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	<title>The Internet Gourmet</title>
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	<description>Un blog sul vino e sugli altri piaceri della vita</description>
	<lastBuildDate>Thu, 14 May 2026 04:00:41 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Mabilia, il taglio moderno del Cirò Rosato</title>
		<link>https://internetgourmet.it/mabilia-taglio-moderno-del-ciro-rosato/</link>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 04:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di vino rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ippolito 1845, la cantina dei cugini Paolo, Vincenzo e Gianluca Ippolito, quinta generazione di vignaioli della famiglia, a Cirò Marina, è una delle punte più avanzate, a mio avviso, dell&#8217;innovazione enologica della Calabria. Da qualche anno portano sul mercato dei vini che che mettono insieme una straordinaria modernità d&#8217;approccio alla beva con un forte senso &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ippolito 1845, la cantina dei cugini <strong class="Yjhzub" data-sfc-root="c" data-sfc-cb="" data-processed="true">Paolo, Vincenzo e Gianluca Ippolito</strong>, quinta generazione di vignaioli della famiglia, a Cirò Marina, è una delle punte più avanzate, a mio avviso, dell&#8217;innovazione enologica della Calabria. Da qualche anno portano sul mercato dei vini che che mettono insieme una straordinaria modernità d&#8217;approccio alla beva con un forte senso di appartenenza territoriale, la qual cosa è semplice a dirsi, ma non altrettanto a farsi, e qui sta il valore dell&#8217;impresa.</p>
<p>Ho avuto riprova di questo loro talento assaggiando la versione 2025 del <strong>Cirò Rosato</strong>, che porta il nome di <strong>Mabilia</strong>. Rosa chiaro che tende alla buccia dell&#8217;albicocca, è fresco di fiori, piccante di zenzero, dinamico, eppure vividamente locale, che sembra di avercele lì davanti le vigne cirotane, sospese tra mare e collina, e pare anche di suggere un acino di gaglioppo quand&#8217;è alla prima maturazione, e un po&#8217; ricorda i fiori dell&#8217;ibisco, il bergamotto, il mandarino. Da bere, giovane, a sorsi lunghi e dissetanti nelle cene marinare d&#8217;estate, nelle feste notturne delle vacanze e quando ti viene nostalgia dei bei giorni della leggerezza.</p>
<p><strong>Cirò Rosato Mabilia 2025 Ippolito 1845</strong><br />
(90/100)</p>
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		<title>Qui, ora</title>
		<link>https://internetgourmet.it/qui-ora/</link>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 04:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sabato pomeriggio al parco la mia quattrenne cade dallo scivolo. Ha una lieve escoriazione al piede, ci soffia sopra e continua a giocare. Domenica mattina, invece, fa la malatina. Voglia di coccole o mammite, la chiamo io. Ad ogni modo cammina senza appoggiare il piede, zoppica, fa la faccina triste. La guardo, seria e visibilmente &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato pomeriggio al parco la mia quattrenne cade dallo scivolo. Ha una lieve escoriazione al piede, ci soffia sopra e continua a giocare.<br />
Domenica mattina, invece, fa la malatina. Voglia di coccole o mammite, la chiamo io. Ad ogni modo cammina senza appoggiare il piede, zoppica, fa la faccina triste. La guardo, seria e visibilmente dispiaciuta, mi abbasso, la stringo fra le braccia e le chiedo: &#8220;<em>Amore, ma stai davvero così male?</em>&#8221; &#8211; &#8220;<em>Eh sì, mamma</em>&#8221; &#8211; &#8220;<em>Mannaggia! Allora dobbiamo scrivere subito alla mamma della tua amica per dirle che oggi non possiamo partecipare alla sua festa di compleanno</em>&#8221; &#8211; &#8220;<em>Ma no, mamma! Noi possiamo andare! Ora ti spiego: ora sono a casa e mi fa male il piede ma quando sono alla festa, lì ci sono tantissimi giochi e io non me lo ricordo più che mi fa male. Capito?</em>&#8220;.<br />
Questo è un dialogo davvero prezioso perciò lo riporto. Ci trovo l&#8217;essenza della presenza e del potere dell&#8217;attenzione. Ci trovo una bella lezione di mindfulness per noi adulti.<br />
Il dolore, che è fisiologico, resta, ma parte della sofferenza, che è psicologica, dipende da noi, dal nostro focus. Purtroppo noi adulti spesso ci soffermiamo sul dolore, di qualunque natura sia. Ci rimuginiamo, lo analizziamo, lo ingigantiamo. A volte basta solo spostare l&#8217;attenzione.<br />
A volte basta ascoltare una bambina di quattro anni per tornare al qui, ora.</p>
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		<title>La vigna, gli alberi e l&#8217;idea di perfezione</title>
		<link>https://internetgourmet.it/la-vigna-gli-alberi-idea-di-perfezione/</link>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 04:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il pisano Leonardo Bonacci, più famoso come Fibonacci, visse tra la fine del dodicesimo secolo e la prima metà del tredicesimo. Fu un valentissimo matematico. Scoprì, tra l&#8217;altro, una strana sequenza di numeri, che oggi viene chiamata &#8220;la successione di Fibonacci&#8220;, nella quale ciascun numero è la somma dei due precedenti, eccetto i primi due che sono, &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il pisano Leonardo Bonacci, più famoso come <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Fibonacci" target="_blank">Fibonacci</a>, visse tra la fine del dodicesimo secolo e la prima metà del tredicesimo. Fu un valentissimo matematico. Scoprì, tra l&#8217;altro, una strana sequenza di numeri, che oggi viene chiamata &#8220;<a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/successione-di-fibonacci_%28Enciclopedia-della-Matematica%29/" target="_blank">la successione di Fibonacci</a>&#8220;, nella quale ciascun numero è la somma dei due precedenti, eccetto i primi due che sono, per definizione, 0 e 1. Insomma, la serie dei numeri fa 0, 1, 1 (somma da 0 e 1), 2 (somma di 1 e 1), 3 (somma di 2 e 1), 5 (somma di 2 e 3), 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, eccetera. Traslati geometricamente, questi numeri danno forma a una spirale, che somiglia tantisimo alla struttura interna di certe conchiglie marine o a quella di alcune specie vegetali, come il broccolo romano, rasentando l&#8217;idea della perfezione naturale.</p>
<p><strong>È a quella stessa perfezione, tra il botanico e il matematico, che s&#8217;ispira il progetto di agroforestazione intrapreso nei vigneti dell&#8217;azienda franciacortina del Mosnel</strong>, dove sono stati impiantati, tra le vigne, degli alberi che disegnano la medesima sagoma a spirale. Come dicono <strong>Lucia e Giulio Barzanò</strong>, che di Mosnel hanno raccolto &#8211; quinta generazione &#8211; un&#8217;eredità lunga centonovant&#8217;anni, è &#8220;<strong>il vigneto che si fa ecosistema</strong> e produce anche un paesaggio più bello e più accogliente, capace di restituire benessere a chi ci lavora, a chi lo visita, a chi semplicemente lo guarda&#8221;. Direi anche a chi, tramite il vino, quel paesaggio lo beve e ne trova ispirazione e serenità.</p>
<p>Già il pensare e l&#8217;agire per riportare nei fatti, e non solo a parole, la biodiversità botanica dentro ai vigneti, dopo che in giro un po&#8217; per tutto il mondo nell&#8217;ultima cinquantina d&#8217;anni sono via via diventati delle monocolture, approssima la mia personalissima idea di perfezione viticola, io che da ragazzino vedevo nei campi coltivati dai miei nonni mezzadri le vigne frammiste a ciliegi rigogliosi, salici, gelsi e fichi, e sotto, a volte, i radicchi o le verze. D&#8217;accordo che non sono agronomo, e dunque quel che scrivo sarà senz&#8217;altro contestabile dal punto di vista strettamente scientifico, ma <strong>credo che in un solo caso il vino possa darmi davvero l&#8217;energia che vi cerco, ed è quando la medesima energia ci sia già tra le vigne</strong>. Mi riferisco all&#8217;insieme dei vigneti, del loro ambiente e dei loro suoli, che contengano vitalità e diversità, ed è evidente, poi, che la diversità e la vitalità botanica portano con sé anche quella animale. Si creano, così, dei &#8220;<strong>corridoi della biodiversità</strong>&#8220;, come ho sentito dire al Mosnel, che facilitano il movimento di insetti, artropodi, funghi.</p>
<p>Da Mosnel l&#8217;idea è andata attuandosi da una decina d&#8217;anni, da quando, cioè, con lo studio agronomico <strong>Sata</strong>, è iniziato un percorso di trasformazione del vigneto. Sovesci polifunzionali, siepi con specie arbustive autoctone, una spirale di sessantacinque coppie di carpini e biancospini; intorno, gli alberi ad alto fusto, residui di boscaglia. &#8220;La presenza degli alberi &#8211; dicono in cantina &#8211; mitiga i picchi climatici e i rischi ambientali, migliora la gestione delle risorse idriche, riduce l’effetto serra, contrasta il degrado del suolo e ne aumenta la sostanza organica e la fertilità&#8221;. Prende forma un paesaggio viticolo nuovo e più complesso, monitorato costantemente per valutare l’evoluzione della biodiversità faunistica e della fertilità del suolo.</p>
<p>Dell&#8217;agroforestazione se n&#8217;è parlato in Franciacorta nel corso di un convegno col quale si sono celebrati i centonovant&#8217;anni di Mosnel. I relatori erano molti. Cito un passaggio di ciascuno, che ritengo capace di suscitare riflessione. Come si diceva una volta nei crediti dei film, &#8220;in ordine di apparizione&#8221;.</p>
<p><strong>Armando Castagno</strong>, scrittore di cose del vino: &#8220;Credo che il senso dell&#8217;agroforestazione fosse e sia, sperabilmente, quello di porre la vigna, forma vegetale redditizia ed esaltante da portare avanti, in una relazione più fattuale e più completa con il mondo vegetale, con il mondo delle piante&#8221;.</p>
<p><strong>Marta Donna</strong>, agronomo junior di Sata: &#8220;L&#8217;agroforestazione ci porta a porci numerose domande. Prima di tutto: cosa possiamo associare al vigneto senza limitarne la produttività, ma portando a casa risultati concreti in termini di mitigazione climatica, benessere dell&#8217;ecosistema, fertilità dei suoli? Dobbiamo scegliere alberi che approfondiscano nel sottosuolo per far risalire umidità nei periodi siccitosi, ma che non vadano in competizione con le radici della vite. Abbiamo bisogno di un po&#8217; di ombreggiamento che protegga dai colpi di calore, ma non troppo, che comprometterebbe la produttività. Dobbiamo gestire equilibri su cui non abbiamo ancora linee guida di riferimento&#8221;.</p>
<p><strong>Pierluigi Donna</strong>, agronomo fondatore di Sata Studio Agronomico: &#8220;In campo aperto le interazioni tra i fattori che influiscono sui fenomeni sono tantissime e salgono a livello esponenziale: è quasi impossibile coglierle tutte. Per noi agronomi il tema degli agrofarmaci, su questo, è drammatico: continuano a comparire difficoltà, mancanza di efficacia, adattamenti dei patogeni. È la natura che si adatta, e questa mutevolezza complica ancora di più le nostre possibilità di previsione. L&#8217;alternativa è cercare gli equilibri tra gli esseri viventi. Più sono gli individui che abitano un luogo, meno spazio c&#8217;è per gli aggressori: la biodiversità è la nostra alleata&#8221;.</p>
<p><strong>Valperto degli Azzoni Avogadro Carradori</strong>, imprenditore vitivinicolo delle Marche, protagonista di un progetto di riforestazione: &#8220;Io credo che nel nostro futuro avremo sempre più bisogno di ambienti che ci aiutino a ritrovare noi stessi. A qualcuno sarà capitato d&#8217;inverno di andare in un porto, stare su un molo, guardare il mare che si infrange sugli scogli. Stare lì, non pensare, non sapere perché si sta bene, eppure si sta bene. In quel momento ci si sente più vicini a qualcosa: alla natura, a se stessi, al senso della vita. Non c&#8217;entra la parte religiosa, ma a volte camminare di sera in una chiesa illuminata solo dalle candele e sentire il rumore dei propri passi dà la stessa sensazione. Sono dei momenti in cui ci si sente più vicini a qualcosa di indefinibile&#8221;.</p>
<p><strong>Giorgio Vacchiano</strong>, ricercatore e divulgatore scientifico dell’università Statale di Milano: &#8220;C&#8217;è un principio ecologico molto importante, scoperto nel 1994, chiamato ipotesi del gradiente da stress. Lungo un continuum di condizioni, da quelle più favorevoli a quelle più stressanti, quando le risorse sono abbondanti tra gli esseri viventi tende a prevalere la competizione. Quando le condizioni si fanno difficili, la competizione tende a trasformarsi in facilitazione: gli esseri viventi contribuiscono al benessere reciproco. Voglio stare attento ai termini: non voglio attribuire al non umano intenzioni umane. Ma questa facilitazione esiste davvero&#8221;.</p>
<p><strong>Willem Brouwer</strong>, architetto e paesaggista, docente per quasi vent’anni allo Iuav di Venezia e alla Cornell University (nonché vignaiolo, aggiungo, sui Colli Euganei): &#8220;Quando mi è stato chiesto di dare il mio contributo sui progetti di agroforestazione, mi è venuto un sorriso: invece di portare la natura verso il costruito, qui il tragitto è inverso, si porta l&#8217;architettura nella natura. E nella natura si entra sempre in punta di piedi, perché la natura è infinitamente più equilibrata del costruito umano. Quale contributo può dare l&#8217;architettura? Innanzitutto, accorgimenti architettonici: orientamento, percorsi, spazi. La biodiversità permette di configurare spazi dell&#8217;ascolto, dell&#8217;attività, della contemplazione, luoghi della sensorialità, sia dell&#8217;attenzione volontaria che di quella involontaria rigenerante. Questi elementi naturali sono anche bellissimi esteticamente e consentono percorsi tali per cui chi visita queste aziende porti con sé un&#8217;esperienza. Ricordiamoci che i progetti viaggiano nella memoria: le persone viaggiano con i progetti che hanno visto e con le esperienze che hanno vissuto&#8221;.</p>
<p><strong>Andrea Bariselli</strong>, psicologo, neuroscienziato e divulgatore scientifico: &#8220;I nostri antenati avevano ben chiaro qualcosa che noi abbiamo completamente dimenticato: che tutte le specie viventi, tranne gli esseri umani, passano la stragrande maggioranza del loro tempo a sopravvivere, cacciare, dormire, riprodursi, cercare acqua. Gli esseri umani invece sono una specie bipede che ha delegato ad altri la propria sopravvivenza: vi basta pagare per bere, dormire, mangiare. E così si perde il collegamento diretto con la natura&#8221;.</p>
<p>Direi che ce n&#8217;è abbastanza per rifletterci a lungo.</p>
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		<title>Bevete il Soave Classico, che fra un po&#8217; non esiste più</title>
		<link>https://internetgourmet.it/bevete-soave-classico-fra-un-po-non-esiste-piu/</link>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 04:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Se volete bere il Soave Classico, dovete affrettarvi, perché fra un anno o due non esisterà più. La doc, infatti, si chiamerà solo Soave, perderà la menzione Classico e perderà anche tutte le trentatré uga (le unità geografiche aggiuntive) adottate una manciata di anni fa. La menzione Classico non sparirà del tutto. Resterà patrimonio del &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se volete bere il Soave Classico, dovete affrettarvi, perché fra un anno o due non esisterà più. <strong>La doc, infatti, si chiamerà solo Soave, perderà la menzione Classico e perderà anche tutte le trentatré uga</strong> (le unità geografiche aggiuntive) adottate una manciata di anni fa. <strong>La menzione Classico non sparirà del tutto. Resterà patrimonio del Soave Superiore docg, così come tutte le uga</strong>. Insomma, la doc sarà semplificatissima, mentre la complessità dei &#8220;cru&#8221; sarà appannaggio solo della docg.</p>
<p>Queste cose le ho scoperte scartabellando <a href="https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/SommarioSingoloBur.aspx?num=43&amp;date=10/04/2026" target="_blank"><strong>il Bollettino Ufficiale della Regione Veneto dello scorso 10 aprile</strong></a>; il numero 43, per la precisione. Vi si riportano i &#8220;sinottici&#8221;, ossia la tabella con le due colonne affiancate della vecchia e della nuova versione, dei disciplinari di produzione del Soave doc e del Soave Superiore docg, con le modifiche approvate dall&#8217;assemblea dei soci del Consorzio di tutela (non so in quale data, ma penso poco prima).</p>
<p><strong>Le novità sono consistenti, e per certi versi epocali. La sparizione del Soave Classico è un passo storico</strong>. Del resto, che il sistema-Soave abbia bisogno di una revisione è palese. La denominazione stenta, soprattutto dal lato dei prezzi. Secondo i dati ufficiali pubblicati dalla Camera di Commercio di Verona, il Soave doc, all&#8217;ingrosso, è quotato fra gli 80 e i 95 centesimi al litro, il Soave Classico fra l&#8217;euro e dieci e l&#8217;euro e trenta. Però, salvo errore, non avevo letto alcuna notizia del cambio di disciplinare; anzi, dei disciplinari.</p>
<p>Riassumo le variazioni, così come le ho trovate sul Bur del Veneto.</p>
<p><strong>Dalla doc, dicevo, vanno via la menzione Classico e la sottozona Colli Scaligera, nonché tutte le uga</strong>. Il nome Colli Scaligeri si estingue definitivamente (non ha mai raccolto un grosso successo). Resta il solo Soave doc (e lo spumante, per i pochi che lo fanno). Il vino può andare in commercio dal primo dicembre successivo alla vendemmia. Per chi usasse la menzione &#8220;vigna&#8221;, la data minima di uscita passa al primo febbraio del secondo anno successivo alla vendemmia. La resa massima per ettaro della doc è di 150 quintali di uva.</p>
<p><strong>Il Classico e le uga restano solo nella docg del Soave Superiore</strong>. Nella docg la resa massima di uva per ettaro sale da 100 a 125 quintali. Il Soave Superiore e il Soave Classico Superiore possono uscire sul mercato dal primo febbraio dell&#8217;anno successivo alla vendemmia, invece il Soave Superiore che riportasse il nome di un&#8217;uga deve attendere almeno un altro anno, sino al primo febbraio del secondo anno successivo alla vendemmia; idem se in etichetta c&#8217;è il nome di una &#8220;vigna&#8221;.</p>
<p><strong>Le uve fondamentali, sia per la doc che per la docg, restano la garganega, almeno per il 70%, e il trebbiano di Soave, per un massimo del 30%</strong>. Lo chardonnay, che fin qui poteva arrivare fino al 30%, scende al 15% facoltativo, al pari di tutte le altre uve bianche provenienti &#8220;dai vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per la Provincia di Verona&#8221; (prima, chardonnay a parte, potevano arrivare solo al 5%). Il 15% non è poco per certe varietà che, pur non essendo classificate come &#8220;aromatiche&#8221;, quanto meno &#8220;aromateggiano&#8221; un tantino, ma, si sa, il &#8220;mercato&#8221; va in questa direzione (e a me non è che piaccia molto, a dire il vero, la direzione in cui va, ma questa è tutta un&#8217;altra storia).</p>
<p>Il disciplinare adesso proseguirà l&#8217;iter approvativo presso il Comitato nazionale vini. Insomma, al ministero, a Roma. Credo che sia difficile fare previsioni sull&#8217;entrata in vigore, ma non mi stupirebbe se lo si vedesse applicato, magari retroattivamente, già con i vini della prossima vendemmia. Intanto, compratevi il Soave Classico, che fra un po&#8217; non lo faranno più, e voi sarete in grado di averne in cantina una rara verticale. Tanto, quello buono dura per anni, e anzi migliora.</p>
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		<title>Eh, sì, il Moscato d&#8217;Asti è il vero grande NoLo</title>
		<link>https://internetgourmet.it/eh-si-moscato-dasti-vero-grande-nolo/</link>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 04:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quand&#8217;è fatto per bene, il Moscato d&#8217;Asti non ha letteralmente alcun paragone al mondo, e brilla per grazia e dinamicità, leggerezza e complessità. E basta, allora &#8211; mi viene da dire &#8211; con questa retorica cinicamente commerciale dei No-Lo wine, e insomma dei vini artificiosi a bassa o nulla gradazione alcolica che sono saltati fuori &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quand&#8217;è fatto per bene, <strong>il Moscato d&#8217;Asti non ha letteralmente alcun paragone al mondo</strong>, e brilla per grazia e dinamicità, leggerezza e complessità. E basta, allora &#8211; mi viene da dire &#8211; con questa retorica cinicamente commerciale dei No-Lo wine, e insomma dei vini artificiosi a bassa o nulla gradazione alcolica che sono saltati fuori adesso, come se fossero il nuovo che avanza, l&#8217;invenzione delle invenzioni dell&#8217;enologia moderna, la panacea di chissà quali mali: i grandi, grandissimi vini a bassa gradazione naturale in Italia ce li abbiamo già, si chiamano Moscato d&#8217;Asti, Asti Spumante o Fior d&#8217;Arancio nella versione spumante sui Colli Euganei. Sono buonissimi e appartengono alla nostra grande storia enologica, sono eclettici negli accostamenti e negli stili di beva, e stanno alla grande con il cibo.</p>
<p>Tra i produttori miei preferiti di Moscato d&#8217;Asti c&#8217;è <strong>Cadgal</strong>, che con la nuova gestione di <b>Alessandro Varagnolo</b>, subentrato nel 2023, insieme  con la famiglia, ha dato slancio ulteriore all&#8217;opera già benemerita che aveva impostato il precedente proprietario, Alessandro Boido, portandola ancora più in alto in termini di eleganza, di finezza, cosicché a Vinitaly non ho resistito alla tentazione di andare almeno brevemente al suo stand per assaggiare le nuove annate, di cui do cenno qui sotto.</p>
<p><strong>Moscato d&#8217;Asti Lumine 2025</strong>. Bello! Ha il pizzicorino degli agrumi (il mandarino), il sale, la salvia. Succo, beva, dinamismo, avvolgenza, e il tutto appena coi suoi cinque gradi alcolici. Miracoloso equilibrio. Da aperitivo, questo è un vino meraviglioso per l&#8217;aperitivo, servito con le tartellette di verdure, di formaggi e di salumi. (93/100)</p>
<p><strong>Canelli Moscato Sant&#8217;Ilario 2024</strong>. Cedro, limone, mandarinetto, un cesto di agrumi, e poi sale, tanto sale, che ti saliva il palato. Persistente e setoso, tattile e gustoso, e ancora solo il cinque per cento di alcolicità. Cosa dicevo sopra, a proposito del fatto che i grandi vini poco alcolici li abbiamo? Questo dategli tempo e sarà ancora più complesso, e fascinoso. (91/100)</p>
<p><strong>Asti Spumante Dolce 2024</strong>. Anche se preferisco il Moscato d&#8217;Asti, non disdegno, comunque, l&#8217;Asti Spumante, nella versione dolce, ovviamente, e dicendo &#8220;ovviamente&#8221; ho già detto tutto. Qui ci sono il sambuco, il gelsomino, il lime, il limone, e la dolcezza è tenuta a freno da un trama quasi tannica, che approfondisce il sorso. (91/100)</p>
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		<title>Perda Rubia, la pietra rossa, il Cannonau</title>
		<link>https://internetgourmet.it/perda-rubia-la-pietra-rossa-cannonau/</link>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 04:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Perda Rubia, la pietra rossa, il granito, rossastro dell&#8217;Ogliastra, Sardegna orientale. Si chiama così l&#8217;azienda di Mario Mereu, Tenute Perda Rubia. La fondò il nonno, Mario anch&#8217;egli, negli anni Quaranta. Fu forse il primo imbottigliatore di Cannonau, quanto meno uno dei primissimi. &#8220;Per lui era una specie di missione sociale quella di acquistare l&#8217;uva, trasformarla &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Perda Rubia, la pietra rossa, il granito, rossastro dell&#8217;Ogliastra, Sardegna orientale. Si chiama così l&#8217;azienda di <strong>Mario Mereu</strong>, <strong>Tenute Perda Rubia</strong>. La fondò il nonno, Mario anch&#8217;egli, negli anni Quaranta. Fu forse il primo imbottigliatore di Cannonau, quanto meno uno dei primissimi. &#8220;Per lui era una specie di missione sociale quella di acquistare l&#8217;uva, trasformarla e commercializzarla&#8221;, dice Mario, che adesso <strong>fa archeologia viticola viva, ripianta i cloni originari, prefilloserici</strong>. Spesso li mette a dimora a piede franco.</p>
<p>Prima o poi vorrei andare a trovarlo. La terra è molto estesa, seicento ettari, ma quelli a vigna sono una ventina, il resto a ulivo, cereali, bosco. Le bottiglie sono poche, venticinquemila. Il progetto è di portarle a quarantamila coi nuovi impianti. Comunque non molte. Intanto, mi accontento di quello che mi ha raccontato a Vinitaly, e dei vini, molto buoni, che ho assaggiato. Uno l&#8217;ho cercato e l&#8217;ho comprato, ed è stato la rivelazioni di saperi antichi: spero che la mia bottiglia sia buona come quella che ho provato nello stand, annata 1977. Ma ne parlo dopo.</p>
<p>Terza giornata del Vinitaly. Arrivo alla postazione, sono atteso. &#8220;Ci diamo del tu?&#8221;, chiede subito Mario. Meno male, così mi piace, meglio darsi del tu quando si beve assieme. Mi racconta del padre, e poi dice che &#8220;il cannonau ha delle grandissime potenzialità, che già si sono espresse e che in futuro si esprimeranno sempre di più, come farà la Sardegna&#8221;. Una dichiarazione d&#8217;intenti. Sul Cannonau concordo, perché <strong>questo è il momento di vitigni come il grenache (il cannonau è il nome sardo della varietà), che colorano poco e hanno profumi di territorio</strong>. Riguardo alla Sardegna, ripeto quel che ho già scritto, ossia che <a href="https://internetgourmet.it/vinitaly-mancato-lentusiasmo-la-ristorazione/" target="_blank">è stata una delle presenze più dinamiche di Vinitaly</a>.</p>
<p>Mario, poi, mi ha risolto un dilemma. Tempo fa mi chiesi, proprio riguardo al Cannonau, perché per descriverne il profumo <a href="https://internetgourmet.it/ce-un-nome-sardo-la-macchia-mediterranea/" target="_blank">i sardi non usassero un qualche termine locale</a>, in sostituzione della vaga definizione della macchia mediterranea. I francesi del Sud per la macchia parlano di garrigue. <strong>La macchia sarda è diversa, ha il mirto, e i vini ne esprimono il profumo. Qual è la parola della macchia, là in Sardegna? &#8220;È il murdègu&#8221; mi spiega Mario, dopo averci pensato un attimo. Finalmente!</strong> Eccola qui, la parola. E allora diciamolo (ditelo) forte: <strong>il Cannonau sa di murdègu</strong>.</p>
<p>Di Cannonau ne ho assaggiati quattro, uno molto particolare.</p>
<p><strong>Cannonau di Sardegna Naniha 2023 Tenute Perda Rubia</strong>. Naniha è una contrazione di Anania, nome proprio maschile che è diffuso nell&#8217;Ogliastra, una sorta di omaggio alle radici popolari. Colore chiaro, colore vero da cannonau, da grenache, da tai rossi, da garnacha; varietale. &#8220;Le nostre tonalità, poi &#8211; dice Mario -, sono particolarmente chiare perché estraiamo poco&#8221;. Al naso c&#8217;è, solida, la macchia, il mirto, il murdègu del quale ho detto sopra. Poi, la terra rossa, la speziatura, l&#8217;ibisco. Di nuovo, la varietalità. &#8220;È un vino fresco, col quale ho voluto superare lo stereotipo del Cannonau macerato&#8221;, aggiunge. Quattordici gradi di alcol e devo parlare di leggerezza. (89/100)</p>
<p><strong>Cannonau di Sardegna Riserva Perda Rubia 2022 Tenute Perda Rubia</strong>. Il colore qui è estremamente solare, è luminoso, splendente, leggero. Al naso sa di vermut, di erbe aromatiche, di Mediterraneo salmastro, di cannella, di noce moscata, ancora di macchia, e tanto. Il bouquet è affascinante, antico, elegante. Il tannino fa da sottofondo al sorso. I gradi alcolici sono quindici, eppure si beve. Quando si dice l&#8217;equilibrio. (93/100)</p>
<p><strong>Cannonau di Sardegna Perda Rubia 2021 Tenute Perda Rubia</strong>. L&#8217;annata 2021 non aveva ancora la qualifica di Riserva, ma il vino è quello, ed è tuttora in vendita. La tinta è ancora una volta bellissima, qui un po&#8217; più aranciata. Il profumo rimanda alla terra rossa, alle foglie secche, ai fiori macerati. (90/100)</p>
<p><strong>Vino da Tavola Perda Rubia 1977 Comm. Prof. Mario Mereu</strong>. La sorpresa. Un Cannonau vinificato in bianco, maturato sotto flor, in stile ossidativo. Lo faceva il padre, innescando la fermentazione coi lieviti residui delle botti di castagno e rovere. &#8220;Fino alle metà degli anni Novanta si usava vinificare il cannonau anche in bianco&#8221;, racconta Mario, e magari ci si aggiungeva un pizzico di vernacina, che adesso si chiama granazza. Andava in bottiglia dopo tre anni. Dopo tutti questi anni, ha il colore dell&#8217;ambra. Il sorso è una meraviglia: fragoline di bosco, ribes, mela renetta, salvia, terra, e poi sale, tanto sale, che le labbre quasi pizzicano, e la lunghezza è infinita. Mi sono scritto, nel mio bloc notes: &#8220;cercarlo!&#8221;. L&#8217;ho cercato e trovato da un raccoglitore di vecchie bottiglie. Aspetto con trepidazione di aprirlo. Qui non metto, però, alcun voto: che voto vuoi dargli a una meraviglia del genere?</p>
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		<title>Fa tanto bene</title>
		<link>https://internetgourmet.it/fa-tanto-bene/</link>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 04:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi siedo alla scrivania, avvio il pc e scelgo il mouse. Posso scegliere perché da quando il mio ha iniziato a dare i numeri, Ivan, il mio compagno, me ne ha lasciati altri in studio per trovare quello che mi sta più simpatico. Vada per il viola! Accendo la lampada da tavolo che illumina la &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Mi siedo alla scrivania, avvio il pc e scelgo il mouse. Posso scegliere perché da quando il mio ha iniziato a dare i numeri, Ivan, il mio compagno, me ne ha lasciati altri in studio per trovare quello che mi sta più simpatico. Vada per il viola!<br />
Accendo la lampada da tavolo che illumina la tastiera. Ce l&#8217;avevamo uguale, quando condividevamo l&#8217;ufficio. Un regalo da parte sua. Mi soffio il naso e sorrido perché questo pacchetto di fazzoletti gliel&#8217;ho fregato in ufficio. Osservo il mio ambiente di lavoro con lo sguardo grato di chi sa di essere amato. C&#8217;è il suo zampino in ogni cosa. La prolunga per la macchinetta dei popcorn, il ventilatore appeso al soffitto, il tappeto bianco, il lettino artigianale in legno, il materassino gonfiabile per chi ha necessità di sdraiarsi in terra, il computer portatile, lo smartphone, le poltrone, anche le bottiglie dell&#8217;acqua, che mi tocca acquistare perché dal rubinetto esce un liquido imbevibile, me le porta lui. Gli incensi! Ha ordinato un intero totem di Fiore d&#8217;Oriente con tutte le linee: fate, angeli, yoga, reiki e chakra. Ricordo ancora il giorno che arrivarono in negozio, non avevo parole, letteralmente. E le agende! Ero, e sono tuttora, innamorata di Paperblanks ma lui non le vendeva e io andavo a comprarle nella cartoleria di un paesino vicino. Un giorno mi sono trovata in negozio l&#8217;espositore con tutti i formati. Mi sono sentita tanto Alice nel paese delle meraviglie ed è ancora così. Credo che questa sia una delle svariate forme dell&#8217;amore. Fa bene, fa tanto bene.</p>
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		<title>L&#8217;anteprima dell&#8217;Etna Rosato 2024 di Tenute Bosco</title>
		<link>https://internetgourmet.it/lanteprima-delletna-rosato-2024-tenute-bosco/</link>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 04:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di vino rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A Vinitaly ho assaggiato, in anteprima, l&#8216;Etna Rosato 2024 delle Tenute Bosco. Sì, un rosato &#8217;24 in anteprima, mica &#8217;25: uscirà fra qualche mese, senza fretta. Così si fa a fare un grande vino rosa, con la pazienza, col riposo, altro che i vinelli beverini giovinetti. Perché, sì, questo è un grande vino rosa, figlio &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A Vinitaly ho assaggiato, in anteprima, l<strong>&#8216;Etna Rosato 2024 delle Tenute Bosco</strong>. Sì, un rosato &#8217;24 in anteprima, mica &#8217;25: uscirà fra qualche mese, senza fretta. Così si fa a fare un grande vino rosa, con la pazienza, col riposo, altro che i vinelli beverini giovinetti. Perché, sì, questo è un grande vino rosa, figlio del nerello mascalese, raccolto a settecento metri d&#8217;altitudine. Sa di scorza di arancia amara, di chinotto, di spezie orientali, di erbe alpestri. Asciuttissimo, secco. Il grande rosato è così. Questo, poi &#8211; strappo alla mia regola personalissima -, lo berrei perfino un po&#8217; più fresco di come bevo il rosato di solito (per me, meglio a temperatura di cantina, in genere): regge, infatti, benissimo le temperature basse, per via di quella sua vena agrumata.</p>
<p><strong>Etna Rosato 2024 Tenute Bosco</strong><br />
(93/100)</p>
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		<title>Lo strano caso del Prosecco Rosé, non parla ma vende</title>
		<link>https://internetgourmet.it/lo-strano-caso-del-prosecco-rose-non-parla-vende/</link>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 04:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di vino rosa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://internetgourmet.it/?p=34492</guid>
		<description><![CDATA[<p>A Vinitaly conversavo dei vini rosa italiani con un collega, e osservavamo quanto la categoria continui a stentare. Per suffragare la tesi, il mio interlocutore affermò che avesse fallito anche il Prosecco Rosé, al che sobbalzai. &#8220;Fallito?&#8221;, chiesi. &#8220;Ma se nel 2025 se ne sono venduti più di 60 milioni di bottiglie, quasi il dieci &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A Vinitaly conversavo dei <strong>vini rosa italiani</strong> con un collega, e <strong>osservavamo quanto la categoria continui a stentare</strong>. Per suffragare la tesi, <strong>il mio interlocutore affermò che avesse fallito anche il Prosecco Rosé</strong>, al che sobbalzai. &#8220;Fallito?&#8221;, chiesi. &#8220;<strong>Ma se nel 2025 se ne sono venduti più di 60 milioni di bottiglie, quasi il dieci per cento dell&#8217;intera denominazione!</strong>&#8220;, esclamai. Al che fu il suo turno di sobbalzare: <strong>pur essendo persona ferrata in fatto di vino, non aveva la minima percezione che di Prosecco Rosé se ne vendesse così tanto</strong>. Questo significa che al Prosecco Rosé si dovrebbe dedicare uno studio per capire come faccia a vendersi in simili volumi, perché sì, <strong>vende, da solo, più di tutto il resto del rosato italiano messo insieme, eppure sembri fare pochissimo per comunicarsi</strong>. Alzi la mano chi si ricorda dell&#8217;ultima campagna di comunicazione del Prosecco Rosé. Io stesso, che pure osservo molto da vicino il mondo del Prosecco, faccio davvero fatica a citare un caso, dopo quell'&#8221;osa il rosa&#8221; che accompagnò il lancio della nuova tipologia, nel 2020. Quanto meno, non me ne ricordo, e si sono del tutto sopite anche le polemiche iniziali, che ovviamente scoppiarono in Italia al varo del Prosecco Rosé, come sempre succede quando c&#8217;è una novità, soprattutto se questa ha successo. Nessuno ne parla più, come se il Prosecco Rosé nemmeno esistesse,<strong> eppure colloca sessanta milioni di bottiglie</strong>, che sono un&#8217;enormità. Un mistero.</p>
<p>A suo tempo, presi posizione piuttosto netta in favore della tipologia, convinto che potesse avere una propria dignità e che potesse anche far da traino al resto del vino rosa italiano. La seconda convinzione è svanita presto: <strong>il Prosecco Rosé non ha assunto il ruolo di capofila del mondo rosatista italiano</strong>, che va in ordine sparso, ognuno per suo conto, e così abbiamo perso l&#8217;ennesima occasione. La prima idea l&#8217;ho voluta verificare qualche giorno fa, <strong>scendendo in cantina a cercare una bottiglia del Prosecco Rosé che più mi aveva convinto all&#8217;uscita</strong>. Parlo del <strong>Prosecco Rosé Brut 2020 di Bellenda</strong>. Ne avevo messa da parte la bottiglia perché, riguardo ai vini rosa,<strong> sono convinto che siano davvero meritevoli di attenzione solo quelli che reggono il tempo</strong>. Dunque, per me anche il Prosecco Rosé doveva affrontare il giudizio degli anni.</p>
<p>La bottiglia del Prosecco Rosé di Bellenda è di vetro bianco trasparente, com&#8217;è, purtroppo, quasi sempre abitudine per i vini rosa. Non mi ha dunque stupito che dopo cinque anni avesse perduto, nel colore, ogni traccia di rosa. <strong>Potrei definirne la tinta, adesso, come quella del tè English Breakfast non infuso troppo a lungo</strong>, un giallo vagamente ambrato. <strong>L&#8217;assaggio? Be&#8217;, quello è stato sorprendente</strong>. Aveva, il vino, una sostanza cremosa, quasi da crema pasticciera, avvolgente. Al gusto ricordava il chinotto. Sapeva anche un po&#8217; di petali di rosa secchi, e aveva una delicata speziatura e un che di tarte tatin o di crostatina all&#8217;albicocca. Soprattutto, si è fatto bere con disinvoltura. Badare che <strong>l&#8217;ho servito alla temperatura di cantina, non freddo, perché un&#8217;altra delle mie fisse è che con più passano gli anni, più il vino rosa non tolleri il raffreddamento</strong>. Esperimento riuscito. Dunque, il Prosecco Rosé, quello buono, sa perfino tenere con una certa disinvoltura un po&#8217; di anni, e questo mi conforta molto, e mi rassicura sul fatto di non avere sbagliato a mettermi dalla sua parte. Però tace. Di questo sì, che mi sorprendo.</p>
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		<title>Winewashing di Nello Gatti, ossia del Candide del vino</title>
		<link>https://internetgourmet.it/winewashing-nello-gatti-ossia-del-candide-del-vino/</link>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 04:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ghiottonerie]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Una delle letture più avvincenti, e al contempo anche più disturbanti, della mia preadolescenza, fu Le avventure del barone di Munchhausen di Rudolf Erich Raspe. Al protagonista gliene succedono talmente tante, che a starci dietro c&#8217;è da farsi prendere dall&#8217;ansia, così come del resto accade a chi legga il Candide di Voltaire. Quanto meno, questa è la mia &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle letture più avvincenti, e al contempo anche più disturbanti, della mia preadolescenza, fu <em>Le avventure del barone di Munchhausen</em> di Rudolf Erich Raspe. Al protagonista gliene succedono talmente tante, che a starci dietro c&#8217;è da farsi prendere dall&#8217;ansia, così come del resto accade a chi legga il <em>Candide</em> di Voltaire. Quanto meno, questa è la mia impressione dei due libri.</p>
<p>Adesso posso dire qualcosa del genere per <strong><em>Winewashing</em></strong> di <strong>Nello Gatti</strong>, che racconta delle esperienze di un io narrante che si occupa di vino via via con una molteplicità di funzioni, ossia da consulente, divulgatore, compratore, rivenditore, sommelier &#8211; e insomma, da uno che assomiglia molto all&#8217;autore -, <strong>convinto che quello del vino, in fondo, possa rassomigliare davvero al migliore dei mondi possibili</strong>, salvo trovarsene spesso scornato. Le prova tutte, però, e va avanti ostinato, tra successi e disillusioni, tra avvincenti assaggi e mancati incassi, cercando di sopravvivere all&#8217;insidia ricorrente dei passi falsi e dei luoghi comuni. Il sottotitolo, del resto, la dice lunga: <em>Viaggio insostenibile di un comunicatore nel mondo del vino</em>, e quell&#8217;aggettivo &#8211; &#8220;insostenibile&#8221; &#8211; non è affatto lontano dalla realtà, come sa chi abbia avuto a che fare professionalmente con il settore da una qualunque delle angolazioni del suo multiforme interno, perché sì, il vino non è fatto (solo) di poesia.</p>
<p>Romanzo, fiction, autobiografia, memoir? Non lo so, e Gatti tiene il lettore costantemente nel dubbio, al riguardo. Tuttavia, la narrazione appare credibile, e anche sincera, o quanto meno è piuttosto informata, e vorrei dire &#8220;vissuta&#8221;. Mi piace, peraltro, lo spirito espresso già nella premessa, o meglio, l&#8217;augurio: &#8220;Auguro a voi tutti di non diventare mai esperti, perché è così che si guarda al futuro di questo prodotto: partendo da chi il vino lo acquista e lo consuma, ma non ne sa abbastanza&#8221;. Forse sta qui il modo migliore per cercare di sopravvivere al vino, e farlo dunque, a sua volta, sopravvivere.</p>
<p>Una lettura che consiglio a chi voglia guardare al vino con una buona dosa di disincantato realismo. Per intuire che cosa ci può stare di là da una bottiglia.</p>
<p><strong>Nello Gatti, &#8220;Winewashing&#8221;, Santelli, euro 15,99</strong></p>
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