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		<title>Regole</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 19:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pensavo oggi alla quantità di regole che scrittori più o meno affermati elargiscono a piene mani durante seminari che vengono chiamati workshop. Espressione che trovo abbastanza infelice, anche se non dovrei, perché il mio piccolo inglese non mi consente una traduzione della quale io possa sentirmi sicuro. Però sino a workshop credo di poterci arrivare.
Comunque, leggendo di queste regole, quando capita, mi sento sempre abbastanza infelice. Non credo di riuscire a metterne in pratica alcuna, non perché siano astruse, anche se a volte lo sono, è solo che al cospetto di questi decaloghi mi sento sempre piuttosto ignorante, nel senso che raramente riesco a capire dove si voglia andare a parare.
Lo stesso vale quando mi trovo a dover fronteggiare esempi di stili di scrittura, tipo il minimalismo. Non capisco mai quante parole debbo togliere per essere considerato minimalista, ammesso che io lo voglia.
Se poi ne tolgo troppe e non si capisce più il senso di quello che vorrei esprimere, potrei venir considerato ultraminimalista, o solo stupido.
A pensarci bene, ad oggi non sono più tanto sicuro di rammentare adeguatamente neanche le regole della grammatica. I miei ricordi al riguardo si perdono in tempi lontanissimi, e sono ricordi temo fortemente sfumati.
Non venite poi a parlarmi di sintassi, perché rischierei di perdere l’appetito. Potrebbe persino capitare che la sintassi mi si materializzi davanti per mordermi le chiappe senza che io riesca a riconoscerla.
Io scrivo così, se di scrittura si può parlare, come un cieco che dipinge. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Pensavo oggi alla quantit&agrave; di regole che scrittori pi&ugrave; o meno affermati elargiscono a piene mani durante seminari che vengono chiamati workshop. Espressione che trovo abbastanza infelice, anche se non dovrei, perch&eacute; il mio piccolo inglese non mi consente una traduzione della quale io possa sentirmi sicuro. Per&ograve; sino a workshop credo di poterci arrivare.<br />
	Comunque, leggendo di queste regole, quando capita, mi sento sempre abbastanza infelice. Non credo di riuscire a metterne in pratica alcuna, non perch&eacute; siano astruse, anche se a volte lo sono,&nbsp;&egrave; solo che&nbsp;al cospetto di questi decaloghi mi sento sempre piuttosto ignorante, nel senso che raramente riesco a capire dove si voglia andare a parare.<br />
	Lo stesso vale quando mi trovo a dover fronteggiare esempi di stili di scrittura, tipo il minimalismo. Non capisco mai quante parole debbo togliere per essere considerato minimalista, ammesso che io lo voglia.<br />
	Se poi ne tolgo troppe e non si capisce pi&ugrave; il senso di quello che vorrei esprimere, potrei venir considerato ultraminimalista, o solo stupido.<br />
	A pensarci bene, ad oggi non sono pi&ugrave; tanto sicuro di rammentare adeguatamente neanche le regole della grammatica. I miei ricordi al riguardo si perdono in tempi lontanissimi, e sono ricordi temo fortemente sfumati.<br />
	Non venite poi a parlarmi di sintassi, perch&eacute; rischierei di perdere l&rsquo;appetito. Potrebbe persino capitare che la sintassi mi si materializzi davanti per mordermi le chiappe senza che io riesca a riconoscerla.<br />
	Io scrivo cos&igrave;, se di scrittura si pu&ograve; parlare, come un cieco che dipinge.<br />
	Metto le parole in fila nella maniera che mi sembra abbia un senso, e sono sicuro che altri leggendo troveranno un senso diverso dal mio, pi&ugrave; o tanto meno.<br />
	La cosa che pi&ugrave; mi piace, in fondo, &egrave; quando i&nbsp;venditori di regole arrivano al punto di affermare che queste esistono anche per essere infrante.<br />
	Ci&ograve; pu&ograve; fornire un senso di sicurezza, falsa magari, ma sempre sicurezza: potreste leggermi e ammirare con quanta perizia io riesca a infrangere le regole. Qui potrei risultare bravissimo.<br />
	Se poi volessimo estendere il panorama per inserire anche le regole della vita nell&rsquo;inutile discorso che sto portando avanti, questo temo ci porterebbe assai lontano.<br />
	Voi avete regole che informano il vostro modo di agire?<br />
	Io non lo so.<br />
	Nel corso degli anni mi sono imbattuto in molti maestri dediti a impartire di queste regole, e poi a spasso per la vita le ho viste tutte infrante. Paradossalmente, mi sembra che chi riesce a vivere senza regole sia pi&ugrave; felice di altri destinati a chiudersi in fondo a vicoli ciechi di ordine morale.<br />
	Se dovessi parlare della mia esperienza diretta, potrei dire che mi sento gravato da moltissimi di questi orpelli che chiamiamo regole.<br />
	Essere buono e giusto, amorevole e disinteressato, equanime, imparziale e obiettivo. Eccetera.<br />
	Il tutto condito dall&rsquo;affermazione, ovunque condivisa, che considera per&ograve; anche la necessit&agrave; ineludibile di un briciolo di sano egoismo, diventa un bel minestrone difficile da digerire.<br />
	Pensandoci bene, l&rsquo;unica regola che mi sento di condividere &egrave; quella che richiama alla necessit&agrave; di essere felici.<br />
	Ma qui usciamo da campo delle regole per entrare in quello delle occorrenze <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>fondamentali: essere felici esclude ogni altra condizione o considerazione.<br />
	Belli o brutti, ricchi o poveri, la felicit&agrave; &egrave; alla portata di tutti, come l&rsquo;aria che respiriamo.<br />
	Non possiamo impedirci di respirare, ma quanta tristezza in una vita nella quale ogni genere di valutazioni e confronti esclude la possibilit&agrave; di essere felici, persi nella sensazione che manchino le condizioni necessarie, sempre alla ricerca di qualcosa che renda possibile una tale condizione.<br />
	Per raggiungere la felicit&agrave; basta invece pensare che l&rsquo;abbiamo. E&rsquo; dentro di noi, si tratta solo di sceglierla, cos&igrave; come in fondo scegliamo qualsiasi altra emozione che proviamo.<br />
	Siamo sempre noi a scegliere. <br />
	Se ci sentiamo davvero grandi scrittori non ci sar&agrave; incubo di sintassi capace di frenarci. Le regole grammaticali torneranno allora utili a prendere per il culo l&rsquo;intero universo. <br />
	Allo stesso modo, se decidiamo di essere felici, non ci sar&agrave; tormento o impedimento in grado di ostacolarci. I piccoli intoppi imposti dalla vita diventeranno occasioni per affermare con forza la nostra disposizione.<br />
	Guarderemo i detentori delle regole con occhi di commiserazione, con solo la voglia di sferrare un cazzotto a frantumare il guscio che li separa dalla vita. Alzare il velo che copre la realt&agrave;. Mostrare che ognuno &egrave; quello che pensa di essere.<br />
	Questo non ci &egrave; concesso: soltanto individualmente possiamo decidere se siamo felici o meno, nessuna regola in questo ci pu&ograve; aiutare, neanche quella del pi&ugrave; grande maestro di tutti i tempi.<br />
	Ma non sar&agrave; questa piccola nota di tristezza, l&rsquo;infelicit&agrave; che possiamo osservare ovunque, a distrarci dal nostro compito principale.<br />
	Possiamo essere felici con o senza tutto quello che crediamo serva a raggiungere questa condizione, in culo alle regole della grammatica.</font></span></span></p>
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		<title>Verso Santiago</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 18:46:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><i>A voi pochi che ogni tanto venite a trovarmi in questo blog sembrerà di raggiungere un luogo abbandonato, dove le parole si sono fermate e cristallizzate. Ma non è così: in questo periodo, quando scrivo, cerco di portare a termine quel romanzo che da troppo tempo aspetta una conclusione.
E sono così forti e intense le emozioni che in questi giorni lo scrivere mi procura, da indurmi a rompere il silenzio per cacciare fuori un piccolo estratto della storia che occupa le mie giornate. Il viaggio tormentato di due anime più una verso la cattedrale di Santiago de Compostela, attraverso il percorso millenario che ha preso il nome di Cammino di Santiago.
Se avete voglia di leggere questo breve schizzo di parole sulle pareti della mia anima, basta che clicchiate poco più in basso, a destra, dove sta scritto "Leggi tutto".</i></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Trov&ograve; Maria che si asciugava i capelli di fronte al grande specchio che sovrastava i lavandini, a piedi nudi, indossava un paio di pantaloni e un reggiseno. Un uomo, di fianco a lei, lottava strenuamente con se stesso per evitare di fissare con troppa insistenza le spalle di cerbiatta e il seno da ragazzina che sembravano riempire tutto lo spazio intorno. Una battaglia persa in partenza. Maria si offriva al mondo con la stessa sincerit&agrave; di un fiore che cresce in mezzo a un campo, muovendosi con la perfezione di un mare d&rsquo;erba carezzato dal vento. Impossibile distogliere gli occhi.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">A Marco mancava il fiato. La guard&ograve; riflessa nello specchio e lei gli sorrise di rimando. Le si avvicin&ograve; tentando di mostrarsi noncurante e sciolto, e a mezze frasi scoordinate e prive di concatenazione logica la invit&ograve; per una passeggiata in citt&agrave;. Lei disse soltanto: &ldquo;Fantastico&rdquo;, e spar&igrave; dietro la porta.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Mentre terminava di controllare che lo zaino fosse in buon ordine, Marco lanciava sguardi segreti in direzione di Maria. Si alz&ograve;, vedendo che si avvicinava. &ldquo;Sono pronta,&rdquo; disse.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Uscendo dalla piccola porta del rifugio Marco si sentiva come un ragazzino alle prime armi che ha avuto la grande fortuna di incocciare un appuntamento con la pi&ugrave; bella della classe e non sa come gestirla. La sua bellezza lo disarmava. In seguito non avrebbe ricordato nessun particolare delle vie e delle piazze che stavano visitando, nessun volto per strada, negozio o statua, riuscivano a catturare l&rsquo;attenzione pi&ugrave; della sua presenza. Camminarono a lungo, ogni tanto sfiorandosi, nei gesti e nelle intenzioni.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Maria era dolce, parlava con calma, sorrideva spesso. Avrebbe voluto vederla ridere, ma alle battute di spirito che proponeva, magari un po&rsquo; salaci, riceveva in cambio sguardi di serena disapprovazione. Si abitu&ograve; pian piano a camminare in silenzio, in questo modo conquistando una serenit&agrave; che da molto tempo non provava. Scopr&igrave; che la presenza di Maria al suo fianco lo calmava, sedando il continuo lavorio della mente e portandolo a godere in pieno del momento presente, senza dover nient&rsquo;altro chiedere e soprattutto senza pi&ugrave; il bisogno di immaginarsi sempre altrove, in fuga verso un&rsquo;altra realt&agrave;, nella ricerca di un nuovo giardino destinato immancabilmente a rivelarsi non pi&ugrave; verde del precedente.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Camminarono per grandi spazi silenziosi, la citt&agrave; stessa sembrava quietarsi al loro passaggio. Le loro mani non si sfiorarono neanche per un istante, ma per entrambi era come se fossero abbracciati.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Visitarono chiese e monumenti, esplorarono piazze, mangiarono <i>tapas </i>e bevvero vino in un locale affollatissimo e pieno di fumo, di grida e risate, seduti a un minuscolo tavolo incastonato come tanti altri in una lunga fila, nello stretto corridoio di fronte al bancone. Maria osservava la grande animazione intorno a loro con aria serena, Marco non riusciva a staccare gli occhi dal suo viso; ogni tanto lei si voltava a guardarlo, regalandogli un sorriso che aveva in s&eacute; pi&ugrave; promesse di quante l&rsquo;universo intero avrebbe potuto contenere.<br />
	</span></font></span><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Marco viveva la magia di un momento perfetto, suggestivo e dolce, come solo in alcune scene di film gli era capitato di vedere, e mai avrebbe pensato gli potesse accadere davvero.<br />
	</span></font></span></o:p><o:p><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Maria appariva calma e a suo agio come l&rsquo;acqua dentro a una bottiglia, presente senza sforzo e disponibile a prendere qualsiasi forma che il mondo le richieda.<br />
	</span></font></span><span style="line-height: 115%; font-family: 'times new roman', 'serif'; font-size: 12pt"><font color="#000000"><span style="line-height: 115%; font-size: 12pt">Di ritorno, risero molto, nell&rsquo;ultimo tratto di strada che li separava dal rifugio, sfottendosi a vicenda quando capitava che sbagliassero strada, di fronte a un incrocio assolutamente mai visto prima, facendo a gara nel proporre assurde soluzioni nell&rsquo;eventualit&agrave; che l&rsquo;ostello chiudesse i battenti prima del loro arrivo. Sorrisero raggianti una volta di fronte alla cancellata del rifugio, e nel momento prima di separarsi per raggiungere i rispettivi letti lei poggi&ograve; una mano sulla guancia di Marco, con dipinta sul volto un&rsquo;espressione quale lui non aveva mai visto, ma che scopr&igrave; di aver sempre cercato. Poi lei disse: &ldquo;Domani&rdquo;.</span></font></span></o:p></p>
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		<title>To the river</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 18:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sembra bizzarro, ma ancora cresce l’erba.
E’ vero: ha un colore più freddo, come tutto il resto in questo luogo che sembra privo d’aria, eppure gli steli si ostinano a proiettare la loro punta di lancia verso un cielo alieno.
In questo spazio deserto potrebbe risuonare, senza intenzione o interruzione, il <i>Sutra del loto</i>.
Sono giunto sin qui inconsapevole dei passi e dei segnali che mi hanno guidato. E adesso, che strano, provo un senso di pace assoluta.
Nel silenzio del cielo trova tregua la fretta di andare, l’incessante ricerca di un qualcosa che a guardare bene già possedevo, che era mio ma in un gioco di illusione ho gettato al di fuori di me, per poi perdermi nella caccia ai fantasmi che scivolano silenziosi e inafferrabili sui muri, si mostrano attraverso finestre dagli spessi vetri, si nascondono su cime inaccessibili, nella nebbia, nel pianto.
Voglio restare qui, dove posso raccogliere ogni attimo perso con un singolo respiro, e fare di questo luogo il mio intimo spazio, nell’attesa che quella sfera luminosa si condensi per forza di attrazione, trasformandosi in nuova acqua che riesca a bagnarmi.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Sembra bizzarro, ma ancora cresce l&rsquo;erba.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">E&rsquo; vero: ha un colore pi&ugrave; freddo, come tutto il resto in questo luogo che sembra privo d&rsquo;aria, eppure gli steli si ostinano a proiettare la loro punta di lancia verso un cielo alieno.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">In questo spazio deserto potrebbe risuonare, senza intenzione o interruzione, il <i style="mso-bidi-font-style: normal">Sutra del loto</i>.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Sono giunto sin qui inconsapevole dei passi e dei segnali che mi hanno guidato. E adesso, che strano, provo un senso di pace assoluta.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Nel silenzio del cielo trova tregua la fretta di andare, l&rsquo;incessante ricerca di un qualcosa che a guardare bene gi&agrave; possedevo, che era mio ma in un gioco di illusione ho gettato al di fuori di me, per poi perdermi nella caccia ai fantasmi che scivolano silenziosi e inafferrabili sui muri, si mostrano attraverso finestre dagli spessi vetri, si nascondono su cime inaccessibili, nella nebbia, nel pianto.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Voglio restare qui, dove posso raccogliere ogni attimo perso con un singolo respiro, e fare di questo luogo il mio intimo spazio, nell&rsquo;attesa che quella sfera luminosa si condensi per forza di attrazione, trasformandosi in nuova acqua che riesca a bagnarmi.</font></span></span></p>
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		<title>La strada verso casa</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 18:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono cose che è difficile spiegare, suggestioni ardue da raccontare: il tessuto di esclusive emozioni. In un percorso spirituale, segnato da pensieri del tutto personali, alcune azioni possono prendere per noi un significato preciso e tuttavia faticoso da condividere. Nel nostro personale Cammino possiamo trovarci a percorrere sentieri solo nostri; sentieri battuti in solitudine, nascosti al mondo per una forma di pudore, o difesa.
E certi gesti si mostrano così infantili ai nostri occhi, da rimanere inespressi. 
Si può pensare di svelare ad altri i profondi passaggi della nostra anima, quando ci sentiamo protetti dall’intimità di atmosfere particolari: davanti ad un camino acceso, nella penombra di un bicchiere di vino, oppure su una spiaggia deserta, immersi nel vento fresco, anticipo di una burrasca imminente…</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/casa_3.jpg" /><br />
	<span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif">&nbsp;</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Ci sono cose che &egrave; difficile spiegare, suggestioni ardue da raccontare: il tessuto di esclusive emozioni.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">In un percorso spirituale, segnato da pensieri del tutto personali, alcune azioni possono prendere per noi un significato preciso e tuttavia faticoso da condividere.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Nel nostro personale Cammino possiamo trovarci a percorrere sentieri solo nostri; sentieri battuti in solitudine, nascosti al mondo per una forma di pudore, o difesa.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">E certi gesti si mostrano cos&igrave; infantili ai nostri occhi, da rimanere inespressi. <br />
	Si pu&ograve; pensare di svelare ad altri i profondi passaggi della nostra anima, quando ci sentiamo protetti dall&rsquo;intimit&agrave; di atmosfere particolari: davanti ad un camino acceso, nella penombra di un bicchiere di vino, oppure su una spiaggia deserta, immersi nel vento fresco, anticipo di una burrasca imminente&hellip; ma non &egrave; semplice farlo nella luce di un mattino di quasi estate, avvolti <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>dall&rsquo;allegro rumore del mercato che si agita fuori <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>dalla finestra aperta: il cigolare dei carretti della frutta, le voci alte a magnificare i prodotti in vendita. Quando la realt&agrave; sembra cos&igrave; concreta, quasi banale.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Cos&igrave;, la mia strada verso casa.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Quella al centro, vicino alle nuvole, &egrave; la finestra della stanza nella quale sono nato, che da sempre io considero la mia vera casa.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Nel corso degli anni, alla ricerca di una energia che ho sentito interrotta, ho indugiato spesso nello <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>speranzoso pellegrinaggio verso questo luogo. Una ricerca per spazi e tempi che sentivo vivi e miei, anche pi&ugrave; del momento presente.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Un percorso che si snoda per strade interiori, attraverso negozi ormai chiusi, pavimentazioni rifatte, insegne e lampioni sostituiti. </font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Le prime leggere nevicate guardate a bocca aperta attraverso il vetro appannato, nella luce dorata della sera. La figlia della tabaccaia, cos&igrave; graziosa e distante, altezzosa. Il freddo fuori, e dentro il calore di una corsa verso la scuola, nella cartella un pezzo di focaccia per l&rsquo;ora di ricreazione. <br />
	Una vita che non esiste pi&ugrave;, nella quale tuttavia ho cercato un senso che sentivo perduto, che non ritrovavo nel quotidiano.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">La strada verso casa &egrave; carica di infruttuosa malinconia, &egrave; un portare doni all&rsquo;oracolo della rinuncia, perch&eacute; l&rsquo;energia che cercavo, non l&rsquo;ho mai trovata. Era solo un patetico miraggio.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Credevo che nel punto di inizio della mia vita si fosse sprigionata una forza particolare, che ancora permaneva e che potevo catturare e fare di nuovo mia.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Ma un punto di partenza non corrisponde ad un punto di arrivo, ammesso che un punto di arrivo esista davvero, in questa trasformazione senza fine.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 0pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">E quello che non ho visto, oltre la facciata di questa casa, &egrave; il cielo inesplorato pronto ad accogliermi.</font></span></span></p>
<p style="text-align: center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000" face="Times New Roman" size="3"><span _fck_bookmark="1" style="display: none">&nbsp;</span></font></span></span><font color="#000000" face="Times New Roman" size="3"><span _fck_bookmark="1" style="display: none">&nbsp;</span></font></p>
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		<title>Io sono</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 15:32:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una frase da abolire nel mio calendario.
<i>Io non posso.</i>
Il muro che mi circonda a creare il castello nel quale alla fine mi sono trovato imprigionato – e neanche sono una principessa e quindi, niente riscatto azzurro su cavallo bianco – mi va stretto come gli abiti che indossavo da ragazzino. Che poi all’incirca in quei tempi ho formulato per la prima volta la frase.
<i>Io non posso.</i>
Una suggestione.
Camminavo libero e sereno e lo sguardo si spingeva lontano senza incontrare ostacoli finché una voce sicura del proprio ruolo mi disse: tu se qui e sei là e sopra e sotto.
E da allora ho iniziato ad ascoltare le voci. A dare un senso ai silenzi. Un peso agli sguardi. Una sostanza alle paure.
 Una voce che ti parla descrivendo meraviglie per quel che sei, può suonare falsa se hai dato credito a chi veniva prima. Uno sguardo può risultare insostenibile quando tu per primo vi trovi dei significati. Un silenzio diviene insopportabile quando senti la necessità di riempirlo con parole che non possiedi. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><span style="line-height: 115%; font-family: 'calibri', 'sans-serif'; font-size: 11pt; mso-fareast-font-family: calibri; mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-ansi-language: it; mso-fareast-language: en-us; mso-bidi-language: ar-sa"><font color="#000000" face="Calibri">C&rsquo;&egrave; una frase da abolire nel mio calendario.<br />
	<i style="mso-bidi-font-style: normal">Io non posso.</i><br />
	Il muro che mi circonda a creare il castello nel quale alla fine mi sono trovato imprigionato &ndash; e neanche sono una principessa e quindi, niente riscatto azzurro su cavallo bianco &ndash; mi va stretto come gli abiti che indossavo da ragazzino. Che poi all&rsquo;incirca in quei tempi ho formulato per la prima volta la frase.<br />
	<i style="mso-bidi-font-style: normal">Io non posso.</i><br />
	Una suggestione.<br />
	Camminavo libero e sereno e lo sguardo si spingeva lontano senza incontrare ostacoli finch&eacute; una voce sicura del proprio ruolo mi disse: tu se qui e sei l&agrave; e sopra e sotto.<br />
	E da allora ho iniziato ad ascoltare le voci. A dare un senso ai silenzi. Un peso agli sguardi. Una sostanza alle paure.<br />
	Una voce che ti parla descrivendo meraviglie per quel che sei, pu&ograve; suonare falsa se hai dato credito a chi veniva prima. Uno sguardo pu&ograve; risultare insostenibile quando tu per primo vi trovi dei significati. Un silenzio diviene insopportabile quando senti la necessit&agrave; di riempirlo con parole che non possiedi.<br />
	E perch&eacute; mai dovresti farlo? Non &egrave; compito tuo riempire i vuoti. Soltanto la paura ti spinge a fuggire il silenzio.<br />
	E in questa frase<br />
	<i style="mso-bidi-font-style: normal">Io non posso</i><br />
	ho trovato giustificazione e consolazione alle reiterate rinunce che nel corso degli anni ho accolto nella mia vita, quasi come buoni amici.<br />
	Porsi fuori dal gioco a osservare tante piccole formiche affaccendate nel costruire un nido che per quanto profondo non potr&agrave; sostenere la pioggia imminente, con occhi distaccati e l&rsquo;arroganza di chi ha rinunciato ai propri sogni, &egrave; diventata un&rsquo;attivit&agrave; quasi piacevole. <br />
	Ma &egrave; una suggestione.<br />
	Una voce mi parla dentro indicando limiti, ostacoli, manchevolezze e perimetri invalicabili. Ma questa voce l&rsquo;ho creata io, o se mi &egrave; stata offerta l&rsquo;ho volentieri accettata, insieme all&rsquo;indolente pigrizia alimentata dalla routine quotidiana.<br />
	E quante parole non ho detto, quanti gesti ho frenato, quante avventure ho lasciato disponibili a chi avesse voglia di correre qualche rischio. Parole represse e schiene voltate.<br />
	Per&ograve; &egrave; una suggestione.<br />
	L&rsquo;immagine che ho concepito di me che si muove per il mondo, mi conduce a spasso trattenendomi con fili fortissimi quanto immaginari.<br />
	E&rsquo; tutto qui: ho pensato di essere quello e all&rsquo;interno di tali spazi mi sono formato.<br />
	Ma io non sono quello.<br />
	C&rsquo;&egrave; stato un tempo in cui ho percorso un cammino millenario, sulle orme dei passi di chi &egrave; venuto prima di me e lasciando una traccia a chi mi avrebbe seguito.<br />
	<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>Lungo il tragitto ho ritrovato tutta la mia vita, disposta in modo diverso da come l&rsquo;avevo sempre vista ordinata: i piani temporali si intersecavano a segnalare un significato mai supposto prima, i gesti e le azioni trovavano e meritavano una giusta collocazione e soluzione.<br />
	Poi, di fronte a una cattedrale composta da pietre simili a quelle che costruivano il mio muro, in quel momento sgretolato e poi dissolto in un pianto liberatorio, solo un pensiero si affacciava alla mia mente:<i style="mso-bidi-font-style: normal"> Io sono</i>.<br />
	Avessi potuto restare per sempre in quel luogo, niente pi&ugrave; sarebbe mutato nel mio essere vivo al momento presente.<br />
	Ma nel ritorno e poi nel tempo che sempre pi&ugrave; mi separava da quel momento, sono tornate a frotte le suggestioni.<br />
	E mi sono visto per come non sono, ma vedendomi cos&igrave; lo sono diventato, di nuovo.<br />
	Ho lasciato che si affievolisse la voce perentoria che affermava che <i style="mso-bidi-font-style: normal">io sono</i>,<span style="mso-spacerun: yes">&nbsp; </span>unico e irripetibile in questo squarcio di vita, come mai nessuno &egrave; stato prima di me e nessuno sar&agrave; mai, dopo.<br />
	Non &egrave; un delirio di onnipotenza: non sono migliore dei difetti che mi porto appresso.<br />
	Ma &egrave; giunto il&nbsp;tempo che io mi ricordi chi sono, e dove sto andando. </font></span></p>
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		<title>Alessandro Baricco – Emmaus</title>
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		<comments>http://www.graffiati.it/recensioni/alessandro-baricco-emmaus/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 23:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella sua ultima fatica, Emmaus, Baricco usa un linguaggio che sta a metà tra un Pratolini annoiato e una Santacroce in vena di moderazione.
Un ibrido che lascia un retrogusto di insoddisfazione: nasce il desiderio di leggere le immagini dalla grande potenza evocatrice che spesso di lui ci hanno fatto innamorare, oppure di vedere un Baricco che prende il coraggio a quattro mani e sputtana la Santacroce sul suo stesso terreno, che i mezzi in fondo li avrebbe.
Durante la lettura salta agli occhi, immediata, la voglia di stupire, anche legittima in uno scrittore, e alla quale comunque Baricco un po’ ci ha abituato. 
E in effetti ci si può stupire, nel vederlo parlare di cazzi, così avvezzi come siamo a ricordare le immagini di tele dipinte con l’acqua di mare e tazze di tè girate con precisione a cercare il punto dove si sono posate labbra altrui. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="entry clearfloat">
<div style="margin: 0cm 0cm 10pt">
<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1" width="300">
<tbody>
<tr>
<td valign="top"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><img alt="" height="150" src="http://graffiati.it/wp-content/uploads/emmaus.jpg" width="96" /></span></span></td>
<td>
<p><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><strong>Titolo:</strong> <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/emmaus-baricco-alessandro-feltrinelli/libro/9788807017988" target="_blank">Emmaus</a><br />
							<strong>Autore:</strong> Baricco Alessandro<br />
							<strong>Editore:</strong> Feltrinelli<br />
							<strong>Data di Pubblicazione:</strong> 2009<br />
							<strong>Collana: </strong>I narratori<br />
							<strong>ISBN: </strong>8807017989<br />
							<strong>ISBN-13:</strong> 9788807017988<br />
							<strong>Pagine: </strong>139<br />
							<strong>Reparto:</strong> Narrativa italiana </span></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table></div>
</div>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><br />
	Nella sua ultima fatica, <i>Emmaus</i>, Baricco usa un linguaggio che sta a met&agrave; tra un Pratolini annoiato e una Santacroce in vena di moderazione.<br />
	Un ibrido che lascia un retrogusto di insoddisfazione: nasce&nbsp;il desiderio&nbsp;di leggere le immagini dalla grande potenza evocatrice che spesso di lui ci hanno fatto innamorare, oppure di vedere un Baricco che prende il coraggio a quattro mani e sputtana la Santacroce sul suo stesso terreno, che i mezzi in fondo li avrebbe.<br />
	Durante la lettura salta agli occhi, immediata, la voglia di stupire, anche legittima in uno scrittore, e alla quale comunque Baricco un po&rsquo; ci ha abituato. <br />
	E in effetti ci si pu&ograve; stupire, nel vederlo parlare di cazzi, cos&igrave; avvezzi come siamo a ricordare le immagini di tele dipinte con l&rsquo;acqua di mare e tazze di t&egrave; girate con precisione a cercare il punto dove si sono posate labbra altrui. <br />
	E anche se siamo in fondo abituati all&rsquo;uso <i>disinvolto</i> che spesso Baricco fa dei segni di interpunzione, la meraviglia di una lineetta che prepotente e frequente si insinua a separare frasi e pensieri, pi&ugrave; che stupore desta alla fine un senso di noia. Verrebbe quasi da dire: Vabb&egrave;, qui ci hai infilato una lineetta perch&eacute; sei Baricco, ma ci stava bene anche una virgola &ndash; e forse ci stava meglio.<br />
	La storia &egrave; di per s&eacute; ininfluente, nel senso che per molti versi ci troviamo di fronte a un <i>gi&agrave; visto</i>, ma risulta alla fine efficace a veicolare quello che nel romanzo rappresenta il messaggio di fondo, gi&agrave; anticipato dal titolo.<br />
	Nel vangelo di Luca si legge di due discepoli che, in cammino verso la piccola citt&agrave; di Emmaus, discutono della resurrezione di Cristo. Si avvicina un uomo che chiede loro di cosa stiano parlando. I due lo invitano a cenare insieme e solo quando lo vedono spezzare il pane si rendono conto di trovarsi &nbsp;in compagnia del Messia e quando lo capiscono, il Messia sparisce. A quel punto si chiedono come abbiano potuto non capire, non riconoscere la presenza.<br />
	E varrebbe la pena di leggere questo libro anche solo per la domanda che pone.<br />
	Nella storia di Emmaus, i personaggi non sanno. Persino lo stesso Ges&ugrave;, all&rsquo;inizio, sembra non sapere di s&eacute; e della sua morte. Cos&igrave; noi, allo stesso modo, viviamo in una sorta di smarrimento, non riconoscendo ci&ograve; che &egrave;, anche se ci sediamo alla tavola di ogni cosa e persona incontrata sul nostro cammino. <br />
	<i>Camminiamo come discepoli a Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo.<br />
	</i>E quando apprendi questa verit&agrave;, trovandoti costretto ad ammettere che dentro di te l&rsquo;hai sempre saputa, o forse scoperta sempre alla fine, ti chiedi come sia stato possibile vivere senza riconoscere le persone che hanno accompagnato la tua esistenza. Mangiare con loro, parlare, ridere e scherzare, vivere, senza riconoscerle. Non pare possibile, eppure non puoi evitare di sentire la profonda verit&agrave; di queste parole: <i>Conosciamo l&rsquo;avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore</i>.<br />
	Magari ti infastidisce trovare un quasi Pratolini nella descrizione di ambienti, emozioni e dialoghi. Forse potr&agrave; lasciarti insoddisfatto la marginale descrizione di un pene accarezzato sotto un plaid senza finale succulento in stile Santacroce.<br />
	Ma non potrai esimerti da ringraziare con sincerit&agrave; questo scrittore che hai amato e dal quale a volte ti sei sentito tradito: questa volta ha parlato di te, parlando di noi.</span></span></p>
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		<title>Nonostante</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 16:40:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nonostante oggi, che ho designato quale giorno perfetto per interrompere i miei rapporti con le sigarette, me ne sia stata regalata una stecca, la fiducia nel domani  che mi ha accolto al risveglio in questo piovoso mattino non ne è risultata in alcun modo scalfita.
L’universo mi mette alla prova.
E’ buffo notare che quando cerchi di fuggire da qualcosa, ne vieni sovente inondato. E di quello che più brami si fa subito carestia.
Non pensavo di scrivere, oggi, e infatti mi sembra di non aver niente da dire. E’ così da tanto tempo. Questo blog langue da lustri e lo scritto che considero il più importante della mia vita giace monco in una pagina di word. Quando ci penso cerco di ignorare la tristezza che mi assale, tentando allo stesso tempo di giustificarmi: troppa fatica, senso di inadeguatezza, le parole che appena rilette appaiono aliene, ingiustificabili. Improponibili? ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000">Nonostante oggi, che ho designato quale giorno perfetto per interrompere i miei rapporti con le sigarette, me ne sia stata regalata una stecca, la fiducia nel domani <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>che mi ha accolto al risveglio in questo piovoso mattino non&nbsp;ne &egrave; risultata&nbsp;in alcun modo scalfita.<br />
	L&rsquo;universo mi mette alla prova.<br />
	E&rsquo; buffo notare che quando cerchi di fuggire da qualcosa, ne vieni sovente inondato. E di quello che pi&ugrave; brami si fa subito carestia.<br />
	Non pensavo di scrivere, oggi, e infatti mi sembra di non aver niente da dire. E&rsquo; cos&igrave; da tanto tempo. Questo blog langue da lustri e lo scritto che considero il pi&ugrave; importante della mia vita giace monco in una pagina di word. Quando ci penso cerco di ignorare la tristezza che mi assale, tentando allo stesso tempo di giustificarmi: troppa fatica, senso di inadeguatezza, le parole che appena rilette appaiono aliene, ingiustificabili. Improponibili?<br />
	Improbabili.</font></span></span><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><font color="#000000"><br />
	Ma una voce lontana seppur vicina quanto mai altre mi ha esortato a scrivere due righe. Solo due. Aprire la speranza e aggiungere qualche centimetro di pelle al monco.<br />
	E cos&igrave; lo faccio.<br />
	Per rendere eclatante questo gesto minimo e tuttavia faticoso e forse pericoloso quanto aprire il vaso di Pandora, nel bene e nel male, e per rendere evidente all&rsquo;universo l&rsquo;intenzione <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>di rintracciare in qualche luogo le mie parole, o come dicevo un tempo la <i style="mso-bidi-font-style: normal">musica dei miei giorni</i>, ho deciso di pubblicare la frase appena scritta a peritura sentenza e monito. <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span><br />
	Sembra un gesto stupido, o forse lo &egrave; davvero. Magari sto solo cercando di incastrarmi. Perch&eacute; sono pigro, e la scrittura non &egrave; attivit&agrave; facile o riposante. Pu&ograve; anche donare una grande soddisfazione, ma prosciuga le palle.<br />
	Quindi, nonostante voi non possiate avere la pi&ugrave; piccola idea di dove mi son permesso di collocare la frase che seguir&agrave;, nonostante il rischio che mai, voi, n&eacute; altri, possiate un giorno godere dell&rsquo;occasione di incontrare queste parole stampate su un foglio di carta, nonostante l&rsquo;impegno spaventi in modo totale la mia pigrizia e solletichi il preventivo senso di disfatta, questo &egrave; il risultato dell&rsquo;immensa fatica.</font></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0cm 0cm 10pt"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><i style="mso-bidi-font-style: normal"><font color="#000000">E adesso qui, seduto a contemplare il proprio riflesso nella vetrina di un bar che solo poche ore prima avrebbe giudicato remoto quanto una stella la cui luce non avesse ancora <span style="mso-spacerun: yes">&nbsp;</span>trovato il tempo di raggiungere questo piccolo pianeta, sentiva persa ogni certezza su dove si trovasse. E quali passi avrebbe deciso di intraprendere.</font></i></span></span><i style="mso-bidi-font-style: normal"><font size="3"><font color="#000000"><font face="Calibri"><o:p></o:p></font></font></font></i></p>
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		<title>Ricapitolando</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 14:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E così anche stavolta hai omesso di fare attenzione. Eppure ti era stato detto, non molto tempo fa: la prossima volta, fai attenzione. Sì, certo. Con quanta cura hai riposto enfasi e convinzione nella tua risposta, consapevole e sicuro dell’inopportunità di riprovare certi passaggi. E poi hai chiuso il cuore in un cassetto, perché cessasse di rivelare la sua presenza. Che scherziamo? …mica siamo in un racconto di Edgar Allan Poe.
Ma, Dio, come si può evitare di costruire un ponte verso la speranza, il sogno, quando se ne presenta l’occasione?
E poi stavolta le parole sembravano diverse, e i gesti, e le intenzioni. E tu, pure. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/affossata.jpg" /></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif">E cos&igrave; anche stavolta hai omesso di fare attenzione. Eppure ti era stato detto, non molto tempo fa: la prossima volta, fai attenzione. S&igrave;, certo. Con quanta cura hai riposto enfasi e convinzione nella tua risposta, consapevole e sicuro dell&rsquo;inopportunit&agrave; di riprovare certi passaggi. E poi hai chiuso il cuore in un cassetto, perch&eacute; cessasse di rivelare la sua presenza. Che scherziamo? &hellip;mica siamo in un racconto di Edgar Allan Poe.<br />
	Ma, Dio, come si pu&ograve; evitare di costruire un ponte verso la speranza, il sogno, quando se ne presenta l&rsquo;occasione?<br />
	E poi stavolta le parole sembravano diverse, e i gesti, e le intenzioni. E tu, pure.<br />
	E mentre la notte invecchia chiudi con un sospiro il libro sul Transurfing, pensando che invece di scivolare sereno attraverso la realt&agrave; stai cadendo verso un baratro senza fondo. Il buio fuori e il buio dentro.<br />
	L&rsquo;enorme potenziale superfluo che inesorabile si avvia a sfondarti il culo.<br />
	Ancora. Ma adesso hai un nome da dargli. Almeno servisse a qualcosa.<br />
	Vorresti aprire le finestre ma il vento freddo e gelido che soffia fuori ti dissuade dal farlo. E se non puoi aprire le finestre, che altro ti resta?<br />
	Provi ad ascoltare la tua profonda essenza, la tua natura fondamentalmente ottimista che cerca di spiegarti che in fondo non tutto &egrave; perduto, che sei ancora capace di allontanarti dal dolore, aprire il cassetto delle parole e terminare l&rsquo;opera alla quale potrai apporre un felice ringraziamento, dimenticandoti del resto.<br />
	Lo farai, e avr&agrave; un senso, adesso?<br />
	Quanta distanza ti separa dal tuo cuore?<br />
	Leggendo che in fondo agli inferi non si sta cos&igrave; male, non puoi trovarti d&rsquo;accordo: &egrave; freddo, l&rsquo;inferno, invaso dallo stesso vento che preme contro le finestre.<br />
	E oggi c&rsquo;&egrave; chi dispone ogni singolo ricordo sui mobili sparsi per casa, per ricordarsi di non dimenticare. E questo &egrave; il freddo.<br />
	Tu ne hai soltanto uno, di ricordi, una piccola spada senza filo che taglia pi&ugrave; di mille fendenti di uno scatenato highlander.<br />
	E&rsquo; tutto a posto, tutto come doveva essere: porte e finestre chiuse, freddo e buio e vento fuori.<br />
	Una notte senza fine.<br />
	Fai attenzione.</span></span></p>
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		<title>Henry Jenkins – Cultura convergente</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 22:42:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quanti ritenevano inevitabile una collisione distruttiva tra vecchi e nuovi media dovranno ricredersi: internet non ucciderà la televisione così come la televisione non ha ucciso il cinema. La rivoluzione alla quale stiamo assistendo è il risultato della diversificazione e modificazione degli strumenti atti a veicolare i contenuti, nonché della loro evoluzione: computer e cellulari non solo si trasformano in televisione, stereo e telecamera, ma facilitano la distribuzione dei prodotti che con quegli stessi dispositivi si possono creare. In questo modo i contenuti della comunicazione possono essere elaborati e adattati a una sempre più vasta e diversificata condivisione.
Si apre così uno scenario di produzione e fruizione culturale del tutto nuovo, molto spesso osteggiato dalle grandi Major e dai Network broadcast, ma col quale è ormai necessario fare i conti. La trasmissione broadcast (da uno a molti) si aspetta dei consumatori passivi, prevedibili e in qualche modo facili all’indottrinamento, pronti a fruire acriticamente i format dell’intrattenimento decisi dall’alto e dall’alto imposti, spettatori immobili e quasi ipnotizzati di fronte alla scatola che trasmette contenuti sui quali è impossibile intervenire. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/convergente.gif" /><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>Titolo: <a href="http://www.ibs.it/code/9788850326297/jenkins-henry/cultura-convergente.html">Cultura convergente</a><br />
	</strong><strong>Autore</strong>: Jenkins Henry<br />
	<strong>Prezzo</strong>: &euro; 22,00<br />
	<strong>Dati</strong>: 2007, XLVIII-368 p., ill., brossura<br />
	<strong>Traduttore</strong>: Susca V.; Papacchioli M.; Sala V. B.<br />
	<strong>Editore</strong>: Apogeo (collana Apogeo Saggi)</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p>	<span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">Quanti ritenevano inevitabile una collisione distruttiva tra vecchi e nuovi media dovranno ricredersi: internet non uccider&agrave; la televisione cos&igrave; come la televisione non ha ucciso il cinema. La rivoluzione alla quale stiamo assistendo &egrave; il risultato della diversificazione e modificazione degli strumenti atti a veicolare i contenuti, nonch&eacute; della loro evoluzione: computer e cellulari non solo si trasformano in televisione, stereo e telecamera, ma facilitano la distribuzione dei prodotti che con quegli stessi dispositivi si possono creare. In questo modo i contenuti della comunicazione possono essere elaborati e adattati a una sempre pi&ugrave; vasta e diversificata condivisione.<br />
	Si apre cos&igrave; uno scenario di produzione e fruizione culturale del tutto nuovo, molto spesso osteggiato dalle grandi <em>Major</em> e dai <em>Network broadcast</em>, ma col quale &egrave; ormai necessario fare i conti. La trasmissione broadcast (da uno a molti) si aspetta dei consumatori passivi, prevedibili e in qualche modo facili all&rsquo;indottrinamento, pronti a fruire acriticamente i format dell&rsquo;intrattenimento decisi dall&rsquo;alto e dall&rsquo;alto imposti, spettatori immobili e quasi ipnotizzati di fronte alla scatola che trasmette contenuti sui quali &egrave; impossibile intervenire. Oggi invece per il consumatore diventa possibile l&rsquo;appropriarsi di una canzone, per esempio, e trasformarla utilizzandola come colonna sonora per un video da trasmettere in internet o come file da condividere sul computer. E&rsquo; diventato molto facile interagire con immagini, suoni e informazioni, creando nuovi contenuti o utilizzando i vecchi in contesti nuovi. E&rsquo; la nascita di una cultura popolare, intesa come propriet&agrave; di chi la recepisce, se ne appropria e la reinventa in formule diverse per poi ridistribuirla, una cultura partecipativa, che non risente dell&rsquo;acceso dibattito tra chi sostiene che tutto si riduce ad un &ldquo;copia e incolla&rdquo; e quanti invece affermano che la rielaborazione &egrave; alla base della creativit&agrave;.<br />
	Aspetto non irrilevante di queste modalit&agrave; di fruizione (e produzione) &egrave; la possibilit&agrave; di interagire con persone che coltivano gli stessi interessi, a prescindere dalla collocazione geografica, magari aventi caratteristiche personali di approccio ai media e competenze specifiche, usufruendo quindi di una forma di scambio e confronto e apprendimento reciproco. Si assiste alla formazione di comunit&agrave; eterogenee che hanno come come motivazione comune la passione per un prodotto televisivo o cinematografico, fino ad arrivare alla creazione di veri e propri &ldquo;mondi paralleli&rdquo; caratterizzati da quella che Jenkins definisce <em>intelligenza collettiva distribuita</em>. La fortuna di alcuni reality quali <em>Survivor</em>, versione americana dell&rsquo;isola dei famosi, si deve in gran parte all&rsquo;opera delle comunit&agrave; di <em>fan</em> che alla ricerca di informazioni sul possibile vincitore (<em>Survivor </em>viene registrato per intero prima della messa in onda) ingaggiano un duello con i produttori i quali a loro volta sono ben felici di sfruttare il fenomeno per massimizzare gli ascolti e fidelizzare gli spettatori. Tale atteggiamento aperto verso la condivisione delle informazioni potrebbe rivelare potenzialit&agrave; interessanti, una volta che giungesse ad esprimersi in campi quali la politica o l&rsquo;attivismo sociale, e Jenkins interpreta questo fenomeno come un allenamento al pensare collettivamente, abilit&agrave; che poi consentirebbe peculiari sviluppi alle modalit&agrave; di partecipazione al vivere sociale.<br />
	La formazione di una intelligenza collettiva produce <em>convergenza</em>, ovvero la capacit&agrave; di utilizzare le varie piattaforme di distribuzione dei contenuti per creare veri e propri mondi da esplorare guidati dai personali gusti e usando il mezzo preferito. Operazione non facile: in alcuni tentativi poco felici pu&ograve; semplicemente ridursi al riprodurre gli stessi contenuti in forme diverse, ma in altri casi, ad esempio nella serie <strong>The Matrix</strong>, si sviluppa una narrazione articolata attraverso media del tutto diversi come i fumetti, videogiochi, web e film di animazione, in questo modo ampliando e completando la storia narrata in tre film, nei quali i registi (i fratelli <strong>Wachowski</strong>) inseriscono elementi e indizi che risultano incomprensibili fino a che non giochiamo al <em>video game</em>.<br />
	<strong>The Matrix</strong> &egrave; l&rsquo;intrattenimento per l&rsquo;era dell&rsquo;intelligenza collettiva: seguirne la narrazione <em>transmediale </em>(storia raccontata su diversi media) richiede uno sforzo maggiore di quello che serve per recarsi al cinema: <em>la distinzione tra autori e lettori, produttori e spettatori, creatori e interpreti si confonde per formare un circuito di espressione in cui ogni partecipante &egrave; impegnato a sostenere l&rsquo;attivit&agrave; degli altri</em> (pag.83).<br />
	Le corporazioni dei media stanno pian piano prendendo atto del valore che la partecipazione dei fan aggiunge alle loro produzioni, ma questo non impedisce che, pur parlando di &ldquo;<em>capitale emozionale</em>&ldquo;, riferendosi al coinvolgimento del pubblico, da alcuni questa partecipazione sia vista come un&rsquo;ingerenza e una minaccia. In ballo, naturalmente, c&rsquo;&egrave; il concetto dei diritti d&rsquo;autore.<br />
	Quando una ragazzina americana, <strong>Heather Lawver</strong>, dopo aver letto un libro di <em>Harry Potter</em> decide di mettere online uno spazio web chiamato &ldquo;<em>The daily prophet</em>&rdquo; ( <a href="http://www.dprophet.com/">http://www.dprophet.com/</a>) nel quale si racconta il diario di classe dell&rsquo;immaginaria scuola di Hogwarts, si trova inevitabilmente a scontrarsi con la casa cinematografica <strong>Warner Bros</strong>, detentrice dei diritti. E con lei, molti altri bambini che in tutto il mondo gestiscono, a proprie spese, siti simili.<br />
	La <em>Warner</em> ha giocato le carte che aveva a disposizione: dalle minacce alle azioni legali, con il risultato di assistere ad una levata di scudi globale contro le case cinematografiche tanto ingrate nei confronti dei loro sostenitori. E la <em>Warner</em>, in qualche modo, si &egrave; vista costretta a fare marcia indietro.<br />
	Questa vicenda e le altre simili, che vedono coinvolti gli appassionati, per esempio, di <em>Star trek</em> e <em>Star wars</em>, oltre a mettere in luce quello che si potrebbe ben definire un nuovo genere letterario, la <em>fan fiction</em>, potrebbe verosimilmente portare a un cambiamento nell&rsquo;atteggiamento delle imprese mediatiche verso le comunit&agrave; di fan, a tutto vantaggio dell&rsquo;emergente cultura <em>grassroots</em>, caratterizzata dall&rsquo;utilizzo che i consumatori possono fare, spesso in modo non autorizzato, di un flusso di contenuti mediatici.<br />
	La cultura convergente &egrave; il futuro che sta prendendo forma oggi, un futuro nel quale la partecipazione sar&agrave; vista sempre pi&ugrave; come un diritto politico fondamentale.</span></span></p>
<p style="text-align: justify"><img align="left" alt="" height="110" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/jenkins.jpg" width="75" /><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>Note biografiche dell&rsquo;autore:<br />
	</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>Henry Jenkins</strong> &egrave; direttore del Comparative Media Studies Program del MIT. Autore e curatore di molti libri sui vari aspetti dei media e della cultura popolare tra cui <em>Fans, Bloggers, and games: Exploring Partecipatory Culture</em>, New York University Press, 2006 e <em>From barbie to Mortal Combact: Gender and Computer Games</em>, MIT Press, 2001, collabora ai mensili <em>Tecnology Review</em> e <em>Computer Games</em>.</span></span></p>
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		<title>Fëdor Dostoevskij: Memorie dal sottosuolo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 22:19:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A quel tempo non avevo che ventiquattro anni. E già allora la mia vita era tetra, disordinata e solitaria fino alla selvatichezza. Non frequentavo nessuno, evitavo persino di parlare con la gente e mi rannicchiavo sempre di più nel mio cantuccio. In ufficio, alla cancelleria, cercavo addirittura di non guardare nessuno, e  m’accorgevo benissimo che i miei colleghi non solo mi consideravano un bislacco, ma – avevo sempre anche questa sensazione – parevano quasi osservarmi con una specie di ripugnanza. E mi veniva questo pensiero: ma com’è che nessun altro all’infuori di me ha la sensazione che lo si stia osservando con ripugnanza? Uno dei nostri impiegati aveva una faccia repellente, butteratissima, fin quasi brigantesca. ...</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif"><strong>F&euml;dor Dostoevskij: Memorie dal sottosuolo<br />
	</strong><em>Pagina 69</em></span></span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">A quel tempo non avevo che ventiquattro anni. E gi&agrave; allora la mia vita era tetra, disordinata e solitaria fino alla selvatichezza. Non frequentavo nessuno, evitavo persino di parlare con la gente e mi rannicchiavo sempre di pi&ugrave; nel mio cantuccio. In ufficio, alla cancelleria, cercavo addirittura di non guardare nessuno, e&nbsp; m&rsquo;accorgevo benissimo che i miei colleghi non solo mi consideravano un bislacco, ma &ndash; avevo sempre anche questa sensazione &ndash; parevano quasi osservarmi con una specie di ripugnanza. E mi veniva questo pensiero: ma com&rsquo;&egrave; che nessun altro all&rsquo;infuori di me ha la sensazione che lo si stia osservando con ripugnanza? Uno dei nostri impiegati aveva una faccia repellente, butteratissima, fin quasi brigantesca. Se l&rsquo;avessi avuta io una faccia cos&igrave; indecente, credo che non avrei mai nemmeno osato alzar gli occhi su chicchessia. Un altro portava un&rsquo;uniforme talmente logora che bastava passargli accanto, per sentirne il cattivo odore. Eppure nessuno di questi due signori si mostrava mai confuso &ndash; n&eacute; a motivo dell&rsquo;abito, n&eacute; a motivo della faccia, n&eacute; per un qualche altro motivo d&rsquo;ordine morale.&nbsp; N&eacute; l&rsquo;uno n&eacute; l&rsquo;altro si immaginava mai che lo si stesse osservando con ripugnanza; o se anche se l&rsquo;immaginavano, per loro non faceva nessuna differenza &ndash; sempre che non si fosse trattato del signor direttore. Ora m&rsquo;&egrave; perfettamente chiaro che ero io stesso, in conseguenza della mia vanit&agrave; sconfinata &ndash; e dunque anche delle enormi pretese che mi ponevo &ndash; a osservarmi da me con una rabbiosa insoddisfazione, che giungeva per l&rsquo;appunto fino alla ripugnanza; e appunto perci&ograve; nei miei pensieri attribuivo ad ogni altro quel mio modo d&rsquo;osservarmi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<table border="0" cellpadding="1" cellspacing="1">
<tbody>
<tr>
<td>&nbsp;<img alt="" src="http://www.graffiati.it/wp-content/uploads/fedor.jpg" /></td>
<td>
<p><span style="font-size: 12px"><span style="font-family: verdana,geneva,sans-serif">Titolo: Memorie dal sottosuolo<br />
					Autore: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/F%C3%ABdor_Michajlovi%C4%8D_Dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij F&euml;dor</a><br />
					Editore: Mondadori<br />
					Data di Pubblicazione: 2003<br />
					Collana: Oscar classici<br />
					ISBN: 880451602X<br />
					ISBN-13: 9788804516026<br />
					Pagine: 176<br />
					Reparto: Narrativa straniera</span></span></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>
	&nbsp;</p>
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