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	<title>The Internet Gourmet</title>
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	<description>Un blog sul vino e sugli altri piaceri della vita</description>
	<lastBuildDate>Fri, 09 Oct 2026 05:05:40 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>Questo sì che è fare divulgazione storica del vino</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ghiottonerie]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>È da parecchio tempo che avevo in animo di scrivere la recensione di questo libro. Tuttavia, nutrivo un dubbio, ossia se fosse meglio entrare nel contenuto dei singoli capitoli, oppure dare un&#8217;impressione più generale. Opto per la seconda via, lasciando il piacere dell&#8217;approfondimento al lettore (ho usato non a caso il termine &#8220;piacere&#8221;, perché la &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È da parecchio tempo che avevo in animo di scrivere la recensione di questo libro. Tuttavia, nutrivo un dubbio, ossia se fosse meglio entrare nel contenuto dei singoli capitoli, oppure dare un&#8217;impressione più generale. Opto per la seconda via, lasciando il piacere dell&#8217;approfondimento al lettore (ho usato non a caso il termine &#8220;piacere&#8221;, perché la lettura è piacevolissima), dato che lì dentro c&#8217;è talmente tanto da approfondire e da conoscere, che sarebbe impossibile, e inutile, e forse anche fuorviante, farne un surrogato.</p>
<p>Il libro si intitola <strong><em>Lambrusco in fabula.</em> <em>Storia letteraria di un vino colto e contadino</em></strong>, ed è pubblicato da Wingsbert House, marchio editoriale diretto da Alberto Grandi in seno al gruppo Aliberti di Reggio Emilia. Ne è autore <strong>Enrico Zucchi</strong>, ricercatore dell’Università di Padova, dove insegna letteratura italiana per gli studenti di Progettazione e Gestione del Turismo Culturale e Tecniche narrative per la scrittura gastronomica per quelli di Agraria. Pur giovane, Zucchi <strong>si occupa da anni del rapporto tra vino e letteratura</strong>. Insomma, le basi sono fondatissime. &#8220;Questa indagine &#8211; mi ha detto -, che concentra le mie ricerche sulla presenza del Lambrusco nei testi letterari dal Medioevo a oggi, non soltanto prova la continua e vivace attrazione che il Lambrusco, configurato come un oggetto culturale più che come una semplice bevanda, ha esercitato sulla letteratura italiana – vengono riportate infatti molte più attestazioni di quelle che si è soliti ricordare –, ma dimostra anche che è stato sempre rappresentato come un crocevia curioso e paradossale, in cui il mondo contadino e l’universo letterario trovavano una felice sintesi di rusticità paesana ed eleganza artistica&#8221;.</p>
<p>Credo che quest&#8217;autopresentazione sia sufficientemente chiara su quanto si può trovare nelle pagine del libro, in un excursus documentatissimo che va dai giorni medievali (quando forse per la prima volta venne addomesticata la vite lambrusca) a quelli nostri, passando per  Giosuè Carducci, Grazia Deledda o Eugenio Montale. Sostengo, anzi, che ogni lambruschista che si rispetti, sia egli produttore o bevitore, dovrebbe avere questo testo, e leggerlo, e goderselo, ed essere oltretutto felicissimo che Zucchi abbia scelto di esordire proprio con il Lambrusco. Perché, credetemi, <strong>assai di rado si trova un volume sul vino che sia così bene impostato nei propri contenuti</strong>.</p>
<p>Mi spingo anzi a dire, di là dal tema del Lambrusco, che <strong>la divulgazione del vino può avere finalmente trovato, con Zucchi, il tassello che le mancava, ossia lo scrivere di storia in maniera piana, sebbene ricchissima di fonti e di archivistica</strong>, un po&#8217; com&#8217;è accaduto per il cibo, nei quarant&#8217;anni trascorsi, con Massimo Montanari o con Piero Camporesi, che sono nomi capaci di far tremare le vene dei polsi a qualunque ricercatore che voglia connettersi con i lettori. Capite perché esitavo a scriverla, questa segnalazione? Si tratta di affermazioni impegnative, ma sono convinto che siano centrate.</p>
<p>Ho detto un convinto “finalmente” perché adesso abbiamo un testo di storia vinicola che non cede alle logiche di quella sorta di agiografia enologica, che tanto spesso inquina la narrativa di settore. <strong>Può dunque, questo libro di Enrico Zucchi, fare da efficace benchmark per un filone tutto nuovo della pubblicistica di stampo enologico</strong>. E poi c&#8217;è da dire che il tono che attraversa il volume, pur non cedendo di un attimo rispetto alla fondatezza scientifica, mantiene con costanza un approccio narrativo capace di fare della sua lettura non solo un esercizio profittevole dal lato cognitivo, ma anche un&#8217;occasione di pura rilassatezza, cosa difficilissima da ottenersi.</p>
<p>La mia impressione, ripeto, è che quest’opera si inserisca assai bene nell’alveo di quella pubblicistica che è stata negli ultimi quattro decenni patrimonio dei temi del cibo e della tavola, e che apra dunque, per il vino, un percorso che ad ora mi è parso assai poco esplorato, quanto meno in questa precisa forma. Pagine da leggere, pagine da gustare.</p>
<p><strong>Enrico Zucchi, <em>Lambrusco in fabula.</em> <em>Storia letteraria di un vino colto e contadino</em>, Wingsbert House by Aliberti, euro 18,90</strong>.</p>
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		<title>Un Sauvignon dal Piemonte</title>
		<link>https://internetgourmet.it/un-sauvignon-dal-piemonte/</link>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 04:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Plazio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Calici]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Se la cantina Cadgal è particolarmente conosciuta ed apprezzata per i suoi incredibili Moscato, non vanno dimenticati alcuni vini varietali davvero ben fatti. Tra i quali mi piace citare questo Sauvignon. Delicato e tropicale, a tre anni dalla vendemmia ricorda la scorza di limone e lo zenzero candito, risultando caldo ma elegante. Lato maturo che &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Se la cantina <strong>Cadgal</strong> è particolarmente conosciuta ed apprezzata per i suoi incredibili Moscato, non vanno dimenticati alcuni vini varietali davvero ben fatti. Tra i quali mi piace citare questo Sauvignon. Delicato e tropicale, a tre anni dalla vendemmia ricorda la scorza di limone e lo zenzero candito, risultando caldo ma elegante. Lato maturo che porta a un 14% di alcol, ben inserito e poco percepito. <strong>La via seguita è interessante</strong> perché mi sembra diversa sia rispetto alla Francia (leggi Sancerre), sia ai varietali di Friuli o Alto-Adige. Forse non siamo lontani dalla Touraine se devo trovare un termine di paragone. Regione poco nota da noi, ma che riserva sorprese presso i produttori più interessanti. Più largo che lungo, ho note di salvia e agrumi. Da provare su una cucina vegetale o orientale e speziata.</p>
<p><strong>Piemonte Sauvignon 2023 Cadgal</strong><br />
(86/100)</p>
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		<title>Di silenzio e pizza</title>
		<link>https://internetgourmet.it/di-silenzio-e-pizza/</link>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 04:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi alzavo dal letto e mi preparavo la colazione, in silenzio. Niente voci dalla tv, che non avevo, niente musica, che non gradivo, solo il silenzio e quei suoni che arrivavano dalla vita in paese e dal bosco dietro casa. Assorta in questo limbo restavo lì, in attesa che il borbottio della moka mi chiamasse. &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mi alzavo dal letto e mi preparavo la colazione, in silenzio. Niente voci dalla tv, che non avevo, niente musica, che non gradivo, solo il silenzio e quei suoni che arrivavano dalla vita in paese e dal bosco dietro casa. Assorta in questo limbo restavo lì, in attesa che il borbottio della moka mi chiamasse. Versavo il caffè in una delle mie amate tazzine, prendevo il miele, la frutta, e quant’altro avessi voglia di mangiare. Questo è stato un periodo della mia vita solitaria che ricordo con tanta nostalgia. Oggi tutto è diverso perché sono mamma. E non c’è tempo per i rallentamenti, bisogna scattare. Qui la meditazione si fa viva, è attiva! La mia quattrenne apre mezz’occhio ed è già sveglia. Mi guarda e la sua unica missione è svegliare anche me. &#8220;<em>Mammaaa svegliaaaatiii.</em>&#8221; E se mi giro dall’altra parte, mi monta addosso fino a quando le do retta. Mi siedo sul letto e partono le richieste: “<em>Mamma mi fai la crepes? Mamma si gioca che io sono la parrucchiera, ho un negozio, te arrivi ma io sto chiudendo però te mi chiedi di farti i capelli e allora io ti pettino? E poi ti faccio le codine? Mamma facciamo una torta? Che si mangia oggi a pranzo? Dai mamma alzati! Mamma giochiamo alla pizza?</em>” Diciamo che di solito capisco la metà di quanto dice ma quella della pizza mi sta bene. La prendo e la impasto mentre lei ride come una matta, poi la copro con il lenzuolo per farla lievitare, poi la condisco a suon di buffetti e pizzicottini, e poi la metto in forno a cuocere. Da lì non uscirebbe più. E finalmente mi riposo… con il sorriso grato e soddisfatto di chi ha imparato che la vera presenza non ha bisogno di silenzio.</p>
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		<title>Neoclassicismo</title>
		<link>https://internetgourmet.it/neoclassicismo/</link>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 04:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Una concomitanza fortuita e felice ha fatto sì che nel giro di pochi giorni mi capitasse l&#8217;occasione di visitare ancora una volta il Museo Gypsotheca Antonio Canova e di assaggiare la nuova annata del Rosso di Montalcino di Giodo, l&#8217;azienda toscana della famiglia di Carlo Ferrini. Al museo vicentino di Possagno ci sono stato mentre mi &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Una concomitanza fortuita e felice ha fatto sì che nel giro di pochi giorni mi capitasse l&#8217;occasione di visitare ancora una volta il <strong>Museo Gypsotheca Antonio Canova</strong> e di assaggiare la nuova annata del <strong>Rosso di Montalcino di Giodo</strong>, l&#8217;azienda toscana della famiglia di <strong>Carlo Ferrini</strong>. Al museo vicentino di Possagno ci sono stato mentre mi dirigevo nel Coneglianese. Ero di strada, deviazione minima. Avevo letto che in maggio era stata riaperta l&#8217;Ala Scarpa, ossia lo spazio espositivo realizzato da Carlo Scarpa &#8211; che contiene, tra l&#8217;altro, il gesso delle Grazie del Canova -, e volevo vederla. Il vino ilcinese di Ferrini mi era stato recapitato a casa.</p>
<p>In apparenza, le due circostanze non sembrano proporre alcun elemento di comunanza, se non per via della sovrapposizione temporale e del <strong>sentimento di bellezza che pervade la scultura di Canova, genio assoluto del neoclassicismo, e il buon vino</strong> (e qui mi sono già esposto, dicendo che quel rosso è buono); però, in questo caso, il primo episodio mi ha forse permesso di interpretare, finalmente, il secondo. Non che il vino abbia a che fare con l&#8217;arte. Ho già scritto nei miei &#8220;Esercizi spirituali per bevitori di vino&#8221; che <strong>il vino non è un fatto artistico, bensì agricolo, e dunque non condivido il pensiero di chi si impunta a voler assimilare l&#8217;opera dell&#8217;enologo o del vignaiolo a quella dell&#8217;artista. Tuttavia, non avevo ancora bene compreso con quale aggettivo poter designare lo stile enologico di Carlo Ferrini</strong>, tecnico che apprezzo per la sua capacità di unire, nei vini, l&#8217;eleganza esecutiva con il pieno rispetto del senso del luogo. A Possagno, e poi nell&#8217;assaggio del Rosso di Montalcino, l&#8217;aggettivo credo di averlo trovato: <strong>i vini di Carlo Ferrini sono neoclassici</strong>.</p>
<p>Sia chiaro che, alla luce di quanto ho detto di sopra, <strong>non è possibile un raffronto di alcun genere tra le creazioni geniali dell&#8217;uno con l&#8217;attività tecnica dell&#8217;altro. Non ho dunque intenzione di stilare l&#8217;esegesi di un enologo</strong>. C&#8217;è solo che i vini in qualche modo pensati da Carlo Ferrini mi sono spesso piaciuti tantissimo, e <strong>ci trovavo una linea comune, che però non riuscivo a definire, e a me da fastidio non avere una parola, un&#8217;impressione con le quali rubricare un autore</strong>, fosse anche solo per mio punto di riferimento. Adesso mi sono reso conto che, così come il percorso del Canova, votato alla ricerca della bellezza ideale, portava lo scultore a concepire delle opere perfette nella forma e immuni, al contempo, dalla freddezza accademica, un tratto simile, per certi versi, caratterizza il lavoro che fa Ferrini, tant&#8217;è che, a mio avviso, i vini cui mette mano, nella sua e nelle varie cantine con le quali collabora, aspirano a collocarsi ai massimi livelli espressivi dei singoli territori e delle rispettive denominazioni, senza, tuttavia, crogiolarsi nel formalismo enologico. Parlo, per esempio, del San Leonardo, in Trentino, oppure dei vini di Ricasoli, nel Chianti Classico, o dello stesso Brunello di Giodo. Vini, per me, splendidi. Dico che se il neoclassicismo si fondava sullo studio profondo dei modelli antichi per trarne un distillato di armonia, nel quale la bellezza celasse il rigore del calcolo geometrico, senza esserne adombrata, mi sembra di avvertire qualcosa di simile anche nei vini di Ferrini, che sono idealmente classicisti, e peraltro mai prostrati alla tecnica o alla moda del momento, bensì costitutivi del fascino dei luoghi. <strong>Questo non significa che Carlo Ferrini sia l&#8217;Antonio Canova del vino: significa, semmai, che i suoi vini sono di stile neoclassico</strong>.</p>
<p>È esattamente questa l&#8217;impressione che mi ha dato il Rosso di Montalcino 2024 di Giodo. Un vino cesellato, traslucente, che mai prevarica il gusto della compagnia. Un vino neoclassico, come ne sogno molti. Come spero ne nascano sempre di più.</p>
<p><strong>Rosso di Montalcino 2024 Giodo</strong><br />
(90/100)</p>
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		<title>Gabe Tenute, un nuovo fiore fra le Colline del Prosecco</title>
		<link>https://internetgourmet.it/gabe-tenute-un-fiore-fra-le-colline-del-prosecco/</link>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 04:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Qualche sera fa sono stato a presentare il mio nuovo libro da Gabe Tenute, cantina dal nome plurale che sta a Crevada, nel comune di San Pietro di Feletto, zona di produzione del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. L&#8217;invito mi è pervenuto tramite una persona che si è occupata per vario tempo di comunicazione libraria &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche sera fa sono stato a presentare il mio nuovo libro da <strong>Gabe Tenute</strong>, cantina dal nome plurale che sta a <strong>Crevada</strong>, nel comune di San Pietro di Feletto, zona di produzione del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. L&#8217;invito mi è pervenuto tramite una persona che si è occupata per vario tempo di comunicazione libraria e che adesso comunica anche il vino. Questo è stato il primo presupposto per andare. L&#8217;altro è che <strong>l&#8217;azienda, sebbene nuovissima, non mi era del tutto sconosciuta, stante che la scorsa primavera avevo avuto modo di assaggiare il loro Valdobbiadene extra dry e mi era piaciuto</strong>, così come mi aveva colpito la grafica dell&#8217;etichetta, tant&#8217;è che mi ero ripromesso di approfondire alla prima occasione. L&#8217;occasione si era dunque presentata da sé.</p>
<p>La prima cosa che ho chiesto, arrivando in cantina, è il perché del nome. &#8220;<strong>Perché mi chiamo Gabriella Benedetta</strong>&#8221; ha risposto la titolare: Gabe è l&#8217;acronimo. Ha aggiunto che, pur essendo nata la cantina solo nel 2024, lei si occupa di vino praticamente da sempre. <strong>Quando mi ha detto che di cognome fa Vettoretti ho capito. Proviene da una dinastia che ha fatto la storia del vino di Valdobbiadene, e ha deciso di prendere una strada autonoma</strong>.</p>
<p>Le vigne sono sparpagliate. Gli ettari in tutto sono dodici, cinque intorno alla cantina, gli altri su <strong>quattro delle Rive del Valdobbiadenese</strong> e anche in quel cru benedetto da Dio che si chiama <strong>Cartizze</strong>, e non mi faccio remora ad affermare che si tratta, per me, di uno tra i più grandi cru che ci siano nel mondo. Mi piace che i suoi cru &#8211; le Rive e chiaramente il Cartizze &#8211; Gabriella (i conoscenti la chiamano con questo solo nome) abbia deciso di imbottigliarli separatamente, e insomma di valorizzarli. &#8220;Credo in un vino che sia racconto, identità, esperienza&#8221; mi dice. È un&#8217;ottima dichiarazione d&#8217;intenti. Sostiene poi che si debba arrivare a &#8220;una sintesti di radici e visione, di rispetto e sperimentazione&#8221;. Delle radici ho accennato: i piedi sono piantati nella storia dei vini di Valdobbiadene. La visione direi che si manifesta nella scelta imprenditoriale modernissima di affiancare ai vini aziendali anche una selezione di etichette italiane e straniere che sono state inserite nel catalogo <strong>Gabe Selezioni</strong>, rivolto al settore della ristorazione (ci sono, fra l&#8217;altro, dei nomi i cui vini apprezzo molto, come il Podere Conca di Castagneto Carducci e la Tenuta di Bibbiano a Castellina in Chianti). Il rispetto me l&#8217;ha dimostrato quando si è trattato di visitare le vigne, affidandomi a una sua carissima amica e collega, <strong>Marina Men</strong>, la quale è ottima camminatrice e produce con la sua piccola azienda agricola <strong>La Rupe</strong> un solo vino, un Valdobbiadene Brut Nature Sui Lieviti che è così sinceramente territoriale che penso di scrivere a breve. Lo spirito di sperimentazione, invece, direi che è dimostrato da un rosé molto gradevole, di cui scrivo qui sotto, insieme con le note relative agli altri vini. Li presento nell&#8217;ordine del mio personalissimo e soggettivo gradimento. Anticipo soltanto un dettaglio: tutti i nomi delle etichette (e ho già detto che la grafica è molto bella) sono riferiti a colori di terre e di spezie.</p>
<p><strong>Valdobbiadene Superiore di Cartizze Brut Alabastro</strong>. In genere, la mia versione preferita dei Cartizze è quella dry. Mi piace insomma che il frutto di quell&#8217;angolo di terra felicissima venga esaltato da una presenza zuccherina che ne rimarca la grassezza e fa il vino cremoso. Gabriella il suo Cartizze ha scelto di farlo uscire come brut, perché secondo lei la frutta era già esibita. &#8220;Mi ricorda i chicchi d&#8217;uva, piccoli, che nascono a Cartizze&#8221; mi ha detto. Ammetto che si tratta di una riuscita interpretazione in brut. Mi hanno colpito, in particolare, la nitidezza dei profumi di rosa tea e il velluto del sorso. In fondo, l&#8217;arancia confit. Un vino che vorrei bere subito di nuovo. (95/100)</p>
<p><strong>Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry Terra Merita Rive di Guia 2024</strong>. Questo è il vino che avevo già apprezzato in primavera, e il riassaggio mi ha confermato l&#8217;impressione. Profuma di mela renetta, di mandarino, di lime, di mentuccia e di nespola del Giappone. E poi c&#8217;è il sale, tanto, che tiene in equilibrio lo zucchero, e c&#8217;è croccantezza del frutto e saporosità. (93/100)</p>
<p><strong>Valdobbiadene Prosecco Superiore Brut Rive di San Michele di Feletto Fior di Sale 2025</strong>. Il nome è Fior di Sale e meglio non si poteva scegliere per significare la sapidità espressa dal vigneto. Il vino è effettivamente salatissimo, lo si sente a toccare le labbra con la punta della lingua. Sa di buccia di limone, è rinfrescante. Si beve con una facilità disarmante. È il vino più venduto dell&#8217;azienda, e non me ne stupisco. (90/100)</p>
<p><strong>Vino Spumante Rosato Brut Rosa Pastello</strong>. Gabe Tenute non fa il Prosecco Rosé. Ha scelto di fare uno spumante rosato con uve rosse vinificate in rosa, in un blend che credo sia pressoché inedito: ci sono il manzoni 13.0.25 (il cosiddetto &#8220;manzoni rosa&#8221;) e il raboso. Il risultato è un in colore rosa cipria e in un sorso che sa di confetto alla vaniglia e di caramellina inglese. Gabriella dice che lo propone d&#8217;estate con la frutta. Mi sembra una buona idea. (87/100)</p>
<p><strong>Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Brut Rive di Guia Clorofilla 2025</strong>. Teso, quasi affilato, ha una vena inaspettata di erba medica e di mentuccia che fa pendant con il nome, e poi la pera abate. È un extra brut con quattro grammi di zucchero, che comunque non si avvertono minimamente. Insomma, dà l&#8217;idea di un vino asciutto. (87/100)</p>
<p><strong>Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Dry Rive di Collalbrigo Costa Estate Indiana</strong>. Un dry molto sui generis, che copre la dolcezza dello zucchero con un carattere terroso e rugginoso. Profuma, poi, di frutti antichi, di nespole del bosco, di pere messe a maturare in solaio. Ha sale. (86/100)</p>
<p>Chiudo dicendo che ho assaggiato anche le vasche delle basi spumante di quest&#8217;ultima annata di caldo feroce, e che non vedo l&#8217;ora che i vini siano pronti, perché promettono piuttosto bene, e i caratteri dei singoli cru sono nettissimi. Potrebbe stupirci, quest&#8217;annata del 2026.</p>
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		<title>Siamo streghette</title>
		<link>https://internetgourmet.it/siamo-streghette/</link>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 04:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Gaia&#8230; qui facciamo le magie” dico alla mia bimba mentre preparo pentoline e pentolotte. Ieri sera a cena abbiamo messo in tavola il brodo di carne, con la pastina all’uovo che impastiamo con il bimby. Io ci strizzo il limone, la mia bambina e il mio compagno ci grattugiano il parmigiano. Poi abbiamo mangiato il &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Gaia&#8230; qui facciamo le magie</em>” dico alla mia bimba mentre preparo pentoline e pentolotte. Ieri sera a cena abbiamo messo in tavola il brodo di carne, con la pastina all’uovo che impastiamo con il bimby. Io ci strizzo il limone, la mia bambina e il mio compagno ci grattugiano il parmigiano. Poi abbiamo mangiato il muscolo e la gallina con la senape ed il cren. Il giorno dopo si pesca dallo stesso pentolone ma si cambia perciò oggi a pranzo stracciatella in brodo. Stasera le carote e le cipolle utilizzate, diventeranno una bella vellutata mentre la carne, unita a uova, patate e aromi vari, ci delizierà sotto forma di polpette. A volte c’è il lesso rifatto, con la cipolla e il pomodoro, stasera ha deciso la mia piccola. E questa cosa che da una pentola nascono un sacco di piatti diversi, fa gioire tutte e due. Facciamo le magie, siamo streghette.</p>
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		<item>
		<title>Di sale, maquis e fumo: la Corsica del cibo e del vino</title>
		<link>https://internetgourmet.it/sale-maquis-fumo-la-corsica-del-cibo-del-vino/</link>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 04:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Metti una coppia di amici, Virna e Francesco, che vanno in vacanza in Corsica e una volta arrivati sull&#8217;isola, acquistano la guida Hachette e vanno a visitare cantine, negozi di gastronomia ed enoteche, tornando con vini, salumi e formaggi. È andata a finire che mi hanno invitato a casa loro per assaggiare tutto quel bendidìo &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Metti una coppia di amici, Virna e Francesco, che vanno in vacanza in <strong>Corsica</strong> e una volta arrivati sull&#8217;isola, acquistano la guida Hachette e vanno a visitare cantine, negozi di gastronomia ed enoteche, tornando con <strong>vini, salumi e formaggi</strong>. È andata a finire che mi hanno invitato a casa loro per assaggiare tutto quel bendidìo ed è stata una cena molto interessante, perché credo di aver capito un po&#8217; meglio lo spirito corso.<strong> Dovessi riassumere tutto in tre parole, direi: sale, maquis e fumo</strong>. Infatti, vini e cibi condividevano, quale più, quale meno, queste tre caratteristiche: <strong>erano molto salati, sapevano della macchia mediterranea che c&#8217;è là, col mirto in primo piano, e avevano spesso un che di affumicato</strong>. Ora, non mi metto a commentare i formaggi, pressoché solo di capra, e i salumi, pur sottolineando che ho mangiato, fra gli altri, un considerevole prosciutto crudo e una profumatissima caciottella fresca avvolta nelle essenze vegetali del maquis. Voglio invece soffermarmi su alcuni vini, non prima, però, di avere ricordato che <strong>l</strong><span data-subtree="aimfl" data-copy-service-computed-style="font-family: Google Sans, Arial, sans-serif; font-size: 16px; font-weight: 400; margin: 0px; text-decoration: none; border-bottom: 0px rgb(10, 10, 10);"><strong>a produzione di vino della Corsica è dominata dai rosé</strong>, che <a href="https://www.visit-corsica.com/it/Scoprire-la-Corsica/Le-nostre-ispirazioni/Ispirazioni-enologiche/I-tesori-nascosti-dell-isola-alla-scoperta-dei-vitigni-corsi" target="_blank">rappresentano </a>il </span>67%<!--TgQPHd|||[]--> del totale, seguiti dai vini rossi con il 17-18%<!--TgQPHd|||[]--> e dai vini bianchi con il 15-16%. Anzi, i<strong> rosé si vendono talmente bene, in particolare i migliori, che i miei amici hanno fatto fatica a trovarne, adesso che la stagione estiva è finita</strong>. Quanto alle uve, la più diffusa è il niellucciu, dominante nell&#8217;aoc Patrimonio, a nord, e imparentato col nostro sangiovese. Segue lo sciaccarellu, rosso anch&#8217;esso, diffuso soprattutto nell&#8217;aoc Ajaccio, sulla costa occidentale. Poi c&#8217;è il vermentinu, bianco.</p>
<p>I cinque vini che mi hanno maggiormente colpito li recensisco qui di seguito. L&#8217;ordine è quello del mio personalissimo e soggettivo gradimento.</p>
<p><strong>Patrimonio Blanc Grande Cuvée 2025 Clos Teddi</strong>. Il miglior vino della serata, ed è effettivamente un vino molto buono, un bianco d&#8217;impronta austera, di quelli che ho l&#8217;abitudine di definire &#8220;classici&#8221;, perché stanno al di sopra delle mode. Grasso nel frutto, ma anche dinamico per via del sale &#8211; soprattutto del sale -, e della freschezza. Ha profumi compositi e netti di macchia mediterranea. In bocca, la piccantezza dello zenzero. Tutto vermentinu, affinato nel tonneau. (94/100)</p>
<p><strong>Patrimonio Rouge Felice 2022 Domaine Orenga de Gaffory</strong>. Un rosso fatto solo col niellucciu. Tannino fermo, folate di mirto, frutto succoso, ricordi di fico maturo, sale. Vino di mare e di sostanza, nonché di esemplare mano enologica e di gran precisione, ma anche di buona beva e di assoluta abbinabilità. Difficile che possa non piacere, e infatti mi è piaciuto, ed è piaciuto a chi stava a tavola con me. (92/100)</p>
<p><strong>Corse Sartene Rouge Alfieri Polidori 2024 Domaine San Micheli</strong>. Qui è necessario tirar fuori quell&#8217;aggettivo, &#8220;minerale&#8221;, che a qualcuno non piace, ma come farei, senza questo, a descrivere la miscela di sentori che ricordano il ferro, la punta della matita, la pietra bagnata dal ruscello, i muri anneriti dal fumo? C&#8217;erano tutti, e c&#8217;era molto sale. Di seguito, la macchia mediterranea, la scorza dell&#8217;arancia amara, la mandorla. E insieme slancio e beva. Sciaccarellu all&#8217;ottanta per cento e il saldo di niellucciu. (91/100)</p>
<p><strong>Corse Porto Vecchio Sciaccarellu 2022 Domaine de Granajolo</strong>. Non è la prima volta che bevo i vini di questo produttore, che la Hachette ha insignito del titolo di vignaiolo dell&#8217;anno per la Corsica. In effetti, i suoi vini sono sempre centrati e territoriali. Questo rosso di solo sciaccarellu conferma le tre caratteristiche che dicevo in apertura. Dovessi scegliere un vino didattico per parlare dell&#8217;isola direi che la scelta cadrebbe qui. Ferroso, ematico, denso di profumi di maquis, è a tratti affumicato (ricorda in qualche modo lo speck). Ha il fico, l&#8217;inchiostro di china, il tamarindo, le foglie secche. (90/100)</p>
<p><strong>Patrimonio Rosé Perla di Rosa 2025 Domaine Novella</strong>. Ci credo che un rosé così risulti irresistibile d&#8217;estate. Secco, marino e snello, vagamente fumée, ha una lievissima aromaticità e una traccia succosa di albicocca. Si beve con piacere. Tre quarti di niellucciu, il resto sciaccarellu. (89/100)</p>
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		<title>Manca una zolla</title>
		<link>https://internetgourmet.it/manca-una-zolla/</link>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 04:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono serena. Ho raggiunto il mio obiettivo! La serenità è sempre stato il mio più grande, se non unico, desiderio. Sono serena ma non ancora appagata. Manca un tassello, un pezzetto, qualcosa di me che ancora non c&#8217;è. Manca la terra, la frutta, la verdura. Mancano i carciofi da pelare, le cipolle da piantare, i &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono serena. Ho raggiunto il mio obiettivo! La serenità è sempre stato il mio più grande, se non unico, desiderio. Sono serena ma non ancora appagata. Manca un tassello, un pezzetto, qualcosa di me che ancora non c&#8217;è. Manca la terra, la frutta, la verdura. Mancano i carciofi da pelare, le cipolle da piantare, i pomodori da seccare. Manca il profumo dell&#8217;erba tagliata, una passeggiata, l&#8217;acqua di una fontana, le bacche del sambuco. Manca l&#8217;erba di campo, salire sul ciliegio, rastrellare le foglie, odorare il vento. Mancano il gatto e il cane, manca anche il topo &#8211; e l&#8217;elefante. Manca solo questo. Un pezzetto. Manca una zolla su cui danzare. Intanto, però, sono serena!</p>
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		<title>Il Morgon di Burgaud che sa di violetta</title>
		<link>https://internetgourmet.it/morgon-burgaud-sa-violetta/</link>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 04:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mario Plazio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Calici]]></category>
		<category><![CDATA[Vini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Avete presente le caramelle gommose alla violetta? Eccole qui in versione liquida nel calice del Morgon Grands Cras di Jean-Marc Burgaud, accompagnate da un frutto maturo di mora selvatica. Fa bene ogni tanto avere dei vini apparentemente semplici che ci invitano a non farci troppe domande. Anche se in verità la semplicità è forse una &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Avete presente le caramelle gommose alla violetta? Eccole qui in versione liquida nel calice del <strong>Morgon Grands Cras di Jean-Marc Burgaud</strong>, accompagnate da un frutto maturo di mora selvatica.</p>
<p><strong>Fa bene ogni tanto avere dei vini apparentemente semplici che ci invitano a non farci troppe domande</strong>. Anche se in verità la semplicità è forse una delle cose più complicate da ottenere, almeno a questi livelli di qualità. Certo, perché qui non mancano profondità e complessità. Non ditemi che sono contradditorio, sono caratteristiche che possono tranquillamente coesistere, e qui ne abbiamo un chiaro esempio.</p>
<p>Non serve essere ogni volta di quelli che hanno bisogno di spaccare il calice in quattro. <strong>Si può scegliere di bersi un vino per il puro piacere di farlo, senza retropensieri. Ed è mia convinzione che i vini del Beaujolais rispondano a questa esigenza, risolvendo l’equazione in modo brillante</strong>. Non vedo perché privarsene, tanto più che ci si può riempire la cantina senza svuotare il portafoglio. E questo nonostante l’aumento costante dei prezzi negli ultimi anni, sperando si fermi.</p>
<p>Aggiungo che sono vini che sicuramente possono aiutare ad avvicinare un pubblico giovane al vino, sia per il costo ragionevole che per la piacevolezza della beva. Un elogio a Jean-Marc e ai produttori del Beaujolais.</p>
<p><strong>Morgon Grands Cras 2021 Jean-Marc Burgaud</strong><br />
(92/100)</p>
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		<title>Mi amo</title>
		<link>https://internetgourmet.it/mi-amo/</link>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 04:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>E vorrei dirti ti amo. Ti amo. Quanto antipatica mi sta quest&#8217;espressione. Qualche anno fa condivisi il mio pensiero in un video. Al posto di ti amo proposi alternative più creative. Ti cielo, ti oceano, ti gioio! Come posso pretendere di amare se non mi riconosco amore? Cresco lontana dalla mia essenza, mi dedico a tutti &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>E vorrei dirti <em>ti amo</em>.<br />
Ti amo. Quanto antipatica mi sta quest&#8217;espressione. Qualche anno fa condivisi il mio pensiero in un video. Al posto di <em>ti amo</em> proposi alternative più creative. Ti cielo, ti oceano, ti gioio! Come posso pretendere di amare se non mi riconosco amore? Cresco lontana dalla mia essenza, mi dedico a tutti fuorché a me stessa. Con che paradossale presunzione dico di amare? A volte pronunci <em>ti amo</em> non perché tu stia traboccando d&#8217;amore ma perché speri che l&#8217;altro riempia il vuoto profondo che senti dentro. Altre volte, l&#8217;altro diventa uno specchio. Riconosci il valore e la bellezza in qualcuno e poi scopri che l&#8217;amore esiste e vive in te. Si dovrebbe iniziare con <em>mi amo</em> e un po&#8217; alla volta, presa coscienza, distribuire qualche <em>ti amo</em>.</p>
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