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	<title>The Internet Gourmet</title>
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	<description>Un blog sul vino e sugli altri piaceri della vita</description>
	<lastBuildDate>Tue, 28 Apr 2026 05:23:53 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Per Arillo in Terrabianca devo usare la parola eleganza</title>
		<link>https://internetgourmet.it/arillo-terrabianca-devo-usare-la-parola-eleganza/</link>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 04:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sessanta ettari di vigneto tra Chianti Classico, Maremma e Val d’Orcia, tre tenute, Terrabianca a Radda in Chianti, Il Tesoro a Massa Marittima, poco discosto dal Tirreno, e Colle Brezza, a nord-est di Pienza, vigne che, a seconda dei luoghi, sono state impiantate a partire dagli anni Settanta fino a un paio di anni fa: è la &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Sessanta ettari di vigneto tra <strong>Chianti Classico, Maremma e Val d’Orcia</strong>, tre tenute, <strong>Terrabianca</strong> a Radda in Chianti, <strong>Il Tesoro</strong> a Massa Marittima, poco discosto dal Tirreno, e <strong>Colle Brezza</strong>, a nord-est di Pienza, vigne che, a seconda dei luoghi, sono state impiantate a partire dagli anni Settanta fino a un paio di anni fa: è la realtà di <strong>Arillo in Terrabianca</strong>, il progetto fatto concretezza dal 2019 da <strong>Urs e Adriana Burkard</strong>, di origini svizzere lui, italiana lei. La signora, elegantissima, l&#8217;ho incontrata a Vinitaly. L&#8217;impressione che ho avuto della persona l&#8217;ho ricevuta pari pari dai vini e dalla dichiarazione d&#8217;intenti: &#8220;La nostra linea stilistica è fare vini freschi ed eleganti&#8221;, mi ha detto, mentre assaggiavo, e avevo già iniziato a farmi la medesima idea. Ora, che cosa sia l&#8217;eleganza di una persona o di un vino, è difficile da definire. È un modo d&#8217;essere, una propensione, un&#8217;attitudine, uno stile. Qui li ho trovati.</p>
<p class="p1">Ho appreso poi, a dire il vero, che in Toscana c&#8217;erano arrivati non per l&#8217;agricoltura, ma per stabilirci &#8211; beati loro &#8211; un buen retiro proprio in Val d&#8217;Orcia. che è un gran bel posto per l&#8217;ozio e per la quiete, ma un po&#8217; il destino (se mai fosse vero che esiste il destino), un po&#8217; l&#8217;interesse per il vino (e in Toscana come fai a non essere curioso del vino?) e un po&#8217; (e soprattutto) il loro spirito imprenditoriale, li ha messi sulla strada della viticoltura. Insomma, ecco che a un certo punto hanno comprato anche a Radda e poi in Maremma, e si sono messi a produrre, seguendo i canoni dell&#8217;agricoltura biologica e in certi tratti anche di quella biodinamica. A Radda è tutto sangiovese, il Val d&#8217;Orcia è ancora sangiovese, ma frammisto a malvasia nera, canaiolo, ciliegiolo, foglia tonda e mammolo, in Maremma ci sono il sangiovese, le rosse bordolesi, lo chardonnay, il viognier e il vermentino. Coi vini &#8211; scrivo di uno solo per ciascuna tenuta &#8211; <strong>incomincio proprio dal Vermentino, che mi è piaciuto molto, e vorrei tanto poter bere, di qui a un paio d&#8217;anni almeno &#8211; e forse qualcuno di più -, nella magnum</strong>, dato che, secondo me, rivela un potenziale consistente, e in grande formato il bianco dà il meglio di sé.</p>
<p class="p1"><strong>Maremma Toscana Vermentino Superiore L&#8217;Imposto 2024</strong>. Mi tocca ripetermi, e scomodare di nuovo l&#8217;eleganza, del che sono peraltro contento, dato che il concetto cui lego il vino è proprio questo. Secchissimo, sapido, dinamico e giovanissimo: dicevo, appena qui sopra, che lo vorrei bere di nuovo fra qualche anno, perché ha la stoffa del grande bianco che piace a me. Comprendo perfettamente che in azienda intendano farlo diventare uno dei loro punti di riferimento, e capisco anche il brillio degli occhi del giovane enologo Vieri Vannoni quando me ne versa. (93/100)</p>
<p class="p1"><strong>Chianti Classico Sacello 2023</strong>. Se uno avesse anche il minimo dubbio di dove sia Terrabianca, gli basta il profumo di terra e di frutto di questo vino per dire: Radda. Il frutto, poi, ha come una doppia dimensione, c&#8217;è la parte succosa e quella un po&#8217; più macerata, e il risultato è un sorso molto serio, sorretto da un tannino granuloso, di quelli che apprezzo nel sangiovese. (90/100)</p>
<p class="p1"><strong>Toscana Sangiovese Connesso Colle Brezza 2022</strong>. Viene dalla tenuta in Val d&#8217;Orcia, e temo che non avrò più modo di berlo, e che sarà un po&#8217; difficile berlo anche per i miei lettori, perché è stato prodotto in pochi esemplari e solo in magnum, con etichetta bellissima e confezione di legno, e dunque, presumo, anche prezzo un po&#8217; sfidante. Però dico che è un grande Sangiovese, col frutto straripante di succhi gustosi e una persistenza infinita e dinamicissima, che mi ha accompagnato a lungo dopo l&#8217;assaggio, mentre camminavo tra i padiglioni del Vinitaly, avendo a mente, e ancora presente, la sua finezza. Uscirà a settembre, mi reputo fortunato ad averlo bevuto. (96/100)</p>
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		<title>Peccato per chi a Vinitaly non ha provato i Bordeaux</title>
		<link>https://internetgourmet.it/peccato-vinitaly-non-provato-bordeaux/</link>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 04:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La dicitura &#8220;International Hall&#8221; con cui veniva descritta la tensostruttura adiacente al Palaexpo risultava oggettivamente un po&#8217; sovrastimata, rispetto all&#8217;effettiva rappresentanza estera, però la presenza, in particolare, del Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux, col suo marchio Vins de Bordeaux, era se non proprio vastissima in termini di spazio, quanto meno ragguardevole sotto il profilo &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La dicitura &#8220;International Hall&#8221; con cui veniva descritta la tensostruttura adiacente al Palaexpo risultava oggettivamente un po&#8217; sovrastimata, rispetto all&#8217;effettiva rappresentanza estera, però la presenza, in particolare, del Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux, col suo marchio <strong>Vins de Bordeaux</strong>, era se non proprio vastissima in termini di spazio, quanto meno ragguardevole sotto il profilo qualitativo, e anzi mi ha molto stupito che lo stand non fosse sempre affollato. <strong>Forse molti dei visitatori passati da Vinitaly nemmeno lo sapevano che c&#8217;era</strong>.</p>
<p>D&#8217;accordo, niente a che vedere con la straripante partecipazione italiana a Wine Paris (che è, tuttavia, una vera fiera internazionale), ma a me ha fatto comunque piacere che finalmente ci fosse un po&#8217; di bella Francia a Verona, e sarà anche un segno dei tempi, e della crisi che morde anche i francesi, ma spero che in futuro la presenza estera si irrobustisca. A ogni modo, mi dispiace per chi ha perso l&#8217;occasione di frequentare lo stand bordolese, perché molti dei produttori presenti erano di valore, disponibilissimi, poi, alle conversazioni. Anche lo spazio, tipicamente francese, degli assaggi liberi (una rastrelliera con i bicchieri che puoi prenderti da te per versarti il vino direttamente dalle bottiglie esposte), era assolutamente invitante, con molte etichette a disposizione: confesso che sono passato due volte, in due giorni differenti, a bere un sorso del <strong>Pessac-Léognan blanc di Château Carbonnieux</strong>, che considero tra i migliori vini bianchi del mondo, ed è uno dei miei vini da crudo di mare preferiti in assoluto: c&#8217;era, in libera mescita, l&#8217;annata 2023, e non mi pareva vero di potermene servire, per assaggiarlo in santa pace (tra l&#8217;altro, dopo Vinitaly ho già provveduto a comprarlo on line, lo si trova sui 40 euro).</p>
<p>Altro vino che mi è ben noto è il <strong>Saint-Estèphe di Château Phélan-Ségur</strong>. C&#8217;era, alla postazione dell&#8217;azienda, una piccola verticale di tre annate, 2023, 2018 e 2016. La 2023 mi è piaciuta molto per il suo bellissimo frutto, quasi cesellato; la 2018 era più carnosa, un po&#8217; lontana dal mio sentire; la 2016 era impeccabile fresca, croccante. Un rosso che si conferma sempre affidabilissimo, e che sa invecchiare il maniera eccellente (ne ho bevuto bottiglie degli anni Settanta); on line viene tra i 50 e i 60 euro, all&#8217;incirca, a seconda del millesimo. Sorprendente il second vin, il Frank Phélan 2019, che non conoscevo: tannino elegante, sorso austero, molto serio (costa una trentina di euro sugli e-commerce).</p>
<p>Ho ritrovato, poi, tra gli espositori, Stéphane Donze e i suoi <strong>Côtes de Bourg di <span class="st">Château Martinat</span></strong><span class="st">, per me uno dei punti di riferimento delle appellation &#8220;minori&#8221; del territorio bordolese. Lui è un innovatore, che ha deciso da qualche anno di ammodernare il profilo sensoriale della denominazione investendo soprattutto sul merlot, sebbene, per tradizione, continui a produrre anche un Côtes de Bourg di solo malbec. I suoi vini li ho bevuti per anni, quando di potevano acquistare facilmente on line, perché hanno una freschezza e una dinamicità che li rende assai gastronomici, a un prezzo del tutto equilibrato (mi pare sotto la ventina di euro). Poi non li ho più trovati, e dunque li ho riassaggiati molto volentieri. Mi piacerebbe vederli importati, sono sicuro che sarebbero graditi al palato italiano.</span></p>
<p>Altro vino interessante da un&#8217;appellation bordolese da noi poco nota è il <strong>Roc de Château Tifayne</strong>, che esce come <strong>Castillon Côtes de Bordeaux</strong>. Il produttore aveva portato il 2016. Ha un frutto pulito, nitido, croccante. Molto gradevole. L&#8217;ho visto on line a 12,50 euro. Un vero affare.</p>
<p>Purtroppo, ho potuto assaggiare poco altro: l&#8217;agenda di Vinitaly era pienissima, e per i bordolesi sono riuscito a ritagliare solo degli scampoli di tempo. Se torneranno nel 2027 mi riprometto di dedicargli almeno una mezza giornata. Vale la pena.</p>
<p><strong>Castillon Côtes de Bordeaux 2016 Roc de Château Tifayne</strong><br />
(89/100)</p>
<p><strong>Côtes de Bourg 2023 <span class="st">Château Martinat<br />
</span></strong><span class="st">(93/100)</span></p>
<p><strong>Côtes de Bourg Epicurea 2023 <span class="st">Château Martinat<br />
</span></strong><span class="st">(90/100)</span></p>
<p><strong>Côtes de Bourg Malbec 2023 <span class="st">Château Martinat<br />
</span></strong><span class="st">(90/100)</span></p>
<p><strong>Pessac-Léognan Blanc 2023 Château Carbonnieux</strong><br />
(93/100)</p>
<p><strong>Saint-Estèphe 2023 Phélan-Ségur<br />
</strong>(93/100)</p>
<p><strong>Saint-Estèphe 2018 Phélan-Ségur<br />
</strong>(88/100)</p>
<p><strong>Saint-Estèphe 2016 Phélan-Ségur<br />
</strong>(95/100)</p>
<p><strong>Saint-Estèphe Frank Phélan 2023 Phélan-Ségur<br />
</strong>(90/100)</p>
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		<title>Alla Cantina di Carema il bevitore fa affari d&#8217;oro</title>
		<link>https://internetgourmet.it/alla-cantina-carema-bevitore-affari-doro/</link>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 04:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il nome completo è Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema, anche se nel parlato quotidiano si usa dire &#8220;la Cantina di Carema&#8221;. Dentro al nome c&#8217;è tutto, c&#8217;è Carema e c&#8217;è la sua uva e c&#8217;è il fatto di essere una piccola, ma proprio piccolissima cooperativa tra produttori, che quell&#8217;uva e quelle terre le ha &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il nome completo è <strong>Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema</strong>, anche se nel parlato quotidiano si usa dire &#8220;la Cantina di Carema&#8221;. Dentro al nome c&#8217;è tutto, c&#8217;è Carema e c&#8217;è la sua uva e c&#8217;è il fatto di essere una piccola, ma proprio piccolissima cooperativa tra produttori, che quell&#8217;uva e quelle terre le ha tenute vive mentre c&#8217;erano lo spopolamento e l&#8217;abbandono. Era il 1960 quando si misero assieme. Oggi <strong>i soci sono un centinaio, e in tutto gestiscono appena quindici ettari, che là a Carema, al confine estremo del Piemonte, sono comunque tanti, ben più della metà dei venticinque totali della denominazione di origine</strong>. Fazzoletti di terra e di roccia.</p>
<p>Fanno, in Cantina, solo cinquantamila bottiglie. Se oggi il Carema è una delle gemme più splendenti del vino italiano, lo si deve anche e forse soprattutto a loro, che hanno resistito, quando le vigne rischiavano la fine.<strong> Se trovassi un genio della lampada come quello delle fiabe, il desiderio che gli chiederei di assecondare è di darmi un pezzetto di vigna a Carema, e di poterci fare vino</strong>. Perché ha, quel nebbiolo, che là chiamano anche picotendro, profumi e colori così delicati, da infonderti subito nell&#8217;anima l&#8217;idea di montagna, e sono, quelle vigne strappate al fianco del monte, quei terrazzamenti così ripidi, quei piloni di pietra che tengono sospese le pergole di legno di castagno, dei monumenti al lavoro, un&#8217;ode all&#8217;attaccamento alla terra.</p>
<p>Ricordo qualche anno fa, quando mi recai alla Cantina di Carema per comprare il loro vino. Ne avevo varie annate a casa, me ne mancavano tre per fare una bella verticale. Due erano in vendita, la terza esaurita. Dissi al cantiniere il motivo della mia visita, senza spiegare che fossi un giornalista, che mi occupassi di vino. Mi domandò se potessi ripassare fra un&#8217;ora. Andai a fare una passeggiata tra le vigne, godendomi quei panorami meravigliosi. Dopo un&#8217;ora trovai la bottiglia che mi mancava: era andato a casa a prenderla fra le sue personali, non volle neppure che gliela pagassi. Se non è amore per Carema questo, ditemi allora cos&#8217;è.</p>
<p>Tutto questo per introdurre l&#8217;assaggio delle annate correnti della Cantina, che ho potuto assaggiare al tavolino che avevano a Vinitaly. Me le ha presentate un socio della cooperativa, Tiziano Peretto. Quando parlava dei vini gli brillavano gli occhi.</p>
<p>Stupirà, forse, che incominci con uno spumante, che con la denominazione non c&#8217;entra, ma con la sussistenza dei viticoltori sì, perché là a Carema l&#8217;uva è così poca e la vigna così difficile da coltivare, che non si può sprecare nulla, e allora coi frutti dell&#8217;ultimo diradamento prima delle vendemmia hanno deciso di farci un metodo classico rosé. L&#8217;avevo già assaggiato qualche anno fa, mi era piaciuto. Ho voluto riprovarlo.</p>
<p><strong>Spumante Metodo Classico Brut Rosé Lunaeuva</strong>. Non è millesimato, anche se l&#8217;uva è tutta del 2022. Colore rosa antico che vira verso la buccia dell&#8217;albicocca matura. In bocca l&#8217;indole del nebbiolo di montagna emerge in una trama tannica inaspettata in un metodo classico, e il frutto è succosissimo. Davvero molto buono. (90/100)</p>
<p><strong>Carema 2022</strong>. È quello con l&#8217;etichetta netra, in bottiglia borgognotta: poi capirete perché lo specifico. Rubino scarico, cristallino e luminoso, tracce aranciate. E che buono! Rarefatto, floreale. Reca in sé, dipinte all&#8217;acquarello, le tracce di terriccio dei boschi, il fogliame autunnale, la liquirizia, i petali di rosa disidratati. La luce di montagna. Sul sito della Cantina è in vendita a 16,50 euro. Acquistarlo a quel prezzo è uno dei migliori affari che un bevitore di vino possa fare, in assoluto. (93/100)</p>
<p><strong>Carema Riserva 2021</strong>. Che poi non è costosa nemmeno la Riserva 2021, in vendita on line a 23 euro, ed è un gioiello di nebbiolo austero. La tinta è rugginosa, arcaica, leggera. Subito la liquirizia, poi tabacco nero e torba, ma con delicatezza. Rustico ed elegante insieme, che detto così sembra un ossimoro. Sale. Tessitura del tannino finissima. Dà soddisfazione, a sorsi piccoli. (94/100)</p>
<p><strong>Carema 2020</strong>. Questa è una selezione che esce tardiva, in bottiglia bordolese anziché borgognotta: non ha un nome particolare, per cui bisogna rifarsi al colore e alla forma, come dicevo sopra. Il colore dà sull&#8217;aranciato, lo stesso delle lamine di rame. Profumi deliziosamente decadenti, fogliame e petali essiccati. Ha tanto sale, fa salivare a lungo, chiama il cibo montanaro. Mi pare che venga a poco più di una trentina di euro. (91/100)</p>
<p>Dei vini ho detto, dei prezzi anche. Aggiungo due note su Carema e sul modo di berne il vino. Su Carema dico che bisogna assolutamente andarci. C&#8217;è un bel sentiero che consente, a passo lento, di vedere dall&#8217;alto tutti i vigneti, e sono uno spettacolo. Sul modo di berlo, riporto quel che scrive la Cantina sul suo sito, perché lo condivido del tutto: &#8220;Il Carema è particolarmente adatto all’abbinamento con arrosti, selvaggina, carni rosse, formaggi stagionati non piccanti o come vino da &#8216;caminetto&#8217;. <strong>Ben si addice a fine pasto con noci e frutta secca</strong>&#8220;. Io lo bevo alternandolo proprio alle noci, senza fretta. Perfetto.</p>
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		<title>Il rispetto della natura è una filosofia di vita</title>
		<link>https://internetgourmet.it/rispetto-natura-filosofia-vita/</link>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 04:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi fa piacere constatare che ci siano, nel mondo del vino, proprietà molto grandi nelle quali si percorre convintamente la via del rispetto dei suoli e delle vigne come scelta di vita, e che si perseveri lungo questa strada anche adesso che qualcuno ha incominciato a ripensarci, sotto la pressione del cambiamento climatico. “Sono cresciuto tra &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mi fa piacere constatare che ci siano, nel mondo del vino, proprietà molto grandi nelle quali si percorre convintamente la via del rispetto dei suoli e delle vigne come scelta di vita, e che si perseveri lungo questa strada anche adesso che qualcuno ha incominciato a ripensarci, sotto la pressione del cambiamento climatico. “Sono cresciuto tra ulivi, vigne e raccolti. Rispettare la natura e pensare in modo sostenibile significa applicare comportamenti e stili di vita che io e la mia famiglia abbiamo deciso di adottare: non è un metodo di lavoro, ma una filosofia di vita” dice <strong>Stefano Casadei</strong>, che ho incontrato a Vinitaly nello stand delle sue tenute viticole, unite sotto il nome di <strong>Famiglia Casadei</strong>.</p>
<p>Pur trattandosi, Famiglia Casadei, di una realtà di peso, <strong>non la conoscevo</strong>. Mi ci sono affacciato grazie a un invito che ho ricevuto dal loro ufficio stampa e, in particolare, ho avuto modo di assaggiare alcuni loro vini con <strong>Elena Casadei</strong>, che è figlia di Stefano e di <strong>Anna Baj Casario</strong>, i quali diedero avvio all&#8217;impresa di famiglia negli anni Novanta, quando presero la gestione di <strong>Castello del Trebbio</strong>, tenuta acquisita nel 1968 dai genitori di Anna. Ci avviarono, allora, un processo di rinnovamento, e direi di ripensamento, che portò dapprima al ridisegno concettuale del vigneto, e poi all&#8217;estenderlo ad altri territori, cosicché adesso Stefano, Anna, Elena e gli altri due figli, <strong>Lorenzo e Laura</strong>, si occupano di <strong>quattro diverse proprietà fra la Toscana e la Sardegna</strong>. Insieme al Castello del Trebbio, che è a Pontassieve, nella zona del Chianti Rufina, ci sono, infatti, la <strong>Tenuta Casadei</strong> a Suvereto, in Alta Maremma, <strong>Tenuta Olianas</strong> nell’entroterra sardo nella zona del Sarcidano e <strong>Terre di Romena</strong>, ultima acquisita, nel Casentino. A guidare le pratiche di vigna e d&#8217;impresa è <strong>un manifesto in dieci punti</strong>, elaborato da Stefano nel 2013, nel quale trovano integrazione l&#8217;agricoltura biologica e biodinamica (nello stand campeggiava il marchio Demeter), la sostenibilità energetica, la conservazione architettonica e culturale, la responsabilità sociale e la ricerca scientifica. Bello. Chi lo volesse leggere, lo trova sul sito aziendale, e <a href="https://www.famigliacasadei.it/bio-integrale" target="_blank">può raggiungerlo cliccando qui</a>.</p>
<p><strong>Ovvio che non ho assaggiato tutto ciò che producono</strong>. Il catalogo è impegnativo, e nelle fiere di solito domando che mi facciano provare solo due o tre vini, quelli che ritengono significativi per chi si avvicini per la prima volta all&#8217;azienda. Inoltre, sono un chiacchierone, e più che assaggiare mi piace conversare, per cercare di capire fino in fondo se  i produttori ci credono davvero a quel che mi raccontano. Dalla conversazione con Elena sono uscito rinfrancato, ed è il motivo della soddisfazione espressa in apertura di questo pezzo.</p>
<p>Ora, vengo ai vini che ho provato.</p>
<p><strong>Toscana Viognier Filare 23 Tenuta Casadei</strong>. Elena ha deciso di aprire gli assaggi con il Viognier che fanno a Suvereto, annata 2024. Era un progetto già avviato dal padre, che poi però l&#8217;aveva abbandonato, perché gli pareva di non trovare il modo di equilibrare il legno. Senonché, durante il lockdown del 2020, in famiglia stapparono una bottiglia del 2012, e il vino aveva equilibrio, così decisero di riprovarci. Ha frutto denso, com&#8217;è tipico del viognier dei climi caldi, e però anche una bella florealità, che sa d&#8217;estate. Quando ho chiesto a Elena perché, secondo lei, dovrebbe piacermi questo vino, mi ha risposto proprio così: &#8220;Perché io mi ci tufferei dentro con il naso&#8221;, ed è una bella risposta. Secondo me, va atteso un paio di anni, e andrebbe bevuto mai freddo, anche se loro, sul sito aziendale, danno indicazione di servirlo a temperatura più bassa. (88+/100)</p>
<p><strong>Cannonau di Sardegna 2024 Le Anfore di Elena Casadei</strong>. Poi ci siamo idealmente spostati in Sardegna, con un Cannonau fatto in anfora. &#8220;Stravedo per il mio babbo &#8211; mi ha confidato Elena -, ma io sono testarda, ho incontrato l&#8217;anfora, me ne sono innamorata e mi ha aiutato a imparare a gestire le fermentazioni spontanee&#8221;. Ora c&#8217;è dunque una linea di vini che si chiama Le Anfore di Elena Casadei, trasversale alle diverse tenute. &#8220;Però prima c&#8217;è la varietà, c&#8217;è il frutto, e poi c&#8217;è l&#8217;affinamento&#8221;, dice Elena, e come non darle ragione? Il frutto, in effetti, è succoso, e il tannino è vivido e rugoso, come mi piace che sia. Ha profumi inebrianti di mirto, descrive la varietà e il territorio. (90/100)</p>
<p><strong>Chianti Rufina Riserva Vigneto Lastricato Terraelectae 2020 Castello del Trebbio</strong>. Adesso, eccomi in casa madre. Per me, uno dei grandi misteri del vino italiano è come mai il Chianti Rufina non sia valutato come dovrebbe, ossia come un grande vino identitario. A me strapiace quella sua vena indomita e terragna, che sa di sangiovese e di freschezza, e chiama il cibo e il conversare. Questo vino, che pure in parte passa per l&#8217;anfora, spiega perché. &#8220;Sarò sincera, la trovo un&#8217;annata un po&#8217; sul frutto. Faceva tanto caldo&#8221;, dice Elena, ma a me quel frutto non dispiace affatto, dato che è figlio della stagione, e qui è benissimo integrato dal tannino, tanto che il succo esce man mano, e si apre adagio, e si concede, e accompagna il sorso, ed è un gran piacere. Ecco, una bottiglia del genere vorrei bermela una sera che imbrunisce, di tardo autunno, e il mondo, là fuori, vada come vuole. (94/100)</p>
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		<title>Non smettere mai</title>
		<link>https://internetgourmet.it/non-smettere-mai/</link>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 04:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La mia quattrenne non me ne passa una. Mi corregge quando le dico: “ti ho preso il pane nero” perché il pane è marrone. Il rosso dell’uovo è giallo, il bianco è trasparente e anche il panda rosso che ha visto allo zoo, è arancione e un po’ bianco, mi riferisce. L’ultima è dell’altra sera &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La mia quattrenne non me ne passa una. Mi corregge quando le dico: “<em>ti ho preso il pane nero</em>” perché il pane è marrone. Il rosso dell’uovo è giallo, il bianco è trasparente e anche il panda rosso che ha visto allo zoo, è arancione e un po’ bianco, mi riferisce. L’ultima è dell’altra sera quando è andata a fare la pipì e non riusciva a premere il bottone sul muro. “<em>Mamma ma perché si dice tirare lo sciacquone se bisogna spingere?</em>” Così le ho raccontato che una volta il contenitore dell’acqua era appeso in alto e c’era una catenella da tirare, per farlo funzionare. Ci siamo divertite per un po’ col giochino dei perché e anch’io mi sono chiesta perché, crescendo, non ci chiediamo più “perché?”. La vita di un curioso è ricca e variopinta, non c’è giorno senza scoperta, ogni momento è buono per imparare qualcosa di nuovo. Quand’è che smettiamo di chiederci “perché?”. Sarebbe bello ricominciare a farlo. Sarebbe meglio non smettere mai.</p>
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		<title>Ziller 47, il fascino della Sicilia che torna alle radici</title>
		<link>https://internetgourmet.it/ziller-47-fascino-della-sicilia-torna-alle-radici/</link>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>
		<category><![CDATA[Vini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La Tenuta Gorghi Tondi, a Mazara del Vallo, è la casa del grillo. Intendo il vitigno autoctono siciliano, che da solo rappresenta quasi il quaranta per cento dei vigneti gestiti da Annamaria e Clara Sala. &#8220;Il grillo è il vitigno simbolo della nostra produzione&#8220;, mi dice Annamaria, che ho incontrato a Vinitaly, in uno stand &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Tenuta Gorghi Tondi</strong>, a Mazara del Vallo, è la casa del <strong>grillo</strong>. Intendo il vitigno autoctono siciliano, che da solo rappresenta quasi il quaranta per cento dei vigneti gestiti da <strong>Annamaria e Clara Sala</strong>. &#8220;<strong>Il grillo è il vitigno simbolo della nostra produzione</strong>&#8220;, mi dice Annamaria, che ho incontrato a Vinitaly, in uno stand che era un pezzo di Sicilia traportato nei padiglioni di Veronafiere, e l&#8217;azzurro marino dominava, insieme alla trama arabeggiante del disegno. Fu per trovare terre adatte a coltivare il grillo che la bisnonna Dora comprò la tenuta, ai primi del Novecento. Con quell&#8217;uva ci si faceva il Marsala. Però il grande salto l&#8217;azienda l&#8217;ha fatto nel 2000, quando <strong>Michele Sala</strong>, forte di una prestigiosa carriera nel vino siciliano, decise di incominciare a imbottigliare.</p>
<p>Michele Sala è scomparso nel 2020. &#8220;Noi sappiamo che ci sarai sempre”, scrissero allora Annamaria e Clara. Adesso <strong>gli hanno dedicato un vino</strong>,<strong> ovviamente a base di uva grillo, ed è uno dei vini più buoni che ho assaggiato a Vinitaly</strong>. Un pre British, un vino fatto come voleva la tradizione trapanese, prima che gli inglesi inventassero il Marsala. Non fortificato. Le radici che tornano.</p>
<p>Il vino si chiama <strong>Ziller 47</strong>. Ziller era il soprannome di papà, 47 sta per il suo anno di nascita. &#8220;Era un’idea fortemente voluta da nostro padre &#8211; mi dice Annamaria &#8211; e chiude il cerchio sulla versatilità di un vitigno come il grillo&#8221;. È un po&#8217; la rivistazione &#8220;di un’epoca in cui l’aggiunta di alcol al vino non era ancora la norma e gli affinamenti prevedevano lunghi anni in botte, grazie anche a una gradazione alcolica naturale importante&#8221;. I gradi alcolici sono sedici, lo zucchero residuo è di una ventina di grammi per litro, ha un equilibrio straordinario e un sale che avvince.</p>
<p>Quella che ho bevuto io è la seconda edizione che se ne fa, blend delle annate dalla 2010 alla 2013. Mi è molto, molto piaciuto, dicevo, questo vino che è talmente antico da risultarmi modernissimo, adatto agli abbinamenti più temerari, col dolce e col salmastro, con lo speziato e con l&#8217;erborinato, ed è aperitivo perfetto, anche. Sa di pasta di mandorla, di vaniglia, di fiori macerati, di cedri canditi, di albicocca secca, di pera williams disidratata, di sale; di fiori, tanti fiori, che sembra di stare piena estate. Il profumo ti prende, ti ghermisce, ti porta con sé, ti fa planare sopra le vigne, e là in fondo ecco il mare, ecco il Mediterraneo solare, ecco l&#8217;Africa luminosa, sullo sfondo, e il Vicino Oriente.</p>
<p>L&#8217;ho detto, uno dei vini più buoni, e inusuali, del mio Vinitaly. Un vino che racconta storie antiche con voce moderna. Sul portale dell&#8217;azienda viene intorno ai cinquanta euro. Li merita.</p>
<p><strong>Vino Bianco Ziller 47 Seconda Edizione Tenuta Gorghi Tondi</strong><br />
(94/100)</p>
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		<title>Ma Vinitaly ha perso la sfida digitale</title>
		<link>https://internetgourmet.it/vinitaly-perso-la-sfida-digitale/</link>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 04:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>
		<category><![CDATA[Vinitaly]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Wine Paris ha scompaginato le carte del sistema fieristico del vino. Come fiera internazionale ha surclassato Prowein. Anche Vinitaly, che resta pur sempre una fiera &#8220;regionale&#8221; (italiana, intendo), ha patito dei contraccolpi. Soprattutto, Vinitaly ha perso la sfida digitale lanciata dai francesi. I produttori che sono stati a Wine Paris, lo scorso febbraio, raccontano di &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Wine Paris ha scompaginato le carte del sistema fieristico del vino. Come fiera internazionale ha surclassato Prowein. Anche Vinitaly, che resta pur sempre una fiera &#8220;regionale&#8221; (italiana, intendo), ha patito dei contraccolpi. Soprattutto, <strong>Vinitaly ha perso la sfida digitale lanciata dai francesi</strong>.</p>
<p>I produttori che sono stati a Wine Paris, lo scorso febbraio, raccontano di <strong>una piattaforma digitale per la gestione degli appuntamenti molto efficace</strong>, con esiti decisamente positivi in termini sia di affidabilità delle prenotazioni, sia di conclusione degli affari. Già Prowein da questo lato, aveva manifestato lacune, e anche Vinitaly non ha retto il confronto, al punto che ci sono state cantine che si sono viste contattare non già da potenziali acquirenti, bensì da venditori di accessori, oppure da sedicenti compratori. <strong>L&#8217;impressione è che Vinitaly e Prowein siano state colte alla sprovvista dall&#8217;innovazione digitale messa in campo dai francesi</strong>, e abbiano risposto con strumenti già vecchi alla radice. La competizione, in quest&#8217;ambito, resta comunque aperta, poiché oggi, <strong>in epoca di intelligenza artificiale</strong>, è auspicabile che le soluzioni tecnologiche vengano integrate, in modo tale che chi, tra gli espositori, riceve richieste di contatto, abbia <strong>un quadro immediato e affidabile dell&#8217;interlocutore</strong>. In particolare, pro futuro sarebbe opportuno, e credo non impossibile, che i dati anagrafici del richiedente venissero implementati con le indicazioni acquisibili in rete sulla sua attività, sulla struttura distributiva e operativa, sulle referenze nazionali già presenti nel suo catalogo, sui target di prezzo dei suoi listini. Ovvio che, invece, chi non abbia i requisiti per l&#8217;accesso alla piattaforma di prenotazione va escluso all&#8217;origine.</p>
<p><strong>Anche la app che il Vinitaly mette a disposizione dei visitatori si è mostrata poco efficace e soprattutto non al passo con gli stessi cambiamenti strutturali della fiera</strong>. A Vinitaly va riconosciuto il merito di essere stato, qualche anno fa, un innovatore, in questo campo, ideando l&#8217;app quando ancora ce n&#8217;erano pochissime in circolazione, ma lo strumento, adesso, appare pesante e superato. In particolare, a me <strong>è parso disallineato rispetto alla riorganizzazione dei padiglioni fieristici, sempre più popolati di aree collettive</strong> gestite da consorzi, enti, associazioni, guide di settore. Ebbene, se cerchi una cantina sulla app di Vinitaly, ti appaiono solo, nella schermata di risposta, il numero del padiglione e la posizione all&#8217;interno dello stesso, ma non l&#8217;eventuale presenza in un&#8217;area collettiva. Per scoprire, eventualmente, quella, devi andare nella seconda schermata e scorrerla tutta fino alla fine, perché è solo laggiù in fondo che si legge se la cantina abbia il ruolo di coespositore in qualche stand: una procedura macchinosa e inefficace, considerando anche <strong>i tempi di risposta non rapidissimi</strong> dell&#8217;app. <strong>La presenza o meno in una collettiva è un&#8217;informazione essenziale per il visitatore, e va evidenziata già in sede di prima risposta, non nascosta in fondo alla seconda schermata</strong>, soprattutto, ripeto, <strong>adesso che le aree collettive sono sempre più diffuse, e lo saranno, probabilmente, ancora di più in futuro</strong>, perché le aziende che partecipano a tutte e tre le fiere devono contenere i costi, e dunque non acquistano più grandi stand aziendali: gli basta un banchetto col consorzio o con qualcun altro.</p>
<p>Insomma, <strong>credo che Veronafiere debba fare una riflessione profonda sugli strumenti informatici messi a disposizione degli utenti, siano essi espositori o visitatori</strong>, e debba aggiornare costantemente i propri sistemi tecnologici con lo stato dell&#8217;arte della propria realtà espositiva. Lo svecchiamento del sistema-vino passa anche attraverso scelte di questo genere, e una realtà come Vinitaly ha una sorta di obbligo morale di mostrarsi punta avanzata dell&#8217;innovazione. Sono fiducioso che lo sappia fare. Intanto, ha vinto la Francia. La partita di ritorno si gioca tra un anno. C&#8217;è un anno di tempo per recuperare, e magari per superare i competitor.</p>
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		<title>Vinitaly, è mancato l&#8217;entusiasmo (e la ristorazione)</title>
		<link>https://internetgourmet.it/vinitaly-mancato-lentusiasmo-la-ristorazione/</link>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 12:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>
		<category><![CDATA[Vinitaly]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>È mancato l&#8217;entusiasmo. L&#8217;impressione che ho tratto dal Vinitaly 2026 è stata questa. Non ho avvertito, tra i padiglioni e negli stand, il medesimo entusiasmo degli anni passati. In vari casi, ho toccato con mano un&#8217;accoglienza quasi asettica, come se essere lì fosse un obbligo, al quale assolvere senza tanta voglia. Eppure molti espositori mi &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È mancato l&#8217;entusiasmo. L&#8217;impressione che ho tratto dal Vinitaly 2026 è stata questa. <strong>Non ho avvertito, tra i padiglioni e negli stand, il medesimo entusiasmo degli anni passati</strong>. In vari casi, ho toccato con mano un&#8217;accoglienza quasi asettica, come se essere lì fosse un obbligo, al quale assolvere senza tanta voglia. Eppure molti espositori mi hanno confermato di avere raccolto dei risultati migliori delle aspettative, anche se bisogna ammettere che le aspettative erano basse, perché la crisi dei consumi morde, il contesto internazionale è grave, i costi energetici sono esplosi e il potere di spesa delle famiglie è stato falcidiato. Forse la spiegazione viene proprio da qui: <strong>si lavora, ma si fa molta fatica a intravedere il futuro del settore</strong>.</p>
<p>I quattro giorni del Vinitaly hanno avuto degli andamenti molto differenziati. La domenica semideserta, e tuttavia, a sentire le aziende, con buoni contatti: poca gente, ma quella giusta. Il lunedì e il martedì sono stati molto pieni nel pomeriggio, direi quasi come ai &#8220;tempi d&#8217;oro&#8221;. Invece <strong>il mercoledì è stato davvero imbarazzante, con moltissimi stand abbandonati dagli espositori già a partire alle 14</strong>, in uno scenario desolante (il crepitio dei nastri adesivi che chiudevano gli scatoloni è stata la colonna sonora fin dall&#8217;una), tanto che alle 15 mi sono avviato all&#8217;uscita, perché era sostanzialmente inutile stare ancora lì. Per regolamento, gli espositori non potrebbero abbandonare lo stand e neppure iniziare il disallestimento prima dell’orario di chiusura, a pena di una sanzione economica. Dubito che le sanzioni verranno mai applicate: il rischio è che gli espositori non tornino più. Dunque, <strong>mi domando a che cosa serva continuare a distribuire la fiera su quattro giorni</strong>. Forse <strong>sarebbe il caso di ridurla a tre giorni, magari allungando l&#8217;orario giornaliero di apertura</strong>.</p>
<p>Nel complesso, <strong>i visitatori sono effettivamente calati</strong>. Il comunicato di Veronafiere parla di 90 mila presenze. Nel 2024 e 2025 furono 97 mila, nel 2023 erano stati 93 mila. I numeri sono lontanissimi dai 125-130 mila visitatori delle edizioni pre-Covid, però questa drastica riduzione fu voluta e cercata attraverso un aumento esponenziale dei costi di ingresso, in modo da disincentivare i visitatori che a Vinitaly ci andavano solo per bere, il che va bene. <strong>Chi è mancato? Direi i ristoratori</strong>. Me l&#8217;hanno confermato gli espositori presenti: <strong>molti dicono di avere riscontrato molte meno visite da parte della ristorazione, e questo, a mio avviso, è l&#8217;elemento più preoccupante</strong>, perché vuol dire che i ristoratori sono ancora più in difficoltà dei produttori di vino, cosicché la catena che lega i due settori rischia di spezzarsi, se non l&#8217;ha già fatto. Del resto, che uno dei motivi (non l&#8217;unico, ovviamente) del calo dei consumi di vino sia anche l&#8217;impennata &#8211; ingiustificata e ingiustificabile &#8211; dei ricarichi sul vino nei ristoranti, è sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Anche <strong>l&#8217;afflusso ai diversi padiglioni è stato molto differenziato</strong>. Lo era già nelle edizioni precedenti, ma quest&#8217;anno, a mio avviso, il divario fra le varie zone geografiche e le diverse tipologie di vino è stato molto più consistente. In particolare, <strong>la mia impressione è che abbiano brillato l&#8217;Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia con i loro vini bianchi e poi, come aree collettive, la Calabria e la Sardegna</strong>. Le considerazioni che si possono trarre dal successo di queste quattro aree sono diverse. Nel caso dell&#8217;Alto Adige e del Friuli dicono che è vero che in questo momento i consumatori sono attratti dai vini bianchi, ma a condizione che si tratti di bianchi strutturati. Insomma: <strong>si è passati dai rossi corposi ai bianchi corposi, la leggerezza non premia</strong>. Nel caso della Calabria e della Sardegna ha vinto la straordinaria dinamicità comunicazionale messa in campo dalle due regioni, il che, per converso, significa che <strong>le aree collettive, sempre più diffuse, servono a poco, se si pensa che bastino le glorie del passato, perché l&#8217;attrattività di quel passato si sta man mano affievolendo</strong>. Soprattutto, al compratore non interessano le passerelle dei politici, che invece mi pare abbiano avuto un&#8217;impennata in questo Vinitaly. <strong>La politica deve accompagnare le imprese, non sovrapporvisi</strong>.</p>
<p>Le aree collettive spopolano perché <strong>molti produttori hanno rinunciato al loro stand aziendale, sostituendolo con un banco nelle zone gestite dai consorzi di tutela, dalle regioni o dalle associazioni</strong>. Tre fiere a poca distanza l&#8217;una dall&#8217;altra &#8211; Wine Paris, Prowein e Vinitaly &#8211; obbligano a contenere i costi, e dunque gli spazi espositivi aziendali si restringono. È pensabile che questa tendenza si consolidi ancora di più in futuro. A maggior ragione, chi organizza queste aree deve pensarle in modo estremamente dinamico, aprendo spazi per gli affari e spazi per la divulgazione. Questa credo sia la sfida maggiore per il Vinitaly a venire.</p>
<p>La mobilità ha sostanzialmente retto, le apocalittiche code mattutine del passato non si sono ripetute, <strong>i parcheggi scambiatori allo stadio e alla Genovesa funzionano bene, la gente ha preso l&#8217;abitudine a utilizzare gli autobus navetta, ma non è più pensabile che manchino corsie riservate esclusivamente alle navette</strong> e bisogna ancora trovare una soluzione ottimale per il deflusso serale dal parcheggio degli espositori, tuttora lentissimo e caotico.</p>
<p><strong>Vinitaly and the City</strong>, ossia il &#8220;fuori salone&#8221;, è stato ancora <strong>più articolato che in passato</strong>. Il centro di Verona era strapieno, soprattutto di giovani e comunque di gente sotto i quarant&#8217;anni, e così pure, dalle immagini che ho visto sui social media, hanno registrato un forte afflusso gli eventi allestiti nelle ex gallerie mercatali, davanti alla fiera. Però nel comunicato della fiera leggo che <strong>i token degustazione venduti sono stati 50 mila, vale a dire lo stesso numero del 2025 e del 2024, e dunque qualcosa non torna</strong>. La spiegazione dell&#8217;intasamente notturno cittadino è che il &#8220;fuori salone&#8221; lo fanno sempre di più i locali del centro storico, che si organizzano per conto loro e accumulano folla nelle vie dirimpetto, la qual cosa ha suscitato forte dibattito a Verona, perché allo sdegno dei residenti si è contrapposto chi ha salutato con gioia la vitalità che si respirava in città. A me il segnale pare chiaro: non è vero che i giovani rifiutino il vino, semplicemente hanno poche occasioni di fruirne in un modo che gli piaccia veramente, e quel che succede nelle notti di Vinitaly gli piace.</p>
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		<title>11-12 aprile la Festa dell&#8217;Olio a Torri del Benaco</title>
		<link>https://internetgourmet.it/11-12-aprile-la-festa-dellolio-torri-del-benaco/</link>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 06:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non solo vino, e non solo Vinitaly, nel Veronese, questa settimana. Sabato 11 e domenica 12 aprile, nel capoluogo del mio comune in riva veneta del lago di Garda, Torri del Benaco, c’è la Festa dell’Olio, con la presentazione nazionale della Guida agli Extravergini 2026 di Slow Food. A dire il vero, un po&#8217; ci &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo vino, e non solo Vinitaly, nel Veronese, questa settimana. <strong>Sabato 11 e domenica 12 aprile, nel capoluogo del mio comune in riva veneta del lago di Garda, Torri del Benaco, c’è la Festa dell’Olio, con la presentazione nazionale della Guida agli Extravergini 2026 di Slow Food</strong>. A dire il vero, un po&#8217; ci ho messo lo zampino, perché la proposta di fare qui la presentazione di questa guida, che contribuii a fondare ormai parecchio tempo fa, l’ho avanzata io alla curatrice Francesca Baldereschi, però l’evento e la correlata mostra-mercato degli extravergini italiani e sloveni l’hanno curato loro, quelli di Slow Food, appunto.</p>
<p>A ogni modo, per chi volesse acquistare alcuni dei migliori oli extravergini italiani e sloveni, l’occasione d’oro è offerta dalla <strong>mostra mercato</strong> che si svolge sul Molo De Paoli (vale a dire sul porticciolo) sabato 11 aprile dalle 14.30 alle 18, con di <strong>54 espositori, premiati da Slow Food, provenienti da Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino, Umbria, Veneto e Slovenia</strong>, e domenica 12 dalle 10 alle 18 con una trentina di produttori (e poi anche zafferano di Torri del Benaco, confetture di agrumi gardesani e formaggio Monte Veronese).</p>
<p>Sabato 11 c’è, come dicevo, la presentazione della <strong>Guida agli Extravergini</strong> alle 9.30 presso il Cinema Teatro, cui seguirà la premiazione delle migliori aziende olearie d’Italia e di Slovenia, inserite nella guida (l’evento è riservato alle aziende premiate). Quest’anno la Guida raccoglie <strong>766 aziende e 1211 oli recensiti</strong>. Le aziende riconosciute con la chiocciola, segno di aderenza alla filosofia di Slow Food, sono 51. Gli oli che arrivano da aziende aderenti al Presidio degli Olivi Secolari sono 228. Le novità in Guida 2026 sono 129, gli oli certificati biologici sono 573.</p>
<p>Sia sabato che domenica ci sono anche <strong>i laboratori del gusto sugli extravergini italiani condotti dai curatori della Guida</strong>: si svolgeranno sabato alle 15.30 e alle 17.00, e domenica alle 11, alle 15.30 e alle 17.00. Domenica, alle 12.30, inoltre, Vanessa Lorenzetti conduce un cooking show sul radicchio rosso di Verona.</p>
<p>Per tutta la durata dell’evento, sette tra ristoranti, osterie, pizzerie e bar di Torri del Benaco, Pai e Albisano offriranno la possibilità di gustare <strong>menù speciali, piatti e cocktail a base di olio extravergine d’oliva</strong>.</p>
<p>Per l’occasione sarà visitabile un antico, piccolo frantoio nella contrada di Crero. L&#8217;apertura è prevista domenica 12 aprile dalle 14.30 alle 17.30, con visite guidate a cura del Ctg El Vissinel di Costermano sul Garda, su prenotazione.</p>
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		<title>Il vino birichino, ossia Franciacorta Saten  Sansevé</title>
		<link>https://internetgourmet.it/vino-birichino-ossia-franciacorta-saten-sanseve/</link>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 04:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>
		<category><![CDATA[Bollicine]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A un certo punto, com&#8217;è come non è, è saltata fuori questa manìa degli spumanti secchi e taglienti, che se a berli non fanno l&#8217;effetto di una rasoiata fra i denti, allora sembra che non siano abbastanza buoni, e giù a dire &#8220;ma senti che tensione che ha questo&#8221;, &#8220;ma senti che affilato che è &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">A un certo punto, com&#8217;è come non è, è saltata fuori <strong>questa manìa degli spumanti secchi e taglienti</strong>, che se a berli non fanno l&#8217;effetto di una rasoiata fra i denti, allora sembra che non siano abbastanza buoni, e giù a dire &#8220;ma senti che tensione che ha questo&#8221;, &#8220;ma senti che affilato che è quest&#8217;altro&#8221;, &#8220;ma senti quello, che ha zero di zuccheri&#8221;, e intanto le gengive si rattrappiscono, e più che bolle pare di avere in bocca delle punte di spillo, come se quello fosse il massimo del piacere. Va bene, qualche metodo classico molto secco piace anche a me. Qualche volta, però. <strong>Io sono un classicista, mi piace la morbidezza, e gli spumanti, vivaddìo, nacquero morbidi, che non vuol dire dolci, sennò sarebbero stucchevoli</strong>. Morbido è il velluto, morbida è la lana di cachemire, morbida è la seta. Morbido è lo Champagne Démi Sec, morbido è il Vouvray Moelleux, morbido è il Franciacorta Satèn, che ha molto, molto meno zucchero degli altri due, ma acquisisce morbidezza per via della minor pressione, ed è un caso a sé. Ecco, <strong>io credo di dovermi cospargere il capo di cenere e recitare il &#8220;mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa&#8221; per non aver valutato a sufficienza la morbidezza accogliente del Franciacorta Satèn</strong>. Lo dico dopo aver bevuto &#8211; dopo essermi goduto &#8211; <strong>il Franciacorta Satèn Sansevé di Monte Rossa</strong>. Caspita, che birichino, questo Franciacorta. Te ne versi un bicchiere, ne bevi un sorso, fai due parole, altro sorso, spilucchi qualcosa da mangiare, un sorso ancora a me, un altro a te, e la bottiglia finisce in un amen. L&#8217;ho detto, faccio mea culpa, e adesso che ho riscoperto la bellezza del Satèn cercherò di farmene indurre un po&#8217; più spesso in tentazione.</p>
<p><strong>Franciacorta Satèn Brut Sansevé Monte Rossa</strong><br />
(93/100)</p>
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