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	<title>iMille » iMille – Le cose cambiano</title>
	
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	<description>Le cose cambiano - Rivista per il rinnovamento dell'Italia.</description>
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		<title>Ungheria, democrazia malata nel cuore d’Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 05:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Martire</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Federico Martire Tra i numerosi casi spinosi di cui si deve occupare in questi tempi l&#8217;Unione europea, quello ungherese ricopre un ruolo particolare. E per una volta non parliamo di crisi finanziaria...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Federico Martire</p>
<div id="attachment_15233" class="wp-caption aligncenter" style="width: 630px"><a href="http://www.flickr.com/photos/kapungo/3374698177/"><img class="size-large wp-image-15233" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Nacionalizsmus_Kapungo1-1024x624.jpg" alt="" width="620" height="377" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;No to extreme nationalism&quot; by Tom Rolfe</p></div>
<p>Tra i numerosi casi spinosi di cui si deve occupare in questi tempi l&#8217;Unione europea, quello ungherese ricopre un ruolo particolare. E per una volta non parliamo di crisi finanziaria ed economica, quantunque <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/01/06/visualizza_new.html_41344473.html" target="_blank">il paese magiaro soffra della &#8216;sindrome greca&#8217; e sia considerato a serio rischio di bancarotta</a>. Parliamo, invece, della grave deriva nazionalista e autoritaria che sta portando l&#8217;Ungheria in una condizione di precarietà democratica.</p>
<p>Tutto ha inizio nel 2010, quando il Fidesz, partito espressione della destra conservatrice, stravince le elezioni nazionali portando a casa una maggioranza pari ai due terzi del parlamento. Al governo si insedia Viktor Orban, leader del movimento, mentre la poltrona di presidente della repubblica viene occupata da Pál Schmitt, ex schermidore olimpico anch&#8217;egli membro di Fidesz. I timori per una svolta autoritaria del paese si spargono per tutta l&#8217;Europa in considerazione del programma elettorale di Fidesz, caratterizzato da un livello di nazionalismo e populismo demagogico preoccupante. Ad inizio 2011 si produce una prima crisi tra le istituzioni europee e Budapest a seguito <a href="http://www.loseuros.eu/Paprika-hungara-para-la-Union,4606.html?lang=fr" target="_blank">dell&#8217;approvazione di una &#8216;legge-bavaglio&#8217; sui media nazionali</a> per la quale Orban fu chiamato a fornire spiegazioni al Parlamento europeo: il primo ministro magiaro si limitò a promettere – e in seguito attuare – una serie di minime modifiche alla legge, mantenendone però inalterato l&#8217;impianto legislativo.</p>
<p>Niente più che un antipasto, tuttavia, di quanto accade a fine 2011. Forte di una schiacciante maggioranza parlamentare che gli permette di non negoziare con l&#8217;opposizione socialista, Orban fa approvare una nuova costituzione (e leggi collegate) che rende palese la svolta autoritaria e nazionalista del paese. Tra le altre cose, oltre ad introdurre nell&#8217;incipit un riferimento a Dio e alle radici cristiane dell&#8217;Ungheria che viola il principio di separazione tra Chiesa e Stato, il nuovo testo fondamentale magiaro riduce la libertà di stampa permettendo la censura governativa, limita la libertà religiosa riconoscendo solo 14 confessioni (tutte cristiane o ebraiche), cancella le leggi di tutela anti-discriminazioni in base all&#8217;orientamento sessuale, annulla l&#8217;autonomia della banca centrale fondendola con l&#8217;organismo di controllo finanziario nazionale (il Pszaf), e &#8216;uccide&#8217; di fatto il pluralismo politico dichiarando il partito socialista quale <em>&#8220;erede della ricchezza accumulata illegalmente</em> [dal defunto partito comunista] <em>e beneficiario dei vantaggi illegittimi ottenuti durante la dittatura e il periodo di transizione&#8221;</em>. Il giorno dopo l&#8217;entrata in vigore del testo (il 1° gennaio 2012), decine di migliaia di ungheresi si riversavano nelle strade per protestare, ricevendo una prepotente risposta da parte del governo, e vedendo persino <a href="http://www.ilpost.it/2011/12/23/il-capo-dellopposizione-in-ungheria-e-stato-arrestato/" target="_blank">arrestare il leader socialista Attila Mesterhazy</a>.</p>
<p>Fin qui la cronaca. Ma in tutto questo, l&#8217;Unione europea come si sta muovendo? Sta tutelando quello spazio di libertà, sicurezza e giustizia combattendo le discriminazioni e contribuendo al sostegno dei principi democratici così come previsto dagli articoli 2 e 3 del Trattato UE? La risposta delle istituzioni europee a seguito dell&#8217;approvazione della Costituzione si è limitata ad una nuova convocazione di fronte al parlamento di Strasburgo del primo ministro Orban, avvenuta il 21 gennaio scorso. E anche in questa occasione, di fronte alle domande e accuse dei parlamentari e del presidente della Commissione Barroso, Orban si è dimostrato mellifluo, quasi conciliante, promettendo aggiustamenti del testo ma senza rinnegare l&#8217;impianto strutturale della sua riforma. Finora, l&#8217;unico passo indietro compiuto dal governo di Fidesz concerne la fusione tra Banca centrale e Pszaf, ma null&#8217;altro si è registrato. Questo perché? Uno dei motivi della forza politica e contrattuale di Orban sta nella debolezza dell&#8217;azione europea. Barroso ha avviato un attacco contro il governo ungherese fondando la sua azione su interventi mirati, cercando di contrastare un&#8217;iniziativa alla volta: dapprima la legge-bavaglio del 2011, poi alcuni dei contenuti della nuova Costituzione, senza però intaccarne l&#8217;impianto globale. E dire che nel dibattito a Strasburgo, lo stesso Barroso riconosceva che il caso magiaro sollevava <em>&#8220;alcune preoccupazioni riguardo la qualità della democrazia, della cultura politica e delle relazioni tra governo e opposizioni e tra Stato e società civile</em> [in Ungheria]<em>&#8220;</em>.</p>
<p>Pensare che uno strumento per combattere a muso duro e in forma diretta Viktor Orban e la sua deriva nazionalista e autoritaria ci sarebbe. Si tratta dell&#8217;articolo 7 del Trattato UE che consente, in caso di constatazione dell&#8217;esistenza di una violazione dei principi di base europei (elencati all&#8217;articolo 2 del Trattato), di <em>&#8220;sospendere alcuni dei diritti derivanti alla Stato membro in questione all&#8217;applicazione dei trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del governo di tale Stato membro in seno al Consiglio&#8221;</em>. Indubbiamente una &#8216;opzione nucleare&#8217; rischiosa e da utilizzarsi solo in caso di estrema emergenza, ma da non escludere aprioristicamente. Il governo di Orban, infatti, non ha messo in piedi una o alcune limitate iniziative a carattere anti-democratico, ma, al contrario, ha dato vita ad un vero e proprio piano strutturato per la progressiva installazione di una para-dittatura autoritaria nel paese magiaro. La riforma della Costituzione è quella smoking gun che tanti ricercavano. E se la Commissione europea ha dato tempo fino a fine febbraio al governo ungherese per adottare misure riparatorie puntuali e tutto sommato limitate, l&#8217;area più progressista dell&#8217;emiciclo europeo ha invocato l&#8217;adozione dell&#8217;articolo 7 (NB: La procedura può avere avvio su richiesta della CE, del PE o di un terzo degli SM. La decisione finale sulle sanzioni spetta al Consiglio, che deve votarla a maggioranza qualificata).</p>
<p>Dato lo stato delle cose, viene da chiedersi perché la CE, indubbiamente il più forte degli attori in gioco (fintanto che la palla non passi al Consiglio), non abbia ancora prospettato l&#8217;avvio di una procedura ai sensi dell&#8217;articolo 7 così come richiesto da un&#8217;ala del PE. Barroso, come abbiamo detto sopra, preferisce un approccio <em>step-by-step</em> contrastando in forma puntuale le iniziative di Orban. Le ragioni sono, ovviamente, di carattere diplomatico: Orban, che già gode di un appoggio ampio nel paese, se sanzionato potrebbe giocare la carta dell&#8217;Europa &#8216;cattiva&#8217; che si intromette negli affari nazionali ungheresi per spostare l&#8217;opinione pubblica ancora più a suo favore. E addirittura si potrebbe produrre un effetto ancor più controproducente, <a href="http://www.revista22.ro/orbn-dezlantuit-12805.html" target="_blank">come evidenziato dal magazine romeno Revista 22</a>, ossia di favorire l&#8217;estrema destra di Jobbik, partito già impegnato in una <a href="http://www.corriere.it/esteri/12_gennaio_15/budapest-bandiere_917d69a4-3f70-11e1-8779-a112fb36ee96.shtml" target="_blank">violenta campagna anti-europeista</a>.</p>
<p>Vi è poi un altro motivo che alcuni adducono essere la causa delle reticenze di Barroso a chiamare il Consiglio a valutare l&#8217;opzione &#8216;articolo 7&#8242;. Si tratterebbe di pressioni esercitate dalla CE sull&#8217;Ungheria per accettare un prestito da parte di Banca Centrale e FMI a tutela dei preoccupati investitori internazionali (austriaci in particolare) e a garanzia della solidità finanziaria del paese magiaro. Tutto questo in cambio di un sostanziale <em>laissez faire</em> in politica interna. Niente più di speculazioni, di mormorii dai corridoi di Bruxelles, ma se così fosse si tratterebbe di un colpo gravissimo alla credibilità dell&#8217;UE e al suo futuro. La tutela dei principi di democrazia liberale e della <em>rule of law</em> sono elementi cruciali della costruzione comunitaria. Lasciar passare i provvedimenti di Orban significherebbe non solo condannare gli ungheresi ad un futuro piuttosto buio e complicato sul piano interno, ma anche spegnere ogni sogno di costruzione europea che vada al di là della mera unione economica e di mercato, nonché avallare potenziali altre iniziative di questo tipo da parte di altri leader della destra populista europea. Di esempi, soprattutto nel centro-est del continente (dalla Repubblica Ceca alla Polonia, dalla Romania al futuro membro croato), l&#8217;Europa ne è purtroppo piena. Una diffusione del virus ungherese in paesi come quelli dell&#8217;ex blocco sovietico in cui la democrazia è ancora giovane e fragile potrebbe provocare effetti devastanti in tutta Europa. In Ungheria, l&#8217;UE sta giocando una partita fondamentale per il suo futuro, forse senza neppure accorgersene: in palio vi è non solo l&#8217;avvenire politico del paese magiaro e la reputazione delle istituzioni comunitarie e dei principi di base dell&#8217;Unione, ma, nel complesso, il futuro politico e democratico dell&#8217;UE stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>disoccupazione</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 23:03:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Giovannini</dc:creator>
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		<title>Articolo 18, e dintorni</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Marattin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia & Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 18]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luigi Marattin. Ci sono quattro lavoratori. Marco e&#8217; un ingegnere di una grande impresa automobilistica, ed e&#8217; gay. Il suo rendimento sul lavoro e&#8217; sempre stato ottimale, ed e&#8217; una persona discreta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Luigi Marattin.</p>
<div id="attachment_15322" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.flickr.com/photos/lynnmwillis/428747391/"><img class="size-full wp-image-15322 " title="quattro lavoratori" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/quattro-lavoratori.jpg" alt="" width="590" height="252" /></a><p class="wp-caption-text">Di lynnmwillis</p></div>
<p>Ci sono quattro lavoratori.</p>
<p><strong>Marco</strong> e&#8217; un ingegnere di una grande impresa automobilistica, ed e&#8217; gay. Il suo rendimento sul lavoro e&#8217; sempre stato ottimale, ed e&#8217; una persona discreta e riservata. Recentemente si e&#8217; assentato dal lavoro per un periodo considerevole, per assistere la madre malata. Un giorno, la donna delle pulizie trova per sbaglio nel suo ufficio delle fotografie che ritraggono Marco in atteggiamenti intimi col suo compagno. La donna delle pulizie, una anziana signora molto conservatrice,  sottrae queste foto e le consegna al direttore del personale. Il quale, dopo una settimana, invia a Marco una lettera di licenziamento adducendo, come giusta causa, il fatto che non tutti i suoi giorni di assenza dal lavoro sono esattamente stati documentati dall&#8217;attività di assistenza alla madre.</p>
<p><strong>Francesca</strong> lavora come art designer in un piccolo studio professionale.  La crisi ha colpito duro particolarmmente duro il settore, e il titolare dello studio non riesce a mantenere il rapporto di lavoro con tutti i suoi collaboratori. Francesca, anche se ha 35 anni, è la più giovane, e non ha famiglia; così, il datore di lavoro si trova costretto a licenziare lei, per non andare a colpire suoi colleghi con una famiglia da mantenere e che avrebbero maggiori difficoltà a ricollocarsi. Il datore di lavoro dimostra, bilanci alla mano, che la riduzione dell&#8217;organico è l&#8217;unico modo per tenere aperto lo studio: negli ultimi due anni, infatti, hanno avuto solo sei lavori commissionati, che a malapena ripagano l&#8217;affitto dei locali e lo stipendio di due dei quattro collaboratori a tempo indeterminato. E non ci sono, sfortunatamente, lavori commissionati entro i prossimi sei mesi. Una fredda mattina di febbraio, Francesca viene chiamata nell&#8217;ufficio del titolare il quale, a malincuore, le comunica che è costretto a licenziarla.</p>
<p><strong>Giulio</strong> e <strong>Antonello</strong> sono due gemelli. La loro somiglianza è impressionante, sembrano due gocce d&#8217;acqua. E sono molto simili anche per gli aspetti caratteriali, la loro attitudine nei confronti del lavoro e le competenze tecniche acquisite durante il loro percorso di formazione professionale. Sono entrambi operaii metalmeccanici, un lavoro che svolgono con passione e diligenza. Lavorano in due aziende diverse, ma che operano sullo stesso mercato e producono la stessa tipologia di prodotto. Differiscono, in pratica, solo per il numero di addetti: l&#8217;azienda in cui lavora Giulio ha 16 dipendenti, quella di  Antonello, invece, 14 persone. Curiosamente, le due aziende stanno affrontando la stessa situazione contingente: entrambe stanno soffrendo pesantemente delle conseguenze di un investimento sbagliato nell&#8217;acquisto di nuovi macchinari. Le imprese si sono infatti fidate di una nota azienda produttrice di macchine da imballo che aveva diffuso un prodotto all&#8217;apparenza rivoluzionario, in grado di abbattere i costi di produzione di oltre il 30%. Sfortunatamente, si trattava di una truffa; il titolare è già stato arrestato, ma si è dichiarato nullatenente e non c&#8217;è nessuna possibilità che il tribunale fallimentare risarcisca i clienti del danno subito, perlomeno in tempi congrui. La dinamica dei costi delle aziende di Giulio e Antonello, ora, è impietosa: in entrambe le aziende si impone il licenziamento di un&#8217;unità lavorativa. La scelta, curiosamente, cade sui due gemelli. Sia Giulio che Antonello ricevono dai rispettivi datori di lavoro la lettera di licenziamento, in cui vengono evidenziate le difficoltà economiche e organizzative delle due imprese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>COSA ACCADE A QUESTI QUATTRO LAVORATORI OGGI, CON L&#8217;ART. 18</strong></p>
<p>Tutti questi casi finiscono davanti al giudice del lavoro, tal Calogero Latino, caratterizzato da un&#8217;enciclopedica conoscenza del diritto, ma che non ha mai messo piede in un&#8217;azienda nella sua lunga vita (Calogero ha 75 anni, e grossi problemi alla prostata). Dopo sei anni e quattro mesi &#8211; e migliaia di euro spesi dalle parti in causa &#8211; comunica le sue sentenze:</p>
<p>Il licenziamento di <strong>Marco</strong> non ha nulla a che fare con la mancata documentazione dei suoi giorni di assenza; l&#8217;unica cosa che manca, infatti, è la data su uno dei permessi che ha chiesto per assistere la madre malata. Si tratta di un banale errore materiale di forma, che non ha alcuna conseguenza. Appare chiaro, invece, che il licenziamento di Marco è dovuto al fatto che il datore di lavoro ha scoperto la sua omosessualità. Pertanto, il giudice accerta che l&#8217;interruzione del rapporto di lavoro ha natura discriminatoria e pertanto &#8211; in base non solo all&#8217;art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma soprattutto la legge 604 del 1966 e l&#8217;art.2119 del Codice Civile &#8211; ne viene disposto l&#8217;annullamento, oltre che l&#8217;immediato reintegro di Marco in azienda.</p>
<p>Il licenziamento di <strong>Francesca</strong> viene invece giudicato legittimo. Bilanci alla mano, è impossibile per lo studio professionale evitare il licenziamento della giovane art designer. Francesca viene buttata in mezzo ad una strada, senza alcun tipo di sostegno e senza un euro in mano.</p>
<p>Il giudice del lavoro pensa che i licenziamenti di <strong>Giulio</strong> e <strong>Antonello</strong> siano illegittimi. Il giudice Calogero, infatti, non è familiare con le dinamiche dei costi di produzioni dovuti all&#8217;ammortamento di un macchinario che non rende quanto contrattualmente previsto. Egli pensa che i datori di lavoro delle sue aziende avrebbero semplicemente fatto meglio a non comprare quei macchinari, o che comunque potrebbero ridurre i costi in altro modo, senza bisogno di licenziare nessuno. Giulio (che lavorava in un&#8217;azienda di 16 dipendenti) ha di fronte a sè una scelta: può essere reintegrato in azienda o ricevere un risarcimento monetario di 8 mila euro. Il suo gemello Antonello invece (che lavorava in un&#8217;azienda di 14 dipendenti) non ha scelta: ha diritto a un risarcimento pari a 3 mensilità, per un totale di 4500 euro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong> COSA POTREBBE ACCADERE CON UNA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO</strong></p>
<p>Il licenziamento di <strong>Marco</strong> continua ad essere giudicato illegittimo. La riforma Monti non ha toccato nè quella parte dell&#8217;art.18, nè le altre disposizioni normative in materia che vietano il licenziamento discriminatorio. Marco quindi viene in ogni caso reintegrato in azienda, e il giudice (un ragazzo di 30 anni, che è appena entrato in magistratura) si sente in dovere di trasmettere gli atti alla Procura ordinaria della Repubblica, per aprire un procedimento contro il datore di lavoro di Marco, per aver violato la legge contro l&#8217;omofobia, nel frattempo approvata dal Parlamento.</p>
<p><strong>Francesca</strong> &#8211; che nel caso precedente veniva licenziata senza ottenere un euro &#8211; ottiene un indennizzo pari a 24 mensilità, più la frequenza gratuita di sei mesi ad un corso di aggiornamento a Barcellona sulle moderne tecniche di design.</p>
<p><strong>Antonello</strong> &#8211; che nel caso precedente riceveva 4500 euro  senza reintegro &#8211; ottiene un indenizzo per 36 mensilità e di poter scegliere tra la frequenza di due corsi di formazione professionale: uno per operatore nel settore delle energie alternative, l&#8217;altro per perito elettronico. La nuova formazione professionale &#8211; riformata anch&#8217;essa dalla riforma Monti &#8211; ha infatti ideato un sistema integrato pubblico-privato che, di concerto con le Amministrazioni Locali, identifica in tempo reale le esigenze sul mercato del lavoro locale e organizza corsi di formazione (con l&#8217;Università, le scuole superiori e gli enti di formazione professionali non più lottizzati e divisi per appartenenze politiche) mirati a soddisfare le esigenze dell&#8217;economia del territorio e consentire una ricollocazione immediata del lavoratore.</p>
<p>Antonello sceglie il corso per operatore nel settore di energie alternative, dove incontra il suo gemello <strong>Giulio</strong>. Il quale nel caso precedente poteva scegliere tra il reintegro in azienda (sei anni e due mesi dopo il suo licenziamento) e un risarcimento di 8 mila euro. Ora invece Giulio ha diritto a un sussidio di 36 mensilità, e le stesse opportunità concesse al fratello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In fondo, è davvero bello concedere a tutti le stesse opportunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Sulla responsabilità dei giudici si inciampa sempre</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:14:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Caldarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti & Società]]></category>
		<category><![CDATA[giudici]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[responsabilità civile]]></category>
		<category><![CDATA[riforma giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tommaso Caldarelli. Andare a toccare o modificare la normativa che disciplina la responsabilità (civile o di altro genere) del giudice è sempre un problema di non poco conto, perché andare a sindacare...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Tommaso Caldarelli.</p>
<div id="attachment_15313" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/giustizia-statua.jpg"><img class="size-full wp-image-15313  " title="Golden Lady Justice, Bruges, Belgium" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/giustizia-statua.jpg" alt="" width="590" height="395" /></a><p class="wp-caption-text">Di Manu_H</p></div>
<p>Andare a toccare o modificare la normativa che disciplina la responsabilità (civile o di altro genere) del giudice è sempre un problema di non poco conto, perché andare a sindacare l’operato di chi mette giustizia nella nostra società è un vero e proprio attentato ai fondamenti della stessa, comunque lo si veda e da qualsiasi parte della questione si inizi ad osservarlo.</p>
<p>Un tempo i giudici erano diretta espressione del re; siccome il re non sbagliava mai, e se sbagliava la cosa si risolveva in via informale e politica nella dialettica dei poteri fra baroni e nobili, la questione della responsabilità del giudice proprio non si poneva. Sugli errori giudiziari nasce la nostra società moderna, se è vero che nei <em>cahiers des doléances</em> i cittadini francesi lamentano al re di Francia gli errori giudiziari e gli arbitri dei suoi emissari, i giudici, chiedendo di poter limitare il loro potere: anche da quelle richieste, inascoltate, partirà la rivoluzione francese.</p>
<p>Dire che “anche il giudice deve pagare se sbaglia” è pronunciare un’affermazione molto più potente di quanto si potrebbe pensare. La giustizia umana è per sua natura imperfetta: risente di approssimazioni, di errori appunto, e anche quando funziona bene si basa su ricostruzioni di eventi passati basati sull’analisi di prove e testimonianze. Non è altro che rigorosa attività scientifica, e, come tale, è soggetta ad errore: il problema è che sbagliare, in questo campo, non è come formulare una teoria che non funziona. Sbagliare la sentenza significa piuttosto privare della propria libertà – a quel punto, ingiustamente – una persona: il danno, ormai, è fatto. Tuttavia, in moltissimi ordinamenti moderni e civili (come l’Inghilterra) il giudice che sbaglia non paga: in parte per antico retaggio, in parte perché il giudice non sbaglia neanche quando sbaglia, nel senso che, quale amministratore della giustizia sulla Terra, valuta il bilanciamento degli interessi secondo la legge e dispone per il caso concreto, andando a creare quel punto di verità irrinunciabile che mette fine alla lite, dice chi ha ragione e chi ha torto rispondendo ad un fondamentale bisogno dell’uomo, quello di ritrovare sicurezze in una situazione che ha perso il suo equilibrio. Qualsiasi cosa il giudice abbia deciso, mette un punto alla questione, diventando la nuova verità. In questo senso il giudice crea la verità, plasma la storia, dispone per il futuro, e in un certo senso non sbaglia mai.</p>
<p>Sappiamo tutti che, invece, esistono dei casi in cui il giudice sbaglia: c’è il caso, estremo, della sentenza emessa con dolo – che però è anche reato – e i casi di colpa grave. La questione è recentemente tornata al centro del dibattito dopo che il Parlamento, in polemica col governo, è riuscito a far passare un emendamento che estende la responsabilità civile del giudice non solo ai casi di dolo e colpa grave, ma anche ai casi di manifesta violazione del diritto. Utilizzando come grimaldello la legge comunitaria, la Lega Nord ha voluto equiparare, solo formalmente come vedremo, la disciplina italiana, sorretta dalla cosiddetta legge Vassalli, alla normativa europea sulla violazione del diritto comunitario, evoluzione della giurisprudenza Francovich sul risarcimento del danno da parte degli stati per infrazione della normativa dell’Unione.</p>
<p>Il punto, che chi ha voluto infilare l’emendamento non comprende, è che a subire l’azione di risarcimento per violazione del diritto comunitario da parte del giudice è lo Stato: esattamente come funziona nella legge Vassalli. Quel che c’è di più nel diritto europeo rispetto a quello italiano è la clausola della “violazione del diritto” che il deputato Gianluca Pini, autore del blitz, associa nel suo emendamento alla responsabilità diretta del giudice. Innanzitutto, c’è un motivo per cui in nessun ordinamento in cui sia prevista la responsabilità del giudice è il magistrato stesso a pagare in prima persona, e sta in giudizio in sua vece lo Stato, anzi due. Il primo è di carattere politico-giuridico e sistematico, e si collega all’attività creatrice di diritto che ogni giudice naturalmente porta avanti pronunciando sentenze. Uno stato che permette ad un giudice di pagare per i suoi errori lo rinnega, rinnega quell’attività di risoluzione dei conflitti sulla quale esso stesso si fonda. Nessuno dice che un giudice non possa sbagliare: l’errore è fisiologico. Ma lo Stato si inserisce fra il richiedente e il giudice e fa scudo a quest’ultimo, perché l’attività giuridica, per quanto sbagliata, ha permesso allo Stato di ritrovare pace e sopravvivere. È un compromesso, un compromesso civile che accetta l’errore giudiziario come eventualità e che considera il risarcirlo migliore dell’anarchia: senza voler dire che un giudice sul quale si possa avventare la tagliola del risarcimento non è più libero nel suo agire, diremo che è certo influenzato. Secondo motivo, ben più pratico e a tutela di chi ha subito un’ingiustizia, è che lo stato è certamente sempre molto più solvibile del giudice. Per cui, ecco il compromesso, la valvola di sicurezza della giustizia degli uomini: in caso di errore, le casse dello Stato si aprono, forniscono veloce risarcimento a chi ha subito l’errore e rimettono la società sui giusti binari. È un sistema immunitario, di conservazione, e non c’è di che stupirsi, perché l’organo giudiziario è naturalmente preposto alla conservazione della pace sociale: gli errori devono essere, così, subito tamponati.</p>
<p>È nel migliorare questo sistema che bisogna agire, non nel cambiarlo: nove gradi di giudizio (tre per l’accertamento dell’ingiustizia, tre per il risarcimento e tre per la rivalsa interna) sono troppi e sono una vera e propria denegata giustizia, e fomentano la rivolta sociale nei confronti dei giudici, rendendo interventi spot come quello leghista possibili e sostenuti dall’opinione pubblica. Il giudice, se sbaglia, deve pagare, il che è già previsto ma non funziona: è questo che non va, non il sistema del risarcimento per come è configurato a normativa vigente. Anche perché l’emendamento leghista, nel pronunciarsi, si annulla. Primo: “Pini costruisce un percorso nel quale il cittadino che ritiene di aver «subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario vittima» si rivolge per ottenere a sua volta giustizia non solo contro lo Stato, ma anche contro il diretto interessato”, scrive Repubblica, e quindi i due soggetti appaiono essere responsabili in solido. Se così è, e non è chiaro, continua a non cambiare niente, perché nella responsabilità in solido il creditore ha il diritto di andare a scomodare il debitore più solvibile, che è sempre lo Stato; inoltre, ammesso che il testo così formulato superi i dubbi di costituzionalità, bisognerà pur sempre precisare il contenuto della clausola “manifesta violazione del diritto”: e a precisarlo, salvo interpretazioni autentiche con nuova e successiva legge, sarà proprio il lavoro delle corti, della Cassazione, dei giudici. Che difficilmente si daranno la zappa sui piedi imponendosi clausole restrittive. Insomma, da quel che per ora appare, siamo davanti all’ennesimo blitz-spot.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Fiscal compact: in nome di chi?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Ballerin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa & Mondo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Michele Ballerin.</p>
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<div id="attachment_15164" class="wp-caption aligncenter" style="width: 650px"><a href="http://www.flickr.com/search/?l=cc&amp;mt=photos&amp;adv=1&amp;w=all&amp;q=buco+della+serratura&amp;m=text"><img class="size-full wp-image-15164" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Keyhole-di-lud_wing.jpg" alt="" width="640" height="480" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Keyhole&quot; di lud_wing</p></div>
<p>Quando il Trattato di Lisbona fu finalmente adottato dopo otto anni di tribolazioni qualcuno si illuse che l’UE si fosse garantita una forma di governance soddisfacente, qualcuno finse di illudersi e qualcun altro osservò che l’epoca delle riforme istituzionali in Europa non era affatto chiusa, anzi era apertissima. Nei mesi seguenti il fiume in piena della crisi travolse le residue illusioni e<em> </em>oggi la Germania, seduta al posto di comando, si crede obbligata a promuovere riforme addirittura radicali trascinandosi dietro gli altri membri dell’Unione. Poiché la congiuntura esige senza dubbio un ripensamento profondo delle istituzioni europee dovremmo rallegrarci di questo ritrovato spirito riformatore. Come si spiega, invece, che siamo preoccupatissimi?</p>
<p>Ci preoccupa – o dovrebbe – il fatto che il governo tedesco non sta perseguendo un assetto istituzionale più equilibrato ed efficiente, non si propone di fare dell’Unione Europea un organismo politico più compiuto, più razionale e democratico, ma si sforza in ogni modo di aggirare e piegare i suoi trattati per imporre agli altri paesi membri la propria particolare interpretazione della crisi economica e la propria ricetta: l’interpretazione e la ricetta liberiste. La volontà di riforma che ha portato al patto di bilancio europeo a 25 non è il risultato di una riflessione, approfondita e lungimirante, sulle istituzioni europee, su ciò che in esse manca o andrebbe cambiato per dare vita a un sistema di governo più funzionale: è l’ennesima svolta brusca dell&#8217;ultimo minuto in una direzione imprecisata, del genere a cui la navigazione a vista del Consiglio europeo ci sta abituando, il frutto di un pragmatismo che conta le ore e i giorni e misura i propri trionfi su tregue di una settimana, simili ai fazzoletti di terra per cui i generali della Grande guerra immolavano migliaia di fantaccini.</p>
<p>Con un’ostinazione che è un misto di ottusità e candore, e come già avvenne un po’ con l’euro, la Germania insiste a voler disegnare il mondo a propria immagine e somiglianza muovendo dall’assunto, così ovvio in fondo per tanti di noi, che non c’è nulla di meglio e più perfetto di se stessi: e perché agli altri riesce così difficile accettarlo?</p>
<p>Molti credono si tratti di semplice opportunismo: la Merkel non sarebbe insensibile all’idea di farsi levatrice dell’Europa politica, ma non lo sarebbe neppure al rischio (reale o immaginario) di una batosta alle prossime elezioni in Germania. Questa spiegazione è particolarmente plausibile. Uno statista non è quasi mai interessato a entrare nella storia, se per farlo deve uscire dalla politica.</p>
<p>Tuttavia, se c’è una cosa che distingue le costituzioni da altri documenti politici è che la loro redazione non tollera approssimazioni e tanto meno pasticci. È il motivo per cui un organo costituente non dovrebbe agire mai di fretta. Invece i pochi, improvvisati e affannati padri costituenti dell’unione fiscale europea, riunitisi a porte chiuse qualche giorno fa, hanno pasticciato liberamente con le costituzioni di 25 paesi, e in capo a sei ore il pasticcio era completo.</p>
<p>Si immagini adesso un governo conservatore che proponesse di introdurre nella costituzione degli Stati Uniti l’esenzione fiscale al 100% per i redditi più alti. Un partito è liberissimo di sposare questa politica fiscale, e una maggioranza in parlamento potrebbe legittimamente tradurla in legge. Pochi però sarebbero disposti ad accettare che un atto di riforma costituzionale la trasformasse in un pilastro dell’ordinamento giuridico. In realtà nessuno si azzarderebbe a proporlo neppure tra le file del partito repubblicano, tranne forse un senatore texano membro del Ku Klux Klan o un’analoga macchietta, di quelle che la politica americana contiene in abbondanza ma che sa relegare, quasi sempre, ai margini di se stessa.</p>
<p>Il motivo per cui un’iniziativa del genere appare inammissibile è che su ognuno dei princìpi essenziali che regolano la convivenza civile, e che sono codificati nelle carte costituzionali, dovrebbe esistere un accordo profondo e largamente condiviso, tale da non lasciare dubbi sul fatto che la società stia riposando con tutta se stessa in una determinata certezza. L’articolo di una costituzione potrebbe contenere una simile opzione di politica fiscale se la società fosse pacificamente convinta che i ricchi non devono pagare le tasse, se ciò fosse ritenuto ovvio e scontato come la teoria copernicana. Ma è difficile trovare una società i cui membri siano unanimi nel sostenere tale punto di vista: e questo è il motivo per cui il mio lettore ed io non conosciamo una costituzione che contenga un simile articolo. Ogni politica fiscale è sostanzialmente opinabile, perché lo è la teoria economica, e non si presta quindi a essere scolpita nel marmo.</p>
<p>Lo stesso vale per la decisione del governo tedesco di forzare gli altri paesi dell’Unione a inscrivere nelle rispettive costituzioni l’obbligo del pareggio di bilancio. Potremmo forse accettarla se i parlamenti nazionali fossero unanimi o in larga maggioranza d’accordo sulla particolare teoria economica che assume la compatibilità di politiche restrittive con le fasi depressive del ciclo economico, e se i parlamenti fossero l’espressione fedele di società le cui opinioni pubbliche prestassero il proprio consenso di massima a questa teoria. Ma ciò non è quanto sta avvenendo. Le riforme imposte dal governo conservatore della Germania mirano a costituzionalizzare i princìpi del liberismo economico, princìpi su cui non risulta a nessuno che le opinioni pubbliche del continente abbiano trovato un accordo di fondo. L’Europa è diventata definitivamente, compiutamente liberista? Ossia: la grande maggioranza dei cittadini europei e delle élites europee hanno fatto la loro scelta, seppellendo nel cimitero della storia l’esperienza laburista e quella keynesiana, l’economia sociale di mercato e, in una parola, il modello sociale europeo? Questa è la domanda a cui ora dobbiamo rispondere.</p>
<p>Se la risposta fosse affermativa gran parte del problema si sgonfierebbe da sé e la politica del cancelliere tedesco perderebbe buona parte della sua carica provocatoria: si limiterebbe infatti a sancire un fatto già avvenuto. Ma la grande scelta non è mai stata compiuta. I cittadini europei non hanno deciso che è preferibile competere con le economie asiatiche abbattendo sistematicamente il costo del lavoro fino a portare il proprio tenore di vita il più vicino possibile a quello dei coolies cinesi, indiani o coreani, e lasciando al tempo stesso le grandi banche d’affari libere di fare le proprie alchimie e spartirsi i loro dividendi, portatrici sane di una responsabilità sociale gigantesca – troppo grandi per fallire e anche, a quanto sembra, per tollerare qualsiasi imposizione. L’Europa non è diventata di destra, né si è sbarazzata delle proprie contraddizioni sociali e delle proprie disuguaglianze: la pacificazione liberista che la riforma propugnata dal governo tedesco vorrebbe sancire una volta per sempre non ha mai avuto luogo. Esiste ancora un’Europa progressista, che alle prossime elezioni nazionali potrebbe anche avere il sopravvento.</p>
<p>Con quale diritto allora, e in nome di chi, i parlamenti nazionali si apprestano a trasformare in legge costituzionale il principio conservatore del pareggio di bilancio, lo stesso che negli Stati Uniti del 1930 rischiò di mandare a fondo l’economia e che molto probabilmente l’avrebbe fatto, se i cittadini statunitensi non avessero scelto il presidente più progressista che la storia americana avesse mai conosciuto? La differenza fra i cittadini americani degli anni Trenta e quelli dell’UE di oggi è che i primi potevano scegliere, mentre ai secondi si sta sfilando dalle mani la possibilità di farlo. I cittadini europei non sono stati ancora interpellati né su questa, né su altre questioni altrettanto importanti che giacciono oggi sul tavolo della politica europea; e ogni democratico troverà qui ampia materia di meditazione.</p>
<p>In tutto ciò la posizione più ambigua è forse quella dei partiti progressisti. Sono infatti i parlamenti nazionali a doversi esprimere sulle richieste della Germania, e nei parlamenti agiscono i partiti, che dovrebbero rappresentare i diversi settori della società. Se i partiti riformisti lasceranno passare il diktat tedesco, che tipo di interessi staranno rappresentando, di chi saranno gli effettivi portavoce?</p>
<p>E per venire infine al caso italiano: appoggiando il governo Monti nel momento in cui si presta al gioco della Germania, il Partito Democratico sta esprimendo la volontà della sua base e dei suoi elettori? O dobbiamo concludere che il Partito Democratico è un partito liberista?</p>
<p>È possibile. È possibile che il PD abbia fallito nel tentativo di elaborare un pensiero politico economico alternativo al liberismo e che abbia, in questo senso, abdicato. Eppure quando il segretario Bersani si rivolge alla sua platea usa toni e parole tutt’altro che liberisti; e la linea dettata dai responsabili della politica economica del partito è tutto fuorché liberista. C’è quindi una contraddizione profonda e stridente fra quanto il PD sta dicendo ai suoi elettori e quanto sta facendo nel parlamento. E la foglia di fico dell’emergenza nazionale non basta più a coprirla: la contraddizione è troppo grossa, e riemerge da ogni lato.</p>
<p>Se questa contraddizione comune ai progressisti di tutta Europa non sarà risolta al più presto il rischio è che la società si ribelli alla politica. È ciò che avviene quando le classi dirigenti si abituano a prescindere sistematicamente dagli umori delle maggioranze; e allora il tempo che si apre non è quello della “gente” e della “democrazia diretta”, ma quello dei demagoghi e delle soluzioni autoritarie, politicamente ed economicamente suicide.</p>
<p>Non sapremmo dire se il fatto che le regole imposte dalla Germania sono le stesse che piacciono ad alcuni settori dell’economia autorizzi a sospettare complotti finanziari su scala globale. Ma di certo se questi orientamenti si affermeranno diventerà terribilmente difficile ribattere a chi si scaglierà contro l’Europa delle banche e della finanza contrapposta a un’ideale, negletta Europa dei cittadini. L’Europa che sta nascendo dall’egemonia tedesca sarà forse un’Europa più rigorosa (diciamo per qualche mese ancora: quelli che separano i bilanci degli stati a rischio dal loro probabile collasso) ma non sarà certamente un’Europa democratica. Questo è un fatto su cui tutti dovrebbero essere disposti a convenire.</p>
<p>In queste ore convulse non saranno i cittadini europei a scegliere ma, come in fondo sempre avviene, le élites europee. Che scelgano, allora, e lo facciano con tutta la saggezza di cui sono capaci. Perché un errore commesso oggi sarebbe difficilmente rimediabile in futuro, e potrebbe innescare un processo che qualcuno sarebbe forse abile a cavalcare ma che nessuno – nessuno – saprebbe davvero dirigere.</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Il Paese delle Disuguaglianze</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 18:24:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iMille</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti & Società]]></category>
		<category><![CDATA[Economia & Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[di Paolo Falco ed Emanuele Farragina. (*) Nel paese delle disuguaglianze quando prendi un taxi senti tutta la rabbia di chi si sente capro espiatorio, nel paese delle disuguaglianze i sindacati dimenticano che...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Paolo Falco ed Emanuele Farragina. (*)</p>
<div id="attachment_15293" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.flickr.com/photos/haddadi/6644455365/"><img class="size-full wp-image-15293  " title="young old" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/young-old.jpg" alt="" width="590" height="443" /></a><p class="wp-caption-text">Di The Candid Street</p></div>
<p><em>Nel paese delle disuguaglianze quando prendi un taxi senti tutta la rabbia di chi si sente capro espiatorio, nel paese delle disuguaglianze i sindacati dimenticano che ci sono lavoratori e pensionati con tutele diverse, nel paese delle disuguaglianze i politici non ti ascoltano e non si rendono conto che non rappresentano più un paese spaccato.</em></p>
<p>Roma Fiumicino. Emanuele, il tassista che ci carica a bordo, è un romano schietto e gioviale. Dopo un paio di chilometri, ci racconta che per comprare la sua licenza si è sobbarcato un mutuo che sta faticosamente cercando di ripagare. Emanuele è arrabbiato perché sente che le liberalizzazioni e il caro benzina lo defrauderanno degli sforzi di una vita, mentre il notaio che ha firmato l’atto d’acquisto del suo taxi gli ha appena presentato una parcella esosa. Come possiamo chiedere ad Emanuele di avere fiducia nel sistema?</p>
<p>La storia del paese delle disuguaglianze continua a Servizio Pubblico: interlocutrice Susanna Camusso. In Italia dove più di tre milioni di giovani sono precari e non hanno alcuna protezione contro la isoccupazione, il sindacato continua a concentrare la propria battaglia sulla difesa di chi ha beneficiato di un sistema profondamente iniquo.</p>
<p>Dati ISTAT del 2009 mostrano che l’Italia spende 228 miliardi di Euro all’anno in pensioni di vecchiaia. Questo rappresenta oltre il 14% del PIL, il valore più alto fra i paesi OCSE. Tuttavia nel paese delle disuguaglianze, il problema non è solo la spesa totale. Da un lato, ci sono le pensioni d’oro, quelle delle quali la Camusso non vuole discutere, e che noi identifichiamo come superiori a 2500 euro al mese. Queste pensioni rappresentano il 20% della spesa totale, 43 miliardi di euro, pur essendo erogate solamente al 5% dei pensionati, meno di un milione di persone. Dall’altra parte, ci sono gli 11,6 milioni di pensionati, 62% del totale, che percepiscono meno di 1000 Euro al mese e gravano solo per il 32% sulla spesa totale.</p>
<p>D’altro canto, creare misure per favorire la formazione e il reintegro dei disoccupati nel mercato del lavoro costerebbe circa 9 miliardi di euro l’anno (stime di Boeri e Garibaldi [2009]), poco più di un quinto della spesa totale per le pensioni d’oro. E’ questo lo spread che ci preoccupa. Ma nel paese delle disuguaglianze il sindacato preferisce guardare dall’altra parte. Se è un problema di stime, invitiamo la Camusso a venire a confrontarsi con noi alla Fonderia di Oxford in un dibattito aperto e basato sui numeri. Combattere le disuguaglianze significa avere il coraggio di dire a chi riceve pensioni d’oro che e’ il momento di pensare ai lavoratori precari. Un sindacato che non guarda ai giovani, è un sindacato che muore.</p>
<p>La storia del paese delle disuguaglianze continua anche a Bruxelles, dove politici che hanno perso il contatto con la realtà rappresentano il nostro paese nelle istituzioni europee. Siamo chiamati a discutere la legge Controesodo per il rientro dei cervelli in fuga. Promossa dal Partito Democratico, questa legge favorisce il rientro di lavoratori qualificati attraverso agevolazioni fiscali. Mentre il 30% dei nostri giovani non riesce a trovare lavoro, tale legge rischia di esacerbare le disuguaglianze e favorire il privilegio. Coloro i quali hanno avuto la fortuna di fare esperienza all’estero, rappresentano un frammento privilegiato della società italiana. Se a questo aggiungiamo che la legge Controesodo, concede lo sgravio fiscale solo ai laureati, sorge il dubbio che anche in questo caso nuovi provvedimenti legislativi favoriscano la solita nicchia di fortunati. Di fronte a questo legittimo dubbio ci è stato risposto che in nome della crescita le disuguaglianze diventano un male accettabile. Esistono, tuttavia, proposte alternative che ermetterebbero di valorizzare i talenti che sono rimasti nel nostro paese favorendo la collaborazione con i colleghi ‘in fuga’. Grazie alle nuove tecnologie, le competenze acquisite all’estero possono favorire la crescita del paese anche senza un Controesodo. A Catanzaro si sta costituendo una scuola di formazione con lezioni svolte on-line anche da ricercatori che non vivono in Italia.</p>
<p>Inoltre, una legge come Controesodo non può prescindere da misure per aumentare la trasparenza e limitare nepotismo e clientelismo. Chi beneficerà delle nuove assunzioni? Nel paese delle disuguaglianze contano ancora troppo il tuo cognome e la tua appartenenza politica. Promuovere lo sgravio fiscale senza eliminare le storture all&#8217;ingresso vuol dire ancora una volta chiudere gli occhi di fronte al privilegio. Un&#8217;altra riforma a costo zero dovrebbe sancire l&#8217;obbligo di pubblicizzare online qualunque posto di lavoro disponibile nel nostro paese.</p>
<p>Esacerbare le disuguaglianze significa sprecare le energie e le motivazioni di chi si trova bloccato in una condizione d’immobilità da cui non riesce a uscire. In Italia crescita e uguaglianza vanno di pari passo. Cosa ci guadagna il paese a investire cinque volte di più nelle pensioni d’oro rispetto alle misure che servirebbero per il reintegro dei disoccupati nel tessuto produttivo? Ci piacerebbe che Monti, i sindacati e i partiti politici rispondessero a questa domanda.</p>
<p>Perché disuguaglianza come ci ricorda Emanuele, vuol dire anche rabbia, diffidenza, impossibilità di ricucire un paese spaccato.</p>
<p><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/spread-CONTA1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-15290" title="spread CONTA" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/spread-CONTA1.jpg" alt="" width="460" height="307" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><em>Fonte: Elaborazione degli autori sulla base dei dati ISTAT (2009).</em></p>
<p style="text-align: left;">(*) Ricercatori all&#8217;Università di Oxford <a href="http://www.fonderia.org" target="_blank">www.fonderia.org</a></p>
<p style="text-align: left;">
<p>iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Salviamo le città col trasporto pubblico</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 06:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Corrado Truffi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia & Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Beni rivali]]></category>
		<category><![CDATA[broncodilatatori]]></category>
		<category><![CDATA[Isfort]]></category>
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		<description><![CDATA[di Corrado Truffi. Nell&#8217;ampio dibattito seguito alla mia proposta di finanziamento di una vasta di rete di tram a Roma, mi ha colpito moltissimo un argomento che serpeggiava dietro ad alcuni commenti scettici:...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di <a href="http://www.imille.org/author/corrado-truffi/" target="_blank">Corrado Truffi</a>.</p>
<div id="attachment_15185" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Metro-Centric.jpg"><img class="size-full wp-image-15185 " src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Metro-Centric.jpg" alt="" width="590" height="450" /></a><p class="wp-caption-text">Foto: Metro Centric</p></div>
<p>Nell&#8217;ampio dibattito seguito alla <a title="Tasse tram e felicità" href="http://www.imille.org/2011/09/costruire-tramvie-pagare-le-tasse-e-vivere-felici/" target="_blank">mia proposta</a> di finanziamento di una vasta di rete di tram a Roma, mi ha colpito moltissimo un argomento che serpeggiava dietro ad alcuni commenti scettici: una città senza o con molte meno auto di oggi sarebbe una pura utopia, per due ragioni descritte come verità di fatto:</p>
<ul>
<li>il trasporto pubblico <strong>non</strong> sarebbe in grado di sostituire il trasporto privato se non in proporzioni limitatissime (con il corollario che tali proporzioni sarebbero già state raggiunte);</li>
<li>un più vasto sistema di trasporto pubblico sarebbe economicamente insostenibile, soprattutto con la crisi che morde i bilanci pubblici.</li>
</ul>
<p>In questo articolo vorrei far ragionare gli scettici, in primo luogo analizzando e contestando le due affermazioni qui sopra e, in secondo luogo, richiamando alcune scomode verità sugli effetti del trasporto privato.</p>
<p>La teoria economica standard dice che l&#8217;automobile e il trasporto pubblico sono due beni <em>succedanei o rivali</em>. La scelta del consumatore dipende, semplificando, dal rapporto fra le utilità marginali dei due beni, tenendo conto dei loro prezzi relativi. In pratica quindi, sostenere che il trasporto pubblico non sia in grado di sostituire quello privato oltre certi limiti, significa sostenere che la differenza di utilità fra i due beni è talmente alta che qualsiasi differenza di prezzo non sarebbe sufficiente a renderli davvero succedanei tra loro. Detto in parole povere, saremo disposti a pagare qualsiasi prezzo per l&#8217;utilizzo dell&#8217;auto, se l&#8217;alternativa è il mezzo pubblico.</p>
<p>E&#8217; da notare che questa tesi viene presentata, in genere, come un risultato empirico dimostrato dai comportamenti dei consumatori. Un esempio tipico, a tale proposito, è quello offerto da Ramella in questo ormai famoso <a title="Ramella e i tunnel di auto" href="http://www.lavoce.info/articoli/-infrastruttre_trasporti/pagina1001685.html" target="_blank">articolo</a>. In esso si utilizzano i dati <a title="La sintesi di 10 anni di indagini sulle scelte di mobilità. Nel frattempo, i dati più recenti dicono cose anche più interessanti...." href="http://www.isfort.it/sito/pubblicazioni/Convegni/C_16_04_2010/Sintesi.pdf" target="_blank">Audimob</a> e i dati Eurostat sulla distribuzione del trasporto per modalità, per &#8220;dimostrare&#8221; da un lato che la quota di trasporto su auto è comunque preponderante anche in Paesi con infrastrutture di trasporto pubblico ben migliori della nostra e, dall&#8217;altro, che le preferenze per l&#8217;uso dell&#8217;auto sono radicate e sostanzialmente immodificabili.</p>
<p>Peccato che sia sufficiente uno sguardo appena più attento ai dati, e un esame meno prevenuto dell&#8217;indagine Audimob sulle motivazioni dei consumatori nella scelta del mezzo di trasporto, per derivare conclusioni del tutto diverse:</p>
<ul>
<li>i dati presentati da Ramella si riferiscono all&#8217;insieme dei movimenti di trasporto, e non solo a quelli urbani. E sono i movimenti in area urbana quelli che causano i maggiori problemi di congestione e salute pubblica. Il confronto modale fra le aree urbane europee mostra una situazione ben diversa: la quota di trasporto coperta dal trasporto pubblico nell&#8217;area urbana di Parigi (ma anche, sia pure in misura minore, nell&#8217;area metropolitana) non è nemmeno paragonabile a quella romana (e anche a quella, già più favorevole, milanese). Si veda ad esempio questo eloquente grafico comparativo:</li>
</ul>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Spostamenti-motore.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-15187" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Spostamenti-motore.png" alt="" width="528" height="463" /></a></p>
<p style="text-align: center"><em>Fonte: Isfort-EMTA Barometer 2010  - dati al 2008 salvo (1) dati 2006, ((2) solo residenti)</em></p>
<ul>
<li>anche l&#8217;interpretazione dei dati Audimob, che analizzano i comportamenti di mobilità dei consumatori, è del tutto fuorviante. L&#8217;indagine infatti mostra certamente uno zoccolo duro (peraltro, di dimensioni decrescenti) per il quale muoversi in automobile è una scelta a priori ed indiscutibile, ma intercetta un ampio ventaglio di motivazioni nella scelta dell&#8217;auto che fanno riferimento alla mancanza di alternative, alla scarsa frequenza ed eccessiva lentezza del trasporto pubblico, alla imprevedibilità del servizio. In altre parole, le motivazioni si riferiscono tutte a una utilità del trasporto pubblico percepita come potenziale ma non in atto per ragioni qualitative o quantitative. Ed infatti, come testimonia questa tabella sempre proveniente dai dati Audimob, la propensione all&#8217;uso del trasporto pubblico e all&#8217;abbandono dell&#8217;automobile è piuttosto rilevante.</li>
</ul>
<p><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Propensione.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-15188" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Propensione.png" alt="" width="467" height="548" /></a></p>
<p>In conclusione, appare evidente che il trasporto pubblico è un bene succedaneo del trasporto privato ed è potenzialmente in grado di conquistare quote rilevanti nel mercato della mobilità. Il problema, evidentemente, è che l&#8217;offerta di TPL in Italia non è in grado di intercettare questa domanda potenziale e di togliere quote di mercato al trasporto privato. Ma non esiste alcun impedimento a priori, poiché i gusti dei consumatori possono cambiare (e in parte stanno già cambiando, come mostra il consenso non plebiscitario ma ormai consistente verso scelte fino a ieri impopolari come ZTL, zone 30, zone pedonali e pedaggi urbani). E perché, esattamente come un bravo produttore di automobili riesce a togliere quote di mercato ad uno meno bravo producendo un modello migliore o convincendo il pubblico che quel modello è migliore, altrettanto potrebbe fare un&#8217;azienda di trasporto pubblico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come si diceva, l&#8217;offerta di TPL non è in grado di competere, allo stato attuale delle cose. Un motivo addotto per spiegare tale situazione è, appunto, che essa non è in grado di fornire un’alternativa credibile a costi sostenibili. Di fatto, si dice, il sistema di TPL è strutturalmente incapace di sostenibilità e quindi, si trova nella sgradevole condizione secondo la quale:</p>
<ul>
<li>se dovesse finanziarsi totalmente con le entrate da traffico, dovrebbe imporre biglietti talmente elevati da far perdere per definizione la battaglia di mercato con il trasporto privato.</li>
<li>se resta capace di coprire  &#8211; nella migliore delle ipotesi &#8211; al massimo un 30% dei costi con i ricavi da traffico, in presenza dell&#8217;attuale trend ai tagli di bilancio, non è in grado di svilupparsi e investire, peggiora ulteriormente la qualità del servizio e diventa quindi sempre più marginale.</li>
</ul>
<p>Ma anche l’insostenibilità economica di un sistema di TPL non è un destino ineluttabile. Ancora una volta il benchmark internazionale ci viene in soccorso dicendoci che possono esistere aziende con buone performance economiche anche nel settore TPL. In particolare, il confronto internazionale ci dice che i conti in ordine si associano a quelle situazioni nelle quali la percentuale di TPL su ferro è maggiore e il trasporto su gomma ha un ruolo residuale.</p>
<p>Si veda ad esempio, confrontando le due figure seguenti, come un’alta percentuale di trasporto su ferro si associ ad un’alta copertura dei costi operativi assicurata dai ricavi da traffico <a title="" href="/Articoli/Articolo%20trasporto%20in%20citt%C3%A0/Contro%20Ramella.docx#_ftn1">[1]</a></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Peso-Ferro.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-15189" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Peso-Ferro.png" alt="" width="590" height="480" /></a></p>
<p align="center"><em>Fonte: Isfort</em></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Ricavi-da-traffico.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-15190" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Ricavi-da-traffico.png" alt="" width="590" height="400" /></a></p>
<p align="center"><em>Fonte: UITP</em></p>
<p>Il perché è presto spiegato: a fronte di un investimento iniziale più rilevante ma, quasi sempre, in larga misura realizzato utilizzando risorse provenienti dalla fiscalità generale, il successivo costo di gestione del trasporto su ferro è nettamente inferiore. Calcoli autorevoli portano a ritenere che una linea tramviaria ben progettata (che vuol dire su sede propria, in una tratta utile, dotata di mezzi moderni e di grande dimensione) può avere ricavi da traffico che, con un introito medio di 1 euro a viaggio, <a title="Bus o tram?" href="http://www.cityrailways.it/home/2011/10/20/bus-filobus-oppure-rotaie.html" target="_blank">possono coprire l&#8217;intero costo di esercizio</a>.</p>
<p>Incidentalmente, è questo il motivo che mi spinge a dire che la mia proposta di finanziamento tramite tassazione di scopo dell&#8217;investimento iniziale in nuove linee tramviarie è ben fondata e lungimirante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente, vi sono anche altri ben noti fattori che spiegano l&#8217;inefficienza del nostro TPL. Oltre ad essere basato in misura troppo larga sulla gomma, è anche (in ordine sparso): costituito da aziende, pubbliche e private, di dimensione troppo piccola, con capacità di percorrenze per addetto e di velocità commerciale sistematicamente minori della media europea, con una quota di ricavi da traffico non solo bassa nel confronto con i dati europei, ma anche decrescente.</p>
<p>Lungi da me il pensare che questa selva di problemi possa essere affrontata e risolta facilmente, o che basti un maggiore investimento in ferro perché tutto vada a posto. Ma non mi rassegno all&#8217;idea conservatrice secondo cui è ineluttabile che l&#8217;automobile in Italia (e sopratutto a Roma) sia insostituibile, e un buon sistema di trasporti pubblici sia, al contrario, pura utopia. E non mi ci rassegno non per generico ottimismo, ma perché, come spero di aver dimostrato, gli argomenti che spiegherebbero l&#8217;ineluttabilità di questa situazione e, addirittura, la convenienza del <em>business as usual</em> del traffico privato, da ottimizzare con una manciata di nuove strade sotterranee, sono del tutto mal fondati. Mentre la strada per un nuovo grande sviluppo del trasporto pubblico è ben tracciata e visibile nelle migliori esperienze estere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E del resto, sarà bene, perché non ci si scordi cosa davvero c&#8217;è in gioco in questa faccenda, terminare con qualche scomoda verità. Ci siamo giustamente emozionati per gli annegati e i dispersi del Costa Concordia. Ma ci dimentichiamo e consideriamo del tutto normali i morti sulle nostre strade, per non dire delle sofferenze e delle patologie da traffico e da inquinamento che peggiorano la nostra salute. Terrorizzati dall&#8217;aviaria, improvvisamente preoccupati dei nostri telefonini che farebbero male al cervello (salvo tenerli attaccati all&#8217;orecchio mentre guidiamo), non prestiamo alcuna attenzione a quanto sia rischioso il mix di veleni che esce ogni giorno dai nostri amati tubi di scappamento. Bene. Leggetevi ad esempio <a title="Quanti morti e malattie in meno si avrebbero con un moderato cambio modale nel trasporto?" href="http://www.isfort.it/sito/pubblicazioni/Rapporti%20periodici/RP_16_dicembre_2011.pdf" target="_blank">questo studio</a>, dove una valutazione prudente degli effetti di un cambiamento del comportamento del consumatore a favore del mezzo pubblico in 13 città italiane, indica che si risparmierebbero da 580 a 700 morti l&#8217;anno causati dai veleni che respiriamo, e si avrebbe una riduzione di spesa farmaceutica per broncodilatatori di oltre 300.000 euro l’anno. Senza considerare, ovviamente, la riduzione che si avrebbe nel numero di incidenti stradali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="/Articoli/Articolo%20trasporto%20in%20citt%C3%A0/Contro%20Ramella.docx#_ftnref1">[1]</a> Ovviamente, la quota coperta dai ricavi da traffico è anche funzione del livello dei biglietti e di molti altri fattori. Ma, in ogni caso, la correlazione fra quota del ferro e ricavi è e resta evidente e significativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p>iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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		<title>Il Compatto Fiscale Europeo</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 23:51:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>iMille</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa & Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[crisi euro]]></category>
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		<category><![CDATA[politica economica]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Ruta.(*) Con il nuovo anno è anche arrivato un nuovo accordo tra i governi europei per affrontare la crisi dei debiti sovrani. Sarà la volta buona? Non credo, ma l’Europa forse...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Michele Ruta.(*)</p>
<div id="attachment_15270" class="wp-caption aligncenter" style="width: 600px"><a href="http://www.flickr.com/photos/european_parliament/6278906815/"><img class="size-full wp-image-15270 " title="council group" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/council-group.jpg" alt="" width="590" height="340" /></a><p class="wp-caption-text">Di European Parliament</p></div>
<p>Con il nuovo anno è anche arrivato un nuovo accordo tra i governi europei per affrontare la crisi dei debiti sovrani. Sarà la volta buona? Non credo, ma l’Europa forse sta imboccando la strada giusta. Il punto è se riuscirà a percorrerla.</p>
<p>Il 31 gennaio i governi europei hanno firmato il <a href="http://www.european-council.europa.eu/media/579087/treaty.pdf" target="_blank">trattato</a> “s<em>u stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria</em>”. L’accordo è spesso indicato come “<em>fiscal compact</em>”, che è il titolo del capitolo terzo. Non credo sia solo una questione di comunicazione: il compatto è l’anima del trattato. Il resto è per lo più un insieme di bla bla sulla cooperazione economica europea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali sono le novità del trattato?</strong></p>
<p>Il trattato introduce la regola che i bilanci nazionali siano sostanzialmente in pareggio (Art. 3.1). Le eccezioni a questa regola, seppur previste, sono decisamente limitate. Inoltre, è introdotto l’obbligo di ridurre debiti pubblici elevati ad una velocità prefissata dal trattato (Art.4).</p>
<p>Ora, tutti ricordiamo che, anche se meno rigide, regole su deficit e debito pubblico esistevano già nel cosiddetto patto di stabilità. Ma, non appena le vecchie regole sono entrate in contraddizione con gli interessi di grandi paesi come Francia e Germania, il testo si è trasformato in lettera morta. Quindi, dove è la vera novità?</p>
<p>Il fatto è che il nuovo accordo prevede due precisi percorsi legali per farne rispettare l’applicazione. Il primo è che le regole vengano incluse nelle leggi degli stati, preferibilmente a livello costituzionale (Art. 3.2). Il secondo percorso di applicazione è che eventuali infrazioni identificate dalla Commissione diano l’avvio ad una procedura presso la Corte Europea di Giustizia (Art. 8). La terza innovazione di rilievo riguarda le ratifiche nazionali. E’ stato finalmente abbandonato il principio del “o tutti o nessuno”. Niente notti insonni aspettando l’approvazione del trattato nel parlamento finlandese o i risultati del referendum olandese. L’accordo entra in vigore nel momento in cui almeno dodici dei venticinque firmatari lo abbiano ratificato (Art. 14.2).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fine della crisi?</strong></p>
<p>La domanda che ci si pone è, naturalmente, se il trattato riesca finalmente a chiudere la crisi dei debiti sovrani. La risposta dipende da ciò che noi pensiamo sia la causa dei problemi della zona euro. Coloro che ritengono che la crisi sia solo il risultato dell’incontinenza fiscale di alcuni paesi hanno di che rallegrarsi. Vincoli stringenti e meccanismi di controllo e applicazione interni ed esterni agli stati limitano comportamenti impropri e sembrano risolvere i problemi.</p>
<p>Ma per quanto corretta, questa è una visione parziale. La causa profonda della crisi risiede nell’architettura incompleta dell’unione economica e monetaria, nella “moneta senza stato” come l’aveva chiamata Tommaso Padoa-Schioppa, cioè nell’incoerenza che persiste tra integrazione economica e politica. Perché tutti capiscono che una politica fiscale comune non può essere intesa solo come un insieme di limiti e divieti e realizzarsi attraverso un meeting l’anno in più dei ministri delle finanze nazionali.</p>
<p>Se le istituzioni europee non smussano le tensioni create da shock che colpiscono questo o quel paese o l’area nel suo insieme, perché i mercati non dovrebbero dubitare della sostenibilità dell’euro nel lungo periodo? E se ne dubitano, perché gli “spread”, le differenze tra tassi d’interesse dei debiti dei vari paesi, dovrebbero sparire?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Allora, cosa c’e’ di positivo?</strong></p>
<p>Due cose essenzialmente. Primo, le regole approvate, benché non sufficienti, appaiono come necessarie alla soluzione della crisi. I governi hanno una naturale tendenza a non considerare i costi delle loro azioni su chi non può votare per loro, siano essi cittadini stranieri o future generazioni. Le nuove regole ed i meccanismi di applicazione eliminano questi incentivi.</p>
<p>Secondo, il trattato non esclude che l’Europa si dia una politica fiscale comune. Una vera, intendo. In cui esiste un budget dell’unione con fonti di finanziamento autonome dai governi, che sia una Tobin o una carbon tax o altro. In cui gli shock che colpiscono i paesi sono in parte assorbiti da variazioni delle entrate e delle uscite del bilancio dell’unione, non solo dal movimento doloroso di prezzi e salari. Ma c’e’ di più. La storia è un processo dinamico guidato da contraddizioni, direbbe qualcuno. Sospetto che sarà proprio la rigidità della regola del pareggio di bilancio degli stati nazionali a creare una domanda per una politica fiscale europea. Gli shock non spariranno solo perché l’Europa ha adottato il compatto fiscale. Se i governi nazionali non potranno usare la politica fiscale, guarderanno (probabilmente per la prima volta) con favore all’espansione del bilancio dell’unione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come andare oltre al compatto?</strong></p>
<p>Non è ovvio, purtroppo. Molto dipenderà dai tempi della crisi. Ma di una cosa sono convinto. Se nelle elezioni del 2014 i grandi partiti europei si decideranno finalmente a indicare i candidati alla presidenza della Commissione prima del voto, quella sarà l’occasione per avere un dibattito europeo sul bilancio dell’unione. E molto cambierà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*World Trade Organization, Geneva</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
<div class="shr-publisher-15268"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:none;height:30px;'><a class='shareaholic-fblike' data-shr_layout='button_count' data-shr_showfaces='false' data-shr_href='http%3A%2F%2Fwww.imille.org%2F2012%2F02%2Fil-compatto-fiscale-europeo%2F' data-shr_title='Il+Compatto+Fiscale+Europeo'></a><a class='shareaholic-googleplusone' data-shr_size='medium' data-shr_count='true' data-shr_href='http%3A%2F%2Fwww.imille.org%2F2012%2F02%2Fil-compatto-fiscale-europeo%2F' data-shr_title='Il+Compatto+Fiscale+Europeo'></a><a class='shareaholic-tweetbutton' data-shr_count='none' data-shr_href='http%3A%2F%2Fwww.imille.org%2F2012%2F02%2Fil-compatto-fiscale-europeo%2F' data-shr_title='Il+Compatto+Fiscale+Europeo'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div class="feedflare">
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		<title>Aborto e obiezione di coscienza negli ospedali lombardi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 14:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Lalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti & Società]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[obiezione di coscenza]]></category>

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		<description><![CDATA[di Chiara Lalli. Alcuni giorni fa Sinistra Ecologia Libertà ha presentato i dati relativi all’obiezione di coscienza in Lombardia per il biennio 2009/2010: sono obiettori il 64% dei ginecologi-ostetrici, il 42 degli anestesisti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Chiara Lalli.</p>
<div id="attachment_15261" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.flickr.com/photos/gaelx/2215508936/"><img class="size-full wp-image-15261" title="decidimos" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/decidimos.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a><p class="wp-caption-text">Foto di gaelx</p></div>
<p>Alcuni giorni fa Sinistra Ecologia Libertà ha presentato i dati relativi all’obiezione di coscienza in Lombardia per il biennio 2009/2010: sono obiettori il 64% dei ginecologi-ostetrici, il 42 degli anestesisti e il 43 del personale sanitario. Chiara Cremonesi, consigliere regionale, li riporta nei dettagli e così <a href="http://www.chiaracremonesi.it/interruzione-volontaria-gravidanza">commenta</a>: “Questi numeri mettono innanzitutto in discussione la libertà delle donne e la loro salute, rendendo inesigibile un diritto garantito dalla legge, in un percorso che è già di per sé psicologicamente complicato. Ma non andrebbero trascurate nemmeno le ricadute negative sui pochi medici non obiettori che spesso si ritrovano relegati a occuparsi soltanto di interruzioni di gravidanza, senza alcuna possibilità di carriera. Anche perché è legittimo credere che un’adesione così alta all’obiezione non possa essere giustificata da convinzioni personali, ma in molti casi determinata da scelte di convenienza professionale.”</p>
<p>Le considerazioni riguardanti la Lombardia potrebbero valere per tutta Italia: secondo l’ultima relazione sull’applicazione della 194 la media nazionale è di circa il 70% (parliamo dei ginecologi), con punte che superano il 90%. L’effetto di queste percentuali dipende da alcune variabili.</p>
<p>Dalla città in cui vivi e dalla facilità con cui puoi scegliere una struttura invece che un’altra: Milano ha 10 ospedali; al Mangiagalli ci sono 62 ginecologi (dei quali 25 obiettori), al Sacco 20 (dei quali 8 obiettori) e al Niguarda 24 (di cui 20 obiettori) &#8211; tutti i dati su Milano e sulla Lombardia sono <a href="http://www.chiaracremonesi.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/obiettori.pdf">qui</a>.</p>
<p>A Sondrio c’è soltanto una struttura, l’AO Valtellina, e 16 ginecologi su 19 sono obiettori di coscienza. Oppure a Como: all’AO Sant’Anna, unica in città, 23 ginecologi su 26 sono obiettori. Da quanto sei a conoscenza dei tuoi diritti e degli effetti della obiezione sulla reale garanzia del servizio: l’obiezione di coscienza sulla contraccezione d’emergenza, per esempio, è illegale; l’assistenza ti è dovuta e in ogni ospedale l’interruzione di gravidanza dovrebbe essere garantita.</p>
<p>Da quanti soldi hai: se te lo puoi permettere potresti scegliere di andare a Londra, come si faceva prima che in Italia esistesse la legge 194. All’estremo opposto ci sono alcuni casi di donne che hanno preso il Cytotec, un farmaco destinato alle ulcere ma tra i cui effetti collaterali è presente l’interruzione di gravidanza (il misoprostol, principio attivo del Cytotec, è usato per interrompere le gravidanze, ma usarlo come rimedio fai da te può comportare dei rischi, dovuti al luogo in cui lo assumi e alla posologia sbagliata).</p>
<p>Da quante e quali persone conosci: se il tuo ginecologo non è obiettore è più facile che possa aiutarti a districarti tra le percentuali di obiettori.</p>
<p>È indubbio comunque che qualsiasi servizio sarebbe verosimilmente minacciato da simili percentuali.</p>
<p>La discussione può spostarsi anche su un piano diverso, che prescinde dai numeri e dalle percentuali, ovvero sulla stessa liceità dell’obiezione di coscienza &#8211; o meglio, sulla possibilità di essere esonerati da un’attività attinente alla propria professione. Il conflitto potrebbe essere così descritto: da un lato esiste un servizio previsto da una legge; dall’altro quella stessa legge prevede la possibilità che gli operatori si autoesonerino dal garantirlo. Quanto più il numero di obiettori è alto, tanto più il servizio sarà a rischio. Non solo: siamo sicuri che sia legittimo prevedere l’obiezione di coscienza per chi sceglie liberamente di esercitare una certa professione in un certo luogo? Non sono esclusivamente gli operatori sanitari a confrontarsi con questioni moralmente controverse: perché un avvocato d’ufficio non potrebbe avvalersi della stessa opzione?</p>
<p>Così come rimane un problema a monte: secondo l’articolo 9 della legge 194 l’obiezione di coscienza “esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.” In che modo gli anestesisti o il personale non sanitario compirebbero procedure “specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza”? Dove si arresta questa catena di complicità morale con qualcosa che si giudica immorale? Se un anestesista può invocare l’obiezione di coscienza, pur non svolgendo una attività “specificamente e necessariamente diretta a determinare l’interruzione di gravidanza”, perché non potrebbe farlo il responsabile dell’accettazione o il tassista che ti porta in ospedale?</p>
<p>La parte finale dell’articolo 9 è, come dicevo, sempre più a rischio: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.”</p>
<p>Il nodo principale non è tanto lo statuto morale dell’aborto, ma il profilo dei doveri professionali. In un contesto in cui fare il militare è una scelta non avrebbe senso prevedere l’obiezione di coscienza per l’uso delle armi. In cosa sarebbe diversa la scelta di svolgere una professione che include le interruzioni di gravidanza? Per quale ragione si dovrebbe prevedere una clausola che ti esonera?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
<div class="shr-publisher-15252"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><div class='shareaholic-like-buttonset' style='float:none;height:30px;'><a class='shareaholic-fblike' data-shr_layout='button_count' data-shr_showfaces='false' data-shr_href='http%3A%2F%2Fwww.imille.org%2F2012%2F02%2Faborto-e-obiezione-di-coscienza-negli-ospedali-lombardi%2F' data-shr_title='Aborto+e+obiezione+di+coscienza+negli+ospedali+lombardi'></a><a class='shareaholic-googleplusone' data-shr_size='medium' data-shr_count='true' data-shr_href='http%3A%2F%2Fwww.imille.org%2F2012%2F02%2Faborto-e-obiezione-di-coscienza-negli-ospedali-lombardi%2F' data-shr_title='Aborto+e+obiezione+di+coscienza+negli+ospedali+lombardi'></a><a class='shareaholic-tweetbutton' data-shr_count='none' data-shr_href='http%3A%2F%2Fwww.imille.org%2F2012%2F02%2Faborto-e-obiezione-di-coscienza-negli-ospedali-lombardi%2F' data-shr_title='Aborto+e+obiezione+di+coscienza+negli+ospedali+lombardi'></a></div><div style="clear: both; min-height: 1px; height: 3px; width: 100%;"></div><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><div class="feedflare">
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		<title>La lunga primavera della Siria</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 06:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alan Marazzi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>di Alan Marazzi.</p>
<div id="attachment_15153" class="wp-caption aligncenter" style="width: 586px"><a href="http://www.flickr.com/photos/akocman/4622304250/"><img class="size-full wp-image-15153" title="Siria" src="http://www.imille.org/wp-content/uploads/Siria.jpg" alt="" width="576" height="478" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Un sostenitore di Assad&quot; by Alessandra Kocman</p></div>
<p>6.000 morti, 30.000 prigionieri e decine di migliaia di feriti. Ogni giorno che passa sempre più siriani rimpolpano queste fredde cifre, che ci comunicano poco sullo stillicidio che continua da quasi un anno. Ormai ci giungono distanti i bollettini giornalieri di una primavera araba presto trasformatasi in un bagno di sangue: 16 morti a Homs, 6 a Damasco, 60 in tutta la Siria, etc. Intanto la comunità internazionale continua ad osservare distratta portando avanti l&#8217;idea che “il problema non è se cadrà Assad, ma quando”.</p>
<p><strong>Tutto iniziò a Marzo 2011 -</strong> L&#8217;onda lunga della primavera araba colpì anche la Siria: i sunniti, che costituiscono il 70% della popolazione siriana, scesero in piazza per chiedere delle riforme. Volevano più libertà e delle elezioni libere, quindi niente regime change come invece era stato chiesto nelle altre dittature medio-orientali. Una tornata elettorale libera, per Assad, sarebbe stata la fine poiché egli stesso e tutta la testa dell&#8217;esercito è alauita, una setta sciita, che si trova in netta minoranza all&#8217;interno del paese (16%), pertanto le elezioni avrebbero significato sconfitta certa per il partito Baath ora al governo.</p>
<p><strong>L&#8217;escalation di violenza</strong>, che è arrivata a portare i carri armati dell&#8217;esercito nel cuore delle città, è stata generata da una situazione abbastanza unica: gli alauiti sono una setta sciita segreta, ovvero non accettano convertiti o perseguitati, non permettono la pubblicazione dei loro testi sacri e si sono sempre rifugiati nelle zone montagnose della Siria. Le persecuzioni nei loro confronti arrivano almeno fino alla metà degli anni &#8217;70, quando l&#8217;Imam libanese sciita li riconobbe come veri musulmani. Tutto questo è molto importante perché una volta raggiunto il potere grazie al totale controllo del partito di governo Baath, non hanno certo intenzione di tornare ad essere perseguitati come in passato.</p>
<p><strong>Chi controlla lo stato? &#8211; </strong>Spesso capita di imputare tutte le decisioni prese in Siria al suo capo di governo, ma in realtà Assad non ha molta libertà di movimento. Gli alauiti lo proteggeranno fino alla morte, e non permetterebbero mai che il dittatore lasci il potere, anche contro la sua volontà. L&#8217;appoggio ad Assad arriva anche dai cristiani, dai drusi (rispettivamente 10% e 4% del totale) e dalla classe medio-borghese che teme di poter perdere il proprio status se dovesse avvenire un cambio di regime. Le minoranze si sono aggrappate allo status quo e vedono le proteste, fino a qualche mese fa completamente pacifiche, come una minaccia alla propria sicurezza.</p>
<p><strong>Le forze in campo </strong>non sono omogenee, infatti l&#8217;opposizione al regime è spezzettata in vari componenti: da una parte troviamo una componente della popolazione che nonostante tutto continua a manifestare pacificamente, dall&#8217;altra c&#8217;è una serie di sezioni armate. Il <em>Syrian National Council</em> (SNC) situato ad Istanbul è probabilmente la componente più autorevole a livello internazionale dell&#8217;opposizione siriana, ma non è lo stesso per i rivoltosi veri e propri. Infatti dopo essersi mostrata a favore di un intervento internazionale, ha siglato un accordo con il National Coordination Body for Democratic Change, un&#8217;associazione contro l&#8217;intervento esterno e che secondo molti è in realtà filo-regime.</p>
<p><strong>Il Free Syrian Army </strong>è formato soprattutto da volontari, ma non ha praticamente nessun legame con il SNC, ed ha infatti attivato un comando proprio allegandogli una serie di legami diplomatici indipendenti. L&#8217;esercito di liberazione è piccolo, disorganizzato e totalmente sunnitico, e fino ad ora non è riuscito a prendere il controllo delle varie bande armate che scorrazzano per il paese incontrollate. Queste brigate sono molto piccole, al massimo un centinaio di uomini, e non sono legate fra loro. Una situazione piuttosto complessa, che rischia di sfociare in una vera e propria guerra settaria se non si decide di intervenire.</p>
<p><strong>La Lega Araba </strong>ha inviato a fine Dicembre 15 osservatori, presto diventati 153, con il compito di capire cosa stesse succedendo veramente in Siria. Inutile dire che hanno fallito il loro compito, e infatti sono stati ritirati, ma hanno anche dimostrato che un classico intervento d&#8217;interposizione nonviolento sarebbe inutile. La base della mediazione non violenta è proprio l&#8217;interposizione di un soggetto terzo all&#8217;interno di un conflitto, ma il regime non si è fatto alcuno scrupolo di sorta e anzi ha sferrato un contrattacco sulla popolazione ancora più violento del solito.</p>
<p><strong>Responsibility to protect (RtoP) –</strong> Nel 2005 al United Nations World Summit fu presa la decisione che la comunità internazionale ha la responsibilità di proteggere le popolazioni colpite da crimini di guerra, genocidi, crimini contro l&#8217;umanità e pulizia etnica. Fu un enorme passo avanti, poiché fino a quel momento il diritto internazionale sosteneva l&#8217;inviolabilità degli attori statuali per cause interne. In sostanza, se la pulizia etnica avveniva all&#8217;interno di uno stato senza sconfinare, la materia per un possibile intervento militare o no era alquanto oscura. In Siria ci sono sicuramente gli estremi per poter intervenire, anzi secondo la RtoP abbiamo il dovere morale di intervenire in difesa dei civili siriani.</p>
<p><strong>Le possibilità di intervento </strong>possono essere molteplici: si va dalla creazione di un cordone umanitario al confine con la Turchia, ad un intervento militare vero e proprio “boots on ground”. Ad opinione di molti non è ancora arrivato il momento di intervenire a causa della frammentazione dell&#8217;opposizione e dei rischi geopolitici. Già perché prima della primavera araba ci si aspettava l&#8217;esplosione di un nuovo conflitto in Libano, la cui situazione è molto simile a quella siriana, ma grazie allo spauracchio confinante per ora sta reggendo lo status quo. Bisogna aggiungere che il partito Baath controlla anche il Libano, e che quindi una sua eventuale caduta lo farebbe precipitare rapidamente nel caos. Una “no-fly zone” sullo schema libico sarebbe inutile e forse controproducente, l&#8217;esercito siriano non ha aerei in volo, per il momento, e la Siria è molto più urbanizzata della Libia, dove si potevano spostare comodamente i combattimenti nel deserto.</p>
<p><strong>La Turchia è l&#8217;attore principale –</strong> Per creare un cordone umanitario, o per promuovere un intervento “boots on ground” è necessario l&#8217;impegno turco. Infatti solo grazie all&#8217;aiuto dell&#8217;esercito turco, che conosce molto bene le zone in cui si dovrebbe operare, una missione potrebbe avere successo. Però la Turchia potrebbe avere grossi problemi con il PKK, infatti i ribelli curdi hanno già manifestato il proprio appoggio al regime siriano, e in caso di intervento armato potrebbero attaccare lo stato turco dall&#8217;interno. Per non parlare del fatto che la Siria si ritroverebbe a fare di tutto per coinvolgere Israele nel conflitto e trascinandosi così dietro anche Iran e Iraq.</p>
<p><strong>Intervento o non intervento? </strong>- In realtà dubito che la Siria abbia la capacità di trascinare un conflitto vero e proprio molto a lungo, e secondo alcune fonti i rivoltosi sono già alle porte di Damasco. La realtà dei fatti è che Assad, conscio delle possibili complicazioni di un intervento internazionale, ha praticamente mano libera all&#8217;interno dello stato siriano e forte dell&#8217;appoggio di Russia e Cina, che vetano qualsiasi risoluzione del Consiglio di Sicurezza, potrà andare avanti così ancora per molto tempo. I veti si possono però aggirare ricorrendo all&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite che può approvare risoluzioni riguardanti l&#8217;uso della forza a consenso, quindi a larghissima maggioranza. Il vero problema è il rischio che una volta destituito Assad la guerra settaria continui, poiché il partito rimarrebbe al suo posto e l&#8217;esercito sarebbe sempre controllato da alauiti. Quindi la missione dovrebbe essere quella di gestire anche la transizione democratica, e al momento non ci sono molti attori internazionali interessati ad un conflitto che si potrebbe protrarre molto a lungo.</p>
<p><strong>In conclusione</strong> la RtoP vale solo se è certo il successo dell&#8217;intervento e se la situazione non è troppo complessa, come dire che tutto è rimasto come prima. I siriani continueranno a morire per la libertà, il conflitto vero e proprio diventa sempre più inevitabile e a nessuno sembra interessare. Eppure dopo il Rwanda, la Cambogia, l&#8217;ex Yugoslavia, il Darfur e lo sterminio nazista si era detto: “Never again”, ma la Siria rischia di finire a breve nella lista dei “mai più” se non si decide di intervenire e di farlo in fretta.</p>
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<p>&nbsp;iMille.org – Direttore Raoul Minetti</p>
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