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	<title>Green Generation</title>
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	<lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 18:02:33 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Green.it</title>
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		<title>LCA, l’analisi del ciclo di vita: cos’è e come si misura l’impatto di un prodotto</title>
		<link>https://www.green.it/lca-analisi-ciclo-di-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>LCA, life cycle assessment: cos'è l'analisi del ciclo di vita, le quattro fasi della norma ISO 14040, esempi su auto e cibo e il ruolo nelle regole UE.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/lca-analisi-ciclo-di-vita/">LCA, l&#8217;analisi del ciclo di vita: cos&#8217;è e come si misura l&#8217;impatto di un prodotto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un’auto elettrica, al momento dell’uscita dalla fabbrica, comporta un debito di emissioni più alto rispetto a un’auto a benzina. L’International Council on Clean Transportation (ICCT) stima che produrla generi circa il 40% di emissioni in più, in gran parte per la batteria. Secondo lo stesso studio, pubblicato a luglio 2025, sommando tutte le fasi del ciclo di vita, le auto elettriche a batteria vendute nell’Unione europea nel 2025 producono il 73% in meno di emissioni di gas serra rispetto ai modelli a benzina. Il debito iniziale si azzera dopo circa 17.000 chilometri.</p>



<p>Il metodo per ricavare questi numeri è l&rsquo;LCA, dall&rsquo;inglese life cycle assessment, in italiano analisi o valutazione del ciclo di vita. Questo strumento calcola l&rsquo;impatto ambientale di un prodotto dall&rsquo;estrazione delle materie prime allo smaltimento, includendo produzione, trasporto e uso. In sua assenza, il confronto tra due prodotti si ferma a un&rsquo;unica fase, di solito la più visibile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come funziona un&rsquo;analisi del ciclo di vita</h2>



<p>I principi e il quadro dell’LCA sono fissati dalla norma internazionale ISO 14040. Pubblicata nel 2006 e riconfermata dall’ISO nel 2022, indica quattro fasi.</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Obiettivo e campo di applicazione.</strong> Si decide cosa si vuole sapere e su quale prodotto, quali confini ha lo studio e quale unità di confronto si usa: per un&rsquo;auto un chilometro percorso, per un alimento un chilo di prodotto.</li>
<li><strong>Analisi di inventario (LCI).</strong> Si contano tutti i flussi che entrano ed escono nel sistema: materie prime, energia, acqua, emissioni, rifiuti. Richiede dati lungo tutta la filiera.</li>
<li><strong>Valutazione dell&rsquo;impatto (LCIA).</strong> I flussi dell&rsquo;inventario vengono tradotti in effetti sull&rsquo;ambiente, come il contributo al riscaldamento globale o il consumo di risorse.</li>
<li><strong>Interpretazione.</strong> Si leggono i risultati alla luce dell&rsquo;obiettivo iniziale, si individuano le fasi che pesano di più e i limiti dello studio.</li>
</ol>



<p>La norma stabilisce il quadro generale, ma chi conduce lo studio sceglie i metodi di calcolo per ogni fase. Per questo due LCA sullo stesso prodotto possono portare a risultati diversi se variano confini, dati o ipotesi. È importante leggere come è stato fatto lo studio prima di citarne il risultato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Due esempi che ribaltano l&rsquo;intuizione</h2>



<p><strong>L&rsquo;auto.</strong> Lo studio ICCT del 2025 esamina un&rsquo;auto elettrica di segmento medio venduta nell&rsquo;Unione europea nel 2025. Sull&rsquo;intero ciclo di vita le emissioni stimate sono 63 grammi di CO₂ equivalente per chilometro. Il calcolo considera il mix elettrico europeo medio previsto tra il 2025 e il 2044. Un&rsquo;auto a benzina arriva a 235 grammi. Le ibride plug-in, con l&rsquo;uso reale di carburante ed elettricità, si fermano a 163 grammi. Guardando solo alla fabbrica, l&rsquo;elettrica genera più emissioni. Il bilancio si inverte considerando l&rsquo;intera vita del veicolo.</p>



<p><strong>Il cibo.</strong> Lo studio di Joseph Poore e Thomas Nemecek, uscito su Science nel 2018 e riportato da Our World in Data, confronta le emissioni di gas serra per chilo di prodotto lungo tutta la filiera. La carne bovina da allevamento dedicato arriva a 99,48 chili di CO₂ equivalente per chilo, il formaggio a 23,88, la carne di pollo a 9,87, il tofu a 3,16 e i piselli a 0,98. Tra il primo e l’ultimo della lista c’è un rapporto di cento a uno. A fare la differenza è soprattutto il tipo di alimento che finisce nel piatto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove l&rsquo;LCA entra nelle regole europee</h2>



<p>La Commissione europea ha sviluppato i metodi dell&rsquo;impronta ambientale, Product Environmental Footprint (PEF) per i prodotti e Organisation Environmental Footprint (OEF) per le organizzazioni. Questi metodi seguono il ciclo di vita, si basano sulle norme ISO 14040 e 14044 e forniscono regole chiare per calcolare gli impatti e comunicarli. Alle imprese servono per misurare e ridurre il proprio impatto; ai decisori pubblici per individuare i punti critici delle filiere. Ne guadagnano anche i consumatori, che ricevono informazioni più affidabili.</p>



<p>Il secondo passaggio è il regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili. Si tratta del regolamento (UE) 2024/1781, in vigore dal 18 luglio 2024. La Commissione evidenzia un dato: oltre l&rsquo;80% dell&rsquo;impatto ambientale di un prodotto sul suo ciclo di vita si decide durante la progettazione. Le norme introducono il passaporto digitale dei prodotti e vietano di distruggere tessili e calzature invenduti. Un&rsquo;idea simile, contare le emissioni incorporate nei beni, sta dietro al meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, che abbiamo spiegato nella guida al <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/cbam-cose-come-funziona/">CBAM</a>. L&rsquo;LCA serve a verificare se riciclo e riuso, basi dell&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/economia-circolare-europa-2026-riciclo-rifiuti/">economia circolare in Europa</a>, riducono l&rsquo;impatto di un prodotto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: il passaporto digitale dei prodotti</h2>



<p>Il limite pratico dell’LCA sono i dati. Se mancano informazioni affidabili su materiali e lavorazioni, l’inventario resta pieno di stime. Il passaporto digitale previsto dal regolamento europeo sull’ecodesign è una carta d’identità digitale di prodotti, componenti e materiali. A seconda del prodotto può contenere le prestazioni tecniche, i materiali e la loro origine, le riparazioni, le possibilità di riciclo e gli impatti ambientali sul ciclo di vita. Il passaporto arriverà gradualmente, prodotto per prodotto, seguendo il piano di lavoro che la Commissione ha pubblicato ad aprile 2025. Dati di questo tipo, leggibili lungo tutta la filiera, rendono le analisi più rapide e più confrontabili. Anche i sistemi di intelligenza artificiale, che hanno un loro peso ambientale come abbiamo raccontato nell’analisi sull’<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impatto-ambientale-intelligenza-artificiale/">impatto ambientale dell’intelligenza artificiale</a>, possono aiutare a organizzare grandi quantità di dati di filiera. Il risultato finale dipende comunque dalla qualità dei dati di partenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/lca-analisi-ciclo-di-vita/">LCA, l&#8217;analisi del ciclo di vita: cos&#8217;è e come si misura l&#8217;impatto di un prodotto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Criteri ESG nell’edilizia industriale e logistica: come influenzano le scelte progettuali</title>
		<link>https://www.green.it/criteri-esg-nelledilizia-industriale-e-logistica-come-influenzano-le-scelte-progettuali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 18:02:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Architettura sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[edilizia sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[efficienza energetica]]></category>
		<category><![CDATA[ESG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#x27;integrazione dei criteri ESG nell&#x27;edilizia industriale e logistica sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle decisioni che riguardano lo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/criteri-esg-nelledilizia-industriale-e-logistica-come-influenzano-le-scelte-progettuali/">Criteri ESG nell&#8217;edilizia industriale e logistica: come influenzano le scelte progettuali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#x27;integrazione dei <strong>criteri ESG nell&#x27;edilizia industriale e logistica</strong> sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nelle decisioni che riguardano lo sviluppo di nuovi immobili e la riqualificazione delle strutture esistenti. Magazzini, piattaforme distributive e stabilimenti produttivi sono infrastrutture complesse, le cui caratteristiche incidono sui consumi energetici, sull&#x27;utilizzo delle risorse e sul rapporto con il territorio.</p>
<p>Applicare concretamente i criteri ESG significa <strong>considerare gli impatti ambientali, sociali e gestionali</strong> fin dalle prime valutazioni progettuali, anziché intervenire soltanto attraverso l&#x27;aggiunta di tecnologie o soluzioni correttive a costruzione ultimata.</p>
<p>L&#x27;obiettivo è sviluppare edifici capaci di rispondere alle esigenze operative delle imprese, tenendo conto contemporaneamente delle prestazioni energetiche, della gestione delle risorse e delle conseguenze che le scelte costruttive possono produrre durante l&#x27;intero ciclo di vita dell&#x27;immobile.</p>
<h2>L&#x27;efficienza energetica comincia dalla progettazione</h2>
<p>Uno degli ambiti nei quali i criteri ESG possono incidere maggiormente riguarda la <strong>progettazione energetica degli edifici industriali e logistici</strong>. Le dimensioni delle strutture, le superfici delle coperture e le particolari condizioni di utilizzo rendono necessario valutare attentamente il comportamento dell&#x27;immobile nelle diverse stagioni.</p>
<p>Le caratteristiche dell&#x27;<strong>involucro edilizio</strong> rappresentano un primo elemento determinante. L&#x27;isolamento delle coperture e delle pareti, il controllo degli apporti solari e la gestione delle dispersioni termiche possono contribuire a contenere il fabbisogno energetico, soprattutto negli ambienti che richiedono condizioni di temperatura controllata.</p>
<p>Altrettanto significativa è la scelta degli impianti di climatizzazione, ventilazione e illuminazione, che devono essere dimensionati considerando le effettive necessità operative. Un centro distributivo refrigerato presenta esigenze differenti rispetto a un magazzino destinato allo stoccaggio di prodotti non deperibili.</p>
<p>I <strong>sistemi di monitoraggio e gestione dei consumi</strong> permettono inoltre di raccogliere informazioni sul funzionamento dell&#x27;edificio, individuare eventuali inefficienze e adattare le condizioni operative alle esigenze reali.</p>
<p>I benefici ottenibili dipendono tuttavia dalla qualità della progettazione, dalla corretta installazione degli impianti e dalle modalità di utilizzo della struttura.</p>
<h2>Decarbonizzazione e valutazione delle emissioni</h2>
<p>L&#x27;applicazione dei criteri ESG richiede di considerare anche le <strong>emissioni associate alla costruzione e alla gestione degli immobili</strong>, distinguendo due momenti caratterizzati da impatti differenti.</p>
<p>Durante la fase costruttiva, le emissioni dipendono principalmente dalla produzione e dal trasporto dei materiali, dalle lavorazioni di cantiere e dalle quantità di risorse utilizzate. La scelta dei sistemi strutturali, l&#x27;ottimizzazione delle quantità di materiali e l&#x27;organizzazione delle attività possono influenzare questi impatti.</p>
<p>Durante la fase operativa assumono invece particolare rilevanza i consumi energetici necessari al funzionamento degli impianti e alle attività svolte all&#x27;interno dell&#x27;edificio. Gli interventi finalizzati a ridurre le emissioni associate alla costruzione e alla gestione degli edifici possono quindi comprendere interventi sull&#x27;efficienza energetica, l&#x27;impiego di fonti rinnovabili e soluzioni impiantistiche che riducono il ricorso ai combustibili fossili.</p>
<p>La presenza di un impianto fotovoltaico, ad esempio, non determina automaticamente una riduzione prestabilita delle emissioni complessive. Il risultato dipende dalla produzione effettiva, dal profilo dei consumi, dall&#x27;energia utilizzata e dai confini adottati per la valutazione. Per questo motivo è necessario affiancare alle decisioni progettuali un&#x27;<strong>analisi delle prestazioni attese e dei risultati misurabili</strong>, considerando le caratteristiche specifiche dell&#x27;immobile e le sue condizioni operative.</p>
<h2>L&#x27;approccio integrato nella realizzazione degli immobili</h2>
<p>La complessità degli edifici industriali e logistici rende particolarmente utile un <strong>approccio integrato alla progettazione e alla costruzione</strong>, capace di coordinare requisiti tecnici, obiettivi ambientali, necessità funzionali e vincoli economici.</p>
<p>In questo ambito opera <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://gsegroup.it/i-nostri-edifici-sostenibili/">GSE Italia</a>, General Contractor specializzato nella progettazione e costruzione chiavi in mano di immobili industriali e logistici. Il coordinamento delle diverse fasi di sviluppo consente di affrontare le scelte progettuali considerando le loro reciproche conseguenze, dalla selezione dei materiali alla configurazione degli impianti.</p>
<p>Alcune realizzazioni aziendali offrono esempi concreti di applicazione di questi principi. A Truccazzano, in provincia di Milano, GSE Italia ha realizzato per DeA Capital Real Estate SGR <strong>un immobile logistico certificato LEED Gold</strong> attraverso un intervento brownfield che ha previsto la demolizione di tre edifici preesistenti e il riutilizzo di circa 12.000 metri cubi di materiali provenienti dalle demolizioni. È di recente consegna, inoltre, il progetto realizzato per Garbe Real Estate: un polo per la logistica sull’asse Milano-Genova, progettato secondo i più elevati standard di efficienza, flessibilità e sostenibilità, che ha conseguito la <strong>certificazione LEED Platinum</strong>.</p>
<p>Un altro esempio è il polo logistico di Altedo, nel Bolognese, sviluppato per P3 Logistic Parks sull&#x27;area di un ex zuccherificio. Il primo magazzino realizzato, di circa 38.000 metri quadrati, ha ottenuto la <strong>certificazione BREEAM Excellent</strong>, nell&#x27;ambito di un progetto di recupero di una superficie precedentemente destinata ad attività industriali.</p>
<p>Questi progetti illustrano alcune modalità concrete di applicazione dei principi descritti e come la gestione coordinata dei requisiti progettuali possa accompagnare scelte legate alla <strong>riqualificazione delle aree e alla valutazione ambientale degli edifici</strong>, senza che i risultati di singoli progetti possano essere automaticamente estesi ad altre realizzazioni.</p>
<h2>Certificazioni ambientali e rigenerazione delle aree industriali</h2>
<p>Tra gli strumenti utilizzati per valutare le caratteristiche ambientali degli immobili figurano i protocolli <strong>LEED e BREEAM</strong>, che prevedono criteri e procedure specifiche per esaminare diversi aspetti degli edifici.</p>
<p>Le valutazioni possono riguardare, secondo le caratteristiche del protocollo adottato, l&#x27;efficienza energetica, l&#x27;utilizzo delle risorse idriche, i materiali, la qualità degli ambienti interni e il rapporto con il sito.</p>
<p>Le certificazioni rappresentano quindi un riferimento utile per strutturare e documentare determinate prestazioni, ma <strong>non costituiscono una garanzia assoluta di sostenibilità</strong> né sostituiscono il monitoraggio delle condizioni operative effettive.</p>
<p>Un altro ambito significativo riguarda la <strong>rigenerazione brownfield</strong>, attraverso il recupero di aree industriali dismesse o sottoutilizzate.</p>
<p>Questi interventi possono consentire di valorizzare superfici già trasformate, recuperare infrastrutture esistenti e limitare il ricorso a nuovo suolo. La loro convenienza ambientale deve però essere valutata considerando le condizioni del sito, le eventuali necessità di bonifica, le demolizioni e le caratteristiche del nuovo progetto.</p>
<h2>Dalle scelte iniziali alle prestazioni effettive</h2>
<p>L&#x27;integrazione dei criteri ESG nello sviluppo industriale e logistico richiede una visione che accompagni l&#x27;immobile dalla definizione delle esigenze iniziali fino alla sua gestione operativa.</p>
<p>Le decisioni relative alla localizzazione, alla configurazione degli spazi, alle caratteristiche costruttive e agli impianti possono condizionare per molti anni i costi di esercizio e gli impatti ambientali della struttura.</p>
<p>Anche gli aspetti sociali e gestionali devono trovare applicazione concreta, attraverso l&#x27;attenzione alla <strong>sicurezza dei lavoratori</strong>, all&#x27;accessibilità degli ambienti, all&#x27;organizzazione delle attività e alla gestione dei rapporti con il territorio.</p>
<p>La presenza di <strong>obiettivi verificabili e indicatori di prestazione</strong> permette di confrontare i risultati raggiunti con quelli previsti durante la progettazione, individuando eventuali scostamenti e opportunità di miglioramento.</p>
<p>Le prestazioni ambientali degli immobili industriali e logistici dipendono quindi non soltanto dalle soluzioni previste sulla carta, ma dalla capacità di tradurre i criteri ESG in <strong>decisioni progettuali coerenti, prestazioni documentabili e modalità di gestione efficaci</strong> durante l&#x27;intera vita utile dell&#x27;edificio.</p>
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		<item>
		<title>Greenwashing: cos’è, come riconoscerlo e cosa è vietato dal 27 settembre 2026</title>
		<link>https://www.green.it/greenwashing/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ESG]]></category>
		<category><![CDATA[fast fashion]]></category>
		<category><![CDATA[greenwashing]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46883</guid>

					<description><![CDATA[<p>Greenwashing: cos'è e come riconoscerlo. Dal 27 settembre 2026 in Italia sono vietati i claim ambientali generici e la neutralità climatica da compensazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/greenwashing/">Greenwashing: cos&#8217;è, come riconoscerlo e cosa è vietato dal 27 settembre 2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In Italia, dal 27 settembre 2026, scrivere «ecologico», «verde» o «amico dell&rsquo;ambiente» su un prodotto senza poter dimostrare un&rsquo;eccellenza riconosciuta delle sue prestazioni ambientali è una pratica commerciale scorretta. Lo stabilisce il decreto legislativo 20 febbraio 2026, n. 30, che porta nel Codice del consumo la direttiva europea 2024/825, applicata dalla stessa data in tutta l&rsquo;Unione. Questa misura contrasta il greenwashing, cioè la comunicazione che attribuisce una sostenibilità non reale a prodotti, servizi o aziende.</p>



<p>La Commissione europea stima che il 53% dei messaggi ambientali sui prodotti in vendita nell&rsquo;Unione sia impreciso, ingannevole o infondato. Il 40% delle dichiarazioni non ha alcuna prova a sostegno. Metà delle etichette ecologiche subisce controlli superficiali o nulli. Il mercato europeo ospita 230 marchi di sostenibilità e 100 per l&rsquo;energia verde.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos&rsquo;è il greenwashing, in pratica</h2>



<p>La parola unisce green e whitewashing, cioè imbiancare per nascondere. Non serve una bugia vera e propria. Nella maggior parte dei casi il greenwashing funziona per omissione o per esagerazione: un dettaglio vero ingigantito fino a far credere che sia tutto, o una parola vaga che promette più di quello che dice. A volte basta un’immagine di foglie e prati su una confezione di plastica.</p>



<p>Le forme più comuni hanno caratteristiche simili.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>la parola vuota</strong>: «eco», «green», «naturale», «sostenibile», senza dire rispetto a cosa e quanto;</li>
<li><strong>la parte per il tutto</strong>: una bottiglia con il 30% di plastica riciclata presentata come «bottiglia sostenibile»;</li>
<li><strong>la compensazione</strong>: un prodotto dichiarato «a impatto zero» perché l&rsquo;azienda ha comprato crediti di carbonio, senza aver ridotto le proprie emissioni;</li>
<li><strong>il marchio fai da te</strong>: un bollino verde disegnato dall&rsquo;azienda stessa, che il consumatore scambia per una certificazione;</li>
<li><strong>la promessa lontana</strong>: «net zero entro il 2050» senza un piano e senza nessuno che controlli.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa è vietato in Italia dal 27 settembre 2026</h2>



<p>Il decreto legislativo 30/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo 2026, aggiorna il Codice del consumo. Inserisce un elenco di pratiche considerate sempre scorrette, senza dover dimostrare caso per caso che abbiano ingannato qualcuno. Le nuove voci riprendono la direttiva europea:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>asserzioni ambientali generiche</strong>: vietate se l&rsquo;azienda non è in grado di dimostrare l&rsquo;eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali a cui si riferisce. La direttiva porta come esempi «rispettoso dell&rsquo;ambiente», «ecocompatibile», «verde», «amico della natura», «ecologico»;</li>
<li><strong>parte per il tutto</strong>: vietato presentare come ambientale il prodotto nel suo complesso, o l&rsquo;intera attività dell&rsquo;azienda, quando la caratteristica riguarda un solo aspetto;</li>
<li><strong>neutralità climatica da compensazione</strong>: vietato sostenere, sulla base della compensazione delle emissioni di gas serra, che un prodotto ha un impatto neutro, ridotto o positivo sul clima;</li>
<li><strong>marchi di sostenibilità</strong>: vietato esibirne uno che non sia basato su un sistema di certificazione o stabilito da autorità pubbliche;</li>
<li><strong>requisiti di legge spacciati per pregio</strong>: vietato presentare come tratto distintivo un requisito che la legge impone a tutti i prodotti di quella categoria.</li>
</ul>



<p>C’è poi un divieto che va valutato caso per caso, ma che pesa molto sulle grandi aziende. Le promesse sulle prestazioni ambientali future, come la neutralità climatica entro una certa data, risultano ingannevoli se non si basano su un piano di attuazione dettagliato e realistico, con obiettivi misurabili, scadenze precise, reso pubblico e verificato periodicamente da un esperto terzo indipendente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso della neutralità climatica</h2>



<p>Il divieto di compensazione cambierà di più l’aspetto delle confezioni nei supermercati. Per anni le scritte «carbon neutral» o «a impatto zero» sono state usate così: si calcolano le emissioni di un prodotto, si acquistano crediti di carbonio collegati magari a progetti forestali in un altro continente, poi si presenta il bilancio come neutro. La direttiva chiarisce che bisogna vietare queste dichiarazioni in ogni caso, perché portano il consumatore a pensare che si riferiscano al prodotto o alla sua filiera.</p>



<p>Il divieto non riguarda la compensazione in sé. Un&rsquo;azienda può ancora finanziare progetti climatici e comunicarlo, a patto di non farne una caratteristica del prodotto. Chi dichiara emissioni ridotte deve riferirsi a quelle tagliate lungo la propria catena di produzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La direttiva Green Claims, il secondo pezzo che manca</h2>



<p>Il quadro europeo prevedeva un secondo pilastro: la direttiva Green Claims, proposta dalla Commissione nel marzo 2023. Avrebbe imposto alle aziende di dimostrare in anticipo ogni dichiarazione ambientale, con verifica da parte di un ente indipendente e accreditato. Il 20 giugno 2025 la Commissione ha annunciato l’intenzione di ritirarla, e il negoziato tra Parlamento e Consiglio fissato per il 23 giugno è stato annullato. Secondo lo studio legale CMS, tra i motivi ci sono il ritiro del sostegno dell’Italia, contraria all’inclusione delle microimprese, e la posizione del Partito popolare europeo. La proposta però non è stata ritirata: il programma di lavoro della Commissione per il 2026, adottato il 21 ottobre 2025, la include ancora tra i dossier in sospeso.</p>



<p>Per i consumatori cambia in modo concreto. Dal 27 settembre le regole vietano le pratiche peggiori e il controllo spetta alle autorità nazionali. Senza la Green Claims non esiste l&rsquo;obbligo di verificare le dichiarazioni prima che i prodotti arrivino sugli scaffali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le sanzioni in Italia: il caso Shein</h2>



<p>In Italia a far rispettare le regole è l&rsquo;Autorità garante della concorrenza e del mercato, l&rsquo;Antitrust. L&rsquo;ente sanzionava il greenwashing già prima delle nuove norme, applicando le regole generali sulle pratiche ingannevoli. Ad agosto 2025 ha multato per 1 milione di euro Infinite Styles Services, la società che gestisce i siti europei di Shein. Secondo l&rsquo;Autorità la linea «evoluSHEIN by Design» promuoveva fibre «green» senza indicare benefici ambientali concreti. L&rsquo;azienda inoltre ometteva di dire che questi capi erano una quota marginale dell&rsquo;offerta. Le informazioni su circolarità e riciclabilità risultavano false o confuse. Le promesse di ridurre le emissioni erano vaghe, smentite da un aumento registrato negli ultimi due anni.</p>



<p>Sul sito abbiamo già raccontato casi simili: le accuse dei consumatori europei contro le bottiglie «100% riciclabili», l’analisi sulle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/aziende-rischio-greenwashing/">grandi aziende a rischio greenwashing</a> e la vicenda del <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/greenwashing-tesco/">greenwashing di Tesco</a> nel Regno Unito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come riconoscere il greenwashing</h2>



<p>Non occorre lavorare in laboratorio. Basta porsi cinque domande quando si legge un&rsquo;etichetta o una pubblicità:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Rispetto a cosa?</strong> «Più sostenibile» va bene solo se si dice rispetto a cosa e di quanto. Senza termine di paragone, è una parola vuota.</li>
<li><strong>Riguarda tutto o solo una parte?</strong> Se il vantaggio è il tappo riciclato, la bottiglia non diventa ecologica.</li>
<li><strong>Chi certifica il bollino?</strong> Un marchio serio ha un ente che lo rilascia e un sito dove controllare i criteri. Se non si trova chi lo assegna, è probabile che se lo sia assegnato l&rsquo;azienda.</li>
<li><strong>Riduzione o compensazione?</strong> «Impatto zero» grazie ai crediti di carbonio non è più ammesso. Conta quanto l&rsquo;azienda ha tagliato davvero.</li>
<li><strong>La promessa ha un piano?</strong> Un obiettivo al 2050 senza tappe intermedie e senza verifiche esterne vale poco. Per capire cosa dovrebbe esserci dentro, è utile la nostra guida ai <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/fattori-esg-cosa-sono/">fattori ESG</a> che misurano la sostenibilità delle aziende.</li>
</ol>



<h2 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: leggere migliaia di report</h2>



<p>Le dichiarazioni ambientali delle aziende sono troppe per una lettura umana. L&rsquo;intelligenza artificiale facilita questo compito. In uno studio pubblicato nel 2022 sulla rivista Finance Research Letters, ricercatori dell&rsquo;Università di Erlangen-Norimberga, dell&rsquo;Università di Zurigo e del Politecnico federale di Zurigo hanno costruito ClimateBERT, un modello linguistico, e lo hanno usato per leggere le comunicazioni sui rischi climatici delle aziende che dichiarano di seguire le raccomandazioni internazionali sulla trasparenza climatica (TCFD). La conclusione è netta: quel sostegno è per lo più <em>cheap talk</em>, parole che non costano nulla, e le aziende scelgono di riportare soprattutto i rischi climatici meno rilevanti. Questi strumenti aiutano chi deve controllare, dalle autorità ai giornalisti, a scegliere dove indagare. Non sostituiscono la verifica. Un modello riconosce il linguaggio vago, ma non sa se un dato è vero senza controllarlo sui documenti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/greenwashing/">Greenwashing: cos&#8217;è, come riconoscerlo e cosa è vietato dal 27 settembre 2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alberi piantati in Italia nel 2025: 3,7 milioni, ma dopo il PNRR chi li cura?</title>
		<link>https://www.green.it/alberi-piantati-italia-atlante-foreste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 13:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[riforestazione]]></category>
		<category><![CDATA[verde urbano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46948</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alberi piantati in Italia nel 2025: 3,7 milioni secondo l'Atlante delle Foreste. Classifica delle regioni, il peso del PNRR e cosa cambia con le regole UE.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/alberi-piantati-italia-atlante-foreste/">Alberi piantati in Italia nel 2025: 3,7 milioni, ma dopo il PNRR chi li cura?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Gli alberi piantati in Italia nel 2025 sono stati 3.694.538, tra alberi e arbusti, il 17% in più dell&rsquo;anno prima. Il dato arriva dalla sesta edizione dell&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/10/atlante-delle-foreste-2025-1-2.pdf">Atlante delle Foreste</a> di Legambiente e AzzeroCO2: 260 progetti su <strong>più di 5.300 ettari</strong>. Quasi 1,5 milioni di quelle piante le hanno messe a dimora le Città metropolitane con i fondi del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. E il termine fissato dal bando PNRR per completare quegli impianti era il 30 giugno 2026.</p>



<p>Il record va letto partendo da qui. Mettere una pianta nel terreno è solo l&rsquo;inizio del lavoro. Nei primi anni bisogna irrigarla, proteggerla e sostituirla se muore. Chi pagherà quelle cure adesso?</p>



<h2 class="wp-block-heading">La classifica delle regioni: chi pianta e con quali soldi</h2>



<p>Il Trentino-Alto Adige è primo per il terzo anno consecutivo, con <strong>oltre 840.000 alberi</strong>. La maggior parte sono rimboschimenti finanziati dalla provincia sulle zone danneggiate prima dalla tempesta Vaia del 2018 e poi dal bostrico, il coleottero che ha infestato gli abeti indeboliti.</p>



<p>La Sicilia entra per la prima volta sul podio, seconda con 602.772 piante, grazie ai residui del vecchio Programma di sviluppo rurale e ai progetti delle Città metropolitane di Catania e Palermo. Seguono, quasi appaiate, la Lombardia con oltre 479.000 piante e il Piemonte con oltre 469.000.</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Regione</th>
<th>Alberi messi a dimora nel 2025</th>
<th>di cui con fondi privati</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Trentino-Alto Adige</td>
<td>840.272</td>
<td>5.455</td>
</tr>
<tr>
<td>Sicilia</td>
<td>602.772</td>
<td>2.633</td>
</tr>
<tr>
<td>Lombardia</td>
<td>479.160</td>
<td>23.272</td>
</tr>
<tr>
<td>Piemonte</td>
<td>469.177</td>
<td>4</td>
</tr>
<tr>
<td>Lazio</td>
<td>432.750</td>
<td>206</td>
</tr>
<tr>
<td>Veneto</td>
<td>317.018</td>
<td>9.608</td>
</tr>
<tr>
<td>Calabria</td>
<td>263.012</td>
<td>1.752</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Italia</strong></td>
<td><strong>3.694.538</strong></td>
<td><strong>69.510</strong></td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p><em>Fonte: Atlante delle Foreste 2025, tabella 2 (Legambiente, AzzeroCO2).</em></p>



<p>Il rovescio della classifica conta quanto il podio. <strong>Nove Regioni non hanno finanziato nuovi impianti</strong> con fondi regionali nel 2025: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche e Molise. La ragione più ripetuta è burocratica: è terminata la programmazione 2014-2022 dei fondi agricoli europei e la nuova, il Complemento regionale per lo sviluppo rurale della PAC 2023-2027, non è ancora partita. Nel 2025 l’hanno attivata solo Lombardia, Toscana e Umbria. La Liguria ha deciso di non piantare perché ha già una quota alta di territorio coperto da boschi. Della Sardegna mancano i dati per il quinto anno consecutivo. Attenzione a non confondere: la Calabria compare comunque in classifica, grazie agli interventi PNRR della Città metropolitana di Reggio Calabria.</p>



<p>Piemonte, Lazio e Calabria ottengono risultati soprattutto grazie alle Città metropolitane e ai fondi del PNRR. Senza questi finanziamenti, la mappa sarebbe molto più vuota.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le Città metropolitane hanno quadruplicato, poi il fondo si è chiuso</h2>



<p>I numeri principali dell&rsquo;Atlante riguardano le città. Con l&rsquo;Investimento 3.1 del PNRR sul verde urbano ed extraurbano, le Città metropolitane hanno piantato 1.481.547 alberi e arbusti. Il risultato è pari a <strong>oltre quattro volte l&rsquo;edizione precedente</strong>. Torino è al primo posto con oltre 455.000 piante. Rientrano quasi tutte in cinque grandi progetti di corridoi ecologici lungo l&rsquo;Orco, la Dora Baltea, il Chiusella e il Po. Segue Roma con oltre 414.000. Le due città coprono insieme il 59% del totale. Troviamo poi Reggio Calabria (circa 261.000) e Catania (118.000). Quest&rsquo;ultima ha terminato in una sola stagione interventi bloccati da tre anni.</p>



<p>Sei Città metropolitane non compaiono: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Messina e Venezia. I motivi sono diversi. Firenze ha terminato gli impianti a giugno 2026, dopo la fine della rilevazione. Messina ha già le piante pronte in vivaio per il 2026. Bologna non ha partecipato ai bandi PNRR.</p>



<p>Il programma con l&rsquo;Europa è quasi concluso. Con la revisione del PNRR approvata dal Consiglio UE l&rsquo;8 dicembre 2023, ricostruita nell&rsquo;Atlante, la dotazione è scesa da 330 a 210 milioni di euro e il primo obiettivo da 6,6 a 4,5 milioni di alberi. I due obiettivi principali erano: raggiungere 4,5 milioni di piante coltivate o piantate e trapiantare <strong>almeno 3,5 milioni di alberi nella sede definitiva</strong> entro giugno 2026. Il primo obiettivo risulta superato, con 4.661.994 piante rendicontate dal Ministero dell&rsquo;Ambiente entro dicembre 2024. Ad aprile 2026, l&rsquo;Atlante registra 3.045.409 alberi trapiantati, pari all&rsquo;87% dei 3,5 milioni richiesti. Secondo il Corriere della Sera (settembre 2026), il Ministero dell&rsquo;Ambiente ne dichiara 3,9 milioni, da rendicontare nell&rsquo;ultima rata del Piano.</p>



<p>Attenzione però a come si contano le piante. Il primo traguardo includeva anche le piantine ancora in vivaio. Una parte di queste è stata contata di nuovo una volta messa nel terreno. Per dimostrare il trapianto all&rsquo;Europa basta il certificato di completamento rilasciato dalle Città metropolitane. Sono gli stessi enti che eseguono i lavori. Nel 2023 la Corte dei conti aveva segnalato ritardi e piante trovate secche per scarsa manutenzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio scalino: alberi piantati e poi lasciati soli</h2>



<p>L&rsquo;Atlante descrive un fenomeno che chiama &ldquo;effetto scalino&rdquo;: le piantagioni crescono in fretta, poi le risorse calano proprio nel momento in cui servono le cure. I bandi PNRR chiedevano ai progetti un piano di coltivazione di cinque anni, con irrigazione, sostituzione delle piante morte, sfalci ed eliminazione delle specie invasive. Questi obblighi restano in capo alle Città metropolitane per cinque anni dal trapianto, ben oltre la fine del Piano. La prima verifica del dopo-PNRR sarà controllare se verranno davvero rispettati e da chi.</p>



<p>&ldquo;Un giovane albero non è ancora una foresta urbana e lo diventa solo se qualcuno se ne prende cura per i vent&rsquo;anni successivi&rdquo;, scrive nell&rsquo;Atlante Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente. Senza risorse in bilancio, aggiunge, buona parte dell&rsquo;investimento &ldquo;seccherà nel giro di poche estati&rdquo;.</p>



<p>Il caldo estivo non aiuta. L&rsquo;Atlante cita le analisi del Cnr-Ibe sui dati Copernicus: l&rsquo;estate 2026 è stata <strong>la più calda in Italia dal 1950</strong>, con una media nazionale di 24,3 °C. Le nuove piante sono le più esposte, perciò i bandi chiedevano anche l&rsquo;irrigazione straordinaria. Come spiega il nostro approfondimento su <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/ripristino-foreste/">perché piantare alberi non basta</a>, il numero di piante conta meno di quante riescono a diventare bosco.</p>



<p>Il rapporto ha un limite. L&rsquo;Atlante conta le piante messe a dimora e ne stima i benefici: circa 27,9 milioni di euro l&rsquo;anno in servizi ecosistemici come qualità dell’aria, assorbimento del carbonio e riduzione del rischio di alluvioni. Non indica però quante di quelle piante sono ancora vive dopo tre o cinque anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal 2030 l&rsquo;Europa conterà le chiome</h2>



<p>C&rsquo;è una scadenza che rende la cura degli alberi un obbligo, oltre che una buona pratica. Il regolamento europeo sul ripristino della natura (UE 2024/1991), la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nature-restoration-law/">Nature Restoration Law</a>, all’articolo 8 stabilisce che entro il 2030 le città non possano avere <strong>meno verde urbano e meno copertura arborea rispetto al 2024</strong>. Dal 2031 entrambi dovranno aumentare.</p>



<p>In Italia la regola riguarda 2.761 comuni, quasi il 38% del territorio nazionale, secondo la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.isprambiente.gov.it/it/ripristino-della-natura/il-pnr-negli-interventi/art-8-ripristino-degli-ecosistemi-urbani">pagina dell&rsquo;ISPRA</a> sul Piano nazionale di ripristino. Il calcolo avviene tramite le immagini satellitari Copernicus sulla densità delle chiome. Un parco che perde gli alberi maturi e diventa un prato conserva la superficie verde, ma riduce la copertura arborea. Dal 2030 questa perdita andrà compensata. L&rsquo;Italia ha inviato la bozza del suo Piano alla Commissione europea il 25 settembre 2026.</p>



<p>Per le città conta anche la salute. Uno studio su 744 città europee in 36 Paesi, pubblicato su The Lancet Planetary Health e presentato dall&rsquo;ENEA nel 2025, stima che aumentare del 5% la copertura arborea eviterebbe circa 5.000 morti premature l&rsquo;anno legate all&rsquo;inquinamento dell&rsquo;aria. Se ogni città arrivasse almeno al 30% di copertura, le morti evitate salirebbero <strong>fino a 12.000 l&rsquo;anno</strong>. Abbiamo raccolto altri dati sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/verde-urbano-parchi-citta-benefici-salute/">verde urbano e la salute</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: un gemello digitale per ogni albero</h2>



<p>Per curare gli alberi dopo la piantumazione, bisogna prima conoscerne le condizioni. A giugno 2025 Milano ha avviato un &ldquo;gemello digitale&rdquo; per oltre 30.000 alberi dei viali: una replica virtuale realizzata con scansioni laser (LiDAR), fotogrammetria e algoritmi di machine learning, cioè intelligenza artificiale. Il sistema valuta deperimento, densità delle foglie e stabilità strutturale, e supporta le scelte sugli interventi. Il progetto è finanziato in parte con fondi europei del Programma nazionale Metro Plus 2021-2027.</p>



<p>Il gemello digitale di Milano presenta dei limiti. Il sistema mappa gli alberi già adulti lungo le strade ed esclude i boschi periurbani appena piantati. Il Comune non ha comunicato i costi. Strumenti simili sono poco diffusi. Palermo ha avviato un censimento con l&rsquo;intelligenza artificiale, mentre la maggior parte dei comuni manca di un catasto degli alberi aggiornato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Nel 2027 sapremo se il boom era una fiammata</h2>



<p>La prossima edizione dell&rsquo;Atlante dirà due cose: quanti alberi sono stati piantati nelle Città metropolitane tra aprile e giugno 2026, e quanti se ne piantano in un anno senza i fondi del PNRR. Abruzzo e Basilicata prevedono di attivare i contributi della nuova PAC tra la fine del 2026 e il 2027. Le imprese hanno ricominciato a investire: <strong>69.510 alberi finanziati da privati</strong> nel 2025, il 70% in più rispetto al 2024, ma ancora sotto i circa 146.000 del 2023.</p>



<p>Il numero da guardare nel 2027, però, è un altro: quante piantine sono ancora vive nei boschi nati con il PNRR. Per ora né l&rsquo;Atlante né il Ministero lo pubblicano città per città.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/alberi-piantati-italia-atlante-foreste/">Alberi piantati in Italia nel 2025: 3,7 milioni, ma dopo il PNRR chi li cura?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fotovoltaico da balcone: quanto rende e cosa serve in Italia</title>
		<link>https://www.green.it/fotovoltaico-da-balcone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Solare]]></category>
		<category><![CDATA[energia solare]]></category>
		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[risparmio energetico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46846</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fotovoltaico da balcone: quanto produce un kit da 800 W a Milano, Roma e Palermo, quanto fa risparmiare con le bollette 2026 e quali regole valgono in Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/fotovoltaico-da-balcone/">Fotovoltaico da balcone: quanto rende e cosa serve in Italia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un kit di <strong>fotovoltaico da balcone</strong> da 800 watt, installato in verticale sulla ringhiera di un appartamento a Roma esposto a sud, produce circa 800 kWh l&rsquo;anno. Gli stessi pannelli, disposti su un tetto con inclinazione di 30 gradi, raggiungono quasi 1.190 kWh secondo il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/photovoltaic-geographical-information-system-pvgis_en">PVGIS</a>, lo strumento del Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) che calcola la produzione solare in Europa. A Roma la resa è quindi inferiore di circa un terzo (tra il 29 e il 38% nelle tre città che abbiamo calcolato). Questa energia copre comunque buona parte dei consumi di frigorifero, router e lavatrice in autunno, periodo in cui la luce è tornata costosa.</p>



<p>Il fotovoltaico da balcone (chiamato anche <em>plug-in</em> o <em>plug and play</em>) è un impianto compatto formato da uno o due moduli. Un microinverter trasforma la corrente continua dei pannelli in quella alternata usata in casa. Il sistema si attacca a una presa e l&rsquo;energia generata alimenta subito gli elettrodomestici accesi. Non occorre possedere un tetto. Per farlo funzionare è sufficiente un balcone, un terrazzo o una parete illuminata dal sole.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un balcone rende meno di un tetto: i numeri città per città</h2>



<p>Abbiamo chiesto a PVGIS (versione 5.3, perdite di sistema standard del 14%) quanta energia produce un impianto da 800 watt orientato a sud in tre città. Ecco i risultati:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Milano</strong>: 765 kWh l&rsquo;anno in verticale, 1.083 inclinato a 30 gradi;</li>
<li><strong>Roma</strong>: 801 kWh in verticale, 1.187 inclinato;</li>
<li><strong>Palermo</strong>: 761 kWh in verticale, 1.224 inclinato.</li>
</ul>



<p>In verticale, quindi, <strong>Palermo non batte Milano</strong>: 761 kWh contro 765, quasi un pareggio. In Sicilia il sole è più forte, ma d&rsquo;estate sta così alto che colpisce solo di striscio un pannello agganciato alla ringhiera: in verticale questo effetto cancella il vantaggio della latitudine e può perfino ribaltarlo di poco, come mostrano i 4 kWh di scarto a favore di Milano (PVGIS usa i dati meteo reali di ogni città, nuvolosità compresa). Roma resta davanti a entrambe. La differenza torna con il modulo inclinato, 1.224 kWh a Palermo contro 1.083 a Milano.</p>



<p>I venditori di kit tralasciano spesso un particolare. Sempre secondo PVGIS, a Roma a dicembre un pannello verticale rivolto a sud fornisce 73 kWh contro i 63 di un modello inclinato. Il sole d&rsquo;inverno rimane basso e lo illumina quasi frontalmente. A giugno la situazione si capovolge con 47 kWh contro 124. Per questo motivo <strong>il balcone produce in modo più uniforme durante l&rsquo;anno</strong>. L&rsquo;elettricità invernale arriva quando le giornate si accorciano e i consumi domestici aumentano.</p>



<p>L&rsquo;orientamento conta più della città. Lo stesso kit verticale a Roma produce 581 kWh se è rivolto verso est. Se il balcone guarda a nord, non conviene.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto si risparmia con le bollette di ottobre 2026</h2>



<p>Dal 1° ottobre 2026, secondo ARERA, il prezzo dell&rsquo;elettricità per i circa 3 milioni di clienti vulnerabili rimasti nel servizio di tutela è salito del 37,3%, raggiungendo <strong>43,43 centesimi per kWh tasse incluse</strong>. ARERA, l&rsquo;Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, lo ha comunicato il 29 settembre. Di questo importo, quasi 28 centesimi riguardano il solo costo di acquisto dell&rsquo;energia. Sul mercato libero i prezzi variano a seconda delle offerte, ma si muovono nella stessa direzione.</p>



<p>Il guadagno vero dipende da quanta energia del balcone consumi nel momento stesso in cui viene prodotta. L&rsquo;elettricità in avanzo passa alla rete e, con la procedura semplificata prevista dalla delibera ARERA 315/2020 per questi impianti, non ti viene pagata. Secondo l&rsquo;associazione tedesca degli enti di certificazione TÜV-Verband, un impianto plug-in senza batteria destina agli elettrodomestici tra il 55 e il 70% dell&rsquo;energia generata. «In una normale settimana di lavoro il fabbisogno di corrente spesso non coincide con i picchi di produzione di mezzogiorno», ha spiegato Hermann Dinkler del TÜV-Verband a Ökotest.</p>



<p>Facciamo i conti per un pannello verticale a Roma. Con 800 kWh prodotti e un autoconsumo tra il 55 e il 70%, eviti di prelevare dalla rete tra 440 e 560 kWh. Ogni kWh non prelevato ti fa risparmiare solo la parte variabile della bolletta, non le quote fisse. Stimiamo, in modo prudente, tra 30 e 35 centesimi. Il risparmio annuo si colloca <strong>tra 130 e quasi 200 euro</strong>. Nei listini raccolti dal sito Ecocalcolo nel 2026 i kit da 800 watt costano tra 650 e 900 euro, quindi il recupero della spesa avviene in circa 3-7 anni. Chi lavora da casa e fa partire lavatrice e lavastoviglie a mezzogiorno sta nella parte alta del risparmio (e rientra prima). Chi esce alle 8 e torna alle 19 resta in quella bassa.</p>



<p>I calcoli si riferiscono ai prezzi attuali. Se il costo dell’energia diminuisce, il recupero della spesa richiederà più tempo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le regole italiane: una comunicazione, nessun corrispettivo</h2>



<p>Dal 2020 l&rsquo;Italia ha una strada semplice per il fotovoltaico da balcone. Con la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://arera.it/comunicati-stampa/dettaglio/it/com-stampa/20/200807">delibera 315/2020</a>, ARERA ha snellito le norme per gli impianti sotto gli 800 watt. Chi lo installa salta il classico iter di allaccio e trasmette al distributore locale la <strong>Comunicazione unica</strong>, un modulo predisposto dall&rsquo;Autorità. L&rsquo;invio è gratuito e non richiede un contratto di dispacciamento. Spetta poi al distributore inserire il sistema nei propri archivi e in GAUDÌ, l&rsquo;anagrafe nazionale degli impianti di produzione.</p>



<p>I paletti fissati dalla delibera sono pochi, ma vanno rispettati:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>l&rsquo;impianto deve essere conforme alla norma CEI 0-21</strong>, quella che regola il collegamento alla rete in bassa tensione: compra kit che lo dichiarano;</li>
<li><strong>la potenza immessa in rete non può superare gli 800 watt</strong> in totale, e l&rsquo;energia ceduta non viene remunerata;</li>
<li><strong>i modelli fino a 350 watt sono i veri &ldquo;plug and play&rdquo;</strong>: arrivano pronti per essere collegati con la spina a una presa dedicata e riconoscibile;</li>
<li>il contatore deve poter misurare l&rsquo;energia immessa: se serve, il distributore lo riprogramma.</li>
</ul>



<p>La delibera non dice nulla sul condominio. Se installi i pannelli dentro il balcone, non tocchi parti comuni. Se li metti fuori dalla ringhiera, conviene avvisare l&rsquo;amministratore e verificare il regolamento, perché può entrare in gioco il decoro della facciata. Per le batterie da abbinare ai kit plug-in, invece, in Italia manca ancora un quadro specifico e organico, come ha segnalato la rivista Greenplanner a settembre 2026.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Germania ne ha oltre un milione: cosa ha fatto di diverso</h2>



<p>In Germania i <em>Balkonkraftwerke</em>, letteralmente &ldquo;centrali da balcone&rdquo;, sono diventati un fenomeno di massa. All&rsquo;inizio del 2026 il registro della Bundesnetzagentur, l&rsquo;Agenzia federale delle reti, contava <strong>oltre 1,3 milioni di impianti attivi</strong>, per circa 1,34 gigawatt di potenza. Nel solo primo trimestre 2026 se ne sono aggiunti circa 65.000, riporta la rivista Greenplanner (settembre 2026) citando lo stesso registro.</p>



<p>La svolta, ricostruisce Greenplanner (2026), è arrivata con il pacchetto di legge Solarpaket I, in vigore dal 16 maggio 2024. Ha tolto l&rsquo;obbligo di avvisare il gestore di rete e lo ha sostituito con una registrazione online di pochi minuti. Oggi l&rsquo;inverter può arrivare a 800 VA. Da dicembre 2025 una norma tecnica apposita, la DIN VDE V 0126-95, regola l&rsquo;uso della normale presa di casa: con questa i moduli si fermano a 960 watt di picco, con una presa speciale arrivano a 2.000. Soprattutto, gli inquilini hanno un diritto esplicito a installarli: il proprietario può dire di no solo per motivi circostanziati.</p>



<p>In Germania, con meno sole, il TÜV-Verband stima per un impianto da 800 watt circa 550 kWh l&rsquo;anno (Ökotest, 2024), una cifra prudente che vale per molti balconi tedeschi. In Italia, un balcone ben esposto può avere una resa più alta anche se i pannelli sono montati in verticale. <strong>Il sole lo abbiamo noi, i balconi solari li hanno loro.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La batteria da balcone: quando conviene e quando no</h2>



<p>I produttori propongono sempre più spesso i kit dotati di accumulo. Queste batterie da 1-2 kWh immagazzinano l&rsquo;energia del mezzogiorno per usarla la sera. In teoria fanno crescere l&rsquo;autoconsumo, ma i calcoli economici mostrano un vantaggio molto inferiore.</p>



<p>Il TÜV-Verband spiega che con uno o due moduli la batteria spesso non conviene. Con quattro o cinque moduli può avere senso, ma solo se la si compra a un buon prezzo. La federazione tedesca dei consumatori (vzbv) per ora non la raccomanda, perché non ci sono prodotti convenienti. Nei listini raccolti da Ecocalcolo un kit da 800 watt con batteria costa tra 1.200 e 1.800 euro, il doppio rispetto alla versione senza, per un risparmio extra di poche decine di euro all’anno. A questo si aggiunge il vuoto normativo già citato.</p>



<p>Per avere un impianto con accumulo efficiente, puoi installare un <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impianto-fotovoltaico-con-accumulo/">impianto fotovoltaico con accumulo</a> sul tetto o partecipare a una delle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/comunita-energetiche-italia/">comunità energetiche</a> attive nei Comuni italiani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Prima di comprare, guarda dove batte il sole a mezzogiorno</h2>



<p>Un rapido controllo gratuito vale più di un preventivo. Guarda il balcone in una giornata di sole alle 10, alle 13 e alle 16. Fai attenzione se tra le 11 e le 15 il parapetto finisce coperto dall&rsquo;ombra dei palazzi di fronte o del piano superiore. In questo caso la resa reale scende molto sotto quella calcolata da PVGIS, che non conosce i tuoi vicini. Controlla poi l&rsquo;orientamento con una bussola. Sud, sud-est e sud-ovest vanno bene. L&rsquo;est puro fa perdere un quarto della produzione.</p>



<p>Se i conti tornano, la procedura è semplice. Scegli un kit conforme alla CEI 0-21, fissalo con staffe adatte al vento della tua zona e invia la Comunicazione unica al distributore prima di collegare la spina. Se ti serve più energia o hai un tetto a disposizione, puoi anche considerare gli <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impianti-domestici-misti-fotovoltaico-eolico/">impianti domestici misti con fotovoltaico ed eolico</a>. Il punto di partenza resta quello del PVGIS: <strong>800 kWh l&rsquo;anno da un balcone romano</strong>, che con le tariffe di ottobre valgono fino a quasi 200 euro di risparmio.</p>
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		<item>
		<title>Crediti di carbonio: cosa sono e quanto valgono davvero</title>
		<link>https://www.green.it/crediti-di-carbonio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
		<category><![CDATA[greenwashing]]></category>
		<category><![CDATA[neutralità climatica]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46842</guid>

					<description><![CDATA[<p>Crediti di carbonio: come funzionano, quanto costano nel mercato UE e in quello volontario, perché meno di uno su sei taglia davvero CO₂ e cosa cambia dal 2026.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dal 27 settembre 2026 le aziende che vendono in Italia non possono più dichiarare che un prodotto è &ldquo;a impatto zero&rdquo; sul clima soltanto perché hanno acquistato <strong>crediti di carbonio</strong>. Lo prevede il decreto legislativo 30 del 20 febbraio 2026, che recepisce la direttiva europea contro il greenwashing. Chi non rispetta la norma rischia multe dall&rsquo;Autorità garante della concorrenza fino a 5 milioni di euro. La ragione è nei dati: la più ampia revisione sui crediti mostra che meno di uno su sei riflette un taglio reale delle emissioni.</p>



<p>Un credito di carbonio è un certificato pari a una tonnellata di CO₂ che un progetto ha rimosso dall&rsquo;atmosfera o evitato di emettere. Il calcolo vale anche per gli altri gas serra convertiti in CO₂ equivalente. Lo genera chi pianta alberi, protegge una foresta dal taglio, cattura il metano di una discarica o distribuisce fornelli efficienti in Africa. Lo compra chi vuole &ldquo;pareggiare&rdquo; le proprie emissioni o chi ha l&rsquo;obbligo di legge di coprirle.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una tonnellata, due prezzi</h2>



<p>In Europa i crediti esistono in due mondi diversi che hanno in comune solo il nome.</p>



<p>Il primo è obbligatorio. Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS, <em>Emissions Trading System</em>) richiede che centrali elettriche, acciaierie, cementifici e compagnie aeree consegnino un permesso per ogni tonnellata emessa. Il prezzo lo stabilisce il mercato, e la Commissione europea pubblica ogni tre mesi la media d&rsquo;asta: nel terzo trimestre 2026 è stata di <strong>82,32 euro a tonnellata</strong>, rispetto ai circa 75 dei primi due trimestri. Lo stesso valore si usa per calcolare quanto pagano gli importatori di acciaio, cemento e fertilizzanti per le merci arrivate dal 2026 con il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/cbam-cose-come-funziona/">CBAM, la tassa europea sul carbonio alle frontiere</a>.</p>



<p>Il secondo è volontario ed è quello citato nelle pubblicità. Senza alcun obbligo, aziende e privati comprano crediti legati a progetti internazionali, certificati da enti privati come Verra o Gold Standard. Questo mercato è piccolo e in difficoltà. Nel 2024 ha mosso circa 535 milioni di dollari, perdendo il 29% rispetto all&rsquo;anno precedente. I volumi scambiati sono scesi al minimo dal 2018, secondo Ecosystem Marketplace, l&rsquo;osservatorio della ong Forest Trends. Le imprese però continuano a usarli. I crediti &ldquo;ritirati&rdquo;, cioè spesi per compensare, si mantengono intorno ai 182 milioni di tonnellate. «La domanda degli utilizzatori finali resta stabile», ha spiegato Charlotte Barber, vicedirettrice dell&rsquo;osservatorio.</p>



<p>Dentro il mercato volontario i prezzi variano moltissimo. <strong>I crediti da rimozione costano quasi cinque volte di più</strong> di quelli da riduzione: nel 2024 il premio medio era del 381%. La differenza ha una logica. Togliere CO₂ dall&rsquo;aria, con un bosco nuovo o con le <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/macchine-per-risucchiare-anidride-carbonica/">macchine che la risucchiano</a>, è più difficile da fare e più facile da misurare che promettere di non tagliare una foresta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Meno di un credito su sei: il conto che non torna</h2>



<p>Nel novembre 2024 Benedict Probst e il suo gruppo del Max Planck Institute for Innovation and Competition hanno pubblicato su <em>Nature Communications</em> una <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://doi.org/10.1038/s41467-024-53645-z">revisione sistematica</a> dei progetti di compensazione. Hanno analizzato 14 studi su <strong>2.346 progetti</strong>, che rappresentano quasi un miliardo di tonnellate di crediti, circa un quinto di tutti quelli emessi fino a quel momento. Dallo studio emerge che <strong>meno del 16% dei crediti</strong> rifletteva emissioni effettivamente evitate.</p>



<p>Il dato medio nasconde differenze enormi tra un tipo di progetto e l&rsquo;altro:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>fornelli efficienti</strong>: riduzioni reali pari all&rsquo;11% dei crediti emessi;</li>
<li><strong>deforestazione evitata</strong>: 25%;</li>
<li><strong>distruzione del gas SF₆</strong>: 16%;</li>
<li><strong>distruzione del gas HFC-23</strong>: 68%, il risultato migliore;</li>
<li><strong>parchi eolici</strong>: nessun beneficio aggiuntivo, perché sarebbero stati costruiti comunque, anche senza vendere crediti.</li>
</ul>



<p>Il problema si chiama addizionalità. Un credito vale solo se quella tonnellata di CO₂ non sarebbe stata evitata comunque. Se una foresta non correva rischi, proteggerla non cambia nulla per l’atmosfera. Se un parco eolico era già redditizio, il credito finanzia un intervento che sarebbe avvenuto lo stesso. Negli impianti chimici gli autori hanno scoperto addirittura l’effetto contrario: dove distruggere gas serra generava crediti, la produzione di quei gas di scarto è aumentata.</p>



<p>«C&rsquo;è bisogno urgente di regole migliori per emettere i crediti di carbonio», ha dichiarato Probst. Il coautore Lambert Schneider, dell&rsquo;Öko-Institut di Berlino, critica i certificatori: «Le regole dei programmi di crediti spesso lasciano troppa libertà a chi sviluppa i progetti». Non bisogna però interpretare il dato all’opposto. Lo studio non afferma che tutti i crediti sono falsi; rileva che, considerati tutti insieme, il loro valore è inferiore a quanto promesso e che alcune categorie mostrano risultati migliori di altre.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché la legge ha chiuso la porta alla neutralità comprata</h2>



<p>Il decreto italiano del 2026 non vieta i crediti. Impedisce però di usarli per attribuire ai prodotti un impatto climatico neutro, ridotto o positivo. Promuovere una bottiglia &ldquo;carbon neutral&rdquo; perché si finanzia un bosco in Perù non sarà più permesso. Un&rsquo;azienda potrà invece dichiarare di aver ridotto le emissioni del 30% e finanziare a parte un progetto di riforestazione. Chi si occupa di questi mercati la chiama &ldquo;dichiarazione di contributo&rdquo; al posto della vecchia compensazione.</p>



<p>La politica europea, intanto, va in una direzione solo in apparenza opposta. Il 10 febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato con 413 voti a favore il nuovo obiettivo climatico: tagliare le emissioni nette del 90% entro il 2040 rispetto al 1990. Fino a 5 punti di quel 90% potranno arrivare dal 2036 grazie a crediti internazionali “di alta qualità” comprati da Paesi partner, come previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Serve ancora l’approvazione definitiva degli Stati membri. Si tratta di uno scambio di crediti tra governi, controllato dall’ONU, che non riguarda le etichette dei prodotti.</p>



<p>Il nuovo meccanismo dell&rsquo;ONU rende chiaro quanto sia limitato il margine di manovra. A febbraio 2026 sono stati approvati i primi crediti, come riporta il sito specializzato Carbon Pulse: provengono da un progetto di fornelli efficienti in Myanmar. Questa categoria, secondo uno studio di <em>Nature Communications</em>, ha mantenuto in media l&rsquo;11% delle promesse.</p>



<p>In Italia esiste anche un mercato volontario &ldquo;di casa&rdquo;. Il registro pubblico dei crediti di carbonio agroforestali, gestito dal CREA (il Consiglio per la ricerca in agricoltura), ha ricevuto nel 2025 le linee guida del ministero dell&rsquo;Agricoltura: progetti di gestione dei boschi che vadano oltre gli obblighi di legge, durata di almeno 20 anni, certificazione di un ente terzo, crediti vendibili solo dopo cinque anni. Sono regole più strette di molte usate nel mercato internazionale; quanti crediti produrrà davvero, lo diranno i primi anni. Chi coltiva può guardare anche al <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/sequestro-del-carbonio-agricoltura/">sequestro del carbonio in agricoltura</a>, la parte che il registro deve ancora regolare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: contare gli alberi dall&rsquo;alto</h2>



<p>Gran parte dei crediti sbagliati nasce da un problema di misura: quanta CO₂ c’è davvero in un bosco e quanta ce ne sarebbe stata senza il progetto. Ora satelliti e intelligenza artificiale stanno cambiando il modo di verificare queste cifre.</p>



<p>Aziende come Pachama, in collaborazione con Planet, monitorano i progetti forestali con foto quasi giornaliere, dati LiDAR e modelli di IA per stimare il carbonio stoccato e rilevare tagli o incendi. I satelliti europei Sentinel-2 forniscono immagini con una risoluzione di 10 metri, mentre quelle commerciali raggiungono i 3-5 metri.</p>



<p>Anche l&rsquo;IA commette errori, a volte gravi. Un gruppo di ricercatori della Technische Universität di Monaco e del Politecnico di Zurigo (ETH) ha analizzato un progetto di riforestazione tropicale. Hanno confrontato le stime ricavate da immagini satellitari, foto aeree con reti neurali e misure a terra. Le stime da satellite potevano <strong>sovrastimare la biomassa di oltre dieci volte</strong> (Reiersen e colleghi, 2021). Le foto aeree funzionavano meglio, ma costano molto di più. Nuvole equatoriali, alberi nascosti sotto la chioma e modelli poco trasparenti ostacolano le misurazioni. La tecnologia serve a verificare i crediti solo se controllata a sua volta con campioni misurati sul terreno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa chiedere prima di fidarti di un credito</h2>



<p>Se un’azienda ti dice che il suo prodotto “compensa” le emissioni, bastano tre domande per capire tutto. Che progetto c’è dietro: una rimozione, quindi alberi piantati o CO₂ catturata e stoccata, oppure solo una riduzione promessa, come una foresta “salvata”? Chi lo certifica e il registro è pubblico? Soprattutto, quanta CO₂ ha tagliato l’azienda per conto suo prima di acquistare i crediti?</p>



<p>L&rsquo;ultima domanda riguarda la legge. Dal 27 settembre 2026 non sarà più possibile cancellare le emissioni non ridotte solo con un&rsquo;indicazione in etichetta. Per gli obiettivi climatici europei, il prossimo utilizzo dei crediti internazionali è previsto nel 2036. Le regole che definiranno cosa significherà &ldquo;alta qualità&rdquo; non sono ancora state stabilite. Chi cerca già ora un esempio può guardare il percorso verso lo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/net-zero/">zero netto dei Paesi che ci sono arrivati</a>, che mette in evidenza la differenza tra ridurre e compensare.</p>
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		<title>Fusione nucleare: prima scaldare il plasma, poi aggiungere combustibile</title>
		<link>https://www.green.it/fusione-nucleare-prima-scaldare-poi-comprimere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46896</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fusione nucleare: un calcolo del Princeton Plasma Physics Laboratory propone di scaldare prima il plasma e aggiungere combustibile dopo. Cosa cambia e cosa no.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tre fisici del Princeton Plasma Physics Laboratory (PPPL), il laboratorio del Dipartimento dell&rsquo;Energia degli Stati Uniti specializzato nella <strong>fusione nucleare</strong>, hanno pubblicato su Physical Review Letters un calcolo che modifica l’ordine delle operazioni per accendere un reattore. La proposta è semplice: <strong>prima si scalda il plasma, poi se ne aumenta la densità</strong>, cioè si aggiunge combustibile. Il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.pppl.gov/news/2026/novel-path-fusion-ignition-heat-first-then-add-fuel" target="_blank">comunicato del PPPL</a>, diffuso il 5 ottobre 2026, precisa un aspetto che molti titoli non riportano: è uno studio teorico, basato su calcoli, perché oggi nessun esperimento raggiunge le temperature richieste dal metodo descritto.</p>



<p>Luis Delgado-Aparicio, Masayuki Ono e Jonathan Menard hanno firmato la ricerca. Ai costruttori di reattori interessa soprattutto un altro dato: <strong>basta una parte di tungsteno su 10.000 nel plasma per raddoppiare circa la pressione necessaria all&rsquo;accensione</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa vuol dire accendere un plasma</h2>



<p>Nella fusione due nuclei leggeri si uniscono e rilasciano energia. È il processo opposto alla fissione usata oggi nelle centrali, che invece divide nuclei pesanti come l’uranio. Le differenze sono spiegate nella nostra guida all’<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energia-nucleare/">energia nucleare</a>. Per fondere i nuclei occorre un gas molto caldo e carico elettricamente, chiamato plasma, che viene trattenuto da campi magnetici o compresso con laser.</p>



<p>L&rsquo;<strong>accensione</strong> o ignizione avviene quando il plasma resta caldo autonomamente, sostenuto dall&rsquo;energia delle proprie reazioni, senza riscaldamento esterno. I fisici usano da decenni il <strong>criterio di Lawson</strong>, un&rsquo;equazione degli anni Cinquanta che collega densità, temperatura e tempo di confinamento del calore.</p>



<p>Il PPPL ha rivisto quel criterio inserendo quattro elementi che i calcoli più semplici ignorano:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>la <strong>cenere di elio</strong>, cioè l&rsquo;elio prodotto dalle reazioni, che diluisce il combustibile;</li>
<li>le <strong>impurità</strong> leggere e pesanti che si staccano dalle pareti interne della macchina;</li>
<li>le perdite per <strong>radiazione di sincrotrone</strong>, l&rsquo;energia emessa dagli elettroni che girano nel campo magnetico;</li>
<li>il <strong>calore che sfugge</strong> dal plasma, che cresce con la temperatura.</li>
</ul>



<p>Masayuki Ono lo ha detto così: lasciare fuori questi effetti può far sembrare che un progetto funzioni, mentre includerli «cambia il quadro».</p>



<h2 class="wp-block-heading">La strada che aggira la montagna</h2>



<p>Molti progetti seguono la procedura standard: prima aumentano la densità del plasma, poi inseriscono calore. I calcoli del PPPL suggeriscono l’opposto. Conviene prima riscaldare il plasma quando è ancora poco denso e solo successivamente aumentare la quantità di combustibile.</p>



<p>«Molte aziende vogliono scalare la montagna di petto e spendono un&rsquo;enormità di energia per arrivarci», ha spiegato Delgado-Aparicio usando un paragone escursionistico. Esiste una cresta tra i plasmi che richiedono calore esterno e quelli che bruciano da soli. Il punto più basso della cresta è la <strong>sella di Cordey</strong>. Passare da lì costa meno energia rispetto alla vetta. «Meglio aggirare il picco», ha aggiunto. Così si arriva nello stesso posto in modo intelligente e con molta meno energia.</p>



<p>In un plasma ideale, composto solo da combustibile, la sella corrisponde al punto in cui la fusione restituisce circa cinque volte la potenza di riscaldamento fornita. Gli ingegneri lo chiamano Q, e qui Q vale circa 5. Nei reattori reali le impurità e i campi magnetici molto forti spostano la sella verso l’alto e aumentano il Q necessario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema del tungsteno</h2>



<p>Qui il calcolo tocca un problema molto concreto. Oltre dodici macchine di nuova generazione impiegano il <strong>tungsteno</strong> per le pareti interne poiché resiste a temperature e flussi di particelle che altri materiali non sopportano. Anche ITER, il grande reattore sperimentale internazionale in costruzione in Francia, ha cambiato direzione: con il piano approvato nel 2024 la prima parete, quella a contatto diretto con il plasma, passa dal berillio al tungsteno.</p>



<p>Il calcolo del PPPL mostra gli svantaggi del tungsteno. Una sola parte su 10.000 nel plasma raddoppia all&rsquo;incirca la pressione richiesta per l&rsquo;accensione. L&rsquo;analisi è ancora semplificata. Gli autori avvertono che, passando a tre dimensioni, la pressione necessaria può superare la soglia di stabilità del plasma.</p>



<p>Lo studio indica due rimedi da provare. Il primo consiste nel rivestire le pareti con <strong>litio liquido</strong>. Il PPPL studia questa soluzione da anni. Il litio impedisce al tungsteno di entrare nel plasma e aiuta a trattenere il calore. Il secondo rimedio prevede l’uso di un combustibile con nuclei polarizzati, che aumenta la frequenza delle reazioni. Le stesse perdite che rendono più difficile l’accensione frenano anche la “fuga termica”, cioè il surriscaldamento incontrollato, e possono contribuire a mantenere stabile un plasma che brucia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A che punto è la fusione</h2>



<p>L&rsquo;accensione è già stata raggiunta, con una tecnica diversa. Il 5 dicembre 2022 la National Ignition Facility del Lawrence Livermore National Laboratory, in California, ha ottenuto <strong>3,15 megajoule di energia da fusione a fronte di 2,05 megajoule</strong> forniti dai laser al bersaglio di combustibile. Da quel momento il risultato è stato replicato più volte. Il 12 febbraio 2024 i 192 laser hanno fornito circa 2,2 megajoule e il bersaglio ne ha restituiti 5,2, il dato migliore dell&rsquo;impianto (il primo traguardo è documentato in <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/fusione-nucleare-test/">questo articolo</a>). Il calcolo riguarda solo l&rsquo;energia che colpisce il bersaglio, non quella consumata dall&rsquo;intero impianto. Una centrale capace di produrre elettricità resta lontana.</p>



<p>I reattori a confinamento magnetico, i tokamak, richiedono tempi lunghi. Il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://iter.org/sites/default/files/media/2024-07/baseline_press_conference_summary_july-2024_b.pdf" target="_blank">nuovo calendario di ITER</a> fissa l&rsquo;avvio della ricerca nel 2034 e la piena energia magnetica nel 2036. Le prime operazioni con deuterio e trizio, il vero combustibile, slittano al 2039, quattro anni dopo il 2035 previsto prima. Il ritardo costa circa 5 miliardi di euro in più. Dei grandi <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/magnete-la-fusione-nucleare/">magneti per la fusione</a> che dovranno tenere fermo quel plasma avevamo scritto quando il primo uscì dalla fabbrica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa resta da dimostrare</h2>



<p>Il percorso “prima il calore” esiste per ora solo nei calcoli. Il gruppo di Princeton passerà ora a simulazioni più complete per capire se l’idea funziona davvero. Jonathan Menard ha detto che i risultati indicano «una direzione chiara per la ricerca futura».</p>



<p>Lo studio non rende la fusione subito applicabile alla produzione di energia. Offre ai progettisti un criterio più concreto per valutare le loro macchine e un avvertimento preciso sui materiali delle pareti. Per reattori come ITER, che hanno da poco scelto il tungsteno, questa indicazione arriva prima dell’accensione del plasma.</p>
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		<title>La rete elettrica regge le auto elettriche?</title>
		<link>https://www.green.it/rete-elettrica-auto-elettriche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto elettriche]]></category>
		<category><![CDATA[auto elettrica]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[reti elettriche]]></category>
		<category><![CDATA[ricarica auto elettriche]]></category>
		<category><![CDATA[smart grid]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46835</guid>

					<description><![CDATA[<p>Rete elettrica e auto elettriche: l'energia in più è poca, il nodo è il picco serale nei quartieri. Numeri di RSE, Terna e IEA e cosa cambia la ricarica smart.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sì, se le auto si ricaricano nelle ore giuste. Dieci milioni di veicoli ricaricabili in Italia consumerebbero circa <strong>18,7 terawattora l&rsquo;anno</strong>, perdite di rete comprese, secondo una simulazione di RSE, la società pubblica di ricerca sul sistema energetico: è circa il 6% dei 311 terawattora di elettricità che il Paese ha consumato nel 2025, secondo il rapporto mensile di Terna di dicembre 2025. Per la rete elettrica le auto elettriche sono un problema di orario e di quartiere più che di quantità. Oggi siamo lontani da quei numeri: a settembre 2026 le elettriche pure erano il 7,6% delle auto nuove immatricolate in Italia (UNRAE).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Due conti diversi: quanta energia e a che ora</h2>



<p>Quando ci si chiede se &ldquo;la rete regge&rdquo;, in genere si pensa all&rsquo;energia totale. Su questo fronte i dati non indicano allarmi. Nel 2020 RSE ha proposto una simulazione nel libro <em>E&hellip; muoviti! Mobilità elettrica a sistema</em>. L&rsquo;impatto delle vetture a batteria sulla rete italiana risulta <strong>gestibile con piccole variazioni della produzione delle centrali esistenti</strong>. L&rsquo;Agenzia internazionale dell&rsquo;energia (IEA) riporta previsioni simili nel <em>Global EV Outlook 2026</em>. Secondo l&rsquo;agenzia, nel 2035 i mezzi elettrici assorbiranno oltre 1.500 terawattora, circa il 4% della domanda elettrica mondiale di quell&rsquo;anno. In Europa l&rsquo;aumento supererà il 10%, perché questi veicoli arrivano in un mercato dove i consumi crescono poco.</p>



<p>Il secondo conto è più delicato: non quanta energia, ma quando e dove. La rete deve reggere il momento di massimo prelievo, non la media dell&rsquo;anno. Ed è lì che le auto possono creare problemi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo vero: le sette di sera, nella cabina sotto casa</h2>



<p>Uno studio di RSE del 2022 sull&rsquo;impatto della ricarica sulle reti di distribuzione descrive la scena con precisione: se le auto private si ricaricano ogni giorno appena arrivano a casa, <strong>il picco della ricarica si sovrappone quasi completamente al picco dei consumi domestici</strong>, quello di fine pomeriggio, quando si accendono cucina, lavatrice e luci. A soffrire non è la rete nazionale ad alta tensione, ma le cabine di trasformazione dei quartieri e le linee a bassa tensione che portano la corrente nelle case.</p>



<p>Le colonnine veloci aggiungono un problema diverso. Una stazione da molte centinaia di chilowatt su un&rsquo;autostrada assorbe potenze alte per pochi minuti, e le cabine che la alimentano vanno dimensionate su quei picchi. Lo studio indica tre rimedi: spostare la ricarica domestica fuori dalle ore di punta, ridurre la potenza quando non serve tutta e affiancare batterie di accumulo alle stazioni oltre i 50 kW.</p>



<p>L&rsquo;IEA conferma che una ricarica gestita male fa crescere la potenza di picco, i costi e i tempi di allacciamento. Eseguire parte delle ricariche nelle ore diurne o quando i consumi sono bassi, per esempio nei depositi delle flotte, può ridurre la potenza massima richiesta <strong>fino al 60%</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: la ricarica che decide da sola quando partire</h2>



<p>La soluzione più semplice non richiede nuove centrali. È sufficiente che l&rsquo;auto inizi a caricarsi quando c&rsquo;è poca domanda sulla rete elettrica, anziché appena viene collegata. Questa tecnica prende il nome di <em>smart charging</em>, o ricarica intelligente. Un algoritmo programma gli orari migliori valutando i prezzi dell&rsquo;energia e le condizioni della rete, così al mattino l&rsquo;auto è comunque carica.</p>



<p>La prova più ampia viene dal Regno Unito. Il Centre for Net Zero, centro di ricerca fondato dal fornitore di energia Octopus Energy, ha seguito per un anno, da marzo 2024 a marzo 2025, circa <strong>13.000 famiglie</strong> con un&rsquo;auto elettrica e una tariffa a ricarica gestita automaticamente, presentata come guidata dall&rsquo;intelligenza artificiale. Quando tutta la ricarica veniva spostata nelle ore notturne, i consumi delle case nelle ore di punta scendevano del <strong>42%</strong>. Più della metà dei partecipanti non è mai intervenuta a mano sulla programmazione. «Dobbiamo gestire in modo efficace la domanda aggiuntiva della ricarica, o rischiamo di mettere ulteriore pressione sulla rete», ha commentato Robert Metcalfe, capo economista del centro.</p>



<p>Il problema è che occorrono un contatore intelligente, una tariffa che favorisca le ore notturne e un’auto o una wallbox capaci di dialogare con il fornitore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il passo successivo: l&rsquo;auto che restituisce energia</h2>



<p>Il gradino dopo è il <em>vehicle-to-grid</em> (V2G), la ricarica bidirezionale: l&rsquo;auto parcheggiata non solo preleva, ma può anche cedere energia alla rete nei momenti di bisogno. Sulla carta il potenziale è enorme. In un documento dell&rsquo;ottobre 2024 l&rsquo;autorità per l&rsquo;energia ARERA calcola che 6,5 milioni di auto elettriche al 2030 avrebbero in teoria circa <strong>300 gigawattora di batterie</strong> (in media circa 46 kilowattora per auto), molto più di qualsiasi impianto di accumulo esistente.</p>



<p>L&rsquo;applicazione pratica richiede più tempo. Lo stesso documento spiega che per Terna è improbabile un contributo significativo delle auto alla flessibilità della rete prima del 2030. Mancano modelli compatibili, regole tecniche comuni e un sistema chiaro per retribuire chi mette a disposizione la batteria. Per questo ARERA considera più matura la ricarica intelligente monodirezionale. La Francia ha già iniziato. Da ottobre 2024 Renault offre il primo servizio commerciale di vehicle-to-grid attraverso la sua società Mobilize e la tedesca The Mobility House.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quello che serve davvero: reti di quartiere e tariffe orarie</h2>



<p>Sì, ma servono due condizioni. Bisogna investire nelle reti di distribuzione, cioè nelle cabine e nelle linee dei quartieri con più auto elettriche. Occorre anche rendere più conveniente la ricarica nelle ore in cui la rete è meno usata e le rinnovabili producono di più. In Italia, oggi c’è un’auto elettrica ogni tredici nuove immatricolate. C’è ancora tempo per intervenire prima che il problema si presenti. Chi segue il mercato può vedere <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/auto-elettriche-2026-mobilita-sostenibile-dati-globali/">a che punto sono le auto elettriche nel 2026</a> e quanto si è ridotto il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/tempo-ricarica-auto-elettrica/">tempo di ricarica</a>.</p>
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		<title>Soluzioni elettriche per la movimentazione interna e una logistica a basse emissioni</title>
		<link>https://www.green.it/movimentazione-interna-elettrica-logistica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[La Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 14:54:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Green economy]]></category>
		<category><![CDATA[efficienza energetica]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità elettrica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/movimentazione-interna-elettrica-logistica/</guid>

					<description><![CDATA[<p>La transizione verso una logistica a basse emissioni dipende anche dalle scelte adottate per la movimentazione interna. Nei magazzini e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/movimentazione-interna-elettrica-logistica/">Soluzioni elettriche per la movimentazione interna e una logistica a basse emissioni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La transizione verso una logistica a basse emissioni dipende anche dalle scelte adottate per la movimentazione interna. Nei magazzini e nelle aree produttive, l’impiego di tecnologie elettriche può contribuire a ridurre le emissioni locali, contenere la rumorosità e gestire i consumi energetici in modo più accurato.</strong></p>
<p><strong>L’elettrificazione dei mezzi per il trasporto e il sollevamento dei materiali rappresenta inoltre un’opportunità per migliorare le condizioni operative. Una corretta pianificazione deve però tenere conto delle caratteristiche del magazzino, dei turni di lavoro, dell’autonomia richiesta e delle modalità di ricarica.</strong></p>
<h2>Impatto ambientale della movimentazione interna tradizionale</h2>
<p>Le attività di movimentazione nelle piattaforme logistiche contribuiscono al consumo energetico complessivo di magazzini e stabilimenti produttivi. Oltre all’energia utilizzata dai mezzi, l’impiego di motori a combustione può generare emissioni di ossidi di azoto, particolato e anidride carbonica.</p>
<p>Negli ambienti chiusi, la presenza di emissioni allo scarico richiede una valutazione specifica della qualità dell’aria e delle condizioni di lavoro. Le aziende devono quindi considerare non solo il costo del carburante o dell’energia, ma anche la ventilazione, la manutenzione dei mezzi e l’organizzazione delle operazioni quotidiane.</p>
<p>Questo insieme di fattori sta portando molte imprese a valutare soluzioni in grado di ridurre le emissioni locali senza compromettere la produttività e la continuità dei cicli logistici.</p>
<h2>Differenze operative e ambientali dell’alimentazione elettrica</h2>
<p>La sostituzione dei motori a combustione con sistemi elettrici modifica diversi aspetti della movimentazione interna. Durante l’utilizzo, i mezzi elettrici non producono emissioni dirette allo scarico e generalmente presentano livelli di rumorosità inferiori rispetto alle alternative endotermiche.</p>
<p>Queste caratteristiche possono favorire un ambiente di lavoro più confortevole e facilitare la comunicazione tra gli operatori. L’effettivo impatto ambientale complessivo dipende tuttavia anche dal mix energetico utilizzato per la ricarica, dalla durata delle batterie e dalla gestione dei componenti a fine vita.</p>
<p>L’alimentazione elettrica consente inoltre di monitorare i consumi con maggiore precisione. Attraverso sistemi di telemetria e strumenti digitali, le aziende possono analizzare i cicli di lavoro, individuare eventuali inefficienze e programmare gli interventi di manutenzione.</p>
<h2>Valutare benefici e indicatori con parametri concreti</h2>
<p>Per misurare il beneficio ambientale delle soluzioni elettriche è necessario considerare più indicatori. Tra i principali rientrano l’energia impiegata per ciclo operativo, l’autonomia dei mezzi, la durata delle batterie, i tempi di ricarica e la semplicità di gestione a fine vita.</p>
<p>Anche la scelta dell’attrezzatura deve essere coerente con le esigenze del magazzino. Portata, altezza di sollevamento, frequenza di utilizzo, condizioni della pavimentazione e intensità dei turni sono elementi che possono incidere sull’efficienza complessiva. In questo contesto, è possibile confrontare le caratteristiche dei <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.jungheinrich-profishop.it/stoccaggio-e-sollevamento/carrelli-elevatori-elettrici/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">carrelli elevatori elettrici</a> in relazione ai diversi cicli di lavoro e agli spazi disponibili.</p>
<p>Un ulteriore indicatore riguarda le emissioni indirette, che dipendono dalla fonte utilizzata per produrre l’elettricità. L’integrazione di energia da fonti rinnovabili, ad esempio attraverso impianti fotovoltaici, può contribuire a ridurre l’impatto associato ai consumi della flotta.</p>
<h2>Infrastrutture di ricarica e gestione energetica</h2>
<p>L’introduzione di mezzi elettrici richiede un’infrastruttura di ricarica adeguata. La pianificazione deve tenere conto dell’organizzazione dei turni, dei tempi necessari per la ricarica e della disponibilità dei mezzi durante le diverse fasi operative.</p>
<p>La ricarica può essere programmata durante le pause o nei momenti di minore attività, così da ridurre il rischio di interruzioni. In alcuni contesti può essere utile valutare anche la ricarica intermedia, soprattutto quando i mezzi vengono utilizzati per più turni consecutivi.</p>
<p>La gestione dei picchi di assorbimento rappresenta un altro aspetto importante. Un sistema di monitoraggio dei consumi può aiutare a distribuire le ricariche nel tempo e a evitare un aumento non necessario della potenza impegnata.</p>
<p>La digitalizzazione favorisce inoltre l’integrazione di sistemi telematici e piattaforme per il controllo energetico in tempo reale. Questi strumenti permettono di raccogliere dati sull’utilizzo dei mezzi, sui consumi e sulle esigenze di manutenzione.</p>
<h2>Riduzione della rumorosità e benessere operativo</h2>
<p>L’elettrificazione dei mezzi per la movimentazione interna può ridurre la rumorosità nelle aree di lavoro. Un ambiente meno rumoroso facilita la comunicazione tra gli operatori e può contribuire a migliorare la concentrazione durante le attività di trasporto e sollevamento.</p>
<p>L’assenza di emissioni dirette allo scarico limita inoltre la presenza di sostanze inquinanti generate localmente durante l’utilizzo dei mezzi. Questo può essere particolarmente rilevante nei magazzini chiusi, dove la qualità dell’aria deve essere gestita in modo specifico.</p>
<p>I benefici effettivi dipendono naturalmente dall’organizzazione del sito, dalle caratteristiche dell’impianto di ventilazione e dalle procedure di sicurezza adottate. L’alimentazione elettrica dovrebbe quindi essere considerata come parte di una strategia più ampia per migliorare le condizioni operative.</p>
<h2>Ottimizzare l’impatto ambientale attraverso buone pratiche</h2>
<p>La diffusione dei mezzi elettrici richiede anche un aggiornamento delle competenze degli operatori. Percorsi dedicati alla guida efficiente possono aiutare a ridurre accelerazioni e frenate non necessarie, migliorando l’autonomia e contenendo i consumi.</p>
<p>Una gestione corretta delle modalità di ricarica e della manutenzione preventiva contribuisce a prolungare la vita utile delle batterie e a ridurre i tempi di fermo. È inoltre importante definire procedure chiare per controllare lo stato dei componenti e individuare tempestivamente eventuali anomalie.</p>
<p>I sistemi di telemetria e raccolta dati consentono di riconoscere gli sprechi energetici, ottimizzare le rotte di movimentazione e verificare l’utilizzo effettivo dei mezzi. In questo modo, le decisioni possono basarsi su dati operativi concreti e non solo su stime teoriche.</p>
<p>Infine, la gestione responsabile delle batterie e degli altri componenti a fine vita contribuisce a chiudere il ciclo di utilizzo secondo i principi dell’economia circolare.</p>
<h2>Soluzioni elettriche per una logistica più efficiente</h2>
<p>Le decisioni adottate per la movimentazione interna sono fondamentali per rendere più sostenibili le attività di magazzino e produzione. Le tecnologie elettriche possono ridurre le emissioni locali, contenere la rumorosità e migliorare il controllo sui consumi energetici.</p>
<p>Per ottenere risultati concreti è però necessario considerare l’intero sistema: scelta dei mezzi, infrastruttura di ricarica, organizzazione dei turni, formazione degli operatori, manutenzione e gestione del fine vita.</p>
<p>L’integrazione di questi elementi permette alle aziende di migliorare l’efficienza operativa e il benessere dei lavoratori, misurando progressivamente l’impatto delle proprie decisioni. In questo modo, la movimentazione interna elettrica diventa parte di una strategia più ampia per costruire una logistica efficiente e a minore impatto ambientale.</p>
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		<title>Riforestazione: perché piantare alberi non basta</title>
		<link>https://www.green.it/ripristino-foreste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[deforestazione]]></category>
		<category><![CDATA[foresta]]></category>
		<category><![CDATA[riforestazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46829</guid>

					<description><![CDATA[<p>Riforestazione, i conti della FAO: 489 milioni di ettari di foresta persi dal 1990, 206,5 in restauro. Perché piantare non basta e cosa fa l'Italia.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dal 1990 al 2025 il pianeta ha perso <strong>489 milioni di ettari di foresta</strong> per deforestazione, mentre le aree oggi in fase di ripristino sono 206,5 milioni. Sono i numeri del rapporto <em>State of the World&rsquo;s Forests 2026</em> della FAO, l&rsquo;agenzia delle Nazioni Unite per l&rsquo;alimentazione e l&rsquo;agricoltura, presentato a Roma il 28 settembre 2026. La riforestazione corre meno della motosega, e il rapporto aggiunge un secondo problema: una parte dei progetti è fatta male.</p>



<p>Per la FAO ripristinare le foreste richiede molto più che piantare alberi. L&rsquo;obiettivo è ridare salute all&rsquo;intero paesaggio, inclusi i suoli, l&rsquo;acqua, gli animali e le persone che lo abitano. Si interviene piantando nuovi alberi o lasciando che il bosco ricresca da solo. In certi casi basta rimuovere il pascolo da un versante o chiudere una strada forestale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I conti che non tornano</h2>



<p>Secondo la FAO, le foreste coprono oggi 4,14 miliardi di ettari, cioè il 32% delle terre emerse. Contengono 714 miliardi di tonnellate di carbonio e ospitano fino all’80% della biodiversità terrestre. Quasi un terzo della popolazione mondiale si nutre o lavora grazie alle foreste e agli alberi.</p>



<p>Il rapporto elenca tre fattori che pesano su questo patrimonio:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>oltre <strong>460 milioni di ettari di foresta degradata</strong>, cioè ancora in piedi ma impoverita;</li>
<li>1,56 miliardi di ettari di terre degradate in totale, foreste comprese;</li>
<li>circa 127 milioni di ettari di foresta toccati ogni anno dagli incendi, a cui si sommano insetti, malattie e tempeste.</li>
</ul>



<p>I governi di 91 Paesi e territori, invece, hanno promesso di recuperare oltre 190 milioni di ettari di foresta. Il direttore generale della FAO <strong>Qu Dongyu</strong> lo ricorda nella prefazione del rapporto. Qui scrive: «La finestra per agire si sta restringendo, e un ripristino tardivo o progettato male aumenterà i costi nel lungo periodo».</p>



<p>Il conto economico conferma la stessa cosa. Secondo la FAO, lasciare degradati gli ecosistemi fa perdere al mondo tra 878 miliardi e 6.300 miliardi di dollari all’anno, cioè tra il 2 e l’8,3% del prodotto interno lordo globale. Il conto riguarda tutte le terre degradate, non solo i boschi: anche campi con il suolo impoverito, pascoli consumati, zone che si stanno inaridendo. La forbice è così larga perché le due cifre contano cose diverse. Quella più bassa riprende la stima della Convenzione ONU contro la desertificazione (UNCCD, 2024) e somma le perdite economiche dirette di degrado del suolo, desertificazione e siccità, come i raccolti più scarsi sui terreni agricoli impoveriti e i danni delle siccità. Quella più alta viene dallo studio <em>The Value of Land</em> della ELD Initiative (2015) e aggiunge il valore dei servizi che la natura smette di fornire gratis, come acqua pulita, regolazione del clima e suoli fertili. Ripristinare più di un miliardo di ettari di terre degradate potrebbe invece generare <strong>1.800 miliardi di dollari l’anno</strong> grazie a maggiore biodiversità, acqua regolata e suoli più fertili. Nelle condizioni migliori, scrive la FAO, ogni dollaro investito ne restituisce fino a 30.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Metà degli alberi piantati non arriva a cinque anni</h2>



<p>Piantare è la parte facile. Uno studio guidato da Lindsay Banin del Centro britannico di ecologia e idrologia (UKCEH), pubblicato nel 2023 sulle <em>Philosophical Transactions of the Royal Society B</em>, ha seguito le piantine di 176 siti di ripristino nelle foreste tropicali e subtropicali dell&rsquo;Asia. Il 18% era morto entro il primo anno. Dopo cinque anni ne mancava il 44%.</p>



<p>I dati medi nascondono differenze notevoli. Dopo cinque anni, in alcuni siti sopravviveva l&rsquo;80% degli alberi e in altri appena il 20%. Le piantine nei terreni del tutto disboscati faticavano di più rispetto a quelle affiancate da qualche albero adulto. Secondo gli autori le cause comprendono la densità di impianto, le specie scelte e le condizioni del luogo. Incidono anche gli eventi meteo estremi e soprattutto la manutenzione successiva.</p>



<p>Il problema non è nuovo per chi segue il tema: già nel 2023 raccontavamo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/piantare-alberi-riforestazione/">il collo di bottiglia dei vivai</a>, che non producono abbastanza piantine delle specie giuste. Il risultato è che il numero di alberi piantati, la cifra che finisce nei comunicati, dice poco. Conta quanti sono vivi dieci anni dopo, e che foresta è diventata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La foresta che ricresce da sola</h2>



<p>Una soluzione meno costosa è lasciare che la foresta ricresca da sola. Brooke Williams e colleghi hanno pubblicato su <em>Nature</em> nell’ottobre 2024 uno studio secondo cui circa <strong>215 milioni di ettari</strong> di territori tropicali disboscati potrebbero rigenerarsi spontaneamente, una superficie simile a quella del Messico. In trent’anni queste foreste assorbirebbero 23,4 miliardi di tonnellate di carbonio.</p>



<p>Metà di questo potenziale si concentra in cinque Paesi: Brasile, Indonesia, Cina, Messico e Colombia. La rigenerazione naturale funziona dove il suolo è ancora vivo, dove piove abbastanza, dove gli incendi sono rari e dove c&rsquo;è un bosco vicino da cui arrivano semi e animali che li trasportano. Fuori da queste condizioni serve l&rsquo;aiuto dell&rsquo;uomo, e spesso anche lì il ripristino riesce meglio mescolando le due strade.</p>



<p>Il limite più serio è la durata. Una foresta giovane rimane solo se chi ci vive intorno ha un interesse a farla crescere. È il primo dei quattro percorsi indicati dalla FAO: mettere le persone e i loro diritti al centro. Senza questo la stessa terra torna pascolo o campo in pochi anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: mappe che prevedono il bosco</h2>



<p>Lo studio pubblicato su <em>Nature</em> mostra che si può usare l’intelligenza artificiale per il ripristino. I ricercatori hanno addestrato modelli di <strong>machine learning</strong> (algoritmi che imparano dai dati) su immagini satellitari raccolte tra il 2000 e il 2016, con una risoluzione di 30 metri. Il modello ha riconosciuto le aree dove il bosco era ricresciuto e le ha distinte da quelle rimaste invariate, considerando suolo, clima, distanza dalla foresta più vicina e uso del territorio. Nella verifica ha dato la risposta giusta nell&rsquo;<strong>87,9% dei casi</strong>.</p>



<p>Questa mappa permette di usare meglio i fondi. Mostra dove basta proteggere un terreno e dove occorre piantare, due interventi con costi molto diversi. Gli autori segnalano però due limiti. Lo strumento presuppone che le condizioni future restino simili a quelle del 2000-2016, un&rsquo;ipotesi incerta a causa del cambiamento climatico. Inoltre calcola la capacità naturale del territorio, non quella sociale: non sa se i proprietari lasceranno rinverdire la terra.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&rsquo;Italia ha mandato il suo piano a Bruxelles</h2>



<p>Il tema riguarda da vicino anche l&rsquo;Europa. Il regolamento europeo sul ripristino della natura, la cosiddetta <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nature-restoration-law/">Nature Restoration Law</a>, chiede di avviare il recupero di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell&rsquo;Unione entro il 2030 e di tutti gli ecosistemi che ne hanno bisogno entro il 2050. Ogni Stato doveva presentare entro settembre 2026 un piano nazionale. Per le foreste il regolamento fissa indicatori precisi da far migliorare: legno morto in piedi e a terra, boschi con alberi di età diverse, connessione tra le aree forestali, uccelli comuni dei boschi e carbonio nel suolo.</p>



<p>Il 25 settembre 2026 il ministero dell&rsquo;Ambiente (MASE), insieme al ministero dell&rsquo;Agricoltura (MASAF), ha trasmesso alla Commissione europea la proposta di <strong>Piano nazionale di ripristino della natura</strong>, preparata con il supporto tecnico di ISPRA e CREA dopo una consultazione pubblica tra aprile e giugno. Il documento contiene 2.078 misure di ripristino su foreste, terreni agricoli, fiumi, impollinatori e aree urbane. Per le città prevede che entro la fine del 2030 non si perda verde né copertura arborea rispetto al 2024, e che dal 2031 entrambi crescano.</p>



<p>Bruxelles ha sei mesi per valutare la bozza, poi l&rsquo;Italia dovrà consegnare il piano definitivo entro settembre 2027. Il ministro dell&rsquo;Agricoltura Francesco Lollobrigida ha rivendicato di aver cercato un equilibrio tra la tutela dell&rsquo;ambiente e la capacità del sistema agricolo di produrre: è lì, sui terreni contesi tra campi e boschi, che il piano si giocherà davvero.</p>



<p>Le foreste ripristinate aiutano anche il clima. Funzionano da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/biomasse-sostenibilita-foreste-co2/">pozzo di carbonio</a>: assorbono più CO₂ di quanta ne emettono, finché restano in piedi e in salute.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il prossimo numero da guardare: gli ettari vivi, non gli alberi piantati</h2>



<p>Entro il 2030 mancano poco più di tre anni. La FAO chiede che siano anni di «attuazione di alta qualità», e il primo banco di prova saranno le misure: quanti dei 190 milioni di ettari promessi diventeranno foresta, e quanti degli alberi piantati saranno ancora vivi a fine decennio. Per l&rsquo;Italia la data da segnare è la risposta della Commissione europea sul piano, attesa entro marzo 2027.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Energia nucleare: come funziona, quanto emette, pro e contro</title>
		<link>https://www.green.it/energia-nucleare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 19:40:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[energia nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[scorie radioattive]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46860</guid>

					<description><![CDATA[<p>Energia nucleare: come funziona una centrale, quanta CO₂ emette sul ciclo di vita, costi, sicurezza e scorie. Dati IPCC e AIEA e cosa cambia per l'Italia.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 2025 la produzione mondiale di energia nucleare ha toccato il valore più alto mai registrato, secondo il rapporto <em>Electricity 2026</em> dell&rsquo;Agenzia internazionale dell&rsquo;energia (IEA). E la flotta continua a crescere: a ottobre 2026 il sistema PRIS dell&rsquo;AIEA, l&rsquo;Agenzia internazionale per l&rsquo;energia atomica, conta 417 reattori in funzione in 31 Paesi e 78 in costruzione in 17 Paesi, con la Cina in testa. L&rsquo;Italia rientra in questa corsa con una legge che entra in vigore il 15 ottobre 2026, trentasei anni dopo la chiusura della sua ultima centrale.</p>



<p>Il principio è quello di una centrale a gas: si produce calore, il calore fa vapore, il vapore muove una turbina. Cambia da dove arriva il calore, cioè dalla scissione dei nuclei di uranio, e con lui cambiano emissioni, costi, rischi e rifiuti. È su questi quattro conti che si decide il ritorno del nucleare, anche in Italia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanta CO₂ emette davvero un kWh nucleare</h2>



<p>Quando è in funzione, un reattore non brucia nulla: non c&rsquo;è combustione, e quindi dal camino non esce CO₂. Le emissioni si generano in altre fasi: estrazione e arricchimento dell’uranio, produzione di cemento e acciaio per l’impianto, smantellamento e gestione dei rifiuti. Per confrontare le fonti in modo corretto, si analizza l’intero ciclo di vita, dalla miniera alla demolizione.</p>



<p>Il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, l&rsquo;IPCC, ha raccolto gli studi disponibili nell&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/02/ipcc_wg3_ar5_annex-iii.pdf">Annex III del quinto rapporto</a>. Ecco i valori mediani, in grammi di CO₂ equivalente per kilowattora prodotto:</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Fonte</th>
<th>g CO₂eq/kWh (mediana IPCC)</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Carbone</td>
<td>820</td>
</tr>
<tr>
<td>Gas, ciclo combinato</td>
<td>490</td>
</tr>
<tr>
<td>Fotovoltaico a terra</td>
<td>48</td>
</tr>
<tr>
<td>Idroelettrico</td>
<td>24</td>
</tr>
<tr>
<td>Nucleare</td>
<td>12</td>
</tr>
<tr>
<td>Eolico a terra</td>
<td>11</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p>Il nucleare emette circa settanta volte meno CO₂ del carbone per ogni kilowattora, proprio come l’eolico.</p>



<p>Attenzione però alla forchetta. L’IPCC indica per il nucleare un intervallo da 3,7 a 110 grammi, che cambia in base al metodo di arricchimento dell’uranio e alla fonte di elettricità. Un impianto di arricchimento alimentato a carbone incide molto di più rispetto a uno che usa rinnovabili. Il numero basso è realistico per le filiere moderne, non è garantito per tutte.</p>



<p>Questo dato serve a chi valuta l&rsquo;<strong>impatto climatico delle scelte energetiche</strong>. Le emissioni di un&rsquo;auto elettrica o di un data center dipendono dalla quantità di carbone e gas nella rete che li alimenta. Produrre un kilowattora con il nucleare anziché con i fossili evita di rilasciare quasi tutta la CO₂ associata a quel kilowattora.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rinnovabile no, a basse emissioni sì</h2>



<p>Nel dibattito si confondono spesso due idee diverse. Una fonte rinnovabile non si esaurisce, come il sole o il vento. Una fonte a basse emissioni invece produce poca CO₂. Il nucleare genera poche emissioni ma non è rinnovabile, perché consuma uranio, una risorsa finita che si estrae dalle miniere. Per questo non rientra nell’elenco delle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/energie-rinnovabili-cosa-sono-e-come-funzionano/">energie rinnovabili</a>.</p>



<p>Quanta disponibilità di uranio c’è? Il <em>Red Book</em> dell&rsquo;Agenzia per l&rsquo;energia nucleare dell&rsquo;OCSE e dell&rsquo;AIEA, edizione 2024, stima risorse identificate e recuperabili in circa 7,9 milioni di tonnellate. Secondo il rapporto, questa quantità copre una crescita marcata del nucleare fino al 2050 e oltre, purché si continui a esplorare, aprire miniere e investire. Esistono anche altri combustibili, come il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/torio-nucleare-nuove-tecnologie/">torio</a>, ma oggi sono ancora lontani dall’uso commerciale.</p>



<p><strong>Il nucleare non sostituisce le rinnovabili, le affianca.</strong> Sole e vento si diffondono rapidamente, ma la produzione rimane legata al meteo. Le reti e i sistemi di accumulo non riescono ancora a coprire il fabbisogno di tutto l&rsquo;anno. Nelle ore senza produzione, l&rsquo;alternativa all&rsquo;atomo è il gas, non un&rsquo;altra energia rinnovabile. Sfruttare il nucleare con tecnologie moderne e norme rigide accelera l&rsquo;abbandono di carbone, petrolio e gas.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il conto dei cantieri: anni di ritardo e miliardi in più</h2>



<p>Se il nucleare è così pulito, perché non se ne costruisce di più? Il problema sono i cantieri. I due reattori EPR più recenti in Europa, il modello francese di terza generazione, sono diventati un caso di studio su cosa può andare storto.</p>



<p>La Corte dei conti francese ha presentato questi dati nel rapporto <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.vie-publique.fr/files/rapport/pdf/296839.pdf"><em>La filière EPR</em></a> pubblicato a gennaio 2025. Il reattore Flamanville 3, in Normandia, è stato collegato alla rete il 21 dicembre 2024, <strong>con dodici anni di ritardo</strong>. Nel 2006 il costo di costruzione era stimato in 3,2-3,3 miliardi di euro; secondo la Corte, la spesa totale ha raggiunto 23,7 miliardi di euro del 2023, includendo gli oneri finanziari. Anche in Finlandia si è verificata una situazione simile: Olkiluoto 3 funziona da aprile 2023, con tredici anni di ritardo, e il costo è passato da 2,3 a 9,5 miliardi di euro.</p>



<p>Queste cifre aiutano a inquadrare meglio le dichiarazioni e i piani di lavoro. Un reattore di grandi dimensioni richiede capitali immensi prima di vendere il primo kilowattora. Ogni anno di ritardo fa lievitare gli interessi sui prestiti. L&rsquo;industria si concentra perciò sugli <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/smr-nucleare-piccoli-reattori-modulari/">SMR, i piccoli reattori modulari</a>. L&rsquo;idea è produrre i pezzi in serie, in fabbrica, per limitare spese e tempi. Oggi tuttavia operano soltanto due esemplari in tutto il mondo. Il sistema deve ancora dimostrare la sua solidità sul campo.</p>



<p>Intanto la geografia si sposta verso est. Dei 78 reattori in costruzione nel mondo, la quota più grande è in Cina. La <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/produzione-energia-nucleare/">classifica dei Paesi che producono più energia nucleare</a> cambierà nei prossimi anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa succede dentro un reattore, e perché la fusione non è pronta</h2>



<p>Il cuore di un reattore contiene piccoli cilindri di ossido di uranio lunghi circa un centimetro. Questi cilindri vengono impilati all’interno di lunghe barre di metallo. Nei reattori comuni l’uranio viene arricchito: la percentuale di uranio-235, l&rsquo;unico che si spezza facilmente, sale dallo 0,7% naturale a qualche punto percentuale.</p>



<p>Quando un neutrone urta un nucleo di uranio-235, il nucleo si divide in due parti, produce calore e libera altri due o tre neutroni. Questi neutroni colpiscono altri nuclei e la reazione prosegue. Questa è la <strong>fissione nucleare a catena</strong>: in una bomba la reazione cresce senza limiti, in una centrale si controlla per mantenerla stabile.</p>



<p>Per frenarla servono due elementi. Il moderatore, quasi sempre acqua, rallenta i neutroni per renderli più efficaci. Le barre di controllo, invece, li assorbono. Inserendole tra il combustibile si rallenta o si ferma il processo. Il calore prodotto scalda l&rsquo;acqua e crea vapore. Quest&rsquo;ultimo fa girare la turbina, mentre l&rsquo;alternatore produce elettricità. Una centrale nucleare funziona così da settant&rsquo;anni, ma esistono diverse varianti. I reattori possono usare acqua pressurizzata o bollente. Altri vengono raffreddati a gas o a metalli liquidi, come quelli di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nucleare-quarta-generazione-brasimone/">quarta generazione</a>.</p>



<p>La fusione funziona in modo diverso. Unisce nuclei leggeri invece di dividere nuclei pesanti, ed è la stessa reazione che alimenta il Sole. Non produce scorie a lunga vita, ma finora nessuno è riuscito a ottenere più energia di quanta ne serve per farla funzionare in modo continuo. Il più grande esperimento internazionale, ITER, è ancora in costruzione in Francia. Quando oggi si parla di centrali, si parla di fissione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sicurezza e scorie, i due timori che pesano di più</h2>



<p>Chernobyl nel 1986 e Fukushima nel 2011 hanno condizionato la percezione del nucleare più di qualsiasi dato numerico. Le statistiche raccontano altro. Il progetto Our World in Data dell&rsquo;Università di Oxford ha messo a confronto i decessi per unità di energia prodotta, valutando sia gli incidenti sia l’inquinamento dell’aria. Il risultato è: <strong>circa 0,03 morti per terawattora</strong> per il nucleare, mentre il carbone arriva a 24,6 e il petrolio a 18,4. Il conteggio include anche le vittime stimate di Chernobyl e Fukushima.</p>



<p>Azzerare i rischi è impossibile. Gli incidenti gravi sono rari, ma comportano conseguenze lunghe e costose. La sicurezza si basa sulla qualità delle autorità di controllo, sulla manutenzione e sulla trasparenza. Riguardo a morti e malattie, la fonte più pericolosa resta quella fossile che il nucleare andrebbe a sostituire.</p>



<p>Le scorie sono il secondo problema. Il combustibile esaurito resta radioattivo per decine di migliaia di anni. Per decenni il mondo lo ha tenuto in depositi temporanei, in attesa di una soluzione definitiva. In Italia il Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi non esiste ancora e la scelta del sito è bloccata da anni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Dove la tecnologia aiuta: il deposito scavato a 450 metri in Finlandia</h3>



<p>In Finlandia aprirà a breve il primo deposito geologico permanente per combustibile nucleare esaurito. Onkalo si trova nella roccia, a circa 450 metri di profondità sull’isola di Olkiluoto. Qui, le scorie saranno chiuse in contenitori di ferro e rame, rivestiti da argilla bentonitica. Ad agosto 2026 l’autorità di sicurezza finlandese STUK ha stabilito che <strong>non ci sono ostacoli al rilascio della licenza</strong> di esercizio, dopo aver esaminato la stabilità del sito su periodi tra 100.000 anni e un milione di anni. La società Posiva, responsabile della gestione, punta a essere pronta per avviare lo smaltimento definitivo entro la fine del 2026.</p>



<p>Il deposito è già scavato e ha superato la valutazione di sicurezza, ma una soluzione così richiede un sottosuolo adatto e l&rsquo;approvazione dei cittadini. In Finlandia hanno impiegato decenni per trovare un accordo. I rifiuti a bassa attività di ospedali, industrie e vecchie centrali richiedono invece depositi di superficie. Rientra tra questi il Deposito nazionale che l&rsquo;Italia deve ancora localizzare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa cambia per l&rsquo;Italia dal 15 ottobre 2026</h2>



<p>L’Italia ha avuto quattro centrali nucleari: Latina, Garigliano, Trino e Caorso. Dopo Chernobyl il referendum del 1987 ha abrogato alcune norme che ne sostenevano lo sviluppo. L’ultima centrale si è spenta nel 1990. Nel giugno 2011, tre mesi dopo Fukushima, un nuovo referendum ha fermato ogni ipotesi di ritorno: ha votato il 54,8% degli aventi diritto e il 94% ha detto sì all’abrogazione.</p>



<p>La legge 29 settembre 2026, n. 169, &ldquo;Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile&rdquo;, consente di riattivare il percorso sul nucleare. Il Senato l’ha approvata in via definitiva il 23 settembre; la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è avvenuta il 30 settembre e l’entrata in vigore è fissata per il 15 ottobre. Il Governo ha dodici mesi per emanare i decreti su produzione di energia nucleare, combustibile, smantellamento degli impianti esistenti, gestione dei rifiuti e ricerca sulla fusione. I dettagli su siti, tecnologie e costi verranno precisati con questi decreti, che monitoriamo nella pagina sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nucleare-in-italia/">nucleare in Italia</a>.</p>



<p><strong>La prima scadenza da segnare è il 15 ottobre 2027</strong>, termine per adottare i decreti attuativi. Quel passaggio chiarirà se l&rsquo;Italia avrà un piano con siti, costi e un deposito per le scorie, o soltanto una legge.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/energia-nucleare/">Energia nucleare: come funziona, quanto emette, pro e contro</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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		<title>Overshoot climatico: i danni che restano anche quando la temperatura scende</title>
		<link>https://www.green.it/climate-overshoot-danni-permanenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Cattoi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<category><![CDATA[accordo di Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento globale]]></category>
		<category><![CDATA[scioglimento dei ghiacci]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46815</guid>

					<description><![CDATA[<p>Superare 1,5 °C e poi rientrare non cancella i danni: uno studio del 2026 mostra che permafrost e oceani non tornano indietro. Cos'è l'overshoot climatico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ad agosto 2026 la temperatura media globale ha toccato 1,65 °C sopra il livello preindustriale: insieme a luglio 2023 è il mese più caldo mai misurato, secondo il servizio europeo Copernicus. Gli scienziati chiamano questo sforamento <strong>overshoot climatico</strong>. Uno studio pubblicato nel 2026 su <em>Communications Earth &amp; Environment</em> dice che cosa lascia dietro di sé: anche quando la temperatura torna sotto la soglia, il carbonio perso dal permafrost non si recupera, con una reversibilità vicina allo 0%.</p>



<p>Per overshoot climatico l&rsquo;IPCC, il gruppo intergovernativo dell&rsquo;ONU sul cambiamento climatico, intende un percorso in cui il riscaldamento supera per un certo periodo un livello fissato, come 1,5 °C, e poi torna sotto. Il rientro richiede emissioni nette negative, cioè togliere dall&rsquo;atmosfera più anidride carbonica (CO₂) di quanta se ne emetta. Niente a che vedere con l&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impronta-footprint/">Overshoot Day</a>, la data in cui l&rsquo;umanità esaurisce le risorse rinnovabili dell&rsquo;anno: qui si contano gradi, non risorse.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il termometro globale ha già superato 1,5 °C, l&rsquo;Accordo di Parigi è ancora in gioco</h2>



<p>Un mese a 1,65 °C non vuol dire che il limite dell&rsquo;Accordo di Parigi sia saltato. Lo chiarisce l&rsquo;Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) nel suo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://wmo.int/news/media-centre/new-report-suggests-more-global-temperature-records-ahead">aggiornamento del 28 maggio 2026</a>: le soglie di 1,5 e 2 °C riguardano il riscaldamento di lungo periodo, «tipicamente valutato su 20 anni». I singoli anni sopra soglia diventeranno sempre più frequenti.</p>



<p>Il momento si avvicina. Secondo la WMO, c&rsquo;è il 91% di probabilità che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 superi 1,5 °C. La probabilità che la media dei cinque anni sorpassi questa soglia è del 75%. Leon Hermanson del Met Office britannico, autore principale del rapporto, segnala anche un El Niño previsto per la fine del 2026, che aumenta la possibilità di un nuovo anno record nel 2027.</p>



<p>Il 10 settembre Copernicus ha aggiunto il dato europeo. L&rsquo;estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell&rsquo;Europa occidentale, battendo il primato del 2003. «Gli impatti di queste condizioni sono sempre più avvertiti da comunità, economie ed ecosistemi in tutto il mondo», ha commentato Samantha Burgess. È responsabile strategica per il clima del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), che gestisce il servizio (traduzione nostra).</p>



<p>Mezzo grado fa una grande differenza, come si vede confrontando <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/che-differenza-ce-tra-un-aumento-di-15-gradi-e-uno-di-2-gradi-centigradi/">un aumento di 1,5 e uno di 2 gradi</a>. La vera domanda però è un&rsquo;altra: cosa succede se si supera quel limite e poi la temperatura torna indietro?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa resta quando la temperatura torna giù</h2>



<p>Lo studio <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.nature.com/articles/s43247-026-03761-z">Irreversible climate changes driven by degree-years of temperature overshoot</a>, firmato da Mitchell Dickau, Kirsten Zickfeld e Damon Matthews delle università di Concordia e Simon Fraser, usa il modello del sistema Terra dell&rsquo;Università di Victoria. Gli autori hanno confrontato 42 coppie di scenari diversi: in una lo scenario supera il limite e poi torna indietro, nell&rsquo;altra resta sotto il limite. I picchi variano tra circa 1,5 e 2 °C; il ritorno ai livelli iniziali va dal 2086 al 2100.</p>



<p>Poi hanno misurato quale porzione della variazione scompare durante il rientro. Il sistema climatico si divide in due.</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Componente</th>
<th>Quanto torna indietro al rientro</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Carbonio del permafrost</td>
<td>circa 0%</td>
</tr>
<tr>
<td>Circolazione atlantica (forza massima dell&rsquo;AMOC)</td>
<td>circa 0%</td>
</tr>
<tr>
<td>Temperatura e ossigeno degli oceani</td>
<td>20-25%</td>
</tr>
<tr>
<td>Innalzamento del mare per espansione termica</td>
<td>20-25%</td>
</tr>
<tr>
<td>Temperature medie dell&rsquo;aria per emisfero</td>
<td>circa 100%</td>
</tr>
<tr>
<td>CO₂ in atmosfera e pH della superficie del mare</td>
<td>oltre 100%</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p><strong>Fonte:</strong> Dickau, Zickfeld, Matthews, Communications Earth &amp; Environment, 2026. Hanno misurato la reversibilità a breve termine nell&rsquo;anno del rientro.</p>



<p>AMOC indica la circolazione meridionale di ribaltamento atlantica, un sistema di correnti che trasporta calore verso il Nord Atlantico e l&rsquo;Europa. Il permafrost è un suolo che rimane ghiacciato per almeno due anni consecutivi; quando si scongela, il carbonio si libera e non torna nel terreno.</p>



<p>La lettura va contro l&rsquo;intuito. L&rsquo;aria si raffredda, la CO₂ scende e il mare in superficie diventa meno acido; CO₂ e acidità finiscono anzi più in basso che nello scenario senza sforamento (da qui l&rsquo;«oltre 100%»), effetto delle emissioni negative necessarie per tornare indietro. <strong>Oceani e permafrost invece tengono il conto</strong>. Il calore accumulato negli oceani rimane bloccato. L&rsquo;acqua diventa più calda, perde ossigeno e si espande, facendo salire il livello del mare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conta quanto a lungo si resta sopra: i gradi-anno</h2>



<p>Il contributo più utile dello studio è una misura chiamata gradi-anno di overshoot. Funziona come un contatore: somma, anno dopo anno, i decimi di grado oltre la soglia. Stare 0,3 gradi sopra 1,5 °C per dieci anni dà 3 gradi-anno. Stare 0,1 gradi sopra per trent&rsquo;anni dà lo stesso.</p>



<p>Negli scenari considerati il valore varia tra 1 e 9 gradi-anno. Per permafrost, calore e ossigeno degli oceani, livello del mare e AMOC, il danno aumenta quasi in modo lineare con il contatore (coefficiente di determinazione R² pari o superiore a 0,9). Il legame è «abbastanza indipendente» dal picco raggiunto, scrivono gli autori. In pratica, <strong>conta il calore totale aggiunto al sistema</strong>, più dell&rsquo;altezza massima della curva.</p>



<p>Una ricerca precedente applica la stessa logica fino al 2300. Lo studio <em>Overconfidence in climate overshoot</em> di Carl-Friedrich Schleussner e colleghi è uscito su <em>Nature</em> nell&rsquo;ottobre 2024. Gli autori stimano circa <strong>40 centimetri di mare in più al 2300</strong> per ogni secolo trascorso sopra 1,5 °C.</p>



<p>Attenzione ai limiti del modello, dichiarati dagli stessi autori. L&rsquo;atmosfera è rappresentata in due sole dimensioni e il livello del mare tiene conto solo dell&rsquo;espansione termica dell&rsquo;acqua, senza considerare lo scioglimento delle calotte. Sono omissioni che, se mai, fanno apparire il danno più piccolo di quanto sia in realtà.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le Alpi mostrano già che cosa vuol dire irreversibile</h2>



<p>Non serve aspettare il 2100 per osservare un danno irreversibile. Nel 2026 i ghiacciai svizzeri hanno perso il 5,5% del loro volume, la seconda diminuzione annua più alta mai registrata dopo il 2022, secondo la rete di monitoraggio GLAMOS e l&rsquo;Accademia svizzera delle scienze. Negli ultimi cinque anni è scomparso circa un quinto del ghiaccio.</p>



<p>Il 1° ottobre 2026 Matthias Huss, direttore di GLAMOS, ha dichiarato all&rsquo;agenzia LaPresse che per i ghiacciai delle Alpi svizzere è «quasi troppo tardi». Ha poi aggiunto una sua valutazione: «Il riscaldamento che stiamo vivendo ora può essere attribuito al 100% al cambiamento climatico antropogenico». Un ghiacciaio alpino impiega secoli a formarsi. <strong>Un rientro sotto 1,5 °C non lo ricostruisce</strong>.</p>



<p>Il conto economico arriva subito. Secondo una stima di Allianz Research ripresa da LifeGate il 30 settembre 2026, le ondate di caldo estremo di quest&rsquo;anno sono costate 113 miliardi di euro a 30 Paesi europei. L&rsquo;Italia ha pagato la quota più alta: 27,8 miliardi. Si tratta di un&rsquo;analisi di un gruppo assicurativo, non di una statistica ufficiale, quindi va presa come ordine di grandezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rientrare costa: servono emissioni negative</h2>



<p>Tornare sotto 1,5 °C dopo averlo superato non succede da solo. Il Sesto rapporto di sintesi dell&rsquo;IPCC (2023) afferma che il riscaldamento può diminuire solo se si raggiungono e si mantengono emissioni nette negative di CO₂ su scala globale. Questo significa rimuovere ogni anno più anidride carbonica di quanta se ne produce, tramite foreste, suoli e tecnologie di cattura.</p>



<p>Il rapporto indica che <strong>l&rsquo;overshoot porta impatti negativi, alcuni irreversibili</strong>. I rischi crescono con l&rsquo;entità e la durata dello sforamento. Durante il picco, incendi, morte degli alberi, torbiere secche e permafrost scongelato indeboliscono i pozzi di carbonio naturali. Il rientro si complica quando è più necessario.</p>



<p>Qui sta il punto debole del ragionamento «sforiamo adesso e rimediamo dopo». Il gruppo di Schleussner ha calcolato che, per proteggersi da un clima più reattivo del previsto, occorrerebbe una capacità di rimozione di «diverse centinaia di gigatonnellate» di CO₂ entro il 2100. Oggi quella capacità non esiste. Per questo l&rsquo;obiettivo delle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/net-zero/">emissioni nette zero</a> resta la prima tappa obbligata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da qui in poi conta quanto durerà lo sforamento</h2>



<p>Il prossimo banco di prova è vicino: con l&rsquo;El Niño atteso per la fine del 2026, la WMO considera probabile un nuovo anno record già nel 2027. Ogni anno sopra 1,5 °C aggiunge gradi-anno a un contatore che oceani e permafrost non azzerano. Il picco, a questo punto, conta meno della durata, e la durata dipende da quanto in fretta si tagliano CO₂ e metano: è la leva che l&rsquo;IPCC indica per abbassare il picco e ridurre le emissioni negative da trovare dopo. Quanto margine resti lo raccontano già i dati sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/riscaldamento-globale-2026-dati-clima-tipping-point/">riscaldamento globale nel 2026</a> e i <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/limiti-planetari/">limiti planetari</a> oltrepassati. Sui ghiacciai svizzeri, intanto, il conto del 2026 è già chiuso: un altro 5,5% di volume che nessun rientro restituirà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/climate-overshoot-danni-permanenti/">Overshoot climatico: i danni che restano anche quando la temperatura scende</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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