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	<title>The Internet Gourmet</title>
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	<description>Un blog sul vino e sugli altri piaceri della vita</description>
	<lastBuildDate>Fri, 26 Jun 2026 04:00:47 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il Ghemme che quasi non ti aspetti</title>
		<link>https://internetgourmet.it/ghemme-quasi-non-ti-aspetti/</link>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 04:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Come succede da quando esistono i social media, ho conosciuto Guido Costacurta senza conoscerlo. Lui è il titolare dei Vigneti Costacurta e fa vino a Ghemme, nel Novarese. Un giorno dei primi di dicembre dell&#8217;anno scorso mi ha contattato via Instagram per approfondire le mie idee sui vari sistemi di chiusura delle bottiglie. Insomma, ci &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Come succede da quando esistono i social media, ho conosciuto <strong>Guido Costacurta</strong> senza conoscerlo. Lui è il titolare dei <strong>Vigneti Costacurta</strong> e fa vino a <strong>Ghemme</strong>, nel Novarese. Un giorno dei primi di dicembre dell&#8217;anno scorso mi ha contattato via Instagram per approfondire le mie idee sui vari sistemi di chiusura delle bottiglie. Insomma, ci siamo sentiti solo via social, mai trovati di persona. Mi ha detto che apprezza, come me, il tappo a vite, e lo usa per i vini sui quali è consentito metterlo dal disciplinare. Sul Ghemme no, non è permesso. Io questa cosa che ci siano denominazioni di origine che ancora si ostinano a non consentire la chiusura a vite non la capisco: si continua a pensare che il tappo conti più del vino, ed è un errore.</p>
<p>Intanto che chattavamo, ho letto qualcosa su di lui sul web e ho visto che alla produzione vinicola si è avvicinato da non moltissimo; prima faceva il programmatore, se non sbaglio. Mi ha proposto di mandarmi da provare il suo Ghemme del 2020, del quale si è detto molto convinto. Io gli ho domandato se avesse altre annate. Mi ha detto che forse aveva ancora una bottiglia della sua prima, la 2019, e che era pronta la 2021. Gli ho fatto un bonifico e me le sono fatte spedire tutte e tre. Poi le ho bevute con un gruppo di amici. Ne siamo stati molto soddisfatti. Anzi, <strong>la nostra impressione è che si tratti di un&#8217;azienda in rapida e netta crescita, nel senso che ci è parso che da un&#8217;annata all&#8217;altra ci fosse un salto di qualità non ascrivibile soltanto all&#8217;esito della vendemmia, ma anche alla dimestichezza sempre più consapevole con la vinificazione</strong>. Ci hanno convinto, soprattutto, la perfetta definizione dei profumi &#8211; il nebbiolo lo senti eccome! &#8211; e la qualità del tannino, senza però alcun cedimento dal lato dell&#8217;appartenenza territoriale, ed è bellissimo il colore, lieve e cristallino. Vini che sono, al contempo, antichissimi, in termini di identità locale, e del tutto moderni, in quanto a equilibrio. E chi se li aspettava dei vini così, trovati con una chiacchierata su Instagram? Che meraviglia quando incontri nuovi vignaioli che lavorano bene. Probabilmente, gli comprerò anche le annate successive, man mano che usciranno. Intanto, lo segnalo a chi abbia voglia di conoscere una voce nuova di quella parte di universo piemontese che sta, magari, ancora un po&#8217; fuori dai radar, ma che produce gran belle cose. Ah, l&#8217;Alto Piemonte, che giacimento di gioielli che si sta rivelando.</p>
<p><strong>Ghemme 2021 Vigneti Costacurta</strong>. Ha una grande finezza, questo vino, e la ciliegia è cesellata. Un che di liquirizia, la fragolina, una freschezza appagante. Sì, qui è possibile spendersi a parlare di eleganza. Lo stile che mi piace di più. (93/100)</p>
<p><strong>Ghemme 2020 Vigneti Costacurta</strong>. Aveva ragione Guido Costacurta quando mi ha detto di esserne convinto. Questo rosso ha l&#8217;impronta dei classici. Ciliegia, lampone, spezie, botaniche alpestri, grafite, rosmarino; tannino serio, che dà saldezza al sorso. (92/100)</p>
<p><strong>Ghemme 2019 Vigneti Costacurta</strong>. La cannella, il legno di sandalo, la vaniglia: la speziatura è piacevole, e prevale. Ma c&#8217;è pure la violetta del nebbiolo, e ci sono i fruttini di siepe, il lampone, la ciliegia marasca. Magari, ecco, più ombroso delle annate successive. (89/100)</p>
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		<title>Il fascino del Cartizze Dry con gli anni sulle spalle</title>
		<link>https://internetgourmet.it/fascino-del-cartizze-dry-gli-anni-sulle-spalle/</link>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 04:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una cosa che divide il mio amico Gianpaolo Giacobbo e me, ed è il parere sul residuo zuccherino ottimale del Prosecco. Per Gianpaolo, i vini con le bolle fatti con la glera, più secchi sono e meglio è. Io sono dell&#8217;avviso specularmente contrario, e dico che la versione d&#8217;eccellenza è quella Dry, la più &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è una cosa che divide il mio amico <strong>Gianpaolo Giacobbo</strong> e me, ed è il parere sul residuo zuccherino ottimale del Prosecco. Per Gianpaolo, i vini con le bolle fatti con la glera, più secchi sono e meglio è. Io sono dell&#8217;avviso specularmente contrario, e dico che la versione d&#8217;eccellenza è quella Dry, la più difficile da portare in equilibrio, ma anche quella che col tempo diventa più complessa (e quanto invecchia bene un Prosecco Dry ben fatto!). Stanti queste due posizioni antitetiche, appena ho saputo che a Vinitaly il Gianpi (lo chiamiamo, e si fa chiamare, così) avrebbe guidato la degustazione di una mini verticale del <strong>Cartizze dell&#8217;azienda Le Colture</strong>, ho aderito immediatamente, perché il Prosecco di Cartizze delle Colture è Dry, e di zuccheri ne ha più di venti grammi per litro, quasi trenta. Insomma, una bella sfida per un &#8220;secchista&#8221; come lui, e una manna dal cielo per un &#8220;dolcista&#8221; come me.</p>
<p>Però prima di dire com&#8217;è andata, due parole sulla cantina, per capirci di chi stiamo parlando. Le Colture fa spumante a Santo Stefano di Valdobbiadene dal 1983. Fu allora che <strong>Cesare Ruggeri</strong>, insieme con la moglie <strong>Biancarosa</strong>, decise di dare la sterzata, e fare tutto, dalla vigna alla bottiglia. Allora avevano otto ettari; oggi che alla guida dell&#8217;azienda ci sono i figli <strong>Silvia, Alberto e Veronica</strong>, gli ettari di vigna sono una quarantina. In questi quattro decenni, i Ruggeri della Colture si sono imposti tra le punte di diamante del Valdobbiadene, facendo dei vini dalal spiccata personalità, e molto territoriali. Quelli che pensano che il Prosecco non possa avere carattere e non sappia esprimere una propria identità, hanno torto marcio. Il Cartizze, invece, è il gran cru di Valdobbiadane, una collina pentagonale di un centinaio di ettari, suddivisi in tanti pezzettini. Un pezzetto &#8211; mezz&#8217;ettaro &#8211; ce l&#8217;hanno anche loro (altre uve le comprano). I vini che vengono da lì hanno qualcosa di speciale, gli aromi sono avvolgenti, e così anche il sorso, e la cremosità. Il disciplinare del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadebene dice che &#8220;il vino spumante ottenuto da uve raccolte nel territorio della frazione di San Pietro di Barbozza, denominato Cartizze, del Comune di Valdobbiadene, ha diritto alla sottospecificazione Superiore di Cartizze&#8221;.</p>
<p>Poi, ci sono le pendenze. Le vigne del Cartizze hanno pendenze forti, perché in passato i figli se le spartivano verticalmente, in modo che tutti facessero la stessa fatica a lavorarle. Questo vuol dire che tutti, lì, dipendono da tutti, nel senso che i filari dell&#8217;uno sono ancorati a quelli dei confinanti, sennò frana giù tutto, e dunque tutti devono lavorare al meglio. Ecco perché il Cartizze è così speciale.</p>
<p>I Cartizze io li adoro in versione Dry, ma mi sto ripetendo, e dunque passo alla degustazione, partendo da un frase non del Gianpi, ma di Veronica Ruggeri: &#8220;Di Cartizze se ne parla, ma lo si conosce ancora poco&#8221;, e in effetti è così, sia per quel che concerne la sua straordinaria abbinabilità, sia &#8211; e soprattutto &#8211; per quanto riguarda la sua longevità. &#8220;La chiave di lettura &#8211; ha invece sottolineato il Gianpi &#8211; sta nell&#8217;equilibrio&#8221;, e ha ragione, e l&#8217;equilibro si raggiunge, dico io, anche attraverso la zucchero, che qui è perfettamente compensato dall&#8217;acidità e dal sale, e quasi non si sente, o non si sente per niente. Del resto, che a Cartizze si facciamo da sempre uve molto zuccherine lo dice il nome stesso, che viene da gratìs, graticcio, e dunque dall&#8217;uva fatta appassire sui solai.</p>
<p><strong>Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2018</strong>. La bollicina è fremente, il profumo floreale, il corpo tutta crema alla vaniglia. Sottile, c&#8217;è una vena di clorofilla. (87/100)</p>
<p><strong>Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2021</strong>. La crema chantilly. La vaniglia, i fiori di limone, e un che di liquirizia. Avvolgente, buonissimo. gastronomicissimo. (93/100)</p>
<p><strong>Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2023</strong>. Dire che un Prosecco è compatto pare un&#8217;eresia, ma è questa la sensazione che ne ho tratto. Più che cremoso, è burroso. (91/100)</p>
<p><strong>Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2024</strong>. Giovanissimo e citrino. Sa di zagara, di fior di biancospino e di gelsomino, di mela granny smith. Promette molto bene. (92/100)</p>
<p>Per tutti e quattro, avrei dovuto citare anche una vena di liquirizia, ma non l&#8217;ho fatto per non ripetermi. Però riporto le parole di Gianpaolo: &#8220;<strong>Una cosa che è molto &#8216;Cartizze&#8217; è proprio questa nota di liquirizia</strong>&#8220;. Logico trovarla.</p>
<p>E la dolcezza, invece? Nelle note di degustazione non ho citato la dolcezza, se non indirettamente. È perché <strong>la dolcezza non emerge, è irrilevante senza peso, nonostante lo zucchero che c&#8217;è</strong>. È questa la bellezza suprema del Cartizze. La dolcezza è perfettamente integrata. È come dice il Gianpi, &#8220;<strong>tutta questione di equilibrio</strong>&#8220;. Che un vino con trenta grammi di zucchero ti sembri secco è forse qualcosa di più. Puoi chiamarlo perfino miracolo. Ecco perché mi piace il Dry.</p>
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		<title>Quaranta volte Marinella</title>
		<link>https://internetgourmet.it/quaranta-volte-marinella/</link>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Marinella Camerani, vignaiola in Val di Mezzane, nella parte orientale del territorio della denominazione di origine del Valpolicella, ha festeggiato nei giorni scorsi i quarant&#8217;anni di attività, e a me è venuto il magone, perché l&#8217;anno dell&#8217;inizio della sua avventura tra le vigne, il 1986, è anche quello nel quale incominciai a scrivere di vino. &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Marinella Camerani</strong>, vignaiola in Val di Mezzane, nella parte orientale del territorio della denominazione di origine del Valpolicella, ha festeggiato nei giorni scorsi i <strong>quarant&#8217;anni di attività</strong>, e a me è venuto il magone, perché <strong>l&#8217;anno dell&#8217;inizio della sua avventura tra le vigne, il 1986, è anche quello nel quale incominciai a scrivere di vino</strong>. Di tempo ne è passato parecchio per entrambi.</p>
<p>A dire il vero, riguardo al vino quell&#8217;anno successero altre due cose, entrambe molto grosse, destinate a segnare la storia a venire, ossia lo scandalo, in Italia, del vino adulterato con il metanolo e l&#8217;ideazione, negli Stati Uniti, da parte di Robert Parker Junior, del sistema centesimale di valutazione del vino, e queste due cose, assieme, furono all&#8217;origine della svolta della viticoltura italiana, che da un lato imboccò la via della qualità e dall&#8217;altra si adattò in larga parte a quello stile &#8220;grosso&#8221;, il cosiddetto &#8220;internazionale&#8221;, che solo adesso incomincia a vacillare. Della trasformazione qualitativa, Marinella fu antesignana, di fatto <strong>iscrivendo la sua vallata e, assieme a pochi altri l&#8217;intera Valpolicella orientale, nel novero dei luoghi &#8220;importanti&#8221; del vino</strong>. Ricordo come fosse adesso la sera nella quale bevvi per la prima volta il suo Valpolicella Mithas. Ero in un ristorante che adesso non c&#8217;è più, nell&#8217;entroterra del Garda. <strong>Un vino così elegante io non l&#8217;avevo ancora mai bevuto, nel Veronese</strong>. L&#8217;annata era quella del 1988, la prima. L&#8217;88, per me, è stata una delle annate più belle che ci siano state in Valpolicella, una delle più eleganti, appunto. Marinella l&#8217;aveva interpretata in maniera perfetta. Quel vino l&#8217;ho ribevuto una manciata anni fa, dato che, grazie al cielo, ne avevo tenuta una bottiglia in cantina: ancora buonissimo.</p>
<p>Parlare di Marinella non è mica facile, e non è facile nemmeno parlare &#8220;con&#8221; Marinella, perché non è affatto raro che sia tranchant nelle proprie affermazioni, sebbene i toni che adopera sembrino meno duri, espressi, come sono, con quella tipica cantilena veneta che ha nella voce. <strong>Quanto meno, le va riconosciuto che dice quel che pensa, e spesso pensa &#8220;contro&#8221;, nel senso che vorrebbe, a volte, delle trasformazioni così radicali e rapide</strong> &#8211; come quella che fece lei nel 2002, folgorata da una conferenza di <strong>Nicolas Joly</strong>, e immediatamente convertita al credo biodinamico -, <strong>che finisce per mettersi quasi sempre in minoranza</strong> rispetto allo status quo. Dopo quarant&#8217;anni è ancora così, tant&#8217;è che il giornalista veronese <strong>Fabio Piccoli</strong>, autore del piccolo libro che lei si è &#8220;regalata&#8221; per la quarantesima vendemmia (si intitola &#8220;Radici scoperte&#8221;), la descrive, in quelle pagine, così: &#8220;Marinella non ha mai imparato davvero il linguaggio dell&#8217;accomodamento. Dice le cose. Le dice troppo presto, troppo chiaramente, troppo direttamente. E in ambienti che vivono di diplomazia interessata, questa è una colpa che si paga. Nel suo caso, la franchezza ha avuto un prezzo economico, relazionale, reputazionale&#8221;. Ecco, Marinella è così, prendere o lasciare. Lei e io ci lasciammo per un po&#8217; di strada, perché avevamo caratteri che cozzavano reciprocamente, ma poi ci siamo ripresi, forse perché eravamo entrambi un po&#8217; stufi di essere solitari.</p>
<p>Di vini ne fa parecchi, suddivi in tre linee diverse, quelle di Corte Sant’Alda (il marchio storico), di Adalia e di Podere Castagné. Siccome non voglio fare liste troppo lunghe di assaggi, mi concentro sui Valpolicella, perché sono convinto che Marinella, per questa tipologia, possa e anzi debba essere presa a modello di riferimento, capace com&#8217;è di fare dei vini che non si possono in alcun modo chiamare &#8220;base&#8221;, se non nell&#8217;accezione che sono davvero una solidissima base all&#8217;espressione più territoriale dei rossi valpolicellesi. &#8220;Io amo il Valolicella. Il Valpolicella è la mia anima che si rispecchia nel bicchiere&#8221;: così ha detto, mentre servivano i vini. Dunque, Valpolicella doc sia. Lei ne fa cinque.</p>
<p><strong>Valpolicella Il Mangiabottoni 2025 Podere Castagnè</strong>. Prima che il nome di un vino, Il Mangiabottoni è l&#8217;intitolazione del ristorante veronese (l&#8217;osteria nascosta, dicono loro) gestito da una cooperativa sociale che si occupa, con le sue varie attività, di ragazzi con disabilità, integrandoli nel mondo del lavoro. Marinella ci collabora, ne è sostenitrice. Con i ragazzi e con i loro educatori fa questo vino nel podere che ha comprato a Castagné, nella parte già alpestre della Valpolicella. Io credo che il Podere Castagnè sia un vero e proprio cru. I vini che vengono da là hanno un carattere tutto loro: freschezza, slancio, vitalità, fruttini aciduli, colori chiari, luce tagliente; assoluta bevibilità. Dodici gradi alcolici. Mettete in frigo questo vino e bevetelo d&#8217;estate. Irresistibile. (90/100)</p>
<p><strong>Valpolicella Laute 2025 Adalia</strong>. Tinta chiarissima, vagamente aranciata. Il vino è dapprima terroso e un po&#8217; umorale; dopo affiorano i ricordi gradevoli delle erbe di prato e dei fruttini di siepe. (85/100)</p>
<p><strong>Valpolicella Cà Fiui 2024 Corte Sant&#8217;Alda</strong>. Un Valpolicella che ha costruito l&#8217;epopea del Valpolicella e continua a farla, primo a essere tratto da una vigna dedicata esclusivamente al Valpolicella (in genere, dal medesimo vigneto di uve valpolicellesi si traggono più vini, quanto meno Valpolicella, Ripasso e Amarone, mentre in questo caso si fa solo il Valpolicella). Rosso tutta finezza e frutto tondo (la ciliegia, la marasca, insomma ciò di cui deve sapere un Valpolicella). Direi che si tratta di una delle migliori versioni del Cà Fiui. (95/100)</p>
<p><strong>Valpolicella Superiore Poderecastagne 2021 Podere Castagnè</strong>. Quando uscì la prima annata, quella del 2018, non mi feci remore a scrivere che si trattava &#8211; mi autocito &#8211; di &#8220;un punto di svolta definitivo nell’interpretazione dei rossi della denominazione di origine della Valpolicella<strong>&#8220;</strong>. Me lo conferma questo 2021, per il quale l&#8217;elenco descrittivo dei profumi occuperebbe mezza pagina. Ne dico alcuni: arancia rossa, chinotto, bitter, mallo di noce, rosmarino, assenzio, amarena, noce moscata, albicocca. Mi fermo, sennò chissà dove vado a parare. C&#8217;è, poi, freschezza, vividezza, bevibilità. La mia idea di un grande Valpolicella di territorio. (96/100)</p>
<p><strong>Valpolicella Superiore Mithas 2018 Corte Sant&#8217;Alda</strong>. Fu il mio primo innamoramenrto, resta un gran vino anche nelle annate recenti. È il Valpolicella della sontuosità. Sontuoso il tannino, sontuoso il frutto, sontuoso il gusto. Va avanti per la propria strada e si conferma nel tempo. (90/100)</p>
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		<title>Cru, uga e sottozone, ossia la confusione</title>
		<link>https://internetgourmet.it/cru-uga-sottozone-ossia-la-confusione/</link>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 04:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Torno su un tema che mi sta molto a cuore, quello dei cru del vino italiano. Ci torno perché sul tema sono usciti due interventi stimolanti, quello, ottimistico, di Raffaele Mosca sul Gambero Rosso e poi, a commento e implementazione, quello, assai meno convinto, di Gabriele Casagrande sulla sua pagina LinkedIn. L&#8217;oggetto della discussione sono &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Torno su <strong>un tema che mi sta molto a cuore, quello dei cru del vino italiano</strong>. Ci torno perché sul tema sono usciti due interventi stimolanti, quello, ottimistico, di <a href="https://www.gamberorosso.it/notizie/vino/fenomeno-sottozone-vino-italiano-mappa-territori-chianti-marsala-alto-adige-nobile-etna/?sfnsn=scwspwa#google_vignette" target="_blank">Raffaele Mosca sul Gambero Rosso</a> e poi, a commento e implementazione, quello, assai meno convinto, di <a href="https://www.linkedin.com/pulse/uga-grazie-o-quasi-perch%C3%A9-la-zonazione-non-%C3%A8-cura-ai-mali-casagrande-ineuf/?trackingId=FeMlIrykSd2MHqAOA1itGg%3D%3D" target="_blank">Gabriele Casagrande sulla sua pagina LinkedIn</a>. <strong>L&#8217;oggetto della discussione sono le unità geografiche aggiuntive (le uga) di cui si stanno dotando varie denominazioni di origine</strong>.</p>
<p>Non entro nel merito dei contenuti e delle valutazioni espressi nei due testi: ne consiglio semplicemente la lettura, limitandomi a prendere un pezzettino minuscolo da entrambi. Casagrande dice che &#8220;<strong>tutte le uga stanno formalmente sullo stesso piano</strong>&#8220;, e Mosca spiega che &#8220;<strong>tutte le uga si trovano, per la legge, sullo stesso livello</strong>&#8220;. Le due affermazioni coincidono, e sono vere. Le uga altro non sono che <strong>un semplice elenco di ambiti geografici che compare in allegato al disciplinare di produzione della denominazione di origine, per cui un&#8217;uga non può avere una normativa differente dalle altre uga della medesima denominazione</strong>. Se un domani volessi cambiare le norme che regolano un&#8217;uga, il cambiamento lo dovrei apportare assolutamente identico a tutte le uga. Dunque, <strong>le uga non sono e non possono essere i cru, che necessitano invece di regole proprie</strong>. In fondo, le uga sono delle linee sulla carta geografica, e questo è il motivo per cui sono da sempre contrario all&#8217;adozione delle uga all&#8217;interno delle denominazioni di origine.</p>
<p><strong>Però le uga non vanno confuse con le sottozone</strong>, come invece mi succede spesso di sentire. Di fatto, lo stesso titolo del Gambero Rosso finisce, involontariamente, per alimentare questo fraintendimento: &#8220;Perché le sottozone stanno diventando il nuovo punto di forza del vino italiano&#8221;, scrive, ma poi parla soprattutto delle uga, che sono una cosa diversissima dalle sottozone.</p>
<p>Le sottozone sono sì delle delimitazioni geografiche all&#8217;interno di una denominazione di origine, ma <strong>ciascuna sottozona dispone di un proprio specifico e diverso disciplinare di produzione</strong>, che viene riportato in allegato al disciplinare della denominazione di origine. <strong>Se una denominazione di origine avesse cinque sottozone, esisterebbero sei singoli disciplinari di produzione: quello della denominazione di origine e, in allegato, i cinque disciplinari delle cinque sottozone</strong>. Insomma, le sottozone non sono un semplice elenco di nomi geografici, come accade per le uga, bensì delle aree specifiche che dispongono di altrettanto specifiche norme di riferimento, che le differenziano dal resto della denominazione di origine. <strong>Ogni sottozona può diversificarsi per il tipo di uve consentite, per le rese per ettaro, per i dati analitici del vino che se ne ottiene, per le caratteristiche organolettiche dei vini di sottozona, per le tecniche agronomiche adottate</strong>, e questo proprio perché ogni sottozona ha un proprio disciplinare. Non solo: <strong>se un domani ci fosse bisogno di cambiare una previsione che riguarda una singola sottozona, si può fare senza che questo abbia ricadute sulle altre sottozone</strong>.</p>
<p>Questo significa che <strong>le sottozone sono i veri cru previsti dalla normativa italiana</strong>, per cui non è vero quel che si sente dire spesso, ossia che in Italia non esistono i cru come in Francia. <strong>I cru italiani, volendo, esistono, e si chiamano sottozone. Il problema sta nel verbo: &#8220;volendo&#8221;</strong>. Perché quasi mai l&#8217;Italia del vino vuole le sottozone. Preferisce le uga, che sono assai poco vincolanti, e commette un grave errore, perché l&#8217;uga non è un cru, e commercialmente non serve quasi mai a granché. Semmai, <strong>l&#8217;uga può essere un valido strumento interno delle sottozone, un po&#8217; come i lieu dit (o i climat) borgognoni o del Beaujolais all&#8217;interno dei cru</strong>. La &#8220;piramide&#8221;, in tal caso, sarebbe (finalmente) percepibile:<strong> la denominazione di origine alla base, la sottozona (il cru) come vino di eccellenza, l&#8217;uga (il lieu dit) come specificazione tradizionale all&#8217;interno della sottozona</strong>. Con la differenza che il cru può essere piccolo o anche grande (insomma, può essere un pezzo di terra, come in Borgogna, o anche un&#8217;area che si estende su più località, come nel Beaujolais), mentre l&#8217;uga sarà interna alla sottozona, e dunque più piccola. <strong>Poi, sarà il mercato a fare un&#8217;altra gerarchia: quella dei prezzi</strong>. Ma almeno il mercato saprà esattamente che cosa significa quel che c&#8217;è scritto in etichetta.</p>
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		<title>Riesling, ma di Central Otago (ossia, Nuova Zelanda)</title>
		<link>https://internetgourmet.it/riesling-central-otago-ossia-nuova-zelanda/</link>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Che poi non ci vuol mica tanto per mettere a tacere certi sapientoni che pensano di conoscere tutto dei vini. Prendi questa bottiglia, aprila, versagliene un bicchiere e domandagli che cos&#8217;è. &#8220;Riesling!&#8221; esclameranno immediatamente e hanno ragione, perché pare proprio di avere appena fatto il rifornimento di gasolio nell&#8217;area di servizio. &#8220;Riesling tedesco&#8221;, aggiungeranno dopo &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Che poi non ci vuol mica tanto per mettere a tacere certi sapientoni che pensano di conoscere tutto dei vini. Prendi questa bottiglia, aprila, versagliene un bicchiere e domandagli che cos&#8217;è. &#8220;<strong>Riesling!</strong>&#8221; esclameranno immediatamente e hanno ragione, perché pare proprio di avere appena fatto il rifornimento di gasolio nell&#8217;area di servizio. &#8220;Riesling tedesco&#8221;, aggiungeranno dopo un attimo che l&#8217;hanno assaggiato, e in effetti l&#8217;acidità pare andare in quella direzione. &#8220;Kabinett&#8221;, preciseranno, riguardo alla tipologia, pensando all&#8217;equilibrio fra zucchero e tensione. Tutto plausibilissimo. Quanto alla provenienza specifica, qualcuno potrà pensare alla Mosella, qualcun altro alla Renania, e magari si accenderà un dibattito in proposito. A quel punto rivelerai l&#8217;etichetta: <strong>Central Otago</strong>.</p>
<p>Central Otago è un distretto della Nuova Zelanda. Si trova nella parte meridionale dell&#8217;Isola del Sud, più grande, ma meno popolata dell&#8217;Isola del Nord. Da un po&#8217; di tempo ha preso piede la coltivazione della vigna. Ci coltivano il riesling. Io ho bevuto il <strong>Riesling Bannockburn di Central Otago 2024</strong> <strong>prodotto da Felton Road</strong>, dieci gradi di alcol, e ho fatto anch&#8217;io i medesimi ragionamenti che ho scritto sopra. Insomma, l&#8217;avrei preso per tedesco, e ha, in effetti, l&#8217;amplissimo ventaglio aromatico dei migliori Kabinett tedeschi, e dunque sì gli idrocarburi, la freschezza vivacissima, ma anche la frutta gialla, la mela croccante, le spezie e le venature rinfrescanti di erbette officinali, i fiori primaverili. Ecco, magari puoi capire che non è un Riesling tedesco, ma neozelandese, per via di quel ricordo di melone molto maturo e di mango, ma non è mica facile distinguere, anche perché &#8211; ammettiamolo &#8211; non è così frequente bere vini neozelandesi per noi italiani. Magari qualche Sauvignon Blanc, oppure, più raramente, qualche Pinot Nero, ma Riesling proprio poco poco. Buono, davvero ben fatto, a conferma che nella Nuova Zelanda sanno produrre dei vini cesellatissimi. È chiuso, ovviamente (là non si fanno remore inutili), con il tappo a vite, e costa, suppergiù, una quarantina di euro, comprato on line. Il prezzo &#8211; e il posizionamento di mercato &#8211; dovrebbero annotarselo ben bene quei produttori italiani che quando gli chiedi perché non passino al tappo a vite ti rispondono che ci stanno pensando, &#8220;magari per i vini d&#8217;ingresso&#8221;, come se il tappo a vite fosse una chiusura da vinelli. È vero, invece, il contrario, e magari va meglio proprio per vini da una quarantina di euro, e più.</p>
<p><strong>Central Otago Bannockburn Riesling 2024 Felton Road</strong><br />
(91/100)</p>
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		<title>Camboi, la Malvasia Nera del Chianti</title>
		<link>https://internetgourmet.it/camboi-la-malvasia-nera-del-chianti/</link>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 04:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Bottiglie Stappate]]></category>
		<category><![CDATA[Vini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ogni tanto ricevo notizia delle splendide degustazioni di Malvasia che organizza Laura Riolfatto a Venezia. La Serenissima, del resto, aveva una passione sfrenata per le Malvasie, tant&#8217;è che in città ci sono una quindicina di calli intitolate a questa varietà d&#8217;uva e a questo vino. Praticamente ce n&#8217;è in ogni sestiere veneziano. Meriterebbe un premio, &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni tanto ricevo notizia delle splendide degustazioni di Malvasia che organizza Laura Riolfatto a Venezia. La Serenissima, del resto, aveva una passione sfrenata per le Malvasie, tant&#8217;è che in città ci sono una quindicina di calli intitolate a questa varietà d&#8217;uva e a questo vino. Praticamente ce n&#8217;è in ogni sestiere veneziano. Meriterebbe un premio, Laura, per l&#8217;impegno che ci mette a rinverdire il legame tra Venezia e la Malvasia. Ha perfino creato un format per le sue degustazioni e per le visite ai percorsi veneziani della Malvasia. Si chiama Malvasia Pop Up, mescola tavola, vino e cultura, con uno stile moderno ed elegante. Il baricentro è n<span class="sb zb">egli spazi dei _</span>docks_<span class="sb zb"> cantieri cucchini, a San Pietro di Castello, un vecchio cantiere nautico diventato luogo di cultura, poco di là dell&#8217;Arsenale.</span></p>
<p>Appena avuta la comunicazione delle nuove attività di Laura Riolfatto, <strong>mi è venuta voglia di stappare una Malvasia</strong>. In casa ne avevo una nera. Infatti, <strong>la Malvasia non c&#8217;è solo in versione bianca, ma c&#8217;è anche nera, o meglio, rossa</strong>. La Malvasia Nera che avevo in casa era quella toscana che porta il nome di <strong>Camboi</strong> ed è una piccola rarità. La fa il <strong>Castello di Meleto</strong>, in terra chiantigiana. Ci ha costruito sopra in progetto che non è solo vitivinicolo, ma, nuovamente, culturale: salvare e rinverdire le varietà meno diffuse è un&#8217;opera d&#8217;ingegno, che sfiora il sentimento.</p>
<p>Le prime vigne di malvasia nera al Castello di Meleto ci arrivarono negli anni Settanta. Fino agli anni Sessanta quello stesso pezzo di terra era destinato all&#8217;allevamento del bestiame (Camboi è la contrazione di Campo dei Buoi). È in quegli anni che, stando al racconto del sito internet del Consorzio del Chianti Classico, la malvasia nera arriva in zona dalla Puglia, trovandoci buona ambientazione. La si utilizzava come complemento per il sangiovese nella miscela del Chianti Classico. Oggi di malvasia nera ce n&#8217;è poca. Berne un vino ricavato in purezza non è frequente.</p>
<p>Il Camboi sa di fruttini neri, tutto succo: di mora e di bacca di sambuco, soprattutto. C&#8217;è un ricordo, poi, di mallo di noce e un filo sottilissimo di ginepro e di radice di liquirizia; un che, pure, di terra ferrosa e di torba bagnata, ma giusto una punta di spillo. Il tannino, invece, è setoso. Sta molto bene in tavola, non prevarica il cibo, lo accompagna, e al palato può apparire un po&#8217; esile solo ai distratti, e invece è sì delicato, ma ben saldo e duraturo.</p>
<p><strong>Toscana Malvasia Nera Camboi 2020 Castello di Meleto</strong><br />
(90/100)</p>
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		<title>L&#8217;atelier del calzino</title>
		<link>https://internetgourmet.it/latelier-del-calzino/</link>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>C&#8217;è chi tiene il set da cucito nella scatola in latta dei biscotti, io invece tengo i bottoni nel contenitore del mascarpone. E la mia piccola si è subito innamorata. Oggi è a casa da scuola e abbiamo deciso di fare l&#8217;atelier per la Barbie. Abbiamo montato il tappetone puzzle, aperto la cassetta a tre &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è chi tiene il set da cucito nella scatola in latta dei biscotti, io invece tengo i bottoni nel contenitore del mascarpone. E la mia piccola si è subito innamorata. Oggi è a casa da scuola e abbiamo deciso di fare l&#8217;atelier per la Barbie. Abbiamo montato il tappetone puzzle, aperto la cassetta a tre piani con tutto il necessario, preparato una montagna di stoffe e calzini spaiati orfani di quando era piccina. Non pensavo che i calzini fossero così multitasking! Con un po&#8217; di calzini di lana abbiamo rifornito il guardaroba invernale. Si taglia la punta e si fa un cappello, oppure un coprispalle. Con il resto ci viene una gonna lunga, una gonna corta, un vestito senza maniche e uno con le maniche e anche qualche maglia. Con i campioncini elastici del negozio di scampoli abbiamo realizzato mutande e costumi da bagno. Con le maniche delle tutine da neonata ho creato i pantaloni larghi. Con gli anelli tagliati da una calzamaglia sono usciti copri collo, elastici per capelli e collane artistiche. Con dei pezzetti di pile abbiamo fatto il paltò. Per fortuna la bimba non si è ricordata che ho la macchina da cucire, altrimenti sarei ancora a giocare all&#8217;atelier. E i bottoni glieli ho dovuti regalare perché non sa che cosa farci, ma dice che sono bellissimi.</p>
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		<title>C&#8217;è del gran vino bianco sull&#8217;Etna</title>
		<link>https://internetgourmet.it/gran-vino-bianco-sull-etna/</link>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 04:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non c&#8217;è dubbio che di questi tempi l&#8217;Etna sia uno dei territori del vino italiano che riscuotono maggior successo. C&#8217;è addirittura, a tal proposito, un dibattito fra chi lo vede terra da rossi e chi terra da bianchi, e chi ancora da rosati. Ci sono, in effetti, parecchie bottiglie assai degne di nota in tutti e &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non c&#8217;è dubbio che di questi tempi l&#8217;<strong>Etna</strong> sia uno dei territori del vino italiano che riscuotono maggior successo. C&#8217;è addirittura, a tal proposito, un dibattito fra chi lo vede terra da rossi e chi terra da bianchi, e chi ancora da rosati. Ci sono, in effetti, parecchie bottiglie assai degne di nota in tutti e tre i comparti. <strong>Se proprio devo scegliere, sto con chi propende per i bianchi</strong>, perché i bianchi dell&#8217;Etna fatti col <strong>carricante</strong> &#8211; intendo quelli molto ben fatti &#8211; mi piacciono parecchio per via di quella loro tensione che li rende quasi elettrici e rarefatti, e dunque alpestri, montanari, e comunque luminosissimi, com&#8217;è del resto nell&#8217;imprinting del vulcano. E insomma, <strong>suoli, clima e vitigno qui compongono un mosaico perfetto per chi voglia bere del grande vino bianco italiano</strong>.</p>
<p>Ovvio che per fare grandi bianchi non ci si può improvvisare. Servono conoscenza, esperienza e dedizione. Tra le cantine etnee, una che certamente queste doti ce le ha è <strong>Tenute Nicosia</strong>. Il fondatore, Francesco Nicosia, sull&#8217;Etna, a Trecastagni, versante sud-orientale del vulcano, ci piantò le vigne nel 1898. Anche adesso che la gestione è di Carmelo Nicosia con i figli Francesco e Graziano, quinta generazione &#8211; mentre la conduzione enologica risiede nelle mani affidabilissime di Maria Carella -, il corpo principale dei sessanta ettari di vigneti aziendali resta sempre lì, e in particolare in quelle vigne terrazzate che salgono lungo i pendii di due piccoli conetti vulcanici spenti, il Monte Gorna e il Monte San Nicolò, che si guardando l&#8217;un l&#8217;altro, ma che sono anche diversissimi l&#8217;uno dall&#8217;altro per quel che concerne i suoli, e che dunque danno vini assai differenti. <strong>È molto bello che le personalità dei vini che ne provengono siano salvaguardate e separate</strong>.</p>
<p>I vini delle Tenute Nicosia li ho assaggiati a Vinitaly. Intendo che ho assaggiato bianchi, rossi, rosa e spumanti, e la prova d&#8217;assieme è stata del tutto convincente nei quattro segmenti, per cui potrei soffermarmi su tutti; però qui ho deciso di parlare dei bianchi &#8211; splendenti &#8211; dell&#8217;Etna, e bianchi, dunque, siano.</p>
<p><strong>Etna Bianco Contrada Monte San Nicolò 2024</strong>. Carricante con un saldo minimo di minnella, che è un vitigno reliquia, storicamente coltivato sul Monte San Nicolò. Siamo intorno ai 550 metri, e dunque è la vigna &#8220;più in basso&#8221; fra quelle della tenuta. Il vino fa solo acciaio. È secchissimo, esplosivo e dinamico. Sa di clorofllla, di ginestra, di uva spina e di vulcano. (92/100)</p>
<p><strong>Etna Bianco Contrada Monte Gorna 2024</strong>. Il carricante è integrato da un dieci per cento di catarratto. L&#8217;altitudine raggiunge i 700 metri. Fa un breve passaggio in tonneau d&#8217;acacia, nell&#8217;intento di tenere a bada l&#8217;acidità scalpitante. Vino elegante, con quelle sue note di pompelmo e di anice. Mi azzardo a pensare che abbia un grande potenziale d&#8217;invecchiamento, tant&#8217;é che suppongo sarebbe perfetto nel formato magnum.  Mi affascinano il sale e l&#8217;austerità del sorso. (93/100)</p>
<p><strong>Etna Bianco Contrada Monte Gorna Vecchie Viti 2020</strong>. Quando si dice un grande bianco etneo. Solo carricante dagli alberelli sessantenni di un piccolo podere. Fa un passaggio nella barrique quasi esausta. Giallo dorato. Complesso e sapido. Ha profumi caleidoscopici di artemisia e di finocchietto, di fiori essiccati e di mallo di noce, di spezie dolci e di camomilla, di tarte tatin e di cotognata, e poi ancora e ancora, in un frequente e lungo rincorrersi di suggestioni. C&#8217;è perfino &#8211; e lo lascio per ultimo per un motivo &#8211; un vago sentore succoso di acqua di pomodoro, che ho ritrovato anche nel vino rosso che proviene anch&#8217;esso dalle vigne vecchie, stavolta di nerello mascalese, del Monte Gorna, e che dunque rappresenta, a mio vedere, un marcatore di terroir &#8211; ecco il motivo. Ma questa è un&#8217;altra storia, e prima poi, magari, ne scrivo. (96/100)</p>
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		<title>Presine e coccinelle</title>
		<link>https://internetgourmet.it/presine-e-coccinelle/</link>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 04:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Michela Pierallini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Popcorn]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Stiamo andando verso la Trattoria Ginevra dove la mia amica Antonietta e suo marito ci stanno aspettando. &#8220;Mamma ma come fa a essere tua amica se non vi siete mai viste?&#8221; mi chiede la quattrenne. &#8220;Eh amore, le nostre anime si conoscono, noi invece ci siamo viste in foto e nei video su Instagram&#8220;. Avevo &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo andando verso la Trattoria Ginevra dove la mia amica Antonietta e suo marito ci stanno aspettando. &#8220;<em>Mamma ma come fa a essere tua amica se non vi siete mai viste?</em>&#8221; mi chiede la quattrenne. &#8220;<em>Eh amore, le nostre anime si conoscono, noi invece ci siamo viste in foto e nei video su Instagram</em>&#8220;. Avevo scritto un popcorn (<a href="https://internetgourmet.it/il-fiore-di-loto/">si legge qui</a>) sulla nostra amicizia virtuale, ora invece lo scrivo sull&#8217;incontro dal vivo. Guardarci negli occhi e, finalmente, abbracciarci è stato il più bel regalo di compleanno. Dalla pubblicazione del primo popcorn, Antonietta ed io abbiamo scoperto di avere davvero tante affinità e ancora più cose in comune. E poi ci sono certe sincronicità che ti fanno sentire ascoltata dall&#8217;universo. Qualche settimana fa, mentre sistemavo i cassetti in soggiorno, ho detto al mio compagno: &#8220;<em>Bisogna che mi informi all&#8217;università della terza età se conoscono qualcuno che può realizzarmi delle presine all&#8217;uncinetto</em>&#8220;, perché io le adoro! E cosa mi regala Antonietta, senza sapere di questa mia passione e senza che io sapessi del suo talento nelle creazioni con l&#8217;uncinetto? Due presine e un asciugamano dove ha ricamato foglie e coccinelle. Sono rimasta sbalordita, davvero basita, oltre che contenta, si capisce. A una certa ora del pomeriggio abbiamo dovuto lasciare il locale e ci siamo spostati al parco dove la piccola ha giocato e noi si è chiacchierato di tutto e di più. Che ricchezza, che bellezza! I social, usati bene, nascondono tesori.</p>
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		<title>Fare Aleatico all&#8217;Elba</title>
		<link>https://internetgourmet.it/fare-aleatico-allelba/</link>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 04:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Peretti]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La Stanza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Fa vino sull&#8217;isola d&#8217;Elba, ma l&#8217;ho incontrato a Verona perché lui è veronese. Si chiama Carlo Ederle. All&#8217;Elba la sua famiglia possiede la Tenuta delle Ripalte dalla fine degli anni Settanta, da quando cioè la rilevò assieme, allora, ad altri soci. Sono quattrocentocinquanta ettari, ma solo in piccola parte vitati: la stragrande maggioranza è pura macchia &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fa vino sull&#8217;<strong>isola d&#8217;Elba</strong>, ma l&#8217;ho incontrato a Verona perché lui è veronese. Si chiama <strong>Carlo Ederle</strong>. All&#8217;Elba la sua famiglia possiede la <strong>Tenuta delle Ripalte</strong> dalla fine degli anni Settanta, da quando cioè la rilevò assieme, allora, ad altri soci. Sono quattrocentocinquanta ettari, ma solo in piccola parte vitati: la stragrande maggioranza è pura macchia mediterranea. Incolta.</p>
<p>Di per sé, la tenuta ha un&#8217;origine abbastanza remota: l&#8217;aveva fondata, già nell&#8217;Ottocento, l&#8217;imprenditore italo-svizzero Oscar Tobler, celebrato professore di agronomia e proprietario di un <span class="x193iq5w xeuugli x13faqbe x1vvkbs xlh3980 xvmahel x1n0sxbx x1lliihq x1s928wv xhkezso x1gmr53x x1cpjm7i x1fgarty x1943h6x xudqn12 x3x7a5m x6prxxf xvq8zen xo1l8bm xzsf02u x1yc453h" dir="auto">vasto patrimonio immobiliare e agricolo</span>, che aveva unificato vari piccoli appezzamenti e ci aveva fatto costruire la villa padronale. Inoltre, a dire il vero, quando gli Ederle e i loro affiliati la acquisirono, pensavano più a un progetto turistico che a un assetto viticolo. Infatti, alle Ripalte c&#8217;è un resort. <strong>Il vino è arrivato dopo, negli anni Duemila, quando Piero Ederle, ripiantate un po&#8217; di vigne, coinvolse Piermario Meletti Cavallari, fondatore della cantina Grattamacco a Bolgheri</strong>.</p>
<p>Meletti Cavallari, che aveva sempre avuto un debole per una varietà marginale come quella dell&#8217;aleatico, propose di riportarne in vita i vigneti storici, nonché di realizzare una cantina all’avanguardia, la cui progettazione fu affidata all&#8217;architetto Tobia Scarpa. Insomma, era un vertice di professionalità, orientato a <strong>dar vita a un&#8217;impresa che oggi appare temeraria: produrre l&#8217;Aleatico passito</strong>. Temeraria, intendo, perché il passito è difficilissimo da vendere. La gente non beve più vini dolci, li disconosce, ed è un gran peccato, dato che in Italia ne abbiamo di straordinari. Ad accentuare le difficoltà del mercato ci si mise anche la crisi economico-finanziaria del 2008, quella innescata dal crollo dei mutui subprime. Insomma, le preoccupazioni non erano poche. &#8220;Allora &#8211; mi racconta Carlo &#8211; decidemmo di inserire delle altre referenze, dei bianchi a base prevalentemente di vermentino e dei rossi a base soprattutto di alicante. Sono comunque tutte varietà mediterranee, perché per noi il vino dell&#8217;Elba deve avere un sapore mediterraneo&#8221;. Le rese sono assai basse: &#8220;Non può essere altrimenti &#8211; spiega Carlo &#8211; per via dei suoli impegnativi, del clima arido e della totale impossibilità di irrigare, dato che manca l&#8217;acqua&#8221;.</p>
<p>I vini della Tenuta delle Ripalte li ho assaggiati tutti. Si è cominciato con un vino che mi ha sorpreso, ed è da quello che inizio anch&#8217;io l&#8217;illustrazione delle etichette, &#8220;in ordine di apparizione&#8221;, come si diceva nei titoli di coda dei film di una volta.</p>
<p><strong>Vino Spumante Rosato Brut</strong>. Eccolo qua, il vino inaspettato: un rosato spumante fatto con le uve di aleatico. &#8220;Lo spumante &#8211; dice Carlo Ederle &#8211; non appartiene alla tradizione dell&#8217;Elba, ma dato che le vendite dell&#8217;Aleatico passito erano ferme e il mondo voleva le bollicine, nel 2014 abbiamo provato a farlo. La cosa più veloce era usare il metodo Charmat. Ne uscì un prodotto interessante, che oltretutto ci consentiva di anticipare il momento dell&#8217;immissione sul mercato di un vino a base di aleatico e di spostarne il consumo dal fine pasto all&#8217;aperitivo&#8221;. Il vino è decisamente accattivante, ha il fruttino di bosco e gli agrumi, nonché un sorso salatino che lo rende perfettamente estivo. (88/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Rosato 2024</strong>. E questo è il Rosato &#8220;fermo&#8221;, sempre fatto con l&#8217;aleatico. Il bouquet è interessantissimo: resina di pino (è davvero molto resinoso), frutti rustici (corniolo, corbezzolo, bacche di rosa canina), mela annurca, una insolita vena di affumicato. Viene &#8220;ripassato&#8221; sulle vinacce dell&#8217;Aleatico passito. Geniale. Azzardo un punteggio consistente. (90/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Vermentino 2024</strong>. Un vino semplice, da cucina estiva. Il sorso è marino. Il profumo ricorda l&#8217;ananas e il limone verde. Il vermentino è &#8220;aiutato&#8221; da un saldo di petit manseng. (80/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Vermentino Bianco Mediterreano 2022</strong>. Qui invece il saldo è di fiano e un terzo del vino affina in legno. Il vino ha un solo limite, quello di essere ancora giovanissimo. Sapido, succoso, citrino, dritto, austero. Promette una bella evoluzione nel vetro. Sarebbe bello averne una bottiglia magnum, da far invecchiare. (88+/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Rosso 2024</strong>. Alicante più un saldo di carignano. Semplice come il suo fratello bianco. Macchia mediterranea e fruttino. (80/100)</p>
<p><strong>Costa Toscana Alicante Rosso Mediterraneo 2022</strong>. E qui, come nel bianco affinato rispetto a quello più immediato, facciamo un salto in avanti. Un rosso pacato, pensoso, salatissimo, denso di macchia mediterranea, di afrori di sottobosco, di radice, di corteccia; piccantissimo. Si affina in tonneau. Bella prova. (90/100)</p>
<p><strong>Aleatico Passito dell&#8217;Eba Alea Ludendo 2022</strong>. E finalmente l&#8217;Aleatico Passito. Il sorso è molto gradevole con quella mela succosissima, quella caramellina inglese alla mora e tutto quel sale. È la salinità stessa che tiene a bada la dolcezza (ci sono centotrenta grammi di zucchero per litro). Solo l&#8217;alcol è un po&#8217; sopra le righe: i quindici gradi si avvertono, ed è un peccato. Io lo farei invecchiare ancora un po&#8217;, e poi lo metterei su un piatto di selvaggina. (87/100)</p>
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