<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" standalone="no"?><rss xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" version="2.0">

<channel>
	<title>Green Generation</title>
	<atom:link href="https://www.green.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml"/>
	<link>https://www.green.it/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 01 Oct 2026 21:51:24 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.9</generator>

<image>
	<url>https://www.green.it/wp-content/uploads/2020/08/cropped-Screenshot-2020-08-31-at-15.10.52-32x32.png</url>
	<title>Green.it</title>
	<link>https://www.green.it/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<itunes:explicit>no</itunes:explicit><copyright>Green Generation</copyright><itunes:image href="http://www.greengeneration.it/greengeneration/wp-content/Images/GreenGeneration-RSS.png"/><itunes:keywords>greengeneration,sostenibilità,energia,ecologia,tecnologia,alimentazione,salute</itunes:keywords><itunes:summary>Ecologia, sostenibilità, energia,&#13;
informazione, salute, alimentazione, tecnologia.</itunes:summary><itunes:subtitle>Notizie, Idee, storie di un percorso virtuoso per uno sviluppo sostenibile</itunes:subtitle><itunes:category text="Society &amp; Culture"><itunes:category text="Personal Journals"/></itunes:category><itunes:author>Sabrina Aquilani</itunes:author><itunes:owner><itunes:email>info@greengeneration.it</itunes:email><itunes:name>Sabrina Aquilani</itunes:name></itunes:owner><item>
		<title>Raffrescatore evaporativo: quanto consuma, quando conviene (e quando no)</title>
		<link>https://www.green.it/raffrescatore-evaporativo/</link>
		
		
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 21:18:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ondate di calore]]></category>
		<category><![CDATA[risparmio energetico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46803</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il raffrescatore evaporativo consuma un quarto di un condizionatore e non usa gas refrigeranti, ma funziona solo dove l'aria è secca: ecco quando conviene.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/raffrescatore-evaporativo/">Raffrescatore evaporativo: quanto consuma, quando conviene (e quando no)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Con le ondate di calore che tornano ogni estate, il raffrescatore evaporativo viene proposto come l&rsquo;alternativa economica al condizionatore: costa circa la metà da installare, consuma un quarto dell&rsquo;energia e non usa gas refrigeranti (Building America, Dipartimento dell&rsquo;Energia USA). Poi lo accendi in una sera afosa di agosto sulla costa e non cambia quasi niente. Il motivo sta in una parola: umidità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il numero che decide tutto: quanta umidità c&rsquo;è fuori</h2>



<p>Un raffrescatore evaporativo raffredda aggiungendo vapore all&rsquo;aria. Finché l&rsquo;aria è secca ha spazio per assorbire quel vapore e il fresco arriva; quando è già carica di umidità, l&rsquo;acqua evapora a fatica e il raffrescamento crolla. Il Dipartimento dell&rsquo;Energia statunitense fissa una soglia tecnica: l&rsquo;apparecchio rende dove la temperatura di bulbo umido resta sotto i 21 gradi, cioè nei climi asciutti (Building America, 2024).</p>



<p>Per chi vive lungo le coste o nella Pianura Padana è il punto dolente, perché lì le notti d&rsquo;estate sono spesso afose. Un raffrescatore evaporativo dà poco sollievo e rende l&rsquo;aria interna più pesante, con l&rsquo;appiccicaticcio e, alla lunga, il rischio di condensa. Dove il caldo è secco, invece, come in molte zone interne durante le ondate, lo stesso apparecchio lavora bene e abbassa l&rsquo;aria di 8-22 gradi (Building America, 2024).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Acqua che evapora al posto del compressore</h2>



<p>Il meccanismo è quello che ci rinfresca quando sudiamo. Una ventola spinge l&rsquo;aria calda attraverso pannelli imbevuti d&rsquo;acqua; l&rsquo;acqua evapora e per farlo sottrae calore, così l&rsquo;aria esce più fredda. Non c&rsquo;è il circuito chiuso di gas che comprime e raffredda dei condizionatori: qui l&rsquo;apparecchio pesca aria dall&rsquo;esterno, la fa passare sull&rsquo;acqua e la rimette in circolo.</p>



<p>Ne discende una regola pratica che i venditori dicono di rado: il raffrescatore evaporativo va tenuto vicino a una finestra aperta o in un ambiente arieggiato. Lavora su un flusso d&rsquo;aria che entra ed esce, e in una stanza sigillata smette presto di rinfrescare perché satura l&rsquo;aria di umidità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un quarto dell&rsquo;energia, e nessun gas refrigerante</h2>



<p>Qui sta il vantaggio che spinge le vendite. L&rsquo;unica parte che assorbe corrente è il gruppo ventola più pompa dell&rsquo;acqua, mentre un condizionatore deve far girare un compressore. Il Dipartimento dell&rsquo;Energia USA stima che un raffrescatore evaporativo usi circa un quarto dell&rsquo;energia di un condizionatore centrale e costi circa la metà da installare (Building America, 2024). Meno elettricità significa anche meno anidride carbonica indiretta nelle ore in cui la rete brucia gas e carbone.</p>



<p>C&rsquo;è un secondo effetto meno visibile. I condizionatori funzionano con gas fluorurati come R-32 o R-410A, potenti gas serra che la normativa europea sta riducendo con il regolamento entrato in vigore nel 2024 (Commissione europea). Se quei gas sfuggono dai circuiti pesano sul clima molto più della CO2. Dentro un raffrescatore evaporativo, invece, c&rsquo;è soltanto acqua.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanta acqua beve</h2>



<p>Il risparmio di energia ha un prezzo dall&rsquo;altra parte del rubinetto. Un raffrescatore evaporativo consuma acqua senza sosta per bagnare i pannelli: negli esempi statunitensi, per una casa di circa 140 metri quadri il fabbisogno stimato va da circa 11.000 a oltre 47.000 litri l&rsquo;anno a seconda del clima, e sale ancora con la valvola di spurgo (Building America, 2024).</p>



<p>In un&rsquo;estate mediterranea segnata dalla siccità non è una voce che si può ignorare. Chi valuta l&rsquo;acquisto per ridurre i consumi elettrici dovrebbe mettere sul conto anche questo, insieme al fatto che l&rsquo;apparecchio non deumidifica e non è pensato per stanze chiuse.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando ha senso, e quando no</h2>



<p>Il raffrescatore evaporativo rende in aria secca e in spazi arieggiabili: case dell&rsquo;entroterra nel caldo asciutto, garage, taverne, verande, laboratori, capannoni. È una scelta sensata per chi vuole tagliare la bolletta e restare lontano dai gas fluorurati, accettando di riempire il serbatoio e tenere una finestra aperta.</p>



<p>Per le notti umide della costa o per una camera da letto sigillata nell&rsquo;afa il discorso cambia: lì un condizionatore a pompa di calore di classe alta, usato bene, resta più efficace. Prima di comprarne uno conviene guardare l&rsquo;umidità media dell&rsquo;estate nella propria zona: è quel dato, non lo spot del produttore, a dire se un raffrescatore evaporativo servirà davvero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/raffrescatore-evaporativo/">Raffrescatore evaporativo: quanto consuma, quando conviene (e quando no)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>SMR nucleare: cosa sono i piccoli reattori modulari e a che punto sono</title>
		<link>https://www.green.it/smr-nucleare-piccoli-reattori-modulari/</link>
		
		
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46797</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cosa sono gli SMR, i piccoli reattori modulari su cui punta la legge italiana sul nucleare: quanti ne funzionano nel mondo, tempi e costi reali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/smr-nucleare-piccoli-reattori-modulari/">SMR nucleare: cosa sono i piccoli reattori modulari e a che punto sono</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oggi nel mondo ci sono solo due piccoli reattori modulari collegati alla rete e operativi: la centrale galleggiante russa Akademik Lomonosov, attiva dal 2020 nell&rsquo;Artico, e il reattore cinese Linglong One (sigla tecnica ACP100), il primo di questo tipo costruito a terra. Tutti gli altri sono ancora in fase di costruzione, progettazione o solo su carta. L’Italia ha deciso di investire su questa tecnologia, gli <strong>SMR</strong>, dall’inglese <em>Small Modular Reactor</em>. La legge delega approvata in via definitiva dal Senato il 23 settembre 2026 autorizza solo reattori di piccola taglia ed esclude le grandi centrali del passato.</p>



<p>Serve capire di cosa si parla, senza entusiasmi o allarmismi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Piccoli e &ldquo;in serie&rdquo;: da dove viene l&rsquo;idea</h2>



<p>Un SMR è un reattore nucleare con una potenza fino a circa 300 megawatt elettrici, un terzo o meno rispetto a un grande reattore tradizionale. La parola importante però è la seconda: <em>modulare</em>. Si costruiscono i componenti in fabbrica, in serie, e poi li si assembla sul posto come avviene per gli impianti industriali, invece di progettare e realizzare ogni centrale come un’opera unica. In teoria questo dovrebbe abbassare i costi, accorciare i tempi e permettere di aggiungere moduli man mano che serve più energia.</p>



<p>La taglia ridotta permette di installare un SMR vicino a una città o a un polo industriale, alimentare un data center e sostituire una vecchia centrale a carbone sfruttandone i collegamenti alla rete. Negli Stati Uniti se ne discute per gli stessi motivi, dato che la richiesta di elettricità dei centri di calcolo per l&rsquo;intelligenza artificiale ha riportato l’attenzione sul nucleare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanti ne funzionano davvero</h2>



<p>La distanza tra le promesse e i fatti è ampia. Il sistema informativo dell&rsquo;AIEA (l&rsquo;Agenzia internazionale per l&rsquo;energia atomica) cataloga i reattori avanzati. I dati indicano che le decine di modelli SMR annunciati nel mondo sono quasi tutti a livello di progetto o di licenza. Gli impianti in esercizio commerciale restano i due citati all&rsquo;inizio. Il Canada è l&rsquo;unico Paese del G7 ad avere un cantiere aperto. A Darlington, nell&rsquo;Ontario, i lavori sono partiti nel 2025 e il primo reattore è atteso verso il 2030.</p>



<p>Non sono mancate le battute d’arresto. Il progetto americano di NuScale, il più avanzato in Occidente, è stato cancellato nel 2023. I costi sono saliti oltre le stime iniziali e i clienti che avrebbero dovuto acquistare l’energia si sono ritirati. È il promemoria che una tecnologia nuova paga sempre caro il primo esemplare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&rsquo;Italia e i tempi realistici</h2>



<p>La legge italiana stabilisce il quadro generale, ma non prevede scadenze precise. Il ministro dell&rsquo;Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato la possibilità di un primo reattore operativo tra il <strong>2033 e il 2034</strong>, immaginando che il nucleare possa arrivare a coprire circa il 15% del fabbisogno elettrico nazionale nei decenni successivi. Sono tempi lunghi, influenzati da decreti attuativi ancora da definire, dalla scelta dei siti, non specificata dalla legge, e dalla questione irrisolta dello stoccaggio delle scorie.</p>



<p>Il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nucleare-in-italia/">nucleare in Italia</a> non è una fonte rinnovabile: usa una risorsa finita come l&rsquo;uranio. Con tecnologie mature resta però una fonte a basse emissioni utile alla transizione, per uscire prima da carbone, petrolio e gas. Gli SMR rientrano in questo quadro a un patto: tempi, costi e scorie devono quadrare nella pratica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una tecnologia da seguire, non da dare per fatta</h2>



<p>Nel 2026 il modo più realistico di guardare agli SMR è uno solo: si tratta di un’idea seria, sostenuta da forti investimenti e dalla necessità di energia a basse emissioni, ma ancora tutta da dimostrare su scala industriale. Se manterranno le promesse di costo e di velocità lo diranno i primi impianti di serie dei prossimi anni, non i comunicati. L’Italia parte da zero e punta al 2033, quindi conviene seguire con attenzione i cantieri all’estero: è lì che si capirà se i piccoli reattori modulari sono davvero la soluzione che promettono.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/smr-nucleare-piccoli-reattori-modulari/">SMR nucleare: cosa sono i piccoli reattori modulari e a che punto sono</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Nucleare di quarta generazione: la prova del piombo al Brasimone</title>
		<link>https://www.green.it/nucleare-quarta-generazione-brasimone/</link>
		
		
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[scorie radioattive]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46792</guid>

					<description><![CDATA[<p>Al Brasimone newcleo ed ENEA accendono entro fine 2026 Precursor, il primo test del nucleare di quarta generazione al piombo: cosa promette e cosa manca.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/nucleare-quarta-generazione-brasimone/">Nucleare di quarta generazione: la prova del piombo al Brasimone</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Al Centro ricerche ENEA del Brasimone, nell’Appennino bolognese, c’è un vaso d’acciaio che con il piombo e gli altri elementi interni supera <strong>155 tonnellate</strong>. Entro la fine del 2026 dovrà arrivare a 10 megawatt termici e mettere in funzione una turbina senza uranio. Si chiama Precursor, lo stanno costruendo la società newcleo e l’ENEA. È il primo test pratico in Italia di <strong>nucleare di quarta generazione</strong> raffreddato a piombo (dati World Nuclear News, maggio 2026). Il 24 settembre 2026 ItaliaOggi lo ha raccontato in un reportage.</p>



<p>Per quarta generazione si intendono i reattori avanzati che il Generation IV International Forum, l&rsquo;organismo che coordina i Paesi impegnati nella ricerca nucleare, ha scelto come successori delle centrali ad acqua di oggi. Sono sei sistemi. Uno è il reattore veloce al piombo, in sigla LFR (<em>lead-cooled fast reactor</em>).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un reattore senza uranio: cosa si prova davvero al Brasimone</h2>



<p>Precursor non è una centrale. È un simulatore elettrico: al posto delle barre di combustibile ci sono resistenze che generano lo stesso calore, immerse in una vasca di piombo fuso. Riproduce in scala il dimostratore da 30 megawatt elettrici che newcleo vuole costruire in Francia. Secondo NucNet (gennaio 2026), dai 10 megawatt termici dovrebbe ricavare circa 3 megawatt elettrici.</p>



<p>Serve per testare pompe, scambiatori di calore, valvole, strumenti di misura e procedure di manutenzione in un ambiente mai usato da impianti commerciali occidentali. «Ciò che lo rende unico è che produrrà elettricità con una turbina», ha spiegato a maggio Stefano Buono, fondatore e amministratore delegato di newcleo (World Nuclear News, traduzione nostra).</p>



<p>Secondo il Resto del Carlino (10 settembre 2026), il Brasimone comprende 17 edifici su 31.000 metri quadrati al confine tra Emilia-Romagna e Toscana, e ci lavorano circa cento persone tra ricercatori, dottorandi e tecnici. Mariano Tarantino, responsabile della divisione Sistemi nucleari dell&rsquo;ENEA, ricordava già nel <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.media.enea.it/en/press-releases-and-news/years-archive/year-2024/energy-enea-and-newcleo-work-at-first-simulator-of-fourth-generation-nuclear-reactor.html">comunicato ENEA del novembre 2024</a> che qui si studia il piombo liquido dal 2000. Nello stesso articolo il Carlino riporta che newcleo ha investito nel polo 61 milioni di euro tra il 2022 e il 2026.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché piombo al posto dell&rsquo;acqua</h2>



<p>Le centrali attuali raffreddano il nocciolo con acqua che va tenuta ad alta pressione per non farla bollire. Il piombo risolve il problema. Secondo la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.gen-4.org/generation-iv-criteria-and-technologies/lead-fast-reactors-lfr">scheda tecnica del Generation IV International Forum</a>, un reattore al piombo porta il refrigerante fuori dal nocciolo tra <strong>480 e 540 °C</strong> a pressione atmosferica. Il piombo bolle solo intorno ai 1.743 °C.</p>



<p>In pratica c&rsquo;è un margine di oltre mille gradi prima che il refrigerante possa bollire. Non essendoci pressione da mantenere, non si rischiano fughe improvvise di vapore. Il piombo fa anche da barriera contro le radiazioni e non reagisce pericolosamente con aria e acqua.</p>



<p>Attenzione a un equivoco circolato in questi giorni: il valore di 1.700 gradi è il punto di ebollizione del piombo, mentre il reattore funziona a meno di un terzo di questa temperatura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Chiudere il ciclo del combustibile: la promessa sulle scorie</h2>



<p>L&rsquo;argomento su cui newcleo insiste di più riguarda i rifiuti. «La forza di questa tecnologia sta anche nella sostenibilità perché permette di chiudere il ciclo del combustibile», ha detto a ItaliaOggi Elisabeth Rizzotti, fisica e cofondatrice della società. È la tesi dell&rsquo;azienda: per capire quanto regge bisogna guardare cosa dicono le schede tecniche indipendenti.</p>



<p>I reattori veloci usano neutroni ad alta energia, in grado di trasformare gli elementi pesanti e longevi presenti nel combustibile esaurito delle centrali ad acqua. Il loro combustibile è il <strong>MOX, un ossido misto di uranio e plutonio</strong>, ricavato dal riprocessamento delle scorie di altre centrali. Il Generation IV International Forum mira al ciclo chiuso e alla riduzione degli attinidi transuranici, che sono la parte dei rifiuti che resta radioattiva più a lungo.</p>



<p>Il sistema <strong>riduce le scorie ad alta attività, senza eliminarle</strong>. Secondo i dati riportati da Forbes Italia (18 settembre 2026), i prodotti di fissione restano radioattivi per circa 300 anni, mentre i rifiuti delle centrali tradizionali lo restano, in ordine di grandezza, per centinaia di migliaia di anni. Serve comunque un deposito. L&rsquo;Italia non ha ancora scelto il suo deposito nazionale, come spiega l&rsquo;articolo sulle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nuove-centrali-nucleari-italia-dove-quando/">nuove centrali nucleari in Italia</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il calendario si è già spostato, dalla Francia agli Stati Uniti</h2>



<p>Il primo reattore di newcleo si chiama LFR-AS-30 e produrrà 30 megawatt elettrici. Il sito indicato è nel territorio della comunità di comuni di Chinon Vienne et Loire, nella valle della Loira. L’entrata in funzione è prevista per il 2031 (World Nuclear News, maggio 2026). A gennaio 2026 l’azienda ha consegnato all’autorità di sicurezza nucleare francese il programma di sicurezza. La domanda di autorizzazione alla costruzione dovrebbe arrivare nel 2027 (NucNet, gennaio 2026).</p>



<p>Nel frattempo, però, le priorità sono cambiate. Il 22 settembre 2026 newcleo si è quotata al Nasdaq di New York, con una valutazione di circa 2,4 miliardi di dollari. Il giorno del debutto Buono ha indicato un nuovo obiettivo: «Puntiamo ad avere la fabbrica del combustibile pronta entro la fine del 2031 e il primo reattore commerciale entro la fine del 2032» (Key4biz, settembre 2026). L’azienda prevede di costruire il primo reattore commerciale negli Stati Uniti, dove ritiene che le condizioni siano più favorevoli.</p>



<p>Il punto debole è finanziario prima che tecnico. Forbes Italia (settembre 2026) riporta perdite per 140 milioni di euro nel 2025. A fine anno la liquidità si è ridotta a 105 milioni, contro i 193 del 2024. Nei documenti presentati alla SEC, l&rsquo;autorità di borsa americana, il revisore Grant Thornton evidenzia rischi sulla continuità aziendale. Lo stesso Buono parla di una fase industriale che «richiede capitali significativi».</p>



<h2 class="wp-block-heading">I limiti del piombo che la prova deve superare</h2>



<p>Il piombo ha limiti noti da decenni. La scheda del Generation IV International Forum li riporta tutti.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>corrosione</strong>: ad alta temperatura il piombo attacca gli acciai strutturali, quindi servono materiali e rivestimenti scelti con cura e un controllo continuo della chimica del refrigerante;</li>
<li><strong>solidificazione</strong>: il piombo fonde a 327 °C, quindi l&rsquo;impianto va tenuto sempre caldo, anche durante la manutenzione;</li>
<li><strong>opacità</strong>: nel metallo fuso non si vede nulla, e ispezionare i componenti immersi è più difficile che in acqua;</li>
<li><strong>peso</strong>: la densità del piombo impone strutture più robuste, soprattutto nelle zone sismiche (e l&rsquo;Italia lo è quasi ovunque).</li>
</ul>



<p>Sulla tenuta dei materiali per i 40-60 anni di vita di un reattore mancano ancora prove sul campo. L’unica esperienza pratica con reattori raffreddati a piombo si trova in Russia (Forbes Italia, settembre 2026). Il problema dei costi resta. Andrea Barbabella, analista di EY citato da Forbes Italia nel settembre 2026, stima che l’elettricità da fissione costerà almeno il doppio rispetto a eolico e solare. Ed è una domanda a cui Precursor non può rispondere: un simulatore dimostra che la tecnologia regge, non che conviene.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa aspettarsi dalla prova di fine anno</h2>



<p>Il 1° luglio 2024 l&rsquo;Italia ha inviato a Bruxelles il Piano nazionale integrato per l&rsquo;energia e il clima (PNIEC). Il documento delinea uno scenario con <strong>8 gigawatt nucleari al 2050</strong>. Questa quota equivale a circa l&lsquo;11% della domanda elettrica nazionale, secondo il Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza energetica. L&rsquo;ipotesi più alta arriva al 22%, con 16 gigawatt, come riportava Open nel luglio 2024. La legge delega approvata dal Senato il 23 settembre 2026 apre solo ai piccoli reattori modulari e a quelli avanzati. Il progetto di newcleo rientra in questa categoria. Nel novembre 2024, secondo l&rsquo;ENEA, è entrato tra i progetti di interesse strategico dell&rsquo;Alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari.</p>



<p>Un chiarimento aiuta a leggere questi numeri. Sull&rsquo;intero ciclo di vita il nucleare emette in mediana 12 grammi di CO₂ equivalente per kWh, contro i circa 490 di una centrale a gas a ciclo combinato (IPCC, Quinto rapporto di valutazione, 2014). Anche nella versione di quarta generazione, però, resta fuori dalle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energie-rinnovabili-cosa-sono-e-come-funzionano/">energie rinnovabili</a>. Infatti consuma uranio e plutonio, risorse finite anche se riciclate. Con le tecnologie più avanzate può affiancare sole e vento nella transizione energetica e sostituire carbone e gas. Rimangono altre strade: il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/torio-nucleare-nuove-tecnologie/">torio e i reattori a sali fusi</a>, su cui la Cina ha già un prototipo funzionante, e il progetto al piombo del dimostratore europeo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/alfred-progetto-europeo-ripensa-nucleare/">ALFRED</a>.</p>



<p>La scadenza è vicina. Precursor deve riscaldare 155 tonnellate di acciaio e piombo entro dicembre e produrre elettricità con una turbina. Se ci riesce, il nucleare al piombo avrà il primo dato sperimentale su scala reale in Europa occidentale. Un rinvio metterebbe in dubbio anche il 2032 annunciato a New York.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/nucleare-quarta-generazione-brasimone/">Nucleare di quarta generazione: la prova del piombo al Brasimone</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Pavimenti outdoor: quali materiali scegliere per il minor impatto ambientale</title>
		<link>https://www.green.it/pavimenti-outdoor-quali-materiali-scegliere-per-il-minor-impatto-ambientale/</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 22:39:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[edilizia sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[materiali sostenibili]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46800</guid>

					<description><![CDATA[<p>Vivere gli spazi all&#8217;aperto durante le belle giornate rappresenta uno dei piaceri irrinunciabili della vita domestica, ma quando arriva il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/pavimenti-outdoor-quali-materiali-scegliere-per-il-minor-impatto-ambientale/">Pavimenti outdoor: quali materiali scegliere per il minor impatto ambientale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere gli spazi all&#8217;aperto durante le belle giornate rappresenta uno dei piaceri irrinunciabili della vita domestica, ma quando arriva il momento di ristrutturare un balcone, un patio o un vialetto in giardino sorge spontanea una domanda legata alla tutela dell&#8217;ambiente circostante. Oggi chi desidera rinnovare queste zone cerca soluzioni resistenti al gelo e al calpestio senza gravare sull&#8217;ecosistema. Dedicare la giusta attenzione alla <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.iperceramica.it/it/ita/gres-porcellanato-per-esterni">scelta delle piastrelle per esterno</a> permette di <strong>trovare superfici prodotte con criteri moderni e a ridotto impatto ambientale</strong>. Del resto, le piastrelle per esterno di ultima generazione impiegano impasti compatti di argille e sabbie cotti ad alta efficienza energetica, evitando il rilascio di sostanze nocive a contatto con la pioggia o l&#8217;irraggiamento solare.</p>
<h2>Il grès porcellanato a spessore maggiorato e la posa a secco</h2>
<p>Tra le opzioni più diffuse nel campo dell&#8217;edilizia a basso impatto ambientale spiccano le <strong>lastre in ceramica tecnica progettate con spessori sostenuti fino a due centimetri</strong>. Il vantaggio primario di questo formato risiede nella sua estrema versatilità di applicazione, che permette di aggirare completamente l&#8217;impiego di colle cementizie o malte chimiche destinate a consumare risorse idriche e a complicare il futuro smaltimento del cantiere. Posando queste lastre direttamente sopra letti di ghiaia, manti erbosi o supporti sopraelevati in plastica rigenerata, il suolo sottostante conserva gran parte della propria permeabilità naturale, favorendo il deflusso corretto dell&#8217;acqua nel terreno senza causare ristagni superficiali. Inoltre, l&#8217;elevata resistenza alle abrasioni meccaniche e ai carichi pesanti scongiura il rischio di crepe precoci, garantendo una <strong>pavimentazione che dura decenni senza costringere a frequenti sostituzioni</strong>.</p>
<h2>Pietre autoctone e legni certificati per un approccio organico</h2>
<p>Chi preferisce un collegamento visivo immediato con il verde del paesaggio può valutare l&#8217;impiego di <strong>blocchi in pietra naturale</strong> reperiti preferibilmente da cave territoriali, così da limitare l&#8217;inquinamento atmosferico causato dai lunghi trasporti su gomma. <strong>I porfidi, le quarziti o le arenarie locali</strong> si integrano con grazia spontanea nella vegetazione, regalando un fascino rustico destinato a invecchiare con dignità anno dopo anno. Per chi ama invece il calore visivo del tavolato, i <strong>listoni in legno massello trattato termicamente</strong> costituiscono un&#8217;alternativa interessante, a patto che provengano da foreste gestite in maniera responsabile e tracciata attraverso appositi marchi di garanzia forestale. Queste doghe respirano insieme al giardino, evitando il surriscaldamento estivo e mantenendo la superficie calpestabile anche nelle ore centrali del pomeriggio senza accumulare eccessive sacche di calore termico.</p>
<h2>Criteri di manutenzione e durabilità nel ciclo di vita</h2>
<p>Un pavimento davvero ecologico non si misura unicamente dalle sue componenti d&#8217;origine, ma anche dalla <strong>quantità di risorse necessarie per preservarne l&#8217;aspetto originale nel corso delle quattro stagioni</strong>. Materiali che richiedono solventi chimici aggressivi, cere protettive a base di petrolio o costosi trattamenti antivegetativi rischiano di vanificare i buoni propositi ecologici iniziali, inquinando la terra circostante ad ogni sessione di pulizia ordinaria. Privilegiare <strong>fondi minerali lavabili semplicemente con acqua e detergenti biodegradabili a ph neutro</strong> riduce i consumi idrici ed evita di immettere sostanze tossiche nella falda acquifera vicina. Selezionare finiture con <strong>finiture antiscivolo adeguate e resistenti alle muffe</strong> significa compiere un passo concreto verso una casa più sostenibile, capace di accogliere la natura senza alterarne gli equilibri originari.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/pavimenti-outdoor-quali-materiali-scegliere-per-il-minor-impatto-ambientale/">Pavimenti outdoor: quali materiali scegliere per il minor impatto ambientale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Limiti planetari: quanti ne abbiamo già superati</title>
		<link>https://www.green.it/limiti-planetari/</link>
		
		
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[oceani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46781</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sette dei nove limiti planetari sono stati superati, l'ultimo è l'acidificazione degli oceani. Cosa sono i confini planetari e cosa significa davvero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/limiti-planetari/">Limiti planetari: quanti ne abbiamo già superati</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>A settembre 2025 gli scienziati hanno registrato una settima allerta rossa. Nell’ultima revisione del Planetary Health Check, il rapporto annuale sullo stato di salute della Terra, l’acidificazione degli oceani è rientrata tra i sette <strong>limiti planetari</strong> già oltrepassati. Solo due indicatori su nove restano entro la soglia di sicurezza.</p>



<p>I limiti planetari, in inglese <em>planetary boundaries</em>, sono i nove processi che mantengono in equilibrio il pianeta. Questi meccanismi definiscono lo &ldquo;spazio operativo sicuro&rdquo; entro cui l&rsquo;umanità può prosperare. Nel 2009 un gruppo di ricercatori guidato da Johan Rockström, all&rsquo;epoca allo Stockholm Resilience Centre, ha elaborato il concetto. Da quel momento gli scienziati lo aggiornano di continuo. Ciascun processo ha una soglia massima. Superare quel limite fa aumentare il rischio di affrontare cambiamenti bruschi e quasi impossibili da invertire.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il settimo confine: l&rsquo;acidificazione degli oceani</h2>



<p>La novità del 2025 riguarda il mare. Quando bruciamo combustibili fossili, una parte della CO2 si scioglie negli oceani e li acidifica. Dall’inizio dell’era industriale il pH medio delle acque superficiali è sceso di circa 0,1 unità. Può sembrare poco, ma sulla scala dell’acidità corrisponde a un aumento tra il 30 e il 40%. Gusci, coralli e organismi che costruiscono lo scheletro con carbonato di calcio ne risentono. L’oceano perde così parte della sua capacità di stabilizzare il clima.</p>



<p>È la prima volta che questo confine viene considerato superato. La valutazione arriva dal centro svedese Azote per lo Stockholm Resilience Centre e si basa sull&rsquo;analisi di Sakschewski, Caesar e colleghi pubblicata nel 2025.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cruscotto: nove indicatori, sette in rosso</h2>



<p>I nove limiti funzionano come il cruscotto di un&rsquo;auto: ciascuno controlla un sistema diverso. Oggi sette segnano una condizione critica. I primi due sono il <strong>cambiamento climatico</strong> e l&rsquo;<strong>integrità della biosfera</strong>, ossia la perdita di specie e di funzioni degli ecosistemi. Ci sono poi il <strong>cambiamento nell&rsquo;uso del suolo</strong>, dovuto in gran parte alla deforestazione, e l&rsquo;uso dell&rsquo;<strong>acqua dolce</strong>. A questi si aggiungono i <strong>flussi biogeochimici</strong> di azoto e fosforo dei fertilizzanti. Infine troviamo le <strong>entità nuove</strong>, dalla plastica ai composti chimici di sintesi, e ora l&rsquo;<strong>acidificazione degli oceani</strong>.</p>



<p>Solo due indicatori restano nella zona sicura: la concentrazione di <strong>ozono stratosferico</strong>, che si sta riprendendo lentamente grazie al Protocollo di Montreal, e il <strong>carico di aerosol</strong> in atmosfera. Tutti gli altri, secondo i ricercatori, hanno già oltrepassato la soglia e continuano a peggiorare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa non significa &ldquo;superare&rdquo; un limite</h2>



<p>I titoli tendono a semplificare. Superare un limite planetario <strong>non</strong> comporta una catastrofe irreversibile dall’oggi al domani. Il confine segnala una zona di rischio maggiore, ma non indica che il pianeta abbia già avviato un cambiamento. Questo si distingue dal <em>tipping point</em>, cioè dal momento in cui un sistema cambia stato in modo autoalimentato. I limiti planetari servono per avvertire ben prima che si raggiunga quella soglia.</p>



<p>Oltrepassare più confini riduce i margini di sicurezza, dato che i vari elementi si influenzano a vicenda. Il cambiamento climatico peggiora l&rsquo;uso del suolo. Al contempo, la perdita di biodiversità rende gli ecosistemi meno capaci di assorbire CO2. Molti giornali usano l&rsquo;espressione &ldquo;verso il punto di non ritorno&rdquo;. Non si tratta di un limite già superato. Indica piuttosto una traiettoria che possiamo ancora invertire.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da sei a sette in due anni</h2>



<p>Il quadro è peggiorato in fretta. Nel 2015 un aggiornamento su Science di Will Steffen e colleghi indicava quattro confini già superati. Nel 2023 lo studio di Katherine Richardson e colleghi, sempre su Science, ha portato il conteggio a sei su nove. Due anni dopo, con l’acidificazione degli oceani, siamo arrivati a sette. Non è un semplice dato statistico. È la misura di una pressione umana che continua a crescere più velocemente di quanto riusciamo a gestirla.</p>



<p>Misurare un fenomeno permette di trasformarlo in un dato osservabile nel tempo, come succede con gli esami del sangue. Per il clima, il limite più noto è 1,5 gradi di riscaldamento, considerato soglia di sicurezza. Come <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/perche-il-limite-e-15-gradi-johan-rockstrom/">ha spiegato Rockström</a>, non è un numero simbolico: supera questa soglia e il rischio aumenta molto. Abbiamo dedicato un approfondimento al tema di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/che-differenza-ce-tra-un-aumento-di-15-gradi-e-uno-di-2-gradi-centigradi/">quanto mezzo grado in più cambi la situazione</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un cruscotto, non una condanna</h2>



<p>I limiti planetari non nascono per creare allarmismo. Calcolano la pressione sul pianeta per mostrare dove bisogna agire prima. Sette limiti superati su nove indicano una situazione critica. I due confini mai superati o rientrati, in particolare l&rsquo;ozono, offrono però una prova: quando le politiche sono chiare e condivise, un indicatore può tornare indietro. Resta da decidere con quale velocità vogliamo rientrare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/limiti-planetari/">Limiti planetari: quanti ne abbiamo già superati</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Nucleare in Italia: dove e quando arriveranno le nuove centrali</title>
		<link>https://www.green.it/nuove-centrali-nucleari-italia-dove-quando/</link>
		
		
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 18:48:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[politiche ambientali]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46786</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Senato ha approvato la legge sul nucleare il 23 settembre 2026: cosa cambia, quando potrebbero arrivare le centrali e perche' sui siti nulla e' deciso.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/nuove-centrali-nucleari-italia-dove-quando/">Nucleare in Italia: dove e quando arriveranno le nuove centrali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 23 settembre 2026 il Senato ha dato il via libera definitivo alla legge delega sul nucleare — 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti — dopo il sì della Camera del 4 giugno. È la prima volta che l&rsquo;Italia si dà una cornice per rimettere reattori sul proprio territorio da quando, con il referendum del 1987 seguito al disastro di Chernobyl, aveva deciso di spegnere le sue centrali. Un secondo referendum, nel 2011, poco dopo Fukushima, aveva confermato quel no in modo netto.</p>



<p>La notizia ha subito acceso due domande molto concrete: quando avremo davvero corrente da queste centrali, e dove verranno costruite. La risposta onesta è che la legge dice molto sulla prima e quasi nulla sulla seconda. Vale la pena capire perché.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa ha deciso davvero il Parlamento</h2>



<p>La formula tecnica è &ldquo;legge delega&rdquo;: non è la norma che costruisce le centrali, ma quella che dà al governo il potere di scrivere entro un anno i decreti attuativi, cioè le regole di dettaglio (autorizzazioni, sicurezza, controlli). Sono previsti altri 24 mesi per eventuali correttivi.</p>



<p>Il punto più importante, e spesso trascurato nei titoli, è che la legge esclude le grandi centrali tradizionali, quelle da migliaia di megawatt che immaginiamo quando pensiamo al nucleare del Novecento. Apre invece solo agli <strong>SMR</strong>, i piccoli reattori modulari (in inglese <em>small modular reactor</em>): impianti compatti, di solito sotto i 300 megawatt, all&rsquo;incirca il fabbisogno di una città media. Il quotidiano.net segnala che si guarda anche agli AMR, i reattori modulari &ldquo;avanzati&rdquo;, una generazione ancora più sperimentale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando: la stima è il 2033-2034, ma con prudenza</h2>



<p>Sul &ldquo;quando&rdquo; il ministro dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha indicato un orizzonte: le prime centrali potrebbero entrare in funzione <strong>tra il 2033 e il 2034</strong>. Ha però aggiunto subito che è una stima basata sugli elementi forniti dagli esperti, non una data scritta nella legge.</p>



<p>La cautela è giustificata. Prima servono i decreti attuativi (dodici mesi), poi la tecnologia deve arrivare davvero sul mercato: i prototipi di SMR esistono, ma restano in fase di sviluppo, e la loro diffusione commerciale è attesa non prima della prima metà degli anni Trenta. C&rsquo;è poi un dettaglio che pesa: al momento non sono stati stanziati fondi per la costruzione degli impianti, solo coperture iniziali. Tradotto: la cornice c&rsquo;è, i soldi per i reattori veri no.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove: la legge non lo dice (e i siti sui giornali sono ipotesi)</h2>



<p>Qui arriva la parte da leggere con attenzione, perché su molti giornali sono già comparse mappe con regioni e paesi. La legge, in realtà, <strong>non individua alcun sito</strong>. La scelta dei luoghi resta una questione aperta, da decidere in seguito sulla base di criteri tecnici, ambientali e territoriali.</p>



<p>I nomi che circolano — dal Piemonte al Lazio, con Montalto di Castro spesso citata perché ospitò una centrale mai entrata in servizio, fino alla Campania — sono per ora ipotesi giornalistiche e candidature del dibattito politico, non decisioni. Attenzione quindi a leggerli come fatti: oggi non c&rsquo;è nessun sito ufficiale, e lo stesso vale per il deposito nazionale delle scorie, un nodo che l&rsquo;Italia si trascina irrisolto da anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa sono gli SMR e perché l&rsquo;Italia punta su questi</h2>



<p>La scommessa sui piccoli reattori modulari ha una logica. L&rsquo;idea è costruirli in fabbrica a pezzi standard e assemblarli sul posto, come si fa con una catena di montaggio: in teoria tempi più brevi, costi più prevedibili e la possibilità di aggiungere moduli a mano a mano che serve energia. Sono anche più piccoli, quindi in linea di principio più semplici da collocare vicino a dove la corrente serve, per esempio poli industriali.</p>



<p>Il condizionale però è d&rsquo;obbligo. Nel mondo gli SMR pienamente commerciali si contano sulle dita di una mano, e i primi progetti occidentali hanno già conosciuto ritardi e rincari. La stessa fusione nucleare, citata da alcuni come la vera svolta, è un&rsquo;altra cosa e resta lontana decenni. Per approfondire le tecnologie di nuova generazione abbiamo dedicato un pezzo al <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/torio-nucleare-nuove-tecnologie/">torio e ai reattori del futuro</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo vero: emissioni sì, ma non è una fonte rinnovabile</h2>



<p>Un chiarimento che aiuta a orientarsi nel dibattito: il nucleare è una fonte a basse emissioni di anidride carbonica, ma <strong>non è una fonte rinnovabile</strong>. Funziona grazie all&rsquo;uranio, che è una risorsa finita, e questo lo tiene fuori dalla famiglia di sole, vento e acqua — le vere <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energie-rinnovabili-cosa-sono-e-come-funzionano/">energie rinnovabili</a>. Sono due assi diversi: &ldquo;rinnovabile&rdquo; vuol dire che non si esaurisce, &ldquo;a basse emissioni&rdquo; vuol dire che libera poca CO2.</p>



<p>La nostra posizione, che teniamo da tempo, è che il nucleare gestito con le dovute attenzioni e con le tecnologie più evolute può essere una necessità di transizione: serve ad affiancare le rinnovabili mentre crescono e si risolvono i loro limiti (accumulo, reti, intermittenza), tenendo il posto che altrimenti prenderebbero carbone e gas. Non è la soluzione unica e non è un tabù. Restano criticità reali — tempi lunghi, costi, gestione delle scorie e sicurezza — che vanno riconosciute senza trasformarle né in una condanna né in una promessa.</p>



<p>Il primo vero banco di prova sarà tecnico e ravvicinato: entro circa un anno i decreti attuativi diranno con quali regole, con quali controlli e con quali coperture economiche questo ritorno dovrebbe prendere forma. Fino ad allora, &ldquo;quando&rdquo; e soprattutto &ldquo;dove&rdquo; restano risposte da scrivere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/nuove-centrali-nucleari-italia-dove-quando/">Nucleare in Italia: dove e quando arriveranno le nuove centrali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Zone a basse emissioni: lo studio sui polmoni dei bambini</title>
		<link>https://www.green.it/zone-a-basse-emissioni-salute-bambini/</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento atmosferico]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[qualità dell'aria]]></category>
		<category><![CDATA[smog]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46723</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le zone a basse emissioni funzionano: a Londra la ULEZ ha fatto recuperare ai bambini la crescita dei polmoni. Lo studio di Lancet e il quadro italiano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/zone-a-basse-emissioni-salute-bambini/">Zone a basse emissioni: lo studio sui polmoni dei bambini</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le zone a basse emissioni proteggono la salute dei bambini, e da agosto 2026 esiste una misura diretta: nei quattro anni dopo l&rsquo;avvio della ULEZ di Londra, la quota di bambini con funzione polmonare compromessa è scesa <strong>dal 14% al 9%</strong>, contro un calo dal 9% al 7% nella città di controllo (studio CHILL, The Lancet Public Health). È la prima prova che limitare i veicoli più inquinanti in città fa recuperare ai polmoni dei bambini la crescita perduta. Arriva nell&rsquo;estate in cui l&rsquo;Italia, con 172 zone già attive, sta recependo la direttiva europea che dal 2030 dimezza i limiti degli inquinanti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Luton, la città gemella senza divieti</h2>



<p>Per misurare l&rsquo;effetto di un divieto serve una città uguale in cui il divieto non c&rsquo;è. I ricercatori del progetto CHILL (Children&rsquo;s Health in London and Luton) l&rsquo;hanno trovata a Luton, 50 chilometri a nord di Londra: traffico simile, nessuna zona a basse emissioni. Dal 2018 hanno seguito più di 3.400 bambini tra i 6 e i 9 anni in 84 scuole primarie, metà a Londra e metà a Luton, con misurazioni annuali per quattro anni. Il coordinamento è della Queen Mary University of London, con l&rsquo;Imperial College e le università di Bedfordshire, Oxford, Cambridge, Edimburgo e Southern California.</p>



<p>I risultati sono usciti su The Lancet Public Health nell&rsquo;agosto 2026. Dopo l&rsquo;avvio della ULEZ, l&rsquo;esposizione dei bambini londinesi al biossido di azoto (NO₂, l&rsquo;inquinante più legato ai gas di scarico) è calata due volte più in fretta e oltre il doppio in valore assoluto rispetto a Luton. Con meno NO₂ nell&rsquo;aria, il volume espiratorio forzato in un secondo (FEV1, il parametro standard della funzione polmonare) è cresciuto nei bambini di Londra di <strong>10 millilitri in più all&rsquo;anno</strong> rispetto ai coetanei di Luton, fino a colmare il deficit di partenza. Da lì il 14% che scende al 9%.</p>



<p>&ldquo;L&rsquo;inquinamento da traffico nelle città danneggia la salute e lo sviluppo dei bambini. Forniamo la prova più solida finora su come questi danni possano essere prevenuti&rdquo;, ha detto Chris Griffiths, professore di cure primarie alle università di Oxford e Queen Mary e co-autore senior, nel comunicato del 19 agosto 2026. La prima autrice, Helen Wood, frena gli entusiasmi: l&rsquo;aria di Londra e di Luton resta sopra i valori raccomandati dall&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il recupero c&rsquo;è stato in un&rsquo;aria ancora sporca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Milano ha la zona più grande d&rsquo;Italia, Roma rinvia</h2>



<p>La ULEZ (Ultra Low Emission Zone) è partita nel centro di Londra ad aprile 2019 ed è stata estesa a tutta la città ad agosto 2023: 1.500 km² e 9 milioni di abitanti, la più vasta al mondo secondo Transport for London (TfL, 2025). In Europa il modello si è moltiplicato: il censimento della rete Clean Cities Campaign conta 228 zone attive nel 2019, 320 a giugno 2022 (+40% in tre anni) e oltre 500 previste entro il 2025. <strong>L&rsquo;Italia ne ha 172</strong>, più di qualsiasi altro Paese europeo. Il meccanismo è lo stesso ovunque: una zona a basse emissioni (ZBE, low emission zone o LEZ in inglese) vieta o limita l&rsquo;accesso ai veicoli più inquinanti, quasi sempre in base alla classe Euro del motore.</p>



<p>Milano è il caso italiano più esteso. Area B, attiva dal 2019, copre circa il 72% del territorio comunale ed è la zona a traffico limitato più ampia d&rsquo;Italia: vieta i veicoli più inquinanti nei giorni feriali dalle 7:30 alle 19:30 (Comune di Milano, 2026). Dentro, Area C dal 2012 fa pagare 5 euro l&rsquo;ingresso nella Cerchia dei Bastioni. Roma ha scelto un passo più lento: la fascia verde, una ZTL ambientale che copre gran parte della città dentro il Grande Raccordo Anulare, vieta in modo permanente le auto a benzina fino a Euro 2 e le diesel fino a Euro 3, mentre il divieto per le diesel Euro 4 ed Euro 5 è stato rinviato (Roma Servizi per la Mobilità, 2026).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché i polmoni dei bambini pagano di più</h2>



<p>Un bambino respira più in fretta di un adulto, ha vie aeree ancora in crescita e sta più tempo all&rsquo;aperto, all&rsquo;altezza dei tubi di scappamento. Chi arriva all&rsquo;età adulta con polmoni non del tutto sviluppati porta con sé un rischio maggiore di asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattie cardiovascolari e metaboliche, ricorda il team di CHILL. Per questo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/qualita-aria-europa/">i rischi dell&rsquo;aria inquinata per i bambini</a> sono da anni un dossier aperto delle politiche europee.</p>



<p>I numeri di fondo restano pesanti. Secondo l&rsquo;Agenzia Europea dell&rsquo;Ambiente (EEA), nel 2020 il particolato fine PM2,5 oltre la soglia OMS di 5 µg/m³ ha causato <strong>238.000 morti premature nell&rsquo;UE</strong>, più altre 49.000 attribuite al biossido di azoto; il 96% della popolazione urbana europea ha respirato PM2,5 oltre i valori raccomandati, e il trasporto su strada resta la prima fonte di ossidi di azoto nell&rsquo;Unione, col 37% delle emissioni (EEA, 2022).</p>



<p>Il punto debole è l&rsquo;Italia. Tra il 2005 e il 2022 le morti premature da PM2,5 sono calate del 32% da noi, contro il 45% della media europea: <strong>l&rsquo;Italia migliora più lentamente della media UE</strong> e nel 2022 la mortalità legata al particolato era di 12 punti sopra la media (EEA, profilo Italia 2025). La pianura padana pesa più di tutto, come mostrano i dati sull&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/inquinamento-urbano/">inquinamento urbano in Italia</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal 2030 i limiti si dimezzano</h2>



<p>La direttiva (UE) 2024/2881, approvata il 23 ottobre 2024, avvicina gli standard europei a quelli dell&rsquo;OMS. Dal 1° gennaio 2030 <strong>i limiti degli inquinanti calano drasticamente</strong>: il PM2,5 medio annuo passa da 25 a 10 µg/m³, il PM10 da 40 a 20, l&rsquo;NO₂ da 40 a 20 (EUR-Lex, 2024). Per le aree in difficoltà sono previste proroghe motivate fino al 2035 e, in casi specifici, fino al 2040. Il recepimento italiano è iniziato: il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto in esame preliminare il 4 agosto 2026 (Camera dei deputati, 2026).</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Inquinante (media annua)</th>
<th>Limite attuale</th>
<th>Limite dal 2030</th>
<th>Valore guida OMS 2021</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>PM2,5</td>
<td>25 µg/m³</td>
<td>10 µg/m³</td>
<td>5 µg/m³</td>
</tr>
<tr>
<td>PM10</td>
<td>40 µg/m³</td>
<td>20 µg/m³</td>
<td>15 µg/m³</td>
</tr>
<tr>
<td>NO₂</td>
<td>40 µg/m³</td>
<td>20 µg/m³</td>
<td>10 µg/m³</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p>Per molte città italiane stare dentro quei numeri vorrà dire misure strutturali su traffico, riscaldamento e verde urbano, che <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/verde-urbano-parchi-citta-benefici-salute/">nei parchi cittadini ha già dimostrato benefici per la salute</a>. Le zone a basse emissioni sono lo strumento che i sindaci hanno già in mano, in un&rsquo;Europa dove <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/qualita-aria-in-ue/">la qualità dell&rsquo;aria migliora ma resta oltre i limiti</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">&ldquo;Penalizza chi non può cambiare auto&rdquo;: cosa dicono i numeri</h2>



<p>È l&rsquo;obiezione più diffusa, e in Francia ha quasi vinto. Le ZFE (zones à faibles émissions), introdotte nel 2019, sono state contestate fino al voto dell&rsquo;Assemblea nazionale, che nel giugno 2025 ne ha approvato l&rsquo;abolizione con 98 voti a 51, dentro una legge di semplificazione il cui percorso è stato poi rinviato (Quattroruote, 2025). I dati di Londra raccontano però l&rsquo;opposto di una misura per ricchi: nel rapporto di TfL sul primo anno della ULEZ estesa, nelle comunità meno abbienti vicine alle strade trafficate il numero di persone esposte a livelli di inquinamento illegali è sceso dell&lsquo;80% (TfL, marzo 2025). I benefici si concentrano dove l&rsquo;aria era peggiore.</p>



<p>La seconda obiezione dice che l&rsquo;aria migliorerebbe comunque, col ricambio naturale del parco auto. Anche qui Londra ha i numeri: ai lati delle strade <strong>il biossido di azoto è più basso del 27%</strong> rispetto a uno scenario senza ULEZ, con punte del 54% in centro (TfL). Accelerare il ricambio è esattamente lo scopo della misura. In Italia la spinta arriverà anche dallo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/stop-auto-diesel-benzina-2035/">stop europeo alle auto diesel e benzina dal 2035</a>, ma i polmoni di un bambino di sei anni non aspettano il 2035.</p>



<h2 class="wp-block-heading">172 zone, un decreto in bozza e quattro anni di misure</h2>



<p>Con lo studio CHILL i sindaci hanno in mano un argomento che prima mancava: quattro anni di misure su 3.400 bambini dicono che il deficit respiratorio da smog si recupera, a patto di togliere dalla strada i veicoli più inquinanti. L&rsquo;Italia parte con 172 zone attive, il decreto di recepimento della direttiva approvato in via preliminare il 4 agosto 2026 e una scadenza scritta: 1° gennaio 2030, limiti dimezzati. A Milano Area B è già a regime; a Roma il divieto per le diesel Euro 4 e 5 è ancora rinviato. È lì che si misurerà, città per città, quanto della lezione di Londra arriva in Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/zone-a-basse-emissioni-salute-bambini/">Zone a basse emissioni: lo studio sui polmoni dei bambini</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Sostenibilità delle biomasse: foreste, prelievi e CO₂</title>
		<link>https://www.green.it/biomasse-sostenibilita-foreste-co2/</link>
		
		
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[bioenergie]]></category>
		<category><![CDATA[biomasse]]></category>
		<category><![CDATA[co2]]></category>
		<category><![CDATA[energie rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[foreste]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46720</guid>

					<description><![CDATA[<p>La sostenibilità delle biomasse in tre numeri: quanto ricrescono le foreste italiane, quanto legno si può prelevare e quanta CO₂ produce la combustione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/biomasse-sostenibilita-foreste-co2/">Sostenibilità delle biomasse: foreste, prelievi e CO₂</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le biomasse sono rinnovabili: alberi e coltivazioni ricrescono. Non sono però a emissioni zero: bruciare legno produce circa 112 t di CO₂ per terajoule di energia, più del carbone (linee guida IPCC, 2006). Tre numeri decidono la sostenibilità delle biomasse: il ritmo a cui le foreste ricrescono, la quantità di legno prelevabile senza compromettere lo stock di carbonio e il tempo che serve a riassorbire la CO₂ emessa. In Italia le foreste catturano quasi il 14% delle emissioni nazionali di gas serra (ISPRA, 2025): un patrimonio che il settore energetico non può permettersi di erodere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rinnovabile non significa a emissioni zero</h2>



<p>Le due espressioni misurano cose diverse. Una fonte è rinnovabile se la risorsa si rigenera in tempi umani: il sole, il vento, un bosco che ricresce. Una fonte a basse emissioni produce poca CO₂ per unità di energia. Il nucleare, ad esempio, ha basse emissioni ma non è rinnovabile perché consuma uranio, una risorsa finita. Le biomasse stanno all&rsquo;estremo opposto: <strong>rinnovabili certo, ma con elevate emissioni al camino</strong>.</p>



<p>Per approfondire come si ottiene energia dalla materia organica, rimandiamo alla guida su <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energia-da-biomasse-cose-e-come-funziona/">che cos&rsquo;è e come funziona l&rsquo;energia da biomasse</a>. Qui la domanda è un&rsquo;altra: il ciclo si chiude? Il punto critico è il debito di carbonio. Quando un ciocco brucia, la sua CO₂ esce in pochi minuti; l&rsquo;albero che dovrà riassorbirla, invece, impiega decenni a crescere. Durante questo intervallo, la CO₂ rimane nell&rsquo;atmosfera e contribuisce al riscaldamento climatico, proprio come fa quella di origine fossile. Nel 2021, il Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) ha pubblicato uno studio fondamentale su questo argomento, che rimane un punto di riferimento nel dibattito: i dati sono riportati più avanti.</p>



<p>Le bioenergie sono la prima fonte rinnovabile al mondo: secondo la IEA valgono circa un decimo di tutta l&rsquo;energia primaria del pianeta, più di idroelettrico, eolico e solare messi insieme. È un primato che sorprende, ma va letto bene: gran parte è ancora legna e scarti bruciati in modo tradizionale nei Paesi in via di sviluppo, non impianti moderni. Proprio perché la scala è enorme, contano i conti fatti bene, come racconta anche il nostro approfondimento sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/bioenergie-biomasse-scenario-globale-critiche-crescita/">paradosso della prima rinnovabile europea</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto ricrescono davvero le foreste italiane</h2>



<p>I boschi in Italia continuano a espandersi da diversi decenni. Secondo l&rsquo;Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio (INFC2015), redatto dai Carabinieri forestali in collaborazione con CREA, la superficie forestale raggiunge circa 11 milioni di ettari, il che corrisponde al 37% dell&rsquo;intero territorio nazionale, con un incremento di quasi 600.000 ettari nell&rsquo;arco di dieci anni. Ogni anno, queste foreste accumulano nuova massa legnosa: l&rsquo;attuale aumento si attesta intorno ai 36 milioni di metri cubi (INFC2015).</p>



<p>La ricrescita comporta un assorbimento di carbonio. Secondo il National Inventory Document 2025 di ISPRA, nel 2023 il settore LULUCF (uso del suolo e foreste) ha assorbito <strong>53,6 Mt CO₂ equivalente, il 13,9% delle emissioni italiane</strong>. Questo dato ha colto di sorpresa gli esperti del settore: nel rapporto precedente, l&rsquo;assorbimento per il 2022 era stato valutato in 21,2 Mt CO₂ equivalente, corrispondente al 5,1%. Il cambiamento è attribuibile a un ricalcolo fondato su tre nuovi strumenti: la Carta forestale nazionale del 2024, il Database foreste con dati aggiornati sui prelievi e le informazioni preliminari del nuovo inventario, che hanno rivelato oltre un milione di ettari di bosco in più.</p>



<p>Il numero va interpretato con attenzione. Giorgio Vacchiano, ricercatore nel campo della gestione e pianificazione forestale presso l&rsquo;Università degli Studi di Milano, ha spiegato a Rivista Sherwood (aprile 2025) che le stime di assorbimento portano «un margine di accuratezza del 35%»: il valore reale può oscillare di un terzo in più o in meno. Le foreste italiane crescono più di quanto vengano tagliate e il loro contributo all&rsquo;assorbimento è già incluso negli obiettivi climatici nazionali, che per il settore LULUCF prevedono 35 Mt CO₂ equivalente entro il 2030.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto legno si può prelevare senza intaccare lo stock</h2>



<p>La regola di base della gestione forestale è: finché il prelievo resta sotto l&rsquo;incremento, lo stock di legno e di carbonio cresce. L&rsquo;Italia è molto sotto questa soglia. Secondo il documento di approfondimento del Masaf sulle filiere forestali, i prelievi medi si aggirano sui 15,4 milioni di metri cubi l&rsquo;anno, circa il 43% dell&rsquo;incremento (poco più di due quinti). Della quota prelevata, circa 10,8 milioni di metri cubi finiscono già oggi in energia come legna da ardere: <strong>il 70% del legno tagliato in Italia viene bruciato</strong>.</p>



<p>C&rsquo;è quindi un margine teorico, ma con tre limiti concreti. Primo: gran parte del legno non tagliato sta in boschi ripidi, in piccole proprietà o in aree protette, dove tagliare costa troppo o è vietato. Secondo: ogni metro cubo bruciato in più riduce il carbon sink del Paese, cioè la quantità di CO₂ che i boschi tolgono ogni anno dall&rsquo;aria e che l&rsquo;Italia mette nel conto dei suoi obiettivi sul clima; il legno &ldquo;gratis&rdquo; per il clima non esiste. Terzo: il resto d&rsquo;Europa ha quasi esaurito il suo margine. Ogni anno un bosco produce una certa quantità di legno nuovo, al netto di quello che muore: è l&rsquo;incremento annuo netto. Secondo il rapporto State of Europe&rsquo;s Forests 2025 di Forest Europe, <strong>oggi in Europa se ne taglia l&lsquo;81%</strong>, contro circa il 60% di qualche decennio fa: si preleva quasi tutto quello che ricresce, e lo spazio per tagliare di più è ormai minimo.</p>



<p>L&rsquo;Agenzia europea dell&rsquo;ambiente (EEA), nel suo rapporto del 2023 riguardante gli ecosistemi forestali, sottolinea che l&rsquo;aumento della richiesta di biomassa potrebbe compromettere le foreste. Per questo invita a una correzione di rotta, con un approccio precauzionale che pesi gli scambi tra energia, riserve di carbonio e biodiversità. La risorsa è rinnovabile; il margine di prelievo no.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanta CO₂ produce bruciare le biomasse: il debito di carbonio</h2>



<p>Nel camino, il legno rappresenta il combustibile con la maggiore emissione. Le linee guida IPCC del 2006 indicano chiaramente i fattori di emissione di default:</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Combustibile</th>
<th>Emissioni di CO₂ (t per TJ di energia)</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Legno e scarti legnosi</td>
<td>112</td>
</tr>
<tr>
<td>Antracite (carbone)</td>
<td>98,3</td>
</tr>
<tr>
<td>Gasolio</td>
<td>74,1</td>
</tr>
<tr>
<td>Gas naturale</td>
<td>56,1</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p>Fonte: IPCC, 2006 Guidelines for National Greenhouse Gas Inventories, vol. 2.</p>



<p>Il think tank energetico Ember (2024), analizzando i dati delle centrali nel Regno Unito che hanno effettuato la transizione dal carbone al pellet, giunge alla medesima conclusione: per la stessa quantità di elettricità generata <strong>il legno rilascia all&rsquo;incirca il 18% di CO₂ in più rispetto al carbone</strong>, a causa della sua minore densità energetica e del contenuto maggiore di umidità.</p>



<p>Qual è il motivo per cui la biomassa appare &ldquo;a zero emissioni&rdquo; nelle statistiche energetiche? Per una convenzione contabile: la CO₂ biogenica si conteggia nel settore forestale (LULUCF) al momento del taglio e non allo scarico della centrale, per prevenire conteggi duplicati. Si tratta di una norma di partita doppia, non di una legge fisica. L&rsquo;atmosfera considera la CO₂ presente nel pellet equivalente a quella del carbone; la distinzione risiede nella promessa che la foresta riassorbirà tale anidride carbonica.</p>



<p>Qui si introduce il concetto di debito di carbonio, ovvero il periodo che intercorre tra le emissioni immediate e il loro successivo riassorbimento. La ricerca JRC del 2021 sull&rsquo;impiego della biomassa legnosa in Europa ha classificato le materie prime in base agli anni richiesti per ottenere un reale risparmio di emissioni rispetto ai combustibili fossili. Solo la ramaglia fine delle conifere, cioè i residui sottili raccolti lasciandone una parte al suolo, ripaga in 1-2 decenni con effetti neutri o positivi sulla biodiversità. La maggior parte degli altri assortimenti ha bisogno di almeno 3-5 decenni; bruciare tronchi interi tagliati apposta può non ripagare mai entro un secolo. Nel gennaio 2021, il consiglio delle accademie scientifiche europee (EASAC) ha commentato lo studio, evidenziando che i sussidi pubblici per le grandi conversioni alla biomassa stanno deteriorando il bilancio di carbonio per molti decenni, contravvenendo agli obiettivi stabiliti dall&rsquo;Accordo di Parigi. Con l&rsquo;avvertenza che conta per il clima: <strong>i decenni del debito sono proprio quelli decisivi</strong> per restare vicini alla <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/che-differenza-ce-tra-un-aumento-di-15-gradi-e-uno-di-2-gradi-centigradi/">soglia di 1,5 °C</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Scarti sì, alberi interi no: la regola per non barare</h2>



<p>Il quadro onesto non condanna le biomasse, le mette in ordine. Sono programmabili, producono energia quando serve: un vantaggio che sole e vento non hanno. E una parte della materia prima ha un debito di carbonio quasi nullo: residui agricoli, scarti di segheria, potature e reflui zootecnici convertiti in biogas, oltre alla frazione organica dei rifiuti. Sfruttare questi flussi implica valorizzare risorse già esistenti, come abbiamo spiegato anche riguardo a <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/quali-sono-i-biocarburanti/">quanto sono davvero sostenibili i biocarburanti</a>.</p>



<p>Il legno vergine destinato alla combustione è il limite, soprattutto se proviene da foreste lontane e richiede trasporti lunghi. La gestione occupa una posizione intermedia: filiera corta, utilizzo in cascata (per prima cosa legno per opere e industria, l&rsquo;energia è ottenuta solo al termine della vita utile del materiale), apparecchiature moderne al posto di stufe e camini obsoleti. Nel mix della transizione, le biomasse hanno lo stesso ruolo delle altre fonti in <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energie-rinnovabili-cosa-sono-e-come-funzionano/">cosa sono e come funzionano le energie rinnovabili</a>: utili se si considerano i dati su foreste e CO₂, non solo l&rsquo;etichetta &ldquo;rinnovabile&rdquo;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/biomasse-sostenibilita-foreste-co2/">Sostenibilità delle biomasse: foreste, prelievi e CO₂</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Materiali stampa 3D: quali si riciclano davvero e come</title>
		<link>https://www.green.it/materiali-stampa-3d-riciclo/</link>
		
		
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riciclo]]></category>
		<category><![CDATA[bioplastiche]]></category>
		<category><![CDATA[economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
		<category><![CDATA[stampa 3d]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46718</guid>

					<description><![CDATA[<p>Guida ai materiali della stampa 3D: PLA, ABS, PETG e resine. Cosa si ricicla davvero, in che bidone vanno gli scarti e perché il PLA non va nell'umido.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/materiali-stampa-3d-riciclo/">Materiali stampa 3D: quali si riciclano davvero e come</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>I materiali stampa 3D più diffusi sono PLA, ABS, PETG, nylon e resine fotopolimeriche, e quasi nessuno di loro entra oggi nel circuito del riciclo urbano: gli scarti di stampa finiscono di regola nell&rsquo;indifferenziato. Nemmeno il PLA fa eccezione, benché venga venduto come biodegradabile: si degrada solo in impianti di compostaggio industriale, intorno a 58 °C, non nel bidone dell&rsquo;umido né in giardino. Il contesto generale, del resto, è severo: secondo il Global Plastics Outlook dell&rsquo;OCSE (2022), nel mondo viene riciclato solo il 9% dei rifiuti plastici. Vediamo materiale per materiale cosa si recupera davvero, dove buttare gli scarti e quali alternative concrete esistono per chi stampa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quali sono i materiali della stampa 3D</h2>



<p>Le stampanti 3D, sia quelle per uso domestico che professionale, che operano con filamento (tecnologia FDM) impiegano polimeri termoplastici. Questi materiali si sciolgono grazie al calore e si solidificano raffreddandosi, il che teoricamente consente di rifonderli più volte. Al contrario, le stampanti a resina (SLA, DLP, LCD) utilizzano fotopolimeri liquidi che si induriscono esponendosi alla luce ultravioletta: una volta che sono polimerizzati, non possono più tornare allo stato liquido.</p>



<p>La seguente tabella sintetizza i materiali fondamentali e la loro effettiva riciclabilità nel contesto italiano:</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Materiale</th>
<th>Cos&rsquo;è</th>
<th>Si ricicla nella differenziata?</th>
<th>Dove va lo scarto</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>PLA</td>
<td>Bioplastica da amido di mais o canna da zucchero</td>
<td>No: è codice 7 &ldquo;altre plastiche&rdquo;, non è un imballaggio</td>
<td>Indifferenziato (o filiere dedicate di recupero)</td>
</tr>
<tr>
<td>ABS</td>
<td>Termoplastica fossile (quella dei Lego)</td>
<td>No</td>
<td>Indifferenziato</td>
</tr>
<tr>
<td>PETG</td>
<td>PET modificato con glicole</td>
<td>No: non è assimilabile alle bottiglie in PET</td>
<td>Indifferenziato</td>
</tr>
<tr>
<td>Nylon (PA)</td>
<td>Poliammide tecnica</td>
<td>No</td>
<td>Indifferenziato</td>
</tr>
<tr>
<td>TPU</td>
<td>Poliuretano termoplastico flessibile</td>
<td>No</td>
<td>Indifferenziato</td>
</tr>
<tr>
<td>Filamenti compositi</td>
<td>PLA o PETG caricati con legno, carbonio, metallo</td>
<td>No: le cariche rendono il polimero non separabile</td>
<td>Indifferenziato</td>
</tr>
<tr>
<td>Resine fotopolimeriche</td>
<td>Fotopolimeri liquidi per stampanti SLA/DLP</td>
<td>No: liquide sono rifiuto pericoloso</td>
<td>Polimerizzate e indurite; i liquidi al centro di raccolta</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p>Il motivo di fondo: <strong>la raccolta differenziata della plastica raccoglie imballaggi</strong>, non oggetti. COREPLA, il consorzio nazionale che gestisce la filiera, indica di conferire nella campana della plastica bottiglie, flaconi e confezioni, qualunque sia il polimero; un vaso in PETG o un supporto in ABS non sono imballaggi e restano fuori. Come funziona la filiera a valle del bidone lo raccontiamo nella guida sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/riciclo-plastica-come-funziona/">riciclo della plastica in Italia</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il PLA è biodegradabile solo sulla carta</h2>



<p>Il PLA (acido polilattico) è il materiale più comune nella stampa 3D per uso domestico ed è anche il più frainteso. È una bioplastica, ricavata da fonti rinnovabili come l&rsquo;amido di mais; ma bioplastica non significa biodegradabile in casa, né compostabile nel bidone dell&rsquo;umido.</p>



<p>La degradazione del PLA avviene in condizioni specifiche. Un&rsquo;indagine pubblicata su Scientific Reports nel 2025 ha analizzato prodotti commerciali in PLA, PBAT/amido e PHA, seguendo lo standard ISO 20200, il quale simula il compostaggio industriale: <strong>58 °C e 55% di umidità per 90 giorni</strong>. Queste sono le condizioni tipiche di un impianto specializzato, non quelle di una compostiera domestica, dove la temperatura rimane notevolmente inferiore. Lo stesso studio rileva che i 58 °C provocano nel PLA un processo di cristallizzazione che ne rallenta la decomposizione: anche in un impianto, un oggetto realizzato in PLA spesso e massiccio rappresenta una difficoltà.</p>



<p>L&rsquo;equivoco nasce qui. Un sacchetto certificato come compostabile (secondo la norma EN 13432) è destinato all&rsquo;umido, poiché l&rsquo;impianto riesce a gestirlo nei tempi stabiliti. Un portapenne stampato in PLA no: le guide di settore italiane, come Stampa 3D forum e Help3D, danno la stessa indicazione, <strong>gli scarti di stampa in PLA vanno nell&rsquo;indifferenziato</strong>, perché gli impianti di compostaggio non riescono a degradare spessori simili nei cicli di lavorazione standard. E per quanto riguarda l&rsquo;ambiente? Il PLA abbandonato in natura o in mare si comporta come qualsiasi plastica: rimane presente per anni. La distinzione fra biodegradabile, compostabile e riciclabile ha conseguenze concrete: decide il destino reale dell&rsquo;oggetto.</p>



<p>Sui materiali compare anche un codice: il PLA ricade nel <strong>codice 7, la categoria &ldquo;altre plastiche&rdquo;</strong>, la voce residuale dei polimeri senza filiera di riciclo dedicata (Fanpage, guida ai codici, 2023). I simboli sono spiegati uno per uno nella scheda sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/simbolo-riciclo-plastica-qual-e-e-come-riconoscerlo/">simbolo del riciclo della plastica</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Resine: il caso a parte che diventa rifiuto pericoloso</h2>



<p>Le resine per stampanti SLA e simili sono un capitolo a sé: qui un errore di smaltimento fa danni concreti. La resina liquida non polimerizzata è tossica per gli organismi acquatici e irrita la pelle, come ricordano le guide alla sicurezza dei fotopolimeri (MatterHackers). Mai versarla nel lavandino né gettarla liquida nella spazzatura; stessa attenzione per l&rsquo;alcol isopropilico dei lavaggi.</p>



<p>La strada corretta è polimerizzare tutto: residui, supporti e contenitori sporchi si espongono alla luce UV o al sole finché la resina è indurita del tutto, e a quel punto si smaltiscono come plastica non riciclabile. Solventi esausti e resina liquida avanzata vanno al centro di raccolta comunale come rifiuti pericolosi, secondo le regole del proprio gestore. Per un laboratorio o un&rsquo;attività professionale sono rifiuti speciali, con smaltimento tracciato obbligatorio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come si ricicla il filamento in pratica</h2>



<p>Se la raccolta urbana non è una strada, il recupero degli scarti di stampa passa per un&rsquo;altra via: rifondere il termoplastico e ritrasformarlo in filamento. È un campo dove la ricerca è solida. Gli studi del gruppo di Joshua Pearce, pubblicati su Resources, Conservation and Recycling nel 2017, hanno mostrato che il riciclo distribuito con un &ldquo;recyclebot&rdquo; (un estrusore da banco open source che trasforma la plastica triturata in filamento) <strong>dimezza l&rsquo;energia incorporata del filamento</strong> rispetto alla filiera convenzionale e ne abbatte il costo da circa 35 dollari al chilo a pochi centesimi.</p>



<p>Ci sono però limiti fisici precisi. A ogni fusione le catene polimeriche si accorciano e il materiale perde proprietà meccaniche. Un&rsquo;indagine pubblicata su Polymers nel 2023 ha rilevato che il PLA ricavato da scarti di origine nota e omogenea sopporta <strong>fino a 3 cicli di riestrusione</strong> senza subire un degrado significativo, mentre gli scarti misti si limitano a 2. Il riciclo del filamento ne prolunga la vita, ma non la rende illimitata.</p>



<p>Le strade praticabili oggi sono quattro:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>trituratore ed estrusore domestici</strong>: esistono kit e progetti open source per macinare gli scarti e riestrudere filamento; richiedono volumi costanti, tempo e cura del diametro;</li>
<li><strong>community di riciclo dal basso</strong>: il progetto Precious Plastic distribuisce gratuitamente i progetti di trituratori, estrusori e presse, e la sua mappa mondiale include officine che accettano plastica da lavorare;</li>
<li><strong>filamento da bottiglie PET</strong>: macchine come Polyformer, nate open source, ricavano da una bottiglia da 2 litri circa 20 metri di filamento (ne ha scritto greenMe nel 2022);</li>
<li><strong>filamento riciclato commerciale</strong>: alcuni produttori vendono bobine da scarti industriali; Prusa, per esempio, ha lanciato nel 2022 un PETG riciclato da rifili di produzione automotive, pubblicandone il bilancio ambientale calcolato.</li>
</ul>



<p>L&rsquo;ultima strada è la più semplice per chi non vuole attrezzarsi: comprare riciclato sposta la domanda e chiude il cerchio a monte, anche quando i propri scarti finiscono nell&rsquo;indifferenziato. Una rassegna pubblicata su Sustainable Materials and Technologies nel 2024 conferma che il PLA riciclato ha proprietà adeguate alla gran parte degli usi hobbistici, purché la filiera controlli contaminazione e umidità del materiale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto pesa davvero la stampa 3D sull&rsquo;ambiente</h2>



<p>Uno studio comparativo pubblicato su Procedia CIRP nel 2022 ha confrontato il ciclo di vita di uno stesso oggetto stampato in PLA, ABS e PETG, dalla materia prima al riciclo: il PLA risulta il meno impattante dei tre sulle emissioni di produzione, e questo spiega perché resti la scelta di default per l&rsquo;hobbistica. Il vantaggio, però, si gioca soprattutto nell&rsquo;uso: una stampante che lavora per ore consuma elettricità, e <strong>le stampe fallite sono la prima fonte di scarto</strong> evitabile.</p>



<p>La stampa 3D ha anche un lato ambientale positivo: produce su richiesta, vicino a chi usa l&rsquo;oggetto, e permette di stampare il pezzo di ricambio che salva un elettrodomestico dalla discarica, un tema vicino a quello dei <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/rifiuti-invisibili-elettronici/">rifiuti elettronici invisibili</a> che accumuliamo nei cassetti. L&rsquo;importante è non trasformarla in un flusso di gadget stampati e poi gettati: la plastica migliore resta <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/plastica-non-e-riciclabile/">quella che non diventa mai rifiuto</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa può fare davvero chi stampa in casa</h2>



<p>Le azioni con più effetto stanno a monte del bidone. Calibrare bene la stampante e provare su pezzi piccoli riduce i fallimenti, la vera voce di spreco. Scegliere il materiale in base all&rsquo;uso reale evita i tecnopolimeri quando basta il PLA. Gli scarti valgono di più se restano separati per materiale e colore: così un estrusore domestico, un fablab o un&rsquo;officina Precious Plastic possono riusarli davvero, mentre un sacchetto di plastiche miste non lo lavora nessuno. Comprare filamento riciclato, dove le specifiche lo permettono, sostiene l&rsquo;unica filiera che oggi chiude il cerchio. E la regola più semplice: diffidare dell&rsquo;etichetta &ldquo;biodegradabile&rdquo; senza certificazione e condizioni scritte, perché nel mondo reale quel portachiavi in PLA sopravvivrà a chi l&rsquo;ha stampato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/materiali-stampa-3d-riciclo/">Materiali stampa 3D: quali si riciclano davvero e come</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Torio e nucleare: come funzionano i nuovi reattori</title>
		<link>https://www.green.it/torio-nucleare-nuove-tecnologie/</link>
		
		
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[energia nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<category><![CDATA[Uranio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46716</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il torio è un metallo tre volte più abbondante dell'uranio candidato ad alimentare i reattori del futuro. Come funziona, i sali fusi e i tempi reali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/torio-nucleare-nuove-tecnologie/">Torio e nucleare: come funzionano i nuovi reattori</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il <strong>torio</strong> è un metallo con una debole radioattività, <strong>che si trova nelle rocce terrestri in quantità circa tre volte superiore all&rsquo;uranio</strong>, e può essere utilizzato per alimentare un reattore nucleare dopo la sua trasformazione in uranio-233. Il 1° novembre 2025, l&rsquo;Istituto di fisica applicata di Shanghai (SINAP, Accademia cinese delle scienze) ha comunicato che il reattore sperimentale a sali fusi TMSR-LF1 ha effettuato la prima misurazione della conversione torio-uranio in un reattore operativo. Il prototipo però produce solo 2 MW termici e la Cina colloca il dimostrativo da 100 MW termici al 2035. Il torio è una promessa concreta, con tempi lunghi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos&rsquo;è il torio e perché può diventare un combustibile nucleare</h2>



<p>Il torio, che occupa il 90° posto nella tavola degli elementi chimici, è stato scoperto nel 1828 dal chimico svedese Jöns Jacob Berzelius e prende il nome da Thor, la divinità norrena del tuono. In natura, si trova unicamente nell&rsquo;isotopo torio-232, che si rinviene in piccole porzioni pressoché in tutte le rocce e i terreni. Il suo lento processo di decadimento, insieme a quello di uranio e potassio, contribuisce al calore interno della Terra: è lo stesso calore che utilizziamo attraverso <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/come-funziona-lenergia-geotermica/">l&rsquo;energia geotermica</a>.</p>



<p>Secondo quanto riportato nella scheda tecnica della World Nuclear Association, aggiornata a maggio 2024, il suolo contiene mediamente circa 6 parti per milione di torio, equivalente a tre volte la quantità di uranio. Le risorse mondiali sono stimate in <strong>6,35 milioni di tonnellate di torio</strong>, come indicato nel rapporto congiunto OCSE-NEA e IAEA <em>Uranium 2016: Resources, Production and Demand</em> (noto anche come &ldquo;Red Book&rdquo;). L&rsquo;India è il paese con le maggiori riserve, detenendo 846.000 tonnellate, seguita dal Brasile con 632.000 tonnellate e da Australia e Stati Uniti, entrambi con 595.000 tonnellate. La principale fonte di torio è la monazite, un minerale fosfatico presente nelle sabbie costiere, contenente mediamente tra il 6 e il 7% di fosfato di torio.</p>



<p>Il torio-232 è un materiale &ldquo;fertile&rdquo;, non &ldquo;fissile&rdquo;: da solo non sostiene una reazione a catena. Deve prima catturare un neutrone e trasformarsi, attraverso il protoattinio-233, in uranio-233, che è un buon combustibile fissile. Per partire <strong>serve sempre un materiale fissile di avvio</strong>: uranio-235 arricchito, plutonio-239 o uranio-233 prodotto altrove.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come funziona un reattore al torio</h2>



<p>Un reattore al torio opera in modo simile a una staffetta. Una sezione di combustibile fissile, nota come &ldquo;seme&rdquo;, sostiene la reazione a catena e rilascia neutroni in eccesso; una sezione fertile di torio, designata come &ldquo;mantello&rdquo;, li cattura e genera uranio-233, che a sua volta produce energia attraverso la fissione. Nei progetti più avanzati, il sistema riesce a generare più uranio-233 di quanto ne consumi fissile: si parla in questo caso di &ldquo;breeding&rdquo;, ovvero autofertilizzazione del combustibile.</p>



<p>La World Nuclear Association (2024) elenca sette tecnologie in grado di usare il torio come combustibile: reattori ad acqua pesante come i CANDU canadesi, a gas ad alta temperatura, ad acqua leggera, veloci, sistemi pilotati da acceleratore e reattori a sali fusi. I primi cinque hanno già bruciato torio in passato; i sali fusi col torio sono tornati in laboratorio solo negli ultimi quindici anni.</p>



<p>I reattori a sali fusi (MSR, Molten Salt Reactor) sono ritenuti la soluzione più idonea per l&rsquo;uso del torio. Invece di essere contenuto in barre solide, il combustibile è disciolto in una miscela di sali di fluoro che si fonde a temperature comprese tra 400 e 700 °C e circola a pressione atmosferica, fungendo sia da combustibile che da fluido refrigerante. Questo approccio elimina la necessità di produrre barre costose e consente di estrarre i prodotti di fissione durante il funzionamento. Per quanto riguarda la sicurezza, un tappo di sale solidificato si scioglie in caso di blackout e <strong>il combustibile liquido defluisce autonomamente</strong> in serbatoi dove la reazione si arresta per effetto della geometria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">TMSR-LF1: cosa ha dimostrato davvero l&rsquo;esperimento cinese</h2>



<p>Nel gennaio 2011, la Cina ha avviato il programma sui sali fusi al torio, assegnandolo al SINAP dell&rsquo;Accademia cinese delle scienze. Il progetto ha prodotto il TMSR-LF1 a Wuwei, situato nel deserto del Gobi (provincia del Gansu): i lavori sono iniziati a settembre 2018, mentre la costruzione si è conclusa ad agosto 2021. La prima criticità si è verificata l&lsquo;11 ottobre 2023 e il reattore ha raggiunto la piena potenza a giugno 2024. Questo reattore fornisce 2 MW termici, utilizza circa 50 kg di torio e impiega uranio arricchito sotto il 20% come innesco (World Nuclear News, 4 novembre 2025).</p>



<p>I traguardi scientifici sono due. A ottobre 2024, il team ha completato <strong>il primo carico di torio in un reattore a sali fusi in funzione</strong>, un&rsquo;impresa che non era mai riuscita nemmeno all&rsquo;americano Oak Ridge negli anni Sessanta. Il 1° novembre 2025, il SINAP ha comunicato di aver convertito il torio in uranio-233, misurando i risultati all&rsquo;interno del reattore attivo: si tratta dei primi dati sperimentali al mondo riguardanti questo processo in un impianto in funzione.</p>



<p>«Dalla prima criticità dell&lsquo;11 ottobre 2023, il reattore a sali fusi al torio ha continuato a generare calore dalla fissione nucleare», ha affermato Li Qingnuan, vicedirettrice del SINAP, commentando la notizia (World Nuclear News, 4 novembre 2025). La ricercatrice ha messo in evidenza il beneficio pratico: i reattori ad acqua pressurizzata necessitano di fermarsi e di aprire il recipiente in pressione per effettuare la sostituzione del combustibile, mentre <strong>il combustibile liquido può essere ricaricato senza spegnere il reattore</strong>, consentendo un utilizzo più efficiente del materiale e generando meno rifiuti radioattivi.</p>



<p>Per quanto riguarda le tempistiche, la Cina rappresenta la fonte più attendibile. Dai Zhimin, il direttore del SINAP, segnala come traguardo futuro un reattore dimostrativo da 100 MW termici entro il 2035; la rivista di settore Power (novembre 2025) prevede che gli impianti commerciali al torio possano essere realizzati attorno al 2040. Sono quindici anni, almeno, di ingegneria che separano un esperimento da 2 MW termici da una centrale operativa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A che punto è la tecnologia: molta ricerca, nessuna centrale</h2>



<p>Il nucleare ha già provato il torio, e poi l&rsquo;ha messo da parte. Il reattore a sali fusi di Oak Ridge (USA) fu attivo dal 1965 al 1969, raggiungendo una potenza di 7,4 MW termici. Tra il 1977 e il 1982, il reattore di Shippingport (USA) dimostrò la capacità di un ciclo al torio di autofertilizzarsi: alla fine del suo ciclo operativo, il combustibile fissile era aumentato dell&lsquo;1,39%, con un rapporto di breeding pari a 1,01, secondo un documento NRC del 2007. Anche il Fort St Vrain (330 MWe, 1976-1989) negli Stati Uniti e il THTR di Hamm-Uentrop in Germania (300 MWe, 1983-1989) generarono elettricità utilizzando combustibile a base di torio. Poi l&rsquo;uranio, abbondante ed economico, vinse la partita industriale.</p>



<p>Attualmente <strong>in tutto il mondo non è attiva alcuna centrale commerciale al torio</strong>. In aggiunta alla Cina, l&rsquo;India presenta il programma più sviluppato: si tratta di un progetto articolato in tre fasi, ideato dal fisico Homi Bhabha negli anni Sessanta, volto a sfruttare le immense riserve nazionali di torio. Il 6 aprile 2026, il prototipo del reattore rapido autofertilizzante PFBR di Kalpakkam (500 MWe) ha raggiunto la prima criticità, dopo oltre vent&rsquo;anni di ritardi (World Nuclear News, aprile 2026): questa fase rappresenta il secondo stadio, destinato a generare il materiale fissile per i reattori al torio del terzo stadio. Il reattore avanzato ad acqua pesante AHWR, progettato apposta per bruciare torio, resta invece sulla carta. In Europa e negli Stati Uniti, numerose startup e laboratori sono impegnati nello sviluppo di reattori a sali fusi, spesso senza l&rsquo;utilizzo di torio nella fase iniziale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Pro e contro del torio: scorie, sicurezza, proliferazione e costi</h2>



<p>Secondo l&rsquo;analisi pubblicata dall&rsquo;IAEA al termine di un progetto di ricerca quadriennale sul torio, i reattori alimentati con questo elemento producono <strong>meno scorie a lunga vita</strong> rispetto agli attuali reattori a uranio: il ciclo genera quantità molto ridotte di plutonio e attinidi minori. La disponibilità della risorsa estende l&rsquo;orizzonte del combustibile nucleare per secoli. L&rsquo;uranio-233 prodotto nei reattori è poi contaminato da uranio-232, i cui prodotti di decadimento emettono raggi gamma intensi: un materiale pessimo per la fabbricazione di ordigni, facile da rilevare e difficilissimo da maneggiare. Per la World Nuclear Association (2024) il combustibile al torio irraggiato sarebbe una fonte inadeguata per la proliferazione militare.</p>



<p>I limiti sono documentati con la stessa precisione. Il torio non si attiva da solo: serve una filiera di uranio arricchito o plutonio per l&rsquo;innesco. L&rsquo;estrazione, oggi, non conviene. «Senza l&rsquo;attuale domanda di terre rare, la monazite non verrebbe estratta per il solo contenuto di torio», afferma Mark Mihalasky, esperto di risorse uranifere dell&rsquo;IAEA: il torio resta un sottoprodotto, con costi di estrazione superiori a quelli dell&rsquo;uranio. La stessa radiazione gamma dell&rsquo;uranio-232 che ostacola la proliferazione rincara la fabbricazione del combustibile solido, da maneggiare con pesanti schermature. Mancano poi una filiera industriale consolidata, l&rsquo;esperienza di licenza e la casistica operativa: ogni combustibile nuovo richiede anni di test e qualificazione. Le scorie diminuiscono ma non scompaiono: i prodotti di fissione restano e vanno <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/scorie-radioattive-italia-nucleare/">gestiti e stoccati come le altre scorie radioattive</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il torio non cambia il nucleare di oggi, può cambiare quello di domani</h2>



<p>Nemmeno con il torio il nucleare diventa una fonte rinnovabile: consuma <strong>una risorsa finita, per quanto abbondante</strong>, come l&rsquo;uranio. Resta un&rsquo;energia a basse emissioni di CO₂, e per questo utile alla transizione: <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/ruolo-nucleare-transizione-energetica/">il nucleare è un supporto per l’uscita dalle fonti fossili</a>, da affiancare alle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energie-rinnovabili-cosa-sono-e-come-funzionano/">energie rinnovabili</a> mentre crescono le reti e i sistemi di accumulo, a patto di gestirlo con la necessaria attenzione e con le tecnologie più avanzate.</p>



<p>Il torio non cambia le scelte energetiche dei prossimi dieci anni, che si giocano su rinnovabili, reti elettriche, sistemi di accumulo e sul nucleare a uranio esistente o in costruzione. Può pesare sullo scenario successivo. La conversione da torio a uranio ottenuta nel 2025 dal TMSR-LF1 ha dato una prova sperimentale a un concetto fermo agli anni Sessanta; il dimostrativo cinese del 2035 dirà se quella prova può diventare una centrale. Fino ad allora la parola giusta per il torio resta una sola: ricerca.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/torio-nucleare-nuove-tecnologie/">Torio e nucleare: come funzionano i nuovi reattori</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Agrivoltaico: come funziona e perché il caldo lo rilancia</title>
		<link>https://www.green.it/agrivoltaico-caldo-estremo-come-funziona/</link>
		
		
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 17:27:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[agrivoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[energie rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46707</guid>

					<description><![CDATA[<p>Agrivoltaico: cos'è, come funziona, quanta acqua fa risparmiare e a che punto è l'Italia con il decreto PNRR da 1,04 GW. Dati e casi reali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/agrivoltaico-caldo-estremo-come-funziona/">Agrivoltaico: come funziona e perché il caldo lo rilancia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&rsquo;<strong>agrivoltaico</strong> prevede l’installazione di pannelli solari sopra i campi coltivati e sfrutta l’ombra che producono sulle colture. Uno studio della University of Arizona pubblicato su <em>Nature Sustainability</em> nel 2019 ha rilevato una <strong>perdita d&rsquo;acqua per traspirazione inferiore del 65%</strong> nei peperoni jalapeño coltivati sotto i moduli, con la stessa resa. In Italia il decreto agrivoltaico finanziato dal PNRR prevede almeno 1,04 GW installati entro il 30 giugno 2026 (MASE, 2025). Nelle estati sempre più calde, quell’ombra conta quanto l’energia elettrica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che cos&rsquo;è l&rsquo;agrivoltaico e come funziona in campo</h2>



<p>L&rsquo;agrivoltaico coltiva il terreno sotto o tra i pannelli fotovoltaici per produrre cibo ed elettricità dallo stesso ettaro. I moduli sono montati su strutture alte o su file distanziate, così passano luce e macchine agricole.</p>



<p>Il meccanismo agronomico è semplice. I moduli intercettano una parte della radiazione solare, abbassano la temperatura del suolo e riducono l&rsquo;evaporazione. Le piante subiscono meno stress termico nelle ore centrali e perdono meno acqua attraverso le foglie. Nelle regioni aride <strong>l&rsquo;ombra dei pannelli funziona come una risorsa idrica indiretta</strong>.</p>



<p>La resa elettrica per ettaro diminuisce rispetto a un impianto fotovoltaico classico, perché i pannelli sono disposti meno fitti. Tuttavia, il bilancio complessivo migliora. Nel 2017, il progetto tedesco APV-RESOLA coordinato dal Fraunhofer ISE ha misurato un&rsquo;efficienza d&rsquo;uso del suolo del 160%, cioè lo stesso terreno ha prodotto più della somma delle due attività separate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché in Egitto le angurie crescono meglio sotto i pannelli</h2>



<p>In Egitto due progetti pilota sperimentano l’agrivoltaico in ambiente desertico: uno piccolo nel Sinai del Sud, un altro più ampio ad Al Moghra, nel governatorato di Marsa Matrouh. Al consorzio partecipano 3E, Engazaat, ORG Infrastructure, la fattoria rigenerativa Habiba Community e il centro di eccellenza sull’acqua dell’Università di Alessandria.</p>



<p>A maggio 2026 i pannelli sono stati installati a scacchiera per far arrivare più luce alle colture. Il 19 agosto 2026 Maged El-Said, fondatore di Habiba Community, ha raccontato a Grist che è presto per dire quali colture funzionino meglio. Una però si distingue già: <strong>«L&rsquo;anguria cresce bene per la prima volta»</strong>.</p>



<p>Gofran Chowdhury, responsabile innovazione di 3E, ha spiegato che non esiste una guida perfetta per raggiungere l&rsquo;obiettivo: «Non c&rsquo;è una guida perfetta per arrivarci, quindi immagino che molti progetti come il nostro proveranno cose diverse». Attualmente l&rsquo;elettricità prodotta alimenta le pompe di irrigazione. In futuro potrebbe essere usata per desalinizzare l&rsquo;acqua salmastra della regione.</p>



<p>Il contesto è fondamentale. Nelle zone aride del Mediterraneo meridionale e del Medio Oriente, l&rsquo;acqua rappresenta il limite principale. Secondo l&rsquo;ICARDA, centro della rete CGIAR, i sistemi agrivoltaici in queste aree consumano meno acqua, aumentano le rese e riducono i costi di irrigazione. «L&rsquo;agrivoltaico evita il conflitto per l&rsquo;uso del suolo tra energia e agricoltura e allo stesso tempo favorisce il risparmio idrico», ha affermato Vinay Nangia, responsabile del team Suolo, acqua e agronomia dell&rsquo;ICARDA, in un intervento del 17 marzo 2025.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanta acqua e quanta resa si guadagnano davvero</h2>



<p>I dati disponibili derivano da esperimenti su parcelle e non da statistiche nazionali. Forniscono indicazioni attendibili, ma legate alla singola coltura e al clima.</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Studio</th>
<th>Dove</th>
<th>Risultato misurato</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>University of Arizona, <em>Nature Sustainability</em>, 2019</td>
<td>Arizona (clima arido)</td>
<td>Jalapeño: stesso raccolto con il 65% di acqua traspirata in meno. Peperoncino chiltepin: produzione tripla. Pomodoro ciliegino: produzione doppia. Umidità del suolo superiore del 15% circa</td>
</tr>
<tr>
<td>Fraunhofer ISE, progetto APV-RESOLA, 2017-2018</td>
<td>Lago di Costanza, Germania</td>
<td>Efficienza d&rsquo;uso del suolo del 160% nel 2017; nell&rsquo;estate calda del 2018 la resa agricola sotto i moduli è migliorata rispetto al campo aperto</td>
</tr>
<tr>
<td>Fraunhofer ISE, studio pilota per il Maharashtra</td>
<td>India</td>
<td>Fino al 40% di resa in più su pomodoro e cotone grazie a ombreggiamento e minore evaporazione</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p><strong>Il vantaggio cresce quando l&rsquo;annata è calda e secca</strong>. Nell&rsquo;estate mite del 2017 le rese sotto i pannelli erano più basse rispetto al campo aperto, mentre nell&rsquo;estate torrida del 2018 la situazione si è ribaltata. L&rsquo;agrivoltaico funziona da misura di adattamento climatico nelle zone dove il caldo rappresenta una difficoltà.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A che punto è l&rsquo;agrivoltaico in Italia</h2>



<p>L’Italia ha stabilito regole chiare prima di erogare gli incentivi. Le linee guida del MASE di giugno 2022 descrivono l’<strong>agrivoltaico avanzato</strong> con criteri tecnici verificabili: almeno il 70% della superficie deve restare destinata all’agricoltura, la copertura dei moduli non può superare il 40% del terreno, l’altezza minima dei pannelli è di 2,1 metri per le colture e di 1,3 metri per gli allevamenti. Il progetto deve assicurare il mantenimento di almeno l’80% della produzione lorda vendibile dell’azienda.</p>



<p>Il decreto agrivoltaico del PNRR finanzia gli impianti attraverso due agevolazioni cumulabili. Prevede un <strong>contributo in conto capitale fino al 40% dei costi ammissibili</strong> e una tariffa incentivante sull&rsquo;energia netta immessa in rete. Entro il 30 giugno 2026 servono almeno 1,04 GW di potenza e circa 1.300 GWh l&rsquo;anno di produzione. I contingenti previsti sono due. Ci sono 300 MW a registro per gli imprenditori agricoli con impianti fino a 1 MW. I restanti 740 MW vanno all&rsquo;asta per impianti di qualsiasi taglia.</p>



<p>La domanda ha superato l&rsquo;offerta. Nella prima procedura competitiva chiusa a settembre 2024 sono state ammesse <strong>540 domande su 643 presentate, per 1.548 MW</strong>, superando il contingente previsto (graduatorie GSE riportate dalla stampa tecnica). Il ministero ha riaperto la finestra dal 1° aprile al 30 giugno 2025.</p>



<p>Sul terreno la situazione è ancora in evoluzione: il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/agrivoltaico-cosa-italia/">più grande parco agrivoltaico d&rsquo;Italia si trova in Sicilia</a> e la maggior parte dei cantieri finanziati dal PNRR non è ancora terminata. Il fotovoltaico a terra sui terreni agricoli rimane <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/fotovoltaico-terreni-agricoli-divieto/">vietato tranne che per deroghe specifiche</a> e questa differenza nelle norme favorisce i progetti agrivoltaici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando l&rsquo;agrivoltaico non conviene</h2>



<p>Ci sono situazioni in cui questa soluzione non funziona ed è utile precisarle.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Colture eliofile in climi già temperati</strong>: grano, mais e girasole in pianura padana perdono resa sotto ombreggiamento, perché la luce non è il fattore limitante.</li>
<li><strong>Costi di struttura</strong>: i moduli sopraelevati richiedono acciaio, fondazioni e manutenzione in più. Il costo per megawatt è superiore a quello di un impianto a terra convenzionale, e senza incentivo il conto spesso non torna.</li>
<li><strong>Rischio di agricoltura di facciata</strong>: un impianto che ombreggia tutto e lascia due file di foraggio per rispettare la forma non è agrivoltaico, è fotovoltaico a terra con un&rsquo;etichetta. I requisiti MASE servono a impedirlo, la verifica in campo resta il punto debole.</li>
<li><strong>Meccanizzazione</strong>: trattori e mietitrebbie hanno bisogno di spazi e altezze che non tutti i progetti garantiscono.</li>
</ul>



<p>Il criterio pratico è chiaro. L&rsquo;agrivoltaico funziona dove <strong>l&rsquo;acqua è scarsa e il sole è in eccesso</strong>, come nel Sud Italia, nelle isole e nel bacino mediterraneo. Dove piove abbastanza è meno adatto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&rsquo;ombra diventa un&rsquo;infrastruttura agricola</h2>



<p>Per decenni si è discusso se destinare la terra al cibo o all’energia. I dati di Egitto, Arizona e Germania cambiano i termini. Con estati più lunghe e <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/siccita-sicilia-2024/">siccità che colpisce gli agrumeti siciliani</a>, l’ombra strutturata non è più un effetto secondario, ma un’infrastruttura agricola come un impianto di irrigazione o una rete antigrandine.</p>



<p>Nel 2026-2027 i primi impianti italiani finanziati dal PNRR entreranno in funzione e forniranno dati di resa reali anziché stime. Serviranno misurazioni indipendenti sull&rsquo;acqua consumata e sulla produzione agricola. Senza questi numeri, il sistema diventerà un pretesto per costruire fotovoltaico dove altrimenti non si potrebbe. Per approfondire, leggete la nostra guida su <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energie-rinnovabili-cosa-sono-e-come-funzionano/">cosa sono e come funzionano le energie rinnovabili</a> e i numeri dell&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impronta-idrica-consumiamo-ogni-anno-4000-litri-acqua/">impronta idrica dei nostri consumi</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/agrivoltaico-caldo-estremo-come-funziona/">Agrivoltaico: come funziona e perché il caldo lo rilancia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Raffrescare le serre: come il caldo cambia le regole dell’orto</title>
		<link>https://www.green.it/caldo-serre-raffrescamento-agricoltura/</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ondate di calore]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46670</guid>

					<description><![CDATA[<p>Oltre i 29 °C i fiori del pomodoro cadono. Come funziona il raffrescamento serre nel Mediterraneo e con quali tecniche, senza condizionatori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/caldo-serre-raffrescamento-agricoltura/">Raffrescare le serre: come il caldo cambia le regole dell&#8217;orto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Superati i 29 °C di giorno, i fiori del pomodoro cadono e le rese crollano. Nel clima mediterraneo di oggi il raffrescamento serre conta quanto il riscaldamento invernale: d&rsquo;estate le serre vanno tenute fresche, d&rsquo;inverno scaldate. Durante le ondate di calore dell&rsquo;estate 2026 le rese di alcune orticole in Italia sono calate fino al 20% (Coldiretti). Il caldo blocca la fruttificazione, e per raffreddare una serra senza condizionatori bastano poche tecniche mirate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché con il caldo i fiori del pomodoro cadono</h2>



<p>Il pomodoro ha fiori &ldquo;perfetti&rdquo;: contengono sia gli organi maschili sia quelli femminili e si autoimpollinano in circa il 98% dei casi (<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://ipm.missouri.edu/mpg/index.cfm?ID=7">David Trinklein, University of Missouri, 2013</a>). Perché nasca il frutto, il polline maturo deve staccarsi dalle antere e raggiungere lo stigma. È proprio questo passaggio che il caldo manda in tilt.</p>



<p>Oltre una certa soglia il polline perde vitalità e diventa appiccicoso: fatica a distribuirsi e la fecondazione salta. Il fiore non fecondato si stacca alla base, un fenomeno che gli agronomi chiamano cascola dei fiori (in inglese <em>blossom drop</em>). Trinklein lo spiega con numeri precisi: quando le temperature diurne passano gli 85 °F o quelle notturne i 70 °F, l&rsquo;impollinazione cala perché il polline si impasta e perde vigore. In gradi centigradi significa oltre 29 °C di giorno e oltre 21 °C di notte.</p>



<p>Contano anche l&rsquo;umidità e le ore notturne. L&rsquo;impollinazione riesce meglio con umidità relativa tra il 40% e il 70% (University of Missouri, 2013): con aria troppo secca il polline aderisce a fatica allo stigma. E le notti pesano quanto i giorni, perché è al buio che maturano il polline e i tessuti del fiore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le soglie di temperatura che fermano l&rsquo;allegagione</h2>



<p>Il margine è più stretto di quanto si creda, e le soglie non sono uno scalino ma una fascia che cambia con la cultivar e le condizioni. La Purdue University (Vegetable Crops Hotline, 2016) colloca la finestra utile per l&rsquo;allegagione tra 15 e 24 °C di notte e tra 15 e 32 °C di giorno. Dentro quella forbice, le notti davvero buone restano quelle sui 16-21 °C: già oltre i 21 °C notturni il rischio di cascola sale (University of Missouri, Trinklein 2013), e sopra i 24 °C di notte la germinazione del polline è compromessa (Purdue University, 2016). Sono gli estremi di un&rsquo;unica fascia di rischio crescente, letti da due università diverse.</p>



<p>C&rsquo;è un dettaglio che aggrava tutto. Secondo Purdue (2016), ogni fiore ha circa 50 ore di tempo per essere impollinato: se il picco di caldo arriva in quelle ore, i fiori aperti in quei giorni si perdono. E il danno comincia prima di vedersi, perché il calore colpisce soprattutto la formazione del polline, un processo che parte una decina di giorni prima della fioritura, circa nove (Purdue University, 2016).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal riscaldare al raffrescare: come si tiene fresca una serra</h2>



<p>Per decenni la serra è servita a trattenere il calore. Nel Mediterraneo la logica si è capovolta: d&rsquo;estate il calore va smaltito. Le soluzioni messe a punto sono diverse, e quasi tutte fanno a meno del condizionatore.</p>



<p>Il raffrescamento evaporativo poggia su un principio fisico elementare: l&rsquo;acqua che evapora sottrae calore all&rsquo;aria. Nei sistemi <em>pad-and-fan</em>, i ventilatori spingono l&rsquo;aria esterna attraverso pannelli porosi tenuti umidi; passando, l&rsquo;aria si raffredda e poi entra in serra. Un&rsquo;alternativa è la nebulizzazione (<em>fog system</em>), che spruzza goccioline d&rsquo;acqua capaci di evaporare direttamente nell&rsquo;ambiente.</p>



<p>L&rsquo;ombreggiamento, con teli o schermi, riduce la radiazione solare in ingresso, che è la prima causa del surriscaldamento. Una ricerca pubblicata su <em>Biosystems Engineering</em> (2010) sulle serre mediterranee ha misurato che l&rsquo;ombreggiatura esterna mobile abbinata alla nebulizzazione abbassa sensibilmente sia la temperatura interna sia il deficit di pressione di vapore, l&rsquo;indice che dice quanto l&rsquo;aria è &ldquo;assetata&rdquo;. La <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.fao.org/3/i3284e/i3284e.pdf">guida FAO sulle colture protette in area mediterranea (2013)</a> indica proprio nella combinazione di ventilazione, ombreggiamento e raffrescamento evaporativo la strategia di riferimento.</p>



<p>La ventilazione naturale è la via meno costosa: aperture sul colmo e sui lati lasciano uscire l&rsquo;aria calda per moto convettivo. Il risultato migliore arriva mettendo insieme i tre sistemi, ventilazione, evaporativo e ombreggiamento, che insieme abbattono la temperatura consumando pochissima energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto si può abbassare la temperatura (e a che costo)</h2>



<p>I numeri dicono che il guadagno è concreto. Con pannelli evaporativi e ventilatori la temperatura interna scende di circa 4-6 °C; aggiungendo l&rsquo;ombreggiamento il calo arriva fino a 12 °C, secondo un rapporto tecnico dell&rsquo;ENEA sul raffrescamento delle serre (2014). D&rsquo;estate una serra mediterranea incassa una radiazione vicina ai 600 watt per metro quadrato (FAO, 2013), e fermare il calore prima che venga assorbito rende più che toglierlo dopo.</p>



<p>Il conto si paga su due voci: acqua ed energia. Il raffrescamento evaporativo rende dove l&rsquo;aria è calda e secca, la situazione mediterranea tipica, ma chiede acqua di buona qualità proprio dove la risorsa già scarseggia; i ventilatori, dal canto loro, consumano elettricità. La nebulizzazione si adatta al nostro clima meglio dei pannelli usati in Centro Europa e taglia i consumi, ma l&rsquo;equilibrio tra acqua, energia e resa va calcolato caso per caso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Adattamento e mitigazione: cosa cambia per l&rsquo;orto mediterraneo</h2>



<p>Tenere fresca una serra è un intervento di adattamento: agisce sul danno che il caldo già provoca, senza toccare le emissioni che lo causano. La mitigazione lavora sull&rsquo;altro fronte, tagliando i gas serra. Le due strade si completano, e servono entrambe (ne parliamo nella <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/differenza-mitigazione-adattamento/">differenza tra mitigazione e adattamento</a>).</p>



<p>Il problema, del resto, esce dalla serra e investe tutto l&rsquo;orto. L&rsquo;estate 2026 lo ha mostrato con chiarezza: in Lombardia la raccolta del pomodoro da industria è partita con una decina di giorni d&rsquo;anticipo e un calo del 10% sulle prime rese, con punte del 30% nel Mantovano (Coldiretti). Sull&rsquo;intero Paese, sempre secondo Coldiretti (agosto 2026), i danni del caldo all&rsquo;agricoltura hanno superato i tre miliardi di euro da inizio anno. Anche in pieno campo la cascola da alte temperature colpisce gli stessi processi che vediamo in serra, e a pagarne il prezzo sono la quantità e la qualità di quello che finisce nel piatto, come racconta anche il legame tra <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impatto-ambientale-cibo/">impatto ambientale del cibo</a> e produzione.</p>



<p>Sul fronte idrico i margini sono risicati: l&rsquo;Italia trattiene appena l&lsquo;11% dell&rsquo;acqua piovana che cade sul territorio (Coldiretti, 2026). Senza rivedere bacini e reti irrigue, sostenere su larga scala il raffreddamento per evaporazione diventa difficile, tra ondate di calore sempre più intense e siccità lampo sempre più frequenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché il fresco è la nuova frontiera delle serre italiane</h2>



<p>La serra nata per riparare dal freddo dovrà imparare a riparare dal caldo. Le tecnologie ci sono già, quasi tutte passive: ombreggiamento, ventilazione, raffrescamento evaporativo. Il limite vero è di sistema più che tecnico, perché saranno l&rsquo;acqua e l&rsquo;energia disponibili a decidere quanto in fretta gli orticoltori del Sud potranno adottarle. Nei prossimi anni la domanda di partenza smetterà di suonare provocatoria: nel Mediterraneo, saper tenere fresca la serra diventerà il metro con cui si misura chi coltiva.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/caldo-serre-raffrescamento-agricoltura/">Raffrescare le serre: come il caldo cambia le regole dell&#8217;orto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator><enclosure length="-1" type="application/json;charset=UTF-8" url="https://www.fao.org/3/i3284e/i3284e.pdf"/><itunes:explicit>no</itunes:explicit><itunes:subtitle>Oltre i 29 °C i fiori del pomodoro cadono. Come funziona il raffrescamento serre nel Mediterraneo e con quali tecniche, senza condizionatori. L'articolo Raffrescare le serre: come il caldo cambia le regole dell&amp;#8217;orto sembra essere il primo su Green.it.</itunes:subtitle><itunes:author>Sabrina Aquilani</itunes:author><itunes:summary>Oltre i 29 °C i fiori del pomodoro cadono. Come funziona il raffrescamento serre nel Mediterraneo e con quali tecniche, senza condizionatori. L'articolo Raffrescare le serre: come il caldo cambia le regole dell&amp;#8217;orto sembra essere il primo su Green.it.</itunes:summary><itunes:keywords>greengeneration,sostenibilità,energia,ecologia,tecnologia,alimentazione,salute</itunes:keywords></item>
	</channel>
</rss>