Italianieuropei Fondazione di cultura politica http://www.italianieuropei.it Wed, 26 Apr 2017 15:53:20 +0000 it-it http://www.italianieuropei.it/http://www.italianieuropei.it/templates/sl_ie_j15/images/bg_header.pngItalianieuropei Articoli disponibili online per il numero 1/2017 http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/Vx8xMOoMI7c/2017.html http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/item/3839-articoli-disponibili-online-per-il-numero-1/2017.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/6cfb9b415fc2b3862550054cf9c47ec7_S.jpg" alt="Articoli disponibili online per il numero 1/2017" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Del <strong>numero 1/2017 di Italianieuropei</strong> sono online gli articoli di <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3831-una-generazione-di-outsider.html">Maria Cecilia Guerra</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3830-vite-rimandate.html">Chiara Saraceno</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3828-il-jobs-act-una-cura-inefficace-per-una-diagnosi-errata.html">Michele Raitano</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3827-saperi-in-cerca-di-impiego-la-sovraistruzione-dei-laureati-in-italia.html">Giuseppe Croce ed Emanuela Ghignoni</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3837-le-tappe-della-costruzione-di-un-nuovo-autoritarismo-nazionalista.html">Lea Nocera</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3834-il-partenariato-tra-turchia-e-russia-al-banco-di-prova-dello-scenario-mediorientale.html">Carlo Frapp</a><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3833-l%E2%80%99altalenante-partnership-tra-turchia-e-unione-europea.html">i</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3833-l%E2%80%99altalenante-partnership-tra-turchia-e-unione-europea.html">Valeria Talbot</a>.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <br /> <p><b> </b></p> <hr /> <b> <br /></b><strong>Agenda</strong><br /><strong>Gioventù bruciata </strong> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3831-una-generazione-di-outsider.html">Una generazione di outsider</a><i><br />di Maria Cecilia Guerra </i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3830-vite-rimandate.html">Vite rimandate</a><i><br />di Chiara Saraceno </i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3828-il-jobs-act-una-cura-inefficace-per-una-diagnosi-errata.html">Il Jobs Act: una cura inefficace per una diagnosi errata</a><i><br />di Michele Raitano </i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3827-saperi-in-cerca-di-impiego-la-sovraistruzione-dei-laureati-in-italia.html">Saperi in cerca di impiego. La sovraistruzione dei laureati in Italia</a><i><br />di Giuseppe Croce ed Emanuela Ghignoni </i></p> <p> </p> <strong>Focus</strong><br /><strong>Turchia, la deriva autoritaria di Erdogan </strong> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3837-le-tappe-della-costruzione-di-un-nuovo-autoritarismo-nazionalista.html">Le tappe della costruzione di un nuovo autoritarismo nazionalista</a><i><br />di Lea Nocera </i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3834-il-partenariato-tra-turchia-e-russia-al-banco-di-prova-dello-scenario-mediorientale.html">Il partenariato tra Turchia e Russia al banco di prova dello scenario mediorientale</a><i><br />di Carlo Frappi </i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3833-l%E2%80%99altalenante-partnership-tra-turchia-e-unione-europea.html">L’altalenante partnership tra Turchia e Unione europea</a><i><br />di Valeria Talbot </i></p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/Vx8xMOoMI7c" height="1" width="1" alt=""/> Rivista Fri, 24 Mar 2017 10:57:23 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/item/3839-articoli-disponibili-online-per-il-numero-1/2017.html Le tappe della costruzione di un nuovo autoritarismo nazionalista http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/eVdP1HwU3lE/3837-le-tappe-della-costruzione-di-un-nuovo-autoritarismo-nazionalista.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3837-le-tappe-della-costruzione-di-un-nuovo-autoritarismo-nazionalista.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/1a39173e65486fab8249fb04458ac834_S.jpg" alt="Le tappe della costruzione di un nuovo autoritarismo nazionalista" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Il prossimo 16 aprile si svolgerà in Turchia il referendum che, se approvato, sancirà il passaggio da un sistema parlamentare a un regime presidenziale che attribuisce pieni poteri al presidente della Repubblica e di fatto segna il superamento, nel paese, della separazione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. La consultazione referendaria arriva al termine di un lungo processo che ha visto il tentativo di colpo di Stato dello scorso luglio sommarsi alla lunga serie di attentati che hanno colpito il paese, favorendo di conseguenza l’affermazione di una retorica della stabilità di cui l’AKP e il presidente Erdogan si fanno paladini.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p><b>IL REFERENDUM COSTITUZIONALE</b></p> <p>Il 16 aprile in Turchia si apriranno nuovamente le urne. Dopo set­te anni la popolazione è chiamata a esprimere il proprio parere in merito a modifiche costituzionali e questa volta la posta in gioco è molto alta. Barrando sulla casella del sì o del no si decreterà, in­fatti, se la Turchia debba passare da un sistema parlamentare a un regime presidenziale che attribuisce pieni poteri al presidente della Repubblica. Le modifiche costituzionali prevedono che il presidente della Repubblica, che potrà continuare a ricoprire la carica di leader del proprio partito, nomini direttamente i ministri, possa scioglie­re il Parlamento ed emanare decreti legislativi, definire le politiche di sicurezza e l’indirizzo economico della nazione, decretare lo stato di emergenza senza passare per il Consiglio di sicurezza nazionale, di cui comunque nomina la metà dei membri, così come dodici dei quindici giudici che compongono la Corte costituzionale. Il man­dato presidenziale, della durata di cinque anni, può inoltre essere rinnovato per due volte, ma non è esclusa la possibilità di un terzo mandato in caso di elezioni anticipate. Di fatto, viene sancita la fine della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e il Parlamento diventa un organo consultivo.</p> <p>Per giungere al voto referendario, il progetto di riforma costituzio­nale è stato dapprima approvato in Parlamento, con discussioni dai toni violenti e aggressivi arrivate a trasformarsi anche in grosse risse. Il dibattito è avvenuto in un clima politico molto aspro e in una quo­tidianità oramai scandita da arresti e processi che non hanno rispar­miato neanche i parlamentari. Undici deputati del partito HDP, tra cui i suoi due leader, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, erano già in stato di arresto durante il voto per la riforma costituzionale e, impossibilitati a prendervi parte, hanno assistito alle manifestazioni di solidarietà del loro partito, che ha scelto di boicottare lo scrutinio. Un’azione simbolica che non è valsa a influire sul risultato, nonostan­te anche il maggior partito d’opposizione, il CHP, storica formazione kemalista, si sia schierato compatto per il no. La riforma è infatti passata con 348 voti a favore e 141 contrari – ne occorrevano 330 su 550, pari a 3/5 dell’assemblea – e determinante è stato l’appoggio dei deputati del partito ultranazionalista MHP che per numero di seggi costituisce il quarto e minore partito in assemblea. L’alleanza tra quest’ultimo e il partito di Erdogan, l’AKP, oltre a essere motiva­ta da ragioni di opportunità politica, riflette bene la situazione e la cornice politica che si è delineata in seguito al fallito colpo di Stato dello scorso 15 luglio.</p> <p>La necessaria unità nazionale invocata immediatamente da tutte le forze politiche, e suggellata dalla dichiarazione congiunta siglata nel­la seduta straordinaria della grande assemblea nazionale all’indomani del tentato golpe, ha mostrato in un brevissimo lasso di tempo che non poteva tenere in una compattezza forzata dagli eventi.</p> <p><b>STRASCICHI ELETTORALI </b></p> <p>Il tentativo di golpe del 15 luglio ha colto tutti di sorpresa, ma è intervenuto in un paese già duramente messo alla prova da un anno difficile, costellato di eventi tragici, attentati che si susseguono al punto da perderne il conto. Nove se si contano soltanto quelli nel­la capitale Ankara e nella più grande metropoli del paese, Istanbul, dove l’ultimo ha trasformato il veglione di Capodanno in un incubo. Dal luglio del 2015, più di quattrocento persone sono morte in at­ tentati in parte rivendicati o attribuiti all’ISIS, in parte ai curdi del TAK o al PKK. Un bilancio tragico che rimane permanentemente provvisorio, non solo perché il numero dei feriti è sempre molto alto ma perché il rischio di nuovi attentati continua a essere all’ordine del giorno, tanto più che nel­la regione del Sud-Est, soprattutto a ridosso del confine con la Siria, il conflitto tra le forze mili­tari e la guerriglia curda è da mesi violentissimo, con villaggi in stato d’assedio e enormi ripercus­sioni sulla popolazione.</p> <p>Giusto un anno prima del golpe la Turchia era appena uscita dalle elezioni politiche. Il voto si era svolto a inizio giugno 2015 e aveva deter­minato un risultato sorprendente. L’AKP per la prima volta aveva perso la maggioranza dei seg­gi incassando una sostanziale perdita in termini percentuali. L’esito, che imponeva di trovare un accordo per formare un governo di coalizione, aveva fatto sfumare di colpo il progetto di riforma costituzionale che aveva cominciato a definirsi dopo la vittoria delle politiche nel 2011 e si era consolidato dopo la vittoria di Erdogan alle presidenziali. Una riforma che sin dall’inizio aveva però suscitato numerosi dubbi e incontrato opposizioni in tutta la compagine politica fuori dall’AKP.</p> <p>L’altra grande novità di quel voto era stato l’ingresso in Parlamento del partito HDP, una formazione progressista che era stata capace di intercettare la voglia radicale di cambiamento in senso democratico e pluralista di una parte trasversale della popolazione, in cui confluivano la componente curda, la società civile progressista, la classe media urbana, il ceto intellettuale e una buona parte del mondo culturale. Adoperando un lessico politico nuovo che in parte era an­dato formulandosi nei discorsi e nelle pratiche elaborate durante o a margine delle proteste di Gezi dell’estate 2013, l’HDP era riuscito a superare il grosso ostacolo dello sbarramento al 10%, affermandosi come terzo partito e soprattutto dimostrando che in Turchia c’era margine per una politica che potesse avere legami con il territorio e al contempo, per la prima volta nel paese, rendere le frammentazioni della società un fattore di forza per elaborare un nuovo discorso de­mocratico, non autoritario. Non è sbagliato dire che uno degli aspetti di maggiore novità era rap­presentato dalla capacità di superare quella che da sempre era stata la linea di frattura più profonda del paese al punto da sembrare incol­mabile: la spaccatura tra turchi e curdi. L’HDP – che erroneamen­te da noi sin dall’inizio viene semplicisticamente definito il partito filo-curdo – aveva colto il maggiore risultato delle proteste di Gezi, quando fu evidente che le battaglie per i diritti dei curdi, come quelle di altre minoranze (aleviti, armeni, LGBTQ ecc.) potevano confluire in un’unica battaglia politica a favore di diritti e libertà fondamen­tali universali e contro un conservatorismo crescente. La scelta del plurale come riferimento ideologico e concetto identitario – il nome, Partito democratico dei popoli; la scelta di una leadership doppia – caratterizza questo partito sin dai suoi esordi e si contrappone in modo netto all’idea di nazione monolitica, rigidamente omogenea e uniforme imposta dal nazionalismo, tradizionalmente presente, sen­za distinzioni, nella politica turca.</p> <p>Due attentati che sconvolgono la società turca e che possono essere considerati momenti cruciali dell’escalation di violenza dell’ultimo anno e mezzo colpiscono in modo mirato due manifestazioni in cui l’opposizione ha anche il volto di questa alleanza trasversale tra curdi e turchi. Il primo avviene a Suruc, il 20 luglio, dove l’esplosione di un kamikaze provoca la morte di 34 ragazzi appartenenti a un picco­lo gruppo, la federazione giovanile socialista, in missione per portare aiuti alla popolazione di Kobane. L’altro colpisce il cuore del paese, la capitale, il 20 ottobre, causando la morte di 103 persone riunite in una grande manifestazione per la pace. Entrambi avvengono nei mesi che intercorrono tra il voto di giugno e le elezioni di novembre, quando la popolazione turca ritorna a votare per la mancata forma­zione di una coalizione di governo.</p> <p>Gli attentati, in un contesto molto preoccupante dovuto alla guerra in Siria, alle porte, alla presenza oramai irrefutabile di cellule dell’ISIS nel paese, al nuovo slancio della guerriglia curda rinvigorita dalla vittoria di Kobane, si ergono come un minaccioso monito per il futuro del paese. La stabilità diventa la parola chiave della campagna elettorale dell’AKP. Gli elettori ritornano evidentemente sulle loro decisioni, confidando in un potere forte che possa far indietreggiare i pericoli. Nel novembre 2015 l’AKP non riesce ancora a ottenere la maggioranza assoluta che gli permetterebbe di condurre in autono­ mia la riforma costituzionale, ma ha recuperato un gran numero di seggi e una rinnovata legittimità ad agire come partito di maggioran­za. Nel frattempo il paese non sembra recuperare stabilità. Da più parti si denuncia una rapida e drastica polarizzazione della società. Il paese torna a mostrare tutte le sue spaccature. Il conflitto nel Sud- Est riporta la questione curda in una fase cupa, e la prima vittima politica è l’HDP, che comincia a perdere parte del suo consenso e viene risucchiato nell’associazione con il PKK, da cui si era sottratto abilmente fino alle elezioni di giugno ma che poi i suoi dirigenti gestiscono con difficoltà.</p> <p><b>1997-2017. DAL GOLPE POSTMODERNO AL TENTATO GOLPE </b></p> <p>Il 2016 è un anno terribile per la Turchia. Vecchi fantasmi hanno smesso di essere spettri in agguato e sono diventati reali. Così il PKK e il conflitto con i curdi che sembrava solo qualche anno fa destinato a una storica riconciliazione. E poi i militari con i loro carri armati che scendono in strada e tentano di rovesciare il governo. Sarà anche stata una infima parte dell’esercito a essere coinvolta nel tentato golpe ma i colpi di Stato, con il vecchio repertorio di carri armati e assalto alla televisione di Stato, sembravano oramai appartenere al Novecento. Il secolo si era del resto chiuso con un golpe postmoderno, sancito con il memorandum del Consiglio nazionale di sicurezza il 28 febbraio 1997, con il quale oltre a imporre alcune decisioni al governo, veniva costretto alle dimissioni Necmettin Erbakan, anticipando la chiusura del Refah Partisi, con cui Recep Tayyip Erdogan era diventato qual­che anno prima sindaco di Istanbul. Non molto tempo dopo lo stesso Erdogan era stato arrestato per incitamento all’odio.</p> <p>Venti anni sono trascorsi dalle decisioni del 28 febbraio. In questo lasso di tempo la scena politica è stata dominata dall’AKP che, fon­dato nel 2001, mai ha trascurato l’eredità politica di quell’evento. L’insistenza con cui il presidente della Repubblica ribadisce la pro­pria legittimità, di cui è garante il “voto del popolo”, può essere letta in questo senso, una rivalsa contro il sopruso del golpe postmoder­no, con cui i militari, e la classe dirigente kemalista, inficiarono un governo a sua volta legittimo. Un tema sensibile se si pensa che già allora in molti si erano rivelati stanchi di un’ingerenza dell’esercito che si voleva difensore della democrazia, e questo era valso anche un certo consenso all’AKP delle prime ore. In modo analogo, come strascichi di quegli eventi possono anche essere considerate l’enorme macchina giudiziaria e l’attenzione mediatica innescate con le maxi inchieste Ergenekon e Balyoz con cui quadri dell’esercito sono stati accusati di tentato golpe, processati e arrestati. Il 28 febbraio non ha mai smesso di rappresentare un momento chiave per l’AKP e per Erdogan: rievocato in modo frequente come una pagina nera della democrazia turca, definisce per contrasto l’AKP sin dai suoi esordi come esperienza realmente democratica che incontra la volontà del popolo e non quella di un establishment politico tradizionale. Eppu­re, oggi, si scontra con una realtà diversa e non a caso viene richia­mato in causa dall’opposizione, che legge nella situazione attuale un ribaltamento di ruoli.</p> <p><b>LA RIELABORAZIONE DEL GOLPE FALLITO </b></p> <p>Dopo il tentato golpe di ribaltamenti, in realtà, ce ne sono stati di­versi. Per cominciare il 15 luglio, giorno del fallito colpo di Stato, un giorno tragico per la storia turca, è diventato un giorno di festa, in cui si celebra la democrazia e si commemorano i martiri. Da quel momento ogni occasione è stata utile per affermare l’unità naziona­le. L’imponente manifestazione di Yenikapi a inizio agosto, con la partecipazione di milioni di persone e un tripudio di bandiere rosse, è sembrato poter rinsaldare di colpo le polarizzazioni della società. Con l’esclusione dell’HDP dalle riunioni dei partiti presenti in Parla­mento era però già evidente il contrario. Inoltre, nonostante la popolazione tutta si fosse schierata contro il golpe, gli arresti di massa, i numerosi e ripetuti attacchi contro i mezzi di informazione, le università, gli apparati statali hanno in realtà suscitato più sconforto che fiducia nello Stato. Una grande cupezza pesa oggi sul paese. La ne­cessità di difendere la democrazia si è tradotta nella repressione di qualsiasi forma di opposizione. Con grandi sforzi si cerca di mantenere in piedi un’informazione indipendente, che però ha spazi di giorno in giorno più ridotti. L’accusa di far parte di un’organizzazione terroristica è il capo di imputazione che colpisce intellettuali, giornalisti, scrittori. E lo spettro delle persone che pos­sono essere trascinate in tribunale, private del passaporto, finire agli arresti è sempre più ampio.</p> <p>Il paese sembra essere improvvisamente precipitato all’indietro. Gli anni Novanta, periodo più buio del conflitto tra lo Stato e la guerri­glia curda, che in campagna elettorale venivano in modo inquietante rievocati come minaccia dall’AKP in caso di una loro sconfitta, ri­affiorano in modo insistente nella memoria. Così come la fuga dal paese di intellettuali, studenti, militanti e attivisti che generata dal golpe militare del 1980 non è molto diversa dalle partenze di quanti oggi lasciano la Turchia per l’Europa o altri paesi. Senza parlare poi delle ricadute economiche per un paese che stava cavalcando l’onda di uno sviluppo consistente, che era arrivato a rappresentare un polo di attrazione tanto per investimenti massicci quanto per piccoli im­prenditori – tra cui molti italiani – proprio per il suo dinamismo e di sicuro, in parte, anche per la vivacità culturale.</p> <p><b>NUOVA PELLE PER UN VECCHIO NAZIONALISMO </b></p> <p>Il ritorno al passato si può però leggere anche su un altro piano. Nell’affermazione di un nazionalismo esasperato, di una centra­lizzazione del potere e nel riuso di simboli politici tradizionali. Le manifestazioni, le azioni intraprese, i discorsi seguiti al tentativo di golpe hanno reso evidente e accelerato una trasformazione politica già in corso. Lo testimonia la macchina commemorativa messa in piedi all’indomani del golpe, sorprendente nelle sue dimensioni e per la rapidità con cui si è attivata. In realtà l’AKP già da anni stava costruendo un proprio discorso celebrativo, enfatizzando eventi sto­rici – come la presa di Costantinopoli, oramai oggetto di una enor­me manifestazione in pompa magna a Istanbul – che servissero alla costruzione di una nuova narrativa nazionale in cui combinare con elementi ottomani quelli turchi repubblicani, vecchi costumi tradi­zionali e l’uso di nuove tecnologie: una sintesi della Nuova Turchia, il progetto politico dell’AKP da diversi anni.</p> <p>L’affermazione della democrazia dopo il tentato golpe è stata così ce­lebrata come una seconda guerra di indipendenza, in una ripresa del mito fondativo della Repubblica kemalista, la guerra che ebbe il suo culmine nella battaglia di Canakkale. Ed è qui, a Canakkale, del resto, che negli ultimi anni si organizzano grosse celebrazioni, in cui si riba­disce la capacità della Turchia di resistere e scon­figgere il nemico esterno, oggi come ieri pronto a tramare contro l’integrità del paese. Un nemico che per l’AKP assume svariate forme: dal movi­mento capeggiato da Fethullah Gulen, mandante del golpe, alla finanza internazionale. È così che Recep Tayyip Erdogan è stato celebrato come <i>baskomutan</i>, comandante supremo, in modo non dissimile dal <i>gazi </i>Mustafa Kemal Ataturk, alla cui immagine – fino a poco fa unica e inimitabile – si affianca oramai il ritratto del presidente della Repubblica. E analoga­mente, nella retorica dei discorsi politici dal marcato tono paternali­stico, la popolazione turca ha oggi un nuovo padre.</p> <p>È interessante come il tentativo di golpe abbia favorito la messa in pratica di un apparato di simboli che per certi versi ricalca il vecchio kemalismo. L’operazione toponomastica con cui luoghi pubblici come strade, piazze e ponti sono stati intestati alle vittime del 15 luglio, i cosiddetti “martiri per la democrazia”; ricorda l’intervento dei primi anni repubblicani, almeno quanto l’enorme programma di trasformazione urbana che sta cambiando il volto di Istanbul, di cui di continuo si rispolverano i fasti imperiali, fa molto pensare al pro­getto di un nuovo trasferimento della capitale. Il <i>décor </i>ottomano su cui si pone grande enfasi è una caratterizzazione univoca del riuso di simboli e della ripresa dei vecchi miti kemalisti nell’elaborazione di un discorso nazionalista che oggi non appare più un’alternativa ma un’elaborazione ulteriore, aggiornata, per certi aspetti nuova, come lo stesso carattere neo-ottomanista o i richiami alla religione.</p> <p>Per l’AKP il pluralismo della Turchia si fonde oggi nell’espressione “una bandiera, una nazione, una patria, uno Stato”, in una unità in cui le differenze scompaiono e invece di essere valorizzate si appiat­tiscono. La diversità è sinonimo di dissenso, e quindi di sovversione, di terrorismo. In alcuni spot elettorali del partito i curdi non scom­paiono mentre si ripropone una contrapposizione netta, anch’essa già vista, tra curdi buoni e cattivi, dove i primi decidono di omolo­garsi al progetto nazionale dell’AKP e tutti gli altri sono terroristi. È evidente la direzione completamente opposta alla proposta politica della parte progressista della società.</p> <p>Infine, alla guida di questo nuovo paese, la Nuova Turchia, non ci può che essere un solo uomo, come ribadisce uno degli slogan per il referendum costituzionale. L’ideologia del <i>Tek Adam</i>, l’uomo unico al comando, appellativo con cui è stato definito Mustafa Kemal, che ha dominato tutta la prima era repubblicana, almeno fino alla fine del regime del partito unico con le elezioni del 1950, non è più sol­tanto un ricordo.</p> <p>E il centenario della Repubblica, il 2023, in realtà è alle porte. L’anno in cui, con le celebrazioni, si potrà, secondo i programmi dell’AKP, consacrare l’inizio della Nuova Turchia è vicino. Così vicino da poter essere celebrato da Recep Tayyip Erdogan sempre nelle vesti di presi­dente della Repubblica in caso di una vittoria del sì.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/eVdP1HwU3lE" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 11:09:30 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3837-le-tappe-della-costruzione-di-un-nuovo-autoritarismo-nazionalista.html Kemalismo e islamizzazione: linguaggi di legittimazione e di esclusione nella Turchia repubblicana http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/KA02MjbD9M4/3836-kemalismo-e-islamizzazione-linguaggi-di-legittimazione-e-di-esclusione-nella-turchia-repubblicana.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3836-kemalismo-e-islamizzazione-linguaggi-di-legittimazione-e-di-esclusione-nella-turchia-repubblicana.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/021b3b3a5beb310d3b0206779a143ee3_S.jpg" alt="Kemalismo e islamizzazione: linguaggi di legittimazione e di esclusione nella Turchia repubblicana" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Nonostante il kemalismo venga spesso presentato come una dottrina politica coesa e compatta, a una più attenta analisi i suoi elementi essenziali sembrano piuttosto raccomandazioni di carattere generale da declinare nel contesto contingente interno e internazionale. Questo utilizzo strumentale alle esigenze del momento è stato applicato in più occasioni anche ad alcuni capisaldi della dottrina kemalista, quali il concetto di identità nazionale, l’idea di laicità e il concetto di neo-ottomanesimo. Alla luce di ciò non solo appare semplicistico ridurre la complessa situazione turca all’antitesi tra una Turchia univocamente kemalista prima dell’avvento di Erdogan e una Turchia islamizzata dopo l’ascesa al potere dell’AKP, ma risulta riduttivo liquidare con le categorie dell’antimoderno e del ritorno alla tradizione lo sviluppo e il successo dell’Islam politico in Turchia.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/KA02MjbD9M4" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 11:09:25 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3836-kemalismo-e-islamizzazione-linguaggi-di-legittimazione-e-di-esclusione-nella-turchia-repubblicana.html Fra Ankara e Damasco, i fronti aperti dell’erdoganismo http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/6-AtUFGaJu0/3835-fra-ankara-e-damasco-i-fronti-aperti-dell%E2%80%99erdoganismo.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3835-fra-ankara-e-damasco-i-fronti-aperti-dell’erdoganismo.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/3ea2730a45b35096a85ff9c85714e595_S.jpg" alt="Fra Ankara e Damasco, i fronti aperti dell’erdoganismo" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Il fallito colpo di Stato dello scorso luglio rappresenta il momento a partire dal quale, grazie soprattutto alle epurazioni di massa nei ranghi delle forze armate che lo hanno seguito, sono mutate non solo le dinamiche della politica interna turca, ma anche le principali direttrici di politica estera. Disallineatasi rispetto agli Stati Uniti, contrari a un intervento di Ankara nello scenario siriano, la Turchia del post golpe ha anteposto il proprio interesse nazionale a ogni altra considerazione, e approfittando della fase conclusiva della presidenza Obama ha scelto di inseguire proprio sulla partita siriana una complessa, disinvolta e disagevole convergenza con la Russia di Vladimir Putin.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/6-AtUFGaJu0" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 11:09:20 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3835-fra-ankara-e-damasco-i-fronti-aperti-dell’erdoganismo.html Il partenariato tra Turchia e Russia al banco di prova dello scenario mediorientale http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/5gCYJlol8zg/3834-il-partenariato-tra-turchia-e-russia-al-banco-di-prova-dello-scenario-mediorientale.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3834-il-partenariato-tra-turchia-e-russia-al-banco-di-prova-dello-scenario-mediorientale.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/6de82430b38b891b92065ef336656616_S.jpg" alt="Il partenariato tra Turchia e Russia al banco di prova dello scenario mediorientale" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Le relazioni tra Ankara e Mosca, superando una diffidenza reciproca che affonda le proprie radici nel passato recente e più remoto, sperimentano oggi una fase di pragmatico riavvicinamento fondato sulla convergenza di interessi tattici. Esse hanno beneficiato, a partire dall’inizio del secolo, della capacità delle rispettive leadership di sostituire le ragioni della competizione e del conflitto con quelle del dialogo e della cooperazione. In particolare, questa dinamica è emersa con chiarezza nella individuazione di margini di intesa nei diversi contesti regionali verso i quali Turchia e Russia, per ragioni geografiche, storiche e culturali, naturalmente indirizzano la propria politica estera. Tra questi lo scacchiere mediorientale – e, nello specifico, lo scenario siriano – ha progressivamente guadagnato un’inedita centralità, minando dapprima le fondamenta del partenariato e assurgendo successivamente a banco di prova per il suo rilancio.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p>La progressiva saldatura di un asse di cooperazione bilaterale tra Tur­chia e Russia ha rappresentato una delle dinamiche più significative della lunga, e per molti versi ancora incompiuta, transizione post bipolare nello scenario eurasiatico. Testimonianza della maggior fluidità degli allineamenti nel sistema internazionale contemporaneo, il partenariato turco-russo ha beneficiato, a partire dall’inizio del secolo, della capacità delle rispettive leadership di sostituire le ragioni della competizione e del conflitto con quelle del dialogo e della cooperazione, di superare una diffidenza reciproca dalle profonde radici storiche nella prospettiva di un pragmatico riavvicinamento fondato sulla convergenza di interessi tattici. In nessun ambito tale dinamica è emersa con maggior chiarezza quan­to nella pragmatica individuazione di margini di intesa nei diversi con­testi regionali verso i quali Turchia e Russia, per ragioni geografiche, storiche e culturali, naturalmente indirizzano la propria politica este­ra. Per questa via, quella stessa proiezione multiregionale che aveva tradizionalmente fondato la competizione – se non il conflitto – tra i due attori è progressivamente assurta a terreno privilegiato per l’al­lineamento bilaterale, lungo un ampio arco di collaborazione che va dai Balcani al Mediterraneo orientale, dall’area caucasica sino all’Asia centrale.</p> <p>Pragmaticamente relegato ai margini dell’intesa turco-russa, lo scac­chiere mediorientale – e, nello specifico, lo scenario siriano – ha pro­gressivamente guadagnato un’inedita centralità, minando dapprima le fondamenta del partenariato e assurgendo successivamente a ban­co di prova per il suo rilancio. Se, cioè, la crisi bilaterale determinata dall’abbattimento del caccia russo a opera dell’aviazione turca nel novembre 2015 ha messo in luce i limiti strutturali del partenariato, il processo di normalizzazione avviato nel giugno 2016 con la lettera di scuse indirizzata al presidente russo Vladimir Putin dall’omolo­go turco Recep Tayyip Erdogan dischiude oggi interessanti scenari, tanto per la relazione bilaterale quanto per la più ampia sistematiz­zazione regionale.</p> <p><b>IL FONDAMENTO DEL PARTENARIATO: LA LOGICA DELLA “DOPPIA COMPARTIMENTAZIONE” </b></p> <p>Il perno attorno al quale è andata ruotando la saldatura dell’asse tra Ankara e Mosca è stata l’affermazione di una logica di “doppia com­partimentazione” delle relazioni bilaterali. Una logica fondata, da un lato, sulla tendenza a scindere le relazioni economico-commerciali da quelle politico-diplomatiche e, dall’altro, sulla propensione a margi­nalizzare i dossier diplomatici passibili di determinare una spirale di contrapposizione e a incentrare la cooperazione in quegli scacchieri regionali dove si registrava invece convergenza d’interessi, se non già unitarietà d’intenti. Sino all’erompere delle primavere arabe e del­la crisi siriana, ciò ha permesso ad Ankara e Mosca di scindere le convergenze tattiche dalle persistenti divergenze strategiche, capita­ lizzando efficacemente sulle prime senza subire i contraccolpi delle seconde.</p> <p>In questa prospettiva, l’approfondimento delle relazioni bilatera­li turco-russe è stato perseguito coerentemente con le linee guida che hanno presieduto al rilancio delle rispettive politiche estere, così come sono andate evolvendosi sotto la leadership putiniana in Russia e del Partito per la giustizia e lo sviluppo in Turchia. Da una parte, entram­bi gli attori hanno infatti manifestato una chia­ra tendenza alla economizzazione della politica estera, una priorizzazione dell’incremento degli scambi internazionali come strumento utile a so­stenere la crescita economica – e il consenso – sul piano interno e a valorizzare l’interdipendenza funzionale con gli interlocutori esterni. D’altra parte, tanto per la Turchia quanto per la Rus­sia, la dimensione regionale è andata assumendo una rinnovata centralità per il ripensamento dei rispettivi ruoli e della collocazione nello scenario internazionale con­temporaneo, all’intersezione tra i dettami della politica di potenza e quelli, più sfumati, di un incompiuto processo di transizione iden­titaria.</p> <p>La separazione tra il vettore economico-commerciale e quello poli­tico-diplomatico della relazione bilaterale ha consentito ad Ankara e Mosca di conseguire una serie di significativi risultati, che contri­buiscono a meglio delineare lo stato e le prospettive della relazio­ne stessa. Anzitutto, essa ha permesso al partenariato di allargarsi a comparti tradizionalmente politicizzati, nei quali la cooperazione era stata in precedenza ostacolata da più ampie considerazioni strategi­che e dalle limitazioni imposte dagli allineamenti internazionali. Il riferimento va anzitutto al comparto energetico – e, nello specifico, al più politicizzato settore del gas naturale – che assorbe la principale quota del commercio annuo e che più di ogni altro incarna l’essenza della interdipendenza funzionale tra i due attori. Se, infatti, la Russia rappresenta per Ankara il più rilevante fornitore di idrocarburi e un partner imprescindibile per il tentativo di assurgere a <i>hub </i>di distribu­zione energetica alle porte dei mercati europei, di converso la Turchia rappresenta il secondo mercato di commercializzazione del gas russo e una potenziale testa di ponte per raggiungere i consumatori di gas in Europa aggirando al contempo sia il territorio ucraino che la strin­gente normativa comunitaria in materia energetica.</p> <p>In secondo luogo, e non meno significativamente, la valorizzazione dell’interdipendenza economica – testimoniata da una crescita del li­vello d’interscambio dai 2,9 miliardi di dollari del 1999 sino al picco di 31,2 miliardi del 2014 – ha consentito ai due paesi di ampliare e compattare la base delle relazioni bilaterali. Essa ha cioè consentito di estendere la rete dei legami economici oltre le grandi imprese sta­tali – prime tra tutte quelle attive nel comparto energetico – molti­plicando e approfondendo i rapporti tra i più ampi tessuti produttivi e imprenditoriali dei due paesi. Ciò ha presieduto a un allargamento della base degli <i>stakeholders </i>nazionali interessati al mantenimento di buone relazioni bilaterali, conferendo di conseguenza al partenariato maggior solidità e un più elevato grado di sostenibilità nel tempo.</p> <p>Nella sua dimensione politico-diplomatica, la logica della compar­timentazione ha invece consentito a Turchia e Russia di approfon­dire la misura della cooperazione diplomatica e di sicurezza in sce­nari regionali di primaria rilevanza – che vanno dall’area del Mar Nero allargata a quella del Caspio – propugnando congiuntamente un principio di <i>regional ownership</i>. Un principio che postula, cioè, l’attribuzione agli attori locali della responsabilità <i>prioritaria </i>di ga­rantire e promuovere la sicurezza e la stabilità regionali. Un <i>droit de regard </i>che – nelle parole dell’allora ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu – «would help countries to find regional solutions to their regional problems, rather than waiting for other actors from outside the region to impose their own solutions».<a href="http://www.italianieuropei.it/#note1"><sup><b>1</b></sup></a></p> <p>Coerentemente con la percezione di passaggio della Turchia da na­zione “periferica” (<i>kanat ülke</i>) a “centrale” (<i>merkez ülke</i>) del sistema internazionale post bipolare, l’affermazione del principio di <i>regional ownership </i>è transitata attraverso una presa di distanza da una politica regionale euro-atlantica percepita come revisionista e, dunque, in con­trasto con il tradizionale interesse turco al mantenimento dello <i>status quo </i>regionale. Lungi dal tramutarsi necessariamente in contrasto alle politiche euro-atlantiche, il nuovo corso di politica estera turca ha pro­dotto, piuttosto, un’inedita autonomizzazione rispetto a esse che ha rappresentato, a sua volta, il logico presupposto e il principale pilastro dell’approfondimento della cooperazione con la Federazione russa.<b> </b></p> <p><b>LE RADICI DELLA CRISI, LA LOGICA E I LIMITI DEL RILANCIO DEL PARTENARIATO </b></p> <p>Chiave di volta del partenariato turco-russo, la logica della doppia compartimentazione assomma in sé tanto la forza contingente della relazione bilaterale quanto le ragioni più profonde della sua debolez­za strutturale. Se, da una parte, essa ha infatti consentito un percorso di cooperazione altrimenti difficilmente percorribile, propugnando, al contempo, intese tattiche in assenza di una più ampia e condivisa visione strategica, ha mantenuto viva la possibilità di crisi, anche in scenari regionali in cui si registrano congiunturali convergenze d’interessi. Permane, inoltre, il rischio che dossier regionali in pre­cedenza marginalizzati possano, per ragioni più o meno dipendenti dalla volontà dei due interlocutori, rompere gli argini della com­partimentazione e scuotere dalle fondamenta l’intesa tra Ankara e Mosca. È propriamente quest’ultima la dinamica messa in moto dal conflitto siriano, che ha attirato e imbrigliato Turchia e Russia su opposti versanti dell’accesa competizione di influenza e settaria in corso in Medio Oriente, generando il contesto nel quale si sono prodotti l’incidente del novembre 2015 e la successiva crisi nelle relazioni bilaterali.</p> <p>Responsabile del più profondo momento di ten­sione vissuto tra Turchia e Russia in epoca post bipolare, la crisi siriana rappresenta oggi, all’in­domani del suo superamento, un rilevante ban­co di prova tanto per il prosieguo del processo di normalizzazione diplomatica tra le parti quanto, e in senso più ampio, per il rilancio della relazione stessa. La ricerca di un’intesa per la stabilizzazione e la sistematizzazione dello scacchiere siriano si è infatti affiancata ai più tradizionali ambiti di cooperazione bilaterale – da quello energetico e degli armamenti sino all’intesa sul Mar Nero e il Caucaso meridio­nale – manifestando due rilevanti tendenze, per il partenariato in sé così come per la politica estera turca.</p> <p>Dalla prima angolazione, il dialogo sulla Siria – avviato tanto in for­ma bilaterale che trilaterale, con il coinvolgimento dell’Iran – segnala il tentativo di estensione all’area mediorientale del principio di <i>regional ownership </i>rispetto alla gestione dei nodi della sicurezza che, come detto, ha rappresentato uno dei pilastri sui quali è andato fondandosi l’asse turco-russo. In secondo luogo, la partita diplomatica aperta con l’accordo per il cessate il fuoco su Aleppo e culminata con il lan­cio del cosiddetto “processo di Astana” manifesta il tentativo di coin­volgimento nella politica mediorientale turca dell’Iran, interlocutore essenziale per la formulazione di una coerente politica estera lungo tutto l’arco di crisi che dall’Iraq raggiunge il Mediterraneo orientale e con il quale gli elementi di competizione regionale restano tutt’altro che secondari – specie in relazione alla contrapposizione settaria che si staglia sullo sfondo degli attuali conflitti regionali.</p> <p>Per quanto il rilancio dell’intesa bilaterale e regionale abbia fatto segnare la decisa ripresa dei più rilevanti vettori di cooperazione turco-russi, sarebbe tuttavia errato ritenere che esso sia necessaria­mente sintomatico di un rafforzamento del partenariato tra Ankara e Mosca. La relazione bilaterale che emerge dalla crisi del 2015-16 appare infatti significativamen­te differente – e per molti versi più debole – da quella che l’aveva preceduta.</p> <p>Anzitutto, al processo di <i>normalizzazione </i>delle relazioni diplomatiche non sembra far da con­traltare una piena <i>riconciliazione </i>tra i due in­terlocutori. Per quanto significativa, la ripresa della cooperazione settoriale non sembra cioè sufficiente a ripristinare il livello di fiducia re­ciproca instaurato tra le parti nel primo quin­dicennio del secolo. Al contrario, a un clima di latente diffidenza tra le leadership dei due paesi – testimoniato, ad esempio, dalla decisione rus­sa di non revocare <i>in toto </i>le sanzioni economi­che adottate verso la Turchia dopo il novembre 2015 – si somma lo scarso sostegno al riavvicinamento diplomatico proveniente da un’ampia fetta dello spettro politico-sociale dei due paesi, nutritosi nel corso della crisi della belligerante retorica delle rispettive istituzioni nel più ampio contesto del crescente sentimento nazionalistico che attraversa le società civili turca e russa, seppur in modalità e con esiti differenti.</p> <p>D’altra parte, la crisi conclusasi in giugno ha restituito in maniera più chiara che in passato l’immagine di una relazione bilaterale spic­catamente asimmetrica, all’interno della quale le risorse di potere e le ragioni di scambio della Federazione russa risultano manifestamente più solide e profonde di quelle a disposizione della controparte turca. Riscontrabile in maniera più o meno manifesta nei principali vettori di cooperazione bilaterale, tale asimmetria risulta oggi con evidenza anche nello stesso scenario siriano, dove Mosca sembra beneficiare di una più elevata capacità militare e, soprattutto, di un più profondo potere negoziale in senso strettamente politico-diplomatico – grazie al ruolo di mediazione di cui di fatto gode tanto nei rapporti tra Turchia e Iran quanto nella difficile competizione turco-curda nel nord del paese.</p> <p>La cooperazione tra Turchia e Russia nello scenario siriano sembra in conclusione replicare i pregi e i difetti propri del partenariato, così come era andato configurandosi attorno alla logica della doppia compartimentazione. Mentre, da un lato, il tentativo di ampliamen­to della portata del principio di <i>regional ownership </i>appare tanto più rilevante nella misura in cui è attuato oggi in uno scenario in cui per­mane un grado significativo di competizione tra le parti – sul futuro assetto istituzionale del paese, così come sul grado di inclusività delle sue future istituzioni – in Siria viene replicata, d’altra parte, quella ricerca di margini di intesa tattici nel quadro di più ampie divergenze strategiche che mantiene vivi latenti focolai di conflitto, specialmen­te in ragione dell’accresciuta asimmetricità della relazione.</p> <p> <hr /> [<a name="note1"></a>1] Per il testo completo dell’intervista si veda “AUC Cairo Review”, 12 marzo 2012, disponibile su www.mfa.gov.tr/interview-by-mr_-ahmet-davuto%C4%9Flu-published-in-auc-cairo-review-_egypt_-on-12-march-2012.en.mfa</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/5gCYJlol8zg" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 11:09:15 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3834-il-partenariato-tra-turchia-e-russia-al-banco-di-prova-dello-scenario-mediorientale.html L’altalenante partnership tra Turchia e Unione Europea http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/LP-HjDTyH7I/3833-l%E2%80%99altalenante-partnership-tra-turchia-e-unione-europea.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3833-l’altalenante-partnership-tra-turchia-e-unione-europea.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/9ab257875e071eb99bbac5fecacacf3b_S.jpg" alt="L’altalenante partnership tra Turchia e Unione Europea" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Il fallito colpo di Stato del luglio 2016 ha segnato un nuovo, l’ennesimo, punto di svolta nelle relazioni tra Turchia e Unione europea. Dal 1963, anno della firma dell’Accordo di associazione con l’allora Comunità europea, il processo di avvicinamento di Ankara al club europeo ha attraversato fasi alterne tra battute d’arresto e slanci in avanti, l’ultimo dei quali risalente ad appena un anno fa, quando Bruxelles aveva guardato con rinnovato interesse alla Turchia come partner importante nella gestione della crisi migratoria. La restrizione dei diritti e delle libertà individuali seguita al fallito putsch ha ora portato a una nuova sospensione dei negoziati di adesione e a un ulteriore allontanamento che, con conseguenze di lungo periodo difficili da prefigurare ma potenzialmente nefaste, sta spingendo Ankara verso una nuova intesa con Mosca.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p>Solo un anno fa, sulla scia della crisi migratoria che ha messo a dura prova la coesione interna della costruzione europea, sembrava che il processo di adesione della Turchia all’Unione europea stesse pren­dendo nuovo slancio. Dopo anni di stallo, infatti, Bruxelles aveva guardato con rinnovato interesse ad Ankara promettendo l’apertura di ulteriori capitoli negoziali in cambio del sostegno turco nella ge­stione dei flussi di rifugiati (soprattutto siriani) verso l’Europa. Per assicurarsi la collaborazione del governo turco nel regolamentare, o meglio nel bloccare, il fenomeno migratorio, l’UE, con l’accordo di marzo 2016, si era impegnata a concedere anche un pacchetto di aiuti pari a 3 miliardi di euro e ad avviare la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’area Schengen. Segnale di questo rinnovato spirito di collaborazione era stata l’apertura del capitolo su politica economica e monetaria a dicembre 2015, unito a un diverso atteggia­ mento dei governi europei nei confronti del candidato turco. Questa inversione di tendenza era evidente, almeno nella retorica ufficiale, soprattutto nella Germania della Cancelliera Angela Merkel, fino a quel momento poco incline ad andare al di là di una partnership strategica con Ankara.</p> <p>Tuttavia, le dinamiche messe in moto dal fallito colpo di Stato di luglio 2016 in Turchia hanno avuto pesanti ripercussioni nel rap­porto con l’UE, mettendo in evidenza la fragilità dei binari su cui il processo di rilancio era stato posto e facendo riemergere tensioni e diffidenze reciproche. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha lamentato la mancanza di un forte sostegno da parte europea al governo democraticamente eletto, mentre a Bruxelles e negli Stati membri si è diffusa una profonda preoccupazione per le misure re­pressive prese dopo il 15 luglio e nei mesi successivi, sulla base dello stato di emergenza adottato all’indomani del tentato putsch e tuttora in vigore, accompagnato dalla sospensione della Convenzione euro­pea per i diritti dell’uomo. Oltre alle decine di migliaia di epurazioni negli apparati dello Stato volte a eliminare la presenza di quello che lo stesso Erdogan ha definito lo “Stato profondo”, l’arresto di nume­rosi giornalisti, accademici, intellettuali ma anche di esponenti del partito curdo HDP – tra cui il leader Selahattin Demirtas – ha susci­tato innumerevoli interrogativi in merito alla reazione dell’esecutivo turco, che è sembrata andare ben al di là dell’obiettivo di punire i golpisti. In diversi casi, infatti, epurazioni e arresti hanno mirato a colpire il dissenso e le voci critiche della linea di governo all’interno del paese senza che ci fossero comprovate evidenze di affiliazioni al movimento di Fethullah Gulen, il predicatore in esilio negli Stati Uniti dal 1999 considerato il <i>deus ex machina </i>del fallito colpo di Sta­to, o a gruppi terroristici come il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), con cui è in atto un violento scontro.</p> <p>Nel suo Rapporto annuale,<a href="http://www.italianieuropei.it/#note1"><sup><b>1</b></sup></a> la Commissione europea non ha man­cato di esprimere critiche e timori per il deterioramento dello Stato di diritto, la restrizione dei diritti e delle libertà individuali, in parti­colare della libertà di espressione, e non da ultimo per la possibilità, prospettata anche dal presidente Erdogan, di reintrodurre la pena di morte che proprio il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP, se­condo l’acronimo turco) aveva abolito nel 2004 durante il suo primo mandato di governo. Va da sé che la reintroduzione della pena capi­tale porterebbe in automatico all’interruzione del processo negoziale. Alla luce della reiterata repressione interna in Turchia, il Parlamento europeo ha approvato alla fine di novembre una risoluzione per la sospensione temporanea dei negoziati di adesione. Sebbene non sia vincolante, la votazione dà un chiaro orienta­mento su quali siano oggi le posizioni in Europa riguardo al candidato turco.</p> <p>In realtà, già dalla metà del 2013, cioè dalle pro­teste di Gezi Park, l’UE ha guardato con grande attenzione alle trasformazioni del contesto po­litico turco, allo scivolamento sul terreno delle conquiste democratiche e alla progressiva virata autoritaria accompagnata da restrizioni della li­bertà di espressione, forte repressione del dissen­so, scricchiolamento dello Stato di diritto e del sistema di <i>checks and balances</i>. A tutto ciò si è aggiunto anche un pro­gressivo deterioramento del quadro di sicurezza interno come con­seguenza del caos regionale e del coinvolgimento turco nel conflitto siriano, che ha trasformato il paese in teatro di sanguinosi attentati terroristici di matrice sia islamista sia curda.</p> <p>Guardando in retrospettiva, la relazione tra Turchia e Unione europea non è mai stata semplice e non sono mancate in passato forti prese di posizione da entrambe le parti. Dalla firma nel 1963 dell’Accordo di associazione con l’allora Comunità europea, il processo di avvici­namento di Ankara al club europeo ha infatti attraversato fasi alterne tra battute d’arresto e passi in avanti. Dopo l’entrata in vigore dell’U­nione doganale nel 1995 e soprattutto dopo l’ottenimento, nel 1999, dello status di candidato all’Unione europea, si era verificata una for­te accelerata nel processo di riforme interne in Turchia proprio nella prospettiva di avviare i negoziati di adesione, di fatto iniziati nell’ot­tobre del 2005. In quella fase, l’interesse in Turchia per il progetto eu­ropeo era molto alto anche a livello di opinione pubblica, tanto che il 74% dei cittadini turchi si dichiarava favorevole all’ingresso nell’UE. Sul versante europeo, invece, il dibattito sull’adesione turca era molto acceso e diviso tra un fronte a favore, che comprendeva soprattutto Gran Bretagna, Italia, Spagna e Svezia, e un fronte contrario guidato dal duo franco-tedesco, mentre a livello di opinione pubblica prevale­va in Europa una generale diffidenza, non da ultimo per il timore di una ondata migratoria dalla penisola anatolica. Al di là degli argomenti pro e contro l’adesione turca che negli anni hanno animato il dibattito a Bruxelles e nelle capitali europee, il processo negoziale fin dall’inizio è stato definito “aperto”, a indica­re il fatto che il risultato finale non necessariamente sarebbe stato l’ingresso nell’UE. Inoltre, gli innumerevoli paletti posti da Bruxel­les e l’aperta ostilità di Francia e Germania, insieme ad altri Stati membri, non hanno giovato ai negoziati, suscitando nelle autorità turche e nella stessa opinione pubblica una profonda disaffezione nei confronti dell’UE, accusata di seguire una politica del “doppio binario” nei confronti di Ankara. Ma neanche la Turchia è esente da responsabilità. Se la prospet­tiva dei negoziati di adesione nel 2005 e l’anco­raggio europeo erano stati il traino per le riforme politiche ed economiche e per fare avanzare il processo democratico interno, negli anni suc­cessivi il governo dell’AKP, guidato da Erdogan, ha concentrato altrove i propri sforzi – sia per marginalizzare le opposizioni, sia per rafforzarsi sul piano interno – facendo così venire meno la spinta riformatrice del primo periodo.</p> <p>Non da ultimo, sull’intero processo negoziale ha pesato l’irrisolta questione cipriota. Il fallimento del Piano Annan per la riunificazione dell’iso­la non aveva impedito alla Repubblica di Cipro (la parte greco-cipriota dell’isola, internazionalmente riconosciuta) di entrare nell’UE con il grande allargamento del 2004. Ciò non solo aveva portato all’interno dell’Unione un conflitto insoluto, ma aveva anche posto un ulteriore ostacolo ai negoziati di adesione del­la Turchia, garante dell’autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord (riconosciuta solo da Ankara). Infatti, il rifiuto turco di appli­care il protocollo addizionale all’Accordo di Ankara per l’estensione dell’Unione doganale con l’UE alla Repubblica di Cipro nonché di aprire i propri porti e aeroporti a navi e velivoli battenti bandiera greco-cipriota aveva portato al blocco di 8 capitoli negoziali da parte del Consiglio europeo alla fine del 2006. In seguito, nel 2007 e nel 2009, la Francia e la stessa Cipro avevano bloccato unilateralmente l’apertura di altri 11 capitoli negoziali. Se negli anni successivi il veto francese su alcuni ambiti è stato tolto, rimane ancora quello cipriota su capitoli importanti quali: libera circolazione dei lavoratori; ener­gia; sistema giudiziario e diritti fondamentali; giustizia, libertà; istru­zione e cultura; politica estera, di sicurezza e difesa. A oggi, solo 16 dei 35 capitoli negoziali sono stati aperti e solo uno, quello relativo a ricerca e sviluppo, è stato provvisoriamente chiuso.</p> <p>Anche in ragione di tali difficoltà, in politica estera la Turchia non ha guardato esclusivamente all’Europa, ma ha puntato molto sulla diversificazione delle relazioni internazionali e sulla penetrazione di nuovi mercati dal Medio Oriente all’Africa e all’Eurasia. Parallela­mente, le ambizioni di leadership regionale hanno rafforzato la con­vinzione che Ankara, grazie anche a un decennio di straordinaria cre­scita economica, potesse giocare su più tavoli contemporaneamente, guardando all’Unione europea come a una delle possibilità, e non certamente l’unica. Lo stesso Erdogan ha, a più riprese, manifestato al presidente russo Vladimir Putin l’interesse a entrare nella Shanghai Cooperation Organization (SCO).<a href="http://www.italianieuropei.it/#note2"><sup><b>2</b></sup></a> Di recente, il discorso è tornato in auge in seguito ai crescenti dissapori con gli alleati occidentali, da un lato, e al riavvicinamento con Mosca, dall’altro, dopo una fase di forti tensioni a causa dell’abbattimento del jet russo da parte turca nel novembre del 2015. Tuttavia, al di là della prospettiva europea oggi alquanto remota, l’ostacolo qui sembrereb­be un altro. Una eventuale membership della SCO, infatti, difficilmente si concilierebbe con l’appartenenza della Turchia alla NATO.</p> <p>Nell’attuale congiuntura interna e internaziona­le, la Turchia sembra dunque guardare con mag­giore attenzione al rafforzamento delle relazioni con i paesi euroasiatici, a partire dalla Russia. Oltre a essere legate da forti interessi energetici ed economici, negli ultimi mesi Ankara e Mosca si sono trovate sempre più a convergere per la soluzione della crisi siriana. Lo scivolamento verso le posizioni russe ha sollevato diversi interrogativi sull’evoluzione futura di questa co­operazione e sulle sue ricadute sui rapporti con l’UE. Se l’adesione non sembra oggi un obiettivo perseguibile, alla luce della situazione interna della Turchia e della montante retorica antioccidentale nel paese, ma anche delle profonde difficoltà che lo stesso processo di integrazione europea sta attraversando, non è nell’interesse dell’Eu­ropa che Ankara rivolga il suo sguardo altrove. La Turchia non solo rappresenta un partner chiave nella lotta al terrorismo e nella gestio­ne dei flussi migratori, ma è strettamente legata all’Europa anche da un punto di vista economico. L’Unione europea continua a essere il principale partner commerciale della Turchia e primo destinatario delle esportazioni turche, assorbendo il 48% del totale dell’export turco,<b><a href="http://www.italianieuropei.it/#note3"><sup>3</sup></a> </b>nonostante il calo nell’interscambio commerciale negli ultimi dieci anni proprio in virtù della diversificazione dei mercati di sboc­co delle merci turche. I paesi europei, inoltre, sono di gran lunga i primi investitori nella penisola anatolica, coprendo nel 2016 il 68% degli investimenti diretti esteri per un ammontare di 21 miliardi di dollari.<a href="http://www.italianieuropei.it/note4"><sup><b>4</b></sup></a></p> <p>Fermo restando che è oggi irrealistico parlare di adesione, emerge tuttavia la necessità di ridefinire sulla base degli interessi reciproci le relazioni tra Turchia e Unione europea che si trovano ora a un cruciale punto di svolta. In generale, ciò che manca nel dibattito sull’adesione di Ankara all’UE, tanto in Turchia quanto in Europa, è una visione strategica di lungo termine, che vada oltre la difficile contingenza e i discorsi populistici e nazionalisti accompagnati da una sempre più marcata tendenza a un ripiegamento verso l’inter­no. In un’ottica di lungo periodo, una politica della porta aperta da parte dell’Europa sarebbe preferibile, in attesa che l’evoluzione della situazione interna in Turchia e i possibili cambiamenti nel processo di integrazione europeo possano portare a nuove future convergenze.</p> <p> <hr /> </p> <p>[<a name="note1"></a>1] European Commission, <i>Turkey 2016 Report</i>, Bruxelles, 9.11.2016 SWD(2016) 366 final.</p> <p>[<a name="note2"></a>2] La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è un’organizzazione intergovernativa politica e di sicurezza, cui si è aggiunta una dimensione economica, creata nel 2001 tra Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2013 la Tur­chia è diventata “partner di dialogo” della SCO.</p> <p>[<a name="note3"></a>3] Dati relativi al 2016 diffusi dall’Istituto di statistica turco, disponibili su <a href="http://www.turk%1fstat.gov.tr">www.turk­stat.gov.tr</a></p> <p>[<a name="note4"></a>4] Dati diffusi dalla Banca centrale turca, disponibili su www.tcmb.gov.tr/wps/wcm/ connect/tcmb+en/tcmb+en</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/LP-HjDTyH7I" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 11:09:08 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3833-l’altalenante-partnership-tra-turchia-e-unione-europea.html La collocazione internazionale e nell’alleanza atlantica della Turchia http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/H2a5UNznfjs/3832-la-collocazione-internazionale-e-nell%E2%80%99alleanza-atlantica-della-turchia.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3832-la-collocazione-internazionale-e-nell’alleanza-atlantica-della-turchia.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/951993fceae16d60cd2e2afeed32f0da_S.jpg" alt="La collocazione internazionale e nell’alleanza atlantica della Turchia" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Fino a pochi anni fa era possibile delineare un quadro chiaro della collocazione internazionale, delle ambizioni e degli indirizzi della politica estera della Turchia, un paese solidamente ancorato all’Occidente e membro fedele dell’Alleanza atlantica. Con l’avvento al potere dell’AKP di Erdogan e con il verificarsi di un sostanziale cambiamento del quadro geopolitico nelle aree di rilevanza primaria di Ankara, gli interessi nazionali turchi e la loro percezione hanno cominciato a divergere in modo crescente da quelli degli alleati della NATO. Quali conseguenze avrà tutto questo sulle relazioni internazionali della Turchia e nei futuri rapporti con l’Alleanza atlantica?</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/H2a5UNznfjs" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 11:09:02 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3832-la-collocazione-internazionale-e-nell’alleanza-atlantica-della-turchia.html Una generazione di outsider http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/rNdNNXsFQCc/3831-una-generazione-di-outsider.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3831-una-generazione-di-outsider.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/49dc99896729a7ce59856529bd07abee_S.jpg" alt="Una generazione di outsider" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Rispetto alla situazione di disagio che vivono in Italia le nuove generazioni, siano essi lavoratori, disoccupati o NEET, genitori, donne, stranieri, giovani provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati, le politiche intraprese continuano a mostrarsi poco lungimiranti, forse perché non adeguatamente supportate da un’analisi approfondita dei fenomeni su cui si intende intervenire. Indagare le ragioni che portano i giovani a diventare degli outsider rispetto alla stabilità economica, alla stabilità del lavoro, alla possibilità di compiere scelte di vita e alle tutele del welfare, diventa quindi presupposto essenziale per la definizione di misure di intervento che siano davvero efficaci.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p>Una lettura condivisa degli esiti del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 fra i vari istituti di ricerca è che abbia votato No una percentuale molto alta di giovani, compresa fra il 68 e l’80%. Secondo l’istituto Demos, il picco – 72% – si sarebbe avuto fra i cosiddetti giovani-adulti, la fascia di età compresa fra i 25 e i 34 anni.</p> <p>È opinione altrettanto condivisa che questo esito non dipenda solo dal quesito referendario, ma sia anche, e probabilmente prioritaria­mente, l’espressione di un disagio, di una protesta, che nasce dalla situazione specifica di difficoltà, in buona parte inascoltata, in cui si trovano le giovani generazioni. E che vede sempre più spesso come unica alternativa l’abbandono del paese: nel solo 2015 sono circa 40.000 i giovani fra i 18 e i 34 anni che sono emigrati.</p> <p>Questa situazione di disagio, che viene ampiamente documentata, nelle sue diverse dimensioni, in questo numero della rivista può esse­re sintetizzata con il termine outsider: chi sta fuori, chi è ai margini. E i giovani sono effettivamente outsider sotto tanti profili: fuori dal­la stabilità economica, dalla stabilità del lavoro, dalle possibilità di compiere scelte di vita e dalle tutele del welfare.<b> </b></p> <p><b>FUORI DALLA STABILITÀ ECONOMICA </b></p> <p>La lunga crisi economica che dal 2008 al 2013 ha colpito l’Italia ha avuto un impatto negativo sulla condizione economica delle famiglie italiane, per quanto riguarda sia i redditi che la ricchezza. L’aumento della povertà è stato particolarmente marcato nei “soliti” sottogruppi: le famiglie che vivono al Sud, quelle che vivono in af­fitto, i lavoratori manuali e atipici. Ma vi è una novità di grande rilievo: la recessione economica ha colpito le giovani generazioni molto più degli adulti e, soprattutto, degli anziani. Le statistiche dell’indagine della Banca d’Italia ci confermano che è significativamente aumentata la presenza di famiglie giovani (in cui il capofamiglia ha meno di 40 anni) nel quinto più povero della distribuzione del red­dito equivalente (che tiene conto cioè della diversa numerosità del nucleo familiare), a scapito della loro presenza nel quinto più ricco, e che un’analoga tendenza si osserva per la distribuzione della ricchez­za equivalente. Gli ultimi dati sulla povertà assoluta dell’Istat, relativi al 2015, ci mostrano che 1.202.000 giovani tra i 18 e 34 anni – uno su dieci – vivono in povertà assoluta. Questa incidenza era appena del 3,9% nel 2005. I giovani in condizioni di povertà assoluta sono ormai il doppio degli anziani (over 65), che sono poco oltre 500.000, con una incidenza del 4,1%, sostanzialmente invariata nell’ultimo decennio (4,5% nel 2005).</p> <p><b>FUORI DALLA STABILITÀ DEL LAVORO </b></p> <p>Già prima della crisi economica le generazioni più giovani si erano trovate a fronteggiare un mercato del lavoro che offriva meno op­portunità, con retribuzioni più basse e forte incertezza nelle prospet­tive di carriera. L’inizio della crisi le ha colpite più duramente, sia determinando la cessazione dei contratti atipici e di quelli a tempo determinato, in cui erano maggiormente rappresentati, sia rendendo loro più difficile l’accesso all’occupazione. Fra il 2007 e il 2012 i giovani in cerca di prima occupazione sono aumentati dell’81%. E nonostante la lenta ripresa, iniziata dalla seconda metà del 2013, e gli incentivi concessi attraverso la decontribuzione, la situazione è migliorata molto lentamente: ancora nel gennaio 2017 il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 e i 24 anni si attesta in prossimità del 38%, confermando per l’Italia il penultimo posto, dopo la Spa­gna, in ambito UE.</p> <p>I giovani che entrano nel mercato del lavoro, poi, sono esposti a una vulnerabilità che ha più dimensioni: per la tipologia di contrat­ti con cui vengono assunti, per l’irregolarità della loro carriera, che vede ripetute interruzioni, ma anche uscite frequenti dai contratti più stabili verso quelli più precari, per il livello delle retribuzioni più contenuto rispetto a quello delle generazioni precedenti, per l’incer­tezza sulle pensioni future, in conseguenza dei periodi non coperti da contribuzione.</p> <p><b>FUORI DALLA POSSIBILITÀ DI COMPIERE SCELTE DI VITA </b></p> <p>Sono 7 milioni i giovani fra i 18 e i 34 anni che vivono con almeno un genitore. Il dato più impressionante è che di questi sono studenti solo il 35,5%. Circa un terzo (31,8%), pur essendo occupati, non conquistano una propria autonomia abitativa. Questo riflette, in lar­ga parte, i già ricordati problemi del mercato del lavoro giovanile, ma anche le difficoltà di accesso, per disponibilità e costi, ad abitazioni in affitto. Come conseguenza di questa situazione, il numero delle persone in sovraffollamento abitativo è aumentato, secondo l’Istat, dal 23,3% del 2009 al 27,8% del 2015. Viene inoltre posticipata la decisione di costruire una propria famiglia, e quella di fare figli, con conseguente crollo della natalità.</p> <p><b>FUORI DALLE TUTELE DEL WELFARE </b></p> <p>Tutti e tre i profili di insicurezza sopra ricordati sono amplificati dalle insufficienze del sistema di welfare nel comprendere e aiutare a tro­vare rimedio alle peculiarità del disagio giovanile. Il nostro paese è privo di un sistema di contrasto alla povertà di tipo universale, ed è in grado quindi di fornire una qualche tutela quasi esclusivamente alla popolazione più anziana, per la quale esistono strumenti assi­stenziali, quali l’assegno sociale. Solo negli ultimi anni si è comincia­to a costruire, progressivamente, un embrione di reddito minimo di inserimento che dia sostegno alle famiglie con minori.</p> <p>Le politiche attive del lavoro, con la parziale eccezione di Garanzia giovani, complice la mancanza di adeguati investimenti e un quadro istituzionale di competenze non ancora assestato, continuano a lati­ tare. Le politiche passive, pur essendosi arricchite di strumenti, come la dis-coll (e cioè l’indennità di disoccupazione riservata ai cosiddetti lavoratori parasubordinati) non ancora entrata a regime, faticano a dare protezione adeguata a fronte di carriere con troppe interruzioni.</p> <p>Le politiche a sostegno delle famiglie, che costituiscono il punto più debole del nostro sistema di welfare, si sono arricchite di alcune tipo­logie di bonus che, nella loro provvisorietà di mezzi e di disegno, non sono in grado di dare risposte strutturali. Mentre al possesso e all’acquisto della casa sono ricono­sciute esenzioni e altre agevolazioni fiscali, sia in conto reddito che in conto patrimonio, le de­trazioni fiscali a favore dell’affitto sono limitate e soggette a rigorose prove dei mezzi, rendendo difficile il raggiungimento dell’autonomia alle giovani generazioni e quella mobilità territoriale che potrebbe favorire miglioramenti nella pro­pria carriera lavorativa.</p> <p>Non sono mancate buone idee, non sempre però accompagnate da una adeguata progettazione e da adeguati stanziamenti, come è il caso, per ora, dell’alternanza scuola lavoro, che potrebbe invece favorire l’inseri­mento lavorativo dei giovani, e come potrebbe essere, in futuro, una buona proposta come quella di un sistema educativo integrato dalla nascita fino ai 6 anni.</p> <p>Il quadro del disagio si aggrava quando si guarda ad alcune specifiche categorie di giovani: le donne, gli stranieri, i giovani genitori, i giova­ni che non sono inseriti in un contesto socioeconomico favorevole.</p> <p>Per le <i>giovani donne </i>tutti gli indicatori del mercato del lavoro sono peggiori rispetto a quelli dei giovani maschi. Il loro benessere eco­nomico e sociale continua inoltre a essere condizionato in maniera eccessiva dalla maternità. Un esempio per tutti: dei giovani fra i 15 e i 29 anni che definiamo NEET, in quanto non impegnati in alcuna attività né di istruzione né di formazione né lavorativa, più di un quarto non sono neppure in cerca di lavoro. Più della metà di que­sti è rappresentata da madri con figli piccoli. Allo stesso modo, se concentriamo la nostra attenzione sui NEET che non vivono nella famiglia di origine, scopriamo che fra le donne il 64,4% sono madri con figli piccoli. I <i>giovani stranieri </i>non sono solo privati del diritto civile fondamen­tale della cittadinanza, ma hanno anche meno opportunità: per la condizione economica e abitativa da cui partono, per le difficoltà specifiche che incontrano nell’accesso al credito per finanziare le loro attività economiche, perché riescono meno facilmente a fare fruttare sul mercato del lavoro il loro titolo di studio. Se, parlando ancora di povertà, fra i giovani di età compresa fra i 15 e i 34 anni sono in povertà assoluta il 16,4% di quelli in cerca di occupazione e il 33,8% degli stranieri, fra quelli stranieri <i>e </i>in cerca di occupazione, la percentuale di quelli in povertà assoluta raggiunge il 47%: quasi uno su due.</p> <p>Le difficoltà dei giovani adulti si riflettono in una crescente vulne­rabilità dei loro figli minori (il 10,9% dei minori sono in Italia in povertà assoluta). Avere figli è una delle cause prime della povertà dei <i>giovani genitori</i>, e non deve trattarsi per forza di famiglie numerose: la povertà delle coppie con solo due figli, ad esempio, è aumentata dal 5,9% del 2014 all’8,6% del 2015.</p> <p>L’Italia continua a essere un paese caratterizzato da scarsa mobilità sociale. Il destino dei figli dipende sempre di più dalla condizione so­cioeconomica dei genitori. Un dato per tutti: solo il 9,5% dei NEET ha almeno un genitore laureato, mentre ben il 41,1% ha i genitori che posseggono al massimo la sola licenza ele­mentare. I <i>giovani che crescono in contesti socioe­conomici più disagiati </i>hanno meno opportunità di accesso all’istruzione e a una occupazione di qualità. Di particolare interesse è il legame che esiste fra area di residenza e probabilità di acces­so a un posto di lavoro: a parità di qualificazione professionale, le offerte di maggiore qualità sono spesso concentrate in luoghi caratterizzati da alti costi dell’abitare e per raggiungere i quali occorre affrontare costi e tempi di trasporto troppo elevati per i giovani delle periferie.</p> <p>Rispetto a questa situazione di disagio, le politiche intraprese con­tinuano a mostrarsi poco lungimiranti, forse perché non adeguata­mente supportate da un’analisi approfondita dei fenomeni su cui si intende intervenire. Alcuni esempi, che vengono in parte ripresi dai contributi che seguono, in cui sono più compiutamente trattati, pos­sono essere i seguenti.</p> <p>Un problema cruciale da affrontare è quello di limitare la variabilità delle forme contrattuali per contenere le diseguaglianze e ridurre gli aspetti negativi della mobilità fra un lavoro e l’altro. Questa limi­tazione doveva avvenire più con il superamento delle forme meno tutelate che con la sostituzione progressiva del lavoro a tempo inde­terminato tradizionale con quello a costo di licenziamento crescente. Questo tipo di attenzione avrebbe impedito il boom dell’utilizzo del lavoro tramite voucher, fuori da ogni vicolo contrattuale, ben al di là del lavoro cosiddetto accessorio. E avrebbe dato più garanzie alle donne che intraprendono una attività lavorativa, ora più esposte al rischio di licenziamento se scelgono di avere un figlio all’inizio della carriera, perché è poco oneroso licenziarle. Gli incentivi contributivi all’assunzione potevano essere meglio indirizzati a favore della stabiliz­zazione, specialmente delle giovani generazioni, se fossero stati accompagnati da un qualche vin­colo al licenziamento, almeno per un periodo successivo al godimento dello sgravio.</p> <p>Bisogna inoltre, in prospettiva, adottare po­litiche che spingano le imprese a migliorare la qualità del lavoro, avvalendosi anche in modo adeguato della migliore preparazione delle giovani generazioni, piut­tosto che cercare di creare occupazione solo abbattendone i costi. Anche perché il <i>mismatching </i>fra livello di istruzione e impiego, nel nostro paese, è più un problema di domanda che di offerta sul mer­cato del lavoro.</p> <p>Bisogna guardare con occhi diversi al problema dei diritti acquisiti, quando questi si traducono nel mettere al sicuro una generazione, quella più anziana, dai rischi economici, lasciando invece che si sca­richino interamente su quella più giovane.</p> <p>Bisogna poi cominciare a parlare davvero di sviluppo economico, non appiattendosi su analisi approssimative che individuano falsi ne­mici dei giovani nell’allungamento della vita attiva o nel progresso tecnologico <i>tout court</i>, ma al contrario creare politiche di invecchia­mento attivo, che accompagnino gradualmente all’uscita dal lavoro le generazioni più anziane, garantendo la trasmissione di competenze ed esperienze a quelle più giovani, al tempo stesso puntando sull’in­novazione per creare opportunità per le nuove generazioni che siano coerenti con le conoscenze da esse acquisite. E nel fare questo occorre evitare che si creino rendite di posizione, occorre colpire la disegua­glianza laddove si genera invece di trovarsi poi costretti a cercare di porvi rimedio con misure di tipo assistenziale.</p> <p>Come si può vedere una riflessione piena di sfide e non certo facile, a cui questo numero della rivista si propone di dare un contributo.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/rNdNNXsFQCc" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 09:53:49 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3831-una-generazione-di-outsider.html Vite rimandate http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/ZwYxJNjk9Vc/3830-vite-rimandate.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3830-vite-rimandate.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/41f613839a34208738516970b956ff38_S.jpg" alt="Vite rimandate" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Negli anni della crisi, tra i giovani italiani è aumentata la percentuale di coloro che si sentono soggettivamente deprivati. Il dover contare sulla famiglia di origine per proteggersi dalla vulnerabilità nel mercato del lavoro, più che una strategia di investimento per migliorare le proprie chances, costituisce una pausa forzata, una sospensione alla messa a punto di strategie di vita personali autonome. Solo con l’accesso a una occupazione stabile che dia un reddito decente è possibile superare le difficoltà nella transizione allo status adulto e risolvere le criticità nei percorsi di vita, restituendo così nuovi gradi di libertà alle giovani generazioni.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p><b>SPECIFICITÀ ITALIANE DI LUNGO PERIODO</b></p> <p>I giovani italiani, rispetto ai loro coetanei del Centro e Nord Europa e degli Stati Uniti, da molto tempo sono caratterizzati da un ritardo nell’attraversamento di quelle che sono state individuate come le tappe cruciali dell’entrata nel pieno status adulto: completamento degli studi, entrata nell’occupazione, uscita dalla famiglia, forma­zione di una famiglia propria tramite la messa in coppia e soprat­tutto la nascita di un (primo) figlio.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note1"><sup><b>1</b></sup></a> L’età media al primo figlio per le madri si è progressivamente alzata a 31 anni, una delle più alte nel mondo sviluppato, mentre per gli uomini è in media tre anni ancora più alta.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note2"><sup><b>2</b></sup></a></p> <p>Questa specificità italiana, condivisa in modo meno accentuato an­che da altri paesi mediterranei, ha a che fare sia con fattori culturali (modelli di famiglia e di normalità delle sequenze del corso di vita), sia condizioni strutturali, entrambi di lunga data:<a href="http://www.italianieuropei.it/#note3"><sup><b>3</b></sup></a> una più lenta transizione scuola-lavoro per gli uomini, rispetto ai loro coetanei di altri paesi, dovuta sia a un più lungo, ancorché non necessariamente più efficiente, modello formativo per chi accede alla formazione su­periore, sia a un mercato del lavoro caratterizzato da rigidità e duali­smo tra insider e outsider, con i giovani spesso nella posizione di out­sider. Nel caso delle donne, poi, i modelli di genere e le aspettative a questi connesse, unitamente a difficoltà a conciliare famiglia e lavoro a causa sia di una cultura imprenditoriale fortemente maschilista sia della povertà delle politiche di conciliazione, anche prima della crisi costituivano un fattore ulteriore di ritardo, incentivando chi voleva comunque investire in una occupazione a rimandare il più possibile la formazione di una famiglia. Anche il modello di accesso all’abita­zione fortemente incentrato sulla proprietà, che quindi richiede ca­pitali di partenza – di norma indisponibili ai giovani, salvo il ricorso alla disponibilità dei genitori – viceversa ostacolando la creazione di un mercato dell’affitto a costi ragionevoli, costituisce un forte vinco­lo all’uscita dalla casa dei genitori, concorrendo al ritardo.</p> <p>Questo insieme di fattori non vale solo per il ritardo nella forma­zione di una nuova famiglia da parte dei giovani, ma anche per la lenta, e tuttora minoritaria, diffusione tra i giovani italiani di un modello di uscita dalla famiglia non più, o prevalentemente, motiva­to dal matrimonio o comunque dalla convivenza di coppia, o dalla necessità di emigrare, ma come fase autonoma dell’entrata nella vita adulta, a differenza di quanto avvenuto nella maggioranza dei paesi dell’Europa centro-settentrionale già negli anni a cavallo del secolo. Nel 2005, ad esempio, nei paesi del Nord Europa la stragrande mag­gioranza (attorno all’80%) dei giovani di 24 anni era già uscita dalla famiglia di origine, laddove ciò valeva per una piccola minoranza dei loro coetanei italiani e in generale sud-europei, e sfiorava percentuali simili solo tra i 30-34enni.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note4"><sup><b>4</b></sup></a></p> <p>Infine, già a partire dagli anni Novanta si nota una progressiva accen­tuazione di questa specificità italiana, sia nell’età di uscita dalla fami­glia sia nel rimando delle scelte di fecondità. Mentre nel 1992-93 il 33,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni viveva ancora con i genitori, nel 2009-10 ciò valeva per il 40,9%.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note5"><sup><b>5</b></sup></a> Contestualmente, a metà degli anni Novanta si è toccato il tasso di fecondità più basso, che aveva iniziato timidamente a risalire solo negli anni immediatamente pre­cedenti la crisi, per fermarsi di nuovo all’insorgere di questa.</p> <p><b>L’IMPATTO DELLA CRISI </b></p> <p>Alla luce di queste caratteristiche di lungo periodo, non sorprende che l’impatto della crisi iniziata nel 2007 sull’età di uscita dalla fami­glia e sulla formazione di un nuovo nucleo è stato paradossalmente minore in Italia (e in altri paesi mediterranei) che nei paesi del Cen­tro e Nord Europa, dove pure la crisi è stata meno intensa e di più breve durata, anche se in Italia i giovani continuano a uscire dalla casa dei genitori molto più tardi.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note6"><sup><b>6</b></sup></a> Nei paesi del Centro-Nord Euro­pa, infatti, la crisi, aumentando l’incidenza della povertà e della vul­nerabilità tra i giovani, ha provocato una parziale inversione della tendenza consolidata all’uscita comparativamente precoce dalla famiglia di ori­gine. Nei paesi mediterranei e in particolare in Italia, al contrario, ha ulteriormente rafforzato la tendenza al ritardo nella uscita. Nel 2014 viveva ancora in famiglia il 61,2% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note7"><sup><b>7</b></sup></a> Ciò ha in parte contribuito a contenere l’aumento dell’incidenza della povertà tra i giovani – i più colpiti dalla crisi – che pure è stato maggiore che per gli adulti in età matura e soprattutto gli anzia­ni. I minori e i giovani fino a 34 anni nel 2015 – vuoi come facenti famiglia da soli, vuoi, più spesso, come figli nella casa dei genitori – costituiscono la metà di tutti i poveri assoluti in Italia.</p> <p>Con un mercato del lavoro sempre più elusivo proprio per i più giovani, questi non possono rischiare di andare a vivere per conto proprio e tanto meno di mettere su famiglia. Redditi da lavoro bassi e insicuri non consentono di prendere impegni a medio-lungo ter­mine per pagare affitti, mutui, bollette, a meno di non continuare a dipendere poco o tanto dalla generosità e disponibilità dei genitori, anche quando non vivono più con loro, salvo cadere in povertà. Nel 2015 si trovava in povertà assoluta il 10,2% delle famiglie con perso­na di riferimento giovane, tra i 18-34 anni, a fronte del già alto 6,1% della media nazionale (e del 4% delle famiglie con persona di riferi­mento di 65 anni o più), con un aumento percentuale di due punti rispetto all’anno prima.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note8"><sup><b>8</b></sup></a> Non è infrequente che chi è uscito dalla casa dei genitori debba ritornarvi perché non ha una occupazione che garantisca la possibilità di rimanere economicamente autonomo.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note9"><sup><b>9</b></sup></a></p> <p>Proprio il dover contare sulla famiglia di origine per proteggersi dalla vulnerabilità nel mercato del lavoro, tuttavia, più che una strategia di investimento per migliorare le proprie chances, in molti casi può costituire una pausa forzata, una sospensione alla messa a punto di strategie di vita personali autonome: dal trasferirsi altrove per accet­tare un contratto di lavoro temporaneo all’andare a vivere per conto proprio o con un/una partner. Anche per questo negli anni della crisi tra i giovani italiani è aumentata la percentuale di coloro che si sen­tono soggettivamente deprivati, analogamente a quanto è successo tra i loro coetanei degli altri paesi meridionali (e in modo estremo in Grecia), e molto più di quanto non sia successo ai loro coetanei dei paesi dell’Europa centro-settentrionale.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note10"><sup><b>10</b></sup></a></p> <p><b>PER LE GIOVANI DONNE È DIFFICILE FARE UN FIGLIO SIA QUANDO SI HA UN LAVORO SIA QUANDO NON LO SI HA </b></p> <p>Il rimando dell’età di uscita dalla famiglia e dell’inizio di una convi­venza di coppia, con o senza matrimonio, unitamente alla insicurez­za lavorativa e reddituale, ha effetti di ritardo anche sulle decisioni procreative e quindi sul tasso di fecondità complessivo, stante che non tutte le nascite desiderate ma rimandate poi riescono a essere effettivamente realizzate. In questo fenomeno giocano un ruolo im­portante, ovviamente, le aspettative e i comportamenti delle giovani donne, in particolare rispetto al lavoro remunerato. Come le loro coetanee dei paesi europei a più alta fecondità, le giovani donne ita­liane, spesso con un livello di istruzione pari o superiore a quello dei loro coetanei maschi, desiderano una occupazione che consenta loro di essere autonome e di formare una propria famiglia. A differenza delle loro coetanee di quei paesi, tuttavia, trovano sul loro cammino molti ostacoli, alcuni dei quali condividono con i loro compagni, ma altri sono specifici. In un contesto di precarietà diffusa per i giovani a prescindere dal sesso, infatti, questa è più accentuata per le giovani donne, che non solo fanno più fatica a trovare una occu­pazione, specie adeguata alle loro qualifiche, ma tendono a rimanere più a lungo dei coetanei, anche a parità di livello di istruzione, in rapporti di lavoro temporanei. Perciò sperimen­tano più a lungo una situazione di incertezza dal punto di vista economico. Neppure l’eventuale maggiore sicurezza fornita dall’occupazione di un partner può essere sufficiente a correre il ri­schio di una maternità che può rendere ancora più vulnerabili nel mercato del lavoro. Non va dimenticato, infatti, che una donna su cinque lascia o perde il lavoro a seguito della maternità. Un dato strutturale, risalente a ben prima della crisi.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note11"><sup><b>11</b></sup></a></p> <p>Le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro in un contesto povero di servizi per la prima infan­zia e con modelli di genere ancora relativamente rigidi, combinandosi con condizioni occupazionali non sempre ami­chevoli per chi ha responsabilità familiari e con orizzonti temporali incerti, costituiscono un potente scoraggiamento ad assumere queste responsabilità anche per chi lo desidera. Si rimanda, perciò, sperando di arrivare a una situazione più stabile e con margini di sicurezza più ragionevoli. L’importanza del tipo di contratto di lavoro è testimo­niata dal fatto che tra le donne nella fascia di età 25-34 anni nel 2013 aveva già un figlio il 34,1% delle donne che aveva un rapporto di lavoro stabile, a fronte del 23,8% di chi aveva un contratto di lavoro a tempo determinato.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note12"><sup><b>12</b></sup></a></p> <p>Il contratto a tutele crescenti rischia di rivelarsi per le neo-assunte una sorta di omogeneizzazione delle condizioni di precarietà, dato che licenziarle al termine del periodo protetto è poco costoso nei primi anni. Non occorre neppure ricorrere alle dimissioni in bianco (rese un po’ più difficili dalle nuove norme) e neppure a forme di dimissioni incentivate. Se vogliono mantenere il posto di lavoro, è meglio che le giovani donne con contratto a tutele crescenti evitino di prendere un congedo di maternità. Se è difficile avere un figlio essendo occupate, può esserlo altrettanto – se non ancor più – averlo se non lo si è. La diminuzione delle nasci­te negli ultimi anni è stata particolarmente veloce nel Mezzogiorno. Nell’arco di poche generazioni il livello di fecondità è andato con­vergendo, al ribasso, con quello del Centro-Nord, nonostante tassi di occupazione femminile molto più contenuti, per carenza di doman­da, non solo di offerta di lavoro, unitamente a una offerta di servizi per la prima infanzia (e anche per la scuola materna e il tempo pieno scolastico) largamente inferiore a quella delle altre aree del paese.</p> <p><b>PER CONCLUDERE </b></p> <p>L’accesso a una occupazione che dia un reddito decente e un orizzon­te temporale ragionevolmente lungo è una precondizione per poter sviluppare progetti di vita di lungo periodo come la formazione di una famiglia. Oggi ciò vale non solo per gli uomini, ma anche per la maggioranza delle donne nelle coorti più giovani. Ed è proprio que­sta condizione a essere diventata incerta, quando non scarsa, in Ita­lia, riducendo fortemente i gradi di libertà delle giovani generazioni. Un bonus bebè non può ba­stare a controbilanciare i rischi della precarietà, tanto più che i figli hanno la caratteristica di ri­manere a carico ben oltre i tre anni e di costare di più man mano che crescono. Meglio sarebbe procedere in direzione di un riordino complessi­vo dei trasferimenti monetari per i figli.</p> <p>In questo contesto, le giovani donne trovano vincoli ulteriori, non solo nel mercato del la­voro e in modelli di genere ancora asimmetrici, ancorché in evoluzione, per quanto riguarda la divisione del lavoro familiare, ma anche nella scarsità e frammenta­zione delle politiche di conciliazione. Congedi genitoriali poco o per nulla remunerati, anche se diventati più flessibili, non incentivano i padri alla condivisione, oltre a essere inutilizzabili anche dalle madri se il reddito familiare è troppo modesto. Un’offerta di asili nido rigi­da, spesso scarsa e costosa, può scoraggiare una lavoratrice dal mette­re al mondo un figlio, per timore di non riuscire poi a conciliare cura e lavoro. Un voucher nido può aiutare a sostenere parte del costo, ma non ovvia alla carenza di posti e non è garanzia di qualità. Più promettente appare il previsto (nella legge sulla Buona scuola) inseri­mento dei servizi per la prima infanzia, dagli 0 ai 6 anni, nel sistema educativo e l’impegno ad allargare complessivamente la copertura per i bambini dall’anno in su. Così come appaiono interessanti le ini­ziative a livello locale (ad esempio in Emilia Romagna) di costruire un sistema integrato di servizi per la prima infanzia, che preveda una pluralità di modelli di offerta, per corrispondere meglio alle esigenze sia dei bambini sia dei genitori, tenendo conto che questi ultimi pos­sono avere sia contratti sia tempi di lavoro non standard.</p> <p> <hr /> </p> <p>[<a name="note1"></a>1] Si veda ad esempio M. Iacovou, <i>Leaving home: Independence, togetherness and income</i>, in “Advances in Life Course Research”, 4/2010, pp. 147-60.</p> <p>[<a name="note2"></a>2] M. L. Tanturri, <i>Fertility day...</i>, in “Neodemos”, 21 settembre 2016, disponibile su www.neodemos.info/fertility-day.</p> <p>[<a name="note3"></a>3] Per uno sguardo di lungo periodo si veda M. Barbagli, M. Castiglioni, G. Dalla Zu­anna, <i>Fare famiglia in Italia</i>, il Mulino, Bologna 2003; per un orizzonte temporale più breve si veda C. Saraceno, <i>Famiglia, genere e lavoro</i>, in M. Dogliani, S. Scamuzzi (a cura di), <i>L’Italia dopo il 1961. La grande trasformazione</i>, il Mulino, Bologna 2015, pp. 399-422.</p> <p>[<a name="note4"></a>4] Si veda A. Aassve, E. Cottini, A. Vitali, <i>Youth prospects in a time of economic recession</i>, in “Demographic Research”, vol. 29, 2013, pp. 949-62, disponibile su www.demo­graphic-research.org/Volumes/Vol29/36.</p> <p>[<a name="note5"></a>5] Istat, <i>Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto e le criticità nei per­corsi di vita femminili</i>, Roma, 28 dicembre 2009, disponibile su <a href="http://www.istat.it/it/fi%1fles/2011/01/testointegrale20091228.pdf">www.istat.it/it/fi­les/2011/01/testointegrale20091228.pdf</a>.</p> <p>[<a name="note6"></a>6] Si veda A. Aassve et. al., <i>op. cit.</i>; Eurofound, <i>Third European Quality of Life Survey – Quality of life in Europe: Families in the economic crisis</i>, Publications Office of the European Union, Lussemburgo 2014, disponibile su www.eurofound.europa.eu/si­tes/default/files/ef_publication/field_ef_document/ef1389en.pdf.</p> <p>[<a name="note7"></a>7] Istat, <i>Popolazione e famiglie</i>, in <i>Annuario statistico italiano 2016</i>, Roma 2016, in par­ticolare si veda la Figura 3.5, disponibile su www.istat.it/it/files/2016/12/C03.pdf.</p> <p>[<a name="note8"></a>8] Istat, <i>La povertà in Italia. Anno 2015</i>, in “Statistiche Report”, 14 luglio 2016, dispo­nibile su www.istat.it/it/files/2016/07/La-povert%C3%A0-in-Italia_2015.pdf?title= La+povert%C3%A0+in+Italia+-+14%2Flug%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+ metodologica.pdf.</p> <p>[<a name="note9"></a>9] Si veda Istituto Giuseppe Toniolo, <i>La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2013</i>, il Mulino, Bologna 2013.</p> <p>[<a name="note10"></a>10] A. Aassve et al., <i>op. cit.</i></p> <p>[<a name="note11"></a>11] Si veda Istat, <i>Come cambia la vita delle donne. 2004-2014</i>, Roma 2015, disponibile su www.istat.it/it/files/2015/12/come-cambia-la-vita-delle-donne.pdf.</p> <p>[<a name="note12"></a>12] <i>Ibid. </i></p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/ZwYxJNjk9Vc" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 1/2017 Thu, 23 Mar 2017 09:53:45 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3830-vite-rimandate.html Riattivare i giovani per rimettere in moto l’Italia http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/fsunVZGZMbI/3829-riattivare-i-giovani-per-rimettere-in-moto-l%E2%80%99italia.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2017/item/3829-riattivare-i-giovani-per-rimettere-in-moto-l’italia.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/b12cae0ee0618402dbf6a5bbe2f9d879_S.jpg" alt="Riattivare i giovani per rimettere in moto l’Italia" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>L’Italia povera di giovani si trova anche con giovani sempre più poveri. Non bastano politiche standard di attivazione, che sono già state messe in campo dagli ultimi governi, per contrastare il fenomeno. Servono altre policy in grado di far sentire il giovane responsabilmente inserito in un percorso di miglioramento della propria condizione. L’obiettivo è quello di (ri)convertire il giovane da spettatore passivo di un presente senza prospettive a soggetto attivo nel progettare la propria vita: in grado di trovare il proprio posto nel mondo, prima ancora che un posto di lavoro.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. 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