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	<title>Memorie di un giovane cinefilo</title>
	
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	<description>Il cineblog di kekkoz</description>
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		<title>Spellbound, Hwang In-ho 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 13:12:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kekkoz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spellbound / Chilling Romance* (O-ssak-han Yeon-ae) di Hwang In-ho, 2011 Tra gli aspetti che mi colpirono subito del cinema sudcoreano, quando cominciai a interessarmene, c&#8217;era la capacità di mescolare i generi e soprattutto i registri con sfrontatezza, entusiasmo e qualche volta persino con coraggio. Spellbound in tal senso si racconta molto facilmente: è in tutto e per&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/18/spellbound-hwang-in-ho-2011/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" src="http://24.media.tumblr.com/tumblr_m45ye7INLH1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" width="100" height="142" />Spellbound / Chilling Romance* <em>(O-ssak-han Yeon-ae)</em></strong><br />
<strong>di Hwang In-ho, 2011</strong></p>
<p>Tra gli aspetti che mi colpirono subito del cinema sudcoreano, quando cominciai a interessarmene, c&#8217;era la capacità di mescolare i generi e soprattutto i registri con sfrontatezza, entusiasmo e qualche volta persino con coraggio. <em>Spellbound</em> in tal senso si racconta molto facilmente: è in tutto e per tutto una commedia romantica, tipicamente coreana, ma è anche una tenebrosa <em>ghost story</em>, ben inserita nella recente tradizione del <em>k-horror</em>. L&#8217;ostacolo alla storia d&#8217;amore tra l&#8217;illusionista Jo-Goo e la solitaria assistente Yeo-Ri è infatti un particolare talento di quest&#8217;ultima: <em>vede la gente morta</em>. E chiunque le stia troppo vicino rischia di diventarne vittima.</p>
<p>Hwang In-ho, sceneggiatore al suo esordio dietro la macchina da presa, riesce con mano sicura a far convivere le due anime del film: da una parte il <em>romance</em>, declinato sia nella forma più comica e buffa sia in quella più melodrammatica; dall&#8217;altra il fantastico, con alcune sequenze che, pur con leggerezza, non hanno molto da invidiare a cugini horror meno allegri. &#8220;In un film del terrore la protagonista non si innamora mai perché se avesse qualcuno accanto non avrebbe più paura&#8221;, si dice nel film; perché Hwang non si limita a giocare con le convenzioni (capelli lunghi neri, rancori, bambini pallidi) e inserisce nella stessa sceneggiatura i meccanismi che danno vita al film &#8211; lui è appassionato di commedie con lieto fine, lei risponde &#8220;la mia vita assomiglia più a un horror&#8221; &#8211; scoprendo quindi tutte le carte, fin dallo spettacolo a tema con cui Jo-Goo ha ottenuto il successo.</p>
<p><em>Spellbound</em> è un film bizzarro e tenerissimo che salta da un tono all&#8217;altro con naturalezza e brio, rinforzato da una produzione perfetta, da dialoghi davvero divertenti e da due attori (soprattutto la graziosa Son Ye-Jin di <em>My Wife Got Married</em>) che affrontano i loro ruoli con senso dell&#8217;umorismo, oltre che con bravura. Insomma, un piacevolissimo film che nel suo piccolo contiene tutta la vitalità del cinema sudcoreano.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/2HTxk13yP3M" frameborder="0" width="500" height="320"></iframe></p>
<p><em>Uscito nel dicembre 2011 in patria, il film è stato un buon successo commerciale anche grazie (pare) al passaparola su Internet: ottavo film coreano dell&#8217;anno e quattordicesimo nella classifica complessiva degli incassi.</em></p>
<p><em>Per chi non ha problemi con la Regione 3, è disponibile nell&#8217;edizione <a href="http://www.yesasia.com/global/spellbound-dvd-first-press-limited-edition-korea-version/1030767726-0-0-0-en/info.html" target="_blank">dvd coreana</a>.</em></p>
<p><em>* il film è conosciuto all&#8217;estero con entrambi i titoli: &#8220;Spellbound&#8221; è quello internazionale, &#8220;Chilling Romance&#8221; è la traduzione letterale dell&#8217;originale</em></p>
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		<title>The Woman in Black, James Watkins 2012</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 14:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kekkoz</dc:creator>
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		<category><![CDATA[regno unito]]></category>

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		<description><![CDATA[The Woman in Black di James Watkins, 2012 Un horror inglese prodotto dalla Hammer, una volta abituatisi alla melodia della frase, sembra davvero un caso di condizioni produttive che influenzano artisticamente un&#8217;opera. Dopotutto, per sua stessa natura il film di James Watkins, alla sua seconda prova come regista dopo Eden Lake, sembra presentarsi come erede&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/15/the-woman-in-black-james-watkins-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://24.media.tumblr.com/tumblr_m42hlcgoua1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" width="100" height="148" /><strong>The Woman in Black</strong><br />
<strong>di James Watkins, 2012</strong></p>
<p>Un horror inglese prodotto dalla Hammer, una volta abituatisi alla melodia della frase, sembra davvero un caso di condizioni produttive che influenzano artisticamente un&#8217;opera. Dopotutto, per sua stessa natura il film di James Watkins, alla sua seconda prova come regista dopo <em>Eden Lake</em>, sembra presentarsi come erede ufficiale di una lunga tradizione, quella di uno dei marchi per eccellenza del cinema di genere. Un horror d&#8217;altri tempi, insomma, volutamente desueto e &#8220;analogico&#8221;, in cui il montaggio sonoro e il make-up, le silhouette e la nebbia sono ben più funzionali degli effetti speciali odierni per provocare emozioni e spaventi. Il film non fa nulla per allontanare questa impressione: tratto da un libro di Susan Hill di una trentina d&#8217;anni fa e ambientato nella provincia inglese all&#8217;inizio del secolo scorso, è un ricettario, compiuto e piuttosto godibile, della <em>ghost-story</em> britannica che trae il massimo vantaggio da una sceneggiatura (di Jane Goldman, collaboratrice di Matthew Vaughn fin da <em>Stardust</em>) semplice e anch&#8217;essa volutamente inattuale e da una fotografia (di Tim Maurice-Jones, ex sodale di Guy Ritchie) che utilizza in modo intelligente la peculiare ambientazione storica e geografica. Curiosamente, il film non ha il suo culmine nella parte finale ma in una tesa e lunghissima sequenza centrale (quella in cui Arthur passa la notte nella casa stregata), perfetta antologia di trucchi e stilemi del genere, dalle apparizioni improvvise ai classici minacciosi scricchiolii. Verso la fine il film finisce per prendersi un po&#8217; troppo sul serio, rinuncia a un po&#8217; della sua gradevolissima obsolescenza (talvolta sembra persino strizzare l&#8217;occhio al <em>j-horror</em>) e chiude in modo poco convincente; ma rimane un suggestivo esercizio di stile, che peraltro permette al bravo Daniel Radcliffe il primo passo di una &#8211; probabilmente ardua &#8211; fuga dalla maledizione del <em>typecasting</em>.</p>
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		<title>Quella casa nel bosco (The Cabin in the Woods), Drew Goddard, 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 17:18:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quella casa nel bosco (The Cabin in the Woods) di  Drew Goddard, 2011 Chi si diletta scrivendo di film, e talvolta anche chi ci si guadagna da vivere, viene messo periodicamente di fronte a un piccolo dilemma: quanto raccontare della trama? In che modo? Con quale precisione? Dove finisce una premessa narrativa e inizia uno&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/13/quella-casa-nel-bosco-the-cabin-in-the-woods-drew-goddard-2011/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" src="http://28.media.tumblr.com/tumblr_m3ste6EdFU1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" width="100" height="148" />Quella casa nel bosco <em>(The Cabin in the Woods)</em></strong><br />
<strong>di  Drew Goddard, 2011</strong></p>
<p>Chi si diletta scrivendo di film, e talvolta anche chi ci si guadagna da vivere, viene messo periodicamente di fronte a un piccolo dilemma: quanto raccontare della trama? In che modo? Con quale precisione? Dove finisce una premessa narrativa e inizia uno &#8220;spoiler&#8221;? E soprattutto: ha davvero senso? La risposta, come spesso accade con questi argomenti, suona più o meno: <em>dipende</em>. Proprio per questo, scrivere di <em>Quella casa nel bosco</em> è un&#8217;impresa davvero atipica. Non tanto perché Drew Goddard o il produttore e co-sceneggiatore Joss Whedon abbiano chiesto a tutti e a più riprese di non raccontare nulla, ma perché il film si configura in modo tale per cui sarebbe davvero un peccato non accontentarli.</p>
<p>Ci sono indubbiamente modalità, anche online, entro le quali si può dare per scontata la visione del film e discutere fino in fondo delle sue implicazioni; non credo però che questo post sia il luogo adatto. Per quanto mi riguarda, il modo migliore di parlarne sarà quindi di parlarne il meno possibile, consigliandolo ad amici che potrebbero essere in grado di apprezzarlo &#8211; voi tutti inclusi, va da sé &#8211; limitandomi a spiegare loro che <em>Quella casa nel bosco</em> è tutt&#8217;altro e molto più che un horror su una casa in un bosco.</p>
<p>Nel frattempo, a vostro rischio e pericolo, un elenco di cose che <em>forse</em> si possono dire:</p>
<ul>
<li>Goddard e Whedon sono riusciti a trovare un equilibrio straordinario tra riflessione sul genere e la messa in scena del genere stesso. <em>The Cabin in the Woods</em> funziona insomma benissimo sia come film fantastico che come esercizio metanarrativo, e non sacrifica mai fino in fondo il puro divertimento per il gioco intellettuale o lo sberleffo.</li>
<li>la brillante sceneggiatura è il punto di forza assoluto del film, non soltanto per il modo in cui è strutturata, ma per la ricchezza di dialoghi acuti e spesso esilaranti, per come centellina i dettagli di ogni situazione fino a rivelarla in tutta la sua natura, per la naturalezza con cui riesce a manovrare registri diametralmente opposti.</li>
<li>nonostante il budget relativamente ridotto (circa 12 milioni) la confezione è curatissima; la fotografia è a cura di Peter Deming, quello di <em>Mulholland Drive.</em></li>
<li>il motivo per cui è meglio che non sappiate niente non ha veramente a che fare con veri <em>twist</em> narrativi, con i più classici &#8220;colpi di scena&#8221;, come spesso accade nei film che vi chiedono di non essere raccontati. In verità, saprete di cosa si tratta entro pochi minuti. A quel punto non vi resterà che godervi lo spettacolo.</li>
<li>è un film più intelligente e divertente che realmente spaventoso: non abbiate timore.</li>
<li>per gli amanti di cinema horror invece si tratta di un passaggio obbligato: al di là delle conclusioni in sé a cui giunge attraverso lo sviluppo della trama, il film è realizzato pensando a loro, con un gusto per il dettaglio e per la citazione che obbligherà a ripetere la visione più e più volte. Lo faremo ben volentieri.</li>
<li><em>Quella casa nel bosco</em> è uno spasso tale che, se anche io volessi prendermi il lusso di dirvi il perché e il percome, non saprei davvero dove cominciare.</li>
</ul>
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		<title>Dark Shadows, Tim Burton 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 10:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kekkoz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dark Shadows di Tim Burton, 2012 Da qualche anno a questa parte, quando si parla di Tim Burton è bene specificare da quale parte della barricata ci si trovi. L&#8217;orribile Alice in Wonderland da una parte e il meraviglioso Big Fish dall&#8217;altra sono forse gli unici due suoi film degli ultimi 15 anni a mettere&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/10/dark-shadows-tim-burton-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft" src="http://27.media.tumblr.com/tumblr_m3stfcP2XQ1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" width="100" height="148" />Dark Shadows</strong><br />
<strong>di Tim Burton, 2012</strong></p>
<p>Da qualche anno a questa parte, quando si parla di Tim Burton è bene specificare da quale parte della barricata ci si trovi. L&#8217;orribile <em>Alice in Wonderland</em> da una parte e il meraviglioso <em>Big Fish</em> dall&#8217;altra sono forse gli unici due suoi film degli ultimi 15 anni a mettere d&#8217;accordo quasi tutti: per il resto, molti suoi fan nel corso del tempo si sono allontanati a causa di alcuni titoli che avrebbero &#8220;tradito&#8221; il cuore più amato della sua filmografia, diventando ripetitivi, meccanici e fasulli. Giusto per capirci, io me ne resto dall&#8217;altra parte della barricata: per esempio, considero <em>Sweeney Todd</em> un grande musical sanguinario penalizzato forse da musiche poco più che mediocri, <em>La Sposa Cadavere</em> era il mio &#8220;numero tre&#8221; tra i film usciti nel 2005, <em>La Fabbrica di Cioccolato</em> e <em>Planet of the Apes</em> sono due film riusciti solo a metà ma troppo spesso ingiustamente maltrattati. Difendere Tim Burton però non è un&#8217;impresa semplice, richiede dedizione e pazienza, anche perché il regista americano non fa nulla per distanziarsi dalle manie che gli vengono attribuite.</p>
<p>Mi piace immaginare, anche se sono già del tutto certo che non accadrà, che <em>Dark Shadows</em> possa tornare a riportare la pace tra difensori e detrattori. Tratto da una &#8220;soap con vampiri&#8221; degli anni settanta, un curioso oggetto vintage quasi del tutto dimenticato e riesumato con un affetto privo di eccessiva riverenza, il film è infatti davvero un gran divertimento. Al di là di una gestione dei registri forse un po&#8217; pasticciata &#8211; ma quantomeno trascinata da una vivacità che Burton sembrava aver perduto &#8211; sa giocare con i cliché del <em>period movie</em> e con quelli dello stesso gotico burtoniano, mescolando in modo inusuale i consueti omaggi cinefili agil stilemi della soap opera televisiva. Lo sceneggiatore Seth Grahame-Smith, diventato una penna richiestissima dopo il caso di <em>Pride and Prejudice and Zombies</em>, non si preoccupa troppo di nascondere le metafore agli occhi del pubblico e preferisce sfoggiare una repertorio comico da <em>time travel </em>che sfrutta ogni variante della sua premessa (l&#8217;uomo settecentesco alle prese con le bizzarrie degli anni settanta) e porta con sé dalla sua esperienza letteraria una straordinaria dote &#8211; quella di non prendersi mai del tutto sul serio, anche al momento della resa dei conti. Una dote di cui, dopo il ridicolo involontario di <em>Alice</em>, si sentiva il bisogno come dell&#8217;aria.</p>
<p>Dal canto suo, il ricchissimo cast riesce a compiere l&#8217;impresa più ardua che gli veniva richiesta, ovvero quella di arginare l&#8217;ingombrante presenza di Johnny Depp. Se l&#8217;attore è certamente ancora popolarissimo ed è la &#8220;star&#8221; attraverso cui il film viene venduto al pubblico in tutto il mondo, non c&#8217;è dubbio che nel tempo sia diventato il maggior argomento d&#8217;attacco nei confronti dei film più recenti di Burton. E non sempre a torto. Risaputo make-up a parte, Depp fa il suo lavoro con classe e abnegazione, ma in <em>Dark Shadows</em> c&#8217;è ben altro: Michelle Pfeiffer, che comprende meglio di tutti gli altri come funziona il linguaggio di una soap, e recita di conseguenza; Helena Bonham Carter, che prima di essere la musa del regista è un&#8217;attrice con una mimica strepitosa e un invidiabile intuito comico; Chloe Moretz, che si impegna un po&#8217; troppo ma all&#8217;occorrenza sa riscattarsi; la graziosa Bella Heathcote, che con quella faccia non poteva che finire nei panni dell&#8217;eroina emaciata in un film di Tim Burton. Ma soprattutto c&#8217;è Eva Green: grazie a lei la biondissima e demoniaca Angelique Bouchard è il personaggio più riuscito del film e tra i più memorabili della filmografia burtoniana, ruba la scena a tutti ogni secondo in cui è in campo con una bellezza abbagliante e un sorriso perfido e malefico. Un amore a seconda vista.</p>
<p>Tra gli aspetti che colpiscono di più in <em>Dark Shadows</em> c&#8217;è però sicuramente la magnificenza visiva, che ne fa uno dei film di Burton più &#8220;belli a vedersi&#8221;: il direttore della fotografia Bruno Delbonnel ha alle spalle un curriculum davvero notevole (da <em>Amelie</em> al <em>Principe Mezzosangue</em> fino al <em>Faust</em> di Sokurov) e qui conferma la sua enorme bravura e la sua elasticità assecondando le visioni del regista (per dirne una, il fantasma di Josette arriva dritto dalla <em>Sposa Cadavere</em>) non limitandosi a riempire il film di carrelli e dolly virtuosistici ma facendo respirare un senso di cura quasi ossessiva per ogni singola inquadratura, dalla saturazione dei colori alla posizione dei corpi e degli oggetti nello spazio, che lascia spesso ipnotizzati &#8211; e che richiede di essere goduta sul grande schermo. Splendente superficie senza alcuna profondità? Non proprio. Si potrà obiettare che <em>Dark Shadows</em> è più che altro un gioco, a tratti volutamente sciocco, che a volte sacrifica il pathos per una (buona) risata: ma è anche un film in cui Burton recupera una spontaneità, un equilibrio nella gestione tecnico-artistica e un senso dell&#8217;umorismo che non gli riconoscevamo da tempo, nonostante l&#8217;impegno preso per difendere la sua buona fede. La barricata resta alta, vedrete, ma stavolta non avrebbe nemmeno bisogno del nostro aiuto.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://static.screenweek.it/2012/3/15/eva-green-dark-shadows-movie-image-4-600x337.jpg" alt="" width="500" height="281" /></p>
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		<title>21 Jump Street, Phil Lord &amp; Chris Miller 2012</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 14:22:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kekkoz</dc:creator>
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		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>

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		<description><![CDATA[21 Jump Street di Phil Lord &#38; Chris Miller, 2012 &#8220;Teenage the fuck up!&#8221; Negli ultimi anni, molti film hanno cercato di riportare sullo schermo la migliore tradizione dei buddy movie polizieschi. Il tentativo è sempre più o meno lo stesso: fare una commedia che non sia una parodia ma dove funzioni anche il lato puramente&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/09/21-jump-street-phil-lord-chris-miller-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://25.media.tumblr.com/tumblr_m3p2wbe6qs1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" /><strong>21 Jump Street</strong><br />
<strong>di Phil Lord &amp; Chris Miller, 2012</strong></p>
<p><em>&#8220;Teenage the fuck up!&#8221;</em></p>
<p>Negli ultimi anni, molti film hanno cercato di riportare sullo schermo la migliore tradizione dei <em>buddy movie </em>polizieschi. Il tentativo è sempre più o meno lo stesso: fare una commedia che non sia una parodia ma dove funzioni anche il lato puramente <em>action</em>. I risultati sono alterni: ha fallito Kevin Smith con il suo <em><a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2010/07/20/poliziotti-fuori-kevin-smith-2010/" target="_blank">Cop Out</a></em>, è andata decisamente meglio ad Adam McKay e Will Ferrell in <em><a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2010/11/17/the-other-guys-adam-mckay-2010/" target="_blank">The Other Guys</a></em>. Ma se <em>Hot Fuzz</em> di Edgar Wright rimane un modello insuperato da imitare, <em>21 Jump Street</em> è forse il film che si avvicina di più al suo equilibratissimo miscuglio di omaggio affettuoso e divertimento puro.</p>
<p>Chi avrebbe mai scommesso su un film come <em>21 Jump Street</em>? Un lungometraggio tratto da una serie tv conclusa più di vent&#8217;anni fa e che solitamente viene ricordata per aver lanciato Johnny Depp? Peraltro un film <em>comedy</em> tratto da una serie <em>drama</em>? E tutto ciò dopo il disastro (artistico, si intende) dello <em>Starsky &amp; Hutch</em> di Todd Phillips? Per fortuna a scrivere il film c&#8217;è Michael Bacall, che viene &#8211; guarda il caso &#8211; da <em>Scott Pilgrim </em>di Wright, e per fortuna a dirigere ci sono Phil Lord e Chris Miller, ex ragazzi-prodigio della tv, responsabili del sorprendente film d&#8217;animato <em>Piovono Polpette</em>. Insomma, poteva essere l&#8217;ennesima sciocchezza ridanciana prodotta in un clima di zero creatività in cui finisce a scavare nei fondi di magazzino della cultura televisiva americana (vedi alla voce <em>Land of the Lost</em>); invece, a sorpresa, <em>21 Jump Street</em> è uno dei film più esilaranti della stagione.</p>
<p>In parte anche perché è completamente consapevole del tipo di operazione che rappresenta, lo fa presente fin dalle primissime battute, e se non perde l&#8217;occasione per sottolineare ogni cliché (un esempio per tutti, il capitano della squadra degli infiltrati che si presenta dicendo &#8220;I know what you&#8217;re all thinking: Angry Black Captain!&#8221;) non li ridicolizza mai fino in fondo ma in qualche modo li abbraccia, come si fa con un vecchio amico a cui si vuole bene nonostante tutto. L&#8217;arrivo dei due poliziotti infiltrati nella <em>high school</em> è poi l&#8217;occasione per ribaltare in modo geniale gli stereotipi del liceo americano: leggere fumetti è diventato popolare, essere un <em>jock</em> manesco ti condanna all&#8217;emarginazione sociale. Cos&#8217;è successo nel frattempo? &#8221;Fuck you, Glee!&#8221; risponde Channing Tatum.</p>
<p>Uno dei meriti maggiori di <em>21 Jump Street</em> è stato proprio intuire, portare alla luce e sfruttare fino in fondo il potenziale comico di &#8220;COLLO&#8221; Tatum, tutt&#8217;altro che mera spalla dell&#8217;ormai navigato e qui dimagritissimo Jonah Hill: i due formano una coppia comica perfetta e capace di autentiche meraviglie &#8211; con il supporto di un ricco cast di contorno tra cui spiccano Dave Franco, Ice Cube, Ellie Kemper, Rob Riggle e l&#8217;adorabile Brie Larson. Bacall e il duo di registi ci mettono tutto il resto: da una parte una lista interminabile di dialoghi incredibilmente spassosi e immediatamente citabili (&#8220;stop fuckin&#8217; with Korean Jesus! He&#8217;s busy with korean shit!&#8221;), dall&#8217;altra una cura superiore alla media delle sequenze più movimentate (che siano inseguimenti, sparatorie o viaggi lisergici sotto effetto di droghe sintetiche) che a tratti  ricordano proprio il mondo cartoonesco dentro cui Lord &amp; Miller si sono fatti le ossa.</p>
<p>Una gran bella sorpresa.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/K6AbinnjrrA" frameborder="0" width="500" height="250"></iframe></p>
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		<title>Scialla!, Francesco Bruni 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 12:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kekkoz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scialla! di Francesco Bruni, 2011 In un&#8217;annata non troppo entusiasmante per il cinema italiano, Scialla! ha saputo difendersi piuttosto bene, a partire dalla vittoria (scontata) di Controcampo Italiano a Venezia, col favore di molta critica, a quella del David come miglior regista esordiente. In verità, come sappiamo bene, Bruni è tutt&#8217;altro che un &#8220;esordiente&#8221;: ha scritto&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/09/scialla-francesco-bruni-2011/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://26.media.tumblr.com/tumblr_m3p2tjx5zZ1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" /><strong>Scialla!</strong><br />
<strong>di Francesco Bruni, 2011</strong></p>
<p>In un&#8217;annata non troppo entusiasmante per il cinema italiano, <em>Scialla!</em> ha saputo difendersi piuttosto bene, a partire dalla vittoria (scontata) di Controcampo Italiano a Venezia, col favore di molta critica, a quella del David come miglior regista esordiente. In verità, come sappiamo bene, Bruni è tutt&#8217;altro che un &#8220;esordiente&#8221;: ha scritto tutti i film del suo amico Paolo Virzì, quasi tutti quelli di Mimmo Calopresti. <em>Scialla!</em>, uscito giusto in tempo per il suo cinquantesimo compleanno, è la sua opera prima dietro la macchina da presa, ma vent&#8217;anni di lavoro non si cancellano in un soffio: per questo motivo, ben più della messa in scena (anche se la fotografia del veterano Arnaldo Catinari ha qualche buona intuizione, soprattutto intorno al personaggio di Luca) al centro del film c&#8217;è il soggetto, in cui un ex professore disilluso e sciatto scopre la vera identità del ragazzetto a cui dà ripetizioni di lettere. Qualche volta la sceneggiatura scopre troppo le carte, rivelando uno scheletro narrativo rigidissimo, ma alcuni dialoghi hanno un&#8217;invidiabile freschezza &#8211; anche grazie all&#8217;ottima intesa tra il giovane Filippo Scicchitano e Fabrizio Bentivoglio, che sfoggia un accento veneto forzato ma stranamente sensato &#8211; ed è vincente a modo suo la scelta di Bruni di mantenere per tutta la durata del film un registro così lieve, pressoché inoffensivo, da qualunque punto di vista lo si guardi. Così, persino gli ostacoli più violenti finiscono per risultare tutt&#8217;altro che minacciosi: dalla sua, il gangster colto cinefilo è una buona vecchia idea, giusto a un passo dalla macchietta (ma Vinicio Marchioni se la cava, e c&#8217;è pure spazio per una in-joke su <em>Romanzo Criminale</em>), peccato che poi finisca per diventare il <em>deus ex machina</em> di turno. <em>Scialla!</em> è un film che, se non graffia né va in profondità, almeno lo fa per sua stessa scelta: la sua preoccupazione è quella di raccontare una storia semplice e sensibile, priva di sensazionalismi e di rischi, con un umorismo quieto e abbastanza insolito per la commedia italiana. Nonostante tutto, ci riesce abbastanza bene. In fondo è un&#8217;opera prima. Il ragazzo si farà.</p>
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		<title>Chronicle, Josh Trank 2012</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:48:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chronicle di Josh Trank, 2012 Negli ultimi anni, si è diffusa in modo capillare, soprattutto nel cinema fantastico e nel cinema horror, la moda del cosiddetto found footage; un artificio tecnico e narrativo al tempo stesso attraverso il quale si possono anche compensare, magari in modo autoriflessivo, le proprie ristrettezze di budget. Sono però pochi (e quasi&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/05/08/chronicle-josh-trank-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://24.media.tumblr.com/tumblr_m3p2sxO3Id1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" /><strong>Chronicle</strong><br />
<strong>di Josh Trank, 2012</strong></p>
<p>Negli ultimi anni, si è diffusa in modo capillare, soprattutto nel cinema fantastico e nel cinema horror, la moda del cosiddetto <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Found_footage_(genre)" target="_blank">found footage</a></em>; un artificio tecnico e narrativo al tempo stesso attraverso il quale si possono anche compensare, magari in modo autoriflessivo, le proprie ristrettezze di budget. Sono però pochi (e quasi tutti usciti anni fa, per esempio <em>Cloverfield</em>, <em>Redacted</em>, <em>Rec</em>) i film che hanno saputo utilizzarlo in modo intelligente, sensato. <em>Chronicle</em> in tal senso rappresenta una svolta quasi epocale.</p>
<p>In una nuvolosa e suggestiva Seattle ricreata tra Vancouver e Cape Town, tre studenti delle superiori (tra cui uno solitario ed emarginato, con una tragica situazione famigliare e una fresca ossessione per la sua telecamera) scoprono per caso in un bosco fuori città una profonda cavità, il cui misterioso contenuto dona loro straordinari poteri telecinetici &#8211; e non solo, come vedremo in seguito. <em>Chronicle</em> è di fatto costruito come una <em>origin story</em>, ma quella che dalla distanza potrebbe sembrare l&#8217;ennesima variazione del tema super-eroico declinato nel mondo delle <em>high school</em> americane diventa nel suo implacabile e cupissimo sviluppo uno dei più originali e trascinanti romanzi di formazione degli ultimi tempi.</p>
<p>La sceneggiatura brillante e colta, solidissima anche se non sempre sottile, del 25enne figlio d&#8217;arte Max Landis accorpa noti contrasti sociali dell&#8217;immaginario <em>high school</em>, riferimenti geek, implicazioni filosofiche, ma partendo di base da una domanda ben chiara, che suona all&#8217;incirca: cosa succederebbe <em>davvero</em> se un adolescente ottenesse dei superpoteri? Tutti spunti che l&#8217;esordiente Josh Trank sfrutta con dedizione e passione, ma anche con innegabile fiuto; perché tra i grandi punti di forza, al di là dello stratagemma filmico in sé, è infatti l&#8217;uso che ne viene fatto e la sua centralità nel racconto. Dopotutto il film si chiama <em>Chronicle</em> e si apre sulla decisione di Andrew di &#8220;filmare tutto&#8221;: non si tratta di un pretesto ma di un concetto saldato alla psicologia dei personaggi, e quella della telecinesi come direzione della fotografia è un&#8217;idea autenticamente geniale che contribuisce a cambiare le regole del gioco dall&#8217;interno.</p>
<p>Ma al di là delle considerazioni necessarie sull&#8217;intelligenza, sulla scaltrezza e sulle implicazioni metanarrative di un film come <em>Chronicle</em>, da un certo punto in poi il talento artistico in campo e il gusto per lo spettacolo puro prendono totalmente il sopravvento. E fanno terra bruciata. Grazie alla bravura (ma anche al casting perfetto) degli semisconosciuti attori principali e a uno spirito strenuamente apocalittico, la seconda metà di <em>Chronicle</em> mette gradualmente da parte il tono più ironico e scanzonato dei dialoghi di Landis e si lancia in un crescendo drammatico, esplosivo, irresistibile che a molti ha ricordato quello di <em>Akira</em> e in cui la moltiplicazione degli strumenti di ripresa non fa che amplificare le notevoli ambizioni di tragica grandezza del film.</p>
<p><em>Chronicle</em> fa molto di più che &#8220;spendere poco e guadagnare molto&#8221; (costato 12 milioni, ne ha già incassati più di 60 in Nord America e il doppio in totale) né si limita a percorrere strade già percorse dai suoi predecessori. Al contrario: ci riporta alla centralità delle idee, della bravura, della cura del racconto, dei personaggi. E ci lascia senza fiato in gola.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/sOFkmo-JxBs" frameborder="0" width="500" height="320"></iframe></p>
<p><strong>Nei cinema dal 9 maggio 2012</strong></p>
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		<title>el pube è un pilota di mezza stagione / guida non esaustiva alle nuove serie tv (febbraio/aprile 2012)</title>
		<link>http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/04/30/el-pube-e-un-pilota-di-mezza-stagione-guida-non-esaustiva-alle-nuove-serie-tv-febbraioaprile-2012/</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 10:16:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[controcampi]]></category>

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		<description><![CDATA[Le mezze stagioni esistono eccome, e sono una brutta bestia. Ma qualcuno deve pur domarle. Diamo un&#8217;occhiata ad alcune delle nuove serie tv iniziate negli ultimi tre mesetti. Ma prima, un breve ripasso: che ne è stato di quelle iniziate in autunno, tra lo scorso settembre e lo scorso novembre? Le cose sono andate bene&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/04/30/el-pube-e-un-pilota-di-mezza-stagione-guida-non-esaustiva-alle-nuove-serie-tv-febbraioaprile-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le mezze stagioni esistono eccome, e sono una brutta bestia. Ma qualcuno deve pur domarle. Diamo un&#8217;occhiata ad alcune delle nuove serie tv iniziate negli ultimi tre mesetti.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://27.media.tumblr.com/tumblr_m39fywuZxf1qhkpcoo1_500.gif" alt="" width="500" /></p>
<p>Ma prima, un breve ripasso: che ne è stato di quelle iniziate in autunno, tra lo <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2011/09/30/el-pube-e-un-pilota-guida-non-esaustiva-alle-nuove-serie-tv-settembre-2011/" target="_blank">scorso settembre</a> e lo <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2011/11/08/appendice-al-pube-guida-non-esaustiva-alle-nuove-serie-tv-ottobrenovembre-2011/" target="_blank">scorso novembre</a>? Le cose sono andate bene per le comedy, soprattutto quelle iniziate con un mezzo passo falso. Parlo dell&#8217;irresistibile <strong><em>New Girl</em></strong>, della divertentissima <strong><em>Suburgatory</em></strong> e della puccissima <strong><em>Up All Night</em></strong>: tre serie che hanno capito come si aggiusta il tiro. Al contrario, <strong><em>2 Broke Girls</em></strong> sembra essersi un po&#8217; incartata su se stessa dopo una promettente prima metà di stagione, si continua a seguire ma senza la pretesa di difenderla a tutti i costi. Ho invece personalmente abbandonato molti nuovi drama &#8211; <em>Person of Interest</em>, <em>Once Upon a Time</em> &#8211; per intervenuto disinteresse, mentre mi auguro che <strong><em>Alcatraz</em></strong> possa continuare la sua corsa. Le maggiori soddisfazioni sono arrivate dalle vecchie conoscenze: la quinta di<strong> <em>Mad Men</em> </strong>è meravigliosa e non ha nulla da invidiare alle precedenti, la quarta di <strong><em>Fringe</em></strong> (confermato da poco per una quinta e ultima) sta tirando fuori le unghie in extremis in modo sconvolgente, e poi ovviamente c&#8217;è <strong><em>Game of Thrones</em></strong>. Nota di merito per la terza stagione di <strong><em>Justified</em></strong>, davvero notevole, e per <em><strong>Eastbound &amp; Down</strong></em> che ha terminato la sua corsa con un <em>series finale</em> da applausi.</p>
<p>Ci tengo a fare una piccola nota per una sitcom arrivata da poco alla fine della seconda stagione, meno vista di altre (da quel che ho potuto verificare IRL) e che io stesso ho scoperto qualche mese fa, in colpevole ritardo: si tratta di <strong><em>Happy Endings</em></strong> ed è diventata nel giro di poco tempo la mia terza comedy preferita attualmente in onda dopo due giganti ormai insuperabili come <em>Community</em> e <em>Parks and Recreation</em>. Ve la consiglio caldamente.</p>
<p>E ora, la roba nuova. Per semplicità, in ordine cronologico di trasmissione.<span id="more-5274"></span></p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/70/70899/luck04_jpg_608x342_crop-smart_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p><strong>Luck (HBO)</strong> è probabilmente la serie più sfortunata dell&#8217;anno, ma non si può dire che non se la sia cercata. Per farla breve: durante le riprese della seconda stagione (mentre la prima era ancora in onda) sono morti alcuni cavalli sul set, facendo imbizzarrire (scusate) le associazioni per la tutela degli animali e costringendo la HBO a chiudere baracca. <em>Luck</em> non tornerà mai più. Peccato? Decisamente sì: la serie creata da David Milch era un prodotto complesso e ambizioso, con un cast prestigioso e una produzione impeccabile, e ci aveva conquistati in breve tempo. Se non avete tempo di recuperare l&#8217;intera stagione composta da nove episodi, guardate almeno il pilot diretto da Michael Mann: è una perla.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/71/71502/0402_Smash_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Una delle serie di maggior successo di questa mezza stagione è<strong> Smash (NBC)</strong>: creata da Theresa Rebeck e prodotta, tra gli altri, da Steven Spielberg, racconta la creazione di un musical di Broadway su Marilyn Monroe. La serie è stata lanciata come una risposta più adulta allo strapotere di <em>Glee</em> ed è stata da subito accolta molto favorevolmente dalla critica. Ma nonostante i suoi elementi sembrassero messi insieme apposta per farmi felice, il pilot non mi è piaciuto affatto &#8211; anzi, probabilmente è &#8220;il peggiore&#8221; tra quelli presenti in questo post, infatti mi ha spinto ad abbandonare immediatamente. Ho fatto male? Troppo tardi.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/68/68918/anderson_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>L&#8217;obiettivo di <strong>The River (ABC)</strong> era portare in tv il metodo del <em>found footage</em>, che da qualche anno va per la maggiore negli horror per il grande schermo. Per l&#8217;operazione è infatti stato chiamato Oren Peli, quello di <em>Paranormal Activity</em>, che ha creato una stagione limitata a 8 episodi ambientata in Amazzonia, dove un gruppo eterogeneo va alla ricerca di un documentarista sparito nel nulla. La serie è uno spasso, fa discretamente paura, non ha alcun timore di risultare assurda o ridicola. Dopo 4 episodi non me ne fregava più niente e ho mollato, mi tengo da parte la seconda metà per i periodi di magra.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/71/71206/329_Awake_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>La concorrenza non è molto agguerrita, ma fa lo stesso: <strong>Awake (NBC)</strong> è indubbiamente il mio drama preferito tra quelli iniziati in questa <em>midseason</em>. Kyle Killen, dopo la chiusura prematura del suo bellissimo <em>Lone Star</em>, torna a raccontare una &#8220;doppia vita&#8221; con una delle premesse più assurde e stimolanti degli ultimi anni: dopo un incidente, il detective protagonista vive due vite parallele &#8211; in una è rimasto vedovo, nell&#8217;altra ha perso il figlio. I due mondi sembrano in qualche modo comunicare, aiutandolo a risolvere i casi; entrambi gli psicologi che lo seguono cercano di convincerlo che <em>l&#8217;altra</em> realtà è solo un sogno. Una figata totale, aperta da un pilot straordinario diretto da David Slade. Purtroppo gli ascolti vanno maluccio e la serie ha le ore contate, ma voi recuperatela lo stesso, non si sa mai.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/71/71166/Bent_HD_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Non è un mistero che <strong>Bent (NBC)</strong> non fosse propriamente nelle priorità del network, anche perché nel giro di 3 settimane si sono sbarazzati dei 6 episodi che compongono la prima stagione senza nemmeno provare a pubblicizzarla. Inutile aggiungere che una seconda stagione è altamente improbabile, se non impossibile. Capita. La sorpresa è che <em>Bent</em> non era così male, soprattutto grazie al cast di contorno (tra cui Margo Harshman, amore a prima vista), e aveva pure convinto la critica &#8211; ma non ci è stato nemmeno dato il tempo di affezionarci. La serie ideale per farsi quattro risate se avete finito tutte le altre.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/71/71361/judeciccolella_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Davvero un caso strano, quello di <strong>Touch (Fox)</strong>, serie creata da Tim Kring dopo il successo e infine il declino di <em>Heroes</em>: il lungo pilot diretto da Francis Lawrence è infatti un&#8217;autentica bomba, ed ero pronto a scommettere che sarebbe stata la <em>mia</em> serie dell&#8217;anno. Dal secondo episodio, ha mostrato subito il fiato corto: forse c&#8217;era il materiale al massimo per un film? Nemmeno Kiefer Sutherland sembra troppo convinto. Continuo a credere che possa crescere, ma per ora l&#8217;ho messa in attesa. Nota quasi scontata: gli ascolti vanno male.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/72/72449/0425bff_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Altro giro, altra sitcom mandata al massacro senza armatura: la particolarità di <strong>Best Friends Forever (NBC)</strong> è il suo essere creata e scritta, oltre che interpretata, dalle protagoniste Lennon Parham e Jessica St. Clair, due membri dell&#8217;Upright Citizens Brigade Theatre. La trama in breve: Lennon ospita la sua bff Jessica nel suo appartamento dopo che quest&#8217;ultima è stata lasciata in modo brusco dal marito. Fine. Anche questa era un passatempo piacevole nei buchi tra una comedy significativa e l&#8217;altra, purtroppo dopo 4 episodi su 6 il network ha deciso di toglierla dai palinsesti. Amen.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/72/72110/0411_DontTrust_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Forse è un po&#8217; presto per dirlo, ma il divertentissimo pilot è stato un entusiasmante punto di partenza, confermato dai primi episodi: <strong>Don&#8217;t Trust the B&#8212;- in Apartment 23</strong> per il momento è la migliore nuova comedy del 2012. Lo so, non ci sono molti rivali nemmeno qui, ma le ragioni sono molteplici. Primo, perché finalmente dopo anni di gavetta dà un ruolo di protagonista alla splendida Krysten Ritter, che oltre a essere un pezzo di ragazza che lévati è una caratterista favolosa &#8211; e come dimenticarla in <em>Breaking Bad</em>? Secondo, perché c&#8217;è James Van Der Beek nel ruolo di James Van Der Beek. Terzo, perché fa ridere. Altro?</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/72/72260/127177_226_ful_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>L&#8217;unica nuova serie britannica in cui mi sono imbattuto in questi mesi è la miniserie <strong>Titanic (Itv &#8211; Abc &#8211; Global)</strong>, una delle due coproduzioni televisive internazionali (qui Canada, Regno Unito e USA) volte a raccontare la storia del transatlantico a 100 anni secchi dal suo affondamento. In verità è l&#8217;anima british ad avere la meglio: la serie è infatti scritta da Julian Fellowes e lo spirito non è così distante da quello di <em>Downton Abbey</em>. Non è il massimo della vita, a dire il vero, ma la struttura è interessante: i primi tre episodi arrivano all&#8217;iceberg ripartendo ogni volta da capo e raccontando la stessa storia da punti di vista diversi, il quarto chiude i conti e muoiono tutti. Cioè, non tutti, ma ci siamo capiti.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/72/72170/0415_Girls_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Se c&#8217;è una nuova serie che ha saputo attirare su di sé l&#8217;attenzione dei media, quella è <strong>Girls (HBO)</strong>: prodotta da Judd Apatow e scritta, diretta, interpretata dalla 25enne Lena Dunham (quella di <em><a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/03/05/tiny-furniture-lena-dunham-2010/" target="_blank">Tiny Furniture</a></em>), <em>Girls</em> è diventata un vero e proprio caso mediatico, almeno in rete: prima che il pilot venisse trasmesso ne aveva già parlato chiunque, e poche ore dopo era già partito uno dei backlash più clamorosi che io ricordi. Non avendo intenzione di riassumervi l&#8217;accaduto, <a href="http://youtu.be/AmvpbTMGXBE" target="_blank">questo video</a> potrebbe bastare. La guerra di opinioni rischia di distogliere l&#8217;attenzione dalla serie in sé, ed è uno spreco perché, primi due episodi alla mano, è davvero una delle migliori dell&#8217;anno, con una qualità di scrittura che le altre si sognano. Una serie divertentissima, acuta, scomoda, terribilmente intelligente: guardatela e decidete con la vostra testa.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/72/72117/0415_NYC22_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Non vado pazzo per i procedurali di polizia, ma vado pazzo per i primi episodi di qualunque cosa. Si era notato? Così ho provato a dare un&#8217;occhiata a quello di <strong>NYC 22 (CBS)</strong>, i cui protagonisti sono delle reclute alle prese con i primi turni per le strade di New York. Certo, siamo sulla CBS e non è certo <em>The Wire</em>, ma merita se vi piace molto il genere, anche perché i personaggi sono interessanti e il cast è ottimo &#8211; i due ruoli apparentemente più importanti sono interpretati da Leelee Sobieski e Adam Goldberg.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://media.avclub.com/images/articles/article/72/72544/0422_veep_jpg_627x325_crop_upscale_q85.jpg" alt="" width="500" /></p>
<p>Infine, a chiudere le danze della mezza stagione è arrivata <strong>Veep (HBO)</strong>, in cui la stupenda Julia Louis-Dreyfus interpreta un vicepresidente degli Stati Uniti particolarmente inadeguato. La serie è creata, co-sceneggiata e co-diretta da Armando Iannucci, e chiunque abbia visto la sua acclamata serie britannica <em>The Thick of It</em> (o il film <em>In The Loop</em>) sa perfettamente cosa aspettarsi. Per intenderci: tutte cose belle. Per il momento ho visto solo il pilot ma promette benone, in ogni caso Julia Louis-Dreyfus vale da sola il prezzo di un biglietto che comunque non pagate.</p>
<p>Ecco fatto. Non sono le uniche nuove serie, per esempio ci sono <em>Missing</em> e <em>Magic City</em>, che per il momento ho saltato. Appuntamento a settembre?</p>
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		<title>Hunger Games, Gary Ross 2012</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 11:43:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kekkoz</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hunger Games (The Hunger Games) di Gary Ross, 2012 Aver letto il libro da cui è stato tratto un film non è affatto necessario per giudicare o comprendere quest&#8217;ultimo; anzi, spesso può portare fuori strada. Ma in alcuni casi può essere utile per inquadrarlo, quantomeno per avere un punto da cui partire, soprattutto se si&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/04/29/hunger-games-gary-ross-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://25.media.tumblr.com/tumblr_m2ziluk0nC1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" width="100" height="148" /><strong>Hunger Games <em>(The Hunger Games)</em></strong><br />
<strong>di Gary Ross, 2012</strong></p>
<p>Aver letto il libro da cui è stato tratto un film non è affatto necessario per giudicare o comprendere quest&#8217;ultimo; anzi, spesso può portare fuori strada. Ma in alcuni casi può essere utile per inquadrarlo, quantomeno per avere un punto da cui partire, soprattutto se si parla di un imponente successo letterario come quello del libro di Suzanne Collins, che io stesso mi sono sorpreso a divorare in poco tempo. Pur trascinandosi dietro l&#8217;etichetta &#8220;young adult&#8221;, è un libro fluido e lucido, immaginifico e incalzante, in cui l&#8217;autrice mostra un&#8217;abilità notevole nell&#8217;applicare il gusto per il sincretismo culturale (dai miti greci ai reality show, passando per i classici della fantascienza distopica) senza limitarsi, come nel caso di <em>Twilight</em>, ad applicare una &#8220;cornice&#8221; di genere a convenzioni reazionarie.</p>
<p>Molto fedele al suo testo originario fino a dove è narrativamente plausibile (adattato dalla stessa Collins insieme al regista e al Billy Ray di <em>Breach</em>, risponde in modo agile al passaggio dal racconto in prima persona), il film trova a sorpresa nel Gary Ross di <em>Pleasantville</em> una guida intelligente e non banale (vedi la prima parte ambientata nel Distretto 12, tutta camera a mano e primissimi piani) e qualche difficoltà si riscontra solo nelle scene più movimentate, a tratti un po&#8217; confuse. Per il resto, <em>Hunger Games</em> è un divertimento solidissimo e appassionante, con alcune scelte di casting incredibilmente azzeccate (Harrelson in primis, ma anche Lenny Kravitz e Stanley Tucci funzionano benissimo) e dominato per tutta la sua durata dalla formidabile presenza scenica della sua protagonista. Tra le attrici più dotate (e più belle, diciamolo) della sua generazione, Jennifer Lawrence riesce a trasmettere tutte le sfumature del personaggio di Katniss Everdeen senza mai forzare la mano, regalando una performance memorabile che sembra quasi un complemento della Ree Dolly di <em>Winter&#8217;s Bone</em>.</p>
<p>Due pesi, due misure: <em>Hunger Games</em>, così come il libro, non è un&#8217;opera radicale o rivoluzionaria; ma è un film che riesce a bilanciare in modo perfetto le esigenze del target a cui sarebbe dedicato (senza sottovalutarne la maturità o l&#8217;intelligenza) con un gusto per il puro racconto che Hollywood spesso trascura, costruendo insieme all&#8217;attrice un personaggio femminile autenticamente eroico, coraggioso e indipendente, facendo leva su temi e pulsioni attuali e universali (moltissime le possibili interpretazioni politiche del film, che lasciamo ad altri) e finendo per diventare perfetto per qualunque pubblico &#8211; un esempio per il cinema <em>mainstream</em>, fantastico e non. Infatti anche il film ha avuto un enorme successo: quasi 600 milioni di incasso in pochi giorni per &#8220;solo&#8221; 80 milioni di budget, e in due dimensioni. Se li merita, dal primo all&#8217;ultimo dollaro.</p>
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		<title>The Avengers, Joss Whedon 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2012 11:40:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[The Avengers di Joss Whedon, 2012 In tempi in cui il discorso sul cinema si è ridotto sempre più a un&#8217;opposizione tra aspettativa e realizzazione, come era possibile mantenere le promesse di un progetto come The Avengers? Stiamo parlando di un blockbuster su cui è stato puntato così tanto (in tempo e denaro) da trasformare&#8230; <a href="http://giovanecinefilo.kekkoz.com/2012/04/28/the-avengers-joss-whedon-2012/">Continua la lettura &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://27.media.tumblr.com/tumblr_m32vi7cvVk1qzhj6ho1_100.jpg" alt="" width="100" height="148" /><strong>The Avengers</strong><br />
<strong>di Joss Whedon, 2012</strong></p>
<p>In tempi in cui il discorso sul cinema si è ridotto sempre più a un&#8217;opposizione tra aspettativa e realizzazione, come era possibile mantenere le promesse di un progetto come <em>The Avengers</em>? Stiamo parlando di un blockbuster su cui è stato puntato così tanto (in tempo e denaro) da trasformare in trailer i blockbuster che l&#8217;hanno anticipato e letteralmente annunciato, dal successo di <em>Iron Man</em> in poi. La risposta poteva essere la più banale: bastano più star e più soldi. La vera risposta è stata, invece e fortunatamente, la più inaudita. Ed era la risposta giusta. <em>The Avengers</em> in un certo senso rappresenta per la Marvel quello che <em>The Dark Knight</em> fu per la DC: l&#8217;idea di investire un enorme capitale non soltanto sul marchio e sulle proprietà, ma su una firma, su un &#8220;autore&#8221;, su una personalità forte capace di ottimizzare potenzialità meramente industriali e trasformarle in vero cinema. Questa persona è Joss Whedon, uno degli showrunner televisivi più idolatrati, creatore di serie come <em>Buffy</em>, <em>Firefly</em> e <em>Dollhouse</em>.</p>
<p>Ed è proprio Whedon a fare la differenza, non solo per via della passione per il fumetto che trasuda da ogni singola idea e per la sua conoscenza approfondita della materia, superiore a quelli che l&#8217;hanno preceduto, ma perché comprende fino in fondo che fare un film-fumetto non può e non deve essere più semplice o automatico della media. Tutto il contrario: ogni singola vignetta richiama un&#8217;inquadratura curata e sensata, possibilmente creativa; ogni frase pronunciata in un <em>balloon</em> deve essere significativa, ben misurata, possibilmente irresistibile: il lettore può fermarsi, tornare indietro, rileggerla. Whedon costruisce il suo film così: isolando alcune grandi sequenze spettacolari (e lo sono davvero), ma concentrando tutta la sua attenzione sul resto, sulla sceneggiatura e sulla costruzione dei personaggi, anche a costo di chiuderli in una stanza &#8211; facendo scontrare le loro personalità ancor prima delle loro armi. Ma quel che conta è soprattutto l&#8217;equilibrio: <em>The Avengers</em> per sua natura trasforma l&#8217;egomania dei precedenti in coralità, ed era importante, necessario che tutti i protagonisti avessero qualcosa da dire, oltre che da fare. Whedon ci è riuscito in modo eccezionale, sfruttando al meglio chi aveva già dimostrato di funzionare da solo (come Stark e Thor), perfezionando o ridimensionando chi ne aveva bisogno (lo stesso Stark, Captain America), arricchendo moltissimo il Loki di Tom Hiddleston e costruendo da capo un personaggio finora marginale come Black Widow (una strabiliante Scarlett Johansson, che a questo punto merita un film tutto suo) anche se il suo contributo maggiore è quello sul difficile personaggio di Hulk: bastano pochi minuti per capire quanto sia azzeccata la scelta di Mark Ruffalo nel ruolo di Bruce Banner, e sarà il mostro verde al centro dei migliori momenti della seconda parte. Quando si comincia a spaccare, insomma.</p>
<p>Perché ovviamente la cura dei dialghi (quasi sempre ispirati e divertentissimi che si tratti di scambi veloci o di <em>one-liner, </em>e il film ne è stracolmo) e dell&#8217;intreccio narrativo non impedisce al film di tuffarsi nel divertimento puro: le sequenze di &#8220;combattimento&#8221; sono favolosamente congegnate e realizzate nel corso di tutto il film (e spesso riguardano lo scontro tra gli stessi eroi) ma quella conclusiva, lunghissima e annunciata già dai primi trailer, è un apocalittico <em>royal rumble</em> tra i grattacieli che fa impallidire quasi tutte le più scatenate sequenze d&#8217;azione che l&#8217;hanno preceduta. E fa letteralmente a pezzi la città di New York con un gusto quasi infantile per la distruzione che lascia senza fiato e a bocca aperta. Insomma, non si tratta più di mettere un cervello al servizio dello spettacolo, obiettivo già raggiunto da Favreau e Branagh, ma di trovare un&#8217;armonia perfetta tra intelligenza ed evasione, tra meccanica e passione. Whedon era la risposta giusta. E la sua risposta si è trasformata in qualcosa di bellissimo ed esaltante: di gran lunga il miglior film della Marvel prodotto finora, un punto di arrivo con cui i film a venire dovranno presto confrontarsi.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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