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	<title>Hope</title>
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	<description>ovvero &#34;questa è pornografia, ma non puoi masturbarti su di essa&#34;</description>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2015 10:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ed eccoci qui, quante volte siam tornati in questa baia illuminata del sol sole di luna? Quante, quante volte ci siamo ritrovati qui a contemplare il vento morente sulla brina appena posatasi sulle piante che han appena appeso il cartello “Sorry, We Are Closed”? Quante, quante innumerevoli volte abbiam speso pochi spiccioli per l’attrazione della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ed eccoci qui, quante volte siam tornati in questa baia illuminata del sol sole di luna? Quante, quante volte ci siamo ritrovati qui a contemplare il vento morente sulla brina appena posatasi sulle piante che han appena appeso il cartello “Sorry, We Are Closed”? Quante, quante innumerevoli volte abbiam speso pochi spiccioli per l’attrazione della grande ipocrisia, della magnifica illusione? Quante, e quante altre volte ancora? Su questo, sinceramente, avrei un po’ da ridire, in verità.</p>
<p>Questo è un discorso abbastanza ostico, arduo, è un campo minato di empatia pura, incandescenti esplosioni di parole non dette che porrebbero risultare in avvenimenti mal coordinati e sentimenti mal corrisposti, non siamo poi così preda di una arrendevolezza così straordinariamente pura da poterci permettere di fermare i nostri animi, e non combattere più; siamo ovviamente propensi ad aprire una succursale di odio misto ad amore, siamo cani un po’ come Vera Nabokov.</p>
<p>Dicevo: è un discorso abbastanza ostico, e io non potrei neanche intraprenderlo: non scrivo (seriamente) da anni, perché quando si cresce, si capisce che si scrive se lo fai per lavoro, o per emozione; e io per lavoro non lo fo, e son così elitario che anche per le emozioni, non lo fo, se non rientrano nella classe adatta. E allora, entriamo nel vivo del mio discorso: chi, o cosa, è risultato appartenente a questa classe? E quanto è forte questa appartenenza?</p>
<p>Meh, lo sapete, cari, che io non so descrivere, quindi non capisco perché continuiate a leggermi; ma per te, che sei a queste righe, beh, per te farò una eccezione. Devi, però, capire, che la verità di appartenenza a questa classe è così prepotentemente forte che non è poi così facile, scriverne, soprattutto quando di prepotenza si porta dietro qualcosa di irrimediabilmente forte come quello che sto per descriverti.<br />
Dai, lo sai dove voglio andar a parare. Non sto parlando mica di viaggi in autobus, di alberi biforcuti, di velleità varie, di ossessioni e passioni, di coinvolgimenti emotivi relativamente semplici, di coordinate spazio temporali per raggiungere le sue labbra o di qualsiasi cosa si possa dire, di lei. In verità, e questo è alquanto strano, raro, unico, non si può scrivere di lei, e voi, che pensate che l’arte sia un agglomerato di elementi i quali sono o erano dedicati a qualcuno o al mondo intero, cavolo, sbagliate, e di brutto: l’arte non è altro che lei. Ditemi, vi piacerebbe mai pensare di definir qualcuno tramite un solo elemento di un insieme? O, ancora, dimmi, tu, pensi sul serio si possa essere, in questo caso, solo un elemento? No, purtroppo (senza purtroppo) no: si è lo stesso insieme, si è l’intera collezione.</p>
<p>Questo è un discorso sulle definizioni, sulle definizioni che si possono creare, prendere in prestito, cambiare, manipolare, gestire, affibbiare; le definizioni sono le uniche cose che abbiamo e che utilizziamo per farci strada nelle idee, per catalogarle, per assegnarle un’etichetta. Le definizioni sono importanti, perché sono la colla dei nostri pensieri, che, almeno io, voglio tenerli tutti vicini, incollati.</p>
<p>E poi, ecco che, sembra banale ma, sant’Iddio, non lo è, arriva lei. Facile. Senza problemi.</p>
<p>Arriva, come arriva la luce alla fine delle gallerie, come arriva la pioggia dopo il sole e viceversa, come arrivano le zanzare d’estate e il nulla cosmico di inverno, come arriva puntualmente ogni mattina la coppia di gatti, il ciccione e il l’insetto stecco, perché tremendamente dipendenti dai croccantini al tonno e non so più che altro.<br />
Arriva, di prepotenza, si siede al tavolo di casa tua e, contro ogni previsione, aspetta. E, ovviamente, tu sei stranito, assai eh, e magari le chiedi “scusa, che aspetti?”, e lei non ti risponde, ancor più ovviamente. Allora prepari il caffè e il più delle volte verrà su buono, tranne in quelle volte in cui lei è meravigliosa e il tuo caffè fa pietà, idiota, troppa acqua.</p>
<p>Lei, però, anche con il caffè peggiore al mondo, è sempre lì.</p>
<p>L’eleganza: la guardi, magari se fosse possibile la guarderesti per consumarla tutta e, sant’Iddio, preferisco perderli, gli occhi, se non posso più guardarla; ti perdi nelle diramazioni dei suoi capelli, rosso fuochi, sei un perverso, assolutamente, però dai, voglio diventar astronauta da grande, così organizzo le spedizioni per il sole delle sue labbra e le lune dei suoi occhi; l’osservi, com’è che il gatto ciccione è più felice tra le sue braccia, che tra le tue? E però, lei è felice, tra le tue braccia, e tu tra le sue, e probabilmente riconsideri l’idea di felicità, che poi per aver un’idea ti serve la definizione, e aspetta un attimo, che tra un po’ arriviamo alla fine di sto sproloquio e vediamo di capire un po’ di cose.</p>
<p>Ma, immersa tra i peli d’un gatto spelacchiato, lei è ancora lì. Quindi, ti siedi, di fronte a lei e, anche se non sai farlo, inizi a parlare.</p>
<p>“Senti. Io, chessò chi tu sia, cosa sia, cosa vuoi da me, un secchio di virgole, un castello nel mare ma non una palafitta?<br />
Senti, sì la mia Atlantide, e fammi affogar nella dolcezza e nell’amore che vuoi a tutti i costi nasconder ma che le tue parole han sposato nel momento esatto in cui han’ lasciato le tue labbra, un biglietto di sola andata per l’interrail della nostra vita, ma non viaggiamo in Europa, viaggiamo sulle correnti ascensionali che c’hanno diviso finora, bastardo vento figlio di buona donna, quale potere atmosferico pensavi potesse fermarci, pensavi sul serio di poter andar contro il destino, io al destino non ci credo, io sì, invece, e guarda caso, eccoti artefice della mia trama, sei come un film in bianco e nero, come quelli di Fellini che non guardiamo, un film in lingua straniera, ma i sottotitoli li metto, ti servono, a me non servono, tanto non guardo né ascolto, ascolto e guardo solo te, e però sembri esser, anzi sei, una pellicola infinita, una pizza che è difficilissima da montare e da guardare, però sempre e solo margherita, la voglio.<br />
Senti, io bevo solo Kimbo, e ho preso una moka per casa nuova, che ancora devo trovarla, la casa, però sai, mi serve, mi serve che poi devo presentarti ai muri, alla tivù, al frigorifero e alla cucina, probabilmente potrò finalmente cucinarti qualcosa, se me lo permetti, o al massimo ti inizio al tè, se e solo se posso iniziar me stesso a te; sai, l’ingresso unico vano non mi piace, non voglio il piano terra, son difficile, cosa c’è di difficile nel voler esser più vicini al cielo, nel voler sentire la pioggia invernale scrosciare fortemente sui tetti del nostro amore, scivolar lentamente dalle grondaie emulando il fratello maggiore, lo sguardo mio che scivola piano sulle tue geometrie non euclidee.<br />
Senti, quando sei giù scrivi, che io m’affaccio e ti scatto una foto, di quelle spontanee, che le uniche foto che voglio son quelle in cui non c’era l’idea di farle; senti, soffro di tachicardia, ma non è vero, e non ho bisogno di Lexotan, e ho sempre cercato un sacco di cose difficili, mi piacciono i cani, l’ho già detto, e tu mi piaci di più, anzi, non mi piaci più, molto di più non mi piaci affatto più, non avrò bisogno delle medicine e dei psicofarmaci, dai, che pietà, io ho bisogno solo di te e di te solo ho bisogno, ma che bisogno c’è poi di ricordare che nonostante tutto c’è qualcosa, che quel qualcosa poi è tutto quel che c’è, ovvero tutto?<br />
Senti, condividi con me il tramonto, che l’alba ha già il tuo nome, e non è facile sai, vederti ovunque, ascoltarti ovunque, percepirti: mi ricordo il giorno in cui non c’eri, ma lo ricordo come sfocato, vuoi veder che possibilmente l’illusione della solitudine è così illusione che, adesso, è difficile anche sol immaginarla, ora che tu sei immagine?<br />
Senti, che ci fai qui, che mi guardi, mi osservi, e poi io tuffo il viso e il cuore nel rosso dei tuoi longilinei petali, e mi parli, e t’ascolto, e quasi muoio, per come t’ascolto spezzata, non è colpa mia, anzi sì, lo è, e allora aspetta, che prendo un pennarello, le virgole in eccesso le disegno sulle pareti, sai, nella tua stanza adesso voglio appender un print, un quadro, chiamalo come ti pare, uno di quelli che recitano qualche frase da museo, da autori che nessuno ha mai letto, che però io frasi da museo e di autori che non ho mai letto non ne conosco, tutte le frasi che mi vien di scrivere non fan altro che nascere da te, dai, è noioso, o maledettamente meraviglioso (sicuramente, maledettamente meraviglioso).<br />
Senti, mi parli, perché non parli, perché mi chiedi con le morbide tue mani di andar in giro per i monti e per i mari e per le pianure e per le colline, e allora aspetto, segno sulla mappa della metropolitana le fermate per la mia anima, scendi lì, che mangiamo da un indiano o un turco, non so, che fa una grigliata buonissima, ma non c’entriamo nei posti, stringiamoci, spalla a spalla, che tanto ho fame solo di te, anche quando lo stomaco brontola, maledetto, non rovinarmi il romanticismo.<br />
Senti, ma vedi che hai mancato una cosa e”</p>
<p>“Ti amo.”</p>
<p>“E t’amo anch’io, ma fammi fini’ di parlare!”</p>
<p>Che poi, se volessimo riprender il discorso iniziale, che come al solito io ho beatamente mandato chissà dove, quello delle definizioni, allora mi verrebbe una chiusa molto semplice, quasi banale: le definizioni esistono perché tu sei la prima definizione; attraverso te, definendo te, posso definire il resto. Tu sei l’assioma.</p>
<p>Perché? Perché se questi son cliché, c’è allora un piccolissimo, minuscolo, impercettibile problema: che con te, anche i cliché smettono di essere tali. Con te, tutto smette d’esistere, e inizia a vivere.</p>
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		<title>Master&#039;s degree</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Aug 2014 21:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Portare un po' di Hope alla seduta di laurea: fatto. &#160;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Portare un po' di <em>Hope</em> alla seduta di laurea: fatto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="aligncenter wp-image-1134 size-medium" src="http://www.rosen-kreutz.net/hope/wp-content/10525593_4350963029279_1985925176950623644_n-300x199.jpg" alt="10525593_4350963029279_1985925176950623644_n" width="300" height="199" /></p>
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		<title>Le scatole</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jul 2014 16:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Può sembrare ai più come un déjà vu, perché tale sembra a chi potrebbe aver visto passare un gatto nero, per poi rincorrerlo con lo sguardo e scoprire che in realtà è bianco. Può sembrare un déjà vu, ma la verità è che siam così legati all'idea del nuovo, dell'originalità, dell'influenza dei nostri ricordi sul [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rosen-kreutz.net/hope/wp-content/6e3f5810a94c11e3886712f131cd53bf_8.jpg"><img class="aligncenter wp-image-1111 size-full" src="http://www.rosen-kreutz.net/hope/wp-content/6e3f5810a94c11e3886712f131cd53bf_8.jpg" alt="19" width="640" height="640" /></a></p>
<p>Può sembrare ai più come un déjà vu, perché tale sembra a chi potrebbe aver visto passare un gatto nero, per poi rincorrerlo con lo sguardo e scoprire che in realtà è bianco. Può sembrare un déjà vu, ma la verità è che siam così legati all'idea del nuovo, dell'originalità, dell'influenza dei nostri ricordi sul futuro, che lottiamo con tutte le nostre forze per tener a galla quello che non vogliamo vada perso, quando in realtà, da un punto di vista meramente genuino e globale, qualcosa deve esser persa, per far un po' di spazio, ripulire, e prepararsi ad accogliere qualcosa di nuovo.</p>
<p>La verità, quella vera, che vogliate sentirla o meno, è che in casi come questi scendiamo a patti con la misericordia della vita, con l'autocommiserazione dell'esistenza, con la falsa promessa di una vita migliore che abbia come matrice proprio la vita peggiore che potremo mai immaginare. Lo so, lo so, mi verrete a dire o a commentare che il tempo lenisce le ferite d'arma da fuoco, che l'antitetanica è utile per i morsi al cuore e tutte quelle stronzate lì. Stronzate, per l'appunto. Non sono ancora pronto a banalizzare i processi evolutivi come fa il resto del mondo. La calcificazione della felicità non può essere chimicamente costruita da un processo temporale, il tempo non è un mastro d'armi capace di insegnare alla mente d'andar di spada.</p>
<p>La verità, quella ancor più vera, è che inscatoliamo con cura e perfezione qualsiasi parola, qualsiasi ricordo, qualsiasi sguardo, e aspettiamo che l'oceano della nostra solitudine li divori. Ogni scatola, e soprattutto ogni contenuto di una scatola, recita indistintamente la parte di un piccolo o grande sketch nella nostra vita.</p>
<p>Provate ad immaginare un muretto, uno di quelli classici che si trovano per le strade di paese, magari quelli che sovrastano un ponte che porta da una contrada ad un'altra; immaginatelo, infinitamente lungo, che circoscrive il nulla: da una parte, i nostri tessuti ossei, i nostri organi, le nostre sinapsi, qualsiasi cosa faccia parte del nostro corpo; dall'altra, un immenso oceano blu, meraviglioso, splendente, calmissimo, intriso di gialle sfumature d'estate. Una linea di mezzo, tra la concretizzazione di una realtà effimera (A) e il quasi etereo sapore della conquista di quel microcosmo che è la nostra esistenza (C).<br />
Ritornate per un attimo alle nostre scatole, tutte decorate, piccine, con qualche coccinella su e un vetro graffiato che lascia intravedere una parola, una frase o un numero su di un pezzo di cartoncino incastrato nelle fessure interne del coperchio; non le apriamo, dopo averle chiuse, ma non per paura di far riaffiorare un ricordo o di rivedere uno sguardo, ma per una stupida indole egocentricamente sbagliata, che ci rivela come etichettar la felicità come infelicità è il metodo migliore per perdere il peso della propria anima in soli trenta giorni.</p>
<p>Ecco, il muretto e le scatole. Ci siam presi anni, mesi, giorni di permessi, di viaggi, di lontananze forzate, per costruire e decorare quelle scatole, per riempirle, e per riporle, una sull'altra, sul muretto, utilizzando una logica non molto precisa ma valida, i cui assiomi e alcuni vincoli sono presentati di seguito:</p>
<ol>
<li>Ogni scatola contiene uno ed un solo elemento;</li>
<li>Ogni elemento è confinato in un'unica scatola, e non può uscirne;</li>
<li>Le scatole che contengono gli stessi tipi di elementi devono essere riposte una sull'altra;</li>
<li>Una scatola può essere aperta se e solo se non c'è un'altra scatola riposta su di essa.</li>
</ol>
<p>Le scatole restano per l'eternità murate dal nulla più assoluto su quel muretto, in una perfetta quanto orribile geometria. Per le cataste più alte, azzarderei a chiamarle infinite, poggiata parallelamente al muretto viene riposta una scala di lunghezza imprecisata, che azzarderei a dire infinita.</p>
<p>A volte arriva una folata di vento, che forse è il cuore che respira un po' troppo forte, o siam noi stessi a non aver più fiato, e qualche scatola cade: può caderne solo una da una pila più alta, o magari una dozzina tutte insieme. Possono cadere da ambo le parti: le scatole cadute nella parte A vengono raccolte, spolverate e riposte sulla pila d'appartenenza; le scatole cadute nella parte C si scontrano con l'equazione d'onda dell'oceano sottostante, e vanno disperse. Una folata di vento non può far cadere una scatola dal muretto se è l'unica della sua pila.</p>
<p>Eppur, qualcosa è cambiato. Un qualche meccanismo autoreferenziale ha scardinato la perfezione della logica regina di questo mondo, iniziando a mutare irrimediabilmente la natura assiomatica di alcune cose. Tra i vari temporali, onde faraoniche e precipitazioni sparse di comete impazzite nella parte C, e varie tempeste di sabbia nella parte A, folate orrendamente brutali di vento han investito il muretto, come un idiota sbronzo investe un gatto, creando il caos tra le scatole, che quasi sembran conoscere la vita per la prima volta, un istante prima di morire: alcune son finite nella parte A, per poi esser rispolverate e rimesse al loro posto, altre son entrate nell'oblio dell'oceano nella parte C, e dimenticate. Ma, quello che è più strano, quello che non mi spiego, è come sia possibile la seguente situazione: una scatola, al centro del muretto, di un tipo ben definito, con all'interno un elemento ben definito (rappresentato da un orso che vuole usarmi come biscottino per il suo tè pomeridiano, il tutto al lume di candela), e una pila di scatole lì, un bel po' più lontano, dello stesso tipo. Questa configurazione viola il terzo vincolo. Ho cercato di sistemare, magari prendendo la scatola al centro e mettendola sulla pila, o togliendole tutte e rimettendole una per volta, ma nulla, niente di niente, se mi sporgo per un attimo dal muretto verso la parte C, una folata di vento mi travolge, mi scaraventa nella parte A e nella confusione riesco a notare, sempre e solo alla fine, che quella scatola è lì al centro, e tutte le altre dello stesso tipo son finite quali nella zona A, quali nella C; raccatto quelle rimaste, e di nuovo provo, ma niente. Niente.</p>
<p>E allora un dì smisi di provarci: mi dissi che probabilmente, nella casualità del tempo, nella confusione del vento, quella scatola sarebbe sparita, o magari riposta con le altre, oppure non so. Smisi di provarci, e finii per guardarla un altro po', per poi rivolgere lo sguardo da un'altra parte. Fu allora che, scorgendo per sbaglio un luccichio nella zona C, decisi di avvicinarmi di più al muretto. Ciò che vidi permise ai miei occhi di strabuzzare: un pulcino, che stava in bilico su un tappo di sughero traballante nell'oceano, pispigliava come un forsennato "PIO PIO PIO!".</p>
<p>Ed è così, allora, che capii la vera verità vera, e quella scatola è tuttora lì, con spada e scudo, a difendersi dallo scardinare di un vento che non cessa a soffiare. Si scosta, a volte scivola, ma non cade mai. E io la guardo, e continuo a guardarla, a ripararla come posso, perché ricordo di Ursula che diceva "il tempo passa", e Aureliano era d'accordo, "ma non tanto". E io mi sento un po' Aureliano.</p>
<p>Non può piovere per tutta la vita, come non può spirar vento per sempre.</p>
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		<title>Esercizio numero 13</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jun 2014 19:33:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglio prendere una macchina da scrivere, per quando andrò a vivere da solo, magari tra pochi mesi o magari tra molti anni, anche se non vivessi solo ma con un mio grandissimo amico la prenderei, la voglio mettere di fronte la finestra, che spero la finestra dia su un bel parco con le altalene e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Voglio prendere una macchina da scrivere, per quando andrò a vivere da solo, magari tra pochi mesi o magari tra molti anni, anche se non vivessi solo ma con un mio grandissimo amico la prenderei, la voglio mettere di fronte la finestra, che spero la finestra dia su un bel parco con le altalene e i bimbi che giocano e magari qualcuno cade e il papà se lo prende in braccio e, invece di "dargli il resto", gli dice "susu, non piangere, se ci pensi hai volato per un po'!" e il bimbo ride, perché capisce che si può anche volare, nella vita, se lo si vuole, se non si ha paura, ma magari volare non coincide proprio con il buttarsi dall'ultimo piano di un palazzo triste, anche se è così triste che a piano terra ci son in affitto i tuoi peggiori incubi e le tue più malinconiche tristezze (ma lo sai che ho sentito che probabilmente si accendono un mutuo e resteranno lì per sempre?).</p>
<p>Comunque, voglio metterla di fronte la finestra e mentre un pettirosso mi viene a trovare e lei, il mio amore, sta a gambe conserte, ignude, a leggermi ad alta voce Pasolini (ma non perché è una ragazzina hipster, ma perché non l'aveva mai letto) mentre la sua maglietta scollata mi lascia intravedere il seno piccolo e candido, e il giradischi suona i The Books — ma non c'è mica un libro sul piatto! — io scrivo e scrivo senza cognizione di cosa stia scrivendo, un po' come tutti i post di questo blog, però poi le dita iniziano a trovar un qualche ritmo e sequenze di battiti raccontano all'ambiente circostante di come quel mostro ha sconfitto il cavaliere e la principessa intanto si stava facendo un tè ai mirtilli rossi, di come quella torrefazione si è incendiata perché una moka minuscola è esplosa in un fragoroso boato e la leggenda narra che qualcuno, prima di lasciarci le penne, esclamò "QUESTOCAFFÈFASCHIFO", di come una mattina la gente si svegliò e trovò le strade, e il mondo intero, pieno di mandarini.</p>
<p>Poi mi fermerò, alla fine del foglio, lo tirerò via con dolcezza (che poi son ignorante, non so come funzioni il meccanismo, ho visto una sola macchina da scrivere in vita mia ed ero piccino e non sapevo scrivere, che poi non so farlo neanche adesso e sono ancora piccino, quindi boh, son io o il tempo si pone contro di me in modo autoreferenziale?) però come sapete io non rileggo mai, non rileggo perché poi mi vien da piangere, no, non è vero, non piango, ma se rileggo mi faccio abbastanza schifo, non rilessi nulla, neanche quello che scrissi quando non dovevo farlo, o tutte quelle lettere che in prima persona inviavo a persone che neanche erano tali, probabilmente, però a volte mi chiedo perché scrissi lettere se io lettere non ne so scrivere?</p>
<p>Ecco, comunque, dicevo, prendo il foglio, e lo do a lei, perché lei sa leggere, ha una dizione straordinariamente perfetta, mentre io mi perdo nel balbettante senso di stupore che mi porta leggerle cose, ecco perché quando andiamo al parco le prometto sempre di leggerle poesie ma non lo faccio mai, un po' perché l'amo, un po' perché le uniche volte che le leggo qualcosa è quando le leggo quello che sto pensando, che coincide a parlarle, maledetto me che mi perdo nel sussurrare delle foglie mentre fanno a gara a circumnavigare casa mia, mentre lei è dentro e fuma alla finestra. Le do il foglio, e lei legge, con la sua solita grazia ed eleganza.</p>
<p>"Ti ricordi di tutte quelle cose che non abbiamo mai fatto? Dovremmo farle, oppure no? Perché se scegliamo di farlo, allora dobbiamo prepararci! Prendi il saccoletto, quello dove abbiam fatto l'amore l'altro dì in montagna, prendi i costumi da bagno, soprattutto quello che ti sta così bene, prendi la moka e prendi tutti i libri e i vinili che puoi: abbiamo una vita per fare tutto quello che abbiam pensato di fare! E se non ci bastasse, non preoccuparti, saremo così astuti da imbrogliar la realtà, e diluirci nell'infinità dello spaziotempo, che io e te, quando siamo, siamo infiniti."</p>
<p>Eccolo, il sorriso. Eccola, la mia ragione.</p>
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		<title>Divagazioni notturne sulla definizione di vivere</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 23:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[All This]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
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		<description><![CDATA[Tratto da un discorso notturno, nato con la domanda "quand'è che vivi, tu?". La mia definizione di vivere è un'incostante realtà di incertezze e convinzioni sbagliate. Io vivo, quando ho delle ragioni ben speciali per vivere; quando non sussistono queste ragioni, io non vivo, arranco. Le ragioni possono essere svariate, variopinte, ma non sono quelle [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da un discorso notturno, nato con la domanda "quand'è che vivi, tu?".</p>
<blockquote><p>La mia definizione di vivere è un'incostante realtà di incertezze e convinzioni sbagliate. Io vivo, quando ho delle ragioni ben speciali per vivere; quando non sussistono queste ragioni, io non vivo, arranco. Le ragioni possono essere svariate, variopinte, ma non sono quelle che tu riesci ad immaginare.</p></blockquote>
<blockquote><p>Vivo, sì, per la mia carriera, per le cose che mi piacciono, per la mia famiglia, per qualsiasi altra cosa sia stata esperienza diretta della mia vita. Ma, vivere, sì, è per questo che vivo, ma non è la totalità della mia vita. La mia speciale definizione di vivere collide con la speranza, e la speranza collide con quella forza che mi fa affrontare qualsiasi cosa, nella mia esistenza. Qualsiasi cosa capiti, la forza di affrontarla c'è, e ci sarà sempre.</p></blockquote>
<blockquote><p>Ma, ma, ma. Le cose che capitano, anch'esse contengono ragioni per vivere. E quando la ragione della tua speranza è la stessa che si manifesta dall'altro lato, e ti toglie quest'ultima, cosa fai?<br />
Ecco, la differenza tra il mio vivere e il mio esistere.<br />
Vivo, quando aprire gli occhi dopo il sogno non mi farà dimenticare quello che ho sognato.<br />
Esisto, quando aprire gli occhi dopo il sogno è l'unico modo per dimenticare quello che ho sognato.</p></blockquote>
<blockquote><p>Vivo, quando il giorno significa fare tutto, alla perfezione, con il massimo successo, essere felice nel farlo, e poterlo dire, condividere.<br />
Esisto, quando il giorno significa fare tutto, alla perfezione, con il massimo successo, essere felice nel farlo, ma tenerselo per se.</p></blockquote>
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		<title>Labbra disegnate</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 19:33:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[All This]]></category>
		<category><![CDATA[caffè]]></category>
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		<category><![CDATA[speranza]]></category>
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		<description><![CDATA[Sto facendo le valigie, inciampo in bigliettini segnati da una croce rossa nel centro: mangio un paio di biscotti alla crusca e lamponi, tutto torna normale. Lascio perdere le cose di poca importanza: la mia testa, la mia vita, le mie scarpe, le mie dita, i miei pensieri; non entrerebbero tutti in valigia, devo star [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sto facendo le valigie, inciampo in bigliettini segnati da una croce rossa nel centro: mangio un paio di biscotti alla crusca e lamponi, tutto torna normale. Lascio perdere le cose di poca importanza: la mia testa, la mia vita, le mie scarpe, le mie dita, i miei pensieri; non entrerebbero tutti in valigia, devo star via tanto, voglio portarmi l'occorrente per sopravvivere, non per vivere. Voglio fondermi nello sguardo dei passanti, usare i loro nasi da trampolini per tuffarmi in un ruvido asfalto ricoperto di miseria e terrore.</p>
<p>Lascerò dietro di me briciole di buon senso, così che possa arrivare alla fine scarico di ogni razionalità. Sono arrivato in quella vecchia sala d'ospedale e t'ho trovato lì, coccolata da una sedia traballante da un lato: ho portato un buon libro, puoi scegliere di leggerlo o usarlo per fermar la sedia. I distributori automatici sono infidi, ci rubano piccole cose in cambio di palliativi così maledettamente tristi e umani. Preferisco rubare io, allora, dalla sala infermieri, e farti un caffè, portartelo e veder le onde di quel liquido scuro dondolare in preda alla tempesta delle tue mani, e le tue labbra disegnate far da trampolino ai tuffi coreografici delle tue più splendide parole. "Mi fai un caffè? Lo voglio solo da te."</p>
<p>Scivolare giù per un pendio è qualcosa di naturale, semplice: saltavo giù ruzzolando come un armadillo sotto una pioggia inesistente, tornavo a casa con un ombrello non più tale, usato per soddisfare i miei desideri di paracadutista.</p>
<p>Un qualunquismo dozzinale mi riempie l'anima e fa sgorgare parole inutili dalle mie vene, scariche elettriche mi permettono di pensar e controbattere me stesso con argomentazioni fallaci e prive di senso. Di una cosa siam tutti certi, però, il qualunquismo che il mondo ci offre non è degno di essere ospitato da parole di conforto, di rassicurazione.</p>
<p>Scrivere, ecco perché: tutti leggiamo di parole non nostre, di sogni infranti, di gigantesche stele adornate  a infinita conoscenza. Tutti scriviamo, chi per qualcosa, chi di qualcosa. Io non scrivo per, scrivo di.</p>
<p>Scrivo di, nel fragore dei diluvi che rovinano in piena estate su strade dissestate, che si impegnano a far rima con le fronde degli alberi e con le strisce di segnalazione, che troppo strette non lasciano respiro alle banchine, e allora le vedi inglobare una quantità tale d'acqua che è come se t'invitassero a far festa da loro, nella loro piscina appena riempita, ma magari vai e ti fermi sul bordo, lasci scivolare le tue gambe bianche e i tuoi piedini fini nel diluvio che ora è diventato letto, letto per due corpi che si son trovati, che son risultati perfettamente combacianti, che si perdono nel tempo che si ferma, e tinge di blu il cielo d'inverno, e tinge di chissà quale colore il mondo d'estate.</p>
<p>Vieni con me, a scoprire quale colore potremmo essere, adesso.</p>
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		<title>Lancio molliche di pane ai passeri, fuori dalla mia finestra</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2014 14:20:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[All This]]></category>
		<category><![CDATA[hope]]></category>
		<category><![CDATA[old]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo vien giù a strapiombo con immane velocità, come se la passerotta della sua vita stesse sculettando con quella sua piumatura rosso fuoco, e rallenta il tempo utile per planare e fermarsi vicino alla prima mollica. La guarda schivo e diffidente, starà pensando qualcosa del tipo “e mò? che fo, me la mangio, non [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo vien giù a strapiombo con immane velocità, come se la passerotta della sua vita stesse sculettando con quella sua piumatura rosso fuoco, e rallenta il tempo utile per planare e fermarsi vicino alla prima mollica. La guarda schivo e diffidente, starà pensando qualcosa del tipo “e mò? che fo, me la mangio, non me la mangio? cip cip, cip cip! eppur di codesta visione mi si è riempito il pancino, fammi ingollare prima che non resti più nulla.”, ma ancora non ha smesso di pensare che già fa gargarismi con lievito e farina. Poi se ne scappa spiccando il volo, va via, se ne va lasciandomi qui solo a contare le molliche restanti.</p>
<p>Ma, sorpresa o non sorpresa, eccoli che ne arrivan più di uno, due, cinque! Virano con perfetta maestria verso il mio naso, ma non ci arrivano, mi prendon in giro, trivellano il cemento bagnato con trepide zampettate e scansando le (per loro enormi) pozzanghere, si ingollano di pane e felicità. Ed è lì, che mi accorgo, come il passero innamorato è andato a cantar, probabilmente, dalla sua amata e dai suoi amici delle molliche di pane che uno sciocco umano ha lanciato dalla finestra.</p>
<p>Sciocco, perché sorride trovando nei passeri quello che non trova negli esseri umani.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>#hopeiseverywhere</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2014 17:44:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[All This]]></category>
		<category><![CDATA[Hope is everywhere]]></category>

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		<description><![CDATA[Post by Francesco Cauteruccio. ITALIAN VERSION: Cari miei fedeli lettori (che probabilmente se non siete già estinti, lo state facendo), arrivo subito al punto. Se vi dico Hope is everywhere, che vi viene in mente? Esatto, quella specie di giochino sulla speranza nel quale si fotografava il termine "hope" et simila ovunque si trovasse, che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><script>// <![CDATA[
(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/en_US/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));
// ]]&gt;</script></p>
<div class="fb-post" data-href="https://www.facebook.com/photo.php?v=10152630051515934" data-width="480">
<div class="fb-xfbml-parse-ignore"><a href="https://www.facebook.com/photo.php?v=10152630051515934">Post</a> by <a href="https://www.facebook.com/finalfire">Francesco Cauteruccio</a>.</div>
</div>
<p>ITALIAN VERSION:</p>
<blockquote><p>Cari miei fedeli lettori (che probabilmente se non siete già estinti, lo state facendo), arrivo subito al punto.</p>
<p>Se vi dico <a href="http://www.rosen-kreutz.net/hope/hope-is-everywhere/">Hope is everywhere</a>, che vi viene in mente? Esatto, quella specie di giochino sulla speranza nel quale si fotografava il termine "hope" et simila ovunque si trovasse, che fosse già lì quando siete arrivati o che l'abbiate creato voi: molti di voi hanno partecipato, e alcuni lo hanno fatto anche in tempi abbastanza recenti e chiunque l'abbia fatto mi ha sempre riempito di gioia e quindi, in primis, mi vedo felice di ringraziare ognuno di voi (l'ho quasi sempre fatto tramite mail, ma un ringraziamento in più non fa mai male!).</p>
<p>Ecco: oggi, mentre mi districavo tra le solite scartoffie, la solita musica e la solita ricerca della speranza (che a volte arriva, ti colpisce lasciandoti stordito per mesi e poi se ne va con fare disinvolto, tsk), m'è balenata in mente la seguente (molto banale) idea: e se usassi un hashtag, magari proprio <strong>#hopeiseverywhere</strong> (o semplicemente <strong>#hope</strong>, anche se il modo migliore sarebbe quello di utilizzarli entrambi!) , vi chiedessi di diffonderlo nei vostri post pubblici su Facebook, su Twitter, su G+, su Tumblr, su Instagram e su qualsiasi altri bellissimissimo social voi, miei fedelissimi lettori, utilizziate?</p>
<p>Il tutto genererebbe un flusso di post riguardanti <strong>#hopeiseverywhere</strong> + <strong>#hope</strong> che naturalmente non devono essere per forza testi, anzi, possono essere (e dovrebbero!) soprattutto foto o video, proprio nella falsariga del quasi-progetto che ho creato su questo blog.</p>
<p>Qualcuno potrebbe chiedermi: "ok, ho visto su Facebook centocinquanta foto e su Twitter cinque video e su Tumblr ottomila post, ma come fo a vederli tutti insieme in un solo sito?". Ecco, questo è quello che io chiamo <em>aggregatore</em>, ovvero un sistema (un sito, daje) che raccoglie tutti i post con hashtag <strong>#hopeiseverywhere </strong>di tutti i social a cui ha accesso e permette di visualizzarli comodamente. A breve sarà disponibile.</p>
<p>Naturalmente nessun impegno potrebbe esser tale senza una base di speranza, ed è esattamente questo che mi ha portato a scrivere questo post, che vi chiedo di condividere a destra e a manca, se volete.</p>
<p>Io ho già iniziato e non smetterò, quella all'inizio del post è una prova :)</p>
<p>Ci si becca tra gli hashtag!</p></blockquote>
<p>ENGLISH VERSION:</p>
<blockquote>
<p style="color: #141823;">If I say "Hope is everywhere", does it ring a bell? Yep, you're right! It was a collective-project (just before all these social networks!) founded by me, advertised on my old blog (ok, maybe you don't know me, apologies <i class="_4-k1 img sp__T1pMfqhj4w sx_4acd63"></i> ).</p>
<p style="color: #141823;">"Hope is everywhere" consists of "searching and catching" hope all over the world; but, how? Simply, you take a picture (or a video) of the word "<strong>hope</strong>" that you discovered in the real word; it is not important if you found it somewhere written down on a wall or you made it on your own!</p>
<p style="color: #141823;">Now times have changed and the ones who love hope can still participate in this project, using a hashtag!</p>
<p style="color: #141823;">You can join the project "Hope is everywhere" by just using the hashtag <strong>#hopeiseverywhere</strong> (even <strong>#hope</strong>,<strong> </strong>too!) in your posts over your social networks (Facebook, Twitter, Google+, Instagram, Tumblr and many more!).<br />
Did you make the word "hope" out by using a four colors pen? Take a picture, upload it and use the hashtag <strong>#hopeiseverywhere</strong>.</p>
<p style="color: #141823;">I hope (here it is, hope!) this post is gonna spread around, out of my circles. Hope is not only a word but even a single word may remember us that it exists.</p>
<p style="color: #141823;">Thank you so much.</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>La derivata più facile è 19</title>
		<link>http://www.rosen-kreutz.net/hope/2014/05/13/la-derivata-piu-facile-e-19/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2014 19:29:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[All This]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni panchina, ogni giardino, ogni foglia morta e viva, ogni gatto miagolante, ogni raggio di sole. Ogni costruzione di cemento, ogni fontana, ogni paio di Converse spelacchiate, ogni gelosia, ogni accenno di sentimento, ogni primo bacio, ogni carezza. Ogni primo dell’anno, ogni ultimo dell’anno, ogni cocktail, ogni Sante Nicola e ogni Lancia del pelide, ogni [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni panchina, ogni giardino, ogni foglia morta e viva, ogni gatto miagolante, ogni raggio di sole.</p>
<p>Ogni costruzione di cemento, ogni fontana, ogni paio di Converse spelacchiate, ogni gelosia, ogni accenno di sentimento, ogni primo bacio, ogni carezza.</p>
<p>Ogni primo dell’anno, ogni ultimo dell’anno, ogni cocktail, ogni Sante Nicola e ogni Lancia del pelide, ogni mancanza e ogni voglia d’esser qui o lì.</p>
<p>Ogni certezza, ogni angolo di cielo, ogni cartoncino cancellato, ogni patatina fritta e ogni cotoletta di pollo in mezzo al panino, ogni scontrino e ogni gelato, ogni sigaretta che non dovresti fumare, ogni sguardo al cielo e alla terra, ogni sincerità.</p>
<p>Ognuna di queste cose stampata sul sorriso del presente, e allora non ci si chiede se si possa dimenticare, ma ci si chiede se mai si è ricordato.</p>
<p>La risposta, naturalmente, è.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La speranza si trova a... Bologna!</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Sep 2013 15:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Hope is everywhere]]></category>
		<category><![CDATA[foto]]></category>
		<category><![CDATA[hope]]></category>
		<category><![CDATA[persone]]></category>

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		<description><![CDATA[La speranza oggi è stata immortalata a Bologna da Jessica]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rosen-kreutz.net/hope/wp-content/IMG-20130903-WA0005.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1083" title="hope" src="http://www.rosen-kreutz.net/hope/wp-content/IMG-20130903-WA0005-225x300.jpg" alt="Hope" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center;">La speranza oggi è stata immortalata a <em>Bologna</em> da <strong>Jessica</strong></p>
]]></content:encoded>
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