. Il pomeriggio Carlo si siede al computer, scrive qualcosa e poi lo cancella. Gli presentano donne, ma una donna è un impegno gravoso e quando uno è stanco e non vede niente non se lo può permettere. Fa molto male, a chi gli vuol bene, osservare la rassegnazione pacifica e silenziosa di Carlo, eppure non sembra ci sia modo di salvarlo.&lt;br /&gt;Finché un giorno non si presentano alla sua porta con un badile e un'idea meravigliosa: il progetto è quello di costruire un canale alle spalle della città, verso Cuccurano, per poi spingerla con delle pertiche verso il mare aperto. A quel punto, quando il canale sarà abbastanza ampio da farci tramontare dentro il sole, Carlo potrà appoggiarsi a un muretto e passare così le sue serate; quanto al lavoro, farà il manutentore del canale stesso, o al limite il pescatore. A Carlo viene da piangere; ringrazia i suoi amici, e si dirigono tutti al luogo dei lavori.&lt;br /&gt;Più tardi, quando sono tutti chini sulle loro pale, Carlo vede apparire in lontananza una pattuglia dei vigili; e spera che capiscano il suo dramma e chiudano un occhio, o al limite che lo portino in galera a Piombino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-2129986432738566858?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/UqY3_rEMSL0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/2129986432738566858/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=2129986432738566858" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2129986432738566858?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2129986432738566858?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/UqY3_rEMSL0/una-vita-banale.html" title="Una vita banale" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2011/01/una-vita-banale.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUEEQH8_fip7ImA9Wx9QEUo.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-6397134800398424538</id><published>2010-12-24T09:00:00.000+01:00</published><updated>2010-12-24T09:00:01.146+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-12-24T09:00:01.146+01:00</app:edited><title>Racconto di Natale</title><content type="html">Perché la gente muore? Questa è senz'altro un'ottima domanda, forse la domanda più interessante di tutte, benché, certo, sia arduo trovarle una risposta soddisfacente; d'altra parte, è innegabile che si tratti appunto di una questione molto vasta e ricca di sfaccettature e di implicazioni filosofiche, naturalistiche e morali, per cui l'estrema carenza di soluzioni valide appare del tutto giustificata.&lt;br /&gt;Molto più semplice sarebbe rispondere ad una domanda simile, soltanto meglio precisata nei suoi confini storici e contingenti. Come, ad esempio: perché la gente muore ad un pranzo di Natale? Per una di quelle buffe coincidenze che a volte capitano e che in questo caso facilitano molto lo sviluppo del nostro racconto, questo era appunto quanto si stava chiedendo Patrizio Bordoni, seduto al suo posto in fondo a destra, vicino al calorifero, in uno dei ristoranti più quotati di Cesena, affollato in quel momento di gente morente.&lt;br /&gt;Per un'altra di quelle casualità che succedono a volte, anche se questa pare accadere molto più di frequente, sarà perché la si giudica negativamente e rimane dunque più impressa, Patrizio Bordoni aveva avuto pochi minuti prima di arrivare in quel ristorante l'occasione di cambiare completamente la propria giornata: ovviamente, il lettore attento lo ha già capito, dato che si è descritto il suo posto al ristorante, aveva preferito declinare quell'invito del fato. Neanche un'ora prima, in effetti, Bordoni viaggiava in autobus, diretto al ristorante, e portava in braccio un gran mazzo di fiori, senza sapere bene a chi regalarli; una ragazza con il naso gonfio per il pianto e il raffreddore gli aveva infine offerto un modo di liberarsi di quei fiori e anche un'occasione insperata per scambiare due parole più facili e gradevoli di quello che lui si sarebbe aspettato da quel naso gonfio e da quegli starnuti rumorosi. Tuttavia, la loro conoscenza si era poi fermata lì, a quella fermata a cui Bordoni era sceso.&lt;br /&gt;Ma non si capisce bene questo racconto se non si tiene presente che i parenti di Patrizio Bordoni erano tutti al Sud, al sole, partiti in largo anticipo su treni ancora passabilmente vuoti; lui, invece, l'avevano tamponato due giorni prima di Natale. Perciò era rimasto a Cesena, con l'auto inutilizzabile e un persistente male al collo che gli aveva sconsigliato di affrontare un lungo viaggio in treno, ammesso che si trovassero ancora posti liberi. Bordoni, poveraccio, si era così accodato a un collega che conosceva appena, uno che veniva da una qualche città lombarda che lui non aveva neanche ancora individuato; costui si sarebbe recato con la consorte, che non era forestiera ma che non voleva cucinare, a un gran pranzo, uno di quelli in cui si viene serviti e si mangia come Dio comanda. Quel pranzo, è evidente, è lo stesso pranzo a cui alla fine è andato anche Bordoni, quello a cui l'hanno messo a sedere in quel postaccio vicino al calorifero; a questo pranzo, bisogna dirlo, i camerieri hanno in effetti livree e modi inappuntabili, e i piatti, presentati meravigliosamente, emanano un tale odore che viene l'acquolina anche solo a descriverli. Peccato solo che la gente che li assaggia poi si accasci sul tavolo, o cada rumorosamente dalla sedia, creando in questo secondo caso anche gravi difficoltà agli elegantissimi camerieri, costretti a scavalcarne i cadaveri senza far cadere il brodo.&lt;br /&gt;Bordoni, seduto alla sua sediolina bruciata dal termosifone, sudando per il caldo e per la gravità di quel che gli capita attorno, non sa come tirarsi fuori da quella situazione. Vicino a lui c'è il collega lombardo, che gli dà di gomito, facendogli osservare gli stucchi della sala e i generosi spacchi delle signore; dalla cucina si avvicinano i grandi piatti fumanti, odorosi di buono, e man mano che arrivano al tavolo si avvicinano anche i tonfi dei cadaveri. Come se non bastasse, ad un certo punto squilla anche il telefonino, lasciato colpevolmente acceso; così Bordoni è costretto a chiedere scusa al collega e alla sua annoiatissima moglie e a piazzarsi dietro una colonna nell'ampia sala bianca, da cui osserva i piatti giungere in sala e i cadaveri ammucchiarsi ai piedi del tavolo. La nonna da Ostuni lo saluta tanto, anche se continua a confonderlo con qualche altro nipote; Patrizio, da parte sua, augura buon Natale a tutti, ma è costretto a troncare presto la conversazione perché sta per arrivare il primo, e non sembra educato farsi trovare distante e in piedi al momento dell'inizio del pranzo. Perciò Bordoni torna a sedere, abbastanza rassegnato a mangiare quegli ottimi cappelletti che stanno sterminando i suoi commensali; d'altra parte, gli hanno insegnato che quello che gli vien messo davanti, nel piatto, si mangia, e gli parrebbe gravissima maleducazione alzarsi da tavola prima della coppia che lo ha invitato lì. Per andare dove, poi, ché tutti i suoi parenti sono in Puglia.&lt;br /&gt;In una casa gialla appena fuori Cesena, proprio mentre Bordoni appoggia con grande dignità il tovagliolo sulle ginocchia, c'è una ragazza che pilucca trasognata i suoi cappelletti, lei che di solito ne fa fuori due o tre piatti in un amen; quella ragazza è la ragazza dell'autobus, e anche dopo aver posato quegli stupendi fiori in un vaso all'ingresso non ha smesso un attimo di pensare al bel ragazzo moro che glieli ha regalati (lei piangeva perché si sentiva brutta e goffa, ed era Natale). Se qualcuno chiedesse a Patrizio Bordoni, peraltro, il motivo di quel dono, lui risponderebbe onestamente che voleva regalarli alla consorte stanca e infastidita del suo collega lombardo, ma che poi gli era balenato un pensiero, quello cioè che a quel pranzo sarebbero stati presenti altri colleghi e altre mogli, e che anche un gesto di cortesia sarebbe stato letto come una preferenza; e poi, oltretutto, in un ristorante un mazzo di fiori non si sa mai dove metterlo. Se avessero fatto la stessa domanda alla ragazza, lei avrebbe dato per scontato che quel mazzo di fiori serviva da un lato a consolarla del raffreddore che la gonfiava e l’abbruttiva, dall’altro era un chiaro omaggio galante; e nel dire questo non avrebbe affatto notato la contraddizione.&lt;br /&gt;Dunque la ragazza, nel totale disinteresse dei parenti (molto meno romantici di lei), mangiucchiava e pregava sottovoce di rivedere quel ragazzo, con le preghiere sussurrate che quasi diventavano un soffio sui cappelletti bollenti; ma se solo avesse saputo della sorte di Bordoni, le sue preghiere sarebbero state molto diverse e i suoi occhi assai meno estatici e rapiti.&lt;br /&gt;Patrizio Bordoni, in quel momento, annusava con terrore e voluttà il vapore che saliva dal piatto del vicino in grandi nuvole odorose; per poi prorompere in un grido e in una bestemmia non del tutto strozzata – che figura, a Natale! – quando il lombardo gli cadde sulle cosce, inzuppando il suo tovagliolo e le sue cosce di brodo bollente. Lo gettò a terra con violenza, d’istinto, senza accorgersi di spingerlo proprio tra i piedi del cameriere accorrente, il quale a sua volta cadde con il viso nella zuppiera, e ne morì. Bordoni si guardò intorno sconvolto, deciso a chiedere scusa a qualcuno ma trovandosi intorno solo cadaveri. Anche la moglie del suo collega, a quanto pare, era deceduta in silenzio, e ora giaceva sfinita e composta di fronte al piatto del marito. Di camerieri, in giro per la sala, non se ne vedevano più; d’altronde i piatti erano stati tutti portati al tavolo.&lt;br /&gt;Perciò, non dovendo chiedere scusa a nessuno e non avendo neanche nulla da mangiare, Bordoni si alzò e se andò. Sulla soglia del ristorante si fermò un attimo, e il vento freddo lo colpì a tradimento sulle gambe bagnate; allora decise di camminare per scaldarsi, e si diresse verso la periferia. Qui, ad un certo punto, sentì qualcuno urlare; alzò la testa verso la finestra da dove provenivano le grida, infastidito, e non capì che chiamavano lui. Stanco, affamato, infreddolito, tornò verso casa. La ragazza, d’altra parte, non conosceva il suo nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-6397134800398424538?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/-GVHjLBxRHM" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/6397134800398424538/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=6397134800398424538" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/6397134800398424538?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/6397134800398424538?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/-GVHjLBxRHM/racconto-di-natale.html" title="Racconto di Natale" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/12/racconto-di-natale.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;CkcERnY6fip7ImA9Wx9REk8.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-7427857370547841057</id><published>2010-12-13T07:00:00.000+01:00</published><updated>2010-12-13T07:00:07.816+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-12-13T07:00:07.816+01:00</app:edited><title>La scuola letteraria marchigiana</title><content type="html">Mi piacerebbe un giorno fondare quella che poi, nei libri di scuola su cui si formeranno le prossime generazioni, verrà ricordata come la scuola letteraria marchigiana; allo stesso modo, mi piacerebbe possedere un ombrello multicolore e aprirlo per ripararmi dalla pioggia che fredda e insistente picchietta le Asturie. A ben vedere, non c'è alcun rapporto logico a legare questi due desideri; d'altra parte, il rifiuto della millenaria dittatura della logica sulla letteratura e sulla sintassi sarà uno dei punti fondanti della mia scuola, e uno dei motivi per cui la critica impiegherà del tempo ad accettare le mie rivoluzioni.&lt;br /&gt;Perché mai, ad esempio, Ruben? No. E così via; allora sì che saremo liberi, quando potremo disseminare le nostre pagine di personaggi mai descritti in precedenza, sortiti all'improvviso da una piega del racconto e prontamente riassorbiti, nel breve volgere di un paio di vicende sconnesse e maldescritte.&lt;br /&gt;Io, inclito ideologo della scuola letteraria marchigiana, guadagnerò pertanto per il mio coraggio visionario un posto d'onore nelle antologie, mentre i somari del futuro storpieranno il mio nome in vari modi e per questo, sempre in futuro, riceveranno voti giustamente scadenti e arrossiranno alla cattedra davanti al sarcasmo dei professori; poi, tornati al posto, proveranno a maledirmi, ma in quanto somari continueranno a ignorarmi e le loro maledizioni non disturberanno il mio sonno.&lt;br /&gt;Io, per allora, sarò morto e sepolto e giacerò placido e glorioso sotto un letto di non-ti-scordar-di-me, metafora anche troppo banale della necessità di non-scordarsi-di-me, la cui infelice ideazione scarico totalmente sui posteri; giovani e meno giovani si daranno il cambio sulla mia tomba, piangendo la mia dipartita, e gli amanti delle arti vi lasceranno le loro corone.&lt;br /&gt;Questo, ipoteticamente, può farmi piacere; ma pensiamo a un affare per volta. Dicevo infatti: vorrei che un giorno nascesse attorno alla mia figura - al momento insignificante - una scuola di letteratura; di questa scuola, per meriti che al momento non posso vantare ma che evidentemente in futuro saranno chiari, io dovrei essere il fulcro e il perno. È evidente perciò che devo iniziare a studiare, a produrre, a mostrarmi degno di un tale compito; ma soprattutto mi serve un ombrello multicolore e un qualche pretesto per recarmi nelle Asturie a fissare il cielo che, da quelle parti, non tarda mai a riempirsi di nuvole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-7427857370547841057?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/OV68xdYbfHc" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/7427857370547841057/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=7427857370547841057" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/7427857370547841057?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/7427857370547841057?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/OV68xdYbfHc/la-scuola-letteraria-marchigiana.html" title="La scuola letteraria marchigiana" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/12/la-scuola-letteraria-marchigiana.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DEQESHw4eCp7ImA9Wx9SGEg.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-8546650567119545647</id><published>2010-12-09T01:57:00.001+01:00</published><updated>2010-12-09T01:58:29.230+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-12-09T01:58:29.230+01:00</app:edited><title>L'ultimo nomade</title><content type="html">L'ultimo nomade arriva un giorno, forse cavalcando, al margine nordorientale d'Italia. Come lui sono giunti a bussare a quella porta, nei secoli, centinaia di migliaia di altri nomadi; ma non ce ne saranno altri. È l'aggettivo a garantirlo: lui è l'ultimo.&lt;br /&gt;L'ultimo nomade, come tutti i precedenti, sogna di arrivare a Roma, città di cui ha sentito parlare da chissà chi e chissà dove, nei piatti deserti della sua infanzia. Verrà fuori poi, col tempo, che nella lingua dei nomadi Roma equivale a dire: oro, sogno, brama, donne, desiderio, zucchero e bisogno. Quando gli chiederanno come possano tutte queste cose esser suggerite e contenute dall'idea di una città, Timo ribatterà, stupito: "Città?". Timo (così, appunto, si chiama il nomade) sa cos'è Roma, ma non sa ancora cosa sia una città.&lt;br /&gt;Ma come è arrivato fin qui? In Ungheria l'hanno forse guardato con simpatia, riconoscendo in lui un archetipo antico; in Slovenia invece hanno applicato il Trattato di Schengen, che stabilisce precisamente che chi va bene agli ungheresi deve andar bene anche agli sloveni; questa, almeno, è l'ipotesi degli investigatori. Al confine italiano, tuttavia, lo fermano, gli sequestrano il cavallo e gli notificano che in Italia il nomadismo, la razzia e il sogno sfrenato non hanno diritto di cittadinanza. Timo, l'ultimo nomade, non sa che fare; poi trova lavoro in un forno a Grado. Ogni tanto la proprietaria lo sorprende mentre digrigna i denti e brandisce un pane francese, e allora capisce che sta entrando a Roma ed evita di infastidirlo.&lt;br /&gt;La gente a Grado gli chiede da dove viene. Lui fa un gesto con la mano, verso l'altra parte del golfo. "Vieni da Trieste?", gli domandano. Ma Timo viene da più a oriente. Gli nominano altri posti, appena dietro Trieste o parecchio più a Est. Ma lui dice che no, non sono neanche quelli i suoi luoghi. Allora i curiosi tacciono, perché non sanno più che chiedere. Tace anche Timo, perché non sa spiegarsi. Si guardano.&lt;br /&gt;Una notte, prima di andare al lavoro, Timo è sulla spiaggia e passeggia con una ragazza bionda. L'ultimo nomade si fa dire dalla ragazza i nomi delle stelle, poi fa per aprire bocca, ma tace. Allora lei gli domanda cosa stesse per dire; lui risponde che voleva solo dirle che lei è bella. La ragazza sorride, ma Timo mente. Quello che Timo voleva dire è che quelle stelle, il Grosso Orso e l'Orso Più Piccolo, lui le vorrebbe sopra la sua testa una notte all'Aventino, quando finalmente sarà arrivato a Roma e dormirà all'aperto su un prato, davanti ad una chiesa. L'ultimo nomade non sa nulla dell'Aventino, ma gli piace il nome e crede che là sopra ci siano più stelle; e sa purtroppo che finché non sarà a Roma anche l'amore che sente per questa ragazza bionda sarà uguale ai nostri amori imperfetti di sedentari, che sono sempre almeno in parte una richiesta d'aiuto e di sostegno, una cura, un'abitudine, una fuga.&lt;br /&gt;L'ultimo nomade, che ha visto da bimbo le notti limpide dei deserti ghiacciati, sogna invece una notte stellata sull'Aventino e l'amore senza nuvole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-8546650567119545647?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/trCbMBis2y0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/8546650567119545647/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=8546650567119545647" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8546650567119545647?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8546650567119545647?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/trCbMBis2y0/lultimo-nomade.html" title="L'ultimo nomade" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/12/lultimo-nomade.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Dk8DSXs-fip7ImA9Wx9TEE0.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-5938937141077882099</id><published>2010-11-17T15:37:00.002+01:00</published><updated>2010-11-17T15:41:18.556+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-11-17T15:41:18.556+01:00</app:edited><title>L'amica di casa</title><content type="html">Sonnecchia in salotto, la benna alzata, la ruspa. Ogni tanto muove su e giù la pala, nervosamente; chissà cosa sogna di movimentare.&lt;br /&gt;Stasera sono tornato tardi dal lavoro. Lei mi ha atteso in casa, facendo fischiare le grosse ruote, mentre il pigolio della retromarcia infastidiva i vicini. Mi hanno visto rientrare e mi hanno fermato; ho dovuto di nuovo dare spiegazioni, e magari mi toccherà portare un'altra bottiglia di vino al ragionier Scataglini. Quando finalmente sono arrivato a casa, ho trovato una montagna di detriti sul divano, mentre lei mi guardava innocente dai vetri oscurati della cabina di guida. "È stato il gattino della vedova Morresi", pareva volermi dire, "io non c'entro niente": ma il gattino nero della signora Morresi non ha una benna e non ha modo di procurarsi tutti quei calcinacci. Ho pulito per quel che potevo a quell'ora, poi mi sono seduto a tavola e ho mangiato in silenzio, sfogliando la rivista femminile allegata al quotidiano che compero di solito. Trovo molto offensivo il taglio che hanno di solito queste riviste, giacché paiono rivolgersi in primo luogo a cretine munite di carta di credito; ho anche progettato di scrivere alla redazione, un paio di volte, però poi mi sono detto che se vogliono davvero pubblicare una rivista per cretine acquistata e letta da cretine, non sono in fondo fatti miei. Io ho una ruspa in casa, ho altro a cui pensare.&lt;br /&gt;Ieri l'ho portata a giocare al parco. Come sempre, mi sono raccomandato di non combinare disastri, non scavare troppo, non rincorrere i bambini. Dice sempre di sì, e in fondo lo vedo che prova a far la brava, ma in questo periodo è totalmente fuori controllo (sarà la stagione, sarà il tempo). Mentre sedevo su una panchina, le mani nelle tasche perché faceva freddo, me la son vista passare davanti, eccitata e fremente, e nella benna aveva lo yorkshire di una ragazza che conosco di vista e che ogni tanto mi saluta. Sono riuscito a fermarla, l'ho rimproverata e l'ho colpita sulla pala con il giornale arrotolato; il cane l'ho recuperato incolume e l'ho riportato alla ragazza, ma non credo mi saluterà più.&lt;br /&gt;Lo specialista dice che la mia ruspa sta benone, sta solo crescendo e avverte degli stimoli nuovi, e che se non voglio che mi riempia casa di terra devo farla ricoprire. Già mi domandavo dove diavolo sarei andato a pescarle un compagno, quando mi è venuta in mente la mia collega napoletana, quella che chiacchiera tanto e che trova sempre una scusa per sedersi alla mia scrivania. Ecco, mi pare che mi abbia detto una volta (non è che la stia molto a sentire) che anche lei ha una ruspa gialla. Magari domani le chiedo di venire a cena da me.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-5938937141077882099?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/DmGVRFp_10c" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/5938937141077882099/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=5938937141077882099" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5938937141077882099?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5938937141077882099?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/DmGVRFp_10c/lamica-di-casa.html" title="L'amica di casa" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/11/lamica-di-casa.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Dk8BRHg9fSp7ImA9Wx5aGUQ.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-2964346977951314651</id><published>2010-11-17T12:10:00.006+01:00</published><updated>2010-11-17T12:54:15.665+01:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-11-17T12:54:15.665+01:00</app:edited><title>La vetrina di pre-Natale</title><content type="html">Ho letto ultimamente due cose che mi sono piaciute molto e di cui perciò mi fa piacere parlare. La prima è la raccolta di poesie, poesiole e filastrocche di Michele Triboli, giustamente noto come &lt;a href="http://www.myspace.com/msoot"&gt;cantante folk sui generis&lt;/a&gt; e come socio fondatore del progetto &lt;a href="http://poetareconipiedi.blogspot.com/"&gt;Poetare con i piedi&lt;/a&gt;. La promuovo dunque per pura amicizia o per via di legami paramafiosi? No, lo faccio invece perché si tratta di una raccolta impeccabile dal punto di vista formale - il che, a mio modo di vedere, è precondizione per parlare di poesia - e molto divertente e godibilissima nei contenuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/TOPB8QQrCOI/AAAAAAAAAV4/y5n9z7XintQ/s1600/michele%2Btriboli.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 257px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/TOPB8QQrCOI/AAAAAAAAAV4/y5n9z7XintQ/s400/michele%2Btriboli.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5540485207497050338" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Peccato solo che non abbia idea di dove si possa comprarlo. Provate a chiedere alle Edizioni Joker (&lt;a href="http://www.edizionijoker.com/"&gt;http://www.edizionijoker.com/&lt;/a&gt;). Vi assicuro che mi rammenterete e ringrazierete per l'ottimo consiglio.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda invece la prosa, ho tra le mani, grazie all'ottimo Señor Dionigi (che è peraltro l'autore di &lt;a href="http://www.liminaedizioni.it/news/dt/91/mourinho-immaginario-novit%C3%A0-in-libreria.html"&gt;questo libro&lt;/a&gt;), i "Quaderni di Lacrime di Borghetti"; vi sono raccolti numerosi post di quell'ottimo blog, tra cui uno dei miei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/TOPB8I9E03I/AAAAAAAAAVw/_EDWG6Kbm9o/s1600/lacrime%2Bdi%2Bborghetti.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 283px; height: 400px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/TOPB8I9E03I/AAAAAAAAAVw/_EDWG6Kbm9o/s400/lacrime%2Bdi%2Bborghetti.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5540485205535806322" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Non so se questa rivistola sia acquistabile, dovreste chiedere alla mail che trovate nel blog; la segnalo però perché è bello mettere su carta pensieri buttati giù per l'Internet (paiono guadagnarne di autorevolezza e verità), e approfitto per informare chi non frequentasse quel blog che recentemente sono tornato a scriverci anch'io, su un tema sempre controverso, ossia Alessandro Del Piero. Il post lo trovate qui: &lt;a href="http://lacrimediborghetti.blogspot.com/2010/11/riabilitare-del-piero.html"&gt;Riabilitare Del Piero?&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;E per il momento mi pare che ci siamo. Noi ci vediamo più tardi, ho una cosa che mi frulla in testa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/blogdipersé" rel="tag"&gt;blogdipersé&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/recensioni" rel="tag"&gt;recensioni&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-2964346977951314651?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/Ns6EG_bVDz0" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/2964346977951314651/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=2964346977951314651" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2964346977951314651?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/2964346977951314651?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/Ns6EG_bVDz0/la-vetrina-di-pre-natale.html" title="La vetrina di pre-Natale" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><media:thumbnail xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" url="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/TOPB8QQrCOI/AAAAAAAAAV4/y5n9z7XintQ/s72-c/michele%2Btriboli.jpg" height="72" width="72" /><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/11/la-vetrina-di-pre-natale.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DkYCQHs5eSp7ImA9Wx5UFUo.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-5871417281419824393</id><published>2010-10-20T13:25:00.001+02:00</published><updated>2010-10-20T13:29:21.521+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-20T13:29:21.521+02:00</app:edited><title>Il momento della fuga</title><content type="html">Era fatta. Finalmente li portavano in gita in barca, come avevano promesso da un po', e già le ragazze fremevano nei loro parei gialli e verdi, brillanti come i sorrisi nei loro occhi. Lui se ne stava lì accanto e le guardava con una smorfia delle sue, una di quelle facce che non si sa cosa vogliano dire; non possedeva una grande espressività facciale, e per questo a volte passava per misterioso e perfino per affascinante. Almeno una di quelle ragazze la pensava così, in effetti: lo si capiva dalla cortesia con cui lo trattava, dalla fretta ingenua di attaccare discorso, e da mille altri dettagli che a lui sembravano chiarissimi e che gli strappavano un sorriso, o una smorfia, o una di quelle strane facce che faceva lui.&lt;br /&gt;Lei non era né bella né brutta. Il suo viso, dai tratti gradevoli, aveva tuttavia una forma inconsueta ed eccessivamente triangolare, molto felina; il corpo, invece, era insieme florido ma sodo e robusto. La ragazza, lo si vedeva anche dal costume tecnico che indossava, praticava nuoto a livello agonistico (probabilmente per combattere la sua tendenza a mettere su peso). Tutto questo, in ogni caso, non contava: l'unica cosa che contava era allontanarsi dalla costa.&lt;br /&gt;Alla fine salirono tutti: le ragazze come ospiti, lui come loro accompagnatore. Lui, che si sentiva sempre in colpa per un sacco di cose, pensò non senza disagio che al ritorno le avrebbe lasciate senza accompagnatore, contro ogni deontologia e venendo meno all'impegno che aveva assunto. L'uomo aveva deciso, infatti, che avrebbe approfittato del bagno in mare aperto, di cui le ragazze già parlavano, per allontanarsi il necessario e lasciarsi affogare. Era già tutto stabilito da giorni; nel frattempo, partecipava con accettabile arguzia alle discussioni delle giovani.&lt;br /&gt;Quando infine si gettarono in acqua (non erano poi così lontani dalla riva, ma la distanza era comunque sufficiente), non rimase a fare capannello con la massa delle ragazze, ma seguì la sua timida innamorata che già mulinava bracciate; era un ottimo pretesto per allontanarsi, e già dopo una trentina di secondi si fermò, controllò che le altre fossero distratte e si infilò sott'acqua. Ne riemerse qualche secondo dopo, perché non è facile ammazzarsi così (dal punto di vista meccanico; moralmente, non aveva rimorsi né ripensamenti), e si preparò a tornare sotto definitivamente. Lo colpì però diretto negli occhi il sole del pomeriggio, e lo costrinse a voltare lo sguardo; davanti a lui, ora, c'era una scia bianca che si assottigliava e si perdeva sempre più, e a produrla erano le bracciate profonde e vigorose della ragazza. La osservò un attimo, i raggi del sole che scaldavano le sue braccia abbronzate e i capelli castani che uscivano a momenti dall'acqua. Nell'insieme, lei gli ricordò un gatto di bronzo che tanti anni prima faceva da fermacarte alla sua prima maestra elementare. Quel gatto di bronzo, approssimativo e bruttarello, era stato fuso - lo ricordava ancora precisamente - da qualche classe precedente nell'ambito di un laboratorio o per un esperimento. Quella ragazza somigliava in qualche maniera a quel gatto di bronzo, e lui prese a seguirne la scia.&lt;br /&gt;La raggiunse mentre riprendeva fiato, guardando la spiaggia, e l'abbracciò da dietro. Lei non disse nulla.&lt;br /&gt;Continuò ad abbracciarla anche sulla barca, al ritorno, mentre chiacchierava con le altre, e lasciò che il suo costume intero blu (un costume da vera nuotatrice), che ancora ansimava un po' all'altezza del petto, si asciugasse su di lui. La ragazza muoveva ogni tanto il fondoschiena, con discrezione, per riattizzare la sua erezione; non per malizia o per desiderio sessuale, più che altro perché gradiva quella consistenza e quella pressione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-5871417281419824393?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/0Gq_1C_9baU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/5871417281419824393/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=5871417281419824393" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5871417281419824393?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/5871417281419824393?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/0Gq_1C_9baU/il-momento-della-fuga.html" title="Il momento della fuga" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/10/il-momento-della-fuga.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;Dk4BQno-eCp7ImA9Wx5VE0s.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-1053189967105859922</id><published>2010-10-06T13:17:00.003+02:00</published><updated>2010-10-06T13:35:53.450+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-10-06T13:35:53.450+02:00</app:edited><title>Il perfetto simulatore</title><content type="html">Agli occhi delle persone che mi circondano io sto bene, sono una persona serena e sorridente, non c'è nube al mondo che possa coprire il mio sole; e non crediate che questa impressione totalmente fallace sia solo il prodotto consueto - lo vediamo tutti i giorni al telegiornale - di una conoscenza breve e superficiale, di poche parole buttate lì sul pianerottolo di casa di fronte a persone che in realtà non sanno nulla della mia vita. No, tutt'altro: più mantengono rapporti stretti e continui con me, più mi ritengono persino felice. Sospetto anzi che qualcuno dei miei parenti e amici nutra verso di me una qualche invidia: lo vedo da una minuscola increspatura nei loro sorrisi, da un'opacità nei loro sguardi. Il diavolo, com'è noto, è nei dettagli, e da quelli è individuabile; ma il demonio è anche stupido e perdente, e in effetti le gelosie che esso ha instillato nei miei confronti sono ridicole e basate sul nulla.&lt;br /&gt;Io sono in realtà una persona molto infelice. I miei numerosi progetti si sono rivelati dei fallimenti, sfasciandosi sugli scogli della realtà come imbarcazioni sbattute dalla tempesta; i miei sogni, d'altra parte, sono sempre rimasti vuoti, a terra, e mai è giunto un vento propizio a soffiarci dentro, a riempirli, a farli salpare per le loro sognate destinazioni. Quanto alle speranze, mi pare di non averne neanche più; e questa stravaganza è il sintomo più evidente della mia disumanità, della mia distanza dal mondo, della mia voglia di morire.&lt;br /&gt;L'unica cosa che mi rimane di umano è l'ambizione. La mia, d'altronde, è un'ambizione piccola e piuttosto limitata, riconducibile a quella classica che appartiene alla maggior parte degli uomini e che consiste nel voler fare bella figura con i nostri simili. Io, più modestamente, mi accontento di non farli soffrire; quello che chiedo alla mia esistenza, di per sé ormai inutile e assolutamente incapace di regalarmi qualsiasi soddisfazione, è che essa distribuisca a chi viene in contatto con me un po' di gioia, di tranquillità, di pace. Solo questo obiettivo e questo scrupolo mi frenano dall'impiccarmi; non credo, infatti, che le conseguenze della mia vita abbiano termine con la morte e che tutto il resto non debba più interessarmi. Penso invece, sono convinto che il dolore è persistente e stagnante, e che esso, gocciolando dalle disgrazie umane, si insinui a fondo nelle vite degli altri, le contamini e le avveleni. E non voglio arrogarmi il diritto di portare ad altri un dolore che non hanno chiesto, fuggendo dal mio posto in battaglia e causando la sconfitta e la rovina dei miei vicini di scudo. Però neanche voglio restare e partecipare a una guerra che ho già perduto.&lt;br /&gt;La soluzione che ho escogitato per ovviare a questo problema è piuttosto semplice: sono passato dal fotografo, l'altro giorno, e gli ho chiesto di fotografarmi in costume da bagno e poi di farne una gigantografia che rispettasse le mie reali proporzioni. Lui, piuttosto sbigottito, ha comunque adempiuto al proprio compito. Io ho pagato, l'ho ringraziato e me ne sono tornato a casa. Lì mi era rimasta da compiere soltanto la seconda parte del mio piano, ossia cucire quella gigantografia su un grande asciugamano da mare. La mia immagine sorridente e serena su di esso, nella mia idea, dovrà infatti servire a coprirmi quando mi getterò dal terrazzo di casa mia. In questo modo i vicini, guardando verso il basso, mi vedranno felice, intento a prendere il sole su quel telo; e sotto quel sudario ci sarà invece il mio corpo, il volto frantumato e reso irriconoscibile dall'impatto col terreno, i miei tratti che qualcuno ha giudicato gradevoli, di cui si sono perfino innamorati, perduti per sempre, mentre gli organi interni saranno una sola inconsistente poltiglia, come nevischio sulla via del disgelo. Ma l'importante è che io paia star bene, ancora e per l'ultima volta.&lt;br /&gt;Sto finendo di cucire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-1053189967105859922?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/z03Jz7edsRU" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/1053189967105859922/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=1053189967105859922" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/1053189967105859922?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/1053189967105859922?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/z03Jz7edsRU/il-perfetto-simulatore.html" title="Il perfetto simulatore" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/10/il-perfetto-simulatore.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUAGSX06eyp7ImA9Wx5WF0s.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-8242608641274319631</id><published>2010-09-29T15:39:00.001+02:00</published><updated>2010-09-29T15:42:08.313+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-09-29T15:42:08.313+02:00</app:edited><title>Racconti che piacciono ai bambini-Volume I</title><content type="html">Alfio è una merda con le gambe. Sono gambe piccole e nere, ma ad Alfio quelle gambette vanno benissimo. Dove abita lui, a Merdopoli, tutte le merde hanno le gambe, portano il capello, e quando si incontrano per strada lo tolgono cerimoniosamente, lanciandosi a vicenda dei pezzetti di merda. Per fortuna non c'è gente troppo formale, a Merdopoli, anzi, non c'è proprio gente; ci sono solo merde come Alfio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Merdopoli tutte le merde portano i pantaloni, e ci mancherebbe altro. Per tenerli su, usano tutti delle cinture grigiette o beige, che stringono e stringono finché un po' di merda non deborda; quand'è così, è segno che va bene: allora le merde possono dare un bacio alla propria consorte e uscire di casa per recarsi al lavoro (la moglie resta lì, si infila dei guanti di plastica e si mette a pulire e riordinare. Per quanto si possa pulire una casa abitata da merde). Alfio, invece, che è un tipo anticonformista, porta le bretelle. Solo che le merde, di norma, hanno le spalle cadenti come Pavel Nedved, e Alfio non faceva eccezione a questa regola. Perciò si è messo a fare palestra, ha sporcato un sacco di bilanceri e ora ha delle belle spalle larghe, di merda soda, che reggono benissimo le sue bretelle rosse. Alfio è fierissimo delle sue spalle, delle sue bretelle, e anche delle sue camicie abbastanza immacolate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;***&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un giorno Alfio va in gita ad Urbino, con la fidanzata e alcune altre merde. Lui vorrebbe andare alla Galleria Nazionale, ma alla biglietteria gli fanno storie, con la solita scusa che è una merda e potrebbe andare in giro a tocchicciare. Allora Alfio fa giustamente notare che è pieno di gente che entra e magari ha le mani sporche; ma in una Pinacoteca si guarda con gli occhi, mica con le mani, e poi c'è il personale in sala appunto per evitare questo genere di problemi. Quelli della biglietteria un po' annuiscono, un po' mugugnano, un po' fanno le facce; Alfio, scocciato, se ne va, entra in un bar e ordina un caffè. Il barista lo guarda, mugugna, fa le facce; poi però i soldi li prende, anche se sono sporchi di merda. Alfio se ne va, sbuffando un poco. Il mondo visto da una merda è ingiusto e pieno di ipocrisia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-8242608641274319631?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/vS7YLUf6vAk" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/8242608641274319631/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=8242608641274319631" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8242608641274319631?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/8242608641274319631?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/vS7YLUf6vAk/racconti-che-piacciono-ai-bambini.html" title="Racconti che piacciono ai bambini-Volume I" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/09/racconti-che-piacciono-ai-bambini.html</feedburner:origLink></entry><entry gd:etag="W/&quot;DUcBR3Y4fCp7ImA9Wx5WEUs.&quot;"><id>tag:blogger.com,1999:blog-30389966.post-4706138830300366635</id><published>2010-09-22T16:46:00.001+02:00</published><updated>2010-09-22T16:50:56.834+02:00</updated><app:edited xmlns:app="http://www.w3.org/2007/app">2010-09-22T16:50:56.834+02:00</app:edited><title>Un viaggio in treno</title><content type="html">Fin dall'inizio del viaggio il ragazzino aveva notato la bottiglietta d'acqua mezza piena (o mezza vuota) sul ripiano alla sua sinistra; né d'altra parte poteva essere altrimenti, visto che non c'era niente altro da notare, in quel treno semivuoto e triste, lanciato in mezzo al grigio di una domenica autunnale, su cui stavano pochi passeggeri addormentati e silenziosi.&lt;br /&gt;Ovviamente adesso aveva sete. Aveva sete probabilmente perché vedeva la bottiglia, non per mancanza di liquidi; e poi perché non c'era nient'altro da fare e nessuno con cui parlare. Peccato che i suoi genitori gli avessero sempre detto di fare attenzione a toccare le cose abbandonate da qualche estraneo; e se la cosa valeva per il semplice "toccare", tanto più, gli sembrava, avrebbe dovuto evitare di bere l'acqua altrui. Chissà cosa poteva esserci, in quell'acqua; chissà quali potenti droghe, quali malattie, che sapore cattivo poteva nascondere. Allora il ragazzino che faceva per la prima volta quel viaggio da solo (tornava da una breve vacanza, l'ultima prima di un nuovo anno di scuola, passata in casa di certi parenti) decise solennemente che non avrebbe bevuto e che avrebbe dormito o guardato il paesaggio.&lt;br /&gt;Ma a quell'età la mattina non si ha sonno, e poi la zia gli aveva anche fatto un caffellatte, che a casa non poteva bere; e fuori dal finestrino, nel panorama che il ragazzino osservò attentamente con la faccia schiacciata contro il vetro, era tutto grigio, noioso, liquido, e faceva venire voglia di bere. Perciò il ragazzino bevve, sentendosi vagamente costretto dall'enorme arsura che lo attanagliava e dalla mancanza di alternativa. Bevve un sorso, e vide il suo corpo ancora bambino trasformarsi: per prima cosa, la pelle divenne dura e color bronzo, come quella di certi insetti particolarmente coriacei (quelli che fanno meno schifo, perché non sono viscidi); le mani mutarono in sorta di potentissime chele, mentre lo sterno si gonfiò e si proiettò in avanti, lucido. Il ragazzino si rese conto che quel sorso lo aveva trasformato in un enorme scarabeo seduto in treno.&lt;br /&gt;Poi ne bevve un secondo, perché aveva ancora sete. La trasformazione iniziata continuò, ma con una certa coerenza: le forme del corpo rimasero le stesse, soltanto si riempirono di luce. Lo scheletro duro, lucido e quasi metallico del ragazzo-scarabeo si fece cristallino e luminoso; questi allora volò attraverso il finestrino sulle città nebbiose traversate da quel treno, ne seguì per lungi tratti la corsa, poi se ne distaccò buttandosi in picchiata nelle piazze medievali, disturbando i piccioni e lasciando stupefatti i vecchietti riuniti per le chiacchiere domenicali. Infine il mostro rientrò in treno dal medesimo finestrino, si mise a pensare seriamente al difficile destino che l'attendeva (lui scarabeo in una famiglia e in una scuola fatte interamente di persone normali), poi s'addormentò; qualche minuto più tardi, una leggera pressione del controllore sulla sua spalla luminosa di gigantesco scarabeo antropomorfo bastò a svegliarlo e a scacciare gli effetti dell'acqua bevuta. Il ragazzino, un po' intontito dal sonno, tornò umano e mostrò il proprio biglietto al ferroviere.&lt;br /&gt;Di nuovo lucido, decise che avrebbe rintracciato quel ferroviere e lo avrebbe ringraziato mille volte per averlo salvato dal triste destino di insetto luminoso; poi arrivò a casa, disfece la valigia e la sera guardò il Milan. Il giorno stesso e per sempre si dimenticò dell'intera vicenda e del controllore da ringraziare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="technoratitag"&gt;categorie: &lt;a href="http://del.icio.us/tamaszurlo/raccontini" rel="tag"&gt;raccontini&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/30389966-4706138830300366635?l=gattusometro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/gattusometro/~4/fvDSiWCmBoQ" height="1" width="1"/&gt;</content><link rel="replies" type="application/atom+xml" href="http://gattusometro.blogspot.com/feeds/4706138830300366635/comments/default" title="Commenti sul post" /><link rel="replies" type="text/html" href="http://www.blogger.com/comment.g?blogID=30389966&amp;postID=4706138830300366635" title="0 Commenti" /><link rel="edit" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/4706138830300366635?v=2" /><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.blogger.com/feeds/30389966/posts/default/4706138830300366635?v=2" /><link rel="alternate" type="text/html" href="http://feedproxy.google.com/~r/gattusometro/~3/fvDSiWCmBoQ/un-viaggio-in-treno.html" title="Un viaggio in treno" /><author><name>tamas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/09683232970326188929</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel="http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail" width="22" height="32" src="http://2.bp.blogspot.com/_KHnX-1zGWxI/SyJhXHDZY4I/AAAAAAAAASc/Vj0VVddYHFE/S220/gaucci.miniatura.jpg" /></author><thr:total>0</thr:total><feedburner:origLink>http://gattusometro.blogspot.com/2010/09/un-viaggio-in-treno.html</feedburner:origLink></entry></feed>

