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	<title>Il ControVerso</title>
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	<description>Notizie, Pensieri, Politica, Libertà</description>
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		<title>Oggi in vigore la nuova legge sul femminicidio: punizione senza prevenzione</title>
		<link>https://www.ilcontroverso.it/2025/12/17/oggi-in-vigore-la-nuova-legge-sul-femminicidio-punizione-senza-prevenzione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giada Ranghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia e Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Le ControVersie Giuridiche]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[femmicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 9</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>In quest'articolo Giada Ranghi parla della nuova legge in tema di femminicidio e percorre i temi dietro la norma e le questioni ancora aperte.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 9</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il nuovo reato</strong></h2>



<p>Oggi entra in vigore la <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2025;181">legge n. 181/2025</a> (<em>Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime</em>), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 dicembre, che modifica il Codice penale introducendo il reato di femminicidio.<br>La proposta di legge era stata approvata dalla Camera dei deputati all’unanimità in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.</p>



<p>La riforma crea una fattispecie autonoma, introducendo il nuovo art. 577-bis c.p. (femminicidio) secondo cui:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chiunque <strong>cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell&#8217;ergastolo</strong>. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l&#8217;articolo 575.<br>Si applicano le circostanze aggravanti di cui agli articoli 576 e 577.<br>Quando ricorre una sola circostanza attenuante ovvero quando una circostanza attenuante concorre con taluna delle circostanze aggravanti di cui al secondo comma, e la prima è ritenuta prevalente, la pena non può essere inferiore ad anni ventiquattro.<br>Quando ricorrono più circostanze attenuanti, ovvero quando più circostanze attenuanti concorrono con taluna delle circostanze aggravanti di cui al secondo comma, e le prime sono ritenute prevalenti, la pena non può essere inferiore ad anni quindici.</p>
</blockquote>



<p><strong>Cosa significa?</strong></p>



<p>Una persona commette femminicidio quando uccide una donna <strong>proprio perché è una donna</strong>, e il gesto è legato a:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>odio o discriminazione di genere;</li>



<li>prevaricazione, controllo, possesso o dominio;</li>



<li>reazioni al rifiuto della donna di iniziare o continuare una relazione affettiva;</li>



<li>limitazione la sua libertà personale (per esempio decisioni sulla vita, sui movimenti, sulle relazioni).</li>
</ul>



<p><strong>La pena</strong><br>Se ricorrono queste motivazioni, la pena è l’ergastolo.<br>Se non ci sono queste motivazioni e&nbsp; quindi una donna viene uccisa, ma il fatto non è legato a odio di genere, controllo o discriminazione, allora si applica la norma generale sull’omicidio.&nbsp;</p>



<p><strong>Aggravanti e attenuanti</strong><br>Restano valide le aggravanti già previste dal Codice penale (ad esempio se il fatto è commesso contro un familiare, con particolare crudeltà, o in altre circostanze gravi).<br>La parte finale dell’articolo serve a evitare che la pena venga ridotta troppo in presenza di una o più circostanze attenuanti.&nbsp;</p>



<p>Oltre all’introduzione del reato, la legge prevede una serie di interventi “collaterali” sia sul Codice penale che su quello di procedura penale e altri provvedimenti.&nbsp;</p>







<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’origine del termine femminicidio&nbsp;</strong></h2>



<p>Il termine criminologico <strong>femmicidio</strong>, dall&#8217;inglese <em>femicide</em>, è stato introdotto per la prima volta dalla criminologa femminista <strong>Diana H. Russell</strong> all&#8217;interno di un articolo del 1992 per indicare le uccisioni delle donne da parte degli uomini per il fatto di essere donne.<br>Secondo quanto formulato da Russell “<strong><em>il concetto di femmicidio si estende al di là della definizione giuridica di assassinio e include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l&#8217;esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine</em></strong>”.</p>



<p>Diversamente, il termine <strong>femminicidio</strong>, dallo spagnolo <em>feminicidio</em>, racchiude un significato molto più complesso che supera la definizione ristretta di femmicidio, focalizzandosi soprattutto sugli aspetti sociologici della violenza e sulle implicazioni politico-sociali del fenomeno.</p>



<p>Il concetto si è diffuso negli anni Duemila anche grazie al lavoro di <strong>Marcela Lagarde</strong>, antropologa e politica messicana, che introdusse il termine <em>feminicidio</em> nel dibattito latinoamericano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“<strong><em>Il femminicidio implica norme coercitive, politiche predatorie e modi di convivenza alienanti che, nel loro insieme, costituiscono l&#8217;oppressione di genere, e nella loro realizzazione radicale conducono alla eliminazione materiale e simbolica delle donne e al controllo del resto</em></strong><em>. Per fare in modo che il femminicidio si compia nonostante venga riconosciuto socialmente e senza perciò provocare l&#8217;ira sociale, fosse anche della sola maggioranza delle donne, esso richiede </em><strong><em>una complicità ed un consenso che accetti come validi molteplici principi concatenati tra loro: interpretare i danni subiti dalle donne come se non fossero tali, distorcerne le cause e motivazioni, negarne le conseguenze</em></strong><em>. Tutto ciò avviene per sottrarre la violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziali che invece colpiscono altre forme di violenza, per esonerare chi esegue materialmente la violenza e per lasciare le donne senza ragioni, senza parola, e senza gli strumenti per rimuovere tale violenza. Nel femminicidio c&#8217;è volontà, ci sono decisioni e ci sono responsabilità sociali e individuali</em>”.</p>
</blockquote>



<p>Nella categoria criminologica del femminicidio rientrano: gli omicidi di donne commessi durante o al termine di una relazione di intimità da parte del partner o ex; gli omicidi da parte di padri, fratelli o altri familiari in danno di figlie, sorelle o altre familiari che rifiutano un matrimonio imposto, o per qualsiasi altro motivo espressione di punizione nei confronti della donna, ovvero di controllo e di possesso; gli omicidi dei clienti o degli sfruttatori in danno delle prostitute; gli omicidi delle vittime di tratta; gli omicidi di donne a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere; ogni altra forma di omicidio commesso nei confronti di una donna o bambina perché donna.</p>



<p><strong>Il femminicidio è dunque l’espressione più estrema di una cultura che considera il corpo e la vita femminile come territori controllabili.</strong></p>



<p>Il linguaggio non è neutro.<br>Nomina le cose, e nominare significa renderle reali, visibili, discutibili.</p>



<p>Dire “<em>femminicidio</em>” significa riconoscere l’esistenza di un disequilibrio sociale, culturale ed emotivo tra uomini e donne. <strong>Significa denunciare un modello relazionale che ancora oggi giustifica il possesso, il controllo, la gelosia come prova d’amore</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-12994" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-2048x1365.jpg 2048w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/12/jordan-bracco-C0U59aSaBEU-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@jordanbracco?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Jordan Bracco</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/un-frigorifero-nero-con-un-adesivo-bianco-su-di-esso-C0U59aSaBEU?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText">Unsplash</a></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché la legge non basta?</strong></h2>



<p>L’<a href="https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/">Osservatorio Femminicidi di Non Una Di Meno (NUDM)</a> raccoglie dal 2020 tutti i dati, che vengono aggiornati l’8 di ogni mese.<br>Ad oggi, l’Osservatorio ha registrato 81 femminicidi nel 2025.<br>Questa frase però rischia di essere asettica, perché non possiamo permetterci di fermarci al dato.&nbsp;</p>



<p>Nella sezione “La relazione con la persona uccisa”, possiamo vedere un istogramma che mostra la percentuale di casi per tipo di relazione tra la persona uccisa e il colpevole o presunto tale:<br>&#8211; marito/partner 52%<br>&#8211; ex marito/partner 22%</p>



<p>Non possiamo leggere i dati ignorando la radice del problema. Dobbiamo chiederci qual è il comune denominatore di questi femminicidi? Cosa non ha funzionato? Perché è successo?</p>



<p>La violenza di genere è sistemica. E il femminicidio è la punta dell’iceberg, in <a href="https://gateprocess.org/wp-content/uploads/2024/09/ITA-Piramide_della_violenza_Infografica.pdf">una piramide</a>. Il problema non è il femminicidio come atto da punire (e quindi fatta la legge risolviamo il problema). Il problema è la matassa, il groviglio alla base della violenza: il linguaggio, azioni e stereotipi che fanno parte della nostra società.&nbsp;</p>



<p>In un <a href="https://alleyoop.ilsole24ore.com/2025/12/02/violenza-domestica-osservatorio-step/?uuid=90_K1zUHSn2&amp;utm_source=substack&amp;utm_medium=email">articolo sulla violenza domestica di Nicoletta Labarile (Alley Oop)</a> leggiamo le parole di Maurizia Quattrone, vicequestora della polizia di stato: “<em>Quando un uomo arriva a uccidere una donna, non accade mai all’improvviso. Quel femminicidio comincia a consumarsi prima, ogni giorno in cui ogni singola donna viene sminuita, controllata o sopraffatta da un uomo che spesso è il suo partner</em>”.&nbsp;</p>



<p>Una legge non può prevenire la violenza da sola, perché la violenza nasce molto prima del reato: cresce nelle famiglie, si alimenta nei modelli culturali, respira nelle frasi che spesso passano inosservate, nei ruoli sociali che ancora segnano i confini di ciò che “<em>una donna deve</em>” e ciò che “<em>un uomo può</em>”.</p>



<p><strong>La prevenzione non è punire chi ha agito.</strong><strong><br></strong><strong>È educare chi crescerà.</strong></p>



<p><a href="https://www.vdnews.it/esteri/2025/12/12/news/la-spagna-ha-ridotto-i-femminicidi-del-30-in-20-anni-20704042/#:~:text=In%20Spagna%20i%20femminicidi%20sono,approccio%20alla%20violenza%20di%20genere.">La spagna ha ridotto i femminicidi del 30% in 20 anni</a>.<br>In un’intervista al Corriere della Sera, Giulia Selmi, sociologa dell’Università di Parma e studiosa delle politiche di prevenzione, ricorda che il modello spagnolo si fonda su un’azione multilivello:<br>“<em>La Spagna vent’anni fa ha fatto una legge quadro: <strong>un approccio strutturale alla violenza, che ha la scuola come uno dei suoi assi fondamentali, ma anche la comunicazione sui media, l’accesso alla giustizia, la formazione degli ordini professionali e il sostegno al lavoro delle donne. Tutto questo ha ridotto i femminicidi in maniera significativa</strong>”.<br>Un ruolo decisivo, ribadisce Selmi, lo ha avuto anche l’introduzione dell’educazione sessoaffettiva, oggi sostenuta da numerosi studi internazionali: “<strong>Tutte le ricerche, lo certifica anche l’Unesco, mostrano che l’educazione sessoaffettiva è uno degli elementi che concorrono a contrastare la cultura della violenza</strong>”.</em></p>



<p>Il reato di femminicidio, da solo, non impedirà che vengano uccise meno donne.<br>Un uomo che uccide una donna sa che andrà in carcere, ma non gli importa. In quel momento “la cosa più importante” per lui è impedire la sua libera autodeterminazione, decidere quando lei non deve più vivere. Avere il controllo. Non gli importa del carcere.<br>E onestamente nemmeno a noi.</p>



<p><strong>Ci importa, invece, che si investa sulla prevenzione, sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, che si insegni agli uomini ad accettare i no e i confini. Ad accettare la fine di una relazione. Ad accettare l’autodeterminazione e la libertà personale. Ad accettare che i corpi femminili non sono di loro proprietà.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>La repressione non basta senza una cultura del rispetto e del consenso.</strong></p>



<p>Ci importa della formazione delle forze dell’ordine, di assistenti sociali e magistrati che trattano quotidianamente casi di violenza contro le donne. Ci importa che le donne che denunciano violenza non subiscano vittimizzazione secondaria e che vengano tutelate. Ci importa che al momento della denuncia, e nei tribunali, non venga chiesto loro come erano vestite o se avevano bevuto. Ci importa di <strong>prevenire i femminicidi</strong>.</p>



<p>Ci importa del finanziamento dei centri antiviolenza, che sono uno strumento sociale e politico essenziale: il lavoro viene svolto grazie al volontariato e le risorse risultano insufficienti. Perché la legge estende l’accesso anche ai minori, ma se i centri antiviolenza non riescono a sostenere tutto il lavoro, a cosa serve la legge? Dove sono i finanziamenti?</p>



<p>Nel 1996 è stato introdotto il reato di violenza sessuale nel Codice penale come delitto contro la persona.<br>Prima di allora, lo stupro era considerato un reato <em>contro la morale pubblica</em>. Una concezione che dice tutto del periodo storico e del sistema culturale che lo aveva generato.</p>



<p>La riforma del 1996 ha sancito che la violenza sessuale non offende “<em>il pudore</em>”, ma la libertà di una persona.<br>È sparito il fenomeno dello stupro dopo quella legge?</p>



<p>La legge ha cambiato il linguaggio, la <em>ratio</em> della punizione, ma non il peso dato alla parola delle donne. Non ha eliminato il problema alla radice.<br>La violenza sessuale esiste, perché <strong>la legge interviene sull’atto, mentre la violenza nasce nel tessuto culturale.</strong></p>



<p><strong>Non si può solo punire. Bisogna sradicare un problema ormai strutturale</strong> in Italia: la violenza di genere. Dopo aver fatto questo, la legge avrà senso. Perché scrivere una norma non serve a nulla se non ne viene garantita l&#8217;applicazione e se non si lavora su un sistema di supporto alla violenza di genere. <br>Serve un piano nazionale di prevenzione con risorse e indicatori di risultato.&nbsp;</p>



<p>E sia per la violenza sessuale, sia per i femminicidi, le risposte del Governo, dal punto di vista socio-culturale, sono nulle. Inesistenti.<br>È vero che dare il nome ad un fenomeno significa attribuirgli un’identità. E istituire il reato autonomo di femminicidio è importante per il suo riconoscimento, ma <strong>senza una strategia che abbia effetti sulla sfera culturale &#8211; e mi riferisco all’insieme delle pratiche sociali, politiche, finanziarie e istituzionali &#8211; è un mero atto politico</strong>. E qui per “<em>politico</em>” intendo una strumentazione del diritto penale da parte del Governo. Perché “<em>abbiamo introdotto il reato di femminicidio, siamo a posto</em>”. <br>Però quando si tratta di inserire l’elemento del consenso nel reato di violenza sessuale, si fa marcia indietro. Quando si tratta di introdurre l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, si tira fuori la spaventosa teoria del gender.</p>



<p><strong>Quando si tratta di attuare sistemi di prevenzione, il Governo non c’è.</strong>&nbsp;</p>



<p>Mentre a livello locale alcune amministrazioni cercano di anticipare i bisogni educativi, come nel caso della sindaca di Genova Silvia Salis che ha annunciato l’avvio di un <a href="https://www.genovatoday.it/politica/parte-progetto-educazione-sessuo-affettiva.html">percorso di educazione sessuo-affettiva</a> già nelle scuole dell’infanzia, la normativa nazionale sembra muoversi nella direzione opposta.<br>Il <a href="https://documenti.camera.it/leg19/pdl/pdf/leg.19.pdl.camera.2423.19PDL0153070.pdf?utm_source=chatgpt.com&amp;utm_medium=email">Disegno di legge Valditara</a> prevede infatti che l’educazione sessuale sia consentita solo dalle medie in poi, previa firma di un consenso informato, ribadendo il “<em>primato educativo della famiglia</em>” e mantenendo il divieto assoluto per l’infanzia e la primaria.<br>Una scelta che rischia di lasciare scoperti proprio quei bambini e adolescenti cresciuti in contesti familiari in cui queste tematiche non vengono affrontate &#8211; gli stessi per cui, con ogni probabilità, il consenso non verrà firmato dai genitori.</p>



<p>La distanza tra iniziative locali e orientamento nazionale solleva domande essenziali: quale ruolo attribuiamo oggi alla scuola nella prevenzione della violenza e nell’educazione al rispetto? Se l’accesso all’educazione sessuo-affettiva dipende dal consenso di chi non vuole affrontare questi temi, quale spazio rimane per un autentico intervento formativo capace di raggiungere chi ne avrebbe più bisogno?</p>



<p>E soprattutto: <em>a cosa serve introdurre una punizione senza strutturare concreti sistemi di prevenzione?</em></p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/12/17/oggi-in-vigore-la-nuova-legge-sul-femminicidio-punizione-senza-prevenzione/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Wajib, invito al cinema palestinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[La Settima Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Annemarie Jacir]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 7</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>Il film che guardiamo oggi è Wajib – l’invito al matrimonio, del 2018, di Annemarie Jacir.
Ambientato a Nazareth, un padre e un figlio sono in auto per consegnare a mano, una per una, le centinaia di partecipazioni di nozze a tutti gli invitati del matrimonio di Amal.
Wajib del titolo è esattamente il dovere, regolato dalla tradizione e dall'affetto, verso la propria famiglia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 7</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<p></p>



<p>Qualche tempo fa, mi sono trovata a leggere un libro di Violet Kupersmith: uno di quei libri che leggi perché ti sono in qualche modo capitati in mano in libreria, ne hai sfogliato qualche pagina in mezzo e ne sei rimasta stregata. Ecco, stregoneria è un termine coerente, visto che mitologie, folklore e fantasmi del Vietnam sono esattamente il tema centrale della narrazione.</p>



<p>Finita la lettura, mi sono ritrovata sorpresa da una mia stessa considerazione: non mi era mai capitato prima di scoprire un libro ambientato in Vietnam che non fosse sulla guerra in Vietnam.</p>



<p>Quando si verifica in una regione extra-occidentale un evento tale da innescare un cambiamento nella storia, e specialmente quando questo cambiamento coinvolge direttamente cultura e politica occidentale, la rappresentazione letteraria e cinematografica ne è naturalmente coinvolta. Pierre Nora parla di <em>lieux de mémoire</em>, luoghi della memoria, catalizzatori di identità e interesse collettivo. Il Vietnam diventa la guerra del Vietnam, l’Iran diventa la guerra in Iran, l’Afghanistan diventa i Talebani e così via. Poi, con il trascorrere del tempo, il fenomeno si attenua e lascia spazio ad altro.</p>



<p>La rappresentazione che in questo momento è offerta su quanto sta accadendo sulle coste del Mediterraneo che guardano verso di noi è forse destinata a diventare un luogo della memoria e poi ad evolvere in qualche alta cosa. Ma, al momento, è e deve essere raccolta come ciò che per l’uomo è indispensabile lasciare: una testimonianza. Al festival di Venezia, <em>La voce di Hind Rajab </em>ha legittimamente collezionato 24 minuti di applausi. Qualche mese prima, <em>No Other Land</em> aveva vinto l’Oscar 2025 al miglior documentario.</p>



<p>Sono film che meritano di essere visti, ma il film che voglio proporvi oggi è un altro, di qualche anno fa, la cui visione mi sembra quasi propedeutica ai film più recenti. È un invito al cinema palestinese attraverso il lavoro di una regista, una cineasta, che racconta il conflitto attraverso la tradizione e la quotidianità fragile in città i cui nomi ci sono più che familiari: Nazareth, Betlemme.</p>



<p>Il film che guardiamo oggi è <em>Wajib – l’invito al matrimonio</em>, del 2018, di Annemarie Jacir.</p>



<p>La maniera in cui voglio commentare con voi questo film sarà quella di sempre, su qualche tema che trovo centrale e con qualche riflessione di contenuto. E quindi, come sempre, iniziamo dal disclaimer: da questo rigo in poi il testo contiene spoiler.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="613" height="556" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/10/jacir.jpg" alt="" class="wp-image-12936" style="width:355px;height:auto" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/10/jacir.jpg 613w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/10/jacir-300x272.jpg 300w" sizes="(max-width: 613px) 100vw, 613px" /></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center has-small-font-size">Anne Marie Jacir, regista del film</p>



<h2 class="wp-block-heading">Prima il dovere</h2>



<p>Wajib si articola nell’arco di una singola giornata, dalla mattina alla sera. È quasi Natale e noi siamo a Nazareth, nella luce bianca e limpida degli inverni mediorientali. Un padre e un figlio sono in auto, impegnati in un’attività che può apparire quantomeno singolare: consegnare a mano, una per una, le centinaia di partecipazioni di nozze a tutti gli invitati al matrimonio di Amal. Si tratta un’antichissima tradizione della Palestina settentrionale (la Galilea), per cui padre e fratelli della sposa si recano personalmente da amici e parenti a consegnare gli inviti alla cerimonia.<strong> <em>Wajib </em>del titolo è esattamente il dovere, regolato dalla tradizione e dall’affetto, verso la propria famiglia.</strong></p>



<p>Così, Shadi e suo padre Abu Shadi (un professore) si mettono in auto pronti a compiere le varie consegne: l<strong>e lunghe ore trascorse insieme nella vecchia Volvo sono occasione di confronto tra padre e figlio, tra chi è rimasto e chi è emigrato, tra una vecchia generazione che si adatta e una nuova generazione che ribolle, ciascuna con le proprie aperture e le proprie chiusure mentali. </strong>La piccola odissea di padre e figlio si snoda attraverso le strade polverose di Nazareth, nei soggiorni di zii e cugini e tra le tazze di tè e le attese della telefona della madre, divorziata ed emigrata in America, di cui ancora non si sa se riuscirà ad esserci alla cerimonia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Musulmani, ebrei, cristiani e una città</h2>



<p>Il film si apre con Abu Shadi che attende in auto fumando di nascosto (ma nemmeno troppo) una sigaretta. La radio è sintonizzata su un canale locale e sta elencando il necrologio, specificando anche luoghi della cerimonia funebre e tumulazione: chiese ortodosse, cimiteri cristiani, moschee e templi.<strong> È così che la Jacir ci introduce il terzo dei personaggi principali della storia: Nazareth stessa.</strong> Una città appartenente allo stato di Israele ma popolata da musulmani, palestinesi, ortodossi e cattolici e ciascuno con le proprie diverse scelte di vita. Ne è un esempio la famiglia di Shadi: Abu è rimasto nella sua terra con la figlia, mentre figlio ed ex moglie sono emigrati. Nada, la fidanzata di Shadi, è la figlia di un rifugiato politico che Shadi ammira, e di cui Abu Shadi critica una forma di ipocrisia: il lottare per la propria terra lontano dalla propria terra.</p>



<p><strong>Nazareth ha qualche cosa che mi ricorda Roma: una città grande, antichissima, apparentemente distesa sul fianco di una montagna come un grosso corpo sonnecchiante e disinteressato. Eppure è viva, brulicante di attività e di voci e stranamente materna.</strong> Le persone si invitano a casa e si portano a mano gli inviti ai matrimoni. Mettono su caffè e offrono birre e incarti di pane a persone che conoscono da una vita o che non vedono da anni. Le donne sono forti, determinate, decisive e sorridenti: vediamo la nonna, moderna e scanzonata, o Georgette che arriva con un vassoio di dolci e commenta ad Abu Shadi che il figlio è un bel ragazzo “ma tu sei più bello”.</p>



<p>Mi sembra che la scelta di lasciare la madre come un’ombra lontana sia funzionale a creare una simmetria con Nazareth stessa: una presenza assente ma influente, con cui bisogna fare i conti. Nazareth è casa, ed è un pensiero che in tanti esplicitano a Shadi. Quasi tutti, soprattutto i più anziani, si aspettano che lui torni presto in pianta stabile, perché non immaginano di poter vivere lontano dalla propria terra.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli uomini si confidano così</h2>



<p>Il formato di <em>Wajib </em>è abbastanza ricorrente nella storia del cinema: padre e figlio e un viaggio in auto. Facile ricordarsi di La 25° ora (Spike Lee, 2002), Nebraska (Alexander Payne, 2013) o persino Il Sorpasso (Dino Risi, 1962), insomma, un road movie. Il meccanismo scenico del viaggio in auto è molto pratico quando si tratta di dover far confrontare due personaggi maschili perché – a differenza dell’universo femminile – <strong>l’emotività maschile è più chiusa, e le confidenze e i confronti si inseriscono in contesti che hanno un altro scopo principale.</strong></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="707" height="398" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/10/image-2.jpeg" alt="" class="wp-image-12911" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/10/image-2.jpeg 707w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/10/image-2-300x169.jpeg 300w" sizes="(max-width: 707px) 100vw, 707px" /></figure>
</div>


<p class="has-text-align-center has-small-font-size">Amal alla prova dell&#8217;abito &#8211; fotogramma dal film</p>



<p class="has-text-align-center has-small-font-size"></p>



<p>Interessante che – nella realtà – i due attori principali sono veramente padre e figlio: difatti i due personaggi sono straordinariamente credibili nei loro rispettivi ruoli, ma è anche una scelta che dà quel tocco di intimità all’intera narrazione. <strong>Il dialogo tra i due è lucido, franco, e in esso parole e non detti hanno lo stesso peso.</strong> Abu Shadi è legatissimo al territorio e onora le usanze, ma accetta la coabitazione e scende a compromessi per andare avanti con la propria vita, ha un grande senso del bello, e diventa evidente durante la telefonata forzata con il padre di Nada, in cui descrive ciò che in realtà non vede, una Palestina “piena di campi, vigneti, verdissima in questo periodo” e da cui si vede il Monte del Precipizio. È un uomo che comprende il valore dello scambio (e compra l’orsacchiotto al negoziante per tagliare corto la discussione sul parcheggio riservato ai clienti) e il senso di un dono. La sequenza quasi finale, in cui Abu Shadi cerca di regalare l’orsacchiotto ad un bambino rifugiato che lo rifiuta, è <strong>il confronto di una generazione più anziana che ancora crede e compie azioni di generosità pura, e una generazione giovanissima, successiva a quella ribelle del figlio, che invece è completamente disillusa e indurita dalle prove della vita.</strong></p>



<p>Shadi al contempo appare come la mente più aperta: architetto a Roma, fidanzato e convivente senza essere sposato, con un look che il padre guarda storto (capelli lunghi e una camicia rosa). Critica l’architettura che sembra sovietica, le strade colme di spazzatura, l’uso smodato di teli di plastica, ma non comprende la tolleranza del padre verso la coabitazione forzata, né tantomeno il suo caparbio ancorarsi alla tradizione – persino nella scelta del cantante che da oltre 40 anni (decisamente troppi per essere al passo con la moda musicale!) canta ai matrimoni della famiglia. È andato in Italia, dove non vede l’ora di tornare, spinto dal padre o dal suo amico ebreo per metterlo al sicuro da eventuali difficoltà dovute alla sua attività vagamente politica, o almeno così percepita, durante gli anni del liceo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ciò che è, ciò che sarebbe</h2>



<p>Dopo lo scontro finale tra i due e il litigio sulla strada per l’abitazione di Ronnie, Shadi che torna a piedi viene fermato da un vicino, di cui probabilmente lui nemmeno si ricorda e che a noi non viene presentato. Condividono una birra e qualche pensiero – o meglio, il vicino condivide e Shadi ascolta – che mi sembrano in qualche modo il punto focale del film. Il giovane uomo è quello che Shadi sarebbe se non fosse emigrato: per quanto la sua vita possa essere più difficile di quella del coetaneo, ha una forma di serenità che proviene dal vivere la vita e qualunque cosa abbia da offrire &#8211; una casa, un padre, una birra in compagnia, un venditore ambulante che offre il pane caldo con amicizia.</p>



<p class="has-text-align-center has-small-font-size"></p>



<p>Quando torna a casa, Shadi prepara due tazze e mette sul fuoco l’acqua per il caffè che forse è veramente l’ultimo della giornata. Qualche minuto dopo il padre rientra e completa i gesti del figlio: versa l’acqua e porta il vassoio. Condividono una sigaretta – chi ha smesso di fumare e chi non dovrebbe fumare – e non parlano più della discussione avvenuta un’ora prima.</p>



<p>Parlano d’altro, della madre che forse riuscirà ad esserci e dei teli di plastica, eppure è il momento della concessione reciproca: Abu Shadi commenta che in effetti, è più bello senza teli di plastica. Shadi commenta che però ad Amal piace così. Il padre ripete: “Ad Amal piace così”.</p>



<p>Il film si chiude su questo commento, che è la superficie di un discorso più ampio che padre e figlio non affrontano: e<strong>siste un ciò che è, ed esiste un ciò che potrebbe essere. La distanza tra uno e l’altro è minima, lo spazio della decisione – altrui – di mettere o meno un telo di plastica. Eppure è uno spazio minimo su cui i soggetti che parlano non hanno potere di influenza, che in qualche modo è per loro un dato di fatto.</strong> Rapportato a un discorso più ampio, la regola vale sempre: la situazione politica, le politiche sociali, gli embarghi di cui veniamo a conoscenza tramite la radio della vecchia volvo, la necessità di invitare Ronnie al matrimonio sono fatti imposti, su cui i personaggi non hanno alcun controllo diretto. Possono adattarsi, discuterne o ribellarsi in mille modi – come gli amici del Nord che hanno ripreso la produzione di vino proibita da anni – ma sono sempre cose con cui viene loro imposto di fare i conti.</p>



<p>Questo film incentrato su personaggi maschili rivela in questo la femminilità intrinseca della sua regia: è la capacità di vedere e rendersi conto la base per poter compiere delle scelte, di qualunque natura esse siano.</p>



<p><em>Nota: Il libro che vi citavo all’inizio dell’articolo è </em>Costruisci la tua casa intorno al mio corpo<em>, di Violet Kupersmith, edito in Italia da NN Editore.</em></p>



<p></p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/10/26/wajib-invito-al-cinema-palestinese/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>82^ Mostra del Cinema di Venezia: i film premiati, la solidarietà e le riflessioni di un&#8217;edizione particolare</title>
		<link>https://www.ilcontroverso.it/2025/09/09/82-mostra-del-cinema-di-venezia-i-film-premiati-la-solidarieta-e-le-riflessioni-di-unedizione-particolare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Martina Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Il Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[La Settima Arte]]></category>
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		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>Lo scorso sabato 6 settembre si è conclusa l’82° Mostra del Cinema di Venezia. Oggi Martina Mazzarella commenta quanto avvenuto in una delle più importanti manifestazioni sulla settima arte che hanno visto una diffusa solidarietà per Gaza ed il popolo palestinese ed alcune sorprese.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<p class="has-cyan-bluish-gray-color has-text-color has-link-color has-small-font-size wp-elements-b54c7a78210270b452f159f7acac171b">Foto: Jim Jarmusch &#8211; Credit LucaFazPhoto <strong>CC BY-SA 4.0</strong> &#8211;  Wikicommons</p>



<p>Lo scorso sabato 6 settembre si è conclusa – tra premiazioni, presenze (e qualche assenza), e lunghi applausi &#8211; l’82° Mostra del Cinema di Venezia: si è trattato di un’edizione intensa, fortemente politica e particolarmente sotto i riflettori. Se le arti cinematografiche, con storie, linguaggi e interpreti, sono il racconto più fedele dei moti e dei turbamenti del tempo corrente, ciò che il mondo attuale sta vivendo trova e mantiene una certa espressione nelle proposte più recenti dei maestri del cinema.</p>



<div class="wp-block-ultimate-post-table-of-content ultp-block-14aa66"><div class="ultp-block-wrapper"><div class="ultp-block-toc"><div class="ultp-toc-header"><div class="ultp-toc-heading">Indice dei contenuti</div><div class="ultp-collapsible-toggle  ultp-collapsible-right"><a class="ultp-collapsible-text ultp-collapsible-open" href="javascript:;">[Open]</a><a class="ultp-collapsible-text ultp-collapsible-hide" href="javascript:;">[Close]</a></div></div><div class="ultp-block-toc-style1 ultp-block-toc-body" style="display:block;"><ul class="ultp-toc-lists"><li><a href="#MOSTRA_DEL_CINEMA_DI_VENEZIA_2025:_I_PREMI_ASSEGNATI">Mostra del Cinema di Venezia 2025: i premi assegnati e la sezione Orizzonti</a></li><li><a href="#La_solidarietà_a_Gaza">La solidarietà a Gaza</a></li><li><a href="#I_film_di_Venezia_82:_La_Distribuzione_Italiana">I film di Venezia 82: La Distribuzione Italiana</a></li></ul></div></div></div></div>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="MOSTRA_DEL_CINEMA_DI_VENEZIA_2025:_I_PREMI_ASSEGNATI"><strong>Mostra del Cinema di Venezia 2025: i premi assegnati e la sezione Orizzonti</strong></h2>



<p>Venezia, rispetto agli altri grandi premi del cinema e soprattutto in confronto con gli Oscar, sembra sempre mantenere una preferenza per i racconti più introspettivi e i linguaggi più complessi. Coerentemente con tale tendenza, <strong>a ricevere il Leone d’Oro 2025 tra i 21 film in competizione è stato <em>Father Mother Sister Brother</em> di Jim Jarmush</strong>. Interpretato tra gli altri da Cate Blanchett e Adam Driver, questo film conta tre episodi e tre storie che si intrecciano tra Parigi, Dublino e gli Stati Uniti.</p>



<p><strong>Leone d’argento come Gran Premio della Giuria è andato invece a <em>The Voice Of Hind Rajab</em></strong> (produzione franco-tunisina) <strong>della regista Kaouther Ben Hania</strong>. Questo film ha una importanza che va anche oltre la semplice cinematografia: esso è una ricostruzione e un’indagine diretta della tragica vicenda della bambina di 6 anni uccisa a Gaza con gli zii, i cugini e i due soccorritori della Mezzaluna Rossa dall’esercito Israeliano nel Gennaio 2024. </p>



<p>Con l’utilizzo della registrazione originale della telefonata e la produzione esecutiva che conta nomi noti di Hollywood – tra cui Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonathan Glazer, Alfonso Cuarón, – <em>The Voice of Hind Rajab</em> ha ricevuto una standing ovation di quasi 24 minuti alla sua premiere veneziana, battendo un record precedentemente detenuto da <em>Il Labirinto del Fauno</em> (22 minuti al Festival di Cannes del 2006). Primo caso per una regista donna.</p>



<p><strong>Leone d’argento per la Miglior Regia è andato a Benny Safdie per <em>The Smashing Machine</em></strong>, film biografico sul lottatore MMA Mark Kerr. <strong>Ad aggiudicarsi la Coppa Volpi per le migliori interpretazioni</strong> sono stati <strong>la cinese Xin Zhilei</strong> per la sua rappresentazione di Meiyn, protagonista del film <em>Ri-gua-zhing-tian (The sun rises on us all)</em> di <em>Cai Shangjun</em>, e <strong>Toni Servillo</strong> per l’interpretazione di un presidente della Repubblica Italiana posto di fronte a due ultimi dilemmi etici e politici prima della fine del mandato, nel film <em>La Grazia</em> di Paolo Sorrentino.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-jetpack-slideshow" data-effect="fade" style="--aspect-ratio:calc(1080 / 1350)"><div class="wp-block-jetpack-slideshow_container swiper"><ul class="wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper"><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-12793" data-id="12793" data-aspect-ratio="1080 / 1350" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/2-819x1024.jpg" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/2-819x1024.jpg 819w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/2-240x300.jpg 240w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/2-768x960.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/2.jpg 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" 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<p>Tra i premi dedicati agli attori, <strong>il Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente è stato assegnato a Luna Wedler</strong>, che ha recitato insieme a Tony Leung Chiu-Wai e Léa Seydoux nel film <strong><em>Silent Friend</em></strong> della regista ungherese Ildikó Enyedi: poetica storia che ruota attorno all’antichissimo Ginkgo Biloba dell’università di Marburgo e agli eventi che vede accadere attraverso i secoli. Questo film è anche la prima produzione europea per l’attore di Hong Kong (famoso per le sue interpretazioni nei film di Wong Kar-wai).</p>



<p>Il premio per la <strong>Migliore Sceneggiatura</strong> è andato a <strong>Valérie Donzelli e Gilles Marchand&nbsp;</strong>per il film&nbsp;<em>À pied d’œuvre&nbsp;</em>di Valérie Donzelli, mentre <strong>Gianfranco Rosi si porta a casa il Premio Speciale della Giuria per <em>Sotto le Nuvole</em></strong>, un film-documentario in bianco e nero che raccoglie frammenti di vita di cittadini, turisti e lavoratori lungo la linea del golfo di Napoli.</p>



<p>Oltre agli appena citati Premi principali di Venezia 82 sono stati assegnati i <strong>Premi Orizzonti</strong> – interessante sezione della Mostra dedicata a film <strong>rappresentativi di nuove tendenze estetiche o espressive del cinema mondiale, che riserva sempre grande attenzione a registi esordienti o di nicchia e aperto anche ai cortometraggi</strong>. In questa sezione sono stati assegnati:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Miglior Film a <em>En El Camino</em> di David Pablos</strong>, produzione messicana che si è aggiudicata anche uno dei premi collaterali dell’evento &#8211; che ultimamente sta acquisendo un certo sempre maggior rilievo – il <strong>Queer Lion Award</strong> per film a tematiche LGBTQIA+</li>



<li><strong>Miglior Regia all’indiana Anuparna Roy per il film <em>Songs of Forgotten Trees</em></strong></li>



<li><strong>Miglior Attrice a Benedetta Porcaroli </strong>per l’interpretazione di Holly nel film <em>Il Rapimento di Arabella</em> di Carolina Cavalli</li>



<li><strong>Miglior Attore a Giacomo Covi</strong> per l’interpretazione di Antero nel film <em>Un Anno di Scuola</em> di Laura Samani</li>



<li><strong>Miglior Sceneggiatura a Ana Cristina Barragán</strong> per il film <strong><em>La Hiedra</em></strong>, di produzione Ecuadoriana</li>
</ul>



<div class="wp-block-jetpack-slideshow aligncenter" data-effect="fade" style="--aspect-ratio:calc(790 / 988)"><div class="wp-block-jetpack-slideshow_container swiper"><ul class="wp-block-jetpack-slideshow_swiper-wrapper swiper-wrapper"><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-12800" data-id="12800" data-aspect-ratio="790 / 988" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/9-819x1024.jpg" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/9-819x1024.jpg 819w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/9-240x300.jpg 240w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/9-768x960.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/9.jpg 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-12803" data-id="12803" data-aspect-ratio="790 / 988" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/10-819x1024.jpg" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/10-819x1024.jpg 819w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/10-240x300.jpg 240w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/10-768x960.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/10.jpg 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-12801" data-id="12801" data-aspect-ratio="790 / 988" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/11-819x1024.jpg" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/11-819x1024.jpg 819w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/11-240x300.jpg 240w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/11-768x960.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/11.jpg 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-12802" data-id="12802" data-aspect-ratio="790 / 988" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/12-819x1024.jpg" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/12-819x1024.jpg 819w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/12-240x300.jpg 240w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/12-768x960.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/12.jpg 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure></li><li class="wp-block-jetpack-slideshow_slide swiper-slide"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="819" height="1024" alt="" class="wp-block-jetpack-slideshow_image wp-image-12799" data-id="12799" data-aspect-ratio="790 / 988" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/13-819x1024.jpg" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/13-819x1024.jpg 819w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/13-240x300.jpg 240w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/13-768x960.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/09/13.jpg 1080w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /></figure></li></ul><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-prev swiper-button-prev swiper-button-white" role="button"></a><a class="wp-block-jetpack-slideshow_button-next swiper-button-next swiper-button-white" role="button"></a><a aria-label="Pause Slideshow" class="wp-block-jetpack-slideshow_button-pause" role="button"></a><div class="wp-block-jetpack-slideshow_pagination swiper-pagination swiper-pagination-white"></div></div></div>



<p>Tra i non premiati per cui si attende tuttavia un certo successo di botteghino invece compaiono <strong><em>Bugonia</em></strong> di Yorgos Lanthimos e <strong><em>Frankenstein</em></strong> di Guillermo del Toro, interpretati rispettivamente nei personaggi principali femminili da Emma Stone e Mia Goth.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="La_solidarietà_a_Gaza"><strong>La solidarietà a Gaza</strong></h2>



<p>Certamente non poteva restare lontano dai riflettori il tema di Gaza: Venezia, del resto, si è aperta proprio sulla polemica per la richiesta da parte degli attivisti proPal di escludere dagli inviti gli attori Gerard Butler e Gal Gadot, a causa delle loro dichiarazioni su Israele.</p>



<p>Sono stati molti coloro che – ritirando un premio o partecipando a conferenze, interviste e incontri – hanno dedicato un pensiero e una voce a ciò che accade a Gaza. </p>



<p><strong>Nella serata delle premiazioni, la solidarietà è arrivata densa dal palco</strong>: Benedetta Porcaroli ha dedicato il premio appena ritirato ai volontari della Global Sumud Flotilla; Servillo ha espresso la sua ammirazione per “c<em>oloro che hanno deciso di mettersi in mare con coraggio e raggiungere la Palestina per portare un segno di umanità in una terra dove la dignità umana è vilipesa</em>”; &nbsp;Nino d’Angelo, cantando a sorpresa sul palco della premiazione il brano Odio e Lacrime, ha dichiarato &#8220;<em>Quando si uccidono i bambini si uccide il futuro di tutti noi</em>&#8220;; &nbsp;Jarmush ha ritirato il suo premio indossando la spilla <em>Enough</em> contro il conflitto (vista spesso sul red carpet del Lido), e ha espresso posizioni molto nette contro Netanyahu dopo la premiazione.</p>



<p>L<strong>’accoglienza riservata a <em>The Voice of Hind Rajab</em>, insieme alle dichiarazioni del cast, dei produttori e della regista, è indice &#8211; del resto &#8211; del sentimento diffuso e netto che ha caratterizzato questa ottantaduesima Venezia.</strong> “<em>È completamente folle. Quando penso all’Umanità, dove siamo ora?</em>” sono le parole condivise in intervista ufficiale da Kaouther Ben Hania.</p>



<p><strong>Un sentimento che è stato ufficializzato anche dagli organizzatori, da cui proviene la decisione di concludere questa edizione con il forte videomessaggio del cardinale Pierbattista Pizzaballa</strong>, patriarca di Gerusalemme che proprio in questi giorni era attivo sul territorio di Gaza: “<em>la violenza che vediamo è anche il risultato di anni di linguaggio violento e deumanizzante. Se tu deumanizzi l’altro con le parole, poi il passaggio alla violenza fisica è solo questione di tempo</em>”. </p>



<h2 class="wp-block-heading" id="I_film_di_Venezia_82:_La_Distribuzione_Italiana"><strong>I film di Venezia 82: La Distribuzione Italiana</strong></h2>



<p>Per quanto di alcuni film, come quello di Cai Shangun, sia ancora incerta la distribuzione italiana e di altri ancora sia ancora in fase di definizione, di molti altri film che hanno animato la kermesse sono già state rese note le date a partire dalle quali saranno disponibili per la visione nelle sale italiane. Ve le lasciamo qui, in ordine di uscita, a chiusura di questo articolo, con un invito al cinema &#8211; fabbrica di sogni e, mai come oggi, fabbrica di riflessioni:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><em>Sotto le Nuvole</em>, di Gianfranco Rosi – distribuito dal 18 settembre 2025</li>



<li><em>The Smashing Machine</em>, di Benny Safdie – distribuzione italiana dal 19 Novembre 2025</li>



<li><em>Il rapimento di Arabella</em>, di Carolina Cavalli – distribuito nelle sale dal 4 dicembre 2025</li>



<li><em>Father Mother Sister Brother</em>, di Jim Jarmush – distribuzione italiana dal 18 dicembre 2025</li>



<li><em>La Grazia</em>, di Paolo Sorrentino – distribuzione italiana dal 15 Gennaio 2026</li>
</ul>



<p></p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/09/09/82-mostra-del-cinema-di-venezia-i-film-premiati-la-solidarieta-e-le-riflessioni-di-unedizione-particolare/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Il gender gap nella professione legale e il soffitto di cristallo</title>
		<link>https://www.ilcontroverso.it/2025/07/13/il-gender-gap-nella-professione-legale-e-il-soffitto-di-cristallo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giada Ranghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jul 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia e Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[avvocata]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Lidia Poët]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>Nonostante le donne rappresentino quasi la metà degli iscritti alla Cassa Forense, la loro presenza nella professione legale è in calo. Le avvocate guadagnano in media meno della metà dei colleghi uomini e affrontano ostacoli legati alla gestione familiare e a discriminazioni di genere. Il fenomeno del “soffitto di cristallo” – barriere invisibili che impediscono l’avanzamento professionale – è ancora molto presente. La storia di Lidia Poët, prima avvocata italiana, diventa simbolo di una lotta che continua: per l’equità, la giustizia sociale e il riconoscimento pieno della libertà femminile.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 6</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa ci dicono i dati sull’avvocatura in Italia</strong></h2>



<p>Secondo il <a href="https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Rapporto%20sull%27Avvocatura%20Aprile%202025.pdf">rapporto sull’avvocatura 2025</a> presentato dalla Cassa Forense in collaborazione col CENSIS, 124.008 mila uomini esercitano la professione, contro 109.252 donne, che rappresentano il 46,8% del totale.<br><strong>Nel 2019, la percentuale di donne iscritte alla Cassa Forense ha raggiunto il 48,0%, segnando un importante passo verso l’equilibrio di genere nella professione.</strong><br>Tuttavia, i dati più recenti raccolti da Cassa Forense indicano una <strong>diminuzione nella percentuale di donne iscritte. Dal 2020 al 2024, la percentuale è scesa al 46,8%</strong>, invertendo la tendenza di crescita degli anni precedenti e confermando un vero e proprio <strong>abbandono della professione da parte delle avvocate</strong>.</p>



<p>Perché?<br>Emerge sicuramente una rilevante distanza rispetto alla <strong>gestione delle responsabilità familiari</strong>: il <strong>20,2% delle donne segnala questa difficoltà, a fronte di appena il 7,5% degli uomini</strong>, riflesso di una persistente <strong>asimmetria nella distribuzione dei compiti di cura e gestione domestica</strong>. Ce lo aspettavamo? Sì, dai.</p>



<p>Non solo la presenza nell’avvocatura, ma anche il dato sul <strong>reddito medio annuo di donne e uomini</strong> restituisce una fotografia di una professione attraversata da differenze di genere non trascurabili: <strong>nel 2023 le avvocate hanno avuto un reddito medio pari a meno della metà di quello degli avvocati, con una differenza di più di 30mila euro</strong>.<br>Inoltre, <strong>la differenza di reddito cresce con il crescere dell’età</strong>: se gli avvocati sotto i 30 anni hanno un reddito rispetto alle colleghe della stessa classe di età mediamente di poco più di 2mila euro superiore, <strong>nella classe di età 60-64 anni la differenza supera i 44mila euro</strong>.</p>



<p>Secondo un <a href="https://ntplusdiritto.ilsole24ore.com/art/AGQXZVkC">sondaggio dell’Osservatorio sulle pari opportunità</a> nelle professioni ordinistiche, il <strong>58% delle donne avvocato afferma di aver subito delle discriminazioni, in base al genere, sul posto di lavoro a fronte dell’11,4 % degli uomini</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr.png" alt="" class="wp-image-12737" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr.png 1024w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr-300x300.png 300w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr-150x150.png 150w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr-768x768.png 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr-600x600.png 600w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Unimmagine-simbolica-che-rappresenta-il-concetto-del-soffitto-di-cristallo-una-donna-in-abiti-pr-70x70.png 70w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cos’è il soffitto di cristallo</strong></h2>



<p>Il termine soffitto di cristallo (dall’inglese “<em>glass ceiling</em>”) fu coniato nel 1978 da Marilyn Loden e indica <strong>un ostacolo invisibile: quell’insieme di discriminazioni e pregiudizi che impedisce alle donne il successo e l’avanzamento lavorativo, e il raggiungimento delle stesse posizioni a cui può aspirare un uomo</strong>.</p>



<p>È apparentemente invisibile, sottile, trasparente, ma reale. Chi ci sbatte contro può vedere le posizioni di potere, magari anche avvicinarle, ma non riesce a superare quel limite.<br><strong>Barriere sociali, culturali e psicologiche: stereotipi culturali, discriminazioni, squilibrio nei carichi familiari: sono questi i “<em>materiali</em>” del soffitto di cristallo</strong>.<br>Tra le tante donne che hanno fatto la storia, Lidia Poët ha passato la vita a cercare di sfondare il soffitto di cristallo. Aveva i titoli, le competenze, la passione. Ma la società non era pronta.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi era Lidia Poët</strong></h2>



<p>Lidia Poët è stata la prima avvocata italiana.<br><strong>Si laureò in giurisprudenza nel 1881</strong>, dopo aver discusso una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne, <strong>entrò nell’Ordine degli avvocati nel 1920, all’età di 65 anni</strong>.<br><strong>39 anni dalla laurea all’iscrizione</strong>, ma perché?</p>



<p>Nel 1883, dopo il praticantato, Lidia Poët divenne la prima donna ammessa all’esercizio dell’avvocatura. Il procuratore generale del Regno, però, impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d’appello di Torino, che accolse la richiesta del procuratore e annullò l’iscrizione all’albo.<br>Lidia Poët presentò un ricorso alla Corte di Cassazione che, nel 1884, confermò la decisione della Corte d’appello, dichiarando che “<em>la donna non può esercitare l’avvocatura</em>”, e sostenendo che <strong>la professione forense doveva essere qualificata come un ufficio pubblico, il che comportava una ovvia esclusione, dato che l’ammissione delle donne agli uffici pubblici doveva essere esplicitamente prevista dalla legge</strong>.<br>Quando la legge taceva non era possibile interpretare il silenzio del legislatore alla stregua di una ammissione. A conferma di ciò vi erano anche <strong>considerazioni di carattere lessicale: la legge unitaria sull’avvocatura n. 1938/1874 era da intendersi solo per il genere maschile utilizzando il termine </strong><strong><em>avvocato </em></strong><strong>e mai quello di </strong><strong><em>avvocata</em></strong>.&nbsp;</p>



<p>Eppure, continuiamo a dimenticare quanto sia importante la terminologia e l’utilizzo delle professioni al femminile. Noi parlanti, dando un nome ad un oggetto o ad una professione, li facciamo esistere. La terminologia delinea i contesti socio-culturali, e l’utilizzo corretto della lingua italiana per quanto riguarda le professioni è fondamentale per creare una cultura di parità di genere nei ruoli.<br>Quindi sì, <strong>dire “</strong><strong><em>avvocata</em></strong><strong>” non è solo corretto: è un atto politico</strong>.</p>



<p>Nella sentenza, intrisa di argomentazioni tutt’altro che giuridiche e frutto di stereotipi di genere, si leggeva: “<em>nella razza umana, esistono diversità e disuguaglianze naturali </em>[…]<em> E dunque non si può chiedere al legislatore di rimuovere anche le </em><strong><em>differenze naturali</em></strong><em> insite nel genere umano</em>”.<br>Le donne non potevano essere avvocate perché era inopportuno che convergessero “<em>nello strepitio dei pubblici giudizi</em>”, magari discutendo di argomenti imbarazzanti per “<strong><em>fanciulle oneste</em></strong>”; o che indossassero la toga sui loro abiti, ritenuti tipicamente “<em>strani e bizzarri</em>”; o perché <strong>avrebbero potuto indurre i giudici a favorire una “<em>avvocata leggiadra</em>”</strong>. Come osano voler diventare avvocate, &#8216;ste signorine?!<br>Un&#8217; esclusione giustificata inoltre per la naturale riservatezza del sesso, la sua indole, la destinazione, la fisica cagionevolezza e in generale la deficienza in esso di adeguate forze intellettuali e morali, quali la fermezza, la severità, la costanza che avrebbero impedito alle donne di occuparsi di “<em>affari pubblici</em>”.<br>Insomma, <strong>un’enorme valanga di paternalismo</strong>.</p>



<p>Perché, allora, consentire ad una donna di laurearsi in giurisprudenza, per poi vietarle di esercitare la professione? L’istruzione era consentita, ma solo per fornire una cultura generale utile a trovare marito e garantirsi una buona posizione sociale. Essere colte è considerato un valore aggiunto per contrarre un buon matrimonio, ma non per esercitare una professione. Lo studio e il conseguimento del titolo non erano vietati, ma la vita sociale era <em>roba da uomini</em>.</p>



<p>E questo paternalismo non è di certo roba vecchia. Le donne che esercitano il praticantato o la professione non vengono chiamate rispettivamente Dottoresse o Avvocate, ma: “<em>signorina</em>, mi passa l’Avvocato?”. E lo sappiamo bene, chi di noi ha esercitato o esercita in uno studio legale. Ma quale cliente si sogna di chiamare il proprio Avvocato <em>signorino</em> o anche solo <em>signore</em>?</p>



<p>Finalmente, nel 1919 la Legge n. 1179 (c.d. legge Sacchi) abolì l’autorizzazione maritale e <strong>autorizzò le donne a entrare nei pubblici uffici, <em>tranne che nella magistratura, nella politica e in tutti i ruoli militari</em></strong>. Dopo aver praticato per anni la professione forense solo di fatto insieme al fratello, <strong>nel 1920 Lidia Poët, all’età di 65 anni, entrò quindi finalmente nell’Ordine degli avvocati</strong>, divenendo ufficialmente la prima donna d’Italia ad esservi ammessa.<br>Nel 1922 fu nominata presidente del Comitato italiano pro-voto delle donne e, a 91 anni, riuscì a coronare le battaglie di una vita intera, andando a votare alle prime elezioni a suffragio universale tenutesi in Italia nel 1946.</p>



<p>Lidia Poët non è stata solo la prima donna avvocata e pioniera dell’emancipazione femminile, ma fu tra gli ideatori del moderno diritto penitenziario e tra le promotrici del suffragio universale.<br>Dal 1885 al 1925 partecipò ai Congressi penitenziari internazionali, promuovendo l’istituzione dei tribunali dei minori e affrontando il tema della riabilitazione dei detenuti attraverso l’educazione e il lavoro, superando l’idea del trattamento punitivo.<br>Partecipò attivamente ai Congressi nazionali delle donne italiane (CNDI), dove aprì il dialogo a temi come il suffragio universale, l’emigrazione e l’istruzione.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="662" height="682" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Lidia-poet.jpg" alt="" class="wp-image-12723" style="width:528px;height:auto" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Lidia-poet.jpg 662w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/07/Lidia-poet-291x300.jpg 291w" sizes="auto, (max-width: 662px) 100vw, 662px" /></figure>



<p><strong>La serie Netflix</strong></p>



<p>La legge di Lidia Poët è la prima serie, targata Netflix, che ci racconta della vita della prima avvocata italiana, dove la protagonista è interpretata dalla brillante Matilda De Angelis.<br>Nella serie, il personaggio di Lidia rompe il ruolo assegnato alla donna borghese dell’Ottocento: moglie, madre, silenziosa. Vuole pensare, parlare, agire. <strong>È una soggettività strategica che si muove dentro le crepe del patriarcato ottocentesco e si prende i suoi spazi, con intelligenza e determinazione, senza farsi addomesticare</strong>.<br>Non accetta i no, e con astuzia, tenacia e molta intelligenza persegue i suoi obiettivi, in una società dove pure andare in bicicletta, per le donne, sembra una impensabile conquista di emancipazione.<br>La protagonista ha la capacità di prendere le occasioni, ma anche quella di crearsele. Lidia non rifiuta la bellezza o la seduzione, ma le usa strategicamente. <strong>La sua libertà sessuale, la sua eleganza, la sua assertività flirtano con il maschile senza mai subordinarsi</strong>.<br><strong>La sua presenza nell’aula di tribunale (luogo di potere maschile) è un atto performativo</strong>. Non solo è presente, ma esibisce la propria soggettività, la propria voce, la propria logica. Con piglio determinato e inarrestabile si prende i suoi spazi, spazi alle donne non concessi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Diritti e giustizia sociale</strong></h2>



<p>Ecco perché è importante lottare e preservare i diritti che abbiamo, perché è importante votare. Lo è perché <strong>non dobbiamo mai dare per scontati i diritti che abbiamo</strong>, diritti che con fatica sono stati ottenuti e che rischiano di svanire da un momento all’altro, soprattutto nella situazione socio-politica attuale.</p>



<p>Il soffitto di cristallo non è un mito: è una realtà strutturale, radicata nella cultura, nelle pratiche quotidiane del potere. Non basta avere le competenze o meritarselo: le donne nella professione legale &#8211; e non solo &#8211; continuano a lottare in salita, spesso isolate, sempre più stanche. Perché sì, siamo stanche.<br>La storia di Lidia Poët ci insegna che la tenacia può aprire brecce anche nei muri più duri. A patto, però, di riconoscere che <strong>il problema non è individuale, bensì collettivo, sistemico</strong>.</p>



<p>Serve una riforma culturale, ma anche politica: congedi realmente paritari, sostegno economico alle professioniste autonome, promozione attiva delle carriere femminili.<br>Perché il soffitto di cristallo si rompe solo se a colpirlo non è una sola testa, ma una collettività intera. Serve sorellanza, ma serve anche giustizia sociale. La libertà femminile non è una concessione: è un diritto da garantire, coltivare e difendere ogni giorno.<br>Dobbiamo raccogliere l’eredità politica di Lidia Poët e <strong>continuare a disturbare il patriarcato. Anche in toga</strong>.</p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/07/13/il-gender-gap-nella-professione-legale-e-il-soffitto-di-cristallo/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Pirandello e la multiformità del suo teatro</title>
		<link>https://www.ilcontroverso.it/2025/06/29/pirandello-e-la-multiformita-del-suo-teatro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Pio Riccio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Idee per leggere]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[intervista impossibile]]></category>
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		<category><![CDATA[teatro italiano]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>Un dialogo immaginario con Pirandello esplora il senso della teatralità, la crisi della borghesia e la metateatralità come chiave per comprendere l’uomo moderno. Un viaggio tra maschere, coscienza e finzione.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<p>Il presente articolo si svolge nella forma dell&#8217;intervista impossibile.</p>



<p>Vincenzo: Nella commedia “Ciascuno a modo suo” emerge il carattere vigoroso della critica indirizzata alla borghesia, in tale circostanza ancora più esplicita di quanto ciò non avvenga in altre sue composizioni teatrali. A questo punto, mi sovviene una domanda: come reagirebbe oggi il pubblico se fosse invitato ad osservare i propri errori di civiltà? Sarebbe una reazione tanto diversa da quella della massa intenta alla sommossa degli anni venti del Novecento?</p>



<p>Pirandello: Non esiste probabilmente un tempo in cui il pubblico (alla stessa stregua di me e te) sia del tutto esente da una prospettiva di licenziosità morale, che talvolta ne è la sua più radicata etica: un’affermazione del tutto ovvia per uno come me. Quando assevero che la società dovrebbe prestarsi alla teatralità, non intendo soltanto dire che sarebbe bene che essa si affacci alla “finzione scenica”, valutando dunque l’esteriorità della rappresentazione: il mio invito è nell’introspezione teatrale, quindi un viaggio entro i moti psichici che muovono i soggetti, tutt’altro che meramente finti, cercando di isolare la distinzione -come in “Questa sera si recita a soggetto”- tra esteriorità ed interiorità teatrale. Anzi, bisognerebbe rivalutare l’essenzialità dell’asserzione in conformità alla quale “la realtà supera la fantasia”, frase sulla bocca di tutti ma nella sensibilità di pochi o nessuno. In altre parole, per realizzare a lunghe linee il modello sociale che ho proposto, sarebbe necessaria l’attuazione di un disegno distopico, fatto di coscienze che vivono l’esperienza drammatica del travaglio vitale, che sa di macabro, di un meccanismo mentale esasperante: tutto ciò per cominciare a guardare tutta la realtà come cosa propria, non più come il lontano uomo che comparse sulla scena del mondo come il più distante degli esseri “simili alla propria categoria di umanità”.</p>



<p>V: La tecnica meta-teatrale è stata prevedibilmente incompresa presso il pubblico borghese. Mi chiedo fino a che punto sia applicabile la tecnica meta-teatrale; quanti meta-teatri sono unibili in una rappresentazione scenica che includa la totalità della realtà?</p>



<p>P: Se non c’è un senso della complessità, una marcata tendenza alla problematizzazione dell’esistenza (il che non vuol dire che si debba mancare di leggerezza, di pensiero lieve, delicatamente libero), non c’è teatro che possa essere apprezzato quando si delinei il tentativo di amplificarne le proporzioni intellettuali tra esso e la platea. Del resto, quanto più si insinua il parossismo, tanto più è elevato il rischio di fraintendimento, di scherno, di diserto. Quando parliamo di “educazione borghese”, sembra talvolta si voglia “colpevolizzare” il fatto di non aver esercitato alcuna opposizione a quello stile di vita, quando si tratta di una legittima adesione ad una condotta sociale: il punto è verificare qual è il confine tra accettazione psichica volontaria di quel regime e limite dell’utilizzo di un processo maieutico utile a determinare una variazione comportamentale, senza mai pretendere che ciò imponga una così indicativa differenza rispetto a quanto veduto prima. Potremmo altrimenti dire che ogni uomo vive, in virtù di una deduzione che noi solo empiricamente compiamo, la valutazione di un ventaglio di soluzioni di non sappiamo quanti riferimenti orientativi dei possibili paradigmi psichici, motivo per cui anche il mio teatro non adempie a questo interrogativo, quasi come se neppure un’esperienza collettiva dei “sei personaggi in cerca d’autore” sia sufficiente ad esaurire il circolo di ripetitività temporale di tutti i paradigmi psichici. Per quanto concerne la parte rimanente di una visione che si ponga “dall’alto”, si può asseverare che c’è qualcosa di darwiniano, della selezione naturale, che forse ancora ci sfugge, che dobbiamo ancora impattare per conoscere i meandri di questo abisso che è l’anima.</p>



<p>V: Cosa significa per un uomo realizzare la massima estensibilità del proprio senso teatrale? Soltanto guardare la realtà in modo “pirandelliano”, oppure prestare tutta l’arte possibile perché quella scena assurga a sublimità antitetica alla squallida realtà di soggetti che si trovino al di fuori di essa (anche se paradossalmente anche dentro di essa)? Spieghiamoci</p>



<p>P: Il concetto di teatralità è anzitutto inscindibile dal concetto di naturale espressione dell’agire spontaneo della propria umanità. Perciò, si tratta di una necessità storicamente imprescindibile: senza umanità, non c’è teatro che regga. Allora, il tuo progetto sarebbe fattibile se il cosmo fosse esternamente teatrale e internamente teatrale, come se fosse capace di porre in atto la parodia di se stesso. Del resto, questa attitudine compete a chi guarda dall’alto la madiocritas che sta nel basso, i famosi “personaggi” o “soggetti”, quelli che vengono bollati come tali in funzione dell’incoscienza del ridicolo che pongono sulla scena cosmica, talvolta ritenuti fondamentali alla sopravvivenza del senso di umorismo di cui altri “personaggi” hanno bisogno. Non ci sono dubbi: è al limite dell’impossibilità, ma è giusto che se ne parli per definire una parte del paradigma di questa meravigliosa, lontanissima aspirazione, giacché si assisterebbe ad una teatralità che ingloba la franchezza espressiva, che la trasforma, che la valorizza, che è priva della brutalità della condizione umana o quantomeno cerca di sfuggire da essa, come se ogni personaggio negativo diventasse null’altro che qualcosa di divertente da emulare, senza più il rischio della torpedine nel mondo. Ma questo, caro mio, è forse, e piuttosto, un ossimoro dell’esistenza?</p>



<p>V: Lei ha lasciato intendere il pensiero riflesso su se stesso di “vivere coi suoi personaggi”. Allora, le chiedo: “cosa significa per l’uomo di oggi “vivere coi suoi personaggi”?</p>



<p>P: Urge verificare fino a che punto un uomo è disposto a rendersi teatrale, fino a che punto il rapporto tra la plebe giudicante e l’individuo consapevole della teatralità del cosmo sia riducibile anziché estendibile. È come il meccanismo della rivoluzione: non si può pretendere che esso si adempia prima che una nuova teatralità sociale rimpiazzi quella precedente. Posso auspicare che l’uomo del XXI secolo guardi alla sua condizione intimamente teatrale come a quella del mondo intorno a lui, cercando di proiettare costantemente lo sguardo verso la storia dietro di sé, a quella teatralità che è stata evidentemente più inconsapevole che consapevole delle proprie azioni, allo scopo di combattere l’oscurità che è dentro ciascuno di noi, in attinenza con la mia asserzione per la quale è preferibile conoscere “dell&#8217;altro che è dentro di noi e viene chissà di dove e determina “non si sa come&#8217; i nostri atti”. Il desiderio è dunque quello per cui si possa figurare un globo nel quale ognuno non pretenda di cristallizzare la verità (al massimo di tentare una sua ricerca), quanto di adeguare il proprio spirito alla labilità della stessa psiche, alle sue innumerevoli sfaccettature, senza possibilmente essere sopraffatti da una teatralità inconsapevole e negativa: dobbiamo provare a darci reciprocamente un’immagine teatrale positiva, che sembri alludere alla verità, tanto che sia vivida, giacché, se ci abbandoniamo all’istinto teatrale inconsapevole, creiamo uno scempio, uno spettacolo mediatico che ci traghetta nell’abisso del dolore; un po’ come se auspicassimo affinché non si concretizzasse lo scenario della commedia “La Patente”, entro la quale osservare tanti Chiarchiaro che si muovono spavaldi mentre altri li temono per la loro capacità di saper gettare il malocchio, la beffa, la malasorte. Solo costruendo un mondo -a tratti difficoltoso- di riflessioni introspettive per i Chiarchiaro (quanti ne siano) è forse possibile estorcere questo orrido palcoscenico.</p>



<p>Non dimentichiamo che il mio sforzo è stato quello di affermare, profondendo tutta l’umiltà possibile, che l’uomo è un essere incolpevole della sua condizione, sia essa drammatica o tragica, perché ognuno di noi è una delle miliardi di maschere che il destino ha apposto sul nostro volto: rinnovo, allora, la battaglia tra le due grandi diramazioni della teatralità della vita.</p>



<p></p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/06/29/pirandello-e-la-multiformita-del-suo-teatro/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>L’universalismo indebito, la rappresentazione di eroine e supereroine in film e serie tv</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giada Ranghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Rubrica Donna in lotta]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 11</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>L’espressione “universalismo indebito” nasce nell’ambito della linguistica, della semiotica e delle scienze sociali, e consiste nell&#8217;attribuire un valore universale a parole, segni, simboli o pratiche&#8230; ]]></description>
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<p>L’espressione “<strong><em>universalismo indebito</em></strong>” nasce nell’ambito della linguistica, della semiotica e delle scienze sociali, e consiste nell&#8217;attribuire un valore universale a parole, segni, simboli o pratiche che in realtà sono specifici di una cultura, di un genere, o di un contesto particolare. Si tratta quindi della <strong>tendenza a trattare una prospettiva particolare &#8211; solitamente quella maschile, bianca, occidentale e borghese &#8211; come se fosse universale</strong>.<br>In questa pratica i media mainstream rappresentano il principale veicolo di distorsione della realtà (basta vedere <a href="https://www.ilcontroverso.it/2022/09/16/la-rappresentazione-delle-donne-nelle-pubblicita/">la rappresentazione delle donne nelle pubblicità</a>), in quanto veicolano un preciso modo di essere, rappresentano un insieme di prescrizioni socialmente accettate (all’origine, imposte), che ci indicano quali sono i linguaggi, i comportamenti e le aspirazioni appropriati per uomini e donne. Contribuiscono quindi a costruire una significazione per l’identità di genere di chi osserva, limitando lo sviluppo di libertà e autodeterminazione.</p>



<p>Nell’ambito di film e serie tv, l’universalismo indebito consiste in quella pratica di <strong>assumere indebitamente</strong>, e dunque in modo ingiusto e inappropriato, <strong>solo il genere maschile a rappresentanza di tutti e a “<em>modellare</em>” di conseguenza le altre identità sulla base di quella maschile</strong>. Un esempio di questa pratica è la creazione di personaggi femminili “<em>forti</em>” (eroine, guerriere, detective, ecc.), scritti secondo modelli e archetipi maschili. L&#8217;eroina, in questi casi, non è autenticamente femminile o diversamente complessa, ma semplicemente una copia dell’eroe tradizionale, “<em>mitigata</em>”.<br>Elisa Giomi, in “<em>Quaderno di Appunti di Gender e Media</em>”, ha approfondito tale tematica, evidenziando come molti film e serie tv che mettono al centro donne protagoniste non creano un modello narrativo autonomo o autenticamente femminile, ma si limitano a riprodurre ruoli maschili o strategie di addomesticamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’eroina trasgressiva</strong></h2>



<p>Negli ultimi decenni, la rappresentazione delle donne come eroine nei film e nelle serie TV ha sicuramente conosciuto una trasformazione significativa. Tra gli anni &#8217;70 e &#8217;80 si assiste alla comparsa in generi mediali tradizionalmente maschili &#8211; nei fumetti quanto nelle serie TV e nei film &#8211; di figure femminili identificate da ruoli un tempo appartenenti solo a uomini (leader, guerriere, detective, supereroine) e lontane dallo stereotipo della “<em>damigella in pericolo</em>”.&nbsp;</p>



<p>In letteratura, tali figure vengono etichettate come: “<em>tough girls</em>”, “<em>bad girls</em>”, “<em>trasgressive women</em>”, “<em>action heroines</em>” e presentano determinate caratteristiche:<br>&#8211; sono toste, dure, posseggono capacità, competenze, comportamenti, inclinazioni e desideri classicamente maschili;<br>&#8211; sono indisciplinate, ribelli, portatrici di una forte carica antagonista che sovverte l’ideale femminile di obbedienza, disciplina, compostezza, delicatezza;<br>&#8211; hanno una vita sessuale spregiudicata e libera, infrangendo le regole del “<em>decoro femminile</em>”;<br>&#8211; usano armi e/o forza fisica, violenza.</p>



<p>L’aumento della presenza di protagoniste femminili nei film e nelle serie TV ha sicuramente rappresentato un passo avanti verso una maggiore inclusività e riconoscimento del ruolo delle donne nella narrazione contemporanea. Tuttavia, questo cambiamento positivo porta con sé alcune criticità: tale rappresentazione si scontra con <em>l’universalismo indebito</em> poiché <strong>non viene creata <em>ex novo</em> una figura femminile autonoma e valorizzata in quanto tale, ma si trasferisce il ruolo maschile su un corpo femminile; si assume che il modello universale dell’eroe sia maschile, e che la donna, per essere considerata eroica, debba rientrare in quel modello, adattandosi ai suoi codici</strong>.</p>



<p>Questa omologazione non solo appiattisce la varietà delle esperienze femminili, ma nega anche la possibilità di esplorare forme diverse di potere, resilienza e leadership. <strong>Le eroine vengono inserite in una griglia narrativa che le misura con un metro maschile, producendo una falsa inclusività</strong>.<br>Ovviamente l’universalismo indebito non colpisce solo il genere, ma anche l’etnia, la classe sociale, l’orientamento sessuale e altre dimensioni legate all’identità. La rappresentazione delle donne nei media mainstream tende a privilegiare ancora figure femminili bianche, magre, abili, cisgender, eterosessuali e borghesi. In questo contesto, la “<em>donna forte</em>” diventa un’icona che pretende di rappresentare tutte le donne, ma in realtà esclude gran parte di esse.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le strategie di addomesticamento</strong></h2>



<p>Per ricollocare questi corpi nella normatività, si applicano delle strategie di addomesticamento, che si suddividono tra piano visivo e piano narrativo, e che consistono in strategie rappresentative per <em>neutralizzare la minaccia</em>, cioè la donna che non sta al suo posto, ma invade ruoli tipicamente maschili.</p>



<p><strong>Per quanto riguarda il piano fisico, l’eroina viene ipersessualizzata</strong>. Appare con un corpo costruito sul canone estetico corrente, magro ma formoso, fasciato da abiti succinti e attillati, e con movenze sensuali (si pensi a Lara Croft, Wonder Woman, Catwoman, Black Widow, ecc.).<br>La trasformazione della donna in feticcio erotico serve in primo luogo a intercettare la componente maschile del pubblico, target tradizionale di questi generi.<br>In secondo luogo, bellezza, fascino, sensualità, erotico, generano negli uomini la percezione di una rappresentazione femminile, che, malgrado l’uso di armi e/o forza fisica, rimane del tutto convenzionale, rassicurando lo spettatore.</p>



<p>A tal proposito, nel 1975 la regista e critica cinematografica Laura Mulvey ha coniato il termine “<em>male gaze</em>”, ovvero uno sguardo cinematografico costruito da e per uno spettatore maschile eterosessuale, che oggettivizza la donna riducendola a puro oggetto di desiderio sessuale.<br>Con l’ipersessualizzazione, la narrazione eroica al femminile si mostra incapace di emergere al di fuori di una certa performatività fisica, in quanto l’aspetto sessuale sovrasta la personalità sovversiva dell’eroina. I personaggi maschili, sebbene a volte sessualizzati, con corpi muscolosi e scultorei, restano protagonisti, la loro fisicità non prevale sulla personalità, non la oscura.</p>



<p><strong>Sul piano narrativo</strong>, sempre in “<em>Quaderno di Appunti di Gender e Media</em>”, Elisa Giomi, basandosi su ricerche svolte e sulla letteratura di settore, inquadra <strong>precise strategie di addomesticamento dell’eroina</strong> che coinvolgono gli aspetti del filo narrativo.</p>



<p><em>La punizione</em><em><br></em>L’eroina sconta una pena, paga un prezzo per l’accesso all’eroismo, ai territori, ai ruoli e alle capacità prettamente maschili. Nella narrazione, la protagonista presenta alcune problematiche come un passato traumatico, problemi relazionali, difficoltà a iniziare/mantenere relazioni stabili, solitudine o dipendenza da alcol.</p>



<p><em>La giustificazione<br></em>L’accesso al tipo di eroismo maschile viene giustificato da motivi ben precisi, ricorrenti. Si manifesta la necessità di spiegare perché l’eroina occupi quel ruolo, rendendo il potere femminile mai pienamente autonomo o accettato. Tali motivi narrativi sono dei veri e propri <em>topos</em>:<br>&#8211; <em>la genitorialità</em>: spesso la narrazione è edipica, al centro si trova l’eroina affiancata da una figura paterna (presente o passata), che influenza lo sviluppo della sua personalità. O il personaggio sviluppa la sua storia e le sue caratteristiche partendo dall’assenza della figura materna o dalla maternità stessa, o dalla sua negazione/privazione;<br>&#8211; <em>la vendetta per un torto/danno subito (c.d. “rape revenge motive”)</em>: spesso l’abuso, lo stupro, vengono utilizzati come giustificazione, allo sviluppo, da parte dell’eroina, di un comportamento evitante, problematico sul piano emotivo e comportamentale. Il danno subito è poi spesso il motivo scatenante che innesca nella stessa un senso di vendetta. L’eroina viene infatti patologizzata e la sua natura ribelle e trasgressiva, il suo coraggio, la sua indipendenza, non sono presentati come frutto di una consapevole analisi politica ma come risultato di disfunzione emotiva e/o bisogno di vendicarsi.</p>



<p><em>Il sacrificio</em><em><br></em>Un’altra strategia di addomesticamento spesso ricorrente è il sacrificio: l’eroina fa scelte che riguardano il proprio corpo o la propria vita, sacrificandosi per il bene comune. Si manifesta il frame dell’amore romantico, che prevede delle regole ben precise &#8211; sacrificio e dedizione &#8211; e che svolge il compito di rassicurare lo spettatore del fatto che l’eroina svolga comunque la sua funzione di cura.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sistemi di rappresentazione attraverso esempi concreti</strong></h2>



<p><em><strong>Black Widow</strong></em></p>



<p>Natasha Romanoff risulta “<em>addomesticata</em>” sia dal punto di vista fisico che narrativo. È un&#8217;eroina estremamente sessualizzata, ha un corpo che risponde agli standard estetici tradizionali, magro ma formoso, con abiti attillati che enfatizzano la sua figura, sexy e seduttiva nelle movenze.<br>È anche rappresentata come una donna tormentata, sola, che porta il peso di colpe passate (punizione). È un’ex spia, ha un passato oscuro e la sua transizione da villain a eroina è narrativamente giustificata da una redenzione personale (giustificazione). Il suo background familiare è fondamentale: assenza dei genitori biologici, e “<em>genitori spie</em>” sotto copertura (genitorialità). È stata sterilizzata per evitare che avesse distrazioni rispetto al suo ruolo di spia (privazione di un’eventuale maternità).<br>Nel film <em>Avengers: Endgame</em> si sacrifica letteralmente, al posto del suo grande amore Occhio di Falco, dopo una lotta tra i due per chi sarebbe dovuto morire in un sacrificio. La costruzione narrativa è racchiusa nel frame dell’amore romantico, presentato in forma di sacrificio e devozione della donna verso l’uomo e per il bene collettivo.<br>La stessa attrice, Scarlett Johansson, si è spesso lamentata della sessualizzazione legata al suo personaggio, che non l’ha fatta percepire, almeno inizialmente, come un membro reale degli <em>Avengers</em>.</p>



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<p><a href="https://press.disneyplus.com/disney-plus/black-widow/images?image_id=nya2960_comp_v013_dd87654e">Fonte immagine</a></p>



<p><em><strong>Buffy the Vampire Slayer</strong></em></p>



<p>Buffy è un’eroina forte e potente che lotta contro vampiri, demoni e forze del male. Ma la sua rappresentazione non è del tutto sovversiva, il suo potere non è mai del tutto autonomo o politicizzato in quanto è una cacciatrice “<em>prescelta</em>”: il suo potere non è frutto di una scelta autonoma, ma è trasmesso misticamente. Tutte le sue azioni sono dettate da un profondo senso del dovere e della responsabilità, in quanto legate alla sua missione (giustificazione).<br>Si sacrifica più volte per il bene dell&#8217;umanità e la sua vita è segnata dalle difficoltà relazionali e dal sacrificio (punizione, sacrificio).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Buffy-lammazzavampiri-7-1024x576.webp" alt="" class="wp-image-12616" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Buffy-lammazzavampiri-7-1024x576.webp 1024w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Buffy-lammazzavampiri-7-300x169.webp 300w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Buffy-lammazzavampiri-7-768x432.webp 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Buffy-lammazzavampiri-7.webp 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Fonte immagine: estratto Hall of Series</p>



<p><em><strong>Jessica Jones</strong></em></p>



<p>È un ex-supereroina, colpita da un disturbo da stress post-traumatico, che apre un’agenzia investigativa per aiutare le persone e gli altri supereroi in difficoltà.<br>È una detective forte, indipendente, ma anche emotivamente disturbata, alcolista, isolata, incapace di creare legami affettivi stabili; l’eroina emotivamente spezzata che respinge l’aiuto e combatte da sola (punizione). Il controllo mentale e gli abusi psicologici da parte di Killgrave sono il suo trauma, il motivo per cui si legittima la sua durezza e il suo rifiuto di accettare un ruolo tradizionalmente femminile (giustificazione e motivo di vendetta). Ha perso il fratello e i genitori biologici, ed è stata poi adottata (genitorialità).<br>Compie più volte scelte dolorose, spesso sacrificando la possibilità di essere felice o in una relazione funzionale, come con Luke Cage, per perseguire la giustizia o proteggere gli altri (sacrificio).</p>



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<p>Immagini in licenza Creative Commons v 2 e v 4 &#8211;<a href="https://www.digital-news.it/news/internet-tv/41180/marvel-s-jessica-jones-in-esclusiva-da-oggi-per-gli-abbonati-di-netflix"> fonte immagine</a></p>



<p><em><strong>Veronica Mars</strong></em></p>



<p>È un’investigatrice, anticonformista rispetto ai ricchissimi compagni di liceo, possiede una capacità di ragionare fuori dal branco, è indipendente. Dopo lo stupro subito, diventa “<em>tosta</em>”, ma incapace di fidarsi, emotivamente chiusa, restando spesso sola (punizione). I suoi traumi sono diversi: la perdita della madre, la morte della sua migliore amica, lo stupro, il ruolo del padre, ex sceriffo e investigatore privato (giustificazione e genitorialità).<br>Sacrifica ripetutamente una vita sentimentale stabile e una carriera normale per seguire la sua vocazione alla verità e alla giustizia (sacrificio). Lo stupro, in particolare, diventa la leva narrativa che la spinge a sfidare un sistema sociale corrotto e ingiusto (motivo di vendetta).</p>



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<p>Fonte immagine: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Veronica_Mars_Titoli.jpg">Wikipedia Italia</a></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>È possibile un “<em>anti-universalismo indebito</em>”?</strong></h2>



<p>L’universalismo indebito è, quindi, quel fenomeno che emerge quando l’eroina deve imitare i codici maschili di forza, eroismo e protagonismo. La società sente il bisogno di creare un modello di eroina basato sul maschile, per poi contenere e mitigare la sovversione femminile, la quale non può quindi sussistere senza una legittimazione proveniente da fattori esterni, come se non esistessero modelli autenticamente femminili di valore.</p>



<p>Le conseguenze della creazione di questi modelli sono diverse:<br>&#8211; la limitazione dell’immaginazione collettiva, impedendo di pensare modelli femminili alternativi di eroismo;<br>&#8211; la marginalizzazione delle esperienze autentiche delle donne, che vengono trattate come “<em>di nicchia</em>”;<br>&#8211; il rafforzamento dello stereotipo che solo “<em>essendo come gli uomini</em>” le donne possano essere centrali, rispettate o ammirate.</p>



<p>L’universalismo indebito tratta il maschile come universale e rende invisibile, o riduce a variante, tutto ciò che è diverso dal maschile. Le figure femminili sono frutto di menti principalmente maschili, ideate per un pubblico maschile, bianco, cisgender ed eterosessuale. E il rischio di questa rappresentazione mainstream è di ostacolare una rappresentazione paritaria negli spazi pubblici che abitiamo quotidianamente.</p>



<p>Può essere, però, pensato e attuato un “<strong><em>anti-universalismo indebito</em></strong>” se:<br>&#8211; il maschile non viene considerato norma, ma una delle tante possibilità;<br>&#8211; <strong>si creano modelli narrativi autonomi e alternativi per le eroine</strong>, e quindi le donne (e altri generi) non devono adeguarsi a modelli maschili per essere valorizzate;<br>&#8211; <strong>si riconoscono e si rappresentano esperienze, linguaggi e simboli plurali</strong>, senza ridurli a una neutralità fittizia;<br>&#8211; <strong>si forma una pluralità di forme di forza</strong> (compassione, resistenza, rete, cura, trasformazione);<br>&#8211; <strong>vi è autenticità e complessità nell’identità femminile</strong> sullo schermo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Esempi positivi di eroine</strong></h2>



<p><strong><em>Lidia Poët in La legge di Lidia Poët  </em></strong></p>



<p>La serie Netflix si ispira alla figura della prima avvocata italiana che, nonostante il rifiuto delle istituzioni di farle esercitare la professione, si occupa clandestinamente, e con tratti da investigatrice, dei casi che le vengono sottoposti, dietro alla figura del fratello &#8211; che ovviamente può esercitare la professione.<br>Lidia rompe il ruolo assegnato alla donna borghese dell’Ottocento: moglie, madre, silenziosa. Vuole pensare, parlare, agire. È una soggettività strategica che si muove dentro le crepe del patriarcato ottocentesco e si prende i suoi spazi, con intelligenza e determinazione, senza farsi addomesticare.<br>Non accetta i no. Con astuzia, tenacia e molta intelligenza persegue i suoi obiettivi, in una società dove pure andare in bicicletta, per le donne, sembra un’impensabile conquista di emancipazione.<br>La protagonista ha la capacità di prendere le occasioni, ma anche quella di crearsele. Lidia non rifiuta la bellezza o la seduzione, ma le usa strategicamente. La sua libertà sessuale, la sua eleganza, la sua assertività flirtano con il maschile senza mai subordinarsi.<br>La sua presenza nell’aula di tribunale (luogo di potere maschile) è un atto performativo. Non solo è presente, ma esibisce la propria soggettività, la propria voce, la propria logica. Vuole occupare spazi alle donne non concessi.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-3 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="662" height="682" data-id="12635" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Lidia-poet-3.jpg" alt="" class="wp-image-12635" style="width:205px;height:auto" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Lidia-poet-3.jpg 662w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/Lidia-poet-3-291x300.jpg 291w" sizes="auto, (max-width: 662px) 100vw, 662px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" data-id="12637" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/La_legge_di_Lidia_Poet_logo-6-1024x576.png" alt="" class="wp-image-12637" style="width:266px;height:auto" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/La_legge_di_Lidia_Poet_logo-6-1024x576.png 1024w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/La_legge_di_Lidia_Poet_logo-6-300x169.png 300w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/La_legge_di_Lidia_Poet_logo-6-768x432.png 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/La_legge_di_Lidia_Poet_logo-6-1536x864.png 1536w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/La_legge_di_Lidia_Poet_logo-6.png 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>Fonte immagini: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:La_legge_di_Lidia_Po%C3%ABt_logo.png">Wikipedia Italia</a></p>



<p><em><strong>Captain Marvel</strong></em></p>



<p>Carol Danvers è un soggetto politico potenzialmente rivoluzionario e sovversivo. Non è sexy e non ha movenze sensuali, presenta un abbigliamento funzionale e non erotizzato, e il suo stile relazionale è asciutto ma intenso.<br>Raggiunge la piena realizzazione di sé da sola, senza partner, senza motivazione affettiva. Non dipende dal suo mentore a cui <em>non ha niente da provare</em> (“<em>I have nothing to prove to you</em>”), rifiutando la logica del duello onorevole. Il suo potere è interno, incontaminato, la sua forza non deriva da un trauma, non ha bisogno di legittimazione. Porta a termine il suo obiettivo grazie solo ed esclusivamente ai suoi poteri.<br>La sua ambiguità sessuale le impedisce di essere collocata nel dispositivo binario del genere e dei suoi orientamenti, rappresentando una frattura nel dispositivo eteronormativo.</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" data-id="12612" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-12612" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd-1024x682.jpg 1024w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd-300x200.jpg 300w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd-768x512.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd-1536x1023.jpg 1536w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd-1200x800.jpg 1200w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/06/e0272c01-c8c5-4359-bbba-a5548b0739cd.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p><a href="https://press.disney.co.uk/gallery/the-marvels-logos-and-key-art">Fonte immagine</a></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Alleanza, rete, cura</strong></h2>



<p>Nel film <em>Avengers: Endgame</em>, la scena finale in cui tutte le donne si riuniscono, durante il grande combattimento contro Thanos, può essere analizzata da un punto di vista simbolico con una lente “<em>politica</em>”.</p>



<p>La scena supera la logica individualista e mostra una pluralità di donne con corpi, poteri e origini differenti che si uniscono per affiancare Captain Marvel nella lotta, passando dall’essere cornici al diventare struttura del racconto.<br>Se tutte le eroine, singolarmente, non riescono mai a essere soggetti effettivamente sovversivi in quanto secondarie e funzionali alle figure eroiche maschili, in quel preciso momento <strong>si crea uno spazio di alleanza in grado di attivare un reciproco riconoscimento e stabilire politiche di resistenza rivoluzionaria</strong>.<br>Ripensando una narrazione mainstream in maniera sovversiva, è possibile stabilire alleanze e intese tra soggettività marginalizzate, che facciano rete, che siano politicamente rilevanti producendo uno spostamento simbolico e narrativo nei media egemonici, incidendo sulla rappresentazione del potere, dell’eroismo, della leadership e della soggettività femminile.</p>



<p>In un’intervista, l’attrice Evangeline Lilly, che interpreta Hope Van Dyne/Wasp nel film, ha evidenziato in particolar modo la potenza di questa scena: “<em>Ho amato quel momento e quando lo abbiamo girato si respirava un vero spirito di squadra, una solidarietà, tra tutte noi e mi sono sentita davvero a casa in quel momento. È stato un momento bellissimo e molto divertente. Era molto più di uscire da un portale</em>”.</p>



<p>Citando bell hooks in <em>Elogio del margine</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Gli oppressi lottano con la lingua per riprendere possesso di sé stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare. Le nostre parole sono azioni, resistenza.</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ripensare storie realmente inclusive, potenti e libere</strong></h2>



<p>Abbiamo visto come, nonostante la narrazione dell’eroina si sia evoluta nel tempo, questa difficilmente risulta comunque autonoma e solidalmente sovversiva.<br>Riconoscere e superare l’universalismo indebito è il primo passo per una rappresentazione più inclusiva e realistica delle donne sullo schermo; non si può semplicemente “<em>includere le donne</em>”, ma <strong>è necessario raccontare storie che attingono alla complessità del vissuto femminile &#8211; senza cercare di adattarlo a modelli precostituiti &#8211; al fine di valorizzare la diversità di corpi, voci, prospettive e culture</strong>.</p>



<p>Se la forza femminile è sempre e solo individuale, performativa e mascolina, allora stiamo solo cambiando i nomi dei vecchi archetipi. Serve una narrativa capace di raccontare donne che non salvano il mondo sacrificandosi ma salvano sé stesse, che scelgono la cura e l’alleanza, che vivono nella marginalità, che non rispondono ai canoni di bellezza, che sono queer, disabili, povere, arrabbiate, incerte.<br><em>Serve ascolto, non sostituzione</em>.</p>



<p>La rappresentazione delle donne come eroine e supereroine nei media non può ridursi a un semplice cambio di genere nei ruoli tradizionali. Serve <strong>ripensare la narrazione mainstream in maniera realmente sovversiva</strong>, tramite una trasformazione narrativa che parta dal basso, che dia spazio ad autrici, registe, sceneggiatrici e voci marginalizzate. <strong>Solo così si possono costruire storie realmente inclusive, potenti e libere</strong>.</p>



<p><em>Bibliografia</em><br>Giomi E., <em>Quaderno di appunti di gender e media</em>, Edizioni Pigreco, Roma, 2015.</p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/06/26/luniversalismo-indebito-la-rappresentazione-di-eroine-e-supereroine-in-film-e-serie-tv/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>No significa no, anche dopo 30 secondi. La cultura dello stupro e la vittimizzazione secondaria</title>
		<link>https://www.ilcontroverso.it/2025/06/21/no-significa-no-anche-dopo-30-secondi-la-cultura-dello-stupro-e-la-vittimizzazione-secondaria/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giada Ranghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia e Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia e Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Le ControVersie Giuridiche]]></category>
		<category><![CDATA[abuso]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[violenza sessuale]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 7</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>30 secondi di tempo massimo per reagire a una violenza sessuale Sembra uno scherzo, ma non lo è.La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza&#8230; ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 7</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<h2 class="wp-block-heading"><strong>30 secondi di tempo massimo per reagire a una violenza sessuale</strong></h2>



<p>Sembra uno scherzo, ma non lo è.<br><strong>La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione</strong> dell’ex sindacalista CISL Raffaele Meola, accusato di violenza sessuale, ai danni di una lavoratrice che gli si era rivolta per un parere in merito a una controversia con il suo datore di lavoro.<br>L’uomo l&#8217;aveva ricevuta nel suo ufficio e aveva iniziato una serie di toccamenti sessuali espliciti, fino alle parti intime. La donna aveva interrotto l’azione dopo pochi secondi.<br>In primo grado il sindacalista era stato assolto dal reato di violenza sessuale perché non erano stati riscontrati elementi di violenza, minaccia o abuso di autorità e la donna non aveva subito alcun costringimento fisico <strong>né la condotta si era concretizzata in atti idonei a superare la sua volontà contraria, per insidiosità e repentinità, siccome i toccamenti si erano protratti per 20 o 30 secondi, senza che avesse espresso un dissenso: una finestra temporale considerata dai giudici troppo prolungata e che dunque avrebbe consentito alla donna di “<em>potersi dileguare</em>”</strong>. L’assoluzione era stata confermata anche nel secondo grado di giudizio.&nbsp;</p>



<p>La prima domanda che sorge spontanea è sicuramente come sia stato possibile cronometrare il no al ventesimo/trentesimo secondo per utilizzare poi tale tempistica per annullare totalmente il dissenso della donna e screditarla nelle aule di tribunale.<br>Ma poi, qual è il tempo di reazione a una una violenza sessuale? Esiste un tempo? E chi lo definisce?</p>



<p>A seguito del ricorso della Procura generale di Milano e della parte civile, assistita dall’avvocata Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale dell’associazione <a href="https://www.differenzadonna.org/">Differenza Donna</a>, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione stabilendo che l’ex sindacalista dev’essere sottoposto a un processo d’appello bis.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le motivazioni della Cassazione</strong></h2>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Indifferente la breve durata e la capacità di sottrarsi della vittima</strong></li>
</ul>



<p>La Cassazione sostiene che le decisioni dei primi due tribunali “<em>non abbiano fatto buon governo dei consolidati principi affermati dalla giurisprudenza in materia di violenza sessuale, con riferimento alla specifica ipotesi della condotta del gesto repentino o insidioso</em>”, specificando che il reato di violenza sessuale “<em>ricomprende, oltre a ogni forma di congiunzione, </em><strong><em>qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, ancorché fugace ed estemporaneo</em></strong><em>, tra soggetto attivo e soggetto passivo, ovvero in un coinvolgimento della corporeità sessuale di quest&#8217;ultimo, sia idoneo e finalizzato a porne in pericolo la libera autodeterminazione della sfera sessuale</em>”.<br>È stato precisato che<strong> per la consumazione del reato è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa </strong>(zone genitali o comunque erogene), <strong>essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all&#8217;azione dell&#8217;aggressore</strong> o che quest&#8217;ultimo consegua la soddisfazione erotica.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Irrilevante il ritardo della reazione di dissenso</strong></li>
</ul>



<p>La Corte ha poi ribadito che lo sfioramento o il toccamento repentino e insidioso integrano sempre la fattispecie della violenza sessuale consumata e che <strong>il ritardo nella reazione, cioè nella manifestazione del dissenso, è stato irrilevante</strong>.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Il consenso</strong></li>
</ul>



<p>La Cassazione ha ricordato infine come varie sentenze abbiano stabilito che, per essere esenti da responsabilità nelle violenze sessuali, è <strong>necessario che l&#8217;agente acquisisca il consenso del destinatario degli atti sessuali, o comunque non lo escluda in base del contesto, anche in caso di gesto repentino e insidioso</strong>.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il <em>freezing</em>: quando il corpo non reagisce</strong></h2>



<p>Un’altra domanda che sorge spontanea è: chi decide come e dopo quanto deve reagire una vittima di violenza sessuale? Esiste un modello di vittima?</p>



<p>La Cassazione ha sottolineato come la giurisprudenza ritenga che sia <strong>irrilevante, ai fini della configurazione della violenza sessuale, la reazione della vittima, perché la sorpresa può essere tale da superare la sua contraria volontà, così ponendola nell&#8217;impossibilità di difendersi</strong>. Ha chiarito che, nella letteratura scientifica, è spiegato il fenomeno del blocco emotivo o <em>freezing</em>, cioè l&#8217;incapacità di reazione dovuta alla paura o al frastornamento per l&#8217;imprevedibilità della situazione e l&#8217;incapacità di fronteggiarla e che <strong>non esiste un modello di reazione o un modello di vittima</strong>.&nbsp;</p>



<p>Gli esperti Ebani Dhawan e Patrick Haggard hanno pubblicato sulla rivista <a href="https://www.nature.com/articles/s41562-023-01598-6">Nature Human Behaviour</a> una “<em>comprensione delle prove neuroscientifiche sull’immobilità involontaria durante la RSA [stupro e violenza sessuale] che potrebbe prevenire le inappropriate colpe delle vittime</em>”. In questa ricerca, si osserva che il <strong>70% delle donne vive come reazione una sorta di&nbsp; immobilità o “<em>effetto di congelamento</em>” durante lo stupro o la violenza sessuale</strong>. Ciò costituisce una “<em>risposta involontaria evolutiva e conservativa, caratterizzata dalla mancanza di un normale controllo motorio volontario</em>”.<br>In particolare, nella ricerca si legge che le vittime di RSA possano rimanere immobili “<strong><em>a causa di una risposta neurale involontaria alla minaccia, che blocca i circuiti cerebrali deputati al controllo volontario del movimento corporeo</em></strong>”.<br>L’aggressione attiva una sequenza difensiva di risposte di paura e minaccia e può attivare una risposta diversa, nota come immobilità tonica (prolungata, con postura rigida) o immobilità collassata (caratterizzata da perdita di tono muscolare).&nbsp;<br>Con il termine <em>freezing</em>,<em> </em>quindi, ci si riferisce a quel processo psico-fisico innescato da un forte trauma che non consente alla persona che lo subisce di reagire, sottrarsi al pericolo e dunque poter scappare o ribellarsi.<br>Nella pubblicazione, viene proposto il termine specifico <strong>IRSA, ossia “<em>immobility during RSA</em>”</strong> (immobilità durante l’aggressione sessuale) per descrivere questo aspetto del comportamento delle vittime, che riportano un forte desiderio di fuggire unito all’incapacità di farlo.</p>



<p>Quindi, esiste un tempo per reagire a una violenza sessuale? Esiste un modo, un comportamento? Esiste la “<em>vittima modello</em>”? NO. Esiste il consenso.<br>Un rapporto sessuale è un rapporto sessuale se tutte le parti prestano il loro consenso e sono coinvolte. Altrimenti è una violenza.<br>No significa no, anche dopo 30 secondi, anche dopo 30 minuti. Altrimenti è una violenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La legge: l’elemento del consenso nel reato di violenza sessuale</strong></h2>



<p>Il reato di violenza sessuale è disciplinato dall’art. 609-bis del codice penale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni.<br>Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:<br>1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;<br>2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.</p>
</blockquote>



<p>Da una prima lettura ci accorgiamo immediatamente che manca un riferimento importante. Il legislatore, concentrandosi sulla condotta costrittiva (incentrata su un concetto di forza fisica) ha lasciato un vuoto in relazione alle modalità con cui si può configurare il mancato consenso di chi subisce violenza sessuale.&nbsp;<br>Il concetto giuridico di consenso è sempre stato molto complesso e problematico, dovendo lo stesso essere lecito, libero, chiaro, informato, e validamente prestato. Se la norma tace, è palese quindi la difficoltà della configurazione di un dissenso nei casi in cui una persona subisca un atto di violenza sessuale.<br>In presenza di un tale vuoto legislativo, è <a href="https://www.salvisjuribus.it/il-mancato-o-implicito-dissenso-non-giustifica-la-violenza-sessuale/?fbclid=IwAR0Q96OCPljqaql5iZYoS-Zhff0Mr-uT7b3_Roz4eGMYlvCJSc2PP7QoQUc">la giurisprudenza</a> a incentrare la condotta della violenza sessuale sulla lesione<em> </em>della volontà della persona che subisce la violenza.</p>



<p>La Norvegia, ha da poco <a href="https://www.amnesty.it/norvegia-il-sesso-senza-consenso-e-stupro-quando-in-italia/">emendato l’articolo 291 del codice penale</a> sul reato di stupro, ponendo al centro l’elemento del consenso.<br>In Spagna, nel 2022, la <a href="https://www.ilcontroverso.it/2022/08/31/solo-si-vuol-direi-si-per-la-legge-spagnola-il-sesso-senza-consenso-e-stupro-e-in-italia/?swcfpc=1">legge “<em>Ley del solo sì es sì</em>”</a> ha introdotto il presupposto del consenso espresso in materia di violenza sessuale: il consenso sussiste solo quando “<em>è stato liberamente espresso, attraverso atti che, date le circostanze del caso, esprimano chiaramente la volontà della persona</em>”, specificando inoltre che “<em>silenzio o passività non significano necessariamente consenso</em>”.<br>Ovviamente, nell’elenco degli stati europei che hanno adeguato il proprio codice penale agli obblighi internazionali manca ancora l’Italia.&nbsp;</p>



<p>Perché sì, si tratta di obblighi.<br>Il consenso è uno dei principi fondamentali della <a href="https://www.istat.it/it/files/2017/11/ISTANBUL-Convenzione-Consiglio-Europa.pdf">Convenzione di Istanbul</a>. All’art. 36 (reato di <em>violenza sessuale non consensuale</em>) si legge che “<em><strong>il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto</strong></em>”.<br>La Convenzione di Istanbul è il più importante trattato internazionale per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, ed è stato ratificato dall’Italia nel 2013, quindi è una legge internazionale di cui le norme interne devono tener conto. Tant’è che la Cassazione, in merito alle due sentenze di assoluzione di primo e secondo grado che ha annullato, parla di “<em>violazione di legge</em>”.</p>



<p>Attualmente, nel nostro Paese è in discussione una proposta di legge (<a href="https://documenti.camera.it/leg19/dossier/pdf/gi0068.pdf">A.C.1693</a>) che chiede di riformare l’art. 609-bis c.p. ponendo al centro l’elemento del consenso.&nbsp;<br>È necessaria questa riforma? Sì. È sufficiente? No. <strong>All’intervento legislativo va accompagnato un cambiamento socio-culturale, che educa alla sessualità e al consenso</strong>.&nbsp;<br>Siamo stanche di dover spiegare che no è no, di dover giustificare perché non rispondiamo, perché non reagiamo a un catcalling, a uno stupro. Siamo stanche del “<em>non si può più dire niente</em>”, del “<em>non ci si può manco avvicinare se no è molestia</em>”. Perché se vi impegnate un po’, magari riuscite a cogliere la differenza tra “<em>ti trovo interessante, ti andrebbe un gin tonic?</em>” e un “<em>a bonaaaaa</em>” urlato con tanto di fischi e applausi per strada. Se vi impegnate un po’, riuscite anche a cogliere la differenza tra consenso e dissenso!</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La cultura dello stupro e la vittimizzazione secondaria</strong></h2>



<p>In assenza di una legge che ponga al centro il consenso, ci si dimentica che è l’elemento fondamentale in assenza del quale si configura la violenza.<br>L’attuale art. 609-bis c.p. e sentenze come quelle di primo e secondo grado del caso in questione, rischiano di alimentare la c.d. <a href="https://www.ilcontroverso.it/2022/08/09/la-vittimizzazione-secondaria-nella-violenza-di-genere/">vittimizzazione secondaria</a>, quella vittimizzazione che non si verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale, ma tramite una <strong>seconda violenza che rende nuovamente vittima la persona, attraverso una colpevolizzazione che deriva da stereotipi, pregiudizi e mancanza di formazione da parte delle istituzioni</strong>.<br>Questa sentenza della Corte di Cassazione interrompe la narrazione sociale dominante che costringe le donne a giustificare i propri tempi di reazione, i propri silenzi, a dover spiegare come erano vestite, se avevano bevuto, perché non hanno gridato, perché dopo sono andate in palestra. Insomma, <strong>a performare una reazione che sia coerente con la “<em>vittima modello</em>”</strong>.<br>È davvero possibile che una donna che subisce una violenza sessuale debba giustificare e spiegare perché <strong>ha aspettato 30 secondi per reagire</strong>?&nbsp;</p>



<p>Continuiamo a parlare di violenza sulle donne, a postare frasi sui social il 25 novembre e l’8 marzo, ma continuiamo a non empatizzare, a non comprendere come possa sentirsi e quali reazioni possa avere una donna che subisce violenza. Continuiamo a deresponsabilizzare chi compie la violenza, e colpevolizzare chi la subisce.<br>Continuiamo a pensare e rappresentare le donne non come soggetti ma come oggetti del desiderio sessuale maschile. Continuiamo a non capire che la mancanza di un “<em>no</em>” esplicito, non significa per forza sì. Ma nell’ottica della cultura dello stupro di matrice patriarcale, la donna deve dire di “<em>no</em>” subito, perché altrimenti non vale. Peccato che dovremmo comprendere che un mancato consenso o un implicito dissenso non equivalgono al consenso, e che, ricordiamolo, questo può essere ritirato in qualsiasi momento.</p>



<p>Ripetiamolo ancora una volta: <strong>il consenso deve essere volontario, libero, valutato tenendo conto della situazione e del contesto, revocabile in qualsiasi momento.</strong><br><strong>Silenzio non significa consenso. Passività non significa consenso</strong>.&nbsp;<br>E il tempo di reazione, il tempo di dire “<em>no</em>”, non ha alcun cronometro.</p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/06/21/no-significa-no-anche-dopo-30-secondi-la-cultura-dello-stupro-e-la-vittimizzazione-secondaria/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Referendum? No, grazie: c’è il mare</title>
		<link>https://www.ilcontroverso.it/2025/06/15/referendum-no-grazie-ce-il-mare/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Democrazia e Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e altri luoghi scorretti]]></category>
		<category><![CDATA[Rubrica I Hate It Here]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[legalità]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2025]]></category>
		<category><![CDATA[voto]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>Solo il 30% al voto, e il quorum sfuma. Ma il vero problema è più profondo: analfabetismo funzionale, disillusione politica e una classe dirigente che teme la partecipazione.
Un’analisi tagliente su un’Italia che sembra aver smarrito il senso della democrazia.
Un articolo di Mario Forte.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 3</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<p>Fumata nera doveva essere e fumata nera è stata.</p>



<p>Alla fine della fiera, come ampiamente pronosticabile e fortemente auspicato da parlamentari che sembrano sempre più la parodia di sé stessi — al punto che il trio di Anna Marchesini, Tullio Solenghi e Massimo Lopez, a confronto, sembrerebbe una compagnia amatoriale da esibizione in parrocchia — il tanto atteso quorum non è stato raggiunto. E, con il suo mancato raggiungimento, si è letteralmente dissolto quel barlume di speranza che una fetta di popolazione lecitamente nutriva in merito a eventuali miglioramenti in tema di lavoro e diritti civili.</p>



<p>I dati relativi all&#8217;affluenza sono stati impietosi: appena il 30% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne, determinando quella che è a tutti gli effetti un&#8217;autentica disfatta per la democrazia in Italia. È incredibile, infatti — a prescindere da ogni considerazione meteorologica favorevole per andarsene al mare, come suggerito da quei simpatici burloni degli esponenti del centrodestra — riscontrare un disinteresse di tale portata per un referendum che aveva come obiettivo principale quello di scardinare precarietà e squilibri nel mondo del lavoro, introdotti anni fa da quel gigantesco disastro chiamato Jobs Act, firmato da Matteo Renzi.</p>



<p>E se da una parte si può provare a comprendere — prima gli inviti alla balneazione, poi i festeggiamenti per l’annullamento del referendum — da parte degli esponenti di governo (che, del resto, tra un Angelucci e una Fascina nelle loro fila, sono i maestri indiscussi dell’assenteismo in Italia), dall’altra si fa fatica a concepire come sia possibile un atteggiamento così rinunciatario da parte di chi col lavoro deve tirare a campare, e avrebbe tutto l’interesse a ottenere condizioni più favorevoli di quelle attuali.</p>



<p>La causa principale di un esito così catastrofico affonda le sue radici in un problema che oggi rappresenta la vera emergenza in Italia: l’analfabetismo funzionale.</p>



<p>Secondo l’indagine PIAAC dell’Ocse, ripresa in dettaglio in un articolo del Sole 24 Ore del dicembre scorso<sup data-fn="2a670c72-dea0-4f85-ae49-fe618facf301" class="fn"><a href="#2a670c72-dea0-4f85-ae49-fe618facf301" id="2a670c72-dea0-4f85-ae49-fe618facf301-link">1</a></sup>, l’Italia risulta ultima tra i grandi Paesi industrializzati, con oltre un terzo degli adulti in una condizione di analfabetismo funzionale e quasi la metà con gravi difficoltà nella risoluzione dei problemi. In generale, si registra un significativo aumento delle persone in difficoltà con la lettura, la comprensione dei testi e il calcolo.</p>



<p>Sempre secondo l’articolo del Sole 24 Ore, il Programme for the International Assessment of Adult Competencies, svolto nel 2023, sottolinea come le competenze siano fondamentali per partecipare con successo alla vita economica e politica di un Paese: gli adulti che le possiedono riescono a orientarsi meglio e contribuiscono a decisioni e politiche più consapevoli.</p>



<p>Molti adulti con competenze ridotte, invece, si sentono esclusi dai processi politici e non sono in grado di interagire con informazioni complesse, il che rappresenta una crescente preoccupazione per le democrazie moderne.</p>



<p>Il che gioca tutto a vantaggio di una classe politica inetta e volgare, che vede nella democrazia un nemico da abbattere, riuscendo persino a farci rimpiangere i politici della Prima Repubblica — che, al confronto, sembra la cucina di un ristorante stellato Michelin in servizio nell&#8217;ora di punta.</p>



<p>Gente privilegiata, figlia dell’era del berlusconismo, che fa dell’individuazione del nemico di turno nelle minoranze (omosessuali, extracomunitari e via dicendo) la propria vile costante propagandistica; che ha dimenticato tutte le promesse a buon mercato fatte in campagna elettorale; e che è riuscita a convincere gran parte dei propri elettori a detestare la democrazia, fino ad assimilarne una forma distorta.</p>



<p>Non si spiegherebbe altrimenti, se non come una distorsione della democrazia, la giustificazione dell’astensionismo al referendum come diritto acquisito in uno Stato democratico — con annesso scarico di ingenti quantità di materiale organico su chi osa ricordare che il vero diritto è quello che si esercita in cabina elettorale.</p>



<p>Una popolazione istruita e consapevole sarebbe lontana anni luce da un simile pensiero, e avrebbe senz’altro fatto il proprio dovere alle urne, senza il retropensiero che il referendum fosse un cavallo di Troia per inondare le strade di immigrati attraverso l’inserimento del quinto quesito.</p>



<p>In ottica futura, bisognerebbe correre ai ripari, per evitare che quel poco di democrazia che ci resta — in un periodo in cui gli organi di informazione sembrano sempre più l’Istituto Luce in chiave moderna — venga definitivamente compromesso.</p>



<p>Al netto degli investimenti sulla cultura, che ad oggi sembrano pura utopia, per rendere credibile in futuro uno strumento di democrazia diretta come il referendum, servirebbero almeno due provvedimenti:</p>



<p>1. Abolire una volta per tutte il quorum (alle politiche non esiste), per valorizzare i cittadini che adempiono al proprio dovere e penalizzare chi se ne infischia, dando priorità alla scelta esplicita rispetto all’astensione;</p>



<p>2. Revocare il diritto di voto a tutti coloro che si astengono senza giustificato motivo per due tornate consecutive.</p>



<p>Solo così si può recuperare un briciolo di credibilità democratica in un Paese che, più che alla frutta, sembra già al caffè e al digestivo.</p>



<p>Ma mentre si auspicherebbero provvedimenti in tal senso, c’è già un Tajani che fa uno scatto alla Bolt nella direzione opposta, proponendo di raddoppiare — da 500.000 a un milione — le firme necessarie per indire un referendum.</p>



<p>A conferma del fatto, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che questa classe politica sta alla democrazia come Rocco Siffredi sta alla castità. Il tutto, per la gioia di una popolazione sempre più lobotomizzata.</p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="2a670c72-dea0-4f85-ae49-fe618facf301">Si veda al link: <a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_10.12.2024_11.00_26310263?refresh_ce=1">https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_10.12.2024_11.00_26310263?refresh_ce=1</a> <a href="#2a670c72-dea0-4f85-ae49-fe618facf301-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/21a9.png" alt="↩" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />︎</a></li></ol>


<p></p>



<p></p>



<p></p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/06/15/referendum-no-grazie-ce-il-mare/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Guida completa al referendum dell’8 e 9 giugno: i cinque quesiti, come si vota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Forte,&nbsp;Giada Ranghi&nbsp;e&nbsp;Domenico Sepe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia e Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e altri luoghi scorretti]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[diritto al lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[referendum popolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 8</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>Il referendum dell’8 e 9 giugno 2025 chiama gli italiani a esprimersi su 5 quesiti cruciali: licenziamenti, contratti a termine, sicurezza sul lavoro e cittadinanza. Scopri cosa prevedono, come si vota e perché è importante partecipare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 8</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>
<div class="wp-block-ultimate-post-table-of-content ultp-block-4c11c6"><div class="ultp-block-wrapper"><div class="ultp-block-toc"><div class="ultp-toc-header"><div class="ultp-toc-heading">Sommario</div><div class="ultp-collapsible-toggle  ultp-collapsible-right"><a class="ultp-collapsible-text ultp-collapsible-open" href="javascript:;">[Open]</a><a class="ultp-collapsible-text ultp-collapsible-hide" href="javascript:;">[Close]</a></div></div><div class="ultp-block-toc-style1 ultp-block-toc-body" style="display:block;"><ul class="ultp-toc-lists"><li><a href="#I_QUESITI">I QUESITI</a><ul class="ultp-toc-lists"><li><a href="#Quesito_1:_Licenziamenti_illegittimi_e_reintegro_nel_posto_di_lavoro">Quesito 1: Licenziamenti illegittimi e reintegro nel posto di lavoro</a></li><li><a href="#Quesito_2:_Licenziamenti_illegittimi_nelle_piccole_imprese_e_relativa_indennitànbsp;">Quesito 2: Licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese e relativa indennità&nbsp;</a></li><li><a href="#Quesito_3:_Contratto_di_lavoro_a_tempo_determinato,_durata_massima_e_condizioni">Quesito 3: Contratto di lavoro a tempo determinato, durata massima e condizioni</a></li><li><a href="#Quesito_4:_Appalti_e_responsabilità_del_committente_per_infortuni_sul_lavoro">Quesito 4: Appalti e responsabilità del committente per infortuni sul lavoro</a></li><li><a href="#Quesito_5:_Cittadinanza_italiana_e_tempi_di_residenza_legale_in_Italia_per_la_richiesta_di_concessionenbsp;">Quesito 5: Cittadinanza italiana e tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione&nbsp;</a></li></ul></li><li><a href="#QUANDO_E_COME_SI_VOTA">QUANDO E COME SI VOTA</a></li><li><a href="#PERCHÉ_ANDARE_A_VOTARE">PERCHÉ ANDARE A VOTARE</a></li></ul></div></div></div></div>



<div style="height:59px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p>Quest’anno, nei giorni 8 e 9 giugno, il popolo italiano è chiamato a votare su 4 quesiti collegati al diritto al lavoro ed un quesito sul tema delle procedure per ottenere la cittadinanza italiana al di fuori del diritto di nascita (o <em>ius sanguinis</em>) per coloro che non sono nati da genitori italiani, ma vivono in Italia da molti anni.</p>



<p>Grande pregnanza hanno i primi quattro quesiti in quanto, giova ricordarlo, l’art. 4 della Costituzione recita: “<em>La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto</em>”.</p>



<p>La Repubblica, quindi, non calpesta, ma tutela il lavoro, quale diritto, le sue condizioni e la giusta retribuzione (art. 36 Cost.).</p>



<p>Il referendum abrogativo, in questo contesto, rappresenta il potere del popolo sovrano di decidere per sé stesso al di fuori delle logiche parlamentari.</p>



<p>Non a caso, il referendum popolare previsto dall’art. 75 della Costituzione rappresenta il principale argine al potere politico ed il principale strumento di democrazia diretta presente nel nostro ordinamento e, in questa occasione, permetterà a tutti gli italiani di decidere su tematiche molto rilevanti della vita sociale.</p>



<p>Il quinto quesito, poi, interviene in materia di cittadinanza e, per quanto esso sia di argomento differente dai primi quattro, nondimeno esso avrà un importante eco nel modo in cui le persone che giungono in Italia possono diventare cittadini al pari di coloro che saranno chiamati a votare.</p>



<p>In quest’occasione, come in tutte le votazioni referendarie, il potere di decidere non è “<em>delegato</em>” al Parlamento, ma assunto dall’intero corpo elettorale che potrà, con la giusta consapevolezza, plasmare il proprio futuro.</p>



<p>Questa guida rappresenta un mezzo per informare gli elettori dei temi che saranno discussi con il prossimo voto.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="I_QUESITI"><strong>I QUESITI</strong></h2>



<h3 class="wp-block-heading" id="Quesito_1:_Licenziamenti_illegittimi_e_reintegro_nel_posto_di_lavoro"><strong>Quesito 1: Licenziamenti illegittimi e reintegro nel posto di lavoro</strong></h3>



<p><strong><em>Testo&nbsp;</em></strong></p>



<p>«Volete voi l’abrogazione del d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, come modificato dal d.l. 12 luglio 2018, n. 87, convertito con modificazioni dalla L. 9 agosto 2018, n. 96, dalla sentenza della Corte costituzionale 26 settembre 2018, n. 194, dalla legge 30 dicembre 2018, n. 145; dal d.lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, dal d.l. 8 aprile 2020, n. 23, convertito con modificazioni dalla L. 5 giugno 2020, n. 40; dalla sentenza della Corte costituzionale 24 giugno 2020, n. 150; dal d.l. 24 agosto 2021, n. 118, convertito con modificazioni dalla L. 21 ottobre 2021, n. 147; dal d.l. 30 aprile 2022, n. 36, convertito con modificazioni dalla L. 29 giugno 2022, n. 79 (in G.U. 29/06/2022, n. 150); dalla sentenza della Corte costituzionale 23 gennaio 2024, n. 22; dalla sentenza della Corte costituzionale del 4 giugno 2024, n. 128, recante “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” nella sua interezza?»</p>



<p><strong><em>Spiegazione</em></strong></p>



<p>Il primo quesito del referendum sul lavoro riguarda il Decreto legislativo n. 23/2015 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti).</p>



<p>A partire dal 2015, con l’introduzione del Jobs Act, nelle aziende con più di 15 dipendenti, per i lavoratori assunti a tempo indeterminato non è più previsto il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, salvo in casi eccezionali, come ad esempio quelli legati a motivazioni discriminatorie. In tali situazioni, la legge prevede esclusivamente il riconoscimento di un indennizzo economico, calcolato in base all’anzianità di servizio.</p>



<p><strong>Il quesito propone di abrogare questa norma e di ripristinare il diritto al reintegro nel posto di lavoro per tutti i lavoratori assunti a tempo indeterminato, nei casi di licenziamento dichiarato illegittimo</strong>.</p>



<p>Votando no: La normativa resta invariata e in caso di licenziamento illegittimo non sarà previsto alcun reintegro nel posto di lavoro ma soltanto un indennizzo di natura economica.</p>



<p>Votando sì: La normativa attuale viene abrogata e in caso di licenziamento illegittimo sarà riconosciuto il reintegro nel posto di lavoro.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="Quesito_2:_Licenziamenti_illegittimi_nelle_piccole_imprese_e_relativa_indennitànbsp;"><strong>Quesito 2: Licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese e relativa indennità&nbsp;</strong></h3>



<p><strong><em>Testo&nbsp;</em></strong></p>



<p>«Volete voi l’abrogazione dell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, recante “Norme sui licenziamenti individuali” come sostituito dall’art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle parole: , “compreso tra un” , alle parole “ed un massimo di 6” e alle parole “La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro.”?»</p>



<p><strong><em>Spiegazione</em></strong></p>



<p>Il quesito riguarda l’art. 8 della Legge n. 604/1966, che disciplina le norme sui licenziamenti individuali.&nbsp;</p>



<p>Attualmente la disposizione prevede che nelle aziende fino a 15 dipendenti, in caso di licenziamento illegittimo, una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento. Tale misura massima può essere maggiorata solo in alcuni casi previsti dalla legge in caso di aziende con più di 15 dipendenti.</p>



<p><strong>Il quesito mira ad eliminare il tetto massimo dell’indennità, consentendo al giudice di determinare caso per caso l&#8217;importo, senza limiti predefiniti</strong>.</p>



<p>Votando no: La norma resta invariata e in caso di licenziamento illegittimo resta la misura massima dell’indennità.</p>



<p>Votando sì: La norma attuale viene abrogata e sarà il giudice a determinare caso per caso l’indennità, senza tetto massimo.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="Quesito_3:_Contratto_di_lavoro_a_tempo_determinato,_durata_massima_e_condizioni"><strong>Quesito 3: Contratto di lavoro a tempo determinato, durata massima e condizioni</strong></h3>



<p><strong><em>Testo&nbsp;</em></strong></p>



<p>«Volete voi che sia abrogato il d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81, avente ad oggetto “Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183” limitatamente alle seguenti parti: Articolo 19, comma 1, limitatamente alle parole “non superiore a dodici mesi. Il contratto può avere una durata superiore, ma comunque”, alle parole “in presenza di almeno una delle seguenti condizioni”, alle parole “in assenza delle previsioni di cui alla lettera a), nei contratti collettivi applicati in azienda, e comunque entro il 31 dicembre 2025, per esigenze di natura tecnica, organizzativa e produttiva individuate dalle parti;” e alle parole “b-bis)”; comma 1-bis, limitatamente alle parole “di durata superiore a dodici mesi” e alle parole “dalla data di superamento del termine di dodici mesi”; comma 4, limitatamente alle parole “, in caso di rinnovo,” e alle parole “solo quando il termine complessivo eccede i dodici mesi”; Articolo 21, comma 01, limitatamente alle parole “liberamente nei primi dodici mesi e, successivamente,”?»</p>



<p><strong><em>Spiegazione</em></strong></p>



<p>Il quesito ha ad oggetto l’abrogazione parziale di alcune norme del Decreto legislativo n. 81/2014 (Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell&#8217;articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183), relative alla disciplina del lavoro a tempo determinato introdotte col Jobs Act.</p>



<p>Attualmente, un contratto a tempo determinato può essere stipulato liberamente, senza indicare una causale, per una durata massima di 12 mesi. Se il contratto supera i 12 mesi le causali sono obbligatorie.</p>



<p><strong>Il quesito propone di imporre l’obbligo di specificare una causale anche per i contratti a termine inferiori a 12 mesi e quindi indipendentemente dalla loro durata</strong>. Con la modifica proposta, si vuole contrastare il ricorso sistematico e abusivo ai contratti a termine e incentivare forme di lavoro meno precarie e più stabili.</p>



<p>Votando no: La normativa resta invariata e rimane la possibilità di non inserire la causale nei contratti a termine con una durata massima di 12 mesi.</p>



<p>Votando sì: Vengono abrogate parzialmente le norme sopra indicate, e sarà obbligatoria una causale anche per i contratti a termine inferiori a 12 mesi.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="Quesito_4:_Appalti_e_responsabilità_del_committente_per_infortuni_sul_lavoro"><strong>Quesito 4: Appalti e responsabilità del committente per infortuni sul lavoro</strong></h3>



<p><strong><em>Testo</em></strong></p>



<p>«Volete voi l’abrogazione dell’art. 26, comma 4, in tema di “Obblighi connessi ai contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione” di cui al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell’articolo 1 della , legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” come modificato dall’art. 16 del decreto legislativo 3 agosto 2009, n. 106, dall’art. 32 del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito con modifiche dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, nonché dall’art. 13 del decreto legge 21 ottobre 2021, n. 146, convertito con modifiche dalla legge 17 dicembre 2021, n. 215, limitatamente alle parole “Le disposizioni del presente comma non si applicano ai danni conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.”?»</p>



<p><strong><em>Spiegazione</em></strong></p>



<p>Il quesito riguarda il Decreto legislativo n. 81/2008 (Attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro) e in particolare l’art. 26, comma 4 (Obblighi connessi ai contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione).&nbsp;</p>



<p>In tema di appalti, attualmente la disposizione esclude che il committente (chi affida i lavori) sia responsabile insieme all’appaltatore o il subappaltatore (chi esegue i lavori) in caso di infortuni sul lavoro derivanti da rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.&nbsp;</p>



<p><strong>Il quesito mira ad abrogare tale eccezione, al fine di estendere la responsabilità anche al committente</strong>.</p>



<p>Votando no: La normativa resta invariata e rimane esclusa la responsabilità del committente.&nbsp;</p>



<p>Votando sì: La norma attuale viene abrogata e il committente diventa responsabile insieme all’appaltatore o al subappaltatore.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="Quesito_5:_Cittadinanza_italiana_e_tempi_di_residenza_legale_in_Italia_per_la_richiesta_di_concessionenbsp;"><strong>Quesito 5: Cittadinanza italiana e tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione&nbsp;</strong></h3>



<p><strong><em>Testo quesito</em></strong></p>



<p>«Volete voi abrogare l’articolo 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole “adottato da cittadino italiano” e “successivamente alla adozione”; nonché la lettera f), recante la seguente disposizione: “f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.” , della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante “Nuove norme sulla cittadinanza”?»</p>



<p><strong><em>Spiegazione</em></strong></p>



<p>Il quesito ha ad oggetto l’art. 9 della Legge n. 91/1992 (Nuove norme sulla cittadinanza) che attualmente prevede:</p>



<p>&#8211; alla lettera b), che la cittadinanza italiana può essere concessa allo straniero<strong> adottato da cittadino italiano</strong> dopo il compimento della maggiore età, <strong>purché risieda legalmente in Italia da almeno 5 anni successivamente all’adozione</strong>.</p>



<p>&#8211; alla lettera f), che <strong>un cittadino extracomunitario debba risiedere legalmente in Italia da almeno 10 anni</strong> per poter fare richiesta di cittadinanza italiana.</p>



<p>Quindi, oggi, un cittadino straniero maggiorenne adottato da un cittadino italiano può richiedere la cittadinanza italiana dopo 5 anni. Con la modifica di questa norma verrebbe meno questa via preferenziale. Tuttavia, in virtù del secondo punto del quesito, per tutti i cittadini extracomunitari il periodo richiesto verrebbe uniformemente ridotto da 10 a 5 anni.&nbsp;</p>



<p>In sostanza, <strong>si avrebbe una semplificazione e un’unificazione del criterio: tutti gli stranieri maggiorenni, come gli adottati da cittadini italiani, potrebbero richiedere la cittadinanza dopo 5 anni di residenza legale, senza più distinzioni</strong> basate sulla condizione personale, fermi restando tutti gli altri requisiti richiesti dalla legge.</p>



<p>Votando no: Viene mantenuta la normativa attuale, che prevede 10 anni di residenza legale per la richiesta di cittadinanza da parte dei cittadini extracomunitari (e 5 anni solo per quelli adottati da cittadini italiani).</p>



<p>Votando sì: Vengono abrogate le parti sopra indicate della norma, con la conseguente riduzione da 10 a 5 anni del periodo di residenza legale richiesto per tutti i cittadini extracomunitari maggiorenni che intendono fare domanda di cittadinanza italiana.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="QUANDO_E_COME_SI_VOTA"><strong>QUANDO E COME SI VOTA</strong></h2>



<p>Si vota domenica 8 giugno dalle 7:00 alle 23:00 e lunedì 9 giugno dalle 7:00 alle 15:00.</p>



<p>Si riceveranno cinque schede, una per ciascun quesito. Per ogni scheda, si potrà votare “Sì” per abrogare la norma o “No” per mantenerla.</p>



<p><strong>Quorum</strong>:<strong> </strong>per la validità del referendum, è necessario che partecipi <strong>almeno il 50% + 1 degli aventi diritto al voto</strong>. Non votare, quindi, comporta la scelta indiretta di non far passare le modifiche delle norme esistenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="PERCHÉ_ANDARE_A_VOTARE"><strong>PERCHÉ ANDARE A VOTARE</strong></h2>



<p>Il referendum rappresenta uno degli strumenti più incisivi e importanti della democrazia diretta. È senz’altro un’occasione per i cittadini di partecipare attivamente alla vita democratica del Paese e incidere su temi che riguardano la loro quotidianità, come il lavoro o i diritti civili.</p>



<p>Votare è un diritto, oltre che un dovere. Quando i cittadini partecipano in modo consapevole e numeroso, la democrazia si rafforza.</p>



<p>Non pensare che un singolo voto conti poco o nulla, perché – come diceva il grande Totò – “<em>è la somma che fa il totale</em>”. E c’è chi, ieri, ha lottato per consentire a noi, oggi, di esprimere il nostro pensiero e di salvaguardare i nostri diritti e le nostre libertà individuali.</p>



<p>Non restare a guardare. L’8 e il 9 giugno vai a votare: fai il tuo dovere, esercita il tuo diritto e fai sentire la tua voce.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p>Coordinamento editoriale a cura di Giada Ranghi.</p>



<p></p>

<p><a href="https://www.ilcontroverso.it/2025/05/16/guida-completa-al-referendum-dell8-e-9-giugno-i-cinque-quesiti-come-si-vota/" rel="nofollow">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
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		<title>Abbiamo corso per arrivare fin qui e, ora, ci manca il respiro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giada Ranghi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 May 2025 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni in libertà]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<span class="span-reading-time rt-reading-time" style="display: block;"><span class="rt-label rt-prefix">Tempo di lettura: </span> <span class="rt-time"> 5</span> <span class="rt-label rt-postfix">minuti</span></span>La perenne insoddisfazione Noto una differenza abissale tra i discorsi che faccio ad oggi con le mie amiche e quelli che facevamo una decina di&#8230; ]]></description>
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<p><strong>La perenne insoddisfazione</strong></p>



<p>Noto una differenza abissale tra i discorsi che faccio ad oggi con le mie amiche e quelli che facevamo una decina di anni fa. Parliamo di quando eravamo “<em>giovani</em>”, dei “<em>vecchi tempi</em>”, dei periodi della nostra vita in cui eravamo spensierate e non ci sentivamo costantemente stanche. E ci lamentiamo, ci lamentiamo di vivere una vita che sembra sempre una salita e che, nonostante i nostri sforzi, non ci porta mai alla piena soddisfazione: chi non riesce a trovare lavoro, chi non è soddisfatto del proprio lavoro, chi vorrebbe una macchina, o una casa, chi qualcuno con cui condividere la quotidianità, chi una famiglia.</p>



<p>Non conosco una persona che sia soddisfatta, su tutti i fronti della vita, pienamente. Questo è impossibile, certamente, e non sempre dipende da noi; ma è possibile vivere una vita in cui siamo mossi dalla tenacia e dalla necessità di perseguire tutti gli obiettivi socialmente imposti, per poi perderci gli attimi di vita?</p>



<p>Ci perdiamo gli attimi di vita perché passiamo la maggior parte del nostro tempo a studiare con lo scopo di prendere il titolo nei tempi giusti, quel titolo che ci porterà alla posizione lavorativa per cui passeremo più di 10 ore fuori casa: lasciare casa la mattina, tornare la sera, preparare la cena, vedersi una serie tv, andare a dormire, per poi ricominciare la stessa identica giornata al mattino seguente.</p>



<p><strong>Correre senza respirare</strong></p>



<p>Abbiamo faticato, abbiamo corso per raggiungere il prima possibile una quotidianità fotocopiata, identica a sé stessa, che si prospetta essere tale per i prossimi 30, 40 anni.</p>



<p>Viviamo nell’attesa del fine settimana, di un aperitivo, di una gita fuori porta, di un viaggio in qualche posto che ci faccia sentire che c’è altro oltre la vita che viviamo ogni giorno.</p>



<p>Questa vita non ci dà tempo, non ci dà ossigeno. <em>Abbiamo corso per arrivare fino a qui e ora ci manca il respiro</em>, c’è solo la stanchezza e spesso la frustrazione, perché non siamo dove vorremmo essere pur avendo fatto tutto come andava fatto.</p>



<p>In questa mancanza di ossigeno, mi sono accorta di quanto siano preziosi quei momenti in cui riesco a respirare, andare al parco in una giornata di sole per fare un picnic, andare a visitare un’altra città, o semplicemente stare a casa a leggere, scrivere, o vedere una serie tv. O <em>non fare niente</em>.</p>



<p><strong>La rivendicazione del tempo libero</strong></p>



<p>L’ozio. Ho un rapporto complicato con l’ozio.</p>



<p>Da un lato, quando passo una giornata all’insegna dell’ozio mi sento un po’ colpevole, penso che mi sto riposando, che sono a casa o su un telo in un parco senza far niente quando la vita è adesso. La vita viene data sempre troppo per scontata: prima o poi chiamerò quell’amica che non sento da anni, poi prenoterò quel viaggio che voglio fare da tanto, poi farò quell’esperienza. È tutto un <em>poi </em>e mai un <em>adesso</em>. Pensiamo di avere tempo, ma il tempo e la vita non sono così scontati. Ho perso delle persone a me care quest’anno, ho sentito e visto la sofferenza e ogni volta mi trovo a giurare di vivere diversamente la mia vita: di fare quel viaggio in Islanda che ho sempre sognato, di fare il volo dell’angelo perché ho sempre voluto vivere quell’esperienza adrenalinica, di uscire il più possibile per godermi i momenti in compagnia delle persone a cui tengo, anche se sono stanca. Ma poi rimando, perché <em>tanto c’è tempo</em>.</p>



<p>D’altra parte, sono fermamente convinta che la noia sia necessaria, il riposo serve per staccare dalla produttività che ci viene richiesta ogni giorno. Viviamo in un mondo velocissimo e iperproduttivo, e quando ci fermiamo abbiamo modo di riflettere, di vederci, di ascoltare i nostri bisogni. La riflessione, il muoversi verso il nostro io, inizia con la noia. <em>L’ozio dà vita al pensiero</em>. È quel momento che ci consente, nella corsa contro il tempo che viviamo tutti i giorni, di fermarci, di respirare.</p>



<p>È difficile trovare tempo e spazi per non fare niente ed essere in ozio senza sentirsi in colpa, in questo tempo basato sull’ottica capitalistica della produttività per cui oziare equivale a non produrre e, quindi, a non valere niente. Eppure, penso sia necessaria una <em>rivendicazione del tempo libero</em>.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/05/Immagine-WhatsApp-2025-05-11-ore-13.57.36_50ccebb0-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-12415" style="aspect-ratio:16/9;object-fit:cover" srcset="https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/05/Immagine-WhatsApp-2025-05-11-ore-13.57.36_50ccebb0-768x1024.jpg 768w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/05/Immagine-WhatsApp-2025-05-11-ore-13.57.36_50ccebb0-225x300.jpg 225w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/05/Immagine-WhatsApp-2025-05-11-ore-13.57.36_50ccebb0-1152x1536.jpg 1152w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/05/Immagine-WhatsApp-2025-05-11-ore-13.57.36_50ccebb0-1536x2048.jpg 1536w, https://www.ilcontroverso.it/wp-content/uploads/2025/05/Immagine-WhatsApp-2025-05-11-ore-13.57.36_50ccebb0-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>
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<div style="height:68px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p><strong>La crisi</strong></p>



<p>Nutro molto fastidio nei confronti di chi mi dice “<em>eh vabbè, io all’età tua non mi sentivo mica sempre stanca, avevo già una casa, lavoravo e uscivo</em>”. Ok, complimenti. Perché io intorno a me vedo solo gente stanca, che fatica per ottenere qualcosa e stringe i denti per mantenerla, spesso facendo molte rinunce.</p>



<p>Ho 30 anni, la mia generazione è nata con la crisi; la crisi economico-finanziaria, la crisi climatica. Questa crisi <em>ci è entrata nella pelle</em>, è diventata la <em>nostra </em>crisi. Ed è iniziata una lotta intestina, per raggiungere quella realizzazione personale e professionale. A tutti i costi. E ora? Dov’è la soddisfazione?</p>



<p>Non riusciamo a sentirla, perché non abbiamo tempo di vivere la vita. Il tempo corre, ci sfugge dalle mani; quindi mi viene da chiedermi di cosa sono soddisfatta? Sto vivendo la vita che volevo vivere? È questa la vita che voglio vivere per i prossimi 40 anni?</p>



<p><strong>La sete di tempo</strong></p>



<p>Lavorare meno a parità di stipendio. La Spagna ha introdotto la c.d. settimana corta, che prevede una riduzione da 40 ore a 37,5. La riforma è stata fortemente voluta da Yolanda Díaz &#8211; avvocata e politica spagnola, ministra del Lavoro e dell’Economia Sociale e seconda vicepresidente del governo spagnolo &#8211; che ha dichiarato: “<em>oggi aiutiamo a far sì che le persone siano un po’ più felici</em>”.</p>



<p>In Italia sono state presentate delle proposte di legge, che mirano a ridurre l&#8217;orario di lavoro settimanale, unificate in un disegno di legge attualmente al vaglio del Parlamento italiano.</p>



<p>La notizia dell’introduzione della settimana corta in Spagna mi ha fatto subito pensare a cosa farei in quelle ore. E questo mi ha fatto riflettere su quanto mi sento <em>assetata di tempo</em>. Perché abbiamo fretta di raggiungere quell’obiettivo, quel traguardo, quella tappa, ma siamo sempre insoddisfatti. Ma a cosa serve correre così tanto e lottare contro il tempo? Dove vogliamo arrivare? Se poi non c’è il tempo di vivere ciò che abbiamo.</p>



<p><strong>Tetris</strong></p>



<p>Mi sento <em>risucchiata</em> dal lavoro, dalle commissioni da svolgere il sabato, perché è l’unico giorno in cui riesco a farle, in cui devo fare tutto. Passo la mia quotidianità a programmare sul calendario ogni task lavorativo, ogni attività personale. Perché il tempo è limitato e devi riuscire a incastrare tutto come a Tetris.</p>



<p>Lo scopo del gioco è completare linee orizzontali usando dei pezzi che cadono dall’alto, uno alla volta. Quando si completa una linea, essa scompare, lasciando spazio per nuovi pezzi. Il gioco continua finché <em>i pezzi si accumulano fino alla parte superiore, e non c’è più spazio per farne cadere altri</em>: in quel caso, la partita termina. <em>Game over</em>. Non c’è più spazio.</p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained">
<p>Le notti bianche, Fëdor Dostoevskij, 1848</p>



<p>“Senti che alla fine si stanca, si esaurisce in un’eterna tensione, quella inesauribile fantasia, perché ti fai uomo, perdi i tuoi precedenti ideali: essi si frantumano in polvere, in pezzi; <em>se non hai un’altra vita, allora ti tocca costruirla con quei pezzi</em>. Ma nel frattempo <em>l’anima chiede e vuole qualcos’altro</em>! E il sognatore fruga invano, come nella cenere, nei suoi vecchi sogni, <em>cercando in quella cenere almeno una scintilla</em>, per soffiarci sopra, per scaldare al fuoco rinnovato un cuore ormai freddo e ridare in esso tutto ciò che prima gli era caro, che toccava l’anima, che faceva ribollire il sangue, che strappava le lacrime dagli occhi e ingannava tanto magnificamente!”</p>
</div></div>



<p></p>



<p></p>

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