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	<title>iMille » iMille – Le cose cambiano</title>
	
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	<description>Le cose cambiano - Rivista per il rinnovamento dell'Italia.</description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 May 2013 20:25:53 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Via l’IMU o via noi!</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 09:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio Bovi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia & Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Maurizio Bovi. Il geniale politico ha un diktat, una conditio sine qua non che ultimamente ripete come un mantra: via l’IMU, altrimenti via noi. Fantastico, leviamo l’IMU e l’Italia spazzerà via tutti...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Maurizio Bovi.</p>
<div id="attachment_22249" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.flickr.com/photos/b-mike/6005588620/"><img class="size-full wp-image-22249" alt="By °mic°" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/6005588620_c74ce2dffb_z-e1368784151980.jpg" width="590" height="395" /></a><p class="wp-caption-text">By °mic°</p></div>
<p>Il geniale politico ha un diktat, una conditio sine qua non che ultimamente ripete come un mantra: via l’IMU, altrimenti via noi. Fantastico, leviamo l’IMU e l’Italia spazzerà via tutti i suoi problemi socio-economici! La “logica” economica è che, non pagando l’IMU, ripartirebbero i consumi e gli investimenti. Ecco le parole di Berlusconi recentemente pronunciate al TG4: “È cosa buona e giusta quella di non far pagare l’IMU a giugno, è cosa ingiusta quella di aver introdotto un&#8217;imposta sulla casa come l’IMU. È un’imposta che tocca il bene più sacro, il pilastro su cui ogni famiglia ha il diritto di costruire la sicurezza propria e dei figli. Andare a toccare la casa induce paura, timore nella psicologia delle famiglie; ciò comporta una negatività diffusa, per cui le famiglie cominciano ad avere incertezze, a consumare meno e a non investire più”.</p>
<p>Pur con tutte le note differenze, l’ICI e l’IMU sono imposte abbastanza simili nel senso di colpire la casa. Infatti Berlusconi vuole eliminare l’IMU proprio come nel giugno 2008 eliminò l’ICI, che era in vigore dal 1992. Dato che grazie a Berlusconi abbiamo vissuto un periodo senza IMU/ICI, si può andare a vedere come la presenza e l’assenza di questo odiato balzello abbia inciso su quello che il nostro chiama la “negatività diffusa” e se questo atteggiamento abbia indotto a “consumare meno e a non investire più”. Il grafico seguente riporta l’andamento del clima di fiducia delle famiglie italiane negli ultimi decenni. Prima di commentare il grafico, una premessa è doverosa. Questo genere di analisi, per avere un minimo di scientificità, dovrebbe tentare di isolare l’effetto dell’imposta da tutto il resto. Diciamo che io la propongo qui così come Berlusconi la propone nei TG. Anzi, io almeno mi avventuro in qualche grafico.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-22247" alt="IMU" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/IMU-e1368783770103.jpg" width="590" height="287" /></p>
<p>Dai dati si può facilmente notare come il periodo in cui, pur tra alti e bassi, si materializza la “negatività diffusa” di cui parla Berlusconi è l’inizio del millennio in corso. In modo perfido si potrebbe dire che il pessimismo cosmico coincide con il “decennio di Berlusconi”. Ma torniamo a noi. La negatività indotta dall’ICI-IMU non coincide con l’entrata in vigore dell’imposta sulla casa: per circa un decennio (1992-2001), dover pagare l’ICI non ha inciso sulla fiducia degli italiani. D’altronde, la parte “No-ICI” di cui agli anni 2008-2012 non mostra un trend crescente. Sembra piuttosto seguire un sentiero di discesa intervallato da riprese piuttosto effimere. Più o meno lo stesso si può dire con riferimento ai mesi di vigenza dell’IMU montiana (cfr. la parte finale grigia del grafico).</p>
<p>Il seguente grafico dà conto dell’andamento della variazione congiunturale dei consumi delle famiglie italiane in termini reali.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-22248" alt="IMU2" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/IMU2.jpg" width="587" height="304" /></p>
<p>Si vede abbastanza chiaramente che l’imposta che “tocca quanto di più sacro ha la famiglia italiana” non pare averne influenzato negativamente i consumi. Dettagliando un po’ di più si può dire, ad esempio, che l’abolizione dell’ICI del giugno 2008 è stata seguita da un calo nei consumi, mentre l’introduzione dell’IMU nel 2012 è stata contestuale a un rimbalzo dei consumi  (per l’andamento degli investimenti, che certo ha problemi ben diversi dall’IMU, si veda il mio precedente <a href="http://www.imille.org/2013/04/il-balzo-indietro-dellitalia/" target="_blank">post</a>).</p>
<p>Naturalmente, avvenimenti come la crisi dei mercati finanziari culminata con il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers hanno inciso non poco su queste evoluzioni. Ma il punto è proprio questo: ricattare un governo per far abolire un’imposta potrebbe essere lecito, al limite, se dietro ci fossero studi seri e approfonditi sulle conseguenze economiche della stessa. In proposito, è forse opportuno richiamare <a href="http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/recommendations_2011/swp_italy_it.pdf" target="_blank">quanto recentemente</a> ha scritto la Commissione Europea sulle principali priorità che il nostro Paese si trova di fronte (suggerimenti simili si trovano nei rapporti del FMI, dell’OCSE, ecc.): “carenze strutturali di lunga data hanno ridotto la capacità dell’Italia di resistere agli shock economici e di assorbirli (…). L’elevato debito pubblico continua a pesare notevolmente sull’economia italiana (…). La perdita di competitività esterna dell’economia italiana evidenzia il problema dell’Italia in relazione alla crescita della produttività”. Dell’IMU, gli analisti della Commissione si sono occupati solo per dire che l’IMU potrebbe aver influito sul mercato immobiliare, il quale, però, è “indebolito considerevolmente soprattutto a causa della profonda recessione economica e della limitata capacità di accedere ai finanziamenti.”</p>
<div></div>
<div></div>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Più polizze per tutti</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 13:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emidio Picariello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti & Società]]></category>
		<category><![CDATA[copertura assicurativa]]></category>
		<category><![CDATA[gay]]></category>
		<category><![CDATA[scalfarotto]]></category>

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		<description><![CDATA[di Emidio Picariello. &#160; Mettiamo un po’ d’ordine nella questione dell’estensione della polizza di assistenza sanitaria ai conviventi degli omosessuali che siedono in parlamento. I Parlamentari devono obbligatoriamente sottoscrivere una polizza sanitaria a...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Emidio Picariello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_22238" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.flickr.com/photos/agenziami/2553550894/"><img class="size-full wp-image-22238" alt="Foto di agenziami" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/parlamento2.jpg" width="500" height="375" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di agenziami</p></div>
<p>Mettiamo un po’ d’ordine nella <a href="http://www.linkiesta.it/telese-diritti-gay">questione</a> dell’estensione della polizza di assistenza sanitaria ai conviventi degli omosessuali che siedono in parlamento.</p>
<p>I Parlamentari devono obbligatoriamente sottoscrivere una polizza sanitaria a pagamento. Possono &#8211; pagando in più &#8211; aggiungere il marito, la moglie o il convivente <em>more uxorio</em>. Nella scorsa legislatura Anna Paola Concia aveva chiesto di pagare in più per sua moglie (sono sposate in Germania) Ricarda. Non le era stato risposto, sono passati i cinque anni, non ha potuto fare ricorso. Di fatto tutti i parlamentari, pagando, potevano coprire il proprio coniuge, tranne i parlamentari omosessuali. Cosa è successo oggi? Scalfarotto ha fatto la stessa richiesta. Gli è stato risposto &#8211; con un voto dell’ufficio di Presidenza della Camera &#8211; che poteva <a href="http://www.ivanscalfarotto.it/2013/03/14/la-legge-come-scritta/">farlo</a>.</p>
<p>Resta un fatto: chiunque vada in un’agenzia assicurativa può stipulare una polizza identica a quella dei parlamentari, pagando, come fanno loro, coprendo il convivente <em>more uxorio</em>, come fanno loro, coprendo il convivente omosessuale, come fanno loro. Quindi, in questo caso, non esiste nessun “privilegio della casta” (forse condizioni migliori di quelle che si trovano sul mercato? Sarebbe da verificare). Si tratta solo dell’affermazione di un principio: alla Camera, quello che vale per gli etero vale per gli omosessuali.</p>
<p>Stabiliti i fatti, si scopre che non c’è nulla di cui indignarsi, anzi: se siete fra quelli che credono che una società in cui le coppie etero e le coppie gay sono uguali, dovreste essere contenti. Sono segnali, alcuni meno importanti, come questo, altri più importanti, come il fatto che domani Scalfarotto, Tinagli e Zan presenteranno una proposta di legge contro l&#8217;omofobia e la transfobia, scritta dalla Rete Lenford e firmata da più di 200 parlamentari di molti partiti diversi.</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
<div class="shr-publisher-22237"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:none;height:30px;'><a class='shareaholic-fblike' data-shr_layout='button_count' data-shr_showfaces='false' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/piu-polizze-tutti/' data-shr_title='Pi%C3%B9+polizze+per+tutti+'></a><a class='shareaholic-googleplusone' data-shr_size='medium' data-shr_count='true' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/piu-polizze-tutti/' data-shr_title='Pi%C3%B9+polizze+per+tutti+'></a><a class='shareaholic-tweetbutton' data-shr_count='horizontal' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/piu-polizze-tutti/' data-shr_title='Pi%C3%B9+polizze+per+tutti+'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div class="feedflare">
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		<title>Slovenia a un passo dalla crisi</title>
		<link>http://www.imille.org/2013/05/slovenia-passo-dalla-crisi/</link>
		<comments>http://www.imille.org/2013/05/slovenia-passo-dalla-crisi/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 May 2013 10:31:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raoul Minetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia & Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Slovenia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luigi Marattin. In principio fu la Grecia, nel maggio 2010. La scoperta di un&#8217;errata classificazione nella contabilità nazionale di uno strumento finanziario derivato (mirato a far apparire il disavanzo pubblico più basso...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Luigi Marattin.</p>
<div id="attachment_22229" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><img class="size-full wp-image-22229" alt="slovenia by Fernando Stankuns" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/3889291239_f07180ac60_z.jpg" width="640" height="424" /><p class="wp-caption-text">slovenia by Fernando Stankuns</p></div>
<p>In principio fu la Grecia, nel maggio 2010. La scoperta di un&#8217;errata classificazione nella contabilità nazionale di uno strumento finanziario derivato (mirato a far apparire il disavanzo pubblico più basso di quanto in realtà fosse) accese i riflettori su una situazione di bilancio pubblica ormai insostenibile. L’anno seguente a perdere l’accesso al mercato dei capitali furono altre due economie europee periferiche: l’Irlanda e il Portogallo. L’ex “tigre celtica” perché schiacciata dal crollo immobiliare che aveva completamente travolto il sistema bancario; il paese lusitano, invece, era danneggiato da un perdurante mix di scarsa crescita e bassa competitività esterna. Pochi mesi fa è stato il turno della piccola economia cipriota, il cui settore bancario – gravemente contagiato dal default greco &#8211; aveva raggiunto dimensioni pari a 8 volte il prodotto nazionale.</p>
<p>In questi giorni, a tre anni esatti dallo scoppio della crisi greca, è un’altra piccola economia dell’area-euro a vedere pericolosamente avvicinarsi lo spettro del default. E ancora una volta, come accadde per l’Irlanda, si tratta di un paese che fino a poco tempo fa veniva additato come esempio all’interno della comunità internazionale: la Slovenia<a title="" href="file:///C:/Users/marco/Downloads/slovenia.docx#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Due milioni di abitanti, nessun apparente problema di finanza pubblica: il debito pubblico è di poco superiore al 50% del Pil, quasi la metà della media OCSE, con un  debito netto – scontando gli asset posseduti dal governo – addirittura quasi nullo, pari a poco più del 3% del Pil. Gli spread sui titoli decennali si sono quasi sempre mantenuti a livelli inferiori di quelli italiani per tutto il periodo più “caldo” della crisi dei debiti sovrani. Non vi è nemmeno un evidente problema di indebitamento privato: il rapporto tra debito delle famiglie e reddito disponibile ancora nel 2011 si collocava al 52,6%, addirittura il terzo miglior risultato nei paesi OCSE (inferiore del 33% al dato italiano). E l’indebitamento delle imprese non-finanziarie in rapporto al capitale (141%) solo leggermente superiore alla media. Un livello di competitività di costo<a title="" href="file:///C:/Users/marco/Downloads/slovenia.docx#_ftn2">[2]</a> dal 2000 al 2012 migliore del 16,6% rispetto ai paesi cosiddetti CEEC (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia), dell’8,36% rispetto all’Italia, e peggiore solo del 6% rispetto alla confinante Austria. Nessun drammatico problema di export, visto che la “export performance”<a title="" href="file:///C:/Users/marco/Downloads/slovenia.docx#_ftn3">[3]</a> – nonostante inferiore a quella dei CEEC &#8211; rimane ancora nel 2012 in linea con quella tedesca, superiore di 20 punti all’Austria (e di 43 all’Italia). Inflazione e disoccupazione in linea con la media Ue, o addirittura di poco inferiori.</p>
<p>Ma se i debiti dello Stato e delle famiglie erano tra i più bassi in giro, le imprese indebitate più o meno nella media, e la competitività (esterna ed interna) di tutto rispetto, allora cosa è successo alla Slovenia?</p>
<p>La radice del problema sta nella governance del sistema bancario, e nelle scelte sbagliate di allocazione del credito. In Slovenia vi è un’anomala presenza di banche pubbliche. Circa il 40% dei prestiti bancari sono stati erogati da istituti di credito controllati dal governo, che costituiscono l’ossatura del sistema bancario nazionale. Il rapporto OCSE parla esplicitamente di “misallocation of credit” e addirittura – citando il rapporto della Commissione Slovena per la Prevenzione della Corruzione &#8211; di scelte legate a probabili dinamiche di corruzione diffusa. L’episodio paradigmatico riguarda le due banche pubbliche maggiori, la Nova Ljublijanska Banka e la Nova Kreditna Banka Maribor, che hanno prestato rispettivamente il 20% e il 15% del loro capitale ad un solo soggetto. Questo comportamento –  in palese violazione di ogni elementare principio di diversificazione del rischio – è ancor più incomprensibile se si pensa che l’impresa in questione (una holding finanziaria chiamata Zvon Ena) era da tempo alle prese con procedure di bancarotta. Le banche pubbliche hanno commesso altri gravi errori nelle loro politiche di allocazione del credito: i prestiti sono stati elargiti a piene mani (il rapporto tra prestiti e PIL è salito dal 40% del 2003 al 92% del 2011), ma in direzione completamente sbagliata, visto che la percentuale dei crediti in sofferenza è la quarta più alta dei paesi OCSE, dopo Grecia, Irlanda e Ungheria. E più della metà di questi prestiti in sofferenza sono stati elargiti da banche pubbliche. Le sciagurate scelte creditizie si evidenziano anche – ma qui la Slovenia è in ottima compagnia – in un indebitamento del settore edilizio che ha ormai raggiunto il 315% del capitale.</p>
<p>Quando un sistema bancario si poggia su una così larga porzione di banche pubbliche, e quando esse compiono scelte che non mirano all’allocazione ottimale del credito ma al perseguimento di logiche politiche, la prima conseguenza è la necessità di iniettare grandi quantità di denaro pubblico per ripianare le perdite dei bilanci delle banche. Ma quanto più la dimensione dell’errore è stata grande in origine, tanto più è difficile poi evitare il doppio circolo vizioso: uno sul versante pubblico (maggior deficit, maggior debito, maggiori interessi, meno crescita, maggior deficit, ecc) e l’altro sul versante privato (necessità di un massiccio deleveraging che deprime la domanda aggregata). Molto difficile, allora, invertire la rotta verso il precipizio. E qui ci si ricongiunge ai percorsi già compiuti dagli altri paesi dell’area Euro, i quali, seppur con genesi diverse, sono quasi tutti giunti allo stesso stadio: la necessità di provvedere con denaro pubblico a massicce ricapitalizzazioni del sistema bancario. Nel caso sloveno, la situazione appare particolarmente grave. Il rapporto OCSE cita uno studio secondo cui, al 26 dicembre 2012, il valore di mercato della seconda e terza banca del paese era sceso rispettivamente al 12% e 13% dei loro valori di patrimonio netto. In pratica, il sistema bancario pubblico sloveno è stato spazzato via.</p>
<p>Che cosa ci insegna il calvario del quinto stato dell’area Euro a finire in guai seri? Beh, sicuramente ci consolida le ormai (speriamo) acquisite lezioni: l’importanza della stabilità finanziaria oltre a quella monetaria, la necessità di spezzare il legame tra sistema bancario nazionale e bilanci statali (accelerando il più possibile il progetto di cosiddetta Unione Bancaria), la necessità di costruire un sistema di regolamentazione bancaria in grado di segnalare per tempo gli squilibri finanziari e non solo correre a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Però il caso sloveno ci consegna anche una considerazione interessante: stavolta a creare il problema sono state (per la maggior parte) le banche pubbliche, che hanno fatto scempio dei depositi dei correntisti (e del capitale, anch’esso pagato dai contribuenti) per perseguire finalità che sotto l’ipocrisia dell’interesse pubblico nascondevano in realtà i più biechi interessi privati e di mantenimento del potere. Tutto questo non veniva magicamente cancellato o scongiurato dal solo fatto che la banca fosse pubblica, e quindi – nelle convinzioni di qualche anima pia o forse anche un po’ meno pia &#8211; necessariamente e magicamente votata al perseguimento dell’interesse generale.</p>
<p>Una lezione che forse può essere utile ricordare anche al di qua del confine sloveno.</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="file:///C:/Users/marco/Downloads/slovenia.docx#_ftnref1">[1]</a> Tutti i dati citati sono tratti dal rapporto OCSE  “Economic Survey of Slovenia 2013”, disponibile al seguente indirizzo: http://www.oecd.org/eco/surveys/slovenia-2013.htm</p>
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<p><a title="" href="file:///C:/Users/marco/Downloads/slovenia.docx#_ftnref2">[2]</a> Definita come tasso di cambio reale effettivo basato sul costo unitario del lavoro, per l’intera economia.</p>
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<p><a title="" href="file:///C:/Users/marco/Downloads/slovenia.docx#_ftnref3">[3]</a> Definita come rapporto tra i volumi di esportazione e mercati di esportazione.</p>
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<p>iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
<div class="shr-publisher-22228"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:none;height:30px;'><a class='shareaholic-fblike' data-shr_layout='button_count' data-shr_showfaces='false' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/slovenia-passo-dalla-crisi/' data-shr_title='Slovenia+a+un+passo+dalla+crisi'></a><a class='shareaholic-googleplusone' data-shr_size='medium' data-shr_count='true' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/slovenia-passo-dalla-crisi/' data-shr_title='Slovenia+a+un+passo+dalla+crisi'></a><a class='shareaholic-tweetbutton' data-shr_count='horizontal' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/slovenia-passo-dalla-crisi/' data-shr_title='Slovenia+a+un+passo+dalla+crisi'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div class="feedflare">
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		<title>Educazione civica, educazione al digitale</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 08:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iMille</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[cultura digitale]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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		<description><![CDATA[di Andrea Boscaro. L&#8217;abbandono annunciato di Twitter da parte di Enrico Mentana ha concluso giorni delicati al rapporto che i social media hanno non solo con giornalisti e celebrities, ma più in generale...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Andrea Boscaro.</p>
<div id="attachment_22218" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.flickr.com/photos/irisheyes/3086453056/"><img class="size-full wp-image-22218" alt="By Irish Typepad" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/3086453056_4bcd7e9aae_z-e1368453313754.jpg" width="590" height="443" /></a><p class="wp-caption-text">By Irish Typepad</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;abbandono annunciato di Twitter da parte di Enrico Mentana ha concluso giorni delicati al rapporto che i social media hanno non solo con giornalisti e celebrities, ma più in generale con lo spazio pubblico e le istituzioni: il Presidente della Camera Laura Boldrini, soggetta ad insulti e offese che si sono, come spesso accade, trincerate dietro l&#8217;anonimato, ha sollevato più di un dubbio sul fatto che l&#8217;attuale normativa sia sufficiente a contenere il modo ben poco civile di usare la Rete da parte di alcuni nostri connazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio è però che una &#8220;legge per Internet&#8221; sia l&#8217;ennesimo ricorrere nel nostro Paese a risolvere i problemi per via legislativa senza in realtà affrontare più come concretamente le modalità con le quali i diritti &#8211; in questo caso di espressione e parallelamente di tutela dell&#8217;onorabilità delle persone &#8211; possano essere protetti grazie all&#8217;applicazione delle leggi esistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un trattamento particolare riservato ad Internet rifletterebbe inoltre una visione separata di ciò che accade in Rete rispetto alla vita &#8220;fisica&#8221;, visione superata non solo da come Internet è entrata nella quotidianità delle nostre vite, ma anche dalla diffusione che hanno social media e smartphone, fattori che sembrano destinati a rendere sempre più uniti il comportamento digitale e il comportamento “offline” dei nostri concittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre pertanto agire su due fronti: adeguare le procedure e le risorse poste a tutele dei diritti a rischio rispetto a un contesto che è cambiato e operare per far prendere coscienza agli italiani che la Rete non è la curva di uno stadio dietro alla cui folla trincerarsi, ma un ambiente controllato e soggetto alle stesse regole della vita di tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">La Polizia Postale è il primo soggetto che deve essere aiutato ad espletare al meglio il proprio lavoro con infrastrutture adeguate, regolamenti più snelli e continua formazione per un mondo che nasconde tanto tecniche sofisticate quanto non facile accesso alle informazioni: il lavoro meritorio dei responsabili spesso si scontra con l&#8217;opacità delle piattaforme digitali e deve quindi essere legittimato sia cambiando il nome &#8211; Polizia &#8220;Postale&#8221; &#8211; al fine di trasmetterne il ruolo sempre più importante e concreto nelle nostre vite a partire dal digitale sia prendendo coscienza che i social media non sono, da parte dello Stato, una minaccia da demonizzare, ma soggetti privati, e spesso stranieri, con cui interloquire anche in sede comunitaria nel loro stesso interesse di sviluppo sul nostro mercato, in particolare per ciò che concerne il reato di furto di identità che deve essere al più presto normato e tutelato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo fattore è tutto culturale e deve agire sia dal lato delle istituzioni che dei cittadini. Non è irragionevole immaginare che la nuova educazione civica oggi debba  soprattutto essere &#8220;educazione al digitale&#8221;: dai fenomeni del cyberbullismo ad aspetti relativi alla consapevolezza della protezione della privacy, a partire dai più giovani gli italiani hanno bisogno di prendere coscienza delle cautele &#8211; ed ovviamente anche delle opportunità &#8211; che il digitale rappresenta: la forte trasformazione che la scuola vivrà da oggi al 2014 è una eccezionale chance per introdurre semi di innovazione e coscienza critica nell&#8217;uso dei social media per la generazione dei nativi digitali. Ne trarrà beneficio il nostro spazio civile e la produttività del nostro sistema economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi riveste un ruolo pubblico deve infine prende atto che affacciarsi ai social media non è una moda né tanto meno un obbligo: se è auspicabile che la Pubblica Amministrazione si avvalga delle piattaforme digitali per intraprendere percorsi di trasparenza, ascolto e collaborazione con le associazioni e i cittadini non è detto che debbano farlo i loro singoli rapprentanti se non con le stesse accortezze in termini di strategia e di risorse allocate per perseguirla.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere presenti sui social media significa sentirsi responsabili non solo del proprio ruolo politico, ma del canale di comunicazione che si sta aprendo e, così come si adottano strutture e procedure per gli uffici e le funzioni della PA, altrettanto attentamente il singolo leader dovrà attrezzarsi per interloquire con gli utenti nel rispetto della promessa di ascolto che sta facendo rimandando ai canali preposti laddove necessario, rispondendo direttamente laddove opportuno, difendendosi nelle sedi appropriate laddove necessario: se si percepisce che questo canale entra in cortocircuito la colpa non sarà di Twitter o Facebook, ma del sistema su cui Twitter o Facebook si trovano ad agire.</p>
<p style="text-align: justify;">La relazione diretta e digitale tra leader politico o figura istituzionale e cittadini non può essere una scorciatoia rispetto a pratiche che, proprio avvalendosi del digitale, possano conseguire risultati più concreti: ecco perché é soprattutto il movimento degli Open Data e dell&#8217;Open Government che deve essere difeso, promosso, accelerato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale relazione diretta non deve essere neppure una foglia di fico che nasconde il delicato rapporto tra Stato e società: è una relazione virtuosa se insiste su un ambiente sano, ma diventa un boomerang se opera in un contesto non trasparente, non efficiente, non capace di suscitare fiducia e aiuto. Internet non è un mondo virtuale: è la risposta che la nostra generazione sta dando alla complessità dei problemi che si trova ad affrontare e, per molti aspetti, sarà sempre più il nostro modo di vivere.</p>
<p>iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Il risparmio energetico in salsa italiana</title>
		<link>http://www.imille.org/2013/05/il-risparmio-energetico-salsa-italiana-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 06:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terenzio Longobardi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia & Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[politiche energetiche]]></category>
		<category><![CDATA[risparmio energetico]]></category>

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		<description><![CDATA[di Terenzio Longobardi. La notizia di questi giorni, fornita dal Ministero dello Sviluppo Economico nel Bilancio Energetico nazionale (BEN), è che nel 2012 il Consumo Interno Lordo di energia italiano è ulteriormente calato...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Terenzio Longobardi.</p>
<div id="attachment_22189" class="wp-caption aligncenter" style="width: 586px"><a href="http://www.imille.org/2013/05/bioedilizia/" rel="attachment wp-att-22189"><img class=" wp-image-22189 " alt="Bioedilizia 2 di unit20072007" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/bioedilizia.jpg" width="576" height="439" /></a><p class="wp-caption-text">Bioedilizia 2 di unit20072007</p></div>
<p>La notizia di questi giorni, fornita dal Ministero dello Sviluppo Economico nel <a href="http://dgerm.sviluppoeconomico.gov.it/dgerm/">Bilancio Energetico nazionale</a> (BEN), è che nel 2012 il Consumo Interno Lordo di energia italiano è ulteriormente calato al livello record di 177,8 Mtep (Milioni di tonnellate equivalenti di petrolio), inferiore anche al minimo registrato nel 2009, anno della crisi economica. Dal picco massimo del 2005 di 198,8 Mtep abbiamo assistito a un crollo di 20 Mtep pari a circa il 10%. Di conseguenza, anche le emissioni di gas serra sono crollate, consentendo al nostro paese di raggiungere sostanzialmente gli obiettivi di riduzione stabiliti da Protocollo di Kyoto (i grafici rappresentativi dell’evoluzione storica di questi parametri sono disponibili in questo mio <a href="http://www.imille.org/2012/08/consumi-di-energia-primaria-ed-emissioni-di-gas-serra-italia/">precedente articolo</a>).</p>
<p>E’ del tutto evidente come questo evento epocale sia connesso alla riduzione della produttività e dei consumi conseguenti al declino economico tuttora in corso, ma è importante sottolineare che una parte non marginale di questo risultato sia dovuto anche alle politiche di risparmio energetico attuate in Italia negli ultimi anni.</p>
<p>Il Piano di Azione Europeo per l’Efficienza Energetica 2011 ha ribadito l’importanza dell’efficienza energetica per raggiungere l’obiettivo di riduzione del 20% dei consumi energetici europei nel 2020.</p>
<p>A tale scopo, la Direttiva 32/2006/CE ha richiesto agli Stati Membri di perseguire un obiettivo nazionale di risparmio energetico al 2016 pari ad almeno il 9% del consumo di riferimento (media dei consumi nei settori di uso finale nei cinque anni precedenti all’entrata in vigore della direttiva).</p>
<p>In attuazione della direttiva, il Piano d’Azione italiano per l’Efficienza Energetica (PAEE) 2011 prevede programmi e misure per il miglioramento dell’efficienza energetica e dei servizi energetici nei settori di uso finale per un risparmio energetico annuale al 2016 (126.540 GWh/anno) pari al 9,6% del consumo di riferimento.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.imille.org/2013/05/figura-1-centro-articolo-4/" rel="attachment wp-att-22203"><img class="size-full wp-image-22203 aligncenter" alt="Figura 1 centro articolo" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Figura-1-centro-articolo3.bmp" width="423" height="177" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Nel <a href="http://www.enea.it/it/produzione-scientifica/pdf-volumi/v2013-raee2011-pdf">Rapporto Annuale 2012</a> sull’efficienza energetica curato dall’ENEA, viene valutato il risparmio energetico conseguito dal nostro paese a fine 2011 che, come risulta dalla tabella allegata, corrisponde a 57.595 GWh, pari al 46% dell’obiettivo previsto per il 2016. Considerando il fattore di conversione 1 GWh = 86 tep, otteniamo quindi un risparmio annuo di circa 5 Mtep, pari al 25% della riduzione del Consumo Interno Lordo registrata nello stesso periodo e di circa il 40% in termini di consumi finali.</p>
<p style="text-align: left;">Circa il 90% di questi risparmi sono stati ottenuti con l’applicazione della direttiva europea per l’incremento dell’efficienza energetica negli edifici, tramite il Decreto n. 192/2005, con le detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici, con il meccanismo che ha introdotto il mercato dei Titoli di Efficienza Energetica, meglio noti come certificati bianchi, collegati all’obbligo dei distributori di energia elettrica e gas di raggiungere determinati obiettivi di risparmio energetico. Solo il 10% del risparmio totale è stato ottenuto attraverso interventi di risparmio nel settore dei trasporti, per i quali è stato conseguito appena il 25%  dell’obiettivo settoriale.</p>
<p>La Strategia Energetica Nazionale (SEN), predisposta dal Governo Monti ha definito tra gli obiettivi prioritari proprio quelli connessi al risparmio energetico. Anche se tale obiettivo contrasta in parte con lo scopo che si prefigge la stessa SEN di abbattere i costi dell’energia nel nostro paese, non c’è dubbio che la scelta sia condivisibile e spero che anche l’attuale governo la faccia propria, rifinanziando le detrazioni fiscali per le riqualificazioni energetiche nell’edilizia e ulteriormente affinando il meccanismo dei certificati bianchi (un’analisi accurata e condivisibile della situazione è disponibile <a href="http://qualenergia.it/articoli/20130409-nuova-linfa-il-mercato-dei-certificati-bianchi">qui</a>).</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.imille.org/2013/05/figura-2-fine-articolo-2/" rel="attachment wp-att-22204"><img class="size-full wp-image-22204 aligncenter" alt="Figura 2 fine articolo" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Figura-2-fine-articolo1.bmp" width="374" height="289" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Ma, gli sforzi maggiori dovranno essere concentrati nel settore dei trasporti, responsabile di circa il 30% dei consumi finali di energia e che reagisce ancora in maniera anelastica agli effetti della crisi economica. Come ho sottolineato più volte e, di recente, anche su <a href="http://www.imille.org/2012/10/ritardi-della-politica-nei-trasporti-urbani/">queste pagine elettroniche</a>, occorre una grande strategia nazionale di riconversione del trasporto passeggeri e merci dalla gomma al ferro. In quest’ultima tabella, tratta dal rapporto ENEA citato in precedenza (analoghe conclusioni sono presenti per le merci), si può notare la netta prevalenza, in termini di minori consumi energetici, dei trasporti su ferro rispetto alle altre modalità pubbliche e private.</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
<div class="shr-publisher-22186"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:none;height:30px;'><a class='shareaholic-fblike' data-shr_layout='button_count' data-shr_showfaces='false' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/il-risparmio-energetico-salsa-italiana-2/' data-shr_title='Il+risparmio+energetico+in+salsa+italiana'></a><a class='shareaholic-googleplusone' data-shr_size='medium' data-shr_count='true' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/il-risparmio-energetico-salsa-italiana-2/' data-shr_title='Il+risparmio+energetico+in+salsa+italiana'></a><a class='shareaholic-tweetbutton' data-shr_count='horizontal' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/il-risparmio-energetico-salsa-italiana-2/' data-shr_title='Il+risparmio+energetico+in+salsa+italiana'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div class="feedflare">
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		<title>La scuola San Giusto e la pubblica eccellenza</title>
		<link>http://www.imille.org/2013/05/la-scuola-san-giusto-la-pubblica-eccellenza/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 07:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Campione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il direttore]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione & Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Campione. A Milano il Comune ha una scuola primaria (elementare, per i nostalgici). Si chiama San Giusto, per chi volesse trovare tracce della vicenda in rete. Ce l’ha nel senso che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify;">di Marco Campione.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-22149" alt="san-giusto" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/san-giusto.jpg" width="530" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">A Milano il Comune ha una scuola primaria (elementare, per i nostalgici). Si chiama San Giusto, per chi volesse trovare tracce della vicenda in rete. Ce l’ha nel senso che ne è il gestore. Insomma: una scuola paritaria del sistema pubblico come ce ne sono tante gestite da privati, ma questa è gestita dal Comune. È una scuola universalmente considerata un&#8217;eccellenza, per la qualità del personale che vi opera e – va riconosciuto – per una condizione di “privilegio” di cui per ragioni diverse quella scuola gode (in particolare un surplus di organico).</p>
<p style="text-align: justify;">Il Comune non vuole più gestire la scuola. Vuole trasformarla, nell’arco di sei anni, in scuola Statale. Fu un errore aprirla, sostengono l’Assessore Cappelli e la sua maggioranza.</p>
<p style="text-align: justify;">Fanno bene? Fanno male? Qui non voglio entrare più di tanto nel merito della decisione: vorrei invece partire da un fatto apparentemente solo locale per cercare di trarne qualche insegnamento generale. Convinto, peraltro, che spostando il piano della discussione potrebbe essere più semplice anche trovare una soluzione al problema locale. In particolare, mi interessa ragionare di cosa siano le eccellenze nel sistema pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Premesso che parlo a titolo personale, voglio solo dire poche cose nel merito della vicenda. Mi sembra giusto perché non sembri che non ho un punto di vista: dato che ce l’ho, mi sembra giusto esplicitarlo.</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>La questione è stata gestita male fin dall’inizio, ovvero da quando la Giunta precedente ha preso la decisione di aprire quella scuola: tutto è stato costruito perché non fosse l’inizio di un percorso, ma per creare un’isola staccata dal contesto. A titolo di esempio, esplicito solo l’incongruenza maggiore: viso che non è stata prevista una formazione del personale comunale, a parte di quello che doveva far partire la “sperimentazione”, come pensavano di garantire il turn-over?</li>
<li>In linea teorica, ritengo auspicabile affidare ai Comuni la totale gestione delle scuole del primo ciclo (elementari e medie). Ma fino a quando non accadrà &#8211; con conseguente cessione di risorse dallo Stato &#8211; non ha senso avere un’unica scuola primaria in tutto il territorio comunale di Milano.</li>
<li>Il passaggio allo Stato era dunque auspicabile. Però poteva essere fatto tenendo in maggior conto le esigenze delle famiglie interessate e valorizzando un’esperienza che comunque è in campo ed è un peccato perdere. Su questo secondo me il Comune potrebbe ancora porre rimedio, se aiutato da un clima diverso e da una maggiore attenzione all’obiettivo da parte di tutti. A cominciare dall’opposizione che non si fa scrupolo di strumentalizzare la vicenda a fini politici, fregandosene di arrivare ad una soluzione condivisa nell’interesse in primo luogo dei bambini della San Giusto.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">E vengo così al tema nei suoi aspetti generalizzabili. Trovo inaccettabile rassegnarsi all’idea che le eccellenze nel sistema pubblico non possano esistere o addirittura non debbano esistere. Non è così se non per un male inteso egualitarismo. Ma l’egualitarismo è una stupidaggine sempre e condanna chi lo persegue al minoritarismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dire no all’eccellenza è peraltro uno degli argomenti usati contro la legge di parità e contro l’autonomia dalla sinistra più statalista e sindacalizzata (minoritaria nel paese, ma ben radicata nella classe politica, purtroppo): meglio tutti uguali. E così il meglio resterà un privilegio per pochi: se questo è di sinistra…</p>
<p style="text-align: justify;">Non si deve aver paura dell’eccellenza. Nemmeno se essa è pubblica. Piuttosto si deve lavorare perché le eccellenze (che sono poche per loro natura, altrimenti non sarebbero eccellenze) siano – nei limiti del possibile &#8211; accessibili a tutti. Senza discriminazione alcuna. Si deve lavorare perché il livello minimo del servizio pubblico offerto sia più che buono, eliminando le cause che condannano alcune scuole agli ultimi posti delle valutazioni che si fanno periodicamente (ritorna così il tema della valutazione e della sua importanza per il legislatore già toccato tante volte anche su iMille). Si deve lavorare perché le eccellenze non restino confinate nel loro recinto ma siano in grado di immettere nel sistema un po’ della positività che sono state capaci di generare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unica domanda che il legislatore deve porsi di fronte ad una eccellenza è: “quali sono i fattori che hanno portato a quel successo?”. E poi: “sono replicabili? Con quali costi?”. A Milano si è molto insistito sulla non replicabilità. E per certi versi è così, proprio per gli errori commessi da chi ha fatto partire quel progetto. Ma considerare la San Giusto un modello efficiente solo in virtù del surplus di docenti che aveva a disposizione vuol dire rassegnarsi ad un approccio quantitativo all’istruzione che non mi rassegno a condividere. Ed è molto pericoloso: è infatti lo stesso approccio che è stato usato dalla Gelmini e da Tremonti per i loro sciagurati tagli lineari degli anni passati.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio solo un esempio, ma potrebbero essercene anche altri. Una delle cose che funziona meglio alla San Giusto è l&#8217;esistenza di un gruppo coeso di docenti. Non è una loro esclusiva, accade anche in molte scuole statali, ma forse c&#8217;è un metodo di lavoro esportabile. Perché il Comune non propone al MIUR di verificare insieme come favorire la nascita di team altrettanto coesi anche nelle scuole dove questo non succede? Perché non fare di quella scuola una palestra per la formazione delle maestre milanesi? Sicuri che il MIUR non sia disponibile ad investire su un progetto simile? Qualcuno lo ha verificato? Così quella che era un’eccellenza continuerebbe ad esserlo pure nel passaggio allo Stato e altre scuole ne beneficerebbero. Oppure – di fronte all’interessamento alla vicenda dell’Assessore regionale Aprea – perché non sfidarla a dare un contributo concreto in quella direzione? In caso contrario sarebbe palese che il suo interesse è solo propagandistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi è infine un paradosso nell’opposizione della sinistra statalista alle eccellenze pubbliche. La loro esistenza (il buon funzionamento di una scuola paritaria comunale, l’esistenza di università pubbliche capaci di competere con quelle private…) dimostra esattamente quello che la sinistra statalista dovrebbe avere a cuore: ovvero che il gestore pubblico è efficiente almeno quanto quello privato.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è miope non volerlo ribadire solo per non dover ammettere prima di tutto a se stessi che sì, è vero, la parità consente ai soggetti non statali di entrare nel sistema pubblico; che sì, è vero, l’autonomia produce differenze. Ma che questo non è un male se quelle differenze fanno crescere anche le scuole “sorelle”. Compito dello Stato (o degli Enti Locali) non è livellare tutto per non creare disparità di trattamento, ma usare chi emerge per far crescere anche gli altri.</p>
<p>iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
<div class="shr-publisher-22148"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:none;height:30px;'><a class='shareaholic-fblike' data-shr_layout='button_count' data-shr_showfaces='false' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/la-scuola-san-giusto-la-pubblica-eccellenza/' data-shr_title='La+scuola+San+Giusto+e+la+pubblica+eccellenza'></a><a class='shareaholic-googleplusone' data-shr_size='medium' data-shr_count='true' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/la-scuola-san-giusto-la-pubblica-eccellenza/' data-shr_title='La+scuola+San+Giusto+e+la+pubblica+eccellenza'></a><a class='shareaholic-tweetbutton' data-shr_count='horizontal' data-shr_href='http://www.imille.org/2013/05/la-scuola-san-giusto-la-pubblica-eccellenza/' data-shr_title='La+scuola+San+Giusto+e+la+pubblica+eccellenza'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div class="feedflare">
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		<title>Credito e imprese, riforme strutturali contro il credit crunch</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 10:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Raoul Minetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Finestra Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Come affrontare il problema del credit crunch e della sistematica carenza di credito che affligge le imprese italiane? Ne discutono Raoul Minetti e Federico Pastura su Italia Futura con un focus sulle riforme...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Come affrontare il problema del credit crunch e della sistematica carenza di credito che affligge le imprese italiane? Ne discutono Raoul Minetti e Federico Pastura su Italia Futura con un focus sulle riforme strutturali del sistema finanziario. Buona lettura!</p>
<p><a href="http://www.italiafutura.it/dettaglio/115857/credito_e_imprese_riforme_strutturali_contro_il_credit_crunch">http://www.italiafutura.it/dettaglio/115857/credito_e_imprese_riforme_strutturali_contro_il_credit_crunch</a></p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>I bilanci degli enti locali per dummies</title>
		<link>http://www.imille.org/2013/05/bilanci-degli-enti-locali-dummies/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 07:38:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessia Giudici</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia & Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[bilanci]]></category>
		<category><![CDATA[bilanci pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[enti locali]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessia Giudici. “Ma cosa vuole che siano 300 euro!!!”. Questa è l’affermazione che mi sono sentita rivolgere da MisterX nel tentativo di ottenere un contributo per la stampa di alcuni volantini. E...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Alessia Giudici.</p>
<div id="attachment_22114" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.flickr.com/photos/59937401@N07/5474439611/"><img class="size-full wp-image-22114" alt="Di Images_of_Money" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/5474439611_eb2677f5b9_z-e1367851634151.jpg" width="590" height="443" /></a><p class="wp-caption-text">Di Images_of_Money</p></div>
<p>“Ma cosa vuole che siano 300 euro!!!”.</p>
<p>Questa è l’affermazione che mi sono sentita rivolgere da MisterX nel tentativo di ottenere un contributo per la stampa di alcuni volantini. E ancora “Mi vuole forse far credere che [il suo ente], con tutti i milioni [???] di tasse che vi paghiamo, non può darci questo contributo?”. Per finire “Però mi servono entro domani, che dobbiamo andare in stampa”.</p>
<p>Premetto che l’iniziativa era lodevole, senza scopo di lucro e rivolta alla collettività.</p>
<p>Tuttavia sono rimasta sconcertata nell’apprendere fino a che punto le persone, il cittadino e, a volte, anche associazioni ignorino i principi sui quali si fonda il bilancio degli enti locali. In particolare, è ovvio, non esiste al mondo che si possa aprire un cassetto, presumibilmente pieno di euro, contarne trecento e consegnarli al, sebben meritevole, MisterX.</p>
<p>Così ho deciso di misurarmi con un compito difficilissimo: spiegare a parole semplici come funziona il bilancio di un ente locale, in modo che, qualora mi capitasse nuovamente la situazione suddetta, almeno avrò del materiale a cui riferirmi e questo sì, lo terrò pronto nel cassetto.</p>
<p>Parlo al singolare, “il bilancio”, ma dovrei parlarne al plurale perché lo stesso concetto è declinato in diverse tipologie:  i<strong>l bilancio di previsione</strong>, ossia la stima di quali saranno le entrate e le uscite per l’anno successivo, da predisporre entro il 31 dicembre (anche se spesso viene prorogato fino a marzo) e che contiene gli indirizzi per l&#8217;esercizio finanziario successivo. Deve essere approvato dal Consiglio (comunale o provinciale che sia) e, se questo non avviene nei tempi previsti  dalla legge, l’ente è sottoposto a procedimento di scioglimento, <b>l’assestamento di bilancio</b>, previsto entro il 30 novembre, che va ad aggiornare la situazione e <strong>il bilancio consuntivo</strong>, contenente i risultati finali della gestione annuale.</p>
<p>Il bilancio definisce l&#8217;ammontare delle risorse (quanti soldi posso spendere), la loro provenienza (da dove mi vengono) e la loro destinazione (in cosa li posso spendere) che è <b>esplicita</b> e <b>vincolante</b>. In altre parole, non è possibile utilizzare i fondi in maniera diversa da quella indicata in principio e tutto l’ente è legato al rispetto di questi limiti, persino la giunta, il Sindaco o il Presidente. L’unica possibilità di modificarne la destinazione è una delibera consiliare di variazione di bilancio (una procedura molto macchinosa, pubblica e dagli esiti non scontati) entro il 30 novembre di ogni anno.<b></b></p>
<p>Il bilancio si compone, molto intuitivamente, di due parti: le entrate e le uscite.</p>
<p>Sono declinate, per legge, in sottogruppi detti titoli.</p>
<p>Per quanto riguarda le <b>entrate</b>, vi troviamo</p>
<ul>
<li>L’avanzo di amministrazione (sei stato bravo e risparmioso? Ecco l’avanzo)</li>
<li>Le entrate tributarie (imposte e tasse tipiche dell’ente)</li>
<li><strong>Le Entrate derivanti da trasferimenti (lo Stato o altri enti conferiscono fondi per l’esercizio di funzioni ossia “fai questa cosa per me? Eccoti i fondi necessari&#8221;)</strong></li>
<li><strong>Entrate extratributarie:</strong> canoni, affitti,rimborsi e proventi diversi dalle entrate tributarie<b></b></li>
<li><strong>Entrate da alienazioni e trasferimenti di capitale:</strong> sono entrate vincolate agli investimenti come, ad esempio, alienazioni di beni<b></b></li>
<li><strong>Entrate derivanti da accensione di prestiti:</strong> quando è necessario accendere un  mutuo per finanziare, in modo vincolato, gli investimenti.<b></b></li>
<li><strong>Entrate da servizi per conto di terzi:</strong> questo titolo presenta sempre un corrispettivo identico nella parte di spesa. Un esempio può essere la funzione di sostituto d’imposta.</li>
</ul>
<p>Le previsioni di <b>spesa</b>, invece sono</p>
<ul>
<li><b>Spese correnti:</b> sono spese strettamente connesse alla gestione dei servizi erogati tipicamente dall&#8217;ente. Un esempio: scuole, stipendi, utenze, pulizie, manutenzioni etc.</li>
<li><b>Spese in conto capitale:</b> sono quegli investimenti legati alla costruzione o la manutenzione straordinaria di opere pubbliche o all&#8217;acquisto di beni strumentali.</li>
<li><b>Spese per rimborso di prestiti:</b> nessun ente pubblico, ovviamente, dispone dell’interezza delle cifre necessarie a finanziare le opere pubbliche: per questo motivo,esattamente come nella vita reale, vengono accesi dei mutui. Questa voce di spesa non è altro che il rimborso della quota di capitale dei mutui contratti.</li>
<li><b>Spese per servizi per conto di terzi:</b> sono le spese che fanno da contraltare alle Entrate per servizi in conto terzi.</li>
</ul>
<p>Il bilancio di un ente locale è uno strumento di <b>enorme complessità</b>, frutto di continui passaggi e mediazioni tra la parte politica e la struttura amministrativa, risultanza di composizioni tra maggioranza e opposizione, sottoposto a continuo controllo interno ed esterno.</p>
<p>E’ uno strumento <b>politico</b>, nel senso che è il frutto di scelte che si riverberano sulla vita di una comunità, che ha consegnato il mandato di governo nelle mani di una classe dirigente e che pretende una coerenza con le linee programmatiche.<b>  </b>Il momento economico e sociale che stiamo attraversando, inoltre, comporta una serie di dinamiche che si riflettono sulle politiche di bilancio<b>:</b> le risorse sono più scarse e le richieste, specie per sostenere i servizi fondamentali, sono sempre più impattanti, senza considerare che, come avviene nella vita delle persone, anche le amministrazioni devono soggiacere al costante aumento dei costi dei beni e dei servizi. Oltretutto, sempre più spesso, i fondi di cui gli enti dispongono e sui quali hanno sviluppato la loro politica, vengono tagliati in corso d’opera e si impongono quindi aggiustamenti dell’ultimo minuto che costano moltissimi sacrifici sia agli enti che ai cittadini.</p>
<p>Il bilancio è uno strumento <b>rigido</b>: a ciascun dirigente, responsabile del proprio servizio, è consentito attingere solo a fondi destinati e esclusivamente per le finalità dichiarate e approvate. Tali finalità, insieme alle previsioni di entrata (ossia da dove prendo i soldi), sono esplicitate in un documento accompagnatorio che prende il nome di<b> </b>Relazione Previsionale e Programmatica e che costituisce l’orizzonte di più ampio periodo che il bilancio annuale per sua natura non può avere.</p>
<p>Il bilancio è uno strumento che non ammette <b>improvvisazioni</b>: le spese non possono in alcun modo essere decise dall’oggi al domani e, anche all’interno della programmazione ogni acquisto o pagamento deve seguire un iter preciso, con atti pubblici. Nemmeno un euro può uscire se non è stato previsto nel bilancio in coerenza con i principi dell’ente e delle sue funzioni, se non ha una specifica copertura finanziaria, se non è autorizzato almeno da un dirigente e vidimato dal Ragioniere Capo.</p>
<p>In linea puramente teorica e quindi semplificando, nel caso di MisterX, avrei dovuto sapere della manifestazione l’anno prima, l’avrei dovuta inserire all’interno della programmazione del mio servizio, avrei dovuto prevedere in bilancio il corrispettivo in apposito capitolo (con un codice che individua persino il tipo di spesa) e il consiglio avrebbe dovuto esprimersi positivamente. In prossimità dell’evento avrei dovuto fare una proposta di determina seguita da una determina dirigenziale, con la verifica da parte della ragioneria che il tutto abbia la copertura finanziaria e che sia regolarmente istruito, poi fare una procedura sul mercato elettronico per verificare l’offerta davvero migliore e infine stampare questi benedetti volantini.</p>
<p>Anche se, detta così, sembra il solito percorso burocratico all’italiana, invito a riflettere su come, in realtà, sia un modo (forse non il migliore, ma tant’è) per garantire che i soldi pubblici non vengano spesi a caso, che vengano gestiti con il massimo della trasparenza e della terzietà (e qui, ci starebbe un approfondimento sulle nuove norme per la trasparenza degli enti, che rimando ad un secondo tempo), che non vengano affidati a amici degli amici, che il prezzo pagato sia equo e il lavoro vada davvero alla migliore offerta, che non è necessariamente la tipografia sotto casa, che ogni decisione abbia nome e cognome e che risponda al mandato e agli obiettivi dell’ente.</p>
<p>Con buona pace di Mister X.</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>La crisi della democrazia</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 08:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Danilo Raponi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[grillo]]></category>
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		<description><![CDATA[di Danilo Raponi. Nell’ormai lontano 2005 Colin Crouch, scienziato politico britannico, pubblicò un libro che, sebbene molto apprezzato, sarebbe stato presto dimenticato: “Post-Democracy”. Laterza lo tradusse immediatamente in italiano lasciando il titolo invariato:...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Danilo Raponi.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.flickr.com/photos/ilfattoquotidiano/6333864043/"><img class="aligncenter  wp-image-22107" alt="Di Il Fatto Quotidiano" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/6333864043_3fc7da525d_b.jpg" width="590" height="400" /></a></p>
<p>Nell’ormai lontano 2005 Colin Crouch, scienziato politico britannico, pubblicò un libro che, sebbene molto apprezzato, sarebbe stato presto dimenticato: “Post-Democracy”. Laterza lo tradusse immediatamente in italiano lasciando il titolo invariato: “Postdemocrazia”. A rileggerlo oggi fa una certa impressione, perché l’analisi impietosa e drammatica di Crouch sui fenomeni degenerativi della democrazia contemporanea sembra calzare perfettamente con la crisi della democrazia italiana dell’anno 2013. Crouch scrisse il libro mentre era professore all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e chissà che l’aria delle colline toscane, e le incomprensibili vicende della politica italiana, non gli avessero dato una capacità profetica per alcuni versi impressionante.</p>
<p>Ma partiamo da lontano, cerchiamo prima di capire perché l’analisi di Crouch, che affronteremo in dettaglio nella seconda parte dell’articolo, sembra basarsi sull’evoluzione della situazione politica italiana degli ultimi anni, più che su quella dei primi anni del secondo millennio.</p>
<p>I motivi per cui il Partito Democratico ha, di fatto, perso le ultime elezioni sono molti, ma uno è predominante: non ha saputo offrire una risposta convincente alla crisi della democrazia che attanaglia l’Italia e, in modi diversi e in alcuni casi meno drammatici, il resto dell’Europa e il Nord America. Durante l’ultima campagna elettorale il candidato premier del centrosinistra, Pierluigi Bersani, non è riuscito a entusiasmare, semplicemente perché non aveva armi per farlo. Ogni suo comizio appariva, più che altro, come un grido di disperazione e un’invocazione a votare il PD perché, del resto – sosteneva Bersani – le alternative sono anche peggio. La sua incapacità di formulare un programma convincente e originale e il suo rifugiarsi invece in attacchi contro l’apparente radicalismo di Grillo, Berlusconi e alcuni suoi avversai interni (Renzi), ne hanno causato la sconfitta, assieme all’incapacità del centrosinistra italiano nell’offrire quei confort materiali e immateriali che, nel XX secolo, erano tra i suoi cavalli di battaglia: lavoro, diritti, cultura, ambiente, solidarietà.</p>
<p>Ma Bersani e il PD si trovano in buona compagnia, in quanto nessun leader socialdemocratico europeo riesce a formulare idee davvero vincenti e innovative. In Francia, dove il Partito Socialista è al governo, non si sono ancora visti risultati pari alle aspettative: Hollande ha ridotto le politiche dell’austerity, ma di molto poco; i suoi ministri si lanciano periodicamente in discorsi contro gli eccessi della finanza e del business ma poi non fanno nulla per mitigarli; si parla tanto di una tassazione più elevata per i milionari che, tutt’ora, continuano a pagare quanto pagavano con Sarkozy. La sinistra francese è, dunque, allo stesso modo a corto di idee e non riesce a formulare un programma che funga da vero motore di cambiamento.</p>
<p>Il partito socialdemocratico tedesco si avvia a perdere le prossime elezioni del settembre 2013 a causa, soprattutto, delle scarse abilità del candidato premier, Peer Steinbrück, la cui preoccupazione principale sembra essere lo stipendio del Cancelliere, a suo avviso troppo modesto. L’elettorato tedesco lo vede, a ragione, come una versione più soft di Angela Merkel e, quindi, preferirà tenersi l’originale. L’avversario interno di Steinbrück, Sigmund Gabriel, sembra avere le potenzialità di offrire un’alternativa più convincente, ma è ben conscio che prima che quest’alternativa sia chiaramente formulata è consigliabile non sottoporsi al test elettorale.</p>
<p>Gli altri partiti di centrosinistra europeo sono messi ancora peggio: il Labour Party irlandese ha visto i suoi consensi scendere ad un abissale 4,6% dell’ultima elezione contro il 21% di quella precedente. I socialdemocratici spagnoli sembrano essere in una profonda crisi d’identità. Il Pasok greco ha perso gran parte dei suoi voti verso partiti di estrema sinistra. Soltanto il Labour Party britannico gode di una certa popolarità, dovuta tuttavia alla manifesta incompetenza di David Cameron e dei suoi, fedelissimi adepti al dogma dell’austerità. Come hanno notato la maggior parte dei commentatori inglesi, se il Labour Party avesse qualcosa di convincente da dire, sarebbe ora a oltre il 50% dei consensi, non a quello “scarno” 40% che i sondaggi gli attribuiscono.</p>
<p>Eppure questa profonda crisi del centrosinistra è, a prima vista, sorprendente. L’Europa degli anni Ottanta assistette al trionfalismo dei partiti di centrodestra, che smantellarono gran parte delle reti di protezione sociale a causa del loro entusiasmo per la deregolamentazione delle banche e della svendita a privati di alcune funzioni e servizi pubblici (con la conseguente creazione, in alcuni casi, di perniciosi monopoli privati). Politiche che, vent’anni dopo, si sono rivelate per gran parte errate e che, ad ogni modo, sono state attuate in modi estremi. Tutto ciò avrebbe dovuto favorire i partiti socialdemocratici, che allora a queste politiche si opposero. Invece no. E perché no?</p>
<p>Una plausibile risposta a questo interrogativo va ricercata non tanto nella crisi della socialdemocrazia, quanto nella crisi della democrazia rappresentativa di stampo europeo che, una volta all’avanguardia nel mondo per la sua capacità di bilanciare e armonizzare i bisogni dell’economia e della società, non è più in grado di assolvere a questo compito. Ed è qui che entra in gioco l’analisi di Crouch. Se si pensa alla democrazia come un arco, è evidente che il picco della fase ascendente fu raggiunto da alcuni paesi subito dopo la guerra mondiale (Stati Uniti e Gran Bretagna) e da altri alcuni decenni dopo (Italia, Spagna, ecc.). Adesso l’Europa tutta, e parzialmente gli Stati Uniti, si trovano nella fase discendente dell’arco democratico. Certo, nessuno mette in dubbio che le strutture (parlamento, governo, magistratura indipendente) siano ancora lì. E la teatralità della democrazia è viva e vegeta: la gente va a votare, la stampa vigila, nuovi partiti nascono e altri periscono. Ma tutta questa teatralità perde gradualmente di significato e le istituzioni democratiche, ed è il fattore che preoccupa maggiormente, perdono gradualmente potere.</p>
<p>Con una capacità analitica lucida ed equilibrata, Colin Crouch ci rammenta che, mentre nel XX secolo il settore economico riconosceva i limiti del suo potere ed era cosciente della sua subordinazione al potere politico, democraticamente legittimato, i primi decenni del XXI secolo vedono una graduale rivendicazione da parte dell’economia di nuovi poteri e di indefinite libertà. I mercati sapevano di dover rispondere alla politica, ma oggi non è più così. Con il progressivo avanzare della globalizzazione, le aziende private sono diventate più potenti perché in grado di delocalizzare la produzione e spostare i quartier generali da un paese all’altro. I governi, in questo modo, diventano più deboli.</p>
<p>Ma ciò che preoccupa di più Crouch è che il neo-liberismo non ha semplicemente rimpiazzato una dialettica politica ritenuta non efficiente con un modo di fare politica snello e pro-business. Ha invece determinato la fine dell’azienda tradizionale, basata su tutta una serie di equilibri tra datori di lavoro. Al suo posto si è andato invece creando un nuovo modello aziendale in cui nessuno è più responsabile, i manager sacrificano tutto e tutti in nome del profitto, le attività più rischiose sono outsourced in modo da minimizzare il danno di reputazione (si vedano le terribili condizioni di lavoro degli impiegati nei magazzini della Amazon o dei 192 tessitori della Wal-Mart morti in Bangladesh a causa dell’inesistenza di regole a protezione dei lavoratori), i compensi del management raggiungono livelli ingiustificabili e illogici mentre quelli dei lavoratori stagnano, il rispetto per l’ambiente o per parametri etici generalmente condivisi è, nel migliore dei casi, considerato un fastidioso fattore di disturbo dell’attività economica.</p>
<p>Purtroppo, però, i politici degli ultimi due decenni non sono stati in grado, o non hanno voluto, mettere un freno a queste degenerazioni del mondo del business e le hanno anzi favorite, evitando di sanare “loopholes” nella legislazione fiscale che autorizzano, di fatto, un’aggressiva elusione fiscale, di interferire in pratiche di outsourcing e anzi guardandosi bene dall’esigere che gli stessi standard di sicurezza richiesti per gli impiegati nel proprio paese siano richiesti anche se gli impiegati si trovano altrove, e hanno mancato di assegnare responsabilità alle aziende e a sanzionarle dopo episodi di evidente sopruso o illegalità. Si è così creato un circolo vizioso per cui i politici preferiscono fare favori agli attori del mercato sperando, e spesso ottenendo, aiuti finanziari in vista delle elezioni, piuttosto che darsi da fare per ottenere il molto più faticoso consenso della popolazione.</p>
<p>Crouch formulava queste idee nel 2005, mentre il mondo occidentale era ancora in preda ad un ottimismo e a una fiducia nel futuro senza limiti. Adesso che tanta infantile euforia si è rivelata in larga parte errata, le sue idee sono più valide che mai. E mostrano come i partiti di centrosinistra siano in una situazione di estrema difficoltà. Affinché gli equilibri che consentono il buon funzionamento della democrazia funzionino, vale a dire che tutti gli attori privati, incluse le grandi aziende, siano sottoposti ai poteri pubblici, è indispensabile adottare un atteggiamento fortemente polemico e critico nei confronti delle istituzioni finanziarie. Banche, assicurazioni &amp; co., tuttavia, hanno negli ultimi anni accumulato un potere talmente vasto che, al primo accenno di critiche anche velate contro, ad esempio, la loro impunità, si levano forti voci di protesta e di condanna per un presunto pregiudizio anti-business dei partiti di centrosinistra.</p>
<p>Quest’ultimi hanno ancora molto da imparare nel non apparire pregiudizialmente contrari a ogni forma di iniziativa privata. E dovranno saper spiegare ai cittadini, cosa non facile, che soltanto partendo da una critica costruttiva contro un certo modo “moderno” e “globale” di fare business sarà ancora possibile salvare l’istituto fondamentale della democrazia, secondo il quale sono i cittadini, e non le banche, a scegliere i governi, i quali, a loro volta, sono responsabili verso tutti i cittadini in ugual modo e senza poter fare alcun favore ai più potenti o ricchi.</p>
<p>Non c’è nulla di male nel denunciare evidenti soprusi ormai troppo diffusi, come appunto l’elevatissima elusione fiscale o lo sfruttamento di manodopera ai limiti o al di là della schiavitù, e, soprattutto, non c’è nulla di male e nulla di “estremista” nel sostenere che il corretto funzionamento della democrazia, in futuro, sarà garantito soltanto da un rinnovato equilibrio dei poteri tra il settore privato e il settore pubblico. Perché soltanto i governi e i parlamenti sono portatori e rappresentanti dell’interesse generale, che deve sempre e comunque prevalere su ogni interesse particolare, che sia quello dell’ultimo cittadino o della potentissima e ricchissima impresa privata. Oggi non è cosi, spesso è una banca a dettare al governo cosa fare e non viceversa, e ciò a causa di una certa timidezza della socialdemocrazia e del riformismo contemporanei verso una finanza irresponsabile. La chiave sta nel non demonizzarla ma nel ridimensionarne l’influenza politica e nell’agire con fermezza affinché sia riaffermato il primato dell’interesse generale su qualsiasi convenienza privata.</p>
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<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Non pagheremo noi la pallottola</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 07:10:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuela Marchiafava</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Emanuela Marchiafava.</p>
<div id="attachment_22093" class="wp-caption alignnone" style="width: 650px"><a href="http://www.flickr.com/photos/aldoaldoz/1241945834/in/photostream"><img class="size-full wp-image-22093 " alt="piazza delle pallottole" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/piazza-delle-pallottole.jpg" width="640" height="480" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Mani in alto!&#8221; di aldoaldoz</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non pagheremo noi la pallottola per ammazzare il PD. Il governo cinese fa pagare ai familiari dei condannati a morte il costo della pallottola utilizzata per l’esecuzione capitale.</p>
<p>Sabato 11 maggio i dirigenti mezzo azzoppati del Partito Democratico potrebbero chiedere all&#8217;assemblea nazionale di votare la chiusura definitiva del partito su sé stesso, votando ad esempio un regolamento per il congresso a ottobre che preveda di concedere il diritto di voto per scegliere il nuovo segretario nazionale ai soli iscritti e magari  pure senza primarie. Se così fosse, saremo in tanti a dire di no e io non sottoscriverò per nessuna ragione al mondo questa soluzione, perché equivarrebbe a pagare quella pallottola.</p>
<p>L’assemblea è stata convocata, la nota logistica già inviata e pure le telefonate per avere conferma della nostra partecipazione, ma noi mille membri dell’assemblea ancora non abbiamo ricevuto l’ordine del giorno. Negli anni scorsi ci inviavano con sole 24/48 ore di anticipo i documenti da votare, ora anche l’odg è top secret.</p>
<p>Scrive <a href="http://www.davidefaraone.it/default.asp?p=269">Davide Faraone</a>: «Per me renziano e per tutti noi eletti con le primarie», accusa, non è possibile che gli stessi dirigenti di sempre cerchino «con tecniche di autentico nonnismo, di tornare a galla, azzerando le faticose conquiste di rinnovamento, le primarie, il drastico ricambio&#8230; ora pensano al congresso come arma per rimettere in piedi l’Ancien Régime».</p>
<p>Perché sarebbe la morte del pd, quello vero, non tanto quello sfiancato e suonato di oggigiorno ma di quello a cui ancora non siamo arrivati e per cui molti di noi hanno continuato tenacemente a lavorare da anni.</p>
<p>Il pd è diviso in due sì, ma orizzontalmente ormai, tra la dirigenza nazionale e la sua base, che è imbufalita e  si reputa tradita dalla gestione del risultato elettorale, dal mancato rinnovo della Presidenza della Repubblica e dai siluramenti di Prodi e Rodotà, per finire con il governo di larghe intese PD – PDL.</p>
<p>Un Governo che non realizzerà il cambiamento per cui questa base si è spesa a raccogliere il voto agli elettori e che dovrà comunque darsi e dare delle priorità perché si innestino anche in questa situazione difficile quegli elementi di cambiamento di cui il Paese ha bisogno.</p>
<p>Il PD e il suo governo dalle larghe intese potranno forse raggiungere questo obiettivo solo ripartendo dal basso, dalle aggregazioni di valori e d’interessi che in questi anni si sono formate sui territori per far fronte in maniera nuova e partecipata al bisogno di cambiamento.</p>
<p>Da quella stessa base, talmente incavolata da essersi auto occupata, nasce #occupypd: dall&#8217;occupazione delle federazioni provinciali perpetrata proprio dalle stesse persone che quelle federazioni le tengono in piedi. Ed è successo in cinquanta città, in tutta Italia.</p>
<p>Queste persone, gli auto occupanti, i dirigenti di periferia, i giovani democratici, gli amministratori degli enti locali, si sentono traditi perché, spesso, per loro che sono l’ossatura della base, il partito è ancora e soprattutto un luogo identitario e la loro faccia pubblica. Con fatica si sono mischiati in questi anni, e invece la dirigenza nazionale che ha fatto?, si chiedono. “Loro” hanno mantenuto le distanze e, talvolta, pure le etichette ben distinte, pronti ora a spartirsi il governo agli ex dc e il partito agli ex ds. Questa volta, che minaccia di essere l’ultima, l’esempio dovrebbero proprio prenderlo dalla base, che è pronta a muoversi, non per rinchiudere il PD in un domicilio coatto ma per renderlo appieno un partito di strada.</p>
<p>Nessuno vuole più rinnovare la tessera, i segretari dei circoli registrano ogni giorno nuovi rifiuti anche da chi ha una tessera a cui non manca nemmeno un “timbro” annuale.</p>
<p>Invece di pensare all&#8217;ipotesi di una reggenza di un partito chiuso per rifondarlo (!), l’assemblea dell’11 maggio dovrebbe “semplicemente” pensare ad un  rinnovo massiccio della sua classe dirigente, che ha sbagliato tattica e strategia. Nei partiti che funzionano, nei paesi democratici, si fa così. Si chiama accountability.</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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