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	<title>The Internet Gourmet</title>
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	<description>Un blog sul vino e sugli altri piaceri della vita</description>
	<lastBuildDate>Thu, 23 Jul 2026 05:21:05 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Ora lo so, col nebbiolo si può fare un ottimo rosato</title>
		<link>https://internetgourmet.it/ora-lo-so-col-nebbiolo-si-puo-un-ottimo-rosato/</link>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 04:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di vino rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Vino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ho detto e scritto più volte che secondo me ci sono due uve italiane tendenzialmente poco adatte alla produzione di vini rosa, e sono il sangiovese e il nebbiolo. Presentano, infatti, il medesimo problema. Se vengono raccolte presto, nell&#8217;intento di avere leggerezza e mantenere acidità, spesso se ne otteranno dei rosati dai tannini verdi, che proprio &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho detto e scritto più volte che secondo me ci sono due uve italiane tendenzialmente poco adatte alla produzione di vini rosa, e sono il sangiovese e il nebbiolo. Presentano, infatti, il medesimo problema. Se vengono raccolte presto, nell&#8217;intento di avere leggerezza e mantenere acidità, spesso se ne otteranno dei rosati dai tannini verdi, che proprio non sopporto (e men che meno tollero che per correggere la parte verde si tenti la via del residuo zuccherino); se invece vengono vendemmiate a pienissima maturità sia tecnologica (insomma, quando il grado zuccherino è elevato) e sia fenolica (dunque, a vinaccioli maturi e raspi secchi), i vini potranno risultare troppo alcolici, strutturati e soprattutto sgarbati, allappanti, cose che con la grazia dei rosati non ci hanno a che fare. Poi<strong> ci sono le eccezioni</strong>.</p>
<p>Tra le belle eccezioni di cui ho avuto esperienza ce n&#8217;è una che proviene da Barbaresco. Ovviamente, vista l&#8217;origine, si tratta di un rosato da nebbiolo, dato che Barbaresco è terra consacrata al medesimo vitigno. È il rosato della <strong>Cascina Luisin</strong>. Sinora è uscito due sole volte, nell&#8217;annata 2024, con il nome LXXIV, e nella 2025, con il nome <strong>Experientia</strong>.</p>
<p><strong>L&#8217;edizione del 2025 è sbalorditiva</strong>. Le uve provengono dal territorio comunale di Barbaresco. Metà della massa fa acciaio, metà fa tonneau. Il colore è rosa corallo. Il sorso sa di succo di lampone, di ciliegia marasca, di melagrana, di mela annurca, di ribes; e poi di melissa, di salicornia, di erba limoncella, di lavanda. Il vino è asciuttissimo, sapido, persistente. Il tutto con neanche dodici gradi di alcol. Perfetto.</p>
<p>Insomma, <strong>alla Cascina Luisin ci ho trovato un rosato da nebbiolo sorprendente, che si candida seriamente a essere tra le più belle espressioni del vino rosa dell&#8217;annata</strong>. Non so se si tratti della classica eccezione che conferma la regola, ma credo che dovrò rivedere il mio punto di vista su quest&#8217;uva e sulla sua vocazione per la lavorazione in rosa, il che consolida l&#8217;idea che non si finisce mai di imparare.</p>
<p>Aggiungo che ho potuto provare anche la prima annata, la 2024, più chiara nel colore. Non ha la complessità e lo slancio della 2025, ma era pur sempre una &#8220;prima volta&#8221;. In ogni caso, aveva già la serietà che mi ha convinto nell&#8217;annata successiva.</p>
<p>L&#8217;Experientia in cantina costa 20 euro.</p>
<p><strong>Vino Rosato Experientia 2025 Cascina Luisin</strong><br />
(92/100)</p>
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		<title>Un pallone, un seme</title>
		<link>https://internetgourmet.it/un-pallone-un-seme/</link>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 04:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono le otto di mattina e sto guidando per portare la mia bimba alla scuola materna. Vedo un pallone in mezzo alla strada e mi fermo. Un ragazzetto arriva di corsa, lo prende, e si mette in disparte con altri bambini di varie età. Riparto, sempre a passo di lumaca, e al bambino più piccolo &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le otto di mattina e sto guidando per portare la mia bimba alla scuola materna. Vedo un pallone in mezzo alla strada e mi fermo. Un ragazzetto arriva di corsa, lo prende, e si mette in disparte con altri bambini di varie età. Riparto, sempre a passo di lumaca, e al bambino più piccolo scappa il pallone. Mi fermo di nuovo. Aspetto che lo recuperi e si metta al sicuro, e riparto, continuando a ringraziare mio padre e i suoi insegnamenti, lungo tutto il tragitto. &#8220;<em>Quando vedi un pallone in mezzo alla strada, ricordati che c&#8217;è sempre un bambino che lo rincorre</em>&#8220;. Avevo pochi anni quando il mio babbo ha iniziato a ripetermi queste parole come un mantra. Repetita iuvant. E aveva ragione! Perché certe raccomandazioni, quando ti entrano dentro davvero, diventano riflessi. Oggi sono io la persona che ripete infinite volte le stesse frasi, consapevole che dentro le mie parole c&#8217;è ancora la voce di mio padre e che i semi piantati bene, continuano a vivere e crescere per moltissimi anni.</p>
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		<title>Fenocchio e quell&#8217;idea di Barolo elegante</title>
		<link>https://internetgourmet.it/fenocchio-quellidea-barolo-elegante/</link>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 04:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A volte capita di provare qualcuna di quelle emozioni così intense e coinvolgenti che vengono chiamate colpi di fulmine. Possono suscitarle le persone, le opere d&#8217;arte, i paesaggi, la musica, i libri, la bellezza. A me è accaduto con un vino che non ha ancora un nome e una data d&#8217;uscita. So che è un &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A volte capita di provare qualcuna di quelle emozioni così intense e coinvolgenti che vengono chiamate colpi di fulmine. Possono suscitarle le persone, le opere d&#8217;arte, i paesaggi, la musica, i libri, la bellezza. A me è accaduto con un vino che non ha ancora un nome e una data d&#8217;uscita. So che è un Barolo del 2023 fatto con il nebbiolo vinificato a grappolo intero e so anche che <strong>Claudio Fenocchio</strong>, vignaiolo in Monforte d&#8217;Alba, l&#8217;ha vinificato in omaggio al padre Giacomo (cui l&#8217;azienda è tuttora intitolata), nel centenario delle nascita. Ho avuto la fortuna di berlo in anteprima (è in bottiglia, ma senza etichetta, e chissà quando l&#8217;avrà) ed è buonissimo. Mi si è impiantato nella mente e nel cuore, indimenticabile. Mi sbilancio: per me già da adesso potrebbe meritare quell&#8217;attributo di perfezione che sono i cento centesimi di valutazione, almeno secondo la mia personale idea di vino, ossia di purezza, di classicità, di definizione dei dettagli e, insieme, anche di totale disponibilità nei confronti del bevitore. Per cui, se vi riuscisse, prenotatelo. <strong>Io l&#8217;ho detto a Claudio che quel vino lo voglio assolutamente</strong>.</p>
<p>Questo senza nulla togliere ai Barolo in commercio, ossia quelli del 2022, annata ritenuta problematica, ma a me comunque gradita, quando c&#8217;è stata fantasia (e poi si vedrà perché lo affermo), così come ho apprezzato la riserva del 2019. Di tutti voglio sottolineare una cosa: <strong>siamo in quella fattispecie di vini dei quali si può dire che si bevono già con gli occhi, tant&#8217;è la luminosità che li contraddistingue</strong> (e a me piacciono i vini luminosi). Che poi, a dire il vero, tornando ai tanti problemi del gran caldo del 2022, <strong>alle annate difficili ormai bisogna farci l&#8217;abitudine</strong>, con lo stravolgimento del clima che c&#8217;è, e <strong>quelle che si possano ancora definire classiche vengono col contagocce</strong>, per cui sottoscrivo quel che ha detto Claudio Fenocchio mentre assagiavamo i suoi vini: &#8220;Nelle annate classiche la finestra di raccolta è molto larga, invece in quelle calde il contesto è più problematico, e <strong>io non capisco quelli che dicono che non si può raccogliere presto</strong>. Io sono tra i primi che raccolgono. <strong>In certe annate bisogna avere il coraggio di anticipare, di cambiare gli schemi</strong>&#8220;. Ecco, queste <strong>sono le cose che mi aspetto di sentir dire da un vignaiolo che sa leggere le proprie vigne</strong>, e mi piace tantissimo anche un&#8217;altra sua affermazione, ossia che fa vini che <strong>prima di tutto devono piacere a lui</strong>, e se non gli piacciono abbastanza, sul mercato non ci vanno. Mi ricorda un monito che sentii rivolgere da parte di Carlin Petrini a una platea di vignaioli: &#8220;Fate il vino che piace a voi&#8221;. Ecco, è così che va fatto.</p>
<p>Insomma, ho chiacchierato troppo, e devo dire, adesso, dei vini assaggiati dell&#8217;azienda agricola Giacomo Fenocchio, tutti da vigne di proprietà, tutti da fermentazione spontanea, tutti in legno grande. La sequenza è in ordine di assaggio.</p>
<p><strong>Barolo Cannubi 2022</strong>. Terroso e floreale, fruttato e materico, dinamico e succoso. Ciliegia, liquirizia, rose; artemisia, genziana, incenso; alloro, rose, acqua di pomodoro. (92/100)</p>
<p><strong>Barolo Castellero 2022</strong>. Chinotto e mallo di noce; rose appassite e vene affumicate. Il pregio maggiore è la bevibilità, però a me manca un poco la complessità. (89/100)</p>
<p><strong>Barolo Villero 2022</strong>. La ciliegia primeggia, e poi si fanno avanti le tracce di terra nera e di liquirizia, di mentuccia e di rose di maggio. Succoso, fresco, fa salivare a lungo. Pronto. (93/100)</p>
<p><strong>Barolo Bussia 2022</strong>. Questo Bussia mi pare più immediato del solito, e certo non è un male. Frutto croccantissimo. Assenzio, ruggine. Il rating è consistente per l&#8217;interpretazione formidabile dell&#8217;annata. (95/100)</p>
<p><strong>Barolo Bussia Riserva 90 Dì 2019</strong>. La liquirizia, che bella questa sensazione, nitida e golosa. Incenso, assenzio; fiori appassiti, frutto; sapidità, fragranza; tensione, lunghezza. Classico. (96/100)</p>
<p>Fin qui i vini che si trovano sugli scaffali. C&#8217;è, però, un altro Barolo di cui voglio parlare, ed è un vino fuori commercio, fatto come esperimento. Un <strong>Barolo Bussia 2020 chiuso con il tappo a vite</strong>. Ho detto un Bussia, e quindi un Barolo di struttura, e destinabile ad affinamento lungo, uno di quelli che magari fatichi, di primo acchito, a pensarlo con il tappo a vite. Invece in Langa c&#8217;è chi sta incominciando a prendenderla in seria considerazione quest&#8217;opzione. Con me si sfonda una porta aperta, ma so bene che le resistenze dei bevitori &#8211; e dei ristoratori &#8211; più tradizionalisti sono fortissime, e in Italia siamo nel regno dei conservatori del vino. <strong>L&#8217;assaggio mi si è rivelato illuminante, e meriterebbe di essere esteso a molti fra gli scettici del vino</strong>. Com&#8217;era plausibile, i profumi si sono disvelati con relativa lentezza, ma <strong>la bocca si è rivelata immediatamente densa di quella crema che mi aspetto da un Bussia</strong>. Magari in questo caso  un passaggio nel decanter sarebbe ottimale per accelerare la liberazione dei profumi, ma in quanto ad appagamento del sorso, quello è stato totale. <strong>Se penso a dove potrebbe arrivare il Barolo in un tappo a vite chiuso con una membrana dedicata mi sembra un sogno che si avvera</strong>, e un poco, tuttavia, provo rammarico, dato che ancora in commercio di Barolo in tappo a vite non ce n&#8217;è. Ringrazio, dunque, Claudio Fenocchio per avermi concesso questa possibilità. Prova eccellente. Chissà che non si tratti di un&#8217;epifania.</p>
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		<title>Il presente del vino non dura mai per sempre</title>
		<link>https://internetgourmet.it/il-presente-del-vino-non-dura-mai-per-sempre/</link>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 04:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sulla prima pagina dell&#8217;inserto domenicale del Sole 24 Ore del 5 luglio c&#8217;era un lungo intervento di Mauro Campus a illustrazione del volumetto di John Maynard Keynes &#8220;Le possibilità economiche per i nostri nipoti&#8221;, da lui curato per Einaudi. Come noto, Keynes è stato tra i più grandi economisti della storia, e la sua lezione &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla prima pagina dell&#8217;inserto domenicale del Sole 24 Ore del 5 luglio c&#8217;era un lungo intervento di Mauro Campus a illustrazione del volumetto di John Maynard Keynes &#8220;Le possibilità economiche per i nostri nipoti&#8221;, da lui curato per Einaudi. Come noto, Keynes è stato tra i più grandi economisti della storia, e la sua lezione è tuttora fondamentale. Commentandone il pensiero, Campus sottolinea che &#8220;gli individui si affidano a convenzioni collettive, all&#8217;ipotesi tacita che il presente possa continuare&#8221;, e questo è stato anche l&#8217;assunto del mondo del vino dagli anni Novanta a oggi. Solo che il presente non dura per sempre. &#8220;<strong>Finché la convenzione regge</strong> &#8211; scrive Campus -, <strong>il sistema appare stabile. Quando si spezza, l&#8217;ordine si dissolve con una rapidità che sorprende solo chi aveva scambiato l&#8217;abitudine per una legge di natura</strong>&#8220;. È esattamente quel che sta succedendo in alcuni territori del vino. Le filiere produttive di alcune denominazioni di origine si erano illuse di vivere una crescita senza fine &#8211; di volumi o di prezzi, o di entrambi -, come se fosse, appunto, una &#8220;legge di natura&#8221; quella del loro successo. Invece, improvvisamente, quasi dall&#8217;oggi al domani, hanno visto l&#8217;illusione crollare, e ora piangono lacrime amare. I volumi delle giacenze invendute crescono, i valori di quelle giacenze crollano, cadono i valori fondiari dei vigneti, e conseguentemente si riducono di molto le garanzie sui finanziamenti erogati dal sistema bancario; le banche, chiedono dei rientri impossibili, stante l&#8217;assenza di liquidità dovuta alla contrazione delle vendite. La tempesta perfetta, che ha motivazione nella carenza di imprenditorialità che è tipica del mondo del vino. È quando le cose vanno bene che bisogna investire per innovare, per costruire nuove strategie, per prevenire le fasi critiche future, che inevitabilmente si prospetteranno. Perché quando la crisi si fa avanti, la sua avanzata è repentina, e drammatica. Come sta succedendo adesso, come la quasi totalità degli operatori non avrebbe nemmeno pensato appena un paio di anni fa.</p>
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		<title>Lo splendente rosé dell&#8217;isola di Porquerolles</title>
		<link>https://internetgourmet.it/splendente-rose-isola-porquerolles/</link>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 04:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di vino rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Vini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nel portafoglio dei fratelli Wertheimer non c&#8217;è solo il brand Chanel, ma ci sono pure alcune cantine, e che cantine! A Bordeaux possiedono Château Berliquet, Château Canon e Château Rauzan-Ségla, in Provenza il Domaine de l’Ile, che ha vigne e cantina sull&#8217;isola di Porquerolles, la più grande dell’arcipelago provenzale delle Isole di Hyères. Il rosé del Domaine de &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel portafoglio dei fratelli <strong>Wertheimer</strong> non c&#8217;è solo il brand <strong>Chanel</strong>, ma ci sono pure alcune cantine, e che cantine! A Bordeaux possiedono Château Berliquet, Château Canon e Château Rauzan-Ségla, in Provenza il <strong>Domaine de l’Ile</strong>, che ha vigne e cantina sull&#8217;isola di <strong>Porquerolles</strong>, la più grande dell’arcipelago provenzale delle Isole di Hyères.</p>
<p>Il <strong>rosé</strong> del Domaine de l’Ile l&#8217;ho bevuto di recente, in una giornata di caldo atroce, e ne ho tratta l&#8217;impressione di uno dei migliori rosé in assoluto che si facciano nella denominazione Côtes de Provence. Era, si badi, una bottiglia dell&#8217;annata 2023, perché questo è il millesimo corrente di un vino rosa che va in commercio alla distanza, senza fretta, e ne acquista una fascinosa multidimensionalità: il mare, gli agrumi, il vento, i fruttini, la consistenza, la luminosità, la resina, il tempo, la compostezza, la beva, la precisione, l&#8217;eleganza, la freschezza, la solarità. Avevo in sottofondo anche il frinire della cicale dai rami degli olivi del giardino. Che cosa posso volere di più, da questa estate?</p>
<p>Pagato, on line, intorno ai 23 euro. Nulla, per la bellezza di questo vino.</p>
<p><strong>Côtes de Provence Porquerolles 2023 Domaine de l’Ile</strong><br />
(94/100)</p>
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		<title>Il Raboso di Ornella Molon</title>
		<link>https://internetgourmet.it/raboso-ornella-molon/</link>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 04:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>
		<category><![CDATA[Vini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>I vini di Ornella Molon non sono certo qui che li scopro io adesso. Se quella zona della piane ghiaiose e limose solcate dalla Piave (fiume che vuole l&#8217;articolo al femminile) a sud-est di Treviso, lungo il viaggio che lo porta in Adriatico, ha avuto, dagli anni Ottanta a oggi, una sua qualche autonoma notorietà &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I vini di Ornella Molon non sono certo qui che li scopro io adesso. Se quella zona della piane ghiaiose e limose solcate dalla Piave (fiume che vuole l&#8217;articolo al femminile) a sud-est di Treviso, lungo il viaggio che lo porta in Adriatico, ha avuto, dagli anni Ottanta a oggi, una sua qualche autonoma notorietà nel mondo del vino, buona parte del merito va a lei e al marito Giancarlo. Ne scrivo, dunque, per onor di cronaca, avendo assaggiato alla manifestazione Feel Venice un suo Raboso, e mi è piaciuto molto.</p>
<p>Il fatto è che il raboso, quand&#8217;è ben coltivato e poi meglio ancora vinificato, a me piace sempre, e anzi lo ritengo un vitigno del futuro, perché quella sua acidità irrefrenabile, che in tempo di vini internazionaleggianti era giudicata come una sgarbatezza, adesso che c&#8217;è il cambiamento climatico, e che le acidità delle uve tendono a svanire, diventa un plusvalore, che dona beva e freschezza, e consente sia la bevuta giovane, per chi voglia la rusticità, sia quella più avanzata nel tempo, che tanto il rosso che ne viene fuori non ha paura di affinarsi. Tant&#8217;è che il Raboso di Ornella Molon che ho bevuto era un 2017.</p>
<p>Era un rosso molto territoriale, e dunque ghiaioso nella tessitura tannica e fremente nel lato dell&#8217;acidità, ancorché l&#8217;affinamento avesse cercato di smussarne le asperità. Sapido, elettrizzante, dinamico e, quel che più conta, giovanilissimo.</p>
<p><strong>Raboso del Piave 2017 Ornella Molon</strong><br />
(93/100)</p>
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		<title>Basta una buccia</title>
		<link>https://internetgourmet.it/basta-una-buccia/</link>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 04:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci pensavo da tempo ma la paura di non riuscire a fare tutto quello che ho in mente ha preso il sopravvento e la mia idea è rimasta là. Invece oggi si è materializzata quando il corriere ha suonato alla porta. Fiocchi di avena, farina di sorgo, farina di riso, farina di grano saraceno e &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci pensavo da tempo ma la paura di non riuscire a fare tutto quello che ho in mente ha preso il sopravvento e la mia idea è rimasta là. Invece oggi si è materializzata quando il corriere ha suonato alla porta. Fiocchi di avena, farina di sorgo, farina di riso, farina di grano saraceno e poi lei: la cuticola di psillio! Sarà questa buccia in polvere ad aiutarmi a preparare il pane senza glutine che tanto sogno. Devo solo iniziare e poi via alla fantasia. L’avevo già provata insieme alle lenticchie ammollate e frullate e devo dire che è davvero efficace. Ora però ho voglia di sperimentare dei panini che posso farcire per i picnic con la mia piccola. Intanto sono diventata la regina delle crespelle. Non le ho mai cucinate in vita mia e ora mi trovo a farle anche due o tre volte al giorno. Dolci, salate, per grandi e piccini. C’è questa ricettina che mi salva un sacco di colazioni e di merende e che s’impara a memoria: un uovo, due cucchiai di farina e tre cucchiai di latte. Sbattere tutto insieme e versare nella padella calda. Cuocere pochi minuti per lato. Si può modificare in mille varianti. A me piace con metà farina di riso e metà di avena, un pizzico di cannella e latte di soia non zuccherato. Poi la arricchisco con marmellata o crema di frutta secca. Potete leccarvi i baffi.</p>
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		<title>Il fermento che c&#8217;è nel Canavese</title>
		<link>https://internetgourmet.it/fermento-ce-nel-canavese/</link>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 04:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Da qualche po&#8217; a questa parte, una delle zone d&#8217;Italia più avvincenti per il bevitore di vino è quel pezzo di Piemonte che sta fra Torino e la Valle d&#8217;Aosta. A dare un contributo importante al fermento che c&#8217;è nella zona è un gruppo di produttori under 40 che va sotto il nome di Giovani &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche po&#8217; a questa parte, <strong>una delle zone d&#8217;Italia più avvincenti per il bevitore di vino è quel pezzo di Piemonte che sta fra Torino e la Valle d&#8217;Aosta</strong>. A dare un contributo importante al fermento che c&#8217;è nella zona è un gruppo di produttori under 40 che va sotto il nome di Giovani Vignaioli Canavesani, sodalizio che comprende, al momento, una ventina di piccole cantine, le quali assommano, in tutto, una sessantina di ettari vitati, per una produzione complessiva di appena novantamila bottiglie, la gran parte nelle denominazioni di Carema, Canavese e Caluso, o fuori dalle doc. Si incontrano, questi giovani, si confrontano, si scambiano esperienze, commissionano studi sui suoli e sui vitigni e una volta l&#8217;anno organizzano a Ivrea un loro appuntamento che si chiama ReWine, nel corso del quale fanno assaggiare al pubblico i loro vini. Tra i punti programmatici, mi piacciono soprattutto quelli nei quali dicono di voler &#8220;riportare la vigna al centro della filiera vitivinicola canavesana&#8221;, &#8220;stimolare uno sviluppo economico per i giovani vitivinicoltori&#8221; e &#8220;promuovere il Canavese come luogo del buon vivere&#8221;. Il tutto senza isolazionismi, ma piuttosto con il &#8220;collaborare con tutte le aziende del territorio e con i consorzi, puntando al futuro delle nostre denominazioni&#8221;.</p>
<p>Li tengo d&#8217;occhio da qualche tempo, e <strong>non ho esitazione a confidare che alcuni dei loro vini siano attualmente tra i miei favoriti</strong> <strong>italiani</strong>, così come non mi faccio remore a dire, per converso, che <strong>un passettino più avanti lo vorrei vedere attuato su due fronti</strong>. Il primo è una <strong>maggior focalizzazione sull&#8217;identità collettiva dei vini prodotti e sulla sottolineatura dei caratteri locali</strong>, e per far queste serve una minore ossessione per l&#8217;enologia, che mi pare precluda il volo di alcuni degli associati, che hanno invece bel potenziale, e possono disporre, dentro al gruppo, di ottimi esempi da cui trarre ispirazione (ma in fondo fare squadra serve proprio a questo). <strong>Il secondo elemento da puntualizzare è quello della responsabilità ambientale</strong>. Su questo aspetto sono proprio tranchant: mi dispiace, ma il diserbo chimico, ragazzi miei, deve assolutamente sparire dai radar di quelli che tra voi (pochi, a dire il vero) ancora lo adoperano (non c&#8217;è &#8220;buon vivere&#8221; con la chimica). Su, dai, <strong>fate questo sforzo</strong>.</p>
<p>Ora però è il momento di scrivere di alcuni vini. Sono quelli che ho potuto assaggiare nel corso di una degustazione dedicata alla stampa. L&#8217;attenzione era focalizzata sui <strong>rossi tutti a base di nebbiolo</strong> di alcune delle annate recente, saltando a piè pari la 2022, giudicata (da loro) troppo calda, e quindi meno significativa. Eccoli qui di seguito, in ordine di assaggio.</p>
<p><strong>Vino Rosso 2024 Sabbionere</strong>. Rubino brillante, è fuori dall&#8217;area della doc del Canavese, e quindi si imbottiglia come generico vino rosso. Il nebbiolo un po&#8217; si nasconde. Vinosetto, ha la rosa canina, il tamarindo, il chinotto e un poco di agrumi. (84/100)</p>
<p><strong>Canavese Nebbiolo 2023 San Martin</strong>. Di quest&#8217;azienda apprezzo soprattutto l&#8217;Erbaluce: quello fatto da loro è tra i miei preferiti. Il Nebbiolo, da una vigna tra i cinquanta e i settant&#8217;anni, è asprigno, puntuto, selvatico nei frutti e nel tannino. Credo necessiti di tempo. (87/100)</p>
<p><strong>Canavese Nebbiolo 2023 Pizzino Monte</strong>. La &#8217;23 è la prima annata, e se il buon giorno si vede dal mattino, il giorno può essere molto felice. Ha tensione, tannino vivace assai bene integrato, frutto croccante e lunghezza. Il problema? Ne hanno fatte solo 220 bottiglie. (90/100)</p>
<p><strong>Vino Rosso 2023 Valchyara</strong>. La vinificazione si fa in cemento, le vasche sono quelle vecchie di una volta, e se alla fine c&#8217;è un poco di volatile nel vino, va bene uguale. Frutti boschivi e radice di rafano, corteccia di rovere e nocino. Complessità e dinamicità. (90/100)</p>
<p><strong>Carema 2023 Monte Maletto</strong>. Per me Gian Marco Viano è tra i migliori giovani produttori italiani, e con questo Carema &#8217;23 non si smentisce. Colore esilissimo, petalo di geranio. Vino elettrico ed elettrizzante. Dinamico, fremente, giovanissimo. Vino di finezza. (93/100)</p>
<p><strong>Canavese Nebbiolo 2021 Luca Leggero</strong>. Anfora e botte grande. Ne derivano un colore granato e un profilo organolettico propriamente nebbiolista, con il tabacco, il fumo e le foglie secche che si intersecano con la traccia floreale e con la liquirizia. (88/100)</p>
<p><strong>Canavese Nebbiolo Broglina 2021 Kalamass</strong>. Riccardo Boggio è un altro degli enfant prodige del Canavese, bravo sia come bianchista che come rossista. Anzi, direi che l&#8217;indole bianchista si avverte anche nei rossi, che sono frenetici e piccanti. Complesso, ma di gran beva. (91/100)</p>
<p><strong>Vino Rosso 2021 NT Wines</strong>. Gualtiero Onore, il titolare, è appena diventato il nuovo presidente dei Giovani Vignaioli Canavesani. Ha vocazione politica (è sindaco del suo paese) e potrà far bene. Il vino che ci ha proposto sa di ruggine, liquirizia ed erbe alpestri. Sui generis. (87/100)</p>
<p><strong>Vino Rosso Ostile Cesnola 2021 Daniele Giacone</strong>. Colore sottile, nuance aranciata. Ha il sale, la fragola di bosco, le foglie secche e la liquirizia. Tannino bello. Un vino che, insieme, è delicato ed energetico. Di quelli che mi vien voglia di chiamarli montanari. (90/100)</p>
<p><strong>Carema 2021 Chiussuma</strong>. La tinta è piuttosto marcata, ma di un tono rubino elegante. Freschezza, tannino scabro, fruttini di siepe fitti fitti, corpo che dà sul monolitico. Un vino giovane, che invoca la sosta nel buio della cantina di chi l&#8217;acquista. (88/100)</p>
<p><strong>Canavese Nebbiolo Girumeta 2020 Rostagno</strong>. Mi sono scritto &#8220;l&#8217;austerità e il granito&#8221;. Il granito me lo richiama il colore da cocktail americano. L&#8217;austerità viene dalle spezie dolci, dal pot pourrì, dal sottobosco, dalla noce. Scarno, quasi scheletrico, ma fresco. Mi piace. (93/100)</p>
<p><strong>Canavese Nebbiolo Darecà 2019 Figliej</strong>. Che giovinezza, signori miei! Si fa in modo &#8220;naturale&#8221; in botte grande (quasi un&#8217;anomalia, in terra di poche bottiglie) con l&#8217;uva delle pergole centenarie dietro casa. Bello, brillante, luminoso. Vitale, sprizza energia. Gran vino. (95/100)</p>
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		<title>I bianchi strutturati hanno ucciso i rossi strutturati</title>
		<link>https://internetgourmet.it/bianchi-strutturati-ucciso-rossi-strutturati/</link>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>C&#8217;è chi sostiene che la gente beve meno vino rosso perché il vino rosso è troppo alcolico. Io non ci credo che il problema sia l&#8217;alcol, e ne ho avuta la riprova nel corso di una degustazione di speck altoatesino e di Gewürztraminer (ne ho scritto di recente). Il Gewürztraminer dell&#8217;Alto Adige è un vino che &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è chi sostiene che la gente beve meno vino rosso perché il vino rosso è troppo alcolico. <strong>Io non ci credo che il problema sia l&#8217;alcol</strong>, e ne ho avuta la riprova nel corso di una degustazione di speck altoatesino e di Gewürztraminer (<a href="https://internetgourmet.it/mai-provato-speck-gewurztraminer/" target="_blank">ne ho scritto di recente</a>). Il Gewürztraminer dell&#8217;Alto Adige è un vino che va forte, come tutti i bianchi altoatesini. Nei bicchieri avevo il Selida e il Nussbaumer, entrambi della Cantina Tramin. Il primo dei due Gewürztraminer fa 14 gradi di alcol e il secondo addirittura 14,5, vale a dire quanto e più la gradazione alcolica di molti rossi &#8220;importanti&#8221;. Solo che il rosso fatica, il bianco no. Anzi, il bianco vince. Dunque, non è vero che la gente non vuole i rossi perché sono alcolici, dato che beve volentieri i bianchi che hanno livelli alcolici altrettanto elevati, e anche di più. Io vado sostenendo da tempo che, in realtà, <strong>molti hanno sostituito i vini rossi strutturati con i vini bianchi strutturati</strong>. È sbagliato pensare a una sostituzione basata solo sul colore. È la struttura che domina tuttora. Da dove trovi origine questa sostituzione, non lo so, però mi sembra un dato di fatto e per i rossi si è traslata, per caduta, da quelli strutturati e tutta la categoria.</p>
<p>Questo dimostrerebbe, inoltre, un&#8217;altra cosa, ossia che non è vero nemmeno che la gente abbandoni i rossi perché preferisce i bianchi poco alcolici. Infatti, alcune denominazioni specializzate nei vini bianchi &#8220;freschi&#8221;, a gradazione alcolica non troppo contenuta, continuano a stentare, e se vogliono vendere devono tenere prezzi all&#8217;ingrosso piuttosti bassi (<a href="https://internetgourmet.it/bevete-soave-classico-fra-un-po-non-esiste-piu/" target="_blank">vedi il caso del Soave</a>, ma non è l&#8217;unico). Men che meno la crisi dei &#8220;vinoni&#8221; rossi ha favorito i rossi leggeri. I rossi leggeri stentano come i rossi strutturati, se non, addirittura, di più.</p>
<p>Che sia moda? Può darsi, ma anche no. Forse il problema è che il vino rosso è diventato &#8220;antipatico&#8221;. Se l&#8217;è tirata troppo, nel presentarsi come &#8220;il re&#8221;, &#8220;sua maestà&#8221;, &#8220;l&#8217;eccellenza&#8221;, &#8220;il grande vino&#8221;, e il bevitore si è scoperto anarchico. Preferisce gli spumanti, che considera &#8220;leggeri&#8221;, e quando vuole struttura tradisce i rossi con i bianchi. O forse è perché i tempi cambiano, e chi non si aggiorna muore. Ricordate quella canzone che diceva &#8220;video killed the radio stars&#8221;?</p>
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		<title>I vini di Ornella Bellia, che sanno di sale</title>
		<link>https://internetgourmet.it/vini-ornella-bellia-sanno-sale/</link>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 04:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La storia dell&#8217;azienda agricola che porta il nome di Ornella Bellia, a Pramaggiore, in provincia di Venezia, è simile a quella di tante altre famiglie contadine venete. Un passato di mezzadria, trasformatosi in un&#8217;attività in proprio che ha continuato a crescere nel tempo. Negli anni Cinquanta nonno Aurelio Bellia conduceva in mezzadria diciotto ettari di terra, &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La storia dell&#8217;azienda agricola che porta il nome di <strong>Ornella Bellia</strong>, a Pramaggiore, in provincia di Venezia, è simile a quella di tante altre famiglie contadine venete. Un passato di mezzadria, trasformatosi in un&#8217;attività in proprio che ha continuato a crescere nel tempo. Negli anni Cinquanta nonno Aurelio Bellia conduceva in mezzadria diciotto ettari di terra, poi è stato il turno di papà Giovanni a lavorare quei campi e ad espanderli e adesso la figlia Ornella ha trentatré ettari di proprietà e compra le uve provenienti da altrettanti ettari di conferitori fidati, seguiti dai tecnici aziendali. Fa i vini della pianura veneta, quella che affaccia sul mare, e dal mare prende il sale.</p>
<p>Ho assaggiato qualche vino dell&#8217;azienda a Feel Venice, una manifestazione organizzata dal Consorzio Vini Venezia, che tutela le denominazioni di origine Venezia, Piave, Malanotte del Piave, Lison e Lison Pramaggiore. L&#8217;azienda di Ornella Bellia fa i Venezia, i Lison e i Lison Pramaggiore, più una serie di vini igt e di spumanti, e quand&#8217;ho aperto il cataloghino distribuito al banco aziendale mi ci sono perso, da quanti sono, tant&#8217;è che mi domando quanta gente lavori in cantina e quanta in amministrazione, a tenere aggiornati i registri imponenti, e gli ordini della clientela. Ma anche questa è una caratteristica delle cantina di quelle piane di confine tra Veneto e Venezia Giulia (c&#8217;est le terroir, direbbero i francesi, ricomprendendo nella definizione non solo la terra, ma anche l&#8217;attitudine, la vocazione, la mentalità). Fortuna che in mostra ce n&#8217;erano soltanto quattro etichette, che altrimenti non mi sarebbe bastato un pomeriggio, e quei quattro vini, però, li ho trovati molto buoni, sapidi, territoriali, dei bei biglietti da visita delle denominazioni rappresentate. Per esempio, io non sono un patito dell&#8217;incrocio manzoni, come vitigno, ma il Manzoni Bianco 2023 è centratissimo e il Pinot Grigio Ramato è un ottimo esempio della tipologia, la quale, detto per inciso, è la tipologia di Pinot Grigio che in genere mi interessa di più. E il Lison? Accattivante, con la sua multiforme presenza agrumata.</p>
<p>I vini che ho provato eccoli qui.</p>
<p><strong>Venezia Pinot Grigio Ramato 2025</strong>. Il colore è quello del rame brillante. Il sorso è salato, lagunare, snello, asciuttissimo; per certi versi, mi viene da dirlo, &#8220;autunnale&#8221;. (88/100)</p>
<p><strong>Venezia Manzoni Bianco 2023</strong>. Sapido, compatto, nessuna concessione alle smancerie aromatiche, &#8220;serio&#8221;. Fa una macerazione di una settimana, che aiuta l&#8217;estrazione. (90/100)</p>
<p><strong>Lison 2024</strong>. Tutto tai, quell&#8217;uva che una volta si chiamava tocai. Limone sfusato, cedro, erba limoncella, fiori bianchi, gelsomino, e poi, tipicissima, la mandorla. Notevole. (92/100)</p>
<p><strong>Lison Pragamaggiore Riserva Refosco dal Peduncolo Rosso G1928 2022</strong>. Il frutto è succoso e il succo salato integra molto bene la rusticità indomita del vitigno. Lunghissimo. (88/100)</p>
<p>Mi è rimasta una voglia non esaudita, ossia quella di provare il Carmenère. Sul famoso cataloghino ho visto, infatti, che lo producono sotto la doc Venezia, ma in assaggio a Feel Venice non c&#8217;era. A me in genere piacciono molto i Carmenère veneti che vengono sui ghiaioni lasciati indietro dai fiumi che corrono verso l&#8217;Adriatico. Hanno quella gastronomicità che cerco nei vini &#8220;quotidiani&#8221;, e meno male che esistono ancora quei vini. Alla luce della stile aziendale, ho il sospetto che quello fatto da loro potrebbe intrigarmi.</p>
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