Italianieuropei Fondazione di cultura politica http://www.italianieuropei.it Wed, 23 Aug 2017 04:21:00 +0000 it-it http://www.italianieuropei.it/http://www.italianieuropei.it/templates/sl_ie_j15/images/bg_header.pngItalianieuropei Articoli disponibili online per il numero 3/2017 http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/qoIvktdMsOQ/2017.html http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/item/3880-articoli-disponibili-online-per-il-numero-3/2017.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/7a7a1b5b62bd91f168816ae073e91b87_S.jpg" alt="Articoli disponibili online per il numero 3/2017" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Del <strong>numero 3/2017 di Italianieuropei</strong> sono online gli articoli di <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3870-come-gocce-di-veleno.html">Laura Boldrini</a>,&nbsp;<a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3869-realt%C3%A0-parallele.html">Remo Bodei</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3867-le-verit%C3%A0-che-contano-nel-frastuono-della-post-verit%C3%A0.html">Ida Dominijanni</a>,&nbsp;<a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3877-un-salto-di-qualit%C3%A0-per-l%E2%80%99europa.html">Massimo D’Alema</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3875-integrare-la-differenza-incognite-e-possibilit%C3%A0-dell%E2%80%99europa-plurale.html">Pasquale Ferrara</a>, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3873-la-governance-dell%E2%80%99area-euro-un-passaggio-cruciale-per-l%E2%80%99europa-a-diverse-velocit%C3%A0.html">Paolo Guerrieri</a>,&nbsp;<a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3872-il-perimetro-della-cooperazione-per-la-sicurezza.html">Filippo Bubbico</a>.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><b> </b></p> <hr /> <b><br />Agenda<br /></b><b>Il caos delle post-verità, gli anticorpi del sapere</b> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3870-come-gocce-di-veleno.html" style="background-color: initial;">Come gocce di veleno<br /></a><i>di Laura Boldrini</i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3869-realt%C3%A0-parallele.html">Realtà parallele</a><br /><i>di Remo Bodei</i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3867-le-verit%C3%A0-che-contano-nel-frastuono-della-post-verit%C3%A0.html">Le verità che contano nel frastuono della post-verità</a><br /><i>di Ida Dominijanni</i></p> <p> </p> <p><b>Focus<br /></b><b>Europa, uscire dallo stallo a più velocità</b></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3877-un-salto-di-qualit%C3%A0-per-l%E2%80%99europa.html">Un salto di qualità per l’Europa</a><br /><i>di Massimo D’Alema</i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3875-integrare-la-differenza-incognite-e-possibilit%C3%A0-dell%E2%80%99europa-plurale.html">Integrare&nbsp;<st1:personname productid="la differenza. Incognite" style="background-color: initial;">la differenza. Incognite</st1:personname></a><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3875-integrare-la-differenza-incognite-e-possibilit%C3%A0-dell%E2%80%99europa-plurale.html"> e possibilità dell’Europa plurale</a><br /><i>di Pasquale Ferrara</i></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3873-la-governance-dell%E2%80%99area-euro-un-passaggio-cruciale-per-l%E2%80%99europa-a-diverse-velocit%C3%A0.html">La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità</a><br /><em>di Paolo Guerrieri</em></p> <p><a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3872-il-perimetro-della-cooperazione-per-la-sicurezza.html">Il perimetro della cooperazione per la sicurezza</a><br /><i>di Filippo Bubbico</i></p> <p> </p> <p><i> </i></p> <hr /> <a href="https://www.flickr.com/photos/andyoakley/3794556461/"> Foto: Andy Oakley</a><i><br /></i></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/qoIvktdMsOQ" height="1" width="1" alt=""/> Rivista Mon, 17 Jul 2017 09:09:37 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/item/3880-articoli-disponibili-online-per-il-numero-3/2017.html Ius soli http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/3TeFRAl2s3Y/3878-ius-soli.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3878-ius-soli.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/5a08b7b455c29c304dabcd194521e2e1_S.jpg" alt="Ius soli" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Da settimane il dibattito politico appare polarizzato intorno al tema della cittadinanza, e più precisamente dell’acquisto della cittadinan­za da parte dei minori. L’arrivo al Senato della discussione sul testo licenziato dalla Camera dei deputati nel lontano ottobre del 2015 è stato occasione di polemiche fuori misura dentro e fuori l’Aula par­lamentare. Ma perché tanta violenza e paura, vera o strumentale che sia? Può davvero creare tanto allarme una normativa che ha come destinatari ragazzi e ragazze nati e/o cresciuti in Italia, che vivono, studiano e crescono insieme ai nostri figli?</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/3TeFRAl2s3Y" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 14:27:36 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3878-ius-soli.html Un salto di qualità per l’Europa http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/khnJ5BF39pM/3877-un-salto-di-qualit%C3%A0-per-l%E2%80%99europa.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3877-un-salto-di-qualità-per-l’europa.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/69fe78446c890576263dc762460b71ba_S.jpg" alt="Un salto di qualità per l’Europa" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Stretta tra l’ostilità di Trump e il rinnovato attivismo russo, l’Europa si trova ad affrontare uno scenario allarmante in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione. Purtroppo, non pare esservi sin qui una visione strategica comune su come il Vecchio continente debba reagire alla nuova situazione internazionale. Si prefigura come via di uscita l’ipotesi di un’Europa a più velocità, di una pluralità di cooperazioni rafforzate che potranno svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di paesi. È però essenziale che tale processo abbia una guida forte, che passa innanzitutto attraverso una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p>Mai, nel corso di tutto il dopoguerra, si era manifestata una crisi così profonda nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti. Una crisi che compromette l’unità d’azione e il ruolo dell’Occidente nel comples­so e persino drammatico scenario del mondo di oggi. L’annuncio di Donald Trump del rifiuto americano di rispettare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico mette in discussione una intesa fonda­mentale per il futuro del pianeta e per la quale l’Unione europea si è impegnata più di ogni altro paese o gruppo di paesi del mondo.</p> <p>Il viaggio del presidente americano in Arabia Saudita, l’enorme for­nitura di armi alle monarchie del Golfo e il rilancio dell’ostilità nei confronti dell’Iran costituiscono scelte totalmente irresponsabili, le cui conseguenze negative sono già immediatamente in atto. Non si tratta soltanto del frutto della volontà di rinfocolare l’ostilità e il con­flitto tra sunniti e sciiti, ma di una frattura che interviene all’interno dello stesso mondo sunnita con la decisione di isolare il Qatar e in ragione dell’aperto sostegno economico e militare offerto dalla Tur­chia a quel paese, e con il conseguente rilancio di un asse fra la Tur­chia e l’Iran. Si tratta di una svolta pericolosa, che rende più difficile ogni prospettiva di pace nella regione e che pone l’“America first” di Trump in rotta di collisione con le scelte, i valori e gli interessi dell’Eu­ropa. Come, ad esempio, nel caso dell’accordo sul nucleare iraniano, che è stato infatti uno dei maggiori successi della diplomazia europea. Allo stesso modo, il tentativo di creare le condizioni per una soluzione pacifica della guerra civile in Siria ha un’importanza vitale per l’Europa, che si trova ad affrontare in prima linea la crisi dei pro­fughi e dei migranti. È evidente che le scelte di Trump tendono a rimettere in discussione tutto ciò che è stato acquisito e a rendere più difficile il già complesso cammino verso la stabilità e la pacificazione della regione. A questo si aggiungono l’aperta simpa­tia e l’incoraggiamento verso la scelta del Regno Unito di separarsi dall’Unione europea: altro segno evidente di ostilità verso l’Europa di una presidenza che rilancia, sia pure in modo velleitario e confuso, il nazionalismo e l’unilateralismo degli Stati Uniti.</p> <p>Dall’altra parte ci sono poi il nazionalismo assertivo di Putin e la rinnovata politica di potenza della Russia. Non a caso Putin ha sostenuto l’ascesa di Trump, sia per l’ostilità verso la politica de­mocratica attenta ai temi dei diritti umani e delle libertà, sia nella convinzione che sia possibile rilanciare una diarchia russo-america­na, anche se in termini nuovi rispetto all’epoca della guerra fredda, ma non per questo meno pericolosa. In tale logica Putin si muove per favorire l’indebolimento e la disgregazione dell’Unione europea, sostenendo apertamente i movimenti nazionalisti e populisti nel Vecchio continente.</p> <p>È uno scenario allarmante quello che si presenta di fronte a noi, un quadro internazionale in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realiz­zare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione.</p> <p>Colpisce che una statista normalmente assai misurata e prudente come Angela Merkel abbia voluto lanciare un messaggio così forte, insieme di allarme e di orgoglio, quando, rivolta ai suoi sostenitori in una riunione elettorale, ha detto che l’Europa è sola, che noi europei dobbiamo fare da soli. In realtà, forse, l’Europa non è totalmente sola perché la grande potenza cinese nutre preoccupazioni non diverse dalle nostre e appare guardare con simpatia all’Europa unita, anche come possibile fattore di equilibrio e di bilanciamento dei rapporti di forza mondiali.</p> <p>Tuttavia, è evidente che le responsabilità dell’Europa sono enormi e che, purtroppo, non pare esservi sin qui una visione strategica comu­ne su come il Vecchio continente debba reagire alla nuova situazione internazionale, anche se un dibattito politico si è aperto e in esso si manifestano accenti nuovi e proposte coraggiose. Penso, ad esempio, alle po­sizioni e alle proposte del nuovo presidente fran­cese Emmanuel Macron, di cui si può certamen­te discutere l’impostazione di politica economica e sociale, ma che rappresenta senza dubbio un salto di qualità europeista rispetto al tradizionale nazionalismo francese.</p> <p>Ma quali risposte potranno venire alla Francia di Macron dalla Germania che sembra avviarsi verso una rinnovata grande coalizione tra CDU e SPD? Naturalmente, in parte questo dipenderà dall’equilibrio che si raggiungerà fra i due mag­giori partiti, perché è evidente che la possibilità – sia pure non molto probabile – di un cambio al vertice grazie al dinamismo e all’autore­volezza di Martin Schulz, sposterebbe in senso più europeista la posi­zione tedesca. Tuttavia, almeno sinora, le scelte della leadership della Germania non sembrano all’altezza dei compiti che questo grande paese ha, dovendo necessariamente svolgere per la sua forza econo­mica e politica il ruolo di guida di una rinnovata Unione europea.</p> <p>Il salto di qualità che l’Europa dovrebbe compiere è innanzitutto sul terreno della integrazione politica. È evidente che sino a quando un gruppo di paesi fondamentali non deciderà di porre effettivamente in comune la politica estera e di difesa, realizzando al tempo stesso uno stretto coordinamento e una forte solidarietà in materia di go­verno dei flussi dei rifugiati e degli immigrati, l’Europa resterà una potenza dimezzata, non in grado di esercitare tutto il suo peso, in particolare negli scenari di crisi dove sono in gioco i nostri interessi vitali. Questa necessità impone una forma di cooperazione rafforzata</p> <p>che non dovrebbe, tuttavia, contrapporsi alle istituzioni esistenti, ma al contrario dare loro maggiore forza e autorevolezza, a cominciare dal rilancio del ruolo dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.</p> <p>Ma è possibile un salto di qualità politico senza una più forte inte­grazione sul piano economico e un chiaro indirizzo innovativo che faccia dell’Europa una locomotiva della crescita mondiale e orienti le sue scelte verso la prospettiva della piena occupazione, di una ri­duzione delle diseguaglianze, di una maggiore inclusione sociale? I leader tedeschi dovrebbero ricordare che gli Stati Uniti affermarono la loro egemonia nel dopoguerra attraverso la generosità del Piano Marshall e non imponendo una politica di austerità e di restrizioni. La ripresa economica europea appare tutto sommato modesta rispet­to alla caduta degli anni della crisi e, soprattutto, è distribuita in modo ineguale tra i diversi paesi dell’Unione, approfondendo squili­bri e contraddizioni che già minano gravemente la coesione europea. È proprio da questa situazione che traggono alimento i movimenti populisti e antieuropei e, soprattutto, è proprio per questo che viene logorandosi il rapporto di fiducia e di consenso nei confronti dell’U­nione da parte di milioni di cittadini europei e in particolare da parte dei più giovani.</p> <p>Credo che abbiamo sofferto per lunghi anni gli effetti di un’analisi e di un’impostazione culturale sbagliata, di una visione liberista e monetarista che ha sacrificato la crescita a vantaggio della stabilità monetaria, che ha considerato il debito pubblico come il problema principale dell’Europa, spingendo verso politiche di taglio drastico degli investimenti e di riduzione della protezione sociale. È eviden­te, al contrario, che crescita e competitività potranno venire non da una ulteriore compressione dei diritti dei lavoratori e della domanda interna ma da una politica espansiva che punti a una redistribuzione più equa delle risorse e a un forte incremento degli investimenti e dei consumi interni. È un cambio profondo, non solo politico ma anche culturale, quello che si rende necessario. D’altro canto, senza investire sull’innovazione e sulla formazione non si capisce come si possa elevare la produttività del lavoro. Questo comporta scelte mol­to coraggiose, nette, innovative. Non bastano né la flessibilità né il Piano Juncker. Né sono sufficienti soluzioni di ingegneria istituzio­nale, pure necessarie, come il rafforzamento della governance dell’eu­rozona e la creazione di un ministro europeo delle finanze. Queste scelte sono certamente giuste, ma devono accompagnarsi a un nuovo programma in grado di affrontare coraggiosamente i seguenti temi: a) completare l’unione bancaria; b) aumentare significativamente il budget dell’Unione, anche attraverso fonti proprie di finanziamento che potrebbero venire dall’introduzione della tanto attesa tassazione sulle transazioni finanziarie; c) procedere a una armonizzazione del trattamento fiscale almeno dei redditi da capitale, perché non si può essere credibili nella lotta contro i paradisi fiscali nel mondo se non si comincia a eliminare quel­li che ci sono all’interno dell’Unione europea; d) creare un fondo europeo per l’abbattimento dei debiti nazionali, realizzando così una par­ziale “europeizzazione” del debito. Insomma, lo scambio che sarebbe necessario attuare è quello tra una cessione di sovranità da parte dei paesi dell’eurozona e scelte politiche che vadano co­raggiosamente nella direzione di una maggiore solidarietà e di un più forte sostegno alla cresci­ta e alla giustizia sociale. Naturalmente, questo comporta anche una revisione del Patto di sta­bilità che non può considerare gli investimenti alla stregua della spesa pubblica, scelta sciagurata che spinge i paesi indebitati innanzitutto a tagliare gli investimenti, anche perché è molto più facile e, dal punto di vista elettorale, meno costoso che non tagliare la spesa.</p> <p>Si parla di Europa a più velocità e, senza dubbio, se ci si vuole muove­re nelle direzioni indicate in questo articolo non lo si può fare atten­dendo l’unanimità e il consenso di paesi che oggi hanno purtroppo leadership di ispirazione nazionalista o populista. Ma è anche evi­dente che il tema non è quello della creazione di una super Europa, quanto piuttosto quello di avviare una pluralità di cooperazioni raf­forzate che inevitabilmente potranno svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di paesi. Ad esempio, mentre in materia di difesa e di politica estera è cruciale la collaborazione tra i maggiori paesi, se si vuole assicurare un diverso e più efficace governo della zona euro questo comporta l’adesione di tutti i paesi che hanno adottato la mo­neta unica. Ciò che è essenziale è che tale processo abbia una guida forte, che passa innanzitutto attraverso una rinnovata collaborazio­ne tra la Germania e la Francia. Occorrerà attendere lo svolgimento delle elezioni tedesche per capire quale risposta avrà da Berlino la coraggiosa iniziativa europeista del nuovo presidente francese. Non sottovaluto naturalmente il ruolo che potranno avere innanzitutto gli altri paesi fondatori, tra cui l’Italia. Certo, le tormentate vicende della politica italiana delle ultime settimane non mostrano una classe dirigente all’altezza delle sfide che l’Europa ha di fronte a sé, ma que­sto non deve scoraggiare una sinistra riformista che sia europeista nel senso in cui questa parola oggi assume un significato non ripetitivo e retorico. Proprio perché crediamo nell’Europa e non vediamo alter­native a una integrazione politica del Vecchio continente sappiamo che per restituire credibilità a questo progetto occorre un riformismo coraggioso e radicale, pena il rischio che prevalgano la sfiducia, la rabbia, lo smarrimento e la chiusura nazionalistica.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/khnJ5BF39pM" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:52:05 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3877-un-salto-di-qualità-per-l’europa.html Le integrazioni differenziate: una formula già sperimentata http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/ycflKSQ7D4M/3876-le-integrazioni-differenziate-una-formula-gi%C3%A0-sperimentata.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3876-le-integrazioni-differenziate-una-formula-già-sperimentata.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/dd886e4f987341406a37615b626f6f3b_S.jpg" alt="Le integrazioni differenziate: una formula già sperimentata" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Le integrazioni differenziate e tutto quello che a esse è connesso non costituiscono certamente un inedito nella cornice del cammino dell’Unione europea. Al rinnovato interesse per questo tema hanno contribuito sia il riferimento agli effetti devastanti della crisi economica e finanziaria che da anni ha investito l’Europa, deprimendo tutti gli indicatori essenziali, sia la constatazione che a fronte di tale crisi le divergenze tra gli Stati membri sul futuro del progetto comune europeo restano evidenti e profonde. Il rilancio del metodo delle integrazioni differenziate costituirebbe un valido espediente pragmatico non certo per dividere o escludere ma per scongiurare ulteriori processi di dissoluzione dell’Unione europea.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/ycflKSQ7D4M" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:51:59 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3876-le-integrazioni-differenziate-una-formula-già-sperimentata.html Integrare la differenza. Incognite e possibilità dell’Europa plurale http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/eEe4dKhpQwc/3875-integrare-la-differenza-incognite-e-possibilit%C3%A0-dell%E2%80%99europa-plurale.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3875-integrare-la-differenza-incognite-e-possibilità-dell’europa-plurale.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/f7067fbd602227e1a142c38a47a74e8c_S.jpg" alt="Integrare la differenza. Incognite e possibilità dell’Europa plurale" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>La parola d’ordine, in questa nuova e difficilissima fase della vita dell’Unione europea, è “integrazione differenziata”. Un ossimoro che segna un cambiamento radicale nel discorso relativo al processo di integrazione del continente, che non punterebbe più, come avvenuto finora, verso obiettivi comuni e il traguardo della condivisione della sovranità, ma si adagerebbe sugli effimeri vantaggi di una diversificazione strutturale della dinamica europea. Di questo disallineamento, e della conseguente, oggettiva difficoltà di “recuperi” futuri, è difficile rallegrarsi. Soprattutto perché in tal modo non si offrirebbe una soluzione definitiva ed efficace ai dilemmi e alle crisi che attanagliano l’Unione.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p>A sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza. Il referendum britannico per l’uscita dall’Unione è un colpo grave al processo di integrazione, che dimostra come anche la disintegrazione sia possibile. Nato come una “opzione B” rispetto al fallimento del progetto costituzionale, il Trattato di Lisbona rischia paradossalmente di passare alla storia soprattutto per il famigerato articolo 50, che prevede, per la prima volta nella vicenda dei Trattati europei, un meccanismo di recesso volontario di un paese dall’Unione, effettivamente attivato poi dalla Gran Bretagna.</p> <p>La defezione inglese (nei tempi e nei modi in cui potrà essere sancita) ha messo in moto un pericoloso meccanismo di prospettive nazio­nali, se non addirittura nazionalistiche, che rischia di amplificare le fratture e le divergenze emerse nella politica europea molto prima del referendum inglese. I nodi fondamentali sono gli stessi da alcuni anni: la questione del ruolo dell’Europa per incoraggiare e sostenere la crescita economica soprattutto nell’area dell’euro; l’immigrazio­ne come sfida politica, economica, sociale e soprattutto culturale; la questione della sicurezza e della difesa comune in un momento di grave turbolenza nelle relazioni internazionali soprattutto nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Su questi temi l’Unione europea avreb­be dovuto rinsaldare la sua coesione interna, mentre invece hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste.</p> <p>In questo rimescolamento di ruoli e posizioni, il metodo del cosid­detto “direttorio” (Germania, Francia, possibilmente Italia) non è detto che funzioni. Anzi, si constata il sorgere di formati alternativi, come il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria) che raggruppa alcuni paesi dell’Europa orientale, accomu­nati da politiche di crescente chiusura rispetto alla crisi dei rifugiati e da una visione dell’UE che mette in risalto le specificità nazionali rispetto al processo integrativo e a un ruolo crescente delle istituzioni comunitarie.</p> <p>Come risultato, lo stato attuale dell’integrazione è ben descritto dall’espressione “pace a bassa intensità” o “pace fredda”. La stabili­tà “interna” nei rapporti tra gli Stati membri non suscita più entu­siasmi, benché rimangano valide le ragioni che hanno condotto al conferimento all’Unione europea del Premio Nobel per la pace nel 2013. E in ogni caso l’Unione è oggi inserita in un quadro di “guerre calde”: Ucraina, Siria, Libia.</p> <p>Questa volta non basta la manutenzione ordinaria, l’Unione ha biso­gno, per restare in piedi, di una profonda ristrutturazione. La parola d’ordine di questa nuova fase è “integrazione differenziata”. A ben guardare, un ossimoro, che segna però un cam­biamento radicale nella “narrativa” sul processo politico europeo. Integrazione, nell’ortodossia “comunitaria”, ha significato sinora, in maniera coerente, puntare in modo corale verso obietti­vi comuni, verso la condivisione di sovranità. Se l’integrazione si differenzia, allora le finalità non sono più necessariamente convergenti. Può essere una necessità stori­ca e politica, ma non possiamo certamente rallegrarci di questo esito dalle conseguenze incerte. Dunque, non di integrazione differenziata occorrerebbe parlare, ma di “differenziazione integrata”: la diversificazione viene inserita in modo strutturale nella dinamica europea.</p> <p>Per alcuni, questa prospettiva, lungi dall’essere una novità, sarebbe già iscritta nella condizione esistenziale dell’Europa di oggi. Si ri­chiamano alcuni precedenti macroscopici: Schengen, da un parte, e soprattutto l’Unione monetaria, dall’altra (esempi a parte di diffe­renziazione sono lo Strumento europeo di stabilità o il Fiscal Com­pact, nati in un contesto inter-governativo). Ma la diversità di tali casi, rispetto a una frantumazione istituzionalizzata, è evidente. In entrambe le circostanze si è trattato di sviluppi destinati realmente a trainare, in futuro, i non partecipanti, mentre per l’integrazione differenziata, nelle condizioni attuali dell’Unione, si dovrebbe piut­tosto parlare di un destino strutturalmente disgiunto. La possibilità di “recuperi” futuri è, realisticamente, molto ridotta, se si considera­no i precedenti di Stati membri che hanno deciso di restare fuori da formati integrativi.</p> <p>Questo dibattitto non nasce ora. Basti pensare agli scenari e alle ti­pologie che sono state prospettate negli ultimi decenni. La termino­logia, in questo caso, è sostanza: «Il concetto di <i>Europa a più velocità </i>si riferisce a una modalità di integrazione differenziata in base alla quale il perseguimento di comuni obiettivi è guidato da un gruppo interno, da un nucleo di Stati membri che sono al contempo capa­ci e desiderosi di procedere oltre, nell’assunto di fondo che gli altri potranno unirsi in seguito. È una nozione che ha come riferimento principale il <i>tempo</i>. L’idea di <i>Europa a geometria variabile </i>riguarda una modalità di integrazione differenziata che, concependo la pos­sibilità di una separazione permanente o irreversibile tra un “nucleo duro” e unità integrative meno sviluppate, ammette l’esistenza di un divario incolmabile nella struttura integrativa complessiva. È una no­zione che ha come riferimento principale lo <i>spazio</i>. Infine, l’Europa <i>à la carte </i>è concepita come una modalità di integrazione differenziata in cui gli Stati membri possono scegliere (<i>pick-and-choose</i>), come da un <i>menu</i>, a quali politiche intendono prendere parte, condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni. È una nozione che ha come riferimento principale la <i>materia</i>».<a href="http://www.italianieuropei.it/#note1"><sup><b>1 </b></sup></a></p> <p>Nella prospettiva attuale, il disallineamento sarebbe amplificato dal fatto che l’eventuale integrazione a più livelli dovrebbe necessaria­mente coinvolgere i settori della politica “alta”, quelli nei quali più di ogni altro si svolge la trama della sovranità. Si discute, ad esempio, della difesa, della politica economica, della gestione comune e inte­grata delle migrazioni. Ciò non sarebbe senza effetto sulla costruzio­ne complessiva dell’Unione, e non è difficile immaginare – stante l’oggettiva compenetrazione dei mercati e delle economie europee – l’impatto distorcente di una condivisione di sovranità in settori eco­nomici ad alta sensibilità politica come la politica industriale, gli in­vestimenti, la fiscalità sulla integrazione a bassa intensità in settori economici “tecnici” (traspor­ti, mercato unico). Il meno che si possa dire è che aumenterebbe inevitabilmente la complessi­tà di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intellegibile, senza parlare dei problemi di governance (duplicazio­ni, doppi ruoli, raccordo tra organi) e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero.</p> <p>Il pericolo di una dispersione e frantumazione è talmente reale e presente che gli analisti euro­pei parlano della necessità di ancoraggi saldi per le aree di differenziazione, a partire ad esempio dall’eurozona, dalla Cooperazione strutturata per­manente nell’ambito della difesa e dallo spazio Schengen. Inoltre, sarebbe a rischio la coerenza istituzionale dell’Unione, se le attuali istitu­zioni dovessero svolgere ruoli marginali o dovessero addirittura essere escluse nei diversi formati della differenziazione.</p> <p>Ciò posto, non si può non ricordare che l’Unione costituisce già ora una compagine formata da diversi aggregati anche al di là degli esempi segnalati, se a essi si aggiungono, ad esempio, i cosiddetti <i>“opt-outs”</i>, vale a dire le clausole di esenzione concesse a diversi Stati membri a titolo permanente in occasione della firma di molteplici trattati europei. Il caso più macroscopico è proprio il Regno Uni­to, che per sua scelta, e ben prima del referendum sull’appartenenza all’Unione, è già fuori dall’Unione monetaria, fuori da Schengen, fuori dallo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia, fuori dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (oltre che fuori, ad altro titolo, dal Fiscal Compact e dall’Unione bancaria).</p> <p>Ma anche altri Stati membri usufruiscono della clausola di esenzio­ne permanente: l’Irlanda non partecipa a Schengen e allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia; la Danimarca non partecipa alle inizia­tive riguardanti la difesa e si è auto-esclusa dall’Unione monetaria nonché dallo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia; la Polonia non partecipa alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.</p> <p>Più in generale, la questione dell’integrazione differenziata ripro­pone l’alternativa, iscritta geneticamente nella vicenda dell’Unione, tra l’integrazione negativa e l’integrazione positiva.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note2"><sup><b>2</b></sup></a> L’UE ha avuto successo (relativamente) in tutte le politiche che hanno implicato lo smantellamento di frontiere, di regolazione, di strutture. L’esempio di Schengen non richiede particolari precisazioni, ma anche politiche ap­parentemente integrative in senso positivo sono in realtà misure deregolatorie. È il caso dello stesso euro che, se ha creato istituzioni e norme centralizzate (la Banca centrale, i criteri di Maastricht) ha in misura molto maggiore eliminato caratteri della sovranità nazionale in campo monetario (e non è certo un male). Persino la libera circolazione delle persone e dei lavoratori (oggi anch’essa minacciata), spacciata troppo spesso, erroneamente, come un’espressione della “cit­tadinanza europea”, rientra senz’altro nell’inte­grazione negativa. Con le eccezioni qualificate e parziali (oggi, non a caso, sempre più contestate), della politica agri­cola comune e dei fondi strutturali, tutte le misure che implicano, al contrario, la costruzione di nuove forme di condivisione di sovrani­tà <i>attiva, di integrazione positiva </i>(la difesa, le migrazioni, la politica estera, l’armonizzazione fiscale, una politica economica integrata) rimangono da decenni a livello di meri obiettivi da raggiungere.</p> <p>Può darsi che la soluzione risieda, come ha scritto Sergio Fabbrini, nello “sdoppiamento”:<a href="http://www.italianieuropei.it/#note2"><sup><b>3</b></sup></a> da una parte, una più ristretta unione poli­tica (esclusiva) di tipo federale (non uno “Stato europeo”), costruita a partire dagli Stati membri dell’eurozona e basata su un accordo di tipo costituzionale; dall’altra, una più ampia (inclusiva) comuni­tà economica basata su un trattato interstatale. In parte analoga la prospettiva di Antonio Armellini e Gerardo Mombelli di un’Europa “né centauro né chimera”:<a href="http://www.italianieuropei.it/#note4"><sup><b>4</b></sup></a> la compresenza di “due Europe”, distinte, parallele e non conflittuali, una a vocazione tendenzialmente sovra­nazionale, e una – intergovernativa – centrata sulla razionalizzazione del mercato.</p> <p>La proposta delle due organizzazioni separate ma connesse ha il me­rito della chiarezza, anche se non risolve tutti i problemi. Ad esem­pio, un’Europa dei mercati implica, in ogni caso, una regolazione istituzionalizzata e potenti organismi di controllo, in un contesto ben più strutturato di una semplice area di libero scambio o degli standard dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il sovrani­smo di cui è pervaso il continente accetterà tali riferimenti o tenterà di destrutturarli?</p> <p>Rimane poi da stabilire un punto importante per l’unione federale. Nella federazione americana, i poteri degli Stati sono reali, e riguar­dano quasi tutte le materie non rientranti nella difesa, nella politica monetaria, nei rapporti internazionali, nella giustizia costituzionale. Il processo integrativo europeo ha seguito un percorso inverso: la tendenza verso iper-regolazione centralistica (la famosa “armonizzazione”), benché incoerente e frammentaria, delle materie “tecniche” (le “politiche”), che negli Stati Uniti sono quasi interamente lasciate agli Stati, e il controllo da parte degli Stati membri dell’UE (anche in questo caso in modo speculare rispetto agli USA) delle funzioni “regaliane” (la “politica”), come appunto la difesa e la politica estera. L’ipertrofia regolamentare tecnica ha finito per creare l’impressione (e talvolta la mitologia), in gran parte infondata, di una pervasiva intrusività dell’Unione nei più remoti interstizi della vita economica e sociale, suscitando reazioni identitarie, vagamente autarchiche e comunitariste.</p> <p>Insomma, l’integrazione differenziata è sicuramente uno strumento in grado di garantire la flessibilità, ma non ci si può illudere di aver trovato la soluzione dei dilemmi e delle crisi multiple dell’Unione. Non esiste un sistema politico-istituzionale, nemmeno per l’Europa, che possa ritenersi stabile nel senso di immobile o immutabile. Una “repubblica di molte repubbliche”, una repubblica composita è “un processo, non una istituzione”, articolata sulla base di una inelimina­bile tensione, in un ambito politico dove permangono molti centri e una separazione multipla dei poteri.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note5"><sup><b>5</b></sup></a> In ogni caso, il dibattito sull’integrazione differenziata, per quanto rilevante, non può oscurare le grandi questioni politiche emergenti e urgenti: le nuove euro-frattu­re nord/sud, est/ovest, le crescenti polarizzazioni socio-economiche interne, l’orientamento inclusivo/esclusivo, le migrazioni (e non solo l’immigrazione), il rapporto dell’Unione con il vicinato orientale e meridionale, la divaricazione euro-atlantica, i rapporti con la Russia. Cerchi concentrici, forze centrifughe, linee di faglia che permarran­no nell’agenda politica quale che sia l’ingegneria istituzionale escogi­tata per superare lo stallo. E nessuna configurazione strutturale potrà mai sostituire la necessità di un consenso democratico informato, di politiche originali che escano dalla <i>doxa </i>liberista e globalista, della capacità di visione strategica.<a href="http://www.italianieuropei.it/#note6"><sup><b>6</b></sup></a></p> <p><b> <hr /> </b></p> <p>[<a name="note1"></a>1] P. Ferrara, <i>Non di solo Euro. La filosofia politica dell’Unione Europea</i>, Città Nuova, Roma 2002, pp. 164-65; C.-D. Ehlermann, <i>Increased Differentiation or Stronger Uni­formity</i>, EUI Working Paper n. 95/21, Istituto Universitario Europeo, Firenze 1995, disponibile su cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/1396/95_21.pdf;sequence=1</p> <p>[<a name="note2"></a>2] F. Scharpf, <i>Governare l’Europa</i>, il Mulino, Bologna 1999.</p> <p>[<a name="note3"></a>3] S. Fabbrini, <i>Lo sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa, </i>Laterza, Bari-Roma 2017.</p> <p>[<a name="note4"></a>4] A. Armellini, G. Mombelli, <i>Né centauro né chimera. Modesta proposta per un’Europa plurale</i>, Marsilio, Venezia 2017.</p> <p>[<a name="note5"></a>5] S. Fabbrini, <i>op. cit</i>., pp. 123-63.</p> <p>[<a name="note6"></a>6] Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il punto di vista dell’autore e non dell’istituzione di appartenenza.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/eEe4dKhpQwc" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:51:52 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3875-integrare-la-differenza-incognite-e-possibilità-dell’europa-plurale.html Europa differenziata: istruzioni per l’uso http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/OUALd0ZTNcg/3874-europa-differenziata-istruzioni-per-l%E2%80%99uso.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3874-europa-differenziata-istruzioni-per-l’uso.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/b9eca47d3d5e30f0d74193059336dc22_S.jpg" alt="Europa differenziata: istruzioni per l’uso" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Discussa ormai da tempo nel dibattito accademico e intellettuale, l’ipotesi di un’integrazione europea “a più velocità” pare ormai ampiamente accettata anche nei circoli della politica e della diplomazia del Vecchio continente e risulta essere, oggi, la strada potenzialmente più battuta per il rilancio del processo di integrazione europea. Pur non trattandosi di un fenomeno nuovo, l’integrazione differenziata si presenta con caratteristiche diverse dal passato: non più come il frutto di una differenziazione in negativo, esito del rifiuto di alcuni Stati membri di aderire a determinate iniziative, ma come il nuovo paradigma dell’integrazione europea, una strategia pragmatica per sanare alcune inefficienze istituzionali della UE e generare nuovi beni pubblici sovranazionali. Sono però molte le questioni che l’attuazione di questo processo di integrazione solleva: chi includere tra i “pionieri” e per fare cosa? Attraverso quali strumenti realizzare l’integrazione differenziata? Quale tipo di coordinamento mettere in atto tra i nuclei di integrazione avanzata e i rimanenti Stati membri dell’Unione europea?</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/OUALd0ZTNcg" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:51:47 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3874-europa-differenziata-istruzioni-per-l’uso.html La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/qScIkOKRIso/3873-la-governance-dell%E2%80%99area-euro-un-passaggio-cruciale-per-l%E2%80%99europa-a-diverse-velocit%C3%A0.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3873-la-governance-dell’area-euro-un-passaggio-cruciale-per-l’europa-a-diverse-velocità.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/30c159f7039f4f65df10cdb5a5bd4371_S.jpg" alt="La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Dopo la grande paura dell’affermazione dei movimenti populisti e antieuropei, viviamo una fase di attesa per quella che potrebbe essere una controffensiva europeista. Sembrano esserci, adesso, le condizioni per aprire un ciclo di rilancio del processo di integrazione. Ma cosa significa oggi rafforzare l’Unione europea e, soprattutto, come farlo? Una prima intesa sembra essere stata raggiunta almeno tra Francia, Germania e Italia circa il modo di procedere, ossia attraverso l’ipotesi di un’Europa a velocità differenziate. Una formula che, però, se può risultare valida nel campo della difesa o per le politiche di immigrazione, è impraticabile per quanto riguarda il fronte della governance dell’euro. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna e intervenendo con decisione per aumentare la resilienza dell’eurozona e sostenere la crescita, superando le divergenti performance tra i paesi dell’area dell’euro e realizzando una crescita inclusiva che vada a vantaggio di molti e non, come avvenuto finora, di pochi privilegiati.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p><b>ALL’EUROPA SERVE DISCONTINUITÀ</b></p> <p>Negli ultimi mesi il vento è cambiato in Europa. Siamo passati dal timore che le molteplici scadenze elettorali per quest’anno e l’avanza­ta in vari paesi di forti movimenti populisti potessero spingere l’UE verso un irreversibile destino di crisi e disgregazione, alla percezione, diffusa oggi, non solo di scampato pericolo ma dell’apertura di una vera e propria controffensiva europeista, trainata soprattutto dalla vittoria in Francia di Emmanuel Macron. Tanto che le aspettative di molti, subito dopo le elezioni in Germania, dall’esito scontato alme­no con riguardo all’Europa, sono che si possa aprire un nuovo ciclo di rilancio del processo di integrazione europea.</p> <p>Un po’ di entusiasmo certo non guasta dopo le tante difficoltà del recente passato. Ma credo in realtà sia necessaria una maggiore cau­tela sul futuro dell’Europa. Serve soprattutto una diagnosi la più</p> <p>realistica possibile della fase attraversata dall’UE e dall’area euro. A partire dal riconoscimento che il quadro delle priorità strategiche per l’Europa, di fronte prima alla Brexit e, poi, alle peculiari iniziative della Amministrazione americana guidata da Donald Trump – che rischiano di stravolgere alleanze e assetti internazionali su cui si è poggiata la costruzione dell’Europa negli ultimi decenni – si è modificato profondamente, rafforzando in molti l’esigenza di significa­tivi cambiamenti, di una forte discontinuità rispetto al passato più o meno recente.</p> <p>Tanto più che, dopo il segnale incoraggiante in questi ultimi mesi delle elezioni in Olanda e Francia, la possibile ricostituzione di un asse franco-tedesco sembra offrire l’occasione per importanti passi avanti nell’agenda europea. Va altresì ricordato che l’elezione di Ma­cron è avvenuta in base a un programma ove riforme strutturali in patria vengono abbinate a un progetto di rinnovamento e raffor­zamento dell’eurozona e dell’UE. Un’Europa che deve essere messa in grado di proteggere i cittadini europei di fronte alle grandi sfide incombenti.</p> <p>Tutto bene, si potrebbe commentare. Ma resta la domanda chiave di cosa significhi oggi rafforzare l’UE, e, soprattutto, di come farlo. Non certo domande da poco. Gli errori da correggere sono in effetti molti e profonde le riforme da attuare per fare passi avanti significati­vi. Al riguardo, le risposte e i pareri sono assai diversi. E così le ricette e terapie che ne discendono, altrettanto variegate, come si cercherà di spiegare nelle pagine che seguono.</p> <p> </p> <p><b>L’EUROPA A PIÙ VELOCITÀ </b></p> <p>Una prima intesa tra i paesi membri, almeno tra Francia, Germania e anche Italia, esiste e riguarda il modo di procedere. Proprio l’urgenza dei tanti problemi da affrontare giustifica l’ipotesi di un’Europa a ve­locità differenziate, in cui non tutti i paesi dovranno partecipare, da subito, a tutti i progressi nell’integrazione. È una proposta rilanciata autorevolmente a Roma lo scorso marzo nel comunicato alla fine delle celebrazioni per i 60 anni dell’UE. Sotto molti aspetti fotografa una situazione che già esiste. Basti pensare all’accordo di Schengen e all’Unione monetaria europea a cui partecipano solo alcuni dei paesi membri dell’UE. Tanto più che i Trattati di Lisbona permettono le cooperazioni rafforzate tra paesi.</p> <p>C’è un primo sì, dunque, ai progressi differenziati, ma per fare cosa? Ovviamente, le aree di applicazione sono molteplici, almeno sulla carta. Le sfide fondamentali appaiono soprattutto tre: la difesa co­mune, le politiche per l’immigrazione, la governance dell’area euro.</p> <p>Non è mio compito occuparmi in questa sede delle prime due, se non per dire che la difesa e la sicurezza esterna rappresentano certamente il terreno d’intesa più favorevole, per la forte convergenza di obiettivi e strumenti che è possibile oggi riscontrare tra molti paesi dell’UE. Se in passato l’Europa ha in sostanza subappaltato la propria sicurezza agli Stati Uniti, è diffusa oggi la consapevolezza che gli europei debbano assumersi maggiormente la responsabilità della loro difesa.</p> <p>Anche sui temi dell’immigrazione vi è una note­vole comunanza di interessi e finalità di azione tra i maggiori paesi dell’UE. Un possibile com­promesso è in questo caso reso particolarmente difficile dalle tensioni domestiche e dalle sfide dei populisti di varie bandiere create dall’ondata migratoria e dai problemi a essa connessi.</p> <p>È comunque intorno alla terza sfida da affrontare, ovvero i temi dell’economia europea e della governance dell’area euro, che si anni­dano le maggiori difficoltà. Non è certo un fatto da poco visto che in questo caso la proposta delle velocità differenziate non è applicabile. Ogni disquisizione sulle possibilità di dividere in due l’area euro, arrivando a creare due monete, un euro di serie A e un altro di serie B, non appare minimamente fattibile. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna. Tanto più che l’eurogruppo dovrà essere la colonna portante di un rilancio europeo in un’ottica di progressi differenziati. Per non scadere in una vecchia idea del passato, ovvero quella di un’Europa <i>à la carte</i>. Se è vero che con la moneta unica si è fatto un passo decisivo verso l’integrazione dell’Europa, è altrettanto vero che ora occorre fare un passo successivo, quello del completamento dell’Unione monetaria europea (UME).</p> <p> </p> <p><b>AUMENTARE LA RESILIENZA DELL’EUROZONA </b></p> <p>Si potrebbe stilare una lunga lista dei principali temi e problemi da affrontare per una riforma della governance dell’area euro e del com­pletamento dell’UME. Più utile, tuttavia, è cercare di raggrupparli in tre insiemi, che denotano finalità diverse unitamente a difficoltà per un accordo via via maggiori da superare nel confronto tra i principali paesi europei, a partire da Germania, Francia e Italia.</p> <p>Innanzitutto ci sono quelle misure e riforme da varare e/o completa­re per aumentare la cosiddetta “resilienza”, ovvero diminuire le fra­gilità dell’area euro. Nel malaugurato caso di una nuova grave crisi finanziaria – tutt’altro che da escludere, purtrop­po – l’area euro non è ancora adeguatamente at­trezzata per affrontarla. Ne deriva che aumentare la resilienza dell’eurozona, più che come una op­zione, si presenta come una ineludibile necessità nell’agenda delle cose da fare a breve termine.</p> <p>In primo luogo si tratta di creare e/o rafforzare gli strumenti di stabilizzazione finanziaria dell’a­rea, soprattutto in tre direzioni: innanzitutto com­pletare l’Unione bancaria attraverso il cosiddetto “secondo pilastro”, ovvero quello del meccani­smo di risoluzione messo in piedi fino a oggi solo a metà; come obiettivo strettamente legato al primo va finalmente creata una assicurazione comune dei depositi bancari. Ma per stabilizzare i sistemi bancari e spezzare il legame perverso tra banche e titoli sovrani dei vari paesi, come secondo obiettivo è necessario arrivare all’offerta di un titolo liquido e sicuro rappresentativo dell’intera eurozona. Esistono varie proposte tecniche in merito tra cui scegliere. Il terzo passo impor­tante è il rafforzamento del Meccanismo di stabilizzazione europeo, in direzione sia di un consistente aumento delle risorse a sua dispo­sizione sia di una riformulazione della sua governance, in grado di aumentarne efficienza e legittimazione.</p> <p>Come già detto, su tutti questi temi e problemi, la cui soluzione è essenziale per la stessa sopravvivenza dell’euro, molto si è discusso, e proposte anche tecnicamente sofisticate sono state offerte al riguardo. Per ragioni di spazio non è possibile discuterne qui. Se non per dire che gli ostacoli al raggiungimento di un accordo all’interno dell’area euro hanno natura squisitamente politica. Si possono riassumere nel contrasto tra, da un lato, le tesi di quei paesi – come la Germania e altri paesi del Nord – che sostengono la necessità di una più o meno lunga fase di riduzione dei rischi a livello dei singoli paesi prima di arrivare a forme di condivisione dei rischi; e dall’altro le tesi di chi, come l’Italia, ritiene riduzione e condivisione dei rischi due processi da portare avanti in parallelo. Secondo la Germania, ad esempio, per rafforzare la stabilità finanziaria si dovrebbero prevedere in primo luogo misure per limitare l’esposizione dei sistemi bancari dei singoli paesi nei confronti di possibili default del debito sovrano. È evidente che per paesi con rilevanti ammontari di titoli sovrani negli attivi delle banche – come l’Italia e altri paesi del Sud – proposte di questo genere avrebbero costi molto elevati. Resta la possibilità e utilità di un compromesso tra queste diverse posizioni, su cui mi soffermerò tra breve.</p> <p><b> </b></p> <p><b>LA NECESSITÀ DI SOSTEGNO ALLA CRESCITA </b></p> <p>Il secondo insieme di temi che andrebbero affrontati per una riforma della governance dell’area euro e del completamento dell’UME sono quelli riguardanti la crescita e le divergenti performance all’interno dell’area euro. La crescita dell’area euro si è rafforzata e consolidata negli ultimi tre anni, dopo una prolungata fase di ristagno caratte­rizzata da ben due recessioni, con la seconda fase recessiva frutto degli errori di politica economica commessi nell’affrontare la grande crisi globale del 2008-09. La ripresa in corso è certamente un fatto positivo. Nonostante una sua recente accelerazione, tuttavia, rima­ne su ritmi relativamente modesti se confrontati con tutte le fasi di espansione degli ultimi tre decenni. Il fatto è che l’unico motore che oggi sostiene la crescita è la politica monetaria espansiva non con­venzionale della Banca centrale europea (il cosiddetto “Quantitative Easing”, QE). I limiti della politica monetaria nell’azione di traino del processo di crescita sono noti da tempo e il QE della BCE ne è una ulteriore conferma; tanto più che già a partire dal prossimo anno è previsto un piano di graduale rientro dall’attuazione del QE.</p> <p>Di qui la necessità di rinnovati strumenti di sostegno alla crescita. Le riforme strutturali possono offrire un contributo per accrescere il prodotto potenziale, certamente importante. Ma solo a medio termi­ne perché a breve il loro impatto è trascurabile o addirittura negativo. Di qui la necessità di politiche di sostegno alla domanda aggregata dell’area euro. Ciò non sta avvenendo, o si sta verificando solo in minima parte. Come sostenuto da tempo, servirebbero sia politiche fiscali espansive, gestite a livello della zona euro nel suo complesso (la cosiddetta “<i>fiscal stance </i>europea”), come proposto dalla stessa Com­missione lo scorso ottobre, e non – come oggi – tante politiche fiscali nazionali autonomamente formulate e basate su aggiustamenti asimmetrici dei singoli paesi. Sia un sostenuto incremento degli investimenti europei, soprattutto pubblici, andando al di là del Piano Juncker, per accre­scere sia la domanda sia la capacità di offerta di lungo periodo dell’area euro. Sono proponibili a questo riguardo investimenti pubblici a livello europeo sostenuti dalla creazione di un primo, pur se limitato, budget dell’eurozona, come pro­posto da molti, unitamente a investimenti a li­vello nazionale favoriti dall’introduzione di una <i>golden rule </i>nel Patto di stabilità e crescita che consenta ai governi nazionali il finanziamento di investimenti pubblici anche attraverso l’accensione di debiti. Come è stato in effetti dimostrato in questi ultimi anni da tutte le grandi istituzioni finanziarie internazionali, (vedi FMI, OCSE, Banca mondiale) l’investimento pubblico, anche finanziato attraverso un maggiore disavanzo, è in grado di stimolare, attraverso l’azione di elevati moltiplicatori, un volume aggiuntivo di reddito e produzione tale da coprire sia l’iniziale disavanzo sia un’ul­teriore riduzione dello stock di debito complessivo. Va aggiunto che l’effettuazione di investimenti pubblici nel contribuire a migliorare lo stato di fiducia complessivo dell’economia sarebbe in grado di sti­molare anche gli investimenti delle imprese e del settore privato in generale.</p> <p> </p> <p><b>UNA CRESCITA “INCLUSIVA” </b></p> <p>Tutto ciò oggi non si fa. Certo perché manca una volontà politica, si dice. Ma va riconosciuto, anche, per l’assenza di adeguati mecca­nismi di decisione comune nell’eurozona. Andrebbero creati da una riforma dell’eurozona stessa, a partire da una “capacità fiscale” o di “bilancio”, pur se limitata inizialmente. Assegnandole tre principali funzioni: una capacità d’investimento, la formulazione di un’assicu­razione europea per la disoccupazione, forme di investimento sicuro per le banche.</p> <p>Ma per arrivarci, anche in questo caso serve realizzare, in tema di governance dell’euro, un compromesso del tipo prima auspicato. Un gruppo di paesi, capitanati dalla Germania, puntano su politiche di riduzione dei rischi formulate autonomamente dai singoli paesi in base a regole predeterminate, mentre un altro gruppo, tra cui figura l’Italia, vede con favore l’introduzione di maggiore discrezionalità e di meccanismi di condivisione dei rischi nella conduzione delle stesse politiche. Come si è detto, il compromesso è necessario dal momen­to che un sistema di regole, anche le più rigide, non è in grado di offrire, in presenza di rischi sistemici e problemi di “azione collettiva” della zona euro – quali una crisi finanziaria e reazioni a shock asim­metrici – soluzioni efficaci in grado di fronteggiare adeguatamente questi stessi rischi.</p> <p>Per quanto necessario, tuttavia, un compromesso nelle condizioni attuali appare oltremodo difficile, se non impossibile. Ma è la gravità dei problemi da affrontare a richiedere risposte più efficaci e ambi­ziose. Ci si potrebbe arrivare già nel prossimo anno, a partire da una rinnovata intesa tra Francia e Germania, con il valido supporto di paesi intermedi quali l’Italia e la Spagna. L’elezione e il sorprendente successo in Francia di Emmanuel Macron, che ha incluso nel suo programma per l’Europa alcune proposte nella direzione sopra ricor­data, potrebbe spianare la strada.</p> <p>Resta il terzo insieme di riforme, sempre riferite alla governance dell’area euro, che interessa le politiche sociali in Europa. Rilancia­re la crescita è davvero importante, ma farlo in termini puramente quantitativi non sarà sufficiente. Ciò che serve in Europa, in realtà, è realizzare una crescita inclusiva, caratterizzata allo stesso tempo da più efficienza e più equità. Tutto ciò per non ripetere gli errori della</p> <p>esclusione e delle diseguaglianze crescenti generate dallo sviluppo ne­gli ultimi due decenni, i cui frutti sono andati a beneficio di troppo pochi.</p> <p>Il carattere inclusivo della crescita sta nella creazione di opportunità per tutti i segmenti della popolazione di un paese, così da realizzare una loro equa distribuzione. Servono a questo scopo una pluralità di misure e politiche, quali politiche attive contro la disoccupazione, soprattutto dei giovani; politiche in grado di rin­novare e rilanciare il welfare; misure e interventi diretti a ripristinare un soddisfacente grado di mobilità sociale oggi pressoché totalmente ina­riditosi; in ultimo – ma certo non perché meno importante – serve una maggiore progressività delle politiche fiscali.</p> <p>La maggioranza dei paesi europei sono d’accor­do, almeno sulla direzione di marcia e la neces­sità di misure d’intervento anche a breve termi­ne. In questo caso la divisione è tra paesi che affermano una competenza solo nazionale per la realizzazione di queste politiche e paesi che ri­tengono l’esistenza di spazi anche importanti per interventi comuni a livello europeo e dell’eurozona. La creazione di un meccanismo di assicurazione comune contro la disoccupazione a integrazione delle politiche nazionali, prima ricordato, è un esempio fra tanti dell’esi­stenza di tali spazi.</p> <p>Per concludere, se guardiamo alla fase attraversata oggi dall’Europa è difficile ricordare un periodo recente in cui un salto di qualità nel­la cooperazione e nel rilancio del processo di integrazione europea sia stato più necessario. E altrettanto difficile. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti rappresenta una radicale rottura rispetto al passato. Gli europei sono obbligati a guardare in faccia il proprio destino. Già il periodo che porterà alle elezioni del Parlamento europeo a metà del 2019 rappresenterà un terreno fertile di importanti opportunità da cogliere al riguardo. È auspicabile che vogliano e sappiano farlo.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/qScIkOKRIso" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:51:40 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3873-la-governance-dell’area-euro-un-passaggio-cruciale-per-l’europa-a-diverse-velocità.html Il perimetro della cooperazione per la sicurezza http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/MFZ_dn5DLWc/3872-il-perimetro-della-cooperazione-per-la-sicurezza.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3872-il-perimetro-della-cooperazione-per-la-sicurezza.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/4a2662994c6abdc171531b2b6af6a4de_S.jpg" alt="Il perimetro della cooperazione per la sicurezza" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Nel mondo sempre più interconnesso in cui viviamo diventa cruciale rafforzare i collegamenti tra sicurezza interna ed esterna. Lungo questo binario si sta muovendo l’Italia nell’ambito del più generale approccio europeo concretizzatosi nella Strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell’UE. Strategia che si pone obiettivi ambiziosi in materia di difesa e sicurezza, per perseguire i quali è stato approvato, nel dicembre 2016, un piano di attuazione che propone una revisione annuale coordinata della spesa per la difesa, una migliore risposta rapida dell’UE mediante il ricorso a gruppi tattici, nonché una nuova cooperazione strutturata permanente (PESCO) unica per gli Stati membri che intendono assumere maggiori impegni per la sicurezza e la difesa. A ciò si affianca la cooperazione internazionale di polizia, che rappresenta, nelle attuali contingenze, uno degli strumenti di maggior rilievo nella lotta alla criminalità organizzata transnazionale e al terrorismo di matrice politica e religiosa.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p>Il rispetto rigoroso dei principi di diritto internazionale relativi alle relazioni e alla cooperazione tra gli Stati riveste la massima importan­za per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale e per lo sviluppo dei sistemi politici, economici e sociali delle Nazioni.</p> <p>Nessuno dei singoli Stati dispone, infatti, della forza e delle risorse sufficienti per affrontare i rischi e le minacce di violenza e terrorismo che incombono da più parti, a livello internazionale, e per cogliere le opportunità di progresso economico e sociale che la globalizzazione può offrire.</p> <p>In un mondo sempre più interconnesso, infatti, la sicurezza interna e quella esterna sono legate in modo inscindibile; non è possibile prescindere dalla situazione al di là delle proprie frontiere, in quanto la stabilità di ciascun paese risente in maniera incisiva degli equili­bri internazionali, non solo sotto il profilo della sicurezza, ma anche dal punto di vista economico, nonché per i riflessi connessi ai cam­biamenti climatici e all’approvvigionamento di energia. Il perimetro della cooperazione non è delimitato da un confine, ma ha una valen­za strategica.</p> <p>L’Italia è da sempre favorevole a iniziative volte a rafforzare le in­terconnessioni tra sicurezza interna ed esterna. È stata proprio la presidenza italiana dell’Unione europea, nel secondo semestre 2014, a sottolineare l’importanza e la strettissima continuità del nesso tra queste due dimensioni della sicurezza a livello europeo.</p> <p>Si tratta di un tema che trova crescente spazio nei principali docu­menti strategici dell’Unione, come in particolare la Strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea presentata, nel giugno 2016, al Consiglio europeo dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.</p> <p>Nel promuovere un’ambizione di autonomia strategica dell’Unione europea che le consenta di garantire la pace e la sicurezza all’interno e all’esterno delle sue frontiere, la Strategia individua cinque priorità.</p> <p>La prima è rappresentata dalla sicurezza dell’Unione: gli Stati mem­bri, oltre a intensificare gli sforzi in materia di difesa, cybersicurez­za, lotta al terrorismo, energia e comunicazioni strategiche, devono tradurre in azioni gli impegni sanciti dai trattati in materia di assi­stenza reciproca e di solidarietà. L’Unione europea, dal canto suo, deve intensificare il contributo alla sicurezza collettiva dell’Europa lavorando a stretto contatto con i partner, tra cui, in primo luogo, la NATO.</p> <p>La seconda priorità è costituita dalla resilienza degli Stati e della so­cietà a Est e a Sud dell’UE: un processo di allargamento credibile è essenziale per migliorare la resilienza dei paesi dei Balcani occidentali e della Turchia. Anche nell’ambito della Politica europea di vicinato, l’Unione deve sostenere percorsi a favore della resilienza, mirando ai casi più severi di fragilità governativa, economica e sociale, come pure in materia di clima ed energia, oltre a sviluppare politiche mi­gratorie più efficaci.</p> <p>La terza è stata individuata nello sviluppo di un approccio integrato ai conflitti: una pace sostenibile è possibile solo mediante accordi globali fondati su partenariati regionali e internazionali ampi, pro­fondi e duraturi.</p> <p>Un’ulteriore priorità è stata riconosciuta negli ordini regionali co­operativi: in un mondo stretto tra pressioni globali e rigurgiti lo­cali, forme volontarie di governance regionale offrono agli Stati e alle popolazioni l’opportunità di gestire meglio le preoccupazioni in materia di sicurezza, cogliere i vantaggi economici della globalizza­zione, esprimere più a fondo culture e identità e incidere sugli affari mondiali.</p> <p>Infine, è dato rilievo alla governance globale per il XXI secolo: l’U­nione europea è impegnata a favore di un ordine globale basato sul diritto internazionale, che garantisca i diritti umani, lo sviluppo so­stenibile e l’accesso duraturo ai beni collettivi globali.</p> <p>Al fine di rendere operativa la visione definita nella Strategia globale appena descritta, con riguardo alle questioni di difesa e sicurezza, nel dicembre 2016, è stato approvato al Consiglio europeo un piano di attuazione che propone una revisione annuale coordinata della spesa per la difesa, una migliore risposta rapida dell’UE mediante il ricorso a gruppi tattici, non­ché una nuova cooperazione strutturata perma­nente (PESCO) unica per gli Stati membri che intendono assumere impegni più ambiziosi in materia di sicurezza e difesa.</p> <p>Il Consiglio europeo ha esaminato i progressi nel marzo 2017, in occasione di un Consiglio con­giunto affari esteri e difesa. Le conclusioni del Consiglio hanno sottolineato l’istituzione della capacità militare di pianificazione e condotta, una nuova struttura per migliorare la capacità dell’UE di reagire in maniera più rapida, efficace e omogenea ai fini della pianificazione e della condotta di missioni militari senza compiti esecutivi. Inol­tre, si prende atto dei progressi compiuti in altri settori, tra cui: la possibilità di una cooperazione strutturata permanente quale sistema inclusivo e modulare che consenta agli Stati membri di collaborare ulteriormente su base volontaria nei settori della sicurezza e della difesa; la possibilità di instaurare una revisione coordinata annua­le sulla difesa sotto la guida degli Stati membri, che avvierebbe un processo per ottenere una migliore visione, a livello dell’UE, su que­stioni quali la spesa e gli investimenti nazionali in materia di difesa, nonché gli sforzi di ricerca in tale settore, al fine di individuare e affrontare meglio le carenze; e i lavori in corso in altri settori, quali il rafforzamento degli strumenti di reazione rapida dell’UE, inclusi i gruppi tattici dell’UE e le capacità civili, la creazione di capacità a sostegno della sicurezza e dello sviluppo, la conoscenza situazionale e lo sviluppo delle capacità di Difesa, la cooperazione UE-NATO.</p> <p>Dal canto suo, il Parlamento europeo ha inco­raggiato il Consiglio europeo a portare avanti la graduale definizione di una politica di difesa comune dell’Unione e a fornire ulteriori risorse finanziarie per garantire la sua attuazione.</p> <p>In tale ambito, sarebbe utile che le missioni e le operazioni lanciate nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) possano avere un focus sul contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata e, in particolare, possano raccogliere e analizzare informazioni. Questo dovrebbe avvenire in condizioni di conformità al diritto internazionale e, dove possibile, in accordo con il paese ospite, nel pieno rispetto di procedure chia­re e standardizzate per la cooperazione internazionale di polizia. In questa prospettiva, potranno, quindi, giocare un ruolo fondamentale non solo le agenzie europee, ma anche i più generali strumenti di cooperazione internazionale di polizia, bilaterali e multilaterali.</p> <p>La cooperazione internazionale di polizia rappresenta, specie nelle attuali contingenze, uno degli strumenti di maggior rilievo nella lot­ta alle varie forme di criminalità, in particolare quella organizzata transnazionale e quella del terrorismo di matrice politica e religiosa.</p> <p>In una strategia di progressivo sviluppo delle forme di cooperazione internazionale, il Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno ha realizzato all’estero una capillare rete di collegamen­to, avvalendosi di esperti e ufficiali di collegamento, appartenenti alle varie forze di polizia, per fronteggiare i fenomeni criminali, an­che sulla scorta di specifiche attribuzioni e competenze, determinate dalla tipologia dei reati da perseguire e dalle particolari tecniche di prevenzione e contrasto. Una puntuale pianificazione delle presenze e delle attività all’estero degli ufficiali di collegamento e degli esperti viene definita dal Comitato per la programmazione strategica per la cooperazione internazionale di polizia (CoPSCIP) che effettua così un costante monitoraggio delle diverse forme di cooperazione emer­genti nello scacchiere internazionale.</p> <p>Già l’Agenda UE 2015 per la sicurezza interna e la accennata Strate­gia globale prevedono un rafforzamento dei legami tra le politiche di sicurezza interna ed esterna in materia di antiterrorismo. Le riforme di Europol e Frontex hanno altresì potenziato l’impegno nella lotta al terrorismo, inclusa la possibilità di cooperare con il settore della difesa.</p> <p>Si tratta di un obiettivo prioritario nell’ottica del rafforzamento della sicurezza dell’Unione europea. Tuttavia, appare opportuno eviden­ziare che nelle esperienze di cooperazione, sia di carattere strategico che operativo, sono emerse le difficoltà di alcuni paesi a realizzare un efficace scambio informativo tra i diversi protagonisti delle azioni di prevenzione e contrasto. Questo fattore di criti­cità si riverbera non solo sugli aspetti di sicurezza interna dei singoli paesi, ma anche sugli aspetti di sicurezza dell’Unione europea.</p> <p>L’Italia segue con attenzione il dibattito e lo scambio di esperienze che avvengono negli in­contri congiunti del Comitato permanente per la cooperazione operativa in materia di sicu­rezza interna (COSI) e del Comitato politico di sicurezza (PSC), che rappresentano la ca­mera di compensazione delle priorità individuate sul fronte inter­no con le iniziative che possono essere sviluppate su quello esterno.</p> <p>La posizione più volte ribadita dall’Italia è che l’interazione tra le autorità di sicurezza debba essere necessariamente realizzata prima “a monte”, ovvero a livello nazionale, come efficacemente realizzato in Italia con l’istituzione del Comitato di analisi strategica antiter­rorismo (CASA). Tale organo, dal 2004, raccorda la condivisione delle informazioni tra le forze di polizia e i servizi di informazione e sicurezza.</p> <p>La cooperazione del settore Giustizia affari interni UE (GAI) con le agenzie potrà essere favorita dal nuovo mandato di Europol, entrato in vigore lo scorso 1° maggio, che renderà più agevole l’interscambio informativo con le missioni. Occorrerebbe, tuttavia, che la raccolta e la condivisione di queste informazioni si basasse su un robusto quadro legale e fosse effettuata con procedure in grado di garantirne l’utilizzo come prove in un processo penale. In quest’ottica, potrebbe risultare utile dispiegare esperti di antiterrorismo nell’ambito delle missioni PSDC.</p> <p>Tutti i paesi sono vincolati dalle risoluzioni e dalle norme delle Na­zioni Unite che cercano di potenziare le capacità di contrasto al ter­rorismo. Ciò comporta l’esigenza di predisporre un quadro giuridico adeguato, un efficiente sistema basato sullo Stato di diritto, servizi di sicurezza opportunamente addestrati, apparati giudiziari piena­mente conformi agli standard dei diritti umani, nonché meccanismi di cooperazione di polizia e giudiziari a livello bilaterale e regionale. Considerato che molti paesi mancano di tali capacità e necessitano di sostegno per sviluppare politiche e strategie, l’UE si sta impegnando per favorire tale processo.</p> <p>In questa ottica, le missioni e le operazioni PSDC potrebbero, ove necessario, integrare gli sforzi già in atto di <i>capacity building </i>(un cer­to numero di missioni civili ha già un mandato in materia di an­titerrorismo e possiede competenze mirate di sicurezza interna per affrontare tali questioni, come è, ad esempio, nel caso sia della mis­sione EUCAP Sahel Mali che di quella Niger).</p> <p>In un quadro più ampio, altri attori fondamentali per la raccolta d’informazioni, prove e intelligence di grande rilevanza per le prio­rità antiterrorismo dell’UE possono essere la NATO, l’Interpol e la Coalizione globale contro l’ISIS, nonché gli Stati Uniti. Si ritiene il ruolo di Interpol fondamentale per agevolare una copertura giuridica allo scambio d’informazioni, laddove questo non sia adeguatamente garantito da efficaci strumenti di protezione in essere tra le parti. La NATO, invece, potrebbe ricoprire un ruolo nelle attività di <i>capacity building </i>che l’UE svolge a favore dei paesi terzi. Le Forze armate de­gli Stati parte della Global Coalition to Counter ISIS/Daesh potreb­bero identificare opportune modalità per sviluppare un meccanismo di condivisione dei <i>battlefield data</i>, in particolare quelli raccolti in Siria e Iraq, per il contrasto al fenomeno dei <i>foreign fighters </i>che rien­trano in Europa.</p> <p>Quanto alle relazioni dell’Unione europea con gli Stati Uniti, il G7 di Taormina ha evidenziato le distanze che si vanno acuendo tra le due sponde dell’Atlantico, in uno scenario già indebolito dalla Brexit e dallo spettro del populismo. Eppure, proprio per questo, l’Europa può e deve rimanere punto di riferimento credibile per quei valori e quelle speranze che hanno segnato lo scorso secolo, come quello attuale. Il rafforzamento dell’Unione europea rappresenta un obiet­tivo ineludibile non solo perché nell’attuale contesto internazionale la dimensione europea di un mercato unico di circa 500 milioni di consumatori assicura potere negoziale e attrazione degli investimen­ti, ma anche e soprattutto per i riflessi sul piano della sicurezza inte­grata e globale.</p> <p>Il nostro paese guarda ai cambiamenti in atto con la convinta ade­sione al rilancio del progetto europeo e con la consapevolezza della propria funzione di cerniera geostrategica tra Nord e Sud del Medi­terraneo.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/MFZ_dn5DLWc" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:51:36 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3872-il-perimetro-della-cooperazione-per-la-sicurezza.html La PESCO, verso una svolta nell’integrazione militare europea? http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/VRZZBPmaHfY/3871-la-pesco-verso-una-svolta-nell%E2%80%99integrazione-militare-europea.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3871-la-pesco-verso-una-svolta-nell’integrazione-militare-europea.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/28835731112bf174e8f5ff882b876d47_S.jpg" alt="La PESCO, verso una svolta nell’integrazione militare europea?" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Esiste già un meccanismo di integrazione differenziata in materia di difesa: la PESCO, Cooperazione strutturata permanente, che consente ai paesi membri dell’Unione europea che intendono farlo di progredire in maniera più intensa e spedita verso una maggiore e più profonda cooperazione in ambito militare. Uno strumento che prevede precisi requisiti di accesso, l’assunzione di impegni vincolanti in termini di capacità militari e nelle operazioni ritenute più impegnative e la possibilità, aperta a tutti gli Stati membri, di aderire anche in un secondo momento. Non mancano quindi gli elementi istituzionali per avanzare nel percorso di integrazione europea in materia di difesa e sicurezza. L’esito concreto di questo processo si lega piuttosto all’effettiva capacità e alla reale volontà degli Stati membri di sfruttare appieno l’attuale finestra di opportunità e dare concretezza a queste disposizioni.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p><br />La rivista è disponibile nelle edicole delle principali città oppure <a href="http://www.italianieuropei.it/en/la-rivista/acquista.html">si può acquistare online</a>. E' possibile, inoltre, <a href="http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/abbonati.html">sottoscrivere un abbonamento annuale</a>.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/VRZZBPmaHfY" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:51:20 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3871-la-pesco-verso-una-svolta-nell’integrazione-militare-europea.html Come gocce di veleno http://feedproxy.google.com/~r/italianieuropei/~3/W7WomourgRg/3870-come-gocce-di-veleno.html http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3870-come-gocce-di-veleno.html <div class="K2FeedImage"><img src="http://www.italianieuropei.it//media/k2/items/cache/d9bdb14eb0a9b1023a46137e4aceaf72_S.jpg" alt="Come gocce di veleno" /></div><div class="K2FeedIntroText"><p>Sembrano storielle innocue, battute ben riuscite ma prive di conseguenze. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Invece sono piccole, continue gocce di veleno, e il sedimento che lasciano in giro arriva a intaccare il terreno stesso della democrazia. Ad animare la produzione delle bufale in rete non è il talento burlone di qualche individuo, ma un potente motore economico – perché i click, si noti bene, generano ricchezza – e una forte motivazione politica: sfigurare l’avversario, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Perché le fake news possano attecchire sono però necessari altri due ingredienti: la fragilità culturale e la rabbia sociale. Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ce ne sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione.</p> </div><div class="K2FeedFullText"> <p> </p> <p>“Boldrini shock: Togliete i santi dal calendario, la loro presenza è offensiva per le altre religioni”. È una delle tante false e strampalate affermazioni che mi vengono attribuite in rete. Si può immaginare il tenore dei commenti, per citare solo quelli riferibili: “perché non se ne va in un paese musulmano?”, “non si permetta di cambiare le nostre tradizioni”, “perché non rimane col burqa?”, “di questo passo ci toglieranno il Natale e il Capodanno”, “voglio sentire cosa ne pensa il papa di questa squallida traditrice”. Così per centinaia di volte, mentre in tanti si affrettano a condividere la ghiotta “notizia”. Solo pochissimi provano a insinuare il dubbio che si tratti di una bufala, ma vengono respinti con sdegno e insulti da chi “la sa lunga e non si fa infinocchiare dal potere”.</p> <p>Ormai ho messo insieme una discreta collezione. Prima di prender­mela coi santi, avrei proposto di rendere obbligatorio il burqa per le donne italiane, di dare le case popolari innanzitutto ai rom, di regalare un bonus di 50 euro agli immigrati, di tassare pesantemente i</p> <p>consumi di carne di maiale per compiacere gli islamici. Senza con­tare le invenzioni più dolorose e infami: come quella riguardante mia sorella – in realtà morta da anni, purtroppo – che invece a 35 anni vivrebbe spassandosela con diecimila euro al mese di pensione; oppure, secondo un’altra versione non meno spregevole, si arricchi­rebbe coi fondi delle cooperative di assistenza ai migranti, grazie al fatto di essere mia parente.</p> <p>Siamo in tanti a subire queste invenzioni, che investono chiunque abbia un ruolo pubblico così come chi non lo ha. Paolo Gentiloni non aveva fatto ancora in tempo a sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio che già gli veniva attribuito un tweet urticante: “Gli italiani imparino a fare i sacrifici e la smettano di lamentarsi”. Virale in pochi minuti, proprio l’ideale per avviare un rapporto di fiducia coi cittadini italiani!</p> <p>Il problema riguarda tutti perché il sedimento che lasciano in giro queste piccole, continue gocce di veleno, arriva a intaccare il terreno della democrazia.</p> <p>Sì, gocce di veleno. Può sembrare un’espressione pesante, perché spesso le fake news si presentano con l’aspetto accattivante della battuta ben riuscita, che sa strapparti un sorriso. E si immagina che dietro ci sia qualche giovane burlone, incline alla goliardia. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Siamo diventati così grigi e autoritari che non sopportiamo più gli sberleffi della satira?</p> <p>Ma le cose non stanno così. C’è voluto Trump, c’è voluto Putin, ma alla fine abbiamo capito che bisognava accantonare una visione troppo ingenua. La macchina delle bufale non è alimentata da qualche umorista di talento che in rete trova la sua gratificazione. Il fenomeno è ben più complesso, e ha motivazioni per nulla disinteressate.</p> <p>Il primo motore è quello economico. Il nostro click sembra il più gratuito dei gesti, ma se ripetuto da decine di migliaia di persone genera ricchezza. Il sito che sa attrarre la curiosità dei navigatori con “notizie-shock” – non importa se vere – acquista valore per gli inserzionisti pubblicitari. E cosa c’è di meglio, per farsi leggere, che spararla grossa ai danni di qualcuno? L’importante è che ci sia almeno una piccola quota di</p> <p>verosimiglianza: la Boldrini non è quella solidale con gli immigrati? Allora sarà anche plausibile che voglia infilare a forza il burqa a tutte le italiane.</p> <p>Ma la motivazione economica, per quanto spregiudicata, non è la più pericolosa. Le recenti cronache nazionali e internazionali ci hanno insegnato che l’intenzionalità politica è il carburante più potente: bisogna sfigurare l’avversario/a, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe pensare: “calunniate calunniate, qualcosa resterà!” non è mica una frase di Mark Zuckerberg. Ma il web consente oggi una pervasività e una impunità di cui i diffamatori del passato non avevano mai potuto godere.</p> <p>Certo, le bufale prosperano perché possono attecchire su utenti predisposti ad accoglierla, su uno strato di “credulità” che stupisce soltanto chi non tenga a mente le statistiche sui livelli di istruzione. In un paese che storicamente legge e si informa poco, l’alfabetizzazione digitale – nel senso minimo di saper navigare e scrivere in rete – non sempre si accompagna alla capacità di decifrare criticamente i messaggi e la loro autenticità. E così riescono ad avere mercato piccoli trucchi da truffatori delle parole: il sito ilfattoquotiDAIno.it che conta di essere scambiato per ilfattoquotiDIAno.it; il sitoliberogiornale.it, che richiama due testate in una ma non c’entra nulla con nessuna delle due; e via imbrogliando.</p> <p>Non dobbiamo pensare che sia soltanto un male italiano. Anche negli Stati Uniti, patria di ogni innovazione, il confronto con la parola scritta crea imbarazzi. Una recente ricerca condotta tra gli studenti di Stanford, in California, si chiude certificando “una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news”.</p> <p>Sì, c’è tanta fragilità culturale che naviga in rete e sulla quale gli strateghi del falso possono contare. Quella per la quale, nei suoi ultimi anni, ha avuto parole sferzanti Umberto Eco. E di cui si è preoccupato per una vita Tullio De Mauro, lanciando ripetuti allarmi sulla carente “cultura degli italiani” e sulle sue conseguenze politico-sociali: «Quasi quindici milioni di semianalfabeti. Altri quindici</p> <p>milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». Parole scritte non negli anni Sessanta, ai tempi dell’uscita dalla società contadina, ma nel 2004, quando già cominciavamo a essere digitali.</p> <p>Eppure, questi ritardi da soli non bastano a spiegare la rapidità con cui le <i>fake news </i>fanno presa. C’è bisogno di un altro ingrediente essenziale, ed egualmente diffuso: la rabbia sociale. Le bufale attecchiscono bene perché trovano un ambiente psicologicamente predisposto ad accogliere anche le invenzioni più assurde, se permettono a chi sta male di individuare un capro espiatorio della propria sofferenza: “deve esserci un responsabile della mia condizione, devo potermela prendere con qualcuno”. Gli imprenditori dell’odio sanno mettere a profitto il disagio, l’emarginazione, la diseguaglianza.</p> <p>Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ci sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione. Sapendo che sono illusorie, anzi pericolose, le scorciatoie che sono state talvolta proposte dal dibattito di questi mesi.</p> <p>Adire le vie legali non è quasi mai possibile, né lo riterrei consigliabile. Non è come per l’<i>hate speech</i>, per il discorso pubblico di incitamento all’odio. Violenze verbali, minacce, insulti intasano la rete di spazzatura e meritano di essere colpite online esattamente come avverrebbe offline, che sia su un giornale o in una strada. Per le bufale è diverso. Come si fa a tracciare un limite tra la burla e la calunnia? E come può esistere un’autorità pubblica – anche questa ipotesi è stata prospettata – che abbia come compito quello di vigilare sulla “verità” dei messaggi circolanti sul web? Il suo sarebbe un mandato quantitativamente improbo, dati i miliardi di comunicazioni quotidiane, ma soprattutto qualitativamente scivolosissimo, in quanto vicino al rischio di apparire come una censura delle fantasie sgradite al potere di turno.</p> <p>Non per questo, però, bisogna lasciare campo libero ai falsari. Non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci. La diffusione massiccia delle <i>fake news </i>mette in questione il funzionamento stesso della democrazia, perché chi crea “fatti” falsi avvelena le opinioni che ne derivano e dunque distorce il meccanismo di formazione del consenso</p> <p>e del dissenso. “Droga”, per così dire, i pareri che ciascun cittadino liberamente si forma sulle vicende pubbliche. E allora, se viene messa a rischio la base di ogni discorso comune, le istituzioni non possono restare a guardare. Devono prendersi le loro responsabilità e agire.</p> <p>Alla Camera lo stiamo facendo attraverso varie iniziative. A partire da una nuova, doverosa, attenzione ai fenomeni digitali. Per strano che possa sembrare, tra le 14 Commissioni permanenti di Montecitorio nessuna ha il mandato di occuparsi del web. Per questo, all’inizio della legislatura ho voluto costituire una Commissione sui “diritti e i doveri in internet”, composta da deputati di tutte le forze politiche attivi sui temi dell’innovazione tecnologica, da studiosi, da operatori del settore e rappresentanti di associazioni, coordinata da Stefano Rodotà. Ha prodotto una sorta di “carta costituzionale” della rete, oggetto poi di una mozione approvata in Aula all’unanimità nel novembre del 2015.</p> <p>Con la stessa composizione “mista” – un deputato per ogni gruppo politico, rappresentanti di organizzazioni sovranazionali, di istituti di ricerca e di associazioni, esperti come Tullio De Mauro e Chiara Saraceno – ho voluto istituire una Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, che in rete spesso sono proprio le <i>fake news </i>ad alimentare.</p> <p>È in questo clima che è maturato, a febbraio di quest’anno, “Basta­bufale”, l’appello per il diritto a una corretta informazione, elaborato d’intesa con quattro tra i più noti esperti della materia: Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter Quattrociocchi. Ho deciso di lanciarlo proprio perché sono una “tifosa” della rete, convinta che sia un essenziale strumento di conoscenza e di partecipazione, e dunque vada difesa da operazioni spregiudicate e dannose. La rispondenza che l’appello ha avuto – in poche settimane 22.000 firme e l’adesione di popolari testimonial – conferma che sempre di più i cittadini avvertono la necessità di rendere “frequentabile”, non inquinato, lo spazio della rete; e che la politica e le istituzioni devono occuparsene. Perciò intorno all’appello abbiamo raccolto alla</p> <p>Camera decine di sigle, soggetti pubblici e privati, tutti chiamati a esercitare la propria quota di responsabilità professionale e civile.</p> <p>Di importanza cruciale è stato il tavolo dedicato ai temi della scuola, dell’università e della ricerca. Si trova lì, tra i banchi e le cattedre, il motore primo per creare gli anticorpi necessari a contrastare la disinformazione. Insegnare a usare gli strumenti per distinguere tra fonti affidabili o meno dovrebbe essere sempre più una priorità del sistema educativo, con l’obiettivo di sviluppare senso critico e cultura della verifica.</p> <p>La formazione delle nuove generazioni è la prima soluzione di lun­go termine al problema. Per questo motivo Camera dei deputati e MIUR realizzeranno insieme, a partire dal prossimo anno scolastico, un progetto di “educazione civica digitale” rivolto a tutte le scuole. L’obiettivo – abbiamo convenuto con la ministra Fedeli – è quello di promuovere il protagonismo delle studentesse e degli studenti per la realizzazione di un decalogo che li aiuti a riconoscere le notizie false e che fornisca loro indicazioni su come informarsi in modo corretto e completo.</p> <p>Ma non è solo il mondo della scuola a doversi impegnare. Questo progetto di educazione civica digitale vedrà coinvolti come parte attiva anche Confindustria, la RAI, la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), Facebook e Google. C’è lavoro per tutti.</p> <p>Per il mondo dell’impresa: perché le <i>fake news</i>, come abbiamo visto, sono un affare per molti, che speculano ai danni della collettività o delegittimando privati o aziende. E sono notevoli i ricavi derivanti dai banner pubblicitari nei siti che pubblicano scientemente notizie false. Le imprese devono perciò sentire una responsabilità: non mettere loro inserzioni pubblicitarie su siti specializzati nella creazione e diffusione di false notizie, per non finanziare, anche involontariamente, la disinformazione e per non associare i propri prodotti al business della menzogna.</p> <p>Per il mondo dell’informazione “tradizionale”, chiamiamola così: in questo momento è di primaria importanza che i giornalisti e tutti gli operatori aumentino lo sforzo del <i>fact</i>-<i>checking</i>, del <i>debunking </i>– l’atti­vità che consente di smascherare le bufale – e della verifica delle fonti. Così come gli editori dovrebbero, attraverso un investimento mirato, dotare le redazioni di un garante della qualità che sia in contatto quo­tidiano e diretto con i lettori, come già avviene in alcune testate.</p> <p>Infine – ma forse bisognerebbe dire soprattutto – c’è lavoro, tanto lavoro che attende i social network. Giganti digitali che sono entrati nelle nostre vite con affascinante invadenza, acquisendo dimensioni e poteri che fanno impallidire quelli delle istituzioni e della politica. Imprese che hanno bilanci superiori al fatturato di non pochi Stati nazionali. È soprattutto per gli <i>over-the-top </i>che è scoccata l’ora della responsabilità. Devono finalmente riconoscere di essere <i>media com­pany</i>, non semplici autostrade sulle quali transitano prodotti altrui, e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare le <i>fake news </i>è essen­ziale che i social network sappiano incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche, così come è necessario un loro maggiore investimento in risorse umane e tecno­logie adeguate a fronteggiare il problema, anche attraverso l’apertura di uffici territoriali destinati al controllo dei contenuti e al rapporto con gli utenti. I capitali per farlo sanno dove trovarli, visti gli ingentissimi profitti accumulati anche grazie a normative fiscali troppo generose nei loro confron­ti. Di recente tanto il numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg, quanto il co-fondatore di Twitter, Evan Williams, hanno mostrato a parole una qualche consapevolezza dei danni gravi che le loro crea­ture possono concorrere a determinare. Ma le parole non bastano: attendiamo queste imprese alla prova dei fatti.</p></div><img src="http://feeds.feedburner.com/~r/italianieuropei/~4/W7WomourgRg" height="1" width="1" alt=""/> Italianieuropei 3/2017 Thu, 13 Jul 2017 13:37:27 +0000 http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-3-2017/item/3870-come-gocce-di-veleno.html