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      <title>Italianieuropei</title>
      <description>Fondazione di cultura politica</description>
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      <pubDate>Sat, 11 Feb 2012 05:32:20 +0000</pubDate>
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         <title>Una rivoluzione in bilico</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/c4fecaa262b98f9bb0866d705f15b717_S.jpg" alt="Una rivoluzione in bilico"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;All’inizio dello scorso anno l’anelito verso la dignità e la giustizia sociale aveva fatto riversare centinaia di migliaia di egiziani per le strade. Oggi l’Egitto ha un Parlamento democraticamente eletto, ma è lecito chiedersi se gli obiettivi della rivoluzione siano stati effettivamente raggiunti. Le elezioni hanno realmente sancito la fine del regime e la fine della rivoluzione?&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando scoppiarono le rivolte in Tunisia, nel dicembre del 2010, i rivoluzionari avevano in mente un obiettivo preciso: la deposizione dell’ex presidente e del suo regime autocratico. Ben Ali decise di dimettersi dopo aver tentato di diffondere il caos e la paura nelle strade di Tunisi aprendo le prigioni e liberando delinquenti e criminali. Lo scenario in Egitto non era molto diverso. Tanto che si potrebbe quasi dire che i leader arabi hanno mostrato una netta mancanza di creatività non solo nello sviluppo e nella gestione dei loro paesi, ma anche nei metodi per cercare di soffocare le aspirazioni democratiche della popolazione. Eppure, nonostante le similitudini nella reazione dei due regimi alla rivolta, diverso è il significato che egiziani e tunisini hanno dato alle rispettive rivoluzioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sebbene in Egitto la continuità del regime dipendesse dagli strumenti di oppressione usati dalla polizia di Stato per esercitare il proprio controllo sulla popolazione e persino sul Partito nazionale democratico – al fine di assicurare una facile successione alla presidenza per il figlio di Mubarak – cuore e anima del sistema era invece l’esercito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quel che i dimostranti mancarono di notare quando, la sera del 28 gennaio 2011, l’esercito scese in piazza fu che i militari non erano lì per venire incontro alle richieste della popolazione, ma per ordine del loro leader supremo: Hosni Mubarak. Ciò nonostante la gente di piazza Tahrir gridava «L’esercito e il popolo sono una cosa sola». A porre fine a questa scena furono le dimissioni di Mubarak e la presa del potere da parte del Consiglio supremo delle forze armate (SCAF). L’11 febbraio 2011, Omar Souliman, l’ex vicepresidente, dichiarò ufficialmente che Mubarak rinunciava al potere e delegava il controllo e la gestione del paese al Consiglio supremo. A prescindere dal fatto che quanto dichiarato riflettesse o meno quel che successe in realtà, è lecito interrogarsi sul ruolo giocato dall’esercito egiziano, e ciò al fine di comprendere appieno la situazione attuale e valutare cosa potrebbe accadere in futuro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non sono pochi i momenti della storia egiziana in cui i militari hanno giocato un ruolo politico prominente. La rivoluzione del 1881 prese il nome da Ahmad ʿOrābī, un ufficiale oggi considerato un eroe nazionale. In tempi più recenti, il Movimento dei liberi ufficiali, formato da diversi esponenti dell’esercito, portò al colpo di Stato del 23 luglio 1952 – ricordato come la “rivoluzione del 23 luglio” – che segna l’inizio anche del recente regime.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Allora, la gran parte della popolazione sostenne la rivoluzione, ritenendo che il golpe rappresentasse il passaggio necessario dalla monarchia alla repubblica. Ma la promessa di una transizione in favore di autorità civili elette democraticamente non fu mai mantenuta. Ciò che avvenne fu esattamente l’opposto: i militari misero fuorilegge tutti i partiti politici, annullarono la Costituzione del 1931, limitarono fortemente la libertà di espressione istituendo un dipartimento apposito della polizia con il compito di controllare e perseguire i cosiddetti “reati d’opinione”. Inoltre, i movimenti islamici furono perseguitati con violenza, in conseguenza del fatto che – per ragioni ideologiche e geopolitiche – fu deciso di adottare un modello economico, politico e sociale di tipo socialista. Il regime si assunse l’onere di offrire occupazione nella pubblica amministrazione a tutti i laureati: il risultato fu la creazione di un settore pubblico ipertrofico, realizzato attraverso un’ampia serie di confische. Questa prima “versione” del regime ebbe fine con la guerra del giugno 1967 e l’occupazione della penisola del Sinai da parte di Israele.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo la morte del presidente Gamal Abd el-Nasser, i militari scelsero Anwar al-Sadat come suo successore. Non appena preso il potere, Sadat fece processare diversi ufficiali e figure politiche per rafforzare il proprio controllo sul regime. A questo momento possiamo far risalire la nascita di una seconda versione del medesimo regime, caratterizzata dall’apertura verso l’Occidente e la scelta degli Stati Uniti come alleato chiave, visto che Washington costituiva un attore essenziale del “gioco” arabo-israeliano. Fu negli anni caratterizzati da nuova questa versione del regime, che l’esercito affrontò la guerra del 1967 e sferrò con successo un attacco a Israele il 6 ottobre del 1973, restituendo il Sinai alla sovranità egiziana. Fu sempre questa versione del regime a essere testimone del Trattato di pace con Israele a Camp David, firmato sotto gli auspici degli USA, e dell’assassinio del presidente Sadat.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa seconda variante del regime militare in Egitto presenta delle differenze rispetto alla prima. In primo luogo, essa adottò il capitalismo come sistema economico, ma la &amp;nbsp;applicazione senza alcuno strumento di controllo determinò la diffusione della corruzione nell’intero paese. Essa incoraggiò anche l’emigrazione della forza lavoro negli Stati del Golfo con l’obiettivo di sostenere l’economia interna attraverso le rimesse. Una scelta che finì però per ritorcesi contro lo stesso regime in quanto facilitò l’introduzione della dottrina wahhabita in Egitto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un’altra differenza rispetto alla fase precedente è che negli anni della cosiddetta “rivoluzione correttiva” di Sadat e in quelli successivi, fu lasciato spazio agli islamisti affinché diffondessero le loro dottrine in aperta opposizione a quelle comuniste e marxiste. Ciò permise agli islamisti di rafforzarsi anche grazie al desidero di vendetta del regime.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’esercito, invece, fu ricompensato con la nomina di generali e ufficiali a posizioni nell’amministrazione civile e mantenne il controllo sul campo economico assicurandosi 1,3 miliardi di dollari all’anno di aiuti statunitensi come parte degli accordi di Camp David.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo la morte del presidente Sadat, ricominciarono le persecuzioni nei confronti dei gruppi islamici e in particolare dei membri della Fratellanza musulmana. Malgrado le pressioni a cui era soggetta, la Fratellanza fu in grado di continuare a mantenere forti relazioni con la popolazione grazie alla vasta attività di beneficenza e alla diffusione di un messaggio politico fondato sulla sharīʿa. I Fratelli musulmani riuscirono ad assicurarsi così il sostegno di un numero enorme di persone appartenenti a classi sociali diverse. Quando non si ha più alcuna speranza nel futuro, è normale cercare rifugio nel passato con un senso di nostalgia. Ritengo che questo sia quanto è accaduto al popolo egiziano. Una parte dei copti trovarono conforto negli antichi momenti della Chiesta cristiana d’Egitto, così come i musulmani rivolsero le loro speranze nella creazione di uno Stato islamico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Arriviamo dunque al 25 gennaio dello scorso anno, quando governo ed esercito rimasero sconvolti dal numero enorme di persone che scesero in piazza a protestare. La loro sorpresa fu persino maggiore qualche giorno dopo, il 28 gennaio, quando l’apparato di polizia collassò, insieme ai tentativi di seminare il terrore per porre fine alle dimostrazioni, di fronte alla ferrea volontà dei manifestanti. Dopo diciotto giorni, il regime non era più in grado di resistere alla pressione e alla determinazione dei rivoluzionari. Fu in questo contesto che venne presentata la Dichiarazione militare n° 1, con la quale venivano garantiti sia l’uscita dalla scena del presidente Mubarak (nel settembre del 2011) sia alcuni emendamenti alla Costituzione. Il Consiglio supremo delle forze armate decise di riunirsi, senza Mubarak, per trovare una soluzione: sperava di mantenere il controllo sul paese dichiarando il proprio sostegno alla rivoluzione e al cambiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando infine Mubarak – a causa delle pressioni dell’esercito o in accordo con esso – si dimise, il civilissimo popolo egiziano abbandonò piazza Tahrir dopo averla ripulita: una scena di umanità decisamente inusuale. I manifestanti celebrarono il successo dei loro sforzi e ricordarono i martiri e le ingiurie subite. La gente nelle strade festeggiava e cantava “Noi un giorno ci sposeremo”, segno che il regime corrotto e oppressore non si ergeva più fra loro e il futuro. C’era un tale ottimismo e una così grande speranza che si costituirono centinaia di movimenti civili e giovanili. Gli studenti si riversarono per le strade, pulendole e dipingendole con la loro speranza, per vedere un paese bello come quello che sognavano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma il regime cominciò presto a riprendersi il ruolo che esercitava prima. Sebbene avesse evitato di aprire il fuoco contro la popolazione e avesse concordato – o forzato – le dimissioni di Mubarak, l’ombra del vecchio regime era ancora presente. Giocare il gioco con le medesimo regole non può portare cambiamenti reali, e di certo non in linea con l’atmosfera rivoluzionaria che pervadeva l’Egitto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il regime non vuole il cambiamento, vuole piuttosto che si dica a voce alta: “Io sono la scelta giusta”. Rivendica che la propria legittimità deriva dal colpo di Stato del 1952. Considera quella del 1973 una vittoria che salvò la sovranità sui territori conquistati dal nemico Israele. Anche il fatto di essersi astenuti dall’usare la violenza contro i manifestanti è, a loro avviso, una fonte di legittimità. L’indipendenza economica dell’esercito, la capacità decisionale, l’immunità per i leader del Consiglio supremo delle forze armate e un ruolo speciale per le istituzioni militari nel processo decisionale sono le condizioni minime accettabili prima che i militari rinuncino all’effettivo controllo sul sistema politico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dall’altra parte ci sono invece i rivoluzionari che, fino a questo momento, ritengono di non aver raggiunto pienamente gli obiettivi prefissati e che non possono accettare una rivoluzione incompleta, che non includa cioè un totale cambio di regime, ovvero la piena transizione democratica a un’autorità civile eletta, una costituzione moderna e democratica, nonché la messa in stato di accusa di quelle figure del regime che si sono rese colpevoli dell’uccisione di dimostranti, di aver oppresso il paese e rubato le sue ricchezze. Occupati dalla lotta per il raggiungimento di questi obiettivi, i rivoluzionari non hanno partecipato attivamente a un processo elettorale per il quale non erano ancora pronti. Il risultato è che la rivoluzione gode di una rappresentanza molto debole in Parlamento. I rivoluzionari, del resto, ritengono che il loro ruolo non sia tanto quello di “giocare alla politica”, quanto quello di sostenere le &lt;i&gt;best practices&lt;/i&gt; politiche e monitorare l’attuazione delle riforme richieste dal popolo. Questo nobile atteggiamento potrebbe rivelarsi in futuro qualcosa di cui essere grati. Tuttavia, dovrebbe anche essere chiaro che il flusso in questo momento si sta muovendo verso una sorta di istituzionalizzazione della rivoluzione: la formazione cioè di un Parlamento la cui legittimità derivi proprio da piazza Tahrir e che sarà investito dal ruolo di scrivere la nuova Costituzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I movimenti rivoluzionari giovanili includevano inizialmente anche gruppi islamici impegnati nella lotta per la creazione di un nuovo Egitto. Ma il continuo dialogo dei Fratelli musulmani con l’esercito e la loro propensione a tenere presto le elezioni li ha resi meno rivoluzionari di quanto inizialmente desiderassero. A ciò si aggiungano alcune voci estremiste che negano e attaccano il sistema di valori nei quali credono invece i rivoluzionari, che si dichiarano liberali e laici e sostengono l’assenza di una forte ed efficiente élite istruita. Tale approccio non ha convinto un’ampia parte della popolazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I Fratelli musulmani e i salafiti (fondamentalisti islamici) sono stati i primi a organizzarsi in partiti politici e a utilizzare i legami con la popolazione costruiti in settant’anni di attivismo. Persino i copti hanno sostenuto la creazione di un partito liberale di “egiziani liberi”. Questo non è stato invece il caso dei movimenti rivoluzionari, i quali non sono stati in grado di strutturarsi in forme organizzative inclusive e cooperative al fine di unificare il proprio messaggio e di risultare convincenti per l’elettorato egiziano, impegnato nelle prime elezioni da sessant’anni a questa parte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il risultato delle elezioni, dunque, è stato quello previsto: oltre il 70% dei seggi sono stati attribuiti ai partiti islamici, Libertà e giustizia della Fratellanza musulmana e Al-Nour (Luce) dei salafiti. Il resto è andato alla coalizione liberale “Il blocco egiziano” e ad Al-Wafd. È così chiaro che il comportamento di cui si parlava sopra – il ritorno al passato e alla religione per quanti sono privi di speranza – si è manifestato in queste elezioni, che sono state però giudicate positivamente dalle molte istituzioni venute a monitorarne lo svolgimento (secondo queste la percentuale di frode elettorale non eccederebbe il 2%).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Adesso la domanda è: se il 70% degli elettori ha democraticamente votato per gli islamisti, nuove proteste pubbliche possono essere ancora considerate uno strumento effettivo per cambiare il regime? L’esercito ha cominciato ad attaccare e perseguire i rivoluzionari, sottoponendoli a processi militari, controllando le sedi delle ONG e accusandoli di provocare volutamente il caos e di essere nemici della stabilità. Questo perché i militari ritengono ormai di poter trattare con i dimostranti senza dover più temere una severa reazione nelle strade. Il popolo ha ormai compiuto la propria scelta e sta dalla parte dell’esercito, sostenendo gli islamisti e guidando il paese in una direzione diversa rispetto a quella anelata nel corso della rivoluzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La rivoluzione era giusta. Questo è fuor di dubbio. Ma vale la pena di ricordare che il Parlamento prodotto dalle elezioni è lungi dall’essere rappresentativo dell’intera popolazione. Le donne e i giovani sono ben poco rappresentati, così come gli obiettivi rivoluzionari. Il prevedibile sviluppo di una tale situazione potrebbe essere uno scontro duro fra il Parlamento e una folla portatrice di istanze politiche che, pur partecipando alla rivoluzione, non ha avuto modo – se non temporaneamente e marginalmente – di guadagnare spazio sui media, a parte l’ampio seguito su Twitter. Questo scontro, qualora avesse luogo, coinvolgerà la religione, i dimostranti, i mass media e sarà tristemente represso nel sangue. E questo perché gli strumenti oppressivi e violenti usati dalla polizia prima della rivoluzione sono ancora in azione oggi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’obiettivo di questa analisi è di contestualizzare il ruolo giocato da ognuno degli attori coinvolti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In breve, e partendo da quanto detto finora, il regime è ancora lì. Non c’è stato alcun reale tentativo di eliminarlo. Oggi si sta cercando di dare una nuova credibilità al paese e di porre fine ai disordini con un ordine prestabilito. I Fratelli musulmani e i salafiti sono stati i più veloci ad adattarsi grazie al maggior grado di organizzazione, riuscendo in tal modo a mobilitare l’elettorato e guadagnare la maggioranza dei seggi. Il loro obiettivo principale è governare il paese e piantare i semi per la creazione di una sorta di format politico sovranazionale costruito sulla base dell’applicazione della sharīʿa. Dall’altra parte ci sono ancora i rivoluzionari, i quali mirano a conquistare dignità e giustizia sociale per il popolo e ad avviare una vera transizione alla democrazia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per completare lo scenario fin qui tratteggiato è necessario fare riferimento anche agli sforzi controrivoluzionari di quegli attori che si trovano in questo momento in prigione o che agiscono dall’esterno, e in particolare l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo. Questi non desiderano che il vento del cambiamento soffi anche sui loro paesi. Due sono i modi attraverso i quali riescono a esercitare la propria influenza: cercano di creare il caos, attraverso la diffusione di un messaggio negativo sui movimenti rivoluzionari, oppure esercitano il proprio potere offrendo assistenza economica alle loro condizioni. La maggior parte dei paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, il Kuwait, si oppongono inoltre al processo a Mubarak.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A questo punto vorrei concludere, ricordando che la rivoluzione è stata spinta dalla piazza verso strade più strette, nelle sale del Parlamento, e ciò al fine di dividere le forze e far perdere vigore all’eco della piazza, piuttosto che trasformare quelle voci in un reale cambiamento politico. La rivoluzione sta andando avanti, nonostante il fatto che sia adesso in bilico, perché la questione di un sistema giusto che garantisca la dignità dei suoi cittadini non è stata ancora risolta. Ed è chiaro che questa non è una questione che sta a cuore a quanti si trovano al ministero della difesa o nelle sedi dei partiti politici che hanno vinto le elezioni. Le elezioni sono state corrette, ma il loro risultato non potrà che portare a scontri. E altri errori verranno compiuti. È ora necessario che non si facciano più i medesimi errori, che non si giochi più il gioco di Mubarak, che si rispetti la volontà della gente. L’interesse mostrato ultimamente da Stati Uniti e Europa nei confronti dei movimenti islamici dovrebbe essere supportato dalla consapevolezza che le rivoluzioni sono sempre “volatili”, con molti alti e bassi. La rivoluzione sta vivendo, in questo periodo, un momento di stanca, che sarà però seguito da un nuovo attivismo. E allora sarà dura per quanti hanno agito per fermare la rivoluzione. Le richieste dei rivoluzionari non sono ancora state soddisfatte, è dunque probabile che la popolazione continuerà a chiedere e criticare fino a quando non saranno avviate quelle riforme strutturali fondamentali per le quali tanta gente ha perso la vita. È dunque prevedibile che ci troveremo presto in una nuova fase rivoluzionaria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/drumzo/6767664665/in/pool-1646273@N22"&gt;Foto: Jonathan Rashad&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/0piZkuB6Uhs" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:11:15 +0000</pubDate>
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         <title>Non solo un voto. Rafforzare la democrazia</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/21c2bb200311df32de2c750b3d42dc4d_S.jpg" alt="Non solo un voto. Rafforzare la democrazia"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Al desiderio di partecipazione condiviso attraverso il passaparola digitale che ha caratterizzato in questi ultimi mesi le piazze d’Italia e del mondo, non ha saputo ancora dare risposta una politica che appare di colpo invecchiata, spaventata, arroccata nella difesa di se stessa. È tempo che la politica riprenda in mano le sue sorti e quelle del paese, con i fatti e non con parole vuole.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 2011 e l’inizio di questo 2012 sono stati caratterizzati, un po’ in tutto il mondo, da un desiderio di partecipazione diffuso che ha riempito le piazze – non sempre pacificamente –; ha incendiato il web e, spesso e volentieri, ribaltato nelle urne ogni previsione. Zuccotti Park e tanti altri luoghi negli Stati Uniti si sono riempiti di manifestanti contro il predominio sulla politica della grande finanza; in India la protesta ha spadroneggiato per diverso tempo nella scena politica appoggiando i digiuni dell’attivista Anna Hazare intenzionato ad imporre una severa legislazione contro la corruzione; il Nord Africa e il Medio Oriente si sono sollevati rimuovendo fino ad ora tre regimi; la Spagna ha proposto il modello degli &lt;i&gt;indignados&lt;/i&gt;; mobilitazioni di diverso genere e intensità (dai movimenti No TAV, alla mobilitazione “dei Forconi”, alle proteste corporative) animano la nostra penisola. In Cina, in Russia, in Israele… ovunque si accende la protesta, spesso multi-direzionale, e un desiderio di partecipazione spesso accompagnato da un’ancora più forte voglia di punizione, da un’ansia di risarcimento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli &lt;i&gt;smartphones&lt;/i&gt;, i &lt;i&gt;tablets&lt;/i&gt;, il &lt;i&gt;web&lt;/i&gt;, insomma, il passaparola digitale, hanno sostituito in tutto questo i vecchi strumenti di mobilitazione: i giornali, le radio, la televisione, ma anche i sindacati e le forze organizzate in generale. La politica appare invecchiata di colpo in tutto il mondo, accusata di immobilismo, di disinteresse al bene comune, tesa solo a difendere se stessa, rifugiandosi in una pratica istituzionale che sembra solo vuoto ritualismo. Una politica che si mostra o che rischia di mostrarsi, ovunque, succube o comunque disarmata di fronte ai grandi interessi e ad un mondo della finanza mai così sotto accusa e così influente. Una politica che appare spaventata, anche un po’ indifesa, arroccata nel tentativo – questa la diffusa percezione – di salvare se stessa. Tale in effetti è stata la delusione per il mancato ruolo delle classi dirigenti nella soluzione dei problemi generali e non solo, che sembra impossibile immaginare di andare avanti così. E in Italia la politica è stata di fatto dichiarata moribonda o forse già morta, e così commissariata e messa all’angolo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Che cosa accadrà? Difficile dirlo e il problema va affrontato in modo distinto, nel breve e nel lungo periodo. La storia insegna che le grandi mobilitazioni a tratti appaiono inarrestabili, così come in altri momenti assenti, e la fase di una protesta dal basso ispirata dall’ira o, meglio, indignazione, si esaurirà. Ma qualcosa di duraturo sembra essersi imposto. Anzitutto la consapevolezza che la globalizzazione abbia cambiato tutto. Un battito di ali di farfalla a Oriente diventa un tifone ad Occidente, quasi in tempo reale; le difficoltà di un paese, piccolo come la Grecia o più importante come l’Italia, rischiano di travolgere e di compromettere realtà più ampie. E la vicenda di questi ultimi mesi di politica europea è già diventata modello per tutti gli errori che sono stati commessi, per le puerili ricerche di protagonismo che l’hanno caratterizzata talvolta anche in modo tragicamente comico, per la miopia dimostrata da troppi che sistematicamente ha portato e porta a fingere di decidere degli interessi comuni difendendo però in realtà quelli particolari. Uomini e donne, ad est e ad ovest, si sono infine stufati di assistere a tutto ciò sempre più inquieti e col naso schiacciato sul vetro, o, meglio, sullo schermo, che li teneva separati dagli avvenimenti e favoriti dai nuovi strumenti di relazione hanno anzitutto espresso una nuova idea di democrazia: l’idea che questa, la partecipazione dei cittadini, non possa ridursi al solo esercizio periodico del diritto elettorale. La democrazia oggi è spesso solo un voto, viene interpretata da molti esclusivamente come tale, e questo più non è. Il web reagisce agli eventi in un battito di ciglio e attraverso la rete e i suoi strumenti il mormorio può riuscire a farsi boato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Può, deve, essere incanalato tutto ciò? È la sfida del domani, quella su cui si giocano le nostre speranze e anche la nostra libertà, dicendo ciò nel senso che tutto quello cui si è fatto cenno può contribuire sia a creare maggiori spazi democratici che, al contrario, a distruggerli. È fondamentale che le forze politiche, in Italia e altrove, si destino dal torpore mostrando capacità di adeguarsi a ciò che muta. Negli ultimi due decenni in Italia (e altrove spesso anche prima) i partiti si sono trasformati in contenitori, in macchine elettorali, e la politica, che nei media tradizionali appare sempre più come un grande show, quando filtrata attraverso la rete, si mostra come una realtà mediocre se non inutile. Con rischi gravissimi: il Parlamento, mai così mortificato in Italia come nel corso di questa legislatura a causa della legge elettorale, del disprezzo mostrato nei suoi confronti dal governo di centrodestra capace solo di imporre voti di fiducia, e anche, perché no, di rappresentanti del popolo di assoluta mediocrità, rischia di apparire quale organismo inutile, al pari di tante altre istituzioni. Si pensi ai consigli regionali, provinciali, spesso ormai anche quelli comunali che appaiono solo utili a creare una nuova, parassitaria, nomenklatura. Partiti contenitori, leader sempre più al centro della scena possono ancora, e chissà per quanto tempo, servire ad intercettare consenso, ma sembrano poi destinati a tradurre l’appoggio raccolto in delusione e rabbia. Il potere pare gestito con poche eccezioni in modo irresponsabile, il tutto mentre gli equilibri della scena generale vengono rivoluzionati dalla crisi. Bisogna allora cancellare tutto?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;No, ma non si può andare avanti così. Solo una politica consapevole, capace di intercettare i sentimenti e le aspirazioni, può tradurre queste ultime in buona pratica vissuta nel rispetto di regole antiche e sempre così necessarie. Parole vuote? La storia insegna che nessun organismo si autoriforma se non spinto da necessità drammatiche. Non sappiamo ancora se ci troviamo in questa situazione, ma sembra arrivato il momento di cercare di anticipare e prevenire i fenomeni. Cosa è necessario allora fare? Ciò che oggi viene definita con rabbia come casta deve adeguarsi al ritmo veloce della rete, che altro poi non è che il ritmo accelerato del mondo, mettersi in gioco, disincrostarsi, mostrarsi in grado di affrontare il giudizio comune ogni giorno, abbandonando i vecchi riti, licenziando i mausolei (tante vecchie facce), premiando le capacità dimostrate sul campo, diventando un servizio a tempo – e anche sottoposto a verifiche da parte degli elettori – e non un ergastolo dorato. Oggi come oggi la politica sembra più divorarsi da se stessa che dall’esterno: basti pensare allo scandalo che ha coinvolto il tesoriere della Margherita. Ma soprattutto la politica faccia e non parli solo: ad esempio e questo sarebbe possibile farlo da subito (ma si pensi però alle difficoltà che hanno gli uomini del governo Monti a mettere sul web le notizie sul proprio reddito e patrimonio), pubblicizzi i propri dati sensibili su internet, che anche per questa via potrebbe divenire strumento di controllo e di condizionamento positivo. Sarebbe poi opportuno riuscire a fare molto d’altro, ma da quanti decenni si sente solo parlare inutilmente di riforma della costituzione o anche solo dei regolamenti parlamentari!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La politica, la democrazia deve produrre sintesi utili a convogliare positivamente verso il bene comune interessi privati e anche rabbia e frustrazioni. Non sarà sempre possibile che l’interregno di “tecnici” supplisca a radicate, sempre più colpevoli, manchevolezze. E se l’interregno diventa poi un regno, quella è la morte della democrazia.&lt;/p&gt;
&lt;br /&gt; 
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/quicksilv3r/5220368691/"&gt;Foto: Quicksilver&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/da1-SyzJv24" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Sat, 04 Feb 2012 11:37:45 +0000</pubDate>
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         <title>Orbán e l’UE: scontro sui valori</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/Mzu-4XX4yko/2463-orban-e-l-ue-scontro-sui-valori.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/8390aa5ce8e50f32cee2f668a00694aa_S.jpg" alt="Orb&amp;#xe1;n e l&amp;#x002019;UE: scontro sui valori"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Nel corso del 2011 il Parlamento ungherese ha approvato delle riforme costituzionali – entrate in vigore lo scorso 1° gennaio – che mettono gravemente a rischio il sistema democratico del paese magiaro. Le profonde preoccupazioni per la deriva incostituzionale del governo ungherese sono approdate al Parlamento e alla Commissione europea.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La nuova Costituzione ungherese è entrata in vigore il 1° gennaio 2012. Lo scorso anno il partito di governo, l’Unione civica ungherese (FIDESZ), aveva usato tutta la sua maggioranza parlamentare (due terzi dei membri dell’assemblea), ottenuta alle elezioni di due anni fa, per votare in favore della nuova Costituzione. L’estrema destra, invece, aveva votato contro. L’opposizione democratica, formata dal Partito socialista ungherese e dal partito ecologista la “Politica può essere diversa” (LMP), aveva addirittura deciso di abbondare il procedimento legislativo, nella convinzione che mancassero le garanzie costituzionali per un dibattito democratico sulla nuova Carta costituzionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa, infatti, non è il prodotto di un ampio consenso politico. È stata adottata senza che avessero luogo consultazioni pubbliche e in un arco di tempo insolitamente breve.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Essa, insieme alle cosiddette leggi cardinali, che richiedono per essere approvate la maggioranza dei due terzi, in pratica esclude che si possa cambiare il governo in Ungheria attraverso elezioni democratiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Naturalmente, gli Stati membri dell’Unione europea sono liberi di adottare la propria Costituzione. Tuttavia, ciò non toglie che l’UE sia allo stesso tempo una comunità basata su una comunanza di valori. E le Costituzioni dei paesi che ne fanno parte e i relativi sistemi legali devono rappresentare questi valori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ritengo che il mio paese, l’Ungheria, costituisca in questo momento un’eccezione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In Ungheria, lo stato di diritto e il sistema di pesi e contrappesi sono in pericolo, o comunque si stanno gradualmente erodendo. Permettetemi di fare alcuni semplici esempi.&lt;/p&gt;
&lt;ul style="list-style-type:square;"&gt;
&lt;li&gt;Non c’è alcuna possibilità per una competizione politica libera e giusta.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;La libertà dei mezzi di comunicazione è severamente compromessa.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;La nomina di “amici” di FODESZ alla guida di istituzioni, che in passato avevano mantenuto un alto grado di indipendenza, per periodi disinvoltamente lunghi rende piuttosto dubbia la possibilità di un cambio al vertice.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;L’abbassamento dell’età obbligatoria di pensionamento per i giudici e la riduzione dell’indipendenza dell’ombudsman per la protezione dei dati sono stati menzionati in modo esplicito dal commissario Viviane Reding (Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza) nella sua lettera al primo ministro Orbán.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;L’indipendenza del sistema giudiziario risulta fortemente a rischio a causa della nomina di persone vicine al partito di governo a quelle posizioni in magistratura che hanno il compito di assegnare i casi ai giudici.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;La legge sul lavoro riduce sensibilmente i diritti dei sindacati e quelli dei lavoratori.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;La nuova legge elettorale permetterà a FIDESZ di cementare la sua maggioranza parlamentare in futuro e, attraverso l’introduzione dei voti della diaspora, esporterà la politica ungherese anche negli Stati vicini (il diritto di voto è stato esteso per la prima volta ai cittadini ungheresi che non hanno la residenza permanente in Ungheria).&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non è solo il rispetto dei principi democratici a essere in questione: anche la politica economica del governo è controversa. Come ha dichiarato il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso l’indipendenza della Banca centrale ungherese è stata soggetta a limitazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’iniqua e disastrosa &lt;i&gt;flat tax&lt;/i&gt; del 16% sul reddito è stata inserita in una delle “leggi cardinali”, mentre l’imposta sugli extra-profitti (&lt;i&gt;windfall tax&lt;/i&gt;), introdotta recentemente, è contraria alla legislazione europea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I cittadini ungheresi sono stati testimoni della (probabilmente) incostituzionale nazionalizzazione dei fondi pensione privati – due in due anni – e di molte altre decisioni &lt;i&gt;ad hoc&lt;/i&gt; che scoraggiano gli investitori e frenano la crescita del paese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Unione europea, così come diverse organizzazioni internazionali e ONG, ha espresso profonda preoccupazione per quel che concerne gli sviluppi politici in Ungheria, ma è stata largamente ignorata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In gennaio, la Commissione europea ha aperto tre procedimenti d’infrazione contro l’Ungheria relativi alla riforma della banca centrale, l’indipendenza del sistema giudiziario e la protezione dei dati. Il primo ministro Orbán ha un mese per dare una risposta alle preoccupazioni della Commissione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appena la scorsa settimana, in un acceso dibattito di tre ore al Parlamento europeo di Strasburgo, Orbán ha parlato degli importanti e necessari cambiamenti che stanno avvenendo in Ungheria. Tutti in linea con i valori dell’Unione, a suo avviso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La maggior parte dei leader dei gruppi politici europei ha espresso serie e fondamentali preoccupazioni sui provvedimenti legali e costituzionali adottati dal governo ungherese, e sugli stessi principi democratici del paese. Il premier ungherese incontrerà questa settimana Barroso a Bruxelles per continuare la discussione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per il bene dei cittadini ungheresi e per quello dell’intera Unione europea, mi auguro – sperando nell’impossibile – che una soluzione venga trovata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/jemufo/4625870432/"&gt;Foto: jemufo&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/Mzu-4XX4yko" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Tue, 24 Jan 2012 15:06:41 +0000</pubDate>
         <category>ie Online</category>
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         <title>La “variabile Schettino”</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/HJYesnduGAw/2462-la-variabile-schettino.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/4fcfca189e5e88f5cae6e543e7d6c00f_S.jpg" alt="La &amp;#x00201c;variabile Schettino&amp;#x00201d;"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Il naufragio della Concordia mostra che non esisteva sulla nave alcun antidoto all’imprevisto assoluto, rappresentato nel caso specifico dal comportamento irresponsabile del suo comandante. Alle colpe del singolo vanno però aggiunte molte altre negligenze e distrazioni, queste sì rappresentative dello scenario quotidiano italiano.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’incredibile episodio della nave Concordia ha portato non pochi a recuperare l’immagine dell’italiano rappresentato da Alberto Sordi in molte sue pellicole. L’italiano arrogante e menefreghista, debole con i forti e forte con i deboli, capace di negare l’assoluta evidenza, talvolta tuttavia capace di qualche nobiltà. Si può dire che è una ormai automatica citazione di cui non se ne può più? Perché trita e ritrita e perché gli italiani sono intanto mutati. Rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta sono molto più consapevoli di quel che sono e anche di ciò che è il mondo in cui si trovano: tale consapevolezza li rende assai più colpevoli, qualora abbiano atteggiamenti censurabili, di quanto non fosse nel tempo di Alberto Sordi. Gli italiani rappresentati da questi erano ridicoli e degni di qualche compassione, la loro versione attualizzata no.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma per una volta non dedichiamoci alla retorica sul “carattere dell’italiano” e ragioniamo in chiave diversa. Quello che la tragedia ha dimostrato è che non esisteva su quella nave, nel sistema di quel genere di marineria, alcun antidoto alla “variabile Schettino”. Di che si tratta? Dell’imprevisto assoluto rappresentato appunto qui da un uomo che ha enormi responsabilità, che è probabilmente passato attraverso un duro apprendistato e una accurata selezione, che però provoca un danno immenso per un imperdonabile errore o, peggio, per uno stupido gioco, e il cui comportamento successivo aggrava fortemente il disastro già creato. Ci sono i morti, e soprattutto questo rende ogni cosa ingiustificabile, ma esiste anche un danno economico immenso: centinaia di milioni per la nave persa, i costi di tutte le attività di recupero, di smantellamento, la crisi che conosceranno le crociere, la disoccupazione che colpirà il personale ecc.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel cartoon “L’era glaciale” da un piccolo gesto di un roditore derivano conseguenze straordinarie e questo è quello che è successo sulla nave Concordia dopo il default del suo comandante. Ma la responsabilità è tutta sua? No. La colpa è di un sistema che non è in grado di fronteggiare la “variabile Schettino”, che non è stato capace di compensare il caos organizzativo che era attorno al comandante impazzito, ma che ha pure mancato sistematicamente di sorveglianza e controlli. Chiude poi il quadro la benevolenza del Gip. Un assurdo totale in una situazione realizzatasi che ci espone al ludibrio mondiale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, la “variabile Schettino” ha creato la tragedia perché regolamenti e procedure non la prevedevano, perché il sistema tollerava forse da sempre la pericolosissima pratica degli “inchini”, perché la disciplina di bordo di quella nave da crociera non prevedeva evidentemente possibilità di censura da parte di ufficiali che, a quanto pare, al pari del comandante, hanno lanciato l’allarme con criminale ritardo e, in più, hanno abbandonato la nave anzitempo contravvenendo a quella che anche per&lt;b&gt; &lt;/b&gt;i profani quale chi scrive – ma, verrebbe da dire, pure per un bambino – è l’obbligo per chi ha responsabilità di comando, di essere l’ultimo ad abbandonare la scena. Neppure le Capitanerie di porto, le autorità locali che vedevano svolgersi quelle pratiche valutavano con la dovuta eccezione il rischio della “variabile Schettino”. Nessuno vedeva, nessuno sapeva? Impensabile. Piuttosto, probabilmente, si celebrava l’abilità, l’estro dei responsabili. Il loro coraggio e non la loro folle incoscienza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, alle colpe del comandante si sono aggiunte molte altre negligenze e distrazioni. Una soluzione parrebbe esserci. Pensiamo a situazioni meno critiche, allo scenario quotidiano in cui ci troviamo immersi. In ogni realtà, troviamo che le cose funzionano (se funzionano) grazie alle qualità di uno o più individui, dotati di talento o d’altro: capacità di improvvisare creativamente risolvendo situazioni, o senso di sacrificio e del dovere, senso di responsabilità ecc.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da noi spesso tutto è affidato al singolo: il senso di responsabilità non è rafforzato da procedure o sanzioni che lo rendano non volontario ma obbligatorio, l’organizzazione non prevede che le qualità di uno siano sopperite dall’obbligatorietà anche per i meno dotati di applicare le regole pena conseguenze. Un sistema del genere, una disorganizzazione compensata, è quello più esposto alla “variabile Schettino” e le conseguenze sono evidenti a tutti, in cronache quotidiane che ci presentano casi altrettanto incredibili, sia pur meno clamorosi, con pericolosa assiduità. Una appropriata organizzazione dovrebbe impedire i sacrifici individuali che oggi consentono alle cose in qualche modo di marciare, dovrebbe evitare che errori individuali possano creare inconvenienti o addirittura catastrofi. Con questo il rischio della “variabile Schettino” se non annullato, sarebbe certo reso più remoto. Ma sarà possibile cambiare? L’organizzazione tedesca o giapponese da noi sono spesso solo al centro di compiaciute barzellette.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/58360758@N03/6703010873/in/photostream"&gt;Foto: MegaBrendan17&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/HJYesnduGAw" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:40:27 +0000</pubDate>
         <category>ie Online</category>
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      <item>
         <title>L’Occidente e le rivoluzioni incompiute</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/bmmmDPys-3Q/2461-l-occidente-e-le-rivoluzioni-incompiute.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/d621c3daa5d1edef10da0c9c846dc4f7_S.jpg" alt="L&amp;#x002019;Occidente e le rivoluzioni incompiute"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;L’eccesso di entusiasmo con cui  l’Occidente ha accolto la primavera araba stride con la scarsa attenzione  dedicata successivamente ai suoi, spesso incerti, esiti. Occorre invece  continuare, come Obama ha dimostrato di voler fare, anche se a piccoli passi e  nonostante le diverse priorità imposte dalla campagna elettorale, a perseguire  la via della riconciliazione fra Islam e mondo  occidentale.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Com’è consuetudine dopo la fine della guerra fredda, la lunga, complessa e combattuta campagna elettorale per le elezioni presidenziali americane di novembre è dominata dall’economia e, in subordine, dalle questioni etiche e di costume. Il fenomeno è ancor più evidente in questa occasione, dato il contesto di crisi economica generalizzata che continua ad assorbire l’attenzione e le energie dei governi e delle società occidentali, mentre la politica internazionale degli Stati Uniti vede come al solito ridursi il proprio spazio nel dibattito politico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo motivo sembra giusto mantenere viva l’attenzione sulle questioni internazionali e in particolare su quelle scottanti, come quella mediorientale, dal momento che proprio le crisi economiche tendono ad acuire i conflitti, rendendo più facile il loro scivolamento dal piano politico a quello militare. In quest’ottica preoccupa l’affievolimento dell’interesse per gli sviluppi di quella che enfaticamente era stata definita “la primavera araba”, comprendendo in questa formula tutti i processi di cambiamento registrati nei paesi arabi nel corso del 2011.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Avviate dall’inevitabile modernizzazione delle rispettive società, a sua volta riconducibile alla rivoluzione comunicativa degli ultimi lustri, quelle trasformazioni furono potentemente incoraggiate dal discorso di Barack Obama all’Università del Cairo nell’aprile del 2009. Come riconobbe allora il Presidente americano, nessun discorso può cambiare la storia, specie se questa è punteggiata di conflitti, come quella dei rapporti tra l’Islam e il mondo occidentale a partire dall’Ottocento. Ma il fatto che in molti paesi arabi il 2011 abbia visto grandi folle manifestare per la democrazia e contro la tirannide è venuto a confermare la validità della tesi di Obama sulla piena compatibilità tra valori dell’Islam e valori dell’Occidente. Di qui l’eccesso di entusiasmo con il quale è stata accolta la “primavera araba”, quasi che essa avesse potuto portare a successi rapidi e profondi in paesi nei quali la tirannide, più o meno ammantata di modernità, era solidamente radicata. È vero che elezioni si sono tenute in Tunisia e Marocco con risultati complessivamente positivi; è vero che esse sono in corso anche in Egitto, con un processo macchinoso destinato a scatenare nuove tensioni; è vero che dittatori spietati sono stati spodestati con conflitti più o meno sanguinosi in Libia e nello Yemen e che la situazione in Siria evolve in direzione analoga (pur se qui l’ipotesi più probabile è quella di una guerra civile interetnica e interconfessionale). Ma tutti questi sviluppi sono ben lontani dalla loro conclusione e, nel complesso, la “primavera araba” sembra aver perso slancio, seppure in misura diversa nelle diverse realtà nazionali. Anche se questo esito provvisorio era prevedibile per chi non è uso a cedere alle suggestioni mediatiche, la battuta d’arresto è egualmente causa di preoccupazione sulla futura evoluzione delle società e degli assetti politici degli Stati coinvolti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un altro tratto caratteristico comune alle diverse situazioni è la maggiore rilevanza politica del fattore religioso rispetto a quella di cui godeva nei regimi autoritari, come dimostrano i successi elettorali di partiti islamici definiti abbastanza concordemente moderati, in quanto disposti ad accettare l’evoluzione verso la democrazia nei paesi coinvolti. La considerazione si applica in misura diversa al Marocco, alla Tunisia e all’Egitto. Nel primo paese, dopo le elezioni si è formato un governo di coalizione tra islamici moderati e laici, in un modo apparentemente comparabile alle forme politiche vigenti in Occidente, pur se occorre valutare quanto la forma di governo monarchica possa influire su questa evoluzione. Nel secondo paese il successo elettorale della formazione islamica Ennahda ha reintrodotto l’elemento religioso in una società che continua ad essere fortemente laicizzata. Una prima, evidente manifestazione di questo fenomeno è stata l’ottima accoglienza riservata da Ennahda a Ismail Haniyeh, capo del governo di Gaza ed esponente di Hamas, un’organizzazione che Stati Uniti e Unione europea continuano a considerare terrorista, anche dopo che Israele ha lungamente trattato con essa riconoscendole – volente o nolente – una legittimità politica. Questo episodio conferma anche che il fattore religioso ha necessariamente una connotazione filo-palestinese e anti-israeliana anche nel contesto tunisino, che appare quello ove la “primavera araba” ha prodotto risultati concreti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il discorso vale a maggior ragione per l’Egitto, ove il processo elettorale in corso ha già fatto registrare notevoli successi della Fratellanza musulmana, la più antica organizzazione islamica del mondo arabo e che si sta rivelando capace di partecipare a pieno titolo alla vicenda politica egiziana, oggi caratterizzata da un decisa contestazione popolare nei confronti dei militari che hanno sostituito Mubarak: basti pensare alla recente offerta ufficiosa fatta dall’organizzazione ai vertici militari di garantire loro l’immunità una volta ceduto il governo alle forze uscite vincitrici dalle elezioni. Ma, anche qui, gli islamici moderati e, se non altro per ragioni di concorrenza elettorale e politica, anche i movimenti laici e democratici hanno accentuato il tono della loro propaganda anti-israeliana, come del resto era facile prevedere. Non v’è dunque da meravigliarsi se negli ultimi tempi, fin dall’estate scorsa, le relazioni israelo-egiziane si siano deteriorate, come dimostrano gli incidenti del Sinai, ove gli israeliani hanno ucciso cinque guardie di frontiera egiziane mentre inseguivano presunti terroristi, o la degenerazione delle manifestazioni di fronte all’ambasciata israeliana al Cairo oppure la recentissima cancellazione di un tradizionale incontro religioso ebraico sulla tomba di un rabbino dell’Ottocento morto a Damanhur, nel delta del Nilo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo appare tanto più positiva l’iniziativa americana di questi giorni di far incontrare il sottosegretario di Stato William Burns con Mohamed Morsi, leader del partito della libertà e giustizia emanazione della Fratellanza. È questa infatti la via da seguire, sia pure a piccoli passi, per riconciliare l’Islam col mondo occidentale, come aveva annunciato Obama nel 2009: c’è solo da auspicare che le esigenze della campagna elettorale non inducano il presidente americano a modificare o arrestare la sua cautissima marcia d’avvicinamento al mondo islamico. Viceversa, del tutto negativo continua ad essere l’atteggiamento del governo israeliano, sempre più condizionato dai partiti e movimenti religiosi ed estremisti (che si fanno sempre più aggressivi sul piano del costume) e dall’agitazione dei coloni della Cisgiordania, ove prosegue indefessa la costruzione di nuovi insediamenti, mentre vengono ignorate le rivendicazioni sociali della gioventù israeliana per le insufficienze dell’edilizia abitativa. Fra l’altro, la breve ma intensa e diffusa protesta dei giovani israeliani contro l’esosità degli affitti testimonia del pieno inserimento della società israeliana nella temperie politica mediorientale, al punto che, non senza enfasi, si potrebbe affermare che la primavera araba è giunta anche a Tel Aviv. Ma la risposta di Netanyahu è sempre la stessa: l’ossessione per la sicurezza d’Israele.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Così, mentre si migliora la situazione scolastica dell’infanzia per placare il malcontento sociale, si aumentano al contempo le spese per la difesa e si rilanciano le preoccupazioni per le iniziative nucleari iraniane. Al punto che in questi giorni l’Amministrazione americana ha annullato manovre missilistiche congiunte proprio per non dare adito a speculazioni su un possibile appoggio alle ventilate azioni militari d’Israele contro l’Iran, e suscitando così il risentimento del governo israeliano. Se a tutto questo si aggiunge che in campo palestinese, nelle ultime settimane, le trattative per la riconciliazione tra l’Autorità nazionale palestinese e Hamas sembrano essersi nuovamente bloccate, le prospettive per una soluzione all’eterna questione della Palestina si fanno ancora più nere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In queste condizioni, gli sviluppi della “primavera araba” verso forme politiche più democratiche rischiano di bloccarsi definitivamente. Il rischio è tanto più concreto in quanto nella campagna elettorale americana e nella competizione per la &lt;i&gt;nomination &lt;/i&gt;repubblicana si affacciano ipotesi ancora più estreme, come quella formulata dall’ex senatore Rick Santorum, proiettato ad ottenere l’appoggio della destra religiosa. Questi è giunto ad affermare che il popolo palestinese non esiste, e che, quindi, anche gli arabi di Cisgiordania vivono in Israele, dando così per scontata l’annessione dei territori occupati allo Stato ebraico. Una tesi che neppure il governo Netanyahu ha osato formulare apertamente. L’ostinato attaccamento di buona parte dell’opinione occidentale alle tesi dei neoconservatori americani sull’identità di ogni organizzazione islamica con il terrorismo non porterà ad altro risultato se non quello di rilanciare nelle società arabe l’estremismo integralista, di fomentare nuove fiammate di violenza e, magari, farà sviluppare nuove forme d’oppressione ponendo di nuovo fine a speranze da troppo tempo frustrate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/stokedmediaphotography/6104322234/"&gt;Foto: Robert F. Stokes&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;div style="width:1px;height:1px;overflow:hidden;" class="mcePaste" id="_mcePaste"&gt;&lt;strong class="username" id="yui_3_4_0_3_1327053696527_1019" style="font-style:normal;font-weight:normal;display:block;color:#222222;margin-top:0px;font-size:13px;line-height:13px;font-family:Arial, Helvetica, sans-serif;font-variant:normal;letter-spacing:normal;orphans:2;text-align:left;text-indent:0px;text-transform:none;white-space:normal;widows:2;word-spacing:0px;background-color:#fefefe;"&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/stokedmediaphotography/" style="text-decoration:none;color:#ffffff;background-color:#0063dc;"&gt;Robert F. Stokes&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/bmmmDPys-3Q" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:48:55 +0000</pubDate>
         <category>ie Online</category>
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         <title>Pensare a sinistra e gli strumenti per crescere nel numero 1/2012</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/GaNE7cupqTQ/2012.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/e78dcc23a66cc50cef1490ae228dfb47_S.jpg" alt="Pensare a sinistra e gli strumenti per crescere nel&amp;#xa0;numero 1/2012"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Da oggi in edicola e in libreria&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img alt="copertina_8_2011" class="sl-image-shadow" style="margin-right:20px;float:left;" src="http://www.italianieuropei.it/images/rivista/copertine/copertina_1_2012.jpg" height="343" width="200"/&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli anni di Berlusconi  hanno segnato una fase di profonda regressione politica e di smarrimento civile,  che si è alimentata di alcuni falsi preconcetti, di pensieri terribili ed errate  credenze che sono purtroppo diventati, con il tempo, un modello culturale, un  sentire diffuso nel paese.&lt;br /&gt;Superare il  berlusconismo significa quindi liberarsi da queste idee nefaste e alimentarsi di  pensieri e principi nuovi, o semplicemente riscoprirne alcuni che abbiamo messo  da parte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo “&lt;strong&gt;Pensare a  sinistra&lt;/strong&gt;”, per provare a costruire un pensiero lungo, che faccia della  costruzione del futuro dei giovani una assoluta priorità, della dignità del  lavoro un valore imprescindibile, del ruolo pubblico del soggetto femminile un  solido pilastro; che creda nel valore che hanno, anche in termini non economici,  il sapere, la conoscenza, la cultura; che guardi agli immigrati come ad una  fonte di arricchimento in termini umani, economici e culturali; che consideri la  crescita, di cui discutiamo in “&lt;strong&gt;Gli strumenti per crescere&lt;/strong&gt;”, un traguardo  fondamentale ma insoddisfacente se i suoi frutti non sono ripartiti equamente e  utilizzati per migliorare la vita e accrescere il benessere di tutti.&lt;/p&gt;
. &lt;br /&gt;
&lt;h3&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012.html"&gt;Vai al sommario del numero 1/2012&lt;/a&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Del &lt;strong&gt;numero 1/2012 di Italianieuropei&lt;/strong&gt; sono online, assieme all'&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2434-editoriale-1/2012.html"&gt;editoriale&lt;/a&gt;, articoli di &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2435-la-crescita-come-strumento-di-sviluppo-e-non-fine-in-se.html"&gt;Jean Dreze e Amartya Sen&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2438-il-futuro-dei-giovani-diritto-oltre-la-crisi-e-poi-svoltare-a-sinistra.html"&gt;Alessandro Rosina&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html"&gt;Olivia Guaraldo&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2443-lo-straniero-senza-diritti-e-la-rappresentazione-del-nemico.html"&gt;Luigi Manconi&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2450-una-nuova-politica-industriale-per-l-italia.html"&gt;Gianfranco Viesti&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2457-perche-vincono-i-partiti-islamisti.html"&gt;Renzo Guolo&lt;/a&gt;.&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/GaNE7cupqTQ" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/item/2460-pensare-a-sinistra-e-gli-strumenti-per-crescere-nel-numero-1/2012.html</guid>
         <pubDate>Mon, 16 Jan 2012 12:19:04 +0000</pubDate>
         <category>Rivista</category>
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      <item>
         <title>Articoli disponibili online per il numero 1/2012</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/N1otcsF8YLo/2012.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/424a47d26101c371e8179dbd651fddc0_S.jpg" alt="Articoli disponibili online per il numero 1/2012"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Del &lt;strong&gt;numero 1/2012 di Italianieuropei&lt;/strong&gt; sono online, assieme all'&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2434-editoriale-1/2012.html"&gt;editoriale&lt;/a&gt;, articoli di &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2435-la-crescita-come-strumento-di-sviluppo-e-non-fine-in-se.html"&gt;Jean Dreze e Amartya Sen&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2438-il-futuro-dei-giovani-diritto-oltre-la-crisi-e-poi-svoltare-a-sinistra.html"&gt;Alessandro Rosina&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html"&gt;Olivia Guaraldo&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2443-lo-straniero-senza-diritti-e-la-rappresentazione-del-nemico.html"&gt;Luigi Manconi&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2450-una-nuova-politica-industriale-per-l-italia.html"&gt;Gianfranco Viesti&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2457-perche-vincono-i-partiti-islamisti.html"&gt;Renzo Guolo&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In primo piano “&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2435-la-crescita-come-strumento-di-sviluppo-e-non-fine-in-se.html"&gt;La crescita come strumento di sviluppo e non fine in sé&lt;/a&gt;”, contributo di Amartya Sen e Jean Drèze, professore di  economia dello sviluppo all’Università di Delhi. Agli&amp;nbsp;strumenti per crescere  sono rivolti, tra gli altri, gli interventi di &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2450-una-nuova-politica-industriale-per-l-italia.html"&gt;Gianfranco Viesti&lt;/a&gt;, su una nuova  politica industriale per l’Italia, e di &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2451-un-fisco-equo-e-neutrale.html"&gt;Massimo D’Antoni,&lt;/a&gt; su un sistema fiscale  più equo e neutrale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, l’agenda “Pensare a sinistra” in  tempi di crisi, ospita numerose firme, tra cui &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2439-la-crisi-intacca-la-dignita-del-lavoro.html"&gt;Aris Accornero&lt;/a&gt;, con un articolo  sulla dignità del lavoro e &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2443-lo-straniero-senza-diritti-e-la-rappresentazione-del-nemico.html"&gt;Luigi Manconi&lt;/a&gt;, che riflette sulla  condizione degli stranieri nel nostro Paese. Donne, giovani, immigrazione, beni  pubblici, politica economica e cultura, sono gli altri temi affrontati nel primo  numero del 2012.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/N1otcsF8YLo" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/item/2459-articoli-disponibili-online-per-il-numero-1/2012.html</guid>
         <pubDate>Mon, 16 Jan 2012 12:19:04 +0000</pubDate>
         <category>Rivista</category>
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      <item>
         <title>Una Unità, centocinquanta anni e mille differenze</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/bfd1c1bf0f19dbbe8f6733621075a427_S.jpg" alt="Una Unit&amp;#xe0;, centocinquanta anni e mille differenze"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia è un’occasione per pensare a cosa siamo non solo per le contingenze politiche degli ultimi anni che, con l’affermarsi dei movimenti secessionisti e federalisti, hanno reso evidente il superamento del ciclo storico in cui è iscritto il nostro Risorgimento, ma per questioni più profonde su cui vale la pena riflettere. L’Italia è nata in un’Europa che contava moltissimo nel mondo, dove l’impero britannico e le altre potenze coloniali si espandevano nel mondo intero e dove, contemporaneamente, nell’ideale romantico di patria si fondevano un senso di appartenenza linguistica, territoriale e culturale. Essere italiani, inglesi, francesi o tedeschi significava sostanzialmente queste tre cose: essere nati in un determinato territorio, parlarne la lingua nazionale e avere un patrimonio comune di abitudini e letture (anche se in Italia, a differenza dei paesi protestanti, solo una piccolissima parte della popolazione leggeva). Se pensiamo ai protagonisti italiani di quell’epoca erano, anche allora, pochi quelli che soddisfano i tre requisiti. Ovviamente, non essendoci ancora l’Italia, tutti erano stranieri; ma anche considerando quello che l’Italia sarebbe diventata è interessante notare come tanti personaggi di primo piano del nostro Risorgimento fossero dei cosmopoliti. Garibaldi, Foscolo, Cavour e la famiglia reale. Basta leggere Nievo per rendersi conto che la cultura che produce l’Unità d’Italia è transnazionale, per il ruolo che ebbero gli altri paesi europei, soprattutto l’Inghilterra, ma anche, più profondamente, per il tessuto sociale di territori come quello della Serenissima, ancora profondamente multietnico, si direbbe oggi, nonostante la decadenza politica. Tutta la popolazione era poi divisa tra dialetti e lingua nazionale, al punto che il padre dell’italiano moderno, Alessandro Manzoni, come tutta l’aristocrazia italiana di allora (e spesso di oggi), era radicato nella variante locale del suo italiano. Gli italiani, come impariamo a scuola nella famosa frase attribuita a Massimo D’Azeglio, erano ancora da fare e l’Unità un’aspirazione. Il processo di centralizzazione che è seguito ha avuto fasi alterne, e proprio lì dove è stato tentato in modo più deciso, durante il fascismo, ha mostrato la violenza dell’ideologia che lo sosteneva.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da allora abbiamo attraversato almeno due stagioni nell’assetto politico del pianeta: il confronto tra USA e URSS fino al 1989, e oggi una politica planetaria che ha visto aggiungersi nuovi protagonisti e sfumare la contrapposizione tra capitalismo e anticapitalismo. Lo Stato-nazione europeo (quindi non solo per noi, ma per tutti) non ha molto senso in questo scenario, e questa è la ragione che ha visto crescere in tutta Europa una nuova moneta, l’abolizione delle frontiere interne, un piano politico e giuridico che sta rapidamente trasformando il nostro mondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tuttavia essere italiani è ancora diverso dall’essere francesi, inglesi o tedeschi: cosa significa esattamente? Prendiamo in esame i requisiti romantici che alimentarono il Risorgimento. Il territorio: tra il 1876 e il 1985 circa 26 milioni e mezzo di italiani sono emigrati. Da questa popolazione, partita da estremi disagi e spesso finita bene, discendono quelli che si stima siano oggi tra i 125 e i 135 milioni di italiani, di cui 27 milioni in Brasile, 20 milioni in Argentina, 18 milioni negli Stati Uniti. Questa straordinaria diffusione (si tratta del 2% della popolazione mondiale) ha fatto sì che la richiesta di insegnamento della lingua italiana sia molto cresciuta negli ultimi anni in tutto il mondo. Non si tratta solo della nostalgia delle seconde e delle terze generazioni di figli di emigranti, ma di un’idea di Italia e italianità che è cresciuta fuori dal nostro territorio. Questi dati vanno poi uniti a quelli dell’immigrazione verso il nostro paese. Ci sono oggi in Italia 3.891.295 stranieri, circa il 6% della popolazione. Sono italiani? E come descriviamo gli italiani? Se tentiamo di descriverli attraverso le categorie del romanticismo risorgimentale e tentiamo di identificare una cultura comune troviamo subito delle difficoltà: la cultura prodotta dagli italiani all’estero è italiana o no? Scorsese, Puzo, Coppola, De Lillo? E Dionisotti, Meneghello e Celati? Quali sono i criteri attraverso cui analizziamo questi testi? Il territorio di appartenenza? Oppure la lingua in cui si scrive? O la cultura di cui si parla? Nella prima categoria non rientrerebbe Meneghello, nella seconda non rientrerebbero Puzo e De Lillo, dalla terza sarebbe invece discutibile il fatto di escluderli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Negli anni in cui insegnavo in Inghilterra ho visto tra i miei studenti come il successo de “Il Padrino” abbia modificato la percezione dell’italianità. All’inizio degli anni Ottanta gli studenti erano in parte seconde generazioni, molti dei quali provenivano dalla Val di Taro e dalla Ciociaria; le loro famiglie di origine avevano lavorato molto duramente. C’erano poi i figli di ricche famiglie inglesi che avevano casa nel Chianti. Per gli uni e per gli altri insegnare a leggere Dante e Leopardi era insegnare la cultura italiana. Dopo il successo dei film sulla mafia americana, gli italiani sono stati invece percepiti, sempre più insistentemente, attraverso storie dell’immigrazione italiana in America del Nord. Sono aumentati gli studenti inglesi che non erano né ricchi né di origine italiana; a Londra sono anche aumentati gli studenti che provenivano da tutto il mondo e sceglievano di studiare l’italiano. Quanto di questa nuova popolarità della nostra cultura sia dovuta a ciò che si scrive e produce in Italia e quanto sia invece il frutto di come vivono la loro italianità i discendenti dei nostri emigranti nel mondo è difficile da misurare, ma, in fondo, a proposito di narrazioni di mafia, sarebbe interessante tentare di capire quanto ha influito questa percezione sovranazionale che associa l’Italia al crimine organizzato con il successo di Saviano. In altre parole, forse iniziamo a percepirci attraverso lo sguardo della nostra emigrazione? E del resto, si può immaginare di sigillare l’identità italiana intorno a Manzoni e non vedere in quale modo quel che è stato prodotto dalla cultura dell’emigrazione e dell’immigrazione ha cambiato gli elementi che costituiscono la nostra identità? Peraltro anche l’identità linguistica era arbitraria. Nell’Ottocento e per quasi tutto il Novecento gli italiani sono stati prevalentemente dialettofoni. Nella Serenissima, com’è intuibile dando un’occhiata alla sua espansione territoriale, la lingua più parlata era il greco. Oggi c’è una diffusione maggiore dell’italiano medio, grazie alla televisione, ma ai dialetti che non sono scomparsi si sono aggiunte ampie aree di altre lingue, per non parlare di come l’inglese costituisca una ossatura neppure tanto nascosta, soprattutto nella sintassi, del nuovo italiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma soprattutto: ci aiuta parlare di unità o gli ideali romantici hanno mostrato proprio con il fascismo il loro lato oscuro, e quindi è in un’altra direzione che dovremmo guardare per riuscire a vederci? Piuttosto che a un’identità costituitasi storicamente, cosa assai difficile da definire, dovremmo richiamarci a un’identità dinamica e plurale, che viva delle relazioni sociali in cui siamo realmente inseriti. Dobbiamo accorgerci che sentirsi un popolo unito produce in realtà conformismo, culto carismatico dei leader, xenofobia e intolleranza, mentre al contrario una società plurale, una democrazia è la forma di coesistenza di minoranze, dove piuttosto che tentare di assomigliare a un modello di italianità sappiamo resistere nelle nostre differenze. Non solo quelle presenti, ma quelle storiche, che in un paese da sempre tanto attraente per visitatori pacifici e meno pacifici, sono numerosissime.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa è l’Italia che io vorrei celebrare, non quella dell’Unità ma della pluralità, dove ogni diversa forma di civiltà, in Italia spesso così minuta, locale, storicamente radicata in civiltà comunali diverse le une dalle altre, trova espressione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il tema dell’Unità diventa così più interessante: vorrei per il centocinquantesimo compleanno dell’Italia moderna offrire una torta colorata e piena di candeline dal cui interno saltino fuori, come una sorpresa, le nostre differenze, che sono più importanti della nostra unità. Vorrei lasciare esistere e prosperare le comunità e le nostre culture locali oltre a quelle di coloro che vengono a vivere con noi. Quasi necessariamente credo che dovremmo abolire anche la televisione, che diffonde conformismo. Vorrei che le nostalgie identitarie della Lega, che è afflitta in modo più provinciale da quegli stessi ideali romantici di omogeneità linguistica, culturale e territoriale che nel 1922 portarono al fascismo, divenissero irrilevanti di fronte alla bellezza di questa nuova Italia plurale. In fondo, era questa Venezia nei suoi momenti di maggiore espansione: la patria di Da Ponte, Goldoni e Casanova, che faceva ai visitatori l’effetto che fa a noi oggi New York per il suo carattere multietnico e l’altezza degli edifici. Piuttosto che comportarci come patriarchi che richiamano a una tradizione discutibile e tentano di attutire le differenze o smussarle, dovremmo fare delle nostre varietà regionali, che non sono solo linguistiche e gastronomiche, ma morali e di mille altri tipi, il volano di un diverso modo di pensare lo Stato. In un’epoca in cui cambiamo tanto rapidamente, grazie a movimenti rapidissimi di informazioni, beni e persone, questa pluralità dovrebbe essere la nostra carta vincente. Questa è in realtà anche la ricchezza della nostra storia letteraria, a partire da Dante, dal suo espressivismo linguistico e dalle sue curiosità antropologiche raccolte durante l’esilio nella nostra penisola, o dai vagabondaggi di Tasso, o dalle commedie di Goldoni, dalle osservazioni sul marchigiano e il toscano che si trovano nello Zibaldone di Leopardi, per arrivare, appunto, a Celati e Meneghello, a Levi e Calvino. In realtà, la tradizione migliore della nostra letteratura ha sempre sofferto il rischio del ripiegamento in una nostalgia, e ha invece saputo articolare la propria ricchezza nel cosmopolitismo: se c’è un’Italia che io celebro quando scrivo non è quella che cerca di assomigliarsi e rintana, ma quella aperta e avventurosa che è Italia nel mondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viaggiare, vivere in altri paesi, imparare altre lingue e altri modi di fare è, da Omero, ciò che costruisce il talento dell’uomo. Nel proemio dell’Odissea, tra i primi attributi di Ulisse, si dice che vide le città di molti popoli e ne conobbe i costumi. La sua leggendaria astuzia altro non è che conoscenza. Certo, il tema del capolavoro omerico è quello del ritorno, del dolore del ritorno, della nostalgia, ma è solo grazie alla ricchezza delle esperienze accumulate che Itaca è divenuta un luogo universale per l’umanità. Senza il mondo, sarebbe stata uno scoglio nel Mediterraneo come tanti altri, pieno di capre.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/pmL9yqD7o8k" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/dossier/150-anni/item/2431-una-unita-centocinquanta-anni-e-mille-differenze.html</guid>
         <pubDate>Tue, 10 Jan 2012 17:42:10 +0000</pubDate>
         <category>Italianieuropei e i 150 anni dell'Unità d'Italia</category>
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         <title>Pasquale Saraceno. L’industria del Nord e la spesa pubblica nel Mezzogiorno</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Il testo di Pasquale Saraceno del  1952 che qui riproponiamo offre una testimonianza della lucida consapevolezza  acquisita dall’autore circa l’unicità del percorso di sviluppo del nostro paese  e del ruolo strategico, sottolineato ancora oggi da molti, che la crescita del  Mezzogiorno avrebbe potuto giocare al fine di rilanciare l’intera economia  italiana.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Commentare una proposta di politica di sviluppo formulata sessanta anni fa è un esercizio sostanzialmente astratto e, per certi versi, arbitrario. Ma lo scritto di Pasquale Saraceno suscita in ogni caso riflessioni e reazioni molto nette. La scelta ineludibile per consentire un duraturo ed equilibrato sviluppo del paese è – per Saraceno – quella di realizzare per diretta iniziativa dello Stato l’insediamento di una consistente industria meccanica (compresa la siderurgia) capace di sostenere una diffusa industrializzazione e di determinare incremento del reddito e dell’occupazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vi sono dei punti di forza molto convincenti e anche delle vere e proprie previsioni sulle conseguenze negative che la mancanza della industria meccanica avrebbe determinato. L’aspetto più interessante è costituito dalla lucidità con cui si descrive l’unicità del percorso di sviluppo del nostro paese. Tema ancora oggi drammaticamente attuale, a giudicare dall’enfasi con cui i meridionalisti sottolineano che il Mezzogiorno è una opportunità per l’intero paese. Anche se oggi, a posteriori, ci si potrebbe chiedere se tale obiettivo non sia stato mancato anche per l’eccessiva “separatezza” delle politiche indotta dalla “potenza” e dalla autoreferenzialità dell’intervento straordinario. Come pure non può non essere sottolineata la circostanza che nel nostro sviluppo ha avuto e ha un grande ruolo (anche nella attuale crisi) l’industria manifatturiera e quella meccanica in particolare, anche se non è da condividere la eccessiva sottovalutazione degli altri comparti industriali che traspare nello scritto di Saraceno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma l’impostazione dalla quale mi sento più distante, e forse non solo per i sessanta anni trascorsi, è quella relativa alla natura dell’intervento dello Stato. Non si tratta di contrapporre una visione astrattamente liberista ad una statalista; non è la disputa tra chi crede nelle capacità propulsive e auto regolatrici del mercato e chi invece pensa che in un sistema duale lo Stato debba assumere un ruolo centrale. La questione è relativa alla modalità con cui si concretizza una politica di sostegno. Saraceno delinea una politica perentoria a tale riguardo: «l’iniziativa privata non può che avere una funzione complementare rispetto alla iniziativa pubblica».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma anche in altri passaggi si percepisce che lo sviluppo possibile è in mano allo Stato, ai suoi interventi diretti: quando invoca la necessità di costituire industrie meccaniche dice che altrimenti lo Stato si ridurrebbe a finanziarie infrastrutture e bonifiche, con ciò dando l’impressione che lo sviluppo possibile nasca e muoia dentro le scelte dello Stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non si ragiona con i se, ma viene da chiedersi se non fosse stato opportuno tentare di declinare in modo più complesso e articolato il sostegno pubblico allo sviluppo: per esempio non sottovalutando o del tutto ignorando le scarse, ma tuttavia presenti, energie e tradizioni imprenditoriali locali; oppure assumendo come prioritari interventi capaci di far crescere le responsabilità, individuali, collettive e istituzionali, locali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella stessa linea il richiamo alla motivazione di fondo per la costituzione della Cassa: la mancanza del fattore organizzativo e della capacità di spesa della pubblica amministrazione locale nel Mezzogiorno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo Stato puramente e semplicemente si sostituisce a questo sistema concentrando su di sé il ruolo di programmazione e di esecuzione degli interventi: scelta giustificabile in una logica di emergenza, ma certamente controproducente nel medio-lungo periodo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certo si potrà obiettare che l’intervento pubblico, così come descritto da Saraceno, non è stato compiutamente sperimentato, o meglio è stato contaminato da un eccesso di politica, spesso assistenziale, quando non esplicitamente clientelare. Ma è una obiezione debole, perché la degenerazione politica era un pericolo evidente in un disegno di intervento “potente”, quantitativo, centralistico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sta di fatto che il disegno, così come si è concretamente realizzato, ha determinato indubbi risultati nella crescita del reddito e dei consumi (meno nelle condizioni generali di vita), ma non ha indotto processi di diffusione di cultura e prassi imprenditoriale, vera leva sulla quale è possibile costruire percorsi di sviluppo duraturo, né ha consentito il rafforzamento delle autonomie locali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Senza contare gli effetti di dipendenza indotti nelle classi dirigenti meridionali, orientate a cercare – e a rivendicare – altrove le responsabilità dello sviluppo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;h3&gt;&lt;b&gt;L’industria del Nord &lt;/b&gt;&lt;b&gt;e la spesa pubblica nel Mezzogiorno&lt;/b&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;In un paese sovrapopolato, nel quale la popolazione non occupata prende coscienza del suo stato di minorità rispetto alla popolazione restante, l’iniziativa privata non può avere che una funzione complementare rispetto all’iniziativa pub­blica: se questa è viva ed è consapevole dei propri compiti, anche l’iniziativa privata si sviluppa; altrimenti essa decade. Non vi è opposizione tra le due, ma la seconda è condizio­nata dalla prima; quanto meno, questo è il quadro che più conviene alla maggioranza della popolazione che non appar­tiene al gruppo privilegiato degli imprenditori esistenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;D’altra parte, a torto questi imprenditori sono accusati di politiche restrizionistiche o di insufficiente slancio imprendi­toriale; nessuno meglio di loro sa valutare le possibilità di sbocco consentite dall’esistente situazione e dai suoi possi­bili sviluppi; è quindi giustificato il loro timore che nuovi investimenti non collegati con una fase di sviluppo del mer­cato — fase di sviluppo che essi non hanno la forza di atti­vare — si risolvano in disperdimenti di capitali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Giova infine ripetere che l’odierno problema italiano non nasce da un arresto di sviluppo economico; a sei anni dalla fine della guerra e riferendoci al 1938&lt;sub&gt; &lt;/sub&gt;possiamo, infatti, re­gistrare un incremento del reddito nazionale nettamente su­periore a quello della popolazione (+ 13-14% il reddito, +10% la popolazione) e in particolare un livello della produ­zione industriale del 36% superiore all’anteguerra; nello stesso tempo, però, dobbiamo constatare un rilevante sviluppo della disoccupazione, portatasi a livelli di poco inferiori a tre volte quelli dell’immediato anteguerra (da 700 mila a circa 2 mi­lioni di unità). Questi indici confermano che la natura e la gravità dei nostri problemi sono determinati dallo sfasamento esistente tra l’aumento dell’occupazione e del reddito nazio­nale da un lato (aumento che in altri paesi potrebbe essere considerato soddisfacente) e l’aumento della domanda di la­voro e di maggior reddito dall’altro, domanda espressa da ceti e da regioni che erano rimasti, per così dire, ai margini dell’attività economica del paese. E in conseguenza anche i nostri futuri problemi saranno condizionati non soltanto dallo sviluppo che potranno avere reddito ed occupazione, ma dal fatto che diminuisca oppure aumenti detto sfasamento tra aumento di occupazione e nuova domanda di lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È fenomeno notorio che uno stato di depressione, mentre causa flessioni nella domanda di beni di consumo, riduce gra­vemente, e talvolta annulla, la domanda di beni strumentali che l’industria meccanica è chiamata a fornire ai produttori di beni di consumo; durante una fase di depressione cade infatti non solo la convenienza ad aumentare gli impianti, ma anche quella a rinnovarli. E nello stesso campo dei beni di consumo, quelli forniti dall’industria meccanica (ad es. au­tomobili, apparecchi domestici) sono richiesti in misura più ridotta quando il tenore di vita è basso; non così per i beni delle altre industrie (tessili ad esempio che presentano in genere una domanda più rigida e che vediamo largamente ri­chiesti anche da popolazioni a tenore di vita molto depresso). È quindi agevole spiegarsi, nella situazione italiana quale si è sopra descritta, una localizzazione della crisi nel settore meccanico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla crisi di sbocchi si sovrappone oggi nell’industria meccanica italiana una crisi tecnica senza dubbio non meno grave; essa è determinata dalla rapida evoluzione subita dai processi applicati dall’industria meccanica dei paesi tecni­camente più progrediti, evoluzione avvenuta sotto la spinta dei problemi posti dalla preparazione e dalla condotta della guerra, dalla riparazione delle sue conseguenze, ed oggi dal riarmo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Scarsa disponibilità di mano d’opera e affannosa domanda di prodotti meccanici, prolungate per lunghi periodi di tempo, hanno dato luogo a una straordinaria accelerazione del pro­gresso tecnico nel campo meccanico; la produttività degli im­pianti che possono essere predisposti con le macchine, i ma­teriali e i metodi organizzativi oggi noti è enormemente au­mentata in pochi anni: i minimi di dimensione di cui deb­bono essere dotate le unità produttive per poter competere sul piano internazionale sono in conseguenza rapidamente aumentati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora, una simile evoluzione tecnica rende conveniente ed anzi impone in molti rami della nostra industria meccanica un intenso processo di concentrazione e di specializzazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa concentrazione, in quanto diminuisce costi e prezzi, consentirà di allargare sia il mercato interno che gli sbocchi esteri e darà perciò luogo a un aumento di reddito nazionale e di occupazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma detto aumento si produrrà nell’insieme dell’economia nazionale e come risultato finale di un processo di razionaliz­zazione che, per intanto, non può non incidere su talune delle aziende esistenti e, quindi, sulla occupazione che oggi esse consentono; squilibri di rilievo sono inevitabili, dato che la maggior occupazione generata dalla razionalizzazione dell’industria meccanica non solo potrà aversi in luoghi diversi da quelli dove si trovano gli impianti sacrificati dalla concen­trazione, ma addirittura si manifesterà in parte fuori dell’industria meccanica; si pensi, ad esempio, alla attività commerciale e bancaria richiesta dalla maggior produzione collo­cabile dalle aziende risanate oppure alla produzione di altre industrie — chimica, tessile, ecc. — chiamate a fornire i ma­teriali e i semilavorati occorrenti alle lavorazioni meccaniche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora, la realizzazione di simili direttive richiede: &lt;i&gt;a) &lt;/i&gt;ingenti capitali disposti ad assumere gravissimi rischi; &lt;i&gt;b) &lt;/i&gt;una auto­rità capace di imporsi a interessi contrastanti e dotata dei poteri occorrenti per risolvere i problemi sociali conseguenti alle concentrazioni e alle altre trasformazioni. Non deve quindi sorprendere che in questa situazione gli investimenti privati, nell’industria meccanica non siano rilevanti; il capitale pri­vato non può non preferire le produzioni industriali non meccaniche, che presentano il duplice vantaggio di essere più facili e di avere un mercato interno garantito, e non può non esitare ad avventurarsi nella molto più difficile produzione meccanica, che occorre poi andare a collocare in lontani mercati d’oltremare, in concorrenza con paesi tecnicamente più, avanzati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Finché il vendere con guadagno, sul mercato interno pro­tetto, zucchero ed altri prodotti essenziali sarà giudicato come manifestazione di alte capacità imprenditoriali, non si vede perché l’iniziativa privata debba arrischiare capitale e reputazione nella produzione, ad es., di trattori per l’espor­tazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In conseguenza, l’afflusso di nuovo capitale privato nel­l’industria meccanica italiana non può non rimanere relati­vamente modesto rispetto alle possibilità di espansione che tale industria obbiettivamente presenta in un paese come il nostro, dotato di larghe capacità di lavoro, ricche di buone specificazioni tecniche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora, il fatto che il problema economico italiano risulti dalla combinazione di un ristagno industriale nel Nord e di uno stato di sovrapopolazione agricola nel Sud addita, di per&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;sé, una linea direttiva per la soluzione dei nostri problemi: una politica di larghi investimenti al Sud crea infatti quella più larga base di mercato interno che si richiede per una piena utilizzazione dell’apparato industriale del Nord e per una sua estensione al Sud; la classica immagine delle due de­bolezze contrapposte che possono creare la solida forza di un arco ben equilibrato può essere utilmente richiamata a questo riguardo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una politica di spese a favore del Mezzogiorno rappre­senta una forma di intervento a favore dell’industria, e in particolare di quella meccanica, tra le più efficaci. […&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; ]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se noi immaginiamo che il fattore più scarso tra quelli occorrenti per intensificare il processo di sviluppo economico del Mezzogiorno sia costituito dai mezzi di pagamento sul­l’estero, giungiamo alla conclusione che, posta una disponibi­lità di mezzi di pagamento sull’estero =100, è possibile dar corso a un investimento nel Sud pari a 250&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;in quanto esista nel paese una industria siderurgico-meccanica; investimento che si ridurrebbe a 198 se, non esistendo tale industria, si dovesse far luogo alla importazione dei relativi prodotti. A parità di mezzi di pagamento sull’estero, gli investimenti nel Mezzogiorno possono dunque essere aumentati di un buon 25%, per il fatto che il paese dispone di una industria siderur­gico-meccanica,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vediamo d’altra parte quale contributo può dare lo svi­luppo economico del Mezzogiorno al riequilibramento dell’in­dustria meccanica nazionale: […] una spesa addizionale di L. 100 miliardi disposta a favore del Mezzogiorno dovrebbe attivare una produzione siderurgico-meccanica dell’ordine di L. 32 miliardi. Una simile produzione corrisponde all’attività di 25/30.000&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;addetti e darà luogo a un aumento di produtti­vità o un aumento di occupazione a seconda che le unità pro­duttive chiamate a fornire la produzione richiesta abbiano, o no, eccedenze di mano d’opera.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È anche da tener conto che la spesa pubblica addizionale determinerebbe un peggioramento della bilancia commerciale dell’ordine di L. 46 miliardi. Supposto che detto squilibrio sia in parte coperto da prestiti e in parte apra invece nuove possibilità alle nostre esportazioni, fra cui anche a quelle mec­caniche, l’effetto prodotto sulle vendite dell’industria siderurgico -meccanica dalla spesa pubblica del Mezzogiorno può valutarsi nel 40% della spesa stessa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un simile incremento di produzione non è certo molto rilevante rispetto alle possibilità attuali dell’industria mecca­nica italiana, la quale ha fornito nel 1951 una produzione valutata in L. 800 miliardi di cui L. 18o miliardi destinati all’esportazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vi è però da osservare che il programma di sviluppo del Mezzogiorno si trova ora solo in una fase di avviamento ini­ziale; la spesa pubblica attualmente destinata allo sviluppo delle regioni meridionali costituisce un massimo rispetto alla struttura amministrativa esistente e alla sua capacità attuale di condurre avanti la complessa attività di programmazione, di progettazione, di finanziamento richiesta dall’attuazione di un processo di sviluppo; il fattore più scarso, in questa fase iniziale, non è tanto la disponibilità di mezzi di pagamento sull’estero, quanto quel fattore organizzativo che è espresso dalla capacità di spesa della pubblica amministrazione. L’isti­tuzione della Cassa per il Mezzogiorno non è che il riconoscimento di tale ostacolo pregiudiziale e quindi il passo preli­minare all’avvio di ogni programma. Spesa pubblica e rela­tivi effetti non potranno quindi che aumentare di mano in mano che lo Stato andrà attrezzandosi per lo svolgimento dei nuovi compiti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E riguardo a questo accrescimento è da ricordare che au­mento del tenore di vita del Mezzogiorno significa maggiori fabbisogni di derrate alimentari e di materie prime; ora gli investimenti in programma non possono avere che limitati riflessi sulla disponibilità interna di tali materie, dato il qua­dro di risorse naturali offerto dal territorio italiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Aumenterà quindi il fabbisogno di importazioni di tali generi e dovranno in conseguenza aumentare, in contropartita, le nostre esportazioni. E veramente non si vede come tale sviluppo di esportazioni possa essere ottenuto da un paese la cui industria meccanica sia in crisi; ciò tanto più che ma­terie prime e derrate alimentari possono esserci fornite es­senzialmente da paesi extraeuropei che non chiedono i tipici prodotti agricoli di qualità — come ad esempio i prodotti or­tofrutticoli — che oggi occupano largo posto nelle nostre espor­tazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E lo sviluppo industriale del Sud dovrà appunto ricercarsi oltre che nelle produzioni richieste da un mercato locale meno stremato, anche nel più difficile e impegnativo campo delle industrie di esportazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sviluppo del Mezzogiorno e riordinamento dell’industria siderurgico-meccanica costituiscono dunque due elementi di un unico programma e non due alternative tra cui ripartire le stremate risorse a disposizione, immagine quest’ultima pur­troppo consueta nei dibattiti che si svolgono in materia. E l’intervento nei riguardi dell’industria meccanica si prospetta di lunga lena e non meno arduo dell’intervento iniziato a favore del Mezzogiorno. Ciò, non solo e non tanto per le ca­ratteristiche dell’azione da svolgere, quanto perché — come già al tempo del riordinamento bancario — l’azione dello Stato, il quale si è già largamente impegnato nel campo mec­canico, deve continuare a svolgersi senza il conforto di un pensiero economico che abbia elaborato i termini del problema e delle sue possibili soluzioni. Ma il peso della posta in gioco farà trovare anche questa volta la soluzione adatta; la rei­terata, astratta riaffermazione dei pregi dell’iniziativa privata non favorì, ma in sostanza neanche ostacolò la realizzazione di un sano ordine bancario tra il 1930 e il 1936; probabilmente lo stesso accadrà per quanto riguarda il riordinamento dell’industria meccanica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La rovinosa pratica dei salvataggi bancari del primo dopo­guerra&lt;sup&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt; &lt;/sup&gt;—&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;cui si pose termine con la costituzione dell’IRI – ­ha, del resto, molti punti in comune con la crisi meccanica di questo dopoguerra. Allora, in nome della libertà d’inizia­tiva, si rinunciò per anni a svolgere un’azione di guida e di riforma del sistema bancario e si aprì così la strada al più sterile e al più immorale degli interventi statali: il salvatag­gio a spese del contribuente. Oggi, secondo la stessa mito­logia, si vorrebbe che il mercato determinasse la sorte ultima dell’industria meccanica, anziché chiedersi se l’iniziativa mossa dal mercato non debba essere integrata da un’azione più potente, di più lungo respiro, di cui solo lo Stato può darsi carico. E come nel caso delle banche non si evitarono costosi interventi &lt;i&gt;a posteriori &lt;/i&gt;dello Stato, così oggi lo Stato sarebbe ugualmente chiamato a sanare perdite e a sovvenire disoccupati se esso si astenesse da un’azione di guida e di riorganizzazione che obbiettivamente si palesa come una fun­zione pubblica. Ed evidentemente le sanatorie di perdite e le azioni di sostegno isolate, come già i salvataggi bancari, non sono una manifestazione di un intervento economico dello Stato, ma la conseguenza politica del mancato intervento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Allora lo Stato, come conseguenza del suo disinteresse, si trovò a un tratto a dover scegliere tra il fallimento delle grandi banche e i salvataggi e non poté non scegliere il salvataggio; nel caso dell’industria meccanica, in caso di un analogo di­sinteresse, la scelta si porrebbe tra la decadenza di larghi set­tori dell’industria meccanica e dei centri ove questi settori si sono affermati e un’opera di sostegno contingente delle unità in crisi; saviamente non si potrebbe scegliere che la seconda strada. Ma né il salvataggio bancario, né il sostegno delle unità in crisi costituiscono elementi di una politica di sviluppo economico, così come le provvidenze prese dopo un’alluvione, pur se necessarie e anche convenienti, non realizzano una politica di lavori pubblici diretta a preservare e a sviluppare le risorse naturali di un paese, ma sono la manifestazione delle deficienze di una simile politica. […]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La mancanza di un’industria meccanica renderebbe irre­solubile il problema del Mezzogiorno: il fabbisogno di ca­pitali esteri comportato da un programma di investimenti nel Mezzogiorno sarebbe infatti enormemente accresciuto per il combinato concorso di due circostanze:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;a)&amp;nbsp;&amp;nbsp; il fabbisogno di importazione generato dal pro­gramma di sviluppo concernerebbe costosi prodotti finiti an­ziché materie prime di basso valore;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;b)&amp;nbsp; le maggiori importazioni di derrate alimentari e di materie prime (occorrenti per produrre le quantità addizionali di beni di consumo richiesti in conseguenza dell’aumentato benessere delle zone in sviluppo) non potrebbero essere in buona parte coperte con le esportazioni meccaniche fin d’ora attivabili dai centri di produzione meccanica esistenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In conclusione nella fase attuale dello sviluppo economico italiano non solo non vi è opposizione di interessi tra Nord e Sud ma, dato che la politica di sviluppo economico del Mezzogiorno comporta direttamente e indirettamente una maggior richiesta di prodotti industriali, deve riconoscersi che, addirittura, può l’un problema trovare soluzione per effetto dei provvedimenti presi nei riguardi dell’altro. Oc­corre però subito aggiungere che un simile risultato non può ottenersi senza un’azione di guida e di controllo che regoli gli effetti dell’azione intrapresa, li localizzi in parte adeguata nel Sud e, soprattutto, regoli l’impiego dei fattori scarsi evi­tando che la situazione di inflazione repressa, tipica dei paesi in grande sviluppo economico e civile, degeneri in inflazione aperta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ove mancasse tale azione — che tra l’altro implica un rigoroso controllo dei nuovi impianti industriali e il perma­nere e forse l’accentuarsi della regolazione creditizia — l’opera svolta a favore del Mezzogiorno si esaurirebbe in una tempo­ranea fioritura di spacci per le maestranze mobilitate nell’ese­cuzione delle opere pubbliche in programma; lo sviluppo in­dustriale conseguente a un programma anche di vaste pro­porzioni si localizzerebbe ancora una volta al Nord presso i centri industriali esistenti, così come è avvenuto per le pro­duzioni suscitate dalla prima e dalla seconda guerra mon­diale, dalla prima e dalla seconda ricostruzione post-bellica, dall’autarchia e dalle altre politiche di spesa svolte tra le due guerre.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non dovrebbero occorrere complicate valutazioni degli effetti moltiplicativi di una politica di investimenti per rendersi conto di quali sarebbero gli effetti di un’azione a fa­vore del Mezzogiorno limitata allo sviluppo delle opere pubbliche e delle bonifiche. Si immagini anzi che tale indirizzo sia perseguito con una visione molto larga delle necessità del Sud, al punto di concentrare in tale regione la massima parte della spesa pubblica, trascurando invece le altre regioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo un certo numero di anni di una simile politica si farebbe luogo a questa paradossale situazione: da una parte (al Sud) un gruppo di regioni meravigliosamente dotate di strade, acquedotti, ospedali, scuole, case, stazioni, alberghi e in questo straordinario apparato una popolazione disperata le cui possibilità di vita sarebbero legate soltanto alla ulte­riore esecuzione di altre opere pubbliche; nell’altro gruppo di regioni si avrebbe invece, accanto a un complesso di opere pub­bliche deteriorate e invecchiate, una straordinaria fioritura di attività economiche, suscitata tra l’altro dal mercato creato dalla rilevante spesa pubblica effettuata nell’area depressa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di un simile indirizzo soffrirebbe del resto anche l’appa­rato industriale del Nord, il quale non potrà mai uscire dallo stato di ristagno in cui si trova fintantoché lo sviluppo eco­nomico del Sud — che implica anche l’impianto di industrie e non solo l’elargizione di opere pubbliche — non avrà dato al mercato interno quella larga base che oggi si richiede per un economico esercizio delle unità di grandi dimensioni im­poste dalle moderne tecnologie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Rilevante è quindi l’impegno che lo Stato sta assumendo con la duplice azione intrapresa nei riguardi del Mezzogiorno e dell’industria meccanica; impegno tanto più grande in quanto, si ripete, detta azione da un lato è ostacolata dal fatto che il processo di concentrazione può aggravare talune situazioni di disoccupazione, e dall’altro è contrastata dalle correnti tradizionali di pensiero economico che in sostanza negano allo Stato ogni capacità di intraprendere un’azione del tipo sopra delineato e additano la cosiddetta “povertà di capitali” del nostro paese come un ostacolo insuperabile all’attuazione di uno sforzo a favore del Mezzogiorno ade­guato alla gravità del problema. Ora, quanto tale concetto di “povertà di capitali” sia inconsistente, almeno nei ter­mini in cui è di solito proposto, lo si può rilevare dal diffe­rente modo con cui si configura il problema dello sviluppo di un paese sovrapopolato a seconda che esso abbia o no un’industria siderurgico-meccanica e a seconda che dietro a questa industria vi sia o no una volontà dello Stato di far luogo alla sua espansione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questi elementi, che assumono un valore preponderante per valutare lo sforzo che è possibile esplicare, non sono offerti dai dati sul risparmio nazionale o sul bilancio statale o sul reddito nazionale, sui quali di solito si fondano i giudizi in argomento; come pure non si tiene adeguato conto che l’iniziativa privata, lasciata a se stessa, può risolvere solo una modesta parte dei nostri problemi anche se riuscirà a stabilire rapporti tecnicamente soddisfacenti tra reddito, risparmio, bilancio statale e bilancia dei pagamenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma soprattutto va ricordato che la capacità di produzione meccanica di cui dispone il nostro paese ne costituisce uno degli elementi più vitali ed aumenta in maniera decisiva quella capacità di lavoro il cui utilizzo può consentirci di ri­solvere i nostri problemi; non quindi ramo secco, secondo una sciagurata terminologia abbastanza diffusa, non indu­stria parassitaria, ma fattore che diventa sempre più l’ele­mento distintivo dei paesi liberi e progrediti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dato il ritmo attuale del progresso tecnico e il conseguente aumento del contributo dato dalla macchina alla produzione industriale moderna, non è eccessivo dire che tra 15-20 anni solo i paesi dotati di industria meccanica potranno essere definiti industrializzati; tali non potranno certo dirsi quegli altri paesi i quali, incapaci di produrre gli strumenti del lavoro moderno, si ridurranno a gestire un gruppo modesto, di industrie non meccaniche utilizzando le macchine che i paesi industrializzati vorranno loro fornire; ed è superfluo rilevare che ben scarsa sarà l’occupazione consentita da un simile apparato produttivo e molto basso il livello del red­dito nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora, se l’Italia resterà nel novero del primo gruppo di paesi e non passerà nel secondo, se potrà industrializzarsi ulteriormente e non dovrà invece addirittura subire, con il decadere dell’industria meccanica, un processo di disindustrializzazione, lo si dovrà in buona parte all’esito della battaglia che lo Stato sta conducendo in questo campo tra difficoltà e incomprensioni di ogni genere: incomprensioni che, in gran parte, derivano dalla ancor diffusa opinione che la spesa pubblica è una quota definita di un tutto ben determi­nato che è il reddito nazionale, quando invece la spesa pub­blica è, nella sua misura e nella sua composizione, il fattore che più di ogni altro vale a determinare l’entità, la struttura e la distribuzione del reddito della nazione.&lt;sup&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;&lt;br clear="all"/&gt; 
&lt;hr size="1" align="left" width="33%"/&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; [Seguendo una prassi già iniziata nei primi anni del secolo, le grandi banche italiane immobilizzarono ingenti capitali nell’industria durante la prima guerra mondiale acquistando praticamente il controllo e l’effettiva direzione dei maggiori complessi. Al sorgere delle difficoltà create dall’esigenza di convertire l’industria bellica e dalla stessa impostazione speculativa data spesso alla gestione di quei complessi, le banche si trovarono nell’impossibilità di far fronte ai loro impegni nei confronti dei creditori, i cui depositi erano stati immobilizzati. Lo stato intervenne allora fornendo alle banche a più riprese i mezzi finanziari per superare la crisi. Di tali aiuti beneficiarono specialmente la Banca commerciale, il Credito italiano, il Banco di Roma e la Banca di sconto: quest’ultima, malgrado le sovvenzioni, cadde definitivamente nel 1921. L’onere complessivo, addossato ai contribuenti, de salvataggi compiuti dal 1921 al 1933, è stato valutato in oltre 11 miliardi di lire dell’epoca: E. Rossi, I padroni del vapore, Bari, 1957, pp. 120-145.]&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; [Da P. Saraceno, Lo sviluppo economico dei paesi sovrappopolati, Roma, 1952, pp. 137-143; 145-154.]&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/tPuJRfgz_o8" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Tue, 10 Jan 2012 17:16:16 +0000</pubDate>
         <category>Italianieuropei e i 150 anni dell'Unità d'Italia</category>
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         <title>Il futuro in sospeso</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/be1456d58c660771448ef8d6f9c381d2_S.jpg" alt="Il futuro in sospeso"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Eravamo arrivati a Bologna da tutte le province d’Italia. La maggior parte di noi proveniva dalle regioni del Sud: Puglia e Calabria in particolare; la minoranza invece si divideva tra Marche, Toscana, Veneto e chi, come me, aveva lasciato una provincia ai piedi delle Alpi che la crisi del tessile in pochi anni aveva spopolato.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Eravamo arrivati a Bologna da tutte le province d’Italia. La maggior parte di noi proveniva dalle regioni del Sud: Puglia e Calabria in particolare; la minoranza invece si divideva tra Marche, Toscana, Veneto e chi, come me, aveva lasciato una provincia ai piedi delle Alpi che la crisi del tessile in pochi anni aveva spopolato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All’inizio non fu semplice. La convivenza in uno studentato composto da sessanta ragazzi e una sola lavatrice per forza di cose qualche problema lo crea. Per i turni del bucato, appunto, ma anche per i posti in aula studio, per i fornelli in cucina comune, e il baccano continuo e diffuso in ogni stanza, a ogni ora del giorno e della notte. All’inizio, fu un po’ come nella “Grande Guerra” di Monicelli: eravamo giovani, ci ritrovavamo per la prima volta soli e lontani da casa, in una città sconosciuta, il nostro futuro in gioco, e non parlavamo affatto la stessa lingua.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In poche settimane si formarono i gruppi. Pugliesi con pugliesi, abruzzesi con abruzzesi, e via dicendo. I gruppi erano coesi al loro interno, come se fossero composti da amici d’infanzia e non da sconosciuti, e si studiavano l’un l’altro. Il banco di prova principale delle differenze era costituito dal pranzo della domenica. Le ragazze calabresi si svegliavano abbastanza presto, indossavano dei grembiuli, e occupavano la cucina comune fin dalle nove del mattino. Noi facevamo colazione, a stento riuscivamo a porre la moka sul fuoco, loro monopolizzavano i fornelli con pentole giganti dove giravano il sugo, lessavano le patate. Ingombravano i tavoli con impasti di farina e uova, baccelli sbucciati, facevano pane e pasta con le mani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qualcuno del Centro-Nord diceva: «Neanche mia nonna lavora così tanto in cucina». Vedevi queste ragazzine di diciannove anni appena, che tiravano la pasta con il mattarello in religioso silenzio e stavano ore appresso al forno. Uno spettacolo surreale per chi, come me, sapeva a mala pena fare un uovo al tegamino e mai e poi mai avrebbe dedicato un’intera mattinata a friggere e impastare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Altra cosa che destava sguardi e frecciatine era l’arrivo dei pacchi. In certi giorni la portineria veniva letteralmente presa d’assalto dai corrieri, si accumulavano per terra scatoloni su scatoloni, tutti provenienti dal Sud e tutti colmi di generi alimentari. Rape, pomodori, cetrioli, insalate, nespole, meloni, a seconda della stagione. «Vuoi mettere una rapa del mio orto, una rapa di Brindisi, con quelle senza sapore che ti vendono quassù?» dicevano i destinatari del ben di Dio a noi che li guardavamo allibiti. L’arrivo dei pacchi era una festa per loro, il pretesto per organizzare pranzi e cene, per prendere di nuovo possesso della cucina comune, estromettendo noi, del Centro e del Nord, che nella maggioranza dei casi andavamo avanti a panini e piadine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Osservandoli dal corridoio, come si riunivano in enormi tavolate festose; oppure non potendo fare a meno di sentire le loro grida e le loro risate dalle stanze accanto, molti di noi, piemontesi e toscani, hanno scoperto cosa ci era mancato, cosa ci mancava: quel senso di comunità stretta intorno a un tavolo, e una lingua speciale che non fosse l’italiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo qualche mese, nei vari gruppi, si cominciò a parlare correntemente il dialetto. Litigavano, cucinavano, gridavano e si volevano bene in sardo, in napoletano, in siciliano. Chi di noi non aveva un dialetto proprio si sentiva menomato. Chi non condivideva con qualcuno un idioma regionale era tagliato fuori dalla lingua degli affetti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Eravamo nel 2003, e avevamo appena iniziato a frequentare i corsi all’università.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi veniva dal Sud, in maggioranza schiacciante, era iscritto a facoltà come ingegneria, farmacia, medicina, scienze della formazione. «Non ho tempo da perdere, io. Quando finisco, devo lavorare subito ». A noi che eravamo iscritti a facoltà come lettere e filosofia, minoranza assoluta, ci sfottevano spesso. «E dopo che fate? I disoccupati?», e ridevano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All’inizio, impossibile mentire, le varie parti d’Italia ritrovatesi per caso e per forza in quello stesso studentato di Bologna si osservavano con una certa diffidenza, sottolineavano le diversità, si prendevano in giro, ma cercavano – segretamente – le somiglianze. I pugliesi si stupivano di come noi settentrionali fossimo figli unici, non festeggiassimo con canti e danze il santo patrono, e non prestassimo molta attenzione ai cibi e alla famiglia, a cui telefonavamo molto meno. Noi ci stupivamo quando ci raccontavano dei rifiuti lasciati per strada e delle sparatorie che, come nei film, si sentivano esplodere in strada o nei bar. I luoghi comuni che si leggevano sui giornali diventavano improvvisamente vivi e reali sulle nostre bocche, nelle nostre vite.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma le somiglianze non tardarono ad emergere. Durante la prima sessione di esami, proprio come si fa in guerra di fronte al pericolo imminente, cominciarono le prime nottate di studio comune, le prime caffettiere da dieci tazze, e le prime vere confidenze tra Nord, Centro e Sud: «Ebbene sì, non ho studiato ». Si avviò così la stagione dell’avvicinamento, con l’ammissione che nessuno si era preparato abbastanza ad affrontare il futuro. Eravamo uguali nella disgrazia dell’esame e nella colpa di non aver studiato come si doveva. Il terrore di non farcela a superare l’esame, di non farcela a ottenere i crediti totali alla fine dell’anno, il terrore di perdere borsa di studio e posto alloggio, in un crescendo angoscioso che terminava nella paura più grande: tornare a casa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Casa: esatto. Il paesino in provincia di Bari, di Brescia, di Siena, di Catanzaro che ciascuno di noi aveva esaltato come il più bello del mondo, dove si gustano i piatti più buoni, dove ci sono le ragazze più belle, le colline più in fiore, le chiese più antiche. Il piccolo paradiso provinciale da cui tutti noi eravamo fuggiti e che però, nella città straniera e ignota, avevamo decantato per mesi facendo a gara a chi le sparava più grosse; ecco che il nostro caro paradiso adesso si trasformava per tutti nel peggiore dei fallimenti. Sì, perché a dirci le cose come stavano, quei paesini e quelle piccole città con appena una stazione ferroviaria di due binari, un cinema e una scarna biblioteca, al Sud come al Nord, non erano esattamente il migliore dei mondi possibili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Credo sia stato “tornare” il verbo fatidico. Sollevando la testa dai libri, all’una di notte, abbiamo preso a turno a raccontare le nostre adolescenze e abbiamo scoperto, pur con qualche variazione, che si assomigliavano tutte. Avevamo visto, noi nati negli anni Ottanta, chiudere gradualmente le fabbriche e i negozi nei centri storici, e anche i circoli ricreativi, diminuire le feste e le sagre, precipitare i campetti di calcio nell’abbandono. Avevamo assistito allo spopolamento in massa dei giovani, che andavano a cercare lavoro nelle città vicine più grandi. Avevamo toccato con mano la Cassa integrazione di amici e parenti. Avevamo capito tutti che occorreva andarsene, che lì – a casa – non ci sarebbe stato un gran futuro per noi, almeno: non il futuro che eravamo convinti di meritare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bologna era moderna e straripante di opportunità, ai nostri occhi, nel 2003. Locali di tutti i tipi: anche quelli gay che in provincia uno se li sognava lontanamente. Teatri grandiosi dove veniva a dirigere l’orchestra addirittura il maestro Abbado! In piazza Maggiore, per il 1° maggio, cantava Lucio Dalla, mica il matto del paese. Insomma, ci sentivamo al centro del mondo; all’inizio ci sentivamo nel posto giusto. E anche se in fondo ci portavamo dentro quella contraddizione insanabile: di essere nati da una parte e di vedere il nostro futuro dall’altra, di volere un lavoro con la “L” maiuscola – come l’insegnante, l’avvocato, l’ingegnere, il medico, il farmacista – e di voler anche metter su una nuova famiglia vicino alla vecchia; pur con una certa indecisione in testa, ci siamo buttati a capofitto nello studio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Italia dello studentato dietro piazza Verdi, a Bologna, si era finalmente unita d’un fiato in un unico progetto: conseguire la laurea, trovare il lavoro per cui avevamo studiato, formare un giorno una famiglia. Sembra poco, a dirlo così. Ma non sono pochi gli anni trascorsi gomito a gomito in stanze di due metri quadrati, lontani dalle famiglie, a studiare come matti nel terrore di perdere quella borsa di studio che ci permetteva un futuro diverso da quello che toccava a chi rimaneva in provincia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non siamo mai stati una generazione ideologica. Del resto, sarebbe stato difficile diventarlo. Gli anni dei massimi sistemi sono finiti da un pezzo, gli orizzonti si sono ristretti: tutti abbiamo avuto un genitore o uno zio che ha vissuto il Sessantotto e però, concretamente, non ha ottenuto granché. A guardarci bene in faccia, siamo spesso figli di separati, figli di genitori emigrati dal Sud al Nord, figli di persone che hanno perso il lavoro, che hanno gridato al cambiamento e che abbiamo visto ammuffire davanti a un varietà televisivo fatto di gambe svolazzanti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Forse sarà per questo che a Bologna, a vent’anni, fuori dall’occhio vigile dei genitori, non abbiamo organizzato sommosse e neppure troppe feste. La vita è un lavoro e una famiglia, su questo eravamo tutti d’accordo. E un lavoro e una famiglia, lo sospettavamo, sono mete che negli anni Duemila possono risultare lontane come un pianeta extraterrestre.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo sospettavamo, dicevo, ma non potevamo prevederlo. Per cinque anni abbiamo tirato dritto come muli. Certo, qualcuno si è perso: ha smesso di presentarsi in facoltà e ha cominciato a viaggiare nei week-end su voli low cost verso Londra, fino a quando non ha finito i soldi ed è tornato, a casa. Ma la maggioranza ha tenuto duro. Siamo arrivati, compatti, coesi, ciascuno con il proprio dialetto e i propri riti domenicali, alla laurea. L’abbiamo conseguita, ci siamo sbronzati di soddisfazione, abbiamo girato per i portici di Bologna travestiti da paperi o da Zorro con una corona di alloro in testa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La meglio gioventù, mi viene da dire. Se ripenso ad alcuni parenti semianalfabeti che venivano ad ascoltare i figli o i nipoti nell’aula magna durante la proclamazione dei “dottori”, confermo chiaro e tondo: l’Italia unita e migliore l’hanno fatta gli studentati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi, nel giro di qualche mese, è cambiato tutto. Abbiamo fatto le valige, siamo andati ciascuno per la sua strada, e abbiamo scoperto che quella strada non era affatto la magnifica autostrada che ci eravamo immaginati, bensì un sentierino sterrato. Dovevamo pagarci una stanza, adesso. Un posto letto a Bologna costa dai 250 ai 400 euro. All’inizio le nostre famiglie erano disposte ad aiutarci, ma dopo un po’ dovevamo trovare lavoro. 110 e lode, curricula lunghi e invidiabili, certificati di lingua straniera e conoscenza del sistema operativo Windows. Tutto abbastanza inutile. Ho riconosciuto miei compagni di corso al Carrefur, reparto videogiochi, con un berretto della Nintendo in testa. Ho ascoltato amici disperati che dopo la SISS si sono trovati a ottenere appena una settimana di supplenza in un anno. Nessuno dei miei compagni di università si è sposato, nessuno ha un lavoro fisso che lo rende soddisfatto di sé. L’altro giorno ho ricevuto un messaggio da un ragazzo dello studentato che a distanza di un anno e mezzo dalla laurea mi scriveva: «Parto lunedì, vado a Dublino. Non posso accettare i 400 euro che mi danno qui, mi sembrano un insulto dopo tutto quello che ho fatto». Sto parlando di un ingegnere nucleare che si è laureato con il massimo dei voti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Così vedo l’Italia della mia generazione, appena unita dallo studio, separarsi nel lavoro. Vedo persone care partire, e questa volta non per Milano o per Roma, ma per Parigi, Londra, Berlino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il verbo cruciale, ancora una volta, è “tornare”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se ripenso ai miei nonni, che hanno vissuto due guerre, mi viene in mente che tra di loro era difficile capirsi: quelli paterni parlavano solo il napoletano, quelli materni solo il piemontese. I miei genitori sono stati in gamba, in questo senso. Si sono sposati e hanno tentato anche loro un’impresa garibaldina. Era l’epoca in cui il lavoro pioveva dal cielo, gli ideali si urlavano nei megafoni per strada, in cui tutti avevano un orizzonte sconfinato di libertà e di sogni da rivendicare. Si sono separati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questo è quanto. Da Piombino mi dicono che il liceo classico sta per chiudere: mancanza di iscritti e mancanza di fondi. Biella è una città attraversata da uno scheletro di fabbriche dismesse. A Taranto i giovani prima fuggono per evitare di entrare all’Ilva, poi tornano a mani vuote e ci entrano. Scelgono il pane in cambio del veleno, ed è difficile trovare un’alternativa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dovremmo tentare uno sbarco dei Mille ogni anno, in ogni provincia. Vagando in lungo e in largo per la penisola, mi sono fatta questa convinzione. Il punto non è “andare”, bensì “tornare”. Il futuro non dovrebbe essere cercato al di là del confine. L’Italia è ancora in via di progetto, ma per realizzarlo dovremmo poter rimanere qui.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E perché?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa è una domanda che ho sentito molto spesso. Perché bisogna per forza restare? Se dovessimo parlare in termini di opportunità personali e di stipendio, la maggior parte di noi risponderebbe sarcastico: «Ma non ha senso! Vuoi mettere la Svizzera? ». Non vedo rabbia nei miei coetanei, vedo piuttosto un senso di profonda delusione. Non basta una Svizzera pulita, ordinata, dove ogni ora di lavoro è retribuita da non crederci. C’è qualcosa che ci tiene qui a dibatterci con i curricula in mano da un ufficio all’altro. E questo qualcosa non è una preoccupazione egoistica, tutt’altro. Che fine faranno queste città, questa strana penisola a forma di stivale, senza di noi? Se non possiamo contribuire con le nostre braccia e le nostre idee, se non possiamo vivere una vita degna di questo nome qui, cosa succederà all’Italia?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se penso al mio paese non penso alle polemiche rabbiose in TV, alle bande di senza-talento che strillano e si dimenano nei reality-show. Penso invece al mio studentato, così pacifico e tranquillo, penso ai pranzi grandiosi dei calabresi e ai miei panini di piemontese, alle nottate comuni a studiare, a dirci: «Diventerò medico e avvocato». Prima di scoprire che i concorsi sono chiusi, prima degli scandali degli esami truccati al telegiornale. Il paese reale, oggi, è un paese che non viene pubblicizzato. Ci dicono che fare il tronista o la velina è meglio di fare l’operaio, ci dicono che studiare serve a poco: una laurea è un pezzo di carta, ed è meglio fare due comparsate in TV. Ma non ci cascano tutti. La maggior parte, al contrario, è disposta a fare il pendolare, il precario, il single per anni piuttosto che rinunciare al suo piccolo sogno: una cattedra a tempo indeterminato nella scuola pubblica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei giorni dell’università leggevamo “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola e “La storia” di Elsa Morante. Quando l’Italia era un sogno, e occorreva ricominciare dalle macerie. Nord e Sud si guardavano l’un l’altro come due paesi stranieri, la divisione ideologica apriva ovunque fossati invalicabili e si ricorreva addirittura alle armi. A distanza di decenni abbiamo ritrovato quei libri attuali. Non basta la televisione a unificare un paese, c’è poco da fare. Guardare gli stessi varietà non ci rende amici. Ci vuole un progetto comune, come quello che avevamo noi negli anni di studentato. Che sia conseguire una laurea, fabbricare bulloni, curare malati, progettare ponti o pannelli solari, poco importa: tutto va nella stessa direzione. Il futuro. Quell’idea pazza che Garibaldi ha avuto insieme a un pugno di uomini e che è rimasta per metà in sospeso.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/C1zGgTRrZS4" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Wed, 21 Dec 2011 14:30:01 +0000</pubDate>
         <category>Italianieuropei e i 150 anni dell'Unità d'Italia</category>
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         <title>Le passioni della politica. Atti del primo ciclo di incontri</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/b0dc5fa189d9a52116889fd04ae3106c_S.jpg" alt="Le passioni della politica. Atti del primo ciclo di incontri"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Dal 3 gennaio&lt;/strong&gt; in libreria gli atti del primo ciclo di incontri de &lt;strong&gt;"Le passioni della politica"&lt;/strong&gt;. Con contributi di &lt;strong&gt;Massimo Adinolfi, Leonardo Becchetti, Remo Bodei, Piero Coda, Gianni Cuperlo, Carlo Galli, Agostino Giovagnoli, Mauro Magatti, Luisa Muraro, Andrea Peruzy, Elena Pulcini, Massimo Recalcati.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dal 3 gennaio&lt;/strong&gt; in libreria gli atti del primo ciclo di incontri de &lt;strong&gt;"Le passioni della politica"&lt;/strong&gt;.  Con contributi di &lt;strong&gt;Massimo Adinolfi, Leonardo Becchetti, Remo Bodei,  Piero Coda, Gianni Cuperlo, Carlo Galli, Agostino Giovagnoli, Mauro  Magatti, Luisa Muraro, Andrea Peruzy, Elena Pulcini, Massimo Recalcati.&lt;/strong&gt; &lt;br /&gt;(€ 10,00 | ISBN 978-88-89988-51-0)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;La politica, oggi come sempre, oggi in modo del tutto peculiare, è chiamata a risvegliare lo spirito della speranza e a organizzare i suoi cantieri.&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p class="source"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; — Piero Coda  - Speranza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;&lt;img alt="copertina_8_2011" class="sl-image-shadow" style="margin-left:30px;float:right;margin-bottom:30px;" src="http://www.italianieuropei.it/images/altre_pubblicazioni/copertina_passioni_normal.jpg"/&gt;Tra politica e antropologia vi è un nesso molto stretto, ma su entrambi i versanti tutto è oggi in movimento. La politica stenta a trovare un nuovo vocabolario in grado di motivare l’adesione a un progetto di senso collettivo; l’antropologia stenta a farsi politica, stenta a trovare cioè le risorse per resistere al suo confinamento negli spazi e nelle forme di un’esistenza meramente individuale. C’è una questione politica e una questione antropologica, e l’una e l’altra sembrano essere la stessa questione. Il primo ciclo su “Le passioni della politica” ha provato dunque ad affrontarle, a fornire elementi di diagnosi e qualche prognosi, descrivendo, perlomeno, le pareti della bottiglia dalla quale bisognerà che prima o poi ci si tiri fuori.&lt;/blockquote&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; — &lt;strong&gt;Massimo Adinolfi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;blockquote&gt;Il fatto che da anni – troppi – è come se si fosse  introiettata la    convinzione che i partiti possano riacquistare  credibilità quasi    esclusivamente sul terreno della maggiore o minore  sintonia    programmatica con i rispettivi elettorati. In altre parole,  che per colmare il fossato tra la politica e il paese  servano    sostanzialmente un ceto di persone oneste e un ottimo  programma di cose    da fare. Anche in questo caso facciamo a capirci: è  ovvio che  entrambi i   requisiti sono necessari, il punto è se li  possiamo  ritenere   sufficienti. O se, dietro la frattura della quale  parliamo,  non vi sia   soprattutto una enorme difficoltà delle attuali  culture  politiche a   collocarsi nel reale, a smuovere passioni sopite  ma non  scomparse, a   declinare un ordine delle priorità non tanto e  solo sul  fronte della   materialità – le condizioni di vita e tutto il  resto –  ma del “senso” da   dare a un indirizzo, una visione del futuro,  una  gerarchia delle   speranze umane. Non cose di poco conto o di  scarso  peso quando si tratta   di fondare un equilibrio “tra” e “dentro”  le  persone.&lt;/blockquote&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;— &lt;strong&gt;&lt;strong&gt;Gianni Cuperlo&lt;/strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;La politica oggi opera in un contesto profondamente diverso da quello in cui erano nati e cresciuti i partiti, si erano formate le tradizioni culturali a cui questi si richiamavano e delineati i profili personali della maggior parte dei loro leader. Il contesto è cambiato in quasi tutti i suoi tratti: confini, luoghi, soggetti; è cambiato anche il sottofondo delle certezze scientifiche ed etiche e l’ordine su cui la politica basava talune delle sue scelte più delicate, complici anche le nuove tecnologie, che hanno, per così dire, aperto orizzonti e prospettive totalmente nuovi. Eppure, anche se oggi sembra essere principalmente un grande problema, la politica rappresenta ancora una straordinaria opportunità. Forse mai come in questo momento prendere posizione in difesa della politica può apparire azzardato: viviamo tempi caratterizzati dall’allontanamento, dalla delusione, se non addirittura dal rifiuto verso l’agire politico. Di questi atteggiamenti la politica porta in parte la responsabilità, perché l’antipolitica nasce sempre dagli errori della politica. E il populismo, che dell’antipolitica è la degenerazione più frequente, ne sfrutta abilmente i sentimenti per diventare, esso stesso, la politica dell’antipolitica.&lt;/blockquote&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;— &lt;strong&gt;&lt;strong&gt;Andrea Peruzy&lt;/strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/mB7j6TLnTYw" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Tue, 20 Dec 2011 16:32:11 +0000</pubDate>
         <category>Pubblicazioni</category>
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         <title>Alcide De Gasperi. A difesa del Piano Schuman</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/w9DNSMM5LSs/2425-alcide-de-gasperi-a-difesa-del-piano-schuman.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/c5c95158d44ee2ae390a3c3d6bd2e7f8_S.jpg" alt="Alcide De Gasperi. A difesa del Piano Schuman"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Le dichiarazioni rese al Senato  della Repubblica il 15 marzo 1952 a conclusione del dibattito  sull’approvazione della CECA, che qui riproponiamo, offrono una testimonianza  dello spirito che animò l’europeismo degasperiano, sia in quanto componente di  una più generale revisione della politica del centrismo in senso riformatore,  sia come espressione del tentativo di andare al di là delle logiche dicotomiche  della guerra fredda.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Italianieuropei ha voluto ripercorrere &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/dossier/150-anni.html"&gt;i 150 dell’Unità d’Italia attraverso le voci dei suoi protagonisti&lt;/a&gt;, proponendo un’antologia di  scritti e discorsi di uomini politici e di intellettuali di alto profilo  che hanno contribuito in misura determinante a impostare i problemi  principali della nazione italiana dal momento della sua unificazione  agli anni Sessanta del secolo passato. I testi, che &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/dossier/150-anni.html"&gt;sono stati pubblicati lungo l’arco del 2011&lt;/a&gt;, sono presentati e  commentati da studiosi della storia dell'Italia contemporanea.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div class="itemIntroText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-size:14pt;"&gt;Le dichiarazioni rese al Senato  della Repubblica il 15 marzo 1952 a  conclusione del dibattito  sull’approvazione della CECA, che qui  riproponiamo, offrono una testimonianza  dello spirito che animò  l’europeismo degasperiano, sia in quanto componente di  una più generale  revisione della politica del centrismo in senso riformatore,  sia come  espressione del tentativo di andare al di là delle logiche dicotomiche   della guerra fredda.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;La  “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” (CECA), lanciata da Robert Schuman il 9 maggio del 1950, rappresentò il primo caso di integrazione funzionale a carattere sovranazionale tra economie europee e fu realizzata secondo un’impostazione apertamente dirigista. Schuman – dirigente del partito di ispirazione cattolica, il MRP (Mouvement Républicain Populaire), primo ministro nel 1947-48, poi ministro degli Affari esteri francese – propose di «ricondurre l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto l’egida di una Alta autorità comune, nel quadro di un’organizzazione aperta alla partecipazione di altri paesi europei». Di fronte alla proposta di Schuman, la posizione del presidente del Consiglio italiano, il democristiano Alcide De Gasperi, fu nettamente favorevole, nonostante le diffuse perplessità degli ambienti confindustriali e di una parte della diplomazia. Il capo della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi, Paolo Emilio Taviani, fu a sua volta una delle figure più disponibili a ragionare su soluzioni innovatrici di carattere sovranazionale e fu attivamente impegnato nel facilitare il raggiungimento dell’accordo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’europeismo degasperiano, manifestatosi nell’estate del 1950, costituì la componente di una più generale revisione della politica del centrismo in senso riformatore e il tentativo di andare al di là delle logiche dicotomiche della guerra fredda. Col VI governo De Gasperi formatosi nel gennaio del 1950, con l’esclusione dei liberali, la  Democrazia Cristiana, infatti, avviava la riforma agraria, dava vita alla Cassa per il Mezzogiorno e s’impegnava nell’uso produttivistico dei fondi del Piano Marshall, procedendo poi anche sulla via della liberalizzazione degli scambi economici e della modernizzazione tecnologica degli impianti produttivi. Oltre alla DC, contribuivano al disegno europeista forze del Partito Repubblicano Italiano, del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e indipendenti: figure come Ugo  La Malfa, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, animarono un ricco dibattito culturale, non sempre coincidente con le posizioni della DC, ma convergente nell’indicare l’Europa come la dimensione necessaria per la stabilizzazione politica internazionale e per realizzare le riforme economiche e sociali. Le forze di sinistra, dal PCI al PSI, fortemente critiche verso i governi De Gasperi, considerarono invece quelle iniziative europeistiche – come già per il Piano Marshall lanciato nel 1947 – manifestazioni degli interessi di grandi oligopoli finanziari e industriali transazionali, oltre che manovre internazionali per marginalizzare l’influenza sovietica in Europa. Secondo le sinistre, i nuovi trattati non avrebbero che rafforzato il capitalismo conservatore americano, nonché gettato le premesse per la ripresa militare della Germania, col rischio, nel lungo periodo, di una nuova guerra europea o mondiale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Europa costituiva dunque per De Gasperi, alla luce dei valori della cooperazione e della solidarietà, uno spazio privilegiato di pace e di scambi economici tra paesi prima nemici nonché, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Corea (1950-53), di difesa militare dai rischi di un’eventuale aggressione sovietica. Il disegno europeistico prese così forma lungo i due binari della CECA e della CED (Comunità europea di difesa) – un patto militare difensivo che poggiava sulla creazione di un esercito europeo, mai approvato – che dovevano essere conciliati con la politica atlantista a guida americana segnata dalla partecipazione alla NATO.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 18 aprile 1951, dopo intensi negoziati – che affrontarono, fra l’altro, le due importanti questioni dell’approvvigionamento delle materie prime e della mobilità della mano d’opera –, il Belgio, la Francia, la Repubblica Federale  Tedesca, l’Italia, l’Olanda e il Lussemburgo firmavano il trattato istitutivo della CECA. Il trattato prevedeva fra l’altro un’Alta autorità composta da personalità designate dai governi, ma indipendenti nelle loro funzioni, un’Assemblea – i cui membri sarebbero stati designati dai Parlamenti nazionali –, un Consiglio dei Ministri, con un rappresentante per ogni governo nazionale. Una Corte di Giustizia, chiamata ad assicurare il rispetto del trattato, completava il sistema istituzionale. Il trattato istitutivo della CECA venne ratificato dal Senato italiano il 15 marzo 1952 con 147 voti favorevoli e 97 contrari; il 16 giugno successivo dalla Camera dei deputati, con 265 voti favorevoli e 98 contrari; entrò in vigore il 25 luglio 1952.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’adesione dell’Italia alla CECA, consentì, da un punto di vista generale, di dare vita ad un organismo sovranazionale e, nello stesso tempo, alle nazioni partecipanti, di salvaguardare alcune prerogative degli Stati nazionali, dando il via allo sviluppo di una “economia mista” fondata sull’intreccio tra Stato e mercato. L’Italia seppe ottenere importanti concessioni per la propria industria dell’acciaio e riuscì grazie agli accordi CECA a potenziare la siderurgia pubblica a “ciclo integrale”, che avrebbe svolto un ruolo centrale nel successivo “miracolo economico”.&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;h3&gt;A difesa del Piano Schuman &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La vigorosa e sostanziale replica del mio diretto collaboratore (cioè quella dell’on. Taviani), per la quale non ho che parole di riconoscimento e ringraziamento, dimostra soprattutto che non è vero che la questione sia stata risolta rapidamente con una «adesione politica» ad un progetto, ad un «complotto» organizzato da altri fuori di noi, né che si tratti di un atto di «servilismo» come tanti altri. Non è vero. Questa relazione, la quale non può essere stata fatta che da chi ha approfondito l’argomento e lo ha accompagnato nella esperienza di parecchi mesi, durante discordanze che sono state poi lentamente superate, lascia capire come ci sia stato contrasto nella discussione e come poi si sia arrivati alla conclusione con uno sforzo reciproco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se tutto questo lo accompagnate con la considerazione del lavoro fatto al Parlamento, in tre Commissioni, tre relazioni e in modo particolare nella risposta odierna del sen. Jacini, se sommate tutto questo ai discorsi – alcuni dei quali veramente approfonditi, che hanno affrontato il problema qui al Senato – dovrete concludere (a parte che un nuovo esame dovrà essere ripetuto dinanzi all’altra Camera) che si fa ogni sforzo per arrivare alle conclusioni a ragion veduta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Accusa infondata &lt;/strong&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io debbo respingere l’accusa che ci si fa aver deciso in questa materia semplicemente da un punto di vista politico generale. Avrei il diritto di rovesciare l’accusa e di dire che l’opposizione non trova ragione fondamentale contro questo progetto se non nella sua concezione generale politica. E se altra fosse la situazione della geografia politica in riguardo al progetto, io penso che il progetto stesso troverebbe entusiasmo nonostante le formule precise che oggi lo delimitano e lo caratterizzano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I colleghi dell’estrema dovranno perdonarmi se non entro nel dettaglio delle loro argomentazioni politiche, ma è un fatto che durante le loro esposizioni si è ripetuto il tentativo che si fa in ogni situazione di questo genere, di concentrare tutte le considerazioni al riguardo di un dato progetto – per quanto concreto e tecnico che sia – in una tesi politica fondamentale, che sarebbe la tesi del «servizio all’America» e la tesi dell’odio o del contrasto con la Russia. L’on. Casadei ha parlato di un progetto europeo, il quale in realtà non sarebbe che una mascheratura del «servizio all’America». L’on. Montagnani ha appoggiato tutta la sua esposizione sulla tesi dottrinaria «che dopo le due guerre mondiali le economie del mondo occidentale vengono mutando, nel senso che il capitalismo mina alla base i paesi capitalistici: di qui la necessità per l’imperialismo americano di controllare non solo l’economia, ma anche la politica dei vari paesi europei. L’Europa si trova pertanto di fronte a vari piani Marshall e Schuman. Ci sono fondate prospettive che, se il capitalismo non riuscirà a risolvere la crisi che corroderebbe il suo sistema di vita, si ricorrerà a misure più radicali, quelle della guerra e della conquista».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Pregiudiziale negativa&lt;/strong&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa – ha proseguito l’on. De Gasperi – è la dottrina dei marxisti, dei leninisti che abbiamo trovata nei testi e che si ripete tutti i giorni dalla “Pravda” e che è posta come spiegazione. Ma non è una spiegazione, è una pregiudiziale che inficia tutte le conclusioni dei nostri colleghi, o almeno alcuni dei nostri colleghi dell’estrema sinistra. Per questo essi da comunisti arrivano ad essere anticomunisti, da meridionalisti arrivano a preoccuparsi soprattutto della siderurgia. Ci rivedremo poi alle elezioni per esaminare l’argomento che avete presentato in difesa di questi privilegi contro i quali tanti meridionalisti in passato si sono levati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questo lo dico per scusare un po’ la mia reazione quando ho detto che siete diventati dei reazionari; è, naturalmente, un vocabolo che prendo a prestito da voi. Ma quando voi celebrate questa involuzione – che l’on. Pastore ha cercato oggi di motivare, o comunque di sistematizzare – e quando la celebrate in tale forma che da questa passate all’attacco contro di noi, noi abbiamo bene il diritto di rappresaglia, di ritorsione, il diritto di richiamarvi alle vostre dottrine contro le quali ora insorgete.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;i&gt;Patti di difesa &lt;/i&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’.on Casadei, che ha fatto un discorso innegabilmente sostanziato di molte citazioni e documentazioni, parla di piano Mashall, Nato, Unione Europea, scalzamento delle forze inglesi in tutto l’impero, guerra in Corea, guerra in Asia, come di altrettante tappe attraverso le quali si giunge al piano Schuman, cioè al risollevamento della grande industria tedesca in funzione del riarmo tedesco ed europeo: ma guardate un po’ che concezione politica è mai questa che essi hanno della attività americana! A proposito di ciò l’on. Casadei mi ha fatto una certa domanda, che aveva mosso anche in Commissione, sul trattato che si starebbe discutendo ora tra le potenze occupanti e la Germania, trattato nel quale sarebbero fissati i limiti, i confini, le frontiere est della Germania; un trattato che ci porterebbe a questa situazione: che – avendo accettato l’alleanza attraverso la ratifica del piano Schuman anche con la Germania – saremmo costretti a difenderci da rivendicazioni ed anche da attacchi. Ma io ho già risposto in questa maniera per quel che riguarda la tesi generale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel Patto Atlantico come nella Ced noi difendiamo le attuali frontiere, non le rivendicazioni: queste possono esistere, in quanto siano rivendicazioni pacifiche da raggiungersi attraverso negoziati, ma per noi non rappresentano assolutamente impegno militare, se non per la difesa del territorio attualmente amministrato dai relativi stati contro un’offensiva che venga dall’altra parte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Menzogne infondate &lt;/strong&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma per venire al fatto concreto debbo ripetere quello che ho detto in Commissione, dove mi pare però che sia stato frainteso. Quando, anche dopo aver assunto tutte le informazioni possibili, debbo dire che io non so nulla di un certo articolo del trattato, che invece l’Onorevole interpellante afferma esistere, vuol dire che per quanto mi riguarda, per tutte le informazioni che ho, per i testi che ho consultato, questo articolo non esiste. Naturalmente debbo aggiungere che, com’è noto, il trattato, o meglio il contratto – così è chiamato per distinguerlo dal trattato di pace – che si sta elaborando con la Germania non è ancora definitivo, né io quindi posso avere il testo definitivo; dubito però che anche l’on. Casadei possa averlo, nonostante le sue straordinarie informazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Debbo aggiungere altresì che in nessun testo e in nessuna informazione di carattere documentario ho trovato un accenno simile; ho trovato viceversa negli scambi di idee che ho avuto e nelle informazioni in genere che ho trovato, che c’è la tendenza degli alleati ad escludere da questo contratto le ragioni fondamentali dei conflitti di frontiera, che dovrebbero peraltro essere riservati al futuro trattato di pace per moltissime ragioni, ed anzitutto perché si tratta di un trattato che dovrebbe riguardare anche la Russia e i paesi satelliti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;i&gt;Rispetto della Costituzione&lt;/i&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quindi niente allarme. E poi non è vero affatto che tutte le organizzazioni, compreso il piano Schuman, debbano puntellare una situazione che poi scatterà senz’altro nella guerra, perché connesse alla elaborazione di un contratto che trascinerebbe anche noi e anche indirettamente alla guerra. Io non so proprio perché i nostri colleghi di estrema sinistra, quando pronunciano i loro discorsi, ritengano necessario presentare immagini e fantasie così torve al riguardo, non so perché vedano così oscuro e vestano sempre il paludamento del profeta sinistro che vede i guai e i disastri dell’indomani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Riguardo a due altre domande risponderò all’on. Casadei dimenticando quel certo suo tono perentorio da grande inquisitore, che non è proprio consueto tra l’opposizione e il governo, e penserò invece che le sue domande possono interessare molti altri. La prima è: quando si nominerà l’Assemblea, la maggioranza avrà tutti i posti, o alcuni saranno riservati alla minoranza? Risposta: deciderà il Parlamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Però, se l’on Casadei ripeterà i suoi discorsi che terminano col dire che quando la minoranza entrerà, se entrerà, in questa Assemblea, farà il massimo sforzo per sabotarla e rendere impossibile il suo funzionamento, allora gli dirò che le sue parole non sono semplicemente una critica costruttiva, ma una mina subacquea, uno sforzo sabotatore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io dico che è ora di finirla a questo riguardo: là dove possiamo, non entrerete! E questo senza pregiudicare l’atteggiamento che potrà assumere la Camera dei Deputati. Questo nostro è un criterio: specialmente coloro i quali rappresentano una tendenza verso i governi socializzatori e semidittatoriali per attuare grandi piani di rinnovamento che attuano attraverso una dittatura, non si meraviglino se noi, guardando in faccia al pericolo, resisteremo a tale pericolo. Lo diciamo chiaramente; resisteremo anche fuori di qui, anche alla Camera dei Deputati. Lo ripeteremo a tutti coloro i quali, prendendo un pretesto o un altro, in una forma e in un’altra, ci minacciano, come ha fatto alla fine del discorso, del resto flautato, l’on. Pastore, quando tenta di giustificare in precedenza eventuali tentativi insurrezionali con qualche errore che dovremmo commettere oggi votando questo trattato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;i&gt;La questione costituzionale&lt;/i&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Passiamo alla questione costituzionale del Trattato. Io non sono giurista, né figlio di giurista, e non sento la possibilità di richiamarmi alla mia competenza particolare. Però durante le discussioni parallele sull’esercito europeo, i problemi dei limiti entro i quali i parlamentari possono oggi approvare e ratificare dei trattati che costituiscono internazionalizzazione dei limiti di sovranità, sono stati oggetto di molte discussioni. Quello che vale per l’esercito europeo vale, a maggior ragione, per il piano Schuman. Ad ogni modo ho cercato sempre di documentarmi presso i costituzionalisti più rigidi e rigorosi; ed a proposito della nostra posizione particolare debbo notare che se noi abbiamo l’art. II della Costituzione, e la Francia ha lo stesso principio, ma solo nel preambolo, non come articolo, gli stati minori, quelli che hanno una costituzione creata dal 1930 al 1948, non hanno niente di consimile. Solo la Germania ha un articolo anche più ampio, perché la sua Costituzione è stata fatta in questa aspettativa. Tornando dunque alla nostra formulazione, dico che, secondo questi esperti, il testo dell’art. II – mentre autorizza le limitazioni reciproche di sovranità – autorizza anche le organizzazioni internazionali che sono necessarie per garantire il corretto esercizio delle limitazioni stesse.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tali organizzazioni devono necessariamente costituire una autorità internazionale che, in conseguenza delle limitazioni medesime, potrà essere sovranazionale; tali organizzazioni non possono certo allarmare chi, partendo dal punto di vista della internazionale dei lavoratori, deve arrivare al concetto della organizzazione sovranazionale che sancisca le conquiste del lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Finché si tratta di limitazioni di sovranità che lasciano la più gran parte della sovranità ai singoli stati, ci si ferma nella sfera di azione dell’art. II. Quando invece si va oltre, cioè verso lo stato federale, allora occorre una nuova forma costituzionale. È perciò che, nel riferire alla Commissione sull’esercito europeo, dissi che c’è una fase provvisoria in cui secondo il nostro parare il Parlamento giudicherà a suo tempo se possiamo operare in base all’art. II. C’è però una fase definitiva ed approfondita in cui sarà probabilmente necessaria una revisione costituzionale: ma mi pare ovvio che il nostro Trattato appartiene ala prima fase.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ratificando l’accordo, noi non facciamo se non una vera e propria legge di applicazione costituzionale la quale, in quanto tale, non fa se non tradurre in atto e solo parzialmente quanto è stato stabilito dall’art. II già citato, laddove si dice: «L’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A proposito delle condizioni specifiche di parità ha parlato recentemente il sottosegretario Taviani. Per noi, necessario e sufficiente è sapere con certezza che così diamo vita ad una Comunità internazionale fondata sulla cessione temporanea dell’esercizio di tale potere e nell’ambito della quale i partecipanti sono in condizioni di parità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di qui la conseguenza essenziale: partendo noi dalla Costituzione, non c’è nessuna necessità di revisione costituzionale; questa serve a modificare la Costituzione, non già a tradurla in atto. Questo secondo la nostra convinzione e secondo la convinzione di molti esperti consultati. Gli esempi portati dal sen. Rizzo non giovano a scalfire questa tesi, né la mancata deliberazione delle sentenze della Corte, dal momento che deliberazione si richiede per le sentenze straniere non già per quelle internazionali promananti da organi in cui noi stessi siamo rappresentati, come attestano i precedenti della Corte dell’Aja e delle Corti internazionali; né la pretesa violazione dell’art. 102 che inibisce la istituzione di giudici straordinari, giacché si tratta di giudici internazionali; né la pretesa violazione dell’art. 113 che assicura il sindacato giurisdizionale avverso gli atti amministrativi, perché non vi è alcun atto amministrativo interno da cui possa sorgere il problema: né la doglianza contro la facoltà di comminare ammende dal momento che gli oneri finanziari possono essere autorizzati con legge ordinaria di ratifica anche a termini dell’art. 80 della Costituzione; non infine la pretesa violazione del potere regolamentare spettante alle Regioni in tema di miniere, dal momento che tale potere normativo spetta solo nell’ambito della Costituzione, dei principi fondamentali stabili delle leggi dello stato, e dell’interesse nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Del resto, l’on. Taviani ha accennato a questo fatto, che stati i quali, nella loro Costituzione, sono molto più severi e mancano di qualsiasi apertura in questo senso, come l’olanda ed il Belgio, hanno già in parte o totalmente approvato nei Parlamenti questo progetto di legge. Ho visto con quale scrupolo i rappresentanti delle piccole nazioni hanno difeso il testo della loro Costituzione per la parte che riguarda l’esercito europeo; e come ho detto prima, siamo dinanzi ad un caso parallelo e fondato sulla stessa base.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il sen. Lussu ha terminato il suo discorso, parlando di «complotto sinistro», ed ha precisato, con uno studio molto diligente, in quale giorno Schuman è entrato nel gabinetto del Segretario di stato degli Stati Uniti quasi che l’on. Lussu avesse avuto confidenze segrete di persone che vigilano sopra il «complotto» di questi signori ministri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non c’è alcun mistero: il progetto di cui ci occupiamo è nato in Europa e qui è stato alimentato da parecchie ragioni di carattere economico; ma di esse una è stata essenziale e ne ho parlato personalmente con Schuman il quale dette la veste politica al progetto tecnicamente elaborato da un socialista, la ragione cioè di trovare la strada per impedire la minaccia della rinascita del militarismo germanico e rimediare all’errore commesso ai tempi di Poincarè, quando si credette, attraverso una occupazione della Ruhr, di giungere alla conclusione e non ci si arrivò, e si creò invece la base per il risorgere dell’industria per la seconda guerra mondiale. Perché non voler riconoscere che almeno si è fatto un tentativo serio per non dare mano libera ai “magnati” tedeschi che hanno interessi investiti nell’acciaio e nel carbone; perché non voler ammettere che questo è un tentativo serio, ragionevole, che merita di essere fatto e non soltanto sospettato? Quanto all’America, essa ha certo molti altri modi di difendersi e anche di espandere la sua attività. Ma qui siano dinanzi anche ad una necessità americana, che è soprattutto una necessità di difesa. E l’America vuole che l’Europa si difenda, per difendere anche se stessa; è chiaro, è ovvio che sia così.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Voi ripetete sempre, e l’avete detto di fronte a me anche alla Camera ed al Senato, che bisogna far di tutto per impedire la rinascita del militarismo tedesco; quindi vi siete dichiarati per Potsdam, avete detto che bisogna distruggere tutto, radiare tutto, smobilitare tutto; ed io vi ho risposto: ma voi che avete sentito le sofferenze della costrizione e della repressione del nostro stesso esercito, come è possibile diciate che un popolo come quello tedesco deve rinunciare a qualsiasi forza di difesa militare per 50 anni? Voi avete irriso a questo argomento dicendo che io andavo cercando scuse di carattere sentimentale, mentre la realtà era terribile, ed avete invocato tutto questo fino a ieri. Ora però vorrei dirvi; badate a non eseguire sempre l’ordine; aspettate prima l’eventuale contrordine. Leggete infatti l’ultimo progetto dei russi. Non voglio farne qui una valutazione: non so se sia una manovra od una cosa seria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il progetto concede per la prima volta la creazione di un esercito nazionale difensivo di tedeschi. Ma è proprio quello che cerchiamo anche noi; si tratta di intendersi sulla proporzione, ma il principio è lo stesso. Non è vero dunque che si debba rimanere in eterno al principio di Potsdam, principio che si poté affermare solo nell’atmosfera di immediato dopoguerra. Ora anche le proposte russe dell’11 marzo, dopo cioè le recentissime decisioni di Lisbona, proposte che oggi sono commentate nell”Unità”, prevedono anch’esse la creazione di un esercito nazionale tedesco puramente difensivo. Prevedono inoltre (pensate a quello che avete detto voi sui criminali di guerra) l’amnistia per i criminali di guerra nazisti, ed infine: l’abolizione di ogni limitazione allo sviluppo dell’economia e del commercio, anzi si deve supporre che l’eliminazione di ogni limitazione della produzione riguardi anche il materiale bellico. Ecco dunque che non rimane quasi più nulla della vostra posizione. È perciò che mi sembra che sia il caso di seguire l’antico adagio: non eseguire l’ordine in attesa dell’eventuale contrordine. Voi dal 1945, 1946,1947, ripetete sempre la stessa storia: orrore per il piano Marshall, per i diversi piani che sono venuti poi a sostituirlo, orrore per la Nato; ma dimenticate sempre una piccola cosa, un episodio che ha avuto grande importanza nello sviluppo psicologico della lotta anticomunista. Voi dimenticate quello che è avvenuto nel luglio 1947 a Praga. Nel luglio 1947 a Praga i governanti cechi avevano ricevuto da Parigi e dagli americani l’invito a recarsi alla Conferenza di Parigi per partecipare al piano Marshall, e, come loro, avevano ricevuto l’invito tutti i satelliti, oltre la Russia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ad unanimità aveva votato favorevolmente ed era un governo in cui c’erano 9 comunisti, 12 indipendenti, 3 socialdemocratici, alla accettazione dell’invito; il giorno dopo Gottwald partì per Mosca chiamato a rendere ragione a Stalin, il quale disse che desiderava che i cechi non accettassero l’invito: una scena che è descritta da coloro che vi hanno partecipato e sono sopravvissuti, una scena che non bisogna dimenticare. Dopo parecchie insistenze e telefonate dal Kremlino, il Consiglio dei ministri il 10 luglio 1947, cioè tre giorni dopo la prima decisone, pubblicava questo comunicato, che è verbalizzato: «È stato deciso che gli stati dell’Europa centrale e orientale, con i quali la Cecoslovacchia mantiene stretti rapporti economici e politici fondati su impegni contrattuali, non parteciperanno alla Conferenza di Parigi. In questo caso la partecipazione della Cecoslovacchia potrebbe essere interpretata come una offesa ai rapporti amichevoli con l’Unione Sovietica e per tale ragione il governo ha deciso all’unanimità di non partecipare alla Conferenza».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ricordatevi questo, vi prego di ricordarlo anche per quest’altra circostanza: perché v’erano nove comunisti, dodici non comunisti e tre socialisti. Cosa avrebbe domani se si facesse quel ministero di coalizione di brava gente che Togliatti desidera? Voi potrete domandarmi perché mi interesso di queste cose. Me ne interesso per ritorsione, contro le affermazioni che voi fate contro di noi, me ne interesso perché quel che è accaduto a Praga potrebbe avvenire a Roma, se a Roma la vigilanza nostra non fosse sufficientemente forte. Ho anche un certo senso di gratitudine verso qui compagni cecoslovacchi che si sono sacrificati per poterci dare il buon esempio, a noi ed a tutta l’Europa. Questo sottolineo per dimostrare che nei fatti della storia, come voi la riassumete, ci sono certe lacune sulle quali debbo ritornare perché troppo perentoriamente voi ardite affermare una sola frase e con questa combatterci: voi servi degli americani! Ma credete voi proprio che noi non abbiamo la coscienza del nostro paese? Non avete trovato altra scusa contro il piano Schuman e mi meraviglio di questo piccolo, meschino espediente demagogico del dire: là c’erano tre ministri democristiani. Come se questi tre ministri degli esteri non appartengano tutti e tre a governi di coalizione, come se Schuman fosse arbitro del governo francese, come se Adenauer non avesse i protestanti e i liberali nel suo governo, come se il nostro non fosse un governo di coalizione. È il principio democratico che si difende in Europa. Questo è il nostro programma, e lasciate stare le fantasie intorno a Carlo Magno e al medioevo! Si tratta di una coalizione di democrazie fondata sul principio delle libertà. Questo è il nostro baluardo, questo è il nostro programma, questa la nostra lotta!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
&lt;hr size="1" align="left" width="33%"/&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; Dichiarazioni rese al Senato della Repubblica il 15 marzo 1952 a conclusione del dibattito sull’approvazione della CECA (piano Schuman).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.degasperi.net"&gt;Foto: degasperi.net&lt;/a&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/w9DNSMM5LSs" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/dossier/150-anni/item/2425-alcide-de-gasperi-a-difesa-del-piano-schuman.html</guid>
         <pubDate>Tue, 20 Dec 2011 12:42:07 +0000</pubDate>
         <category>Italianieuropei e i 150 anni dell'Unità d'Italia</category>
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         <title>Dialoghi asolani. La politica della crescita, la crescita della politica</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/f35cd86e77728ea2e15a1259a0a61c0c_S.jpg" alt="Dialoghi asolani. La politica della crescita, la crescita della politica"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;La quarta edizione dei &lt;strong&gt;"Dialoghi asolani"&lt;/strong&gt;, ospitata dalla città di Asolo (Treviso), si terrà &lt;strong&gt;il 13 e 14 gennaio 2012&lt;/strong&gt;. Il workshop "&lt;b&gt;La politica della crescita, la crescita della politica&lt;/b&gt;",     organizzato congiuntamente dalla Fondazione Farefuturo e dalla     Fondazione Italianieuropei, vedrà la partecipazione e il confronto di     personalità del mondo della politica, delle istituzioni e  dell’economia.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#note1"&gt;&lt;/a&gt;&lt;img style="display:block;margin-left:auto;margin-right:auto;" src="http://www.italianieuropei.it/images/documenti/dialoghi%20asolani%20a%203.jpg" width="400"/&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;h2 align="center"&gt;&lt;b&gt;La politica della crescita, la crescita della politica&lt;/b&gt;&lt;/h2&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;strong&gt;Asolo, 13 e 14 gennaio 2012&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;— PROGRAMMA —&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="text-decoration:underline;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="text-decoration:underline;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="text-decoration:underline;"&gt;GIOVEDÌ 12 GENNAIO&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Arrivo dei partecipanti&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="text-decoration:underline;"&gt;&lt;b&gt;VENERDÌ 13 GENNAIO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Ore 10.00 | &lt;b&gt;Tavola rotonda "Un nuovo welfare per salvare l'Italia"&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Intervengono: &lt;b&gt;Marco Marazza&lt;/b&gt; (professore ordinario di diritto del lavoro, consulente di Confindustria);&amp;nbsp; &lt;b&gt;Giorgio Santini&lt;/b&gt; (Segretario Generale Aggiunto Cisl), &lt;b&gt;Gerardo Colamarco&lt;/b&gt; (Segretario Generale UIL Veneto); &lt;b&gt;Massimo Losio&lt;/b&gt;, (presidente "Technogel"), &lt;b&gt;Marco Morganti&lt;/b&gt; (Direttore Generale di Banca Prossima)&lt;br /&gt;Modera: &lt;b&gt;Roberto Papetti&lt;/b&gt;, Direttore de "Il Gazzettino"&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ore 15.30 | &lt;b&gt;Apertura&lt;/b&gt; dei lavori e brevi saluti delle autorità e delle Fondazioni&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Saluti delle istituzioni&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Pietro Piccinetti&lt;/b&gt;, promotore di Dialoghi Asolani&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Adolfo Urso&lt;/b&gt;, presidente della Fondazione Farefuturo&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Massimo Bray&lt;/b&gt;, direttore editoriale Italianieuropei&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ore 16.30 |&lt;b&gt; L’ITALIA E I GIOVANI: UN’ANALISI PER GUARDARE AL FUTURO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Intervengono:&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Paolo Guerrieri&lt;/b&gt;,&lt;b&gt; &lt;/b&gt;docente di Economia politica all’Università di Roma “La Sapienza”&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Matteo Bugamelli&lt;/b&gt;, Servizio Studi della Banca d'Italia&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Mario Albisinni&lt;/b&gt;,&lt;b&gt; &lt;/b&gt;Servizio Formazione e Lavoro ISTAT&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Maurizio Sacconi&lt;/strong&gt;, senatore PdL&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Tiziano Treu&lt;/strong&gt;, senatore PD&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Alberto Giorgetti&lt;/b&gt;, deputato PdL&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Andrea De Bertoldi, &lt;/b&gt;Fondazione Farefuturo&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Alessandro Rosina&lt;/b&gt;,&lt;b&gt; &lt;/b&gt;docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano&lt;br /&gt;Modera: &lt;b&gt;Filomeno Lopes&lt;/b&gt;&lt;b&gt;, &lt;/b&gt;docente di&amp;nbsp; Antropologia culturale, sociale e filosofica e di Filosofia, comunicazione e rinascimento africano&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ore 19.30 | Proiezione del film-documentario “18 ius-soli”&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;20.30 — Cena&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="text-decoration:underline;"&gt;&lt;b&gt;SABATO 14 GENNAIO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Ore 9.30 | &lt;b&gt;PER TORNARE A CRESCERE: LEVE E STRUMENTI&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Intervengono:&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Adolfo Urso&lt;/b&gt;, già Viceministro dello Sviluppo Economico con delega al commercio con l’estero&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Benedetto Della Vedova&lt;/b&gt;, presidente Gruppo parlamentare FLI alla Camera dei Deputati&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Carlo Dell’Aringa&lt;/b&gt;,&lt;b&gt; &lt;/b&gt;docente di Economia politica e Direttore del CRELI-Centro di Ricerche Economiche sui problemi del Lavoro e dell'Industria all’Università Cattolica di Milano&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Stefano Fassina&lt;/b&gt;, responsabile Economia e Lavoro del PD&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Roberto Pasca Di Magliano&lt;/b&gt;,&lt;b&gt; &lt;/b&gt;docente di Economia politica all’Università di Roma “La Sapienza”&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Luca Bianchi&lt;/b&gt;, vicedirettore della SVIMEZ- Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Giancarlo Lanna&lt;/b&gt;, presidente SIMEST S.p.A. Società italiana per le imprese miste all'estero&lt;br /&gt;Modera:&lt;b&gt;Paola Saluzzi&lt;/b&gt;,&lt;i&gt; &lt;/i&gt;giornalista SKY&lt;i&gt;&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Ore 13.00 — Pranzo&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 15.45 | Consegna Premio “Dialogando” &lt;b&gt;Richard Snelsire&lt;/b&gt;, funzionario politico-economico del Consolato USA, riceve il premio per conto del Presidente USA, &lt;b&gt;Barack Obama&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
Ore 16.00 | Intervista a &lt;b&gt;Massimo D’Alema e Gianfranco Fini&lt;/b&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 20.30 — Cena&lt;/em&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="text-decoration:underline;"&gt;&lt;b&gt;DOMENICA 15 GENNAIO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Partenza dei partecipanti&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;In tutte le sessioni, al termine degli interventi dei relatori sono previste domande dal pubblico.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt; 
&lt;hr /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;MODALITA' DI ISCRIZIONE&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Il modulo (disponibile &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/en/activities/formazione/item/download/35.html"&gt;qui&lt;/a&gt;) e la quota di iscrizione&lt;/strong&gt; dovranno pervenire &lt;b&gt;entro&lt;/b&gt; &lt;b&gt;martedì 3 gennaio &lt;/b&gt;all'indirizzo &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="mailto:segreteria@italianieuropei.it"&gt;segreteria@italianieuropei.it&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;i&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.plawrencephotography.co.uk/"&gt;Foto di P Lawrence&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/Do0EbV0tYKU" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/formazione/item/2374-la-politica-della-crescita-la-crescita-della-politica.html</guid>
         <pubDate>Sat, 17 Dec 2011 14:30:17 +0000</pubDate>
         <category>Formazione</category>
      <feedburner:origLink>http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/formazione/item/2374-la-politica-della-crescita-la-crescita-della-politica.html</feedburner:origLink></item>
      <item>
         <title>Le passioni della politica. Secondo ciclo di incontri</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/Nq3zAIxJtkw/2367-le-passioni-della-politica-secondo-ciclo-di-incontri.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/bca1dd559f75f65255fb90327f144139_S.jpg" alt="Le passioni della politica. Secondo ciclo di incontri"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;A partire &lt;strong&gt;da lunedì 14 novembre&lt;/strong&gt; Italianieuropei e il Centro Studi PD hanno organizzato il secondo ciclo di incontri "&lt;strong&gt;Le passioni della politica"&lt;/strong&gt;. Per tornare a ragionare sul nesso tra politica e passioni.
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
&lt;h2 align="center"&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;LE PASSIONI DELLA POLITICA&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;Secondo ciclo di incontri&lt;/b&gt;&lt;/h2&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;strong&gt;della Fondazione Italianieuropei e del Centro Studi PD&lt;/strong&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;b&gt;Roma, 14 novembre - 19 dicembre 2011&lt;br /&gt;Camera dei Deputati, Sala del Refettorio (Via del Seminario 76)&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;&lt;/div&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;C’è un legame stretto tra politica e passioni.&lt;br /&gt;L&lt;/em&gt;’&lt;em&gt;idea del ciclo di seminari è quella di tornare a ragionare su questo nesso, di riconoscerlo dandogli il rilievo che merita. Lontano dall’illusione che sia possibile affrontare in modo efficace i nodi del consenso e della partecipazione depurando il discorso politico da quel dato irriducibile che sono i sussulti delle emozioni, gli squilibri delle passioni, la trama degli affetti e delle relazioni.&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;In fondo, è alle passioni che è consegnato il modo umano di essere nel mondo.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;È compito della politica riflettere su questa soglia fondamentale, in cui si radica essenzialmente la possibilità di costruire un mondo pienamente umano, sottraendosi alla tentazione di dissimulare dietro la mole di cifre e di dati razionali, dietro il pragmatismo delle “cose da fare”, la rinuncia a dare respiro a un progetto politico, a un partito con convinzioni, valori, motivazioni, ideali.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Per questo, di politica e di passioni discuteremo anche in questo secondo ciclo di incontri.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Non si tratta solo di andare oltre il Novecento, o di considerare superate le categorie tradizionali del pensiero politico moderno, ma di sterrare le radici della politica per verificare se su di essa si può – come si deve – costruire ancora.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;p align="center"&gt; &lt;/p&gt;
&lt;h3 style="text-align:left;" align="center"&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;PROGRAMMA&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;PIETA’ &lt;/b&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt; lunedì 14 novembre 2011, ore 17-19&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Franco Cassano, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Sociologia dei processi culturali all'Università di Bari&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Ugo Perone,&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;i&gt;Ordinario  di Filosofia morale all’Università&lt;/i&gt;&lt;em&gt; del Piemonte Orientale "A. Avogadro"&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;AMBIZIONE &lt;/b&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;lunedì 28 novembre 2011, ore 17-19&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Michele Ciliberto, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Storia della filosofia moderna e contemporanea&lt;/em&gt; alla &lt;em&gt;Scuola Normale Superiore di Pisa&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Carlo Sini, &lt;/b&gt;&lt;i&gt;già &lt;/i&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Filosofia Teoretica all'Università degli Studi di Milano&lt;/em&gt;&lt;strong class="spip"&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;VERGOGNA &lt;/b&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;lunedì 5 dicembre 2011, ore 17-19&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Eva Cantarella, &lt;/b&gt;&lt;i&gt;già &lt;/i&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Istituzioni di Diritto Romano all'Università degli Studi di Milano&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Ida Dominijanni, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Scrittrice e editorialista de "il manifesto"&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;AMORE &lt;/b&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;lunedì  12 dicembre 2011, ore 17-19&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Alessandro Ferrara, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Filosofia politica all'Università di Roma “Tor Vergata”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Serena Noceti, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Docente di Teologia Sistematica alla Facoltà Teologica dell’Italia  Centrale&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="color:#800000;"&gt;&lt;b&gt;INDIGNAZIONE &lt;/b&gt;&lt;b&gt;– &lt;/b&gt;&lt;b&gt;lunedì 19 dicembre 2011, ore 17-19&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Rocco Ronchi, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Filosofia Teoretica all’Università degli studi dell’Aquila&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Carmen Leccardi, &lt;/b&gt;&lt;em&gt;Ordinario di Sociologia della cultura &lt;/em&gt;&lt;i&gt;all’Università di Milano-Bicocca&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli incontri saranno moderati da &lt;strong&gt;Massimo Adinolfi&lt;/strong&gt;&lt;i&gt;, Università di Cassino&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Modalità di partecipazione&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Per partecipare agli incontri è necessario confermare la propria presenza scrivendo a &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="mailto:segreteria@italianieuropei.it"&gt;segreteria@italianieuropei.it&lt;/a&gt;, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="mailto:centrostudi@partitodemocratico.it"&gt;centrostudi@partitodemocratico.it&lt;/a&gt; o telefonando allo 06.45508600.&lt;br /&gt;Le &lt;strong&gt;conferme&lt;/strong&gt;, fino ad esaurimento posti, dovranno essere inviate&lt;strong&gt; entro due giorni da ciascun incontro&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Per  accedere alla sala è  necessario presentare un documento di identità. &lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/i&gt;&lt;em&gt;Per gli uomini è obbligatorio indossare giacca e cravatta.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
Foto di &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/ionushi/322500415/"&gt;Aurelio Asiain&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/Nq3zAIxJtkw" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/convegni/item/2367-le-passioni-della-politica-secondo-ciclo-di-incontri.html</guid>
         <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 11:16:19 +0000</pubDate>
         <category>Convegni</category>
      <feedburner:origLink>http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/convegni/item/2367-le-passioni-della-politica-secondo-ciclo-di-incontri.html</feedburner:origLink></item>
      <item>
         <title>L’Europa e le donne</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/TQYp-Bhuvg0/2422-l-europa-e-le-donne.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/1ffa195cdeeb76f2d2a1684583cdd193_S.jpg" alt="L&amp;#x002019;Europa e le donne"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;In Italia, come nel resto dell’Europa, è ancora evidente una disparità di genere che confina le donne a ruoli di secondo piano, sia nel mercato del lavoro che nel mondo scientifico e dell’innovazione. Occorrono proposte concrete per incrementare e migliorare l’occupazione femminile; forse, come sostiene Viviane Reding, se avessimo avuto più “Lehman Sisters” non avremmo assistito a una crisi finanziaria globale.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-9-2011.html"&gt;n. 9/2010 di Italianieuropei&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Immaginate che, comparendo in qualità di esperto di questioni non immediatamente riconducibili al proprio portafoglio, un ministro, e più precisamente il ministro per la Pubblica amministrazione, le riforme e gli affari religiosi norvegese, la signora Rigmor Aasrud, cominci il proprio intervento scusandosi per l’assenza dei colleghi, i signori Lysbakken e Storberget, rispettivamente ministri per le Pari opportunità e della Giustizia, impossibilitati a prendere parte ai lavori perché in congedo di paternità l’uno per quattro e l’altro per tre mesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È successo al Parlamento europeo lo scorso 24 marzo, in occasione di un’udienza dedicata al tema delle quote di genere nella pubblica amministrazione. «In Norvegia – ha proseguito la signora Aasrud – crediamo in politiche che consentano a entrambi i genitori di conciliare lavoro e famiglia. E questo significa, tra le altre cose, congedi parentali generosi e centri per l’infanzia accessibili. L’inclusione degli uomini nelle politiche di pari opportunità è infatti fondamentale se vogliamo facilitare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e specie nelle posizioni di vertice, che si tratti dell’arena politica, del settore pubblico o di quello privato». Pochi mesi prima, in occasione di un’altra udienza parlamentare dedicata questa volta alle quote di genere nei &lt;i&gt;boards &lt;/i&gt;aziendali, la direttrice generale del ministero per le Pari opportunità aveva a sua volta giustificato l’assenza del proprio ministro spiegando che secondo la legislatura norvegese, in vigore dal 1993, le dodici settimane di congedo di paternità non sono trasferibili alle madri, e d’altronde «prendersi cura dei propri bambini è il comportamento normale, quello che tutti si aspettano tu assuma».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In un momento in cui il tema della disuguaglianza di genere gode nel nostro paese di un’attenzione insolita, e con la precisa intenzione di mantenere vivo il dibattito anche dopo l’approvazione della proposta di legge Golfo-Mosca sulle quote rosa, l’episodio può aiutarci a ricollocare la questione nel contesto europeo, più variegato e complesso, ma in fondo anche più simile di quanto normalmente si creda a quello italiano. Potremmo partire proprio sottolineando come si tratti di un tema, e anzi di un problema, di dimensioni e portata europee: le donne vengono discriminate ovunque in Europa e non solo negli Stati più meridionali, e la rilevanza attribuita alla questione emerge con particolare chiarezza in questi mesi cruciali di definizione del budget e delle priorità politiche che indirizzeranno il settennio 2014-20 di programmazione europea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mai come negli ultimi tempi ci si è tanto occupati, a Bruxelles, di parità di genere, e non mi riferisco soltanto ai lavori degli esperti di settore – come i parlamentari dell’attivissima Commissione permanente diritti della donna e uguaglianza di genere responsabili delle sopracitate u d i e n z e , oltre che di un numero impressionante di relazioni e pareri. Quello che stupisce veramente infatti è l’impegno dei non addetti ai lavori. Mi spiego con due esempi: la DG (Direzione generale) Mercato interno e servizi e la DG Ricerca e innovazione della Commissione europea hanno lanciato di recente due consultazioni dedicate rispettivamente al futuro dei programmi europei di finanziamento alla ricerca e all’innovazione e alla riforma del governo societario per le imprese europee. In quest’ultimo caso troviamo, in mezzo alle domande su come rafforzare la partecipazione degli azionisti o regolare la remunerazione degli amministratori, addirittura due quesiti volti a sondare se le società quotate debbano essere tenute ad assicurare un equilibrio in termini di genere, provenienza e competenze dei membri dei consigli d’amministrazione e se non debbano essere obbligate a rendere conto pubblicamente dell’esistenza o della mancanza di specifiche politiche interne di tutela e valorizzazione della diversità. Rispetto alla consultazione del giugno 2010 rivolta alle sole istituzioni finanziarie – in cui si chiedeva semplicemente se si concordava sul fatto che avere più donne e individui con background diversi in consiglio di amministrazione avrebbe potuto aumentarne l’efficienza – si tratta di un deciso passo avanti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ancora più significativo è scoprire come, dei 1987 partecipanti alla consultazione sul prossimo quadro comune strategico per la ricerca e l’innovazione dell’Unione europea, ben 773 si siano soffermati sul quesito relativo a come rafforzare il ruolo delle donne nel mondo scientifico e dell’innovazione, sottolineandone l’importanza e suggerendo (nella maggior parte dei casi) come all’approccio trasversale debbano essere affiancate, nel prossimo ciclo di programmi, azioni mirate e finanziate &lt;i&gt;ad hoc&lt;/i&gt;. Commentando il dato in un seminario dedicato a genere e innovazione (e di questi seminari, di livello sorprendentemente alto, ce n’è in media un paio a settimana), Carmen Mena Abela, da anni &lt;i&gt;Research Programme Manager &lt;/i&gt;alla DG Ricerca della Commissione, ha evidenziato come mai negli anni passati si fosse tanto parlato di problematiche di genere in relazione al mondo della ricerca scientifica, e come questa improvvisa fioritura fosse da attribuire, a suo giudizio, innanzitutto all’imponente lavoro di raccolta e analisi dei dati inaugurato nel 2003 con la pubblicazione del primo volume di “She Figures”, il rapporto triennale della Commissione europea che presenta i dati sulla partecipazione femminile nel mondo della scienza e della ricerca.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A tale proposito merita sottolineare come proprio la raccolta di dati statistici comparabili nei diversi Stati europei abbia costituito un fattore decisivo per arrivare a riconoscere l’esistenza di una disparità di genere in Europa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La maggior parte degli indicatori Eurostat dedicati – nei cinque ambiti dell’educazione, del mercato del lavoro, dei guadagni, dell’inclusione sociale, della cura dell’infanzia e della salute – si riferiscono solo ad anni molto recenti, per lo più dal 2000 in poi, e mancano ancora quasi completamente dati certi relativi agli&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;episodi di violenza sulle donne. Tuttavia è chiaro che se oggi si stanno formulando proposte concrete per migliorare la situazione delle donne europee nei diversi ambiti in cui l’Unione ha facoltà di intervento, lo si deve in primo luogo all’esistenza di questi dati, destinati a divenire sempre più accurati e numerosi. A tale proposito l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, istituito nel 2006, sta lavorando a un nuovo indice composito, lo EU Gender Equality Index (EU GEI), che dovrebbe essere ultimato entro il 2012. E anche questo è un fatto importante, soprattutto se consideriamo che l’unico sforzo paragonabile è quello in corso per mettere a punto l’Innovation Union Scoreboard (IUS), ovvero l’indice composito volto a misurare il livello di ricerca e innovazione negli Stati membri – e stiamo parlando del cuore della Strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. E “crescita” sembra essere il primo motivo di tanto interesse intorno alla parità di genere, quello su cui si sono costruiti e giustificati la maggior parte degli interventi europei in questo campo nel presente ciclo di programmazione (2007-13) e su cui si comincia a insistere anche a livello italiano, riprendendo le parole del ministro norvegese Aasrud: «First, sound economics!».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dei cinque pilastri sui quali si costruisce la Strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 entrata in vigore lo scorso dicembre, ben tre sono di tipo economico, ovvero pari indipendenza economica, pari retribuzione per lo stesso lavoro e lavoro di pari valore e parità nel processo decisionale.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda il primo punto, esso andrà situato nell’ambito della Strategia europea per la crescita e l’occupazione – di cui è espressione, per esempio, il nuovo Semestre europeo – e della relativa iniziativa faro “Un’agenda per nuove competenze e per l’occupazione”. Se l’obiettivo misurabile è quello del 75% di occupati nella fascia d’età 20-64 anni, considerando che i tassi di occupazione maschile e femminile nel 2009 erano rispettivamente del 75 e del 62,5%, è chiaro dove bisogna puntare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un po’ di dati aggiornati al 2010: per la fascia di età compresa tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione varia considerevolmente a seconda dell’eventuale presenza di figli: lavora il 75,8% delle donne senza figli, il 71,3% delle donne con un figlio, il 69,2% delle donne con due figli e il 54% delle donne con più di due figli.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt; Detta in altre parole, il 22,1% delle donne europee in età da lavoro è inattivo (contro l’8,2% degli uomini) e di queste il 10,1% dichiara che la ragione risiede nel carico eccessivo di lavoro familiare. Bisogna poi tener conto del fatto che il 31,4% delle donne europee lavora part time (contro l’8,1 degli uomini) e, significativamente, i paesi dove l’occupazione femminile risulta molto alta, rasentando il 75% (Danimarca, Olanda, Svezia), sono anche quelli in cui il part time è più diffuso.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn3" name="_ftnref3"&gt;[3]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Italia, ferma al 46,1% di donne occupate, è tra gli Stati peggio posizionati d’Europa, tanto più che, secondo l’ultimo rapporto Istat, una donna su cinque sostiene di aver perso il lavoro per motivi familiari e oltre 800.000 sono state, nel 2010, le donne licenziate a causa di una gravidanza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In effetti, un basso tasso di impiego femminile si traduce normalmente, proprio come avviene in Italia, in un&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;basso tasso di natalità, e lo stereotipo che vorrebbe la maternità “troppo tutelata” nel nostro paese, e proprio per questo causa di ulteriore discriminazione per le lavoratrici, è in realtà ben lontano dalla verità. In primo luogo infatti, la legge sulla maternità non riguarda che le lavoratrici dipendenti assunte a tempo indeterminato, il che significa che ad oggi il 43% delle italiane sotto i quarant’anni non vi accede. In secondo luogo, la spesa pubblica a favore della maternità è nel nostro paese completamente inadeguata, specie se paragonata a quella destinata alla popolazione anziana. Citando un recente rapporto OCSE sulle politiche familiari «il problema dell’Italia è che il lavoro retribuito è in contrasto con l’avere figli, mentre il lavoro dei genitori è una chiave per ridurre la povertà». Infine, è proprio dove la legge tutela maggiormente la maternità che si registrano i tassi di natalità e di occupazione femminile più alti: in Norvegia, sono previsti dieci mesi di congedo di maternità al 100% dello stipendio o dodici all’80%; in Francia è allo studio una legge che porterà il congedo parentale a un anno, di cui due mesi utilizzabili esclusivamente dai padri, introducendo un periodo remunerato di tre settimane, ribattezzato “tempo per respirare”, da assumere quando si vuole, nel corso della carriera, per prendersi cura di una persona vicina.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Prendendo spunto da queste esperienze, occorrerebbe rivisitare le leggi italiane  poste a tutela della maternità, introducendo nuovi strumenti di flessibilità, nuove misure diverse dal solo part time, assecondando e incoraggiando anche il maggior ruolo dei giovani padri nelle nuove famiglie italiane.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei prossimi anni l’Unione europea si muoverà su due direzioni principali per incrementare l’occupazione femminile, sostenendo da una parte l’offerta di adeguato supporto per la cura di bambini e anziani (siamo ancora lontani, in questo senso, dagli obiettivi stabiliti a Lisbona oltre un decennio fa),&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn4" name="_ftnref4"&gt;[4]&lt;/a&gt; e dall’altra la revisione di quei sistemi fiscali e incentivi che scoraggiano la presenza di due lavoratori nello stesso nucleo familiare. Ma è ormai chiaro che, senza politiche nazionali coraggiose, il potere dell’Unione europea resta limitato a indicazioni di massima.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda invece la parità di stipendio e la segregazione orizzontale e verticale del lavoro, ecco di nuovo un po’ di dati: sebbene il 35,7% delle donne di età compresa tra i 30 e i 34 anni (contro il 28,9% degli uomini) possegga una laurea e il 60% dei nuovi laureati siano donne, tale stato non si riflette sulla tipologia di impiego, in parte anche a causa della concentrazione femminile in settori meno prestigiosi e retribuiti (salute e servizi di cura, educazione ecc.). In parte perché in Italia, stando a una recente ricerca di McKinsey,&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn5" name="_ftnref5"&gt;[5]&lt;/a&gt; le donne laureate in settori “maschili” (ingegneria, economia, legge e scienze politiche, ovvero le aree da cui provengono il 92% dei CEO e presidenti di società quotate) sono il 29% rispetto al 24% di media europea. Tuttavia le donne che ricoprono incarichi di responsabilità sono pochissime: per limitarsi alle componenti dei consigli di amministrazione parliamo di un 5% scarso contro il già non onorevole 12% di media europea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sempre a livello europeo ricordiamo che solo il 3% dei CEO delle maggiori industrie, il 34,4% dei lavoratori&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;autonomi, il 24% dei parlamentari e il 19% dei professori ordinari sono donne, e nessuna banca europea o nazionale ha un presidente donna. Inoltre, anche nei casi in cui donne e uomini svolgano la stessa mansione con il medesimo titolo, il divario retributivo è pari al 17,8%, tanto che quest’anno la Commissione ha deciso di istituire una giornata europea per la parità retributiva il 5 marzo, data che segna il numero di giorni in più che, partendo dal 1° gennaio, una donna ha dovuto lavorare per raggiungere la remunerazione di un uomo nel 2010.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn6" name="_ftnref6"&gt;[6]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le iniziative promosse dall’Unione europea in questi ambiti, oltre al lavoro di sensibilizzazione e di lotta agli stereotipi e l’adozione di qualche misura a sostegno dell’imprenditoria femminile o dei programmi aziendali di valorizzazione della diversità, sembrano andare soprattutto in direzione normativa. È noto a questo proposito l’impegno del commissario per la Giustizia Viviane  Reding che lo scorso 1° marzo, in occasione di un tavolo avviato con alcuni rappresentanti di grandi industrie europee sul tema, ha dichiarato di voler dare, «nel corso dei prossimi dodici mesi, un’ultima chance alle capacità di auto-regolamentarsi delle imprese. Spero – ha aggiunto – che si rivelino creative, in modo da evitare che a diventare creativi siano i legislatori europei». La stessa commissaria, introducendo il rapporto annuale sui progressi dell’Unione in tema di uguaglianza tra donne e uomini, aveva dichiarato che «avere più donne in consiglio di &amp;nbsp;amministrazione aumenterà la nostra produttività economica. Sono anche convinta che non avremmo assistito a una crisi finanziaria globale se avessimo avuto più “Lehman Sisters”».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di fatto, gli studi volti a dimostrare una correlazione tra presenza di donne in posizioni di vertice e prestazioni economiche d’impresa sono ormai innumerevoli, e spesso supportati proprio dal settore privato: dai quattro “Women Matter” report di McKinsey al “Women on board” del 2010 curato da un team di analisti di Société Générale, passando per gli studi sull’intelligenza collettiva di William Woolley, sembra proprio che le prove a favore non manchino. E anche a livello macroeconomico, secondo il “Corporate Gender Gap Report 2010” del World Economic Forum,&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn7" name="_ftnref7"&gt;[7]&lt;/a&gt; la chiusura del &lt;i&gt;gap &lt;/i&gt;occupazionale tra donne e uomini potrebbe portare in pochi anni a un aumento del PIL del 13% nell’area euro, contribuendo a superare i problemi posti dal progressivo invecchiamento della popolazione. In modo simile, si moltiplicano gli studi volti a valorizzare le ricadute economiche positive di un approccio di genere nella concezione dei prodotti, a partire dalle proiezioni di Michael J. Silverstein e Kate Sayre che dalle pagine della “Harvard Business Review” affermano che il potere d’acquisto delle donne nel mondo offre già oggi un mercato superiore a quello della Cina e dell’India messe insieme, e crescerà da quindici a venti miliardi di euro nel corso dei prossimi cinque anni. Insomma, i binomi donne ed economia, donne e innovazione, donne e soluzione delle grandi sfide europee (invecchiamento della popolazione, scarsità delle risorse, cambiamento climatico ecc.) sono ormai così comuni e pervasivi nella retorica e nell’oratoria europee da non necessitare&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;più di nessuna particolare spiegazione che li accompagni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non c’è dubbio, l’argomento economico appare più che mai maturo, e anche nel nostro paese numerosi e&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;autorevoli interventi sul tema – dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia al vicedirettore generale&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;della Banca d’Italia Anna Maria Tarantola – hanno evidenziato come esso abbia definitivamente abbandonato i salotti in cui per molto tempo – e con non poca malafede – è stato relegato, per varcare le porte dei ministeri e dei consigli aziendali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tuttavia, e mai come in questo momento di crisi economica, politica e finanziaria, occorre domandarsi quale sia il modello economico in cui anche le donne possano contribuire a una crescita europea duratura e sostenibile. Lo scenario economico europeo dei prossimi anni non potrà non fare i conti con l’ascesa dei BRIC e degli altri paesi emergenti, la richiesta di democrazia e sviluppo dei paesi arabi, la carenza di materie prime che affligge il continente, il rapido invecchiamento della sua popolazione e il peso crescente, in seno ad essa, delle popolazioni immigrate. L’Europa riuscirà a rilanciarsi solo se saprà sfruttare il proprio patrimonio di tecnologia e creatività, aprendosi a un modello economico che non veda nel perseguimento del profitto un’antitesi all’attuazione di politiche di rispetto dell’ambiente, inclusione sociale, welfare, innovazione tecnologica, rilancio dell’educazione e della cultura. Le politiche volte a una maggiore inclusione delle donne nel mondo del lavoro e alla valorizzazione del loro talento in posizioni di responsabilità nelle aziende, nel mondo politico e nella società, vanno lette come una spinta all’innovazione e alla crescita sostenibile: non solo attuazione di diritti individuali, diritti all’autoaffermazione e alla parità, ma soprattutto riconoscimento del valore allo stesso tempo economico e sociale della diversità e dell’inclusione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;div&gt;&lt;br clear="all"/&gt; 
&lt;hr size="1" align="left" width="33%"/&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; Abbiamo poi dignità, integrità e fine della violenza nei confronti delle donne e parità tra donne e uomini nelle azioni esterne.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; Da notare che la situazione è praticamente invertita per gli uomini, con percentuali pari rispettivamente all’80,3; l’87,4; il 90,6 e l’85,4%.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref3" name="_ftn3"&gt;[3]&lt;/a&gt; In Italia il numero di donne che svolgono un part time involontario è più che doppio rispetto alla media europea (42,7% contro 22,3%) e ben il 76,7% del lavoro familiare è a loro carico.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref4" name="_ftn4"&gt;[4]&lt;/a&gt; Ovvero del 33% di bambini sotto i tre anni iscritti agli asili nido.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref5" name="_ftn5"&gt;[5]&lt;/a&gt; Valore D-McKinsey, Donne ai vertici: un acceleratore della performance aziendale, 2010.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref6" name="_ftn6"&gt;[6]&lt;/a&gt; Il divario è minimo in Italia secondo l’Eurostat, ponendosi al 5%, ma il dato non tiene conto del basso tasso di occupazione femminile. Secondo le stime del World Economic Forum, in effetti, le donne italiane guadagnerebbero circa la metà dei loro pari grado di sesso maschile.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;World Economic Forum, Corporate Gender Gap Report 2010, Ginevra 2010, disponibile su &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="https://members.weforum.org/pdf/gendergap/corporate2010.pdf."&gt;https://members.weforum.org/pdf/gendergap/corporate2010.pdf.&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/TQYp-Bhuvg0" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Wed, 07 Dec 2011 12:53:16 +0000</pubDate>
         <category>Se non ora quando?</category>
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         <title>Il peso del corpo (Like a Train on a Track)</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/d4787dd5e343f0770fca324ff3790833_S.jpg" alt="Il peso del corpo (Like a Train on a Track)"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Domenica 11 dicembre&lt;/strong&gt;, le  donne di &lt;strong&gt;“Se non ora quando?”&lt;/strong&gt; sono tornate in piazza per ribadire la necessità di una  forte e autonoma presenza femminile sulla scena pubblica italiana.  Italianieuropei ha aderito a questa iniziativa e vuole offrire un contributo al  dibattito riproponendo &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/dossier/se-non-ora-quando/item/2421-il-peso-del-corpo-like-a-train-on-a-track.html"&gt;alcuni spunti&lt;/a&gt; e &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/dossier/se-non-ora-quando/item/2422-l-europa-e-le-donne.html"&gt;riflessioni&lt;/a&gt; pubblicati sugli ultimi  numeri della rivista.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-10-2011.html"&gt;Pubblicato sul n. 10/2011 di Italianieuropei&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;I due lati del foglio&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pesano, i corpi. Pesano i corpi femminili che scandiscono la cronaca politica italiana e ingombrano in molti modi quella giudiziaria. Pesano le immagini sempre uguali, che affollano schermi e muri diventando nostro tratto distintivo, come narra impietosa la stampa internazionale. Pesa il linguaggio che parla del corpo, appesantito fino all’oltraggio anche quando le istituzioni dovrebbero porlo al riparo. E pesa il vuoto nel quale questo carico si rovescia: l’assenza fisica delle donne dai luoghi della rappresentanza, dove le poche presenze, pur apicali, non riescono a correggere il confronto impietoso con l’Europa; il progressivo ritiro dal lavoro regolare che contraddice l’alto livello di scolarizzazione; la voragine del lavoro irregolare, le macerie di Barletta che raccontano di scantinati affollati, giornate di quattordici ore e ore che non valgono nemmeno quattro euro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non sono soffitti di cristallo quelli che pesano sulla testa delle donne italiane. Si tratta di una questione, attingendo al lessico tradizionale dell’economia politica, strutturale. L’ipertrofia del corpo nei media e la contemporanea messa al margine sociale e politica delle donne sono i due lati dello stesso foglio, per usare la celebre ed efficacissima metafora di Saussure. Se ovunque il riconoscimento sociale e politico della soggettività femminile è stato segnato da controversie e conflitti, e certo non può dirsi compiuto nemmeno nei paesi più “virtuosi”, in Italia il rifiuto di misurarsi a fondo, pubblicamente, con i cambiamenti introdotti dalla libertà delle donne, uguale e diversa, è stato un fenomeno molto più forte e carico di conseguenze.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se certo va oltre i confini di queste riflessioni affrontare in modo analitico le ragioni di un’anomalia che tocca la radice della crisi italiana, se ne possono provare a evidenziare almeno i tratti distintivi. E per farlo occorre partire proprio dal peso di questo corpo, destinato a sbilanciare ogni volta un assetto che non riesce a comprenderlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Il dittatore, assoluto, e anche il popolo oppresso&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel dibattito degli ultimi anni si è discusso a lungo se fosse opportuno tornare a parlare del corpo, sia pure in modo critico. Alcune autrici hanno visto un tratto di subalternità nel farlo; riflettere e parlare di esso finisce per assecondarne comunque una centralità sbagliata, volta a mettere in ombra il talento e la creatività. Lo scarto vero, dunque, è nel sottolineare la forza della mente femminile che l’esibizione ostentata cancella.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;[1]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È invece necessario imboccare un’altra strada, per almeno due ragioni, che toccano, si può dire, le origini della riflessione delle donne. L’affermazione che non vi sia nulla di scontato e tanto meno di ineluttabilmente già segnato nel pensare e nel parlare del corpo, è stata l’incipit del secondo femminismo, quello che, superando l’orizzonte dell’emancipazione, poneva il tema del riconoscimento della differenza tra i sessi. La seconda considerazione è conseguenza della prima e arriva all’oggi. Identificare la forza dell’intelligenza nel suo essere altro da un corpo ingombrante perché assoggettato rimuove non solo quell’incipit – può l’intelligenza femminile prescindere dal corpo? – ma soprattutto asseconda, sostiene, ciò che punta a sconfiggere. Il tratto più forte delle immagini da cui si vuole prendere congedo, in fondo e nemmeno troppo, è proprio il ribadire possibile, e anzi perseguibile, un’idea del corpo come dispositivo da usare con accortezza, disponibile ad assecondare una volontà che non intende limiti. Con una forzatura vistosa, si restaura una dualità tra la mente e il corpo – un’antica sudditanza del secondo dalla prima – che il pensiero delle donne aveva rimesso radicalmente in questione. Va sottolineata l’assonanza oggettiva di questa posizione con teorie &lt;i&gt;mainstreaming &lt;/i&gt;– di diverso segno – che identificano la libertà individuale con l’affrancamento da qualsiasi forma di vincolo naturale, a cominciare dalla corporeità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E per quanto possano confondersi i due termini, ossia il corpo in quelle figure rischi di apparire al tempo stesso dittatore e popolo oppresso,&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt; anche nella versione contemporanea il modello resta quello di una mente tutta autonoma nel progettare finalità, che dispone di un corpo esterno ridotto a pura proprietà. Le immagini, ma non solo, anche le parole che accompagnano quelle immagini, dilatano la percezione di una corporeità docile &lt;i&gt;in primis &lt;/i&gt;rispetto alla volontà che se ne avvale. Amplificano la distanza tra la mente che interpreta i tempi con la scaltrezza richiesta e il corpo-risorsa che li asseconda, passivo ed estraneo. La forza – anche la libertà – soggettiva si concentra in questo esercizio di dominio, esplicitamente rivendicato. Un corpo senza storia, lontano dal tempo e dalle sue minacce, al riparo dalla tirannia dei ricordi, privo di limiti o portato a trascenderli fin dove è consentito e talvolta anche oltre.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn3" name="_ftnref3"&gt;[3]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Corollario di questo modello è una visione della sessualità concepita solo in termini di controllo, sottomissione o dominio. La libertà che aveva consentito al femminismo di combattere alla radice il modello, ricostruendo un contesto vitale entro cui riportare la sessualità – fantasia, memoria, creatività – nelle immagini di cui parliamo si azzera.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Les lunettes, les grands sacs…&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È anche da ricondurre a queste ragioni lo sguardo stupito che l’opinione pubblica internazionale rivolge alle vicende italiane. Basti pensare a un report da Bruxelles dedicato, appunto, al corpo femminile in Italia, dove il commentatore si soffermava stupito su cosa nascondessero gli occhiali scuri e le borse indossati nelle fotografie che per mesi hanno attraversato la rete. Oltre il dettaglio, la nota di costume, l’attenzione registra l’acutezza di un conflitto che investe palesemente la dimensione pubblica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non si può pensare di eludere la tempesta d’immagini che ha ricoperto il nostro paese senza incontrare resistenza o considerare irrilevante, sotto il profilo civile, l’affermazione di un modello femminile che ha fatto della propria disponibilità il tratto distintivo. Occorre rivolgere a questi fenomeni uno sguardo nuovo, che vada a fondo e si affranchi da categorie interpretative – e retoriche – che hanno fatto il loro tempo. Aver tenuto imbrigliato il discorso nelle secche di una disputa sulla liceità, sulla moralità e il decoro, dove si confrontavano staticamente favorevoli e contrari, ha significato evitare di comprendere la portata di ciò che accadeva. E forse, di questa responsabilità ci chiede conto lo sguardo internazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La tensione all’adattamento riflessa nelle immagini descritte ripropone in vesti nuove e ben patinate il ricatto che ha tenuto lontane le donne dalla &lt;i&gt;polis&lt;/i&gt;. Il silenzio dietro le lenti scure – il corpo che non parla – porta il segno evidente di un accesso alla sfera pubblica vincolato all’antica separazione &lt;i&gt;logos/bios&lt;/i&gt;, come rendono esplicito programmi televisivi che non occorre certo ricordare, “artiglieria pesante” costruita per intero su questa opposizione.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn4" name="_ftnref4"&gt;[4]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’ostentazione del modello statico, irreale che oscura la pluralità della presenza femminile e la qualità della sua autorevolezza, porta lo stesso segno delle “donne che mancano” – riprendendo una felice espressione di Amartya  Sen – dai luoghi della decisione politica ed economica o dell’allontanamento delle donne dal lavoro. Il corpo in gravidanza espunto, la marginalizzazione della carriera femminile provocata dall’indisponibilità a rendere compatibili &lt;i&gt;de facto &lt;/i&gt;crescita professionale e tempo necessario allo sviluppo della vita affettiva sono tutte espressioni del rifiuto di modificare assetti concepiti in assenza delle donne, oggi ostacolo concreto all’esercizio della loro libertà.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oltre le immagini evocate, è sufficiente uno sguardo, anche veloce, agli ultimi dati Istat&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn5" name="_ftnref5"&gt;[5]&lt;/a&gt; – dove oltre 800.000 madri lasciano il lavoro, firmando “dimissioni in bianco” – o al Rapporto 2012 sull’uguaglianza di genere elaborato dalla Banca mondiale –, dove si ipotizza una crescita pari al 7% del PIL se l’occupazione femminile italiana fosse portata ai parametri del Trattato di Lisbona. Ancora una volta il racconto sul corpo distribuito sui due lati del foglio combacia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Happiness Hit Her Like a Train on a Track&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma in Italia il peso del corpo ha giocato un ruolo forte, al rovescio, dal 13 febbraio 2011. Le modalità con cui l’appello lanciato da “Se non ora quando?” ha stabilito il nesso tra dignità e cittadinanza e la risposta ottenuta hanno rivelato quanto fosse forte la consapevolezza della posta in gioco. Lo scarto che si è prodotto nelle forme di quell’evento pubblico – le parole, la musica, le immagini che hanno segnato le manifestazioni in tutta Italia – deve la forza del suo impatto &lt;i&gt;in primis &lt;/i&gt;alla felicità della scoperta di ritrovarsi fisicamente insieme. Inaspettatamente, come recita la canzone scandita dalla piazza romana, ma forse non è stata fino in fondo una sorpresa scoprire condivisa l’esigenza di riconoscersi, nel qui e ora di ogni piazza. Le fotografie, le belle immagini che hanno fatto il giro del mondo, e sono state ovunque, immediatamente comprese, restituiscono il senso di novità della partecipazione e si riflettono intatte nelle parole delle protagoniste più giovani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«(…) quello che stiamo vivendo è un’esperienza inedita, fisica prima che verbale. L’aria è satura di allegria, di una semplicità disarmante. Il rapporto Censis del 2007 ci aveva definiti “mucillagine sociale”; ci avevano descritti fino all’altro ieri come una società sfibrata, disabituata a riti collettivi. Eppure quel che vedo adesso dimostra il contrario. Mi trovo al centro di una marea di famiglie, bambini, coppie che si tengono per mano e sento la misura larga di questo evento, l’emozione di vivere finalmente qualcosa che non ho mai vissuto prima».&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn6" name="_ftnref6"&gt;[6]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La gioia, l’agio che leggiamo in esse, nascono dall’aver visto una via nuova che consente di scartare dalla fatica dell’adattamento e dagli abbagli che produce. Il “noi”, nato in quelle piazze come ha scritto Olivia Guaraldo,&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn7" name="_ftnref7"&gt;[7]&lt;/a&gt; ha segnato il congedo dal ricatto implicito nella scissione della mente dal corpo e soprattutto dall’illusione di onnipotenza che ne deriva, dove i modelli creati a piacimento annullano la presenza reale. È un “noi” che trae forza dal limite, dunque, e segna così una discontinuità culturale profonda, a mio avviso non ancora colta. L’esperienza inedita non riguarda solo la scoperta del rito collettivo, per riprendere Avallone, il superamento del valore individuale che andava oltre qualsiasi istanza. Il “noi” delle donne, che non si esaurisce in esse, come quelle piazze hanno mostrato, porta il segno della ricomposizione. Nei corpi protagonisti di quel pomeriggio si annulla la distanza dal linguaggio e dal desiderio per lasciare il posto alla felicità della ricomposizione, del ritrovamento, della coincidenza con se stesse. E non è un caso se la politica, la forza politica, torna in queste forme segnando il tramonto di due tendenze, apparentemente opposte ma simmetriche, che attraversano la riflessione contemporanea, accomunate da una celebrazione dell’Io che identifica &lt;i&gt;tout court &lt;/i&gt;il legame con l’ostacolo e il corpo con la dipendenza e il bisogno. Di ascendenza illuminista, nella versione “forte” antropocentrica, o di matrice postmoderna, nella versione fluida e indefinita, la libertà che queste teorie hanno affermato è una libertà autosufficiente e solitaria. La ricerca di una forma nuova – la forza di quel “noi” – non può che partire dal corpo ritrovato. Maybe “the dog days are over”.&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn8" name="_ftnref8"&gt;[8]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;&lt;br clear="all"/&gt; 
&lt;hr size="1" align="left" width="33%"/&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; Si veda N. Vassallo, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/1659-donne-madonne-donne-maddalene.html"&gt;&lt;i&gt;Donne-madonne, donne-maddalene&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, in “Italianieuropei”, 3/2010, pp. 105-10.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; D. DeLillo, &lt;i&gt;Body art&lt;/i&gt;, Einaudi, Torino 2001, p. 45.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref3" name="_ftn3"&gt;[3]&lt;/a&gt; Si veda F. Giuliani&lt;i&gt;, La tentazione d’Ipazia&lt;/i&gt;, in “DWF”, 3-4/2010, pp. 31-5.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref4" name="_ftn4"&gt;[4]&lt;/a&gt; Si veda I. De Bernardis&lt;i&gt;, Il corpo dimenticato&lt;/i&gt;, in “Leggendaria”, 90/2011 (in corso di stampa).&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref5" name="_ftn5"&gt;[5]&lt;/a&gt; Si vedano L. L. Sabbadini, &lt;i&gt;Maternità e lavoro, la catastrofe italiana&lt;/i&gt;, in “Reset”, 126/2011, pp. 13-6; Sabbadini, &lt;i&gt;Le statistiche ufficiali come specchio della realtà&lt;/i&gt;, in “Italianieuropei”, 8/2011, pp. 79-84.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref6" name="_ftn6"&gt;[6]&lt;/a&gt; S. Avallone, &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/archiviostorico.corriere.it/2011/febbraio/14/mia_generazione_senza_riti_scopre_co_9_110214019.shtml"&gt;&lt;i&gt;La mia generazione senza riti scopre che manifestare ha senso&lt;/i&gt;&lt;/a&gt;, in “Corriere della Sera”, 14 febbraio 2011.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref7" name="_ftn7"&gt;[7]&lt;/a&gt; O. Guaraldo, &lt;i&gt;Sarà un paese per donne&lt;/i&gt;, in “Italianieuropei”, 6/2011, pp. 50-5.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref8" name="_ftn8"&gt;[8]&lt;/a&gt; Queste riflessioni nascono dalla relazione pensata e scritta con Francesca Comencini a Siena per l’incontro nazionale dei comitati “Se non ora quando?” il 9 e 10 luglio, disponibile &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com"&gt;qui&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/emarctic/5447516975/"&gt;Foto: Emanuele Bevilacqua&lt;/a&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/aHQ66dS8vyc" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/dossier/se-non-ora-quando/item/2421-il-peso-del-corpo-like-a-train-on-a-track.html</guid>
         <pubDate>Wed, 07 Dec 2011 12:20:43 +0000</pubDate>
         <category>Se non ora quando?</category>
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         <title>Brevi note sull’essere italiano, oggi come ieri</title>
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         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/8e013a4c5d0a4c61a59bde31f07252d3_S.jpg" alt="Brevi note sull&amp;#x002019;essere italiano, oggi come ieri"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;Ho iniziato a occuparmi del nostro Risorgimento nel 2003, per merito – colpa – di Mario Martone, che mi coinvolse nel progetto di un film. In parallelo alla stesura del copione, sedotto dalla quantità e qualità dei materiali storici e letterari con i quali entravo in contatto, prendeva corpo il progetto di una narrazione ispirata a quella stagione della quale si era persa la memoria. Al punto che io per primo avevo sul nostro Risorgimento, e, dunque, sugli eventi che portarono a edificare la nazione nella quale sono nato, vivo, lavoro, solo poche, confuse, contraddittorie e troppo spesso sbagliate informazioni.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-5-2010.html"&gt;n. 5/2010 di Italianieuropei&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Ho iniziato a occuparmi del nostro Risorgimento nel 2003, per merito – colpa – di Mario Martone, che mi coinvolse nel progetto di un film. In parallelo alla stesura del copione, sedotto dalla quantità e qualità dei materiali storici e letterari con i quali entravo in contatto, prendeva corpo il progetto di una narrazione ispirata a quella stagione della quale si era persa la memoria. Al punto che io per primo avevo sul nostro Risorgimento, e, dunque, sugli eventi che portarono a edificare la nazione nella quale sono nato, vivo, lavoro, solo poche, confuse, contraddittorie e troppo spesso sbagliate informazioni. I materiali accumulati negli anni hanno infine dato origine al film e a un romanzo, “I traditori”, che poco o niente ha a che spartire con il film di Mario Martone. Se non alcune scoperte, ai miei occhi di narratore e di italiano di oggi, sorprendenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Innanzitutto che tutti i grandi e meno grandi artefici dell’Unità non erano anziani e austeri signori dalle barbe polverose, ma giovani, spesso giovanissimi, poco più che ragazzi, animati da una feroce passionalità, vibranti di spirito spregiudicato. Mazzini si scoprì cospiratore a sedici anni, e da allora decise, «fanciullescamente», come annota in uno scritto, di vestire di nero in segno di lutto per l’Italia divisa. Garibaldi, a poco più di vent’anni, era già condannato a morte e costretto all’esilio. Vittorio Emanuele divenne re a meno di trent’anni. Cavour, passato alla storia come il “grande tessitore”, morì a cinquant’anni, «stroncato», scrissero i giornali dell’epoca, «dall’enciclopedica fatica» dell’Unità. Cinquant’anni è, oggi, l’età in cui un politico è considerato qualcosa a metà fra una speranza e una promessa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per non dire della sorpresa nello scoprire che Mazzini, Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele, ben lungi dall’agire in costante e comune concordia, si trovarono spesso su posizioni alternative, contrapposte e inconciliabili. Cavour fece ripetutamente condannare a morte Mazzini e gli rifiutò l’amnistia a Unità compiuta; ma non si fece scrupolo di “trar partito” dal suo radicalismo, stipulando patti occulti con le frange estreme dei repubblicani (e solo grazie a Denis Mack Smith, cent’anni dopo, ne siamo venuti a conoscenza). Garibaldi e Mazzini non si rivolsero la parola per anni, divisi da questioni strategiche e anche da una sorta di rivalità personale (per la verità, molto più accoratamente avvertita dal Generale che da Mazzini, per sua natura più parco di manifestazioni sentimentali). Vittorio Emanuele, a un certo punto, desideroso di conquistare Roma e Venezia senza aiuti esterni, cospirò con Mazzini per suscitare guerre e rivolte nei Balcani in chiave antiaustriaca. Piano che fallì grazie a un intervento dei servizi segreti – ita - liani – del tempo, che architettarono un finto complotto per assassinare Napoleone III, scaricandone la responsabilità su Mazzini. Il quale, forse, era realmente estraneo al progetto e forse, essendone tempestivamente informato, non vi si oppose con convinzione, in forza della propria radicata convinzione che il tirannicidio costituisse comunque un imprescindibile momento della lotta per l’affermazione della democrazia e il trionfo dei diritti dei popoli.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A ciò si aggiunge la rivelazione che Felice Orsini, il rivoluzionario romagnolo al quale sono dedicate centinaia di vie e di piazze nel nostro paese, nel vano tentativo di uccidere Napoleone III ammazzò a colpi di bombe otto vittime innocenti (e un numero imprecisato di cavalli). Che Mazzini, pur tirato in ballo da spie e cronisti prezzolati, non era coinvolto nell’attentato, mentre a foraggiare Orsini negli ultimi mesi di vita era stato proprio, ovviamente in gran segreto, Cavour.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per poi scoprire che l’attentato di Orsini giocò indubbiamente un certo ruolo nella decisione di Napoleone III di sostenere la seconda guerra d’Indipendenza attraverso gli accordi di Plombières: un’interpretazione niente affatto tendenziosa della vicenda porterebbe, dunque, a ritenere che la violenza abbia avuto la sua parte nella nascita del nostro paese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono solo alcuni fra gli esempi delle “sorprese” che lo studio della storia può riservare a chi vi si accosti senza pregiudizio. Materiali di disputa ben noti agli storici di professione, si obbietterà. E ciò è innegabile. Ma il fatto che, comunque, la loro circolazione resti circoscritta agli ambiti accademici spiega molto del nostro paese senza memoria: non credo che esista nessun paese al mondo che abbia potuto conquistare indipendenza e libertà senza combattere, e versare il sangue, per essa. Persino l’India di Gandhi pagò un tributo alla regola della storia con i massacri del 1948, così mirabilmente evocati da Salman Rushdie ne “I figli della mezzanotte”. È il nostro passato, è la nostra storia. Con le sue luci e le sue tenebre. Sarebbe ora di cominciare a rivendicarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma, insomma, il passato non ha senso se non serve al presente. Strada facendo, il mio “I traditori” si trasformava, da romanzo storico, in racconto del presente. E io, mentre lo scrivevo, mi riscoprivo furiosamente italiano, e, nello stesso tempo, orgoglioso di esserlo. Il tutto a conclusione di un percorso generazionale e culturale che imponeva di considerare parole come patria, nazione, persino tradizione, con un senso di sufficienza, se non di aperto fastidio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E invece. E invece, le radici di ciò che noi oggi siamo si rinvengono là, in quella stagione del nostro passato. E non solo, come si potrebbe immaginare, in certi “tipi umani” italiani che sembrano sfidare il tempo, quasi categorie eterne dello spirito – l’opportunista, il machiavellico, lo spirito nobile ma avulso dalla realtà, la canaglia, il generale fortunato, il gazzettiere al servizio del miglior offerente – ma anche, e soprattutto, in dinamiche storiche, economiche, sociali e politiche che si riproducono, oggi come allora, e che costituiscono, oggi come allora, i fuochi del dibattito, il centro dei problemi, il core business di questa Unità. Che nacque e visse imperfetta, zoppa, ambigua e a tratti dissennata. Che ancora adesso ci appare tale. Ma della quale personalmente avverto la furiosa necessità. Quella stessa necessità che spingeva i più accaniti repubblicani a stringersi intorno ai mediocri Savoia e l’ormai vecchio e malato Mazzini a spendere gli ultimi spiccioli della sua grande esistenza nel disperato sforzo di impartire un’educazione etica e sociale alle classi subalterne.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In altri termini, i problemi che avrebbero afflitto l’Italia negli anni a venire erano già tutti presenti a coloro che l’Unità vollero e fecero. Se ne discuteva, in modo franco e lacerante, “in presa diretta”. Due i temi emersi, in particolare, dalla ricerca: lo squilibrio fra Nord e Sud, con la reciproca, ricorrente ostilità, e la presenza, in vaste zone del territorio, della criminalità organizzata. Sono temi che ritrovo, ogni giorno, nei giornali, nelle televisioni, nel dibattito politico e culturale. Ancora presenti, ancora irrisolti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mettiamo a confronto, idealmente, due citazioni del professor Miglio, ideologo della Lega Nord (un intellettuale che aveva il pregio di parlare chiaro) e qualche documento postunitario. Prima citazione: «Il mondo civile è nell’area temperata: se ci spostiamo dove fa molto freddo, ci imbattiamo negli slavi tonti; se puntiamo verso Sud, incrociamo popoli straniti dal calore, un po’ come quei messicani che sonnecchiano sotto il sombrero». Torniamo indietro nel tempo, ai giorni dell’Unità. Carlo Nievo, fratello di Ippolito, inverno 1860, dal Sud al padre: «Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato...». «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!». Soltanto un paio d’anni dopo, alcuni brillanti alti ufficiali piemontesi si incaricheranno di tradurre in opera il suo auspicio, rendendosi responsabili dell’atroce guerra al brigantaggio. Poterono farlo perché agivano, militarmente, su un terreno che, nei primissimi mesi dall’Unità, è stato arato, sul piano, per così dire, culturale, da una certa intellettualità. Il Sud è un’Africa popolata da barbari irredimibili. Gente da colonizzare e non da armonizzare. L’argomento legato al malgoverno borbonico, in realtà primo responsabile del degrado delle campagne, viene presto abbandonato a favore di una lettura dello squilibrio Nord-Sud in chiave di inferiorità etnica. È, in presa diretta, la nascita della teoria delle “due Italie”: l’operosa, europea celtica gente che s’attesta sin sul Tronto contrapposta ai barbari del meridione. È in questo clima che Ottaviano Vimercati, il quale da esule aveva combattuto in Algeria, scrive a un amico: «Gli arabi, che combattevo quindici anni fa, erano un modello di civiltà e di progresso in confronto a queste popolazioni (…) non potresti farti un’idea delle barbarie e del vero abbrutimento dei paesani di qui». Per poi concludere, pragmaticamente, che l’annessione del Sud sarebbe bene considerarla un’eredità da accettare col beneficio dell’inventario, e cioè tenendosi la terra e buttando a mare i terroni. Viene dunque da lontano, questo pensiero che ritroviamo quotidianamente sulle pagine dei giornali, tradotto magari in formule più soft dal ministro che, lapidariamente, qualifica il Sud come «palla al piede» dell’Italia. Viene tanto da lontano che stupiscono, a un tempo, l’acquiescenza, a tratti omaggiante, dal quale esso è circondato, e il clima rasserenante, quasi da barzelletta raccontata al Bar dello Sport con il quale si stemperano esternazioni di crescente violenza verbale. Ma dov’è finita l’indignazione?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Seconda citazione da Miglio: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto sino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate». La mafia è dunque: a) un fattore etnico; b) una necessità auspicabile. La parola mafia compare per la prima volta intorno al 1862. La sua origine, nel senso che oggi le attribuiamo, è teatrale. Nasce dal dramma “Li mafiusi della Vicaria” messo in scena nelle piazze di Palermo dalla scalcagnata compagnia di tale Giuseppe Rizzotto all’indomani dell’Unità. “Li mafiusi” narra scene di vita quotidiana nel vecchio carcere della Vicaria. A un certo punto, viene arrestato un tipo elegante, un signore. Rizzotto lo chiama l’Incognito. Quando i mafiosi gli chiedono il “pizzo”, lui mormora qualcosa all’orecchio del capobastone. Quello si inginocchia, chiede scusa, si mette al servizio dell’Incognito. Rizzotto, in piazza, recitava la parte dell’Incognito truccato come Francesco Crispi. Con buona pace degli storici revisionisti, ai “picciotti”, alle “bunache” e al popolo intero era chiaro sin da quel 1862 il ruolo della mafia nel processo unitario: che altro senso avrebbe potuto avere il richiamo a Francesco Crispi? Anche qui, niente di nuovo sotto il sole. Esistono migliaia di pagine, documenti processuali, inchieste governative, commissioni parlamentari d’inchiesta. La teoria dell’origine etnica della mafia percorre come un fiume carsico la storia patria. Ferri e Lombroso, teorici della “Scuola positiva”, postulano una più accentuata criminosità dei meridionali, osservando che: «Le stirpi, che, con le loro invasioni e sovrapposizioni, più concorsero a determinare il carattere etnico delle varie regioni italiane, sono germaniche, celte e slave al Nord, e fenicie, arabe, albanesi e greche al Sud e nelle isole». Ne consegue che l’ethnos, così come determina le differenze di statura, incarnato, complessione, è del pari responsabile della diversità di tendenze criminali fra l’operoso settentrionale e il terrone malandrino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Né Ferri né gli altri teorici della Scuola positiva sono così sprovveduti da negare valore alle condizioni sociali. Solo che esse soccombono ad altre considerazioni, «giacché il delitto è il prodotto non delle sole condizioni economico-sociali, ma di tutti i vari fattori individuali, fisici e sociali».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Eppure, sin dalla prima “guerra” ufficiale alla mafia (1872) si affaccia un’altra interpretazione, del tutto antagonista. La mafia è un serbatoio di potere, uno strumento eccellente di controllo del territorio. Nessuna azione repressiva sarà mai possibile se non sorretta, da un lato, dal progresso economico e culturale delle terre del Sud, dall’altro dall’interruzione di qualunque legame di “convenienza” fra il potere politico e le cosche, fra il Palazzo e la strada, potremmo dire. Ne converrà persino il prefetto Mori (1933), ma solo dopo essere stato “liquidato” per eccesso di zelo. E se Miglio teorizza la mafia necessaria, e, anzi, utile, il giudice Di Lello1 osserva come sia costante del nostro Stato reprimere la mafia che spara, quando spara troppo, e semina panico nell’opinione pubblica, preservando i canali di trattativa coi mafiosi “ragionevoli”. Cioè gli eredi di quella trattativa che intercorse, al tempo dei Mille, fra il capobastone della Vicaria e l’Incognito patriota. Postulare, dunque, un’origine etnica della criminalità organizzata significa fornire un poderoso alibi a collusi e conniventi. E perpetuare quella ignobile trattativa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Amarezza, anche qui, e indignazione: ti prendono, quando metti in fila le informazioni e le colleghi fra loro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un tempo, a questo punto, si sarebbero tratte le conclusioni. Non è però compito di un narratore. Agli storici spetta determinare quali furono i fattori che impedirono di rimuovere gli ostacoli che si frapponevano fra il compimento dell’unificazione geografica e quella culturale, economica e sociale degli italiani. Ai politici – perché un primato della politica è quanto mai necessario – compete di fare oggi ciò che non fu fatto allora, e che ancora compiutamente in centocinquant’anni non si è fatto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il narratore, più modestamente, va a caccia delle linee di tendenza, dei punti di contiguità/continuità. Cerca, nel panorama dell’oggi, le risonanze con le problematiche di ieri. Riscopre, nelle parole di oggi, quelle di un tempo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E si augura, nel contempo, che si profili all’orizzonte un nuovo Risorgimento.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/J0FHLCa2QEg" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Wed, 07 Dec 2011 11:43:19 +0000</pubDate>
         <category>Italianieuropei e i 150 anni dell'Unità d'Italia</category>
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      <item>
         <title>Palmiro Togliatti. Il governo di Salerno: “la prima vittoria di una politica di rinascita e unità nazionale”</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/XbCXq2c1cm0/2419-palmiro-togliatti-il-governo-di-salerno-“la-prima-vittoria-di-una-politica-di-rinascita-e-unità-nazionale”.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;La  testimonianza di Palmiro Togliatti sulla svolta di Salerno, che qui  riproponiamo, ci invita, in merito ad un evento dalle rilevanti implicazioni di  natura internazionale, a non sottovalutare il senso di unità che la svolta di  Salerno, in un momento drammatico per il paese dal punto di vista politico,  economico e sociale, era riuscita a dare alle forze politiche antifasciste nella  fase finale della guerra.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Rileggere a cinquant’anni di distanza le testimonianze sulla svolta di Salerno rese da Palmiro Togliatti a Bologna e a Torino nell’aprile del 1961 in occasione del centenario dell’Unità d’Italia è un’operazione intrigante per una serie di motivi attinenti sia al merito della concreta vicenda rievocata dal leader comunista sia al metodo storiografico. Non v’è dubbio che il brusco cambiamento della posizione dei partiti antifascisti nei confronti del governo del Maresciallo Badoglio sia stato uno degli episodi sui quali maggiormente si è affaticata la storiografia sull’Italia postbellica, nella quale la vicenda rientra a pieno titolo nonostante si sia svolta all’interno del secondo conflitto mondiale. Formatosi all’indomani del 25 luglio e della caduta del fascismo, profondamente rimaneggiato e ampiamente screditato dalle dolorose e per molti aspetti vergognose vicende che accompagnarono l’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani nel settembre del 1943, il governo Badoglio costituisce anzi lo snodo essenziale tra l’Italia monarchica e fascista e quella repubblicana e democratica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vituperato da molti come elemento essenziale della continuità dello Stato italiano nel passaggio dal fascismo al postfascismo, oggetto d’interminabili quanto accanite e ricorrenti polemiche tra storici, il governo costituitosi a Salerno nell’aprile del 1944 per iniziativa del leader comunista appena rientrato dall’Unione Sovietica continua a meritare molti degli apprezzamenti che nel 1961 Togliatti gli riserba, ricorrendo ad argomenti che ignorano le origini della “svolta”, sulle quali si è invece assiduamente affaticata la storiografia successiva. Anche se è del tutto comprensibile che gli storici abbiano affrontato con priorità la questione delle origini della svolta – e cioè se essa sia stata un’iniziativa dei comunisti italiani (e precipuamente di Togliatti) o se, invece, costituisse l’attuazione di una politica decisa a Mosca (e precipuamente da Stalin) – oggi il problema sembra aver perso molta della sua importanza, una volta chiarito che l’iniziativa era stata sovietica e che Togliatti svolse il ruolo di brillante esecutore. Oggi i rapporti che esistevano all’interno del movimento comunista internazionale sono sufficientemente chiari: il dominio sovietico su tutti gli altri partiti (passasse o meno attraverso l’Internazionale) è un dato pacifico. Il che peraltro non esclude che all’interno dello stesso movimento sussistesse una certa dialettica e che, nel caso di specie, si manifestò in una serie di oscillazioni nella posizione di Togliatti deciso assertore della linea dell’unità antifascista, ma, al tempo stesso, sensibile all’opposizione che il “partito dell’interno” era deciso a portare avanti contro il governo Badoglio (assieme, peraltro, agli altri partiti antifascisti).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sottovalutazione degli aspetti internazionali, inusuale in Togliatti, ha una chiara spiegazione: essa serviva a confermare la versione ufficiale del PCI, che presentava la “svolta” come iniziativa autonoma del leader torinese alla quale prontamente si adeguò il “partito dell’interno”, seguìto più o meno di buon grado dagli altri componenti dello schieramento antifascista. Del resto, a partire dal VII° Congresso dell’Internazionale nel 1935, Togliatti era stato uno dei più coerenti sostenitori della linea dell’unità antifascista e, durante la guerra civile spagnola, nel ruolo di autorevolissimo consulente del governo repubblicano, aveva lanciato la parola d’ordine “per prima cosa vincere la guerra”. Ed entrambe queste motivazioni è dato ritrovare sia nell’iniziativa del 1944 sia nella testimonianza del 1961. Del resto esse erano alla base anche della posizione di Stalin, interessato soprattutto ad affrettare la fine del conflitto mantenendo buoni rapporti con gli alleati anglo-americani: non si dimentichi che nell’aprile del 1944 il “secondo fronte”, la guerra contro la Germania da occidente, non era stato ancora aperto, nonostante il grave ritardo anglo-americano rispetto agli impegni assunti nei confronti dell’URSS. Che poi, alla base della moderazione staliniana, fossero anche le inconfessate ambizioni sovietiche sull’Europa orientale non modifica la sostanza della linea politica, manifestatasi anche col riconoscimento sovietico del governo Badoglio di poco precedente la “svolta”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma v’è anche un’altra importante ragione – forse quella decisiva – che spiega la scelta di Togliatti di limitare la propria rievocazione a un orizzonte quasi esclusivamente italiano: l’acuta coscienza delle disperate condizioni del paese al suo ritorno in patria dopo un esilio quasi ventennale. L’insistenza sulle condizioni del Sud dell’Italia, occupato, o liberato, dagli anglo-americani è riconducibile proprio a quella consapevolezza: il paese in cui rientra Togliatti è segnato da una serie di sciagure materiali e di miserie morali che gli appaiono come la definitiva conferma della catastrofe nazionale cui il fascismo e la monarchia hanno condotto l’Italia, al punto da fargli prendere sul serio le blande reprimende che il vecchio Maresciallo Badoglio cercava d’infliggere agli scostumati rappresentanti militari alleati. E Togliatti ha buon gioco nel 1961 a rivendicare al governo di Salerno il basilare contributo alla finale evizione della monarchia sabauda, impedendo il successo delle manovre interne e internazionali messe in opera per salvarla attraverso le dimissioni di Vittorio Emanuele III e la sua sostituzione con un Luogotenente. Rinviando l’operazione alla liberazione di Roma, la formazione del nuovo governo Badoglio contribuì alla sconfitta della politica inglese in Italia e alla prevalenza di quella degli Stati Uniti favorevole comunque alla libera scelta del popolo italiano nella questione istituzionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La scelta fatta da Togliatti di rievocare in questi termini l’operazione della primavera del 1944 fa sorgere il problema dei motivi che hanno indotto la storiografia a favorire il graduale offuscamento delle motivazioni interne e a dimenticare la gravità delle condizioni italiane dopo l’8 settembre del 1943 e la sconfitta nella guerra a fianco della Germania hitleriana. La questione ha una valenza generale e non limitata all’episodio che qui c’interessa, investendo invece buona parte della storiografia anche recente del secondo conflitto mondiale. Il brusco rovesciamento della politica internazionale degli Stati Uniti nel periodo 1945-1947, accompagnato dall’altrettanto brusco irrigidimento di quella sovietica e il conseguente avvio della guerra fredda posero le premesse perché nella storiografia occidentale, e assai di più nell’opinione pubblica, lo scontro tra la grande alleanza antifascista e le potenze dell’Asse tendesse gradualmente a trasformarsi in prologo – sia pur maestoso – della guerra fredda, perdendo via via la sua connotazione di più grande scontro politico, militare e ideale della storia, che ha alimentato le tendenze di fondo che ancora oggi caratterizzano le nostre società.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viste la durata e la vastità di ambiti geografici e ideologici della nuova contrapposizione non v’è da meravigliarsi che ci si possa oggi interrogare sui motivi per cui negli anni Quaranta del secolo scorso l’umanità fu dilaniata da straordinarie tragedie. Quella dell’Italia non fu neppure la più grave, anche perché il popolo italiano nel suo complesso seppe mantenere, tra mille difficoltà e tensioni, quel minimo di unità che la svolta di Salerno era riuscita a dare alle forze politiche antifasciste nella fase finale della guerra. E in queste settimane ove l’Italia e l’intera Europa si trovano di fronte ad eccezionali difficoltà – seppur di tutt’altra natura e, in ogni caso, di gravità incomparabile con quelle della primavera del 1944 – è forse possibile che il discorso di Togliatti possa essere percepito per quello che realmente era: la difesa del valore dell’unità di un popolo intorno ad un governo, provvisoriamente accantonando le divisioni politiche e ideali al fine della tutela del benessere e della dignità nazionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&amp;nbsp;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;b&gt;Il governo di Salerno&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn1" name="_ftnref1"&gt;&lt;b&gt;[1]&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;&lt;/b&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Del governo di Salerno, di solito, o non si parla, o si parla con un certo tono di altezzosità e sufficienza, come se si trattasse esclusivamente di un episodio di lotta e concorrenza di partiti che si può anche dimenticare, nel corso del quale i diversi partiti si sarebbero mossi per motivi deteriori, senza vedere quale cosa grande e nuova fu questo governo, momento di decisiva importanza per l’organizzazione della resistenza al fascismo e di quella lotta antifascista che si dovette condurre dal 1943 fino alla insurrezione del 1945 per liberare l’Italia dal regime delle « camicie nere » e dallo straniero.&lt;b&gt;&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Naturalmente la situazione era allora politicamente molto confusa. La creazione stessa del governo di Salerno fu un momento di una lotta politica di portata tanto nazionale quanto internazionale, intricata, difficile; però, sarebbe un grave errore se, per motivi secondari, si dimenticasse quello che ha rappresentato la costituzione di quel governo, che fu il primo, formato dopo il crollo del fascismo, nel quale entrarono i rappresentanti delle grandi organizzazioni popolari antifasciste, di tutti i partiti antifascisti che allora esistevano sul territorio nazionale. Una svolta, quindi, dalla ribellione, dalla tardiva ribellione monarchica e amministrativa del 25 luglio, alla vera lotta di liberazione, cioè all’inizio di quel processo che doveva portarci a rinnovare gli ordinamenti democratici e ad aprire la strada di un rinnovamento generale della vita nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ho detto che la situazione politica nella quale si costituí il governo di Salerno era molto confusa, difficile. Inoltre la lotta politica si svolgeva su uno sfondo di effettiva catastrofe della vita nazionale. Di questo posso dare ampia testimonianza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io arrivai a Napoli il 27 marzo del 1944. All’inizio della guerra mi trovavo in Francia, dove fui arrestato e passai un periodo di tempo in carcere; poi potei recarmi, con mille espedienti, nell’Unione Sovietica, e da Mosca partii alla fine di febbraio del 1944 per giungere in Italia. Il 27 marzo arrivai a Napoli. Era uno spettacolo che chiamare apocalittico forse è poco. Vi era anche un quadro di eventi naturali che impres­sionava. Era in corso una eruzione del Vesuvio e tutte le vie di Napoli, tutte le strade delle campagne adiacenti erano coperte da uno strato di cenere di cinque-dieci centimetri. Non si poteva camminare, non si poteva andare in macchina, senza essere stretti alla gola da questa polvere che soffocava. Ma, soprattutto, quello che impressionava era la città. Sapevo che a Napoli vi era stata la Resistenza, vi era stata una lotta eroica, vi era stata l’insurrezione del popolo napoletano che aveva contribuito alla cacciata dei tedeschi dalla grande capitale italiana del Mezzogiorno. Eppure, arrivando a Napoli nel marzo del 1944, tre-quattro mesi dopo i fatti di Napoli&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn2" name="_ftnref2"&gt;[2]&lt;/a&gt;, lo spettacolo era degradante: dappertutto miseria, dappertutto corruzione, disgregazione, sfacelo. Non si lavorava. I grandi opifici che erano sorti durante il fascismo, i siluri­fici di Baia, gli alti forni di Bagnoli, la Navalmeccanica, erano o comple­tamente distrutti, oppure riattati solo in alcuni reparti che lavoravano esclusivamente per riparare una parte del naviglio alleato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mancava il lavoro per la gente. Nelle campagne si produceva; un raccolto vi era stato, ma come poteva essere portato nelle città? Le ferrovie erano completamente paralizzate. Si ebbero episodi tragici: un treno, nella Lucania, un treno a vapore, impegnatosi in una lunga galleria, subí un incidente di macchina; tutti coloro che erano sul treno — credo dalle due alle trecento persone — morirono asfissiati. Se seguivate le strade della Campania scendendo verso la Puglia, lo spettacolo vi impressionava. I convogli militari degli alleati passavano a velocità pazzesca e vi erano qua e là le tracce, dei numerosi incidenti stradali. Ma incontravate tutta una popolazione, la popolazione italiana, poveri, gente stracciata, donne, vecchi, ragazzi, ragazze, che se ne andavano con tutti i mezzi, con il piccolo carrettino tirato dall’asinello, o da un cavallo, trasportando masserizie e cercando qualche prodotto che poi tentavano di trasportare in un centro abitato e di poter vendere. Fioriva il mercato nero, fioriva la prostituzione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si assisteva a uno sfacelo totale della vita economica e della vita civile. Gli operai, quando lavoravano, erano pagati non piú con la moneta italiana, ma con la moneta che era stata emessa dal comando alleato, le « Am-lire »; ed erano i comandi alleati che stabilivano il tasso di cambio di questa moneta, cioè stabilivano in questo modo dall’alto quanti soldi venivano dati di misero salario agli operai italiani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Napoli, poi, la notte, due o tre volte la settimana, era soggetta ai bombardamenti dell’aviazione tedesca. I traffici erano completamente interrotti. L’impressione che dava la città, che cinque mesi prima aveva fatto una insurrezione popolare per cacciare i tedeschi, era di un completo afflosciamento, di un addormentamento della coscienza civile, di un abisso di miseria e di abiezione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La situazione politica si imperniava attorno a tre elementi: il governo, gli alleati inglesi ed americani che, di fatto, governavano il paese, e i partiti politici italiani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un governo esisteva a Roma l’8 settembre, ma si sfasciò e scomparve a Brindisi, dove approdarono il re e lo stato maggiore dopo la fuga da Roma. Venne costituito, ma soltanto un mese dopo, una specie di governo tecnico. Attorno al maresciallo Badoglio e ai ministri della guerra, della marina e dell’aviazione (che credo fossero allora il generale Orlando, l’ammiraglio De Courten e il generale Sandalli), erano stati designati alcuni dirigenti delle varie branche dell’amministrazione civile con grado di sottosegretari, non di ministri. Soltanto parecchio tempo dopo, all’inizio del mese di febbraio, questi sottosegretari erano stati insigniti del titolo di ministri&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn3" name="_ftnref3"&gt;[3]&lt;/a&gt;. Però, questo governo non era in grado di fare nulla. Da un lato i controllori alleati esigevano di conoscere in precedenza tutto ciò che esso faceva e di dare una autorizzazione. Se negavano l’autorizzazione il governo non poteva agire.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dall’altra parte, il popolo non riconosceva nessuna autorità a quel governo. Qualsiasi sergente inglese o americano poteva chiamare un ministro, un sottosegretario, un generale italiano e chiedergli conto di questa o quell’altra cosa. Ma poi questo ministro, questo generale, questo sottosegretario italiano non era in grado di farsi ubbidire, perché non esistevano piú branche dell’amministrazione pubblica che regolarmente funzionassero. Bisogna però riconoscere (e noi lo riconoscemmo allora) che da questo governo, nonostante tutto, qualche cosa era stato fatto per ciò che si riferisce all’organizzazione della guerra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Era stata fatta la dichiarazione di guerra alla Germania, 1’11 otto­bre del 1943 e, in seguito, per iniziativa del maresciallo Badoglio, era stato costituito un raggruppamento italiano motorizzato, comandato prima dal generale Papino, poi, credo, dal generale Utili, e l’abilità di Badoglio era stata quella di aggregare a due reggimenti di fanteria, credo, il 67° e il 68°, che costituivano questo raggruppamento, un nucleo di forze motorizzate e un nucleo di artiglieria tale che gli davano una capacità di azione sul fronte. Questo raggruppamento era però mandato all’assalto sul Montelungo in condizioni difficilissime, aveva subíto perdite sanguinose, e poco dopo, per ordine del generale Clark, le forze che costituivano questo raggruppamento avrebbero dovuto passare tutte a servizi di lavoro. Veniva cioè, in questo modo, negata la possibilità che vi fosse un esercito italiano, o almeno un embrione di esercito italiano che partecipasse alla lotta per liberare la nostra patria dallo straniero che l’aveva occupata. La marina invece era molto attiva: nel periodo di tre mesi vennero da essa compiute 231 missioni di guerra, da 296 unità, oltre al servizio di scorta che veniva fatto per i convogli alleati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma qual era la situazione politica? Anch’essa era dominata dalle forze alleate. Vi era un governo alleato che disponeva di tutto, e gli alleati avevano una loro politica nei confronti dell’Italia. Gli inglesi si differenziavano un poco dagli americani: avevano una posizione piú chiusa, piú conservatrice, più reazionaria; ma gli americani non si comportavano poi molto diversamente, se non in dichiarazioni, interviste e cosí via.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La politica degli alleati era semplice. Il re aveva firmato l’armistizio. Badoglio era il garante di fronte a loro dell’armistizio; quindi non volevano che si toccasse e modificasse nulla dell’ordinamento che aveva a capo il re e il maresciallo Badoglio. Bisogna dire inoltre che gli alleati si muovevano in questo campo con una grande doppiezza, compiendo azioni che, alle volte, sfioravano la provocazione. I partiti politici avevano iniziato una grande agitazione antimonarchica. Gli alleati la consentivano, lasciavano che si sviluppasse. Questo aveva, come conseguenza, che il governo perdeva sempre piú della sua autorità, dei suoi poteri sopra il popolo, diventava sempre piú un’ombra che&lt;br /&gt; non contava niente. Ma questo serviva agli alleati, che in ciò trovavano argomenti per mantenere l’Italia, come paese occupato, pienamen­te sotto il loro dominio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È evidente che in questa situazione i compiti che si ponevano erano estesissimi. Era necessaria una azione nel campo militare, era necessaria una azione nel campo economico, ma, soprattutto, era necessario fare qualcosa che desse inizio, in questa parte d’Italia liberata finalmente dal fascismo e&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;dall’invasore straniero, a una rinascita spiri­tuale e politica della vita nazionale, della coscienza di tutta la popola­zione. Questo era necessario, a questo bisognava lavorare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si erano ricostituiti i partiti politici aderenti al Comitato di liberazione nazionale, cioè il partito liberale, il partito democratico cristiano, il partito democratico del lavoro, il Partito d’azione, il partito socialista, il partito comunista. Questi partiti si erano organizzati, avevano una loro stampa e godevano di una certa libertà di propaganda e di agitazione. Però, di fronte al problema di quello che bisognasse fare, essi si erano arenati. Tutti erano contrari al re, pensavano che il re fosse da considerarsi uno dei principali responsabili della catastrofe nazionale, dell’avvento del fascismo al potere, della dichiarazione di guerra, della disfatta, e quindi respingevano la possibilità di una collaborazione po­litica e persino della formazione di un governo fino a che il re rimanesse alla testa della nazione. Dall’altra parte, gli alleati insistevano: il re ha firmato l’armistizio, il re deve essere a capo dell’esecutivo italiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Attorno a questo problema i dibattiti, iniziatisi immediatamente dopo l’8 settembre, furono lunghi, furono penosi, e tra i partiti incominciavano a venire fuori dissensi abbastanza seri. Un dissenso serio, per esempio, era quello tra i liberali e il Partito d’azione. Benedetto Croce accusava il Partito d’azione di essere ispirato da una ideologia democratica con tendenze socialiste e persino comuniste. D’altra parte anche il partito democratico cristiano era orientato in modo piuttosto conservatore, per quanto bisogna riconoscere che in quel periodo non si esercitava ancora quella influenza delle autorità ecclesiastiche sulla vita politica che si esercitò in seguito, dopo la liberazione di Roma, e che si esercita, del resto, ancora adesso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bisognava trovare una via d’uscita; ma come? Noi comunisti avevamo una posizione chiara, che avevamo preso sin dall’inizio della guerra, cioè dal 1941&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn4" name="_ftnref4"&gt;[4]&lt;/a&gt;, e precisata e sviluppata in seguito. I comunisti — dicevamo — sono disposti a stringere una leale alleanza di lotta con tutte le&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;forze politiche disposte a battersi per un governo che realizzi le misure che noi indicavamo, e che erano la restaurazione delle libertà democratiche, e, soprattutto, la partecipazione alla guerra per cacciare i tedeschi dal territorio nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Noi eravamo quindi un partito che non poneva pregiudiziali poli­tiche nei confronti della collaborazione anche con forze che si ricolle­gassero alla organizzazione e all’ideale monarchico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questo ci rese molto piú liberi nella scelta dei movimenti che dovevano essere fatti per uscire da quella tragica situazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Rientrando in Italia, io ebbi occasione, infatti, a nome del nostro partito, di dichiarare immediatamente che noi saremmo stati favorevoli a tutti quegli atti politici i quali avessero consentito al popolo italiano di dare un contributo efficace alla lotta contro il fascismo e contro l’invasore straniero; non ponevamo condizioni, se non per riguardo all’avvenire.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La monarchia era ancora in piedi, gli alleati non permettevano al popolo italiano di liberarsene in quel momento. Ebbene, noi chiedeva­mo soltanto che venisse stabilito che in un giorno successivo, finita la guerra, il popolo italiano sarebbe stato consultato sul problema monarchico attraverso l’elezione di una Assemblea costituente, o attra­verso, come poi avvenne, un referendum istituzionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa nostra posizione non era condivisa da tutti gli altri partiti. Noi fummo sempre d’accordo su questa posizione, sin dall’inizio, coi compagni socialisti, cioè col compagno Lizzadri, che allora dirigeva nell’Italia meridionale il partito socialista. Avemmo con lui un dissenso soltanto quando si trattò di costituire il governo di Salerno, circa la persona di Badoglio come capo del governo, in quanto Lizzadri avrebbe preferito che si trovasse un altro dirigente. Ma, di fronte al fatto che gli alleati non ammettevano nessun altro dirigente del governo, e tutti gli altri partiti oramai erano disposti ad accettarlo, anche su questo punto con Lizzadri noi fummo d’accordo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Piú difficili erano i nostri rapporti con gli azionisti, e del tutto singolari i nostri rapporti coi liberali, i quali erano diretti da una grande personalità, da un grande uomo politico, un pensatore, un filosofo, la bandiera dell’antifascismo: Benedetto Croce. Benedetto Croce ebbe allora una parte di primo piano nelle vicende che si svolsero nell’Italia meridionale e si deve riconoscere che, in sostanza, la costituzione del governo di Salerno, come ebbe luogo alla metà di aprile del 1944, fu il risultato di un compromesso tra noi e i liberali diretti da Benedet­to Croce.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benedetto Croce aveva una profonda e giusta visione della catastrofe a cui era arrivato il popolo italiano. Sarà sufficiente che qualcuno di voi giovani, soprattutto, rilegga le pagine del suo diario — scritto « quando l’Italia era tagliata in due » — per ritrovarvi la espressione di un animo nobile, generoso, di un pensiero profondo; ma, anche di una visione politica del tutto particolare, che divergeva profondamen­te e non poteva che essere profondamente divergente dalla nostra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Benedetto Croce sentiva e soffriva la catastrofe cui si era arrivati. Ecco una sua nota del 15 dicembre: « Sono stato sveglio per alcune ore, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto irrimediabilmente ». Trovate qui un profondo sentimento nazionale, accompagnato da un senso quasi di disperazione. Ed ecco un altro passo, dove viene riferita una sua conversazione con Sforza: « Ma, vedete, il re, la monarchia ha l’appoggio degli alleati, ha dietro di sé l’Inghilterra, Churchill, l’esercito inglese; noi che cosa abbiamo? Noi non abbiamo altro che la nostra coscienza morale ». In queste parole già si delinea il contrasto da noi. Noi non ritenevamo che ci fosse solo la nostra coscienza morale, sulla quale potessimo appoggiarci per salvare il nostro paese e dare inizio a un nuovo periodo della storia italiana. Guardavamo con fiducia al popolo, a quel popolo che aveva fatto le barricate di Napoli, che aveva combattuto sulle barricate e che noi sentivamo che desiderava che ci fosse, che venisse trovata una via d'uscita!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vi fu il famoso congresso dei Comitati di liberazione a Bari&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn5" name="_ftnref5"&gt;[5]&lt;/a&gt;, e a questo proposito giova ricordare un’altra nota di Benedetto Croce, il quale, di ritorno dal congresso, si ferma in un paese del Foggiano e la popolazione lo vede, lo riconosce (insieme con lui vi era in conte Sforza, vi erano altri dirigenti del Comitato di liberazione) e gli fa un’ovazione. E il suo commento è amaro, profondamente amaro; dice: « Ma a che cosa serve tutto questo? Questo non serve a niente ».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa profonda differenza tra la sua posizione e la nostra si traduceva poi in una differenza nella ricerca delle soluzioni politiche. La soluzione politica che alla fine egli accettò fu la stessa che noi accettammo, ma il punto di partenza era profondamente diverso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In fondo, Benedetto Croce voleva liberarsi del re, sentiva che il re era un peso. Giungeva a questa conclusione per ragioni più di ordine morale che non di carattere politico fondamentale. Considerava ad esempio, come cosa che assolutamente creava un abisso tra il re, il principe ereditario e i dirigenti antifascisti, il fatto che il re e il principe ereditario una volta si fossero recati in Romagna, a porre delle corone alla tomba del padre di Mussolini. Va bene, era un fatto che suscitava sdegno, ma non era quello il problema di quel momento. Bisognava trovare una via d’uscita politica e quale via di uscita politica cercava Benedetto Croce? E qui sorge il vero problema del governo di Salerno, che non è stato ancora approfondito come si deve, Benedetto Croce aveva capito una cosa: « Bisognava togliere di mezzo il re, e bisognava togliere di mezzo il principe ereditario. Una volta che fossero stati tolti di mezzo questi due personaggi, allora si sarebbe potuto andate avanti — ed ecco la seconda sua conclusione — e la monarchia era salva ».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A una soluzione simile egli lavorava fin dal mese di dicembre,&lt;br /&gt; con l’aiuto di Enrico De Nicola. Lavorava, cioè, alla ricerca di una&lt;br /&gt; formula di reggenza, ed è curioso vedere come egli andasse scovando, tra tutti i membri della famiglia regnante di allora, quale potesse essere il reggente. A un certo punto dice che forse il migliore di tutti sarebbe stato il conte di Torino, «&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;perché si usa dire che è l’imbecille della famiglia... ». La soluzione venne trovata da De Nicola, nella forma nota: — il re nomini un luogotenente, luogotenente sarà il principe ereditario e così si andrà avanti. Si vedrà poi quello che verrà in seguito. Anche a questa soluzione Benedetto Croce faceva però delle riserve. Nel suo diario vi è un passo del 26 dicembre di estremo interesse. Si riferisce a un colloquio tra Croce e Sforza, e dice: « Ho dovuto dichiarare in questi giorni che la reggenza, se la otterremo, sarà per noi che l’abbiamo proposta una cosa seria, e personalmente siamo impegnati a difenderla con tutte le nostre forze, perché non intendiamo fare la parte famosa di don Liborio Romano, nel 1860, quando, ministro di Francesco II, persuase il re a raggiungere l’esercito sul Volturno e, partito il re, aperse le porte di Napoli a Garibaldi ». Le porte di Napoli a Garibaldi Benedetto Croce non le voleva aprire. Il suo proposito era chiaro: risolvere la questione del re salvando la monarchia; ma evitando che vi fosse invece quello che noi cercavamo: una svolta democratica nella vita del nostro paese e nella stessa formazione del governo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ho ricordato queste cose per dimostrare come nella formazione del governo di Salerno e nel compromesso che raggiungemmo con Benedetto Croce, con De Nicola e con lo stesso re e coi comandi alleati, si urtarono due concezioni opposte. Come ho già ricordato aveva avuto luogo alla fine del mese di gennaio il congresso dei Comitati di liberazione a Bari. A questo congresso prima era stata presentata una risolu­zione, che non aveva nessun valore, che era un assurdo, perché in essa si proponeva che quel congresso eleggesse una giunta esecutiva e che questa giunta dichiarasse di essere il governo d’Italia, e ciò mentre il paese era occupato, da una parte dai tedeschi, dall’altra dagli inglesi e dagli americani. Il commento di Benedetto Croce a quella risoluzione e giusto: « È — dice — una risoluzione cretina ».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si giunge invece a un’altra soluzione. Anziché alla nomina di una giunta, si doveva cercare di giungere alla creazione di un governo. Ma alla creazione di un governo non si poteva giungere se non ponen­dosi sul terreno sul quale noi ci ponevamo: troviamo pure tutte le formule giuridiche necessarie e opportune — dicevamo — per mettere da parte la questione monarchica, risolvendola, domani con una consultazione popolare, ma essenzialmente modifichiamo nella sua origine e nella sua struttura il governo, creando un governo che per la prima volta sia un governo democratico, a cui partecipino tutti i rappresentanti dell’opinione politica dei partiti costituiti nel paese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo noi lavorammo ed ottenemmo il risultato. Quel governo fu costituito. Non durò molto, due mesi circa, perché con la liberazione di Roma venne formato un nuovo governo nazionale &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn6" name="_ftnref6"&gt;[6]&lt;/a&gt;.&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;Quello però, era stato il punto di partenza, la prima vittoria di una politica di rinascita e unità nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Debbo inoltre dire che il ricordo che io ho di quel governo è un ricordo pieno di momenti favorevoli e, permettetemi di dirlo (so che parlo a dei repubblicani, a dei democratici di opinione avanzata), nella mia esperienza anche la figura del generale Badoglio rimane, per ciò che egli ha fatto in quel periodo, con una marcata impronta positiva. È evidente, egli aveva dietro a sé il passato che tutti voi conoscete. Però, non v’è dubbio che di fronte a quei generali americani che venivano nella sala del consiglio dei ministri con le gambe nude e con la tendenza a mettere i piedi sul tavolo, Badoglio si comportava come un italiano, servendosi persino del fatto che lui aveva le striscie da maresciallo sul cappello per mettere sull’attenti qualcheduno di quei generali. Noi sentivamo che vi era in questo un elemento positivo, un elemento che faceva parte di quella rinascita e unità nazionale, unità di tutto il popolo per liberare l’Italia dallo straniero, per la quale noi combattevamo!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E, del resto, oltre a questo marcato senso di dignità nei confronti degli alleati, si deve ricordare che vennero prese dal governo deter­minate misure favorevoli allo sviluppo della lotta di liberazione. Venne costituito, il 18 aprile, pochi giorni dopo la creazione del governo, il Corpo italiano di liberazione, assegnando ad esso la divisione Nembo, oltre che i residui di altre formazioni militari, e questo Corpo italiano combatté durante tutta la guerra sotto la guida del generale Utili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In campo economico, fu dovuto all’azione di questo governo, alla pressione che venne esercitata da esso — e, debbo dire, anche in questo campo, personalmente da Badoglio — sui comandi alleati, che venisse modificato il cambio delle « Am-lire » e quindi venisse elevato con un cambio piú favorevole il salario di quei miseri lavoratori italiani che facevano la fame a Napoli e in tutta l’Italia del sud. Fu da questo governo approvata la prima legge da cui derivano alcune leggi ancora vigenti nel campo dei contratti agrari, per esempio per quello che riguarda la proroga dei contratti di mezzadria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per ciò che si riferisce alla politica estera, nel seno del governo fu costituito un piccolo comitato, nel quale erano rappresentati i principali partiti politici, e tutte le decisioni di politica estera erano discusse collettivamente, cosa che non avvenne piú quando si costituirono i governi di&lt;sub&gt; &lt;/sub&gt;Roma, quando incominciarono ad esercitarsi nell’ambiente romano delle pressioni conservatrici e reazionarie sulla compagine governativa, e avemmo alla testa della politica italiana uomini che avevano minore senso di dignità nazionale e minor cura della unità governativa e della difesa degli interessi di tutta la nazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Naturalmente, quel governo doveva lasciare il posto, e lasciò il posto non appena venne liberata Roma, a un governo costituito sotto la presidenza del presidente del Comitato di liberazione nazionale, l’on. Bonomi &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftn7" name="_ftnref7"&gt;[7]&lt;/a&gt;.&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;Venne però mantenuta la struttura che era stata data al governo di Salerno, e si andò avanti per una strada che il governo di Salerno aveva aperta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io continuo a ritenere che la creazione del governo di Salerno, e il lavoro che facemmo, insieme con i&lt;sup&gt; &lt;/sup&gt;compagni socialisti, per saldare una unità di tutti i partiti nazionali, come base di quel governo tra le masse, sia stata una grande cosa positiva.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non soltanto con la costituzione del governo di Salerno abbiamo contribuito alla radicale svolta, dal 25 luglio alla lotta e alla guerra di liberazione col contributo di tutte le forze popolari, ma abbiamo compiuto un atto decisivo per porre le forze più avanzate del popolo italiano, le forze del partito comunista, del partito socialista, dei sindacati operai di classe, nell’interno della compagine che dirigeva la lotta di liberazione, che dirigeva la Resistenza, per far diventare queste forze, come esse continuano ad essere ancor oggi, malgrado tutto, forze diri­genti di tutta la vita nazionale del popolo italiano.&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;&lt;br clear="all"/&gt; 
&lt;hr size="1" align="left" width="33%"/&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref1" name="_ftn1"&gt;[1]&lt;/a&gt; Testimonianza resa l’11 aprile 1961 a Bologna, al teatro Comunale, nel corso della X lezione del ciclo « 30 anni di storia italiana, 1918-1948 », promosso dal Consiglio regionale federativo della Resistenza per l’Emilia-Romagna e svoltosi fra il 30 gennaio e il 24 aprile 1961. Testo tratto da: Storia dell’antifascismo Italiano, a cura di Luigi Arbizzani e Alberto Caltabiano, v. II, Testimonianze, Roma, Editori Riuniti, 1963, pp. 245–256; esso appare col titolo: « Il governo di Salerno ». Un resoconto — con brani — appare su l’Unità, Milano, cronaca di Bologna, a. XXXVIII, n. 88, 13 aprile 1961. [Il testo riportato in questa antologia è tratto da Palmiro Togliatti, Politica nazionale e Emilia rossa, a cura di L. Arbizzani, Roma, Editori Riuniti, 1974, &lt;i&gt;N. d. R.&lt;/i&gt;]&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref2" name="_ftn2"&gt;[2]&lt;/a&gt; Le « quattro giornate » di Napoli in effetti si svolsero dal 27 al 30 settem­bre 1943.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref3" name="_ftn3"&gt;[3]&lt;/a&gt; Del governo successivo al 25 luglio 1943 e delle numerose successive variazioni, integrazioni e revoche, si vedano le notizie relative al primo ministero Badoglio (dal 25 luglio 1943 al 17 aprile 1944) in: Camera dei deputati – Senato della repubblica, &lt;i&gt;Manuale parlamentare, &lt;/i&gt;legislatura VI, v. II, cit., pp. 2.421-2.423.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref4" name="_ftn4"&gt;[4]&lt;/a&gt; Si riferisce alla « Dichiarazione del PCI dopo l’entrata in guerra della Italia », del giugno 1940 (il testo è riprodotto in: &lt;i&gt;Il comunismo italiano &lt;/i&gt;&lt;i&gt;nella seconda guerra mondiale&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; &lt;/i&gt;Relazione e documenti presentati dalla direzione del partito al V Congresso del Partito comunista italiano, Roma, Editori Riuniti, 1963, pp. 127-133).&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref5" name="_ftn5"&gt;[5]&lt;/a&gt; Si riferisce al congresso dei Comitati di liberazione svoltosi a Bari, al teatro Piccinini, nei giorni 28 e 29 gennaio 1944.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref6" name="_ftn6"&gt;[6]&lt;/a&gt; Si tratta del secondo governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio, costituitosi il 22 aprile 1944.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/#_ftnref7" name="_ftn7"&gt;[7]&lt;/a&gt; È il governo di unità antifascista costituitosi nel Regno del Sud, il 18 giugno 1944. È il primo governo presieduto da Ivanoe Bonomi che durerà fino al 10 dicembre 1944; un secondo governo di unità antifascista sempre presieduto da Bonomi si avrà dal 12 dicembre 1944 al 19 giugno 1945.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/XbCXq2c1cm0" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/dossier/150-anni/item/2419-palmiro-togliatti-il-governo-di-salerno-“la-prima-vittoria-di-una-politica-di-rinascita-e-unità-nazionale”.html</guid>
         <pubDate>Wed, 07 Dec 2011 11:36:45 +0000</pubDate>
         <category>Italianieuropei e i 150 anni dell'Unità d'Italia</category>
      <feedburner:origLink>http://www.italianieuropei.it/it/dossier/150-anni/item/2419-palmiro-togliatti-il-governo-di-salerno-“la-prima-vittoria-di-una-politica-di-rinascita-e-unità-nazionale”.html</feedburner:origLink></item>
      <item>
         <title>Verso la difesa comune europea</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/GulG-XLIgiw/2417-verso-la-difesa-comune-europea.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/4d42f1627cdeca7f951adf8486372c1a_S.jpg" alt="Verso la difesa comune europea"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Giovedì 15 dicembre alle ore 17&lt;/strong&gt; si terrà l'incontro "Verso la difesa comune europea", in occasione della pubblicazione del Rapporto 2011 sull'integrazione europea &lt;strong&gt;"La difesa comune europea dopo il Trattato di Lisbona"&lt;/strong&gt;. Interverranno: &lt;strong&gt;Giuliano Amato, Vincenzo Camporini, Massimo D'Alema, Roberto Gualtieri, Rolando Mosca Moschini, Nicola Zingaretti.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt="loghi_presentazione_ue" src="http://www.italianieuropei.it/images/stories/immagini_iniziative/loghi_presentazione_ue.jpg" height="71" width="500"/&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt; &lt;/p&gt;
&lt;h3 align="center"&gt;&lt;b&gt;VERSO LA DIFESA COMUNE EUROPEA&lt;/b&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p align="center"&gt;in occasione dell’uscita del Rapporto 2011 sull’integrazione europea&lt;b&gt;&lt;br /&gt;“La difesa comune europea dopo il Trattato di Lisbona&lt;/b&gt;”&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;br /&gt;&lt;img alt="libro_integrazione_europea" src="http://www.italianieuropei.it/images/stories/immagini_iniziative/libro_integrazione_europea.jpg" height="141" width="96"/&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 15 dicem&lt;/b&gt;&lt;b&gt;bre ore 17.00&lt;br /&gt;Sala Di Liegro, Provincia di Roma&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Roma, Via IV Novembre 119/a&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;Intervengono:&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;GIULIANO AMATO&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Presidente dell’Advisory Board della Fondazione Italianieuropei&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;VINCENZO CAMPORINI&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;MASSIMO D’ALEMA&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Presidente della Fondazione Italianieuropei&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;ROBERTO GUALTIERI&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Parlamentare europeo&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;ROLANDO MOSCA MOSCHINI&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Consigliere del Presidente della Repubblica&lt;br /&gt;per gli Affari Militari e del Consiglio Supremo di Difesa&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;NICOLA ZINGARETTI&lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Presidente della Provincia di Roma&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;br /&gt;Modera:&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt;&lt;b&gt;RAFFAELLO  MATARAZZO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p align="center"&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align:left;" align="center"&gt;&lt;b&gt; 
&lt;hr /&gt;
&lt;/b&gt;&lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.flickr.com/photos/squarcina/2087217652/"&gt;Foto: Giampaolo Squarcina&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/GulG-XLIgiw" height="1" width="1"/&gt;</description>
         <guid isPermaLink="false">http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/convegni/item/2417-verso-la-difesa-comune-europea.html</guid>
         <pubDate>Mon, 05 Dec 2011 12:03:28 +0000</pubDate>
         <category>Convegni</category>
      <feedburner:origLink>http://www.italianieuropei.it/it/le-iniziative/convegni/item/2417-verso-la-difesa-comune-europea.html</feedburner:origLink></item>
      <item>
         <title>Alla bandiera dei tre colori ne serve solo uno</title>
         <link>http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/j5wk6OVa_5k/2416-alla-bandiera-dei-tre-colori-ne-serve-solo-uno.html</link>
         <description>&lt;div class="K2FeedImage"&gt;&lt;img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/999cf916d676bcea9e5646256b3e0198_S.jpg" alt="Alla bandiera dei tre colori ne serve solo uno"/&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedIntroText"&gt;&lt;p&gt;La sequenza dei colori non è mai chiara: se, dunque, viene prima il verde o il rosso. Non si capisce a prima botta. A metterlo in un quiz dei concorsi, il quesito, si rischia grosso. Il bianco è in mezzo, le bande sono verticali e va bene – e questo è facile – ma a colorare si rischia sempre l’errore. Detto a parole però, “verde, bianco e rosso”, viene facile. La bandiera d’Italia è questa. Senza niente in mezzo.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div class="K2FeedFullText"&gt;
&lt;p&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align:right;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Pubblicato sul &lt;a rel="nofollow" target="_blank" href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-5-2010.html"&gt;n. 5/2010 di Italianieuropei&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;La sequenza dei colori non è mai chiara: se, dunque, viene prima il verde o il rosso. Non si capisce a prima botta. A metterlo in un quiz dei concorsi, il quesito, si rischia grosso. Il bianco è in mezzo, le bande sono verticali e va bene – e questo è facile – ma a colorare si rischia sempre l’errore. Detto a parole però, “verde, bianco e rosso”, viene facile. La bandiera d’Italia è questa. Senza niente in mezzo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sequenza dei colori va da sé ma anche la forma vuole la sua parte. L’innesto del patriottismo comincia a scuola: l’impresa dei Mille. Le camicie rosse di Garibaldi e le loro bandiere. Luminose le illustrazioni dell’epica popolare. Da un lato il candido giglio borbonico, dall’altro i drappi verde-bianco- rosso e però sono strappati. «È la bandiera della Sicilia». E si fa così: una pennellata di verde, il bianco del foglio lasciato appunto bianco e poi il rosso, con grande attenzione, spalmato piano piano in forma di triangolini verticali le cui punte trafiggono il cielo di Marsala.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nessuno – fiocco al collo, scudetto tricolore sul grembiule, III elementare – immagina che quelle bandiere siano lacerate dalle pallottole e dalle sciabolate. Sembra, piuttosto, che anche la Sicilia abbia un tricolore, però col rosso in forma di zig e zag. Ecco, soave ingenuità bambina: «La bandiera della Sicilia è tricolore però con tutti i pizzi».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Squilli di tromba e brande a posto, anzi, il cubo. «Cosa c’è di più bello del tricolore spiegato al vento?», dice il colonnello ammirando il mattino dentro la piazza d’armi dopo il rompete le righe. «Più bello c’è solo il dovere», ringhia il generale sopraggiungendo con passo da bersagliere ed è tutto un trafficare di su e giù per la caserma fino a se ra: bello infine restare svegli, fucile in spalla, dentro la garitta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fiero l’occhio, fermo il passo. Nello sguardo, a far da misterioso collirio, con l’ironia del fante, un canto: «Inchiodata sul palmeto regna immobile la luna, a cavallo della duna sta l’antico minareto». E pensare che davanti all’alloggio del capo posto davvero vi svetta altera una palma. È pur sempre, quella, la caserma dove fu comandante il Castagna. Proprio quello del «Colonnello non voglio il pane, dammi il fuoco distruggitore». E se proprio non è una duna è su un dosso che è collocato quel comando militare. E oggi la palma è bucata dal punteruolo rosso, flagello in tutto il Mediterraneo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ad un certo punto l’idea d’Italia, la patria, l’inno e il monumento dei caduti diventano un mucchietto di cose buttate in tasca e presto svuotate in un angolo del comò. Le nonne che cantano «Tacère, bisognava andare avanti» oppure «Oh vita, oh vita mia», fasti di soldati innamorati, Piave in aura di leggenda, con le foto dei nonni in divisa: la grande guerra, la grande proletaria in marcia, i Cavalieri di Vittorio Veneto. Tutto l’immaginario degli attuali signori di mezza età, compresa la sede dei combattenti e reduci, si risolve in una eco remota, anzi, muta. Le giornate passano e capita che correndo via, urtando il mobile, l’accumuletto cada e finisca nella polvere, dimenticato. Più che scordato. Eccetto che per il calcio. Gioca la Nazionale, magari vince qualcosa e tutta una folla di paesani si porta per strada a cercare la bandiera. Se ne trovano solo nelle sezioni del Movimento Sociale Italiano. Purché senza la fiamma in mezzo. Bandiere in prestito, dunque. E un solo grido: «Forza, Italia». Con ovvia virgola in mezzo, a significare un presagio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La parola Italia riempie la bocca e produce solo un’apnea da vuoto. Qualcosa in mezzo, in quella bandiera, dovrebbe proprio esserci: «Ho famiglia», suggeriva Leo Longanesi, ma magari un coniglio bianco su fondo bianco a magnificare una pratica desueta ma sempre frequentata sebbene gli esempi opposti non manchino. Come il verso perfetto scavato sulla viva carne nostra da Francesco De Gregori: «La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano». O come quel ragazzo, Fabrizio Quattrocchi, catturato dai tagliagole in guerra, in Iraq, che mentre lo tenevano fermo gli diceva: «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Tutto questo mentre a Roma, pavidi – nelle redazioni, in Parlamento, nei passaparola – tutti temevano di specchiarsi nella definizione di “i-ta-lia-no”, assai impegnativa come dichiarazione d’identità per essere condivisa. E tutti, infatti, fraintendevano, mettevano una distanza: «Com’è che sta dicendo: come muore un camerata?». A Genova, per non sbagliare, il municipio gli negò il lutto di città.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’Italia che esiste da molto prima dei centocinquanta anni, oggi, proprio, non esiste. L’Italia che esiste con Roma, con il seme greco e indiano della patria dei padri, dunque con Odisseo ed Enea, l’Italia che esiste nel genio rapace dei mercanti, con Marco Polo e Cristoforo Colombo che si portarono ai confini del mondo, oggi, appunto, non esiste. Come convenzione per il disbrigo burocratico, per i ludi cartacei dell’avviamento professionale altrimenti noto come agone politico, per la foto di gruppo alle Nazioni Unite, per tutto quel che riguarda il convenzionale esiste l’Italia, ma come sentimento di una comunità di destino proprio no, non esiste. E tra poco smetterà di esistere anche il Vaticano, dettaglio molto significante per l’identità di Roma, smetterà di esistere perché nell’andazzo ha perso la consuetudine alla verticalità perfino la Santa Romana Chiesa, i sacerdoti non studiano più il latino, il verbo dell’universale è degradato al rango di rudere. E la Chiesa è solo un ufficio di assistenza sociale, neppure internazionale. Ancora peggio è ridotto l’oikoumene dell’umanesimo, i nostri ragazzi, nel frattempo che i loro coetanei d’Oriente si guadagnano il mondo coniugando alla tecnica Confucio, i Veda, il Corano e le Mille e una notte, i nostri ragazzi, appunto, non sanno più cosa sia la Decade di Tito Livio, l’Iliade o il Sikander. Non sanno chi siano Vico, Tasso e neppure Carmelo Bene. Del già potente segno del Rinascimento, infatti, nell’Italia che crede di far cultura accomodandosi nei festival letterari, si fa museo. Con riposo domenicale ovviamente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con la parola Italia ci si riempie la bocca e poi basta. Siamo dentro l’antica maledizione dell’austriaco. Siamo per davvero un’espressione geografica e non abbiamo alcuna sovranità politica. Abbiamo davanti a noi il Mediterraneo ma ci è negato, la nostra politica estera è ossequiosa delle decisioni altrui e culturalmente, poi, il nostro patrimonio di idee, scienza e memoria, fa il paio col mucchietto nascosto nella polvere. Sta sotto un altro comò. Altrimenti non avrebbe senso rinunciare ad un ruolo che pure il mondo intero ci richiede: l’universalità della parola “I-ta-li-a”. Significativo, infatti, che sia dovuta intervenire la Repubblica Popolare Cinese per finanziare la pubblicazione dell’opera di Giuseppe Tucci, un pilastro dell’orientalismo del Novecento, pioniere in quella scienza dell’esplorazione, necessaria per fabbricare il futuro con la geopolitica e non certo con le cronache della suburra di provincia. Grazie al lavoro di Tucci i cinesi hanno potuto ricostruire i tasselli mancanti della loro storia, perfino recuperare le immagini dei templi tibetani da loro stessi distrutti. A voler riprendere il filo interrotto della nostra aurora – al seguito dei nostri dèi che trovarono rifugio in Asia – potremmo ripercorrere le righe del Romaka Siddhanta, un prestito d’Italia d’epoca precedente alla nascita di Cristo, una scienza del ciclo universale forgiata qui da noi dove il sole viene a tramontare e che gli indiani fecero propria dato che Romanka è certamente Roma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se ci fosse l’Italia nel nostro sangue di italiani riconosciuti come tali solo perché certificati nella carta d’identità ce la saremmo cavata come in Russia. Come i russi che hanno lo spirito russo della Resurrezione, come i russi che sanno attraversare la storia accettandone ogni tragedia per farne catarsi, anche noi – con una guerra civile alle spalle, mai conclusa – avremmo avuto uno spirito tutto nostro per ritornare sui nostri passi ed essere degni del Battistero di Firenze, delle cento moschee di Palermo, delle cime delle Dolomiti. E degni poi dei nostri soldati che trovano la morte nelle guerre altrui senza neppure avere in cambio un riconoscimento: quello di essere caduti e non vittime, termine su cui l’eufemismo vile anestetizza l’incapacità tutta nostra, tutta pulcinellesca, di accostarci al sacrificio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Malgrado ciò, malgrado l’Italia degli italiani, le macchine si muovono per strada, la benzina si trova, le signore si fanno bionde e gli uomini si depilano. Le generazioni non sognano, piuttosto s’accodano alla corrente in voga: si piazzano un orecchino, si calano una pasticca d’ectasy, si fanno tonici. Tutto fanno fuorché sognare, piuttosto scelgono di stordirsi per vagheggiare tra i belati del conformismo l’illusione di un’epica generazionale. «Diventerete tutti notai» diceva Eugene Ionesco ai giovani in marcia sotto le sue finestre, a Parigi. Diventeranno tutti “Amici” di Maria De Filippi questi della nuova età. Tutti accuratamente depilati. E non è un vellicare il nazionalismo rivendicare il diritto di vomitare di fronte a tanto trionfo del banale. Chiunque faccia una passeggiata per il mondo si renderà conto di come sia diventata sempre più devastante la condizione periferica di questa Italia. E non è dunque, questo cercare tra strame l’Italia, un vano alitare sfiati patriottardi, al contrario: il nazionalismo è pari al cosmopolitismo nel negare una vera specificità alla nazione. Tanto più di memoria e cultura universale d’Italia entra nell’involucro dell’espressione geografica, tanto più di mondo ce ne viene in casa. L’Italia, infatti, è plurale: crocevia di popoli e storie giunte da ogni angolo del planisfero. L’Italia più sinceramente italiana è quella che sa riconoscersi nei magrebini che, tornando a Mazara del Vallo, stanno tornando a casa. L’Italia italiana è quella che porge ai rumeni un domicilio spirituale, un asilo che non è soccorso, ma patria elettiva, così come più vera Italia si trova nel sagrato della chiesa di san Nicola a Bari, mèta agognata dei pellegrini arrivati dalla Madre Russia e così anche Italia è quella memoria dove trovano pane e companatico tutti i popoli e le civiltà che nella storia hanno incontrato un’altra Italia – quella della parola e del segno universale, quella della sapienza e del genio (è una parola che si può usare, questa?). E tutti questi, adesso, non hanno altra idea dell’Italia che quella di una caricatura. O di una tavolozza per il pittoresco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma malgrado tutto, malgrado l’Italia degli italiani, qualcuno alza la saracinesca alle otto del mattino, alle cinque si trova una vanga per rivoltare la zolla, a notte fonda un poliziotto tiene gli occhi aperti per stare alle calcagna di un assassino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Malgrado tutto, malgrado l’Italia degli italiani, la nave va secondo metafora: la maggioranza dei cittadini ha una casa di proprietà, ci si permette il lusso suicida di mettere da canto i mestieri e si fa incetta di stipendi, doppio lavoro, lavoro nero, sussidi e disoccupazione assistita nel frattempo che la grande provincia si svuota di anime, fossero pure quelle morte. Chiunque voglia fare un’improvvisata e perciò arrivare in qualsiasi sputo della carta geografica in cui è rintanata l’antica Italia vi troverebbe quell’eterno pomeriggio dove le persone hanno smarrito la sintonia col calendario: non siamo più contemporanei al nostro stesso tempo. La coscienza di una collettività è ridotta a bacino di rilevamento per sociologi. E nel calendario poi – nel frattempo che sono scomparsi i padri – è entrata anche la festa dei nonni, ma sempre sotto trista ricognizione di quel vogliamoci tanto bene del sentire stucchevole. Con tanto di profluvio di assessorati alla famiglia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Malgrado tutto la gente – entità liquida quanto solida nel marketing –, quella stessa gente che ha preso il posto del popolo, dilaga nel racconto del quotidiano. E se dobbiamo consumare righe per spiegare la differenza tra gente e popolo la partita è persa. La gente che ha guadagnato il proprio paradiso di camera e cucina e campa, campa alla grande; il popolo, appunto, non esiste più. Nello Stivale, di conseguenza, con tutta questa gente assurta a testimone dello spirito del tempo, latita la grandezza. L’Italia degli italiani, infatti, è identificata nel mondo in virtù di un maleficio, proprio quello che, nella migliore delle ipotesi (e figurarsi, allora), ci fa riconoscere e ci restituisce identità: la mafia. Nella peggiore, invece, raccogliticci come siamo in virtù del pittoresco, siamo quelli che si fanno catalogare nell’album policromo del mondo per qualche sarto, qualche piattuzzo e un bicchiere di vino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È il precipitare nel pittoresco che ci costringe nel pantano della narrazione ombelicale: letteratura, cinema, l’arte in genere, sono l’autobiografia di questo nostro vuoto. Ed è il bianco il colore del vuoto. E la sequenza del colore adesso è ben chiara: bianco in mezzo e bianco ai lati. Alla bandiera dei tre colori ne serve solo uno. Con qualcosa finalmente in mezzo: magari coniglio bianco su fondo bianco.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/j5wk6OVa_5k" height="1" width="1"/&gt;</description>
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         <pubDate>Wed, 30 Nov 2011 11:21:08 +0000</pubDate>
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