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	<title>Green Generation</title>
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	<title>Green.it</title>
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informazione, salute, alimentazione, tecnologia.</itunes:summary><itunes:subtitle>Notizie, Idee, storie di un percorso virtuoso per uno sviluppo sostenibile</itunes:subtitle><itunes:category text="Society &amp; Culture"><itunes:category text="Personal Journals"/></itunes:category><itunes:author>Sabrina Aquilani</itunes:author><itunes:owner><itunes:email>info@greengeneration.it</itunes:email><itunes:name>Sabrina Aquilani</itunes:name></itunes:owner><item>
		<title>Serre da raffrescare, non da scaldare: come il caldo cambia le regole</title>
		<link>https://www.green.it/caldo-serre-raffrescamento-agricoltura/</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[adattamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[ondate di calore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oltre i 29 °C di giorno i fiori del pomodoro cadono e le rese crollano. Perché nel clima che cambia le serre vanno raffreddate d'estate, non solo scaldate d'inverno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/caldo-serre-raffrescamento-agricoltura/">Serre da raffrescare, non da scaldare: come il caldo cambia le regole</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Se in serra la temperatura supera i <strong>29 °C durante il giorno o i 21 °C la notte</strong>, il polline del pomodoro diventa meno vitale e i fiori cadono senza produrre frutti, come segnalato dall&rsquo;Università del Missouri (Trinklein, 2013). Durante le ondate di calore dell&rsquo;estate 2026, in Italia le rese di alcune colture orticole sono diminuite fino al 20% secondo Coldiretti. Oggi, nelle serre mediterranee, la sfida principale non è più riscaldarle d&rsquo;inverno, ma <strong>mantenere un ambiente fresco d&rsquo;estate</strong>. In questo articolo si chiarisce in che modo il caldo ostacola la fruttificazione e si descrivono tecniche per raffrescare le serre senza l&rsquo;uso di sistemi di refrigerazione meccanica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché con il caldo i fiori del pomodoro cadono</h2>



<p>Il pomodoro sviluppa fiori “perfetti”, che contengono entrambi gli organi riproduttivi, maschili e femminili, e si autoimpollina in circa il 98% dei casi (David Trinklein, University of Missouri, 2013). Affinché il frutto si formi, il polline maturo deve essere rilasciato dalle antere e trasferirsi sullo stigma. <strong>Questo spostamento viene bloccato proprio dalle alte temperature.</strong></p>



<p>Quando si superano determinate soglie, il polline perde vitalità e diventa appiccicoso, rendendo difficile la distribuzione e la fecondazione. Se il fiore non viene fecondato, si libera dalla base: questo processo è noto come <strong>cascola dei fiori</strong> (in inglese <em>blossom drop</em>). L&rsquo;Università del Missouri spiega chiaramente il fenomeno: David Trinklein, professore di scienze delle piante, afferma che &ldquo;quando le temperature diurne oltrepassano gli 85 °F o quelle notturne i 70 °F, l&rsquo;impollinazione si riduce perché il polline diventa appiccicoso e perde vitalità&rdquo; — cioè più di 29 °C durante il giorno e oltre 21 °C nelle ore notturne.</p>



<p>Anche l&rsquo;umidità e le ore notturne giocano un ruolo importante. L’impollinazione del pomodoro avviene al meglio con un’umidità relativa compresa <strong>tra il 40% e il 70%</strong> (University of Missouri, 2013): se l’aria è troppo asciutta, il polline si attacca con difficoltà allo stigma. Le temperature notturne sono altrettanto decisive di quelle diurne, poiché il polline e i tessuti dei fiori maturano proprio durante la notte.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le soglie di temperatura che fermano l&rsquo;allegagione</h2>



<p>Il margine di tolleranza è più ridotto di quanto si immagini, e le soglie non sono uno scalino netto ma una fascia graduale, variabile per cultivar e condizioni ambientali. La Purdue University (Vegetable Crops Hotline, 2016) colloca la finestra utile per l&rsquo;allegagione con <strong>temperature notturne tra 15 e 24 °C e diurne tra 15 e 32 °C</strong>. Dentro questa forbice le notti davvero ideali restano però quelle <strong>intorno ai 16-21 °C</strong>: già oltre i <strong>21 °C notturni</strong> il rischio di cascola inizia a crescere (Università del Missouri, Trinklein 2013), e superati i <strong>24 °C di notte</strong> la germinazione del polline risulta fortemente compromessa (Purdue University, 2016). Le due soglie indicano gli estremi di una stessa fascia di rischio crescente, non due regole in contraddizione.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Oltre ~32 °C</strong> inizia lo stress termico che riduce l&rsquo;allegagione.</li>
<li><strong>Tre ore sopra i 40 °C per due giorni consecutivi</strong> possono causare il fallimento totale della fruttificazione (Purdue University).</li>
<li><strong>Sopra i ~38 °C</strong> la germinazione del polline già depositato cala drasticamente (Purdue University, 2016).</li>
<li><strong>Sotto i ~13 °C di notte</strong> il problema si ripresenta al contrario: anche il freddo provoca cascola.</li>
</ul>



<p>Esiste un elemento che accentua la vulnerabilità: secondo la Purdue University (2016), <strong>ogni fiore ha una finestra di circa 50 ore</strong> per la sua impollinazione. Se il caldo intenso colpisce proprio in quel breve periodo, i fiori aperti in quei giorni ne risentono e vanno persi. Non si tratta di una possibilità remota: il calore influisce soprattutto sulla formazione del polline, un processo che inizia circa nove giorni prima della fioritura (Purdue University, 2016). Quindi, il danno si verifica ancora prima che diventi evidente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal riscaldare al raffrescare: come si tiene fresca una serra</h2>



<p>Per molti anni la serra è stata progettata per mantenere il calore all’interno. Nel clima mediterraneo, invece, la questione si è invertita: <strong>d&rsquo;estate va smaltito calore, non conservato.</strong> Sono state sviluppate diverse soluzioni e molte non prevedono l’uso di condizionatori.</p>



<p><strong>Il raffrescamento evaporativo</strong> si basa su un principio fisico elementare: l’evaporazione dell’acqua rimuove calore dall’aria circostante. Nei sistemi <em>pad-and-fan</em>, ventilatori spingono l’aria esterna attraverso pannelli porosi costantemente umidi; durante l’attraversamento l’aria si raffredda, poi entra nella serra. Un altro metodo consiste nella <strong>nebulizzazione</strong> (<em>fog system</em>), che spruzza minuscole gocce d’acqua capaci di evaporare direttamente nell’ambiente interno.</p>



<p>Utilizzare teli o schermi per l’<strong>ombreggiamento</strong> limita la quantità di radiazione solare che entra, principale responsabile del surriscaldamento. Una ricerca pubblicata su <em>Biosystems Engineering</em> (2010) e condotta sulle serre mediterranee ha evidenziato che l’impiego di ombreggiatura esterna mobile assieme alla nebulizzazione abbassa in modo significativo sia la temperatura interna sia il deficit di pressione di vapore, cioè il parametro che indica quanto l’aria risulta &ldquo;assetata&rdquo;. La <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.fao.org/3/i3284e/i3284e.pdf">guida della FAO sulle colture protette in area mediterranea</a> (2013) indica proprio nella combinazione di ventilazione, ombreggiamento e raffrescamento evaporativo la strategia di riferimento per il controllo del clima in serra.</p>



<p>La <strong>ventilazione naturale</strong> rappresenta la soluzione meno costosa: si usano aperture sul colmo e sui lati, che favoriscono la fuoriuscita dell’aria calda grazie al moto convettivo. L’efficacia massima si raggiunge combinando <strong>ventilazione, raffrescamento evaporativo e ombreggiamento</strong>; questi tre sistemi insieme riducono la temperatura consumando pochissima energia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto si può abbassare la temperatura (e a che costo)</h2>



<p>I dati mostrano che il vantaggio è reale. Utilizzando pannelli evaporativi e ventilatori si può ridurre la temperatura interna di <strong>circa 4-6 °C</strong>; se combinati con sistemi di ombreggiamento, il calo termico può raggiungere <strong>fino a 12 °C</strong>, secondo un rapporto tecnico dell’ENEA dedicato al raffrescamento delle serre (2014). Durante l’estate, una serra mediterranea riceve una radiazione solare prossima ai <strong>600 watt per metro quadrato</strong> (FAO, 2013): agire prima che il calore venga assorbito risulta più efficace che eliminarlo successivamente.</p>



<p>Il problema si presenta su due fronti: <strong>acqua ed energia</strong>. Il raffrescamento evaporativo dà buoni risultati dove l’aria è calda e asciutta, tipica situazione mediterranea, ma richiede una certa quantità di acqua di buona qualità, proprio nelle aree in cui questa risorsa è già limitata. Inoltre, l’uso dei ventilatori implica un consumo di elettricità. La nebulizzazione, che si adatta meglio al clima mediterraneo rispetto ai pannelli usati nel Centro Europa, permette di ridurre i consumi, ma è necessario valutare di volta in volta l’equilibrio tra consumo d’acqua, energia e prestazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Adattamento, non mitigazione: cosa cambia per l&rsquo;orto mediterraneo</h2>



<p>Mantenere fresca una serra rappresenta un esempio di <strong>adattamento</strong>: non interviene sulle emissioni responsabili dell’aumento delle temperature, ma limita l’impatto del caldo già in atto. Va distinto dalla <strong>mitigazione</strong>, che invece mira a ridurre i gas serra, affrontando le cause — le due strategie sono complementari, non alternative (approfondiamo nella <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/differenza-mitigazione-adattamento/">differenza tra mitigazione e adattamento</a>).</p>



<p>La questione si estende oltre la serra e coinvolge l’intero orto. L’estate 2026 ne ha dato una chiara dimostrazione: Coldiretti riporta che in Lombardia la raccolta del pomodoro da industria è cominciata circa dieci giorni prima del solito, registrando un <strong>calo del 10% sulle prime rese</strong>, con picchi che raggiungono il 30% nel Mantovano. In tutta Italia, sempre secondo le stime di Coldiretti (agosto 2026), i danni provocati dal caldo all’agricoltura hanno oltrepassato i <strong>tre miliardi di euro</strong> dall’inizio dell’anno. Anche all’aperto, la cascola dovuta alle alte temperature interessa gli stessi processi osservati in serra, e a risentirne sono sia le quantità prodotte che la qualità — un filo che lega il clima a ciò che si trova nel piatto, proprio come accade per la relazione fra <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impatto-ambientale-cibo/">impatto ambientale del cibo</a> e produzione.</p>



<p>Sul fronte idrico il quadro è stretto: secondo Coldiretti (2026), l’Italia trattiene appena l’11% dell’acqua piovana che cade sul territorio. Senza una revisione di bacini e sistemi irrigui, è complicato sostenere su vasta scala il raffreddamento tramite evaporazione; questa difficoltà è legata sia alle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/crisi-climatica-ondate-di-calore-dati-globali/">ondate di calore sempre più intense</a> sia alle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/siccita-lampo-cosa-e/">siccità lampo</a> che si presentano con frequenza crescente. Anche il mutato <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/frutta-verdura-senza-sapore/">sapore di frutta e verdura</a> mostra da un altro punto di vista come lo stress termico influenzi già le nostre coltivazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché il fresco è la nuova frontiera delle serre italiane</h2>



<p>La serra, progettata originariamente per difendere dal freddo, dovrà ora adattarsi a proteggere dal caldo. Esistono già molte soluzioni tecnologiche, prevalentemente passive: ombreggiamento, ventilazione, raffrescamento per evaporazione. Il vero limite non è tecnico ma di sistema: saranno <strong>acqua ed energia disponibili</strong> a stabilire la rapidità con cui gli orticoltori del Sud potranno applicarle. Nei prossimi anni, la domanda iniziale di questo articolo non suonerà più provocatoria: nel Mediterraneo, la capacità di mantenere la serra fresca sarà sempre più il vero criterio di valutazione.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator><enclosure length="-1" type="application/json;charset=UTF-8" url="https://www.fao.org/3/i3284e/i3284e.pdf"/><itunes:explicit>no</itunes:explicit><itunes:subtitle>Oltre i 29 °C di giorno i fiori del pomodoro cadono e le rese crollano. Perché nel clima che cambia le serre vanno raffreddate d'estate, non solo scaldate d'inverno. L'articolo Serre da raffrescare, non da scaldare: come il caldo cambia le regole sembra essere il primo su Green.it.</itunes:subtitle><itunes:author>Sabrina Aquilani</itunes:author><itunes:summary>Oltre i 29 °C di giorno i fiori del pomodoro cadono e le rese crollano. Perché nel clima che cambia le serre vanno raffreddate d'estate, non solo scaldate d'inverno. L'articolo Serre da raffrescare, non da scaldare: come il caldo cambia le regole sembra essere il primo su Green.it.</itunes:summary><itunes:keywords>greengeneration,sostenibilità,energia,ecologia,tecnologia,alimentazione,salute</itunes:keywords></item>
		<item>
		<title>Impatto ambientale dell’intelligenza artificiale: energia, acqua ed emissioni dei data center</title>
		<link>https://www.green.it/impatto-ambientale-intelligenza-artificiale/</link>
		
		
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 20:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[consumi energetici]]></category>
		<category><![CDATA[data center]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni co2]]></category>
		<category><![CDATA[gestione acqua]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanto consuma davvero l'IA? Energia dei data center, acqua di raffreddamento ed emissioni di CO₂ per query, con dati IEA e studi verificati.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&rsquo;impatto ambientale dell&rsquo;intelligenza artificiale si valuta principalmente in base all&rsquo;elettricità utilizzata dai data center che la sostengono. Come riportato dall&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.iea.org/reports/energy-and-ai/executive-summary">Agenzia Internazionale dell&rsquo;Energia</a> (IEA), nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di energia elettrica, rappresentando l&lsquo;1,5% del fabbisogno globale, e si prevede che questa cifra più che raddoppi, arrivando a circa 945 TWh entro il 2030 nello scenario base, alimentata dall&rsquo;IA stessa. In confronto, la richiesta a un chatbot ha un impatto trascurabile: <strong>una query di Gemini utilizza 0,24 wattora</strong>, equivalente al consumo di una lampadina per pochi secondi. Pertanto, il problema ambientale non risiede nella tua singola richiesta, ma nella scala del fenomeno: è la stessa <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.iea.org/reports/energy-and-ai/executive-summary">IEA</a>, nel rapporto del 2025, a legare il raddoppio dei consumi alla rapida espansione dei data center dedicati all&rsquo;IA.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto consuma una singola richiesta all&rsquo;IA</h2>



<p>L&rsquo;informazione più attendibile riguardo a una singola richiesta proviene da chi si occupa della gestione dell&rsquo;infrastruttura. Nel mese di settembre 2025, <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://cloud.google.com/blog/products/infrastructure/measuring-the-environmental-impact-of-ai-inference">Google</a> ha rilasciato una misurazione diretta: la richiesta mediana di testo a Gemini utilizza <strong>0,24 wattora di elettricità e 0,26 millilitri d&rsquo;acqua</strong>, generando emissioni di 0,03 grammi di CO₂ equivalente (valore market-based dichiarato da Google, che dipende dal mix elettrico locale). Si tratta di una stima fornita dall&rsquo;azienda, quindi deve essere interpretata con attenzione, ma è una delle poche basate su dati telemetrici reali anziché su supposizioni ed include anche il raffreddamento e la capacità di riserva.</p>



<p>Il dato fornito da Google è in linea con quello comunicato da OpenAI. Nel mese di giugno 2025, il CEO Sam Altman ha affermato che una domanda media indirizzata a ChatGPT consuma <strong>approssimativamente 0,34 wattora e 0,000085 galloni d&rsquo;acqua</strong> (circa 0,32 millilitri), come evidenziato da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.datacenterdynamics.com/en/news/sam-altman-chatgpt-queries-consume-034-watt-hours-of-electricity-and-0000085-gallons-of-water/">Data Center Dynamics</a>. Anche questo valore proviene dall&rsquo;azienda stessa e non è stato verificato da fonti esterne. Le valutazioni possono variare notevolmente in base alla lunghezza della richiesta, al modello utilizzato e alla sede in cui avviene il calcolo.</p>



<figure class="wp-block-table"><table>
<thead>
<tr>
<th>Fonte della stima</th>
<th>Energia per query</th>
<th>Acqua per query</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td>Google (Gemini, 2025)</td>
<td>0,24 Wh</td>
<td>0,26 ml</td>
</tr>
<tr>
<td>OpenAI / Altman (ChatGPT, 2025)</td>
<td>0,34 Wh</td>
<td>~0,32 ml</td>
</tr>
<tr>
<td>Mistral AI (2025)</td>
<td>dato non pubblicato in Wh</td>
<td>45 ml</td>
</tr>
</tbody>
</table></figure>



<p>Il dato di Mistral AI (45 millilitri per query, riferito al 2025) è una stima aziendale non verificata in modo indipendente, riportata dal <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://casw.org/news/uncovering-the-tangled-story-behind-ais-water-use/">briefing di Shaolei Ren</a> alla conferenza ScienceWriters2025. La differenza tra 0,26 e 45 millilitri d&rsquo;acqua illustra il motivo per cui è pericoloso confrontare i numeri: le aziende misurano confini di sistema diversi, in tempi e luoghi differenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&rsquo;acqua che serve a raffreddare i server</h2>



<p>L&rsquo;IA utilizza l&rsquo;acqua in due modi: quella che evapora dalle torri di raffreddamento dei data center e quella impiegata per generare l&rsquo;elettricità necessaria al loro funzionamento. <strong>L&rsquo;addestramento di GPT-3 ha causato l&rsquo;evaporazione di circa 700.000 litri d&rsquo;acqua dolce</strong> soltanto nei data center di Microsoft, come riportato nello studio <em>Making AI Less Thirsty</em> di Pengfei Li e Shaolei Ren, pubblicato nel 2025 sulla rivista <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://dl.acm.org/doi/10.1145/3724499">Communications of the ACM</a>. Secondo lo stesso studio, GPT-3 consuma circa mezzo litro d&rsquo;acqua ogni 10-50 risposte di lunghezza media, a seconda di dove e quando gira il calcolo.</p>



<p>In totale, le cifre rimangono incerte. Secondo un rapporto del 2024 del Lawrence Berkeley National Laboratory degli Stati Uniti, nel 2023 i data center americani avrebbero utilizzato <strong>circa 35 miliardi di galloni d&rsquo;acqua</strong>. Inoltre, si prevede che i grandi impianti &ldquo;hyperscale&rdquo; raggiungano tra 60 e 124 miliardi di litri entro il 2028, come indicato <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://escholarship.org/uc/item/32d6m0d1">dal laboratorio</a>. Non si tratta solo della quantità di acqua, ma anche della sua ubicazione: secondo un&rsquo;analisi di Bloomberg News citata <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://casw.org/news/uncovering-the-tangled-story-behind-ais-water-use/">nello stesso intervento di Ren</a> e non verificata in modo indipendente, oltre due terzi dei nuovi data center statunitensi aperti dal 2022 sorgerebbero in zone dove la richiesta d&rsquo;acqua eccede già l&rsquo;offerta.</p>



<p>Numerosi impianti sono privi di un contatore dell&rsquo;acqua, il che significa che ogni cifra rappresenta solo una simulazione. Questo concetto è stato espresso da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://casw.org/news/uncovering-the-tangled-story-behind-ais-water-use/">Shaolei Ren</a>, docente presso la University of California Riverside, durante un intervento alla conferenza ScienceWriters2025 il 9 novembre 2025: <strong>&ldquo;Qual è la vera impronta idrica dell&rsquo;IA? La risposta è: non lo sappiamo&rdquo;</strong>. Ren mette in guardia riguardo ai dati virali, affermando: &ldquo;Tutti i numeri possono essere corretti nel loro contesto&rdquo;, ma effettuare un confronto senza tener conto del contesto porta a conclusioni fuorvianti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le emissioni di CO₂: addestramento contro uso quotidiano</h2>



<p>Le emissioni generate dall&rsquo;IA si articolano in due fasi con significative differenze di impatto. L&rsquo;addestramento di un modello rappresenta un processo estremamente intenso e concentrato, richiedendo un&rsquo;enorme quantità di energia per un periodo che si estende per settimane. Al contrario, l&rsquo;inferenza, che consiste nell&rsquo;utilizzo quotidiano da parte di milioni di utenti, ha un peso ridotto per ogni singola richiesta, ma avviene costantemente, e nel lungo termine diventa la componente con la crescita più marcata.</p>



<p>A livello globale, l&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.iea.org/reports/energy-and-ai/executive-summary">IEA prevede</a> che le emissioni di CO₂ associate all&rsquo;elettricità dei data center aumenteranno da <strong>circa 180 milioni di tonnellate attualmente a 300 milioni entro il 2035</strong> nello scenario base, come riportato anche da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.carbonbrief.org/ai-five-charts-that-put-data-centre-energy-use-and-emissions-into-context">Carbon Brief</a>. Sebbene rappresentino meno dell&lsquo;1,5% delle emissioni del settore energetico, rimangono tra le fonti che crescono più rapidamente. Abbiamo illustrato quanto incidano sulla nostra vita digitale complessiva spiegando che anche <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/le-e-mail-inquinano/">le e-mail hanno un impatto ambientale</a> quantificabile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché le cifre virali sull&rsquo;IA vanno prese con le pinze</h2>



<p>Numerosi dati che circolano riguardo all&rsquo;IA derivano da un calcolo iniziale ripetuto senza adeguato contesto. L&rsquo;affermazione secondo cui ogni domanda a ChatGPT richiederebbe &ldquo;una bottiglia d&rsquo;acqua&rdquo; proviene da uno studio su GPT-3 del 2023 e si applica solo a quel modello, all&rsquo;interno di quei data center: estenderla ai modelli attuali risulta errato. Le aziende, da parte loro, forniscono informazioni parziali: Mistral AI riporta 45 millilitri d&rsquo;acqua per query, mentre Google indica 0,26, e nessuna delle due sta mentendo, poiché <strong>misurano limiti e momenti differenti</strong>.</p>



<p>Questa mancanza di chiarezza rappresenta il vero ostacolo della discussione. In assenza di requisiti di rendicontazione, ci troviamo tra affermazioni aziendali non confermate e modelli accademici ipotetici. È fondamentale, quindi, separare sempre tre aspetti: il costo per formare un modello, il costo di una singola query e il costo complessivo di tutti i data center. Si tratta di ordini di grandezza distinti e unire queste categorie porta a titoli allarmistici. Per chi desidera analizzare i propri consumi, è utile partire dai concetti di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impronta-footprint/">impronta di carbonio</a> e di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impronta-idrica-consumiamo-ogni-anno-4000-litri-acqua/">impronta idrica</a>, strumenti fondamentali per misurare qualsiasi attività.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa puoi fare, e cosa conta davvero</h2>



<p>La vera leva non è nelle mani degli utenti, ma di coloro che progettano i data center: dove sono ubicati, come vengono raffreddati e con quale tipo di elettricità vengono alimentati. In linea di principio, <strong>un data center alimentato a rinnovabili genera meno emissioni</strong> di uno a gas o carbone, e l&rsquo;entità dipende dal mix elettrico locale; uno situato lontano dalle aree con stress idrico pesa inoltre meno sulle risorse idriche. Si tratta di decisioni industriali e politiche, e non di scelte individuali di consumo.</p>



<p>Nel tuo quotidiano, ciò che conta di più è la consapevolezza, piuttosto che la semplice rinuncia. Utilizzare l&rsquo;IA per attività che ne giustifichino l&rsquo;impiego, astenersi dal rigenerare la stessa immagine dieci volte per capriccio, scegliere servizi che offrono dati ambientali verificabili: sono piccoli ma significativi gesti. Il messaggio centrale rimane quello di Ren: <strong>i costi ambientali dell&rsquo;IA sono concreti e devono essere affrontati</strong>, senza minimizzarli né esagerarli. La trasparenza dei dati, oggi assente, è il primo passo per affrontarli sul serio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/impatto-ambientale-intelligenza-artificiale/">Impatto ambientale dell&#8217;intelligenza artificiale: energia, acqua ed emissioni dei data center</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Clausola energetica UE: cosa può finanziare l’Italia (e cosa resta fuori)</title>
		<link>https://www.green.it/clausola-energetica-ue-cosa-finanzia/</link>
		
		
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energie]]></category>
		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[indipendenza energetica]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[politiche ambientali]]></category>
		<category><![CDATA[pompa di calore]]></category>
		<category><![CDATA[transizione energetica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46674</guid>

					<description><![CDATA[<p>La clausola energetica UE apre spazio di bilancio per pompe di calore, fotovoltaico, accumulo e nucleare, ma esclude i sussidi ai combustibili fossili.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/clausola-energetica-ue-cosa-finanzia/">Clausola energetica UE: cosa può finanziare l&#8217;Italia (e cosa resta fuori)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La <strong>clausola energetica UE</strong> consente agli Stati membri di investire in sicurezza energetica oltre i vincoli del patto di stabilità, ma solo per tecnologie che comportano una riduzione strutturale dell&rsquo;uso dei combustibili fossili. Le regole sono state stabilite dalla Commissione europea in un documento adottato il <strong>17 agosto 2026</strong>: vi rientrano pompe di calore, fotovoltaico, accumulo e nucleare; rimangono esclusi i sussidi per benzina, gasolio e gas. Per l&rsquo;Italia, le previsioni indicano uno spazio di bilancio di <strong>oltre 13 miliardi di euro</strong> nel triennio 2026-2028, come riportato da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.today.it/economia/energia-clausola-europea-patto-stabilita.html">Today</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos&rsquo;è la clausola energetica e da dove nasce</h2>



<p>La clausola energetica si riferisce all&rsquo;applicazione dell&rsquo;<em>National Escape Clause</em> (clausola di salvaguardia nazionale) all&rsquo;ambito energetico, utilizzando lo stesso sistema già impiegato per escludere dal calcolo del deficit le spese militari. Questo meccanismo <strong>permette ai governi di aumentare le spese senza infrangere le normative di bilancio europee</strong>, purché i fondi siano destinati a investimenti specifici. L&rsquo;estensione era stata annunciata il 3 giugno 2026 nel pacchetto di primavera del Semestre europeo; la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/mex_26_1737">Commissione europea</a> ha poi adottato la nota operativa il 17 agosto 2026, stabilendo procedura, criteri e limiti di spesa per il periodo 2026-2028 (dettaglio confermato anche da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/energia_energie/2026/08/17/la-commissione-ue-adotta-la-nota-sulla-flessibilita-per-sicurezza-energetica_02b94c4f-d6b5-45bc-a0a8-c13a54024809.html">ANSA</a>).</p>



<p>Il principio fondamentale è semplice: <strong>la flessibilità favorisce ciò che riduce la dipendenza dai carburanti fossili</strong>, piuttosto che ciò che ne abbassa momentaneamente il prezzo. Le politiche devono essere adottate dopo il 28 febbraio 2026, generare un impatto immediato e, come afferma la Commissione, ottimizzare i risultati minimizzando il costo per le finanze pubbliche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa può finanziare l&rsquo;Italia: le tecnologie ammesse</h2>



<p>La Commissione ha fornito <strong>22 esempi</strong> di spese ammissibili, come riportato da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.ilsole24ore.com/art/ue-clausola-energia-sovvenzioni-pompe-calore-e-centrali-nucleari-AJimIjo">Il Sole 24 Ore</a>. Per le famiglie, il margine di bilancio può includere:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Pompe di calore</strong> in sostituzione delle caldaie a gas o gasolio;</li>
<li><strong>Pannelli solari e fotovoltaici</strong> per l&rsquo;autoproduzione;</li>
<li><strong>Batterie di accumulo</strong> domestico;</li>
<li><strong>Colonnine di ricarica</strong> per l&rsquo;auto elettrica in casa;</li>
<li><strong>Ristrutturazioni</strong> medie o profonde degli edifici, per ridurre i consumi.</li>
</ul>



<p>Nel contesto del sistema si collocano anche la decarbonizzazione dell&rsquo;industria e gli <strong>investimenti in centrali nucleari</strong>. L&rsquo;inclusione del nucleare in questo elenco si allinea con il ragionamento di tutta la nota: pur non essendo una risorsa rinnovabile, è vista come un&rsquo;opzione valida per sostituire i combustibili fossili e per aumentare l&rsquo;autonomia energetica dell&rsquo;Europa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa resta fuori: i fossili e gli sconti in bolletta</h2>



<p>La clausola <strong>non prevede alcun aiuto per i combustibili fossili</strong>. Sono esclusi, come chiarisce <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.quotidiano.net/economia/flessibilita-energetica-nucleare-misure-ue-jum34j7u">Quotidiano.net</a>:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Il <strong>taglio delle accise</strong> o di altre imposte su benzina e gasolio;</li>
<li>I <strong>prezzi fissi</strong> o calmierati dell&rsquo;energia;</li>
<li>Le <strong>sovvenzioni dirette ai combustibili fossili</strong>;</li>
<li>Gli aiuti generici sul prezzo dell&rsquo;energia basati sul reddito.</li>
</ul>



<p>La differenza è chiara: un abbattimento del costo della benzina riduce le spese immediate, ma non modifica la dipendenza dal petrolio; al contrario, una pompa di calore che rimpiazza una caldaia a gas riduce quella dipendenza per vent&rsquo;anni. La clausola supporta la seconda opzione, non la prima.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto si può spendere: i tetti fissati da Bruxelles</h2>



<p>Lo spazio è limitato. Secondo la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/mex_26_1737">Commissione europea</a>, la spesa energetica ha un tetto annuale dello <strong>0,3% del PIL</strong> e un tetto cumulato dello <strong>0,6% del PIL</strong> sul periodo 2026-2028, all&rsquo;interno del massimale complessivo dell&lsquo;1,5% del PIL già previsto dalla clausola di salvaguardia. Secondo le stime per l&rsquo;Italia, la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.open.online/2026/08/18/clausola-energia-ue-deroghe-patto-stabilita-manovra-governo-meloni/">stampa economica</a> indica un margine totale compreso tra 13 e 14 miliardi di euro, che il governo avrà la possibilità di utilizzare nella prossima manovra senza compromettere il rispetto delle normative di bilancio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché la scelta di Bruxelles ridisegna gli incentivi</h2>



<p>La lista della clausola energetica rappresenta, in sostanza, <strong>una guida per indirizzare gli investimenti</strong> nei prossimi anni: le tecnologie promosse dall&rsquo;UE attraverso la finanza pubblica corrispondono a quelle che un consumatore può adottare in casa per ridurre sia la bolletta che le emissioni. Le pompe di calore, il fotovoltaico e le soluzioni di accumulo emergono da questa scelta con un ulteriore sostegno politico ed economico. Il messaggio di Bruxelles, al di là della contabilità, è chiaro: <strong>la strada per uscire dai fossili si finanzia; tenerli in vita, no</strong>.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Desertificazione: cos’è, quali sono le cause e cosa si decide al summit ONU</title>
		<link>https://www.green.it/desertificazione-cos-e-cause-summit-onu/</link>
		
		
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[desertificazione]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>
		<category><![CDATA[suolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46664</guid>

					<description><![CDATA[<p>Desertificazione: cos'è, quali sono le cause e cosa si decide al summit ONU (UNCCD COP17) aperto il 17 agosto 2026. Dati globali e la situazione dell'Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/desertificazione-cos-e-cause-summit-onu/">Desertificazione: cos&#8217;è, quali sono le cause e cosa si decide al summit ONU</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La desertificazione rappresenta il degrado del suolo nelle zone aride, semi-aride e sub-umide secche, provocato da cambiamenti climatici e dall&rsquo;attività umana. Non si tratta semplicemente dell&rsquo;espansione delle dune sahariane, bensì della diminuzione della fertilità di terreni un tempo produttivi. Questo argomento si trova ora al centro dell&rsquo;attenzione internazionale: il 17 agosto 2026, a Ulaanbaatar, in Mongolia, inizierà la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unccd.int/cop17">COP17 dell&rsquo;UNCCD</a>, la Conferenza delle Parti della Convenzione ONU per combattere la desertificazione. Secondo l&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unccd.int/cop17">UNCCD</a>, <strong>fino al 40% delle terre emerse è colpito dal degrado del suolo</strong>, influenzando la vita di miliardi di persone. Per l&rsquo;Italia, questa questione è particolarmente rilevante: circa un quarto del suo territorio è minacciato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos&rsquo;è la desertificazione: la definizione dell&rsquo;ONU</h2>



<p>La Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione (UNCCD, dall&rsquo;inglese <em>United Nations Convention to Combat Desertification</em>) descrive questo fenomeno come <strong>il deterioramento delle terre aride, semi-aride e sub-umide secche</strong>, dovuto a fattori climatici e attività umane. Tale definizione è fornita dal <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.mase.gov.it/pagina/la-desertificazione">Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica</a>, che richiama l&rsquo;articolo 1 della Convenzione.</p>



<p>In sostanza, un suolo subisce desertificazione quando, in modo duraturo, perde la sua capacità biologica ed economica. Il terreno diventa sempre più carente, incapace di trattenere acqua e nutrienti, fino a non poter più sostenere le coltivazioni. Non è necessario che il clima sia già desertico: <strong>la desertificazione interessa anche le aree temperate</strong>, dove l&rsquo;uso intensivo della terra insieme ai cambiamenti climatici impoveriscono i suoli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Desertificazione e siccità: non sono la stessa cosa</h2>



<p>Desertificazione e siccità sono spesso erroneamente identificate come sinonimi, ma si riferiscono a situazioni distinte. La <strong>siccità è un fenomeno transitorio</strong>: si tratta di un intervallo caratterizzato da precipitazioni notevolmente ridotte, che può estendersi per mesi o anni, al termine del quale il terreno ha la possibilità di riprendersi. Al contrario, la desertificazione costituisce <strong>un deterioramento del suolo prolungato</strong>, frequentemente irreversibile nell&rsquo;arco della vita umana.</p>



<p>Tuttavia, i due fenomeni si rinforzano a vicenda. Come evidenziato dall&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/siccita/scopri-di-piu/scopri-desertificazione">ARPAE Emilia-Romagna</a>, l&rsquo;aridità e le siccità ricorrenti compromettono la copertura vegetale e rendono il suolo vulnerabile all&rsquo;erosione, accelerando così il degrado. Abbiamo descritto come la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/siccita-globale-impatti-ignorati-europa/">siccità stia già interessando l&rsquo;Europa</a> con conseguenze spesso sottovalutate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le cause della desertificazione</h2>



<p>La desertificazione deriva dal combinarsi di due ampie categorie di fattori: quelli climatici e quelli legati all&rsquo;azione umana. L&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.ipcc.ch/srccl/">IPCC</a>, nel suo rapporto speciale su clima e territorio del 2019, ha rilevato che <strong>l&rsquo;intensità della desertificazione è cresciuta in alcune aree aride</strong> negli ultimi decenni, con hotspot che nel 2015 interessavano circa 500 milioni di persone.</p>



<p>L&rsquo;innalzamento delle temperature, l&rsquo;evaporazione elevata e l&rsquo;aumento della frequenza delle siccità sono fattori critici per il clima. Per quanto riguarda l&rsquo;aspetto umano, influiscono le attività che sfruttano il suolo a un ritmo superiore rispetto alla capacità di rigenerazione della natura:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>agricoltura intensiva</strong> e sfruttamento eccessivo dei terreni;</li>
<li><strong>pascolo eccessivo</strong>, che elimina la vegetazione che protegge il suolo;</li>
<li><strong>deforestazione</strong> e perdita di copertura arborea;</li>
<li><strong>cattiva gestione dell&rsquo;acqua</strong>, che porta a salinizzazione dei terreni irrigui;</li>
<li><strong>cementificazione</strong>, che sottrae suolo fertile in modo permanente.</li>
</ul>



<p>La perdita della vegetazione rappresenta frequentemente il primo passaggio: in assenza di radici e materiale organico, <strong>il suolo non riesce a mantenere l&rsquo;acqua</strong>. Conta anche la vita microscopica del terreno, come abbiamo raccontato parlando della <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/biodiversita-suolo-ecosistemi-conservazione-natura/">biodiversità nascosta del suolo</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto suolo perde il mondo ogni anno</h2>



<p>I dati a livello mondiale offrono un&rsquo;indicazione chiara della questione. Come riportato dall&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unccd.int/news-stories/press-releases/least-100-million-hectares-healthy-land-now-lost-each-year">UNCCD</a>, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2019, sono stati persi <strong>almeno 100 milioni di ettari di terra sana all&rsquo;anno</strong>: ciò corrisponde a quattro campi da calcio di suolo fertile degradato ogni secondo.</p>



<p>Inoltre, bisogna considerare la salinizzazione. Nel mese di dicembre 2024, la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://sfcs.fao.org/newsroom/detail/fao-launches-first-major-global-assessment-of-salt-affected-soils-in-50-years/en">FAO</a> ha rilasciato la prima importante analisi globale sui suoli salini dopo cinquant&rsquo;anni: <strong>all&rsquo;incirca 1,4 miliardi di ettari sono attualmente colpiti dalla salinità</strong>, mentre un ulteriore miliardo di ettari è minacciato.</p>



<p>Anche il bilancio economico è gravoso. Secondo le stime più recenti dell&rsquo;UNCCD — più alte delle valutazioni passate perché includono anche salute ed energia, oltre all&rsquo;agricoltura — <strong>la siccità costa all&rsquo;economia globale almeno 300 miliardi di dollari l&rsquo;anno</strong>, e gli eventi siccitosi sono aumentati di quasi un terzo dal 2000. Il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unccd.int/news-stories/press-releases/global-drought-hotspots-report-catalogs-severe-suffering-economic">rapporto UNCCD sui hotspot della siccità</a> illustra come tali effetti si ripercuotano su settori come cibo, energia e salute.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La desertificazione in Italia: un quarto del territorio a rischio</h2>



<p>L&rsquo;Italia non si limita a osservare dall&rsquo;esterno. Dati dell&rsquo;ISPRA, citati dall&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/clima/2022/06/14/ispra-il-28-dellitalia-a-rischio-desertificazione_7afe9494-488b-4713-b7f6-8bd2de84c7d1.html">ANSA</a>, indicano che <strong>oltre il 28% del territorio nazionale è esposto al rischio di desertificazione</strong> (stima ISPRA ripresa dal 2022). Lo stesso istituto calcola che circa <strong>il 17,4% della superficie italiana risulti già degradato</strong>, dato riferito al 2019 e riportato da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.greenreport.it/news/crisi-climatica-e-adattamento/1028-in-italia-avanza-la-desertificazione-ispra-il-17-4-del-suolo-nazionale-e-degradato">Greenreport</a>.</p>



<p>La distribuzione del rischio è chiara e interessa in particolare il Sud Italia. La Sicilia rappresenta l&rsquo;area maggiormente vulnerabile, con una vasta porzione del suo territorio a rischio, seguita da Molise, Puglia e Basilicata. La situazione si aggrava quando la disponibilità di acqua diminuisce: come riportato dall&rsquo;ISPRA in un articolo su <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.rinnovabili.it/clima-e-ambiente/acqua/giornata-mondiale-contro-desertificazione-siccita-2/">Rinnovabili.it</a>, nel 2024 la risorsa idrica nel Paese è scesa del 18%. Gli effetti sono già evidenti sul territorio, come dimostra la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/siccita-sicilia-2024/">siccità che ha interessato la Sicilia</a>, con laghi asciutti e agrumeti distrutti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa si decide al summit ONU sulla desertificazione</h2>



<p>Il summit dell&rsquo;ONU dedicato al tema è rappresentato dalla COP dell&rsquo;UNCCD, che riunisce le 197 Parti della Convenzione. La <strong>COP16 di Riyadh, in Arabia Saudita, si è svolta nel dicembre 2024</strong> e ha portato a risultati contrastanti. Come riporta il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.weforum.org/stories/2024/12/cop16-what-just-happened-combat-global-desertification/">World Economic Forum</a>, sono stati promessi più di 12 miliardi di dollari per la riabilitazione delle terre e per migliorare la resilienza ai fenomeni di siccità. Tuttavia, come sottolinea il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.wri.org/news/statement-desertification-cop-produces-mixed-results-land-and-drought">World Resources Institute</a>, i governi <strong>non sono riusciti a stipulare un accordo vincolante sulla gestione della siccità</strong>, rimandando così la questione più critica.</p>



<p>Il nodo in questione si trova ora all&rsquo;ordine del giorno della <strong>COP17 di Ulaanbaatar, inaugurata il 17 agosto 2026</strong>, con il tema &ldquo;Restoring Land. Restoring Hope&rdquo;. La Mongolia ospitante, secondo la stessa <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unccd.int/cop17">UNCCD</a>, ha già degradato quasi il 77% del proprio territorio: un esempio emblematico. Le discussioni mireranno a stabilire un regime globale per affrontare la siccità e a incentivare investimenti per il recupero dei suoli.</p>



<p>&ldquo;La terra è la nostra infrastruttura più vitale: sostiene sicurezza alimentare, acqua, mezzi di sostentamento e stabilità. Quando la terra cede, l&rsquo;insicurezza cresce&rdquo;, ha dichiarato <strong>Yasmine Fouad, Segretaria esecutiva dell&rsquo;UNCCD</strong>, nella presentazione ufficiale della <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unccd.int/cop17">COP17</a>. &ldquo;La conferenza deve produrre soluzioni pratiche e finanziabili&rdquo;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché la partita del suolo si gioca proprio adesso</h2>



<p>Il suolo rappresenta una risorsa che si sviluppa nel corso di secoli, ma può essere compromessa in pochi anni. Secondo le informazioni fornite dall&rsquo;UNCCD e dalla FAO, il degrado avanza più rapidamente rispetto al recupero, e l&rsquo;Italia mediterranea è particolarmente colpita. Il summit di Ulaanbaatar non sarà l&rsquo;unico a determinare il futuro della terra, ma segna dove si concentrano le risorse finanziarie e la volontà politica: <strong>ripristinare i suoli è più vantaggioso che perderli</strong>. Per coloro che risiedono in zone vulnerabili, dalla Sicilia all&rsquo;Africa subsahariana, la distinzione tra un terreno ben curato e uno trascurato rappresenta la differenza tra rimanere e allontanarsi. La <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/rapporto-cambiamenti-climatici-siccita/">relazione tra clima che cambia e siccità</a> evidenzia che il tempo per agire sta rapidamente esaurendosi.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>CBAM: cos’è e come funziona la tassa europea sul carbonio alle frontiere</title>
		<link>https://www.green.it/cbam-cose-come-funziona/</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[carbon pricing]]></category>
		<category><![CDATA[CBAM]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46648</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dal 1° gennaio 2026 il CBAM fa pagare la CO₂ dei prodotti importati nell'UE. Cos'è, come funziona e perché riguarda l'Italia: dati, costi e scadenze.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dal 1° gennaio 2026 chi porta nell&rsquo;Unione Europea acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, elettricità o idrogeno paga per la CO₂ emessa nella loro produzione. Lo stabilisce il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Secondo la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://taxation-customs.ec.europa.eu/news/cbam-successfully-entered-force-1-january-2026-2026-01-14_en">Commissione europea</a>, la fase definitiva è partita il 1° gennaio 2026. Chi importa più di 50 tonnellate all&rsquo;anno di queste merci deve compensare le emissioni con appositi certificati. In pratica, <strong>la CO₂ importata ora ha un prezzo</strong>, come già accade per quella prodotta dentro l&rsquo;UE.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos&rsquo;è il CBAM e perché l&rsquo;Europa lo ha introdotto</h2>



<p>Il CBAM applica alle merci importate un costo per il carbonio. Il costo equivale a quello che i produttori europei pagano attraverso l&rsquo;ETS (Emissions Trading System), il mercato europeo dei permessi di emissione. La <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://taxation-customs.ec.europa.eu/carbon-border-adjustment-mechanism_en">Commissione europea</a> dichiara un obiettivo preciso: impedire il carbon leakage, la &ldquo;fuga di carbonio&rdquo;. Succede quando le produzioni più inquinanti migrano verso paesi con regole climatiche più deboli. Questo spostamento azzererebbe i benefici delle politiche europee sul clima.</p>



<p>Wopke Hoekstra, Commissario europeo per il clima, lo ha sintetizzato il 17 dicembre 2025, in una dichiarazione riportata da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.spglobal.com/energy/en/news-research/latest-news/energy-transition/121725-no-cbam-exemption-for-uk-before-definitive-phase-begins-hoekstra">S&amp;P Global</a>: &ldquo;Il senso del meccanismo è evitare la fuga di carbonio. Non chiediamo agli altri niente di più di quanto chiediamo a noi stessi&rdquo;.</p>



<p>Il principio economico è familiare: ciò che inquina resta artificialmente conveniente finché nessuno ne paga il costo climatico. Lo abbiamo raccontato spiegando <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/biglietti-aerei-costano-meno-treni/">perché i biglietti aerei costano meno di quelli dei treni</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come funziona: certificati, soglie e scadenze</h2>



<p>Il meccanismo funziona in tre passaggi:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li><strong>Registrazione</strong>: le imprese sopra le 50 tonnellate annue di merci coperte chiedono lo status di &ldquo;dichiarante CBAM autorizzato&rdquo;. Secondo il portale <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://trade.ec.europa.eu/access-to-markets/en/news/start-definitive-period-cbam-eu">Access2Markets</a> della Commissione, la scadenza per la domanda era il 31 marzo 2026.</li>
<li><strong>Dichiarazione</strong>: ogni anno le imprese dichiarano le emissioni incorporate nelle merci importate.</li>
<li><strong>Certificati</strong>: acquistano e riconsegnano un numero corrispondente di certificati CBAM. Il prezzo segue le aste dell&rsquo;ETS.</li>
</ol>



<p>Le prime scadenze operative arrivano dallo stesso <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://trade.ec.europa.eu/access-to-markets/en/news/start-definitive-period-cbam-eu">portale della Commissione</a>: la vendita dei certificati parte il 1° febbraio 2027. La prima riconsegna copre le importazioni del 2026 e scade il 30 settembre 2027.</p>



<p>La <strong>soglia di esenzione delle 50 tonnellate annue</strong> nasce dal pacchetto di semplificazione del 2025. Secondo il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://europa.eu/newsroom/ecpc-failover/pdf/ip-25-3088_en.pdf">comunicato della Commissione europea</a>, esonera circa il 90% degli importatori, soprattutto piccole e medie imprese. La copertura però resta: circa il 99% delle emissioni incorporate nelle importazioni dei settori interessati.</p>



<p>In parallelo, i produttori europei perdono gradualmente i permessi gratuiti dell&rsquo;ETS. Secondo l&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://icapcarbonaction.com/en/news/eu-cbam-enters-compliance-phase-and-outlines-path-ahead">International Carbon Action Partnership</a> (ICAP), l&rsquo;assegnazione gratuita nei settori CBAM cala dal 2026 e si azzera nel 2034. Per l&rsquo;industria europea, <strong>niente più permessi gratuiti entro il 2034</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quanto costa la CO₂ importata nel 2026</h2>



<p>Il prezzo dei certificati CBAM segue quello dei permessi ETS. Nell&rsquo;estate 2026 il riferimento è concreto. Secondo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://gmk.center/en/news/european-carbon-prices-exceeded-e80-t-at-the-start-of-august/amp/">GMK Center</a> — testata specializzata del settore siderurgico, quindi fonte di settore e non istituzionale — <strong>il prezzo ETS ha superato 80 euro</strong> per tonnellata di CO₂ a inizio agosto 2026. Il picco è del 22 luglio: 86,6 euro. L&rsquo;ordine di grandezza trova riscontro nel <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://sandbag.be/carbon-price-viewer/">Carbon Price Viewer</a> dell&rsquo;organizzazione indipendente Sandbag.</p>



<p>Facciamo un esempio, a puro titolo illustrativo e non come media di settore. Una tonnellata di acciaio arriva da un paese senza prezzo del carbonio, con 2 t CO₂ di emissioni incorporate. Il costo aggiuntivo supererebbe i 160 euro.</p>



<p>Il costo effettivo dipende da due sconti. Primo: la quota di permessi ancora gratuiti per i produttori europei riduce in proporzione i certificati dovuti. Secondo: l&rsquo;eventuale prezzo del carbonio già pagato nel paese di origine si sottrae dal conto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché l&rsquo;Italia è il paese più esposto</h2>



<p>Per l&rsquo;Italia il CBAM non è un tema astratto. Uno studio della società di consulenza iSustainability, ripreso da <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://transportonline.com/news/sostenibilita/cbam-italia-acciaio-tassa-carbonio-ue/">Transportonline</a> nel 2026, indica che <strong>l&rsquo;Italia è il paese più esposto</strong> agli effetti economici del meccanismo. Nel 2024 il nostro paese ha importato 6,23 milioni di tonnellate di prodotti piani in acciaio da paesi extra-UE. È il 28,7% del totale europeo, il valore più alto tra gli Stati membri. Lo stesso studio stima in <strong>circa 3.000 le imprese italiane coinvolte</strong>. Per i grandi importatori l&rsquo;impatto può arrivare a diversi milioni di euro l&rsquo;anno. Attenzione: il dato è una stima di una società privata, non un numero ufficiale. Va letto come ordine di grandezza.</p>



<p>Le filiere più toccate sono acciaio e alluminio. Stanno a monte di moltissimi prodotti quotidiani, dall&rsquo;auto alla lavatrice. Quanto di questi costi arriverà sui prezzi finali? Nessuno lo sa ancora con precisione. Dipenderà dai margini delle filiere, dai contratti di fornitura e dalla disponibilità di acciaio a minori emissioni. Chi vuole capire dove si annida la CO₂ dei propri acquisti può partire dalla nostra guida all&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/impronta-footprint/">impronta di carbonio</a> e dal calcolo di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/quanto-inquina-la-tua-spesa/">quanto inquina la spesa di ogni settimana</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il prezzo del carbonio si sta diffondendo nel mondo</h2>



<p>Il CBAM produce già un effetto indiretto: spinge altri paesi a darsi un prezzo del carbonio. Il motivo è semplice: trattenere in casa i ricavi che altrimenti finirebbero a Bruxelles. Il rapporto State and Trends of Carbon Pricing 2026 della <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/099051826185087983">Banca Mondiale</a>, uscito a maggio 2026, fotografa la tendenza. Nel mondo esistono 87 strumenti di carbon pricing, tra tasse sul carbonio e mercati di permessi. Insieme <strong>coprono il 29% delle emissioni globali</strong> di gas serra. I <strong>ricavi superano 107 miliardi di dollari</strong>. Il prezzo medio è quasi raddoppiato: circa 21 dollari per tonnellata.</p>



<p>Il divario resta ampio. I ricavi si concentrano nei paesi ad alto reddito. E 21 dollari medi globali contro gli oltre 80 euro europei raccontano un prezzo del carbonio ancora disomogeneo. È esattamente il divario che il CBAM prova a colmare alla frontiera.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché il 2026 è l&rsquo;anno in cui la CO₂ ha davvero un prezzo</h2>



<p>Per vent&rsquo;anni il prezzo del carbonio è rimasto un affare interno europeo. Dal 1° gennaio 2026 vale anche alla frontiera. La reazione a catena è già visibile nei numeri della Banca Mondiale: più strumenti, più ricavi, più paesi coinvolti. Per le imprese italiane la partita è immediata: scadenze, certificati, filiere da ripensare. Per chi legge, il segnale è più semplice. <strong>Il costo climatico entra nei prezzi</strong> delle cose. Capire dove e come è il primo passo per scelte di consumo informate.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/cbam-cose-come-funziona/">CBAM: cos&#8217;è e come funziona la tassa europea sul carbonio alle frontiere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
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		<title>Crisi climatica e impatti estremi: cosa ci raccontano davvero i dati del 2026</title>
		<link>https://www.green.it/crisi-climatica-2026-impatti-estremi-oceani-ghiacciai/</link>
		
		
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 20:44:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46642</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ondate di calore, mari a temperature record, ghiacciai che si sgretolano e incendi devastanti: il 2026 conferma l'accelerazione della crisi climatica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/crisi-climatica-2026-impatti-estremi-oceani-ghiacciai/">Crisi climatica e impatti estremi: cosa ci raccontano davvero i dati del 2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2026 sta scrivendo un nuovo capitolo, e non è un capitolo consolante. Oceani che continuano a rompere record, un&rsquo;Europa occidentale che ha vissuto il giugno più caldo mai misurato, ghiacciai alpini che non si limitano più a ritirarsi ma si sgretolano, incendi che divorano centinaia di migliaia di ettari nel Mediterraneo. Non è più una collezione di anomalie: è la fotografia coerente di un sistema climatico sotto pressione.</p>
<p>Dietro a ogni numero c&rsquo;è un impatto concreto su persone, ecosistemi e infrastrutture. E dietro alle immagini che rimbalzano sui media c&rsquo;è una <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/eventi-meteorologici-estremi/">scienza dell&rsquo;attribuzione</a> ormai matura, capace di quantificare con precisione quanto pesi la mano dell&rsquo;uomo in ciascun evento estremo.</p>
<h2>Oceani che non si raffreddano più</h2>
<p>Il dato più impressionante del 2026 arriva dal mare. Il record non è un evento isolato, ma il culmine di sei mesi di calore oceanico eccezionale e sostenuto, che riflette la combinazione dell&rsquo;influenza a lungo termine del riscaldamento antropogenico con l&rsquo;emergere di un evento El Niño nel Pacifico tropicale.</p>
<p>Secondo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://marine.copernicus.eu/bulletin/june-2026-global-ocean-temperatures-reach-new-record">Copernicus</a>, globalmente la prima metà del 2026 è stata la seconda più calda mai registrata, con una temperatura media della superficie del mare di circa 20,94°C, di poco inferiore al record del 2024. Ma il dato che dovrebbe far riflettere è un altro: entro la fine di giugno, circa l&lsquo;82% dell&rsquo;oceano globale ha vissuto condizioni di ondata di calore marina di varia intensità, la seconda estensione più ampia mai osservata dopo il 2024.</p>
<p><strong>Le ondate di calore marine ora coprono oltre quattro quinti dell&rsquo;oceano mondiale</strong>, un dato che pochi anni fa sarebbe stato considerato impossibile. Gli hotspot più persistenti si sono concentrati nel Pacifico tropicale e subtropicale, nel Nord Atlantico centrale e nel Mediterraneo occidentale. Le <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/temperature-oceani-mari/">temperature di oceani e mari</a> continuano a spingere verso l&rsquo;alto tutto il sistema climatico.</p>
<h2>L&rsquo;Europa occidentale nell&rsquo;estate più calda di sempre</h2>
<p>Sulla terraferma, l&rsquo;Europa ha vissuto un mese di giugno da manuale del cambiamento climatico. <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-record-heatwave-brings-hottest-june-western-europe-during-second-warmest-june-globally">Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato per l&rsquo;Europa occidentale</a> e il secondo più caldo a livello globale, con temperature quasi da record trainate dalle più alte temperature superficiali marine mai osservate per il mese.</p>
<p>La siccità ha fatto il resto. L&rsquo;Europa ha assistito a una diffusa aridità che, insieme al caldo estremo, ha alimentato l&rsquo;attività degli incendi, in particolare nella Penisola Iberica e nel sud della Francia, aumentando il rischio di siccità in parti dell&rsquo;Europa orientale.</p>
<p>Un dato messo in prospettiva storica da John Kennedy, responsabile dell&rsquo;informazione climatica del WMO: nei 50 anni trascorsi dall&rsquo;ondata di calore storica del 1976, l&rsquo;Europa nel suo complesso si è riscaldata di circa due gradi, ed è il continente che si riscalda più velocemente.</p>
<h2>Il costo umano: migliaia di morti evitabili</h2>
<p>Qui la scienza dell&rsquo;attribuzione fa il salto di qualità. Non parliamo più solo di gradi, ma di vite. Uno studio della London School of Hygiene &amp; Tropical Medicine e dell&rsquo;Imperial College ha stimato che <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.lshtm.ac.uk/newsevents/news/2025/climate-change-driven-summer-heat-caused-16500-additional-deaths-across-europe">nell&rsquo;estate 2025 il cambiamento climatico ha causato circa 16.500 decessi aggiuntivi</a> in 854 città europee, e che il riscaldamento antropogenico è stato responsabile di circa il 68% dei 24.400 decessi legati al caldo stimati per quella stagione.</p>
<p>Il dettaglio nazionale è impietoso: il cambiamento climatico ha contribuito a 4.597 morti da caldo in Italia, 2.841 in Spagna, 1.477 in Germania, 1.444 in Francia e 1.147 nel Regno Unito. <strong>L&rsquo;Italia è di gran lunga il Paese europeo più colpito in valore assoluto</strong>, per una combinazione di età media della popolazione e vulnerabilità geografica. Un trend già evidenziato dai dati sulle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/morti-caldo-estremo-2022/">morti per caldo estremo</a> degli anni precedenti.</p>
<p>Il quadro pluriennale, pubblicato su Nature Medicine, è ancora più grave: i ricercatori dell&rsquo;ISGlobal di Barcellona, analizzando i registri di mortalità di 32 Paesi europei, hanno stimato che oltre 181.000 persone sono morte per complicazioni legate al caldo nei mesi estivi tra il 2022 e il 2024.</p>
<h2>Ghiacciai che si sgretolano, non solo si ritirano</h2>
<p>Sulle Alpi qualcosa è cambiato nel linguaggio degli scienziati. Non si parla più solo di ritiro, ma di <strong>collasso strutturale dei ghiacciai alpini</strong>. In Austria il quadro è drammatico: 94 dei 96 ghiacciai monitorati stanno subendo una disintegrazione strutturale senza precedenti mentre il cambiamento climatico intensifica la perdita di ghiaccio nelle Alpi.</p>
<p>Con la scomparsa del ghiaccio, i pendii scoscesi si destabilizzano, scatenando cadute di massi, alluvioni improvvise e frane che minacciano villaggi remoti e sentieri, mentre strade, dighe e impianti di risalita affrontano pericoli crescenti e l&rsquo;acqua a valle per idroelettrico e agricoltura si riduce.</p>
<p>La proiezione dell&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://ethz.ch/en/news-and-events/eth-news/news/2025/12/the-alps-to-lose-record-number-of-glaciers-in-the-next-decade.html">ETH di Zurigo</a> è di quelle che non lasciano scampo: se le politiche climatiche attuali porteranno il mondo verso un aumento di 2,7°C, resterebbero solo circa 110 ghiacciai in Europa centrale entro il 2100, appena il 3% del totale odierno; a +4°C il numero crollerebbe a circa 20. Un esito coerente con gli scenari che vedono i <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/arrettramento-ghiacciai-alpini/">ghiacciai alpini scomparire entro la fine del secolo</a>.</p>
<p>L&rsquo;estate 2026 sta accelerando il processo. Lo zero termico, normalmente compreso tra 3.500 e 4.000 metri d&rsquo;estate, è rimasto tra 5.500 e 5.800 metri per diversi giorni di luglio, circa 1.400 metri più in alto del normale, esponendo anche le vette alpine più elevate a temperature sopra lo zero e indebolendo il permafrost che tiene insieme la roccia di montagna.</p>
<h2>Un Mediterraneo che brucia più forte</h2>
<p>Se il ghiaccio si sgretola, la macchia mediterranea brucia. E lo fa in modo sempre più esplosivo. Al 4 agosto 2026 gli incendi in Europa avevano ucciso almeno 17 civili, sei vigili del fuoco e due membri di equipaggi di elicotteri, e costretto circa 330.000 persone ad abbandonare le case solo in Spagna e Francia.</p>
<p>Un recente studio pubblicato su Scientific Reports mostra un cambiamento qualitativo del fenomeno: l&rsquo;Europa si è spostata verso eventi meno numerosi ma più intensi e di dimensioni maggiori; nel Mediterraneo occidentale un piccolo numero di incendi è responsabile della maggior parte dell&rsquo;area totale bruciata, e questa concentrazione sta aumentando nel tempo.</p>
<p><strong>Il ruolo del cambiamento climatico è quantificato con precisione crescente.</strong> Secondo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.aljazeera.com/amp/news/2025/9/4/climate-change-driving-conditions-for-iberian-wildfires-study">World Weather Attribution</a>, le condizioni calde e secche che alimentano gli incendi in Portogallo e Spagna, così come in altre parti d&rsquo;Europa, sono 40 volte più probabili a causa del cambiamento climatico. Il 2025 ha stabilito un triste primato: Spagna e Portogallo hanno rappresentato due terzi del milione di ettari devastati dagli incendi in Europa quell&rsquo;anno, la stagione peggiore da quando il sistema europeo Copernicus ha iniziato a registrare nel 2006.</p>
<h2>La biodiversità che perdiamo senza accorgercene</h2>
<p>Dietro la spettacolarizzazione degli eventi estremi c&rsquo;è un impatto più silenzioso ma altrettanto profondo. Le popolazioni di insetti in Europa stanno scomparendo quattro volte più velocemente rispetto alla media globale.</p>
<p>La crisi climatica opera in due direzioni. Da un lato favorisce l&rsquo;ingresso di specie aliene: il calabrone asiatico, per esempio, si è diffuso rapidamente in gran parte d&rsquo;Europa, predando in maniera intensa le api mellifere uccidendone fino a 50 al giorno e minando ulteriormente popolazioni di impollinatori già fragili. Dall&rsquo;altro riorganizza le comunità di insetti autoctoni: gli aspetti chiave del cambiamento faunistico includono il declino dell&rsquo;abbondanza degli insetti adattati ai climi freschi, l&rsquo;espansione di quelli adattati a climi caldi, secchi o occasionalmente caldo-umidi, la diffusione verso nord degli insetti mediterranei e la promozione delle specie invasive.</p>
<h2>Cosa possiamo ancora scegliere</h2>
<p>La tentazione, davanti a numeri così duri, è la paralisi. Ma i dati stessi indicano una verità più utile: <strong>ogni decimo di grado di riscaldamento evitato fa una differenza misurabile</strong>. Lo studio dell&rsquo;ETH di Zurigo lo dimostra sui ghiacciai; gli studi di attribuzione lo dimostrano sui decessi da caldo; le proiezioni sugli incendi mostrano che spostare lo scenario da +2°C a +1,5°C significa scenari completamente diversi per il sud Europa.</p>
<p>La vera domanda non è più se il cambiamento climatico stia arrivando, ma <strong>quale intensità di crisi siamo disposti a considerare accettabile per i prossimi decenni</strong>. Le decisioni che si stanno prendendo oggi sui combustibili fossili, sull&rsquo;adattamento delle città, sulla protezione delle popolazioni fragili e sulla gestione del territorio determineranno se il 2026 sarà ricordato come un anno duro o come un anno relativamente mite del <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/i-cambiamenti-climatici-e-meteorologici/">secolo a venire</a>. È una scelta politica, non un destino meteorologico.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
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		<title>Reporting di sostenibilità nel 2026: tra semplificazione europea e ritirata americana</title>
		<link>https://www.green.it/sostenibilita-aziendale-reporting-2026-esrs-sbti/</link>
		
		
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 20:32:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46632</guid>

					<description><![CDATA[<p>ESRS light, Omnibus UE, nuovo standard SBTi e stop alle regole SEC: come si trasforma il reporting di sostenibilità delle imprese nel 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/sostenibilita-aziendale-reporting-2026-esrs-sbti/">Reporting di sostenibilità nel 2026: tra semplificazione europea e ritirata americana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2026 sarà ricordato come l&rsquo;anno in cui la rendicontazione di sostenibilità ha cambiato pelle. In pochi mesi, tra Bruxelles, Washington e Londra, sono cambiate le regole del gioco per migliaia di imprese chiamate a misurare e comunicare il proprio impatto ambientale e sociale. E non sempre nella stessa direzione.</p>
<p>Da un lato l&rsquo;Unione europea ha scelto la strada della semplificazione, riducendo drasticamente il numero di aziende obbligate a rendicontare e alleggerendo gli standard tecnici. Dall&rsquo;altro gli Stati Uniti stanno smontando l&rsquo;impianto federale di trasparenza climatica costruito negli ultimi anni. Nel mezzo, nuovi strumenti come lo standard net-zero rivisto della Science Based Targets initiative provano a spostare il baricentro dalle promesse ai risultati misurabili.</p>
<h2>L&rsquo;Europa riscrive gli ESRS: meno dati, più sostanza</h2>
<p>Il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://finance.ec.europa.eu/news/commission-adopts-revised-sustainability-reporting-standards-2026-07-03_en">adottato la versione rivista degli European Sustainability Reporting Standards</a> (ESRS), gli standard che regolano la rendicontazione di sostenibilità delle imprese nell&rsquo;ambito della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD). Gli ESRS forniscono a investitori e altri stakeholder le informazioni necessarie per comprendere i rischi legati alla sostenibilità a cui le aziende sono esposte, così come il loro impatto su persone e ambiente.</p>
<p>La revisione è stata guidata da un obiettivo esplicito: ridurre il carico burocratico senza svuotare la sostanza delle informazioni. Il risultato numerico è impressionante. Gli ESRS rivisti sono più chiari e sintetici, con una riduzione dei datapoint obbligatori superiore al 60% e del numero totale di datapoint superiore al 70%. Cambiamenti che dovrebbero abbattere i costi di reporting di oltre il 30% per azienda.</p>
<p><strong>Un taglio di questa portata era impensabile solo due anni fa</strong>, quando la CSRD veniva presentata come la spina dorsale dell&rsquo;economia sostenibile europea. La svolta arriva dopo mesi di pressioni da parte del mondo industriale e dei governi nazionali, preoccupati per la competitività continentale.</p>
<h2>Omnibus I: chi resta dentro e chi esce dal perimetro</h2>
<p>La cornice politica di questa rivoluzione è il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.whitecase.com/insight-alert/simplified-not-abandoned-eu-corporate-sustainability-after-omnibus-i-package">pacchetto Omnibus I</a>. Il quadro europeo di sostenibilità aziendale è stato ricalibrato: il 24 febbraio 2026 l&rsquo;UE ha formalmente adottato il pacchetto Omnibus I, un&rsquo;iniziativa di semplificazione ad ampio raggio che modifica due direttive fondamentali della regolamentazione europea sulla sostenibilità.</p>
<p>Il cambiamento più significativo riguarda la platea delle imprese coinvolte. La CSRD viene ristretta alle sole aziende con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Una soglia molto più alta rispetto al testo originario, che escluderà migliaia di medie imprese europee dal perimetro obbligatorio.</p>
<p>Anche la direttiva sulla due diligence (CSDDD) è stata ridimensionata. La sua portata viene ristretta alle aziende con più di 5.000 dipendenti e oltre 1,5 miliardi di euro di fatturato netto annuo, mentre il termine per la trasposizione nelle leggi nazionali slitta al 26 luglio 2028 e le imprese dovranno conformarsi alle nuove misure entro luglio 2029.</p>
<p><strong>Non tutti gli obblighi però scompaiono per le PMI della catena del valore.</strong> Gli ESRS rivisti riflettono le modifiche dell&rsquo;Omnibus I, che hanno introdotto un tetto per la catena del valore: le aziende soggette alla CSRD non possono chiedere alle imprese della loro filiera con 1.000 dipendenti o meno più informazioni di quelle richieste dallo standard di rendicontazione volontario. Tuttavia questa esenzione non copre le metriche ESRS E1-8 sulle emissioni di gas serra Scope 1, 2 e 3.</p>
<h2>Il paradosso americano: la SEC smantella le regole climatiche</h2>
<p>Mentre l&rsquo;Europa semplifica ma mantiene l&rsquo;impianto, gli Stati Uniti scelgono una strada radicalmente diversa. Il 29 maggio 2026 la Securities and Exchange Commission ha <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://foleyhoag.com/news-and-insights/blogs/energy-and-climate-counsel/2026/may/sec-proposes-full-rescission-of-climate-related-disclosure-rules/">proposto la totale abrogazione delle regole sulla disclosure climatica</a> adottate nel marzo 2024, in una svolta decisiva che segna un cambio di passo nella regolamentazione ESG federale con implicazioni strategiche significative per società quotate, investitori e consulenti legali.</p>
<p>La proposta è arrivata dopo mesi di segnali chiari. Poco dopo l&rsquo;insediamento, il presidente Trump ha revocato l&rsquo;ordine esecutivo che imponeva alle agenzie federali di valutare i rischi climatici per l&rsquo;economia statunitense. Una mossa che, insieme al ritiro dagli accordi di Parigi, si allinea a un&rsquo;agenda deregolatoria che dichiara di voler ridurre gli oneri amministrativi per le imprese americane.</p>
<p>Il vuoto federale sta però generando una risposta a mosaico da parte degli Stati. La Corte d&rsquo;appello del Nono Circuito ha recentemente congelato la legge californiana SB 261, che avrebbe imposto alle aziende con oltre 500 milioni di dollari di ricavi annui operanti in California di rendicontare i rischi finanziari legati al clima a partire da gennaio 2026. Con lo stesso provvedimento la corte ha però respinto la richiesta di sospendere la SB 253, la norma correlata che impone alle aziende con oltre 1 miliardo di dollari di fatturato annuo di iniziare a comunicare le proprie emissioni di gas serra a giugno 2026.</p>
<p><strong>Le aziende multinazionali si trovano così a navigare un puzzle normativo frammentato</strong>, con regole diverse a seconda del Paese, dello Stato federato e persino del settore di appartenenza.</p>
<h2>Lo standard SBTi 2.0: dalla promessa alla verifica</h2>
<p>Sul fronte volontario, la novità più rilevante arriva dalla Science Based Targets initiative. L&lsquo;11 giugno 2026 la SBTi ha rilasciato la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://sciencebasedtargets.org/corporate-net-zero-standard-v2">Corporate Net-Zero Standard Version 2.0</a>, l&rsquo;attesissimo aggiornamento del suo standard di riferimento per valutare, certificare e monitorare gli impegni di decarbonizzazione delle aziende.</p>
<p>La filosofia dello standard cambia in modo profondo. Il nuovo standard di punta della SBTi segna la prossima fase della transizione net-zero, spostandosi dall&rsquo;ambizione all&rsquo;implementazione reale. In pratica: non basta più annunciare un obiettivo al 2050, bisogna dimostrare progressi verificabili anno dopo anno.</p>
<p>I numeri raccontano una crescita imponente della platea coinvolta. Oltre 10.000 aziende dispongono oggi di target validati dalla SBTi a gennaio 2026, con circa 13.000 realtà se si includono anche gli impegni, per una rappresentanza superiore al 40% della capitalizzazione di mercato globale. Il 2025 è stato una fase di crescita cruciale: il numero di aziende con target validati science-based è aumentato del 40% anno su anno, mentre le imprese che hanno adottato obiettivi sia di breve termine sia di net-zero sono salite del 61%.</p>
<p><strong>La geografia della decarbonizzazione volontaria si sta spostando verso oriente</strong>, con l&rsquo;Asia che traina la nuova ondata di adozioni. Un fatto che ribalta la narrazione tradizionale del leadership climatica esclusivamente occidentale.</p>
<h2>Greenwashing e greenhushing: le due facce della stessa medaglia</h2>
<p>La semplificazione normativa arriva mentre la questione della credibilità delle dichiarazioni aziendali resta tutt&rsquo;altro che risolta. Il 58% dei dirigenti globali ammette che le loro aziende hanno <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/aziende-rischio-greenwashing/">sovrastimato gli sforzi di sostenibilità</a> e praticato greenwashing, con una percentuale che sale al 72% per le aziende nordamericane.</p>
<p>Allo stesso tempo si affaccia un fenomeno opposto ma altrettanto problematico. L&rsquo;aumento della vigilanza normativa, unito all&rsquo;incertezza sull&rsquo;applicazione, ha creato il rischio di conseguenze indesiderate come il greenhushing: un fenomeno in cui le aziende trattengono o comunicano meno di quanto potrebbero i propri sforzi genuini di sostenibilità.</p>
<p>Il Regno Unito e l&rsquo;Australia hanno iniziato a inasprire i controlli sulle comunicazioni pubblicitarie, sull&rsquo;onda di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/greenwashing-tesco/">casi come quello delle bustine del tè di Tesco</a>. La Empowering Consumers Directive europea si applicherà da settembre 2026 e introdurrà cambiamenti significativi nella pubblicità ambientale, tra cui il divieto di dichiarazioni ambientali vaghe non supportate da prove, il divieto di usare etichette di sostenibilità non affidabili e il divieto di false dichiarazioni sulla sostenibilità di un prodotto finanziario.</p>
<h2>Cosa aspettarsi dai prossimi mesi</h2>
<p>La vera partita si giocherà nella capacità delle aziende di trasformare la semplificazione in occasione, non in scusa. Gli ESRS light non riducono la responsabilità sostanziale: cambiano il modo in cui questa viene comunicata. Chi userà il minor carico burocratico per investire in dati di qualità e trasformazione reale avrà un vantaggio competitivo. Chi lo userà come pretesto per abbassare l&rsquo;asticella si troverà scoperto davanti a investitori, clienti e regolatori sempre più attenti.</p>
<p>La direzione di marcia globale, al netto delle oscillazioni politiche, resta segnata dai flussi di capitale e dalle catene di fornitura. Le grandi imprese europee continueranno a chiedere dati climatici anche ai fornitori formalmente esentati, e le multinazionali americane esportatrici verso l&rsquo;UE dovranno comunque adeguarsi. La sostenibilità aziendale, semplicemente, cambia lingua ma non muore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/sostenibilita-aziendale-reporting-2026-esrs-sbti/">Reporting di sostenibilità nel 2026: tra semplificazione europea e ritirata americana</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Inquinamento urbano e capelli: come proteggere la chioma dallo smog</title>
		<link>https://www.green.it/inquinamento-urbano-e-capelli-come-proteggere-la-chioma-dallo-smog/</link>
		
		
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 19:05:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Benessere green]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento atmosferico]]></category>
		<category><![CDATA[qualità dell'aria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46628</guid>

					<description><![CDATA[<p>Vivere in città significa convivere ogni giorno con una serie di fattori che non riguardano solo la pelle, ma anche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/inquinamento-urbano-e-capelli-come-proteggere-la-chioma-dallo-smog/">Inquinamento urbano e capelli: come proteggere la chioma dallo smog</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere in città significa convivere ogni giorno con una serie di fattori che non riguardano solo la pelle, ma anche i capelli. Smog, polveri sottili, residui atmosferici, sudore, styling e continui sbalzi tra ambienti esterni e interni possono depositarsi sul cuoio capelluto e sulle lunghezze, rendendo la chioma più opaca, pesante e meno facile da gestire. <strong>Non è solo una questione estetica</strong>: quando i capelli sembrano spenti e perdono leggerezza, spesso la routine, soprattutto nello step della detersione, non sta rispondendo davvero alle esigenze del contesto in cui viviamo.</p>
<p>Per questo la protezione dei capelli dall’inquinamento urbano parte da un gesto molto semplice, ma decisivo: <strong>lavare bene, senza impoverire</strong>. Una detersione troppo frequente può lasciare una sensazione di pulito immediata, ma rendere le lunghezze più secche e la cute meno confortevole. Al contrario, una detersione troppo blanda può non rimuovere in modo adeguato residui e impurità. Trovare il giusto equilibrio è il primo passo per restituire alla chioma una sensazione di freschezza, morbidezza e luminosità.</p>
<h2>Perché lo smog rende i capelli più spenti</h2>
<p>Le particelle presenti nell’aria cittadina possono aderire alla superficie del capello, soprattutto quando la fibra capillare è già porosa, sensibilizzata o disidratata.<strong> Il risultato visibile è una chioma che appare meno brillante, più ruvida al tatto e talvolta più difficile da pettinare</strong>. Anche il cuoio capelluto può risentire di questa esposizione quotidiana: non perché l’inquinamento “blocchi” automaticamente la luminosità dei capelli, ma perché l’accumulo di impurità può alterare la sensazione di pulito e comfort.</p>
<p>Chi vive in città spesso <strong>nota un bisogno di lavaggi più frequenti</strong>, soprattutto nei periodi caldi o nelle giornate passate tra mezzi pubblici, traffico e ambienti climatizzati. In questi casi è importante non cadere nell’errore di lavare di più con prodotti casuali, ma scegliere formule capaci di detergere con delicatezza e rispettare la fibra capillare.</p>
<h2>La detersione professionale come base della routine</h2>
<p>In una routine pensata per il contesto urbano, <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://it.davines.com/collections/shampoo"><u><strong>acquistare uno shampoo professionale di alta qualità</strong></u></a> può fare la differenza perché permette di partire da una formula pensata non solo per “detergere”, ma per accompagnare la chioma in modo più mirato. Uno shampoo professionale può aiutare a <strong>rimuovere residui, impurità e tracce di styling senza lasciare i capelli privati di morbidezza</strong>, soprattutto se scelto in base alla tipologia di cute e lunghezze.</p>
<p>Una cute che tende a sporcarsi facilmente avrà bisogno di leggerezza e freschezza. Una chioma secca o colorata richiederà invece più attenzione alla morbidezza e alla protezione della fibra capillare. Se i capelli sono fini, il rischio è appesantirli; se sono spessi o crespi, il rischio opposto è lasciarli troppo asciutti. La qualità dello shampoo si misura anche da questo: dalla capacità di inserirsi in una routine coerente, non da una promessa generica valida per tutti.</p>
<h2>Come proteggere le lunghezze nella vita quotidiana</h2>
<p>Dopo la detersione, le lunghezze hanno bisogno di uno step idratante. <strong>Balsamo, maschera o trattamento leave-in aiutano a migliorare la pettinabilità, ridurre la sensazione di ruvidità e rendere la superficie del capello più ordinata</strong>. In città questo aspetto è particolarmente importante, perché i capelli vengono spesso esposti anche a phon, piastra, elastici, casco, cappelli e continui sfregamenti con abiti e sciarpe.</p>
<p>La protezione dallo smog non significa mantenere la fibra capillare in equilibrio. Un capello più morbido, idratato e ben disciplinato tende ad apparire più luminoso e meno “sporco” a fine giornata. Anche un olio leggero o un trattamento lucidante, applicato con moderazione sulle punte, può aiutare a dare un aspetto più curato senza appesantire.</p>
<h3>La routine ideale per chi vive in città</h3>
<p>Una buona routine urbana può essere semplice: detersione accurata, trattamento nutriente e idratante sulle lunghezze, asciugatura delicata e protezione prima dello styling. <strong>Il punto è non aspettare che i capelli diventino opachi o ingestibili, ma costruire una routine preventiva e trattante da mantenere con costanza</strong>. Nei giorni in cui la chioma è esposta a traffico, umidità e styling, può essere utile lavarla con prodotti delicati ma efficaci; nei giorni più tranquilli si può ridurre la frequenza o concentrarsi su trattamenti nutrienti.</p>
<p>Anche le abitudini contano. <strong>Spazzolare delicatamente i capelli prima del lavaggio aiuta a sciogliere residui e nodi</strong>. Risciacquare con attenzione aiuta a evitare che restino tracce di prodotto. Non usare temperature eccessive durante l’asciugatura contribuisce a mantenere la fibra più morbida. Sono gesti semplici, ma insieme rendono la chioma più pronta ad affrontare l’ambiente urbano.</p>
<h3>Una chioma luminosa parte da una routine consapevole</h3>
<p>Proteggere i capelli dallo smog non vuol dire aggiungere passaggi complicati, ma scegliere meglio quelli essenziali. La città mette la chioma alla prova ogni giorno, ma una detersione mirata e trattamenti adatti possono aiutare a mantenere capelli più leggeri, morbidi e visibilmente luminosi. <strong>La differenza sta nella continuità</strong>: una routine ben costruita permette di rispondere all’inquinamento urbano senza stressare la cute e senza sovraccaricare le lunghezze.</p>
<p>Il risultato è una chioma che appare più pulita, disciplinata e piacevole da toccare e facile da pettinare. In un contesto in cui i capelli assorbono ogni giorno segni dell’ambiente, prendersi il tempo di scegliere prodotti professionali e abitudini corrette diventa una piccola coccola essenziale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/inquinamento-urbano-e-capelli-come-proteggere-la-chioma-dallo-smog/">Inquinamento urbano e capelli: come proteggere la chioma dallo smog</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
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		<title>Crisi umanitarie e disastri naturali: il sistema degli aiuti sta collassando proprio quando serve di più</title>
		<link>https://www.green.it/crisi-umanitaria-disastri-naturali-2026/</link>
		
		
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 17:55:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46624</guid>

					<description><![CDATA[<p>Terremoto in Venezuela, tagli agli aiuti, clima estremo: perché il 2026 segna un punto di svolta per la risposta umanitaria globale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il terremoto che ha devastato il Venezuela il 24 giugno 2026 non è soltanto una tragedia sudamericana: è il simbolo di un anno in cui i disastri naturali stanno esplodendo mentre il sistema internazionale degli aiuti si sta ritirando. Mai come oggi la distanza tra i bisogni delle popolazioni colpite e la capacità del mondo di rispondere è apparsa così ampia.</p>
<p>Dai due sismi gemelli nei Caraibi meridionali alle inondazioni in Asia, dai record di caldo europei alle carestie in Sudan e Gaza, il 2025 e il primo semestre del 2026 hanno riscritto il vocabolario dell&rsquo;emergenza. E lo hanno fatto nel momento peggiore, con budget umanitari in caduta libera.</p>
<h2>Venezuela, un disastro annunciato dalla scienza</h2>
<p>Alle 18:05 (ora locale) del 24 giugno 2026, due scosse di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno colpito il Venezuela settentrionale a distanza di 39 secondi l&rsquo;una dall&rsquo;altra. Gli epicentri sono stati localizzati nel comune di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Venezuela_earthquakes">Veroes, a ovest di San Felipe</a>, capitale dello Yaracuy, e i due terremoti hanno causato danni diffusi in tutto il paese, in particolare nella capitale Caracas e soprattutto nello stato di La Guaira, dove sarebbe crollato l&lsquo;80% degli edifici.</p>
<p>Al 1° luglio, il bilancio ufficiale parlava di circa 2.295 morti e oltre 11.200 feriti, ma la stessa United States Geological Survey aveva subito emesso un&rsquo;allerta rossa PAGER, il livello massimo. <strong>Il sistema stimava una probabilità del 43% che le vittime del sisma principale superassero le 10.000 unità</strong>, un dato che le prime settimane di conta sembrano purtroppo confermare al ribasso soltanto grazie al calendario: il 24 giugno è festa nazionale in Venezuela, in commemorazione della battaglia di Carabobo del 1821, e molte persone erano a casa invece che al lavoro quando la terra ha tremato.</p>
<p>La devastazione fotografata dallo spazio racconta l&rsquo;entità del colpo: ricercatori della NASA hanno stimato che circa 58.870 edifici siano stati danneggiati o distrutti dai terremoti gemelli, sulla base dei dati radar del satellite Sentinel-1 dell&rsquo;Agenzia Spaziale Europea. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha quantificato i <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/qual-costo-dei-disastri-naturali/">danni diretti intorno ai 6,7 miliardi di dollari</a>, circa il 6% del PIL venezuelano.</p>
<h2>Quando la geopolitica rallenta i soccorsi</h2>
<p>A rendere il Venezuela un caso di scuola non è però soltanto la potenza sismica. È il contesto politico ed economico in cui è arrivata la scossa. <strong>Il paese affrontava già una crisi economica e istituzionale profonda</strong>, con servizi pubblici deboli, e questo ha reso ogni fase della risposta più complicata del previsto.</p>
<p>Le prime ore sono state segnate anche da un vuoto informativo che le agenzie internazionali hanno faticato a colmare: i primi rapporti sulle vittime sono rimasti scarsi, in particolare nelle aree più remote, e si ritiene che ciò sia dovuto a comunicazioni interrotte o a un possibile blackout mediatico in Venezuela. L&rsquo;opposizione ha accusato il governo di limitare deliberatamente le notizie sulla portata reale del disastro.</p>
<p>Sul terreno, tuttavia, si è vista una mobilitazione internazionale importante: le autorità venezuelane hanno dichiarato di aver ricevuto sostegno da 24 paesi, che hanno inviato oltre 500 tonnellate di rifornimenti, 2.700 soccorritori e circa 86 squadre con cani da ricerca. <strong>La finestra critica delle 72 ore, però, è passata senza raggiungere migliaia di dispersi</strong>, e con essa buona parte delle speranze.</p>
<h2>Il 2025 come anno spartiacque per il clima</h2>
<p>Il Venezuela si è aggiunto a un quadro globale già drammatico. Secondo un&rsquo;analisi di Mongabay basata sull&rsquo;International Disaster Database, nel 2025 <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://news.mongabay.com/short-article/2026/01/more-than-87m-people-impacted-by-climate-related-disasters-in-2025/">più di 200 disastri legati al clima</a> hanno colpito oltre 87,8 milioni di persone in tutto il mondo, con almeno 8.000 vittime accertate — cifra probabilmente sottostimata.</p>
<p>Il broker assicurativo Gallagher Re ha contato 55 disastri meteorologici da oltre un miliardo di dollari nel 2025, mentre un rapporto di Christian Aid stima che i <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/quanto-costano-cambiamenti-climatici/">danni assicurati</a> abbiano superato i 120 miliardi di dollari. Il singolo evento più letale è stato europeo: un&rsquo;ondata di caldo estivo che in Europa ha ucciso oltre 24.000 persone, sesta più mortale nella storia dell&rsquo;umanità.</p>
<p>A questo si sommano i grandi cicloni asiatici, come il Ciclone Tropicale Senyar, tempesta più letale del 2025, che ha ucciso 1.482 persone tra Indonesia, Thailandia e Myanmar, e l&rsquo;Uragano Melissa, che a fine ottobre ha investito i Caraibi con venti sostenuti fino a 295 km/h. <strong>Gli scienziati di World Weather Attribution hanno stabilito che il riscaldamento causato dai combustibili fossili ha reso Melissa più intenso e più probabile.</strong></p>
<h2>Sfollati climatici, la nuova geografia del disastro</h2>
<p>La fotografia più impressionante viene però dagli sfollamenti. Il rapporto UNHCR <em>No Escape II</em> mostra che i disastri legati al meteo hanno causato più di <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unhcr.org/us/news/press-releases/unhcr-report-reveals-extreme-weather-driving-repeated-displacement-among">250 milioni di sfollamenti interni</a> nell&rsquo;ultimo decennio, con un aumento del 10% rispetto alla media decennale al 2023. Significa circa 70.000 persone al giorno costrette a lasciare casa per un evento estremo.</p>
<p>Questi flussi si sovrappongono a una crisi degli sfollati già senza precedenti: a metà 2025, 117 milioni di persone risultavano sfollate a causa di guerre, violenze e persecuzioni, e tre su quattro vivono in paesi ad alta o altissima esposizione a rischi climatici. <strong>Il numero di stati con esposizione estrema al clima passerà da 3 a 65 entro il 2040</strong>, secondo le proiezioni dell&rsquo;agenzia ONU per i rifugiati.</p>
<p>È una convergenza che pochi anni fa sarebbe stata considerata scenario di fantascienza climatica. Oggi è la routine operativa delle organizzazioni umanitarie, come mostrano gli studi sul legame tra <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/cambiamenti-climatici-e-migrazioni/">migrazioni e cambiamenti climatici</a>.</p>
<h2>Il paradosso del 2026: più bisogni, meno risorse</h2>
<p>Ed è qui che il quadro diventa politicamente esplosivo. L&rsquo;Onu ha lanciato per il 2026 un <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.unocha.org/news/life-life-un-launches-us33-billion-aid-appeal-urgent-call-global-solidarity">appello da 33 miliardi di dollari</a> per assistere 135 milioni di persone in 50 paesi, con priorità immediata per 87 milioni. <strong>Ma nel 2025 le agenzie umanitarie hanno raccolto appena 12 miliardi, il livello più basso in un decennio</strong>, e hanno raggiunto 25 milioni di persone in meno rispetto al 2024.</p>
<p>Le cause sono note e in gran parte politiche: il governo francese ha annunciato una riduzione dell&rsquo;aiuto pubblico allo sviluppo di oltre 2 miliardi di euro, quasi il 40% del suo finanziamento annuale, mentre in Germania il budget per gli aiuti umanitari d&rsquo;emergenza è stato tagliato del 53%, a circa 1 miliardo di euro per il 2025. A questi si aggiungono tagli statunitensi, svizzeri, svedesi e belgi, in un contesto reso ancora più cupo da un dato che dovrebbe fare notizia da solo: oltre 320 operatori umanitari uccisi nel 2025, la stragrande maggioranza personale locale.</p>
<p>Il capo umanitario ONU Tom Fletcher lo ha detto senza giri di parole: &ldquo;Questo non è un problema di risorse: è un problema di priorità.&rdquo;. Per rendere l&rsquo;idea, ha ricordato che a fronte di 2.700 miliardi di dollari di spesa militare mondiale nel 2024, l&rsquo;appello umanitario chiede poco più dell&lsquo;1% di quella cifra.</p>
<h2>La disinformazione come nuova emergenza</h2>
<p>Un&rsquo;angolazione poco raccontata in Italia riguarda un tipo di crisi che non lascia macerie visibili ma incide direttamente sulla sopravvivenza delle persone. Il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.ifrc.org/document/world-disasters-report-2026">World Disasters Report 2026</a> della Federazione Internazionale della Croce Rossa avverte che l&rsquo;informazione dannosa è ormai una crisi umanitaria de facto, che mina l&rsquo;accesso agli aiuti, erode la fiducia e aumenta i rischi per lo staff, i volontari e le comunità.</p>
<p>Gli esempi citati dal rapporto sono concreti e inquietanti: in Spagna, durante le inondazioni di Valencia, false narrazioni online hanno accusato la Croce Rossa spagnola di dirottare gli aiuti verso i migranti, alimentando attacchi xenofobi contro i volontari. In Sud Sudan si sono diffuse voci sulla presunta distribuzione di cibo avvelenato; in Libano, teorie complottiste su vaccini contro il colera. <strong>Ogni volta, il risultato è stato lo stesso: persone che rifiutano l&rsquo;assistenza e operatori a rischio.</strong></p>
<p>La dimensione digitale delle crisi si intreccia così con quella fisica. Un&rsquo;evoluzione che chiama in causa non solo governi e ONG, ma anche piattaforme tecnologiche e cittadini che, senza volerlo, possono diventare vettori di narrazioni tossiche.</p>
<h2>Cosa possiamo pretendere dai nostri governi</h2>
<p>Davanti a un quadro così denso, la tentazione di sentirsi impotenti è forte. Eppure la lezione che arriva da questo primo semestre 2026 è netta: le crisi umanitarie non sono più eventi separati che colpiscono &ldquo;altrove&rdquo;, ma sistemi interconnessi che riguardano la stabilità globale, i flussi migratori, la sicurezza alimentare e — in ultima analisi — anche l&rsquo;Europa.</p>
<p>Chiedere ai governi europei di rivedere i tagli agli aiuti, sostenere la protezione degli operatori umanitari, finanziare l&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/giustizia-climatica-paga-danni-del-cambiamento-climatico/">adattamento climatico dei paesi più esposti</a> non è filantropia: è politica lungimirante. Il Venezuela del giugno 2026 non è un caso isolato, è un&rsquo;anteprima. E il modo in cui rispondiamo oggi definirà chi sarà lasciato indietro nei prossimi disastri, che non tarderanno ad arrivare.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Rifiuti ed economia circolare: perché l’Europa rischia di mancare i suoi target</title>
		<link>https://www.green.it/economia-circolare-europa-2026-riciclo-rifiuti/</link>
		
		
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 16:35:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riciclo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46596</guid>

					<description><![CDATA[<p>Rifiuti, riciclo e materie prime seconde: l'Europa punta al 24% di circolarità entro il 2030, ma i dati 2026 raccontano una transizione in affanno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/economia-circolare-europa-2026-riciclo-rifiuti/">Rifiuti ed economia circolare: perché l&#8217;Europa rischia di mancare i suoi target</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;immagine ufficiale dell&rsquo;Unione europea è quella di un continente all&rsquo;avanguardia mondiale nella gestione dei rifiuti. La realtà, letta nei numeri più recenti, è molto più ruvida: il tasso di circolarità cresce di pochi decimali all&rsquo;anno, l&rsquo;industria del riciclo perde capacità produttiva e una parte crescente dei rifiuti differenziati finisce lavorata fuori dai confini europei.</p>
<p>Eppure il 2026 è un anno decisivo. Tra il Circular Economy Act atteso nella seconda metà dell&rsquo;anno, la Direttiva sul diritto alla riparazione operativa da fine luglio e i primi impianti industriali per riciclare terre rare e batterie al litio-ferro-fosfato, la partita europea dei rifiuti entra in una fase nuova. In gioco non c&rsquo;è solo l&rsquo;ambiente, ma anche l&rsquo;autonomia strategica del continente sulle materie prime critiche.</p>
<h2>Il divario tra ambizione e realtà: il tasso di circolarità è fermo</h2>
<p>Il parametro che misura quanta parte dei materiali usati in economia proviene da riciclo racconta bene il problema. I <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/circular-material-use-rate-in-europe">materiali secondari</a> hanno rappresentato il 12,2% dell&rsquo;utilizzo totale di materia nel 2024, un aumento di appena 1,5 punti percentuali rispetto al 2010: un progresso talmente lento da rendere l&rsquo;UE, allo stato attuale, non in traiettoria per raddoppiare il tasso di uso circolare dei materiali entro il 2030.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo è <strong>portare il tasso di circolarità dal 12% al 24% entro il 2030</strong>, come confermato nel Clean Industrial Deal. Ma raggiungerlo richiederebbe una crescita annua di oltre 1,7 punti percentuali, più dell&rsquo;intero incremento realizzato tra il 2010 e il 2024, tenendo conto anche delle proiezioni OCSE su una domanda futura di materiali in aumento.</p>
<p>È una differenza enorme fra la retorica dei piani strategici e il ritmo effettivo della trasformazione. L&rsquo;Europa ha costruito <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://sourceregister.eu/en/circular-economy/articles/circular-economy-europe-2026-policy-market-reality">il quadro regolatorio più completo al mondo</a> sull&rsquo;economia circolare, ma continua a mancare i propri obiettivi, e il tasso di circolarità si è mosso appena in un decennio. Un tema che green.it aveva già analizzato ai tempi del <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/circular-economy-package/">Circular Economy Package</a> varato dalla Commissione.</p>
<h2>Plastica: la transizione europea che si è fermata</h2>
<p>Il caso più eclatante riguarda la plastica. Il rapporto 2026 di Plastics Europe fotografa una situazione peggiore di quella percepita: a fronte di una produzione globale di plastica circolare in accelerazione, la crescita annua europea è crollata dal 13,6% del 2022 all&lsquo;1,2% del 2024.</p>
<p>Dietro il rallentamento c&rsquo;è una miscela di prezzi dell&rsquo;energia, concorrenza asiatica e domanda debole. Il 19% della domanda dei trasformatori di plastiche circolari viene soddisfatto tramite importazioni e il 12,4% dei rifiuti raccolti in Europa viene riciclato in altre regioni. <strong>Una quota crescente della nostra spazzatura viene lavorata altrove</strong>, e questo mina sia gli obiettivi climatici sia la sovranità industriale.</p>
<p>Secondo la Commissione europea, dei circa 58 milioni di tonnellate di plastica prodotte nell&rsquo;UE, solo la metà viene raccolta e differenziata e circa il 13% viene effettivamente riciclato in nuova plastica. Il riciclo chimico, spesso presentato come soluzione miracolosa, si sta rivelando un vicolo stretto: di 65 progetti pianificati in Europa per una capacità complessiva di 2,8 milioni di tonnellate all&rsquo;anno, a ottobre 2025 solo 18 impianti erano operativi con appena 290mila tonnellate prodotte, e nove progetti sono stati ufficialmente cancellati, inclusi grandi investimenti di Dow, Neste ed ExxonMobil.</p>
<h2>Il caso Belgio e i modelli che funzionano davvero</h2>
<p>Non tutta l&rsquo;Europa arranca allo stesso modo. Lo schema belga Fost Plus di responsabilità estesa del produttore raggiunge l&lsquo;80% di riciclo complessivo degli imballaggi senza sistema di deposito su cauzione, il tasso più alto dell&rsquo;UE, già oltre il target europeo del 70% al 2030. Anche i Paesi Bassi, nonostante la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.houseofimpact.com/blog/eu-plastics-recycling-crisis-circular-economy-2026">crisi del settore del riciclo</a>, restano sopra il 76%.</p>
<p>La Svezia ha investito sull&rsquo;infrastruttura tecnologica: Site Zero, aperto a novembre 2024, è il più grande impianto al mondo per la selezione delle plastiche, capace di separare 12 tipi diversi al 95% di efficienza usando intelligenza artificiale e sensori a infrarossi. Nel frattempo, otto paesi europei hanno introdotto sistemi di deposito cauzionale negli ultimi quattro anni: Malta, Lettonia, Slovacchia, Romania, Ungheria, Irlanda, Austria e Polonia, mentre Spagna, Italia e Francia dovranno agire in modo obbligatorio secondo il PPWR.</p>
<p><strong>L&rsquo;Italia si trova quindi davanti a un obbligo di sistema</strong>, non a una scelta politica opzionale, sul deposito su cauzione per bottiglie e lattine. Il tema dei divieti europei sugli imballaggi e dei nuovi modelli di riuso è già stato affrontato nella nostra analisi sul <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/economia-circolare-packaging-sostenibile-pfas-riuso/">packaging sostenibile</a>.</p>
<h2>Terre rare e magneti: la nuova frontiera del riciclo europeo</h2>
<p>Se la plastica arretra, sulle materie prime critiche l&rsquo;Europa sta invece muovendo i primi passi industriali. Il 28 aprile 2026 è stato inaugurato a Pforzheim, in Germania, un <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.electrive.com/2026/04/28/hypromag-inaugurates-rare-earth-recycling-plant/">impianto per riciclare e produrre magneti alle terre rare</a> gestito dalla start-up HyProMag: l&rsquo;obiettivo dell&rsquo;UE è coprire il 25% della domanda di materiali strategici tramite riciclo entro il 2030.</p>
<p>L&rsquo;impianto di Pforzheim parte con una capacità di circa 100 tonnellate annue di magneti al neodimio-ferro-boro, con piani per salire a 350 tonnellate e un&rsquo;ulteriore espansione a 750 tonnellate già autorizzata, obiettivo che HyProMag intende raggiungere nei prossimi tre anni. In Francia, il progetto Caremag a Lacq punta ancora più in alto: l&rsquo;impianto, atteso operativo a fine 2026, riciclerà 2.000 tonnellate di magneti alle terre rare e raffinerà 5.000 tonnellate di concentrati minerari all&rsquo;anno, con una produzione prevista di 600 tonnellate di ossidi di disprosio e terbio, pari a circa il 15% della produzione globale.</p>
<p>Secondo l&rsquo;Agenzia internazionale dell&rsquo;energia, il potenziale è enorme: il solo riciclo potrebbe ridurre fino al 35% il fabbisogno di forniture primarie di terre rare entro il 2050, e l&rsquo;Europa è particolarmente ben posizionata perché genererà metà del rottame globale di magneti da eolico e un quarto da veicoli elettrici entro il 2030.</p>
<h2>Batterie LFP: dallo scarto a materiale più performante</h2>
<p>Anche sul fronte delle batterie la ricerca sta cambiando le regole del gioco. Ingegneri della University of California San Diego hanno sviluppato un metodo ecocompatibile per fare upcycling dei catodi delle batterie al litio-ferro-fosfato esauste, trasformandoli in litio-manganese-ferro-fosfato, un materiale che immagazzina più energia dell&rsquo;LFP originale.</p>
<p>È un cambio di paradigma: <strong>non si tratta più di recuperare il litio, ma di produrre un materiale superiore a quello di partenza</strong>. La logica del recupero come pura estrazione lascia spazio a un&rsquo;idea di riciclo che genera valore, non solo lo conserva, in linea con quanto promosso dalla <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/nasce-la-global-battery-alliance-filiera-delle-batterie-elettriche-piu-sostenibile/">Global Battery Alliance</a> per una filiera più sostenibile.</p>
<h2>E-waste e rifiuti globali: il quadro internazionale è preoccupante</h2>
<p>Uscendo dal perimetro europeo, i numeri diventano ancora più severi. Secondo l&rsquo;ONU, nel 2022 sono state prodotte <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://ewastemonitor.info/the-global-e-waste-monitor-2024/">62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici</a>, con un aumento dell&lsquo;82% dal 2010 e una crescita attesa di un altro 32% entro il 2030, mentre solo l&lsquo;1% della domanda di terre rare viene soddisfatto dal riciclo di e-waste. Sul fenomeno dei <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/rifiuti-invisibili-elettronici/">rifiuti invisibili</a> green.it ha dedicato un approfondimento specifico.</p>
<p>Il report prevede una diminuzione del tasso documentato di raccolta e riciclo dal 22,3% del 2022 al 20% al 2030, un dato inquietante che segnala un allargamento del divario fra generazione e trattamento. Sul fronte urbano, i rifiuti solidi urbani globali cresceranno da 2,3 miliardi di tonnellate nel 2023 a 3,8 miliardi entro il 2050, e senza intervento il costo annuo della loro gestione potrebbe quasi raddoppiare, arrivando a 640,3 miliardi di dollari nel 2050.</p>
<h2>Cosa cambierà davvero con il Circular Economy Act</h2>
<p>Il Circular Economy Act atteso in autunno 2026 dovrebbe finalmente creare quello che manca: un mercato unico europeo delle materie prime seconde. La proposta legislativa dovrebbe armonizzare i sistemi nazionali di responsabilità estesa del produttore, stabilire criteri UE per la fine dello stato di rifiuto e riformare la direttiva WEEE sui rifiuti elettronici.</p>
<p>È un pacchetto tecnico che avrà però conseguenze concrete sui consumatori. Dal 31 luglio 2026 si applica anche la Direttiva Riparazione, che impone ai produttori di riparare i beni entro tempi e costi ragionevoli, favorendo cicli di vita più lunghi dei prodotti. <strong>Il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/diritto-alla-riparazione-nuova-vita-agli-oggetti-rotti/">diritto a far riparare</a> uno smartphone o un elettrodomestico diventa una leva industriale</strong>, non solo una battaglia dei consumatori.</p>
<p>Da novembre 2026, inoltre, saranno vietate le esportazioni di rifiuti plastici verso paesi non OCSE, misura pensata per ridurre l&rsquo;esternalizzazione dei danni ambientali verso il Sud globale.</p>
<h2>Un decennio decisivo per capire se la circolarità è davvero possibile</h2>
<p>Il paradosso europeo è tutto qui: mai come oggi il quadro normativo è stato così ambizioso, e mai come oggi il settore industriale del riciclo è sembrato così fragile. La transizione non fallirà per mancanza di regole, ma potrebbe fallire per un difetto di visione economica: recuperare materiali costa più che estrarli, e senza segnali di prezzo, dazi intelligenti e domanda pubblica di materia riciclata l&rsquo;infrastruttura del riciclo non regge.</p>
<p>La scommessa dei prossimi quattro anni è convincere non solo i governi, ma anche investitori privati e cittadini, che i rifiuti non sono un problema di fine ciclo ma la nuova miniera del continente. Se l&rsquo;Europa saprà rendere il riciclo economicamente vantaggioso quanto l&rsquo;estrazione, il 24% al 2030 tornerà a essere un obiettivo credibile. Altrimenti resterà, ancora una volta, un buon proposito su carta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/economia-circolare-europa-2026-riciclo-rifiuti/">Rifiuti ed economia circolare: perché l&#8217;Europa rischia di mancare i suoi target</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator></item>
		<item>
		<title>Auto elettriche nel 2026: dove sta andando davvero la mobilità sostenibile</title>
		<link>https://www.green.it/auto-elettriche-2026-mobilita-sostenibile-dati-globali/</link>
		
		
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 08:06:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Auto elettriche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vendite record, dazi UE-Cina, batterie e infrastrutture: cosa dicono i dati IEA e ACEA sulla mobilità elettrica nel 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/auto-elettriche-2026-mobilita-sostenibile-dati-globali/">Auto elettriche nel 2026: dove sta andando davvero la mobilità sostenibile</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La mobilità elettrica non è più una promessa, è una statistica. Quando si parla di auto elettriche nel 2026, quasi una nuova auto su tre venduta al mondo sarà a batteria o ibrida plug-in, ma dietro il titolone si nasconde un panorama molto più frammentato: mercati che accelerano, altri che frenano, tensioni commerciali con Pechino e un dibattito ancora aperto sull’impronta reale del ciclo di vita.</p>
<p>Proviamo a mettere ordine, con i dati più recenti pubblicati da Agenzia internazionale dell’energia, ACEA e International Council on Clean Transportation.</p>
<h2>Il quadro globale: 23 milioni di auto elettriche nel 2026</h2>
<p>Secondo l’ultima edizione del <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.iea.org/reports/global-ev-outlook-2026/trends-in-electric-cars">Global EV Outlook</a>, le vendite globali di auto elettriche dovrebbero raggiungere i 23 milioni nel 2026, <strong>arrivando a coprire quasi il 30% di tutte le auto vendute nel mondo</strong>. Un salto rispetto al 2025, quando il mercato ha superato per la prima volta i 20 milioni di unità con una crescita del 20% e una quota di vendita globale del 25%.</p>
<p>Eppure il primo trimestre 2026 racconta una storia meno lineare. Le vendite globali del primo trimestre, circa 3,9 milioni, sono state dell‘8% inferiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, principalmente a causa del calo di Cina e Stati Uniti dopo importanti cambiamenti di policy. <strong>Il rallentamento nasconde però un’accelerazione fortissima altrove</strong>: in Europa le vendite sono cresciute di quasi il 30% su base annua, nell’Asia-Pacifico esclusa la Cina sono aumentate dell‘80% e in America Latina del 75%.</p>
<h2>L’Europa diventa il motore della transizione</h2>
<p>È un ribaltamento che merita attenzione. <strong>L’Europa nel suo insieme ha superato la Cina come mercato principale in più rapida crescita per le auto elettriche</strong>, un dato che nessuno avrebbe scommesso solo dodici mesi fa. I numeri ACEA confermano: tra gennaio e aprile 2026 le <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://electriccarsreport.com/2026/05/eu-ev-market-share-hits-19-7-in-2026-as-petrol-car-sales-continue-decline/">auto puramente elettriche hanno rappresentato il 19,7%</a> delle nuove immatricolazioni nell’UE, in netto rialzo dal 15,3% dello stesso periodo dell’anno prima, per un totale di 746.899 unità.</p>
<p>A giugno il salto è stato ancora più netto: 275.060 nuove BEV immatricolate in un solo mese (BEV sta per <em>Battery Electric Vehicle</em> e indica i veicoli 100% elettrici), con una quota del 27,4% nell’UE, il che significa che ben più di un’auto nuova su quattro sulle strade europee era completamente elettrica. <strong>L’Italia, curiosamente, è tra i motori nascosti di questa crescita: rimane il mercato europeo in più rapida crescita</strong>, con vendite di BEV praticamente raddoppiate e un tasso di crescita del 97,9%.</p>
<h3>Norvegia, Danimarca, Irlanda: la geografia dei leader</h3>
<p>Alcuni Paesi hanno superato la soglia oltre la quale l’elettrico non è più “alternativa” ma norma. La Norvegia ha raggiunto una quota di mercato del 96,5%, la Danimarca del 79,1%, l’Irlanda oltre la metà del proprio mercato al 51,2%, la Finlandia al 48,9% e i Paesi Bassi al 43,5%. Sono dati che raccontano quanto le politiche fiscali e la disponibilità di infrastrutture facciano la differenza più di qualsiasi campagna pubblicitaria.</p>
<h2>Il caso americano: quando la politica frena il mercato</h2>
<p>Sul versante opposto, gli Stati Uniti mostrano cosa succede quando gli incentivi vengono meno di colpo. La legislazione ha reso più caro comprare e possedere EV (<em>Electric Vehicle</em>) eliminando i crediti d’imposta dopo settembre 2025 e proponendo una tassa annuale di 250 dollari per compensare le entrate perse sulla benzina; le nuove vendite di EV negli USA nell’ultimo trimestre 2025 sono state del 45% inferiori rispetto allo stesso periodo del 2024.</p>
<p>L’IEA è netta: in assenza del credito d’imposta, non ci si aspetta praticamente alcun sostegno pubblico all’acquisto di auto elettriche nel 2026. <strong>Anche il Canada ha subito un contraccolpo evidente</strong>: la quota di vendite elettriche è scesa da quasi il 17% del 2024 all‘11% nel 2025, in parte per la fine di un programma di rimborsi.</p>
<h2>La partita geopolitica: dazi, prezzi minimi e fabbriche cinesi in Europa</h2>
<p>Il vero terreno di scontro del 2026 è però commerciale. La Cina resta il principale hub manifatturiero, producendo quasi tre quarti dei circa 22 milioni di auto elettriche fabbricate globalmente nel 2025, con esportazioni raddoppiate a oltre 2,5 milioni di veicoli. Il fenomeno delle <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/automobili-elettriche-cinesi/">automobili elettriche cinesi</a> non è certo una novità, ma le proporzioni raggiunte impongono ora una risposta strutturata da parte di Bruxelles.</p>
<p>Bruxelles ha reagito prima con i dazi, poi con una strategia più negoziale. Il 29 ottobre 2024 la Commissione ha concluso l’indagine antisussidi sulle importazioni di BEV dalla Cina imponendo dazi compensativi definitivi tra il 7,8% e il 35,3%. A gennaio 2026 la svolta: la <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://policy.trade.ec.europa.eu/news/commission-issues-guidance-document-submission-price-undertaking-offers-battery-electric-vehicles-2026-01-12_en">Commissione europea ha emesso un documento di orientamento</a> che fornisce agli esportatori cinesi indicazioni sulla presentazione di offerte di prezzo, che includono il prezzo minimo di importazione, i canali di vendita, la compensazione incrociata e futuri investimenti nell’UE.</p>
<p>Il primo caso concreto è arrivato subito: nel febbraio 2026 la Commissione ha approvato, per la prima volta, la richiesta del marchio Cupra di Volkswagen di esentare il SUV coupé Tavascan, prodotto in Cina, dai dazi in cambio di un prezzo minimo e di un modello a quote annuali. <strong>Non tutti gli economisti applaudono la nuova linea</strong>: il Centre for Economic Policy Research avverte che “un prezzo minimo mantiene i prezzi al consumo artificialmente alti, trasferendo di fatto reddito dai consumatori europei ai produttori cinesi” ed eliminerebbe 2 miliardi di euro annui di entrate tariffarie.</p>
<p>Nel frattempo il fronte si sposta sugli ibridi plug-in. I marchi cinesi hanno raddoppiato la loro quota di mercato nell’UE nell’ultimo anno, in parte quadruplicando le esportazioni di ibridi plug-in che aggirano i dazi, e l’Unione starebbe preparando nuove misure anche su questo segmento.</p>
<h2>Perché la Cina resta imbattibile sui costi</h2>
<p>Dietro l’espansione cinese c’è una struttura industriale difficile da replicare in tempi brevi. Da anni <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/cina-punta-sulle-auto-elettriche/">la Cina punta sulle auto elettriche</a> con una politica industriale coordinata, e i risultati oggi sono evidenti: le celle delle batterie costano circa il 30% in meno da produrre in Cina rispetto all’Europa, e secondo l’IEA una piccola EV costa quasi 10.000 dollari in meno da fabbricare in Cina rispetto alla Germania. <strong>Questa asimmetria di costi cambia radicalmente lo scenario competitivo europeo</strong>, e spiega perché anche gruppi come Stellantis abbiano scelto la via delle joint venture (Leapmotor) invece dello scontro frontale.</p>
<p>La Cina resta dominante anche nelle filiere: oltre l‘80% della produzione mondiale di celle di batteria nel 2025 e quote ancora superiori sui materiali chiave.</p>
<h2>Il nodo emissioni: quanto sono davvero pulite?</h2>
<p>Sulla <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/sostenibilita-della-mobilita-elettrica/">sostenibilità ambientale reale</a> il dibattito resta acceso. Uno studio pubblicato su rivista peer-reviewed indica che le batterie agli ioni di litio più che raddoppiano le emissioni di produzione rispetto ai veicoli tradizionali, con stime cradle-to-gate della produzione di batterie EV che variano tra 73 e 213 kg CO₂-eq per kWh di capacità, a seconda della chimica del catodo e dell’intensità di carbonio della rete elettrica dei Paesi produttori.</p>
<p>Eppure il bilancio complessivo pende chiaramente a favore dell’elettrico. Come sintetizza l’<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://theicct.org/wp-content/uploads/2021/06/EV-life-cycle-GHG_ICCT-Briefing_09022018_vF.pdf">ICCT</a>, le emissioni più elevate del veicolo elettrico nella fase di produzione vengono ripagate dopo poco, e nella maggior parte degli studi il break-even si colloca tra i 20.000 e i 30.000 chilometri percorsi. <strong>La rete elettrica europea che si decarbonizza è il vero moltiplicatore</strong>: ogni EV in circolazione diventa progressivamente più pulita col tempo, cosa che un motore a combustione non può fare.</p>
<h2>Infrastrutture e rete elettrica: la prossima sfida</h2>
<p>Il salto di scala pone problemi nuovi. Alla fine del primo trimestre 2026 in Europa erano installati circa 1,17 milioni di punti di ricarica pubblici, in aumento dai circa 989.000 di Q1 2025, con un +15% per la ricarica AC e un +31% per la DC. L’Italia figura ai primi posti per crescita dei caricatori rapidi, anche se restano forti dubbi su un’eventuale <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/mancanza-di-colonnine-di-ricarica/">mancanza di colonnine di ricarica</a> capace di frenare la diffusione dei veicoli a batteria.</p>
<p>Sul fronte della rete, l’IEA calcola che a politiche invariate la domanda elettrica dei veicoli elettrici potrebbe superare i 1.500 TWh entro il 2035, sei volte i livelli del 2025, aumentando la domanda elettrica globale del 2035 di appena il 4%. Un impatto significativo ma gestibile, a condizione di investire in ricarica intelligente e vehicle-to-grid.</p>
<h2>Cosa aspettarsi dai prossimi mesi</h2>
<p>La direzione è tracciata ma la velocità dipenderà da tre variabili. La prima è politica: gli incentivi europei restano fondamentali per la fascia media del mercato, quella che deciderà se <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/auto-elettrica-2026-costi-futuro-mobilita-sostenibile/">l’elettrico sarà davvero “per tutti”</a>. La seconda è geopolitica: dai negoziati UE-Cina sui prezzi minimi dipenderà quanto rapidamente arriveranno modelli piccoli e accessibili nei concessionari europei. La terza è industriale: senza una filiera continentale competitiva delle batterie, l’Europa rischia di sostituire la dipendenza dal petrolio con una dipendenza dal litio cinese.</p>
<p>La transizione, insomma, è irreversibile nei numeri. Resta da capire chi la governerà.</p>
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			<dc:creator>info@greengeneration.it (Sabrina Aquilani)</dc:creator><enclosure length="292394" type="application/pdf" url="https://theicct.org/wp-content/uploads/2021/06/EV-life-cycle-GHG_ICCT-Briefing_09022018_vF.pdf"/><itunes:explicit>no</itunes:explicit><itunes:subtitle>Vendite record, dazi UE-Cina, batterie e infrastrutture: cosa dicono i dati IEA e ACEA sulla mobilità elettrica nel 2026. L'articolo Auto elettriche nel 2026: dove sta andando davvero la mobilità sostenibile sembra essere il primo su Green.it.</itunes:subtitle><itunes:author>Sabrina Aquilani</itunes:author><itunes:summary>Vendite record, dazi UE-Cina, batterie e infrastrutture: cosa dicono i dati IEA e ACEA sulla mobilità elettrica nel 2026. L'articolo Auto elettriche nel 2026: dove sta andando davvero la mobilità sostenibile sembra essere il primo su Green.it.</itunes:summary><itunes:keywords>greengeneration,sostenibilità,energia,ecologia,tecnologia,alimentazione,salute</itunes:keywords></item>
		<item>
		<title>Crisi climatica e impatti ambientali estremi: la nuova normalità dell’estate 2026</title>
		<link>https://www.green.it/crisi-climatica-impatti-ambientali-estremi-2026/</link>
		
		
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 22:28:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impatto climatico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.green.it/?p=46605</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ondate di caldo record, oceani bollenti, ghiacciai instabili e biodiversità in crisi: cosa dicono i dati globali sulla crisi climatica nell'estate 2026.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/crisi-climatica-impatti-ambientali-estremi-2026/">Crisi climatica e impatti ambientali estremi: la nuova normalità dell&#8217;estate 2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;estate 2026 sta riscrivendo, uno dopo l&rsquo;altro, i libri di storia del clima europeo e globale. Non è più questione di singole anomalie: è la trama di fondo di un sistema climatico che accumula calore in modo sempre più visibile, con conseguenze che si riverberano sulla salute pubblica, sugli ecosistemi e sulle infrastrutture di intere regioni.</p>
<p>Dai record termici di giugno nelle capitali europee al crollo silenzioso di ghiacciai alpini, passando per gli oceani che restano caldi anche di notte, il quadro tracciato da Copernicus, WMO e World Weather Attribution disegna un&rsquo;accelerazione che va ben oltre le proiezioni di dieci anni fa.</p>
<h2>Un giugno che ha polverizzato i record europei</h2>
<p>Secondo il <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-record-heatwave-brings-hottest-june-western-europe-during-second-warmest-june-globally">servizio Copernicus per il cambiamento climatico</a>, giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato per l&rsquo;Europa occidentale e il secondo più caldo a livello globale, con temperature vicine ai record spinte dalle più alte temperature superficiali del mare mai osservate per il mese.</p>
<p>I numeri raccontano una svolta netta. L&rsquo;Europa occidentale ha vissuto il suo giugno più caldo di sempre, con una temperatura media di 20,74°C, ben 3,06°C sopra la media 1991-2020, superando il precedente primato stabilito solo nel giugno 2025. A livello di stazioni, l&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://wmo.int/media/news/record-breaking-heat-spreads-through-europe">Organizzazione Meteorologica Mondiale</a> ha censito una raffica di primati nazionali: la Germania ha battuto record termici per tre giorni consecutivi, con la località di Coschen che ha toccato i 41,7°C il 28 giugno, e un totale di 252 stazioni meteorologiche hanno registrato il record assoluto di temperatura, il numero più alto di sempre.</p>
<p>Anche Regno Unito, Austria, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca hanno visto cadere primati storici. Il Regno Unito ha battuto il record di temperatura per giugno tre giorni di fila, con 37,3°C rilevati nel sud dell&rsquo;Inghilterra il 25 giugno, e per la prima volta nella storia del sistema di allerta attuale il Met Office ha emesso allerte rosse per calore estremo per tre giorni consecutivi.</p>
<p><strong>Un&rsquo;ondata di caldo che sarebbe stata quasi impossibile nel clima di cinquant&rsquo;anni fa</strong> è il messaggio scientifico più netto emerso dall&rsquo;<a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/eventi-meteorologici-estremi/">analisi di attribuzione</a>.</p>
<h2>L&rsquo;attribuzione: senza combustibili fossili, non sarebbe successo</h2>
<p>Il gruppo <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.worldweatherattribution.org/fossil-fuel-emissions-have-rapidly-worsened-european-heatwaves-in-just-a-few-decades/">World Weather Attribution</a> ha pubblicato il 26 giugno un rapporto tecnico durissimo. Per la regione studiata l&rsquo;ondata di caldo è stata la più severa mai registrata: nel 1976 le temperature del 2026 sarebbero state praticamente impossibili in giugno e altamente improbabili in qualunque momento dell&rsquo;anno, mentre nel 2003 un caldo diurno simile sarebbe stato circa 10 volte meno probabile di oggi e le temperature notturne oltre cento volte meno probabili.</p>
<p>La spiegazione è nel meccanismo di fondo. Gli stessi schemi atmosferici che in passato producevano ondate di calore moderate oggi si sviluppano in un clima molto più caldo, spingendo le temperature ben oltre i valori che avrebbero raggiunto un tempo: lo studio stima che l&rsquo;ondata di caldo del giugno 2026 sarebbe stata circa 3,5°C più fresca di giorno se si fosse verificata sotto il clima pre-industriale.</p>
<p>Cambia anche il profilo del rischio: le temperature massime giornaliere si stanno riscaldando circa al triplo del ritmo del riscaldamento globale e quelle notturne a circa il doppio. È il motivo per cui le notti tropicali, un tempo eccezionali, stanno diventando la norma da Berlino a Roma.</p>
<h2>Oceani bollenti: la nuova frontiera della crisi</h2>
<p>Se la terraferma ha fatto notizia, il vero campanello d&rsquo;allarme arriva dal mare. Le temperature superficiali del mare hanno raggiunto un record globale di 21,0°C, rendendo giugno 2026 il giugno più caldo mai osservato, e a fine mese circa l&lsquo;82% dell&rsquo;oceano globale sperimentava condizioni di ondata di calore marina di varia intensità, la seconda estensione più ampia mai osservata dopo il 2024.</p>
<p>Il Mediterraneo è uno degli epicentri. Le ondate di calore marine hanno interessato quasi l&rsquo;intero bacino (98%), con circa l&lsquo;80% del Mediterraneo che ha vissuto condizioni forti, severe o estreme tra gennaio e giugno, la seconda maggiore estensione di eventi &ldquo;forti o superiori&rdquo; mai registrata dopo il 2025 (88%) e il 2024 (95%). Non è un dettaglio: <strong>il Mediterraneo si scalda circa il 20% più velocemente della media oceanica globale</strong>, come mostra la letteratura scientifica recente.</p>
<p>A rendere ancora più preoccupante il quadro c&rsquo;è l&rsquo;ingresso in scena di El Niño. Il nuovo record di temperatura superficiale del mare era atteso con l&rsquo;inizio delle condizioni di El Niño nel Pacifico equatoriale, annunciate dalla WMO il 2 giugno 2026, e ci si attende che questo record abbia conseguenze sui pattern meteorologici, sul clima globale e sugli <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/deossigenazione-degli-oceani-il-surriscaldamento-soffochera-la-vita-marina/">ecosistemi marini</a>.</p>
<h2>Ecosistemi marini e biodiversità sotto stress</h2>
<p>Gli oceani caldi non sono solo un problema meteorologico. Le recenti <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://marine.copernicus.eu/press/press-releases/persistent-ocean-warmth-and-expanding-marine-heatwaves-mark-first-half-2026">ondate di calore marine nel Mediterraneo</a> hanno causato un grave stress fisiologico alla vita marina, con specie fondamentali come Posidonia oceanica pesantemente colpite lungo migliaia di chilometri di costa.</p>
<p>Le praterie di posidonia non sono un dettaglio ecologico. Coprono circa 19.000 km² lungo le coste europee, sono più produttive delle foreste pluviali tropicali e stoccano carbonio fino a trenta volte più velocemente, oltre a ospitare fino a 40.000 pesci per acro e fornire habitat critico di nursery per il 20% delle più grandi zone di pesca del mondo.</p>
<p><strong>Perdere questi ecosistemi significa perdere pesca, protezione costiera e uno degli alleati più efficaci contro il cambiamento climatico.</strong></p>
<h2>I ghiacciai alpini: crolli non più eccezionali</h2>
<p>La componente criosferica della crisi climatica ha il volto della Marmolada, sempre più assunta come simbolo. Uno studio pubblicato nel 2026 su Geophysical Research Letters ha ricostruito le cause del crollo del 3 luglio 2022 con un modello termo-meccanico tridimensionale. L&rsquo;analisi ha concluso che il collasso è stato causato dall&rsquo;aumento della temperatura interna del ghiaccio e dallo sviluppo di una fitta rete di fratture che hanno ridotto la resistenza al taglio, con l&rsquo;acqua di fusione che ha probabilmente contribuito aumentando la pressione basale.</p>
<p>È il meccanismo che ora spaventa i glaciologi. I <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/arrettramento-ghiacciai-alpini/">ghiacciai di alta quota</a> come la Marmolada sono spesso ripidi e dipendono da temperature sotto zero per restare stabili, ma il cambiamento climatico produce sempre più acqua di fusione che rilascia calore quando si ricongela, o addirittura solleva il ghiacciaio dalla roccia sottostante causando un improvviso collasso instabile.</p>
<p>Gli eventi come quello della Marmolada, un tempo considerati anomalie, rischiano di diventare <strong>una firma ricorrente del riscaldamento alpino</strong> nei prossimi decenni.</p>
<h2>Insetti in declino, specie aliene in avanzata</h2>
<p>La crisi climatica sta riscrivendo anche la geografia della biodiversità terrestre. La ricerca europea più recente descrive una trasformazione della fauna insetticola in atto ormai da mezzo secolo. Gli aspetti chiave del cambiamento faunistico includono il declino dell&rsquo;abbondanza degli insetti adattati ai climi freschi, l&rsquo;espansione di quelli che prosperano in condizioni calde, secche o talvolta calde-umide, la migrazione verso nord degli insetti mediterranei e la promozione delle specie invasive.</p>
<p>L&rsquo;impatto è misurabile. Un&rsquo;analisi recente che ha valutato l&rsquo;impatto delle specie invasive su diversi ordini di insetti ha rilevato che tali specie riducono l&rsquo;abbondanza degli insetti del 31% e la ricchezza specifica del 26%. A questo si somma un declino di fondo già impressionante: l&rsquo;estinzione degli insetti sta avvenendo a un ritmo otto volte più veloce di quello di mammiferi, uccelli o rettili, e in Europa il monitoraggio a lungo termine nelle riserve naturali ha rivelato un calo del 75% della biomassa degli insetti volanti.</p>
<p>Meno impollinatori nativi, più specie aliene, cicli fenologici sfasati: è un cocktail che minaccia agricoltura e servizi ecosistemici insieme.</p>
<h2>Salute pubblica: l&rsquo;Europa che si scopre fragile</h2>
<p>Il bilancio umano è l&rsquo;aspetto più drammatico. Le precedenti ondate di caldo del 2025 erano state associate a 16.500 decessi in eccesso, mentre secondo stime preliminari le ondate del 2026 sarebbero collegate a 20.390 morti in eccesso, con un intervallo di confidenza tra 17.201 e 25.141.</p>
<p>Migliaia di decessi sono stati collegati all&rsquo;ondata di caldo, principalmente in Francia, Spagna e Belgio, e più di due terzi degli europei, ovvero 410 milioni di persone, hanno subito temperature superiori a 35°C durante l&rsquo;ondata di giugno secondo un&rsquo;analisi dell&rsquo;agenzia AFP.</p>
<p>A rendere l&rsquo;Europa particolarmente vulnerabile c&rsquo;è anche una geografia della fragilità. L&rsquo;Europa registra già più <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/cambiamenti-climatici-le-conseguenze-sulla-salute/">decessi da ondate di calore</a> che da alluvioni, tempeste, incendi e tutti gli altri rischi meteorologici messi insieme, e una popolazione che invecchia, l&rsquo;aumento delle malattie croniche e l&rsquo;accesso disuguale al raffrescamento stanno lasciando milioni di persone più esposte a periodi di caldo estremo.</p>
<h2>Cosa aspettarsi nei prossimi mesi</h2>
<p>Lo scenario a breve termine non lascia spazio a scenari rassicuranti. Le condizioni attuali potrebbero indicare l&rsquo;inizio di una nuova fase, portando ancora una volta in territorio inesplorato, e con le temperature oceaniche a questi livelli e El Niño all&rsquo;orizzonte è probabile vedere altri record cadere nei prossimi mesi, ha avvertito Carlo Buontempo, direttore del C3S all&rsquo;ECMWF.</p>
<p>Il segnale politico più chiaro è arrivato da Antonio Guterres. Il Segretario generale dell&rsquo;ONU ha ricordato, nel suo intervento alla London Climate Week del 23 giugno, che abbiamo appena vissuto gli undici anni più caldi mai registrati.</p>
<p>La domanda ora non è più se la crisi climatica sia in corso, ma quanto rapidamente le società europee sapranno adattarsi mentre lavorano — o dovrebbero lavorare — a un&rsquo;uscita accelerata dai combustibili fossili. <strong>Ogni frazione di grado in più costa vite, ecosistemi e miliardi in <a aria-label='Link' rel='noopener' href="https://www.green.it/eventi-meteorologici-estremi-in-europa/">infrastrutture</a></strong>, e i dati dell&rsquo;estate 2026 lo mostrano con una chiarezza che rende difficile continuare a rimandare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.green.it/crisi-climatica-impatti-ambientali-estremi-2026/">Crisi climatica e impatti ambientali estremi: la nuova normalità dell&#8217;estate 2026</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.green.it">Green.it</a>.</p>
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