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	<title>Haramlik</title>
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	<description>Un haramlik è la parte della casa riservata alle donne. Questo è un haramlik disordinato.</description>
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		<title>Sull&#8217;antisemitismo oggi</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2024 13:15:22 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Parlare di Israele?]]></category>

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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="http://www.ilcircolo.net/lia/2024/03/24/sullantisemitismo-oggi/">Sull&#8217;antisemitismo oggi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="http://www.ilcircolo.net/lia">Haramlik</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ripubblico la mia traduzione di un vecchio articolo di Michael Neumann che mi pare conservi la sua attualità. Qui l&#8217;originale: <a href="https://www.counterpunch.org/2002/06/04/what-is-antisemitism">https://www.counterpunch.org/2002/06/04/what-is-antisemitism</a>/</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;">CHE COS’E’ L’ANTISEMITISMO</h2>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Michael Neumann, Trent University, Ontario, Canada</p>
<p>Ogni tanto qualche intellettuale ebreo di sinistra fa un bel respiro, ci apre il suo buon cuore e ci comunica che criticare Israele o il sionismo non vuol dire essere antisemiti. Tra sé e sé, si congratula con se stesso per il proprio coraggio. E, con un sospiro, scaccia la preoccupazione che forse non sia un bene mettere questa pericolosa informazione nelle mani dei gentili – per non parlare di quelle degli arabi.</p>
<p>Altre volte lo fanno invece i gentili al loro seguito: quelli il cui ethos, se non la cui identità, aspira all’ebraicità. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci che l’antisemitismo va comunque preso molto sul serio. Il fatto che Israele, appoggiato da una nutrita maggioranza di ebrei, stia combattendo una guerra razziale contro i Palestinesi, è il motivo fondamentale per cui stare in guardia. Non si sa mai. Metti che ciò provochi del risentimento!</p>
<p>Io la vedo in modo diverso. Penso che non dovremmo quasi mai prendere l’antisemitismo sul serio e che forse dovremmo perfino riderci su. Penso che l’antisemitismo sia particolarmente irrilevante nel conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dalle questioni reali. E voglio dimostrare questa affermazione. Ne rivendico anche la paternità: ci sono cose ben più gravi, tipo far del male a una mosca.</p>
<p>“Antisemitismo”, in senso stretto, non significa odio per i semiti: questo è confondere l’etimologia con le definizioni. Antisemitismo significa odio per gli ebrei. Ma su questo, immediatamente, ci ritroviamo dinanzi al vecchio gioco delle tre carte dell’identità ebraica: “Guarda! La nostra è una religione! No! E’ un’etnia! No! E’ un’entità culturale! Scusate, è una religione!” Non appena ci stanchiamo di questo gioco veniamo subito risucchiati nell’altro: “L’antisionismo è antisemitismo!”, che un attimo dopo si alterna con: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!”</p>
<p>Ora, cerchiamo di essere sportivi. Proviamo a definire l’antisemitismo nel più esteso dei sensi che gli potrebbe dare un qualsiasi sostenitore di Israele: l’antisemitismo può essere odio per la razza ebraica o per la sua cultura o religione, o anche odio per il sionismo. E non solo odio, ma anche disapprovazione o opposizione o leggera antipatia.</p>
<p>I sostenitori di Israele, però, non troveranno questo gioco divertente come si aspettano. Gonfiare il significato di “antisemitismo” fino a includere qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema è che l’inflazione dei termini, come qualunque altra inflazione, svaluta la moneta. Quante più cose vengono definite antisemite, meno orribile ci suonerà l’antisemitismo. Questo perché, anche se nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, ciò che non possiamo fare è modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla parte dei palestinesi, che io sostengo e che è quella sostenuta dalla maggior parte degli europei, da molti israeliani, e da un numero crescente di nordamericani.</p>
<p>Cosa intendo dire? Poniamo il caso, per esempio, che un israeliano di destra dica che le colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni fondamentali per il popolo ebraico, e che opporsi a esse è antisemitismo. Possiamo accettare questa affermazione, che certo è difficile da confutare. Ma non possiamo però rinunciare alla convinzione, ben fondata, che tali colonie stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza di pace. A questo punto, le acrobazie terminologiche non ci servono a niente. Possiamo solo dire: al diavolo le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono moralmente inaccettabili. La conclusione logica è che, visto che abbiamo il dovere di opporci alle colonie, siamo costretti a essere antisemiti. L’inflazione dei termini fa sì che alcune forme di “antisemitismo” diventino un obbligo morale.</p>
<p>E’ ancora peggio quando è l’antisionismo ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol dire quindi opporsi al sionismo ed essere pertanto antisemiti nel senso ampio del termine. Più il concetto di antisemitismo viene ampliato per includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso appare come qualcosa di positivo. Considerati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, ecco che appare un altro semplice sillogismo: l’antisionismo è un obbligo morale; dunque, se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo stesso diventa un obbligo morale.</p>
<p>Di quali crimini parliamo? Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli e si limitano a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto, Israele “non è peggio di altri.” Primo: e allora? Anche a sei anni sapevamo che “lo fanno tutti” non era una scusante; ce lo siamo dimenticato? Secondo: i crimini sono equiparabili solo se li consideriamo indipendentemente dal loro scopo. Certo, altri popoli hanno ucciso i civili, li hanno guardati morire per mancanza di cure mediche, ne hanno demolito le case, distrutto i raccolti e li hanno usati come scudi umani. Ma Israele lo fa per correggere l’errore di Israel Zangwill che nel 1901 affermò “La Palestina è una terra senza un popolo; gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera così di creare una terra totalmente svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace.</p>
<p>Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti percorsero migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone che non avevano mai fatto loro alcun male e di cui riuscirono a ignorare la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano iniziale. Emersero man mano che l’amnesia razzista di un popolo perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò gli stupri, le mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato primo ministro di Israele. Ma questi crimini non bastavano. Oggi, quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a condurre una campagna di spoliazione, rendendo la Palestina lentamente, deliberatamente, invivibile per i palestinesi e vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine pubblico, ma l’estinzione di un popolo. Certo, Israele è abbastanza abile nelle pubbliche relazioni da farlo con un livello di violenza americano piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più gentile, che dipinge come vittime chi lo compie.</p>
<p>Israele sta costruendo uno stato razziale, non religioso. Io, come i miei genitori, sono sempre stato ateo. Ma la mia nascita biologica mi dà diritto alla cittadinanza israeliana; voi, che magari credete fervidamente nel Giudaismo, questo diritto non lo avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono quelli il cui destino è essere spinti verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E quindi no, sparare ai civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro comunisti ben armati o forze separatiste. Gli si spara perché Israele pensa che tutti i palestinesi debbano svanire o morire, così che chiunque abbia un nonno ebreo possa trasformare in lotti abitativi le macerie delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza in abbaglio; è chiara malvagità, deliberata strategia di uno stato concepito e operante in nome di un nazionalismo etnico sempre più aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, finora, ma le sue armi nucleari potrebbero uccidere forse venticinque milioni di persone in poche ore.</p>
<p>Vogliamo dire che è antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché ci sono argomenti abbastanza ragionevoli a sostegno di queste affermazioni. Paragoniamole, ad esempio, con quelle per cui i tedeschi in generale furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, ritardato mentale o bambino, fossero colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa non fu, ovviamente, quella di avere spinto prigionieri nudi dentro le camere a gas. Fu quella di avere sostenuto coloro che pianificarono quegli atti, oppure – come molti scritti ebraici soverchiamente moralistici vi diranno – quella di avere negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro, quella di non avere parlato né resistito, il loro consenso passivo. È da notare che, in questo caso, l’estrema pericolosità di ogni forma di resistenza attiva non è considerata una scusante valida.</p>
<p>Ebbene, oggi praticamente nessun ebreo corre alcun tipo di rischio se esprime dissenso. Ed esprimere dissenso è l’unica forma di resistenza necessaria. Se molti ebrei lo facessero, ne deriverebbe un effetto enorme. Ma la stragrande maggioranza degli ebrei non lo fa e, nella maggior parte dei casi, non lo fa perché sostiene Israele. A questo punto, forse, dovremmo lasciar cadere l’intero concetto di responsabilità collettiva. Magari qualche persona intelligente cercherà di convincerci a farlo. Ma, al momento, la tesi di una complicità ebraica pare molto più forte di quella della complicità tedesca. Quindi, se non è razzista ed è anzi ragionevole affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro l’umanità, è altrettanto non razzista e ragionevole dire lo stesso degli ebrei. E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, sarebbe comunque ragionevole dire che molti, forse la maggior parte degli ebrei adulti, sostengono uno Stato che commette crimini di guerra, Perché è, semplicemente, la verità. Quindi, se dire queste cose è antisemita, può apparire ragionevole essere antisemiti.</p>
<p>In altri termini, c’è da fare una scelta. O si usa la parola “antisemitismo” adattandola alle propria agenda politica o la si usa come termine di condanna morale, ma non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di eticamente accettabile, esso deve essere definito in senso stretto e non strumentale. Sarebbe prudente limitare il concetto di antisemitismo all’odio esplicitamente razziale per gli ebrei, all’aggressione verso chi è semplicemente nato ebreo. Ma sarebbe una prudenza inutile: neppure i nazisti affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani.<br />
Chiaramente, una visione simile deve essere considerata antisemita, sia che appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che se la sono bevuta</p>
<p>C’è un solo modo per garantire che il termine “antisemitismo” includa tutte e solamente le azioni o le posizioni negative verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da quelle su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il termine indichi tutte e solo quelle. Probabilmente, abbiamo in comune abbastanza senso morale da poterlo fare.</p>
<p>Per esempio, condividiamo abbastanza senso morale da dire che tutti gli atti e le avversioni basate sulla discriminazione razziale sono sbagliati, e possiamo quindi tranquillamente considerarli antisemiti. Ma non tutte le “ostilità verso gli ebrei” nemmeno quelle verso l’assoluta maggioranza degli ebrei, dovrebbero essere considerate antisemite. Né dovrebbe esserlo qualsiasi tipo di ostilità verso la religione o la cultura ebraica.<br />
Io, per esempio, sono cresciuto nella cultura ebraica e, come accade a molte persone che crescono in una determinata cultura, essa ha finito con non piacermi. Ma non ha senso considerare antisemita il fatto che non mi piaccia. E non perché io sono ebreo, ma perché la mia mancanza di apprezzamento è innocua. Forse non è innocua in assoluto: magari, in qualche sottilissima maniera, essa potrebbe in qualche modo incoraggiare qualcuno degli atti o degli atteggiamenti pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi brillanti, cordiali e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. Il mio non apprezzamento comporta pericoli infinitamente minori. Anche quando è molto diffusa, l’antipatia collettiva per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio, sembra essere ampiamente detestata in Nord America, ma nessuno, nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista.</p>
<p>Non tutte le azioni o gli atteggiamenti che possano recare danno agli ebrei sono da considerare antisemitismo. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento che l’azione potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di antiamericanismo significa solo che alcune forme di antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare qualche danno agli ebrei in generale, questo vorrà solo dire che alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili.</p>
<p>Se l’antisemitismo deve rimanere qualcosa di moralmente condannabile, esso deve applicarsi anche al di là delle azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non lo si può applicare al di là di un’ ostilità seria e chiaramente ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti inventarono fantasie storiche per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti inconfessati che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Sono azioni o operazioni di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per ciò che questi possono fare o non fare ma per quello che sono. Lo stesso vale per gli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare. Anche se non è sempre esplicitamente razzista, si fonda comunque su motivazioni razziste, e con l’intenzione di provocare danni reali. Un’opposizione ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a questa descrizione, nemmeno se offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta la semplice e innocua antipatia per ciò che è ebraico.</p>
<p>Dico tutto questo per suggerire che è meglio restringere la definizione di antisemitismo, in modo che nessun atto possa essere al tempo stesso antisemita e ineccepibile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza, poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha “l’autentico”, deprecabile antisemitismo nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale.</p>
<p>Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli ebrei che ruberebbero il sangue dei bambini gentili. Questo è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che hai dimenticato di rispondere all’ultima lettera di tua zia Paolina. In altri termini, dobbiamo dirci questo: che va semplicemente accettato il principio che l’antisemitismo è un male. Non farlo ci escluderebbe da un mondo etico. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci costringa a proclamare che l’antisemitismo è il Male di tutti i Mali. Non siamo bambini che devono imparare la moralità: è responsabilità nostra stabilire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo guardando le orribili immagini del 1945, o ascoltando i lamenti angosciati di sofferenti opinionisti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo male può manifestarsi, e perché.</p>
<p>Si ritiene che l’antisemitismo del mondo arabo sia molto pericoloso. Ma l’antisemitismo arabo non è la causa dell’ostilità araba verso Israele o verso gli ebrei. Ne è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari passo con il progredire dell’usurpazione territoriale ebraica, e delle atrocità commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino antisemitismo. Piuttosto, per banalizzarlo. Esso è arrivato in Medio Oriente con il sionismo e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la propaganda antisemita ma gli sforzi sistematici, decennali e costanti che Israele fa per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di pace, potremmo tutti riunirci e deprecarlo. Ma non farebbe comunque del vero danno agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere, permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe invitare Israele a intervenire. E ci sono davvero pochi motivi per aspettarsi che ciò accada: se tutti gli orrori delle recenti campagne israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente una qualche azione israeliana così spaventosa e criminale da oltrepassare, e di molto, gli attacchi stessi.</p>
<p>Se c’è un posto dove è verosimile pensare che l’antisemitismo possa avere effetti terribili, questo è piuttosto l’Europa occidentale. Là, il risorgere del neofascismo è del tutto reale. Ma è un pericolo per gli ebrei? Le Pen, per esempio, è sicuramente antisemita. Ma nulla ci fa pensare che voglia mettere in pratica il suo antisemitismo. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per stare in pace con gli ebrei e forse assicurarsi addirittura il loro aiuto contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei piani accuratamente nascosti contro gli ebrei, questo sì che sarebbe insolito: Hitler, come gli insorgenti russi antisemiti, erano assolutamente aperti sulle loro intenzioni, e certo non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli ebrei. Mentre è un fatto che che alcuni ebrei francesi vedono Le Pen come un fenomeno positivo o, addirittura, un alleato. (Si veda, per esempio, “ ‘Le Pen è un bene per noi’ dicono sostenitori ebrei”, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile).</p>
<p>Naturalmente ci sono ragioni storiche per temere un orrendo attacco contro gli ebrei. E tutto è possibile: domani stesso potrebbe esserci, a Parigi, un massacro di ebrei. O di algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia, queste dovrebbero essere applicate a circostanze che abbiano un minimo di analogia. E l’Europa di oggi assomiglia molto poco all’Europa del 1933. Inoltre, potremmo anche vedere le cose in positivo: cosa ci fa pensare che sia più probabile vedere un pogrom piuttosto che il dissolvimento dell’antisemitismo in un’ineffettiva malevolenza? Non esiste preoccupazione sensata che non debba basarsi sull’effettiva presenza di una minaccia.</p>
<p>Il fatto che si verifichino aggressioni antisemite potrebbe dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono parecchio fumose: non viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi a monumenti o simboli ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, è tale l’accento posto sull’aumento della frequenza degli attacchi che non ci si rende conto della bassissima incidenza del loro livello. Gli attacchi simbolici sono effettivamente aumentati in significativi numeri assoluti. Quelli alle persone, no [*]. Soprattutto, la maggior parte di questi attacchi è compiuta da immigrati musulmani: in altre parole, da una minoranza ampiamente odiata, perseguitata e soggetta a un rigido controllo poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria campagna di violenza contro gli ebrei.</p>
<p>Certo, è molto spiacevole che una mezza dozzina di ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha guardato bene il mondo. Queste aggressioni sono di competenza della polizia, non sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e degli altri, così da arginare chissà quale mortale malattia morale. Lo sarebbe solo se le aggressioni razziste avvenissero in società ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Chi ha davvero paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbe riservare le proprie angoscie alle aggressioni, di gran lunga più violente e di gran lunga più diffusamente accettate, di cui sono vittime gli zingari, la cui storia da perseguitati è pienamente paragonabile al passato degli ebrei. La posizione degli ebrei è oggi molto più vicina a quella dei bianchi, che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico.</p>
<p>Certo, molti rifiutano questo genere di freddo ragionamento numerico. Ci diranno che, con il passato che incombe su di noi, anche un solo insulto antisemita è una cosa terribile e che la bruttura non si può misurare dal numero di cadaveri. E tuttavia, quanto più osserviamo la cosa da un’angolatura ampia, tanto più l’antisemitismo diventa meno importante, anziché di più. Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e semplice: Significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il fatto che in Europa, oggi, gli ebrei sono cittadini integrati, che hanno moltissime meno ragioni di soffrire e di avere paura di quante ne abbiano altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza benestante sono tanto spregevoli quanto quelle contro minoranze povere e senza potere. Ma che degli aggressori siano ugualmente spregevoli non vuol dire che tutte le aggressioni siano altrettanto preoccupanti.</p>
<p>Non sono gli ebrei, oggi, quelli su cui si allungano le ombre dei campi di concentramento. I “campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi in cui militano molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra di volere articolare, e tanto meno di portare avanti, un programma antisemita. Né esiste alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono. L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo una potenza nucleare ebraica pronta ad accogliere qualunque rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci sono pericoli reali adesso, non significa dire che dobbiamo ignorare ogni pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei o politiche migratorie antiebraiche, dovremmo certo allarmarci. Ma preoccuparci per ogni cosa allarmante che potrebbe appena ipoteticamente accadere è fuori luogo: ci sono cose molto più allarmanti che accadono già!</p>
<p>Si può replicare che, se le cose non sono più allarmanti, è solo perché gli ebrei, e altri, sono stati così vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno imparando, per evitare di farsi notare gli basta tacere sugli ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non vigila affatto, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse sembrano essere dovute molto più alla repulsione francese verso il neofascismo che alle ramanzine della Anti-Defamation League. Supporre che le organizzazioni ebraiche e i coscienziosi opinionisti pronti a gettarsi contro l’antisemitismo stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come affermare che Bertrand Russell e i quaccheri siano bastati a salvarci da una guerra nucleare.</p>
<p>Potremmo anche dire che, quali che siano i pericoli reali, essi sono comunque atroci per gli ebrei e riportano alla mente ricordi insopportabilmente dolorosi. Questo può essere vero per quei pochissimi che ancora hanno questi ricordi, ma non lo è per gli ebrei in generale. Io sono un ebreo tedesco, e potrei benissimo rivendicare il mio status di vittima di seconda generazione o di terza mano. Invece, me ne frego altamente degli accadimenti antisemiti o di un clima di crescente antisemitismo. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose, per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati d’ansia non hanno poi tanto peso, se li paragoniamo alle autentiche sofferenze fisiche inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei.</p>
<p>Tutto questo non è per sminuire tutto l’antisemitismo e ovunque. Si sente spesso parlare di perversi antisemiti in Polonia o in Russia, sia nelle strade che al governo. Ma, per quanto ciò possa essere preoccupante, è anche privo di ogni influenza derivante dai conflitti israelo-palestinesi, ed è decisamente improbabile che questi conflitti possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, che io sappia, in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una questione spaventosamente seria, possiamo solo concludere che il sentimento antiarabo è qualcosa di molto più serio. E siccome qualsiasi gruppo antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e contro gli arabi, essi possono essere combattuti non in nome dell’antisemitismo ma in difesa degli arabi e degli immigrati.Non vale neanche la pena di concentrarsi sulla minaccia antisemita che questi gruppi comportano, quindi. Basta combatterli in nome della giustizia per gli arabi e per i migranti.</p>
<p>Riassumendo, oggi il vero scandalo non è l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini e, in generale, gli ebrei si sono precipitati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa importa? Perché dovremmo dedicarvi attenzione? Il fatto che la guerra etnica di Israele abbia provocato dell’aspra rabbia è più importante della guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche momento, in qualche modo, questo odio possa teoricamente uccidere degli ebrei è più importante della brutale e concreta persecuzione fisica dei palestinesi e delle centinaia di migliaia di voti dati a chi vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma dimenticavo. Come non detto, ritiro tutto. Qualcuno con la bomboletta spray ha scritto degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.</p>
<p>[*] Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith includono gli attacchi contro Israele nel conto; parlano piuttosto di “<a class="broken_link" href="http://archive.adl.org/presrele/asint_13/4084_13.html">Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani e palestinesi, usati dagli antisemiti</a>” E, come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come delle fallimentari campagne paramilitari contro gli USA e Israele. Ma se anche le si include nel conto, non sembra particolarmente pericoloso essere ebreo al di fuori di Israele.</p>
<p><em>Michael Neumann è professore di filosofia alla Trent University, Ontario, Canada. Gli si può scrivere a: <a href="mailto:mneumann@trentu.ca">mneumann@trentu.ca</a></em></p>
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		<title>Intervista a Mustafa Barghouti</title>
		<link>http://www.ilcircolo.net/lia/2024/01/27/intervista-mustafa-barghouti/</link>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2024 20:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Parlare di Israele?]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mustafa Barghouti è il Segretario Generale dell&#8217;Iniziativa Nazionale Palestinese (PNI), un&#8217;iniziativa che promuove la resistenza non violenta all&#8217;occupazione israeliana. È considerato un possibile successore di Mahmud Abbas come Presidente dell&#8217;Autorità Palestinese. Con la sua ONG Società di Assistenza Medica (PMRS), attiva in prima linea a Gaza, è impegnato a tempo pieno. Osserva la guerra a [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="w-full text-token-text-primary" data-testid="conversation-turn-15">
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<p>Mustafa Barghouti è il Segretario Generale dell&#8217;Iniziativa Nazionale Palestinese (PNI), un&#8217;iniziativa che promuove la resistenza non violenta all&#8217;occupazione israeliana. È considerato un possibile successore di Mahmud Abbas come Presidente dell&#8217;Autorità Palestinese. Con la sua ONG Società di Assistenza Medica (PMRS), attiva in prima linea a Gaza, è impegnato a tempo pieno. Osserva la guerra a Gaza da lontano, da Ramallah in Cisgiordania.</p>
<p><strong>WochenTaz: Signor Barghouti, il fatto che non ci sia ancora una tregua a Gaza è dovuto anche alla mancanza di una strategia per il giorno dopo. Come si può evitare un altro 7 ottobre?</strong></p>
<p><strong>Mustafa Barghouti:</strong> Evitando di parlare solo del 7 ottobre.</p>
<p><strong>Quel giorno non è stato uno qualunque.</strong></p>
<p>Qual è il problema? Che la recinzione è stata superata o che questa recinzione esiste? Sono un medico e non mi concentro sui sintomi, ma sulle cause. Il 7 ottobre è un sintomo. L&#8217;Hamas stessa è un sintomo. Nel 1948&#8230;</p>
<p><strong>&#8230; no, per favore, non iniziamo con il 1948. Conosciamo la storia. Restiamo agli attuali sviluppi.</strong></p>
<p>Se lei fa la domanda sbagliata, ottiene la risposta sbagliata. Sembra che io stia cercando di evitare le domande, ma è lei che evita le risposte. Il ritiro dalla Striscia di Gaza, ordinato da Ariel Sharon (ex Primo Ministro di Israele, nota della Redazione) nel 2005, non è mai stato pensato come un vero ritiro. Israele continua a controllare i confini, le dogane, il commercio, le tasse, le telecomunicazioni, la maggior parte dell&#8217;approvvigionamento energetico, lo spazio aereo, lo stato civile: tutto. Inizialmente, contava la quantità minima di calorie necessarie per sopravvivere e non lasciava nemmeno una briciola in più nella Striscia di Gaza. Secondo le stime dell&#8217;ONU, la Striscia di Gaza sarebbe dovuta diventare non più abitabile nel 2020. E ora siamo nel 2024. Non c&#8217;era neanche più acqua potabile, solo acqua di mare, acqua salata. Era evidente che questa barriera sarebbe stata abbattuta prima o poi.</p>
<p><strong>Dimentica gli oltre 1.000 israeliani che sono stati massacrati.</strong></p>
<p>Non lo faccio. Ed è per questo che l&#8217;assedio deve finire. Nessuno qui vuole che il 7 ottobre si ripeta.</p>
<p><strong>Ha parlato di cause e sintomi. Qual è la terapia?</strong></p>
<p>Il 7 Ottobre non è la prova che solo la forza funziona, ma l&#8217;opposto: è la prova che la forza non basta. Perché anche se hai la tecnologia più avanzata, ci sarà sempre un deltaplano che non hai previsto. Il 7 ottobre dimostra che è il momento di tornare alla politica. L&#8217;ultimo vertice tra Netanyahu e Abbas risale al 2014.</p>
<p><strong>La politica però manca soprattutto a Ramallah. Il mandato di Abbas è scaduto nel 2009. Gli ultimi a essere stati eletti lo sono stati nel 2006.</strong></p>
<p>Assolutamente. Siamo dove siamo anche perché l&#8217;Autorità Palestinese è come è. A Oslo (che rappresenta una serie di accordi di pace iniziati nel 1993, nota della Redazione) è stata concepita male, e da allora è stata gestita ancora peggio. Perciò, come Iniziativa Nazionale Palestinese, chiediamo nuove elezioni. Vogliamo un governo di transizione per la Striscia di Gaza e la Cisgiordania insieme: un governo di unità nazionale approvato da tutti noi. E elezioni il più presto possibile.</p>
<p><strong>L&#8217;unità nazionale significa l&#8217;inclusione di Hamas?</strong></p>
<p>Sì, naturalmente.</p>
<p><strong>Israele non lo permetterà.</strong></p>
<p>Stiamo parlando del governo palestinese, non di quello israeliano.</p>
<p><strong>Ma crede che Israele accetterebbe Hamas?</strong></p>
<p>Non è questo il punto. Hamas esiste. Non può essere semplicemente cancellata. Perché non riguarda solo Yahya Sinwar (leader di Hamas nella Striscia di Gaza, nota della Redazione), i combattenti o Gaza. Hamas è un movimento complesso. Fa parte della nostra società. Anche se avesse solo il 5 percento dei voti, avrebbe il diritto di avere una voce. Come tutti. Non si tratta di numeri: si tratta di democrazia.</p>
<p><strong>Come definisce Hamas dal suo punto di vista?</strong></p>
<p>Prenda un giornale qualsiasi degli anni &#8217;70. Legga sulla Organizzazione per la Liberazione della Palestina e su Arafat. Anche lui era considerato un terrorista, proprio come oggi viene vista Hamas.</p>
<p><strong>Può davvero immaginare il capo di Hamas Ismail Haniyeh come primo ministro?</strong></p>
<p>Partecipare alla leadership non significa sedere nel governo. Hamas è sempre stata molto pragmatica. È pronta a fare un passo indietro se questo porta a un passo avanti. Ma sa anche che Hamas vincerebbe probabilmente le elezioni ma senza avere la maggioranza. I voti non sono seggi: vengono trasformati in seggi attraverso la legge elettorale. Nel 2021 abbiamo introdotto un sistema elettorale proporzionale per ottenere governi di coalizione e evitare lotte intestine. La lotta contro l&#8217;occupazione è già abbastanza complicata. Chiunque vinca, governeremo insieme.</p>
<p><strong>Come intende garantire la sicurezza di Israele con il suo approccio?</strong></p>
<p>E come garantirà Israele la nostra sicurezza?</p>
<p><strong>Hamas non riconosce i confini del 1967. La sua Palestina va dal Giordano al Mediterraneo. Non c&#8217;è posto per Israele.</strong></p>
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<p>Chi dice ciò? I confini del 1967 sono menzionati nell&#8217;accordo del 2006, che ha portato alla nostra prima coalizione di governo. Da allora, sono stati menzionati in tutti i nostri accordi, compreso l&#8217;accordo sul nuovo sistema elettorale e sulle nuove elezioni. Hanijeh ha confermato che Hamas non ha cambiato la sua posizione. È piuttosto Netanyahu che non riconosce i confini e vede Israele dal fiume al mare. A settembre, ha mostrato alle Nazioni Unite una mappa in cui tutto era Israele, compresi Cisgiordania e Striscia di Gaza. Nessuno ha sollevato obiezioni.</p>
<p><strong>Avevo chiesto della sicurezza.</strong></p>
<p>La sicurezza verrà garantita con la fine dell&#8217;occupazione. Punto. Dopo il 1948, ci sono rimasti solo il 22% delle nostre terre e, infine, dopo il 1967, abbiamo accettato di non rivendicarle più. Abbiamo già fatto la nostra parte. Ma ora i coloni israeliani sono ovunque e abbiamo solo l&#8217;18% di quei precedenti 22%. L&#8217;ultima colonia è stata approvata il 5 dicembre. Nel bel mezzo della guerra. Lasciateci in pace e vivrete in pace.</p>
<p><strong>Netanyahu dice che non lascerà la Striscia di Gaza finché Hamas non sarà cancellata.</strong></p>
<p>Oltre il 70% delle case sono in rovina. Il suo obiettivo è diverso: vuole costringere i palestinesi a lasciare.</p>
<p><strong>Israele è accusato di genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIJ). Credete che questa sia la parola giusta per descrivere questa guerra?</strong></p>
<p>È una domanda rivolta a voi.</p>
<p><strong>Cosa intende?</strong></p>
<p>Posso citare Elie Wiesel? In ogni guerra ci sono tre categorie. Gli assassini, le vittime e coloro che stanno a guardare. Un giorno vi chiederanno: Dove eravate?</p>
<p><strong>Tuttavia, la CIJ non ha potere, anche se dovesse condannare Israele.</strong></p>
<p>Il potere ha molte forme. La maggior parte dei governi è a favore di Israele, ma l&#8217;opinione pubblica è in gran parte a favore della Striscia di Gaza. Dieci anni fa, i giornalisti dovevano scrivere della &#8220;cosiddetta occupazione&#8221;. Oggi scrivono dell&#8217;apartheid. C&#8217;è il potere delle armi e il potere delle idee. Il potere della ragione. Sono nato quando i neri negli Stati Uniti venivano relegati nei posti posteriori degli autobus, e ho visto un nero diventare presidente.</p>
<p><strong>Cosa vi aspettate dall&#8217;Europa?</strong></p>
<p>Nulla.</p>
<p><strong>Neppure delle sanzioni?</strong></p>
<p>Hanno imposto migliaia di sanzioni a Putin, ma nel frattempo fanno vacanze negli Airbnb nelle colonie in Cisgiordania. Non hanno più credibilità.</p>
<p>https://taz.de/Mustafa-Barghouti-ueber-den-Gazakrieg/!5986884/</p>
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		<title>Alcune osservazioni sulla &#8220;Conquista de Indias&#8221;</title>
		<link>http://www.ilcircolo.net/lia/2020/06/24/alcune-osservazioni-sulla-conquista-de-indias/</link>
		<comments>http://www.ilcircolo.net/lia/2020/06/24/alcune-osservazioni-sulla-conquista-de-indias/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2020 12:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[América]]></category>
		<category><![CDATA[Cose di Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Leggenda nera]]></category>
		<category><![CDATA[Leyenda negra]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#160; In un post precedente citavo Pierre Vilar, storico marxista che, parlando della Conquista spagnola dell&#8217;America, scrive: E&#8217; degno di nota, per una potenza coloniale, avere avuto un Las Casas e non averlo lasciato isolato e privo di influenza. La Escuela de Salamanca, con Melchor Cano, Domingo de Soto e Francisco de Vitoria, a metà del s. [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-6431" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2020/06/bartolome.jpg" alt="" width="279" height="181" srcset="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2020/06/bartolome.jpg 279w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2020/06/bartolome-462x300.jpg 462w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2020/06/bartolome-246x160.jpg 246w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un <a href="http://www.ilcircolo.net/lia/2020/06/23/conquista-dellamerica-leggenda-nera/">post precedente</a> citavo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_Vilar">Pierre Vilar,</a> storico marxista che, parlando della Conquista spagnola dell&#8217;America, scrive:</p>
<blockquote><p>E&#8217; degno di nota, per una potenza coloniale, avere avuto un Las Casas e non averlo lasciato isolato e privo di influenza. La Escuela de Salamanca, con Melchor Cano, Domingo de Soto e Francisco de Vitoria, a metà del s. XVI, riuscì a spostare la discussione dal piano umanitario a quello giuridico del &#8220;diritto delle genti&#8221;. [&#8230;] L&#8217;essenziale, di fatto, è distinguere tra una pratica brutale (ma non più brutale di qualsiasi altra colonizzazione) e una dottrina, che include una legislazione dalle intenzioni sommamente elevate, che sono peraltro costantemente mancate in colonizzazioni più moderne.</p></blockquote>
<p>Mi sembra quindi opportuno passare in rassegna un po&#8217; della legislazione a cui si riferisce Vilar. Non con l&#8217;intenzione di sostituire la Leggenda nera antispagnola con una Leggenda rosa che sarebbe altrettanto inesatta, ma per aggiungere informazioni utili a comprendere meglio ciò che viene omesso e/o tergiversato nel discorso antispagnolo che, da secoli, viene propagandato dalle &#8220;colonizzazioni più recenti&#8221; di cui parla Vilar, allo scopo di dirigere il biasimo anticoloniale popolare contro un&#8217;immagine fantoccio per mettere in ombra i propri crimini, più efferati e recenti. Il mio elenco sarà per forza di cose parziale e incompleto: del resto questo non vuole essere un articolo scientifico bensì uno spunto di riflessione.</p>
<p>Gli spagnoli che arrivarono in America nel &#8216;500 erano pochi, in gran numero maschi e abituati in patria, da secoli, ai contatti con popoli diversi. Inoltre, a differenza degli inglesi che avanzarono nella loro conquista nella misura in cui scacciavano e allontanavano gli indigeni, visti come il peggior nemico, per gli spagnoli era fondamentale assicurarsene la collaborazione, affinché la terra continuasse a produrre e per essere guidati verso nuovi territori. La Corona vide con buon occhio da subito l&#8217;unione tra spagnoli e indigene &#8211; dati i vantaggi anche politici &#8211; a condizione che lo spagnolo fosse celibe (numerosissime e interessanti furono le leggi per impedire ai conquistadores sposati di tradire e/o abbandonare le mogli rimaste in Spagna) e che le cose fossero fatte in accordo con la morale cattolica del tempo. Già nel 1503, una Instrucción del 29 marzo raccomanda ai governatori di favorire i matrimoni misti purché santificati dalla Chiesa (vedi la storia di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/La_Malinche">Doña Marina, la Malinche</a>.) Nel 1515, una Cedola Reale del 5 febbraio specificava che era volontà del re che coloro che avessero voluto sposarsi con indigene lo facessero liberamente, purché nel rispetto assoluto della volontà della donna. Su questo dovevano vigilare severamente i ministri della giustizia e, soprattutto, del culto, affinché non si commettessero abusi. (cfr: &#8220;<a href="https://books.google.it/books?id=29xKz7TW_MsC&amp;pg=PA217&amp;lpg=PA217&amp;dq=cedula+real+5+de+febrero+de+1515+casarse&amp;source=bl&amp;ots=7WVGH3sUqt&amp;sig=ACfU3U2yH5DcC3jj69M8kzKQbR7o9DjtMw&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ved=2ahUKEwjevqaj65fqAhVNxKYKHRT6DZwQ6AEwAnoECAgQAQ#v=onepage&amp;q=cedula%20real%205%20de%20febrero%20de%201515%20casarse&amp;f=false">Que los indios se puedan casar libremente y ninguna orden real lo impida</a>&#8220;. Il testo recita: &#8220;Es nuestra voluntad que los indios y las indias tengan, como deben, entera libertad para casarse con quien quisieren, así con indios como con naturales de estos nuestros reinos o españoles nacidos en la India [&#8230;])</p>
<p>A partire da l¡ comincia a nascere quel meticciato che, oggi, conforma l&#8217;Ispanoamerica, e, allo stesso tempo, a porsi il problema della personalità giuridica del cosiddetto <em>indio</em>, in una situazione di fatto che, da subito, vide affrontarsi gli uomini di chiesa (frati francescani, domenicani, agostiniani, tra cui ricordiamo Ramírez de <a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Sebasti%C3%A1n_Ram%C3%ADrez_de_Fuenleal">Fuenleal</a>, <a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Toribio_de_Mogrovejo">Toribio de Mogroviejo</a>, e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bartolom%C3%A9_de_Las_Casas">de las Casas</a>, tra gli altri) contro nobili, encomenderos e violenti vari, armati della potentissima arma della scomunica, mentre in Spagna <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_di_Salamanca#Conquista_dell'America">la Scuola di Salamanca</a> anima un dibattito che è così riassumibile:</p>
<blockquote><p>In questa epoca di avvio del colonialismo dell&#8217;era moderna, la Spagna è stata l&#8217;unica nazione europea nella quale un folto gruppo di intellettuali ha sollevato il problema della legittimità di una conquista invece di cercare di giustificarla con motivi tradizionali. Si tratta della controversia dei Giusti Titoli (Justos Tìtulos), di cui uno degli episodi è stata la <a title="Giunta di Valladolid" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giunta_di_Valladolid">disputa di Valladolid</a> (1550-1551), famoso dibattito tra <a title="Juan Ginés de Sepúlveda" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Juan_Gin%C3%A9s_de_Sep%C3%BAlveda">Juan Ginés de Sepúlveda</a> e <a title="Bartolomé de Las Casas" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bartolom%C3%A9_de_Las_Casas">Bartolomé de las Casas</a>, che ha anche coinvolto numerosi discepoli di  <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Francisco_de_Vitoria">Francisco de Vitoria</a>, già morto: <a title="Domingo de Soto" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Domingo_de_Soto">Domingo de Soto</a> e <a title="Melchor Cano" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Melchor_Cano">Melchor Cano</a> (entrambi dell &#8216;Università di Salamanca) e <a title="Bartolomé Carranza" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bartolom%C3%A9_Carranza">Bartolomé de Carranza</a> (da Valladolid), tutti domenicani (come Sepúlveda e Las Casas).</p></blockquote>
<p>I primi diritti vengono riconosciuti alle donne. Già alla morte di Fernando il Cattolico, le relazioni di Bartolomé de las Casas danno origine a una serie di Instrucciones in cui si stabilisce che le donne indigene non devono svolgere lavori duri o penosi. I prevedibili abusi faranno sì che queste Instrucciones siano ribadite più volte, fino alla definitiva Recopilación del 1680. Inoltre, si dovevano considerare per legge esseri liberi senza che nessuna causa potesse essere ammessa per la perdita giuridica di questo stato. Dal punto di vista tributario, nel 1618 una Cedola Reale di Felipe III stabilì che le donne di qualsiasi età (come pure i giovani fino ai 18 anni e i vecchi dei 50 in poi) non dovessero pagare tassa alcuna.</p>
<p>Per quanto riguarda gli uomini, da una primissima condizione di schiavitù passano ad essere nel 1500 vassalli liberi della Corona di Castiglia, giuridicamente uguali ai cittadini di Castiglia o León. Erano ammessi come schiavi solo i prigionieri catturati in &#8220;justa guerra&#8221;, ma nel 1530 (20 agosto) si abolisce anche questa disposizione. Ci sarà poi un&#8217;eccezione per caribes, araucanos e mindanoas, irriducibili ribelli alla Corona che, come ho scritto sopra, non si applicherà alle donne.</p>
<p>Nel 1542 vengono pubblicate le Leyes Nuevas, che erano state precedute dalle <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_di_Burgos">Leyes de Burgos</a> (1512) e soprattutto dalle Ordenanzas de Granada (1526), che già ne introducevano gli aspetti fondamentali. Le Leyes Nuevas sono  <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_nuove">riassumibili nei seguenti principi</a>:</p>
<ul>
<li>Garantire la conservazione del governo e il buon trattamento degli indigeni;</li>
<li>Divieto di schiavizzare gli indigeni per qualsiasi ragione;</li>
<li>Liberazione degli schiavi, se non si dimostravano delle ragioni giuridiche in senso contrario;</li>
<li>Gli indigeni non dovevano essere costretti a fare da caricatori contro la loro volontà o senza un salario adeguato;</li>
<li>Non potevano essere portati in regioni remote con la scusa della raccolta delle perle;</li>
<li>Gli ufficiali reali, ordini religiosi, ospedali e confraternite non avevano diritto all&#8217;encomienda;</li>
<li>Il possesso delle terre dato ai primi conquistadores doveva cessare totalmente alla loro morte senza che nessuno potesse ereditarne la detenzione e il dominio.</li>
</ul>
<p>Queste leggi ebbero vita dura, a causa dell&#8217;opposizione degli encomenderos, ma segnarono la rotta di tutta la legislazione successiva e sono considerate <a href="https://blogs.es.amnesty.org/andalucia/2020/01/30/espana-y-el-nacimiento-de-los-derechos-humanos/#:~:text=El%20indio%20es%20un%20hombre,y%20no%20puede%20ser%20explotado.&amp;text=Toda%20esta%20legislaci%C3%B3n%20est%C3%A1%20considerada%20como%20la%20predecesora%20de%20los%20Derechos%20Humanos.">la prima forma di Dichiarazione dei Diritti Umani</a>.</p>
<p>Ora: se mi mettessi ad affrontare l&#8217;infinito capitolo delle <em>encomiendas</em>, gli abusi legati ad esse e le infinite serie di ordinanze per limitarle, abolirle, proteggere il lavoro degli indios e reprimere gli abusi, farei notte e andrei anche fuori tema, visto che, come ho detto, quello che mi interessa è questo:</p>
<blockquote><p>L&#8217;essenziale, di fatto, è distinguere tra una pratica brutale (ma non più brutale di qualsiasi altra colonizzazione) e una dottrina, che include una legislazione dalle intenzioni sommamente elevate, che sono peraltro costantemente mancate in colonizzazioni più moderne.</p></blockquote>
<p>Va comunque ricordato che la realtà dell&#8217;indio non era solo quella dell&#8217;encomienda: c&#8217;erano anche gli indios vassalli liberi e quelli delle cosiddette <a href="https://descubrirlahistoria.es/2014/11/las-reducciones-jesuitas-en-america/">Reducciones,</a> villaggi creati dai gesuiti dove gli indios, sotto la loro guida, si organizzavano autonomamente in quello che era il modello utopico di una società cristiana lontana dalla corruzione degli europei. Cito da Wikipedia:</p>
<blockquote><p> Un&#8217;organizzazione questa dei gesuiti che non fu invece adottata nelle colonie inglesi e in quelle protestanti. Gli indigeni erano esenti dalla giurisdizione dei funzionari regi e dipendevano direttamente dal viceré; erano liberi da ogni servitù e dovevano solo pagare un tributo al governo di Madrid (una certa quantità di mate). A sud del Brasile, unendo una trentina di reducciones, i gesuiti nel 1609 avevano proclamato la repubblica Gesuitica del Paraguay in un territorio grande due volte la Francia. Qui venivano favoriti non solo l&#8217;artigianato,la manifattura, le costruzioni con la fondazione di nuove località con edifici imponenti e strade lastricate, ma anche l&#8217;arte, come testimoniavano la presenza di orchestre sinfoniche composte da soli indigeni. Gli indios vivevano da uomini liberi e si era sperimentato un governo rappresentativo dello stato. Era questo il tentativo di creare una civiltà cristiana tipicamente indiana per favorire la pace e la convivenza tra gli spagnoli, portoghesi e i locali, come affermava nel 1609,il superiore dei gesuiti Antonio Ruiz de Montoya.</p></blockquote>
<p>Tutto questo, è evidente, stride terribilmente con la nostra sensibilità odierna. Ma tra il &#8216;500 e il &#8216;600, la schiavitù era abbondantemente diffusa anche in Europa e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tratta_barbaresca_degli_schiavi">nel Mediterraneo,</a> parte delle usanze che, all&#8217;epoca, regolavano le guerre tra Stati. Lo stesso Miguel de Cervantes sarà <a href="https://cvc.cervantes.es/literatura/aih/pdf/13/aih_13_1_068.pdf">schiavo in Algeria per cinque anni</a>, dal 1575 al 1580, quando finalmente gli riescono a pagare il riscatto per liberarlo. Lo stesso dicasi, sulla la sensibilità di allora e di oggi, per ciò che riguarda il <a href="https://www.rae.es/sites/default/files/John_H._Elliot_Estudio_preliminar_Brevisima_historia_de_la_destruicion_de_la_Indias.pdf">proselitismo religioso</a>:</p>
<blockquote><p>La intensidad del esfuerzo español por convertir a los pueblos del Nuevo Mundo al cristianismo sólo es comprensible dentro del contexto de las preocupaciones espirituales de la cristiandad de finales del siglo XV y principios del XVI, en particular en la península ibérica.</p></blockquote>
<p>Gli spagnoli avevano finito in quel preciso momento (1492) di scacciare l&#8217;Islam, dopo secoli, dalla penisola iberica. Un cattolico del &#8216;500, per giunta orripilato da usanze indigene che andavano dai sacrifici umani al cannibalismo o alla poligamia, considerava che salvare l&#8217;anima a quelle popolazioni fosse un imperativo morale. Di più: evangelizzare il continente veniva a essere la giustificazione morale essenziale, se non l&#8217;unica, del semplice fatto di essere lì e colonizzare quelle terre. Per i puritani inglesi, invece, il problema non si pone, almeno fino al &#8216;700. Dell&#8217;anima dei loro indigeni, molto semplicemente, non gliene poteva fregar di meno. Né gli indios né, tanto meno, gli schiavi neri, erano considerati degni del battesimo, e i non bianchi andavano usati o scacciati: in nessun momento era previsto che ci si mescolasse né che si condividesse alcunché. Niente vita in comune, niente matrimoni misti, niente figli meticci, niente Dio comune. Apartheid, che di fatto è andato avanti fino ai giorni nostri. <a href="http://www.cepc.gob.es/Controls/Mav/getData.ashx?MAVqs=~aWQ9NzcxOCZpZGU9MTAzNyZ1cmw9MyZuYW1lPVJFUF8wNjhfMTMwLnBkZiZmaWxlPVJFUF8wNjhfMTMwLnBkZiZ0YWJsYT1BcnRpY3VsbyZjb250ZW50PWFwcGxpY2F0aW9uL3BkZg==">Perché</a>:</p>
<blockquote><p>Tra uno spagnolo o un portoghese e un membro di qualsiasi altra razza che ne condivida la fede religiosa, non esistono barriere insuperabili. L&#8217;elemento determinante non è quello razziale, come lo è per il britannico, bensì quello religioso. [&#8230;] Attraverso l&#8217;insieme, estremamente ampio, della legislazione coloniale, troviamo come leit motiv delle &#8220;Leyes de Indias&#8221; la protezione dell&#8217;indio dalle usurpazioni e dallo sfruttamento dei coloni bianchi. Queste leggi hanno un carattere così inverosimilmente moderno che sembrano essere state scritte di recente. Organizzazione delle ferie, protezione delle donne incinte, dei minori e degli anziani, tutto è previsto. L&#8217;influenza della Scuola teologica di Salamanca salta agli occhi. Se la pratica fu spesso molto diversa, rendendo l&#8217;indio un servo del bianco, è perché gli interessi del colono bianco, come accade ancora oggi, tendevano al profitto materiale e non coincidevano con la posizione idealista dei missionari e dei funzionari coloniali, i quali erano economicamente indipendenti e colti sul piano giuridico. Si può quindi sostenere che, se le leggi avessero avuto un&#8217;impostazione meno idealista, si sarebbe probabilmente ottenuto un maggior vantaggio dal punto di vista pratico. [&#8230;] Don Chisciotte è presente anche nella legislazione spagnola.</p>
<p>Nelle colonie britanniche, al contrario, l&#8217;indio non interessava al legislatore. Il rapporto con l&#8217;indigeno venne affidato al colono. Con alcune eccezioni, questi considerò la sua presenza inopportuna e, dopo anni di lotta, lo sterminò fino a non lasciarne che pochi resti miserabili. Alcune cifre illustrano questo dato: secondo il censimento del 1940, nell&#8217;America anglosassone c&#8217;erano 540.000 indigeni, mentre in America latina ce n&#8217;erano 16 milioni, a cui vanno aggiunti 34 milioni e mezzo di meticci.</p></blockquote>
<p>Concludo dicendo, brevemente, che lo spirito religioso e umanitario della Conquista spagnola dell&#8217;America si esprime in modo particolare nel campo culturale: le primissime scuole per gli indios risalgono al 1505, mentre la scuola superiore, riservata ai figli della nobiltà indigena, arriva a Santo Domingo nel 1512. Nel 1524, Pedro de Gand pone le basi della scuola per adulti e della scuola di arti e mestieri, anch&#8217;essa frequentata dalla nobiltà indigena: si insegna il castigliano, il latino, la musica, e si praticano pittura, scultura, incisioni e arti varie. Fonda anche un ospedale che sarà considerato il primo centro per l&#8217;insegnamento della medicina in America. Allo stesso tempo si creano seminari per gli indigeni, da cui escono traduttori, trascrittori, maestri che insegneranno agli stessi missionari le lingue, la storia e i costumi dei nativi, affinché questi possano svolgere al meglio la loro missione. Assieme a una lunga serie di scuole e collegi, si fondano le università, dal 1538 in poi. Contemporaneamente, i missionari si applicano nell&#8217;apprendimento delle lingue locali. Appaiono dizionari e grammatiche náhuatl, huaztecas, totonecas, miztecas, tarascos, mayas, zaotecas, aymaras, quechuas e via elencando. Dalla seconda metà del s. XVI cominciano ad apparire opere di autori nativi: Hernando de Alvaredo Tezozomoc, figlio di un imperatore azteca; Fernando de Alva Cortés Ixtlilxóchitl, Garcilaso de la Vega el Inca.</p>
<p>Dovrebbe essere inutile specificare ancora, infine, che conoscere questi importanti aspetti della colonizzazione spagnola dell&#8217;America non vuol dire giustificare il colonialismo, né opporsi alla Leggenda con una controleggenda. Non è questo il punto. Il punto è rifiutare l&#8217;escamotage dei colonialismi successivi, passati e presenti, di attribuire alla sola Spagna (non del tutto europea, non del tutto bianca, non del tutto capitalista e borghese, quindi Altra) il massimo dell&#8217;orrore per lasciare passare in sordina l&#8217;orrore proprio. Il colonialismo è il peccato su cui si costruisce il potere di quello che oggi chiamiamo Occidente. Occidente, non Spagna. Ed è stato tanto più sinistramente efficace quanto più si è distanziato dalle inquietudini etiche e morali riflesse nei dati che ho proposto fin qui. Roberto Fernández Retamar, uno dei padri degli studi postcoloniali in America, avverte contro questa trappola e cita Marx, che scrive: &#8220;La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude.&#8221; Quell&#8217;ipocrisia e quella barbarie sono state e sono nostre. Non di Colombo, non della Spagna, ma dell&#8217;Europa e dell&#8217;Occidente.</p>
<p>Fin qui ho citato diversi autori marxisti. Vorrei citare, per finire, un&#8217;altra intellettuale al di sopra di ogni sospetto di simpatie colonialiste, <a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Laurette_S%C3%A9journ%C3%A9">Laurette Séjourné</a>. Consiglio la lettura integrale della prefazione al suo <a href="https://kupdf.net/download/laurette-sejourne-america-latina-antiguas-culturas-precolombinas_5af74703e2b6f5b31ceb4bfb_pdf"><em>America Latina. Antiguas Culturas Precolombinas,</em></a>di cui riporto un paio di frasi (pp. 7-8):</p>
<blockquote><p>Abbiamo anche visto che le accuse sistematiche agli spagnoli svolgono un ruolo pernicioso in questo vasto dramma, perché sottraggono l&#8217;occupazione dell&#8217;America alla prospettiva universale a cui appartiene, giacché la colonizzazione costituisce il peccato mortale di tutta l&#8217;Europa. Lo sfruttamento del continente americano era un obiettivo di tale portata da travolgere qualsiasi quadro politico, e abbiamo dati a sufficienza per provare che nessun altro paese si sarebbe comportato meglio. [&#8230;] Al contrario, la Spagna si distingue per un tratto di capitale importanza: fino ai giorni nostri, è stata l&#8217;unico paese che abbia espresso voci potenti contro la guerra di conquista. Se si considera quanta energia morale esige, ancora oggi, la protesta contro le aggressioni verso gli Stati deboli, e quanta immaginazione richieda il sentimento di eguaglianza verso creature annichilite da meccanismi disumani, non possiamo non considerare degli autentici eroi quegli uomini che, nel s. XVI, lottarono controcorrente nel mezzo delle inaudite violenze scatenate dall&#8217;invasione.</p></blockquote>
<p>Quegli uomini erano spagnoli. Solo spagnoli. Ce lo dovremmo ricordare, e invece.</p>
<p>NOTE:</p>
<p>(1) Poi ci sono miriadi di leggi di tutela minori che facevano capo ai diversi territori: ad esempio, durante la Conquista del Cile (notevole epopea che vide come protagonista una <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/In%C3%A9s_de_Su%C3%A1rez">conquistadora donna</a>, peraltro) <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pedro_de_Valdivia">Pedro de Valdivia</a> proibì che le donne fossero obbligate a portare carichi. Se le indigene avessero voluto servire in casa di spagnoli, dovevano avere il consenso del marito o dei genitori se nubili e, per evitare abusi, i contratti non dovevano avere durata superiore a un anno. Il loro salario minimo era stabilito per legge. Se la donna si sposava durante il servizio, lo sposo andava a dormire con lei nella casa dove serviva.</p>
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		<title>Di Conquista dell&#8217;America e Leggenda nera</title>
		<link>http://www.ilcircolo.net/lia/2020/06/23/conquista-dellamerica-leggenda-nera/</link>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 10:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[lia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[América]]></category>
		<category><![CDATA[Cose di Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Leggenda nera]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>(Metto qui un post che avevo scritto su Facebook, ché è una riflessione che voglio continuare.) Due dati sulla colonizzazione spagnola e una premessa: dal s. XVI, l&#8217;operato della Spagna in America è stato oggetto di una violentissima campagna denigratoria chiamata Leggenda nera, il cui scopo apparente era/è la denuncia dei crimini commessi dai conquistatori [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>(Metto qui un post che avevo scritto su Facebook, ché è una riflessione che voglio continuare.)</p>
<p>Due dati sulla colonizzazione spagnola e una premessa: dal s. XVI, l&#8217;operato della Spagna in America è stato oggetto di una violentissima campagna denigratoria chiamata Leggenda nera, il cui scopo apparente era/è la denuncia dei crimini commessi dai conquistatori spagnoli.<br />
In realtà, la Leggenda servì (e continua a servire ancora oggi, in questo momento) a sottrarre il colonialismo alla sua dimensione planetaria, legata alla comparsa e al consolidamento del capitalismo (ve la immaginate, l&#8217;Europa di oggi, se non ci fosse stato il colonialismo?) e a gettarne tutte le responsabilità su un unico paese, la Spagna, che nel s. XVI era il più potente e al cui posto aspiravano le metropoli concorrenti: Olanda, Francia e Inghilterra in particolare. Potenze che, in seguito, ne presero effettivamente il posto, come &#8220;portatrici di civiltà&#8221;, compiendo crimini maggiori, più efferati e in tempi più vicini a noi.</p>
<p>Se facciamo un bilancio, oggi, dei crimini coloniali o neocoloniali commessi da Olanda, Francia, Inghilterra, Belgio, Stati Uniti (e mettiamoci pure Israele), la Spagna spicca solo per una cosa: per essere stato il paese che si è posto più scrupoli, riflessi in un&#8217;imponente legislazione a favore delle popolazioni indigene e nella creazione, dal primo istante, di un meticciato senza uguali nel pianeta. Nessuna altra potenza coloniale espresse, nei secoli passati, uomini come Bartolomé de las Casas, in nessuno ci furono polemiche interne sulla legittimità della Conquista come ci furono in Spagna.<br />
Pierre Vilar scrive: &#8220;E&#8217; degno di nota, per una potenza coloniale, avere avuto un Las Casas e non averlo lasciato isolato e privo di influenza. La Escuela de Salamanca, con Melchor Cano, Domingo de Soto e Francisco de Vitoria, a metà del s. XVI, riuscì a spostare la discussione dal piano umanitario a quello giuridico del &#8220;diritto delle genti&#8221;. [&#8230;] L&#8217;essenziale, di fatto, è distinguere tra una pratica brutale (ma non più brutale di qualsiasi altra colonizzazione) e una dottrina, che include una legislazione dalle intenzioni sommamente elevate, che sono peraltro costantemente mancate in colonizzazioni più moderne.&#8221;</p>
<p>Fare della Spagna lo &#8220;straw man&#8221; del colonialismo ha peraltro svolto, e continua a svolgere, un ruolo di rafforzamento delle &#8220;ragioni&#8221; del razzismo dei paesi &#8220;bianchi&#8221;, che sono alla base del loro discorso &#8220;civilizzatorio&#8221;. L&#8217;Africa, si sa, comincia con i Pirenei. Gli spagnoli erano diversi, impasto di mori ed ebrei, scuri e cattolici. Facile raffigurarli nella rappresentazione dell&#8217;Altro.<br />
E arriviamo a oggi: è indubbio che buona parte della cultura ispanoamericana è di matrice spagnola. Dalla sua storia all&#8217;unità linguistica, fino ai suoi uomini più rappresentativi, a cominciare da José Martì. Per secoli, inoltre, la Spagna rimane fuori dal novero delle &#8220;potenze occidentali&#8221;, in una situazione economica e sociale che non è quella dei paesi dal capitalismo pienamente sviluppato. Gettare discredito sulla Spagna serve a gettarlo sulle radici culturali dell&#8217;Ispanoamerica e a creare il terreno per missioni &#8220;civilizzatorie&#8221; sempre nuove, costanti nel tempo. Ad affascinare quei gruppi sociali ispanoamericani avidi di &#8220;modernizzazione&#8221; e a ribadire la presunta superiorità di quei paesi che ancora oggi, per sostenere le loro politiche di rapine, hanno bisogno di vendere ai colonizzandi la narrazione della loro presunta superiorità, anche morale.</p>
<p>E quindi, no: non è un bello spettacolo, quello della furia antispagnola dei benintenzionati cittadini USA. Dovrebbero guardare in casa loro, per essere credibili. Suggerirei il monumento al Maine di New York, per esempio.</p>
<p>(Come fonti sto usando R. Fernandez Retamar, &#8220;Contra la Leyenda Negra&#8221;, e G. Bellini, &#8220;Spagna e Ispanoamerica, storia di una civiltà&#8221;.)</p>
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		<title>A proposito di Catalogna</title>
		<link>http://www.ilcircolo.net/lia/2017/10/07/a-proposito-di-catalogna/</link>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 13:21:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cose di Spagna]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Per uno strano caso del destino, i miei molti anni in Spagna, paese dove sono cresciuta e che posso considerare più dell&#8217;Italia il paese della mia formazione, li ho trascorsi tutti in zone &#8220;di frontiera&#8221;: le isole Canarie, la frangia tra la Rioja e il Paese Basco e, appunto, la Catalogna. In quest&#8217;ultima ho conosciuto [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Per uno strano caso del destino, i miei molti anni in Spagna, paese dove sono cresciuta e che posso considerare più dell&#8217;Italia il paese della mia formazione, li ho trascorsi tutti in zone &#8220;di frontiera&#8221;: le isole Canarie, la frangia tra la Rioja e il Paese Basco e, appunto, la Catalogna.<br />
In quest&#8217;ultima ho conosciuto catalani di tutti i tipi: nostalgici del franchismo, che allora tifavano tutti per l&#8217;Espanyol in contrapposizione al Barça che si identificava con l&#8217;autonomismo; gente normale che difendeva con passione la propria, recente, autonomia e che comunque si sentiva sia catalana che spagnola, pochissimi indipendentisti e tantissimi gitani e immigrati andalusi che se ne battevano i coglioni. Tutto il flamenco che ho ascoltato e ballato nella vita, l&#8217;ho ballato in Catalogna.<br />
In Catalogna, oltre che sul flamenco, venni alfabetizzata sulle importanti e complesse sottigliezze che distinguevano i concetti di autonomia, indipendenza, nazione, stato, autodeterminazione e via dicendo: differenze lessicali che corrispondevano ad altrettanti posizionamenti politici, che alla fine si traducevano sostanzialmente nel cosa fare con la lingua catalana e con le tasse.</p>
<p>Quelli dell&#8217;immancabile mantra della &#8220;nazione oppressa&#8221; erano potenti, te ne accorgevi. Avevano posizioni consolidate nelle università e nella stampa, e da ancora prima che morisse Franco. Creavano un mondo chiuso di &#8220;catalanità pura&#8221; e di fatto costituivano una cerchia che difendeva propri, tangibili interessi di gruppo. Una Catalogna ricca e respingente, storica e accentratrice, che politicamente si rifletteva in Convergència i Unió, partito di coalizione capitanato da quel padre del catalanismo che è stato Jordi Pujol e che ha governato in Catalogna per trenta dei trentasette anni di governo democratico. Sia chiaro: erano gente di destra. E cattolici. E liberisti. E la loro retorica nazionalista, col folklore, il sentimentalismo e così via, aveva come classi di riferimento la piccola e media borghesia locale, assieme ad alcuni piccoli gruppi ecologisti, pacificisti etc.<br />
In quegli stessi anni a Madrid esplodeva la Movida, con Almodóvar, i gruppi musicali e tutto il resto. Io avevo vent&#8217;anni. Abbiate pazienza se non mi applicai più di tanto, ma Alaska y los Pegamoides mi piacevano più della Sardana.</p>
<p>Io, tra l&#8217;altro, ero napoletana. Come tale, e memore del razzismo del nord Italia, avevo molto fiuto per quanto riguardava le operazioni politiche di esclusione. Imparai che l&#8217;equivalente di &#8220;terrone&#8221;, lì, era &#8220;charnego&#8221;, e si usava in abbondanza verso gli immigrati andalusi. E sebbene il nazionalismo catalano non avesse tutti quegli elementi etnici e razziali tipici di quello basco, comunque riuscivano a essere assai poco carini anche loro: Vicenç Navarro ricorda che Pujol arrivò a sostenere che gli immigrati andalusi avevano un quoziente intellettivo più basso dei lavoratori catalani, e spesso li ha definiti &#8220;talpe&#8221;.<br />
Per quanto questi scivoloni fossero comunque, il più delle volte, coperti dallo stile rispettabile e beneducato locale, che la nostra Lega non ha saputo copiare, io il razzismo lo sentivo chiaro e forte. Non verso di me che ero italiana (e all&#8217;epoca noi italiani eravamo ammirati, là) ma verso i miei amici spagnoli non catalani. E non mi piaceva, che vi devo dire. Avevo anche una figlia di pochi mesi nata a Siviglia e di sangue castigliano, non avevo voglia di &#8216;ste stronzate.<br />
Stronzate che comunque, nella mia esperienza, sono state marginali. La stragrande maggioranza della gente che ho frequentato e a cui ho voluto bene era catalana ed era normale. La pressione di queste cose, nei tempi in cui ero lì, si sentiva evidentemente molto meno di oggi.</p>
<p>Più di tutto, però, io ero straniera, e il mio sguardo era quello di una straniera. E &#8211; pure Cadalso lo insegna &#8211; spesso gli stranieri vedono cose che i locali non vedono.</p>
<p>Quello che vedevo io era che la Catalogna e il resto della Spagna avevano una montagna di cose in comune. Che se mi avessero trasportato bendata e con le orecchie tappate in un qualsiasi bar, discoteca, luogo di incontro di Barcellona, al togliermi la benda non avrei saputo distinguerlo da uno di Madrid o di Valencia, ma avrei capito perfettamente di trovarmi in territorio spagnolo e non francese o italiano. Che le cose che li univano, insomma, erano infinitamente di più di quelle che li separavano.<br />
Peccato che tutti si concentrassero su quello che li separava, invece.<br />
Del resto è una questione di senso comune: possiamo frugare nella storia per cercare il momento del Medio Evo in cui c&#8217;era la Contea di Barcellona, o parlare del re Borbone che nel 1714 volle imporre in Spagna il modello di monarchia francese e impiantò il centralismo, con grande dolore dei catalani. Ma rimane il fatto che, nella storia della Catalogna, il tempo in cui questa ha fatto parte della Spagna in modo consenziente, condividendone politiche e obiettivi, è di gran lunga superiore.<br />
Non esiste un determinismo storico per cui, se nel Medio Evo sei stato Contea, Contea devi essere mille anni dopo. Ma, se pure esistesse, giocherebbe a favore dell&#8217;unità. Perché dal matrimonio tra Fernando e Isabella a oggi, il tempo della condivisione è stato di gran lunga superiore ai tempi di dissidio o di frattura.<br />
E si vede: nelle abitudini, nel modo di mangiare o di divertirsi, nello stile del loro cattolicesimo, nel senso dello spirito, nella gestualità e in un lungo, lungo eccetera.</p>
<p>Poi, oh: se le differenze &#8211; che pure esistono, certo: anche io sono diversa da un trentino &#8211; sono più importanti (ma lo sarebbero di meno se la crisi economica non giocasse il ruolo spiegato nei link che ho postato qui sotto), che dire: contenti loro. Però io rivendico il mio diritto di considerarla una stronzata.</p>
<p>Leggo che nelle scuole catalane non si studia la letteratura spagnola ma quella catalana. Dignitosissima, certo, e con alcuni momenti di grande pregio, ma forse dal respiro universale un po&#8217; minore. Leggo che si privilegia l&#8217;inglese allo spagnolo: a me questi pseudocosmopolitismi d&#8217;accatto fanno un po&#8217; senso, ma tant&#8217;è.</p>
<p>Per qualcuno gli avvenimenti catalani racchiudono una promessa di futuro degna di essere seguita, anzi, sognata.<br />
Io, di futuro inteso come progresso, non ce ne vedo molto. Combattere il nazionalismo sostituendolo con un altro nazionalismo? Combattere l&#8217;idea di Stato costruendo un altro Stato?<br />
Non vedo la logica, sul serio.<br />
Quello che vedo è che la Catalogna, che ha una tradizione democratica, aperta e libertaria, pare ansiosa da anni di racchiudersi in una autocontemplazione sterile, autocompiaciuta, provinciale. Ecco: provinciale.<br />
Mi dispiace.<br />
E trovo che tutto questo sia una stronzata, sostanzialmente. Ma dagli effetti potenzialmente disastrosi per loro e per la Spagna tutta. E la Spagna è un gran paese che non merita questo: i governi si possono cambiare senza distruggere gli Stati.</p>
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		<title>La Spagna, la Catalogna, la Costituzione</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 13:15:45 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cose di Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[cialtronate]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Al di là del referendum catalano, c&#8217;è da dire che le inesattezze, quando non le bufale, che ho sentito circolare sulla Spagna in questi giorni gridano vendetta. Tanto più che si tratta di un paese vicino e letteralmente preso d&#8217;assalto dagli italiani a ogni festa comandata. Non credevo, onestamente, che lo si capisse così poco. [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là del referendum catalano, c&#8217;è da dire che le inesattezze, quando non le bufale, che ho sentito circolare sulla Spagna in questi giorni gridano vendetta. Tanto più che si tratta di un paese vicino e letteralmente preso d&#8217;assalto dagli italiani a ogni festa comandata. Non credevo, onestamente, che lo si capisse così poco.</p>
<p>Gennaro Carotenuto fa chiarezza sul mito della &#8220;Catalogna di sinistra&#8221; <a href="https://www.facebook.com/gennaro.carotenuto/posts/10155728744825349?pnref=story">in questo post</a>.<br />
Ma ce ne sono altri, tipo quello della &#8220;Costituzione postfranchista&#8221;.</p>
<p>In realtà la Costituzione spagnola (che si ispirò largamente alla Costituzione italiana, pensa un po&#8217;) passò in parlamento con i voti compatti della sinistra e del centro ma con Alianza Popular (destra postfranchista, che poi sarebbe diventata l&#8217;attuale Partido Popular) spaccata, con alcuni voti contrari e quelli a favore dettati unicamente dal timore di una radicalizzazione a destra che avrebbe potuto scappargli di mano. La stessa Alianza Popular, poi, fece campagna per l&#8217;astensione al referendum. Una campagna di astensione che, unita al No duro e puro dell&#8217;estrema destra (lo ricordo benissimo, ero piccola ma quegli anni mi hanno marcato) portò i nostalgici del franchismo a disertare le urne.<br />
Il mio ex suocero se ne faceva un vanto, di non avere votato una Costituzione da &#8220;rojos&#8221;.<br />
Ha un Preambolo, la Costituzione, il cui padre fu Enrique Tierno Galván, immensa figura del socialismo storico spagnolo e, in seguito, rivoluzionario sindaco di una Madrid che, negli anni &#8217;80, attraversò il suo rinascimento artistico e culturale assieme a lui. Poi lo metto nei commenti, ché vale la pena leggerlo.</p>
<p>La Costituzione spagnola fu mostruosamente generosa nel configurare il Paese come Estado de las Autonomías. Troppo, secondo il mio parere di allora e di oggi. Bilinguismo assoluto in mezza Spagna (che nel caso catalano è diventato monolinguismo espellendo il castigliano, come era prevedibile già allora), tv e mezzi di comunicazione nelle lingue locali, SCUOLE con lingua e programmi decisi dalle regioni autonome e un lungo eccetera di diritti dati e diritti negoziabili, che lasciano fuori solo tre cose: la Difesa, la moneta e le rappresentanze consolari. Basta. Tutto il resto si può fare e/o negoziare. Ebbe però l&#8217;ardire, questa costituzione &#8220;postfranchista&#8221;, di considerare indivisibile lo Stato. Come ovunque, eh. E anche (prepotenza intollerabile) di sottolineare la solidarietà tra le Comunità Autonome, che significa che quelle più ricche dovrebbero contribuire allo sviluppo di quelle più povere. E&#8217; un sopruso, me ne rendo conto.</p>
<p>Perché fecero una Costituzione tanto generosa con i localismi, al punto da permettere al braccio politico di ETA di sedere in Parlamento, in nome della libertà di espressione, mentre in Italia a fare apologia delle BR andavi in galera? Troverete spiegazioni ricche e complesse, in giro, e certamente accurate. Ma quello che ricordo io, e che metterei francamente al primo posto tra i motivi, fu che se la facevano sotto per la paura che un attentato dell&#8217;ETA, allora assai ringalluzzita dalle nuove libertà democratiche, scatenasse i militari che fremevano, letteralmente, per uscire dalle caserme e riprendere il controllo. Volevano tenere buoni i baschi, in primo luogo, e i catalani in subordine, per tenere buoni innanzitutto i militari. Perché la Spagna era su un filo, in quel momento, e un disordine qualunque avrebbe fatto saltare tutto per aria.</p>
<p>La Costituzione fu votata in modo plebiscitario dalla Spagna progressista. E in Catalogna ebbe il 90% di sì.<br />
E ora mi tocca leggere in giro che sarebbe postfranchista, nientemeno. Io non lo so cosa si è bevuto certe gente, davvero. Siamo pieni di &#8220;compagni&#8221; che l&#8217;anno scorso si sono precipitati alle urne a difendere la Costituzione italiana, che proclama la nostra repubblica &#8220;una e indivisibile&#8221;, e però si scandalizza se lo fa la Costituzione spagnola. Roba da pazzi, davvero.</p>
<p>Oggi la Costituzione spagnola mostra limiti? Io non lo so, e sospetto che i &#8220;compagni&#8221; nostrani lo sappiano ancora meno. Ma, se così fosse, la questione va affrontata dalla Spagna tutta. Compresi i catalani, certo. Ma altrettanto certamente non solo da loro.</p>
<p>E quindi piano con le parole, &#8220;compagni&#8221; catalanisti. Ché postfranchista sarà la madre que os parió, non certo la Costituzione spagnola.</p>
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		<title>A proposito di Venezuela</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Aug 2017 12:09:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Un paio di settimane fa sono finita a un tavolo di bar in compagnia, tra altre persone variamente simpatiche, di un tale che attribuiva tutti i mali del continente latinoamericano al fatto di essere stato colonizzato dagli spagnoli. Mentre a essere colonizzati dagli inglesi, signora mia, diventavi gli Stati Uniti. Che culo. L&#8217;idea non è [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di settimane fa sono finita a un tavolo di bar in compagnia, tra altre persone variamente simpatiche, di un tale che attribuiva tutti i mali del continente latinoamericano al fatto di essere stato colonizzato dagli spagnoli. Mentre a essere colonizzati dagli inglesi, signora mia, diventavi gli Stati Uniti. Che culo.<br />
L&#8217;idea non è nuova e in Italia ne sappiamo parecchio: di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leggenda_nera_spagnola">Leggenda Nera</a>  s<span class="text_exposed_show">ono intrisi anche i nostri libri di testo delle scuole medie e superiori. Tu ci provi, a fare un po&#8217; di debunking, poi ti rompi le balle e te ne vai. Del resto è come discutere di scie chimiche: non fai cambiare idea a chi se ne sta abbracciato alla sua.</span></p>
<div class="text_exposed_show">
<p>Mentre inveiva contro il colonialismo spagnolo, questo signore si mostrava come il perfetto risultato di un colonialismo mentale anglosassone, appunto, -nordamericano, ormai- completo di tutti i suoi orpelli: la predestinazione razziale (oggi la chiamano culturale), il white man&#8217;s burden, l&#8217;incapacità di mettere a fuoco gli indigeni (mentre magari si accusano &#8220;gli altri&#8221; di averli sterminati), il disprezzo verso una popolazione meticcia, dimentichi dei valori presenti dietro il fatto che ESISTA un meticciato, la censura sulle dinamiche economiche figlie di due secoli di interferenza dal nord su quelle terre, la rimozione totale della realtà dei paesi colonizzati dagli inglesi (Africa nera, Medio Oriente, India, Giamaica e altre isole caraibiche sfigate) che non corrispondono alla narrativa imposta.<br />
E, ovviamente, l&#8217;esaltazione acritica di una &#8220;democrazia&#8221; usata come feticcio, concettualizzata in modo totalmente avulso dalla realtà socioeconomica dei luoghi a cui ci si riferisce.<br />
A corollario di tutto ciò, la demonizzazione di Chavez: &#8220;Una specie di Mussolini, me l&#8217;ha detto mio cugggino.&#8221;</p>
<p>La Leggenda Nera, ai tempi, si diffuse per opera delle potenze europee che strumentalizzarono l&#8217;opera di Las Casas per suscitare malcontento contro la Spagna con cui erano in competizione, e poter quindi rimpiazzarla più agevolmente.<br />
Oggi, come ieri, non c&#8217;è guerra che non venga preceduta da una propaganda preparatoria di cui le persone sensate, normalmente, sottovalutano gli effetti perché poco esposte ai ragionamenti di quelle che chiameremo, per brevità, le Persone Qualunque. A meno che non le si incontri in un bar.</p>
<p>E&#8217; un errore, ovviamente: il futuro lo conoscono le Persone Qualunque. Quelle sensate, in genere, ne prendono atto con sbalordimento.</p>
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		<title>Omaggio a Fidel</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2016 16:20:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l&#8217;ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l&#8217;ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l&#8217;embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L&#8217;embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all&#8217;organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi &#8211; credono loro &#8211; e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l&#8217;isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un &#8220;buongiorno&#8221;. E dove, perdonatemi, mangiavo: un&#8217;insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l&#8217;unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un&#8217;introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi &#8211; e anche lì, uhm &#8211; apprendi cos&#8217;è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all&#8217;infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all&#8217;università, c&#8217;era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All&#8217;interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L&#8217;assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l&#8217;inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all&#8217;esame di dottorato. L&#8217;incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un&#8217;immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po&#8217; li strozzeresti e un po&#8217; ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.<span id="more-6135"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; difficile, per una come me, arrivere all&#8217;aeroporto praticamente in fuga, pregustando il mondo normale che riabbraccerai entro un&#8217;ora, sopportare con odio le ultime angherie cubane prima di entrare nell&#8217;aereo (un assorbente dieci dollari di cui otto te li metti in tasca tu, negoziante cubana che abusa del mio stato di straniera in difficoltà?) e poi, nel momento esatto in cui l&#8217;odio ti trabocca da dentro, vedere gli sportelloni di un aereo angolano che si aprono e i passeggeri che cominciano a scendere: in sedia a rotelle, in barella, uno più sciancato dell&#8217;altro. Africani che vanno a curarsi a Cuba. Gente che noi, in Europa, lasciamo morire con indifferenza se non soddisfazione, e che la poverissima Cuba invece accoglie e cura. E tu che fai? Guardi, ti rendi conto, e che te ne fai più del tuo odio? Ti accorgi che sei una straniera viziata o, peggio, che non sei proprio nessuno. Che la Storia, da quelle parti, non sei tu, non passa per l&#8217;Europa. Tu sei lo spettatore pagante, se ti va bene, oppure aria, vattene. Cuba mette a fuoco altro da te.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Europa, in effetti, è lontanissima. Ed è straniante sentire gli europei che parlano di Cuba e dicono sempre, puntualmente, tutto il contrario di quello che vedi tu. Dai massimi sistemi a quelli minimi. Cominciamo dai primi: <em>&#8220;E&#8217; una dittatura, la gente vuole fuggire, gli omosessuali perseguitati, i dissidenti</em>&#8220;. In realtà, l&#8217;immagine di dittatura cubana che si ha all&#8217;estero è quella dei primi anni 70, del cosiddetto &#8220;<a href="https://www.ecured.cu/Quinquenio_gris">quinquenio gris</a>&#8221; che la stessa ortodossia politica della Cuba di oggi definisce come &#8220;<em>intento de implantar como doctrina oficial el Realismo socialista en su versión más hostil.</em>&#8221; La definizione è di <a href="https://www.ecured.cu/EcuRed:Enciclopedia_cubana">EcuRed</a> (la Wikipedia cubana, per intenderci) ma io stessa ho sentito criticare, addirittura ridicolizzare quell&#8217;epoca nelle aule universitarie dell&#8217;Università dell&#8217;Avana. Sono passati 35 anni da allora, gente. Cuba non è quella cosa lì. I cubani fanno il diavolo che gli pare. E pure gli stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Diceva la mia padrona di casa: &#8220;<em>Tre cose non si possona fare, a Cuba: le droghe, lo sfruttamento dei bambini e, se sei straniero, una smaccata propaganda antistatale. Per il resto, se vuoi camminare per strada nudo e a testa in giù nessuno ti dice niente.</em>&#8221; I dissidenti? Avranno una dignità quelli legati alla Chiesa, suppongo, ma credo che tutti sappiano che le varie Damas en  Blanco, per non parlare poi della Sanchez, prendono soldi per ogni manifestazione che fanno (famoso un loro sciopero perché non erano pagate abbastanza). Io non ho conosciuto nessuno, letteralmente nessuno, che ne parlasse con un minimo di rispetto. E&#8217; gente pagata, punto, chiusa la questione. Poi, certo, la gente parla di poltica, immagina il futuro, esprime idee. C&#8217;è chi ama (amava, gessù&#8230;) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l&#8217;ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c&#8217;è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C&#8217;è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli. Sono uniti da fare schifo, i cubani. E se si sentono minacciati, di più. Ne sanno qualcosa gli USA, che inasprirono l&#8217;embargo nel momento esatto in cui cessarono gli aiuti dall&#8217;URSS e a Cuba fecero, letteralmente, la fame. Speravano in una rivolta, gli USA. Si ritrovarono con un popolo che si rimboccò le maniche per l&#8217;ennesima volta e ne uscì in piedi, come sempre. Inventandosi cose come il pastrocchio di soia, ripugnante intruglio distribuito alla popolazione come &#8220;<em>proteinas para el pueblo</em>&#8220;. Perché poi sono pratici: il corpo ha bisogno di proteine, vitamine, carboidrati? In qualche modo li ingurgitavano. E nei parchi ci sono gli attrezzi per fare ginnastica, tipo palestra. E se non ci sono medicine, ricorrono alle piante, alla medicina naturale. Ne escono sempre. E si concedono pure il lusso di esportare i loro medici in Venezuela, come altri esporterebbero, chessò, rame, in cambio di petrolio venezuelano. Questo, hanno fatto i cubani: hanno esportato medici in cambio di petrolio. Perché questo è quello che hanno: la loro formidabile, benché odiosissima, gente. Suona retorico, lo so. Odio scriverlo, odio dirlo. Però è vero. Incredibilmente, è vero. Come, poi, questi medici, questi professionisti cubani riescano ad essere bravi nonostante ristrettezze di ogni genere (falla tu, ricerca, in un paese con internet a pedali) io non lo so e non l&#8217;ho capito. Ma ce la fanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli omosessuali, poi: a Cuba si celebra il Pride, per dire. Sono finiti gli anni 70, &#8220;Fresa y chocolate&#8221; fu girato con sovvenzioni statali, non scherziamo. Ma, soprattutto, ricordo una pubblicità progresso dello Stato, dei cartelloni esposti nelle farmacie che mi colpirono molto. Era una cosa sulla prevenzione dell&#8217;AIDS e c&#8217;era la foto di due gay che si baciavano. Ma a differenza dell&#8217;Europa, dove i due gay sarebbero stati giovani e bellissimi, nella foto cubana c&#8217;erano due signori di mezz&#8217;età, bruttini, normali. Due comuni cittadini, come li avresti potuti incontrare sul pianerottolo. Né giovani, né belli, né magri, niente. Due signori che si baciavano e un pacato invito all&#8217;amore che non escludeva la prevenzione. Sobrio. Rispettoso. Bello. Mi sembrò un esempio da seguire. Del resto, Cuba è molto poco patinata. Non ha neanche la pubblicità, se è per questo. Solo pubblicità progresso e grosse scritte motivazionali un po&#8217; ovunque. E&#8217; il buono dell&#8217;avere molto poco da comprare, nessuno cerca di convincerti a farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all&#8217;Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un&#8217;ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza. Ecco, questa è una cosa importante: il divario tra i vecchi e i giovani, a Cuba. Con la crisi degli anni Novanta, il sistema scolastico cubano si ritrovò a piedi, come molte altre cose. Con il grosso dei maestri esportati in giro, ci si ritrovò con i ragazzi più grandi a fare lezione ai più piccoli, per dire, e a un generale decadimento dell&#8217;istituzione. Per questo e altri motivi, si percepisce uno stacco culturale importante tra i cubani da una certa generazione in giù. I giovani non valgono quanto i loro padri. E questo sarà un problema, in prospettiva. Poi, è vero, la gente fuori dall&#8217;Avana (o da Varadero, gessù) è meglio. Molto meglio. Ma i cubani sono, dicevo, isolani. Cocciuti, orgogliosi, quello che vuoi tu, ma non amichevoli. Ma manco per il cazzo, proprio. Se sono amichevoli, anzi, è meglio che ti preoccupi. Avranno i loro motivi, e sono motivi che non ti convengono. Esagero? Sì, un po&#8217;. Sintetizzare crea stereotipi, è ovvio. Però, ecco, stereotipo per stereotipo, quello dello stronzo mi pare più azzeccato di quello del felice danzerino. Fermo restando che ballano benissimo, è ovvio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma siamo sempre lì: se da una parte io li detestavo &#8211; a un certo punto li detestavo proprio tutti, senza eccezioni &#8211; dall&#8217;altra, poi, mi accorsi in fretta che, nel resto dell&#8217;America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come un&#8217;onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell&#8217;altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. &#8220;<em>Io mi sono laureato a Cuba, gratis!</em>&#8221; &#8220;<em>Mio padre è stato salvato da un medico cubano!</em>&#8221; Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l&#8217;isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l&#8217;abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato. E alla fine, è questo: li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un&#8217;elemosina, finisce che non vedi l&#8217;ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l&#8217;uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all&#8217;Avana e lui è contento, rincara la dose: &#8220;<em>E&#8217; vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c&#8217;è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.</em>&#8221; Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa si può dire di Fidel nel giorno della sua morte? Questo, probabilmente: che ha dato un senso allo sfuggente concetto di &#8220;cubanità&#8221;. Concetto che i cubani inseguivano da un secolo, prima che arrivasse lui. Che ha preso un popolo che lottava per la sua indipendenza da cent&#8217;anni &#8211; prima contro gli spagnoli e subito dopo, come una grottesca beffa, contro gli USA che ne presero il posto &#8211; e lo ha reso, per la prima volta nella sua storia, indipendente. Parliamo un po&#8217; di questo, di cosa è la &#8220;cubanità&#8221;. I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un&#8217;isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell&#8217;incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un&#8217;accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l&#8217;immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l&#8217;indipendenza. Cuba è giovane. Diceva uno dei suoi grandi intellettuali, Fernando Ortiz: &#8220;<em>Tutto quello che in Europa è successo nell&#8217;arco di millenni, a Cuba è successo in soli quattro secoli</em>&#8220;. Cuba non ha storia che non sia di appena ieri, non ha spiritualità come la intendono i popoli antichi, non ha religione che non sia un minestrone di riti mischiati, non ha un colore, una faccia, un&#8217;identità che non sia quella dell&#8217;essere cubani, appunto. Qualsiasi cosa ciò voglia dire. E diceva sempre Ortiz: &#8220;<em>La cubanità non la dà la nascita, in un paese come il nostro, né la residenza, il colore, non te la dà nessun dato oggettivo. La cubanità te la dà la volontà di essere cubano</em>&#8220;. E&#8217; cubano chi ha voluto costruire Cuba. E Cuba, quindi, ha cominciato a nascere nel 1868, quando bianchi e neri insieme hanno cominciato a lottare contro la Spagna. Insieme, questo è importante. Lì è stato lo spartiacque. E l&#8217;hanno combattuta per 30 anni, fino al 1898. Quando sono arrivati gli USA, che fino ad allora se ne erano rimasti a guardare tifando per lo più Spagna, e hanno sfilato la vittoria ai cubani. Hanno dichiarato guerra a una Spagna ormai sfiancata, l&#8217;hanno sconfitta e si sono presi Cuba. I cubani, quindi, invece di una vittoria si sono trovati davanti a un passaggio di consegne. Invece della loro costituzione si sono ritrovati l&#8217;<a href="https://www.ecured.cu/Enmienda_Platt">Enmienda Platt</a>, e un padrone nuovo a cui obbedire.</p>
<p style="text-align: justify;">Però i cubani sono cocciuti, come dicevo. Per i cinquanta anni successivi si sono rotti la testa studiando, protestando, guerreggiando &#8211; la rivoluzione fallita del &#8217;30 &#8211; e ancora e ancora, tra due dittature e mille governi-fantoccio, mentre la loro economia dipendeva dagli USA, mentre persino il razzismo si accodava a quello degli USA impiantando l&#8217;apartheid che gli spagnoli mai avevano conosciuto, mentre sull&#8217;isola dilagavano il gangsterismo e la corruzione e le carceri erano piene &#8211; allora, mica oggi! &#8211; di oppositori politici. E poi è arrivato Fidel, la cui storia è talmente folle che sembrerebbe finta, se non fosse invece reale e documentabile. Si cita spesso &#8220;La Storia mi assolverà&#8221;, credo il più delle volte senza averlo letto. E&#8217; l&#8217;autoarringa con cui lui, ben prima della Rivoluzione, spiegò ai giudici che lo avrebbero condannato il perché dell&#8217;<a href="https://www.ecured.cu/Asalto_al_Cuartel_Moncada">assalto alla caserma Moncada</a>, fatto da lui, il fratello piccolo Raul e un manipolo di studenti, studentesse, ragazzi vari, e finito malissimo. E&#8217; la fotografia della Cuba sotto Batista e gli USA. E&#8217; una dichiarazione di intenti &#8211; o, all&#8217;epoca, di sogni &#8211; ed è, soprattutto, l&#8217;autoritratto di un gigante. E&#8217; molto difficile leggerlo, sapere che quell&#8217;uomo stava entrando in carcere e non sentire un rispetto immenso. Poi vennero l&#8217;uscita dal carcere, l&#8217;esilio in Messico, l&#8217;acquisto di una barchetta (il Granma) con cui partire, stipandola all&#8217;inverosimile, all&#8217;assalto di Cuba, lo sbarco (su cui il Che disse: &#8220;Fu più che altro un naufragio&#8221;), la polizia di Batista che stermina i naufraghi, Fidel che alla fine si ritrova con &#8211; boh, vado a memoria &#8211; meno di venti superstiti e dice: &#8220;<em>Ce l&#8217;abbiamo fatta, vinciamo sicuro.</em>&#8221; E vince. Sul serio. E, per la prima volta nella sua storia, Cuba diventa uno Stato sovrano. Questo, è stato il punto.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi vince ancora, e ancora, e ancora. Contro gli USA. Prendendoli sempre, incessantemente, per il culo. Gli USA proiettano propaganda anticastrista sul loro palazzone all&#8217;Avana? Castro fa circondare il palazzone da bandiere più alte, una per ogni stato che all&#8217;ONU si è dichiarato contrario all&#8217;embargo, e così lo impacchetta rendendolo praticamente invisibile. Gli USA mandano navi al largo di Mariel per prendere dissidenti in fuga e mostrarli al mondo? Fidel fa svuotare tutte le carceri e i manicomi di Cuba e ne spedisce gli ospiti tutti da loro, riempiendo gli USA di matti e delinquenti comuni cubani. La lista è infinita, la vicenda umana di Fidel anche. Il rapporto tra USA e Cuba, alla fine, è strano. Ma strano forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli USA e Cuba si amano e si odiano, sembrano parenti in lite. I primi hanno sempre voluto mettere le mani sui secondi, prima cercando di comprare Cuba alla Spagna, poi prendendosela con le cattive. I secondi hanno sempre sofferto l&#8217;ingombrante ombra e le mire squalesche dei vicini, e hanno fatto tutto quello che un popolo può umanamente fare per farsi trattare alla pari. Cuba non ha voluta fare la fine di Puerto Rico, tutto qui. Non ha voluto essere una colonia. Ma, alla fine, la sua storia recente è stata comunque pesantemente condizionata dagli USA. Avrebbero chiesto aiuto all&#8217;URSS, virando fortemente sulle posizioni sovietiche, se non avessero dovuto difendersi dagli USA? Avrebbero avuto bisogno di un partito unico per 50 anni se non avessero avuto bisogno di essere tanto compatti dinanzi a un nemico tanto potente? E come sarebbe, oggi, Cuba, se non uscisse da 60 anni di embargo? Se è riuscita a dare cibo, salute e istruzione a tutti i suoi cittadini NONOSTANTE l&#8217;embargo, cosa avrebbe fatto senza il limite, l&#8217;impoverimento a cui è stata condannata? Voi lo sapete? Io no, francamente. Quello che so, è che l&#8217;embargo li ha compattati ancora di più. E, conoscendoli, non era difficile da capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Però ho visto un sacco di cittadini USA, a Cuba, e ben prima che Obama aprisse il paese. Col cappello in mano e colmi di ammirazione, li ho visti. Che arrivano per dei corsi di studio all&#8217;università, o da soli, passando per il Messico per non farsi scoprire dalle proprie autorità. Perché gli statunitensi non potevano andare a Cuba per ordine degli USA stessi, ma lo Stato cubano li ha sempre fatti entrare, facendo col visto lo stesso giochino che Israele fa con chi non vuole il timbro d&#8217;entrata sul passaporto: te lo dà su un pezzo di carta. E ho visto un sacco di cubani che desideravano andarci, negli USA, e fare soldi, vedere l&#8217;abbondanza, visitare i parenti. Sono talmente vicini, in linea d&#8217;aria, che sembra incredibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, alla fine &#8211; e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria &#8211; di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell&#8217;isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all&#8217;altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l&#8217;indipendenza e l&#8217;ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell&#8217;America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l&#8217;ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l&#8217;alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So&#8217; gente orgogliosa, che gli vuoi dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto possa sembrare paradossale, io non pensavo che Fidel potesse morire. Pensavo che avrebbe seppellito pure me. Mi fa proprio uno strano effetto, questa morte, ed essendo io una donna del Novecento penso che, stavolta, di giganti non ne rimane proprio nessuno. Ora: i cubani di oggi, i giovani cubani di oggi, saranno all&#8217;altezza della storia incredibile che gli lascia Fidel?  Io credo che lui abbia cercato anche, riuscendoci spesso, di tirare fuori il meglio dal proprio popolo. Di dargli disciplina, serietà, educazione, cultura. Di fare di un popolo caraibico il popolo serio per eccellenza di tutta l&#8217;area. Operazione non facilissima, va detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascia un popolo povero ma viziato, nonostante la cura da cavallo degli anni Novanta. Che non paga bollette, che ha la sopravvivenza assicurata, che si crede &#8216;sto cazzo. E che è umanamente e culturalmente in declino da un po&#8217;. Dove le differenze razziali, dagli anni novanta in poi, si sono accentuate. Da quando le rimesse dall&#8217;estero sono diventate vitali, e si dà il caso che il grosso dei cubani emigrati fosse bianco e abbia, quindi, mandato denaro alle famiglie bianche, mettendo loro e solo loro in condizione di partire con la piccola impresa. Un popolo che ha più aspettative che voglia di lavorare, e a cui il turismo &#8211; soprattutto quello italiano, e va detto a nostro disonore &#8211; ha fatto un gran male.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi &#8220;difetti&#8221; la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero &#8211; e lo fanno appena possono &#8211; e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un&#8217;italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.</p>
<p style="text-align: justify;">Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tocca invece invidiare un po&#8217; il Padreterno, se c&#8217;è, ché finalmente se lo vede là, &#8216;sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Poligamia e colpi di sole</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2016 14:09:29 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dalla mia altalenante connessione internet marocchina, mi pare di capire che in Italia sia successo quanto segue:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A)</strong> In un momento di islamofobia senza precedenti, marcato dal rinvigorirsi di stereotipi razzisti di ogni tipo e dalla sempre crescente solitudine e demonizzazione degli immigrati musulmani, la bella pensata di chi ha un microfono per parlare &#8220;a nome dei musulmani&#8221; è&#8230; chiedere la legalizzazione della poligamia. Un problema urgente, proprio. Migliaia di profughi ringraziano: gli mancava quello, per raccogliere ulteriori simpatie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>B)</strong> Con tutti i musulmani che ci sono in Italia, l&#8217;autore di tanta pensata è &#8211; roba da matti &#8211; Hamza Piccardo, che qua abbiamo personalmente avuto come marito poligamo e abbiamo sudato sette camicie per fargli adempiere a quei due precetti in croce che la poligamia prevederebbe. Un signore che non appena ha provato a essere poligamo ha 1) preso una valanga di calci nel sedere, prima da Moglie Uno e poi da Moglie Due; 2) si è sorpreso e sbalordito quando Moglie Due ha reclamato i diritti di Moglie Uno; 3) pur di non adempiere ai suoi obblighi da musulmano con Moglie Due ha innestato un casino di proporzioni epiche che si è concluso solo quando l&#8217;intervento di&#8230; Magdi Allam lo ha indotto a rinsavire, mentre scandalacci vari gli mordevano il sedere e Moglie Due, mossa a pietà, stava pure a parargli il culo.<br />
Praticamente, l&#8217;uomo più inetto in cose di poligamia del mondo mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C)</strong> Nell&#8217;agosto italiano, al pensoso intervento di Piccardo ha ribattuto quell&#8217;altro fine intellettuale che è Vittorio Sgarbi, il quale ha rilanciato proponendo la legalizzazione della poliandria. Un dibattito dal livello altissimo, proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">Conclusione: no, non c&#8217;è una conclusione. Nulla di tutto questo è serio. L&#8217;Italia in generale non è un paese serio. Peccato che poi, come al solito, dietro alla cialtronaggine di quei pochi che hanno un microfono ci siano tutti quelli che il microfono non lo hanno e si arrangiano come possono, sempre peggio e sempre più soli.</p>
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		<title>Quando insegnare con la sclerosi multipla è &#8220;una vittoria&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2016 18:09:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>E&#8217; notizia di un paio di settimane fa. Ho cercato di dimenticarla ma mi riappare nei pensieri a scadenza fissa, non la metabolizzo. Parla di una donna licenziata dalla scuola perché malata di sclerosi multipla. Quindi lasciata senza mezzi di sostentamento. Quindi in causa con l&#8217;Ufficio scolastico, quindi sottoposta a una serie di visite, quindi [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter wp-image-6275 size-full" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413.jpg" alt="" width="400" height="195" srcset="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413.jpg 400w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413-300x146.jpg 300w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413-205x100.jpg 205w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413-6x3.jpg 6w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413-615x300.jpg 615w, http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2016/01/insegnare-e1497606776413-328x160.jpg 328w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />E&#8217; notizia di un paio di settimane fa. Ho cercato di dimenticarla ma mi riappare nei pensieri a scadenza fissa, non la metabolizzo. Parla di <a href="http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/01/16/news/torino_la_vittoria_della_prof_con_la_sclerosi_licenziata_perche_malata_torna_a_insegnare-131373721/">una donna licenziata dalla scuola perché malata di sclerosi multipla</a>. Quindi lasciata senza mezzi di sostentamento. Quindi in causa con l&#8217;Ufficio scolastico, quindi sottoposta a una serie di visite, quindi riammessa, quindi finita sui giornali con frasi come:</p>
<p>&#8220;Ora può tornare in cattedra, perché la malattia le starà anche debilitando il corpo, ma non la mente.&#8221;</p>
<p>&#8221; Ora è riuscita a dimostrare di essere perfettamente in grado di insegnare.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ha fatto diverse visite specialistiche alle Molinette, che hanno evidenziato soltanto problemi a camminare e una lieve depressione causata proprio dalla perdita del lavoro. &#8221;</p>
<p>A me -non so a voi- il senso comune dice un&#8217;altra cosa: che se stai fisicamente male, e tanto male, in realtà non puoi affatto insegnare. Tanto meno lingue in un alberghiero, dove gli studenti fiutano la tua debolezza da lontano, non sei una materia di indirizzo e ti fanno sputare sangue. Che se sei depressa, la tua sclerosi multipla c&#8217;entra qualcosa. Che il lavoro a scuola, tra esposizione ai virus e stress, peggiora il tuo stato. Che i medici delle Molinette, molto probabilmente, hanno avuto pietà di una donna che deve mantenere figlie piccole e madre ottantenne. E per questo l&#8217;hanno riammessa. Giustamente.</p>
<p>In generale, medici, giudici e prof sono le tre categorie che stanno tenendo insieme con lo sputo uno Stato impazzito, non è una novità. In un paese civile, se dopo venti anni di insegnamento ti arriva una diagnosi del genere, hai diritto a una pensione che ti consenta di vivere, non a 600 euro al mese. Se non ti possono dare la pensione, in una scuola civile ti destinano &#8220;ad altro incarico&#8221;, fuori dalle aule. A quei lavori &#8211; biblioteca, progetti, funzioni strumentali varie- che nel nostro paese incivile vengono fatti, gratis e nel tempo libero, dai professori che di mattina sono in classe. In un paese civile, una prof nella merda non viene salvata dall&#8217;altro spezzone di Stato -la Sanità- che mette una pezza contro la barbarie, come del resto fa con gli immigrati, con gli indigenti, con tutti quelli che finiscono nel tritacarne nostrano senza che ci sia uno straccio di opinione pubblica ad accorgersene.</p>
<p>In realtà, è la stupidità dell&#8217;opinione pubblica, ciò che mi ha davvero colpito in questa storia. Che la gente possa trovare consolatorio leggere: &#8220;Uh, ma guarda, anche se hai la sclerosi multipla puoi insegnare, che bella vicenda!&#8221;</p>
<p>Io sono stata convinta per tutta la vita che organizzarsi in società avesse un fine preciso: quello di dare quando si è forti per ricevere quando si è deboli. Ora che non è più così, io non vedo più il senso. In nome di cosa, esattamente, io dovrei dare le mie forze a una società che mi lascia per strada appena cado? Qual è lo scopo? Ci vantiamo tanto di essere passati da una società basata sul gruppo, sulla famiglia, a una basata sull&#8217;individuo, e questo individuo è una persona sana in età produttiva. Ma quando smetti di essere quell&#8217;individuo lì, fammi capire, che caspita fai, in una società che, semplicemente, non è disegnata per te? E la cosa che mi fa impazzire è che ci arriviamo tutti, prima o poi. Ma tutti, proprio. E quando saranno finiti gli adulti che possono permettersi di invecchiare grazie alla generazione precedente -quella che ti ha lasciato la casa e due lire- che ne sarà della gente? Di voi, tipo?</p>
<p>A me fanno impazzire le donne, soprattutto. Noi abbiamo avuto -e in qualche angolo ancora rimane, per poco- una legislazione che poneva rimedio a delle realtà sociali: quelle che ci dicono che, anche a parità di lavoro, le donne guadagnano meno. Che l&#8217;assistenza a bambini e anziani ricade sulle nostre spalle. Che se un membro della coppia deve progredire professionalmente, quello che ha meno prospettive di guadagno (la donna, appunto) tende a mandarlo avanti sacrificando le proprie prospettive. Questa realtà, ché di realtà si tratta, è stata compensata in diversi modi: con uno specifico trattamento in caso di separazione, per esempio, o, per parlare del mio ambito lavorativo, con il punteggio extra dato a scuola in base ai figli piccoli, queste cose qua. Sono ormai anni, invece, che si è fatto maggioritario, tra le donne in età produttiva che si dichiarano femministe, un atteggiamento di disprezzo verso queste compensazioni, come se fossero offensive: no, non dateci soldi quando ci separiamo. No, aboliamo le facilitazioni per fare rientrare al lavoro le donne che fanno figli. Togliamo le graduatorie. Massì, che belle le leggi che ti obbligano a spostarti di centinaia di chilometri, per giunta a cazzo, se vuoi insegnare nella scuola. Una sorta di voluttà nell&#8217;andare contro i propri interessi di genere che sarebbe comica, se non fosse spaventosa.</p>
<p>Lo capisco: sarebbe bello se, nella scuola per esempio, tutti i prof fossero trentenni sani ed entusiasti. Se, nelle coppie, nessuno facesse figli e nessuno ci buttasse il tempo appresso. Se fossimo tutti borghesi luccicanti e benestanti. Se tutti avessimo la certezza di invecchiare bene e con agio. Ma sappiamo che non è così, che non sarà così. E allora, davvero, che cazzo la abbiamo creata a fare, la società? Non era meglio rimanere cacciatori, farci una grotta che almeno era gratis, morire presto? Perché tutto &#8216;sto casino?</p>
<p>E, no, la prof con la sclerosi multipla, ripeto, non dovrebbe andare in classe. Non è una vittoria. Farla riammettere è stato un gesto di solidarietà da parte di alcuni servitori dello Stato verso un&#8217;altra servitrice dello Stato in una condizione di emergenza. E nonostante lo Stato. Non capirlo, sorridere compiaciuti, farsi consolare da questa pornografia giornalistica, fa di noi degli esseri ripugnanti i cui pensieri devono assumere una sola forma: quella di un gigantesco boomerang.</p>
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