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	<title>Il Tabloid</title>
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	<description>Notizie in punta di penna</description>
	<lastBuildDate>Sun, 21 Jun 2026 12:42:46 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Il Tabloid</title>
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		<title>La torcia di Wired e l’Italia che deve ancora imparare a riconoscersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Pennino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 12:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'incipit]]></category>
		<category><![CDATA[organi di stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci sono uscite di scena che assomigliano a una resa, e altre che hanno il passo più raro della consegna. L’ultimo numero di Wired Italia appartiene alla seconda specie, ma per una ragione che il pudore della redazione tace e che invece va detta con chiarezza]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono uscite di scena che assomigliano a una resa, e altre che hanno il passo più raro della consegna. L’ultimo numero di <em>Wired Italia</em> appartiene alla seconda specie, ma per una ragione che il pudore della redazione tace e che invece va detta con chiarezza. Questo congedo non è stato scelto. È stato deciso altrove, da un editore americano, con la freddezza di chi pareggia un bilancio. La grandezza dell’ultimo numero non sta dunque nella serenità di chi saluta, ma nella dignità di chi, ricevuta una sentenza, ha scelto di rispondere non con il lamento ma con un atto di generosità verso il proprio Paese.</p>
<h2>La chiusura decisa dai contabili</h2>
<p>Conviene guardare i fatti prima di commuoversi. La chiusura è stata annunciata nell’aprile del 2026 dall’amministratore delegato di Condé Nast con la motivazione più nuda che si possa immaginare: <em>Wired Italia</em>, insieme a un paio di altre testate, pesava poco più dell’uno per cento del fatturato del gruppo, e gestirla nella forma attuale ne limitava la capacità di investire altrove. Il gruppo aveva chiuso l’anno in utile. Non era un’azienda in difficoltà che amputa un arto per sopravvivere, ma un’azienda in salute che taglia la voce meno redditizia del catalogo, come si dismette una linea di prodotto ormai stanca. L’annuncio è arrivato nel giorno di uno sciopero nazionale dei giornalisti, e la redazione lo ha appreso pochi minuti prima del comunicato pubblico. A Milano sono seguiti i licenziamenti.</p>
<p>Ho già usato, altrove, una formula a cui tengo: i contabili del desiderio. Sono coloro che sanno calcolare il prezzo di tutto e il valore di niente, e che davanti a una cultura dell’avvistamento durata diciassette anni non vedono una funzione civile ma un numero troppo piccolo. Uno per cento. È a partire da quel numero che bisogna leggere l’ultimo <em>Wired</em>, perché soltanto così il suo gesto finale acquista il peso che merita: una redazione condannata dai contabili sceglie, nel poco tempo che le resta, di non parlare della propria morte ma della vita degli altri.</p>
<h2>Quando una redazione sceglie di guardare avanti</h2>
<p>Non chiede indulgenza, l’ultimo numero, e non convoca la nostalgia come ultimo rifugio. Non costruisce il proprio mausoleo, come pure avrebbe potuto fare dopo diciassette anni di copertine memorabili e di scommesse vinte prima che il Paese sapesse dare un nome alle cose che stavano arrivando. Fa qualcosa di più difficile, e proprio per questo più nobile: si congeda raccontando chi verrà dopo. In un tempo in cui perfino la fine diventa contenuto, sceglie di non spettacolarizzare il proprio addio e di lasciare al lettore una mappa. Una mappa dell’Italia che verrà, o forse dell’Italia che è già qui e che troppo spesso non abbiamo ancora imparato a riconoscere.</p>
<p>Il tema scelto, «L’Italia che verrà», poteva diventare facilmente una formula da convegno. Nelle pagine dell’ultimo <em>Wired</em> assume invece una densità diversa, quasi una macchina del tempo civile: il 1946, gli ottant’anni della Repubblica, l’esortazione di Mattarella ai giovani, l’esperimento Conversi-Pancini-Piccioni, Rita Levi-Montalcini sulla prima copertina del 2009, e poi la nuova costellazione di ricercatori, imprenditori, scienziati, architetti, economisti. Non una classifica e non una vetrina, ma una geografia possibile del Paese che ancora non si vede abbastanza. E qui si apre il primo insegnamento: una rivista può chiudere, una funzione culturale no.</p>
<h2>Wired come torre di avvistamento del futuro</h2>
<p>Perché <em>Wired</em>, nei suoi momenti migliori, non è stato soltanto un giornale di tecnologia. Sarebbe una definizione pigra, quasi amministrativa. È stato semmai una torre di avvistamento, un luogo da cui guardare il futuro quando era ancora imperfetto, ambiguo, talvolta persino ridicolo agli occhi del presente. Ha avuto il coraggio di prendere sul serio ciò che non era ancora prestigioso, di dare dignità narrativa a mestieri e comunità che l’Italia ufficiale considerava marginali o prematuri. E il futuro, quando arriva davvero, non indossa mai l’abito buono: arriva sghembo, con nomi strani, nelle officine e negli scantinati, nei laboratori che combattono con i fondi, nei garage che non somigliano quasi mai a quelli mitologici della Silicon Valley. Il valore di un giornale come <em>Wired</em> è stato accettare il rischio di raccontarlo prima che diventasse ovvio, prima che il mercato lo legittimasse e la politica se lo intestasse.</p>
<p>L’editoriale di Luca Zorloni lo sa, e non a caso muove da Roma sotto le bombe del luglio 1943 per arrivare a una vicenda che è il cuore simbolico del numero. Mentre la capitale è colpita dai bombardamenti, mentre il fascismo crolla e l’occupazione tedesca trasforma la sopravvivenza in disciplina quotidiana, tre giovani fisici continuano a misurare il comportamento di una particella che non si lascia spiegare. Fuori ci sono le macerie, la fame, i rastrellamenti. Dentro c’è un esperimento. Marcello Conversi, Ettore Pancini e Oreste Piccioni, nessuno dei quali ha ancora trent’anni, dimostrano nel 1946 che il mesotrone non è la particella teorizzata da Yukawa. Per la fisica si apre un capitolo nuovo. Quelle particelle, anni dopo, si chiameranno muoni.</p>
<p>Ma c’è un dettaglio, in quella storia, che la rende qualcosa di più di un esempio di coraggio, e che il numero registra senza sottolinearlo abbastanza. La consacrazione di quell’esperimento non arriva in Italia e non arriva subito. Arriva a Stoccolma, nel 1968, ventidue anni dopo, quando il fisico americano Luis Alvarez, ricevendo il Nobel, dichiara che la fisica moderna delle particelle è cominciata negli ultimi giorni della guerra, con un gruppo di giovani italiani nascosti per sfuggire all’occupazione. Ci voleva un Nobel americano perché l’Italia scoprisse, con ventidue anni di ritardo, di avere generato una svolta della scienza del Novecento. La patologia è già tutta lì, nella pagina d’apertura del numero: il talento italiano riconosciuto non quando nasce, ma quando qualcun altro, altrove, lo certifica.</p>
<h2>Da Rita Levi-Montalcini alla nuova generazione</h2>
<p>Sedici anni più tardi, nel marzo del 2009, <em>Wired Italia</em> arrivava in edicola con Rita Levi-Montalcini in copertina. Una scienziata di novantanove anni, fragile soltanto per chi confonde il corpo con la potenza, veniva trasformata in icona aliena e futuribile dal primo direttore, Riccardo Luna. Il titolo, <em>ItAliens</em>, era già una dichiarazione: l’Italia migliore è spesso aliena a sé stessa, viene da un altro pianeta pur essendo radicata in questo Paese. Quella copertina diceva una cosa semplice e immensa, e cioè che il futuro italiano poteva avere il volto di una donna nata nel 1909, che aveva attraversato le leggi razziali, il laboratorio costruito in camera da letto, la ricerca condotta contro la Storia. Il futuro non coincideva con l’età anagrafica, ma con la tensione dello sguardo.</p>
<p>Tra quella copertina e l’ultima corre un arco preciso. Il direttore che apre, Luna, sceglie un volto solo, monumentale, e lo proietta nel futuro. I direttori che si succedono, fino a Zorloni che chiude, ereditano e consumano quella tensione lungo diciassette anni e una redazione progressivamente assottigliata. Nell’ultimo numero quel volto unico si moltiplica in una costellazione. Daniele Pucci e la robotica umanoide, Anna Grassellino e la frontiera quantistica, Anthea Comellini e Andrea Patassa nello spazio, Angelica De Vito e il diritto a spostarsi, Nicolò Govoni e la scuola come atto politico, Francesco Sciortino e la fusione, Clara Mattei e una diversa lettura dell’economia, Studio Ossidiana e l’architettura dei luoghi felici, Caterina Barbieri e il potere del suono, Gianni Cuozzo e la protezione delle cose, David Szauder e l’immaginario generativo. Non un Pantheon, ma una soglia. E le soglie, quando sono autentiche, non celebrano chi le attraversa: ricordano a tutti gli altri che è possibile passare.</p>
<p>La copertina, in questo senso, è molto più di una scelta estetica. È un manifesto, e non per mia interpretazione ma per dichiarazione esplicita. È stato l’artista che l’ha disegnata, David Szauder, a collocare quei protagonisti in una scenografia rinascimentale, come custodi di una città ideale, in quella che la redazione stessa chiama una nuova scuola di Atene. Non filosofi consegnati alla storia, ma figure ancora in movimento. Non statue, ma traiettorie. È un’immagine profondamente italiana, perché non colloca il futuro in un data center senza finestre né in una distopia cromata da presentazione aziendale, ma dentro un’architettura della memoria. Come a ricordarci che l’Italia non deve scegliere tra tradizione e innovazione, e deve finalmente smettere di usarle l’una contro l’altra.</p>
<h2>Il problema italiano non è il talento, ma il riconoscimento</h2>
<p>È uno dei nostri equivoci più gravi. Abbiamo trasformato la memoria in rifugio e il futuro in minaccia, trattato la tradizione come una rendita e l’innovazione come una colpa. Abbiamo costruito musei straordinari per custodire ciò che siamo stati e pochissimi dispositivi culturali per riconoscere ciò che stiamo diventando. Eppure la storia italiana, guardata senza pigrizia, racconta altro: il nuovo nasce spesso nel punto esatto in cui il Paese sembra finito. Conversi, Pancini e Piccioni non avevano il contesto ideale né il Paese ideale. Avevano quella forma superiore di disciplina che consiste nel non concedere alla Storia il diritto di spegnere la ricerca. Il futuro non arriva al termine della tempesta, come premio per la pazienza. Si prepara durante la tempesta, spesso da parte di chi non sa ancora di essere decisivo.</p>
<p>È qui che l’articolo di Gianluca Dettori, «L’Italia che non sapevamo di avere», tocca un nervo scoperto. L’Italia dell’innovazione non è diventata la Silicon Valley, e forse è un bene. Non ha senso misurare ogni ecosistema con il metro mitologico della California. Il Paese ha generato qualcosa di suo: Satispay nata in una soffitta torinese, Blackshape che costruisce aerei in fibra di carbonio a Monopoli, e poi Bending Spoons, D-Orbit, Exein, Scalapay. Ma la questione più profonda non riguarda il venture capital o gli unicorni. Riguarda il riconoscimento. E il riconoscimento, in Italia, segue sempre la stessa liturgia, la stessa che fece aspettare ventidue anni la consacrazione di un esperimento del 1946: prima sospettiamo il talento, poi lo ignoriamo, poi lo lasciamo partire, infine lo celebriamo quando qualcun altro lo ha già legittimato. L’incredulità preventiva, l’indifferenza durante la fatica, l’orgoglio postumo.</p>
<p>Non è soltanto una debolezza culturale. È una perdita economica e civile, perché non riconoscere il futuro mentre nasce significa finanziarlo tardi, raccontarlo male, proteggerlo poco, costringerlo a emigrare. Il nostro problema non è soltanto la scarsità di capitale. È la scarsità di immaginazione autorizzata. Abbiamo scienziati capaci di competere ai massimi livelli, imprenditori che trasformano problemi locali in soluzioni globali, territori che, nelle giuste condizioni, possono diventare piattaforme produttive e non solo cartoline. Ci manca però, troppo spesso, lo sguardo collettivo capace di dire: sì, questo è futuro, anche se non somiglia ancora al futuro che ci avevano insegnato a immaginare.</p>
<h2>Quando il mercato spegne le vedette</h2>
<p>E qui devo tornare all’uno per cento, perché c’è un’ironia in questa vicenda che sarebbe vile non nominare. Per diciassette anni <em>Wired</em> ha chiesto all’Italia di riconoscere il proprio futuro mentre era ancora fragile. Poi è stata chiusa, esattamente, da un calcolo che non ha riconosciuto il suo. La torre di avvistamento non è crollata: è stata smontata, da chi misurava il valore di quella vedetta in punti di margine. E il marchio non muore. <em>Wired</em> continua a uscire negli Stati Uniti, in Giappone, altrove, dove rende. Continuano gli eventi, gestiti da Londra. Muore l’edizione italiana, cioè proprio lo sguardo posato su questo Paese, perché questo Paese, agli occhi del libro mastro, non cresceva abbastanza.</p>
<p>È la fotografia perfetta di ciò che altrove ho chiamato deterritorializzazione: il distacco progressivo del capitale dai luoghi, la riduzione di una funzione civile a riga di bilancio amministrabile da qualunque fuso orario. La decisione di spegnere la vedetta italiana non è stata presa in Italia, non risponde all’Italia, non rende conto all’Italia. Risponde a una logica di portafoglio per cui un Paese vale finché cresce e si dismette quando rallenta. C’è perfino un dettaglio che chiude il cerchio con una crudeltà quasi letteraria: la stessa riorganizzazione viene presentata come risposta all’avanzata dell’intelligenza artificiale, dallo stesso gruppo che, nel frattempo, apriva i propri contenuti ai costruttori di quei modelli. La rivista che ha insegnato all’Italia a leggere l’intelligenza artificiale viene chiusa in nome dell’intelligenza artificiale, e il suo lavoro di diciassette anni va a nutrire le macchine che dovrebbero rimpiazzarla. I contabili del desiderio, ancora loro, hanno saputo spegnere la vedetta e insieme far fruttare le memorie che essa aveva accumulato.</p>
<p>Ecco perché il giornalismo torna centrale, e non il giornalismo come fabbrica di reazioni o commento perpetuo dell’ovvio, ma il giornalismo come dispositivo di riconoscimento. Un giornale, quando svolge davvero il proprio compito, non registra soltanto gli eventi: aiuta una comunità a nominare ciò che ancora non sa vedere. È questa la lezione che <em>Wired</em> lascia a chi resta. Non si tratta di imitarlo, perché le imitazioni sono sempre una forma minore di nostalgia, e ogni esperienza importante è irripetibile proprio perché è stata necessaria nel suo tempo. Si tratta di comprenderne la postura: guardare dove gli altri non guardano ancora, raccontare prima che la notizia diventi consenso, accettare il rischio dell’errore, perché chi guarda avanti sbaglia più facilmente di chi commenta da fermo.</p>
<p>Ma la lezione, oggi, ne porta con sé un’altra più scomoda, che riguarda la sostenibilità stessa di queste vedette. Se persino una torre di avvistamento riconosciuta e amata può essere smontata perché non raggiunge la soglia di redditività fissata da un consiglio d’amministrazione lontano, allora la domanda non è soltanto culturale, è politica nel senso più alto: chi finanzia, in Italia, gli strumenti che permettono a un Paese di vedersi? Non possiamo affidare la nostra capacità di riconoscerci esclusivamente a editori per cui saremo sempre, inevitabilmente, una voce marginale del catalogo globale. La parola «innovazione», del resto, è splendida e ormai esausta, usata per vendere software e per decorare programmi elettorali. Ma quando è seria non è l’arredamento scintillante del capitalismo contemporaneo. È una forma di responsabilità repubblicana, perché decide chi partecipa e chi resta fuori, quali territori si accendono e quali restano in ombra, se la scuola prepara cittadini o semplici utenti, se la tecnologia allarga la libertà o raffina il controllo.</p>
<h2>La speranza critica come eredità di Wired</h2>
<p>Dire «L’Italia che verrà», oggi, significa allora opporsi a due tentazioni uguali e contrarie. La prima è il declinismo compiaciuto, per cui tutto è già perduto e ogni talento condannato alla fuga: una pigrizia travestita da lucidità, che permette di non fare nulla perché tanto nulla può cambiare. La seconda è l’ottimismo da brochure, la narrazione smaltata in cui ogni app cambia il mondo e ogni slide è una strategia: una propaganda travestita da entusiasmo, che permette di non pensare perché tanto tutto viene già raccontato come successo. Tra questi due estremi c’è il compito più difficile, e ha un nome antico e italiano. Gramsci lo chiamava pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Io qui lo chiamo speranza critica.</p>
<p>La speranza critica non nega i problemi: li conosce, li nomina, li attraversa, ma rifiuta di trasformarli in destino. È la speranza di chi sa che l’Italia ha ritardi profondi e insieme energie non ancora organizzate, che il capitale conta ma non basta, che le infrastrutture sono decisive ma senza cultura restano tubature vuote, e che i giovani non vanno celebrati come categoria ornamentale ma messi nelle condizioni di esercitare rischio, impresa, ricerca, responsabilità. <em>Wired Italia</em>, nel suo ultimo gesto, sembra dirci esattamente questo: il futuro italiano non va aspettato, va riconosciuto mentre è ancora incompleto. E la responsabilità di chi resta nel campo del racconto pubblico è non lasciare che l’Italia migliore diventi visibile soltanto quando è già altrove, o quando un osservatore straniero ci spiegherà che, dopotutto, qui c’era qualcosa di interessante.</p>
<p>Onorare una rivista così non significa imbalsamarla, perché il modo peggiore di salutarla sarebbe trasformarla in reliquia. Le reliquie appartengono al passato. Le torce servono al cammino. L’ultimo numero di <em>Wired</em> non va dunque archiviato come il bel congedo di una testata importante, ma letto come si leggono certi messaggi lasciati sul tavolo prima di un viaggio, con gratitudine e con un certo tremore, perché dentro quelle pagine non c’è soltanto ciò che <em>Wired</em> è stato, c’è ciò che chiede a chi resta. Guardare meglio. Cercare prima. Dare volto a chi costruisce senza clamore. Non confondere la prudenza con la sfiducia, né la memoria con l’immobilità.</p>
<p>Torno, per finire, a quella particella. Per qualche anno, dopo il 1946, i muoni furono conosciuti soltanto in negativo: si sapeva ciò che non erano, non ancora ciò che erano. Esistevano, si comportavano in modo inatteso, generavano scalpore, ma non avevano un nome. Mi pare la figura più esatta dell’Italia che <em>Wired</em> ha cercato per diciassette anni di rendere visibile. Un Paese che conosciamo soprattutto per ciò che non è, che fatichiamo a nominare mentre accade, e che ci decidiamo a riconoscere solo dopo, quando qualcun altro lo ha già misurato. La domanda che l’ultimo numero ci consegna è se saremo capaci di invertire quell’ordine: nominare il futuro mentre è ancora fragile, e non quando sarà celebrato, venduto, quotato, o spiegato in inglese per essere preso sul serio.</p>
<p>Se sapremo farlo, allora una rivista avrà pure chiuso, ma la sua lezione non sarà finita con lei: sarà migrata, si sarà trasformata, avrà contaminato altri luoghi. E avremo capito, magari con ventidue anni di anticipo questa volta, che il futuro non appartiene a chi lo nomina per ultimo, quando ormai è cronaca, ma a chi ha il coraggio di riconoscerlo quando è ancora soltanto una domanda. Una rivista avrà chiuso. Ma una torcia, se decideremo di raccoglierla, sarà rimasta accesa.</p>
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		<title>Ode all’incazzatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Fraternale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 10:38:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
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					<description><![CDATA[Se oggi provate a digitare la parola "rabbia" su Google, non vi usciranno i fieri profili dei rivoluzionari francesi, ma una sfilza di e-book scritti da life-coach californiani che vivono di frullati di spinaci.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Se oggi provate a digitare la parola &#8220;rabbia&#8221; su Google, non vi usciranno i fieri profili dei rivoluzionari francesi, ma una sfilza di e-book scritti da life-coach californiani che vivono di frullati di spinaci. Vi spiegheranno, con lo stesso entusiasmo di un venditore di tappeti volanti usati che dovete essere &#8220;<em>resilienti</em>&#8220;; che la sbroccata è un bug del sistema operativo dell&#8217;anima. Vi consiglieranno di visualizzare un ruscello di montagna nel Wyoming, di respirare dentro un sacchetto della spesa di carta riciclata o di sorseggiare una tisana al cardo mariano mentre il mondo vi passa sopra con un trattore cingolato.</p>
<p>Ci vogliono tutti trasformati in un immenso esercito di monaci buddisti sotto sedativi, pronti a incassare le peggiori umiliazioni quotidiane col sorriso ebete di chi ha appena guardato un bue dritto negli occhi per tre ore. Ebbene, io dico no. È ora di spegnere il ruscello mentale, buttare il cardo e tessere una gloriosa ode alla sana, terapeutica, violentissima incazzatura civile.</p>
<h2 data-section-id="jyefqx" data-start="309" data-end="354">L&#8217;ira di Achille e la dignità del dissenso</h2>
<p>La storia dell’umanità, d’altronde, è iniziata con uno sciopero bianco che fa sembrare le moderne agitazioni sindacali dei tranquilli tornei di bocce. Parliamo di Achille. Quando Agamennone gli scippò la schiava Briseide, il Pelide non scatenò una rissa da bar spaccando anfore sulla testa dei commilitoni. Fece una cosa di una comicità passivo-aggressiva sublime: mise il broncio, si barricò nella sua tenda e smise di giocare. Mentre gli Achei venivano mazzuolati dai Troiani, lui se ne stava lì a farsi le unghie e a suonare la cetra, rispondendo a chi implorava il suo aiuto con l&#8217;equivalente omerico di: <em>&#8220;Oh, vi siete fatti fregare da uno con la permanente e i sandali col pelo e adesso volete che vi salvi il culo io?&#8221;</em>. Quella tenda non era violenza: era un capolavoro di contestazione civile e, se ne sente davvero tanto la mancanza.</p>
<p>Aristotele, che non era un influencer ma uno che masticava logica a colazione, nell’<em>Etica Nicomachea</em> lo scrisse chiaro e tondo: chi non si incazza per le cose per cui è giusto incazzarsi è, tecnicamente, un fesso. Se qualcuno vi lancia un gatto addosso e voi gli chiedete se per caso l&#8217;animale abbia freddo, non siete superiori: siete solo biologicamente spenti (sono educato).</p>
<p>La scienza moderna ha persino quantificato il danno: mandare giù i rospi famigliari, aziendali o condominiali non elimina la rabbia, la trasferisce semplicemente dal settore &#8220;spirito&#8221; al settore &#8220;apparato digerente&#8221;. L’incazzatura è come la valvola di sfogo della moka: se la sigilli con lo stucco per non disturbare i vicini con il fischio, finisce sul soffitto insieme al caffè.</p>
<h2 data-section-id="c0lvev" data-start="623" data-end="660">La dittatura quotidiana dei cafoni</h2>
<p>Il vero dramma dei nostri tempi non sono i grandi dittatori in divisa, ma la micro-tirannia quotidiana della maleducazione imperante. È una guerriglia psicologica surreale che riduce l&#8217;uomo perbene a un vegetale impotente. Pensiamo al Cavaliere della Maleducazione Moderna: quello che sul treno regionale decide di ascoltare i messaggi vocali della zia sul vivavoce a volume nucleare, costringendo quaranta passeggeri a diventare periti balistici della sua infiammazione al trigemino.</p>
<p>Oppure il furbetto della cassa al supermercato, quel genio del mimo che, fingendo un&#8217;improvvisa e intensissima fascinazione mistica per un cartone di latte a lunga conservazione sul soffitto della Coop, vi scivola davanti con tre chili di coppa e sei casse di acqua gassata. O ancora, l&#8217;automobilista poeta che lancia dal finestrino un intero sacchetto del fast food unto, convinto che l&#8217;asfalto della statale sia un buco nero intergalattico che dissolve la materia.</p>
<p>Di fronte a questa invasione di barbari in infradito, l&#8217;educazione rischia di diventare la nostra condanna a morte. L&#8217;uomo civile subisce. Diventa paonazzo, gli pulsa una vena sulla tempia destra con il ritmo di un pezzo techno a trecento battiti al minuto, ma tace. Pensa: <em>&#8220;Non scendo al suo livello&#8221;</em>. E intanto il suo fegato si pietrifica, trasformandosi in un sanpietrino da pavimentazione stradale.</p>
<p>Ecco perché l&#8217;incazzatura teatrale, coreografica e tonante deve tornare a essere un dovere civico. Quando il furbetto della fila tenta il sorpasso, non bisogna meditare. Bisogna far scattare la sbroccata guareschiana. Un irrigidimento del corpo, gli occhi fuori dalle orbite e un boato d&#8217;altri tempi che rompa il muro dell&#8217;ipocrisia: “<strong>Ma vedi d&#8217;andà a fanculo tu e &#8216;sto moto perpetuo abusivo che te fa saltà la fila!</strong><strong>” (il romanesco ha un fascino del tutto suo). </strong>Il maleducato che basa tutta la sua esistenza sulla passività e sul silenzio imbarazzato altrui, di fronte al ruggito del giusto si dissolve come un vampiro davanti a uno spicchio d&#8217;aglio. L&#8217;incazzatura libera le energie, ripulisce l&#8217;aria e restituisce improvvisamente dignità ai timorosi.</p>
<h2 data-section-id="xuqfsm" data-start="962" data-end="996">Dante, patrono degli esasperati</h2>
<p>Dante Alighieri c&#8217;ha costruito una carriera su questo. La <em>Divina Commedia</em> non è solo teologia, ma anche la più monumentale, sublime e meravigliosa sbroccata della letteratura mondiale. Dante non ha superato l’esilio facendo yoga. Ha preso tutti quelli che gli stavano antipatici: papi, sindaci, vicini di casa rumorosi e li ha infilati a testa in giù nel ghiaccio dell&#8217;Inferno, condannandoli a pagare l&#8217;affitto eterno nel peggiore dei gironi.</p>
<p>Nel nostro piccolo, non potendo scavare gironi condominiali per chi usa il trapano a percussione alle sette di domenica mattina per appendere un quadretto con i gattini, dobbiamo riscoprire il potere liberatorio del sonoro mandare a quel paese. Smettiamola di chiedere scusa se qualcuno ci pesta i piedi. L&#8217;incazzatura non deve essere una clava, ma un colpo di fioretto di precisione chirurgica, una fiammata rapida che incenerisce l&#8217;arroganza del cafone e salva le nostre coronarie.</p>
<p>La prossima volta che la giungla quotidiana vi stringe d&#8217;assedio, non fate un respiro profondo contando fino a&#8230; dieci. Fate come Achille: piantate i piedi per terra, tirate giù la zip della vostra tenda mentale, regalate un meritatissimo e fragoroso vaffanculo a chi sta abusando del vostro spazio e ricordate al cafone di turno che la vostra gentilezza è un lusso che si deve meritare, non un buffet gratuito in cui rimpinzarsi.</p>
<p>Perché a furia di essere flessibili ci si chiude a zerbino e sugli zerbini, si sa, la gente si pulisce solo le scarpe (lo so, carta igienica avrebbe reso meglio l’idea).</p>
<p>Dopotutto, per dirla con la splendida lucidità di Fabrizio De André: <em>«Quello che mi fa rabbia è che i furbi la fanno sempre franca e le persone oneste devono sempre pagare per tutti»</em>.</p>
<p>Ecco, per una volta, rifiutiamoci di pagare il conto dei furbi. Incazziamoci, usciamo dalla tenda e riprendiamoci il diritto di pretendere rispetto. Sarà l&#8217;inizio della nostra guarigione e, forse, della salvezza di tutti noi.</p>
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		<title>Napoli, 15 mila persona in piazza contro il razzismo e la repressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 13:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Regione Campania]]></category>
		<category><![CDATA[napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[15mila persone hanno attraversato la città contro razzismo, sfruttamento, CPR, confini e repressione]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">15mila persone hanno attraversato la città contro razzismo, sfruttamento, CPR, confini e repressione. Per dire che nessuna persona è illegale e che non accetteremo di vivere in una società costruita sulla paura, sulla segregazione e sulla guerra tra poveri.</div>
<div dir="auto"></div>
<h2 dir="auto">CPR</h2>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Mentre il governo Meloni investe in deportazioni, detenzione amministrativa e nuovi CPR, noi continuiamo a stare dalla parte di chi lotta per diritti, dignità e libertà. A Castel Volturno come ovunque, i CPR vanno chiusi.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Da Napoli è arrivato un messaggio chiaro: non ci faremo dividere, non ci faremo silenziare</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Leone: &#8220;Facciamo squadra. Non molliamo. Contrastiamo insieme la violenza istituzionale&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:29:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[cinzia leone]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho avuto un confronto con una donna vittima di #violenzaistituzionale una storia che considero uno degli esempi più gravi. Una madre vittima di maltramenti che denuncia, un codice rosso poi archiviato si ritrova schiacciata da un sistema che avrebbe dovuto tutelarla. Ma soprattutto c’è un minore un bambino con disturbo dello spettro autistico. Minore L’interesse]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho avuto un confronto con una donna vittima di <span class="html-span xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak xexx8yu xyri2b x18d9i69 x1c1uobl x1hl2dhg x16tdsg8 x1vvkbs">#violenzaistituzionale</span> una storia che considero uno degli esempi più gravi.</p>
<div dir="auto">Una madre vittima di maltramenti che denuncia, un codice rosso poi archiviato si ritrova schiacciata da un sistema che avrebbe dovuto tutelarla.</div>
<div dir="auto">Ma soprattutto c’è un minore un bambino con disturbo dello spettro autistico.</div>
<div dir="auto"></div>
<h2 dir="auto">Minore</h2>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">L’interesse preminente, superiore dei <span class="html-span xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak xexx8yu xyri2b x18d9i69 x1c1uobl x1hl2dhg x16tdsg8 x1vvkbs">#minori</span> è un principio fondamentale del nostro ordinamento e dovrebbe essere applicato con ancora maggiore rigore(secondo legge) quando si tratta di un bambino autistico, per il quale l’ambiente familiare, la stabilità e la riduzione dello stress non sono dettagli, ma condizioni essenziali di benessere, data una percezione della realtà più amplificata e sensibile.Eppure, da quanto emerge da questa vicenda, a questo bambino vengono imposti incontri in spazio neutro e spostamenti che lo sottopongono a uno stress evidente: quasi un’ora di viaggio in auto, la lontananza dall’ambiente a lui familiare e una situazione che lo destabilizza profondamente. Uno stress che non si interrompe nel tragitto, ma prosegue durante incontri vissuti con sofferenza e rifiuto nei confronti del padre. Nonostante questo, il disagio del bambino viene interpretato dai servizi sociali, curatrice&#8230;giudici come “ostilità” o “manipolazione”,mentre la madre viene etichettata come “ostativa” invece di essere ascoltata nel suo ruolo di protezione.In questo quadro già drammatico, anche gli aspetti economici e professionali legati alla difesa della donna appaiono come un ulteriore peso su una situazione già al limite, con richieste economiche sproporzionate rispetto alla difesa del caso.</div>
<div dir="auto">Veramente, tutto inaudito e surreale.</div>
<div dir="auto">Questa storia merita un’attenzione analitica. Non permetterò che venga ignorata come tante altre.</div>
<div dir="auto">Facciamo squadra. Non molliamo. Contrastiamo insieme la violenza istituzionale.</div>
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		<title>Parrocchia Sant’Andrea Apostolo: dacci oggi il nostro pane quotidiano, il cibo come apertura all&#8217;altro</title>
		<link>https://www.iltabloid.it/2026/06/19/parrocchia-santandrea-apostolo-dacci-oggi-il-nostro-pane-quotidiano-il-cibo-come-apertura-allaltro.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 21:44:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Regione Campania]]></category>
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					<description><![CDATA[*Terzo appuntamento della rassegna “Rel-azioni” con lo chef Alfonso Iaccarino*]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si terrà domani sera, *sabato 20 giugno alle ore 20:00, a Marciano di Massa Lubrense, il terzo incontro della rassegna *“Rel-azioni”*, organizzata dalla **Parrocchia Sant’Andrea Apostolo*.</p>
<p>Protagonista della serata sarà *Alfonso Iaccarino, rinomato chef del ristorante **Don Alfonso, che guiderà il pubblico in una riflessione dal titolo *“Dacci oggi il nostro pane quotidiano – Il cibo come apertura all’Altro”**.</p>
<h2>Significato cibo</h2>
<p>L’incontro si propone di esplorare il significato profondo del cibo non solo come nutrimento fisico, ma come gesto di accoglienza, condivisione e relazione con l’altro. Attraverso la sua esperienza professionale e umana, Iaccarino offrirà una testimonianza su come la cucina possa diventare un linguaggio capace di costruire ponti, incontri e comunità.</p>
<p>L’appuntamento si inserisce nel percorso della rassegna “Rel-azioni”, pensata per offrire momenti di confronto e approfondimento su temi che intrecciano vita quotidiana, spiritualità e relazioni umane.</p>
<p>*L’incontro è aperto alla cittadinanza.*</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>*Per informazioni:*<br />
Parrocchia Sant’Andrea Apostolo – Marciano di Massa Lubrense<br />
Instagram: @chiesa_di_sant_andrea_marciano<br />
X: @DiApostolo80019<br />
Facebook: facebook.com/share/1YgRtoBbvT</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Assegno di mantenimento, illegittima la compensazione con debiti reciproci. Intervista all&#8217;Avv. Alfredo Di Costanzo</title>
		<link>https://www.iltabloid.it/2026/06/19/assegno-di-mantenimento-illegittima-la-compensazione-con-debiti-reciproci-intervista-allavv-alfredo-di-costanzo.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 19:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[avvocato alfredo di costanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[Un errore ricorrente nei rapporti post-familiari consiste nel ritenere operante la compensazione contabile tra l'assegno mensile e le pendenze economiche reciproche. Ne parliamo con l'Avv. Alfredo Di Costanzo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-path-to-node="4">Nel contesto della crisi del nucleo familiare, la determinazione e il regolare adempimento dell&#8217;assegno di mantenimento rappresentano nodi cruciali per la stabilità economica del soggetto debole e della prole. Sovente, tuttavia, l&#8217;insorgenza di debiti e crediti reciproci tra le parti induce l&#8217;obbligato a operare indebite riduzioni o sospensioni del versamento mensile, sul presupposto che operi una sorta di compensazione contabile automatica. Una prassi diffusa, ma totalmente illegittima. Abbiamo approfondito la questione con l’Avv. Alfredo Di Costanzo, titolare dello Studio Legale Di Costanzo.</p>
<h2 data-path-to-node="5"><b data-path-to-node="5" data-index-in-node="0">Avvocato Di Costanzo, molti ritengono che, in presenza di debiti reciproci tra ex coniugi o tra genitore e figlio, sia possibile &#8220;scalare&#8221; tali importi dall&#8217;assegno di mantenimento. Perché non è così?</b></h2>
<p data-path-to-node="6">«È un errore generato da una svalutazione della natura stessa dell&#8217;assegno. Nel diritto civile ordinario la compensazione tra debiti e crediti reciproci è una regola comune, ma nel diritto di famiglia i parametri cambiano radicalmente. L&#8217;assegno di mantenimento ha una funzione essenziale e costituzionalmente orientata: garantire il sostentamento e la tutela delle esigenze quotidiane di vita del beneficiario. Proprio per questa ragione, la legge gli riconosce una protezione particolare e rigida, del tutto assimilabile a quella prevista per i crediti alimentari. Di conseguenza, l&#8217;articolo 1246 del Codice Civile esclude categoricamente che crediti di altra natura possano intaccare somme destinate alla sopravvivenza o alla dignità della persona.»</p>
<h2 data-path-to-node="7"><b data-path-to-node="7" data-index-in-node="0">Cosa rischia, concretamente, il soggetto obbligato che decide di autoridursi l&#8217;assegno ritenendosi a sua volta creditore?</b></h2>
<p data-path-to-node="8">«Rischia di esporsi a gravissime conseguenze sia patrimoniali che processuali. Chi è obbligato al pagamento non può ridurre unilateralmente l&#8217;importo dovuto compensandolo con presunti crediti vantati nei confronti dell&#8217;ex coniuge o dei figli — come ad esempio quote di spese straordinarie non anticipate o vecchi prestiti. Operare una simile decurtazione equivale legalmente a un inadempimento parziale o totale. Il beneficiario ha pieno titolo per attivare immediatamente le tutele esecutive, come il precetto e il pignoramento, per recuperare le somme decurtate. Inoltre, nei casi più gravi connessi al mantenimento dei figli o del coniuge incolpevole, l&#8217;omesso o parziale versamento può integrare fattispecie di rilevanza penale.»</p>
<h2 data-path-to-node="9"><b data-path-to-node="9" data-index-in-node="0">Se un ex partner vanta dei crediti effettivi e documentati, come deve muoversi per non violare la legge?</b></h2>
<p data-path-to-node="10">«La regola d&#8217;oro è l&#8217;autonomia delle azioni. Eventuali crediti legittimi devono essere fatti valere separatamente nelle sedi competenti. Non si può fare giustizia da sé alterando un titolo giudiziale. Bisogna avviare un&#8217;azione ordinaria o un separato procedimento per ottenere il recupero di quanto dovuto dall&#8217;ex partner, mantenendo però rigorosamente intatto e puntuale il versamento del mantenimento mese dopo mese.»</p>
<h2 data-path-to-node="11"><b data-path-to-node="11" data-index-in-node="0">Nel Suo testo di riferimento si parla anche di &#8220;forme alternative di pagamento&#8221; come potenziale inesatto adempimento. Cosa si intende?</b></h2>
<p data-path-to-node="12">«Questo è un altro scenario tipico: il coniuge obbligato decide di non versare l&#8217;assegno in denaro ma, ad esempio, provvede direttamente a pagare la spesa, le utenze della casa o l&#8217;abbonamento della palestra del figlio. Ebbene, se queste forme alternative di pagamento non sono state preventivamente concordate tra le parti in forma scritta o espressamente autorizzate dal giudice, esse vengono considerate a tutti gli effetti un inesatto adempimento. La legge tutela il diritto del beneficiario di gestire liberamente la somma liquida per le proprie esigenze interne; le dazioni dirette di beni o servizi non liberano il debitore dall&#8217;obbligo monetario.»</p>
<h2 data-path-to-node="13"><b data-path-to-node="13" data-index-in-node="0">Qual è l&#8217;orientamento attuale dei Tribunali su questo specifico argomento?</b></h2>
<p data-path-to-node="14">«Recentemente, la giurisprudenza di merito ha ribadito con forza che la tutela del mantenimento deve essere garantita con lo stesso rigore sia ai figli sia all&#8217;ex coniuge debole, escludendo qualsiasi meccanismo contabile o pretesto burocratico che possa comprimere o ritardare il soddisfacimento delle loro esigenze essenziali. C&#8217;è una chiara inversione di tendenza verso una parità di tutela assoluta. In materia di famiglia, il rispetto delle decisioni giudiziarie è fondamentale: aggirarle con logiche commerciali o compensazioni arbitrarie non fa altro che inasprire il conflitto e danneggiare pesantemente, anche sotto il profilo delle spese legali, l&#8217;obbligato inadempiente.»</p>
<p data-path-to-node="16"><b data-path-to-node="16" data-index-in-node="0">Avv. Alfredo Di Costanzo</b> <i data-path-to-node="16" data-index-in-node="25">Studio Legale Di Costanzo</i> <b data-path-to-node="16" data-index-in-node="51">Le nostre sedi:</b> Napoli | Rimini | Vico Equense | Rozzano (MI)</p>
<p data-path-to-node="17"><b data-path-to-node="17" data-index-in-node="0">Cell:</b> 328.5838164</p>
<p data-path-to-node="18"><b data-path-to-node="18" data-index-in-node="0">PEC:</b> alfredodicostanzo@avvocatinapoli.legalmail.it</p>
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		<item>
		<title>Papa Leone XIV: &#8220;L&#8217;idolatria del profitto disumanizza, costruiamo la civiltà dell&#8217;amore&#8221;</title>
		<link>https://www.iltabloid.it/2026/06/19/papa-leone-xiv-lidolatria-del-profitto-disumanizza-costruiamo-la-civilta-dellamore.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 18:43:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Leone XIV]]></category>
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					<description><![CDATA[Saluto e plauso del Papa alla prima edizione dell'iniziativa "I dialoghi del Borgo" che in questi giorni ha riunito a Castel Gandolfo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’amore sia l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale. Il Papa ringrazia quanti hanno partecipato alla due giorni che si chiude oggi, 19 giugno, nei Giardini pontifici di Castel Gandolfo, per la prima edizione de &#8220;I dialoghi del Borgo&#8221; organizzata dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ insieme a University of Notre Dame, Deloitte Switzerland e Handshake Strategies. È stato un evento che ha aperto le porte del Borgo Laudato si&#8217; ad attori internazionali di imprese, ong, atenei, membri della società civile e del mondo ecclesiale. Tra i temi dibattuti, in uno stile ampiamente sinodale, l’intelligenza artificiale e il suo rapporto con l’umanità, l’invecchiamento e la vitalità, lo sport e la diplomazia e il futuro della sostenibilità.</p>
<h2>Reimmaginare la guida morale di un mondo frammentato</h2>
<p>Il Papa, nel suo saluto in inglese, riconosce che questa iniziativa bene interpreta l&#8217;auspicio di intraprendere nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Davanti ai partecipanti, invitati nella Sala del Concistoro del palazzo apostolico, la definisce un &#8220;primo passo di un processo&#8221;. La direzione è chiara:</p>
<p><i>[&#8230;] rinnovare e reimmaginare la guida morale in un mondo che oggi appare frammentato e dimentico delle proprie radici storiche.</i></p>
<h2>Costruire la civiltà dell&#8217;amore</h2>
<p>Attraverso un ascolto &#8220;dal basso&#8221;, le giornate di condivisione sono state importanti e produttive, all&#8217;insegna di quella indicazione esplicita, contenuta nella enciclica di Leone <i>Magnifica Humanitas, </i>di promuovere<i> </i>occasioni di incontro per far affiorare modi e vie attraverso cui contrastare la &#8220;cecità culturale e spirituale&#8221; che il mondo vive. Il Papa fornisce l&#8217;antidoto:</p>
<p><i>Dinanzi alla tentazione di costruire la “torre di Babele”, che rappresenta l’idolatria del profitto a scapito dei più vulnerabili e fa aumentare il rischio della disumanizzazione, siamo chiamati a contribuire alla costruzione della Nuova Gerusalemme, la civiltà dell’amore, in cui l’amore è l’unico principio guida della vita economica, politica e culturale.</i></p>
<h2>Servono cura e tenerezza</h2>
<p>Il ringraziamento del Papa è unito all&#8217;incoraggiamento per il prosieguo della proposta che è previsto si replicherà in nuovi contesti con passi ulteriori su questo solco. L&#8217;impostazione è sempre quella di &#8220;coniugare la conoscenza locale con la responsabilità globale e a far avanzare un processo volto a plasmare una leadership coraggiosa, oggi tanto necessaria&#8221;.</p>
<p><i>Il Signore benedica i vostri sforzi e vi doni la grazia di essere umili costruttori della Nuova Gerusalemme, la città di Dio, che offre acqua viva agli assetati e cure, riconoscimento, parole gentili e mani capaci di tenerezza a ogni essere umano.</i></p>
<p>Fonte: vaticannews.it</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Lezzi: &#8220;La risposta di Meloni alla bordata di Trump, dimostra ulteriormente la pochezza della Presidente&#8221;</title>
		<link>https://www.iltabloid.it/2026/06/19/lezzi-la-risposta-di-meloni-alla-bordata-di-trump-dimostra-ulteriormente-la-pochezza-della-presidente.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 16:04:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[barbara lezzi]]></category>
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					<description><![CDATA[Si è accorta ora di chi è Trump, adesso che ha toccato la sua suscettibilità. Fino a ieri lavorava per dargli il Premio Nobel]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<div dir="auto">La risposta di Meloni alla bordata di Trump, dimostra ulteriormente la pochezza della Presidente.</div>
<div dir="auto">Si è accorta ora di chi è Trump, adesso che ha toccato la sua suscettibilità. Fino a ieri lavorava per dargli il Premio Nobel e ora dice che non è abbastanza determinato contro i nemici dell&#8217;Occidente.</div>
<div dir="auto"></div>
<h2 dir="auto">Forse perché con l&#8217;Iran si è accucciato come fa lei con Israele?</h2>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Fino a ieri diceva di esserne tanto amica e di avere lo stesso carattere tanto da rendere inutile qualsiasi chiarimento in caso di qualche screzio e oggi è diventato uno che mente e neache per la prima volta! Quindi, per Meloni, Trump è diventato bugiardo oggi perché si è reso colpevole di lesa maestà.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Decisamente scoraggiante e ancora più avvilente è il fatto che la Presidente può permettersi questi strafalcioni perché ha reso tutta la stampa schiava del governo ed ora la incenseranno e ne nasconderanno la mediocrità.</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Conte: &#8220;L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata&#8221;</title>
		<link>https://www.iltabloid.it/2026/06/19/conte-litalia-non-merita-di-ritrovarsi-cosi-platealmente-mortificata.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 15:52:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe conte]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È del tutto inaccettabile, poi, che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali. Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="xdj266r x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs x126k92a">
<div dir="auto">L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È del tutto inaccettabile, poi, che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali. Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese, che deve difendere la sua dignità, la sua credibilità, la sua grandezza.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Arriva Cerbero, l’anticiclone africano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Di Costanzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 15:47:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Meteo]]></category>
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					<description><![CDATA[Sardegna e Sicilia: saranno le zone più calde, con punte di 40-45°C all'interno e venti caldi dal deserto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il termometro sale e l’afa si fa più intensa: è colpa di <strong>Cerbero</strong>, il temuto anticiclone africano che si sta espandendo sull’Italia e toccherà il suo culmine questo weekend, in coincidenza con il solstizio d’estate. Battezzato con il nome del mitologico cane a tre teste posto a guardia dell’Inferno, questo fenomeno promette di portare sul nostro Paese un’atmosfera davvero soffocante.</p>
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<h2 id="h-perche-cerbero-e-cosi-infernale" class="wp-block-heading"><strong>PERCHE’ CERBERO E’ COSI’ INFERNALE?</strong></h2>
<p>A differenza degli anticicloni delle Azzorre, che storicamente portavano il classico tempo estivo mediterraneo (caldo ma ventilato), Cerbero ha un’origine <strong>subtropicale continentale</strong>.</p>
<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Origine Sahariana:</strong> L’alta pressione si origina sopra il deserto del Sahara. Muovendosi verso nord, trascina con sé masse d’aria caldissima e secca in quota.</li>
<li><strong>Effetto Subsidenza:</strong> Man mano che l’anticiclone si stabilizza sull’Italia, l’aria viene schiacciata verso il basso. Questo processo (chiamato <em>subsidenza</em>) comprime l’aria, riscaldandola ulteriormente e intrappolando il calore e l’umidità nei bassi strati (la cosiddetta “afa”).</li>
<li><strong>Notti Tropicali:</strong> Il vero problema non è solo il picco diurno, ma l’assenza di refrigerio notturno. Con temperature che non scendono sotto i <strong>20-25°C</strong> nemmeno a mezzanotte, il corpo umano non riesce a recuperare lo stress termico.</li>
<li>Fonte: agenzia dire</li>
</ul>
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