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	<title>The Internet Gourmet</title>
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	<description>Un blog sul vino e sugli altri piaceri della vita</description>
	<lastBuildDate>Thu, 11 Jun 2026 04:00:45 +0000</lastBuildDate>
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		<title>C&#8217;è del gran vino bianco sull&#8217;Etna</title>
		<link>https://internetgourmet.it/gran-vino-bianco-sull-etna/</link>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 04:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non c&#8217;è dubbio che di questi tempi l&#8217;Etna sia uno dei territori del vino italiano che riscuotono maggior successo. C&#8217;è addirittura, a tal proposito, un dibattito fra chi lo vede terra da rossi e chi terra da bianchi, e chi ancora da rosati. Ci sono, in effetti, parecchie bottiglie assai degne di nota in tutti e &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non c&#8217;è dubbio che di questi tempi l&#8217;<strong>Etna</strong> sia uno dei territori del vino italiano che riscuotono maggior successo. C&#8217;è addirittura, a tal proposito, un dibattito fra chi lo vede terra da rossi e chi terra da bianchi, e chi ancora da rosati. Ci sono, in effetti, parecchie bottiglie assai degne di nota in tutti e tre i comparti. <strong>Se proprio devo scegliere, sto con chi propende per i bianchi</strong>, perché i bianchi dell&#8217;Etna fatti col <strong>carricante</strong> &#8211; intendo quelli molto ben fatti &#8211; mi piacciono parecchio per via di quella loro tensione che li rende quasi elettrici e rarefatti, e dunque alpestri, montanari, e comunque luminosissimi, com&#8217;è del resto nell&#8217;imprinting del vulcano. E insomma, <strong>suoli, clima e vitigno qui compongono un mosaico perfetto per chi voglia bere del grande vino bianco italiano</strong>.</p>
<p>Ovvio che per fare grandi bianchi non ci si può improvvisare. Servono conoscenza, esperienza e dedizione. Tra le cantine etnee, una che certamente queste doti ce le ha è <strong>Tenute Nicosia</strong>. Il fondatore, Francesco Nicosia, sull&#8217;Etna, a Trecastagni, versante sud-orientale del vulcano, ci piantò le vigne nel 1898. Anche adesso che la gestione è di Carmelo Nicosia con i figli Francesco e Graziano, quinta generazione &#8211; mentre la conduzione enologica risiede nelle mani affidabilissime di Maria Carella -, il corpo principale dei sessanta ettari di vigneti aziendali resta sempre lì, e in particolare in quelle vigne terrazzate che salgono lungo i pendii di due piccoli conetti vulcanici spenti, il Monte Gorna e il Monte San Nicolò, che si guardando l&#8217;un l&#8217;altro, ma che sono anche diversissimi l&#8217;uno dall&#8217;altro per quel che concerne i suoli, e che dunque danno vini assai differenti. <strong>È molto bello che le personalità dei vini che ne provengono siano salvaguardate e separate</strong>.</p>
<p>I vini delle Tenute Nicosia li ho assaggiati a Vinitaly. Intendo che ho assaggiato bianchi, rossi, rosa e spumanti, e la prova d&#8217;assieme è stata del tutto convincente nei quattro segmenti, per cui potrei soffermarmi su tutti; però qui ho deciso di parlare dei bianchi &#8211; splendenti &#8211; dell&#8217;Etna, e bianchi, dunque, siano.</p>
<p><strong>Etna Bianco Contrada Monte San Nicolò 2024</strong>. Carricante con un saldo minimo di minnella, che è un vitigno reliquia, storicamente coltivato sul Monte San Nicolò. Siamo intorno ai 550 metri, e dunque è la vigna &#8220;più in basso&#8221; fra quelle della tenuta. Il vino fa solo acciaio. È secchissimo, esplosivo e dinamico. Sa di clorofllla, di ginestra, di uva spina e di vulcano. (92/100)</p>
<p><strong>Etna Bianco Contrada Monte Gorna 2024</strong>. Il carricante è integrato da un dieci per cento di catarratto. L&#8217;altitudine raggiunge i 700 metri. Fa un breve passaggio in tonneau d&#8217;acacia, nell&#8217;intento di tenere a bada l&#8217;acidità scalpitante. Vino elegante, con quelle sue note di pompelmo e di anice. Mi azzardo a pensare che abbia un grande potenziale d&#8217;invecchiamento, tant&#8217;é che suppongo sarebbe perfetto nel formato magnum.  Mi affascinano il sale e l&#8217;austerità del sorso. (93/100)</p>
<p><strong>Etna Bianco Contrada Monte Gorna Vecchie Viti 2020</strong>. Quando si dice un grande bianco etneo. Solo carricante dagli alberelli sessantenni di un piccolo podere. Fa un passaggio nella barrique quasi esausta. Giallo dorato. Complesso e sapido. Ha profumi caleidoscopici di artemisia e di finocchietto, di fiori essiccati e di mallo di noce, di spezie dolci e di camomilla, di tarte tatin e di cotognata, e poi ancora e ancora, in un frequente e lungo rincorrersi di suggestioni. C&#8217;è perfino &#8211; e lo lascio per ultimo per un motivo &#8211; un vago sentore succoso di acqua di pomodoro, che ho ritrovato anche nel vino rosso che proviene anch&#8217;esso dalle vigne vecchie, stavolta di nerello mascalese, del Monte Gorna, e che dunque rappresenta, a mio vedere, un marcatore di terroir &#8211; ecco il motivo. Ma questa è un&#8217;altra storia, e prima poi, magari, ne scrivo. (96/100)</p>
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		<title>Presine e coccinelle</title>
		<link>https://internetgourmet.it/presine-e-coccinelle/</link>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 04:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Stiamo andando verso la Trattoria Ginevra dove la mia amica Antonietta e suo marito ci stanno aspettando. &#8220;Mamma ma come fa a essere tua amica se non vi siete mai viste?&#8221; mi chiede la quattrenne. &#8220;Eh amore, le nostre anime si conoscono, noi invece ci siamo viste in foto e nei video su Instagram&#8220;. Avevo &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo andando verso la Trattoria Ginevra dove la mia amica Antonietta e suo marito ci stanno aspettando. &#8220;<em>Mamma ma come fa a essere tua amica se non vi siete mai viste?</em>&#8221; mi chiede la quattrenne. &#8220;<em>Eh amore, le nostre anime si conoscono, noi invece ci siamo viste in foto e nei video su Instagram</em>&#8220;. Avevo scritto un popcorn (<a href="https://internetgourmet.it/il-fiore-di-loto/">si legge qui</a>) sulla nostra amicizia virtuale, ora invece lo scrivo sull&#8217;incontro dal vivo. Guardarci negli occhi e, finalmente, abbracciarci è stato il più bel regalo di compleanno. Dalla pubblicazione del primo popcorn, Antonietta ed io abbiamo scoperto di avere davvero tante affinità e ancora più cose in comune. E poi ci sono certe sincronicità che ti fanno sentire ascoltata dall&#8217;universo. Qualche settimana fa, mentre sistemavo i cassetti in soggiorno, ho detto al mio compagno: &#8220;<em>Bisogna che mi informi all&#8217;università della terza età se conoscono qualcuno che può realizzarmi delle presine all&#8217;uncinetto</em>&#8220;, perché io le adoro! E cosa mi regala Antonietta, senza sapere di questa mia passione e senza che io sapessi del suo talento nelle creazioni con l&#8217;uncinetto? Due presine e un asciugamano dove ha ricamato foglie e coccinelle. Sono rimasta sbalordita, davvero basita, oltre che contenta, si capisce. A una certa ora del pomeriggio abbiamo dovuto lasciare il locale e ci siamo spostati al parco dove la piccola ha giocato e noi si è chiacchierato di tutto e di più. Che ricchezza, che bellezza! I social, usati bene, nascondono tesori.</p>
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		<title>Fare Aleatico all&#8217;Elba</title>
		<link>https://internetgourmet.it/fare-aleatico-allelba/</link>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 04:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Fa vino sull&#8217;isola d&#8217;Elba, ma l&#8217;ho incontrato a Verona perché lui è veronese. Si chiama Carlo Ederle. All&#8217;Elba la sua famiglia possiede la Tenuta delle Ripalte dalla fine degli anni Settanta, da quando cioè la rilevò assieme, allora, ad altri soci. Sono quattrocentocinquanta ettari, ma solo in piccola parte vitati: la stragrande maggioranza è pura macchia &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fa vino sull&#8217;<strong>isola d&#8217;Elba</strong>, ma l&#8217;ho incontrato a Verona perché lui è veronese. Si chiama <strong>Carlo Ederle</strong>. All&#8217;Elba la sua famiglia possiede la <strong>Tenuta delle Ripalte</strong> dalla fine degli anni Settanta, da quando cioè la rilevò assieme, allora, ad altri soci. Sono quattrocentocinquanta ettari, ma solo in piccola parte vitati: la stragrande maggioranza è pura macchia mediterranea. Incolta.</p>
<p>Di per sé, la tenuta ha un&#8217;origine abbastanza remota: l&#8217;aveva fondata, già nell&#8217;Ottocento, l&#8217;imprenditore italo-svizzero Oscar Tobler, celebrato professore di agronomia e proprietario di un <span class="x193iq5w xeuugli x13faqbe x1vvkbs xlh3980 xvmahel x1n0sxbx x1lliihq x1s928wv xhkezso x1gmr53x x1cpjm7i x1fgarty x1943h6x xudqn12 x3x7a5m x6prxxf xvq8zen xo1l8bm xzsf02u x1yc453h" dir="auto">vasto patrimonio immobiliare e agricolo</span>, che aveva unificato vari piccoli appezzamenti e ci aveva fatto costruire la villa padronale. Inoltre, a dire il vero, quando gli Ederle e i loro affiliati la acquisirono, pensavano più a un progetto turistico che a un assetto viticolo. Infatti, alle Ripalte c&#8217;è un resort. <strong>Il vino è arrivato dopo, negli anni Duemila, quando Piero Ederle, ripiantate un po&#8217; di vigne, coinvolse Piermario Meletti Cavallari, fondatore della cantina Grattamacco a Bolgheri</strong>.</p>
<p>Meletti Cavallari, che aveva sempre avuto un debole per una varietà marginale come quella dell&#8217;aleatico, propose di riportarne in vita i vigneti storici, nonché di realizzare una cantina all’avanguardia, la cui progettazione fu affidata all&#8217;architetto Tobia Scarpa. Insomma, era un vertice di professionalità, orientato a <strong>dar vita a un&#8217;impresa che oggi appare temeraria: produrre l&#8217;Aleatico passito</strong>. Temeraria, intendo, perché il passito è difficilissimo da vendere. La gente non beve più vini dolci, li disconosce, ed è un gran peccato, dato che in Italia ne abbiamo di straordinari. Ad accentuare le difficoltà del mercato ci si mise anche la crisi economico-finanziaria del 2008, quella innescata dal crollo dei mutui subprime. Insomma, le preoccupazioni non erano poche. &#8220;Allora &#8211; mi racconta Carlo &#8211; decidemmo di inserire delle altre referenze, dei bianchi a base prevalentemente di vermentino e dei rossi a base soprattutto di alicante. Sono comunque tutte varietà mediterranee, perché per noi il vino dell&#8217;Elba deve avere un sapore mediterraneo&#8221;. Le rese sono assai basse: &#8220;Non può essere altrimenti &#8211; spiega Carlo &#8211; per via dei suoli impegnativi, del clima arido e della totale impossibilità di irrigare, dato che manca l&#8217;acqua&#8221;.</p>
<p>I vini della Tenuta delle Ripalte li ho assaggiati tutti. Si è cominciato con un vino che mi ha sorpreso, ed è da quello che inizio anch&#8217;io l&#8217;illustrazione delle etichette, &#8220;in ordine di apparizione&#8221;, come si diceva nei titoli di coda dei film di una volta.</p>
<p><strong>Vino Spumante Rosato Brut</strong>. Eccolo qua, il vino inaspettato: un rosato spumante fatto con le uve di aleatico. &#8220;Lo spumante &#8211; dice Carlo Ederle &#8211; non appartiene alla tradizione dell&#8217;Elba, ma dato che le vendite dell&#8217;Aleatico passito erano ferme e il mondo voleva le bollicine, nel 2014 abbiamo provato a farlo. La cosa più veloce era usare il metodo Charmat. Ne uscì un prodotto interessante, che oltretutto ci consentiva di anticipare il momento dell&#8217;immissione sul mercato di un vino a base di aleatico e di spostarne il consumo dal fine pasto all&#8217;aperitivo&#8221;. Il vino è decisamente accattivante, ha il fruttino di bosco e gli agrumi, nonché un sorso salatino che lo rende perfettamente estivo. (88/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Rosato 2024</strong>. E questo è il Rosato &#8220;fermo&#8221;, sempre fatto con l&#8217;aleatico. Il bouquet è interessantissimo: resina di pino (è davvero molto resinoso), frutti rustici (corniolo, corbezzolo, bacche di rosa canina), mela annurca, una insolita vena di affumicato. Viene &#8220;ripassato&#8221; sulle vinacce dell&#8217;Aleatico passito. Geniale. Azzardo un punteggio consistente. (90/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Vermentino 2024</strong>. Un vino semplice, da cucina estiva. Il sorso è marino. Il profumo ricorda l&#8217;ananas e il limone verde. Il vermentino è &#8220;aiutato&#8221; da un saldo di petit manseng. (80/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Vermentino Bianco Mediterreano 2022</strong>. Qui invece il saldo è di fiano e un terzo del vino affina in legno. Il vino ha un solo limite, quello di essere ancora giovanissimo. Sapido, succoso, citrino, dritto, austero. Promette una bella evoluzione nel vetro. Sarebbe bello averne una bottiglia magnum, da far invecchiare. (88+/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Rosso 2024</strong>. Alicante più un saldo di carignano. Semplice come il suo fratello bianco. Macchia mediterranea e fruttino. (80/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Alicante Rosso Mediterraneo 2022</strong>. E qui, come nel bianco affinato rispetto a quello più immediato, facciamo un salto in avanti. Un rosso pacato, pensoso, salatissimo, denso di macchia mediterranea, di afrori di sottobosco, di radice, di corteccia; piccantissimo. Si affina in tonneau. Bella prova. (90/100)</p>
<p><strong>Aleatico Passito dell&#8217;Eba Alea Ludendo 2022</strong>. E finalmente l&#8217;Aleatico Passito. Il sorso è molto gradevole con quella mela succosissima, quella caramellina inglese alla mora e tutto quel sale. È la salinità stessa che tiene a bada la dolcezza (ci sono centotrenta grammi di zucchero per litro). Solo l&#8217;alcol è un po&#8217; sopra le righe: i quindici gradi si avvertono, ed è un peccato. Io lo farei invecchiare ancora un po&#8217;, e poi lo metterei su un piatto di selvaggina. (87/100)</p>
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		<title>Il vino dica parole di pace</title>
		<link>https://internetgourmet.it/vino-dica-parole-pace/</link>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 04:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non ho le competenze per commentare l&#8217;enciclica recentissima nella quale papa Leone XIV parla della &#8220;custodia della persona umana nel tempo dell&#8217;intelligenza artificiale&#8220;, però nel testo c&#8217;è un passaggio su cui mi vorrei brevemente soffermare, a costo di sembrare ingenuo o romantico, perché riguarda il linguaggio, e dunque la scrittura e la comunicazione, compresa quella &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho le competenze per commentare l&#8217;enciclica recentissima nella quale papa Leone XIV parla della &#8220;<a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html" target="_blank">custodia della persona umana nel tempo dell&#8217;intelligenza artificiale</a>&#8220;, però nel testo c&#8217;è un passaggio su cui mi vorrei brevemente soffermare, a costo di sembrare ingenuo o romantico, perché <strong>riguarda il linguaggio, e dunque la scrittura e la comunicazione, compresa quella del vino</strong>. È quello nel quale invita a &#8220;<strong>disarmare le parole</strong>&#8220;.</p>
<p>Mi piace quest&#8217;invito, e mi piace moltissimo com&#8217;è formulato: disarmare le parole. Spesso, infatti, le parole pronunciate o scritte alimentano involontariamente la cultura del conflitto. Succede anche nel mondo del vino. Per esempio, confesso di provare qualche disagio a leggere alcuni dei <strong>comunicati stampa</strong> che ricevo. Mi riferisco a quelli titolati con la medesima, ricorrente<strong> simbologia guerresca</strong> secondo cui questa o quella denominazione di origine &#8220;<strong>va alla conquista</strong>&#8221; di questo o quel mercato estero. Sì, lo so, è un modo di dire. Sì, lo so, non c&#8217;è alcuna volontà di offesa o di sopraffazione. Ma è proprio lì il problema: abbiamo metabolizzato la cultura del conflitto:<strong> </strong>mi turba questa formula belligerante dell'&#8221;andare alla conquista&#8221;, del &#8220;conquistare&#8221;. <strong>Parlare parole di guerra produce una cultura del conflitto</strong>. Invece,<strong> parlare parole di pace genera una cultura dell&#8217;incontro, della comprensione, della condivisione</strong>. Il vino nasce come strumento di incontro, di comprensione, di condivisione. Il vino dovrebbe farsi strumento di pace. Mi piacerebbe, dunque, che il vino parlasse sempre parole di pace, e credo sia bello che lo faccia in ogni momento, ma soprattutto adesso che i venti di guerra spirano per il mondo. &#8220;<strong>Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace</strong>&#8220;, diceva Giorgio La Pira, e la sua frase è citata anch&#8217;essa nell&#8217;enciclica. Per favore, facciamo più attenzione alle parole. Disarmiamole. Usiamo le parole della pace, rinunciamo a quelle della guerra.</p>
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		<item>
		<title>Il gran cru di Lapìo e i Fiano di Laura De Vito</title>
		<link>https://internetgourmet.it/gran-cru-lapio-fiano-laura-de-vito/</link>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 04:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La prima risposta che do regolarmente a chi mi chieda di indicare i gran cru del vino bianco in Italia è: Lapìo. Il comune di Lapìo è in Irpinia, Campania. Fa circa millequattrocento abitanti e nel suo territorio si producono alcune interpretazioni del Fiano di Avellino talmente caratteriali, cristalline e longeve da lasciarmi ogni volta profondamente affascinato. &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La prima risposta che do regolarmente a chi mi chieda di indicare i gran cru del vino bianco in Italia è: <strong>Lapìo</strong>. Il comune di <span id="_W7YhavnSE76ni-gPv_zB0Qo_17" class="K6pdKd wtBS9">Lapìo è in Irpinia, Campania. Fa circa millequattrocento abitanti e <strong>nel suo territorio si producono alcune interpretazioni del Fiano di Avellino talmente caratteriali, cristalline e longeve da lasciarmi ogni volta profondamente affascinato</strong>. Ho solo un&#8217;osservazione, del tutto personale. Magari sbaglio, ma resto convinto che il giorno che da quelle parti si decideranno, finalmente, a confezionare il Fiano nella chiusura a vite &#8211; o almeno a fare &#8220;anche&#8221; quello -, la stella di Lapìo brillerà definitivamente luminosissima nel firmamento dei grandi bianchi del mondo. Credo anzi che il Fiano di Avellino fatto a Lapìo, proprio per le sue caratteristiche di tensione, di mineralità e anche di grande longevità, sia tra i vini bianchi che più avrebbero da beneficiare da un&#8217;oculata scelta della chiusura a vite e delle relative membrane. Ma queste sono solo &#8211; come ho detto &#8211; elucubrazioni mie, che di certo non pretendo vengano fatte proprie dai produttori.</span></p>
<p><span id="_W7YhavnSE76ni-gPv_zB0Qo_17" class="K6pdKd wtBS9">Dal 2018, e quindi non da molto, n<strong>el novero dei migliori produttori del Fiano di Lapìo si è aggiunta una nuova azienda</strong>, quella di <strong>Laura De Vito</strong>, che ha bruciato le tappe, in virtù della <strong>scelta lungimirante di valorizzare le singole vigne</strong>. </span>A Lapìo Laura De Vito gestisce infatti una dozzina di ettari nelle contrade Arianiello, Verzare e Sauroni, e vi fa nascere altrettante etichette di Fiano, oltre a un blend delle tre vigne. Comunque tutto Fiano e solo Fiano (l<span id="_W7YhavnSE76ni-gPv_zB0Qo_17" class="K6pdKd wtBS9">a consulenza enologica è stata affidata a <strong>Vincenzo Mercurio</strong>, il quale dell&#8217;area è fine conoscitore), n</span>essun altro vino. Brava.</p>
<p>Le vigne hanno un&#8217;età media intorno ai trent&#8217;anni. Per le bottiglie si utilizzano chiusure tecniche a tappo raso, e ho apprezzato che con la nuova annata, la 2023, sia stato fatto un upgrade tipologico<span id="_W7YhavnSE76ni-gPv_zB0Qo_17" class="K6pdKd wtBS9">.</span> A Vinitaly ho potuto assaggiare proprio i quattro vini del 2023, che fu annata per niente facile. In ogni caso, la scelta di un lungo affinamento in bottiglia (venti mesi, dopo i nove in vasca d&#8217;acciaio sulle fecce fini) è coraggiosa, ma assolutamente premiante. Insomma, il tempo è il miglior alleato del grande Fiano di Avellino, e i vini lo dimostrano.</p>
<p><strong>Fiano di Avellino Elle 2023</strong>. È il blend delle tre vigne. Come si usa dire, è &#8220;minerale&#8221;. Vino secchissimo e teso, ha il sale, netto, e un che di polvere da sparo. Un vino &#8220;d&#8217;ingresso&#8221; molto buono. (88/100)</p>
<p><strong>Fiano di Avellino Arianiè 2023</strong>. Viene dalle uve coltivate in contrada Arianiello, dove ci sono forti escursione termiche giornaliere e venti costanti. I vigneti sono fra i 450 e i 550 metri di altitudine. La guida del Gambero Rosso gli ha dato i tre bicchieri. Li merita. Sapidità, tensione; pompelmo giallo, finocchietto e mentuccia, mandorle, tracce inconsuete di funghi champignon; lunghezza. (90/100)</p>
<p><strong>Fiano di Avellino Verzare 2023</strong>. Però il mio preferito, tra i Fiano di Laura De Vito, è quello che viene dalla contrada Verzare. Ancora più teso, più sapido e più minerale dell&#8217;Arianiè. Direi quasi affilato. La vigna è a 550 metri, e il luogo è anch&#8217;esso ventoso e con grosse differenze di temperature tra giorno e notte. Ha il frutto della susina gialla, la regina Claudia, quando non è ancora del tutto matura, e quindi conserva una vena asprigna (è il momento in cui lo preferisco) e poi la clorofilla e i fiori alpestri. (93/100)</p>
<p><strong>Fiano di Avellino Li Sauruni 2023</strong>. La vigna di contrada Sauruni è ancora un po&#8217; più in alto. Il colore ricco dà l&#8217;idea di un frutto giallo più polposo, e l&#8217;assaggio lo conferma; purtuttavia, stupisce e convince la traccia rinfrescante del mandarino. Asciuttissimo e dritto, probabilmente ha bisogno di altro tempo per potersi esprimere nella sua pienezza arcigna. (89+/100)</p>
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		<title>Quell&#8217;eleganza tra Giscours e Caiarossa</title>
		<link>https://internetgourmet.it/quell-eleganza-tra-giscours-caiarossa/</link>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 04:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono un bevitore di vini bordolesi. Le mie appellation preferite sono Saint-Émilion e Margaux. Lo scorso novembre, non appena venne dato l&#8217;annuncio che al numero uno della top 100 di Wine Spectator c&#8217;era il Margaux 2022 di Château Giscours, piazzai l&#8217;ordine di tre bottiglie, senza esitare. Una l&#8217;ho bevuta subito, e ne sono stato felice: che &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono un bevitore di vini bordolesi. Le mie appellation preferite sono Saint-Émilion e Margaux. Lo scorso novembre, non appena venne dato l&#8217;annuncio che al numero uno della top 100 di Wine Spectator c&#8217;era <strong>il</strong> <strong>Margaux 2022 di Château Giscours</strong>, piazzai l&#8217;ordine di tre bottiglie, senza esitare. Una l&#8217;ho bevuta subito, e ne sono stato felice: che bel vino. Una seconda bottiglia l&#8217;ho regalata, e chi l&#8217;ha ricevuta mi ha poi detto di aver trovato il vino elegantissimo. La terza bottiglia è nella mia cantina, ad aspettare che passi ancora tempo. Però <strong>quel 2022 mi è già capitato di berlo di nuovo. È successo, con mia sorpresa, nello stand di una cantina toscana presente a Vinitaly. La cantina è Caiarossa</strong>.</p>
<p>Non avevo mai provato i vini di Caiarossa. Soprattutto, non sapevo che i proprietari fossero gli stessi di Château Giscours, ossia <strong>la famiglia Albada Jelgersma</strong>. Fu nel  2004 che Eric Albada Jelgersma decise di acquistarla. Oggi a occuparsene, dopo la sua scomparsa, sono i figli Dennis, Derk e Valérie. La tenuta è sul versante occidentale di una collina affacciata sul mare della Costa Toscana, duecento metri di altitudine. La zona è fuori dalle rotte più conosciute del vino toscano, nella parte più meridionale della provincia di Pisa, nel comune di Riparbella. Stupisce che i proprietari di un grande château bordolese abbiano deciso di investire lì, dove non c&#8217;è una storia vinicola affermata. Ma <strong>la storia si può scrivere da zero, se c&#8217;è la giusta intuizione</strong>. Quando Eric Albada Jelgersma acquistò la tenuta ci aveva visto un grande potenziale. <strong>Aveva visto giusto</strong>. I vini di Caiarossa si candidano a scrivere un capitolo nuovo dei rossi di Toscana.</p>
<p>Va da sé che mi siano piaciuti. Lo stile è chiarissimo e sfodera continuità affidabile tra le etichette. Nei calici ho trovato l&#8217;eleganza che cerco, la luminosità del sorso, la sincerità del frutto, e il ricordo marino. La vigna è condotta secondo i princìpi della biodinamica. &#8220;P<span data-contrast="none"><span data-ccp-parastyle="Normal0">rodurre</span><span data-ccp-parastyle="Normal0"> un vino di </span><span data-ccp-parastyle="Normal0">qualità</span><span data-ccp-parastyle="Normal0">, secondo </span><span data-ccp-parastyle="Normal0">noi</span> <span data-ccp-parastyle="Normal0">corrisponde</span><span data-ccp-parastyle="Normal0"> a </span><span data-ccp-parastyle="Normal0">renderci</span> <span data-ccp-parastyle="Normal0">parte</span> <span data-ccp-parastyle="Normal0">attiva</span> <span data-ccp-parastyle="Normal0">nella</span> <span data-ccp-parastyle="Normal0">difesa</span><span data-ccp-parastyle="Normal0"> e </span><span data-ccp-parastyle="Normal0">nel</span><span data-ccp-parastyle="Normal0"> rispetto del nostro </span><span data-ccp-parastyle="Normal0">pianeta&#8221; dice Francesco Villa</span></span><span data-contrast="none"><span data-ccp-parastyle="Normal0">, d</span><span data-ccp-charstyle="Nessuno A" data-ccp-charstyle-defn="{&quot;ObjectId&quot;:&quot;9e3ae48c-dd60-5e1b-aef1-a5019017d27d|1&quot;,&quot;ClassId&quot;:1073872969,&quot;Properties&quot;:[469775450,&quot;Nessuno A&quot;,201340122,&quot;1&quot;,134233614,&quot;true&quot;,469778129,&quot;NessunoA&quot;,335572020,&quot;1&quot;,469777841,&quot;Times New Roman&quot;,469777842,&quot;Times New Roman&quot;,469777843,&quot;Arial Unicode MS&quot;,469777844,&quot;Times New Roman&quot;,469769226,&quot;Times New Roman,Arial Unicode MS&quot;]}">irettore</span> <span data-ccp-charstyle="Nessuno A">tecnico della tenuta. Ci credo anch&#8217;io.</span></span></p>
<p><strong>Toscana Rosso Pergolaia 2023 Caiarossa</strong>. In larga maggioranza sangiovese, e si sente, unito a un saldo di cabernet sauvignon e di merlot e appena appena un po&#8217; di cabernet franc. Lo si potrebbe definire un sangiovese costiero, con quella sapidità che gli conferisce un&#8217;idea di leggerezza; e poi, a raffrescare ulteriormente, certe tracce di macchia mediterranea che intessono il frutto. (90/100)</p>
<p><strong>Toscana Rosso Aria di Caiarossa 2023 Caiarossa</strong>. È figlio di cinque varietà francesi: tre sono bordolesi &#8211; il cabernet sauvignon, il cabernet franc e il merlot -, le altre due del Rodano &#8211; la syrah e il grenache. È quasi la summa delle due terre, fuse insieme, però, con un&#8217;indole toscana. Ha le spezie e il fiore d&#8217;ibisco delle varietà rodaniane, il frutto espressivo di quelle bordolesi, il sale e la freschezza della costa, l&#8217;affascinante vena rustica dei rossi di Toscana giovani. Evolve di minuto in minuto. (92/100)</p>
<p><strong>Toscana Rosso Caiarotta 2023 Caiarossa</strong>. Nel calice il vino è luminosissimo, cristallino, brillante. Il sorso, poi, è tutto eleganza e finezza, caleidoscopico come l&#8217;uvaggio: il sangiovese a rappresentare la Toscana, i due cabernet, il merlot e il petit verdot come anima bordolese, syrah e grenache come ricordi del Rodano meridionale. Potrei stare qui a scrivere un lungo elenco di frutti, di spezie, di essenze botaniche, ma sarebbe un esercizio futile e sterile: è la prova d&#8217;assieme che avvince, è la seduzione che ne emerge. Un grande vino. Il futuro che si fa presenza viva. (96/100)</p>
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		<title>Mammaveg</title>
		<link>https://internetgourmet.it/mammaveg/</link>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 04:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Stiamo in cucina insieme da quando la portavo in fascia e ora che la mia piccola è cresciuta, cuciniamo e cerchiamo ricette, insieme. La sera prima di dormire guardiamo le nostre blogger preferite e a volte ne apprezziamo di nuove. Quelle salate sono le nostre ricette del cuore. Io leggo gli ingredienti e lei risponde: &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo in cucina insieme da quando la portavo in fascia e ora che la mia piccola è cresciuta, cuciniamo e cerchiamo ricette, insieme. La sera prima di dormire guardiamo le nostre blogger preferite e a volte ne apprezziamo di nuove. Quelle salate sono le nostre ricette del cuore. Io leggo gli ingredienti e lei risponde: &#8220;C<em>e l&#8217;abbiamo, ci manca, ce l&#8217;abbiamo, ci manca</em>&#8220;. Tempo fa abbiamo scoperto una ricetta che è diventata il nostro pane quotidiano, sulla pagina di mammaveg. &#8220;<em>Mamma, ma si chiama come te! Mammareiki e Mammaveg</em>&#8220;. &#8211; &#8220;<em>E non solo amore, si chiama anche Michela, come me</em>&#8220;. A Gaia questo profilo piace molto e anche a me. I video sono delicati, lenti, pieni di dolcezza. I post sono belli, chiari, le foto invitanti, ci sono tanti fiori anche sulle pietanze. Salviamo il nostro prossimo esperimento. Si chiama Schiacciata antispreco (<a href="https://www.instagram.com/reel/DEFqmxTo1Gg/?igsh=d3lmMnVtNTdtbmwy">la trovate qui su Instagram</a>) e noi l&#8217;abbiamo replicata uguale e con molteplici varianti. L&#8217;idea è di utilizzare scarti di verdure come i gambi del cavolfiore, i gambi di finocchio o altre verdure. Si uniscono a una pastella di farina di riso e poi si cuoce tutto in forno. Noi l&#8217;abbiamo provata anche sostituendo la farina di riso con la farina di mais fioretto e viene buonissima, naturalmente bisogna aumentare le dosi di acqua. Poi abbiamo fatto la versione arancione tutta carote, quella tutta verde con la parte alta dei porri e quella mix con quel che c&#8217;era in frigo. Ogni volta che la metto in tavola sparisce alla velocità della luce. Mammaveg ormai è di famiglia ed io volevo tanto scriverci questo popcorn. Fatto!</p>
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		<title>Il vino bianco del giardino mistico</title>
		<link>https://internetgourmet.it/vino-bianco-del-giardino-mistico/</link>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 04:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://internetgourmet.it/?p=34598</guid>
		<description><![CDATA[<p>“Sei ospite di una comunità vivente” si legge sulla brochure che viene consegnata a ciascun visitatore insieme a una cuffia stereofonica. Sono gli strumenti per un percorso di meditazione allestito dal Dicastero per la cultura e l’educazione del Vaticano nell&#8217;ambito della Biennale di Venezia. Ne scrivo perché quel percorso si dipana tra le vigne, e sì, &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">“Sei ospite di una comunità vivente” si legge sulla brochure che viene consegnata a ciascun visitatore insieme a una cuffia stereofonica. Sono gli strumenti per <strong>un percorso di meditazione allestito dal Dicastero per la cultura e l’educazione del Vaticano nell&#8217;ambito della Biennale di Venezia</strong>. Ne scrivo perché quel percorso si dipana tra le vigne, <strong>e sì, dentro a Venezia ci sono anche i vigneti</strong>.</p>
<p>Nello specifico, il vigneto, di soli diciassette brevissimi filari, è quello del <strong>giardino mistico dei Carmelitani scalzi, nel brolo del monastero adiacente alla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia</strong>. Contiene le varietà di vite <strong>recuperate in laguna dall&#8217;opera del tutto meritoria del Consorzio dei Vini di Venezia</strong>, il quale riunisce cinque diverse denominazioni di origine, ossia Venezia, Piave, Malanotte del Piave, Lison e Lison Pramaggiore. È il Consorzio stesso che dal 2014, l&#8217;anno dell&#8217;impianto, aiuta i frati a ricavarci due vini, un bianco e un rosso. <strong>Stefano Quaggio</strong>, direttore del Consorzio, mi spiega che sono costretti a portar fuori l&#8217;uva dal convento tenendola coperta dai teloni, per evitare l&#8217;assalto dei turisti incuriositi nel vedere transitare i carri colmi di grappoli tra i binari. Perché quella è la zona d&#8217;accesso dei turisti. Ma dell&#8217;uva e del vino parlo dopo.</p>
<p>Dicevo del giardino mistico. Si tratta, mi ha spiegato il priore del convento, <strong>padre Ermanno Barucco</strong>, di <strong>un vero e proprio giardino agricolo conventuale</strong>, nel senso che serve sia a ricavarci verdure e frutta per i frati (nonché la pregiata melissa moldavica, che in realtà non è una vera melissa, bensì la Dracocephalum moldavica, utilizzata per ottenere, dal 1710, la celeberrima e rilassante Acqua di Melissa dei padri Carmelitani scalzi), sia per meditare e per pregare (eccola qui la &#8220;comunità vivente&#8221; citata in apertura). Tant&#8217;è che <strong>la prima meditazione suggerita ai visitatori è quella relativa alla mutevolezza della vita, dato che il giardino, come la vita stessa, è in continua evoluzione, e chi lo frequenta ne può vedere solo l&#8217;istantanea del momento, che sarà già cambiata l&#8217;indomani, secondo il ciclo naturale delle fioriture e delle stagioni</strong>. La concettualità del giardino si ispira al <strong>&#8220;castello interiore&#8221; di santa Teresa d&#8217;Avila</strong>, riconosciuta come madre e fondatrice dall&#8217;Ordine dei Carmelitani scalzi. È, quel &#8220;castello interiore&#8221;, un itinerario dell&#8217;anima per chi si ponga alla ricerca di Dio, e si struttura attraverso <strong>sette passaggi di elevazione, che trovano simbolizzazione nel giardino mistico veneziano</strong>. Ora, non è questa la sede per approfondire, però l&#8217;osservazione, lenta, del giardino, ti sollecita alla riflessione, e così pure induce al pensiero il suo <strong>perfetto ordine geometrico e aritmetico, perché un percorso spirituale a che cosa dovrebbe servire se non a mettere ordine alla propria anima?</strong></p>
<p>Nel periodo della Biennale quel percorso, già di per sé fascinosamente perturbante, si arricchisce di nuovi e ulteriori suggestioni, e sono le musiche che ascoltano in cuffia i visitatori, in quell&#8217;itinerario sonoro e meditazionale che ha il nome bellissimo di <em class="eujQNb" data-sfc-root="c" data-sfc-cb="" data-copy-service-computed-style="font-family: Google Sans, Arial, sans-serif; font-size: 16px; font-weight: 400; margin: 0px; text-decoration: none; border-bottom: 0px rgb(10, 10, 10);">The Ear is the Eye of the Soul<!--TgQPHd|[]--></em>, l&#8217;orecchio è l&#8217;occhio dell&#8217;anima. A scriverle, a comporle, quelle sonorità, sono stati nomi importanti della musica contemporanea. Ne cito solo tre: <strong>Patti Smith, Brian Eno, Meredith Monk</strong>.</p>
<p>Però io scrivo di vino, soprattutto di vino, e allora dico che dopo la visita al giardino mistico assieme a padre Ermanno e a Stefano Quaggio, il vino del convento ho voluto provarlo, assaggiarlo, berlo. Dico &#8220;il vino&#8221;, al singolare, dato che nel negozietto all&#8217;uscita del convento il rosso risultava esaurito (le bottiglie sono, ovviamente, pochissime). <strong>Ho dunque acquistato una bottiglia dell&#8217;Ad Mensam, il vino bianco. Volete che vi dica subito com&#8217;è? È molto, molto buono</strong>.</p>
<p>Viene fatto con tutte le varietà bianche coltivate nel giardino mistico del convento. Ci sono, per esempio, la dorona, la bianchetta trevigiana, il grapariol, nonché, inevitabile, una malvasia, simbolo, quasi, della storicità vinicola della Serenissima. <strong>Ha una traccia aromatica serissima e sottile</strong>, che ricorda a tratti le uve bianche precoci che si mangiavano già da luglio in campagna e poi la mandorla e i fiori gialli, e un che di erbe officinali. <strong>Il sorso è compatto, polposo, eppure intriso di acidità e soprattutto di sale, e pure piccantino</strong>. Il nome che gli si è dato, Ad Mensam, per la tavola imbandita, è quanto mai adatto, essendo vino bianco gastronomicissimo e conviviale, e lo vedrei bene sulla cucina di pesce di laguna. <strong>Gran bell&#8217;esecuzione di un progetto che già di per sé è meraviglioso, ma così lo è ancora di più</strong>. E dunque <strong>giù il cappello per i Carmelitani e per questo Consorzio dei Vini di Venezia che dimostra come si possa fare davvero la cultura del vino</strong>, la quale, come da tempo insisto nel dire, è prima di tutto umanistica, e dunque spirituale, e solo dopo, inevitabilmente, anche materiale.</p>
<p>Al vino non do voto, essendo assai particolare, ma figuratevelo un voto piuttosto convincente. Quanto al prezzo, la bottiglia l&#8217;ho pagata 15 euro. Suggerirei di rivederlo al rialzo. Lo merita.</p>
<p><strong>Vino Bianco Ad Mensam Ordine dei Frati Carmelitani Scalzi</strong></p>
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		<title>Le favole finiscono, a volte per scriverne di nuove</title>
		<link>https://internetgourmet.it/le-favole-finiscono-volte-scriverne-nuove/</link>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 04:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nel consigliare, sul mio libro &#8220;Esercizi spirituali per bevitori di vino&#8221;, lo Zero Infinito Cremisi di Pojer e Sandri, scrissi che &#8220;Peter Pan esiste, ha i baffi ed è di Faedo: si chiama Mario Pojer, fa vini giocherelloni come questo, e si diverte un mondo&#8221;. Però quella di Peter Pan è una favola, e le &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel consigliare, sul mio libro &#8220;Esercizi spirituali per bevitori di vino&#8221;, lo Zero Infinito Cremisi di <strong>Pojer e Sandri</strong>, scrissi che &#8220;<strong>Peter Pan esiste, ha i baffi ed è di Faedo: si chiama Mario Pojer</strong>, fa vini giocherelloni come questo, e si diverte un mondo&#8221;. <strong>Però quella di Peter Pan è una favola, e le favole, si sa, finiscono</strong>. Me ne ha dato contezza <a href="https://www.smstudiopr.it/it/news/dettagli/nuovo-capitolo-per-la-pojer-e-sandri-prosegue-il-percorso-allinsegna-della-continuita-e-delleccel.html" target="_blank">un comunicato stampa</a> nel quale ho letto che &#8220;dopo un lungo percorso costruito insieme, <strong>Mario Pojer e Fiorentino Sandri hanno definito consensualmente la separazione delle rispettive attività</strong>&#8220;. Dopo cinquant&#8217;anni &#8211; forse appena un po&#8217; di più: la prima parola fu scritta nel 1975 &#8211; questa favola è finita. Grosso modo. &#8220;Fiorentino Sandri &#8211; si legge, infatti, nella comunicazione &#8211; manterrà la guida dello storico marchio Pojer e Sandri, insieme alla maggior parte dei vigneti aziendali situati tra Faedo e Grumes, custodendo il patrimonio di esperienza, le etichette storiche e la filosofia produttiva che hanno reso la cantina un punto di riferimento dell’enologia italiana. Mario Pojer proseguirà invece il proprio percorso in Val di Cembra, dove continuerà a coltivare la sua idea di vino insieme alla seconda generazione della famiglia. Si tratta dunque di due percorsi che proseguiranno su strade diverse, ciascuno in base alla propria visione, nel solco di una tradizione enologica di altissimo livello&#8221;.  La qual cosa mi dà un&#8217;altra chiave di lettura, ossia che <strong>a volte le favole finiscono perché se ne scrivano delle altre</strong>, che si spera &#8211; e gli si augura &#8211; siano altrettanto belle, e magari anche di più. Così adesso noi lettori di fiabe ci mettiamo in attesa dei nuovi capitoli. Noi lettori siamo sempre speranzosi che ci piacciano, i nuovi capitoli dei nostri eroi.</p>
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		<title>Trattoria Ginevra</title>
		<link>https://internetgourmet.it/trattoria-ginevra/</link>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 04:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Lignano pullula di locali turistici ma io sono una fan delle trattorie di un tempo e poiché ci voglio festeggiare il compleanno, chiedo consiglio e approdo alla Trattoria Ginevra. Scoppio a ridere durante la prenotazione telefonica perché Bruno, il titolare, mi fa una battuta irresistibile. E già mi ha conquistata. Quando arrivo mi riceve con &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lignano pullula di locali turistici ma io sono una fan delle trattorie di un tempo e poiché ci voglio festeggiare il compleanno, chiedo consiglio e approdo alla Trattoria Ginevra. Scoppio a ridere durante la prenotazione telefonica perché Bruno, il titolare, mi fa una battuta irresistibile. E già mi ha conquistata. Quando arrivo mi riceve con una lunga rosa in mano e si sa, chi dona un fiore, dona l&#8217;amore, perciò siamo già a buon punto. Raggiungo il tavolo, dove gli amici mi stanno già aspettando, e il posto della mia bimba si riconosce dai fogli bianchi e un pentolino pieno di pennarelli. Neanche il tempo di togliersi il giacchetto e la piccola sta già colorando. Siamo indecisi sul menu ma alla fine scegliamo tutti le linguine allo scoglio. Erano anni che avevo voglia di mangiare una pasta così e finalmente il mio desiderio è stato appagato. Tutti i miei sensi hanno goduto! Ottimo il sugo, fresco il pesce, bello il piatto, tutto meravigliosamente buono, anche il Friulano vino della casa. Non sono riuscita a finire l&#8217;ultima forchettata, figurarsi prendere qualcos&#8217;altro. Mi toccherà tornarci. La scelta del dolce &#8211; quello serviva per la candelina &#8211; è stato un momento goliardico che Alessio, il ragazzo che ci ha serviti, mi ha bonariamente concesso. Siciliano cresciuto in Toscana, ha raccolto la mia felicità rotonda e me l&#8217;ha restituita sottoforma di mille risate. Chi mi conosce sa quanto mi piace ridere perciò la cosa l&#8217;ho apprezzata assai. Alessio è un giocoliere e nella manifestazione di un talento io mi sento proprio a casa. La sua presenza, e partecipazione, è stata un dono che ha infiocchettato il mio momento. La gratitudine sa sempre dove trovarmi.</p>
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